domenica 30 gennaio 2005

Rina Gagliardi su Liberazione:
la «… pulsione di annientamento dell’altro…»

una segnalazione di Roberto Altamura

Liberazione, 29.1.05
Bandire l’odio dalla politica
«… pulsione di annientamento dell’altro…»
di Rina Gagliardi


estratto dall’articolo in prima pagina:

«… L’ altro elemento potenzialmente molto efficace è quello che fa perno, stravolgendolo, sul bisogno diffuso – per quanto inespresso e confuso – di nuova politica. Perché è vero (lo diceva Massimo Cacciari a Otto e mezzo opportunamente stimolato da Ritanna Armeni) che in tutta la politica è immanente, implicita, in agguato costante, la categoria dell’odio. Carl Schmitt lo spiegò bene a suo tempo, prima di trasformarsi in un apologeta del nazismo: la politica è fondata, come tale, sul conflitto amico – nemico. Perciò può sempre degenerare in pulsione di annientamento dell’altro, in fanatismo, in intolleranza, perfino a prescindere dalle sue degenerazioni in regimi più o meno tirannici. Storicamente, la sinistra, i rivoluzionari, hanno risposto a questo pericolo costruendo un’altra politica: le grandi epopee collettive del movimento operaio del XX secolo, con l’ingresso delle masse in prima persona nella politica stessa, che ne rompeva la logica separata, e diventava pratica di liberazione. L’odio di classe trascendeva l’odio dell’individuo, o anche del singolo operaio verso il suo padrone: era la rappresentazione simbolica di un’alterità irriducibile all’esistente, oltre che dell’insopportazione dell’ingiustizia e dello sfruttamento. Era una parzialità che poteva farsi generale, nel progetto – e nel sogno – di una nuova società: per questa via etica e politica potevano ricomporsi, non idealisticamente, e la ragione (la ragione storica) poteva naturalmente “mischiarsi” con le umane passioni.
Ma oggi? Oggi, a quasi vent’anni dall’89, quella organica connessione si è rotta: la sinistra (la sua maggioranza) ha il pallido volto non solo del “riformismo senza riforme”, ma del relativismo “laico” – dell’alternanza. Su questo vuoto drammatico può crescere l’operazione della destra: essa può rilanciare con arroganza i suoi “valori” perché avverte la debolezza “intrinseca” di una sinistra che di valori – etici e politici – non ne ha più, così come, in generale, non ha più una sua idea alternativa, riconoscibile di società. Essa colpisce il bersaglio nel punto più esposto: là dove, a sinistra, della politica emerge, resta scoperto, il suo lato arido. La sua natura di tecnica per la conquista e la gestione del potere. … »

a Roma, nel 1725
nasceva il S. Maria della Pietà, il manicomio di Roma

Corriere della Sera 30.1.05
luoghi CAPITALI

L’ospedale che accoglieva «poveri forestieri e pazzi»
di
Angela Groppi

Nel 1725 Benedetto XIII concesse la cinquecentesca Chiesa di S. Maria della Pietà, con gli edifici compresi tra piazza Colonna e piazza di Pietra in cui era ospitato l'Ospedale dei pazzerelli, all'Arciconfraternita dei Bergamaschi costretta a lasciare S. Macuto al Collegio Romano. Questa ne prese possesso nel 1728, consacrandola ai santi Bartolomeo e Alessandro patroni della città di Bergamo. I lavori di trasformazione dell'area si protrassero per circa un decennio. L'Ospedale, istituito a metà '500 dalla Compagnia della Madonna della Pietà per accogliere «poveri forestieri e pazzi dell'alma città di Roma», e poi specializzatosi nella cura dei folli, fu trasferito a via della Lungara, in alcuni padiglioni attigui all'Ospedale di S. Spirito in Sassia. Al momento del trasferimento definitivo, tra la fine del 1728 e i primi mesi del 1729, ospitava 150 ricoverati e 15 persone di servizio. L'abbandono dei vecchi edifici suscitò le polemiche di coloro che ritenevano la centralità dell'ospedale e la sua vicinanza a Montecitorio, fondamentali «affinché si potess'accorrere a tutti quelli accidenti che possono temersi da gente furiosa», come era accaduto quando un pazzo aveva cominciato «ad infuriare contro gli altri del Luogo Pio e se non v'era l'immediato e istantaneo soccorso delli soldati vicini si sarebbe giustamente potuto temere un disordine molto maggiore di quello che seguì». Inoltre la pazzia non era un male contagioso da isolare ai margini della città.
una segnalazione di Loredana Riccio

Liberazione 30.1.05
Sei donna solo se muori per amore
di Maria Rosaria Cutrufelli


C'è una differenza importante, una differenza significativa, fra il caso di Rita Fedrizzi e quello della donna in coma all'ospedale San Martino di Genova. Rita Fedrizzi scoprì mentre era incinta di essere malata di un tumore che richiedeva cure pesanti, che il feto non avrebbe tollerato, perciò doveva scegliere: o abortire e curarsi o rinunciare alla vita. Rita Fedrizzi ha scelto di morire e questa sua scelta, pienamente consapevole, merita rispetto.
All'ospedale di Genova si sta consumando invece una vicenda di altro tipo: c'è una donna in coma "depassè ", come dicono i medici, con attività cerebrale nulla, che viene tenuta artificialmente in vita nel tentativo di salvare il feto di venti settimane che porta in grembo. I medici hanno spegato al padre - l'unico che, per legge, ha in questo caso diritto di scelta - i rischi di una nascita prematura, alla venticinquesima settimana: anche se sopravvivesse, il bambino avrebbe elevate possibilità di serissimi handicap.
Di fronte ad una simile tragedia, a una scelta che avverrà comunque nel dolore e nello strazio, ci si aspetterebbe da tutti quanti - medici, opinione pubblica, autorità di ogni genere - un rispettoso silenzio. Invece si è scatenata una ridda di opinioni (non richieste), appelli alla "salvezza di una vita", prove più o meno palesi di condizionamento. Parlano minisri e vescovi, con parole pesanti. parlano medici che ad ogni costo vogliono dire la loro, tanto che la famiglia ha chiesto "piu' discrezione". Già non viviamo in un epoca che nutre un vero e proprio culto per la "privacy"? E quale vicenda è (o meglio dovrebbe essere) più privata di questa? Ma il perché di tanto accanimento, di tanta insensibilità verso il dolore di un uomo che ha perso la moglie e che si trova a dover scegliere l'impossibile, è fin troppo palese: da tempo ormai ci troviamo di fronte ad una volontà (politica) di riconquistare posizioni perdute, annullando il diritto femminile a una procreazione consapevole e liberamente scelta.
A cos'altro mira la proposta - insistente, ripetuta in varie sedi - di concedre statuto di persona all'embrione? Che certo è "vivo", come puo' esserlo ogni sigola cellula del nostro corpo, ma non è "persona", mentre la sua eventuale madre, lei sì, è (o vorrebbe essere) "persona". Anche la vita delle donne dovrebbe essere "sacra", o no? Forse secondo alcuni ci sono vite "sacre" e vite invece che sono a "servizio". Che valgono solo a certe condizioni. Il corpo di una donna, il mio corpo di donna, ha valore solo se ubbidisce all'imperativo della procreazione. La vita di una donna, la mia vita di donna, ha valore solo quando la immolo per qualcuno. Il sacrificio è ciò che rende una donna "persona". E quando ti sottrai al sacrificio, quando rivendichi la tua propria vita, allora vuol dire che possiedi una "concezione materialistica" del mondo.
Il sacrificio liberamente scelto è un atto eroico, addirittura sublime, ne convengo. Ma può oggi una donna scegliere davvero liberamente? Ci dicono che viviamo in una società e in un'epoca in cui le donne godono di pari diritti con gli uomini. Formalmente sì, forse godiamo (non sempre, non ovunque) di pari diritti, ma sicuramente non di pari "valore": questo è il punto a mio parere. Si tratta di una storia antica, che affonda le sue radici addirittura nel mito. Ci racconta Euripide, in una delle più belle tragedie dell'antichità classica, che Admeto, re della Tessaglia, fu condannato a morte dagli dei ma che Apollo gli concesse la grazia, a un patto: che qualcun'altro si offrisse di morire al posto suo. Admeto chiese dapprima al padre, ma questo non volle rinunciare ai suoi ultimi giorni per amore del figlio. L'unica disposta a sacrificarsi fu Alcesti, la giovane e bella sposa di Admeto: lei disse di sì, che sarebbe morta al posto suo (e Admeto accettò senza batter ciglio, giurandole in cambio un ricordo eterno). Morire per amore: è dunque ancora questo il solo "valore" possibile di una donna?
Corriere della Sera 30.1.05
DIBATTITO A LONDRA
«Cannabis e schizofrenia Serve indagine sui legami»


LONDRA - Un’associazione inglese per la salute mentale - convinta che l’uso della «cannabis» provochi malattie mentali - ha chiesto che venga studiato e dimostrato il pericolo di psicosi nelle persone a rischio di malattie mentali, che fumano canapa indiana. E la richiesta ha aperto un dibattito in Gran Bretagna. Secondo la denuncia, i rischi per persone predisposte alla schizofrenia non sono stati definiti. L’associazione ha inoltre messo in evidenza che un anno fa il governo ha declassato la «cannabis» da droga di classe B a droga di classe C, aggiungendo che il governo ha dato il via a campagne che ignorano i danni mentali derivanti dall’uso di droga.

Cina

Corriere della Sera 30.1.05
L’ex leader riformista cremato lo stesso giorno in cui sono ripresi i voli tra «madrepatria» e Taiwan
Cina, ultimo addio a Zhao. Con onore
Il regime consente i funerali nel «cimitero degli eroi». La Tv: «Commise un grave errore»
Fabio Cavalera


