lunedì 8 novembre 2004

7 novembre 2004
LIBERAZIONE A PAGINA 10!
L'UNITÀ A PAGINA 2!

ringraziando Eros Cococcetta ed altri compagni e compagne

L'articolo di pagina 10 di Liberazione del 7 novembre 2004:

Al dibattito sulla nonviolenza il leader comunista avverte sui pericoli della vittoria di Bush
Ingrao: «Ho paura per il mondo come in quei giorni del '42»

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«Il secolo che abbiamo alle spalle dette l'impressione che Hitler avesse vinto. Mi ricordo quel maggio e giugno in cui pensavamo tutto perduto. Ora è diverso. Però attenti. Negli Usa ha vinto l'uomo della guerra preventiva. Appena usciamo da qua, ricordiamoci, ricordate alla gente questa paura. Ma anche la speranza: la guerra preventiva, noi, i popoli del mondo non la faremo passare. E' questo il mio augurio». E' un Pietro Ingrao molto turbato per le sorti del mondo quello che parla davanti a una platea di duemila persone. Una folla, richiamata dal tema della nonviolenza, che accoglie l'anziano leader della sinistra e il segretario di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti, con applausi a scena aperta. Li acclama come simboli di una politica non astratta, ma capace di toccare il cuore del cambiamento: la trasformazione prima di tutto, soprattutto dell'essere umano. Ingrao cammina e parla lento. Ma i pensieri vanno veloci, connettono passato e presente: «Ho un ricordo dolce di quel maggio del '45, quando arrivò la notizia che Hitler si era ucciso, che la guerra era finita». Bertinotti si alza e lo abbraccia: insieme hanno lanciato la sfida, il sogno della pratica politica della nonviolenza. Insieme ne costruiscono il ragionamento. «Senza sogni non si vince - dice il segretario del Prc -. Sia la nonviolenza l'inizio del nostro sogno». Le persone presenti in sala si alzano in piedi ad applaudire.

E' venerdì sera a Roma. L'iniziativa è organizzata nel centro Dionisya, presso villa Piccolomini, dalla libreria "Amore e psiche". La libreria ha dodici anni di vita, tutti legati al lavoro trentennale dello psichiatra Massimo Fagioli, alla sua proposta dell'analisi collettiva. Quando Sonia Marzetti e Luca Bonaccorsi iniziano a preparare la serata non pensano a un tale successo. Ma lavorano tosto e a poco a poco le adesioni diventano sempre più numerose, tanto da richiedere una sala più grande. Neanche questa è sufficiente. Nella sala accanto viene allestito uno schermo che trasmette l'incontro in diretta. Da una parte ci sono mille persone, dall'altra altrettante. Quando Bertinotti entra in sala viene accolto con un'ovazione. «Non mi capitava da tanto tempo di essere così emozionato. Di aver paura mi capita spesso, ma di essere così emozionato no». Gli uomini e le donne presenti ridono, ascoltano attenti. Molti di loro hanno letto gli atti del convegno dedicato alla nonviolenza del Prc e il saggio di Bertinotti Per una pace infinita. Fanno domande molto difficili. Chiedono di declinare la nonviolenza in termini filosofici, antropologici, psicoanalitici. Interrogano il confine tra il bene e il male.

In sala sono presenti Fagioli e il regista Marco Bellocchio. E' presente anche la sorella di Ingrao, Giulia. Giulia prende la parola prima di Pietro. Chiede, in modo semplice, netto, una cosa difficilissima, ma non impossibile: far diventare la nonviolenza il punto di partenza per la trasformazione dell'essere umano. E' la richiesta di una politica che tocca il cuore delle cose. La sua identità.

A sdrammatizzare ci pensa Pietro Ingrao: «Perbacco quanto parlate difficile» dice tra le risate liberatorie. E lancia la proposta di raccogliere in un libro gli interventi della serata. Lui ci vuole pensare. Sono questioni grosse che richiedono tempo. Una cosa però ha molto chiara: l'attualità. La preoccupante attualità: «La mia generazione ha commesso degli errori. Ma è stata anche una protagonista importante: della lotta sociale, della pace. E' un impegno che fa onore a questo paese. Ha aiutato a sconfiggere il nazifascismo. Badate: è stata proprio dura. Eravamo a un pelo dalla rovina. Io, ora, mi sento di nuovo in ansia. Sento l'ansia perché vedo tornare un'esperienza umana che ha già stravolto il Novecento. La vittoria di Bush è sconvolgente. Netta. E a me spaventa. Questo uomo è colui che ha compiuto il rilancio grave e terrificante della guerra. La nostra riflessione sulla nonviolenza è chiamata a confrontarsi con questo elemento. Siamo minacciati».

Ritorna il filo rosso della memoria: «Mi ricordo l'emozione che provai quando giunse la notizia della fine della guerra. Mi viene in mente ogni volta che sfoglio le Lettere dei condannati a morte della Resistenza. Erano lettere scritte quasi tutte da giovanissimi. Si possono sintetizzare in poche parole, semplici: "Sto per morire, fatevi coraggio". Oppure: "Muoio, con una speranza per voi". Queste frasi rendono bene quella che a me sembrava la novità del Novecento. Mi ingannavo: pensavo che quella esperienza terribile avesse segnato un confine. Poi la delusione, ancora una volta. Dopo quell'esperienza era nata una parola: disarmo. Ora è scomparsa. Ne sono nate altre due. Guerra e aggiungo: guerra preventiva. E' quello che mi spaventa di più. La guerra non è più neanche mascherata come difensiva. E' diventata preventiva. E chi l'ha teorizzata ha vinto. Fausto - Ingrao si rivolge direttamente al segretario del Prc - quando hai scritto i libri sulla nonviolenza, non lo pensavamo ancora. Invece è accaduto. Parte decisiva della vittoria di Bush è venuta dalle fasce sociali che non sono ricche. Io oggi sono davanti a questa angoscia: i nostri hanno votato l'uomo della guerra preventiva. Mi sento imbarazzato a ricordare queste verità davanti a una platea così calda e direi fidente».

«Che fare allora?» si chiede Ingrao. «Bertinotti ha il merito, in parte ce lo ho anche io, di aver ritirato fuori quelle due paroline: non violenza. Non le pronunciava più nessuno. Neanche quel Papa che pure io rispetto. Sono turbato. Ma vedere questa sala mi piace. Mi dà speranza. Che facciamo? Come rendere quelle due paroline un po' matte, forse un po' ridicole se sentite pronunciate durante un comizio, un modo per impedire che la guerra preventiva vada avanti? Spero ardentemente che non ce la facciano. La speranza siete voi».

Quando Ingrao finisce di parlare, la tensione è forte. Il clima conviviale è però immutato. Si parla di Bellocchio, del suo cinema che da Pugni in tasca a Buongiorno, notte ha chiuso con il bisogno di mettere in scena personaggi violenti. «Attento - scherza Ingrao - che prima di fare la politica, volevo diventare regista». Bertinotti: «Mi trovo tra un Ingrao che se avesse fatto il regista, avrebbe fatto anche meglio. E un regista che si commenta da solo. Anche se - continua il gioco Bertinotti - se devo scegliere tra i suoi film e sentire Bellocchio che parla del proprio cinema, corro a vedere i film». Ancora risate e applausi. Ancora la voglia di stare insieme. «E' solo l'inizio di un percorso» ripetono in molti alla fine, mentre Bertinotti e Ingrao si salutano e salutano i presenti. Un inizio niente male.

Angela Azzaro
angela. azzaro@liberazione. it

L’UNITA’ del 7 Novembre 2004, pagina 2
Libreria «Amore e Psiche» di Roma lui e Ingrao davanti a mille persone a discutere di non violenza
Bertinotti, più Gandhi che Marx


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ROMA Un grande evento culturale, un incontro e un confronto di alto valore e spessore politico da cui non sono emerse incompatibilità, anzi convergenze sul tema della “non violenza”.
Cos Fausto Bertinotti, leader di Rifondazione Comunista, parla dell'incontro e confronto, promosso dalla libreria “Amore e Psiche”, avuto insieme a Pietro Ingrao con l'Analisi Collettiva dello psichiatra Massimo Fagioli, con oltre mille persone «dotate di una fantastica capacità di relazionarsi con il mondo e con la politica».
Con trent’anni di ritardo, essendosi tenuto stretto il marxismo e il comunismo a lungo, Fausto Bertinotti metaforicamente si fa l’analisi per abbracciare il verbo della nonviolenza e Gandhi. Le piacevoli sorprese sulla strada di una nuova cultura di sinistra che Bertinotti, più di altri da questa parte, sta cercando e praticando. E, in fondo, dimostra che ci sono basi da cui partire.
Tanta emozione mista ad imbarazzo per la qualità degli interventi e delle domande. «Sono state due ore intense e piene di emozione - racconta Bertinotti - È accaduto l'inimmaginabile, mai avrei pensato di trovarmi di fronte ad una platea con tanti giovani così competente ed attenta, preparata e piena d'interesse per la politica che al contrario non sa parlare alla gente ed ai giovani: penso che abbia funzionato l'argomento, la scintilla è stata la non violenza».
Ed ecco allora il feeling che si stabilisce dopo un'oretta tra il politico di professione ed una platea di gente comune, tanti giovani, psichiatri e psichiatre, architetti, avvocati, medici, insegnanti e cineasti come Marco Bellocchio.

«Seppure questa fantastica realtà fa ricerca sulla psiche e sul profondo dell'essere umano - osserva ancora Bertinotti - è capace di relazionarsi con la cultura, con la politica, con quel che accade nel mondo». Insomma, sono lontani davvero gli anni in cui la sinistra non riconosceva e osteggiava l'Analisi Collettiva nata spontaneamente nel 1975 a Villa Massimo: oggi è un fatto e una realtà storica innegabile. «Dialogo e confronto con questa realtà? Caspita se sono possibili - precisa Bertinotti - anche se quest'area culturale è costruita sull'indagine del profondo dell'essere umano, sulla psiche umana». Non si tratta dunque di qualcosa di astratto e astruso.
«Tutt'altro - continua entusiasta Bertinotti - Ci accomuna una ricerca: la prassi della non violenza, come renderla pratica quotidiana».
Insomma un incontro tra esperienze diverse ma ricco di convergenze. «Indubbiamente è stato un grande evento culturale per la città e la politica», conclude il leader di Rifondazione Comunista.
(v.c.)

Liberazione del 7 novembre 2004
pagg. 2-3
ELOGIO DELL'IDEOLOGIA
Intervista a Fausto Bertinotti di Piero Sansonetti

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Fausto Bertinotti è convinto che la vittoria di Bush sia il risultato di una vera e propria "rivoluzione" compiuta dalla destra americana. Ed è anche convinto che per fronteggiare questa rivoluzione di destra ci sia un solo modo: la sinistra deve tornare - diciamo così - all'ideologia.
Cioè deve ricostruire un suo sistema di pensiero, di interpretazione del mondo, di progetto universale. Una nuova ideologia della sinistra, secondo Bertinotti, ha tre pilastri:
l'altermondialismo (cioè la certezza che un altro mondo è possibile), la non violenza, e l'aspirazione all'uguaglianza.

Partiamo da una rapida lettura dei giornali di questi giorni. Il più autorevole quotidiano europeo, "Le Monde", venerdì ha messo in prima pagina questo titolo: "La rivoluzione conservatrice assicura la rielezione di George W. Bush". Bertinotti, sei d'accordo?

Si, sono d'accordo. La vittoria di Bush è la sanzione elettorale di un lungo processo: la costruzione di una politica rivoluzionaria di destra...

La parola rivoluzionaria è molto forte. E' appropriata?

Nel nostro linguaggio, no. Nel nostro linguaggio "Rivoluzione" vuol dire trascendimento della società capitalistica, e allora non va bene. Se invece alla parola rivoluzione diamo un significato non marxista, allora quella di Bush è una rivoluzione: è una rottura con il passato, con il paradigma che fin qui ha usato la destra.

Qual era il paradigma?

