lunedì 1 novembre 2004

assassini in famiglia

La Repubblica edizione di Torino 1.11.04
L'INTERVISTA
Bogetto: aggressività senza limiti
"Mostri in famiglia perché ammazzare non è più un tabù"

«Ormai più del cinquanta per cento dei delitti maturano in famiglia». Filippo Bogetto, 57 anni, professore ordinario di psichiatria all´Università di Torino: «Ci stiamo chiedendo il motivo di questo fenomeno nuovo e drammatico».
Che risposte vi date?
«Quando cade un tabù non è infrequente un seguito di imitazione. Si dice "capita", quindi è normale, quindi "è permesso". È il crollo dei freni inibitori».
Anche il movente dei delitti familiari è cambiato?
«No, i motivi restano sempre gli stessi: tradimenti, abbandoni, liti con le vecchie famiglie d´origine e questioni economiche. È il modo di comportarsi che è diverso».
Perché sono caduti i freni ?
«Perché è così in tutti i campi della nostra società. Manca qualsiasi inibizione comportamentale, quindi si passa più facilmente all´atto».
Uccidere un persona con cui si è vissuto può essere facile?
«Diciamo che adesso il comportamento delinquenziale è diventato un´opzione. Come quell´impiegato modello che non avendo più soldi si è messo a fare rapine».
La normalizzazione del male: ma perché particolarmente in famiglia?
«Sono cambiati i ruoli. Nulla è più acquisito. Oggi un padre torna a casa e non è più sicuro di niente. Per fortuna le donne sono più libere, meno disposte a sopportare, ma adattarsi ai cambiamenti è difficile. Ogni giorno bisogna ricostruirsi».
Chi diventa un assassino?
«Se si escludono i casi di patologie psichiatriche, che sono nettamente la minoranza, non c´è un segno distintivo. Se non la rabbia accumulata e la frustrazione. L'assassino non è un uomo che impazzisce improvvisamente. La violenza non è condotta dalla follia, è una caratteristica comune a tutti gli uomini. Il punto è come si gestisce l´aggressività».
(n.z.)

intervista ad Armando Cossutta

La Provincia 1.11.04
l'intervista
Armando Cossutta, presidente dei comunisti italiani «Gli errori dei Ds sui profughi istriani e i ragazzi di Salò. La mia verità sulla morte di Mussolini»
di Enrico Marletta

Onorevole Cossutta, perché lei non accetta il revisionismo dei Ds su Salò e l'autocritica sul dramma dei profughi istriani? Violante ha invitato alla comprensione ma i ragazzi di Salò restano dei banditi al servizio dello straniero che si sono distinti nel rastrellamento dei civili, spesso con una crudeltà superiore a quella degli stessi nazisti. Tutti i morti vanno rispettati ma guai a confondere chi è morto per un ideale di democrazia e chi per la sua negazione. Ma quella delle foibe è stata una vicenda orribile, per molti anni rimossa dalla sinistra... Lo dico una volta per tutte: la tragedia delle foibe è stata un'atrocità imperdonabile, esecranda. Ma, parlandone, trovo scorretto non analizzare ciò che l'ha preceduta. La popolazione slovena ha subìto una persecuzione da parte dei nazisti e dei fascisti. Migliaia furono le persone massacrate e deportate. Pochi giorni fa si è celebrato il cinquantesimo del ritorno di Trieste all'Italia. Poteva essere l'occasione per chiarire le ambiguità... Qui non c'è proprio niente da chiarire. La linea del Pci fu quella di sostenere, sempre, il ritorno di Trieste. Tutti dimenticano il ruolo di Togliatti: fu lui che si oppose al disegno di Dimitrov, allora segretario del Comintern, e quindi di Stalin, favorevole alla Jugoslavia. Trovo inoltre singolare che le critiche al Pci arrivino dalla destra. Fu la "repubblichina" di Salò a cedere l'intera Dalmazia ai tedeschi...
Lei è finito nel mirino della commissione Mitrokhin. Può chiarire la sua posizione?
Guardi, i finanziamenti dell'Urss al Pci e il mio ruolo in questa vicenda sono cosa nota dalla caduta del Muro. Sia chiaro, i sovietici hanno dato soldi a noi così come gli Usa hanno girato una montagna di dollari a Dc, Psdi, repubblicani e liberali. Quella era la logica del mondo diviso in due blocchi. Quanto all'accusa che una parte del denaro dell'Urss sia finito nelle mie tasche, posso solo dire che si tratta di un'insinuazione gratuita: ho citato il presidente della commissione (il giornalista Paolo Guzzanti, ndr) chiedendo un risarcimento di un milione di euro.
Si è detto che, in cambio dello sbianchettamento del dossier, lei avrebbe assicurato l'appoggio ai governi di centrosinistra...
Questa poi, solo una fantasia fervida può formulare una teoria del genere. Per non comparire nel dossier avrei mantenuto in vita tre governi? Suvvia, sono vent'anni che si sa di me, del Pci e dell'Urss. Nel suo libro «Una storia comunista» lei torna sulla fine di Mussolini. Cosa sa dell'uccisione del duce?
Ciò che so della fine di Mussolini l'ho appreso da Luigi Longo. A decidere di giustiziare il duce fu l'intero comando partigiano e, disse Longo, «guai se non lo avessimo fucilato perché dopo qualche anno ce lo saremmo trovato in Parlamento». Sparò Walter Audisio, il colonnello Valerio, e per quel gesto avrebbe meritato la medaglia d'oro.
Lei ricostruisce anche la telefonata tra Audisio e Longo. Cosa si dissero i due?
Audisio lamentava l'estrema difficoltà in cui si trovava a gestire la prigionia del duce. Sentiva le pressioni dei servizi, inglesi e americani. Bene, Longo fu perentorio e gli disse: «O lo uccidi tu o veniamo lì e fuciliamo te». La verità, io credo, sta tutta nel rapporto che mi consegnò Aldo Lampredi, commissario politico della brigata che aveva catturato Mussolini. Li mise nelle mie mani e io, in qualità di coordinatore della segreteria del Pci, lo chiusi nell'archivio di Botteghe oscure.

lo stile del pensiero cristiano...

articoli segnalati da Sergio Grom

Repubblica 1.11.04

IL CASO
Dalle Acli all'Opus Dei ai Focolarini, l'intervista di Pera vista dal mondo cattolico
Congiura, i movimenti si dividono "Discriminati? No, ma si deve reagire"
Bobba: Buttiglione vittima di un laicismo che ha nei francesi i più accaniti sostenitori
Il leader dei docenti cattolici: Rocco è stato trattato come gli ebrei con la stella gialla
di ORAZIO LA ROCCA

CITTÀ DEL VATICANO - C'è chi è disposto a porgere, evangelicamente, l´altra guancia; c'è chi si sente accerchiato e si dice pronto a reagire per difendere l'identità cristiana; c'è chi predica «calma e tolleranza» ed invita i cristiani a scongiurare «contrapposizioni pericolose col mondo laico»; ma c'è anche chi già parla di referendum sul Trattato per rilanciare le radici cristiane.
Il mondo cristiano e cattolico reagisce in ordine sparso al mancato inserimento di un riferimento alla cultura giudaico-cristiana nella nuova Carta Ue, tema che il papa ha sollevato decine di volte negli ultimi mesi - anche nell´Angelus di ieri - e che, a sorpresa, il presidente del Senato Marcello Pera ha ripreso, intervistato su Repubblica di ieri, parlando di «una Europa senza anima se privata delle radici cristiane» e di Buttiglione vittima di una congiura anti-cristiana. «In Europa c'é un laicismo intellettuale che si erge a nuova religione e che punta a cancellare ogni altra religione», lamenta Luigi Bobba, presidente delle Acli, la più grande associazione di lavoratori cristiani con circa 500 mila iscritti.
«Ma non si costruisce nessuna nuova Europa - avverte Bobba - cancellando le proprie radici a partire da quelle cristiane». Buttiglione, per Bobba , è stato «vittima di questo laicismo europeo che ha nei francesi i più accaniti sostenitori», ma anche «dell'euroscetticismo di questo governo che la cerimonia della firma organizzata a Roma non ha certamente attenuato, malgrado i discorsi e le apparenze». Che fare? Secondo Bobba «i cristiani devono reagire» e come prima scadenza «operativa» indica il referendum sul Trattato Ue «per dare la parola ai cittadini e rilanciare il tema delle radici cristiane».
L'Opus Dei, di fronte alle difficoltà europee dei cattolici, predica invece «pace e serenità perché siamo coscienti che il cristianemismo, come insegna il nostro fondatore Escrivà, si diffonde senza fanatismi e sapendo comprendere», spiega l'ingegnere Giuseppe Corigliano, portavoce dell´Opera, che aggiunge: «Le persone devono ritrovare Dio nel loro intimo, spontaneamente, senza fronti contrapposti e attraverso il dialogo». Posizione quasi in linea con i Focolarini, altra «potenza» cattolica - oltre 400 mila iscritti in Italia - fortemente impegnata nell'ecumenismo e sulla famiglia. «Siamo d'accordo col Papa - puntualizza la focolarina Carla Cotignoli, - e siamo impegnati da tempo a portare i fermenti evangelici nelle istituzioni europee e nei vari ambienti socio-politici del vecchio continente impegnati nella costruzione della Nuova Europa e, anche per questo, i Focolarini giudicano la firma del Trattato Ue un fatto storico». Come pure Edoardo Costantini, portavoce del Forum del Terzo settore, organismo che raccoglie associazioni e sigle del volontariato laico e cattolico, che però non sembra disposto ad indire nuove crociate per difendere sulla Carta le radici cristiane. «Purtroppo la citazione non c'è stata e ci dispiace, ma - avverte Costantini - i cristiani è bene che si rimbocchino le maniche e si diano da fare, senza contrapposizioni».
«Non esiste nessuna congiura anticristiana in Europa», giura a sua volta l´ex presidente dell´Azione Cattolica e senatore della Margherita, Alberto Monticone, secondo il quale «il vero male è la secolarizzazione che sta prendendo sempre più piede nel nostro continente». Ma per Alberto Giannino, presidente dei Docenti Cattolici, non è così: «Buttiglione è stato trattato - sostiene Giannino senza paura di esagerare - come gli ebrei nei campi di sterminio che erano costretti ad indossare la stella gialla cucita sulle loro giacche».

