domenica 1 maggio 2005

anniversari:
quando gli americani furono sconfitti

Reuters 30.4.05
Il Vietnam festeggia i 30 anni dalla fine della guerra

HO CHI MINH CITY (Reuters) - Il Vietnam ha festeggiato il 30esimo anniversario della fine della "guerra americana" oggi, sfornando una torta da quattro tonnellate per i bambini nel giorno della Liberazione e con una parata militare senza un vero carro armato in vista.
I leader della nazione comunista, insieme al generale in pensione Vo Nguyen Giap, 94enne capo delle milizie le cui tattiche misero in difficoltà prima i francesi e poi gli americani, hanno partecipato alle manifestazioni nella città, nota come Saigon ai tempi della guerra.
Rompendo con le tradizionali cerimonie militari del passato, il Vietnam -- che un tempo si vantava di avere l'esercito più temuto del mondo -- ha deciso quest'anno di mostrare solo un falso carro armato di legno e nessun missile.
Preoccupati degli effetti dannosi di un eccesso di trionfalismo sui rapporti economici con gli Stati Uniti, ora maggior partner commerciale del Vietnam, Hanoi si è assicurata che le celebrazioni di quest'anno fossero rivolte anche al futuro.
Alla vigilia dell'anniversario, il primo ministro Phan Van Khai ha invitato tutte le parti coinvolte nel conflitto in cui morirono due milioni di vietnamiti e oltre 58.000 americani a chiudere con il passato e a guardare al domani.
Le truppe Usa si ritirarono dal Vietnam due anni prima della caduta di Saigon il 30 aprile 1975 ma Washington appoggiò l'amministrazione del Sud fino alla fine e ha avviato relazioni diplomatiche con il Paese riunificato solo 10 anni fa.

