giovedì 31 marzo 2005

brevi dal web

corriere.it 31 marzo 2005-03-31
Le rivelazioni della scienza e le speranze di curare i diversi disturbi
Insonni, mattinieri, nottambuli
La colpa si nasconde nei geni

Una scoperta apre la strada a nuovi farmaci biotech

Troppo mattinieri? Colpa dei geni, anzi, di uno in particolare, che un gruppo di ricercatori americani ha appena individuato, descrivendolo sulle pagine della rivista Nature. Collocato sul cromosoma 17, rende alcune persone incapaci di resistere al sonno già alle sette di sera, subito dopo cena, e le sveglia in piena notte, alle due o alle tre, già pronte per incominciare la giornata. Ma non ci sono vantaggi per queste «allodole estremiste»: la loro è una condizione che spesso non è compatibile con una vita normale, li lascia spossati per l’intera giornata e li espone a un maggior rischio di incidenti.
«Stiamo parlando di una malattia vera e propria — commenta Mario Giovanni Terzano, direttore del centro di medicina del sonno all’Università di Parma — e di un campo dove le ricerche genetiche sono molto attive. Altri seri disturbi del sonno, come la narcolessia che provoca un desiderio incontrollabile di dormire o la sindrome delle gambe senza riposo, caratterizzata da crampi che impediscono a una persona di stare a letto, riconoscono una base genetica».
L’ultima scoperta spiega un disturbo che gli esperti chiamano sindrome familiare della fase del sonno anticipata, in sigla Fasps, una condizione che colpisce lo 0,3 per cento della popolazione umana. I ricercatori dell’Università della California a San Francisco, guidati da Ying-Hui Fu, hanno dapprima identificato nuclei familiari che da almeno tre generazioni presentavano, in alcuni componenti, la malattia. Poi sono andati a caccia del gene alterato. Lo hanno trovato: il gene difettoso codifica per una proteina, chiamata casein- chinasi I delta, che sembrerebbe giocare un ruolo critico nel regolare l’orologio biologico di ognuno di noi.
Non contenti della scoperta hanno voluto verificarla sugli animali: hanno sostituito, nei topolini, il gene sano con quello difettoso e hanno subito notato che gli animali non riuscivano a resistere al sonno serale, proprio come gli umani malati.
«Anche per i nottambuli estremi, per coloro cioè che non riescono a coricarsi se non di primissimo mattino e si svegliano molto tardi — aggiunge Terzano — sono state trovate alcune alterazioni nel loro Dna. Ma ancora una volta parliamo di disturbi veri e propri. Che proprio per questo vengono attentamente analizzati dai genetisti. E’ però probabile che anche il comportamento delle cosiddette allodole, cioè di coloro che tendono a coricarsi presto, verso le nove, dieci di sera e si svegliano di buon mattino, o dei gufi che, invece, preferiscono le ore piccole, sia in qualchemodo condizionato geneticamente ».
E l’insonnia allora? Quella che affligge almeno tre americani su quattro, secondo l’ultima indagine della National Sleep Foundation, e almeno un italiano su cinque secondo i dati presentati dall’Associazione italiana di medicina del sonno durante l’ultima giornata internazionale del dormire sano del marzo scorso? «Se è vero che l’orologio biologico è controllato dai geni — commenta Terzano — è altrettanto vero che esistono molti fattori ambientali che interferiscono con un buon riposo. Come lo stress, per esempio. O l’ansia. O la depressione».
Spesso alcuni semplici accorgimenti possono aiutare a riposare meglio, come evitare pasti abbondanti di sera, mantenere gli stessi orari del sonno, stare in un ambiente tranquillo prima di coricarsi. E, quando è necessario, ricorrere ai farmaci (ne stanno arrivando di nuovi sul mercato) e anche a psicoterapie.Male nuove ricerche genetiche fanno sperare in cure molto più mirate, capaci per esempio di contrastare gli effetti dell’alterazione genetica, e di aiutare così a ristabilire i normali ritmi circadiani di sonno-veglia, alterati negli insonni cronici e anche in coloro che soffrono di sindrome da jet lag, tipica di chi viaggia in aereo attraverso molti fusi orari, o di chi alterna il lavoro notturno con quello diurno.

ilmanifesto.it 30 marzo 2005
Sotto il velo sensuale della santità
Prendendo spunto dalla scultura di santa Cecilia di Stefano Maderno, lo storico dell'arte Georges Didi-Huberman analizza in «Ninfa moderna» la grazia fluida e pagana del panneggio
MARCO DOTTI