Repubblica 1.11.04
Reportage di "Newsweek" sulla convergenza d'interessi delle due religioni di fronte al laicismo nei Paesi europei

Quando Vaticano e islamici diventano alleati
"L´articolo 52 più importante del mancato riferimento a Dio nella Carta"

«Per l'Europa, lo scontro di civiltà non è tanto fra "Islam" e "Occidente", ma fra religiosità aggressiva e laicismo militante. Con il crollo del comunismo, i conservatori religiosi d'Europa, cattolici o musulmani, ora vedono il laicismo come il loro nemico principale». È la tesi-chiave di un reportage sull'edizione europea di Newsweek, firmato da Carla Power, che prende le mosse dal caso Buttiglione ma amplia lo sguardo alla sfida politico-culturale di cui esso è stata la spia. «I bigotti d'Europa sono al contrattacco - scrive il settimanale americano - . In prima fila c'è la Chiesa cattolica che, se un tempo evitava di sporcarsi le mani con i politicanti di Bruxelles, oggi fa azione di lobbying per ottenere più diritti formali nelle istituzioni europee». A questo proposito viene ricordato che nella Costituzione europea «è stato introdotto un articolo, il 52, che consente alle Chiese un "dialogo aperto, trasparente e regolare" con la Ue». Una disposizione che, secondo alcuni, «conferisce alla Chiesa un'indebita influenza sulla legislazione europea». E che, osserva Newsweek, è forse una vittoria più importante del mancato riconoscimento delle radici cristiane che hanno monopolizzato il dibattito pubblico.
A sostegno della tesi che è in atto una convergenza tra credenti di confessioni "rivali" in nome della religione e contro il laicismo, il reportage cita poi due episodi. Uno: dopo la legge francese anti-velo per le ragazze musulmane a scuola, l'arcivescovo di Parigi si è schierato con gli islamici. Due: quando in Gran Bretagna i musulmani hanno fatto pressione per inserire una categoria relativa alla fede religiosa nel censimento 2001, un numero «sorprendentemente alto» di britannici si è dichiarato cristiano. Newsweek affida a Jean-Paul Willaime, professore della Sorbona e autore di Europee et réligions, l´interpretazione di questi apparenti paradossi: «L'Islam ha ridato linfa alla presenza pubblica delle Chiese cristiane».

Repubblica 1.11.04
IL CASO

Ortodossi greci con Rocco "Giusto parlare di peccato"

ATENE - La Chiesa greco-ortodossa loda Rocco Buttiglione. «Poiché lui è un buon cristiano, ha detto quello che tutti i cristiani direbbero» ha detto infatti il capo della chiesa greco-ortodossa Christodoulos in un sermone tenuto ieri ad Atene. «Buttiglione ha affermato che essere omosessuali è un peccato davanti a Dio e non un crimine». «Guardate - ha aggiunto l'alto prelato - la miseria dell'umanità d'oggi, che cerca di dissimulare un chiaro peccato. Ciò accade perché questi vogliono che tutti accettino la loro debolezza come una condizione normale».

Repubblica 1.11.04
LA POLEMICA

Quei liberali ora cristiani
di GIULIANO AMATO

Da anni appartengo alla schiera dei laici che dialogano con i credenti sulla fede; sulla fede religiosa e - come dice il capofila della schiera, Arrigo Levi - sulla fede dei laici e su ciò che rende le due fedi insieme simili e diverse. Lo faccio nella convinzione che ci sia nella fede religiosa una marcia in più nel portare ciascuno verso il riconoscimento dell'altro, verso scelte di vita non egoiste, non edoniste e attente perciò alle ragioni proprie, ma anche e non meno al profondo valore della solidarietà; tutti ingredienti essenziali a mantenere solido il tessuto della convivenza in società segnate, per più ragioni, da propensioni che portano, all'opposto, a chiudersi in sé, a negare gli altri o più spesso a non accorgersene, a diffidare delle diversità più che a vedervi le tracce della nostra stessa umanità.
Perché la fede religiosa ha una marcia in più? Perché la fede dei laici porta nelle stesse direzioni sulla base della ragione, quella dei credenti sulla base dell´amore. E l'amore (a cui non si arriva attraverso la ragione) è una leva molto più forte e molto più mobilitante.
Su questo il cardinale Ruini mi invitò a parlare quattro anni fa nella basilica romana di San Giovanni in una serie di letture sull'inizio del nuovo millennio. E per questo durante i successivi lavori della Convenzione sul futuro dell'Europa mi sono impegnato, più ancora di tanti credenti, perché la Costituzione europea garantisse lo status che le religioni hanno nei nostri ordinamenti nazionali, riconoscesse il loro speciale contributo nel dialogo fra la società e le istituzioni e includesse come primo fra i valori dell'Unione quella dignità umana, che è il legato più inequivocabile e trasparente delle radici giudaico-cristiane della nostra civiltà. E nella Costituzione appena firmata tutto questo c'è.
Lo so, non c'è, nel preambolo, la menzione esplicita delle radici cristiane. E tuttavia, tenendo conto dei non marginali contenuti che ho appena ricordato, mi è sempre parso evidente che una tale mancanza non solo non esprimesse il disprezzo dei costituenti per la religione, ma in fondo non fosse neppure essenziale. Se non per un dubbio che avevo e che mi nasceva dalla seguente riflessione. Se è vero che l'Europa ha bisogno delle religioni, non solo per rinvigorire il tessuto morale delle sue società, ma in primo luogo per far sì che esso sia appunto un tessuto e quindi che le sue tante diversità si parlino, si riconoscano reciprocamente e quindi si accettino in valori e sentimenti comuni, allora ne derivano per le stesse religioni un ruolo e una responsabilità in relazione ai quali già oggi la cristianità ha saputo assumere una posizione di avanguardia.
È la cristianità che ha impostato e avviato il dialogo fra le religioni, è essa che ha invitato a considerare le verità di ciascuna non come dogmi inconciliabili, ma come matrici di testimonianze di vita all´insegna del fondamentale principio che le accomuna (tutti gli esseri umani sono figli dello stesso Dio). Ed è stato il Papa dei cattolici, in uno dei momenti più alti del suo pontificato, a chiedere perdono a Gerusalemme per le negazioni di quel principio commesse dalla sua Chiesa in passato. Se è così, allora menzionare le radici cristiane poteva sottolineare questo ruolo della cristianità come alimento spirituale di un'Europa non esclusiva, ma inclusiva all´insegna del dialogo e della comprensione reciproca, sempre nel nome della dignità umana e della sua affermazione.
Vedo ora che fra i critici più aspri della non menzione delle radici cristiane vi sono non solo dei cattolici, ma dei liberali (che tali sono ritenuti e tali comunque si definiscono), i quali teorizzano la necessità di costruire su radici e valori della cristianità i contrafforti e le barriere che permettano a un'Europa altrimenti flaccida e inerte di vincere la guerra contro il terrorismo islamico. Non posso essere d'accordo e mi auguro che i tanti cattolici che la pensano come me dicano con chiarezza che neppure loro lo sono.
Intendiamoci, e qui per evitare ogni equivoco mi ripeto: se a quelle radici e a quei valori pensiamo per frenare la spinta, che c'è fra di noi, ai diritti senza limiti, alla libertà senza responsabilità, ai rapporti interpersonali costruiti sulla sola convenienza e non sull'etica, sono il primo a riconoscerne l'importanza e a ravvisarvi anzi una risorsa essenziale per la tenuta stessa delle società del nostro tempo. Ma nei confronti del mondo islamico questo a che cosa può servire? Non per asserragliarci nella guerra contro la sua derivata fondamentalista, ma caso mai per rendere possibile un dialogo che è oggi reso impossibile dalla diffidenza nei nostri confronti di tanti islamici, e non certo fondamentalisti, per i quali "l'immoralità" dell´Occidente è una ragione sufficiente a legittimare separatezze e chiusure. So bene che tale diffidenza è anche nutrita da oscurantismi ed anti-modernismi. Ma so altrettanto bene che un fondamento essa lo trova in tare effettive delle nostre società. Eliminarle o ridurle, perciò, serve bensì alla guerra al terrorismo fondamentalista, ma solo nel senso che si priva così di ragione l'argomento che esso amplifica della natura edonista e quindi "demoniaca" delle nostre società e si crea conseguentemente un ponte che facilita il riconoscimento reciproco fra la nostra cultura e quella del mondo islamico in cui esso vuole far presa. Non serve, invece, se punta alla definizione dei confini di un territorio spirituale che è nostro, e solo nostro, e delle cui risorse ci avvaliamo per combattere e per escludere chi non è partecipe della nostra identità, l´identità dell´Occidente. Un'identità occidentale che sventola le bandiere della sua religione non combatte il terrorismo islamista, combatte inevitabilmente l'Islam. Dà così alla stessa religione un connotato opposto a quello che la cristianità ha inteso assumere e non giova né all'Europa né alla pace e alla sicurezza del mondo.
È sorprendente trovarsi in disaccordo, su tutto questo, con esponenti della cultura liberale, mentre non sorprende che si possa additare alle loro coscienze quanto ha scritto da ultimo il cardinale Ratzinger, allorché ha negato che si possa identificare «l'assolutezza di Dio con una comunità particolare o con certe sue aree di interesse» giacché ciò «distrugge il diritto e la morale.. e la differenza fra il bene e il male svanisce». Il che vale per l'Islam, ma vale parimenti per ogni altra religione. C'è invece sintonia tra questa impostazione e il futuro che auspica un vero liberale, Borislav Geremek, quando scrive che «il valore aggiunto che l'Europa potrà offrire alla politica internazionale sarà il suo essere non una comunità religiosa, ma una comunità pluralista nella quale diverse religioni vivono insieme».
È questo che può dare un colpo davvero mortale al fondamentalismo. Ed è solo questo che mantiene alla fede religiosa la sua marcia in più, l´amore da cui nasce e che la tiene in vita.

sinistra
domani, martedì

domani su Liberazione
Rina Gagliardi
Bertinotti, Asor, Ingrao: dove va la sinistra?

domenica 31 ottobre 2004

la registrazione
di Fahrenheit del 26.10 sul tema
«la psicoanalisi serve ancora?»

con Umberto GALIMBERTI
Manuela FRAIRE e Giovanni STARACE


Annalina Ferrante fa sapere che
chi non avesse potuto ascoltare la trasmissione di Fahrenheit, andata in onda martedì mattina su RadioTre, in diretta potrà farlo ancora collegandosi all'Archivio dove essa è rimasta registrata
al seguente indirizzo (basta cliccarci sopra):

http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/mostra_evento.cfm?Q_EV_ID=108954
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la trasmissione di Radio3scienza del 25.10 sull'omosessualità
citata al Lunedì

può essere ascoltata collegandosi al sito dell'Archivio della trasmissione
cliccando sul seguente link:

http://www.radio.rai.it/radio3/terzo_anello/scienza/mostra_evento.cfm?Q_EV_ID=108731&Q_PROG_ID=344

La gaia natura - Radio3scienza 25.10.04

«Gli ospiti:
Carlo Bernardini, fisico dell'università La Sapienza di Roma e direttore della rivista Sapere,
Alessandro Cellerino, ricercatore del dipartimento di neurofisiologia del Cnr di Pisa,
Francesca Corna, psicologa dell'università di Padova,
Maurizio Macchiarulo, docente di fisica al liceo scientifico "Renato Donatelli" di Terni, e i suoi studenti Chiara e Stefano,
Carlo Alberto Redi, docente di biologia dello sviluppo all'università di Pavia.»