Il Mattino 30.4.05
La fuga americana
Aurelio Lepre

Trent’anni fa le truppe americane abbandonarono precipitosamente Saigon, la capitale del Vietnam del Sud. Fu una fuga, più che una ritirata, e sembrò segnare, per chi vi assistette, l’inizio del tramonto della potenza militare statunitense. Il più forte esercito del mondo appariva non solo sconfitto, ma anche umiliato da un piccolo popolo, che aveva combattuto per l’indipendenza e per la libertà. Nella storia del XX secolo i presidenti gli Stati Uniti non si erano mai trovati di fronte alla necessità di prendere una decisione così dolorosa. Lasciare l’intero Vietnam nelle mani degli uomini di Ho Chi-minh (il leggendario capo del Vietnam del Nord, che era morto sei anni prima) significava non soltanto ammettere che un esercito di circa mezzo milione di uomini, potentemente armati, non era stato in grado di battere i partigiani del Fronte popolare di Liberazione del Vietnam del Sud (che gli americani chiamavano spregiativamente vietcong), ma anche abbandonare gli alleati. In tutto il mondo le sinistre, ma anche vasti settori moderati dell’opinione pubblica, considerarono quell’avvenimento come uno spartiacque, che avrebbe impresso un corso diverso alla storia del mondo. A trent’anni di distanza, bisogna invece riconoscere che non fu così. La sconfitta subita nel Vietnam fu per gli Stati Uniti soltanto una battaglia perduta, nel corso di una guerra più vasta che li vedeva impegnati, in maniera più o meno aperta, contro l’intero mondo comunista e che alla fine li avrebbe visti vincitori. La vittoria però non sarebbe stata ottenuta con le armi, ma con la competizione economica. Questa, in realtà, è la grande lezione che è possibile trarre oggi dagli avvenimenti vietnamiti. Il Vietnam vinse militarmente, ma non riuscì a decollare sul piano economico. E non soltanto per le grandi distruzioni che aveva subito. Come mostra il fatto che, all’interno del Vietnam comunista, comincia già a diffondersi l’idea d’imitare il grande vicino, la Repubblica Popolare Cinese, e di aprirsi al capitalismo, il grande nemico che era sembrato definitivamente sconfitto nel 1975. In realtà, i partigiani che avevano combattuto nel Vietnam del Sud avevano vinto non perché, come si diceva in quegli anni, i popoli vincono sempre contro gli eserciti, ma perché avevano alle spalle, oltre al Vietnam del Sud, anche l’Unione Sovietica e la Repubblica Popolare Cinese. L’Urss e la Cina non erano più alleate: tra le due grandi potenze comuniste si era già verificato lo scontro armato sul fiume Ussuri. Ma fecero fronte comune a sostegno del Vietnam, sul piano diplomatico e con rifornimenti di armi l’Unione Sovietica, con un più aperto appoggio militare la Repubblica Popolare Cinese. La guerra del Vietnam, infatti, era stata il frutto non soltanto della lotta tra comunisti e anticomunisti vietnamiti, ma anche della «guerra fredda». E della diversa visione che ne avevano i sovietici e i cinesi. Nel 1955 i primi, pur concordando sulla riunificazione del Vietnam, che avrebbe portato in realtà la sua parte settentrionale, governata dai comunisti, ad annettersi quella meridionale, avrebbero preferito servirsi di mezzi diplomatici più che della lotta armata. I cinesi, invece, erano già allora per la guerra. Alcuni storici ritengono che dal 1957 al 1960 Ho Chi-minh abbia guardato più all’Urss che alla Cina, concentrando gli sforzi sulla costruzione del socialismo a nord; altri sostengono che l’influenza cinese rimase notevole. Comunque sia, a partire dal 1959, seguendo soprattutto le indicazioni dei dirigenti cinesi, Ho Chi-minh decise d’incrementare l’attività rivoluzionaria a sud. Nel 1961 Kennedy aumentò il numero dei consiglieri militari presso l’esercito del Vietnam del Sud e vi inviò anche dei corpi speciali. Fu l’inizio di un intervento sempre più massiccio. Nel 