giovedì 16 dicembre 2004

Fausto Bertinotti non cede alle prestese di egemonia ds

Corriere della Sera 16.12.04
I Ds: a noi la Puglia ma diamo il via libera a Mastella
BERTINOTTI E IL CASO UDEUR
DUE NUOVI FRONTI PER PRODI
Maria Teresa Meli

Il segretario del Prc: Romano, dimostra che sei il leader
«Tu sei il leader? E allora su questa storia di Vendola devi andare fino in fondo e assumerti tutte le tue responsabilità». Così Fausto Bertinotti a Romano Prodi reduce da un incontro andato male con Massimo D'Alema (ma il segretario di Rifondazione non si aspettava un esito diverso), Bertinotti ricorda all'ex presidente della Commissione europea che al candidato premier «spettano gli onori ma anche gli oneri». «Le scuse servono a poco: se Prodi è il leader deve dimostrarlo». Così Clemente Mastella ai suoi. Insultato e contestato dalla Gad, il numero uno dell'Udeur annuncia ai colleghi di partito che è intenzionato a non andare al vertice di venerdì. «Prodi avrà la parola conclusiva sulle indicazioni di candidature provenienti dal territorio". Così Francesco Rutelli, in pubblico. Morale della favola: se non vuole indebolire la sua leadership difficilmente, questa volta, Prodi (che oggi saràa Roma) potrà esimersi dal prendere una decisione. Sia pure quella di rinviare i nodi delle candidature regionali a gennaio. Soluzione che i bookmakers del centrosinistra danno come favorita.
Il vertice
Il vertice della Gad di venerdì, comunque, rischia di essere inutile. Bertinotti ha già annunciato ai leader del centrosinistra che lui non ci sarà: mandera il capogruppo Franco Giordano. E anche Clemente Mastella ha minacciato di disertare l'appuntamento. Ma i "big" della Gad non disperano. A Montecitorio Piero Fassino e Franco Marini, nonchè i responsabili Enti Locali di Ds e Margherita, Antonello Cabras e Beppe Fioroni, cercano una via d'uscita praticabile. Una delle ipotesi che vengono fatte nella riunione informale e riservata che si svolge in serata è quella di accontentare in qualche modo Mastella (ma non con la Basilicata) e di trovare una via d'uscita onorevole per Bertinotti che consenta al leader di Rifondazione comunista di rinunciare a Nichi Vendola senza apparire agli occhi di dirigenti e militanti del suo partito come uno che si è fatto fagocitare dalla Gad.
La lite
Ma anche su questo punto Margherita e Ds hanno avuto modo di litigare. Secondo Franco Marini, infatti, «è una sciocchezza pensare di accontentare prima Mastella e poi di provvedere al problema Bertinotti". Fassino, invece, è convinto che sia più importante scendere a patti con l'Udeur che con Rifondazione. «Tanto - è il suo convincimento - Fausto non rompe». Identica la posizione di D'Alema: «No, non può rompere, perchè non può andare altrove, mentre Mastella può farlo perché ha una subordinata». Quale sia l'antifona l'hanno ben capito i dirigenti del Prc. Tant'è che Giordano spiega: «E' la Puglia che vuole altrimenti».
« Insomma, a meno che Prodi non decida di imporsi sui Ds e sulla Margherita, difficilmente Mastella e Bertinotti vedranno soddisfatte le loro richieste. Ma se Bertinotti cederà in questo frangente gli sarà ancor più difficile resistere quando, tra qualche mese, si troverà dì fronte a un altro passaggio difficile. Quello del simbolo e del nome della coalizione. «Non possiamo cancellare l'Ulivo: sarebbe un errore» va ripetendo Prodi in questi giorni. E intende ripeterlo anche al segretario del Prc, che invece non vuoi sentire parlare di Ulivo. Ma Prodi è convinto che, tanto, «Fausto non vuole creare problemi al centrosinistra».

il ministro Sirchia vuole controlli psicologici per tutto il personale sanitario, medici compresi

CORRIERE DELLA SERA 16.12.04
SIRCHIA: INTRODURRE TEST PSICHICI

Certificati di idoneità e prove di «tenuta» psicologica prima e durante i corsi di formazione universitaria. Poi, al momento dell'assunzione e una volta che entra in servizio o sceglie la libera professione, l'infermiere non è obbligato a superare altri esami. La stessa trafila vale per tutto il personale sanitario, medici compresi. Così avviene anche oggi, dopo l'istituzione del corso universitario per gli angeli custodi della corsia.
«Il caso di Lecco deve farci riflettere. Sarebbe opportuno prevedere verifiche psicoattitudinali periodiche e all'inizio del rapporto di lavoro come succede per certe categorie a rischio cli stress, ad esempio i piloti di aereo», si dice convinto il ministro della Salute, Girolamo Sirchia, chiarendo però che «non è competenza dello Stato fissare i termini delle modalità di assunzione, ma di ospedali e Regioni".
Da nessuna parte è scritto che il personale sanitario è soggetto a test di verifica, conferma Gennaro Rocco, presidente del Collegio di Roma dell'Ipasvi, la federazione degli infermieri, e vicepresidente nazionale con un passato in prima linea al policlinico Umberto I. Rocco è preoccupato e ritiene scontato che la drammatica vicenda di Lecco getti ombre sull'immagine della categoria da lui rappresentata. Circa 320 mila professionisti in forze presso strutture pubbliche e private e, in minima parte, più o meno 15 mila, impegnati nella libera professione, come consulenti o per l'assistenza domiciliare: «Chi si avvia versoquesta professione e aspira al diploma universitario deve presentare un certificato del medico legale che attesta l'idoneità psicologica e fisica - si addentra nei particolari il presidente del Collegio -. Nei tre anni di corso il percorso di formazione include una decina di materie psicologiche e la partecipazione ai giochi di ruolo dove i laureandi vengono addestrati a gestire situazioni stressanti. Siamo gente ben preparata, la nostra affidabilità non va messa in dubbio».Una prima selezione naturale avviene già nei primi mesi di corso, quando comincia il tirocinio in un ospedale. In questa fase una parte considerevole degli iscritti si tirano indietro, rinunciano, perché si rendono conto di quanto sia pesante il confronto quotidiano con la sofferenza, la morte, il pianto. E' molto difficile che dopo l'assunzione si venga convocati per una visita psichiatrica, a meno che nelle ore di lavoro l'infermiere non abbia mostrato segni di disagio evidente. Sirchia denuncia un secondo problema: «La carenza di personale è tale che non sempre il personale viene selezionato e assegnato ai reparti che più si addicono alle sue capacità».
Margherita De Bac
mdebac@corriere. it

il New York Times di oggi
gravi malattie mentali affliggono i veterani dell'Iraq

The New York Times

December 16, 2004
A Flood of Troubled Soldiers Is in the Offing, Experts Predict
By SCOTT SHANE

WASHINGTON, Dec. 15 - The nation's hard-pressed health care system for veterans is facing a potential deluge of tens of thousands of soldiers returning from Iraq with serious mental health problems brought on by the stress and carnage of war, veterans' advocates and military doctors say.

An Army study shows that about one in six soldiers in Iraq report symptoms of major depression, serious anxiety or post-traumatic stress disorder, a proportion that some experts believe could eventually climb to one in three, the rate ultimately found in Vietnam veterans. Because about one million American troops have served so far in the conflicts in Iraq and Afghanistan, according to Pentagon figures, some experts predict that the number eventually requiring mental health treatment could exceed 100,000.

"There's a train coming that's packed with people who are going to need help for the next 35 years," said Stephen L. Robinson, a 20-year Army veteran who is now the executive director of the National Gulf War Resource Center, an advocacy group. Mr. Robinson wrote a report in September on the psychological toll of the war for the Center for American Progress, a Washington research group.

"I have a very strong sense that the mental health consequences are going to be the medical story of this war," said Dr. Stephen C. Joseph, who served as the assistant secretary of defense for health affairs from 1994 to 1997.

What was planned as a short and decisive intervention in Iraq has become a grueling counterinsurgency that has put American troops into sustained close-quarters combat on a scale not seen since the Vietnam War. Psychiatrists say the kind of fighting seen in the recent retaking of Falluja - spooky urban settings with unlimited hiding places; the impossibility of telling Iraqi friend from Iraqi foe; the knowledge that every stretch of road may conceal an explosive device - is tailored to produce the adrenaline-gone-haywire reactions that leave lasting emotional scars.

And in no recent conflict have so many soldiers faced such uncertainty about how long they will be deployed. Veterans say the repeated extensions of duty in Iraq are emotionally battering, even for the most stoical of warriors.

Military and Department of Veterans Affairs officials say most military personnel will survive the war without serious mental issues and note that the one million troops include many who have not participated in ground combat, including sailors on ships. By comparison with troops in Vietnam, the officials said, soldiers in Iraq get far more mental health support and are likely to return to a more understanding public.

But the duration and intensity of the war have doctors at veterans hospitals across the country worried about the coming caseload.

"We're seeing an increasing number of guys with classic post-traumatic stress symptoms," said Dr. Evan Kanter, a psychiatrist at the Puget Sound veterans hospital in Seattle. "We're all anxiously waiting for a flood that we expect is coming. And I feel stretched right now."

A September report by the Government Accountability Office found that officials at six of seven Veterans Affairs medical facilities surveyed said they "may not be able to meet" increased demand for treatment of post-traumatic stress disorder. Officers who served in Iraq say the unrelenting tension of the counterinsurgency will produce that demand.

"In the urban terrain, the enemy is everywhere, across the street, in that window, up that alley," said Paul Rieckhoff, who served as a platoon leader with the Florida Army National Guard for 10 months, going on hundreds of combat patrols around Baghdad. "It's a fishbowl. You never feel safe. You never relax."

In his platoon of 38 people, 8 were divorced while in Iraq or since they returned in February, Mr. Rieckhoff said. One man in his 120-person company killed himself after coming home.

"Too many guys are drinking," said Mr. Rieckhoff, who started the group Operation Truth to support the troops. "A lot have a hard time finding a job. I think the system is vastly under-prepared for the flood of mental health problems."

Capt. Tim Wilson, an Army chaplain serving outside Mosul, said he counseled 8 to 10 soldiers a week for combat stress. Captain Wilson said he was impressed with the resilience of his 700-strong battalion but added that fierce battles have produced turbulent emotions.

"There are usually two things they are dealing with," said Captain Wilson, a Southern Baptist from South Carolina. "Either being shot at and not wanting to get shot at again, or after shooting someone, asking, 'Did I commit murder?' or 'Is God going to forgive me?' or 'How am I going to be when I get home?' "

When all goes as it should, the life-saving medical services available to combat units like Captain Wilson's may actually swell the ranks of psychological casualties. Of wounded soldiers who are alive when medics arrive, 98 percent now survive, said Dr. Michael E. Kilpatrick, the Pentagon's deputy director of deployment health support. But they must come to terms not only with emotional scars but the literal scars of amputated limbs and disfiguring injuries.

Through the end of September, the Army had evacuated 885 troops from Iraq for psychiatric reasons, including some who had threatened or tried suicide. But those are only the most extreme cases. Often, the symptoms of post-traumatic stress disorder do not emerge until months after discharge.