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le polemiche
sul test britannico per la misurazione dell'intelligenza dei neonati

La Stampa 31.10.04
POLEMICA IN INGHILTERRA
Test d’intelligenza per i neonati
Ma il quiz dello psicologo spaventa i genitori
di Maria Chiara Bonazzi

LONDRA. Un gruppo di studiosi ha messo a punto un test per permettere ai genitori di determinare se il loro bebé abbia un'intelligenza più o meno sviluppata rispetto alla media. Secondo gli inventori, si tratta di un metodo divertente per valutare l'agilità mentale dei figli.
Immediatamente però sono scattate le critiche: altri psicologi protestano che cominciare a dare le pagelle agli infanti è una sventura. Di sicuro le dieci domande del questionario hanno già messo in ansia alcune povere mamme inglesi, portate a ravvisare nel punteggio i presunti segni particolari del genio in erba o viceversa la temuta riprova che il loro bambino è un po' più lento degli altri.
Il «Baby Development Test», ovvero test di sviluppo dell'infante, commissionato a Dorothy Einon, una psicologa del University College di Londra, dall'azienda di giocattoli Fisher-Price, è un quiz destinato ai bambini di età compresa tra sei mesi e un anno, basato sulla comprensione elementare del linguaggio, la consapevolezza di giocattoli e oggetti e l'interazione con essi. Ogni domanda ha tre possibili risposte, una delle quali dovrebbe avvicinarsi di più al comportamento del bambino.
Stando a quanto dicono gli studiosi del Social Issues Research Centre di Oxford, il 75% dei genitori è in grado di riconoscere le tappe dello sviluppo fisico del bambino, ma è desideroso di valutare meglio se il piccolo abbia raggiunto un grado normale di sviluppo intellettuale per la sua età.
Il test valuta le reazioni del bambino quando mangia o lascia cadere un orsacchiotto per terra, se gli piaccia ascoltare le filastrocche o trastullarsi con un telefono giocattolo. Per esempio: il bambino tratta il telefono come un altro giocattolo qualunque o come un telefono vero? Se fa finta che sia un telefono vero, cioé lo avvicina all'orecchio e spinge i tasti, il suo sviluppo è ritenuto più avanzato rispetto alla media.
La dottoressa Einon consiglia tuttavia ai genitori di non preoccuparsi se il progresso intellettuale dei loro figli sembra essere un po' più lento: «Non tutti i bambini si sviluppano allo stesso modo. Può darsi che i bambini che cominciano a gattonare e camminare tardi abbiano un punteggio più basso, ma la maggior parte dei bambini recupera in fretta non appena impara a muoversi. Sappiamo che il primo anno di vita non serve granché a pronosticare come saranno i bambini da grandi. La maggior parte di loro si rimetterà in pari». L'autrice del test aggiunge tuttavia: «La maggior parte dei genitori vogliono sapere come stimolare meglio i loro bambini. Ai nostri giorni è più importante andare bene a scuola».
Ma nella comunità scientifica si levano già le voci di chi obietta che il test rischia di seminare inutilmente il panico tra i genitori i cui figli non raggiungono il massimo del punteggio. La dottoressa Emma Hewson, psicologa dell'infanzia, ha definito il test «discutibile dal punto di vista scientifico ed etico». «I bambini si sviluppano a velocità diverse, che non sono necessariamente utili a predire il loro quoziente intellettivo futuro. Mi preoccupa che questo test possa incoraggiare la gente a etichettare i bambini, il che è assurdo a un'età così tenera, e possa provocare inutili ansie fra i genitori» sostiene.
Anche il professor David Adey, docente di psicologia cognitiva al King's College di Londra, ha detto al «Daily Telegraph»: «Esiste il pericolo reale che i genitori cadano in preda al panico se il loro bambino non raggiunge il massimo dei voti».

il potere delle immagini

Corriere della Sera 31.10.04
Paradossi: ma la Legge di Mosè condanna le immagini
di RÉGIS DEBRAY

Anticipiamo un brano della introduzione di Régis Debray a «La Bibbia nei capolavori della pittura» (Piemme) in libreria da martedì.

La Bibbia è protagonista di un affascinante paradosso: il Libro che proibisce le immagini si è trasformato in uno scrigno di immagini, è diventato il grande archivio dell’occhio occidentale. E proprio il racconto che ci ha consegnato il divieto di fabbricare e adorare idoli pena la morte - pensiamo alla spietata punizione riservata da Mosé agli adoratori del vitello d’oro - è una delle immagini bibliche più indelebili conservate nella memoria collettiva.
Su questo tema, il Corano è molto meno severo della Bibbia, tant’è che l’iconoclastia islamica si basa piuttosto su alcuni hadith, ovvero su parole del Profeta e su tradizioni trasmesse oralmente, che non fanno parte del Corano. Nell’Antico Testamento, invece, la fobia ossessiva nei confronti delle immagini nasce da Dio stesso. Ed è categorica, è una legge impressa da Dio su tavole di pietra in caratteri di fuoco.
A questo punto ci chiediamo: noi che ci concediamo il piacere di vedere ciò che dovremmo soltanto leggere, siamo forse tornati ad essere politeisti, animisti o stregoni? Passi la nostra caduta nell’idolatria, ma trascinare con sé anche il più iconoclasta dei testi sacri...
Per gli «inventori» del primo Dio privo di un’immagine, il rifiuto del simulacro fu il punto di partenza per affermare il mistero divino. Il punto d’arrivo è, oggi, la più grande pinacoteca del mondo. Questa metamorfosi sbalorditiva merita una riflessione. Si tratta di un indebito mutamento di rotta o di un’eccezionale ricompensa postuma che rende giustizia all’arte figurativa?
Eppure i profeti ci avevano avvertito: l’immagine ha la capacità di stregarci! Ha potere sulle cose e sugli spiriti. L’immagine appartiene alla sfera della magia, agli spiriti della notte, possiede un fascino femminino malefico. La magia è la manipolazione dei poteri dell’occulto attraverso strumenti e meccanismi materiali. La religione, invece, non vuole costringere l’uomo dentro la sfera materiale, ma permettergli di entrare in relazione con la (o le) divinità attraverso la preghiera, in un rapporto vivo e personale che, in linea di principio, dovrebbe fare a meno di oggetti concreti inerti, come lo sono un’immagine dipinta o scolpita.
Il monoteismo vorrebbe essere un «esercizio di lettura», al riparo dal benché minimo sospetto di idolatria; per questo respinge ogni immagine che pretenda di possedere una somiglianza con il divino e di sostituirsi con il simbolo verbale. E l’idolo non è soltanto l’immagine di un falso dio, ma anche la falsa immagine del vero: infatti, la verità del Dio infinito è incommensurabile e non si può esprimere attraverso i limitati mezzi materiali offerti dal basso mondo in cui siamo immersi. L’Invisibile è «leggibile», ma non «raffigurabile». Potenza della Parola, impotenza delle raffigurazioni. «Non avrai altri dei oltre a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo nè di quanto è quaggiù sulla terra, nè di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai» (Esodo 20, 3-5). L’immagine è troppo piccola, e Dio troppo grande. Le immagini pesano molto, e l’uomo che ha un solo Dio vuole essere un viaggiatore senza bagaglio. L’ebreo errante, il viandante che mai riposa, l’homo viator - per la sua condizione di pellegrino su questa terra - è l’uomo del Libro. Egli non può né vuole caricarsi di altari, statue o effigi, pesanti fardelli che frenano la sua marcia verso il destino.
La Bibbia, tuttavia, è stata più forte di Dio. Ha fatto prevalere sui divieti una storia, o mille storie, che rimandano l’una all’altra e che si susseguono in fila indiana. L’Eterno enuncia i comandamenti, fissa gli obiettivi e ci ricorda freddamente i nostri doveri. Il suo ruolo è quello di intimidire. E’ un Capo. Sempre in piena forma. Il suo popolo invece fa registrare alti e bassi incredibili, passa continuamente dal vuoto di fede allo stato di grazia. La storia del popolo d’Israele è fatta di improvvisi e improbabili colpi di scena. Episodi che commuovono, angosciano, catturano l’attenzione. L’Eterno può, e certamente deve, fare a meno di immagini (Deus pingi non potest), ma laddove si racconta una storia, non si può impedire all’immaginazione di mettersi in moto, abbinando un volto a ogni nome e colorando la scena. Un Dio senza volto è sempre un po’ disumano, e non a casa le religioni che fanno capo ad Abramo e che separano il divino dal creato non sono certo le più tenere nè le più indulgenti nei confronti del peccatore, dell’apostata o dell’infedele. Fortunatamente, tra Lui e noi, c’è la Bibbia, che ci presenta un Dio più umano vicino, in attesa che il Figlio e il Vangelo rendano poi ancora più dolce e quasi materna questa «umanità» del Divino. Dio non ha nomi, nell’Antico Testamento è indicato da un tetragramma, talvolta soltanto da una pudica iniziale (l’enciclopedia dell’ebraismo si limita a una «D»). E non ha neppure forme, tant’è che quando appare prende le sembianze di un roveto ardente, ovvero un fuoco senza contorni ben definiti. All’inizio, violare il comandamento di non produrre immagini era grave quanto commettere un incesto o un omicidio. Esiste perfino un trattato contenuto nel Talmud, l’Avodah zarah, che impedisce a un ebreo di concludere un affare con un pagano idolatra nel giorno che precede una festa, per paura che quest’ultimo offra in sacrificio al suo idolo ciò che ha guadagnato. Ciononostante, gli Ebrei adorarono il vitello d’oro ed eressero altari a Baal e ad Astarte e posero anche due cherubini scolpiti sull’arca dell’Alleanza.
D’altra parte, viene da domandarsi: il divieto sarebbe stato formulato con tanta forza e consegnato a Mosé su tavole di pietra, e poi scandito e ripetuto da tanti profeti, se la rinuncia all’idolatria fosse stata tanto semplice?

sesso e filosofia...