PECHINO - I cinesi, attenti registi della politica, hanno scelto lo stesso uomo - Jia Qingling, il numero quattro del regime - per celebrare a distanza di poche ore una dall'altra due cerimonie che sono la proiezione dei drammi della Cina di ieri, quella del massacro di piazza Tienanmen, e della speranze della Cina del domani, quella della distensione con Taiwan. Non è stato un caso che i due eventi si siano inseguiti quasi a marcare altrettante tappe della Cina postmaoista, un Paese che resta sospeso fra miracolo economico liberista e forte conservazione interna.
I vertici del Paese hanno tentato di dare al primo evento - il funerale dell'ex segretario Zhao Ziyang - un contenuto di basso profilo che consentisse a un tempo di compiere un modesto passo di riconciliazione verso la dissidenza e contemporaneamente di impedire nuove scintille di piazza in memoria delle proteste represse nel sangue nel 1989.
Per ridurne al minimo l'impatto hanno dunque scelto di ricordare «il compagno Zhao Ziyang» nello stesso giorno in cui, con grande dispendio di messaggi mediatici, hanno festeggiato dopo 55 anni di «congelamento» i sette voli di collegamento diretto fra la «madrepatria» e Taiwan. Oltre che la ripresa del dialogo con il «presidente indipendentista» di Taiwan.
E' toccato a Jia Qinglin, membro del Politburo del partito comunista e presidente della Conferenza consultiva nazionale, rappresentare i massimi dirigenti della Cina alle esequie e alla cremazione dell'ex segretario Zhao Ziyang cacciato e arrestato perché si era opposto all’applicazione della legge marziale contro gli studenti. Ci è voluta una settimana e mezzo, tanto è trascorso dalla morte di Zhao, affinché i familiari e il partito riuscissero a trovare un accordo sulle modalità dell'addio all'ottantacinquenne precursore del riformismo.
Duemila persone sono accorse al cimitero Baobashun, il cimitero degli eroi della Rivoluzione, per l'ultimo saluto a Zhao. Erano state autorizzate dal governo e invitate dai figli. Presidiata piazza Tienanmen, vietate le riprese televisive, allontanati in modo aggressivo giornalisti occidentali e quanti desideravano portare un fiore bianco di tributo. Il tutto - pur senza tacere di timidi segnali di cambiamento - a ricordare che, sul fronte interno, l'oscurantismo resta la caratteristica prevalente del regime. La cerimonia ha testimoniato le contraddizioni della vecchia Cina incerta e divisa sull'opportunità di avviare una stagione di vere riforme politiche.
Zhao Ziyang è stato cancellato per 15 anni dalla memoria della Cina. Rievocarlo era reato gravissimo, un attentato all’«integrità» dello Stato. Ieri Zhao ha ricevuto una minima riabilitazione. Non soltanto per il motivo che la televisione ha finalmente parlato di lui (non avveniva dal 1989, tanto che molti giovani oggi in Cina non sanno chi è stato Zhao) ma soprattutto perché il partito lo ha riconosciuto di nuovo come un figlio che ha «dato un contributo utile alla causa del partito e del popolo» e lo ha avvolto prima della cremazione nella bandiera rossa. D'altro canto - ed ecco il peso del passato - il lungo comunicato consegnato all’agenzia non menziona le cariche (premier e segretario generale del partito) che Zhao ha ricoperto, si limita ad affermare che ha occupato importanti ruoli dirigenziali, aggiunge che «nei tumulti politici del 1989» commise «un grave errore». Una formula questa che ha irritato la famiglia al punto da impedire la lettura del documento durante il funerale e di differirne la diffusione attraverso i media ufficiali.
Cerimonia di profilo basso che ha certificato le paure e gli imbarazzi della vecchia e nuova nomenklatura cinese ancora incapace di prendere la strada del riconoscimento delle libertà e dei diritti civili.
L'immagine della vecchia Cina che i dirigenti del Paese, proprio nelle ore del funerale di Zhao, hanno tentato di nascondere dando spazio a lunghi collegamenti televisivi per i primi voli di collegamento diretto fra Taiwan, Pechino e Shanghai. E riportando con enfasi le aperture di Jia Qingling (pronti a negoziare con il presidente indipendentista di Taiwan, naturalmente sul principio sintetizzato nella formula «un Paese, due sistemi», ovvero la riunificazione sotto Pechino ma con riconoscimento di un sistema «locale» rappresentativo). Gesto di distensione che Taiwan ha apprezzato e che proietta l'ombra di una Cina opposta alla prima Cina. Tanto autoritaria e chiusa, l’una. Quanto dinamica a livello internazionale e impegnata a rimuovere le tensioni ereditate dalla Rivoluzione del 1949, l'altra.

«non c'è un gene dell'omosessualità»

Repubblica 30.1.05
Ricerca Usa, in tre cromosomi il mistero delle tendenze sessuali


ROMA - Il mistero dell'orientamento sessuale è in tre cromosomi. Un gruppo di ricercatori dell'Università dell'Illinois ha studiato su 500 uomini gay ed eterosessuali. È la prima ricerca condotta di questo tipo su tutto il genoma umano. Coordinati da Brian Mustanski, hanno confrontato il genoma di 456 individui da 146 famiglie in cui c'erano alcuni gay. Alcune sequenze di Dna sui cromosomi 7, 8, 10, si ritrovano di più nei gay. Ma, precisano i ricercatori, «Una cosa è sicura: non c'è gene dell'omosessualità che è una condizione che dipende da fattori più complessi, anche ambientali».

Private ha vinto a Locarno
«ritengo Bellocchio il più giovane di tutti i registi»

La Stampa 30 Gennaio 2005
di Alain Elkann


SAVERIO Costanzo, il suo film «Private» ha vinto il Festival di Locarno l’anno scorso e in questi giorni è in proiezione nelle sale italiane. Un film che non riguarda fatti di casa nostra, ma un grande tema dell’umanità, israeliani e palestinesi, come mai questa scelta?
«La scelta è dovuta all’incontro con le persone che diventa il motore della storia: un padre, una famiglia».
In che senso parla d’incontro?
«E’ una storia vera, ho avuto la fortuna di conoscere quest’uomo, di cui non posso rivelare l’identità per motivi di sicurezza. Ci siamo incontrati nella Striscia di Gaza dove mi trovavo per caso, ero andato a trovare una giornalista mia amica che lavora lì e mi ha portato nei territori occupati a pranzo in questa famiglia».
Dunque?
«Sono rimasto per lungo tempo lì. Prima facevo solo documentari sui luoghi ma entrando in quella casa mi sono accorto della potenza metaforica proprio della casa, nel racconto. Non potendo girare il documentario all’interno per motivi di sicurezza ho scelto di fare un film. Sono però rimasto due mesi con loro, a raccogliere informazioni. Quindi sono tornato in Italia e abbiamo sceneggiato il film».
Che però avete girato a Riace in Calabria...
«Sì. Abbiamo scelto di trovare un terzo luogo dove ambientare questo psicodramma. Abbia tentato l’astrazione dal reale per restituire la situazione vera. Protagonista del film è la casa dove vive una famiglia palestinese che a un certo punto viene occupata da soldati israeliani».
Sono tutti attori?
«Sì, professionisti molto importanti nel loro paese. Mohammed Bakri è una icona che vive molto intensamente la causa palestinese mentre il cattivo israeliano del film è un divo televisivo, Lior Miller e il suo pubblico è rappresentato dagli israeliani indifferenti. Gli israeliani non sanno molte cose non perché non vogliono saperle ma perché non ricevono le notizie».
Che cosa voleva comunicare con questo film?
«Che entrambi i popoli sono vittime della stessa guerra e che le scelte dei politici ricadono sulla gente comune. Persone non giudicabili attraverso generalizzazioni».
Pensa che il conflitto si risolverà prima o poi?
«Gli attori del film non hanno alcuna fiducia circa la risoluzione del conflitto. Però ritorna la parola del padre di famiglia nel film, che è il protagonista, quando dice una cosa vera: “gli israeliani che vogliono far terminare il conflitto e che ne hanno il potere, devono cominciare dalle scuole dei palestinesi e dare loro cultura, formazione. Insomma bisogna iniziare dalle giovani generazioni».
Sul set c’erano israeliani e palestinesi. Hanno lavorato in amicizia?
«Non proprio. Era richiesto loro di essere lì non solo come professionisti, ma anche come uomini, questo li rendeva in certi momenti fieramente palestinesi e fieramente israeliani. A volte si creavano tensioni molto forti».
Per lei era difficile rimanere neutro?
«L’ossessione dell’oggettività era fortissima perché entrambi cercavano di portarmi dalla loro parte. I palestinesi mostrandosi ancora più come delle vittime e gli israeliani tentando di essere più dolci e più docili di come in realtà sono».
Tutti contenti del risultato?
«Moltissimo. Si sono sentiti tutti riconosciuti per quello che volevano».
Il film è stato visto in Israele? in Palestina?
«Per ora al Festival di Haifa e dopo la proiezione tutta la sala ha voluto per due ore parlare con noi. Erano molto emozionati».
Lei insisterà su questo filone o sta preparando un altro film?
«Sto scrivendo una nuova sceneggiatura basata su un libro di Furio Monicelli “Un gesuita perfetto”. Un giovane che rinuncia alla libertà del mondo per chiudersi in un noviziato di gesuiti dove attraversa un percorso di fede, trova la libertà nella prigionia, nell’assenza del mondo».
Fa leggere le sue sceneggiature a suo padre Maurizio Costanzo?
«Solo per l’ultimo film non è accaduto, ma è stato un caso. Io stavo molto all’estero».
Che rapporto avete tra padre e figlio?
«Un rapporto di grande rispetto. Lui ha visto il film ed è rimasto molto colpito».
Che cosa le ha insegnato suo padre?
«Mi insegna soprattutto vederlo vivere. Il rispetto per il lavoro. Mi sento una responsabilità maggiore».
Il successo le ha cambiato la vita?
«No. I risultati contano poco per me. Conta di più il percorso che si fa per arrivare ai risultati».
Come giudica il cinema italiano?
«Molto bene. Ci sono registi da Bellocchio, che io ritengo il più giovane di tutti i registi, a Garrone, a Sorrentino, che fanno film italiani che potrebbero essere girati in qualsiasi parte del mondo».
Quali sono i temi che la affascinano?
«Il tema della libertà. Credo che il male del mondo sia dovuto a un carico di responsabilità rispetto alla libertà che gli uomini non sanno gestire. Per essere liberi ci vuole autodisciplina e un senso di responsabilità, bisogna che le scelte siano soprattutto morali. Io temo che non siano più di moda le scelte morali».
Allora che bisogna fare?
«La mia soluzione è quella di fare scelte sempre morali».
Che è successo nella sua vita perché lei senta così tanto questo bisogno? Non si vede libero?
«Forse mi sento troppo libero è ho paura di gestire questa libertà».
Con se stesso è rigoroso?
«Moltissimo. Ma non è facile evitare le tentazioni che porta la libertà»
Allora che fa?
«Imparo a resistere».

poeti
un'intervista a Evtushenko

La Provincia 30.1.05
Evtushenko Il grande poeta che racconta i dolori del mondo Già dissidente durante il comunismo, racconta la Russia di oggi con le sue speranze ma anche gli squilibri di un nuovo capitalismo che «è lotta tra forti per possedere di più»
di Francesco Mannoni