Stando a quanto riporta la Leggenda aurea di Jacopo da Varazze, santa Cecilia morì esangue, dopo una tremenda agonia. Condannata in ragione della propria fede, il boia la ferì per ben tre volte senza riuscire, con i suoi cruenti colpi d'ascia, a staccarle la testa dal collo. Poiché era fatto divieto a chiunque di accanirsi una quarta volta sul corpo di un condannato, la giovane donna venne abbandonata al proprio destino. Si racconta che, immobile e in estasi, per tre giorni e tre notti abbia dispensato conforto e invocato protezione non per sé, ma per tutti coloro che, convertiti al culto di Cristo, si approssimavano a una fine non meno atroce. Ad alcuni secoli di distanza, precisamente il 20 ottobre del 1599, nell'imminenza del Giubileo proclamato da Clemente VIII, le spoglie della santa furono scoperte in una cripta, nascoste dentro una piccola cassa di cipresso nero. Le cronache raccontano che Cecilia venne trovata «adagiata sul lato destro, le ginocchia appena ripiegate», con «una stoffa leggera di seta verde, rigata di rosso scuro, che avvolgeva interamente il suo corpo disegnandone esattamente le linee». Le sue membra si mostravano «perfettamente integre», la sua carne intatta, screziata solamente da una lieve rigatura di sangue rappreso, che traspariva da sotto il velo. In una cappella buia della basilica trasteverina che porta il suo nome, un simulacro di marmo - realizzato, in occasione del ritrovamento, da Stefano Maderno - ha conservato memoria della postura «impossibile» in cui il corpo di santa Cecilia pare sia stato rinvenuto. La scultura di Maderno, osserva Georges Didi-Huberman nel suo breve, intenso saggio Ninfa moderna. Saggio sul panneggio caduto (traduzione di Aurelio Pino, Il Saggiatore, 2004, pp. 158, euro 19), sembra volere fissare una «durata improbabile», con la santa immobile ma ancora intenta a sussurrare parole di fede, mentre i muscoli del collo cominciavano a sfibrarsi, una goccia di sangue bianco stillava dalla ferita e la testa iniziava a reclinare, mossa dallo spasimo, in una torsione innaturale. Stesa come una bestia abbattuta su un tavolaccio di marmo, nella scultura di Maderno Cecilia espone il proprio collo tagliato alla disponibilità e allo sguardo del devoto, proprio come, secoli prima, lo aveva offerto serena alla lama del carnefice. È proprio quest'organo straziato, difatti, che induce alla contemplazione, più che se il viso della santa, come nota ancora Didi-Huberman, «fosse atteggiato a una mimica estatica». Infatti, dalla figura di Maderno promana un sentimento di «totale abbandono», accentuato dall'assenza del volto e dalla presenza di un panneggio che - sostituto di un ben più macabro flusso - ricopre fin sopra il capo il corpo esile della martire. La postura della statua è, comunque, sconcertante per almeno due ordini di ragioni. In primo luogo, proprio perché costringe l'osservatore a collocarsi non davanti alla figura intera, ma di fronte al «tratto organico del suo sacrificio». In secondo luogo perché, a dispetto delle ricorrenze archeologiche e delle attestazioni dei cronisti, a una attenta disamina essa si mostra frutto di una sostanziale invenzione di Maderno. Negli anni della Controriforma, in un clima di generale recupero del «periodo eroico» delle catacombe, mentre l'intero sottosuolo di Roma si apprestava a diventare terreno di scavo per ogni sorta di speleologia cristiana a fini devozionali, il ritrovamento dei resti e il particolare agiografico della postura divennero un vero e proprio «avvenimento pubblico», innescando, a loro volta, un inevitabile «derivato spettacolare» che prenderà corpo proprio nel simulacro di Maderno. Un «derivato spettacolare», quello dello scultore ticinese, da intendersi nei termini di una «invenzione propriamente artistica» capace di prolungare il miracolo di un corpo glorioso, e intatto, «nel prodigio della sua rappresentazione». La postura, la testa, il velo, la cicatrice sul collo, le mani giunte in preghiera, tutto deriverebbe, quindi, «da una composizione raffinata, non dall'osservazione di un cadavere che da quattordici secoli si decompone nella sua bara». Ma ciò che Maderno non ha del tutto inventato, rispettando in tal modo «il referente archeologico, ossia la reliquia», è la «connivenza fondamentale tra l'invenzione del corpo santo, nel 1599, e il paradosso visivo proposto dal mucchio di veli o di stracci scoperto dalle autorità ecclesiastiche». La scultura trae infatti la sua forza e la sua bellezza non tanto dalla capacità di Maderno di «modellare la visione fuggevole» della santa, quanto dalla sua indubbia maestria nel «trasformare il mucchio informe di panni ... in opera scultorea, solida, durevole; un'opera della visibilità in ritirata, anziché fuggevole». In quella che, a prima vista, potrebbe apparire come l'«antimenade» per eccellenza, concepita quasi per annullare ogni residuo di paganesimo greco-romano, Didi-Huberman invita dunque a rintracciare sopravvivenze di un modello antico e, in ultima istanza, a scoprirvi un «rifugio cristiano di ninfa».
«Ninfa», a cui alludono titolo e impostazione del lavoro, è l'eroina impersonale - indagata nel solco delle ricerche e delle non meno straordinarie intuizioni di Aby Warburg - della sopravvivenza storica delle immagini. Grazie alla evidenza del panneggio che la ricopre, la Santa Cecilia di Maderno sembra rivelare tratti di una sensualità così leggera da rivelarsi propria di «una ninfa dell'Antichità», o del suo immediato sostituto: «un panno spiegazzato e gettato a terra, che da solo riassume tutti i disordini del desiderio». Proprio il «panneggio» dotato, nella prospettiva di Warburg, di autonomia visiva e di vita propria, riveste qui il ruolo di un «utensile patetico», ed è indagando la sua inarrestabile caduta che Didi-Huberman individua i residui della sopravvivenza impura di un'immagine - la ninfa danzante e il suo panneggio, appunto - segnata da una «inarrestabile caduta» verso il suolo.
Una sorta di grazia «fluida», quella della Ninfa declinante, che ritorna anche in un altro recentissimo lavoro dello storico dell'arte, Gestes d'air et de pierre. Corps, parole, souffle, image (Éditions du Minuit, 2005, pp. 89, euro 9). Si tratta, in questo caso, di un dialogo in absentia con l'opera dello psicoanalista Pierre Fédida, e con le sue indagini sull' «ascolto visivo» e sullo statuto della materia «fluida, eterea e ondeggiante» delle immagini. In entrambi i casi, Didi-Huberman invita a soffermare lo sguardo sulle persistenze e sopravvivenze di Ninfa nei luoghi più impensati, dalle vergini del Ghirlandaio, alle veneri di Botticelli e Tiziano, dagli stracci di Germaine Krull, fino alle pieghe delle sculture involontarie di Brassaï o al drappo insanguinato ritratto, nel 1928, in un'anonima stanza d'albergo, dove l'antica «creatura della sopravvivenza», avvezza alle trasmigrazioni, «rallenta il passo e termina a terra», trovando così rifugio fra «i resti, nelle pieghe e nelle tracce della propria decadenza»; ma anche nel rifiuto, nella tela straziata, nello miseria dello spettacolo urbano, e nel luminoso degrado della sua inarrestabile prostituzione.