Corriere della Sera 31.10.04
SAGGI
Lezioni di sesso con i grandi pensatori
Il filosofo? E’ in camera da letto
di Giulia Ziino


PIETRO EMANUELE Filosofi a luci rosse
Editore Salani Pagine 206 €12,50


Il sesso? Prendiamolo con filosofia. Da Platone a Robert Nozick, da Sant’Agostino ad Antonin Artaud, il viaggio di Pietro Emanuele nella storia del pensiero occidentale comincia in camera da letto. Risultato, una serie di ritratti inediti, prevedibili alcuni (Joyce, Casanova, de Sade), altri curiosi e gustosi: Alcibiade che corre dietro alla tunica di Socrate, Diogene che si masturba sulla piazza del mercato, lo scolaro Rousseau turbato dalle sculacciate dell’istitutrice ginevrina. Il tutto in un turbine di citazioni, amanti (maschi e femmine) più o meno soddisfatti, ameni scenari campestri e maleodoranti bordelli in cui i grandi pensatori universali si dibattono tra teoria e pratica dell'ars amatoria. Non sempre dimostrandosi all’altezza: «Lascia le donne e studia la matematica» dirà a Rousseau l’impietosa Giulietta, prostituta veneziana, Montaigne invece, sentendo approssimarsi la vecchiaia, consiglia a quelli che, come lui, hanno da poco oltrepassato la quarantina di «rivolgere l’assalto» a qualche fanciulla «molle, stupida e ignorante», per evitare la vista di due begli occhi «delusi da fiacchezza e incapacità».

logica, «Da Euclide a Gödel»

La Stampa TuttoLibri, sabato 30.10.04
Da Euclide a Gödel, non c’è
matematica senza la logica
di Federico Peiretti

GLI studenti non sanno la matematica. E' il risultato di una recente indagine ministeriale dai risultati sconfortanti. Se la matematica che gli studenti ritrovano in classe è soltanto una giaculatoria di formulette e i libri sui quali studiano hanno il fascino del libretto di istruzioni di una lavapiatti, è però difficile suscitare il loro interesse. Nella scuola sovente entra soltanto una matematica di calcolo, con esercizi tutti uguali, noiosi e ripetitivi, non entra invece il ragionamento. La logica, quintessenza del ragionamento matematico, viene tenuta fuori dalla porta, a tutti i livelli, dalle elementari all'università, e questo provoca un'ignoranza matematica diffusa non soltanto fra gli studenti.
Il recupero di questa cultura potrebbe essere favorito proprio dallo studio della logica. E non si può dire che sia un argomento difficile, come dimostra Gabriele Lolli, docente di Logica Matematica all'Università di Torino, nel suo nuovo libro, Da Euclide a Gödel.
Lolli evidenzia il grande progresso che si è avuto nella definizione della natura della matematica grazie all'opera di Gödel. I suoi teoremi di incompletezza, «tra i risultati più notevoli - e chiacchierati - del ventesimo secolo, in compagnia della relatività, della meccanica quantistica e del Dna», sono il punto centrale del libro. Per presentarli in modo accessibile a chi matematico non è di professione, Lolli risale all'origine dei problemi sui fondamenti della matematica, partendo dagli antichi greci, che furono i primi a introdurre il ragionamento matematico, esposto da Euclide nei suoi Elementi, più di duemila anni fa, con un modello che è stato poi adottato da tutte le discipline scientifiche. «Solo nella matematica però il modello si presenta allo stato puro - osserva Lolli - senza la necessità di inserire contributi e puntelli della ricerca sperimentale o di altre influenze; il legame tra assiomi e teoremi nella matematica è puramente logico».
Questo è per Lolli il punto di partenza di un'indagine colta e appassionata, in difesa della logica, per evidenziare il ruolo fondamentale che ha avuto lungo tutta la storia della matematica, tanto più da quando, nella seconda metà dell'Ottocento, si sono scoperte nuove algebre, con operazioni analoghe, ma non coincidenti con quelle numeriche, in grado di analizzare il nostro linguaggio, anche al fine di una sua traduzione al computer.
«Lo studio della logica potrebbe iniziare - afferma Lolli - già con la prima algebra; consiste infatti nel considerare che le formule non sono solo un flatus vocis che nel flusso del discorso esprimono fatti arcani, ma sono oggetti concreti che si manipolano e devono essere pensati loro stessi come oggetti matematici». Lolli accusa i matematici di voler rimuovere i teoremi di Gödel dandone una interpretazione negativa, considerandoli semplicemente il sigillo di un sogno impossibile di matematica assoluta, quella, ad esempio, di Newton che credeva nell'esistenza di un Dio matematico. Ed è tutta la nuova logica matematica a venire rinnegata, secondo un ostracismo di comodo che porta quello che Lolli chiama il «matematico operaio» a ignorare questi problemi, per evitare di mettere in discussione il suo lavoro. Per salvarsi, questo matematico operaio afferma che la logica moderna non riguarda la matematica, ma soltanto la filosofia, «anzi - dice Lolli - la ritiene una macchia sulla professione, perché avrebbe coinvolto la matematica in un'attività impropria».
In questo modo si tenta di giustificare il fatto che non viene né studiata né insegnata. Non si può quindi accusare soltanto gli studenti di non studiare la matematica, ma sono sotto accusa anche gli insegnanti e chi dovrebbe insegnare agli insegnanti che cosa e come insegnare, l'università, prima responsabile di questo disamore per la matematica.

il congresso di Rifondazione

il manifesto 30.10.04
Rifondazione: congresso per mozioni a marzo

La convocazione ufficiale sarà fatta dal comitato politico che si riunisce oggi e domani
Si svolgerà nella prima settimana del prossimo marzo, a Rimini, il congresso di Rifondazione comunista. La convocazione ufficiale sarà fatta questo finesettimana dal comitato politico nazionale del partito. Una riunione che sancirà la decisione di Fausto Bertinotti di portare in chiaro tutte le differenziazioni politiche interne, respingendo cioè l'ipotesi di un congresso per tesi emendabili - sostenuta dall'area dell'Ernesto attualmente determinante per la maggioranza - in favore di un congresso per mozioni. Oltre al documento del segretario se ne prevedono dunque altri tre. La minoranza di Progetto comunista, guidata da Marco Ferrando, ribadirà anche in questa occasione, come già in passato, il proprio impianto alternativo a quello della segreteria. Anche l'area Erre, guidata da Salvatore Cannavò e che allo scorso congresso si trovò a convenire con la proposta politica del segretario, sarà in campo con un documento alternativo. E' stata infatti verificata l'impossibilità di una convergenza tre le due componenti della sinistra. Infine dovrebbe esserci la mozione dell'area prevalentemente ex cossuttiana dell'Ernesto, capeggiata da Caludio Gassi e che finora ha fatto parte della maggioranza che ha tenuto in sella la segreteria di Bertinotti.

Il leader di Rifondazione è però pronto alla sfida per rendersi autonomo alla guida del partito. Una battaglia che rischia di incontrare ostacoli soprattutto da sinistra, viste le crepe che si sono create nei rapporti con i movimenti: una parte dei quali già a suo tempo non ha condiviso la radicalizzazione del ragionamento bertinottiano sulla nonviolenza e il mutamento stesso del ruolo di Rifondazione nel corso degli ultimi mesi (complice anche il caso di Nunzio D'Erme lasciato fuori dall'europarlamento nonostante il successo di consensi) con la scelta strategica verso l'alleanza con Romano Prodi. Rispetto a questa riaffermazione di autonomia da parte del Prc, non è un mistero l'orientamento verso l'area dei Verdi avviato già da tempo da parte di alcuni settori di movimento. Mentre la stessa mozione unitaria delle opposizioni sul ritiro dall'Iraq è stata giudicata per il suo impianto un «passo indietro» dalle minoranze di sinistra interne e da settori esterni. Proprio a questo proposito Bertinotti firma su Liberazione di oggi un editoriale con l'evidente intento di distendere il rapporto con i movimenti e spiegare le scelte verso cui orienta il partito: «Insieme all'impegno diretto e unitario nel movimento, ci proponiamo di costruire un progetto politico», scrive il segretario argomentando la scelta dell'alleanza prodiana e il tentativo di far vivere al suo interno le ragioni della sinistra di alternativa.

Diversa la posizione dell'Ernesto, da sempre favorevole al recupero di un rapporto organico con il centrosinistra, ma che contemporaneamente ritiene necessario porre precise discriminanti programmatiche. Un meccanismo che invece Bertinotti mette in discussione, ritenendo infruttuosa una negoziazione per punti del programma dell'alleanza alla quale preferisce una discussione complessiva. Anche per questo l'area del segretario respinge l'idea di un congresso per tesi, che consenta cioè di qualificare la maggioranza anche attraverso precisi emendamenti a un testo unitario, e si prepara a una dialettica su posizioni non mediabili.

sabato 30 ottobre 2004

arte
una stupenda immagine femminile dall'Egitto tolemaico

Repubblica 30.10.04
IL CAPOLAVORO RITROVATO IN INGHILTERRA È ORA IN MOSTRA A CAMBRIDGE
LA COPIA DELL´800 È UNA DEA EGIZIA DI ETÀ ADRIANA
di PICO FLORIDI

E´ stata ritrovata in Inghilterra la statua di una regina egiziana, capolavoro proveniente dalla Villa Adriana a Tivoli. La scultura era stata venduta da Christie's nell'asta degli arredi di Harrington Hall come una copia ottocentesca e acquistata dai fratelli Tomasso, antiquari di Leeds per 7000 sterline, una cifra sette volte superiore a quella stimata in catalogo. Il riconoscimento dell'opera è stato possibile grazie a Sally-Ann Ashton, esperta di antichità classiche e vice curatrice del Fitzwilliam Museum di Cambridge dove il pezzo è esposto nella mostra Roman Egyptomania. Alta 82 centimetri, la statua di basalto verde è la copia di un originale di età adriana contemporaneo o di poco precedente dei Musei Vaticani che è a sua volta la replica di una scultura tolemaica del 275 a.C. La scultura rappresenta con tutta probabilità il ritratto di Arsinoe II, moglie e sorella di Tolomeo II e il suo valore è inestimabile.
L´identificazione del capolavoro racconta un´altra storia, altrettanto affascinante, che ci riporta al Settecento e a una villa nei dintorni di Padova. Era ad Altichiero, di proprietà del Senatore Querini, che viveva Giustiniana Wynne, moglie dell´Ambasciatore austriaco a Venezia, amica ed amante di Giacomo Casanova, la cui storia è stata raccontata da Andrea Robilant in Un amore veneziano. Nella villa erano conservate molte antichità egiziane, alcune delle quali monumentali, e perfino, pare, le ceneri di Scipione l´Africano. Ed è stato leggendo le memorie di Giustiniana Wynne, che la Ashton ha risolto il rebus della provenienza dell´antica dea. Nel volume datato 1787 e intitolato Alticchiero è infatti descritta la statua acquistata dai fratelli Tomasso, con tanto di dimensioni. La Wynne l´aveva semplicemente acquistata a Tivoli, a Villa Adriana e l´aveva portata nel giardino veneto. I fratelli Tomasso, i primi a riconoscere il valore della scultura, conserveranno la statua nella loro collezione d´arte. Il pubblico la può ammirare fino al prossimo 8 maggio nella mostra di Cambridge.

perdibile, apre altre due pagine intere sul medesimo tema...
il prof. Umberto Galimberti

Repubblica SABATO, 30 OTTOBRE 2004
Pagina 37 - Cultura
GAY
Se l'amore è messo all'indice

storia di diritti e discriminazioni
Eros e interdetti una storia fra politica e cultura
Una parola messa sotto accusa e tornata d'attualità
UMBERTO GALIMBERTI

[...]

venerdì 29 ottobre 2004

psicologia britannica
senza parole...