Dopo il crollo del muro di Berlino si è sprigionata una spinta che puntava a cancellare le ideologie. Questa spinta proveniva soprattutto dall'America. E ha avuto successo. Ha dissolto le ideologie. E' stato un passaggio fondamentale della storia recente. Cosa si intendeva per ideologie? Si intendeva una idea del mondo, articolata, precisa, che desse risposte alle domande fondamentali della politica e della civiltà. Via tutto: demonizzato, demolito, tabula rasa. E' nato così il pensiero unico che ha dominato gli anni novanta. E questo - il pensiero unico - era il paradigma della destra. Chi è restato fuori dal pensiero unico? Solo piccole minoranze, che io definirei "resistenziali" (come noi di Rifondazione) le quali comunque sono state messe fuori dalla grande scena politica, e cioè, ad esempio, dalla possibilità di governare. Il pensiero unico ha divorato tutto: idee, tendenze, modi di vedere, capacità critiche. Il pensiero unico è lui stesso un'ideologia, nato dal dissolvimento delle altre ideologie, ma ha la capacità di non sembrare tale. Si presenta non come ideologia ma come senso comune, e si presenta con la forza dell'assioma, del punto di vista indiscutibile. Cosa dice questo assioma? Semplicemente che con la caduta del comunismo scompaiono tutte le idee e le aspirazioni che il comunismo portava, e sostanzialmente scompare l'aspirazione all'uguaglianza. Quindi gli Stati perdono gran parte delle proprie incombenze e dei propri poteri, e al mercato viene assegnato il compito di diventare il regolatore di tutto e di essere la Weltanschauung - l'anima e il cervello - della politica moderna. Questo diventa il punto di partenza incontestabile di ogni possibile discussione.

Tu mi stai descrivendo quello che è successo negli ultimi quindici anni. Le elezioni americane però segnano uno scarto. Non è successo che il pensiero unico si è rotto e la nuova ideologia bushista è andata oltre?

Esattamente. E' successo proprio così. Il bushismo è un'uscita da destra dal pensiero unico. Capisci cosa hanno fatto? Prima hanno costruito il campo del pensiero unico, hanno annientato le ideologie che si opponevano, hanno chiuso tutti dentro quel recinto, e poi hanno detto: adesso basta, ora realizziamo noi una nuova ideologia, di destra, partigiana, che spariglia di nuovo il gioco. In questo senso parlo di rivoluzione conservatrice. Bush ha fatto questo. Ha detto: pensiero unico? Ciarpame, lasciamolo all'Europa. Noi costruiamo una nostra idea del mondo che supera tutte le contraddizioni. Ce ne infischiamo se il liberismo ha prodotto crisi e non ricchezza, ce ne freghiamo se le tensioni nel pianeta anziché ridursi si sono acuite, noi abbiamo un mandato che ci viene da Dio e lo portiamo avanti. Come? Con il mercato, con la guerra, con le crociate ideologiche, con qualunque cosa serva a farci prevalere. Perché? Chi ci da il diritto? Il diritto ci deriva dal semplice fatto che noi siamo il bene e il resto è male. E' male chiunque e qualunque cosa si opponga.

Qualunque cosa si opponga all'Occidente?

Direi di più: qualunque cosa si opponga al dominio imperiale degli Stati Uniti. E' una idea assolutamente estremistica, ma è un'idea compatta del mondo. Ed è un'idea che è riuscita a unificare attorno a se tutta la destra americana e ha portato a quel clamoroso successo elettorale. Perché? Perché loro dopo avere nel decennio scorso demolito la politica e teorizzato la necessità di demolire la politica, poi sono tornati per primi alla politica, e l'hanno ricostruita sulla base di un'idea etica assoluta. Il massimo dell'ideologia. Quella che dicevamo prima: il bene contro il male.

Secondo te in questa ideologia c'è una "vision"? Voglio dire: è un'idea che corrisponde alla certezza che solo un governo nordamericano del mondo, e un accentramento delle risorse in Occidente, può produrre sviluppo e aumento della ricchezza, e dunque poi garantire la salvezza del mondo? C'è questa idea salvifica, o invece è solo "difesa del bottino"?

Questo secondo me è incerto. Loro non sono portatori di un'idea ottimistica del mondo. Quando metti così in rilievo l'idea del male da battere, l'accento va sulla necessità dello scontro, non sul fine dello scontro. Non vedo un fine. Il fine viene in qualche modo assorbito dalla speranza di vittoria contro il male. Cosa nascerà da quella vittoria è molto vago. Loro, in quella costruzione ideologica, possono omettere di dire che tipo di assetto del mondo e delle società vogliono. L'obiettivo è più semplice: la sconfitta del male. La guerra entra come elemento permanente perché è una lotta tra la vita e la morte. Porta la politica sul piano dell'assoluto. Cosa dicono gli americani ai poveri? Dicono: "ti capisco, tu stai male, d'accordo. Io non ti offro un miglioramento, ti offro di stare dalla parte giusta, dalla parte di Dio e dalla parte dei vincitori. Accontentati".

Allora introduciamo un altro tema complicato. Quello del diritto. A me sembra che la nuova ideologia della destra abbia rovesciato l'idea del diritto che era stata al centro del pensiero della borghesia in questi ultimi secoli.

Si, c'è una svolta. Tutto l'assetto politico istituzionale viene trasformato, in questa nuova logica. Lo sviluppo del pensiero borghese era arrivato al suo punto più alto nella definizione dello Stato di diritto e della democrazia rappresentativa. Filosofi di sinistra, come Habermas e Balibar, sono ripartiti da lì per ragionare sul futuro della nostra civiltà. Dal recupero di questo momento alto del pensiero borghese. La nuova destra fa l'operazione esattamente opposta: demolisce sistematicamente quel pensiero politico borghese. Dice: "questa roba non solo non ci appartiene ma nemmeno ci interessa. Noi siamo oltre". La nuova destra ha scelto la via della riedizione di uno Stato etico. Diverso dallo Stato etico di un tempo, quello basato sulla doppia sovranità, la sovranità religiosa e quella statuale, come era avvenuto in Europa prima della secolarizzazione. Il nuovo stato etico funziona riassumendo in una sola figura le due autorità: il comandante, il guerriero, la sua virtù; è lui che garantisce la lotta contro il male, insieme come politico e come autorità etica. Bush ha usato recentemente il termine "crociata", non in senso metaforico ma in senso proprio: la crociata, come quelle del medioevo. La crociata richiede la ridefinizione della organizzazione complessiva della società. E per ridefinire bisogna innanzitutto decidere qual è il soggetto centrale. Qual è il soggetto, cioè colui che dà legittimità? E' il popolo degli Stati Uniti d'America. E in questo modo la nuova destra coopta il popolo e annulla le differenze tra popolo e governo.

Cerchiamo di capire i confini di questa rivoluzione. E' un fatto che riguarda solamente l'America o tutto l'occidente?

In Europa per ora quel modello non può funzionare. Anche per i molti anticorpi che abbiamo. Siamo un po' vaccinati contro lo Stato etico. Però è indicativo il fatto che da qualche parte, anche in Europa, si inizi a pensare in quel modo. Prendiamo l'esempio del presidente del Senato, che non è cattolico, eppure spinge alla ricerca delle radici cristiane dell'Europa. Cosa è questa ricerca? Il sacro - il vero sacro - con tutto ciò non c'entra niente: è solo un pretesto per poter fissare una identità che permetta il governo del consenso. Mi spiego meglio: in una dimensione puramente economica e sociale, e laicamente politica, i conservatori non possono governare. Le destre, nude - cioè confinate nelle sfere del sociale, dell'economico e del politico - perdono. Le politiche neoliberiste sfasciano, producono dissenso, non aggregano. E allora hanno bisogno di una supplenza - di un "vestito" - di un grande integratore: il "sacro". Dietro al sacro si maschera questo obiettivo: costruire una ideologia conservatrice. La destra non trova nessun'altra strada per costruire questa ideologia.

E la sinistra? Ha bisogno anche lei di una ideologia? E' questo che le manca? E esistono le condizioni per ricostruire un'ideologia?

Secondo me sì. Le manca l'ideologia, le serve e si può costruire. Noi abbiamo dei semilavorati non disprezzabili che possono essere la base di questa ideologia. Stiamo meglio di quanto stessimo nell'89. Il crollo dei regimi comunisti dell'est ha lasciato tutto il movimento operaio orfano, tanto quello comunista che quello socialdemocratico, perché con quei regimi è crollato un pezzo del movimento operaio. Anche quelli che erano più critici verso il comunismo sovietico sono rimasti orfani. Faccio qualche esempio. Io credo che la socialdemocrazia svedese, che costruì quel capolavoro che è stato il compromesso sociale in Svezia, non avrebbe potuto potuto fare niente di quello che ha fatto se non ci fosse stata l'Unione sovietica. Naturalmente noi lo diciamo adesso, allora non potevamo dirlo. Un altro esempio, più drammatico: se noi leggiamo le lettere dei condannati a morte della Resistenza ci accorgiamo di come veniva percepito Stalin: come il simbolo di una liberazione. Lo dico senza problemi avendo io fatto una lotta spietata contro lo stalinismo. Però le cose erano così. Come superiamo la condizione di orfani? Questo è il problema. Detto in modo un po' grossolano, un po' impreciso, ma che serve a capirsi: la dialettica oggi è tra chi vuole tutto buttare, della nostra storia e del nostro patrimonio ideale e teorico, e chi vuole conservarne l'essenziale. Chi voleva disfarsi del patrimonio ideologico del passato per fare qualcosa di diverso, è stato travolto poi dalla furia del "disfarsi". Cosa è rimasto fuori da questa furia? Noi di Rifondazione, cioè la resistenza al pensiero unico. Ma anche noi siamo stati percepiti come il partito delle lotte, della radicalità, del conflitto sociale, non come il partito di una ideologia. Questa è la storia degli anni novanta. Poi però le cose sono cambiate.

Quando sono cambiate?

Con la nascita del movimento altermondialista, dei no-global. Del pacifismo di massa. Le forme di riflessione critica che si erano elaborate dentro il nostro campo - il campo della resistenza - a quel punto sono state riportate in un nuovo campo. Qual è questo nuovo campo? Quello dell'altro mondo possibile.

Ne devo dedurre che il movimento alermondialista è un movimento ideologico?

Evidentemente no, tutto si può dire meno che è un movimento ideologico in senso classico. Però è il primo fenomeno di massa che introduce un'altra idea del mondo. In questo senso apre al ritorno dell'ideologia. E' un paradosso, no? Il movimento realizza le condizioni per poter pensare alla costruzione di una ideologia. E infatti esercita una straordinaria attrazione non solo sulla sinistra radicale ma su pezzi significativi del mondo politico che precedentemente si era collocato dentro il pensiero unico e dentro la demolizione delle ideologie: correnti di partiti socialdemocratici europei, settori importantissimi dei sindacati. In questo quadro la sinistra radicale è collocata in una posizione di assoluto privilegio e di grandissima responsabilità: c'è in lei il combinato disposto di resistenza-radicalismo-innovazione-apertura ai movimenti, che le può consentire di guidare il processo di costruzione di una nuova ideologia. E' nella posizione migliore per mettere mano ai "semilavorati" e iniziare a perfezionarli. Però le manca ancora qualcosa. Le manca l'intellettuale collettivo. Quello che Gramsci chiamava l'intellettuale collettivo…

Non è una piccola mancanza…

No, me ne rendo conto.

L'intellettuale collettivo è il partito?

No, alla costruzione dell'intellettuale collettivo il partito deve partecipare, deve avere un ruolo importantissimo. Ma l'intellettuale collettivo non può essere il partito. Questo intellettuale collettivo, usando i vecchi parametri, dovrebbe essere organico al movimento. Dovrebbe essere costruito in relazione al movimento. E' questo che ci manca. Noi non abbiamo la determinazione in questo campo. I conservatori americani l'hanno avuta. Hanno investito soldi, idee, uomini, forze nei centri di costruzione del loro nuovo estremismo di destra. E ne è nata l'ideologia vincente bushista. Hanno anche avuto il coraggio di stare in minoranza, di sfidare il senso comune, il political correct, le regole, il clintonismo, eccetera. A noi è mancata finora questa determinazione.