eutanasia

ANSA.IT 15.25 31.3.05
Eutanasia: sondaggio, quasi metà italiani a favore
Il 49,6% dice sì alla "dolce morte"

(ANSA) - ROMA, 31 MAR - Si dichiara favorevole all'eutanasia quasi la metà degli italiani e di questi il 76% troverebbero il coraggio di farlo in prima persona. È il risultato del sondaggio di Donna Moderna, ma il 50,6% difende la vita a tutti i costi.«Non mi stupisco che un parente chieda di avere voce in capitolo in un simile dramma», sostiene il filosofo Massimo Cacciari, «ma prima della sua volontà c'è quella del malato. Sono necessarie norme che consentano di dichiarare, preventivamente, la propria scelta».

copyright @ 2005 ANSA

EINSTEIN

L'Unità 31 Marzo 2005
EINSTEIN, IL PACIFISTA
Pietro Greco
«Nella tragica situazione che oggi affronta l’umanità, noi riteniamo che gli scienziati dovrebbero riunirsi in un congresso per valutare i pericoli che sono sorti come conseguenza dello sviluppo delle armi di distruzione di massa e per discutere una risoluzione nello spirito della seguente bozza di documento.
Non stiamo parlando, in questa occasione, come membri di questa o quella nazione o continente o fede religiosa, ma come esseri umani, membri della specie umana, la cui sopravvivenza è ora messa a rischio.
(…) Facciamo un appello come esseri umani ad altri esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticatevi del resto. Se riuscirete a farlo si aprirà la strada verso un nuovo Paradiso; se non ci riuscirete, si spalancherà dinanzi a voi il rischio di un’estinzione totale».
Princeton, New Jersey, Usa: 11 aprile 1955. Cinquant’anni fa, una settimana prima di morire, Albert Einstein appone la sua firma a una bozza di documento propostagli dal filosofo e logico inglese Bertrand Russell. Il documento, firmato da altri nove scienziati diventerà pubblico il 9 luglio di quell’anno, quando il filosofo inglese ne darà pubblica lettura a Londra. Da allora diventerà noto come il «Manifesto Russell-Einstein». E sarà eletto a manifesto del movimento per la pace da tutti coloro che, nel mondo, non si sentono «membri di questa o quella nazione o continente o fede religiosa», ma si sentono semplicemente «esseri umani, membri della specie umana», la cui sopravvivenza continua a essere messa a rischio.
Un testamento politico
Il manifesto è, giustamente, considerato il testamento politico di Albert Einstein. Lo scienziato di cui festeggiamo quest’anno il centenario dell’annus mirabilis. Il fisico considerato da alcuni il più grande di ogni tempo. L’uomo eletto dalla rivista Time a personaggio più rappresentativo del XX secolo. Il mito inossidabile che è diventato l’icona stessa della scienza.
Conviene riflettere su quel testamento politico di cui ricorre il cinquantenario. Per due motivi. La sua straordinaria attualità. E la inequivocabile falsificazione di quel luogo comune, duro a morire, che vuole il più grande fisico di ogni tempo, il personaggio più rappresentativo del XX secolo, il mito inossidabile, insomma Albert Einstein, un politico ingenuo e, quindi, un pacifista candido.
La tesi dello scienziato che cammina sulle nuvole, fatta propria anche da qualche storico come Charles-Noël Martin, non è fondata. Perché Einstein, al contrario, è stato un politico spesso radicale, ma sempre molto lucido (le due cose non sono affatto in contraddizione). Ed è stato un pacifista militante, ma sempre in grado di modulare l’intensità del suo pacifismo o, se si vuole, la qualità delle sue richieste sulla base di una puntuale analisi del contesto.
Basta scorrere la sua storia per rendersene conto. Molti biografi di Einstein, a partire dal suo amico Abraham Pais, fanno nascere il pacifismo del fisico tedesco nell’insofferenza, manifestata fin dalla fanciullezza e poi nell’adolescenza, per ogni forma di autoritarismo e di militarismo. Per questo definiranno «istintivo» il suo pacifismo.