Virgilio Notizie 29/10/2004 - 17:50
Un test d'intelligenza per bebe' tra 6 e 12 mesi
Realizzato da psicologa inglese

(ANSA)- LONDRA, 29 OTT - E' stato realizzato un test che permette ai genitori di conoscere il grado l'intelligenza dei figli di eta' compresa tra i 6-12 mesi. Messo a punto dalla psicologa Dorothy Einon, e' stato commissionato dalla società di giocattoli Fisher Price. Consiste in una serie di domande rivolte ai genitori sui comportamenti dei figli in diverse situazioni. «Molti genitori - spiega la Einon - vogliono sapere come stimolare al massimo l'intelligenza dei figli anche attraverso i giocattoli giusti».

a Firenze
Luciano Canfora ha presentato il suo nuovo libro sulla democrazia

Repubblica edizione di Firenze 29.10.04
L'INCONTRO
Luciano Canfora presenta "La democrazia, storia di una ideologia" a Leggere per...
La democrazia? Rinviata ad altra epoca
NOSTRO SERVIZIO

I fallimenti e le incompiutezze della democrazia. È l'ultimo libro di Luciano Canfora, antichista e politologo, che oggi alle 17.30 viene presentato alla Biblioteca comunale di via Sant'Egidio, nuova tappa di «Leggere per non dimenticare», il ciclo d'incontri curato da Anna Benedetti. «La democrazia, storia di un'ideologia», è il titolo del libro: un viaggio provocatorio dall'Atene di Pericle fino alla Costituzione europea che sarà presentato dallo stesso Canfora. Sollecitato e interrogato dalla giornalista Sandra Bonsanti, firma prestigiosa della Repubblica diretta da Scalfari ed ex direttrice del Tirreno, e da Vittoria Franco, la parlamentare diessina che ha pubblicato numerosi saggi di teoria morale e politica.
Nel suo libro, Canfora demolisce certezze e luoghi comuni arrivando a sostenere che la democrazia non può esistere. Che la storia ha sempre fatto i conti con i diritti dei molti e lo strapotere dei pochi. Una conclusione provocatoria che, secondo Canfora, è già insita nella democrazia degli esordi, quella della «polis» greca. Come dire, la democrazia è rinviata ad altre epoche future. «Democrazia nel senso etimologico del termine, cioè predominio dei non possidenti, e socialismo sono concetti molto vicini. Ma invece l'equivoco diffuso nel linguaggio politico corrente consiste nel considerare democrazia e parlamentarismo come nozioni coincidenti», sostiene Canfora. Il ciclo «Leggere per non dimenticare» è patrocinato dall´assessorato alla cultura.

Il discorso di Pericle visto dai costituenti europei
Dal saggio di Canfora ho scelto le righe iniziali sul significato della parola democrazia nell'Atene di Pericle e quelle conclusive che a quel brano direttamente si ricollegano.

Pag. 13 «Pericle riuscì a guidare quasi per un trentennio la città di Atene retta a "democrazia". Democrazia era il termine con cui gli avversari del governo "popolare" definivano tale governo, intendendo metterne in luce proprio il carattere violento (kràtos indica per l'appunto la forza nel suo violento esplicarsi.) Per gli avversari del sistema politico ruotante intorno all'assemblea popolare, democrazia era dunque un sistema liberticida. Ecco perché Pericle, nel discorso ufficiale e solenne che Tucidide gli attribuisce, ridimensiona la portata del termine, ne prende le distanze, ben sapendo peraltro che non è parola gradita alla parte popolare, la quale usa senz'altro popolo (démos) per indicare il sistema in cui si riconosce. Prende le distanze, il Pericle tucidideo, e dice: si usa democrazia per definire il nostro sistema politico semplicemente perché siamo soliti far capo al criterio della "maggioranza", nondimeno da noi c'è libertà».
Pag. 367: ... i bravi costituenti di Strasburgo, i quali si dedicano all´esercizio di scrittura di una "costituzione europea", (...) mentre pensavano, tirando in ballo il Pericle dell'epitafio, di compiere non più che un esercizio retorico, hanno invece, senza volerlo, visto giusto. Quel Pericle infatti adopera con molto disagio la parola democrazia e punta tutto sul valore della libertà. Hanno fatto ricorso - senza saperlo - al testo più nobile che si potesse utilizzare per dire non già quello che doveva servire, come retorica edificante, bensì quello che effettivamente si sarebbe dovuto dire. Che cioè ha vinto la libertà - nel mondo ricco - con tutte le terribili conseguenze che ciò comporta e comporterà per gli altri. La democrazia è rinviata ad altre epoche, e sarà pensata, daccapo, da altri uomini. Forse non più europei».

il pensiero razionalistico da sempre si allea al pensiero religioso
il «sacro»!?

Repubblica 29.10.04
NOSTRO SACRO UNIVERSO
Anticipazione/ Esce "Siate saggi, diventate profeti"
Si scopre che la scienza più aggiornata non può fare a meno della poesia
Due illustri fisici si confrontano con i grandi e irrisolti perché dell´umanità
Steven Weinberg di fronte alle meraviglie del mondo non riesce a trovare un senso
Il neurobiologo Antonio Damasio pone i sentimenti alla base della coscienza
di GEORGES CHARPAK E ROLAND OMNÈS

Il testo che pubblichiamo è tratto da «Siate saggi, diventate profeti», un libro di Georges Charpak e Roland Omnès in uscita presso l'editore Codice (traduzione di Federica Niola, pagg. 190, euro 24). Domani Roland Omnès sarà uno dei protagonisti del Festival della Scienza di Genova che si è aperto ieri e che durerà fino all'8 novembre. Il Festival prevede 250 incontri, laboratori didattici, conferenze e tavole rotonde. Il tema conduttore è quello dell'esplorazione. Fra gli studiosi che partecipano agli incontri vanno segnalati Jean-Pierre Changeaux, Alain Berthoz, Luca Cavalli Sforza e inoltre Carlo Petrini, Folco Quilici, il filosofo Giulio Giorello, Stefano Benni e Alessandro Bergonzoni.