Giacca nera trapuntata di fili dorati, mimica facciale da attore consumato, voce impostata, enfasi accentuata: è il grande poeta dissidente russo Evgenij Evtushenko, vincitore della XXIV edizione del premio Grinzane Cavour, l'uomo che dalla remota stazione siberiana di Zima, con i suoi versi forti, dolci e struggenti ha conquistato il mondo. A Torino ha dato ancora una volta prova della sua instancabile attività culturale divisa tra poesia, narrativa, recitazione, cinema e fotografia, incantando con la sua straordinaria sensibilità. Nato nel 1933 a Zima, da bambino è a Mosca, e nei primi anni Cinquanta compie e suoi studi presso l'istituto Gorky. Ben presto, con le sue poesie diventa il capostipite della generazione di poeti che rifiuta la dottrina del socialismo reale, e le sue richieste di maggiore libertà artistica e gli attacchi alla burocrazia stalinista ne fanno il leader dei giovani intellettuali sovietici, ma anche una sorta di sorvegliato speciale del regime. Con i suoi numerosi libri, da La stazione di Zima, Baby Yar, Selected Poems, La centrale idroelettrica di Bratsk, Non morire prima di essere morto fino a Autobiografia precoce (pubblicati da Garzanti e da altri editori) ottenne successo in tutto il mondo e si qualificò come l'interprete dell'anima russa e delle sue tante contraddizioni. Di pari passo il suo impegno politico che va dal supporto a Solzenicyn quando il vincitore del premio Nobel fu arrestato e mandato in esilio, alla grande ammirazione per Gorbaciov. Tra alti e bassi, per quarant'anni ha dominato la scena sovietica, denunciando l'antisemitismo russo, i crimini di Stalin e la burocrazia fino al crollo del totalitarismo sovietico.
Lei ha scritto: «La paura è una predisposizione genetica della mia generazione»: è ancora così?
Per la generazione nata in Russia sotto Stalin, la paura maggiore era quella di essere arrestati o di perdere qualcuno dei propri famigliari, magari al fronte. La guerra è stata tremenda, e i nostri giornali non hanno scritto la verità e rivelato che era un disastro per il popolo russo, contro il quale Stalin aveva scatenato un altro conflitto personale che ha causato la morte di venti milioni di persone. Ha ammazzato i migliori poeti, i contadini, gli operai, tutti gli spiriti liberi e indipendenti che lo contestavano. Che tipo d'uomo era Stalin? Un mostro, un perverso? Stalin era un idealista fanatico, il genere più pericoloso d'idealisti. Distruggeva l'uomo ubbidiente, e quello indipendente lo irritava perché pensava che contrastasse le idee principali del comunismo. Stalin autorizzò la proiezione dei film di Chaplin in Russia perché pensava che attraverso quel piccolo uomo umiliato dalla società capitalistica, i russi capissero che era la vittima, il bullone di una macchina complessa; ma i russi che videro «Tempi moderni», capirono la metafora e identificarono l'operaio del film con la loro condizione schiacciata dal potere dell'ideologia. Quali sono le paure nella Russia d'oggi? Le paure oggi sono diverse. Senza voler difendere Stalin, posso affermare che in Unione Sovietica la vita non era poi così tremenda. Gli idealisti comunisti volevano costruire un futuro migliore per i propri figli, e lottavano per gli ideali romantici della nazione con determinazione. Allora tutte le medicine e tanti altri servizi erano gratuiti, cosa che adesso con la riforma delle pensioni Putin vuole togliere al popolo russo. Non c'erano differenze tra la gente, i burocrati erano controllati dallo Stato e non erano bustarellizzati come adesso. C'era la lotta contro il parassitismo e non esisteva la paura di perdere il lavoro, cosa importante per la psicologia umana. In America, il Paese più ricco del mondo, esiste questa paura, e la gente vive in una sorta di paludosa apatia civica.
Lei come si trova nella Nuova Russia senza comunismo?
Ho sempre lottato e lotto con i miei poemi, e non mi formalizzo di fronte ai cambiamenti, ma nella Russia d'oggi è facile perdere il lavoro e si può essere discreditati per sempre da accuse banali come le molestie sessuali. In passato, coraggiosi giornalisti russi pagati dal governo perché la stampa apparteneva al regime, criticavano il loro padrone; oggi che tutta l'informazione è privata, questo non avviene. Le grandi compagnie proprietarie dei giornali, sono in buoni rapporti con lo Stato che dà loro molti privilegi, e i giornalisti che non seguono una certa linea, sono teneramente messi da parte, perché la libertà e l'indipendenza si sono ristrette in Russia. Non ci sono ancora sindacati forti per difendere i diritti dei lavoratori contro certi imprenditori che si comportano come imperatori in alcune province, e molti giornalisti sono stati ammazzati perché scrivevano la verità. È il capitalismo che avanza, una lotta fra poteri forti per comandare, possedere di più.
Ma è stata sempre minata in Russia la strada della verità?
Il miglior periodo della verità è stato quello di Gorbaciov, quando la libertà di pensiero era incredibile e i russi vissero una nuova era per quattro o cinque anni. Ammiro molto Gorbaciov, anche se non fu necessariamente decisivo nel momento in cui lo buttarono via come presidente. Tutti gli imperi erano al collasso, probabilmente perché come i dinosauri avevano la testa lontana dalla coda, ma l'Unione Sovietica era un esperimento della vita di molti popoli di diverse nazionalità, e queste chanches si persero dopo il colpo di Stato di Eltsin. Churchill una volta disse che Kruscev voleva saltare attraverso un abisso. Gorbaciov, ambivalente ma molto buono, innocente e onestissimo, non reagendo in tempo, si era fermato sopra un abisso.
Lei è stato dissidente attivo in uno dei peggiori momenti repressivi del comunismo staliniano e post staliniano: come ha fatto a evitare arresto e deportazione, tragedie che hanno colpito molti altri letterati?
Sin da giovane ero molto noto ed ero sostenuto dal popolo. In quel tempo c'erano molti processi ai dissidenti, ma io non avevo paura. Oltre a scrivere dei versi contro l'invasione di Praga e prendere le difese di Solzenicyn, pensavo di salvare l'idea del socialismo come una forma di religione, di cristianesimo. A volte mi hanno chiamato antipatriota, ma come si può arrestare un uomo le cui canzoni in Russia le cantano tutti? Persino Kruscev e Breznev, l'uomo che mandò i carri armati a Praga, anche se forse avrebbero voluto togliermi dalla circolazione, cantavano le mie canzoni con le lacrime agli occhi.
Come ha costruito il suo successo?
Ho sempre avuto contatti con gli operai e gli studenti. Quando ero criticato a Mosca andavo in Siberia a fare dimostrazioni con gli operai nella stazione elettrica più grande d'Europa, realizzata senza l'impiego dei prigionieri siberiani. Giovani della mia generazione distruggevano le baracche dei prigionieri dopo averci dormito per parecchie notti prima di realizzare un proprio cottage. L'ingegnere progettista del complesso simbolico, un membro del partito e del Cominter regionale, mi minacciò velatamente: «Tu sei siberiano - mi disse - e non ricordi che in Siberia il sole nasce cinque ore prima di Mosca». L'allusione era chiara, ma io non mi turbai. Il mondo ha seguito con interesse le manifestazioni nella piazza di Kiev occupata dai sostenitori di Yushenko.
Quella che chiamano la democratura di Putin permetterebbe a Mosca una manifestazione come quella fatta dagli ucraini?
In quello che è successo a Kiev non c'è niente di nuovo per me. Nei primi giorni della Perestrojka, ho partecipato a molte manifestazioni del genere. Ho sangue ucraino, russo, polacco, tedesco e tartaro nelle vene, e come tutti i russi, quando esiste un conflitto etnico più che ideologico, preferisco non parteggiare per nessuno, perché sono cose delicatissime. L'Ucraina era una madre della Russia storica, molte famiglie ucraine e russe hanno mescolato il loro sangue. È impossibile dividere l'Ucraina, sarebbe come costruire un nuovo muro di Berlino, lanciare un pomo della discordia. Queste situazioni che per me sono ferite dolorose, spesso sono provocate. Bisogna fare pace, fermarle.
Cosa pensa invece della Cecenia, e del terribile episodio di terrorismo nella scuola di Beslan?
Ho scritto un poema sui bambini di Beslan e sui tragici fatti in Ossezia, e alcuni musicisti italiani vogliono farne un'opera. In questo poema ho scritto che è una viltà quello che era stato fatto. Gli esplosivi nella scuola era come se fossero stati collocati dallo stalinismo, perché quella dei rapporti fra ceceni e russi è una storia lunga e brutta: nessuno ha dimenticato quando dopo la seconda guerra mondiale Stalin ha spedito tutto il popolo ceceno nelle steppe. C'è un'amarezza storica in ogni ceceno, molti dei quali erano eroi dell'Unione Sovietica, ma furono trattati come traditori potenziali. Conosco l'odio cieco, ma Beslan è stato un crimine imperdonabile.
Nessuna giustificazione per i terroristi ceceni quindi?
Non posso giustificare i terroristi ceceni anche se la Russia ha fatto molti sbagli, ma i bambini non avevano alcuna colpa; bisogna parlare perché molti errori potevano essere evitati.
Lei è il poeta più ascoltato dai russi e dai giovani in particolare. Perché gli altri poeti non godono del suo prestigio?
È vero, i giovani soprattutto mi ascoltano più degli altri perché non dimentico mai le lotte civili, i confronti inevitabili tra gli uomini. Forse gli altri non sono attivi come me. Ci sono molti poeti capaci in Russia, ma non scrivono di certe cose per evitare conseguenze politiche. Io scrivo su tutti gli argomenti, anche quelli che disturbano. Sogno un poeta giovane e battagliero che susciti la mia invidia. Ma ancora non appare.

Novi Ligure
cosa dice Omar

La Stampa 30.1.05
Omar: «Sono cambiato. Adesso posso farcela»
«Quel giorno forse è stata colpa della droga, ma non nominatemi Erika. Ora studio e andrei anche a spaccare pietre, sarebbe una giusta punizione»
Giampiero Paviolo


Dice Omar: «Sono sicuro che papà non pensa quello che ha detto, so che mi vorrebbe a casa». Dice Patrizia, la mamma: «Lasciate in pace mio marito, oggi non è venuto per non correre il rischio di dover rispondere alle domande dei giornalisti. Tutto si aggiusterà».
Sì, forse tutto si aggiusterà, anche se pare impossibile a guardare le lacrime di questa donna piegata dal dolore, morta milla volte da quella notte che le ha rubato tutto, il figlio, un’esistenza normale, il lavoro.
Giorno di visite al carcere di Quarto, periferia astigiana. Omar ha per tutti un cognome, Favaro, da quando ha compiuto la maggiore età. Era un ragazzo di 17 anni quando, insieme con la fidanzata Erika De Nardo, massacrò a coltellate la mamma e il fratellino di lei, Susy Cassini e Gianluca, 13 anni appena. Per quel delitto doveva scontare 14 anni. Avendo già consumato un quarto della pena ed essendo all’epoca dei fatti minorenne, potrebbe usufruire di un permesso premio legato a un «progetto di risocializzazione». In parole povere: attività di volontariato. Nei giorni scorsi era sembrato che proprio il padre di Omar intendesse opporsi a un rapido ritorno a casa del figlio: troppo presto, diceva. Lui non vuole crederci: «Senza il loro aiuto non sarei mai uscito da quest’incubo, mi hanno dato la vita un’altra volta». Loro, quel che resta della vita stanno provando a rimetterlo insieme in un’altra città, dopo aver lasciato il piccolo bar di Novi.
Giorno di visite e di confidenze. E’ arrivato un parlamentare della Lega, il deputato europeo Mario Borghezio. Non è uno tenero con chi si è reso responsabile di delitti efferati, e il suo pensiero sui meccanismi premianti preferisce non esprimerlo qui e oggi: «Sono venuto per verificare se dentro il carcere il ragazzo può seguire un percorso culturale che lo aiuti a riabilitarsi, insomma che non sia trascurato nulla». Molto è stato fatto. Non tutto: quando era al Ferrante Aporti ha potuto seguire un corso di cucina («so fare le pizze»), uno di meccanica grazie all’aiuto di un artigiano torinese, un altro di computer, ma è stato costretto a interromperlo prima del tempo, trasferito ad Asti. In compenso, qui ha trovato la possibilità di riprendere gli studi da perito elettrico, bruscamente interrotti il giorno della tragedia di Novi Ligure.
A vederlo così sembra uno come tanti, un ragazzo un po’ malinconico, il fisico asciutto di chi fa sport («gioco a calcetto»), gli occhi intelligenti. Difficile immaginarlo come il pupazzo manovrato da una fidanzata poco più che bambina: «Non lo so, forse è stata colpa della droga, o chissà. Ma basta, non voglio sentir parlare di Erika, mai più. Sento solo un grande rimorso per quello che ho fatto, e tanta voglia di riscattarmi». Borghezio quasi lo provoca: «Se te lo chiedessero andresti, che ne so, a raccogliere pietre nei fiumi per due anni?» «Lo accetterei, forse la sentirei come una cosa giusta».
Tre anni al Ferrante Aporti, quattro compagni di cella, nessun problema di convivenza. I giorni con la psicologa che lo ha sempre seguito, con i sacerdoti, le visite di mamma e papà, il processo. Quello vero e quelli mediatici: «Alcune trasmissioni viste in tv hanno procurato un enorme dolore ai miei, alla mamma in particolare. Un altro rimorso che mi porto dentro. A volte mi arrabbio, come quando presentarono tutta questa storia e l’unico a parlare era il criminologo che ha seguito Erika, nemmeno il mio avvocato c’era. Pazienza, forse è un prezzo da pagare, come una condanna nella condanna».
La maggiore età, il trasferimento a Quarto, sezione A2. In cella con un adulto, un uomo sui quaranta. «Andiamo d’accordo. Che si fa? Lezioni, tanta tv, tanti libri. Sto studiando il periodo di Boccaccio e Dante. Tra tutti preferisco il Manzoni dei ‘’Promessi sposi’’». Briciole di normalità oltre la tragedia: «Della tv mi piacciono i telegiornali, lo sport, i quiz, provo a risolvere quelli di ‘’Passaparo- la’’». Speranze: «Posso farcela. L’esperienza del carcere non è stata negativa, so di essere completamente diverso da quel giorno». Le delusioni: «Una, dura da mandar giù: è stato quando mi hanno negato il permesso per trascorrere il Natale con i miei. Ci speravo, la notizia che il giudice aveva detto no è stata una mazzata. Per fortuna, pochi giorni dopo, si è aperto uno spiraglio. So che non sarà domani, non sarà prestissimo. Ma adesso ho una prospettiva di vita più vicina». Gli amici? «Mi sono mancati, certo, qui è facile avvertire la solitudine. Scrivo molte lettere, in particolare a un sacerdote di Genova che mi è sempre stato vicino. Ecco, una cosa l’ho imparata bene: c’è tanta gente pronta a giudicare senza conoscerti, ma anche tanta disposta ad aiutarti senza giudicare».
Il Messaggero Sabato 29 Gennaio 2005
ALLARME
Oltre la metà degli omicidi avviene in famiglia: «Vittime quasi sempre le donne, a rischio le ex»
di Maria Lombardi