Ma non è affatto istintiva, almeno non nei contenuti, la prima sortita pubblica del pacifista Einstein, avvenuta nel 1914. Pochi mesi dopo essere giunto a Berlino e pochi giorni dopo lo scoppio della Prima guerra mondiale. Il giovane, appena trentacinquenne, sconosciuto alle masse e ammesso nel gotha della fisica prussiana su suggerimento di Max Planck e per volontà del Kaiser Guglielmo, non esita a firmare un manifesto - il suo primo manifesto - contro il militarismo prussiano, sfidando le ire della polizia. Ma non c’è solo coraggio, in quel gesto. C’è anche lungimiranza. Nel documento, redatto insieme al biologo Georg Nicolai, Einstein coglie un carattere nuovo della guerra moderna: la distruzione del tessuto culturale e un regresso della civiltà: «Mai prima una guerra aveva distrutto completamente la cooperazione culturale. Ciò avviene nel momento in cui il progresso della tecnologia e delle comunicazioni suggerisce con chiarezza di riconoscere la necessità che le relazioni internazionali si muovano verso l’universale, diffusa civilizzazione».
Ma Einstein e Nicolai suggeriscono anche una via d’uscita dalla barbarie della guerra moderna che infiamma il Vecchio Continente: «Noi dichiariamo qui pubblicamente la nostra fede nell’unità europea: una fede che noi crediamo condivisa da molti. Noi speriamo che questa affermazione pubblica della nostra fede possa contribuire alla crescita di un potente movimento verso questa unità. Il primo passo in questa direzione è l’unione delle forze di tutti coloro che hanno sinceramente a cuore la cultura dell’Europa». E concludono: «Noi cerchiamo di effettuare il primo passo, per raccogliere la sfida. Se la pensate come noi, se siete anche determinati a creare un vasto movimento per l’unità Europea, vi offriamo di impegnarvi solennemente con la vostra firma».
In piena guerra, trent’anni prima di Altiero Spinelli, due scienziati sconosciuti ai più, Albert Einstein e Georg Nicolai, si rivolgono a tutti i cittadini del Vecchio Continente chiedendo loro di superare gli steccati del nazionalismo e di impegnarsi per l’unità dell’Europa. Quale antidoto alla guerra e percorso virtuoso verso l’universale, diffusa civilizzazione.
Il «Manifesto agli Europei» non otterrà un grande successo. Ma non per questo Einstein diminuirà il suo impegno. Anzi per molti versi lo accentua. E quando, a partire dal 1919, anno in cui viene «provata» la sua teoria della relatività generale, diventerà famoso in tutto il mondo e capace di emozionare grandi masse, da Parigi a Tokio, spenderà tutta la sua fama per la causa pacifista. «Non dimentichi di dire che sono un pacifista convinto, che crede che il mondo ne abbia abbastanza della guerra», si raccomanda a un giornalista che lo ha appena intervistato.
La militanza per la pace di Einstein è senza tentennamenti. Si alimenta di buone letture (Kant, Russell) e di buoni contatti (Romain Rolland, il presidente americano Wilson, il filosofo Henri Bergson, Sigmund Freud). Si inserisce appieno nel filone pacifista del razionalismo europeo. E muove lungo due strade maestre: l’internazionalismo, con la richiesta più volte espressa di un governo democratico del mondo; l’antimilitarismo, con la richiesta più volte espressa del disarmo unilaterale delle nazioni. E così vediamo Einstein partecipare al progetto della Società delle Nazioni e, nel contempo, chiedere ai giovani di rifiutare, in ciascun paese, di prestare il servizio militare. È questa la fase che è stata definita di pacifismo radicale di Einstein.
Il nazismo
Questa fase si interrompe tra l’estate del 1932 e l’inverno del 1933, quando Einstein si rende conto che in Germania sta assumendo il potere una forza, quella nazista, contro cui non valgono gli strumenti del pacifismo. Prima che Hitler assuma il potere, nel dicembre 1932, Einstein lascia la Germania. E alla moglie Elsa che sta uscendo di casa a Caputh, fuori Berlino, dice: «Voltati, perché non la vedrai mai più».
Albert Einstein comprende prima di altri e meglio di altri la natura del nazismo. La sua violenza inusitata, che minaccia non solo gli Ebrei e gli oppositori in Germania. Ma l’Europa intera. Anzi, la stessa civiltà europea. A quella forza organizzata, sostiene Einstein, non è possibile opporre altro che la forza organizzata. Così scrive alla fine di luglio del 1933, al pacifista belga Alfred Nahon: «Ciò che dirò ti sorprenderà ... Immagina che il Belgio sia occupato dall’attuale Germania. Le cose andrebbero molto peggio che nel 1914, e sì che allora andarono abbastanza male. Quindi devo chiederti candidamente: se fossi un belga non dovrei, in queste circostanze, rifiutare il servizio militare, piuttosto, dovrei assolverlo con impegno nella certezza che sarei lì per aiutare a salvare la civiltà europea. Ciò non significa che sto abbandonando il principio per cui mi sono battuto finora. Spero sinceramente che verrà il tempo in cui rifiutare il servizio militare diventerà di nuovo il metodo migliore per servire il progresso dell’uomo».