Qual è il senso di questo Universo smisurato in cui apparentemente non siamo niente, di queste leggi che assillano la ragione umana, di tutto quello che ci domina a partire dalla sua altera e suprema estraneità? C´è solo un senso? Questa è la domanda, la domanda che affrontiamo ora con un certo timore. Timore, evidentemente, che le nostre menti non siano all'altezza, timore che sia senza risposta, o che i tempi non siano maturi per comprenderla, timore, infine, di parlare a sproposito di speranza e di saggezza.
La filosofia non ci aiuta minimamente in questo ambito, l'abbiamo appena visto. E la scienza? Steven Weinberg, un grande fisico contemporaneo, ci dice, dopo aver descritto le incontestabili meraviglie dell'universo, che, per quanto ne sa, questo Universo gli sembra privo di senso, pointless: non conduce a nulla. Che confessione! Altri (e lui stesso) si esaltano per lo splendore delle leggi e per la loro magnifica unità, per la gioia di scoprirle. Ma hanno un senso per noi umani, per coloro che soffrono di disperazione e di vuoto interiore? I cantori dell'astratto non ne dicono niente.
Di fatto la questione è insolubile se ci si aspetta una spiegazione dell'Universo e delle leggi che diano ad esso un significato. Questo significato sarebbe in effetti, se fosse verificato, una verità al di là di quelle della scienza e dell'esperienza: una verità metafisica. Ma una verità di questo genere è inaccessibile alla ragione, Kant rimane incontestabile su questo punto, poiché non è scientifica e sfugge all'esperienza.
Siamo profondamente coscienti della bellezza delle leggi e della gioia che danno a chi si accosta ad esse: e non siamo meno sensibili al desiderio insopprimibile di trovare un senso al mondo. Bertrand Jordan, un biologo di qualità, ha trovato le parole per esprimere questo desiderio o questo bisogno, questa richiesta, in Le Chant d´amour des concombres de mer: «Il fatto inaudito, eppure verificato è che questo edificio (della vita) è stato costruito dal gioco di mutazioni aleatorie. Malgrado l'abbondanza delle prove di cui disponiamo, continua talvolta ad essere difficile credere che sistemi così interconnessi derivino da un processo governato dal caso. Il caso (...) e la necessità (delle leggi) (...). Faccio fatica a credere che la meccanica perfetta del mio corpo, questi occhi che abbracciano il paesaggio nella quiete mattutina, queste orecchie piene del rumore delle onde, questo stesso cervello che riflette (...) derivino da un gioco di mutazioni senza un fine predefinito, da innumerevoli tiri di dadi successivi avvenuti nel corso di un'evoluzione che si perde nella notte di milioni, di miliardi di anni. Lo so intellettualmente, le prove ci sono, e non potrebbero essere più certe, le ho riconosciute anche io stesso nel mio lavoro di ricercatore. (...) È possibile anche analizzare le ragioni stesse della mia incredulità, eppure qualcosa in me è restio ad ammettere questa costruzione del caso: mi sembra che sottragga al mondo ogni significato profondo e, tra l'altro, che neghi la mia esistenza».
Non possiamo che unirci a Jordan. Intellettualmente, sappiamo che la domanda sul senso è senza risposta, o almeno che la risposta è al di là dell'orizzonte dell'attuale sapere. Eppure, quali parole sono uscite dalla nostra penna e da quella di Jordan? Sofferenza, vuoto interiore, bellezza, gioia, desiderio, ripugnanza, fatica a credere... Appartengono tutte alla sfera del sentimento; un sentimento che lotta con l'intelletto. Si potrebbe dire che la questione non consiste nel trovare il significato intellettuale dell'Universo e delle leggi, ma nell'integrare questa conoscenza alla coscienza, una coscienza più vasta della pura conoscenza, che ingloba i sentimenti, compreso il sentimento di sé. È in me, tramite me, per me che voglio fare della conoscenza una parte vivente di me, e non un'estranea assoluta.
Un grande neurobiologo, Antonio Damasio, ci aiuterà a dare corpo a questa idea ancora vaga, alla luce dei recenti risultati riguardanti il cervello e la coscienza. Ecco che cosa dice: «Forse l'idea più sorprendente (derivata dalle ricerche a questo proposito) è che, in conclusione, la coscienza inizia come un sentimento. (...) Considerare la coscienza come un sentire di sapere è coerente con l'importante dato di fatto che ho citato a proposito delle strutture cerebrali legate più strettamente alla coscienza. (...) Presentare le radici della coscienza come un sentimento dà modo di mettere insieme una spiegazione del senso di sé. (...) Se si sostiene che i sentimenti sono gli elementi costitutivi della coscienza, si è costretti a indagare la natura intima dei sentimenti. Di che cosa sono fatti i sentimenti? (Notiamo che precedentemente l'autore ha esposto il supporto biologico, umorale delle emozioni, che sono primarie rispetto ai sentimenti). I sentimenti sono la percezione di cosa? Quanto possiamo scavare dietro i sentimenti? Sono domande alle quali per il momento è impossibile rispondere in modo completo. (...) La realizzazione della coscienza umana potrebbe richiedere l'esistenza dei sentimenti».
L'ultima frase appariva in occasione di una breve discussione su ciò che distingue la conoscenza registrabile da una macchina (un computer) e quella stessa conoscenza nella coscienza umana. Si potrebbero concepire macchine che facciano esperienze, che ricorrano a un'intelligenza artificiale e arrivino ad accrescere la conoscenza dell'Universo e delle leggi, ma «la realizzazione della coscienza umana potrebbe richiedere l'esistenza dei sentimenti». Non sarà forse questa la chiave della nostra domanda?
L'Universo, le leggi, suscitano evidentemente sentimenti forti nei ricercatori impegnati nel loro lavoro. Ne derivano piacere, certo, anche se André Lichnerowicz ha giustamente notato: «La ricerca? Apporta grandi momenti di gioia, ma sempre dopo mesi o anni di frustrazione». Ciononostante, non si tratta dei sentimenti dei ricercatori, si tratta di quelli dell'uomo in generale. Qual è il senso più vasto, come sentimento generatore di una coscienza, che corrisponde a quello che c'è di più elevato nella conoscenza, le leggi elaborate dell'Universo? La nostra risposta, quella che sentiamo profondamente, è la seguente: è il senso del sacro.
Il sacro! «Ma non si tratta di religione?», direte voi. Sì, si tratta proprio di questo, ma anche di qualcosa di più. Occorre credere in Dio per sentire la presenza del sacro ascoltando alcuni pezzi di Bach o di Mozart? Non c'è forse una componente sacra nella natura dell'uomo anche agli occhi di molti atei? Bertrand Russell, agnostico dichiarato e lucido, se ce ne sono stati, ha riferito le sue esperienze per così dire "mistiche" dell'insorgere del sacro. Il fatto non è del resto così strano. Di che cosa si tratta? Per rispondere rivolgiamoci a Mircea Eliade, ritenuto un valido giudice in materia: «L'esperienza del sacro (...) implica le nozioni di essere, di significato e di verità. (...) È difficile immaginare (...) come lo spirito umano potrebbe funzionare senza la convinzione che nel mondo vi sia qualcosa di irriducibilmente reale; ed è impossibile immaginare come la coscienza potrebbe manifestarsi senza conferire un significato agli impulsi e alle esperienze dell'uomo. La coscienza di un mondo reale e dotato di significato è legata intimamente alla scoperta del sacro. Mediante l'esperienza del sacro, lo spirito umano ha colto la differenza tra ciò che si rivela reale, potente, ricco e dotato di significato, e ciò che è privo di queste qualità: il flusso caotico e pericoloso delle cose, le loro apparizioni e le loro scomparse fortuite e vuote di significato (...). Il "sacro" è insomma un elemento della struttura della coscienza, e non uno stadio nella storia della coscienza stessa».
Traduzione di Federica Niola

sinistra
un'intervista ad Asor Rosa

Liberazione 29.10.04
Asor Rosa: «La mia idea di sinistra radicale»
intervista di di Tonino Bucci

«La mia idea è una "camera" di discussione, verifica e dibattito. Una "camera permanente" dove le sigle della sinistra radicale siano in grado di confrontarsi per elaborare proposte e, naturalmente, anche di distinguersi ma a ragion veduta». Questa è la veste organizzativa che Alberto Asor Rosa immagina per l'ipotesi di una ricomposizione della sinistra alternativa, lanciata dalle pagine del "manifesto" in due articoli, l'ultimo dei quali pubblicato sabato scorso.
Esiste oggi in Italia un'area raggruppabile sotto la definizione di «sinistra radicale»? E la sua capacità di condizionare la vita politica è pari oppure inferiore - come è ragionevole supporre - alle potenzialità virtualmente contenute nelle classi sociali cui fa riferimento? E quale partita, infine, si profila per questo universo di partiti, correnti organizzate, sigle sindacali, movimenti e associazioni all'interno della coalizione di centrosinistra e del futuro scontro elettorale con le destre?
Tutti questi interrogativi aleggiano nella sollecitazione di Alberto Asor Rosa, la cui formulazione non sfugge però alla regola della chiarezza: «far dialogare e agire unitariamente quella sinistra che sta a sinistra delle convergenze riformiste-moderate (triciclo, partito unico riformista, ecc)». Un primo livello del ragionamento riguarda il profilo di un programma allo stato attuale ancora indefinito e che una sinistra radicale capace di «agire unitariamente» potrebbe contribuire a rendere più chiaro. Si può, anzi, facilmente prevedere un indirizzo programmatico tanto più di rottura con il neoliberismo di stampo berlusconiano, quanto più la sinistra alternativa sarà in grado di portare le proprie idee nel confronto con la sinistra riformista-moderata. L'intesa elettorale contro le destre non significa indistinzione di progetti politici e strategici, né l'azzeramento, per causa di forza maggiore, di identità culturali differenti. Va da sé che lo stato di frammentazione attuale delle forze anticapitalistiche riduce la possibilità di incidere nella scrittura del programma.
Preso sotto l'aspetto più evidente il ragionamento svolto da Asor Rosa sul "manifesto" esprime il bisogno elementare - ma non per questo scontato - di mettere ordine in un quadro politico altrimenti frastagliato e decisamente sfavorevole, quanto a rapporti di forza, alla sinistra alternativa. Ma non c'è soltanto l'urgenza del passaggio elettorale a sollecitare la riflessione. Parlare di una ricomposizione della sinistra radicale significa, anche, riconoscere l'esistenza di un problema "oggettivo": restituire uno spazio politico alle classi popolari - quelle maggiormente colpite dalla crisi economica - e spostare una parte dell'elettorato a sinistra. Cos'altro tradisce il distacco tra politica e società se non il fatto che larghi strati sociali - le «classi subalterne», si sarebbe detto un tempo - hanno finito per essere esclusi dalla rappresentanza politica?
Mettere assieme i pezzi della sinistra alternativa richiede anche un disegno strategico. Quali sono i fattori "oggettivi" che rendono l'operazione necessaria, oltre che possibile?
Nella mia proposta ci sono due livelli. Il primo riguarda la prospettiva di un cartello elettorale, di una presenza più forte nelle istituzioni di questo settore del sistema politico italiano che attualmente è frammentato e più debole rispetto alla forza sociale che virtualmente rappresenta. L'altra faccia è strategica e di più lunga durata. Consiste nell'interrogarsi se all'evoluzione socio-economica del mondo globalizzato, e anche dell'Italia in questo ultimo ventennio, non debba corrispondere un soggetto politico, diverso da tutti quelli esistenti allo stato attuale delle cose, che interpreti a più alto livello, al di là delle formule organizzative, la contraddizione fra capitale e lavoro. Quel lavoro che oggi è sottorappresentato. Ognuno può scegliere e interpretare l'una o l'altra faccia come se fossero due momenti di un processo. Oppure può rovesciare la direzione: invece di cominciare dal discorso organizzativo-elettoralistico si può iniziare dal riflettere sulle grandi questioni di fondo. Ma nell'uno come nell'altro caso, oppure in tutti e due - visto che sono collegati - è necessario avviare la discussione e un confronto paritario tra le varie forze interessate perché prenda inizio il processo. In molti - molti di più di quanto pensassi - diamo un valore positivo all'inizio di questo percorso.
I problemi organizzativi riflettono i problemi teorici. L'universo della sinistra alternativa è frastagliato non solo per sigle e partiti, ma anche per paradigmi teorici: l'ambientalismo, il femminismo, il marxismo, il pacifismo... Come ricondurre tutti questi discorsi alla contraddizione principale tra capitale e lavoro?
Questo è un problema necessariamente ricorrente in tutte le fasi di transizione. Mi stupirei che non ci fosse un dibattito su questi temi. È nell'ordine naturale delle cose. La discussione è ricorrente in tutte le fasi storiche di transizione nel movimento operaio. Quello che io osservo è che la fase di transizione della quale stiamo parlando, dura da tanto, da troppo tempo: ha il suo punto di partenza nell'89, ma comincia da prima, dagli anni '70. Io porrei il problema in questi termini: in che forma è pensabile una sinistra - se è pensabile, perché anche questo interrogativo più radicale è legittimo - in una situazione di classe come quella che stiamo vivendo da venti o trent'anni a questa parte? Contraddizioni di fondo, contrasti insanabili, opzioni contrapposte all'interno di questo mondo della sinistra radicale o alternativa - come talvolta è già accaduto in passato nel movimento operaio - io francamente non ne vedo. Sono culture diverse, anche tradizioni organizzative diverse, che nella situazione globale attuale tendono più a convergere che a divergere. Parlo, ad esempio, delle due opzioni culturali che potrebbero apparire più divaricate: quella ambientalista e quella marxista classica che punta sullo sviluppo anche in termini di denegazione ambientalistica - anche questo è accaduto talvolta in passato. Ma le due cose, allo stato attuale dei problemi, tendono a convergere, non a contrapporsi. Bisogna ragionare a livello mondiale sul rapporto che esiste tra sviluppo e ambiente. Questo è uno dei tre o quattro problemi di fondo.
Si profila quindi una fase di battaglia culturale, per l'egemonia si potrebbe dire, tra la sinistra radicale e la sinistra moderata, spesso incantata dalle sirene dell'ideologia liberista?
Non c'è dubbio che esista anche questo aspetto. Tuttavia quando sento il termine «egemonia» rabbrividisco perché viene spesso evocata - non in questo caso - in termini scorretti e dispregiativi. Preferisco parlare di identità culturali. Se la seconda faccia della proposta emergesse di più - come io spererei - allora dovremmo parlare di idee, culture, di atteggiamenti progettuali e costruttivi. Ora, questo si può fare solo se si smette di soggiacere supinamente a una fase di "liberismo mentale" che ha contagiato anche larghi settori della sinistra italiana ed europea.
Che fisionomia potrà avere questa ricomposizione della sinistra alternativa dal punto di vista delle formule organizzative? Iniziative comuni dal basso su singoli temi unificanti oppure un processo di avvicinamento "dall'alto", per opera dei ceti politici?
Bertinotti, non io, ha parlato di «contenitore». La mia proposta è più modesta, dotata sicuramente di minore capacità propositiva. Io penso che la convergenza su singole iniziative sia troppo poco. Preferirei la creazione di una "camera" di discussione, verifica e dibattito, una "camera permanente", dove le sigle - ma anche quello che non è ancora siglato, che sta oltre le organizzazioni frammentarie di cui stiamo parlando - siano in grado di confrontarsi per elaborare proposte. Naturalmente anche di distinguersi ma a ragion veduta.
Quindi, non una semplice sommatoria, ma la nascita di una soggettività politica diversa dalle parti che la compongono?
Secondo me è uno strumento di riorganizzazione dell'esistente ma anche di mutamento dell'esistente. Ho una "illuministica" fiducia nel fatto che la creazione di uno strumento cosiffatto tenderebbe più a fare evidenziare gli elementi di convergenza che non quelli di divisione.
Prima ancora di mettere in cantiere la nascita di questo soggetto emergono però anche le critiche di chi paventa il venir meno della coalizione di centrosinistra. L'alleanza con le forze democratiche e riformiste rimane nell'orizzonte della proposta?
La dò per scontata. Il presupposto del ragionamento che io credo d'aver fatto con estrema chiarezza in ambedue gli articoli pubblicati dal manifesto, è che questo semmai va concepito come uno strumento di rafforzamento del centrosinistra - io continuo a preferire questa dizione all'"orribile" Gad. Perché dovrebbe mettere in crisi la coalizione? Se uno si organizza, lo scopo è di rafforzare le posizioni della sinistra radicale rispetto a quelle della sinistra moderata. Questo fa parte di qualsiasi gioco politico che si rispetti.
Al di fuori dei calcoli geopolitici il consolidamento dell'area della sinistra radicale potrebbe persino riconquistare alla politica settori della società che finora sono sprovvisti di rappresentanza. E' così?
Il primo atto che dovrebbe assumere questa camera della sinistra radicale non è rinchiudersi in se stessa, ma stabilire fili di collegamento e sollecitazione con l'esterno.
E' qui che i vecchi organismi stentano a farcela, nonostante si siano posti il problema. Rifondazione sicuramente se l'è posto. Non è una critica schematica a quanto è stato fatto finora, ma è l'idea che ci sono i margini per fare di più.
Questa "camera permanente" potrebbe funzionare nell'immediato anche come luogo di elaborazione di un programma comune alle forze della sinistra alternativa da portare in dote in un ipotetico, futuro governo antitetico a quello del centrodestra?
Assolutamente sì. Finora si è discusso poco di contenuti programmatici. Dovrebbe essere il luogo altresì rispetto al lungo periodo, in cui questa sinistra radicale si chiarisce le idee sul pacchetto di proposte da portare al confronto con il resto del centrosinistra. Naturalmente con quella flessibilità che è necessaria in tutte le alleanze, ma con una maggiore chiarezza di idee e anche con una maggiore uniformità di proposte, il che - mi pare incontrovertibile - rafforzerebbe la posizione.