Quali sono i pilastri di una ideologia di sinistra per il futuro?

Primo, la nonviolenza: cioè la critica radicale del potere, l'ipotesi di nuovi stili di vita, la messa in discussione delle relazioni nel profondo del profondo. L'idea della nonviolenza comporta lo stravolgimento della vita reale. Poi c'è il secondo pilastro, e cioè "l'altro mondo possibile". Il terzo pilastro è quello di sempre: l'idea di uguaglianza.

Tutto questo, e la vittoria di Bush, non mettono in discussione la prospettiva di governo della sinistra?

Secondo me no. Per una semplice ragione: non si può pensare che l'occidente si definisca per espansione e conquista del modello americano. Bisogna impedirlo, no? Dico l'occidente perché, fuori dell'occidente, gli Stati Uniti non hanno facilità di espansione: l'America latina e l'India stanno scegliendo vie lontane dagli Usa, e poi c'è Islam, che è contro gli Usa fino al terrorismo e alla guerra. L'Europa è in mezzo. Cosa fa? Pensare all'altra Europa vuol dire porsi il problema del governo. L'ipotesi di un passaggio di governo ha senso solo in questa prospettiva: progettare una ridefinizione dell'Europa. Se l'idea di occidente diventa quella di una civiltà contro le altre, occidente contro il resto del mondo, l'Europa è perduta. Se invece attraverso l'Europa si può immaginare di sconfiggere questa idea e costruire nuove relazioni, cambia tutto.

Questa intervista esce il sette novembre. Giorno famoso. Quel giorno, 87 anni fa, i rivoluzionari russi presero il palazzo d'inverno e avviarono il comunismo. Che mi dici al proposito?

Bertinotti ci pensa un attimo, sorride, mi guarda negli occhi e poi fa lui una domanda:

E se non avessero avuto torto a provarci?
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dalla LIBRERIA AMORE E PSICHE

Ci scusiamo per l’inconveniente, ma la cassetta dell’incontro con Bertinotti
è ancora in fase di montaggio, non è pertanto possibile vederla qui da noi
al momento. Vi faremo sapere al più presto quando sarà pronta, nel frattempo
l’incontro è ancora disponibile in streaming sul sito

www.mawivideo.it

Un caro saluto a tutti



Libreria Amore e Psiche
via s. caterina da siena, 61 roma
info:06/6783908 amorepsiche2003@libero.it
i nostri orari: lunedi 15-20
dal martedi alla domenica 10-20
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la videoregistrazione dell'incontro
del 5 novembre 2004 con

FAUSTO BERTINOTTI

e
PIETRO INGRAO

è disponibile su

MAWIVIDEO

da dove può essere visto e scaricato
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...e nel frattempo, il manifesto...

il manifesto 6.11.04
Trame per snodare il perturbante
Oggi e domani al centro congressi di Torino il primo convegno dedicato a «Contaminazioni. Voci e leggende metropolitane nell'epoca di Internet»: tramandate a voce, hanno segnato lo spirito del tempo
MARIA TERESA CARBONE

È passato quasi un quarto di secolo da quando, nell'agosto del 1980, uscì sul paginone culturale della «Repubblica» un lungo articolo di Italo Calvino, quasi un racconto in forma di reportage, titolato «La mano che ti segue». Ancora più cupo suonava l'occhiello: «L'incubo della violenza: storia vera di una ragazza sconosciuta». Calvino parlava di una vicenda ambientata in una Parigi notturna: protagonista una giovane donna (lo scrittore le assegnava un nome fittizio, Yvonne) inseguita e assediata nella sua auto da una banda di loubards, in fuga disperata, quando già i malviventi erano riusciti ad agganciare la macchina con catene di ferro. Un terribile ritrovamento concludeva la storia: «Con le gambe che le tremano, scende, gira intorno alla vettura. La prima cosa che vede è una specie di strascico che s'allunga al suolo. Una delle catene dei loubards è rimasta impigliata al mozzo di una ruota. Al termine della catena c'è attaccato qualcosa. Yvonne si china, fa per raccogliere l'oggetto, lancia un grido e si copre gli occhi. Lì per terra c'è una mano. Il polso troncato è stretto nel braccialetto d'acciaio cui è legata la catena». Dopo un quarto di secolo, la maggior parte dei lettori riconoscerebbe subito nella storia della povera Yvonne una delle più classiche leggende metropolitane, molto diffusa in tutto il mondo anglosassone e rimbalzata anche da noi, se non altro per i suoi echi cinematografici, da Mad Max di George Miller in poi. Del resto, lo stesso Calvino, che la presentava come una vicenda davvero accaduta, non escludeva del tutto che si trattasse di «una leggenda della metropoli moderna, che si tramanda di bocca in bocca». Era insomma, e non a caso, proprio la sensibilità di un autore che aveva amato con passione le fiabe classiche a individuare e addirittura a dare un nome, in anticipo sui tempi, a una delle nuove forme di tradizione orale della nostra epoca. Nel periodo successivo, e soprattutto a partire dalla fine degli anni Ottanta, le leggende metropolitane sarebbero diventate anche in Italia oggetto consapevole di studio e di analisi: a contribuire a questa diffusione furono le raccolte dello studioso americano Jan Harold Brunvand (pubblicate dalla casa editrice Costa & Nolan), i saggi dello storico Cesare Bermani (in particolare Il bambino è servito, edito da Dedalo nel `91), l'attività del Centro per la raccolta delle voci e delle leggende contemporanee, che nacque nel 1990 e che diventò un punto di riferimento per tutti i ricercatori della materia. Ma intanto, l'idea stessa di questo patrimonio di storie contemporanee, passate di bocca in bocca, si impose e si diffuse ben al di fuori dalla cerchia degli studiosi, trovando spazio sui giornali e alla televisione e incontrando infine, dalla metà degli anni Novanta in poi, un nuovo e formidabile mezzo di circolazione, la rete.
Contaminazioni - Voci e leggende metropolitane nell'epoca di Internet è il titolo del primo convegno italiano sull'argomento, che si tiene oggi e domani al Centro congressi di Torino, per iniziativa del Centro per la raccolta delle voci e delle leggende contemporanee, in collaborazione con il Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale, e con la partecipazione di numerosi esperti, italiani e stranieri, da Paolo Toselli, autore fra l'altro del recentissimo Storie di ordinaria falsità (Rizzoli 2004) a Jean-Bruno Renard, docente di sociologia all'università di Montpellier, al «grande pioniere» Cesare Bermani, che riproporrà nel suo intervento, Il presente inventato, un tema centrale nell'analisi dei miti contemporanei: il loro rapporto con la politica e la vita sociale.
Perché l'interesse delle leggende metropolitane non consiste (solo) nella loro capacità di raccontare in modo avvincente una ipotetica quotidianità, ma soprattutto nel mettere in luce, proprio grazie al meccanismo della fabula, i timori e le tensioni che attraversano la nostra società. Ha osservato a questo proposito un altro dei partecipanti al convegno torinese, Lorenzo Montali, come una delle funzioni delle leggende sia quella di aiutare un certo gruppo a familiarizzarsi con una realtà nuova o con oggetti sociali in qualche modo indefiniti o estranei, al punto che in certi casi il mito può addirittura trasformarsi in uno dei modi attraverso cui un gruppo costruisce il proprio sapere. Ma in parallelo, le leggende esprimono anche l'angoscia di fronte al nuovo, un'angoscia che può sconfinare con il pregiudizio, con il razzismo: interessante (e inquietante) da questo punto di vista può essere la recente leggenda sulla «Smiley gang» - a Torino ne parlerà Peter Burger, dell'università di Leiden - che, nata in Olanda e poi passata anche in Belgio e in Francia, ha seminato il panico su una presunta banda di stupratori di origine straniera.

il manifesto 6.11.04
CONVEGNO A NAPOLI
L'interpretazione tra psicoanalisi filosofia, letteratura
NICOLETTA MARTINELLI

Partite da Trieste - città a cui sono fortemente legati, se non proprio gli inizi, certamente i primi più decisivi impulsi alla diffusione della psicoanalisi in Italia - le giornate di studio dedicate al cinquantenario della Rivista di psicoanalisi toccano oggi Napoli e avranno come tappa finale Roma, ai primi di dicembre. Le pubblicazioni delle Rivista cominciarono all'inizio del 1955 per iniziativa di Cesare Musatti, dopo che una precedente Rivista italiana di psicoanalisi, fondata a Roma da Edoardo Weiss nel 1932, dopo solo due anni fu costretta dalle autorità fasciste, su pressione delle gerarchie ecclesiastiche cattoliche, a chiudere senza nemmeno poter distribuire in libreria gli ultimi due numeri stampati. Oltre a un convegno, la giornata triestina ha previsto la proiezione di un video di Mario Rizzarelli sulla Vienna di Edoardo Weiss, primo a praticare la psicoanalisi in Italia a partire dal 1918, e l'inaugurazione di una mostra documentaria, curata da Anna Maria Accerboni Ravanello alla Saletta Mostre del Teatro Verdi di Trieste. Mentre l'iniziativa del Centro veneto di psicoanalisi è stata l'occasione per ripercorrere inizi e fasi della storia della Rivista, l'appuntamento napoletano sarà votato a indagare I luoghi della interpretazione, con interventi - tra gli altri - di Agostino Recalbuto, Nestore Pirillo, Pierluigi Rossi, Felice Cimatti e Sarantis Thanopulos. Se è ovvia l'importanza della scrittura per la trasmissione, la divulgazione e la stessa costruzione di una disciplina scientifica, è ancora più decisiva per la psicoanalisi, che oscilla tra racconto orale e scrittura dei casi clinici, tra ricostruzione di una verità storica e costruzione di una corenza narrativa, affidata all'esercizio della interpretazione.
Spesso considerata una scienza di confine, la più scientifica delle discipline umanistiche e la più umanistica delle discipline scientifiche, la psicoanalisi è nata, più ancora che come una talking cure, come una writing cure. Essa germogliò infatti letteralmente in un medium di scrittura: gli incessanti e innumerevoli scritti scientifici, epistolari, autoanalitici del suo fondatore. E non poteva essere altrimenti se, come è stato spesso rilevato, lo stesso dispositivo della scrittura ha qualcosa di intimamente comune con quello instaurato dalla situazione analitica, già per il solo fatto di creare una relazione del tutto peculiare con se stessi, collocando chi scrive in margine ai propri pensieri. Lo scritto, notava infatti Freud, è in origine il linguaggio dell'assente. E la interpretazione - di cui oggi si parlerà al convegno napoletano - sia essa rivolta a testi artistici, filosofici, o al racconto di sé degli analizzati, è un momento imprescindibile, che non necessita di mobilitare una intenzione, perché governa in ogni istante la naturale attitudine della mente umana verso ogni oggetto che colpisca le nostre percezioni.