Il movimento pacifista europeo è come scioccato dall’analisi di Einstein. Il quale, dal canto suo, per contrastare Hitler si augura un’alleanza stretta tra Usa, Gran Bretagna, Francia e Unione Sovietica. Un’alleanza che si formerà effettivamente, dieci anni dopo.
Accorgersi, prima di altri, che sta nascendo un potere così violento da non poter essere contrastato coi normali strumenti della civiltà e prefigurare un’alleanza politica che si realizzerà un decennio non è da politico ingenuo. E neppure da pacifista candido. Il pensiero di Einstein è sempre di tipo razionale, fondato su un’attenta analisi del contesto.
La lettera a Roosevelt
Ed è proprio l’analisi del contesto che lo spinge, nel mese di agosto del 1939, a scrivere al presidente americano Franklin Delano Roosevelt per avvertirlo che i fisici hanno realizzato la fissione dell’atomo e scoperto una nuova fonte di energia.
Questa fonte può essere utilizzata per la costruzione di armi di distruzione di massa di potenza devastante. Che in Germania ci sono fisici in grado di mettere a punto queste armi. E che Hitler, invadendo la Cecoslovacchia, è entrato in possesso della materia prima: l’uranio. Occorre che gli Stati Uniti si impegnino a costruire l’arma atomica, non per utilizzarla sul campo ma quale deterrente verso un’eventuale atomica tedesca.
La lettera a Roosevelt non sortisce effetti immediati. Negli Usa il Progetto Manhattan partirà solo due anni dopo. Einstein non vi è in alcun modo coinvolto. Per cui appare del tutto infondato associare la sua figura alla costruzione effettiva dell’arma atomica. Men che meno è possibile associare il nome di Einstein alle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki.
Anzi, prima che quelle due immani tragedie si siano consumate, nella primavera del 1945, Albert Einstein è già tornato al suo pacifismo radicale. In Europa la guerra volge al termine. Il nazismo è sconfitto. E quindi, pensa Einstein, è venuta meno la ragione per la costruzione dell’arma atomica. Cosicché scrive una nuova lettera a Roosevelt, pregandolo di ascoltare il suo amico Leo Szilard che intende perorare la sospensione del Progetto Manhattan.
Ma Roosevelt muore e Szilard non riesce a farsi ascoltare. Nei mesi successivi il pacifista Einstein è di nuovo in campo, accanto alla Federazione degli Scienziati Atomici che intendono opporsi alla «logica della bomba». Ancora una volta la sua lucidità politica è tutt’altro che banale.
Comprende che la nuova arma di distruzione di massa cambia i rapporti tra militare e politica. La logica della bomba è autonoma, persino superiore, alla logica del confronto ideologico. E che questa logica mette in ballo la sopravvivenza della civiltà. Forse della stessa umanità. Per cui occorre agire. Da un lato riprendendo l’idea di un governo mondiale, gestito in una prima fase dalle potenze vincitrici della guerra - Usa, Gran Bretagna e Urss - cui affidare il monopolio dell’arma atomica. E dall’altro mobilitando le masse, in una stretta e inedita alleanza con gli scienziati, per impedire l’«assuefazione» alla bomba e costruire un movimento globale per il disarmo atomico.
Solo un visionario?
Intorno a questo progetto Einstein lavorerà fino agli ultimi giorni. E questo lavoro culminerà, come abbiamo detto, nel «Manifesto Russell-Einstein» firmato dal fisico tedesco una settimana prima di morire. Il manifesto diventerà il fondamento del Movimento Pugwash di scienziati che si battono, in modo attivo e analitico, per il disarmo. E uno dei fondamenti di un movimento di massa per la pace che, tra alterne vicende e profondi cambiamenti, è vivo e attivo ancora oggi.
È stata, quella del pacifista Einstein, l’attività di un visionario? Certo, la corsa al riarmo atomico non è stata fermata dall’alleanza tra scienziati e grandi masse. Certo, l’umanità siede ancora oggi su una polveriera in grado di distruggerla. Ma, sostiene lo storico Lawrence S. Wittner, in forze alla State University di New York, se dopo Hiroshima e Nagasaki l’arma atomica non è stata più usata non lo si deve tanto alla saggezza dei governi, ma proprio a quel movimento per il disarmo capace di mobilitare le masse voluto da Albert Einstein.