Le Scienze, edizione italiana dello Scientific American
«lo stress dei neonati»

Le Scienze 28.10.2004
Lo stress nei neonati
Il neuropeptide CRH è coinvolto nello sviluppo dei dendriti

Elevati livelli di stress nei neonati e durante l’infanzia possono portare a uno scarso sviluppo delle zone del cervello responsabili della comunicazione fra i neuroni, una caratteristica che si osserva in disturbi quali l’autismo, la depressione e il ritardo mentale. Sono i risultati di uno studio di Tallie Z. Baram e colleghi dell’Università della California di Irvine, della Neurocrine Biosciences, Inc. e del Max-Planck-Institut di psichiatria.
Per la prima volta, i ricercatori hanno stabilito che l’aumento quantitativo di un messaggero chimico associato allo stress, il neuropeptide CRH, può inibire la normale crescita dei dendriti, le protrusioni ramificate dei neuroni che inviano e ricevono messaggi dalle altre cellule del cervello. Secondo gli scienziati, CRH potrebbe essere il responsabile dello scarso sviluppo di queste regioni neuronali. I risultati dello studio sono stati pubblicati sull’edizione online della rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences”.
“Queste scoperte - afferma Baram - potrebbero dimostrarsi estremamente importanti per comprendere le origini di numerosi disturbi cerebrali, oltre che suggerire possibili trattamenti preventivi. L’attivazione di ormoni e molecole in seguito allo stress sembrerebbe dare il via a una complessa cascata di eventi associati alla depressione e alla demenza. Il nostro studio rivela il possibile ruolo di CRH in questa cascata”.
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poesia
intervista con Adonis
il più grande poeta arabo vivente

il manifesto - 28 Ottobre 2004 CULTURA
IL RITMO DEI SENSI/INTERVISTA
Ogni poesia sta alla lingua come l'onda al mare
I suoni di Adonis
INCONTRO CON IL POETA SIRIANO.

«Da quando ho imparato a camminare mi sono percepito come albero, pietra, nuvola, acqua. Sentivo di far parte di un mondo vivo, sensoriale, che mi avvolgeva. Man mano che passano gli anni mi rendo conto sempre di più della complessa forza della lingua araba, e mi chiedo se ne siamo degni»
WASIM DAHMASH