1964, con la motivazione di un attacco che si sarebbe verificato nel golfo del Tonchino da parte di corvette nordvietnamite contro navi americane, Johnson ordinò bombardamenti a nord del 17mo parallelo, che costituiva il confine tra i due Vietnam. Gli aerei americani, che impiegarono anche il terribile napalm, che bruciava ogni forma di vegetazione, bombardarono anche Hanoi, la capitale del Vietnam del Nord. Ma non ci fu un’invasione terrestre. Gli storici si sono chiesti a lungo perché l’esercito degli Stati Uniti non abbia varcato il 17mo parallelo. La documentazione archivistica suggerisce che non lo fecero, perché la presenza cinese nel Vietnam del Nord era diventata sempre più massiccia. Si calcola che dal giugno 1965 al marzo 1973 la Repubblica Popolare Cinese abbia inviato in aiuto del governo di Hanoi circa 300mila uomini, che non si scontrarono mai direttamente con gli americani, ma dissuasero gli Stati Uniti da un’invasione che li avrebbe portati a un nuovo conflitto con la Cina. Mentre proseguivano, nel Vietnam del Sud, i durissimi scontri con i partigiani, gli attacchi al Vietnam del Nord furono limitati ai bombardamenti aerei, pesantissimi e distruttivi, ma non in grado di piegarlo. Nel 1973 il nuovo presidente degli Stati Uniti, il repubblicano Richard Nixon, succeduto al democratico Lyndon Johnson nel 1969, decise il ritiro delle truppe americane dal Vietnam del Sud, che fu completato due anni più tardi. La guerra inflisse gravissime perdite umane e materiali al Vietnam. Ma anche la società americana rimase profondamente ferita, non tanto per il numero di caduti, quanto per le fratture che aprì nell’opinione pubblica nazionale e per la perdita di prestigio internazionale. Il governo cercò di fare luce su alcune atrocità commesse dalle truppe americane processandone i colpevoli. Il processo più noto fu quello che si tenne per un massacro di civili avvenuto nel villaggio vietnamita di Milay. Il principale imputato sostenne di avere obbedito a un ordine, secondo il codice militare, e la difesa sviluppò questa tesi. Ma l’accusa dimostrò che anche un semplice soldato, in quanto dotato di ragione, deve saper riconoscere se un ordine è illegale. Il senso di colpa che pervase una parte rilevante dell’opinione pubblica statunitense non fu annullato dalla condanna. Nel 1979, quattro anni dopo l’abbandono definitivo del Vietnam, nel film «Apocalipse now» Francis Ford Coppola riprese «Cuore di tenebra» di Joseph Conrad, in un’interpretazione carica di simboli del passato e del presente: l'Apocalisse non aveva ancora travolto l’universo, ma era già avvenuta nel cuore degli uomini. Il film si chiudeva con le stesse parole del romanzo di Conrad, «Che orrore! Che orrore!». L’anno precedente, in un altro film, «Il cacciatore», Michael Cimino aveva ricordato che, ancora una volta, l’orrore, sia pure in misura diversa, era comune. La più tragica conseguenza di quella guerra furono i fatti di Cambogia, dove, dopo la partenza delle truppe statunitensi dall’Indocina, s’instaurò una repubblica comunista guidata da Saloth Sar, conosciuto con lo pseudonimo di Pol Pot, che tentò di realizzare la più aberrante utopia egualitaria che sia stata mai immaginata, facendo morire milioni di cambogiani. La vittoria riportata nel 1975 dai vietnamiti ebbe serie conseguenze sul piano internazionale. Di fronte a quello che sembrava un progressivo indebolimento degli Stati Uniti, l’Unione Sovietica fu incoraggiata a intraprendere un’offensiva mondiale, che avrebbe trovato il suo coronamento qualche anno più tardi con l’invasione dell’Afghanistan. Ma questa si sarebbe conclusa altrettanto tragicamente di come si era conclusa l'avventura vietnamita per gli Stati Uniti. Dopo il Vietnam e l’Afghanistan fu evidente che la «guerra fredda» non si sarebbe decisa sul piano del confronto militare.