PROGRAMMI DI OGGI
SFERA
ALBERT EINSTEIN
LA7 ore 21.30

Andrea Monti accompagna stesera i telespettatori in un viaggio che ripercorrerà la vita e le straordinarie scoperte di Albert Einstein, l'uomo, lo scienziato, il filosofo, a 50 anni dalla morte. Attraverso alcuni esperimenti e con l'aiuto di Fabio Bevilacqua, docente di storia della fisica all'Università di Pavia, saranno illustratati i principi della teoria della relatività. Verrà spiegato anche come lo studio fatto da Einstein sul fenomeno dell'effetto fotoelettrico abbia costituito la base scientifica per lo sviluppo della tecnologia laser. Inoltre, alla luce della vincita record di oltre un milione di sterline messa a segno la scorsa estate al casino di Londra da tre giovani giocatori grazie a un metodo basato sul laser, verrà affrontato anche il tema dell'applicazione di criteri scientifici al gioco d'azzardo.

GALILEO

L'Unità 31 Marzo 2005
Curiosità e disubbidienza: le virtù che fecero grande Galileo Galilei
Michele Camerota presenta la biografia dello scienziato a «Leggere per non dimenticare»: ne emerge l’affresco di un’epoca
Renzo Cassigoli

FIRENZE Questo Galileo Galilei di Michele Camerota è qualcosa di più di una biografia del grande uomo di scienza che navigando nell’universo ha inciso in modo determinante sul pensiero scientifico e filosofico. Delineandone l’itinerario biografico e intellettuale, l’autore ne illustra il pensiero come ci è consegnato dall’insieme delle opere scientifiche e letterarie, dal lavoro di un uomo di scienza e, dunque, da un filosofo che ha segnato un’epoca aprendo nuove strade di ricerca guidato dalla curiosità e dalla disubbidienza, le due grandi virtù che lo hanno spinto alla rottura del principio di autorità, andando oltre quell’ipse dixit invocato dai pitagorici più che dagli aristotelici. Osserva il filosofo della scienza Giuliano Toraldo di Francia: «L’ha detto lui, quindi deve essere vero». Galileo rifiuta il principio dell’ipse dixit affermando la necessità per lo scienziato di andare a vedere come stanno le cose: «Potrebbe essere vero, ma potrebbe anche essere sbagliato». Il dubbio, quindi. Come nel Dialogo sui massimi sistemi quando, a Simplicio che richiama a Aristotele, Galileo risponde: «Io non dubito che se Aristotele vivesse ai tempi nostri e ascoltasse i miei ragionamenti e vedesse i miei esperimenti e le mie dimostrazioni, la penserebbe come me». È infatti al grande pisano che si deve il metodo dell’intersoggettività, fondamentale per la scienza moderna, per cui uno scienziato deve trovare il modo di comunicare scoperte e teorie, per rendere intersoggettivo ciò che rimarrebbe soggettivo. Nel libro - che Massimo Bucciantini e Giulio Giorello presentano oggi Leggere per non dimenticare - Camerota disegna un affresco della cultura scientifica e filosofica di un epoca spazzata dalla Controriforma, riuscendo a collegare i diversi aspetti che consentono di capire meglio la personalità e la vicenda del grande pisano esaltando il significato scientifico delle pagine galileiane depositarie di scoperte capitali. Torniamo così al grande filone della simulazione che da Machiavelli, per Campanella e Galileo arriva a Bruno, che sfida il principio di autorità fino al rogo. E qui emerge la complessità della vicenda di Galileo e della ritrattazione a cui fu costretto. «Galileo parlò come uno scienziato, non come un eroe e non voleva esserlo», osserva Toraldo di Francia. «Io vi dico che le cose stanno così e ve lo dimostro, se voi dite che questo è contrario alle sacre scritture, siete padroni di affermarlo». In cosa consiste, allora, la sua ritrattazione? Galileo non fu solo un astronomo, ma un uomo di scienza completo, un filosofo e come tale destinato a scontrarsi con la concezione filosofio-religiosa della chiesa cattolica allora imperante e con l’Inquisizione.

schizofrenia

Repubblica Salute 31.3.05
Schizofrenia tra manuale e farmaco
Antonio Caperna

In aiuto dei malati di schizofrenia e delle famiglie le Associazioni pazienti e l'industria farmaceutica mettono a disposizione un manuale. È "La tua strada verso il futuro", frutto del lavoro di psichiatri e 18 Associazioni di tutta Europa (Cittadinanzattiva, Unasam, Diapsigra e Arap, per l'Italia). Il volume, corredato di vignette, didascalie e facili ma rigorose informazioni, può essere richiesto attraverso le Associazioni o al numero verde della Bristol-Myers Squibb 800-864184. In Italia sono circa 500 mila le persone che devono fare i conti con la schizofrenia e con essi i propri familiari.
Per la vergogna e la poca informazione spesso "alla diagnosi si arriva tardi e da questa all'inizio della terapia trascorrono da uno a 3 anni", spiega Paolo Pancheri, professore di clinica psichiatrica all'Università La Sapienza di Roma, in occasione della presentazione italiana del volume e del lancio di una nuovo farmaco per la schizofrenia, l'aripiprazolo. La nuova terapia a carico del Servizio Sanitario Nazionale è un agonista parziale della dopamina che permette ai pazienti di "recuperare alcune capacità funzionali, gestire meglio le emozioni, avere minori effetti collaterali", sottolinea Eugenio Aguglia, docente di psichiatria all'Università degli Studi di Trieste e presidente della Società Italiana di Psichiatria.

la violenza sulle donne

Corriere della Sera 31.3.05
Una giornalista rompe la barriera della privacy, racconta la sua storia e viene licenziata.
Rapporto di Amnesty International: è il fallimento di un sistema
La Svezia scopre la violenza sulle donne
Finisce il silenzio nel Paese della parità dei sessi. Rivelazioni in tv e email: decenni di abusi nelle case
Gabriela Jacomella