ROMA - Rancori che uccidono, sofferenze che non si possono sopportare oltre, rabbia che non risparmia nulla. Accade in famiglia, sempre più spesso, accade che un coltello o una pistola cancellino d’un tratto gli affetti più grandi. «Solo quando ho visto il sangue, ho capito cosa avevo fatto», quasi non ricorda, il marito, la lama che colpiva la moglie e le grida di lei. «L’ho fatto perché altrimenti l’avrebbe fatto lui», è lucida confessione di una donna malata che ha appena assassinato il suo uomo. Storie come tante altre: la maggior parte degli omicidi (il 51,5%) avviene in famiglia. Negli ultimi dieci anni, i delitti in casa sono aumentati di trenta volte. Le vittime, il più delle volte, donne. «Il caso più frequente è quello in cui il marito uccide la moglie, a casa. Non usa armi da fuoco, ma coltelli, non ha precedenti penali e confessa», spiega Giovan Battista Traverso, psichiatra forense dell’università di Siena. E tante volte quella stessa arma è rivolta contro se stessi: il 68% degli omicidi-suicidi avviene in famiglia.
Molte di queste storie potevano finire diversamente, se solo quelle mogli e quei mariti non fossero stati lasciati soli. Si può fare qualcosa per «prevenire la violenza in famiglia», sostiene Emanuela Moroli, presidente dell’associazione ”Differenza donna”, che al tema ha dedicato un convegno internazionale in corso a Roma (vi hanno preso parte tra gli altri la psicoanalista Carol Tarantelli, Henrik Belfrage, criminologo svedese, il direttore del ”Messaggero” Paolo Gambescia, la criminologa Isabella Merzagora). L’hanno già fatto in Canada, l’unico paese al mondo dove viene utilizzato il programma ”Sara” (Spousal Assault Risk Assessment) una strategia per ridurre la violenza domestica in grado di valutare che rischi corre una donna già vittima di maltrattamenti. «In quel paese - aggiunge Emanuela Moroli - l’incidenza dei delitti in famiglia è crollata del sessanta per cento». ”Sara” è una specie di indagine - fatta dalla forze dell’ordine e dagli operatori sociali - che consente di capire se uomini già individuati come violenti possono commettere ancora quei reati o reati più gravi. «Il programma prevede se per una donna è rischioso o meno a continuare a vivere in quella casa o a frequentare quell’uomo», aggiunge il presidente dell’associazione. In via sperimentale ”Sara” è stato utilizzato anche in Italia lo scorso anno (sono stati nostri partner la Svezia, la Grecia e l’Olanda) e lo sarà anche nel 2005.
Un programma che vuole innanzitutto proteggere le donne, «perchè le donne sono più buone degli uomini - sostiene Isabella Merzagora, criminologa dell’università di Milano - e dunque il più delle volte vittime. Basta pensare che solo il 7% degli omicidi è commesso da donne». E quando impugnano un’arma, le donne lo fanno in famiglia (nel 70% dei casi) a differenza degli uomini che uccidono soprattutto ”fuori casa”. Le ragioni di tanta violenza? Il possesso, la gelosia, la paura dell’abbandono. «A rischiare di più - dice la criminologa - sono le ex o quelle che stanno per lasciare un uomo».

bimbi in provetta e staminali

La Stampa TuttoScienze 26 Gennaio 2005
Figli in provetta e staminali
Gli italiani dicono sì

I problemi legati alla scienza e alla tecnologia diventano ogni giorno più frequenti: con l’obiettivo di fornire una solida base di conoscenze su cui sviluppare il dialogo tra ricercatori, cittadini e classe politica, il centro di ricerche Observa - Science in Society, in collaborazione con TuttoScienze - La Stampa, ha deciso di dare vita all'«Osservatorio Scienza e Società», che si propone di monitorare regolarmente le tendenze e gli orientamenti dell'opinione pubblica italiana verso la ricerca e l'innovazione tecnologica, con particolare riguardo per i temi di maggiore attualità (sito: www.observanet.it).
La rilevazione sugli orientamenti degli italiani nei confronti delle cellule staminali e della fecondazione assistita è il primo appuntamento con l'«Osservatorio Scienza e Società».
Massimiano Bucchi insegna Sociologia della Scienza all'Università di Trento. Fa parte del board scientifico del Public Communication of Science Network e dello European Science and Society Forum. Ha pubblicato saggi su riviste internazionali come «Nature» e «Science» e cinque monografie; tra queste, «Scienza e Società» (Il Mulino, Bologna; edizione internazionale «Science in Society», London and New York, Routledge, 2004).
Federico Neresini insegna Metodologia della ricerca sociale all'Università di Padova. È membro della European Association for the Study of Science and Technology. Tra le sue pubblicazioni, il volume «Sociologia della Salute» (Carocci, Roma, curato con Massimiano Bucchi), e numerosi contributi a «Nature» e «Science».
Gli intervistati sono stati 964, campione per quote, tecnica CATI, periodo 22-30 novembre 2004, margine massimo di errore 3,05 per cento. Tutti i dati tecnici e di approfondimento sul campione utilizzato per l’indagine sono disponbili nel sito: www.lastampa.it
I temi della fecondazione assistita e della ricerca sulle cellule staminali tengono banco nei media e nel dibattito politico, tanto più ora che stanno per diventare oggetto di referendum. Ma finora poco rilievo ha avuto il punto di vista dei cittadini, cioè dei primi utilizzatori delle pratiche di fecondazione assistita e dei potenziali destinatari di eventuali applicazioni terapeutiche delle cellule staminali. Diventa quindi particolarmente utile e interessante far emergere gli orientamenti dell'opinione pubblica italiana.
Ecco il risultato della nostra indagine, eseguita su un campione rappresentativo di 964 cittadini con età uguale o maggiore di venti anni.
Quasi l'80 per cento degli italiani è favorevole all'utilizzo di cellule staminali di embrioni per la ricerca di nuove terapie mediche. Oltre un terzo lo è addirittura senza condizioni (35%), mentre il 44% lo vincola al fatto che si utilizzino embrioni altrimenti destinati ad essere distrutti. Il 21% è invece contrario in ogni caso. Il dato conferma e rafforza una tendenza già messa in luce da precedenti studi sugli orientamenti dell'opinione pubblica: benché scettici sulle prospettive delle biotecnologie agroalimentari, gli italiani hanno un orientamento molto più favorevole verso le ricerche e le applicazioni biotecnologiche in campo medico. L’aspetto più sorprendente è forse che la fede religiosa non pesi su questo giudizio in modo significativo: tra quanti si definiscono cattolici, la quota dei contrari all'uso di cellule staminali di embrioni è praticamente identica a quella del campione generale (22%). Sempre tra i cattolici, i favorevoli «senza condizioni» superano addirittura, seppure di poco, la media del campione (36%).
Più articolato appare il rapporto con gli orientamenti politici. Tra gli elettori di entrambe le principali coalizioni l'apertura alla ricerca sulle cellule staminali di embrioni è netta: il 39% degli elettori di centrosinistra e il 37% di quelli di centrodestra si dichiara favorevole in ogni caso. Gli assolutamente contrari sono maggiormente presenti fra gli incerti (28%).
Anche nel caso della fecondazione assistita, il fronte dei favorevoli supera abbondantemente quello dei contrari: il 70% dei cittadini interpellati è del parere che il ricorso alla fecondazione assistita debba essere consentito alle coppie che non possono avere figli, mentre il 30% dichiara la propria opposizione. Tra i favorevoli è possibile distinguere tra chi riconosce legittimità alla fecondazione assistita ma non alla donazione di gameti (40 per cento) - e quindi non ne consentirebbe l'utilizzo a coppie sterili - e chi ritiene di non dover introdurre limitazioni di questo genere (30 per cento).
Una questione molto dibattuta è quella della «diagnosi pre-impianto», cioè la questione dell'opportunità di verificare sull'embrione la potenziale insorgenza di determinate patologie ereditarie o non, e di conseguenza di decidere se proseguire o meno la gravidanza. Ebbene, solo un italiano su cinque si dichiara infine apertamente contrario alla possibilità di condurre accertamenti su eventuali malformazioni di embrioni per coppie che ricorrono alla fecondazione assistita; il rimanente 80% si divide fra coloro i quali, pur ammettendo questi accertamenti, richiederebbero poi alla coppia di iniziare comunque la gravidanza (10%) e chi, invece, la lascerebbe libera di decidere se proseguire oppure no in funzione del risultato degli accertamenti (70%). Emerge insomma un chiaro orientamento a lasciare alla coscienza dei futuri genitori il compito di valutare l'opportunità sia di verificare o meno lo stato di salute degli embrioni prima dell'impianto, sia di dare corso alla gravidanza sulla base degli esiti di tale verifica.
L'età e il titolo di studio agiscono come fattori discriminanti nei giudizi, dal momento che un basso livello di scolarità e un'età superiore ai 65 anni favoriscono un atteggiamento contrario alla fecondazione assistita e agli accertamenti sugli embrioni; di converso, un titolo di studio elevato e un'età inferiore ai 50 anni tendono invece a identificare un'apertura verso la fecondazione artificiale (compresa l'eventuale donazione) e alla diagnosi reimpianto senza obbligo di prosecuzione della gravidanza.
E’ evidente il nesso con l’orientamento politico: chi si colloca nell'area centro-sinistra tende ad assumere atteggiamenti più permissivi (i favorevoli alla fecondazione assistita compresa donazione raggiungono il 36% e quelli agli accertamenti sugli embrioni senza obbligo di prosecuzione della gravidanza arrivano al 79%), mentre chi si colloca a centro-destra e gli incerti esprimono orientamenti più restrittivi (rispettivamente 34% e 39% di contrari nel caso della fecondazione assistita, 22% e 25% per la diagnosi pre-impianto). L'orientamento religioso fa invece sentire il suo peso solo in parte. Infatti, mentre è chiaro che coloro i quali si dichiarano non credenti sono più propensi alla fecondazione assistita e agli accertamenti sugli embrioni, riconoscersi nella religione cattolica non porta necessariamente ad assumere atteggiamenti più contrari rispetto alla media.

matrimonio?
«Né domani né mai»

La Stampa Tuttolibri 29 Gennaio 2005
Sposarsi non fa romanzo
«Né domani né mai»
di Ferdinando Camon

Uno studio sul matrimonio nella letteratura taliana: fonte di «inestimabile noia» nel Machiavelli, «feroce», una forma di tirannide per Alfieri.
Da Dante a Pontiggia l'amore è sempre fuori dal matrimonio (e Svevo teorizzerà il tradimento come utile alla durata delle nozze). Lo stesso Manzoni narra «la storia di un matrimonio che non si deve fare» là dove principale ostacolo al matrimonio «non è Don Rodrigo ma l'autore stesso«
L'altro scrittore cattolico, Tommaseo, a favore della coniugalità e contro l'amore passionale. Diversamente dall'«Ortis» di Foscolo che non vuole sposare Teresa bensì amarla.
Con D'Annunzio tra i coniugi appare il figlio della colpa, mentre bisogna attendere Cassola per assistere a un vero matrimonio