Gianrico Carofiglio

Repubblica 8.11.04
Parla Gianrico Carofiglio
"I miei giudici gente piena di dubbi"
E il suo terzo romanzo finirà sul grande schermo

BARI - Gianrico Carofiglio, classe 1961, è sostituto procuratore antimafia a Bari. Alto come un pivot, è cintura nera di karate quarto dan. Sposato, due figli, spiega che la passione per la scrittura è nata da ragazzino, ma solo quando è arrivato alla soglia dei quarant´anni ha deciso che era il momento di mettersi alla prova. «Dopo un´estate da dimenticare ho capito che dovevo sedermi e scrivere la storia che avevo in testa. Così ho scritto Testimone inconsapevole. Nove mesi, per chi ama le metafore. Ho inviato il manoscritto a vari editori, mi ha risposto Elvira Sellerio. Il libro è andato benissimo, ma non pensavo di farne un seguito. Me lo ha chiesto espressamente la signora Sellerio, con un tono che non lasciava alternative: gentile ma fermo, molto siciliano... Noi arrestiamo per estorsione per molto meno».
Lei firma la sceneggiatura dei film con Francesco Piccolo e Domenico Starnone.
«Ero curioso di capire come si scrive per la tv, e volevo imparare una cosa nuova. La costruzione della storia, quando penso a un libro, è visiva: immagino le scene e monto il "mio" film, come fanno i lettori».
Perché un avvocato come protagonista?
«Per cambiare. Quello dei tribunali è un ambiente che conosco bene, avrei dovuto scrivere ancora di un magistrato? Che noia».
I giudici, nei suoi romanzi, non fanno una gran figura: salva solo la pm, che ricorda Ilda Boccassini.
«La pm Mantovani è un´idealista, una donna determinata nel lavoro ma con una sua fragilità, una persona complessa. Piace molto anche a me. Ma non è vero che li tratto male. Vede, il magistrato deve avere doti che normalmente uno non immagina: la fantasia, prima di tutto. E poi deve nutrire dubbi».
Carofiglio, i suoi dubbi, li riversa nelle pagine dei libri; mentre pensa alla terza avventura dell´avvocato Guerrieri, l´ultimo romanzo Il passato è una terra straniera (Rizzoli), diventerà un film per il cinema. Lo annuncia con un certo orgoglio: «Sarà una grande coproduzione internazionale, non posso dire di più».
(s. f.)
un comunicato ricevuto da Annalina Ferrante

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LE RELAZIONI DI ANNA HOMBERG E MARCELLA FAGIOLI

AL CONVEGNO


"Gli aquiloni volano con il vento: Il primo anno di vita"
tenutosi a Roma il 28 ottobre scorso

Dr.ssa Annelore Homberg:
L'identità personale del primo anno di vita

Dr.ssa Marcella Fagioli:
La realtà biologica umana

i due testi citati
nella relazione di Marcella Fagioli:

La Repubblica
01-06-04, pagina 18, sezione COMMENTI
Lettere
Il manifesto contro il dolore Domenico Gioffrè, Mario Luzi, Tullio De Mauro, Silvio Garattini, Rita Levi Montalcini, Franco Mandelli In occasione della "Giornata nazionale del sollievo" celebrata domenica, desideriamo rendere pubblico il manifesto "Contro il dolore non necessario". Il dolore è nei suoi aspetti morali e fisici intrinseco all' esperienza dell' uomo. Ma, concentrandoci sulla sofferenza del corpo, non possiamo non recriminare quanta parte di essa sia dovuta a incuria, inesperienza, poco amore per il malato. Il dolore può arrivare al punto di rendere desiderabile la morte. I suoi confini sono indifesi e aperti a ogni estrema soluzione. Perché il dolore insostenibile logora insieme con il corpo l' equilibrio morale e psichico di chi ne è colpito, degrada il suo contegno, annienta la sua dignità. Questo dolore iniquo vogliamo combattere; esso è puramente distruttivo. I suoi effetti sono spesso atroci, le premure solidali e affettuose non bastano ad alleviarli. Si rende pertanto necessario e doveroso adottare provvedimenti terapeutici per controllare e ridurre la sofferenza fisica in modo da evitare che la persona nella sua totalità sia miseramente avvilita e degradata. Occorre dunque una svolta culturale nel campo della nostra medicina, che trasformi l' opera del medico da "curare" in "prendersi cura" nel rispetto di due fondamentali diritti del malato: non soffrire dolori inutili e mantenere la propria dignità e un tenore decoroso di vita durante la malattia. Vizi politici italiani sulle elezioni europee Alfonso Lentinello alfonso.lentinello@poste.it Vorrei far notare ai nostri rappresentanti politici, tutti, che le elezioni a cui andiamo incontro si chiamano "europee". Perché allora si parla solo ed esclusivamente di problemi squisitamente nazionali? E neanche di problemi economici, ma solo di problemi politici tutti italiani! Incidenti, finito l' effetto patente a punti Antonio di Gennaro Napoli Negli ultimi giorni una serie di gravissimi incidenti: cinque persone investite sulle strisce pedonali, uno scontro frontale con due morti. Sembra proprio che l' effetto patente a punti stia scemando. Soprattutto nelle città i controlli scarseggiano, gli automobilisti se ne rendono conto e tornano all' antico. Basta mantenersi nei limiti di velocità per vedersi superare da chiunque, camion compresi. Del resto, tutti i provvedimenti seri sui temi della circolazione, in Italia sono sempre finiti in barzelletta. A proposito, quanti usano, le luci di giorno in autostrada? E il giubbotto riflettente? Tasse in diminuzione? Non per chi compra casa Daniela Carlotti d_carlotti@yahoo.it A proposito di diminuzione delle tasse. Peccato che l' ultima Finanziaria abbia aumentato l' imposta di registro sulle compravendite immobiliari. In pratica, sono aumentate le tasse sull' acquisto delle case. In un momento in cui i prezzi del mattone sono alle stelle, e ciò nonostante molte persone, scottate dalla Borsa e deluse dai titoli di Stato, fanno enormi sacrifici per comprare casa, cosa fa il nostro governo? Aiuta i cittadini riducendo almeno le tasse sull' acquisto della prima casa? Vara misure per calmierare i prezzi? Interviene sulle agenzie immobiliari che raddoppiano le provvigioni facendole pagare sia a chi compra che a chi vende? No! Aumenta le imposte. Grazie!I processi Sofri a "Reperto Raiot" Sabina Guzzanti Vorrei rispondere alla lettera di Enzo Sellerio, che contesta un passaggio del mio spettacolo. Mi accusa di non so quale "omissione", ricordandomi che "in tre dei sette processi Sofri è stato assolto e dopo la condanna definitiva ha scelto la via del carcere a quella di un facile e comodo espatrio". Come ha ricordato Valentini su Repubblica, Sofri ha avuto 11 gradi di giudizio. è stato giudicato da 99 giudici, fra togati e popolari. Solo una volta è stato assolto e un' altra la Cassazione ha annullato la condanna ordinando un nuovo giudizio. In tutto due verdetti favorevoli e 9 sfavorevoli compreso quello definitivo, che poi è l' unico che conta. è stato fatto anche ricorso alla Corte di giustizia europea che lo ha respinto perché "irricevibile". Aggiungo che trovo discutibile affermare che "Sofri ha scelto il carcere", tutti i detenuti l' hanno "scelto", cioè non sono fuggiti; evidentemente la latitanza non è considerata dai più un "facile e comodo espatrio". Per motivi di spazio non posso confutare le affermazioni di Sellerio una per una come vorrei. Mi limito a dire che il senso di quello che affermo in "Reperto Raiot" è inequivocabile e finora largamente condiviso dal pubblico. Premesso che sarei felice se Sofri uscisse di galera perché ritengo che il carcere sia uno strumento inutilmente crudele quasi per chiunque, è insopportabile che ci si occupi di giustizia solo quando riguarda persone potenti o famose e che vengano spacciate per battaglie di principio delle campagne che hanno come unico scopo la salvezza di uno solo e ignorano tutti gli altri che si trovano nelle stesse condizioni.

La Repubblica
24-05-04, pagina 35, sezione CULTURA
Il processo psicoanalitico: intervista a Jorge Canestri
Perché vado in analisi
'Quel che determina il trattamento non è l' obiettivo, impossibile da stabilire, ma il punto di partenza' Cosa vuol dire 'lavoro di trasformazione e qual è lo sco della terapia analitica? La relazione dello studioso argentino Non ci sono i pazienti, ma il paziente, lo stesso vale per l' analist La nostra è la scienza del particolare Soltanto un ciarlatano può promettere una guarigione. Noi possiamo solo dare la possibilità di cambiare
MILANO LUCIANA SICA

Cos' è il processo psicoanalitico? Che vuol dire lavoro di trasformazione? Qual è la finalità della cura analitica? Lo chiediamo a un allievo di Willy e Madeleine Baranger, a uno studioso decisamente versato per le più sottili disquisizioni di natura teorica: è Jorge Canestri, psicoanalista argentino di sessantun anni, in Italia dal '76, l' anno del golpe militare nel suo Paese. Con Jacqueline Amati Mehler e Simona Argentieri, ha scritto La Babele dell' inconscio, un saggio di un certo successo ristampato di recente da Cortina. Il concetto di processo e il lavoro di trasformazione era il titolo della sua relazione al congresso milanese. Un tema nevralgico per la psicoanalisi, su cui la letteratura è ampia, e i modelli teorici anche molto diversi. Lei lo definisce un "progresso attraverso il cambiamento", e però - quasi paradossalmente - non verso qualcosa ma da qualcosa~ Da cosa, dottor Canestri? «Dal punto in cui si trova il paziente quando chiede una consultazione e comincia un' analisi, vivendo una condizione più o meno acuta di sofferenza. Lo stato iniziale possiamo immaginarlo come uno stato primitivo, e in ogni caso il processo ha inizio da lì, da quel punto in poi: sappiamo da dove si parte, ma la direzione della cura - pensata, è ovvio, in termini di miglioramento - non ha né può avere un obiettivo prestabilito una volta per tutte. Di fatto è "qualcosa" che probabilmente si determinerà strada facendo, secondo quello che i francesi chiamano l' après coup, e cioè la risignificazione - ma solo a posteriori - di quanto è accaduto durante il percorso analitico». Non a caso lei cita Machado, i due famosi versi dei Cantares: Caminante no hay camino,/se hace camino al andar~ Ma può davvero bastare l' idea - per quanto suggestiva - del "fare strada", senza nessun riferimento più preciso a un obiettivo finale? «Si potrebbe dire genericamente che l' obiettivo finale è il raggiungimento di uno stato di salute, ma a quel punto bisognerà almeno chiedersi cosa s' intende per salute, nozione non proprio facilissima da definire. In che consiste, infatti, la salute? Può bastare forse la scomparsa dei sintomi per "star bene"? La stessa ambizione di eliminare radicalmente i tratti psicopatologici è a volte del tutto irrealistica. Pensi ai pazienti gravi, gente che magari a diciassette anni è stata ricoverata in manicomio e ora ne ha cinquanta: in questi casi è molto improbabile, se non impossibile, l' uscita definitiva da uno stato patologico». In certi casi, è vero, è forse già tanto evitare il suicidio, ma - mi permetta d' insistere - rimane l' impressione che, in analisi, l' obiettivo della cura è da sempre troppo indefinito. Un certo rifiuto del concetto di "malattia" porta anche a respingere la nozione di "guarigione", che pure non andrebbe sbrigativamente liquidata~ è un' impressione che a lei sembra totalmente sbagliata? «In parte sì, perché già Freud si prefissava di trovare una cura utile a certe patologie come l' isteria, "malattie" che non avevano una base organica ma procuravano comunque una grande sofferenza, e che la psichiatria tradizionale non era in grado di affrontare~ Il punto è che, strada facendo, Freud capì che la scomparsa isolata del sintomo non implicava una condizione di benessere mentale e che quindi il concetto stesso di guarigione andava profondamente ripensato». Ci sono autori, come Meltzer, che pensano al trattamento analitico privilegiando l' idea di una riorganizzazione complessiva della personalità. A lei non sembra un' idea, anche questa molto suggestiva, ma in fondo del tutto sfuggente? «Dipende: è sempre il punto di partenza del singolo paziente a determinare il percorso di un trattamento, o in altre parole l' incidenza che ha sul processo psicoanalitico la patologia che l' analista prende in considerazione. Vede, non ci sono i pazienti, ma il paziente, non esistono gli analisti, ma l' analista, questo è il punto. Le generalizzazioni non stanno in piedi, non reggono proprio, ed è questa la ragione di fondo per cui, da Popper a Grunbaum, la "scientificità" della psicoanalisi è stata messa duramente sotto accusa: perché appunto non si tratta di una scienza del generale, ma dello squisito particolare. Noi possiamo tentare delle nosografie, e infatti distinguiamo tra depressi, nevrotici ossessivi, isterici, psicotici~ ma sappiamo anche che queste elencazioni un po' astratte sono molto relative~». Perché? «Perché non ci sono mai due casi uguali, perché ogni essere umano è un sistema complesso, molto sui generis, e guarda caso sono proprio le neuroscienze a esserci di grande supporto quando descrivono il cervello di ogni soggetto, anche dal punto di vista dei collegamenti nervosi, come qualcosa in tutto simile all' impronta digitale: e cioè qualcosa di unico e irripetibile. Oggi sappiamo anche che il cervello comincia a organizzarsi prestissimo, già in fase prenatale~». Se questo è vero, si può dire che i fattori ambientali agiscano sull' organizzazione del cervello, e dunque della mente, sin dall' inizio della vita? «Sì, e purtroppo con una buona dose di casualità. Voglio dire che se si è fortunati, si potrà fare un certo percorso più o meno armonico, ma se invece si è sfortunati quel percorso sarà distorto sin dall' inizio, e nessuno potrà restituire quello che disgraziatamente non si è avuto~ Era una pura fantasia della guarigione quella che gli antichi chiamavano la restitutio ad integrum, il ritorno a una sorta di ideale stato originario. Questo purtroppo non è possibile, solo un ciarlatano potrebbe garantire un risultato finale di questo genere~». Più realisticamente, cos' è che voi analisti potete garantire? «Più realisticamente, ed è quello che facciamo, possiamo migliorare le condizioni complessive del soggetto, concedergli la possibilità di non ripetere gli stessi meccanismi sbagliati, e dunque di cambiare, ma sempre tenendo conto di come quel soggetto stava prima dell' analisi». Il problema è che a volte i vostri pazienti non sembrano cambiare affatto. A lei non capita mai di sentire frasette del tipo "Quello sta in analisi da una vita e sta peggio di prima"? «Mi è capitato molte volte. è così: in analisi si può anche non cambiare, a volte si può addirittura peggiorare, senza dubbio registriamo dei fallimenti terapeutici~». Ci sarà almeno un modo per scongiurarli, tenendo conto di quello che significa impegnarsi in una cura, tra l' altro molto costosa, come l' analisi? «Innanzitutto l' indicazione deve essere giusta, nel senso che ci sono pazienti per i quali l' indicazione dell' analisi non è quella corretta. L' analista dovrebbe essere sempre una persona esperta, ma in ogni caso ci sono incontri che funzionano e altri che non funzionano. Capita che il lavoro di un analista - anche molto brillante - con quel particolare paziente non ottenga risultati, questo è possibile, e allora l' analista dovrebbe avere la correttezza di dire: mi dispiace, ma questo lavoro non sta procedendo nel verso giusto, cercherò di orientarla verso un altro collega, o anche verso un' altra terapia~». Dovrebbe dirlo, ma lo fa davvero? Non è contemplata l' ipotesi dell' analista che s' intestardisce anche quando non vede nessun miglioramento del suo paziente? «Ammetto che non sia un' ipotesi del tutto astratta. Ma c' è anche il chirurgo estetico che insiste con una serie di lifting che comunque vengono malissimo: cioè pazzi ce ne sono dappertutto, anche nella psicoanalisi».
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domenica 7 novembre 2004