"During the war, they don't have the leisure to focus on how they're feeling," said Sonja Batten, a psychologist at the Baltimore veterans hospital. "It's when they get back and find that their relationships are suffering and they can't hold down a job that they realize they have a problem."

Robert E. Brown was proud to be in the first wave of Marines invading Iraq last year. But Mr. Brown has also found himself in the first ranks of returning soldiers to be unhinged by what they experienced.

He served for six months as a Marine chaplain's assistant, counseling wounded soldiers, organizing makeshift memorial services and filling in on raids. He knew he was in trouble by the time he was on a ship home, when the sound of a hatch slamming would send him diving to the floor.

After he came home, he began drinking heavily and saw his marriage fall apart, Mr. Brown said. He was discharged and returned to his hometown, Peru, Ind., where he slept for two weeks in his Ford Explorer, surrounded by mementos of the war.

"I just couldn't stand to be with anybody," said Mr. Brown, 35, sitting at his father's kitchen table.

Dr. Batten started him on the road to recovery by giving his torment a name, an explanation and a treatment plan. But 18 months after leaving Iraq, he takes medication for depression and anxiety and returns in dreams to the horrors of his war nearly every night.

The scenes repeat in ghastly alternation, he says: the Iraqi girl, 3 or 4 years old, her skull torn open by a stray round; the Kuwaiti man imprisoned for 13 years by Saddam Hussein, cowering in madness and covered in waste; the young American soldier, desperate to escape the fighting, who sat in the latrine and fired his M-16 through his arm; the Iraqi missile speeding in as troops scramble in the dark for cover.

"That's the one that just stops my heart," said Mr. Brown. "I'm in my rack sleeping and there's a school bus full of explosives coming down at me and there's nowhere to go."

Such costs of war, personal and financial, are not revealed by official casualty counts. "People see the figure of 1,200 dead," said Dr. Kanter, of Seattle, referring to the number of Americans killed in Iraq. "Much more rarely do they see the number of seriously wounded. And almost never do they hear anything at all about the psychiatric casualties."

As of Wednesday 5,229 Americans have been seriously wounded in Iraq. Through July, nearly 31,000 veterans of Operation Iraqi Freedom had applied for disability benefits for injuries or psychological ailments, according to the Department Veterans Affairs.

Every war produces its medical signature, said Dr. Kenneth Craig Hyams, a former Navy physician now at the Department of Veterans Affairs. Soldiers came back from the Civil War with "irritable heart." In World War I there was "shell shock." World War II vets had "battle fatigue." The troubles of Vietnam veterans led to the codification of post-traumatic stress disorder.

In combat, the fight-or-flight reflex floods the body with adrenaline, permitting impressive feats of speed and endurance. But after spending weeks or months in this altered state, some soldiers cannot adjust to a peaceful setting. Like Mr. Brown, for whom a visit to a crowded bank at lunch became an ordeal, they display what doctors call "hypervigilance." They sit in restaurants with their backs to a wall; a car's backfire can transport them back to Baghdad.

To prevent such damage, the Army has deployed "combat stress control units" in Iraq to provide treatment quickly to soldiers suffering from emotional overload, keeping them close to the healing camaraderie of their unit.

"We've found through long experience that this is best treated with sleep, rest, food, showers and a clean uniform, if that is possible," said Dr. Thomas J. Burke, an Army psychiatrist who oversees mental health policy at the Department of Defense. "If they get counseling to tell them they are not crazy, they will often get better rapidly."

To detect signs of trouble, the Department of Defense gives soldiers pre-deployment and post-deployment health questionnaires. Seven of 17 questions to soldiers leaving Iraq seek signs of depression, anxiety and post-traumatic stress disorder.

But some reports suggest that such well-intentioned policies falter in the field. During his time as a platoon leader in Iraq, Mr. Rieckhoff said, he never saw a combat stress control unit. "I never heard of them until I came back," he said.

And the health screens have run up against an old enemy of military medicine: soldiers who cover up their symptoms. In July 2003, as Jeffrey Lucey, a Marine reservist from Belchertown, Mass., prepared to leave Iraq after six months as a truck driver, he at first intended to report traumatic memories of seeing corpses, his parents, Kevin and Joyce Lucey, said. But when a supervisor suggested that such candor might delay his return home, Mr. Lucey played down his problems.

At home, he spiraled downhill, haunted by what he had seen and began to have delusions about having killed unarmed Iraqis. In June, at 23, he hanged himself with a hose in the basement of the family home.

"Other marines have verified to us that it is a subtle understanding which exists that if you want to go home you do not report any problems," Mr. Lucey's parents wrote in an e-mail message. "Jeff's perception, which is shared by others, is that to seek help is to admit that you are weak."

Dr. Kilpatrick, of the Pentagon, acknowledges the problem, saying that National Guardsmen and Reservists in particular have shown an "abysmal" level of candor in the screenings. "We still have a long ways to go," he said. "The warrior ethos is that there are no imperfections."

Richard A. Oppel Jr. contributed reporting from Baghdad for this article.


Copyright 2004 The New York Times Company | Home | Privacy Policy | Search | Corrections | RSS | Help | Back to Top

la sentenza della Consulta sul crocifisso nelle scuole
LA CORRETTA INTERPRETAZIONE GIURIDICA

15.12.04 ore 21:35
(fate circolare questo comunicato)

“Per la Scuola della Repubblica”

Tel. 06 3337437 telefax 06 3723742
e-mail scuolarep@tin.it
sito www.comune.bologna.it/iperbole/coscost


comunicato stampa

La Corte Costituzionale:
il crocefisso nelle scuole non è previsto della Legge.
Le norme regolamentari di 80 anni fa
non contengono alcun obbligo per le scuole.

Non essendoci una legge specifica, lo Stato e le Scuole devono applicare il principio supremo di laicità dello Stato.
Quindi le scuole devono rispettare tale principio e non devono affiggere simboli religiosi.

La pronuncia, al contrario di quanto parrebbe aver imprudentemente affermato qualche mezzo di informazione, è meramente processuale, poiché si limita ad affermare che la Corte costituzionale non è competente a giudicare della legittimità delle norme censurate (in quanto contenute, in realtà, in fonti regolamentari e non in fonti legislative).
La Corte Costituzionale afferma che le norme impugnate ''si limitano a disporre l'obbligo a carico dei Comuni di fornire gli arredi scolastici, rispettivamente per le scuole elementari e per quelle medie'', ma allo stesso tempo circoscrivono ''il loro oggetto e il loro contenuto solo all'onere della spesa per gli arredi''.
Insomma, dell'obbligo di esposizione del crocifisso nelle norme regolamentari impugnate non si parla affatto.
Infatti la tabella allegata al regio decreto del 1928 ''contiene soltanto elenchi di arredi previsti per le varie classi, elenchi peraltro in parte non attuali e superati, come ha riconosciuto la stessa amministrazione''.
L’art. 118 del r.d. n. 965 del 1924 “si riferisce bensì alla presenza nelle aule del Crocifisso e del ritratto del Re, ma non si occupa dell’arredamento delle aule, e dunque non può trovare fondamento legislativo”.
Infine - conclude la Corte - non ha alcun valore il fatto che l'art. 676 del testo unico preveda che rimangono in vita tutte le norme non espressamente abrogate dallo stesso testo unico, perche' ''l'eventuale salvezza'' di norme ''non incluse nel testo unico e non incompatibili con esso, puo' concernere solo disposizioni legislative e non disposizioni regolamentari''
Il segnalato problema di legittimità riguarda il fondamento legislativo delle norme regolamentari (che l’ordinanza della Corte non ha indicato);
Il problema amministrativo dovrà ovviamente trovare soluzione nel giudizio principale,
da parte del Tribunale Amministrativo Regionale remittente;


Il comitato direttivo dell’associazione

Roma 15 dicembre 2004

la Consulta ha deciso sul crocifisso nelle scuole
ecco il testo ufficiale integrale

IL TESTO INTEGRALE DELLA SENTENZA:


ORDINANZA della Corte costituzionale N.389 dell’ANNO 2004

LA CORTE COSTITUZIONALE
ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

nel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 159 e 190 del decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297 (Approvazione del testo unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione, relative alle scuole di ogni ordine e grado), come specificati, rispettivamente, dall’art. 119 (e allegata tabella C) del regio decreto 26 aprile 1928, n. 1297 (Approvazione del regolamento generale sui servizi dell’istruzione elementare), e dall’art. 118 del regio decreto 30 aprile 1924, n. 965 (Ordinamento interno delle Giunte e dei Regi istituti di istruzione media), e dell’art. 676 del predetto decreto legislativo n. 297 del 1994, promosso con ordinanza del 14 gennaio 2004 dal TAR per il Veneto sul ricorso proposto da Soile Lautsi in proprio e nella qualità di esercente la potestà genitoriale contro il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, iscritta al n. 433 del registro ordinanze 2004 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, edizione straordinaria, del 3 giugno 2004.

Visti l’atto di costituzione di Soile Lautsi nonché gli atti di intervento di Paolo Bonato ed altro e del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nell’udienza pubblica del 26 ottobre 2004 il Giudice relatore Valerio Onida;

uditi l’avvocato Massimo Luciani per Soile Lautsi, l’avvocato Franco Gaetano Scoca per Paolo Bonato ed altro e l’avvocato dello Stato Antonio Palatiello per il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto che, con ordinanza emessa il 14 gennaio 2004, pervenuta a questa Corte il 20 aprile 2004, il Tribunale amministrativo regionale per il Veneto, nel corso di un giudizio per l’impugnazione di una deliberazione del consiglio di istituto di una scuola, ha sollevato questione di legittimità costituzionale, in riferimento al principio di laicità dello Stato, e, "comunque", agli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 della Costituzione, degli artt. 159 e 190 del decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297 (Approvazione del testo unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione, relative alle scuole di ogni ordine e grado), "come specificati", rispettivamente, dall’art. 119 (e tabella C allegata) del regio decreto 26 aprile 1928, n. 1297 (Approvazione del regolamento generale sui servizi dell’istruzione elementare), e dall’art. 118 del r.d. 30 aprile 1924, n. 965 (Ordinamento interno delle Giunte e dei Regi istituti di istruzione media), "nella parte in cui includono il Crocifisso tra gli arredi delle aule scolastiche", nonché dell’art. 676 del medesimo d.lgs. n. 297 del 1994 "nella parte in cui conferma la vigenza delle disposizioni" di cui ai predetti art. 119 (e tabella C allegata) del r.d. n. 1297 del 1928 e art. 118 del r.d. n. 965 del 1924;

che l’impugnato art. 159 del d.lgs. n. 297 del 1994 stabilisce fra l’altro, al comma 1, che "spetta ai Comuni provvedere (…) alle spese necessarie per l’acquisto, la manutenzione, il rinnovamento (…) degli arredi scolastici" nelle scuole elementari, mentre l’art. 119 del r.d. n. 1297 del 1928 stabilisce che "gli arredi, il materiale didattico delle varie classi e la dotazione della scuola sono indicati nella tabella C allegata", la quale, nell’elencare gli arredi e il materiale occorrente nelle varie classi, include al n. 1, per ogni classe, il Crocifisso;