A volte, quando le parole si affiancano le une alle altre in modo che i significati, seppure parzialmente, si sovrappongono, si determina un passaggio di senso fino a stabilire una relazione d'identità nel punto estremo in cui quei significati arrivano a convergere. In questi casi le parole si sfiorano, e in qualche modo si costituscono in un rapporto sinonimico tale da evocare quel fenomeno chiamato «coscienza mitologica», una logica preesistente a quella razionale e vigente ancora oggi se tra l'oggetto e il suo nome si stabilisce un legame così stretto da renderli non più scindibili: succede, per esempio, quando abbiamo paura di evocare una malattia pronunciandone il nome e, evitando di nominarla, la esorcizziamo. Così, gli oggetti verbali sarebbero legati strettamente alla realtà, resa concreta attraverso la parola. Chi, come noi al giorno d'oggi, non possiede la logica intrinseca al mito, è indotto a tradurre quegli «oggetti verbali» in immagini metaforiche e simboliche invece di imboccare le strade che ci permettono di recuperare quell'antica unità, facendone riemergere il retaggio di sensi. In una forma moderna, anche se non raggiunge l'asciuttezza che esigerebbero questi tempi in cui vige l'estetica della «postmoderità», le parole che formano i versi di Adonis, immerse come sono in una antica cultura, araba e non solo, vorrebbero essere legate strettamente alla realtà, come al tempo in cui le «parole» ancora non erano separate dalle «cose». Così recita, nell'ottima traduzione di Fawzi AL Delmi, una poesia di Adonis titolata Albero d'Oriente e inclusa nella raccolta appena uscita da Mondadori, Libro delle metamorfosi e della migrazione nelle regioni del giorno e della notte:
«Divenni lo specchio
riflettei ogni cosa
mutai nel tuo fuoco il rito dell'acqua e delle piante
mutai forma alla voce e al richiamo.
Cominciai a vederti duplice:
tu e queste perle che nuotano nei miei occhi.
Io e l'acqua diventammo amanti:
nasco in nome dell'acqua
e in me si genera l'acqua.
Io e l'acqua diventammo gemelli».
Lo sdoppiamento, lo specchio, gli occhi che si riflettono nell'acqua dove si rifrange anche l'io lirico in dialogo con la sua complementarietà, sono ricorrenti nella poesia mistica araba: quella dei sufi, di Hallag, di Ibn Arabi e Ibn al-Farid. È la tensione verso l'unità il tema dominante, dove lo specchio ha le stesse capacità riflettenti dell'acqua. Gli occhi, in uno dei loro significati, alludono alla profondità che risiede nella stessa lingua araba. In arabo 'ayn è il nome della lettera dal suono più profondo, posteriore, faringale, dell'alfabeto; 'ayn significa nello stesso tempo «occhio», «fonte, sorgente» , «sostanza, essenza» e ancora, «stesso, medesimo». Lo specchio ricrea e riflette la stessa immagine. Le molteplici associazioni stabilite dai mistici musulmani a partire da «occhio», «fonte», «essenza», risiedono in questo semplice dato linguistico. «Occhio» e «fonte», in arabo si trovano associati dal momento che entrambi i rispettivi referenti sono situati al limite tra l'interno e l'esterno del corpo e della terra, con una connotazione di tramite verso la profondità. 'Ayn al-haqiqa, per il mistico è «la verita assoluta» e 'ayn al-yaqin è «la certezza assoluta». Da qui, forse, e sulla linea di una eredità culturale difficile da dipanare, gli «occhi» e l'«acqua» sono accostati anche da Adonis; e più in generale, i rapporti che stabilisce tra le parole dei suo versi richiamano, in una veste rinnovata, quelle associazioni.
Nella lirica di Adonis l'eredità culturale agisce in un dinamismo continuo: non è qualcosa che si trova in un certo punto del passato, piuttosto è il tempo che si condensa, pensato come un'unità. E nel rivisitare la storia, Adonis concilia l'esigenza di riprendere possesso di quel patrimonio delineandolo con i mezzi che la modernità ha impresso, livellandolo, alle forme della poesia. Come il mistico sufi nel suo cammino verso l'«unione», il poeta è in viaggio, in scoperta continua: di sé, dell'altro, della realtà, dell'ignoto, di un altrove che riecheggia, inaspettatamente, con la voce di una memoria viva, che è al tempo stesso irrinunciabile frammento d'identità. Piuttosto che un obiettivo da raggiungere, è il cammino da seguire che si rinnova perennemente, sintomo di un'aspirazione inestinguibile, come avviene a uno degli alter ego di Adonis, Mihyar, personaggio di un lungo componimento ormai lontano nel tempo (Agani Mihyar al-dimashqi «I canti di Mihyar il damasceno», Beirut 1961).
In un suo libro titolato «Sufismo e surrealismo» (al-Sufiyya wa l-suriyaliyya, Beirut 1992) poi ripreso in un breve saggio tradotto all'interno della raccolta La preghiera e la spada (Guanda, Parma 2002) Adonis riconosce ai surrealisti una linea di pensiero comune a quella seguita dai mistici musulmani. Tra demolizione e ricostruzione, atti di libertà e di purificazione del pensiero e della lingua, nel suo ruolo di poeta si prefigge lo scopo di raggiungere la conoscenza dell'«io» e dell'ignoto, la sua unità nascosta, con la coscienza sia di doversi liberare totalmente delle «dimore» poetiche istituite socialmente, sia di dovere perseguire la purezza nell'ignoto della lingua e del mondo.
In questo senso, il poeta è un visionario, mistico, sufi, ma soprattutto è un rivoluzionario: «Ogni poeta è un rivoluzionario e un gran demolitore di ciò che è noto, perché è un grande creatore di ciò che noto non è» (Zaman al-shi'r , «Il tempo della poesia», Beirut 1978).
Con Adonis, più che mai si ripropone quindi l'interrogativo sull'enigma dello scaturire del pensiero dall'ascolto, o dalla lettura, delle parole. Nel leggere la sua poesia, ci avviciniamo a quella tensione massima che si risolve nella significazione della parola. Le radici nel passato, nella sua poetica, sono ancorate al presente, come lo stesso Adonis mi diceva in una conversazione che ha preceduto il nostro incontro recente, dato che la cultura è «un patrimonio vivo in noi, la cui comunicabilità è continua: ciò che ha la capacità di continuare, è parte di noi».
Quale nesso le sembra di potere stabilire tra la formazione della sua infanzia, in un ambiente contadino, e la mediazione fortemente intellettuale che emerge dai suoi versi?
Non è facile per un poeta essere il critico di se stesso. La sua domanda merita un chiarimento: nell'ambiente in cui sono cresciuto prevaleva una cultura che operava una cesura tra Dio e il mondo, tra Dio, l'uomo e la natura. In questa cultura, Dio è un'astrazione. Ma fin dall'infanzia avevo la tendenza a umanizzarlo, a vederlo espresso in tutte le cose e quindi nella natura. Avvertivo che l'esistenza, e ciò che c'è oltre, è un'unità. È subentrata poi la conoscenza del sufismo. Se nella mia poesia sono presenti gli elementi della natura, questo si deve non solo a quella prima spinta a contraddire l'insegnamento religioso, ma anche al fatto di essere nato nel grembo della natura. Da quando ho imparato a camminare mi sono percepito come albero, pietra, nuvola, come acqua, parte di un'onda. Sentivo di far parte di un mondo vivo, sensoriale, che mi avvolgeva.
Vorrei ci fermassimo, un momento, sulla percezione degli elementi naturali, non mediati da concetti che intervengono a posteriori. Intanto, la percezione dell'ambiente circostante passa attraverso i propri genitori...
Mio padre leggeva e scriveva poesia: è stato lui, che faceva il contadino e lavorava la terra, a insegnarmela e a insegnarmi a leggere e scrivere. Nel nostro villaggio non c'era una scuola come la intendiamo oggi. Si imparava dovunque: le lezioni, il «kuttab», si svolgevano sotto un albero. E sotto quell'albero io studiavo insieme agli altri bambini. Mio padre è stato il mediatore, per così dire, dell'aspetto intellettuale; da lui ho appreso i grandi autori arabi della classicità e della poesia sufica. A mia madre, che non sapeva né leggere né scrivere, devo il rapporto con la natura, anche lei ne faceva parte. Ma, per la verità, entrambi i miei genitori hanno contribuito a dare forza alla mia percezione dei fenomeni naturali. Fin da piccolo mi ritrovai a seminare, piantare, mietere e vivere nella terra. Prima dei tredici anni, quando andai in città, non avevo mai visto un cinema, né una radio o una macchina. Da noi non c'era nemmeno la corrente elettrica.
Nei suoi versi funziona una sorta di «surrealismo»: è un argomento su cui lei ha indagato a lungo dedicandogli anche un saggio titolato «al-Sufiyya wa l-surialiyya» (Sufismo e surrealismo). Ce ne vuole parlare?
Il legame con la natura mi ha insegnato a ricercare l'«oltre» e a interrogarmi continuamente. È un atteggiamento che è stato rafforzato, in me, dal sufismo, inteso come dottrina mistica islamica. La realtà, nella concezione sufica del mondo, non è solo quella percepita attraverso i sensi, ma consiste in ciò che c'è oltre. Questa idea, che è sempre presente nel mio pensiero, si è riproposta quando ho conosciuto l'opera dei surrealisti. Qui ho ritrovato il sufismo, privo dell'aspetto religioso e al di fuori dell'ambito della fede: l'ho ritrovato nella forma di una particolare concezione del mondo. Il sufismo, anche se spesso viene interpretato come rinuncia dei sensi, è invece un'esperienza sensoriale con cui si percepiscono, nella mente, l'universo, l'uomo, i fiori, i fiumi. Mette in opera una «naturalizzazione» di Dio, lo vede non al di fuori del mondo, ma in ogni cosa. Corrisponde a ciò che Ibn Arabi chiamava «wahdat al-wugud» (l'unità dell'essere). Coincide con quanto Hallag - il grande poeta sufi di Baghdad che fu ucciso per le sue idee - nominava come «al-hulul» (incarnazione) nel senso che Dio prende dimora, sia nell'uomo, sia nella natura. Il sufismo ricerca l'ignoto a partire dalla natura stessa, cioè a partire da ciò che è noto, contrariamente a quanto vorrebbe la lettura più comune, che è quella della tradizione religiosa, la più superficiale. Nel corso del tempo i giurisperiti musulmani hanno mutilato il sufismo, accusandolo di miscredenza e di eresia. Invece di discuterne per conoscerlo, l'hanno posto fuori della religione e dunque eliminato. Nel mio libro discuto quindi del rapporto tra sufismo e surrealismo, dandone una lettura che si può definire, semplificandola molto, una sorta di «surrealismo naturale», di contro all'aspetto intellettuale che prevale nel surrealismo. Un surrealista, arabo, non può non essere sufi.
Secondo questa lettura, come descriverebbe i tratti del sufismo presenti nella sua poesia?
Sono essenzialmente cinque: l'universo è un'unità indivisibile che comprende il noto e l'ignoto. Quest'ultima è la parte più importante, ma bisogna comprenderle entrambe. La conoscenza nasce dall'ignoto ed è ricerca continua e interrogazione infinita. La verità, inoltre, è una scoperta e non discende per insegnamento come indica invece la religione: non è nascosta all'uomo, gli sta davanti. E ancora, l'identità non è data a priori e definitivamente: tocca a ognuno di noi inventare la propria. Per finire, l'universo è un infinito che si crea continuamente e non è creato una volta per tutte e per sempre.
Qual è il suo atteggiamento nei confronti della poesia classica, per esempio in rapporto al ritmo?
Un poeta deve conoscere la storia estetica della propria lingua, perciò il poeta arabo deve conoscere a fondo la lingua araba. Il mio rapporto con la classicità araba si delinea da una parte in una rilettura del passato e dall'altra nella ricerca di ciò che non si conosce, nel tentativo di aggiungere qualcosa: è forse il contrario dell'imitazione. La mia poesia è araba, lo è in ogni suo granello, ma non vuole essere paragonata a quella di nessun altro poeta arabo. L'acqua nel mare crea le onde. La lingua araba è il mare, la produzione poetica è l'ondeggiare dell'acqua nel mare. Non è dato al poeta ripetere nessuna onda precedente. Il rapporto del poeta è con l'acqua e non col movimento delle onde. Con quell'acqua deve creare nuove onde, tutte sue. Man mano che passano gli anni mi rendo conto sempre meglio di quanto sia complessa la forza della mia lingua e se penso alle condizioni in cui versa la cultura araba oggi, mi chiedo se siamo degni di un tale strumento. La poesia è un linguaggio dei sensi, dunque il mio rapporto con il ritmo è essenziale. Non quello prodotto dalla rima o dalla metrica, ma quello che si genera dalle relazioni tra un vocabolo e l'altro, tra una lettera e l'altra, tra un suono e l'altro. Queste relazioni producono frasi diverse, lontane dall'ordinamento classico.
Sono relazioni che si possono ricreare in un testo tradotto?
Cercherò di rispondere evitando di restare intrappolato nella «impasse» secondo la quale la traduzione poetica è «impossibile». Parliamo, piuttosto, di acquisti e di perdite. Se non è possibile trasportare una lingua, con le proprie strutture e le proprie particolarità in un'altra lingua, la traduzione non può che essere una «destrutturazione» del testo che va «ristrutturato» nella lingua d'arrivo. Facendo questo, il testo poetico perde necessariamente l'elemento linguistico del ritmo originale. Il traduttore quindi deve trovare un ritmo equivalente nella lingua d'arrivo, ma per quanto bravo possa essere, qualcosa va sempre perduto.
Lei accennava prima alle condizioni in cui versa la cultura araba oggi...
La cultura, e quindi la letteratura, nelle società arabe non fa parte organica della vita sociale. Non è il pane quotidiano. La cultura è spesso ornamento della politica. Esiste però in molti la volontà di trasformarla in ricerca, non dipendente dal potere politico e religioso.

recensendo Tarkovskij
un articolo di cinque anni fa...

una informazione da Stefano Traiola

Nel numero di Novembre del 1999 la rivista controluce citava in un articolo di Lorenzo Pompeo su Tarkovskij, il libro di Massimo Fagioli "Istinto di morte e conoscenza"

per leggerlo si può cliccare su questo link:

http://www.controluce.it/giornali/a08n11/idue.htm