La Gazzetta del Sud domenica 1 maggio 2005
Il conflitto nel Vietnam si concludeva trent'anni fa con l'ingresso dei comunisti a Saigon
La fine della “guerra americana”
Ma oggi il regime punta tutto su un'economia “liberale”
Renato Urbinati

Le 10:45 del 30 aprile 1975. Due carri armati sfondano i cancelli del palazzo presidenziale di Saigon. Poco dopo, la bandiera rossa e blu con la stella gialla del Fronte di liberazione nazionale vietnamita sventola sull'edificio. È la fine della guerra, della «guerra americana», ma anche la fine di oltre tre decenni di conflitti in un paese che, per la prima volta da generazioni, finalmente assaporava la pace. Oggi il Vietnam ricorda quella storica data ma senza particolare enfasi. È ormai un Vietnam diverso, più aperto e pragmatico. La guerra, solo fino a poco tempo fa presente e celebrata ovunque, ora è uno sfondo più sfumato. «Saigon è stata liberata. Alle 13:30 il presidente Duong Van Minh ha annunciato la resa incondizionata del regime fantoccio di Saigon», la radio quel giorno così annunciava la pace, ma anche un lungo e difficile periodo di riconciliazione nazionale. Un dopoguerra afflitto da enormi problemi economici e sociali. «Noi non possiamo dimenticare il passato – dice il generale Hoang Minh Thao, che fu alla guida di uno dei contingenti che diedero la spallata decisiva alla capitale sud-vietnamita – non possiamo dimenticare, ma ora bisogna lavorare con tutte le persone giuste che rispettano la nostra indipendenza nazionale, per il futuro e per lo sviluppo del paese». Il primo ministro vietnamita Phan Van Khai, parlando ieri ad Hanoi davanti ai più alti responsabili del paese, ha espresso ancora la volontà di superare le cicatrici della guerra. «Noi vogliamo sviluppare rapporti d'amicizia per rinforzare i legami con i paesi che parteciparono alla guerra del Vietnam», ha detto Khai. «Noi chiuderemo col passato e guarderemo all'avvenire anche rispetto a quelli che erano nel campo opposto, sia che fossero all'interno o all'esterno del paese». L'allusione, chiara, è oltre che al nemico storico, gli Usa, a quanti furono discriminati (spesso insieme alle loro famiglie) dopo la liberazione per aver lavorato o combattuto per il regime filoamericano. In centinaia di migliaia fuggirono da Saigon temendo rappresaglie. Molti abbandonarono il paese, in maniera disperata. «La guerra è finita da trent'anni. Bisogna che ogni vietnamita, sia che si trovi in Vietnam o all'estero, faccia oggi prevalere lo spirito di riconciliazione nazionale per contribuire allo sviluppo del paese», ha detto il primo ministro. Così quel giorno di trent'anni fa – che pose fine a un conflitto che aveva ucciso tre milioni di vietnamiti e cinquantottomila militari statunitensi – è stato commemorato ieri come «una vittoria di tutto il popolo e di tutti i vietnamiti». E il Vietnam, uno dei pochi regimi che ancora si rifanno al marxismo-leninismo, guarda al futuro con occhio diverso. Il Vietnam e l'ex nemico americano hanno frattanto ripristinato legami diplomatici a partire dal 1995, e hanno firmato un patto commerciale nel 2000. Gli Usa sono oggi il maggior mercato per l'export vietnamita e le dispute attuali tra i due paesi vertono piuttosto sulle tariffe e accessi all'import-export, che su quelle di un tempo riguardanti i crimini di guerra o i soldati «missing in action». Lo scorso anno la United Airlines ha ripristinato voli regolari da e per o Chi Minh City (la ex Saigon). Trent'anni fa il paese si liberava del controllo straniero e ritrovava una sua unità, ma la lunga separazione e la guerra avevano esacerbato le differenze tra Vietnam del Nord e Vietnam del Sud. Modi di vita, economie e infrastrutture diverse. Un Nord forse più operoso, ma penalizzato da uno sforzo bellico totalizzante e martellato dai B-52 americani. Un Sud più aperto e «capitalista», ma abituato a un'economia sostenuta dagli Usa e minata dalla corruzione, che ha conosciuto una diaspora consistente verso la fine della guerra con quelli che fuggivano all'avanzata comunista, e un'altra – quella dei boat people – dopo le carestie e la crisi economica a cavallo degli anni Ottanta. Oggi il Vietnam raccoglie i frutti delle riforme varate a più riprese nel paese per rendere l'economia competitiva e più «liberale». Così, con le piantagioni di caffè che coprono quelli che furono campi delle epiche battaglie nella provincia di Khe Sanh, Hanoi è il maggior esportatore mondiale di caffè solubile. Mentre resti dei carri armati Usa, un tempo lasciati ad arrugginire a ricordo perpetuo dell'aggressore yankee, ora sono stati rimossi dalle spiagge di Na Trang, dove sono sorti alberghi e strutture turistiche. Il Vietnam odierno è un paese con un'economia in espansione rapida (la crescita economica negli ultimi dieci anni è stata in media del 7%), un paese dove «l'America ha perso, ma il capitalismo ha vinto», come ha scritto l'«Economist». Ieri nella capitale vietnamita c'è stata una parata militare senza neppure un carro armato lungo la grande Avenue Le Duan tappezzata da grandi ritratti del padre della patria Ho Chi Minh. Si è svolta anche una cerimonia per coloro che nacquero il giorno in cui i tank comunisti sfondarono i cancelli del palazzo presidenziale dell'allora capitale Saigon, dove l'amministrazione del Vietnam del Sud sostenuta dagli americani passò le sue ultime ore prima di arrendersi. A testimoniare la memoria di un conflitto che ha comunque segnato le passate generazioni e la storia della presenza statunitense nel Sud-est asiatico, c'era comunque uno dei massimi protagonisti dell'epoca: Vo Nguyen Giap, oggi 92enne, il mitico generale che, con le sue brillanti tattiche di guerriglia, sconfisse e costrinse alla resa prima i francesi, con la battaglia di Dien Bien Phu nel 1954, e poi gli americani nel 1975, con la marcia trionfale su Saigon. Negli Stati Uniti, invece, in occasione della ricorrenza, al silenzio delle autorità Usa fa da contrappunto un intenso fiorire di iniziative: dai raduni dei reduci di guerra agli incontri degli orfani vietnamiti adottati dalle famiglie americane. Ma la caduta di Saigon evoca ancora dolorosi ricordi. A New York sarà tenuta, inoltre, una cerimonia il 7 maggio prossimo, per il trentesimo anniversario della firma da parte del presidente Gerald Ford del documento che metteva ufficialmente fine alla guerra del Vietnam. «Al ritorno in patria fummo chiamati "baby killers" e invitati a far sparire prima possibile le nostre uniformi – rammenta Joe Mondello –. Sembra incredibile ma dovettero passare dieci anni, dalla fine della guerra, prima di vedere organizzate sfilate per onorare i reduci».