che, a sua volta, l’impugnato art. 190 del d.lgs. n. 297 del 1994 stabilisce fra l’altro, al comma 1, che "i Comuni sono tenuti a fornire (...) l’arredamento" dei locali delle scuole medie, mentre l’art. 118 del r.d. n. 965 del 1924 recita che "ogni istituto ha la bandiera nazionale; ogni aula, l’immagine del Crocifisso e il ritratto del Re";

che l’impugnato art. 676 del d.lgs. n. 297 del 1994 stabilisce che le disposizioni non inserite nel testo unico "restano ferme ad eccezione delle disposizioni contrarie od incompatibili con il testo unico stesso, che sono abrogate";

che il Tribunale remittente premette che le disposizioni citate del r.d. n. 1297 del 1928 e del r.d. n. 965 del 1924 costituirebbero adeguato fondamento giuridico del provvedimento impugnato nel giudizio a quo; sarebbero tuttora in vigore in quanto non abrogate per incompatibilità dalle disposizioni dei Patti Lateranensi cui si è data esecuzione con la legge 27 maggio 1929, n. 810, né da quelle dell’Accordo di modifica di detti Patti reso esecutivo con la legge 25 marzo 1985, n. 121; non sarebbero incompatibili infine con il testo unico approvato con il d.lgs. n. 297 del 1994, né sarebbero state abrogate per nuova disciplina dell’intera materia in quanto l’impugnato art. 676 del testo unico medesimo dispone che restino salve le norme preesistenti non inserite in esso e non incompatibili con le disposizioni del medesimo testo unico; che dette disposizioni sarebbero destinate ad introdurre norme attuative di dettaglio rispetto ad atti legislativi, e cioè, rispettivamente, il r.d. 5 febbraio 1928, n. 577, al cui art. 55 corrisponde oggi l’art. 159, comma 1, del d.lgs. n. 297 del 1994, e il r.d. 6 maggio 1923, n. 1054, al cui art. 103 corrisponde oggi l’art. 190 del d.lgs. n. 297 del 1994;

che il giudice a quo si pone il problema della costituzionalità delle disposizioni regolamentari citate, da cui discenderebbe l’obbligo di esposizione del Crocifisso nelle aule scolastiche, e ritiene che queste, pur non potendo essere oggetto diretto di controllo di costituzionalità, dato il loro rango regolamentare, sarebbero invece suscettibili di controllo indiretto, in quanto specificano e integrano i disposti legislativi impugnati degli artt. 159 e 190 del d.lgs. n. 297 del 1994, il cui art. 676 a sua volta costituirebbe una norma primaria "attraverso la quale l’obbligo di esposizione del Crocifisso conserva vigenza nell’ordinamento positivo";

che, in punto di non manifesta infondatezza della questione, il Tribunale remittente sostiene che il Crocifisso è essenzialmente un simbolo religioso cristiano, di univoco significato confessionale; e che l’imposizione della sua affissione nelle aule scolastiche non sarebbe compatibile con il principio supremo di laicità dello Stato, desunto da questa Corte dagli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 della Costituzione, e con la conseguente posizione di equidistanza e di imparzialità fra le diverse confessioni che lo Stato deve mantenere; e che la presenza del Crocifisso, che verrebbe obbligatoriamente imposta ad alunni, genitori e insegnanti, delineerebbe una disciplina di favore per la religione cristiana rispetto alle altre confessioni, attribuendo ad essa una ingiustificata posizione di privilegio;

che si è costituita la parte privata ricorrente nel giudizio a quo, concludendo per l’accoglimento della questione;

che, secondo la parte, l’obbligatoria esposizione del Crocifisso nelle aule violerebbe il dovere di equidistanza dello Stato rispetto alle varie confessioni e contraddirebbe l’esigenza di uno "spazio pubblico neutrale" in cui non potrebbe trovare posto un simbolo religioso; non si potrebbe attribuire al Crocifisso il carattere di un simbolo genericamente civile e culturale, essendo innegabile la sua valenza religiosa, e mancando del resto ogni base costituzionale per poter fare del Crocifisso un simbolo dell’unità della nazione al pari della bandiera; non sarebbe praticabile, infine, nemmeno una soluzione che postuli la permanenza dell’esposizione del Crocifisso salvo che qualcuno degli alunni ritenga di esserne leso nella propria libertà religiosa, poiché sarebbe violato comunque il principio oggettivo di laicità, né si potrebbe costringere il singolo a opporsi apertamente alla eventuale volontà maggioritaria del gruppo sociale di appartenenza;

che sono intervenuti altresì, con unico atto, il sig. Paolo Bonato, in proprio e quale genitore di un’alunna della stessa scuola, e il sig. Linicio Bano, in qualità di presidente dell’associazione italiana genitori di Padova, concludendo per la inammissibilità e comunque per la infondatezza della questione;

che gli intervenienti, affermata la propria legittimazione ad essere presenti nel giudizio in quanto controinteressati nel giudizio a quo, pur se non evocati in esso, nonché in quanto titolari di un interesse direttamente inerente al rapporto sostanziale dedotto nel giudizio medesimo, negano che l’esposizione del Crocifisso nelle aule leda il principio di laicità, il quale non implicherebbe indifferenza dello Stato rispetto alle religioni, e non impedirebbe l’esposizione di un simbolo che rappresenta una parte integrante dell’identità culturale e storica del popolo italiano;

che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, concludendo per l’inammissibilità e comunque per l’infondatezza della questione;

che l’Avvocatura erariale eccepisce anzitutto il difetto di rilevanza della questione, in quanto, alternativamente, il giudizio davanti al TAR non sarebbe stato proponibile per difetto di contraddittorio e di legittimazione del ricorrente, ovvero il TAR sarebbe carente di giurisdizione;

che, nel merito, la difesa del Presidente del Consiglio sostiene che le norme legislative impugnate e le norme regolamentari richiamate dal remittente non stabiliscono alcun obbligo di esposizione del Crocifisso, e che, in assenza di un obbligo legale di esposizione, il problema sarebbe quello di verificare se le norme costituzionali consentano l’esposizione di quel simbolo del cattolicesimo: esposizione che non sarebbe in contrasto con la laicità dello Stato e sarebbe coerente sia con l’art. 7 della Costituzione, sia con il riconoscimento, contenuto nell’art. 9 dell’accordo di revisione del concordato reso esecutivo con la legge n. 121 del 1985, secondo cui i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano;

che nella memoria presentata in vista dell’udienza l’Avvocatura erariale argomenta nel senso della legittimità costituzionale della presenza del Crocifisso nelle aule, quale "evenienza naturale" nell’ordinario svolgimento della vita scolastica: il Crocifisso sarebbe bensì anche un simbolo religioso, ma sarebbe "il vessillo della Chiesa cattolica, unico alleato di diritto internazionale" dello Stato nominato dalla Costituzione all’art. 7, e dunque sarebbe da considerarsi alla stregua di un simbolo dello Stato di cui non si potrebbe vietare l’esposizione, al pari della bandiera e del ritratto del Capo dello Stato.

Considerato che l’intervento spiegato nel giudizio è stato ammesso dalla Corte con ordinanza pronunciata in udienza, in quanto la posizione sostanziale fatta valere dal sig. Paolo Bonato, in proprio e in qualità di genitore di un’alunna, è qualificata in rapporto alla questione oggetto del giudizio di costituzionalità, dovendosi in questa sede precisare che la legittimazione ad intervenire non si estende all’altro firmatario dell’unico atto di intervento, sig. Linicio Bano, in quanto presidente dell’associazione italiana genitori di Padova;

che il remittente impugna gli articoli 159 e 190 del d.lgs. 16 aprile 1994, n. 297, sul presupposto che essi, "come specificati", rispettivamente, dall’art. 119 (e allegata tabella C) del r.d. 26 aprile 1928, n. 1297, e dall’art. 118 del r.d. 30 aprile 1924, n. 965, forniscano fondamento legislativo ad un obbligo – contestato dal ricorrente per contrasto con il principio di laicità dello Stato – di esposizione del Crocifisso in ogni aula scolastica delle scuole elementari e medie; e impugna altresì l’art. 676 del medesimo d.lgs. n. 297 del 1994 sul presupposto che a tale disposizione – che sancisce l’abrogazione delle sole disposizioni non incluse nel testo unico che risultino incompatibili con esso – debba farsi risalire la permanente vigenza delle due norme regolamentari citate, dopo l’emanazione dello stesso testo unico;

che tali presupposti sono però erronei;

che, infatti, gli articoli 159 e 190 del testo unico si limitano a disporre l’obbligo a carico dei Comuni di fornire gli arredi scolastici, rispettivamente per le scuole elementari e per quelle medie, attenendo dunque il loro oggetto e il loro contenuto solo all’onere della spesa per gli arredi;

che, pertanto, non sussiste fra le due menzionate disposizioni legislative, da un lato, e le disposizioni regolamentari richiamate dal remittente, dall’altro lato, quel rapporto di integrazione e specificazione, ai fini dell’oggetto del quesito di costituzionalità proposto, che avrebbe consentito, a suo giudizio, l’impugnazione delle disposizioni legislative "come specificate" dalle norme regolamentari;

che, a differenza di quanto rilevato da questa Corte nelle sentenze n. 1104 del 1988 e n. 456 del 1994 (richiamate dal remittente) a proposito dell’ammissibilità di censure mosse nei confronti di disposizioni legislative come specificate da norme regolamentari previgenti, fatte salve dalla legge fino all’emanazione di nuovi regolamenti, nella specie il precetto che il remittente ricava dalle norme regolamentari non si desume nemmeno in via di principio dalle disposizioni impugnate degli artt. 159 e 190 del testo unico;

che, infatti, per quanto riguarda la tabella C allegata al r.d. n. 1297 del 1928, e richiamata nell’art. 119 dello stesso, essa contiene soltanto elenchi di arredi previsti per le varie classi, elenchi peraltro in parte non attuali e superati, come ha riconosciuto la stessa amministrazione;

che l’assenza del preteso rapporto di specificazione è ancor più evidente per quanto riguarda l’art. 118 del r.d. n. 965 del 1924, che si riferisce bensì alla presenza nelle aule del Crocifisso e del ritratto del Re, ma non si occupa dell’arredamento delle aule, e dunque non può trovare fondamento legislativo nella – né costituire specificazione della – disposizione censurata dell’art. 190 del testo unico, volta anch’essa, come si è detto, a disciplinare solo l’onere finanziario per la fornitura di tale arredamento;

che, per quanto riguarda l’art. 676 del d.lgs. n. 297 del 1994, non può ricondursi ad esso l’affermata perdurante vigenza delle norme regolamentari richiamate, poiché la eventuale salvezza, ivi prevista, di norme non incluse nel testo unico, e non incompatibili con esso, può concernere solo disposizioni legislative, e non disposizioni regolamentari, essendo solo le prime riunite e coordinate nel testo unico medesimo, in conformità alla delega di cui all’art. 1 della legge 10 aprile 1991, n. 121, come sostituito dall’art. 1 della legge 26 aprile 1993, n. 126;

che l’impugnazione delle indicate disposizioni del testo unico si appalesa dunque il frutto di un improprio trasferimento su disposizioni di rango legislativo di una questione di legittimità concernente le norme regolamentari richiamate: norme prive di forza di legge, sulle quali non può essere invocato un sindacato di legittimità costituzionale, né, conseguentemente, un intervento interpretativo di questa Corte;

che, pertanto, la questione proposta è, sotto ogni profilo, manifestamente inammissibile.

per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale degli artt. 159 e 190 del d.lgs. 16 aprile 1994, n. 297 (Approvazione del testo unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione, relative alle scuole di ogni ordine e grado), come specificati, rispettivamente, dall’art. 119 (e allegata tabella C) del r.d. 26 aprile 1928, n. 1297 (Approvazione del regolamento generale sui servizi dell’istruzione elementare), e dall’art. 118 del r.d. 30 aprile 1924, n. 965 (Ordinamento interno delle Giunte e dei Regi istituti di istruzione media), e dell’art. 676 del predetto d.lgs. n. 297 del 1994, sollevata, in riferimento al principio di laicità dello Stato e, comunque, agli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 della Costituzione, dal Tribunale amministrativo regionale per il Veneto con l’ordinanza in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 13 dicembre 2004.