SULL'indissolubilità del matrimonio cattolico si sono scontrate politica, psicanalisi, psicologia e tutte quelle che si chiamano nuove scienze umane, ma l'indissolubilità è ancora lì, un pilastro della chiesa e della cultura cattolica. Le scienze umane dicono semplicemente: lui cambia, lei cambia, i sentimenti cambiano, lui si sente tradito dal cambiamento di lei, lei si sente tradita dal cambiamento di lui, e allora perché il legame deve restare eterno e soltanto la morte può rescinderlo?
La risposta è altrettanto semplice: nel matrimonio cattolico lui non è legato a lei e lei non è legata a lui, ma ognuno dei due è legato a un terzo elemento, il quale non cambia ma resta fisso e immutabile per l'eternità. Il matrimonio cattolico è un matrimonio a tre. Quando non c'è perfetta conoscenza di questa tripla presenza, il matrimonio è nullo, mai esistito. E come entra l'amore, l'amore tra i due coniugi, in questa unione che scavalca i due? Entra (quando entra) come spinta iniziale, mozione prima all'unione; ma non è determinante perché esista o resista il matrimonio: anche se si spegne la spinta, il matrimonio prosegue, come un volontario dovere.
E' stato il romanticismo a introdurre l'idea del matrimonio come sbocco della passione. Prima il matrimonio poteva essere un accordo, e non è affatto detto che avesse minor durata. La passione era un segmento della vita, mentre il matrimonio proseguiva: di qui le concezioni del matrimonio come altro dall'amore, o come tomba dell'amore, o come negazione del sentimento, e del sentimento come pericoloso, minaccioso, rischioso per il matrimonio.
Con l'avvento della psicanalisi, un secolo fa, nel sentimento è stata fatta confluire anche la sessualità. E il matrimonio come dovere è diventato la sessualità come dovere (il "dovere coniugale"), che è un ossimoro. Il problema del rapporto fra amore e matrimonio, matrimonio e passione, matrimonio come contratto, sessualità e desiderio nel matrimonio, matrimonio come legame a tre, lo vediamo meglio quando osserviamo come ci guardano dalle altre civiltà: in questo momento c'è un film (di Ken Loach) che gira per le nostre sale con molto successo, Un bacio appassionato, ed è incentrato proprio su questo tema, la necessità o inutilità della com-presenza di amore-passione-sessualità nel matrimonio fra una europea cristiana e un pakistano islamico. Indispensabile, dice l'europea. Perché senza quella com-presenza non si parte nemmeno. Dannosa, dice l'intera famiglia islamica. Perché su quella base non si va da nessuna parte.
Non è che da noi matrimonio e amore abbiano sempre marciato insieme. Da Dante a Pontiggia, l'amore è sempre fuori del matrimonio. Svevo teorizza il tradimento come utile alla durata del matrimonio, e ci presenta una moglie che collabora al buon esisto della relazione extraconiugale del marito. Ci possono essere matrimoni e coppie sposate al centro di romanzi, ma la narrazione scorre a monte del matrimonio, perché l'amore è movimento e può far nascere il romanzo, mentre il matrimonio è immobilità e quindi non ha narrabilità.
Fabio Danelon, professore all'università per stranieri di Perugia, ha scritto Né domani, né mai (Marsilio, pp. 358, e28), un complesso e ferreo studio sul matrimonio nella letteratura italiana da Machiavelli a D'Annunzio (gli autori che "sente" di più sono Manzoni e Verga), e sospetta che all'origine ci sia la condanna della sessualità nel primo Cristianesimo, per il quale è meglio "sposarsi che bruciare", espressione peraltro non pacifica, perché per altri padri della chiesa restava meglio "bruciare che sposarsi". Istituendo il matrimonio come "sacramentum", la chiesa esigeva che dipendesse da una libera volontà. Ma volontà non è amore. Per i nostri scrittori più cattolici, Manzoni e Tommaseo, al matrimonio non serve l'amore. E non è soltanto una visione italiana.
Danelon cita Fourier, "fiero avversario d'indissolubilità e monogamia"; Schopenhauer, per il quale i matrimoni "sono finalizzati alla conservazione della specie"; Horkheimer, per il quale "il matrimonio è una mascherata dovuta a ragioni essenzialmente economiche"; Breton, "contrario a ogni repressione"; Foucault, che denuncia "la confisca della sessualità nella funzione riproduttrice della famiglia coniugale". Sono soltanto pochi esempi.
Nell'arco della letteratura italiana qui passata in rassegna, Manzoni e Tommaseo restano i due soli autori a potersi definire "cattolici", sia pure con atteggiamenti molto diversi. Manzoni non è un narratore del matrimonio, il matrimonio subentra di sghembo, alla fine dei Promessi Sposi, e vien liquidato rapidamente e imprecisamente (non si sa nemmeno quanti figli facciano Renzo e Lucia). Non è nemmeno un narratore dell'amore, non c'è amore o passione in Renzo e Lucia (c'era amore in Fermo e Lucia, ma il vero innamorato era don Rodrigo). Accingendosi a scrivere un romanzo che non aumenti la quantità di passione vissuta sulla terra, Manzoni sceglie il tempo che prepara al matrimonio. Da quella preparazione, e da quello sbocco, si sente garantito: "Il romanzo si presenta subito come la storia di un matrimonio che non si deve fare, e il principale ostacolo al matrimonio non è don Rodrigo, ma l'autore stesso".
Quel che Manzoni taglia via, Tommaseo mette al centro, e "affronta la cruciale frizione amour-passion" in questo modo: "La soluzione proposta va tutta a favore della coniugalità e contro l'amore passionale". "Egli coglie, infatti, che una volta accettata l'idea che il matrimonio debba fondarsi sull'amore, ne consegue che, venuta meno la passione, il matrimonio non possa che sciogliersi, il che è inaccettabile per chi lo ritiene un sacramento". "La felicità individuale non è un obiettivo cristiano". La conclusione "si adegua all'ossequio cristiano della pazienza, del dovere, del sacrificio".
Siamo parecchio lontani dal punto di partenza dello studio, che in Machiavelli trovava il matrimonio saturo di "inestimabile noia", "ben più spaventevole dell'inferno", e la moglie sempre pericolosa, che per essere domata ha bisogno dell'infernale Belfagor. Con la Clizia Machiavelli approdava a una desolata "rassegnazione contro i rischi della passione e le gioie della vitalità erotica". Saggia la rassegnazione, perdente la lotta. In Alfieri i matrimoni sono spesso "ferali", perché sono una forma di tirannide: l'indissolubilità sta al matrimonio come l'impossibilità della rivoluzione sta alla tirannide. "Dalla indissolubilità del Matrimonio fattosi sacramento, ne risultano quei tanti di politici mali, che ogni giorno vediamo nelle nostre tirannidi: cattivi mariti, peggiori mogli, non buoni padri, e pessimi figli". L'indissolubilità non fa un cattivo matrimonio, fa una cattiva famiglia. E una cattiva società.
E' certo, per Danelon, che Ortis "non vuole" sposare Teresa. Vuole amarla, non sposarla. Teresa sposa uno che non ama. Il padre di Teresa supplica Jacopo: "Sacrificate la vostra passione alla sua quiete". Il matrimonio come quiete, la passione come nemica della quiete. Entrando nella quiete, Teresa diventa irraggiungibile per la passione, e colui che cova la passione non ha altro sbocco che il suicidio. Nell'"Ortis", osserva di sfuggita Danelon, tutti i matrimoni sono falliti.
Nel matrimonio mastro Gesualdo entra come in una trappola, un passo dopo l'altro finisce per trovarsi prigioniero dell'incomunicabilità: il Mastro-don Gesualdo è il romanzo della coppia che non sa e non può parlarsi, la coppia di estranei: "Nessun idillio è possibile, nessuna felicità accessibile, nessuna serenità individuale che non sia effimera, fugace".
Fin qui, con Machiavelli Alfieri Foscolo Manzoni Tommaseo e Verga, siamo nel rapporto a due, lui e lei. Con L'Innocente, D'Annunzio introduce un terzo, il figlio. E' un figlio della colpa, cioè (come sempre succede) di una doppia colpa, di lui e di lei. Lei ha tradito il marito perché il marito la tradiva. Ora i due vorrebbero riunirsi, ma c'è quell'ostacolo. Il frutto della doppia colpa viene eliminato da un'altra doppia colpa, ci pensa lui ma col consenso di lei. Non è una soluzione che abbia insegnato molto ai tempi successivi. Il figlio come arma nella lotta fra coniugi è diventato di uso corrente, ma oggi non si sopprime un figlio per recuperare un coniuge, semmai si recupera il figlio e si lascia il coniuge alla sua morte. Il fatto è che oggi non siamo sulla linea (magari più avanti ma pur sempre sulla linea) esaminata in questo libro, con frequenza di risultati illuminanti e di preziose scoperte.
Si poteva proseguire, ed esaminare amore-sesso-matrimonio in Moravia Pratolini Bassani Cassola eccetera (tutti narratori di amanti, tranne Cassola, narratore di un vero matrimonio), ma non si arrivava mai all'oggi. Perché l'oggi sta dopo una doppia rivoluzione, che è il divorzio-aborto. Il matrimonio e il parto sono una scelta. La tirannide è finita. Naturalmente, visto dai cattolici, l'aborto è una tirannide dei nati sui nascituri. Ma questo è un altro discorso.
fercamon@libero.it
una segnalazione di Teresa Colombo
«questo era sul NYTimes di martedì scorso. Si parla anche qui di effetti collaterali di un antidepressivo della famiglia degli SSRI...ma non una parola riguardo al rischio emorragie. Unico problema affrontato: il farmaco provoca calo del desiderio sessuale. Ma per fortuna finisce con una buona notizia: altra pillola insieme all'antidepressivo e l'orgasmo è ancora meglio di prima della depressione!!!»
New York Times 25.1.05
A Pill's Surprises, for Patient and Doctor Alike
By RICHARD A. FRIEDMAN, M.D.


As a psychopharmacologist, I know that every patient responds slightly differently to medication. But it wasn't until I met Susan that I understood just how differently.
She'd come to see me because she was depressed, and I'd successfully treated her with a course of Zoloft, a popular antidepressant. But as often happens, Susan's desire for sex had vanished along with her depressed mood.
"I kind of miss it, but I feel really bad for my husband, who's getting very frustrated," she said.
The sexual side effects of antidepressants like Zoloft and Prozac - the class of drugs known as selective serotonin reuptake inhibitors, or S.S.R.I.'s - are well known. The drugs frequently cause diminished libido, erectile dysfunction in men, and delayed orgasm or an inability to climax at all in women. The same flooding of the brain with serotonin that alleviates depression leads to sexual effects in many patients.
Early on, the rates of sexual side effects from S.S.R.I.'s reported in the medical literature were quite low, in the range of 10 percent to 20 percent. But clinicians knew better. Most of their patients reported some sexual effects, and it quickly became clear that the early reports were wrong.
The reason for this error was simple. Early clinical trials of the drugs did not look for sexual side effects; they just recorded problems that patients spontaneously reported. Because most patients are reluctant to bring up any sexual side effects on their own, the researchers got the false impression that these drugs had little effect on sexuality. When the subjects were specifically asked about sexual side effects, the rates rose to 40 percent to 50 percent.
Susan fell into that unlucky percentage, and she asked me if anything could be done. There were three possible approaches, I told her. She could stop the drug from time to time, a strategy that might temporarily restore her sex drive but could cause discontinuation symptoms; she could lower the dose of the antidepressant, which might provoke a relapse of depression; or we could try to counteract the side effects with another medication.
A temporary escape didn't appeal to Susan, so we decided on the third approach, an antidote. The question was, Which one? Serotonin-blocking drugs like Periactin, an antihistamine, treat sexual side effects, but they can also undo the drugs' antidepressant effects. I decided to prescribe Wellbutrin, a different class of antidepressant that has shown some ability to counteract sexual dysfunction caused by S.S.R.I.'s.
Little did I know.
Two weeks later, Susan called from her cellphone to say that the antidote was working. While shopping, she said, she spontaneously had an orgasm that had lasted on and off for nearly two hours . She was more delighted than alarmed, but I was stunned. I have had my share of therapeutic surprises, but this was hard to believe.
Was this a medical emergency or unrepeatable fluke that Susan needn't worry about? When I saw her the next day in my office, she was calm and somewhat amused by my concern. After all, since when is an orgasm a cause for alarm?
I was worried, though, that the addition of Wellbutrin had set off an episode of mania, an effect that antidepressants can have in up to 5 percent of patients. In that case, her prolonged orgasm might be a symptom of hypersexuality, common in mania. But Susan didn't seem either manic or depressed.
It seems that for her, the Wellbutrin just had an extreme sexually enhancing effect. Several colleagues told me about patients of theirs who had experienced heightened sexual desire on Wellbutrin, but none of the reports came close to Susan's. That Wellbutrin can enhance sexual pleasure isn't surprising: it increases the activity of dopamine, a key neurotransmitter in the brain's reward pathway. In fact, drugs of abuse, like cocaine, alcohol and opiates, release dopamine in this circuit - and so does sex.
A year has passed without a recurrence of this surprising side effect. But Susan is enjoying sex now - clearly more than she did before she became depressed. Because this was her first episode of major depression, the chance of a recurrence was only about 50 percent, so I suggested stopping the antidepressant. She liked that idea, but then paused and asked, "Do I have to stop the Wellbutrin, too?"
We both laughed.