l'intervista di Ingrao del 30.10
citata a villa Piccolomini, finora non apparsa sul blog

www.aprileonline.info
Replay.
riproponiamo un articolo apparso su ''Liberazione'' di Sabato 30 ottobre

Ingrao: «Sinistra unisciti, fai presto»
Parla lo storico leader comunista: un processo di riaggregazione è necessario, e siamo già in ritardo. Abbiamo bisogno di programmi chiari e di opzioni qualificanti
di
Piero Sansonetti, direttore di Liberazione

Bertinotti ha proposto di costruire un nuovo contenitore per la sinistra. Asor Rosa ha proposto un’assemblea nazionale, e ha detto che torna alla ribalta della politica la contraddizione fondamentale: quella tra capitale e lavoro. Tu pensi che il problema della riaggregazione della sinistra ci sia e che i tempi siano maturi?
Spero ardentemente che si arrivi al più presto a questo processo che tu chiami di “riaggregazione della sinistra”. Siamo già in serio ritardo. Da ciò che vado scrivendo, credo si capisca facilmente una cosa: ritengo che Rifondazione sia un fattore essenziale in questo cammino che non è semplice. Mi auguro che essa sappia sviluppare tutta l’apertura e la capacità di ascolto, necessari per costruire questa originale e difficile unità. A dire la verità, quella parola che usa Fausto – “contenitore “- non mi piace molto. Dà l’idea di un avvicinamento meccanico, o di una alleanza esteriore. Io invece credo che si debba tendere a costruire un soggetto politico collettivo, con una intesa limpida sul programma e sui modi di un lavoro comune. Ma intendiamoci: io sono quidam de populo: questioni così alte e delicate non sono di mia competenza.

Ma sei d’accordo o no sulla proposta di assemblea costituente proposta da Asor Rosa? Oppure tu pensi che in fondo c’è già “Rifondazione”, che è quello il partito di sinistra e va bene così?
No, io penso che non va bene così. Penso all’opposto che “Rifondazione” deve uscire dal suo guscio, deve sviluppare un lavoro tenace e dichiarato di dialogo e costruzione di una intesa con le altre forze di sinistra. Altrimenti anche l’incontro proposto utilmente da Asor rischia di finire in una fragile ammucchiata: può sembrare che si vada d’accordo su tante cose, ma poi non si fanno passi in avanti veri. Se però uno mi dice che un’assemblea di questo livello può servire come preparazione di un processo, come primo atto di un incontrarsi, che ha già un suo significato, va bene così: si faccia. In verità, io sento molto di più il bisogno di una ricerca programmatica organizzata, e soprattutto di atti di lotta comune sulle brucianti questioni politiche e sociali oggi squadernate.

Fabio Mussi ha detto: noi (cioè la sinistra Ds) siamo in trincea per impedire che si formi il partito riformista. Per questo restiamo nei Ds: per combattere questa battaglia che può ancora essere vinta. Per impedire una deriva blairiana nei Ds. Se poi nascerà davvero una formazione riformista, ha detto Mussi, è nelle cose che si formi un nuovo partito. Non so se traduco bene il suo pensiero, ma più o meno mi sembra questo: la sinistra Ds resta nel partito solo se se la maggioranza rinuncia all’idea del partito riformista o della federazione riformista. Se la maggioranza va avanti,ed è probabile che vada avanti, la sinistra ds esce. Cosa ne pensi?
Temo che non ci riescano: e che poi all’ultim’ora accettino l’operazione del “partito riformista”. Che incassino il colpo. Ad ogni modo, se quello che dice Mussi avviene davvero, lo considererei un fatto fortemente positivo. Aiuterebbe a mettere nome e cognome ai vari soggetti politici che stanno sulla scena. E’ molto importante la chiarezza. Io, per esempio, spesso ho delle critiche da fare a “Rifondazione”. Però penso che con “Rifondazione” si possa fare un cammino: è un partito che nella politica italiana oggi rappresenta un segnale, una scelta di campo che ha un contorno netto. Direi che in Italia mai come oggi abbiamo bisogno di programmi chiari, di opzioni qualificanti. Poi diventa più facile confrontarsi: e anche fare compromessi, se serve.

C’è il problema dei movimenti. Si dice: facciamo un’alleanza politica non solo tra i partiti ma anche con i movimenti. E’ un modo di dire un po’ generico. Sono anni che si dice così. Però se non si affrontano i problemi delle differenze genetiche che ci sono tra partiti e movimenti,e talvolta persino delle incompatibilità, si rischia di pestare acqua nel mortaio. Non vedi questo rischio? E quali sono le differenze genetiche tra partiti e movimenti? E come si possono superare, o aggirare, o far coesistere?
Il problema è il modo e la volontà con cui i movimenti sapranno misurarsi con le molteplici dimensioni della politica. Tu lo ricorderai: io sono stato e sono molto interessato alla loro vita. E tuttavia vedo un problema che loro non possono aggirare: come incidere sui poteri legittimi così come sono fissati in Costituzione. Io credo alle battaglie nel Paese, calati fra la gente - anche a livello “globale”- che i movimenti originali di questi anni hanno messo in campo. E tuttavia le lotte di classe e di popolo, per cambiare davvero l’Italia, hanno bisogno di incidere sui poteri che hanno dalla loro parte la legittimità e il sostegno dello Stato. Berlusconi oggi, purtroppo, ha nelle sue mani i poteri pubblici e la forza, l’autorità dello Stato. Come possono, devono agire i movimenti per togliere dalle sue mani queste leve? Non vedo in ciò, per nulla, una perdita e nemmeno uno smarrimento della natura creativa che i movimenti in tante occasioni hanno saputo mostrare. Anzi credo che solo con la loro iniziativa dal basso potremo sconfiggere figure come Bush, che hanno nelle loro mani e i danari e gli eserciti.

Torniamo al problema della riaggregazione della sinistra. Non hai paura che questo dibattito rischi di riprodurre un po’ la noiosissima discussione che da vari anni agita il centro sinistra: quali regole? Chi è il leader? E poi non si parla mai di politica…
Perché sei così sbrigativo su questa questione delle regole? Io non la penso così. Le regole sono importanti. Ti faccio un esempio. La Camera dei deputati in questi giorni ha preso una decisione secondo me grave e pericolosa. Ne abbiamo parlato su “Liberazione” nei giorni scorsi: la maggioranza berlusconiana ha cambiato in modo drastico la struttura del potere politico rispetto ai testi costituzionali. E’ la famigerata questione del premierato. Quel “premierato forte” (è singolare, è quasi divertente che abbiano voluto aggiungere quell’aggettivo: forte…) praticamente scardina i pilastri delle regole vigenti nel nostro paese: quelle regole che furono convalidate dalla grande lotta della Resistenza. Posso dirlo senza essere accusato di retorica? La Costituzione indica chiaramente tre livelli di potere. Il primo è il voto popolare, il secondo è il potere delle assemblee elettive, il terzo è il potere di tutela e di convalida che è assegnato al capo dello Stato. Dunque la Costituzione chiede esplicitamente- in modo direi clamoroso- che il potere pubblico sia articolato. Per più di mezzo secolo siamo stati attentissimi a impedire che potessero essere spostati questi equilibri. Lasciami ricordare una battaglia- addirittura esasperata! - che conducemmo contro una riforma del sistema elettorale, nel 1953: contro quella riforma che chiamammo “legge truffa”. A pensarci oggi quello era uno zuccherino, una modifica non certo sconvolgente…

Non era neppure una modifica della Costituzione, era solo una legge elettorale…
Sì: era una legge elettorale che toccava però uno degli elementi fondamentali del sistema: il modo in cui si forma l’assemblea elettiva. Quindi pur non essendo una modifica costituzionale, la sinistra decise che era una ferita insopportabile. E scatenò l’inferno per bloccarla. Vinse. Oggi quella legge truffa, di fronte alla riforma costituzionale di Berlusconi, sembra una bazzecola. Eppure – di fronte a ciò- in Italia sinora non c’è stato nessun putiferio. Non è successo quasi niente…

C’è stato uno scontro alla Camera…
Non direi esattamente uno scontro: direi una differenziazione. E poi basta. E non vedo attualmente una campagna contro questo mutamento radicale della Costituzione e quindi della democrazia italiana. Il “premierato forte” è un accentramento chiaro dei poteri nelle mani del premier, a scapito del capo dello Stato e del Parlamento. Berlusconi vuole questa dilatazione (incostituzionale) della sua potenza. Quanti in Italia sanno di questa vicenda, e di quanto essa può incidere sulla loro vita?