F.to:
Valerio ONIDA, Presidente e Redattore
Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere
Depositata in Cancelleria il 15 dicembre 2004.
Il Direttore della Cancelleria
F.to: DI PAOLA

Allegato
ordinanza letta all’udienza del 26 ottobre 2004
ORDINANZA

Visto l’intervento spiegato in giudizio, in termini, dal Sig. Paolo Bonato e dal Sig. Linicio Bano;

considerato che la posizione sostanziale fatta valere nel presente giudizio dal Sig. Paolo Bonato in proprio e quale genitore dalla minore Laura Bonato appare qualificata in rapporto alla questione oggetto del giudizio di costituzionalità.

per questi motivi
ammette l’intervento di cui in premessa.

F.to: Valerio ONIDA, Presidente

mercoledì 15 dicembre 2004

da Claudio Saba: il comunicato stampa diffuso in fiera dopo la presentazione della rivista e del libro

Più lib(e)ri
3ª Fiera nazionale della piccola e media editoria
8-12 dicembre 2004
Roma, Palazzo dei Congressi, Eur

COMUNICATO STAMPA 4

Continua con successo
Più libri più liberi, fiera nazionale della piccola e media editoria, che chiude domani, domenica 12 dicembre, e che anche ieri ha potuto contare su un pubblico numeroso che ha affollato gli oltre 50 eventi previsti dal programma culturale (dai reading di letteratura africana alle performance di tango, dalle tavole rotonde sui diritti umani alla musica etno live fino ai convegni sui "mestieri del libro"). Ieri, successo di pubblico straordinario, oltre 500 persone, per la presentazione – organizzata da Biblioteche di Roma in collaborazione con Nuove Edizioni Romane – del nuovo numero del trimestrale Il sogno della farfalla e per il volume che raccoglie la cronaca dell’evento avvenuto il 5 novembre 2004 a Villa Piccolomini sull’analisi collettiva dello psichiatra Massimo Fagioli a cui parteciparono Fausto Bertinotti e Pietro lngrao (Analisi collettiva, Nuove Edizioni Romane): una testimonianza ulteriore che il metodo di Fagioli, a trenta anni dalle prime iniziative pubbliche, continua crescere nell’attenzione e a coinvolgere non solo psichiatri e psicoterapeuti, ma anche molta gente comune interessata alla ricerca sulla realtà psichica.

(…).
Roma, 11 dicembre 2004

alla Fiera della piccola e media editoria, venerdì scorso

una segnalazione di Carlo Patrignani

sestopotere.com (14/12/2004 19:34)

ALLA FIERA NAZIONALE DELLA PICCOLA E MEDIA EDITORIA CON... OCCHETTO E BERTINOTTI
Mauro Mauri

(Sesto Potere) - Roma - 14 dicembre 2004 - Davvero interessante la Terza Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria. Tanto pubblico (quasi 40mila presenze) e soprattutto tanti giovani in cerca di novita'.
Tanti i dibattiti e gli incontri.
Sala Dante, venerdi' 10 dicembre alle ore 18: un migliaio di persone gremiscono la sala, molti si assiepano all'ingresso. Un Evento nella Fiera, per celebrare l'Evento Culturale di un mese prima (il 5 novembre) quando a Villa Piccolomini a Roma, Fausto Bertinotti, il 'ragazzo rosso', e Pietro Ingrao, il 90enne 'compagno disarmato', rompendo il 'Muro' di ostilita' e diffidenza eretto da una certa 'intellighentia' di Sinistra, hanno avuto il coraggio di incontrare quello 'strano fenomeno' di massa chiamato 'Analisi Collettiva' dello psichiatra Massimo Fagioli, sorto spontaneamente nel 1975 a Villa Massimo e proseguito poi in uno studio privato a Via Roma Libera, dove tuttora si svolgono liberamente e gratuitamente i quattro seminari settimanali di quattro ore ciascuno. L'evento e' l'uscita del libro 'Analisi Collettiva Incontri' (edito da Nuove Edizioni Romane) che raccoglie gli atti dell'Evento Culturale di Villa Piccolomini con una premessa di Andrea Masini, brillante direttore dellarivista 'Il Sogno della Farfalla' che dedica il 52esimo numero alla biologia umana, alla nascita umana ed una nuova intervista a Bertinotti, nonche' un'attualissima intervista dell'80 a 'Radio Blu' di Fagioli.
Poco distante dalla Sala Dante, c'e' l'ex leader del Pds, Achille Occhetto: e' li' per presentare il libro 'Incontrando Berlinguer' di Emiliano Sbaraglia. Ironia della sorte, incontra l'Analisi Collettiva, quel sinuoso e composto 'serpentone' che sta riguadagnando lentamente l'uscita.
"Ma che succede?": chiede Occhetto stupito e curioso.
"Mai vista tanta gente e tanti giovani per la presentazione di un libro"... E gia' la sua sala e' semivuota: trenta, quaranta, cinquanta.
"Noi non rinunciamo al comunismo: anzi vogliamo riproporre il comunismo come liberazione": dice Bertinotti, ma senza ripetere gli errori, meglio gli orrori (Urss, Cina), del passato.
E' il confronto con l'Analisi Collettiva, nato sulla 'non violenza' come risposta alla spirale guerra-terrorismo che alimentandosi a vicenda producono solo distruzione e morte, come metodo di lotta politica e sociale, come stile di vita nelle relazioni interpersonali, approda alla ricerca sulla realta' umana, sull'umano, cosi' da congiungersi al 52esimo numero della rivista 'Il sogno della farfalla' dove e' ampiamente trattata ed esposta la tesi di Fagioli dell'inizio della vita umana alla e per la nascita quando si forma, dal substrato biologico, la realta' mentale, l'immagine interiore, il pensiero.
Confessa Bertinotti di "non credere al 'peccato originale'": ergo alla cattiveria innata nell'essere umano. Quindi non si nasce cattivi, ci si diventa. Meno convinto appare sulla falsita', rivelata da Fagioli, della non-teoria di Freud per il quale la Nascita non c'e', il bambino e' un polimorfo perverso, ossia un animale come sosteneva Kant.
"Gli illuministi nostrani (Repubblica in testa) dovrebbero riflettere sull'inconsistenza della visione kantiana del mondo, sull'animalita' dell'uomo per cui - spiega Marco Revelli, docente di Scienza della Politica all'Universita' Orientale di Torino - l'Ordine e la Convinvenza si sarebbero retti sul diritto, sul confenzionamento di regole condivise".
Cio' che accade nel Mondo smentisce Freud e Kant.
"La Ragione cone Ente regolatore del mondo e dei rapporti umani - chiosa Revelli - e' fallita: bisogna trovare un'altra strada come la non violenza sapendo bene che la ricerca non puo' che partire dal profondo".
Bene dunque l'incontro con l'Analisi Collettiva di Fagioli il cui cardine teorico e' che l'Identita' Umana non sta nella Ragione ma nell'Irrazionale tanto temuto e aborrito.

se li conosci li eviti:
brevi dal mondo tolemaico

saluteeuropa.it (15/12/2004)
Sindrome dei non famosi: la nuova malattia dei giovani

Una nuova forma di disagio avanza pericolosamente tra i giovani d'oggi: è la "sindrome dei non famosi", che colpisce chi vive una profonda solitudine perché si sente estromesso, escluso ed incapace di raggiungere quei valori tanto enfatizzati nella cultura contemporanea: magrezza, visibilità e popolarità.
A descrivere questo fenomeno in ascesa tra i giovani è il prof. Rosario Sorrentino, membro dell'Accademia americana di Neurologia che ieri a Roma, nel corso di un incontro svoltosi presso la sala del Cenacolo della Camera dei Deputati ha lanciato un grido di allarme per tutelare le capacità critiche delle nuove generazioni, sopraffatte dai modelli di vita proposti dai reality show imperniati su competizione, visibilità e popolarità e sempre più condizionate a imitare quei personaggi televisivi, condizione che genera disagio e frustrazioni per l'impossibilità di raggiungerli.
"Sembra che a far soffrire i giovani - ha sottolineato Sorrentino - sia proprio l'astinenza dal successo e dalla notorietà. I sintomi possono variare da un forte senso di insicurezza, ridotta autostima, cambiamenti d'umore e dei comportamenti alimentari, crescente disagio sociale, fino ad un aumento di ansia, depressione, aggressività e abuso di sostanze".
"I giovani - ha aggiunto Cecilia Gatto Trocchi, ordinaria di Antropologia all'Università di Roma III - sono sempre più soli e convinti della propria inadeguatezza, indotti a consumare da una politica neo-liberalista ed una economia rampante che non hanno bisogno di bravi cittadini ma di ottusi consumatori. Chi è solo consuma di più di chi è unito: la solitudine è congeniale all'economia delle corporations".
Secondo gli esperti trovare una soluzione che riporti i giovani "con i piedi per terra" non è facile. "L'uso sempre più distorto dei mass media rende necessaria una task force realmente operativa - ha affermato Sorrentino - composta da esperti della comunicazione e del disagio mentale per valutare preventivamente l'impatto che certe immagini possono avere sul pubblico giovanile". Secondo la Gatto Trocchi è necessario "riguadagnare la socialità" puntando su modelli vincenti, il dialogo e il confronto. "Il concetto base - ha sottolineato - deve essere quello di rifondare l'agorà, il luogo dell'impegno collettivo in cui è possibile esporre e condividere i problemi".

saluteeuropa.it
(15/12/2004)
Linee guida NICE per il trattamento della depressione

Il NICE ha pubblicato le linee guida che definiscono la terapia di prima scelta della depressione e l'ansia. Le linee guida raccomandano che la depressione lieve o moderata non sia trattata con farmaci, per lo svantaggioso rapporto rischi benefici. La depressione grave dovrebbe essere curata con terapia psicologica e con inibitori della ricaptazione della serotonina (SSRI), perché più efficaci e meno dannosi degli antidepressivi triciclici.
L'ansia dovrebbe essere trattata, secondo la preferenza del paziente, con gli interventi qui elencati (in ordine decrescente di efficacia a lungo termine): terapia psicologica, farmaci antidepressivi, letture specifiche. Inoltre il paziente dovrebbe: essere coinvolto nelle decisioni che lo riguardano; poter accedere alle informazioni utili; essere assistito dalla medicina di base.