venerdì 28 gennaio 2005

MUSEUM BENAKI
BENAKI BUILDING Peireos Av.
Athens


Monday, 28 February 2005

The Archives of Greek Composers Thomas Tamvakos
&
Kelados Ensemble

Anna Mouzàki, mezzosoprano
Kostas Tiliakòs, oboe
Dimitri Magriòtis, Cello
Màro Fragkoùli, piano

Dimitri NICOLAU (1946),Italia

Op.255 Sapfoùs

with Voice (mezzosoprano), Oboe, Cello & Piano

a composition commissioned from The Archives of Greek Composers

Thomas Tamvakos in first world performance
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L'ESPRESSO 28 gennaio 2005
Antidepressivi
IMPUTATO PROZAC
Paola Emilia Cicerone


I pazienti che fanno uso di antidepressivi della famiglia degli SSRI, ossia inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina come il Prozac, sono a rischio emorragia?
Da tempo le emorragie - gastriche, ginecologiche o addirittura cerebrali - fanno parte dei possibili effetti avversi di questi farmaci. Una ulteriore conferma arriva da un'indagine su oltre 64 mila pazienti realizzata tra il 1992 e il 2000 dall'Istituto di Scienze Farmaceutiche di Utrecht, pubblicata sul "British Medical Journal".
Sarebbe proprio l'azione del farmaco della serotonina a influire sui meccanismi di aggregazione del sangue, causando le emorragie: "Adesso si aprono nuove prospettive sulla relazione tra uso di antidepressivi ed emorragie", commentano i ricercatori.

referendum sulla fecondazione
dopo la trasmissione di Ferrara con Cossu e Vescovi

Liberazione 28.1.05
Alle "Otto e mezzo" tra scienza, polemiche e propaganda

Caro Curzi
sono rimasto sbalordito dal programma "Otto e Mezzo" di mercoledì sera, per l'argomento interessante trattato in maniera faziosa da Ferrara, che non lasciava parlare chi osava contrapporsi al prof. Vescovi, fosse pure il suo superiore prof. Cossu. Ferrara non solo si arrogava il diritto di riassumere lui le posizioni dei partecipanti, deformando abilmente quelle dei radicali e del loro rappresentante alla trasmissione, ma pur di sostenere le sue tesi a favore dell'ovulo fecondato = uguale persona umana, ha irriso al documento firmato da un certo numero di scienziati Premi Nobel, insultando questi ultimi col dire "Voi avete sempre pronti tanti Nobel, sia che si tratti del Vietnam che della fecondazione artificiale" come se i firmatari fossero degli utili idioti assoldabili da chiunque. E sbeffeggiando il Nobel col dire sarcasticamente "pure Fo è Nobel, figuriamoci" (le parole forse non sono esatte, ma il significato sì). Poi ha criticato chi si serve degli esempi personali, come il Coscioni, per fini di propaganda, ma lui stesso ha invitato alla trasmissione un signor Brunetta che è portatore di un male ereditario, per fargli dire che è ben felice di essere vivo nonostante la malattia, mentre non lo sarebbe se qualche amico della scienza avesse all'epoca suggerito o imposto di eliminare il suo embrione perché malato. Forse tu non pubblicherai questa lettera perché sei amico di Ferrara e più volte hai detto che lo stimi come giornalista, ma questo è un tuo problema di coscienza.


Nuccio Massari e mail

Nessun problema di coscienza. Ferrara è un collega che sa il fatto suo, il che non significa che svolga la professione ineccepibilmente e che anzi troppo spesso interpreti assai male la sua funzione di introduttore e moderatore, trasformandosi per eccesso di autostima e di facilità verbale nella vera controparte di chi pure è stato invitato a "Otto e mezzo", ma non condivide la sua posizione. Mercoledì sera ha, come suol dirsi, passato il segno, e proprio in un campo nel quale la funzione della informazione è essenzialmente quella di rendere chiari i termini di un problema dalle molte facce, difficilmente accessibile a chi non sia uno specialista o non abbia seguito l'accesissimo dibattito che ha preceduto e seguito l'approvazione della legge 40, per l'abrogazione della quale, o la cancellazione delle norme più oscurantiste, si è mobilitato l'intero Paese, con l'apporto anche di personalità della scienza e dell'umanesimo, ivi compresi dei Premi Nobel che da parte di tutti meritano, se non condivisione, certamente rispetto. Ma l'uomo è questo. Per amore di polemica e per faziosità sarebbe capace di negare il sole. Tanto è vero che invita Luca Coscioni a non strumentalizzare la propria orribile malattia, per ora senza salvezza, mentre è stato lui Ferrara il primo a tirare in ballo l'esperienza personale. Forse non sei un ascoltatore abituale di "Otto e mezzo", ma nella prima trasmissione dedicata appunto alla legge 40 e alle sue storture, Ferrara ha dichiarato al microfono, inutilmente ripreso da Ritanna Armeni, che lui era ben felice di essere così com'è al mondo, e che nessuno, sua madre o altri, abbia potuto decidere di non far proseguire la sua vita, immaginando che avrebbe avuto problemi nel crescere. L'esempio, come vedi, oltre a essere destituito di fondamento, non è solo prova di furbizia ma volutamente spiazzante e dunque prova di cinismo. Anche l'altra sera ha impedito, dopo un ipocrita invito iniziale a non abbandonarsi alle polemiche personali e a discutere serenamente, al prof. Cossu, che si diceva favorevole alla sperimentazione sugli embrioni esistenti (destinati alla morte entro breve perché non richiesti da coppie sterili) a sviluppare il suo discorso perché dalle di lui parole si poteva capire che l'illustre medico sarebbe stato favorevole anche alla sperimentazione su embrioni creati in sopranumero non volontariamente). La legge che il referendum avrebbe voluto abrogare, infatti, prescrive che per ogni donna che voglia ricorrere alla fecondazione assistita, possano essere fecondati in provetta tre ovuli, i quali tutti debbono essere impiantati nell'utero materno, senza verificare se l'uno o l'altro di essi è portatore di una qualche malattia genetica o di un qualche "difetto" che ne impedirebbe il normale sviluppo. Se, dopo l'impianto nell'utero, ci si accorgerà che qualcosa va male, la donna sarà libera di ricorrere all'aborto. Chi tentava di argomentare questo aspetto è stato zittito dicendo che non si stava parlando di quello, e per buon peso l'impareggiabile conduttore ha anche detto che non si facesse finta di parlare di salute della donna, perché intanto si parlava del diritto a vivere (o a essere buttato, in verità) dell'embrione non impiantato. Meglio la morte del sacro embrione, portatore di un diritto sembrerebbe superiore a quello della donna che lo nutre nel suo grembo, piuttosto che usarne a fini di ricerca. Mi fermo qui, caro Nuccio, e forse sono andato oltre, perché la legge è stata ampiamente illustrata e criticata su "Liberazione", da altri più di me titolati a farlo. Per finire, un semplice augurio: che anche su "La 7" si torni ad affrontare il delicato argomento, con l'unico scopo di fornire informazioni esatte e far discutere, a parità di tempo e di rispetto, persone di opinioni diverse.

Alessandro Curzi
alessandro. curzi@liberazione. it

a Mosca: la prima mostra d'arte moderna nella storia della Russia

La Stampa 28 Gennaio 2005
«NON PROFANATE IL TEMPIO DELLA RIVOLUZIONE»: SI APRE NEL DISSENSO LA PRIMA «BIENNALE» FINANZIATA DALLO STATO. PARTECIPANO 41 ARTISTI DA 22 PAESI
L’arte moderna nel museo Lenin: e Mosca insorge
di Francesca Sforza
corrispondente da MOSCA


IL Museo Lenin, nel cuore di Mosca, è stato in disarmo per più di dieci anni. «Closed forever», rispondevano le guardie della Piazza Rossa al turista in cerca di indicazioni. Chiuso per sempre.
Da ieri, però, gli spazi che in epoca sovietica custodivano i cimeli della rivoluzione - oggi trasferiti nella cittadina di Leninskie Gorki - si animeranno di nuovo grazie alla Prima Biennale dell'Arte Contemporanea di Mosca. «Il vero gesto artistico è stato quello di cominciare dal Museo Lenin, in cui per anni non è entrata anima viva, per poi allargarsi a macchia d'olio su tutta Mosca», ci dice Iosif Backstein, coordinatore della Biennale. «Se non fosse per queste ragazze bellissime che servono vodka - dice un giornalista americano alla conferenza stampa di presentazione - sembrerebbe di essere a Londra, a Berlino, a New York». Ci si ricorda di essere a Mosca solo pochi minuti prima dell'inaugurazione, quando una folla rumorosa si addensa davanti alle porte del Museo Lenin gridando al sacrilegio: «Non profanate il tempio della rivoluzione, tenete Lenin fuori dai vostri quadri», dicono i cartelli dei nostalgici.
Nove luoghi espositivi, quarantuno artisti provenienti da ventidue paesi, più di venti progetti speciali con autori di prestigio internazionale come Christian Boltanski, Yuri Vassiliev o Bill Viola e oltre trenta manifestazioni parallele nelle gallerie della città (tra cui il padiglione italiano al Museo di Storia Contemporanea della Russia). La prima Biennale di Arte Contemporanea di Mosca è costata 53 milioni di rubli (2 milioni e mezzo di dollari), tutti pagati dallo Stato: «Non c'è stato neanche uno sponsor che si sia lasciato convincere a investire nell'operazione», ha detto il capo dell'Agenzia Federale della Cultura Mihail Shvidkoy.
Quello degli sponsor non è stato l'unico «niet». La Direzione della Metropolitana di Mosca ha rifiutato di prestare la stazione «Vorobiovy gory» alle videoistallazioni e uno dei curatori, Viktor Misiano, è stato allontanato dal gruppo per dissensi sulla direzione culturale. Problemi di censura? «Massima libertà per gli artisti - ha detto Shvidkoy - ma visto che era lo Stato a pagare, una certa selezione c'è stata». Alcuni lavori, in altre parole, sono stati finanziati dagli stessi artisti perché lo Stato non li aveva «selezionati».
«Inutile nasconderlo, questa prima biennale moscovita è un grande gioco - dice Iosif Backstein -. C'è l'arte, c'è la politica, c'è la memoria, ci sono i tabù da infrangere e la curiosità da risvegliare».
Tutti a chiedersi se Putin verrà all'inaugurazione. Il Cremlino tace fino all'ultimo, ma Putin alla Biennale c'è lo stesso, in forma d'arte. Dmitri Shubi, fotografo di San Pietroburgo, ha intitolato la sua opera Mosca negli occhi del presidente: una rassegna serrata e puntuale di ciò che Putin vede dal finestrino della sua auto nel tragitto che separa la sua abitazione dal Cremlino. I palazzi del Kutusovsky Prospekt, le insegne luminose del Nuovo Arbat, le persone che chiedono un passaggio per qualche centinaio di rubli. «La mia preferita - dice Shubi - è quella di una donna che guarda l'obiettivo da dietro le spalle di un barbone, e sembra avere paura di quello che vede».
L'immagine di Putin ricorre con insistenza anche nel progetto speciale «Rossia2», che si propone di presentare «la cultura parallela al sistema ufficiale». In questa Russia una Madonna con Bambino è una ragazza seduta su una poltrona di teatro, con in grembo un ordigno pronto a esplodere, e il Salvatore è un ragazzo con la faccia di Putin, che dà da accendere a Cristo. Il culto della personalità è una specialità dei russi, ma questa volta non si tratta di matrioske o di magliette.
«Vorrei che Mosca diventasse la Venezia d'Inverno» - dice Rosa Martinez, tra i curatori di questa Biennale e curatrice di quella veneziana. Anche il Lido risentirà dell'esperienza moscovita? «Qualche artista che oggi è qui, domani sarà a Venezia». Quanto al resto, «segreto assoluto».
I moscoviti stanno a guardare, indecisi se lasciarsi prendere dall'entusiasmo, arrabbiarsi o tenersi da parte: «Si fa presto a dire "la prima biennale di Mosca" - scrive ad esempio il tabloid popolare Moskovsky Komsomolets -. Per essere Biennale deve durare almeno due anni. Dunque sapremo solo nel 2007 se l'esperimento ha funzionato».