Quali sono secondo te i due o tre punti di programma sui quali la sinistra può riaggregarsi e può ritrovare una sua identità?
Ne vedo tre: la lotta contro la guerra, la questione del lavoro, la questione di genere, cioè il ruolo e il potere delle donne. Partiamo dalla guerra. C’è la terribile novità della guerra preventiva. E’ la novità introdotta in questo inizio di secolo dall’iniziativa dell’imperialismo americano. Ecco: non si tratta solo di battersi per arrestare la carneficina in Iraq. Bisogna riproporre nella coscienza popolare, e nella voce delle assemblee, la consapevolezza di ciò che rappresenta questa terribile innovazione nella vita di miliardi di persone. Non mi stancherò mai di insistere su questa definizione che ha dato Bush: guerra preventiva. Dunque cadono le vecchie coperture, e si indica chiaramente l’attacco armato come mezzo normale e autonomo per incidere sulla sistemazione del mondo e sulla vita dell’umanità.
Guarda a cosa è ridotta l’ONU, quell’organismo che – finita la guerra contro Hitler – alimentò tante nostre speranze… Secondo punto di programma: il lavoro. Dopo il crollo delle regole costruite nella parte felice del secolo passato, oggi il problema della certezza del lavoro e della tutela nel lavoro è drammatico. Ed è anche aggravato dall’irruzione dei diseredati del Terzo mondo. Dobbiamo prendere atto della sconfitta subita nell’ultimo decennio del Novecento da un soggetto che è stato fondamentale nella vita degli ultimi 100 anni: il sindacato, le sue basi di massa, la sua capacità di agire nel luogo di lavoro e di introdurre innovazioni forti nell’attività lavorativa. Stiamo parlando di una sconfitta cruciale, che ha mutato punti essenziali nel sistema delle relazioni sociali. Non possiamo dimenticare che l’ondata degli anni Sessanta e Settanta giunse - per esempio in Italia - a imporre un impegno pubblico che favoriva persino la “formazione” della capacità lavorativa. Cioè lo Stato - parola oggi maledetta - sorreggeva non solo la tutela dei lavoratori nella fabbrica, ma si poneva il problema di sostenere la loro vita fuori della fabbrica: si poneva il problema della crescita dei loro saperi; in fondo: della loro qualità di esseri umani e di cittadini. Su questi nodi c’è stata una sconfitta pesante: la primazia del lavoratore rispetto allo strapotere del capitale è stata pesantemente oscurata, e in Italia oggi viene persino offesa. Bisogna vedere come riproporre quel discorso e riaprire quelle battaglie.
E’ un nodo essenziale della modernità. Terzo punto, ma qui io so soltanto di sapere poco. Vedo spenta, o almeno offuscata, la scoperta più grande dell’ultimo mezzo secolo: la questione di genere. Una volta si diceva “questione femminile”. Oggi se ne parla pochissimo: sembra quasi uscita dal calendario di lotta del nostro Paese.

C’è anche un problema di identità della sinistra. Dal 1989, e cioè da 15 anni, ho l’impressione che la sinistra abbia perso la sua “identità forte”. Cioè che abbia perso la sua capacità “universalistica”, di presentarsi come una forza che ha un progetto per un mondo diverso. Non è così?
E’ vero. Però io vedo anche una novità che è proprio di questi ultimi anni: il pacifismo. Qui mi sembra che la tua affermazione sia troppo pessimista. Non coglie un aspetto: lo scatto, il balzo in avanti con cui milioni e milioni di persone hanno ripreso a ragionare sullo stato del mondo: sia per quanto riguarda i potenti- cioè quelli che hanno in mano il mondo - sia per la lettura nuova “dell’uccidere di massa” che è venuta avanti. Questa lettura e questa consapevolezza non c’erano una volta. Non dico ai tempi miei, quando ero giovinetto. Non c’erano neanche vent’anni fa. Dov’è la novità? Nel prendere in considerazione, come soggetti della vita collettiva, miliardi di persone. Certo: l’Africa è tuttora un punto oscuro del pianeta, e noi sappiamo pochissimo delle sofferenze, delle fratture e delle tragedie che scuotono quel continente. Però oggi un problema di globalità è squadernato davanti a tutti, e nessuno può più ignorarlo: è il terreno sul quale i movimenti hanno fatto più di ogni altro, e hanno effettivamente dischiuso orizzonti nuovi. Ci hanno sbattuto sul muso questioni decisivi per il futuro del mondo.

E’ possibile o no una alleanza organica tra una sinistra riaggregata e il centro riformista.Non si rischia l’incomunicabilità sul programma?
Mettiamo pure l’aggettivo riformista vicino alla parola centro, come fai tu. Però se guardo a forze come “La Margherita”, o come la maggioranza Ds, io penso che sia giusto parlare con schiettezza, e anche con rispetto, semplicemente di forze di centro. Aggiungere quell’altra parola - riformista - serve più che altro a fare confusione sui contenuti reali. Per avere un buon rapporto con quelle forze “centriste” bisogna chiamarle col loro nome vero e tenere ferma la differenza tra noi e loro. Senza nessun atteggiamento settario, ma per leggere le cose come sono. Posto questo, perché non dovrebbe essere possibile con esse un’alleanza? Perché uno schieramento di sinistra non si dovrebbe poter incontrare con una forza “centrista”, e contrattare forme di compromesso e di intesa? Il paragone può sembrare sballato, ma ai tempi famosi della lotta per la libertà noi siamo arrivati persino ad allearci con Badoglio…

Badoglio? Prodi come Badoglio?
(Ingrao ride): … beh, no, Prodi non è Badoglio, però l’esempio serve: certe volte per capirsi bene è utile estremizzare. Da che mondo è mondo la sinistra può tenere ferma la sua linea, e insieme fare compromessi che accrescano la forza dei lavoratori. E’ significativo e utile che “Rifondazione” e Bertinotti oggi abbiano una posizione politica diversa rispetto a quella che avevano nel ’98.

citato a villa Piccolomini
intervista con Vittorio Foa

Repubblica 28.10.04
UNA VITA PIENA DI PASSIONI
Anticipazioni
Sarà presentata sabato a Cuneo una videointervista con Vittorio Foa

"Perché non mi sono schierato contro i comunisti? Se l'avessi fatto, sarei stato assorbito dalla Cia e dalla parte più reazionaria del mondo politico"
E poi i giudizi inattesi su Palmiro Togliatti, Pietro Nenni e Aldo Moro
L'antifascismo e l'anticomunismo, gli ideali, gli errori, le speranze d'un protagonista del 900
SERGIO SOAVE

Per Duccio Galimberti
L´INTERVISTA filmata a Vittorio Foa, che in parte pubblichiamo, sarà presentata sabato a Borgo san Dalmazzo (Cuneo). L'occasione è il sessantesimo anniversario della morte del partigiano Duccio Galimberti. Realizzata da Sergio Soave, curata da Sergio Anelli, con la regia di Ugo Giletta, l'intervista sarà pubblicata da Aragno in una edizione non venale. L'iniziativa è stata promossa dall'Associazione Cuneo Eventi nell'ambito della manifestazione Librinviaggio finanziata dall'Unione europea, dalla Regione Piemonte, dal Comune di Cuneo.


MORGEX. Foa, ricordi qualche cosa di Duccio Galimberti? Eri a Torino, quando fu ucciso, cosa pensaste voi in quel momento?
«Duccio morì in un momento molto brutto. L'offensiva degli alleati si era fermata e gli inglesi ci avevano detto di andare in pianura, le formazioni partigiane dovevano smobilitare. Mi ricordo ancora le discussioni con Galimberti. Cosa voleva dire andare in pianura? Andare in pianura, cioè smobilitare dalle montagne, non voleva dire abbandonare la lotta. Voleva dire trasformare la lotta partigiana in lotta civile, cioè cambiare in qualche modo la realtà della società. E questo Galimberti riuscì a farlo. Finché visse, lo fece. Il giorno della sua morte ero con Franco Venturi. Fu un colpo molto grave. Nello stesso tempo presentivamo nella persona di quest'uomo, che aveva chiarito immediatamente il significato del 25 luglio e cioè che la guerra continuava cambiando segno, noi sentivamo nell´esempio di quest'uomo qualcosa di vivo per il nostro futuro».
Cuneo è anche la patria di tanti resistenti, combattenti, grandi leader della Resistenza. Uno di questi, che è scomparso recentemente, era Nuto Revelli.
«Io ricordo il Revelli giovanissimo, che pubblicò Mai tardi. Lui raccontò la vicenda di Russia. E´ un romanzo in cui concludeva con le parole: "Mai tardi... a farli fuori". Parlava dei tedeschi. Il suo radicalismo era anche, qualche volta, un po´ infantile, ma era incantevole. E questo dava una grande tenerezza».
Revelli, per esempio, era assolutamente contrario alla dizione della resistenza anche come guerra civile. E quando lo disse Pavone non era del tutto convinto. Invece tu su questo concordi, e dici delle altre cose intelligenti, riferendoti ai resistenti dimenticati, ai seicentomila soldati che rifiutarono l´obbedienza e che, grazie a una rivalutazione come la tua e all´iniziativa forte del presidente Ciampi, ora hanno l´onore della memoria.
«Era il segno che noi, della resistenza attiva, non abbiamo lì per lì valorizzato. Non abbiamo capito l´importanza di questa altra resistenza».
A proposito di altri temi caldissimi, io vorrei toccare il tema della cosiddetta pacificazione nazionale. Nel 1996 il discorso di Luciano Violante fu molto attaccato a sinistra.
«Io ti dirò che sono sempre rimasto un po' dubbioso sulla tendenza affrettata a certe forme di riconciliazione. All'atto pratico eravamo molto diversi. Bisogna evitare che ci sia confusione. Una volta che sia chiaro che erano due mondi diversi, si può dire: "Va bene: anche voi di Salò avevate le vostre idee. Lo ammetto. Però erano idee diverse". Una volta Pisanò, durante un programma televisivo, disse: "Siamo tutti uguali, amavamo tutti il nostro paese, la Patria etc". E allora io gli dissi: "Sta attento! Perché tu dici abbiamo tutti gli ideali, siamo tutti per la Patria... però sta attento: se vincevate voi, io sarei ancora in prigione; poiché abbiamo vinto noi, tu sei Senatore della Repubblica. Questa è la differenza"».
I fautori dell'anticomunismo democratico ti imputano di non esserti schierato contro i comunisti, in virtù di quelle differenze ideologiche che tu avevi ben chiare, ma che non ti permettevano di ricusarli come compagni di viaggio.
«Guarda, io molte volte ci ho pensato. Non ero mai stato comunista, ma pensavo che, se avessi... negli anni Cinquanta, negli anni Sessanta... avessi preso delle posizioni anticomuniste, sarei stato subito assorbito dalla Cia, dagli americani, dalla parte più reazionaria del mondo politico. Che mi avrebbero comprato... cioè era facilissimo comprare. Ti faccio una rivista... quanta gente ha fatto una rivista, è stata pagata da loro... Invece, mantenere una posizione di critica dialettica era una posizione giusta. Io, però, un rimprovero lo faccio in senso diverso. Mi sono poi domandato perché, quando il comunismo finisce, quei valori popolari sono stati un po' ignorati? Come mai chi è stato comunista non rivendica almeno quei valori, come valori popolari di grande impegno?»
Li rivendicano più nella retorica del dibattito che non nella pratica. Perché nella retorica del dibattito se ne fanno scudo, ma poi nella pratica è un'altra cosa...
«Sono molto d´accordo. Bravo!».
Tu, proprio per questo, dopo l'esperienza del partito d'azione, militasti nel Partito socialista, perché il Partito socialista dava la possibilità di esprimere quegli identici valori, senza la compromissione con la storia del comunismo sovietico e di tutte le aberrazioni che sono poi venute alla luce. Ora ci sono alcune cose curiose. Tu te ne vai dal Partito socialista nel momento in cui questo esprime una sua autonomia dal partito comunista. Si stacca e decide di partecipare al Governo.
«Questa è una domanda che mi sono sentito fare, e che mi sono fatto anch'io, dando una risposta autocritica. Cioè noi abbiamo allora, con la formazione del Psiup, cioè di un socialismo di sinistra, noi abbiamo cercato qualcosa di diverso. Cercavamo un socialismo che fosse libertario. Questo è quanto io difendo di quel tentativo. Però di fatto poi noi abbiamo rallentato il processo di autonomia dei comunisti dall'Unione Sovietica. Abbiamo cioè rafforzato la posizione di subordinazione del Partito comunista, ed è stato un errore. Io credo che negli anni Settanta ho pagato anche personalmente per questo errore».
Adesso non ti ricordiamo più il tuo passato. Ti chiediamo solo dei giudizi su altre personalità. Ad esempio, su Aldo Moro sei molto severo: Moro campione dell'inazione politica, Moro che utilizza un corpo deviato dello Stato, cioè De Lorenzo. Insomma Aldo Moro è visto sempre in una luce negativa. Forse non era del tutto immobile se qualcuno pensò di fermarlo.
«Sì questo è possibile. Però... voglio dire... ciò che mi ha colpito molto in Moro è il '64. Cioè praticamente l'operazione "Solo". Cioè l'appoggio che egli ha dato a una operazione nella quale per la prima volta un corpo dello Stato - i Carabinieri - si permette di correggere la linea politica del governo con una minaccia di colpo di Stato. E la posizione di Aldo Moro allora fu una posizione molto grave. Dopodiché è vero quello che tu dici: che ci sono altre cose. Però ho voluto spiegare che nel '64 è stato dato da Moro, e anche da Nenni, l'esempio di cosa voglia dire permettere a un corpo estraneo di influenzare la politica».
C'è questo sorprendente giudizio su un Togliatti passionale e un Nenni freddo, che è un capovolgimento di ciò che in genere si pensa.
«Togliatti era molto passionale... Io ho molta simpatia per Togliatti. L'ho ammesso e l´ho scritto tante volte».
Tra le tante stagioni, ci fu almeno una piccola parentesi in quegli anni così difficili, duri per la sinistra, che fu il famoso disgelo Kennedy, Crusciov, Papa Giovanni. Quel tempo tu lo ricordi?
«Ricordo come una buona speranza. Adesso quelli che studiano la storia sovietica dicono che era un po' un'illusione... Crusciov? Ecco io ho pensato che il comunismo potesse diventare democratico. Ecco, l'idea della riforma possibile del comunismo io l'ho avuta. L'ha avuta anche Gorbaciov in fondo...».
Torniamo un attimo ancora in Italia perché non possiamo finire questa lunga cavalcata nel secolo senza gli anni Settanta e Ottanta. Qui c'è il problema Craxi, c'è il problema Berlinguer. C'è questa sinistra che nemmeno allora trova la possibilità di un accordo comune. Su Craxi tu dici delle parole oneste. Lui aveva questa idea fissa dell'autonomia socialista.
«Però non l'ha praticata. Ha preferito a un certo punto dividere il potere con i democristiani e far subito i suoi affari. Se lui avesse mantenuto ferma l'idea di un socialismo autonomo, lui poteva anche costruire un Partito socialista diverso. Però doveva avere la pazienza di aspettare, di non avere subito il potere. Invece lui era, in questo senso, un po' un vecchio socialista».
Ti vogliamo fare un'ultima domanda impegnativa: che cos'è oggi il socialismo per uno che ne ha visto e studiato tutte le varianti e che ha assistito a tutte le esperienze che sotto la bandiera socialista sono state vissute in un secolo?
«Io credo che bisogna ripensarlo. Io penso che il nuovo secolo, il Duemila, ci propone dei problemi completamente nuovi, e io vi invidio perché dovrete affrontarli. Ci sono tante cose nuove. L'idea stessa della guerra sta cambiando, della comunicazione, della ricerca... Tutto cambia. E allora aumenta enormemente il senso di responsabilità».