I responsabili della rete avevano tentato di tutto per farla tacere. Il suo boss l’aveva messa in guardia: l’argomento è off-limits, lascia perdere. Lei, 48 anni e da un decennio costretta a subire violenze dall’uomo che amava, non ha ascoltato. E un giorno, nel bel mezzo dell’estate scorsa, ha fissato la telecamera e ha iniziato a parlare, in diretta: «Volete sapere che faccia ha una donna che è stata picchiata? Eccola. Mio marito abusa di me da più di dieci anni». La direzione l’ha licenziata. Poi sono arrivate le prime email, le telefonate. «Anche il mio uomo mi riempie di botte». «Mi ha stuprato, ma nessuno mi crederebbe». La cortina di silenzio e vergogna iniziava a lacerarsi. Non siamo in Arabia Saudita, dove un anno fa la bellissima anchor-woman Rania al-Baz aveva trovato il coraggio di mostrare ai fotografi la devastazione del suo volto, le 13 fratture che avevano cancellato quell’ovale perfetto incorniciato dallo chador. Ai colleghi giornalisti aveva raccontato il pestaggio subito dal marito: «Voglio usare quello che mi è successo perché si cominci a parlare della violenza sulle donne nel nostro Paese».
L’altra donna, quella che solo un’estate fa ha rivelato in tv il suo dramma, può darsi che conoscesse la storia di Rania. Del resto, sono molte le affinità che le uniscono. Maria Carlshamre è anch’essa una giornalista, ha pure lei occhi scuri e capelli neri. Ma è svedese. Vive, cioè, in un Paese dove la parità dei sessi ha smesso da decenni di essere un’utopia, dove i posti nelle stanze dei bottoni si dividono tra quote «azzurre» e «rosa», e l’ipotesi di dar vita a un partito «femminista» piace a un elettore su cinque. Oggi il Paese dell’uguaglianza ha scoperto di essere il Paese delle urla nel silenzio. «La violenza contro le donne è aumentata negli ultimi due anni. Quella commessa da uomini che hanno un legame affettivo con le vittime è altamente sottostimata. Solo il 15-25% sporge denuncia». Una condanna senza appello, pronunciata un anno fa da Amnesty International, impegnata nella campagna mondiale Svaw ( Stop Violence Against Women ): «È il fallimento di un sistema».
Intendiamoci, i mariti o i fidanzati svedesi non sono più violenti dei loro omologhi italiani, spagnoli o americani. Il problema sta nelle donne. Nella loro vergogna. Nelle loro bocche sigillate. Gli episodi di violenza sono aumentati a un ritmo vertiginoso: ?140% tra 1980 e 2000, dati ufficiali. Ma è il sommerso a fare la differenza. Come ovunque. Solo che qui, appunto, siamo nel regno dell’equità. E soprattutto della privacy: insieme alla leadership nella tutela dei diritti «rosa», essa è stata per decenni il «lenzuolo bagnato» che celava drammi laceranti, accusa ora sul New York Times Eva Hassel Calais, tra i coordinatori nazionali, in Svezia, dei centri per donne maltrattate.
«Sono faccende di famiglia», aveva protestato la sorella di Muhammad Al-Fallatta, marito di Rania, quando il fratello era finito sulle prime pagine dei giornali di Riad. Anche a Stoccolma, finora, la violenza domestica era considerata un private matter , un affare privato. «L’idea per cui la violenza in ambito familiare è una questione privata - scrive Amnesty - permette che tale pratica continui senza trovare ostacoli». La legge svedese è tra le più avanzate nella tutela delle donne, «ma questo serve a poco, se la rivoluzione dei sessi non è stata davvero assimilata»: Mariagrazia Campari, avvocato e femminista, della Libera università delle donne di Milano, spiega il controsenso con la teoria degli «estremi che si toccano, è il ritorno del punto di vista della famiglia patriarcale, dove contava solo il maschio, e quanto avveniva entro le mura di casa non era considerato "spendibile" fuori. Poi, certo, può darsi ci sia un desiderio inconscio di mantenere l’immagine di Paese perfetto, basato su canoni superiori di convivenza...».
C’è voluto un anno, in Svezia, perché il private matter diventasse pubblico, in un doloroso processo di autocoscienza. In ottobre Gudrun Schyman, deputato di sinistra e femminista, ha proposto una «tassa sugli uomini» per pagare le conseguenze di botte e stupri. In novembre il ministro della Giustizia Thomas Bodstroem dichiarava: «Il silenzio è un tradimento per le vittime degli abusi e un aiuto per gli uomini violenti». Pochi giorni fa il procuratore generale ha annunciato di voler creare un team di 35 magistrati specializzati nella violenza contro le donne. A Riad, a luglio, Rania al-Baz ha ritirato la denuncia contro il marito, sfinita da minacce e pressioni. In Svezia, oggi, Maria Carlshamre ammette: «Dobbiamo cambiare l’immagine di noi stessi. Non siamo i campioni del mondo dell’uguaglianza».

l'Aripiprazolo fà male

una segnalazione di Sandra Mellone

sul sito del Ministero della Salute, all'indirizzo http://www.ministerosalute.it/medicinali/farmacovigilanza/notainfo.jsp?id=57
c'è una nota informativa importante sull'Aripiprazolo

Aripiprazolo è il principio attivo presente nella specialità medicinale Abilify autorizzata con Procedura di registrazione Comunitaria per il trattamento della schizofrenia.

Aripiprazolo non è autorizzato per il trattamento della psicosi e/o disturbi comportamentali correlati a demenza e non è raccomandato per l’uso in questo gruppo particolare di pazienti.

I risultati di recenti studi clinici hanno evidenziato importanti informazioni di sicurezza riguardanti aripiprazolo ed il suo uso nei pazienti anziani affetti da demenza rispetto al rischio di eventi avversi cerebrovascolari.

depressione

Brescia Oggi 31 Marzo 2005
LO PSICHIATRA
Sacchetti: «Corrono rischi anche le persone apparentemente sane»
li.ce.