embrioni

Repubblica 28.1.05
L'inizio della vita secondo la Chiesa
CORRADO AUGIAS

Caro Augias, l'embrione è una persona, non è una muffa. Un concetto «alto», senza dubbio, quello espresso di recente dal presidente del Senato. Premesso che ognuno può avere la sua opinione (anche se chi rappresenta un'istituzione dovrebbe forse mantenere un profilo neutrale in quella che è diventata una battaglia politica), vorrei far sapere al presidente Pera, che per la scienza l'embrione non è considerato una persona fin dal concepimento. Per questo trovo aberrante la nuova legge sulla fecondazione assistita. Oltre a non poter congelare gli embrioni, ora è possibile fecondare solo tre ovociti che devono poi essere tutti impiantati. Un numero fisso che non incontra le esigenze di donne diverse: per una donna con più di 38 anni tre ovociti potrebbero essere pochi, ma per una più giovane potrebbero essere troppi e quindi comportare una gravidanza gemellare, indubbiamente più a rischio. E' certo difficile dare un giudizio imparziale su questa legge 40 ed è giusto che ciascuno di noi dichiari senza ipocrisie la propria cultura di provenienza. Ebbene, io rivendico la mia appartenenza laica. Per questo mi sento offesa da una legge che riflette solo il punto di vista della morale cattolica, mentre il pensiero laico avrebbe privilegiato la strada della convivenza umanistica tra più etiche differenti. Laura delle Donne, Roma
In questa lunga e delicata questione degli embrioni un aspetto non è stato sufficientemente discusso ed è il seguente: la posizione della Chiesa che vuole l'embrione "persona" titolare di diritti fin dai primi istanti da dove proviene? La chiesa infatti fa coincidere fecondazione e «animazione», un punto di vista più di fede che realmente scientifico. La scienza, più possibilista, sottolinea invece la gradualità dello sviluppo di un embrione, i vari stadi che le cellule fecondate attraversano, giudica che la sua potenzialità evolutiva non sia un dato sufficiente per attribuirgli subito diritti personali. Da dove la chiesa ricava il suo dettato? Un libro che all'apparenza riguarda altro, ci aiuta a rispondere. Nel saggio «Battesimi forzati» (Viella ed.) Marina Caffiero dedica un capitolo a "Il feto come non nato". Accadeva talvolta che qualche ebreo convertito al cattolicesimo offrisse anche la conversione dei suoi congiunti ("oblazione") compresa una figlia o nipote incinta. L'atteggiamento della chiesa in quei casi era di rifiutare il battesimo del feto «ventris pregnantis» cioè ancora nel corpo della madre. La Caffiero racconta come l'assessore del Sant'Uffizio autorevolmente argomentasse questo rifiuto «derivante da assioma filosofico, sulla base di S. Agostino e di S. Tommaso, e dal consenso dei giuristi secondo cui il feto doveva ritenersi parte del corpo della stessa madre, dunque non autonomo da quella ma totalmente subordinato».
Il libro non dice quando questa giurisprudenza è cambiata; sappiamo però che la questione è rimasta aperta fin quasi ai primi del 900 e che solo in seguito, soprattutto su impulso dei cattolici irlandesi, si è ritenuto di poter battezzare i feti di aborti spontanei avviando così il processo che ha portato alle convinzioni attuali.
La chiesa ha quindi come fonte una posizione affermatasi solo di recente e non senza contrasti. Un dato che finora è mancato alla discussione.

Jules Henri Poincaré, Albert Einstein: il tempo

La Stampa 28 Gennaio 2005
EINSTEIN, POINCARÉ E LA «RELATIVITÀ SPECIALE»: IN UN SAGGIO LA LUNGA MARCIA PER ELIMINARE L’ANARCHIA DEGLI OROLOGI
DOMATORI DEL TEMPO
di Claudio Bartocci


IL giro del mondo di Phileas Fogg, il metodico e imperturbabile gentleman partorito dalla fantasia di Jules Verne, ha inizio, per scommessa, il 2 ottobre 1872 alle ore otto e quarantacinque in punto. La storia è nota a tutti. Viaggiando sempre verso Est, Fogg, accompagnato dal devoto servitore Passepartout, guadagna 4 minuti per ogni grado di longitudine attraversato e dunque, al termine del suo periplo, ventiquattro ore esatte. Così, malgrado il ritardo di un giorno rispetto alla tabella di marcia che aveva stabilito, può fare il suo ingresso flemmatico e trionfale nella sala del suo club dove l'attendono gli amici proprio mentre sta per scoccare l'ultimo secondo utile. In modo quasi fin troppo esplicito, è il tempo il vero protagonista di questo voyage extraordinaire: scandito dal battito di orologi che segnano ore diverse nelle diverse zone geografiche, non sempre in corrispondenza con quel che riportano gli orari dei treni o dei piroscafi, il tempo sembra molto più difficile da padroneggiare dello spazio.
In effetti, nella seconda metà dell'Ottocento, con il continuo ampliamento della rete ferroviaria e il diffondersi dei servizi telegrafici, il problema della standardizzazione dell'ora su scala mondiale era diventato prioritario per ragioni di carattere sia economico-politico, sia tecnico-scientifico. Più o meno negli stessi anni in cui Phileas Fogg e Passepartout attraversavano le pianure del Nord America, un ipotetico viaggiatore da San Francisco a Washington che avesse voluto regolare il proprio orologio in ogni città visitata, avrebbe dovuto rimettere a posto le lancette più di un centinaio di volte (prendiamo questa informazione, e altre, dal bel libro di Stephen Kern, Il tempo e lo spazio, Il Mulino 1995). Le ferrovie cercarono di uniformare la misura del tempo almeno su scala regionale, ma attorno al 1870 negli Stati Uniti rimanevano ancora circa 80 ore ferroviarie differenti. In Europa le cose non andavano meglio. L'ora ferroviaria di Parigi era avanti di ventisette minuti rispetto a quella di Brest e indietro di venti minuti rispetto a quella di Nizza. Per quanto riguarda la Germania, il conte Helmuth von Moltke, il trionfatore di Sedan, doveva rivolgere nel 1891 un vibrante appello al parlamento per l'adozione di un'unica ora ufficiale tedesca, che avrebbe permesso di coordinare piani militari e spostamenti di truppe in maniera più efficiente.
Nell'ottobre del 1884, diplomatici e scienziati in rappresentanza di venticinque nazioni si riunirono a Washington per stabilire un unico meridiano fondamentale di riferimento. Superando le divergenze politiche e le rivalità tra i grandi osservatori nazionali, i delegati decisero di fissare come meridiano zero quello di Greenwich (con grande scorno dei francesi) e divisero la Terra in ventiquattro fusi orari, ciascuno dell'ampiezza di un'ora. I singoli paesi, tuttavia, non furono tutti solerti nel mettere in pratica le convenzioni sancite dalla conferenza di Washington, e non soltanto a causa dell'inerzia degli amministratori o dell'ostilità di quanti preferivano continuare a regolare i propri ritmi di vita con il corso del Sole (nel 1894, ad esempio, un certo Martial Bourdin, anarchico francese, fu autore di un attentato all'osservatorio di Greenwich, un episodio che pochi anni più tardi darà a Conrad lo spunto per il suo Agente segreto). Il fatto è che riuscire a sincronizzare tra loro tutti gli orologi, non diciamo di un'intera nazione, ma anche solo di una grande città, non è impresa facile (guarda caso, in un altro suo romanzo non molto noto, Maître Zacharius, Verne narra proprio della tragedia di un orologiaio ginevrino, i cui orologi si fermano misteriosamente l'uno dopo l'altro, fino all'ultimo che gli sarà fatale).
Già dagli anni '30 e '40 dell'Ottocento, alcuni scienziati e inventori, quali gli inglesi Charles Wheatstone e Alexander Bain e, successivamente, lo svizzero Mathias Hipp, avevano cominciato a mettere a punto sistemi di distribuzione elettrica per coordinare numerosi orologi posti anche a grande distanza l'uno dall'altro collegandoli a un singolo orologio centrale. Sistemi di coordinazione su ben più vasta scala, ormai indispensabili per le esigenze dei trasporti ferroviari e dei commerci transoceanici, furono resi possibili dai progressi della telegrafia. Il primo cavo sottomarino attraverso la Manica fu posato nel 1851, mentre la prima linea telegrafica ad attraversare l'Atlantico venne posta in opera, superando enormi difficoltà tecniche, tra il 1858 e il 1866, sotto la direzione di William Thomson Kelvin (che inventò anche un apposito apparecchio, il galvanometro a specchio, per captare i debolissimi impulsi elettrici che pervenivano all'estremità ricevente della linea). Tra l'altro, le trasmissioni telegrafiche a lunga distanza, consentendo di sincronizzare orologi lontani migliaia di chilometri l'uno dall'altro, permisero anche di effettuare misure di longitudine molto più precise: gli ultimi cinquant'anni dell'Ottocento furono un'epoca eroica per la geodesia e per la cartografia, discipline di importanza strategica per paesi, quali l'Inghilterra o la Francia, con estesi possedimenti coloniali.
Questo complesso intreccio di questioni scientifiche, sfide tecnologiche e interessi politici attorno al problema della standardizzazione del tempo non serve soltanto a ricordarci che alcune di quelle caratteristiche che crediamo peculiari della nostra epoca in realtà già erano manifeste nel XIX secolo. Secondo l'originale interpretazione proposta da Peter Galison, storico della scienza di Harvard, nel suo recente saggio Gli orologi di Einstein, le mappe di Poincaré. Imperi del tempo (Cortina, traduzione di M. D'Agostino, pp. XI-394, euro 29) i problemi posti dalla coordinazione di orologi avrebbero innescato una riflessione critica sulla nozione di simultaneità, che sarebbe sfociata in una nuova teoria fisica del tempo e dello spazio: la relatività speciale. Insomma, se l'Ottocento è il secolo in cui saldamente si ancorano le radici del mondo contemporaneo, ciò vale anche per quel che riguarda le grandi rivoluzioni scientiche che hanno segnato la fisica del nostro tempo.
Due sono gli scienziati, come suggerisce lo stesso Galison, che più di ogni altro hanno contribuito alla genesi della relatività speciale: Albert Einstein, come tutti sanno, e Jules Henri Poincaré, il cui nome è più di rado ricordato. Proprio a Poincaré, forse il più versatile e geniale grand savant del XIX secolo, si deve l'articolo che costituisce il principale documento probatorio addotto da Galison a sostegno della sua tesi. Nella Misura del tempo, pubblicato nel 1898 sulla Revue de métaphysique et de morale (e successivamente ripreso in un capitolo de Il valore della scienza), il matematico francese argomentò che la simultaneità tra due eventi non è una nozione assoluta, ma definita sulla base di opportune convenzioni procedurali, ad esempio mediante lo scambio di segnali telegrafici. D'altra parte, Poincaré conosceva bene, oltre alle questioni teoriche, anche gli aspetti tecnici connessi al problema della sincronizzazione di orologi a distanza e possedeva specifiche competenze sulle applicazioni alla geodesia e alla cartografia: con una solida formazione di ingegnere alle spalle, membro dal 1893 del Bureau des longitudes, aveva approfondito la teoria della trasmissione telegrafica dei segnali e riesaminato gli studi sperimentali che misuravano la trasmissione elettrica in fili di ferro e di rame. Nel 1900, Poincaré applicò le proprie idee sul tempo e la simultaneità per reinterpretare in maniera del tutto originale l'ipotesi di un «tempo locale» che il fisico olandese Hendrik Lorentz aveva dovuto introdurre, chiaramente ad hoc, per rendere consistente la teoria dell'elettrone che aveva elaborato. In questo modo, come osserva Galison, «l'idea tecnologico-filosofica degli orologi coordinati elettricamente veniva trasferita nel cuore stesso della fisica»: ciò significava la nascita di una nuova concezione del tempo e dello spazio, non più assoluti e intimamente legati l'uno all'altro.
Mentre l'interpretazione proposta da Galison del percorso scientifico di Poincaré appare intelligente e ben argomentata, le pagine dedicate a Einstein non ci sembrano altrettanto convincenti. In effetti, sebbene il giovane Albert lavorasse all'Ufficio brevetti di Berna quando, nel 1905, pubblicò il celebre articolo «Sull'elettrodinamica dei corpi in movimento», le sue conoscenze riguardo ai problemi di coordinazione di orologi e di trasmissione di segnali elettrici a distanza erano, nella migliore delle ipotesi, indirette, non certo di prima mano come quelle di Poincaré. L'originalità di Einstein non sta tanto nella critica della nozione di simultaneità, quanto nell'audacia di proporre una nuova teoria unificata in grado di spiegare sia i fenomeni meccanici sia quelli elettromagnetici sulla base di due soli postulati (il principio di relatività e il postulato di costanza della velocità della luce).
Venticinque anni separano Poincaré da Einstein. Potevano affrontare, come fecero, lo stesso problema fisico, ma il loro universo concettuale era diverso. Ebbero occasione di incontrasi di persona un'unica volta, nel 1911, al primo Congresso Solvay, e nelle ingenerose parole di commento che Einstein indirizzò a un amico sembra risuonare l'arroganza di chi sa di avere un debito ma non vuole riconoscerlo: «Poincaré, con tutta la sua acutezza, mostra di capire poco come stanno le cose». Il fair play di Phileas Fogg apparteneva a un'epoca ormai passata.