Fonte: www.nice.org.uk

italiasalute.it
Il senso di colpa può portare al pensiero punitivo
del Dott. Luigi Mastronardi

Nella evoluzione di un malessere e/o di un disagio rispetto alla propria situazione, possono scattare alcuni procedimenti psicosomatici terribili e sconvolgenti che vorrei brevemente illustrare.
Nella mia esperienza di psicoterapia dinamica, ormai quasi trentennale, ho potuto osservare il seguente sviluppo inerente quel che chiamiamo ''la deriva nella malattia''.
A seguito di una situazione conflittuale che il paziente non riesce a dominare, ad esempio litigi con il partner, conflitti con i genitori, discussioni infinite con i figli, può scattare un meccanismo automatico atto a procurare un sufficiente livello di ''soddisfazione'' (ved. più avanti) nel senso di rivalsa, per queste due seguenti motivazioni:
1) accettare di soffrire e di ammalarsi, per inconsci sensi di colpa, cioè per punirsi, e quindi lasciarsi macerare nella sofferenza, indirizzando unicamente verso se stessi, la dinamica distruttiva.
2) accettare di soffrire e di ammalarsi, per punire l’esponente “affettivo” più prossimo(genitori,figli,parenti,partners) indirizzando verso l’esterno, le ragioni della propria dinamica distruttiva.
Accettare di soffrire e di ammalarsi, per inconsci sensi colpa, cioè per punirsi. Il dolore è un eccellente “rimedio” alla sensazione di colpevolezza, al ricordo spiacevole di situazioni in cui si è stati trasgressori e si è violato un divieto od una proibizione.
Pertanto il rifugio nella sofferenza diventa una espiazione lenta e continua, nel ricordo costante dell’occasione in cui ci siamo sentiti colpevoli; e nello stesso tempo un impedimento a lasciarsi andare ed a vivere le sensazioni del presente in piena maturità e consapevolezza.
Siccome il senso di colpa è il più delle volte inconscio, e ciò rende impossibile esplicitarlo, e quindi portarlo alla luce, affrontarlo e neutralizzarlo (così come accade sovente, o di regola, in psicoterapia dinamica), allora il tormento che ne deriva, per essere placato, ed anche per dare a noi stessi una “giustificazione” logica ed accettabile, finisce con l’assumere i contorni di una vera e propria malattia.
Come sappiamo, lo stress imita le patologie, riproducendone dolori e correlazioni fisiologiche. Le diagnosi però sono il più delle volte incerte: e ciò perché il corpo si ribella ed il danno viene più o meno tenuto sotto controllo (tendenza all’omeostasi).
Col tempo però, soprattutto quando non vi sono sfoghi adeguati o le cause psicologiche sono preponderanti, lo stress arriva al punto da creare le malattie, anche con lesioni d’organo e quant’altro attiene alla sua “perfetta” evoluzione.
Nella specie, il senso di colpa, con l’usura continua che ne deriva, produce lentamente uno stato costante di agitazione, di insoddisfazione e di infelicità, fino ad arrivare al salto sul corpo e quindi, minando il sistema immunitario, procura come detto disfunzioni e poi lesioni .
La progressione allora potremmo, rozzamente, descriverla così:
senso di colpa-stress-tendenza all’omeostasi-senso di colpa-stress-tendenza all’omeostasi-senso di colpa-stress… malattia, in cui la progressione invece,virtuosa, dovrebbe essere:
senso di colpa-stress-tendenza all’omeostasi-individuazione della fonte dello stress-individuazione del senso di colpa-interventi riparatori del soggetto stesso o con aiuto psicoterapico-tendenza all’omeostasi-risoluzione.
Di conseguenza, se non intervengono fattori esterni, di varia natura, che possano modificare il naturale svolgimento dei fatti così illustrati, il senso di colpa porta inevitabilmente un bagaglio di sofferenze prima, e di malattia dopo.
Ciò è quanto può interpretare il terapeuta nella storia del paziente. Il soggetto è però generalmente all’oscuro di questi meccanismi, sia perché il senso di colpa, come detto, è spesso inconsapevole, sia perché è a livello inconscio che si sviluppa l’intero procedimento.
Accettare di soffrire e di ammalarsi, per punire l’esponente “affettivo” più prossimo.
Questo aspetto è il meno studiato dei due, perché sembrerebbe improponibile in termini teorici e pratici, in quanto cozza con tutti i criteri di buon senso, di corretta evoluzione, e di gestione dell’omeostasi: anche qui si segue la strada della “soddisfazione”. Ma vediamo come.
Se nella nostra vita c’è un elemento ostativo che ci impedisce di raggiungere gli equilibri che vorremmo: genitori che ostacolano le nostre naturali aspirazioni e quindi gli ostacoli educativi sono ritenuti eccessivi e fuori luogo, partners che allargano a dismisura la loro personalità costringendoci al soffocamento ed alla repressione, figli da cui dipendiamo che vorrebbero imbalsamarci ed immobilizzarci in un ruolo senza libertà e senza individualità, parenti con cui vi è una relazione di dipendenza e che vorrebbero chiuderci in un rapporto coercitivo e soffocante, amici con cui si è instaurato un rapporto strettissimo e quasi parentale, e che però ugualmente non ci aiutano a realizzarci come vorremmo, allora la strada migliore per ottenere compiacimento e profondo piacere nel creare un dispiacere, rimane quella di ammalarsi.
La nostra sofferenza infatti può essere causa di un grande sconforto in chi ci è vicino. Può ostacolare i suoi passi, inceppare meccanismi progettuali, far riflettere sulla nostra indispensabilità, inserire un sottile rimorso, far provare insomma, in modo indiretto e subdolo tutto ciò che può avvicinarsi ad una vera e propria punizione.
Nelle situazioni che sono state brevemente illustrate,sembra infatti che il soggetto non abbia arma alcuna per contrastare una condizione, che per i legami affettivi esistenti, non presenta nessuna via d’uscita.
E quindi infinite discussioni, ripicche, umiliazioni, prostrazioni, violenze psicologiche e/o fisiche, proibizioni, coercizioni, costituiscono il terreno di coltura dove poi prolifereranno i sentimenti di odio che porteranno all’unica tattica possibile (laddove sia risultato impensabile o impossibile affrontare in modo risolutivo l’interlocutore ed affrancarsene, rendendosene liberi): la propria sofferenza.
Se apparentemente risulta logico rivolgere contro se stessi,per il senso di colpa, i meccanismi del dolore e dell’espiazione, e di ciò vi è ormai un’ampia letteratura scientifica oltre che, parallelamente, anche una vasta esemplificazione di narrativa e di teatro, dai tempi di Omero fino ai giorni nostri, diventa pressoché complicato poter accettare che si imbocchi la strada di un proprio travaglio, magari che faccia macerare fino alla tragedia, solo per ”punire” chi ci sta vicino.
Ma forse a questo punto abbiamo bisogno di un supporto autorevole.
L’antefatto Freudiano:Il principio di piacere ed il principio di realtà
Secondo Freud (1911), alla base dei fenomeni psichici vi é un principio economico, che egli definisce principio del piacere che ha la funzione di evitare il dispiacere e il dolore, e di provocare, invece, il piacere, connesso alla riduzione al minimo della tensione energetica . A questo scopo provvede tale principio , scaricando la tensione e, quindi, ripristinando uno stato di equilibrio, mediante l'appagamento del desiderio, ma ciò avviene per via allucinatoria, grazie a soddisfazioni sostitutive rispetto a quelle reali. Questa situazione non può che generare frustrazione, in modo che viene a strutturarsi, stando a Freud, un secondo principio, che tenta di assumere una funzione regolativa rispetto al principio del piacere: si tratta del principio di realtà , che non tenta più il soddisfacimento tramite scorciatoie e forme sostitutive, ma segue le condizioni date dalla realtà, anche se questa si può presentare sgradita.
Il principio del piacere tende ad ottenere tutto immediatamente, mentre il principio di realtà può differire quella esigenza in vista di un'eventuale meta, più sicura e meno illusoria; nella evoluzione, quest'ultimo provoca una serie di adattamenti dell'apparato psichico, conducendo allo sviluppo e al potenziamento di funzioni coscienti come l'attenzione, la memoria, il giudizio e il pensiero. Questo non vuol dire che il principio del piacere scompaia del tutto; esso prosegue nell'operare e nell'estrinsecarsi, specialmente nelle circostanze in cui diminuisce la dipendenza verso la realtà, come appunto nei sogni, nelle fantasie e, in una certa misura, nelle produzioni artistiche. Questo dualismo di princìpi, costruito in analogia alla fisica, come distribuzione e circolazione energetica, viene però in un secondo tempo modificato da Freud; nel 1920, infatti, egli pubblica Al di là del principio del piacere, dove accanto alle pulsioni sessuali, riconosce l'esistenza di una pulsione antagonistica, la pulsione di morte , cioè una tendenza distruttiva inerente la vita stessa. In quest’opera egli tratteggiò una concezione dualistica e antagonistica delle pulsioni fondamentali che animano la vita dell'uomo: alle pulsioni legate al principio di piacere (che comprendono le pulsioni sessuali e le pulsioni di autoconservazione) Freud affiancò infatti le pulsioni di morte, le cui manifestazioni hanno il carattere della distruttività e la cui meta è far regredire l'organismo individuale a uno stato inorganico.
Quando le pulsioni di morte sono rivolte verso l'interno, esse tendono all'autodistruzione, ma poi possono essere dirette anche verso l'esterno, assumendo così la forma di pulsioni di aggressione e di distruzione. Nella realtà psichica le pulsioni si presentano sempre come ambivalenti, caratterizzate cioè dalla compresenza di questi due princìpi di vita e di morte: anche la sessualità presenterebbe dunque questa ambivalenza sotto forma di amore e di aggressività.
Come abbiamo visto, secondo Freud esisterebbero due ”motori” fondamentali, detti di piacere e di realtà, che producono energia per indirizzare i nostri comportamenti: l’uno tende alla soddisfazione di un desiderio, costi quel che costi, come per le azioni compulsive (lo shopping, le varie tossicodipendenze, i raptus, la sessualità esasperata), l’altro invece si procura di mediare le esigenze improvvise ed inderogabili con l’esame attento dell’ambiente, lo studio delle situazioni e l’aiuto dell’esperienza.
La mia pratica professionale allora mi ha portato a considerare che, laddove non esistano altri sistemi per averla vinta su qualcuno intorno a noi che ci limita, la “migliore” strategia possibile (come da principio del piacere) è procurargli un grande dolore, con la nostra sofferenza. La quale può arrivare addirittura, con grande sprezzo della vita e della sopravvivenza usque ad mortem: all’annientamento della persona. Ciò che Freud chiamava pulsione di morte.
E’ come avere una sorta di pensiero punitivo, che organizza le nostre energie non già secondo i criteri conosciuti dell’evoluzione, e cioè ad immagazzinare dati per costruire strategie atte a migliorare la nostra esistenza, come in tutto l’universo vivente noto, ma per perseguire un disegno perverso dove lo strumento tattico per annientare l’avversario, per levargli gioie e serenità, per creargli incubi e disperazione, è una cosa incredibile: la nostra malattia.
Va da sé che questo ''pensiero'' può arrivare sino a gravi conseguenze, anche perché quando si innesca un meccanismo che comporta il coinvolgimento di strutture solide ma delicate, come il sistema immunitario, il gioco può diventare incontrollabile e quindi irreversibile.