Cacciari adesso è contro il moderatismo
«recuperare una politica dei valori e dei miti, la razionalità non basta»

Repubblica 7.11.04
L´INTERVISTA
Il filosofo Cacciari: "Il fondamentalismo della nuova destra non va demonizzato, ma combattuto con una battaglia di idee"
"Il moderatismo non serve l´Ulivo riscopra le ideologie"
I valori. Il rapporto etica e scienza, etica e affari, la famiglia: sono temi che spostano milioni di voti e sui quali il centrosinistra è sempre in mezzo al guado
Il centro. È in atto un terremoto viene scombinata la geometria centro-destra-sinistra. La gente vuole una guida che può essere democratica e partecipata o fondata su tv e soldi
GOFFREDO DE MARCHIS

ROMA - Andare all´attacco, scatenare una vera battaglia delle idee, abbandonare il moderatismo che nella visione di Massimo Cacciari fa rima con il centro evocato da alcuni leader del centrosinistra. Poi, prendere sul serio gli avversari. «Che si chiamino Bush, Ferrara o Buttiglione. Io lo faccio sempre. Almeno quando mi capita di perdere perdo da uno bravo e non da uno con la faccia da scemo...». L´Ulivo, o Grande alleanza democratica, recuperi la politica dei «valori, dei miti», dice il filosofo, non lasci tutto alla razionalità, riscopra le ideologie, «quelle in senso buono». «Il centrosinistra ha creduto che la fine del suo mondo coincidesse con la fine assoluta delle ideologie e che l´unica scelta possibile fosse la razionalizzazione dell´agire politico. Beh, è un´utopia, una pia illusione».
Dopo le elezioni Usa, Rutelli e D´Alema evocano il centro come lo spazio politico decisivo per vincere. È giusto?
«Io vedo che il centrosinistra cerca di combattere la destra immaginando posizioni astrattamente moderate nel senso che pensa di moderare gli opposti. Ma come diceva Kant, la via di mezzo non può che sommare i vizi degli estremi. Ecco, questo è il moderatismo. Poteva funzionare con la guerra fredda quando aveva un´autostrada davanti. Oggi, la strada te la devi costruire. Se essere moderati significa avere posizioni di buon senso, siamo tutti d´accordo. Se invece vuol dire compromettere, conciliare, frenare e contenere allora dico che non solo è sbagliato, ma è del tutto inutile. Per una ragione semplicissima: che non interessa più nessuno, non ha referenti sociali e politici».
Certo, dire che l´omosessualità è un peccato, che la fecondazione assistita è una selezione della specie e che la guerra è l´unica risposta al terrorismo è molto più semplice e diretto.
«Il mestiere del centrosinistra è più complicato, non c´è dubbio. Ma contenere, conciliare gli opposti è un´ultrasemplificazione. Dobbiamo capire che la politica non è soltanto tecnica amministrativa, ha bisogno di valori, di miti. Non si tratta di demonizzare il fondamentalismo di questa nuova destra, ma di contrastarlo con una battaglia delle idee, affrontando anche le questioni immateriali. Il rapporto etica e scienza, etica e affari, la famiglia... Sono temi che spostano milioni di voti e sui quali il centrosinistra è sempre in mezzo al guado. Ondeggia tra quella che è ormai una vera fede, un atteggiamento supino alle ragioni scientiste pensando di poter affrontare ogni problema sul piano tecnico e i compromessi al ribasso con la religione. Aborto, staminali, famiglia, neoliberismo sfrenato, globalizzazione. È un terremoto, una rivoluzione. E la sinistra, che fa? Si limita a dire che c´è il terremoto».
O che bisogna conquistare il centro.
«Ma nel terremoto vengono giù le case, cambia la toponomastica delle città. La geometria centro-destra-sinistra viene scombinata, l´eredità del parlamentarismo ottocentesco sparisce. Le domande ormai sono trasversali e la gente vuole essere rassicurata, non basta spiegare all´elettorato che la situazione è complessa. La gente vuole una guida, che può essere democratica e partecipata o fondata sulle televisioni e sui soldi. Ma la domanda c´è, non è un´invenzione di Bush. E la sinistra non ha le risposte. Tanto più questo territorio rimane vuoto, tanto più sarà occupato dai Bush o ancora peggio dai Ferrara e dei Buttiglione».
Se Buttiglione dice che gli omosessuali sono dei peccatori e quindi non potranno mai avere uno status giuridico di coppia, come può rispondere con altrettanta nettezza la sinistra?
«Può rispondere, dal punto di vista etico e religioso, con la formula della responsabilità. Un vero credente è appeso alla sua croce, non assiso sulla sua fede, guarda l´altro in maniera misericordiosa, difende i suoi valori, ma risponde anche degli altri che sono un enigma e tale rimangono. La sinistra può andare all´attacco impugnando la bandiera della responsabilità in senso pieno, con una politica che si fa carico degli altri e non si accontenta esclusivamente di mostrare se stessa. Io capisco la destra: l´esercizio della potenza ha bisogno di un´auctoritas religiosa, la loro politica non può esprimersi se non si carica di un fondamentalismo religioso. Ma la religione è più della politica, noi vogliamo un potere politico secolarizzato, distinguiamo nettamente le due sfere. Diciamo questo e vediamo dove vanno i cattolici, i cristiani».
In America sono andati a destra.
«Perché Kerry si è comportato più o meno come il centrosinistra italiano: ha "moderato" il messaggio forte di Bush, lo ha contenuto, razionalizzato. Il decisionismo deve diventare una parola d´ordine anche nel centrosinistra. In modo contrapposto alla destra, ma è necessario, sia nella formazione delle classi dirigenti, sia nell´elaborazione dei programmi. Guardi invece quello che succede sulle riforme istituzionali. Il dibattito sul federalismo è stata una cosa seria in questi dieci anni, ma il centrosinistra sceglie un ripiegamento autocritico. Adesso vogliono tornare indietro mentre dovremmo andare avanti».

Scalfari: «Perché non possiamo non dirci laici»