sinistra
Fausto Bertinotti, Brecht e Lella

Corriere della Sera 28.1.05
La moglie Lella: Fausto, vai in pensione. E lui: lo farò
Il capo del Prc: non dico che si può lasciare la politica, ma i posti di direzione sì. Lo fa anche la Chiesa con i vescovi
di
Maria Latella
Lella Bertinotti rivela invece di non sostenere il marito nella sua scelta di candidato alle primarie. «Sono per qualsiasi cosa lo porti a casa». Ovvero a una «vita in campagna e marmellatine fatte in casa»
ROMA - In via Santi Apostoli Romano Prodi riunisce il centrosinistra. Dall’altra parte della strada, Gianfranco Fini discute di Europa e America con gli ospiti della Fondazione Rebecchini. A poche decine di metri, intanto, in via Nazionale, Fausto Bertinotti parla di Brecht: lo fa a teatro, in quell’Eliseo tanto caro ai devoti della Proclemer, della Malfatti, della Moriconi. Roma è così, concentra molti e diversi eventi in poco spazio e certo il segretario di Rifondazione Comunista pare a suo agio qui, in quest’atmosfera che, per farsi più brechtiana, schiera anche una mendicante cinquantenne davanti all’ingresso del teatro. «Regina povertà» si intitola l’incontro dedicato al musicista Kurt Weill e all’autore di teatro Bertold Brecht, icone di una certa fase culturale, citatissimi, amatissimi negli anni Sessanta-Settanta: lo conoscevano perfino i liceali di provincia e, racconta Lella Bertinotti, loro due, sposati da poco, addirittura partivano da Novara, in 500, per andare a Milano, la sera, a vedere Strehler e il suo Brecht, al Piccolo Teatro. Innamoramenti remoti, saranno almeno vent’anni che di Brecht non parla più nessuno e invece adesso spunta, o rispunta, in un pomeriggio di quelli che all’Eliseo cura il giornalista Curzio Maltese. Il soggetto stimola Fausto Bertinotti, convinto che Brecht abbia, da intellettuale visionario, tutto anticipato e previsto, anche la globalizzazione: «C’è in lui un elemento profetico che consiste nel vedere l’umanità a un bivio, di qui la catastrofe, di là la salvezza». Del drammaturgo tedesco, Bertinotti apprezza «la critica al potere tout court». Eppure, si potrebbe osservare, eppure anche lui, anche Bertinotti, di questo sistema è parte, se non altro perché inserito nell’ingranaggio ansiogeno dei media... L’altro giorno, al Riformista , la moglie Lella ha confessato un privatissimo obiettivo: convincere il marito ad andare in pensione. Cederà Fausto alla coniugale insistenza? Oppure, come tanti altri, politici, giornalisti, imprenditori, resterà sulla breccia anche oltre gli ottanta, perché lasciare la ribalta è doloroso, troppo perché si arrivi a deciderlo da soli? «Anche su questo vi sorprenderà - sorride Lella Bertinotti - Perché? Perché, come dice Prodi, Fausto è strampalato».
Tra una riflessione su Brecht e una sull’Opera da tre soldi, pure il segretario di Rifondazione sembra condividere il punto di vista della moglie. «Lella vuole mandarmi in pensione? Sono d’accordo. Non ho detto che si lascia la politica, la politica è una scelta di vita, ma si possono lasciare i posti dai quali la politica si organizza, si dirige. Se lo prevede la Chiesa per i suoi vescovi, perché non possono prevederlo i partiti?». Far parte di organi direttivi richiede quotidiana fatica, riflette il segretario di Rifondazione Comunista, e tempo, soprattutto, tempo. «Mentre a lui piace leggere, piace studiare - confida ancora Lella Bertinotti - Io ci ho pensato, anch’io mi rendo conto di quanto possa lasciare spaesati trovarsi senza più riflettori, senza cronisti, senza taccuini...». Ci ha pensato ed è arrivata alla conclusione che Bertinotti sarebbe felice comunque, «purché possa studiare, leggere e magari essere chiamato, di tanto in tanto, a dibattere di quel che sa». «L’impegno quotidiano deve aver un termine - aggiunge lui - Vale per tutti i campi, perché non deve valere per la politica?». E poi, citando l’Ecclesiaste: «C’è un tempo per e un tempo per...». Ma quella parola lì, «pensione», ecco, quella proprio non gli viene.

IL GIORNALE DI BRESCIA 28.1.2005
Bertinotti: «Non mi ritiro neanche se lo chiede il Papa»
Corrado Martucci


La moratoria sulle primarie chiesta da Prodi e Fassino è in atto nelle sedi ufficiali, ma ciò non toglie che se ne parli in dichiarazioni e interviste. E per quanto Bertinotti abbia affermato più volte di non voler compiere il ’’passo indietro’’ da qualcuno richiesto, da molti auspicato, ha fatto rumore l’ultimo intervento del leader di Rifondazione Comunista: «Non mi ritiro dalle primarie neanche se me lo chiede il Papa». Un’asserzione categorica, tanto più che alla domanda provocatoria di un giornalista, «e se glielo chiedesse Prodi?», il segretario del Prc ha replicato: «Nella mia gerarchia personale il Papa è più di Prodi». Ad ogni modo coloro che sono abituati a leggere tra le righe hanno attribuito notevole valore a un’ulteriore chiosa del parlamentare: «Se esiste un problema politico da parte di alcune forze, lo si ponga alla luce del sole e io sono prontissimo a discuterne». Il che potrebbe rappresentare una minaccia, ma pure una apertura. La condotta di Bertinotti è stata duramente criticata da Marco Rizzo, dell’alleato ma antagonista Pdci, il quale ha esortato il leader di Rifondazione a «smettere di rimirarsi allo specchio per cominciare a pensare alle cose serie, innanzitutto a vincere le elezioni». Rizzo ha citato un recentissimo sondaggio il quale «dà oggi alla Gad qualche punto di vantaggio rispetto al centrodestra». Dell’indagine demoscopica, realizzata da Demos-Eurisko su incarico del gruppo ’’L’Espresso’’ risulta che «l’entusiasmo per la squadra del Governo Berlusconi scende al 36 per cento, ma il giudizio dell’elettorato nei confroni del centro sinistra rimane comunque poco benevolo». Dall’autunno a oggi i due schieramenti si sarebbero riallineati nelle previsioni degli elettori, passando per l’Ulivo dal 45,8 per cento di settembre al 35,4, la Casa delle Libertà sarebbe risalito dal 34,2 per cento al 36,2, mentre l’area degli incerti si sarebbe allargata dal 20 al 28 per cento. Di questo sondaggio si è parlato al vertice dei leader della Federazione dell’Ulivo svoltosi nello studio di Prodi con i dirigenti dei Ds, della Margherita, dello Sdi e dei Repubblicani europei. È stato deciso che alle regionali i partiti federati si presenteranno con lo stesso simbolo ’’Uniti per l’Ulivo’’. Il 26 gennaio in una manifestazione a Roma saranno presentati i 14 candidati presidenti, mentre il 27 l’assemblea plenaria della Federazione eleggerà presidente e comitato esecutivo. Non è stato trattato il problema delle primarie.

ebrei americani e crimini cattolici

Corriere della Sera 28.1.05
LE ORGANIZZAZIONI AMERICANE
«La Chiesa tolga il segreto sui bimbi ebrei»


WASHINGTON - Alcune organizzazioni di ebrei statunitensi minacciano di avviare azioni legali contro il Vaticano se non «aprirà i propri archivi per fornire l’elenco completo dei bambini israeliti rifugiati in conventi nel corso della Seconda guerra mondiale, e non restituiti alle famiglie d’origine». David Schoen, avvocato dell’Alabama, ha detto che il Vaticano finora non ha risposto alla richiesta. Di fronte al silenzio, ha continuato il legale, si è giunti quindi alla decisione di imporre un ultimatum: «Se entro una settimana non riceveremo le informazioni che abbiamo chiesto, la "Coalition of Jewish Concerns-Amcha" avvierà azioni legali contro la Santa Sede»

a Roma

Corriere della Sera 28.1.05
INCONTRI
«Giornata della memoria» per i Rom


Una Giornata della Memoria anche per il «popolo invisibile», i Rom. È questo l’obiettivo che si è posta la Fondazione «Theater und Kunst Diletta Benincasa» che, con il patrocinio di Comune e Provincia di Roma, ha realizzato il progetto artistico «Libertà e bellezza». L’iniziativa, che sarà presentata oggi, alle 17, vuole contribuire a far conoscere la storia e la cultura del popolo nomade, da sempre perseguitato e avversato, facendosi in particolare portavoce della memoria dei circa 600 mila rom uccisi nei campi di sterminio nazisti durante la seconda guerra mondiale. Saranno presentati il primo calendario di ragazzi rom con fotografie di Stephanie Gengotti e il libro «Il popolo invisibile Rom», autobiografia di Najo Adzovic, trentacinquenne originario dell’ex-Jugoslavia che vive nel campo nomadi «Casilino 900», di cui è portavoce. A partire dalle 12, inoltre, sarà possibile visitare una mostra fotografica con le immagini del calendario (nella foto) .
CASA DELLE LETTERATURE, piazza dell’Orologio 3. Per informazioni: 339.7103837