André Glucksmann, sul Male

Corriere della Sera 15.12.04
ANTICIPAZIONI
In un nuovo saggio il filosofo affronta il tema del Male
di ANDRÉ GLUCKSMANN

Che cosa chiamiamo terrorismo? Vi è terrorismo quando degli uomini armati aggrediscono degli uomini disarmati, e li aggrediscono deliberatamente. Due precisazioni si impongono. Gli uomini armati possono non vestire uniformi, oppure vestire uniformi. Vi può essere, infatti, terrorismo da parte di uomini in uniforme. Fornirò due esempi per non urtare la suscettibilità di nessuno. Il primo esempio è quello di Napoleone che qualificava la guerriglia spagnola e russa terrorismo, mentre era l’esercito di Napoleone a essere terrorista, come testimonia Goya. Il secondo esempio è quello, naturalmente, dell’occupazione dell’Europa da parte di Hitler, il quale tacciava di terroristi coloro che resistevano. Ebbene, a essere terroristi e sequestratori erano precisamente i soldati in uniforme nazista. Si può quindi essere uomini in uniforme, si può essere uno Stato, ed essere terroristi. È questo il primo punto. Il secondo punto è dato dal termine «deliberatamente». Si tratta di un’aggressione deliberata contro dei civili. Vedi i sequestri di persone, le autobombe che esplodono per strada, le bombe umane, eccetera. «Deliberatamente» significa che non è possibile lavarsene le mani e dire che le guerre sono tutte uguali e che tutti gli interventi militari si equivalgono. È vero che qualsiasi azione militare fa strage di civili, ma non li uccide deliberatamente. Gli attentati terroristici uccidono deliberatamente dei civili in quanto civili, uccidono bambini in quanto bambini, uccidono donne in quanto donne. Oggi, ci corre l’obbligo di constatare che il terrorismo non è una novità: ne parlava Dostoevskij. Da sempre, gli anarchici hanno fatto esplodere bombe dentro i caffè. Che cosa c’è dunque di nuovo?
Ci sono due cose. Innanzi tutto che il terrorismo è un fenomeno mondiale; che siamo passati dall’epoca delle bombe H, le bombe a idrogeno, all’epoca delle bombe-umane. Questo l’abbiamo visto a Manhattan. Abbiamo visto che per una somma irrisoria, equivalente al prezzo di un appartamento di otto vani a New York, Roma o Parigi, degli uomini armati di Keter possono compiere stragi simili a quelle di Hiroshima. È sintomatico infatti notare che l’area devastata di New York è stata chiamata Ground Zero perché Ground Zero ha rappresentato l’ultima tappa sperimentale prima di Hiroshima, con l’esplosione di una piccola bomba; la gente ha immediatamente capito che in mano all’umanità tutta vi era oramai un potere devastante.
In primo luogo il terrorismo è divenuto un problema mondiale e un’arma mondiale, e in secondo luogo - e questo è forse ancora più importante - il terrorismo è divenuto un mezzo psicologico di lotta. Nelle guerre normali, classiche, anche durante il secondo conflitto mondiale e anche durante la guerra fredda, vi erano campi di battaglia e lì si decidevano le guerre. Clausewitz diceva che era sul campo di battaglia che si misuravano le forze morali - o immorali - e le forze fisiche, le forze morali attraverso la forza fisica. Il terrorismo è esattamente l’opposto. Si tratta di ottenere risultati concreti con mezzi psicologici. L’esempio ci viene da Manhattan, ma anche da Atocha, la stazione di Madrid ove sono stati uccisi civili per conseguire un risultato non conseguibile con le armi, e cioè il ritiro del contingente spagnolo dall’Iraq. Siamo di fronte a un cambiamento a causa del quale non è più il campo di battaglia il terreno in cui gli eserciti si affrontano, bensì la testa di ogni uomo di questo pianeta. A partire da Atocha, abbiamo assistito a una campagna terroristica contro il sistema democratico, contro il potere elettorale, visto che l’attentato di Madrid ha dimostrato come nell’arco di tre giorni, chi faceva esplodere i treni nelle stazioni otteneva maggiori risultati che non con sei mesi o due anni di campagna elettorale, di incontri porta a porta, di meeting, di dibattiti televisivi. Ricorderete che il risultato elettorale atteso da tutti gli istituti di sondaggio era a favore di Aznar, e nello spazio di tre giorni il risultato è stato sovvertito. Non sarebbe stato sovvertito senza gli attentati. Ci troviamo, quindi, di fronte a una campagna a livello mondiale che dimostra quanto il terrorismo sia più forte degli incontri porta a porta, delle discussioni, dei dibattiti. Il terrorismo, allora, non è solo far esplodere i treni nelle stazioni, bensì sgozzare - ad esempio - qualcuno e filmare l’evento, con calma, prendendo tempo. Quelle immagini parlano a tutti. Ricordate Antigone. Antigone si è alzata e ha detto: una volta morte, le persone hanno diritto alla sepoltura. Tutte. Che si tratti di nemici o amici. Ora, quello che si osserva nell’assassinio, nello sgozzamento degli ostaggi è che anche da morti essi non hanno diritto al silenzio, al cordoglio, occorre che siano insultati e che le loro sofferenze facciano presa sulle popolazioni.
Seconda definizione, a proposito di nichilismo. Credo sia questa la filosofia del terrorismo: il nichilismo. Che cos’è il nichilismo? Sintetizzando al massimo, si può dire che con il nichilismo tutto è permesso. Abbiamo il diritto, ci prendiamo il diritto di uccidere dei civili, di uccidere dei bambini, di uccidere dei passanti, di uccidere chiunque. Tutto è permesso. È questo il motto, il leitmotiv del nichilismo. Questo ci insegna molto. Dire che l’essenza del terrorismo è il nichilismo significa che non si può ricondurre il terrorismo a un fanatismo religioso. Equivale a dire che è qualcosa che va al di là, che travalica una guerra di religione. Quando ci ostiniamo a sostenere che non attacchiamo l’Islam, bensì l’islamismo, due sono le implicazioni. Che il terrorismo, da un lato, è qualcosa di più esteso e, d’altro lato, che è qualcosa di più circoscritto. È qualcosa di più esteso in quanto fra terroristi religiosi, terroristi atei, terroristi cinici, terroristi gangster, vi sono fenomeni di alleanza (...). In base all’ipotesi nichilista, abbiamo a che fare con qualcosa che va completamente al di là delle guerre di religione, che supera ampiamente i conflitti ideologici. Il nichilismo rappresenta il nocciolo comune, il leidos - direbbero i filosofi greci - l’idea guida del terrorismo islamico, ma anche del terrorismo nord-coreano e del terrorismo narco-marxista del Sud America. Tale travalicamento non è solamente un superamento delle barriere religiose, è anche un superamento delle barriere ideologiche. All’inizio, quando vi era Milosevic, si diceva: è un marxista. Non è vero. Era un marxista, ma anche un razzista, un nazionalista estremo, alleato di gente con una mentalità molto vicina a quella nazista. Assistiamo a un ventaglio di opzioni ideologiche, di contatti fra Al Qaeda e il Baath, tra Al Qaeda e Saddam Hussein. Potete osservare che in poco tempo questi contatti si sono saldati completamente, che in quindici giorni - il tempo dell’arrivo degli americani - gli uomini di Saddam Hussein, a quanto pare laici, atei e quant’altro, e gli uomini di Al Qaeda, che passano per religiosi, si sono intesi perfettamente. Ci troviamo quindi di fronte a un fenomeno nichilista ove l’idea di distruggere per distruggere perviene a riunire attorno a sé gente con opzioni e ideali quanto mai contrapposti.

(traduzione di Bianca Scauri)

la Resistenza a Roma

Repubblica Cronaca di Roma 15.12.04
Ecco gli eroi ignoti della Resistenza
Trovate per caso le foto della rivolta anti-tedeschi. Ora sono in mostra
RENATA MAMBELLI

Questa storia inizia con un bambino che insieme a un cuginetto sta giocando alla guerra, puntando il suo fucilino di legno da una finestra. Sono passati sessantun anni e la conclusione della storia è una raccolta di più di sessanta istantanee inedite che raccontano la battaglia di Roma, dopo l´armistizio, dal 9 al 14 settembre, e che dal 21 dicembre saranno in mostra al Museo di Roma in Trastevere, per iniziativa dell´assessorato alle Politiche culturali. Una mostra eccezionale, che getta una nuova luce su quei giorni confusi e dolorosi. Ma torniamo a quel bambino che ha scelto il momento sbagliato per giocare. Di corsa arriva il padre e gli ordina di smettere: giù per strada, in via Bolzano, proprio sotto quella finestra, i tedeschi stanno disarmando i soldati italiani della divisione Piave e qualcuno potrebbe vedere quella canna di fucile e prenderla per un´arma vera. È il 9 settembre del '43 e così, alla chetichella, sta iniziando la battaglia di Roma.
È per quel ricordo d´infanzia che Massimo Mortari, negli anni '70, si ferma a guardare una foto sulla bancarella di un rigattiere, a Viterbo. L´istantanea fissa la sua casa, sullo sfondo, quella finestra e, davanti, l´obiettivo della macchina da presa ha colto le figure interdette e dolenti dei soldati della Piave, rastrellati dai tedeschi. Mortari raccoglie quel fascio di vecchie fotografie, le compra, le ripone. E se ne dimentica. Pochi mesi fa le ritrova e capisce che cosa si trova in mano: molto più di un ricordo personale, ma la documentazione drammatica di quelle tragiche giornate, la cronaca fotografica dell´occupazione militare da parte dei tedeschi della città che avrebbe dovuto rimanere "aperta" e invece fu costretta ad arrendersi dopo cinque giorni che costarono 700 vite umane. Gente che non volle consegnarsi ai tedeschi e scelse di combattere per il proprio onore e per la propria bandiera, non solo davanti a Porta San Paolo, come tutti sappiamo, ma anche per le strade del quartiere Trieste, alla stazione, al Viminale, davanti alla sede dell´Eiar.
Le foto ora in mostra documentano quella resistenza, la riportano alla ribalta, le danno di nuovo consistenza di volti e di espressioni, di corpi e di luoghi. Vediamo per la prima volta che faccia aveva il professor Persichetti del liceo Visconti, mentre discuteva a Porta San Paolo il da farsi con i soldati che perplessi e preoccupati aspettavano ordini. Tra qualche ora lui e quei soldati saranno morti: l´istantanea li coglie nel momento più importante della loro vita, quello decisivo. E questo vale anche per quegli uomini seduti per terra in attesa degli eventi, guardati a vista dai militari tedeschi, disarmati, cupi: non sanno che per loro si sta aprendo la strada del lager, ma pure sembrano ben convinti che quello è un momento fatale, in cui si decide la loro sorte.
Chi ha scattato queste foto? Di chi era l´occhio dietro l´obiettivo? Difficile rispondere dopo tanto tempo. Probabilmente uno o più fotografi professionisti, forse fotoreporter di giornali del tempo. Oppure informatori, collaborazionisti. Chiunque sia stato, poteva muoversi in un campo e nell´altro: immortala, con due scatti quasi identici, sia la resistenza degli italiani dietro a un cannone, sia l´attacco dei tedeschi dietro un altro cannone, molto più potente del primo. Scatta foto ai vinti e ai vincitori, imparziale. Riprende anche le immagini dei giornali dell´epoca, dei manifesti, delle scritte sui muri. Fotografa foto già stampate. Raccoglie, archivia. Consegna ai nostri occhi particolari che oggi assumono un´importanza eccezionale, rende ragione a martiri sconosciuti, a gente senza nome che non ha lasciato traccia dietro di sé, se non questo sguardo intenso che oggi ci fissa dalla carta.