Repubblica 7.11.04
PERCHÉ NON POSSIAMO NON DIRCI LAICI
EUGENIO SCALFARI

Da parecchio tempo avevo in animo di tornare su un tema che accompagna da molti anni i miei pensieri e i miei comportamenti politici e professionali. Il tema è quello del laicismo, del rapporto tra le credenze religiose e lo Stato, tra i diritti individuali e l'organizzazione d'una società di uomini liberi.
Questo gruppo di questioni sta all'origine della modernità occidentale e perfino dell´evoluzione delle Chiese cristiane. Se infatti il cristianesimo ha saputo e potuto aggiornare costantemente la propria dottrina e i canoni interpretativi della realtà sociale senza rinchiudersi nelle bende del dogma, ciò è dovuto soprattutto al fatto della presenza dialettica del potere civile accanto a quello ecclesiastico, nella reciproca autonomia dell´uno e dell'altro, alle lotte che ne sono derivate e agli equilibri che di volta in volta ne sono scaturiti.
Dal «date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» alla guerra delle investiture sul finire dell'XI secolo, al lungo contrasto tra Impero e Papato che segnò il XIII e il XIV, fino alla nascita dell'Umanesimo, della libera scienza, della Riforma, delle monarchie nazionali, del diritto civile accanto e al di sopra del canone ecclesiastico, questa è stata la storia dell'Occidente europeo. Essa ha toccato infine il suo culmine nell'epoca dei Lumi, dell'egemonia della ragione e della tolleranza, nella dichiarazione dei diritti dell´uomo e del cittadino, nella guerra d'indipendenza americana e nella grande rivoluzione dell'Ottantanove incardinata nei princìpi tricolori di libertà eguaglianza fraternità.
Se tra le grandi religioni monoteistiche il cristianesimo è stato quello che più e meglio ha conservato e arricchito la sua dinamicità e se l'Occidente euro-americano ha prodotto il pensiero, la cultura e le istituzioni liberali e democratiche, l'elemento fondativo e il filo con il quale questo percorso è stato tessuto sta interamente in quella dialettica mai spenta tra lo Stato, le Chiese, gli individui. La compresenza degli Stati e delle Chiese ha consentito agli individui di essere attori sia all´interno delle Chiese sia all'interno degli Stati, impedendo alle prime di scivolare nella teocrazia e ai secondi di tracimare dall'assolutismo regio al totalitarismo, approdando infine alla democrazia repubblicana.
Certo la religione fu cemento comune in un'epoca che stava ancora traversando la profonda crisi dell'Impero Romano, delle sue istituzioni, del suo assetto economico e sociale. Ma quella religione sarebbe rimasta probabilmente semplice culto se non avesse potuto recuperare le tracce di Roma e di Bisanzio che avevano irradiato il "lago" mediterraneo e pontico con i rispettivi retroterra in tutti i quattro punti cardinali.
* * *
La discussione storica è dunque aperta da tempo su queste questioni, ma essa ha registrato negli ultimi anni una trasformazione rapida e profonda. La sua natura storica ha ceduto il posto ad un´attualizzazione politica, ideologica e addirittura elettorale. Si è visto sorgere, nel corso delle elezioni presidenziali americane, una sorta di "partito di Dio" nell´ambito della destra conservatrice, i teo-con accanto ai neo-con con alla testa lo stesso George W. Bush sempre più infervorato e pervaso da un ruolo quasi messianico che ha saldato la sua azione politica con i sentimenti di una vasta parte del popolo.
L'analisi del voto effettuata dopo il 2 novembre è ormai univoca: Bush e i suoi strateghi elettorali hanno unito insieme la pulsione missionaria di chi assegna all'America il compito di portare nel mondo il modello americano della democrazia e del libero mercato con la pulsione altrettanto potente di chi vuole recuperare nella società la moralità tradizionale contro ogni deviazione. Ethics-con e teo-con uniti insieme presuppongono come punto di riferimento religioso, anzi ideologico, un barbuto e severo Dio degli eserciti, il Dio mosaico tonante dalle vette del Sinai, che ha molto più i tratti vetero-testamentari che non quelli del Figlio incarnato e ammantato di amore e misericordia. Non a caso le Chiese evangeliche mobilitate in occasione del voto del 2 novembre hanno indicato il loro modello di riferimento nel «maschio bianco che ha il fucile in casa e che va ogni domenica in chiesa». È l'immagine antica del pioniere alla conquista del West, con la pistola nella fondina e la Bibbia nella borsa, dei paesi delle grandi pianure e della lotta contro il popolo indiano, della giustizia amministrata direttamente sul posto con processi sommari e popolari, delle grandi mandrie transumanti dagli allevamenti alle città. E dei predicatori che richiamano gli uomini al timore di un Dio tonitruante dall'alto dei cieli, che vuole il suo popolo armato nelle coscienze e nelle fondine purché obbediente ai suoi precetti morali.
Bush è da dieci anni, prima ancora di diventare presidente degli Stati Uniti, uno dei punti di riferimento del movimento evangelico dei «rinati in Cristo», spina dorsale del fondamentalismo e del messianesimo cristiano negli Stati americani del Midwest e del Sud. Un movimento che conta 60 milioni di aderenti reclutati tra le varie Chiese protestanti e spesso in competizione con le congregazioni originarie. Si poteva pensare che questo movimento non lambisse le comunità cattoliche, ma non è stato così. Nel complesso messaggio di Papa Wojtyla, ripartito tra la condanna della guerra, la critica al consumismo e al liberismo capitalistico e la morale sessuale puritanamente tradizionale, il grosso dei cattolici americani e del loro clero ha privilegiato quest'ultimo aspetto, trasformando anche la loro Chiesa sullo stesso piano del movimento evangelico, sia pure con toni e linguaggi più moderati.
Questa comunque è l'America che ha vinto le elezioni del 2 novembre e Bush è l'uomo che la guida. È possibile che il suo secondo mandato si caratterizzi all'inizio con approcci più aperti verso un recupero di multilateralismo in politica estera perché l'America ha bisogno d'un momento di respiro sul teatro iracheno, soprattutto per quanto riguarda la compartecipazione europea ai costi finanziari della guerra. Ma la strategia complessiva non cambierà. La missione salvifica d'una America destinata ad esportare nel mondo i suoi modelli di riferimento economici, ideologici, istituzionali, servendosi tutte le volte che sia necessario del braccio militare e della superiorità tecnologica, imponendo la sua legge a tutte le altre potenze, non cambierà per la semplice ragione che Bush è un uomo di fede e la missione storica che si è dato è quella di fare della sua America l'impero del Bene contro l'impero del Male, incarnato dal terrorismo islamico, dagli Stati-canaglia ed anche dalla corruzione delle idee e dei costumi. «Dio non è neutrale», ripete spesso nei suoi discorsi e messaggi al popolo americano. «Dio è con noi». Un Dio crociato che risponde al nome di Cristo anche se ha poche attinenze con la predicazione di Gesù di Nazareth tramandata dagli evangelisti. C'è molto di Paolo in questa visione del cristianesimo combattente e molto anche del Giovanni apocalittico; molto meno di Agostino.
Ma il vero discrimine è con il liberalismo laico dell'Occidente moderno, che ridiventa in questo contesto l'antemurale della ragione contro una fede che punta a fare della religione un elemento costitutivo della politica.
In queste condizioni è evidente che il fossato tra le due sponde dell'Atlantico è diventato dopo il 2 novembre molto più profondo. È del pari evidente che i valori dell'Occidente non sono più gli stessi tra l'America e l'Europa anche se la diplomazia dei governi continuerà a mantenere in piedi la sempre più tenue ipotesi, ispirata alla realpolitik d'una recuperata convergenza all'insegna della lotta contro il terrorismo da tutti ovviamente condivisa.
Del resto, prima o poi, il problema d'un cristianesimo crociato si porrà - si è già posto - anche alla Chiesa cattolica e alla sua finora tenace avversione contro ogni guerra di religione e di civiltà.
Certo, esiste anche un'Europa che simpatizza con la follia teo-con e con i nuovi crociati, così come per fortuna esiste un'altra America che contrasta nettamente con quella di George Bush. Gli schieramenti su problemi così complessi sono sempre trasversali. Ma il dato nuovo è questo: dopo un breve periodo di caduta delle ideologie in favore d'un pragmatismo tutto politico, le ideologie tornano prepotentemente in campo. L'America imperiale ed evangelica ha chiaramente enunciato la propria. E l'Europa laica?
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I laici non hanno, per definizione, né papi né imperatori né re. Neppure vescovi, tantomeno vescovi-conti. Hanno, come signore di se stessi, la propria coscienza. Il senso della propria responsabilità. I princìpi della libertà eguaglianza e fraternità come punti cardinali di orientamento.
Sulla base di quei princìpi il loro percorso si è intrecciato anche con il cristianesimo e con il socialismo. Con quest'ultimo sulla base d'una eguaglianza che in nessun caso può essere disgiunta dalla libertà vissuta come inalienabile diritto degli individui al di là d'ogni discriminazione di razza, di religione, di sesso. Con il cristianesimo sulla base, anch'essa, della non-discriminazione e quindi del valore dell'individuo vivificato dalla pulsione verso la solidarietà e l'amore del prossimo.
Il sempre più spesso ricordato «perché non possiamo non dirci cristiani» di crociana fattura rappresenta un lascito storico e storicistico dal quale traluce un'inconfondibile impronta laica poiché la coscienza laica assume nel suo sé gli eventi che hanno potentemente contribuito a trasformare la realtà (e il cristianesimo è stato ed è tra i più rilevanti) privilegiandone gli aspetti dinamicamente propulsivi e inserendoli nel quadro di una modernità umanistica che concilia la fede con il rispetto dell'altro e con la libera scelta individuale.
Il laicismo ha il suo culmine nell'abolizione dell´idea stessa di "peccato". Non c'è peccato se non quello che rafforza le pulsioni contro l'altrui libertà. Non c'è peccato se non l'egoismo dell'io e del noi contro il tu e il voi. Non c'è peccato se non la sopraffazione contro l'altro e contro il diverso.
Il laico non è relativista né, tantomeno, indifferente. Soffre con il debole, soffre con il povero, soffre con l'escluso e qui sta il suo cristianesimo e il suo socialismo. Perciò il laico fa proprio il discorso della montagna. Fa propria la frusta con la quale Gesù scaccia i mercanti dal tempio della coscienza, si dà carico dell´Africa come metafora dei mali del mondo.
Il laico vuole l'affermazione del bene contro i mali, i tanti mali che abbrutiscono l'individuo sulla propria elementare sussistenza impedendogli di far emergere la propria coscienza, i propri diritti e i propri doveri al di sopra della ciotola sulla quale reclina la poca forza di cui ancora dispone per appagare i bisogni primari dell'animale nudo che è in lui.
È secondario che il laico abbia una fede e dia sulla base della propria fede una senso alla sua vita, oppure che non l'abbia, non creda nell'assoluto e non veda nella vita se non il senso della vita e non veda nella morte se non la restituzione della sua energia vitale ai liberi elementi dalla cui combinazione è nata la sua consapevole individualità.
Questa è a mio avviso la moralità e l'ontologia del laico ed anche la sua antropologia e la sua pedagogia. Il Cristo che perdona l'adultera e associa Maria di Magdala allo stuolo dei suoi discepoli è un laico, come il Cristo che riconosce al potere civile ciò che al potere civile spetta per organizzare la civile convivenza.
In realtà il Figlio ha profondamente modificato l'immagine del Padre che, annichilendo Giobbe, inneggia alla creazione del Leviatano come manifestazione della sua infinita e indiscutibile potenza. Con la quale annulla ogni teodicea e l'idea stessa della giustizia. Noi europei abbiamo conosciuto purtroppo il Leviatano all'opera e quindi siamo vaccinati contro ogni sua possibile incarnazione. La stessa immagine d'un qualsiasi impero contrasta con i valori dell´Occidente laico e dovrebbe contrastare ancor di più con i valori del cristianesimo e del singolo cristiano, fosse pure in nome del Bene con la maiuscola.
Per questo è vero che non possiamo non dirci cristiani ed è altrettanto vero che non possiamo non dirci laici in tempi nei quali cresce la bestiale violenza, l'inutile guerra, l'intolleranza, l'egoismo, il disconoscimento dell'altro e del diverso. I contrari di tutti questi sono i valori dei laici e con essi noi laici ci identifichiamo. È anche questa una fede, che ingloba le fedi al livello di ragione. Una fede che si affida alla volontà anziché alle illusioni e agli esorcismi contro la morte. Personalmente mi consola pensare che la nostra energia vitale è indistruttibile e servirà anch'essa a mantenere la cosmica energia che alimenta in perpetuo la vita.

Cogne

Repubblica 7.11.04
IL CASO
La perizia ordinata dai giudici di Aosta sui nuovi indizi della difesa. Una terza traccia e colpi di spugna
"Cogne, così hanno falsificato le impronte"
di Meo Ponte

TORINO - Settantotto pagine più altre quaranta di allegati che raccolgono una dettagliata documentazione fotografica e una conclusione inequivocabile: le due impronte rilevate nella notte del 28 luglio scorso nello chalet di Cogne dai consulenti della difesa di Annamaria Franzoni risalgono a quella sera stessa d´estate e non certo al momento dell´uccisione di Samuele. Non solo: quelle tracce potrebbero essere state create in modo artificioso per scagionare la Franzoni dall´accusa di aver ucciso il figlio. «Alcuni dei dati acquisiti - scrivono infatti i periti nominati dalla Procura della Repubblica di Aosta per analizzare i nuovi indizi presentati dall´avvocato Carlo Taormina - sono difficilmente armonizzabili con un´ipotesi di origine fortuita...». E sono probabilmente queste le parole che hanno portato all´incriminazione di Enrico Manfredi e Claudia Sferra (accusati anche di calunnia con l´investigatore privato Giuseppe Gelsomino, Annamaria Franzoni e suo marito Stefano Lorenzi) per frode processuale. Nella perizia depositata ieri dai magistrati torinesi che coordinano l´inchiesta sulla presunta manipolazione delle prove infatti è descritto in modo dettagliato come quelle due impronte siano sorprendentemente sopra lo strato di Luminol, un reagente che serve a rilevare tracce ematiche apparentemente invisibili. Non solo: gli esperti nominati dalla Procura della Repubblica di Aosta (che ha poi trasmesso per competenza il fascicolo a Torino) hanno scoperto una terza impronta: un mezzo pollice rilevato proprio sotto le due tracce fotografate dai consulenti della difesa e i resti di uno strato di luminol lavato con una spugna. Una specie di prova andata a male e cancellata prima di "scoprire" le altre due impronte poco più sopra con uno strato di luminol più leggero. A conferma che comunque quelle due impronte fotografate dai consulenti della difesa sono contemporanee all´applicazione del luminol e non sono insanguinate i periti spiegano che l´applicazione del reagente su una traccia ematica dà un´immagine ben diversa da quella riportata da Manfredi e Sferra. Resta un ultimo dubbio: di chi sono le impronte lasciate sulla porta della stanza dove fu ucciso il piccolo Samuele. Non appartengono ad Ulisse Guichardaz, il guardaparco indicato da Annamaria Franzoni e dal marito come il presunto assassino del figlio. Non sono dei consulenti Manfredi e Sferra. I quattro esperti svizzeri presenti al sopralluogo di luglio hanno detto di aver indossato i guanti di lattice. La risposta potrebbe arrivare sabato prossimo, al tribunale del riesame che esaminerà la richiesta di dissequestro della documentazione presa ai due consulenti presentata dai loro legali.