stessa pagina
In 5 giorni l'Italia voltò pagina
lo storico LUCIO VILLARI

Fa parte del patrimonio culturale e politico degli italiani l´inizio del Risorgimento nazionale: furono le Cinque Giornate di Milano del 1848. Gli insorti combatterono contro gli austriaci ma, alla fine, fu una battaglia perduta. E perduta fu pure un´altra battaglia: le cinque giornate di Roma, dal 9 al 14 settembre 1943. Ma, come un secolo prima, qui, dalla lotta contro i tedeschi prese l´avvio la Resistenza e si scrissero le prime pagine di storia dell´Italia nuova. Non è affatto retorico dire queste cose e ricordare quei momenti drammatici che Roma e i romani vissero. Anzi, oggi una fortunata scoperta permette di ricostruire visivamente alcuni episodi cruciali della difesa di Roma dopo la proclamazione dell´armistizio, avvenuta attraverso la radio, alle 19.30 dell´8 settembre. Alcune decine di fotografie inedite, scattate non si sa da chi (un cronista? un soldato tedesco? un civile italiano amico dei tedeschi?), restituiscono lo scenario autentico di quelle ore tragiche di una tarda e afosa estate.
Le poche immagini esistenti di quegli avvenimenti avevano sempre mostrato i nostri granatieri che, a Porta San Paolo, insieme con molti civili, cercavano eroicamente di contendere il passo alle truppe scelte del maresciallo Kesselring che penetravano a Roma da via Ostiense. Il fortuito ritrovamento di queste sconosciute immagini, ci permette invece di conoscere momenti mai prima documentati della progressiva occupazione di Roma e del controllo da parte dei tedeschi di quartieri diversi della città: corso Trieste, Prati, Trastevere, piazza del Popolo, l´Esquilino (con l´occupazione del palazzo del Viminale) e la sede dell´EIAR, in via Asiago. Era il luogo, quest´ultimo, da dove il maresciallo Badoglio aveva annunziato agli italiani la firma dell´armistizio.
Grazie all´assessorato alla Cultura di Roma e al Museo di Roma e alla casa editrice Il Parnaso, questo straordinario documento storico è ora a disposizione di quanti credono che i settecento caduti della battaglia di Roma, militari e civili affratellati da un forte sentimento patriottico, siano i primi martiri del secondo Risorgimento. Il valore struggente di queste fotografie è anche nel fatto che non vi sono scene di morte né di violenza: è come se in esse serpeggiasse un sentimento di stupore, di paura, di strana angoscia, ma anche l´emozione di una dignità da riscoprire e da difendere. Ad ogni costo.

L'Unità Cronaca di Roma 15.12.04
Al museo di Roma in Trastevere
I NAZISTI A ROMA: LE IMMAGINI INEDITE
In mostra 63 scatti del settembre 1943
di Beatrice Nencha

Un bambino guarda due ragazzi in bici, che a loro volta fissano un paio di blindati tedeschi mentre attraversano una spettrale Piazza del Popolo. Da un'altra parte della città, a via Asiago, un presidio italotedesco sta per occupare la sede dell'Eiar, l'antenata della Rai. Mentre, sempre nella capitale, si aggira compiaciuto il federmaresciallo Rommel, nominato Comandante in capo delle Armate tedesche in Italia all'indomani del 25 luglio. Sono alcuni dei momenti fissati da 63 immagini, molte delle quali inedite, esposte nella mostra "La battaglia di Roma, 9-14 settembre 1943" (e nel libro-catalogo omonimo, che raccoglie anche la preziosa testimonianza d'epoca del giornalista Paolo Monelli) ospitata dal 21 dicembre al Museo di Roma in Trastevere. Artefice della scoperta un collezionista appassionato di Seconda guerra mondiale, Massimo Mortari, che negli anni '70 ha acquistato questi scatti (dimenticati per anni in un cassetto e oggi donati all'Archivio fotografico del Comune di Roma) in una rigatteria di Viterbo: "Mi avevano colpito perché, in una delle foto, ho riconosciuto due palazzi di via Santa Costanza costruiti da mio padre nel '39 e dalle cui finestre ho assistito, da bambino, al rastrellamento della divisione Piave, accampata a piazza Istria, ad opera dei parà tedeschi". E' la stessa scena ripresa dell'oscuro fotografo (probabilmente un tedesco o un collaborazionista) autore di queste istantanee, che non si limita a immortalare l'espressione impietrita e i volti contratti dei nostri soldati, ma arricchisce la propria documentazione con le scritte che iniziano ad apparire sui muri della capitale ("Abbasso il re traditore"), i volantini diffusi dal comando tedesco e dalle autorità italiane, oltre alle prime pagine dei giornali. "Sono immagini storiche involontarie e anche da questo deriva il loro fascino", spiega Lucio Villari, docente di storia contemporanea all'Università di Roma Tre. Che aggiunge: "Sono testimonianze preziose dato che in genere circolano solo immagini di Porta San Paolo, come se quello fosse stato l'unico atto di resistenza nella capitale. Al contrario queste foto, tra cui quella della guarnigione del Viminale disarmata dai tedeschi, dimostrano come si possa parlare a pieno titolo delle "cinque giornate di Roma" che, anche se finirono male come quelle di Milano del '48, hanno alimentato il senso di rivolta contro l'occupatore straniero. Testimoniando, dagli scontri immortalati sull'Ostiense, sulla Laurentina e fino alla stazione Termini, come l'Italia sia cambiata proprio a partire da queste date.
L'esposizione, patrocinata dall'assessorato alle Politiche culturali del comune di Roma, è per l'assessore Gianni Borgna un "ideale completamento, nello stesso spazio espositivo, di quella in corso intitolata "La Roma del Luce", che si conclude alla vigilia dell'Armistizio. Mentre questa mostra approfondisce il periodo più oscuro dell'occupazione tedesca, che durò fino al giugno del '44". Una pagina tra le più drammatiche della nostra storia rievocata in "Roma città aperta" di Rossellini. A cui si aggiungono ora queste foto, conclude Villari, "che sono un richiamo all'obbligo e al compito di ricordare".

per presa d'atto

Repubblica 15.12.04
Se un filosofo ti prende in cura
come affrontare il disagio esistenziale
Oggi gli esperti del pensiero sono usati spesso come consulenti
La filosofia, nata in Grecia nel V secolo a. C., è una pratica di vita
Tutto cominciò nel 1981 quando Gerd Achenbach aprì il primo studio
Già Socrate ammoniva che bisogna occuparsi dell'anima e non solo del corpo o dei soldi
di UMBERTO GALIMBERTI

(se qualcuno volesse leggerlo può richiederlo con una e.mail)

nuovi strumenti per la ricerca

Reubblica.it
Il motore di ricerca si accorda con cinque grandi biblioteche Usa

per mettere su internet i loro volumi. Iniziativa senza precedenti
Nuovo colpo di Google
Porta online milioni di libri
Tra le istituzioni coinvolte, Harvard, Oxford e Stanford

ROMA - L'informazione globale passa sempre di più attraverso un solo nome: Google, il più famoso di ricerca mondiale, ha appena annunciato un accordo con cinque delle più importanti biblioteche statunitensi per digitalizzare e mettere a disposizione online milioni di volumi, alcuni dei quali di particolare pregio e rarità.
Il progetto coinvolge le biblioteche univeristarie di Harvard, Oxford e Stanford, quella dell'università del Michigan e la New York Public Library. Per trasformare i testi, alcuni dei quali sono vecchi di secoli, dal formato cartaceo a quello digitale, Google ha dichiarato di utilizzare una tecnologia di sua proprietà. Secondo quanto riportato dal San Jose Mercury News, la compagnia ha già attrezzato con scanner e computer una stanza dell'università del Michigan, dove il processo di digitalizzazione va avanti fin da giugno.
L'intero procedimento potrebbe protrarsi per anni. I libri, comunque, verranno inseriti nel già enorme indice di Google man mano che vengono scannerizzati. A quanto si apprende, i testi di pubblico dominio, saranno a disposizione gratuitamente di tutti i navigatori. Di quelli protetti da copyright, il motore di ricerca fornirà soltanto l'indice, la bibliografia e alcuni estratti, come già avviene per i nuovi titoli inseriti nel servizio Google Print.
Non è la prima volta che qualcuno tenta di creare un vasto catalogo online di libri. Amazon.com ha già aperto un motore di ricerca interno alla sua libreria on line che permette di consultare centomila dei libri del suo catalogo prima dell'acquisto. Anche Microsoft e Yahoo sono alla ricerca dei diritti per offrire l'accesso a materiale librario in cambio di pubblicità. La stessa Google, il mese scorso, aveva lanciato Scholar, un indice di pubblicazioni accademiche separato dai normali risultati per garantirne l'affidabilità.
Ma l'iniziativa annunciata oggi è senza precedenti sia per la vastità dell'operazione, sia per il prestigio dei soggetti coinvolti.
Non tutte le biblioteche inserite nell'accordo contribuiranno in egual misura all'operazione: Stanford metterà a disposizione 2 milioni di testi, l'università del Michigan (dove studiò Larry Page, uno dei cofondatori del motore di ricerca) ben 7 milioni. Harvard sottoporrà agli scanner di Google solo 40 mila volumi, almeno fin quando non sarà accertato senza dubbio che la procedura di digitalizzazione non rischia di rovinare i libri più preziosi e fragili.
Entusiasti i primi commenti degli interessati: "Google sta facendo una cosa meravigliosa per la comunità accademica", ha affermato Peter Kosewski, direttore delle pubblicazione e della comunicazione ad Harvard. "Questo progetto", gli ha fatto eco John Wilkin, uno dei bibliotecari della Michigan, "dà accesso a una quantità di materiale in una maniera che nessuno di noi avrebbe mai creduto possibile". E Michael Keller, direttore della bibliteca di Stanford, profetizza: "Nello spazio di due decenni lo scibile umano sarà digitalizzato e accessibile per la lettura su Internet, così come adesso è accessibile gratuitamente nelle biblioteche".

L'ANALISI
Ma com'è utile Google Scholar
tanta scienza, poco rumore
di VITTORIO ZAMBARDINO

Uno all'inizio non ci crede. Nei suoi ultimi passi Google non era stato l'Oscar della simpatia: con il suo servizio desktop, prontamente seguito dagli altri concorrenti, aveva eletto a servizio web il Ficcanaso tecnologico. E quindi l'annuncio di Google Scholar
(http://scholar.google.com) è passato per qualche ora sotto silenzio da più parti. Ora però l'abbiamo provato. E' un servizio straordinario, anche se ancora in fase di collaudo, è una novità assoluta e inimitabile, soprattutto se reso sinergico usandolo con le altre capacità. Di ricerca del motore.
La nuova funzione permette di cercare parole-chiave dentro libri ed intere biblioteche, dentro paper di congressi di ricerche, dentro database scientifici. Tutto ciò che è conoscenza accademica, purchè sia stata messa su una pagina web.
Ho provato con tre parole: Eyetrack, Internet 2 e Serendipity. La prima si riferisce, per me (conta sempre questo: cosa significa per me la parola che inserisco, cosa sto realmente cercando), ad una ricerca condotta sugli utenti web cui è stato applicata una tecnologia che segue i movimenti degli occhi. Il rischio era che l'informazione non emergesse perché il termine si trova in molti studi di ottica e di tecnologia spaziale. L'ha "beccato" dopo appena cinque link, niente.
Se poi lancio la ricerca "normale" di Google sulla parola Eyetrack, in meno di un minuto ho una bibliografia perfetta per scriverci sopra un saggio.
Secondo tentativo. Internet 2: qui il rischio era la confusione, il rumore di fondo fra studi di diverso orientamento sulla rete di prossima generazione, la super-rete.. In effetti accade, ma se solo aggiungo alla parola cercata una specificazione, un secondo termine che restringe il campo, ecco apparire saggi accademici, tesi, paper presentati a convegni. Tempo richiesto: due minuti.
Terzo tentativo. Serendipity. Qui era una provocazione alla potenza tecnologica di Google. Perché su questo termine, che in inglese indica la capacità di trovare piacere in ciò che non si è cercato ma che si è comunque trovato era praticamente impossibile non inciampare in argomenti frivoli. Ebbene, nelle prime due schermate non vi è alcuna traccia di "rumore", il sistema ha indicato solo ricerche scientifiche - in biologia, in fisica - di alto livello.
Che dire? Con Scholar Google dà un contributo importante alla selezione dell'informazione, all'eliminazione del rumore, vale a dire alla soluzione del problema che da sempre affligge la ricerca libera sui motori. Banalizzando: è la tecnologia che si autocorregge. Seguendo invece la linea di sviluppo della società californiana, si nota il movimento che punta a creare l'ambiente dell'informazione, l'info-sistema, nel quale ho a mia disposizione ciò che gli essere umani hanno prodotto su ogni argomento. Bush, dalla tomba, sarà contento.
Che avete capito? Non il presidente, nessuno l'ha ancora ucciso, ma Vannevar Bush che su Atlantic Monthly del 1945 scrisse un saggio che è ritenuto la genesi teorica della rete. Si intitolava: How We May Think? Come possiamo pensare. Il ricercatore immaginava un complesso sistema di leve e cassetti, fatto per utilizzare quell'enorme ammasso di cooscenze scientifiche e tecnologiche che lo sforzo bellico aveva messo a disposizione degli Stati Uniti ma che non si poteva usare perché l'informazione affogava nella confusione, nel caos.
Bush capì che costruire quel sistema di ritrovamento dei dati, fondato sull'ipertesto, avrebbe cambiato la nostra testa, il nostro modo di pensare. Ma non riuscì a realizzare la sua macchina. Sessanta anni dopo, sta succedendo.

P.S. Non ricordavo il titolo esatto dell'articolo di Bush. L'ho cercato su Scholar, l'ho trovato in meno di un secondo.

Per commenti www. zetavu. it

Repubblica 15.12.04
Un accordo tra il motore di ricerca e cinque grandi strutture per "digitalizzare" milioni di libri

Repubblica 15.12.04
La superbiblioteca di Google "In rete il mito di Alessandria"

Negli scaffali virtuali i "tesori" di Harvard, Stanford, Oxford, della Michigan University e della Manhattan library
Brin e Page, fondatori del motore di ricerca, inseguono la leggenda dell´antica meraviglia della città egizia
di VITTORIO ZUCCONI

WASHINGTON - Sono stati necessari duemila anni, perchè questa fenice di carta risorgesse dall´incendio che consumò in essa le conoscenze del mondo, ed è rinata grazie a un topo di plastica. Il mito della biblioteca di Alessandria, voluta in Egitto dal conquistatore Macedone e forse distrutta da Giulio Cesare per soggiogare il regno sul Nilo, rinasce con «Google» attraverso quella Internet che mantiene finalmente la promessa di essere la memoria dell´umanità e non soltanto il grande suk di pornovideo, musica rubata, shopping di carabattole e diari della frustrazione privata.
La Google, turgida di miliardi dopo il colpo del suo ingresso trionfale in Borsa, investirà la propria tecnologia di ricerca on line e soprattutto centinaia di milioni propri per mettere a disposizione degli utenti le biblioteche delle massime università del mondo e sempre gratis. Il sogno di poter sfogliare da casa o dal luogo di lavoro i tesori contenuti a Harvard, a Oxford o alla New York Public Library si avvera e diviene praticabile, grazie al motore di ricerca creato dai due fondatori di Google e alle sempre più forti velocità dei collegamenti.
Calcolano gli archeologi polacchi ed egiziani che sostengono di avere finalmente trovato nel maggio di quest´anno le rovine della biblioteca di Alessandria, che nelle sue grandi e allora ineguagliate sale di lettura, cinquemila persone potessero consultare contemporaneamente le opere di Euclide sulla geometria e gli studi di Tolomeo sull´universo, magari sfiorando un Archimede intento a inventare la prima pompa moderna per acqua all´ombra del Pharos, il faro marittimo, una delle sette meraviglie del mondo. Cinquemila utenti erano molti, per quella prima «rete» di pietra e di papiro, e sono nulla di fronte agli 850 milioni di esseri umani che oggi, secondo le statistiche più aggiornate, hanno accesso a Internet nel mondo, dall´Europa (231 milioni) al Nord America (222 milioni), dall´Asia, con i suoi 257 milioni al Medio Oriente, dove soltanto 17 milioni di persone la possono usare, in una delle statistiche più deprimenti sull´arretratezza di quella regione.
A questo miliardo di persone, quante diventeranno nei prossimi due anni necessari per digitalizzare i primi scaffali, ora si apriranno le porte di Harvard, di Stanford, della Michigan University con la sua eccellente facoltà di giurisprudenza, di Oxford, della Biblioteca municipale di Manhattan e progressivamente di tutte le biblioteche e università del mondo che vorrano aggiungersi a queste che hanno firmato per prime l´accordo con il russo Sergej Brin e con l´americano Larry Page, i due co-fondatori di Google.
Già oggi, attraverso la banca dati pubblica della Libreria del Congresso di Washington, la più completa al mondo, o utilizzando l´eccellente sito commerciale di amazon. com, che fornisce estratti e recensioni di quasi tutti i volumi in vendita, chi vuole può annusare e assaggiare la produzione libraria nel mondo. Ma la promessa di Brin e Page, che si sono trovati circa un miliardo di dollari in tasca ciascuno quando il titolo della Google, offerto inizialmente a 85 dollari, ha superato i 200 prima di riassestarsi attorno ai 175, è di mettere a disposizione i testi completi di ogni libro pubblicato e conservato. Gratis.
E´ un´impresa colossale, degna dei miti e delle meraviglie millenarie ai quali i due si sono ispirati e che altri motori di ricerca inevitabilmente seguiranno, a cominciare da quella Microsoft che, forte del proprio quasi monopolio nei sistemi operativi Windows, fu già sopresa a dormire di fronte all´esplosione del fenomeno Internet e poi si è fatta distanziare da Yahoo e poi da Google negli indispensabili «motori di ricerca», senza i quali navigare nel «World Wide Web», nella rete mondiale, è come attraversare oceani senza carte e senza timone. Molte volte era stato promesso di spalancare gli scaffali delle biblioteche a tutti, ma la difficoltà di «digitalizzare», cioè di copiare in un formato utilizzabile via computer, miliardi di pagine stampate, e poi di sfogliarle con i limiti della tecnologia lenta di ieri, avevano riservato gli accessi a specialisti e ricercatori pazienti e decisi.
«Questo era uno dei nostri sogni fin da quando creammo l´algoritmo (la formula algebrica) che sta alla base di Google» spiegava ieri Page, l´americano fuoricorso all´Università di Stanford, vicina di casa della loro sede a Silicon Valley «e quando la gente ci rideva dietro, noi ci restavamo male». «La nostra missione - gli fa eco Brin, lo studente russo immigrato da Mosca - è sempre stata quella di offrire un accesso universale alla conoscenza accumulata dall´umanità e organizzare in maniera semplice, accessibile e intuitiva l´informazione globale». «Globale» è naturalmente una parola che non può mancare nella semantica del nostro tempo e se la missione di Brin e Page è sicuramente nobile e ambiziosa, quasi rinascimentale nel mecenatismo da nuovi ricchi che vogliono fare qualcosa di importante per l´umanità dopo avere accumulato fortune, i due non sono suore missionarie. Se davvero Google diverrà la nuova Biblioteca di Alessandria elettronica per il mondo, gli accessi al loro sito già oggi dominante si moltiplicheranno, rendendolo ancora più appetibile per chi già deve pagare per essere elencato e menzionato tra i risultati delle loro ricerche, perchè questo è il «business model», il meccanismo dei profitti della società.
Se a qualcuno riuscirà dunque l´impresa di catalogare e rendere accessibile a chiunque tutto ciò che è stato scritto e pubblicato nella storia umana, questo qualcuno è la Google, che promette di avere già 70 mila libri «on line» per la fine del prossimo aprile. Dovranno assumere migliaia di collaboratori, perchè buona parte del processo di «digitalizzazione» dei testi è fatto a mano e nella loro fatica, con gli almeno 270 milioni di dollari stanziati inizialmente da «Google» nascerà una nuova figura di «topo di biblioteca». Non più lo studioso occhialuto o il libraio diligente, ma il magico «mouse», il topolino di plastica che potrà fare di ogni cittadino del mondo uno studente di Oxford o di Harvard, nella nuova democrazia della conoscenza strappata ai templi esclusivi e inaccessibili del sapere.