«La depressione e la tendenza al suicidio sono fenomeni importanti nell’anziano, ma non particolari: dai dati della letteratura emerge come l’incidenza dei disturbi depressivi nella terza e quarta età sia elevata, ma non più alta di quella riscontrabile in età adulta». Partendo da questa premessa il professor Emilio Sacchetti, ordinario di Psichiatria alla Facoltà di Medicina dell’Università di Brescia e direttore del Dipartimento di Salute mentale degli Spedali Civili, spiega i perché del fenomeno depressivo, con particolare attenzione all’età anziana.
Quali fattori possono rappresentare un campanello d’allarme per propositi suicidi negli anziani?
«Già la condizione depressiva di per sé incrementa di 5-10 volte il rischio di suicidarsi. Se a essa si aggiungono le forme con sintomi deliranti e psicotici, che spesso interessano la popolazione anziana, il rischio si innalza ulteriormente di 5-10 volte. Da ciò è facile capire l’alta diffusione del rischio fra gli anziani - in particolare i maschi, il cui tasso di suicidi è più alto che nelle femmine -, spesso affetti da molte altre patologie di tipo organico, come quelle cardiovascolari o degenerative, le quali non fanno altro che complicare il quadro d’insieme».
Sono a rischio solo gli anziani malati e /o depressi?
«No, si possono togliere la vita anche persone apparentemente sane dal punto di vista mentale. Suicidi definiti “a ciel sereno” accadono a persone che non hanno un’etichetta definita né a priori né a posteriori. Si tratta di eventi scatenati dall’interazione fra diversi fattori di rischio, in cui possono incidere agenti stressanti molto acuti di origine esterna. Ci può essere l’interazione fra molteplici variabili stressanti, come un grosso abbandono, la perdita di contatti sociali e di relazioni, la privazione di punti di riferimento, un sentimento di inutilità, la sensazione di essere abbandonati a sé stessi, di non avere più risorse».
Sta delineando quella che viene percepita come la condizione più diffusa dell’anziano di oggi...
«Certo la tendenza verso un incremento delle aspettative di vita e dell’effettiva sopravvivenza ci pone davanti a problemi drammatici, che prima non erano nemmeno considerati: non a caso si ritiene che negli anni, e con l’invecchiamento della popolazione, la depressione diverrà la seconda causa generale di disabilità. Un fenomeno finora non molto studiato, se è vero che degli ultraottantacinquenni si sa ancora poco».
Com’è possibile porre rimedio alla deriva depressiva e al disagio sempre più avvertito dalla terza età?
«È fondamentale che l’anziano sia tenuto in un ambiente empaticamente caldo e ricco di stimoli, in cui possa percepire il senso di una presenza, riconoscendo in sé un’utilità ancora presente. Questo richiede uno sforzo educativo che deve coinvolgere la comunità e la gente che la abita in un atteggiamento diverso, più accogliente nei confronti della vecchiaia. Creare bellissimi dormitori con menù prelibati, per lasciare poi l’anziano nella solitudine del proprio perimetro esistenziale, non vuol dire affrontare il problema».

Viktor Frankl...???

Avvenire 30.3.05
Editoriale
Viktor Frankl, l'anti-Freud del Novecento
Eugenio Fizzotti

Tra le principali scuole di psicologia, un posto di rilievo è occupato dalla logoterapia e analisi esistenziale di Viktor E. Frankl, psichiatra ebreo viennese, di cui in questi giorni ricorre il centenario della nascita e di cui sono ben note la contrapposizione alle riduttive visioni dello psicologismo e del determinismo di stampo psicoanalitico e comportamentista e il legame con la filosofia esistenzialista e personalista e con le teorie della personalità di matrice umanistica e fenomenologica. Furono singolari alcuni avvenimenti della sua giovinezza: intenso rapporto epistolare con Sigmund Freud, collaborazione attiva alla Società di psicologia individuale di Alfred Adler, apertura nel 1927 a Vienna, Zurigo, Praga e altre città europee di Centri di consulenza psicopedagogica per giovani in difficoltà, laurea in medicina nel 1930, specializzazione in neurologia e psichiatria. Ma fu l'internamento nei lager nazisti (tra cui Auschwitz) dal 1942 al 1945 a fargli comprovare quanto già intuito e analizzato, a proposito dei valori e delle possibilità attraverso le quali l'uomo può sempre, fino all'ultimo istante, cogliere il significato della sua unica e irripetibile esistenza. È la ricerca del senso della vita, infatti, l'originale e attualissimo leit-motive di tutte le numerose opere di Frankl nelle quali, interpretando la parola logos come senso della vita, analizza la condizione umana e la trova caratterizzata dal vuoto e della frustrazione esistenziale, immersa in un contesto indiscutibile di condizionamenti. Eppure, l'esperienza clinica gli ha permesso di evidenziare che il vero e proprio malessere non sta, come direbbe Freud, nella mancata soddisfazione del piacere o, come sosteneva Adler, nel fallimento a livello di potere o di successo, quanto nel non riconoscere la tensione radicale tra la realtà esistenziale in cui si vive e il mondo dei valori che si presenta come appello e come sfida. Se la vita conserva sempre un suo significato, nonostante le limitazioni dovute all'età, alla salute, alla sofferenza, ai fallimenti che possono sopraggiungere a tutti i livelli, ciò è possibile attraverso i valori di creazione (lavoro, attività, impegno politico), i valori di esperienza (amore, musica, arte), ma soprattutto i valori di atteggiamento (situazioni-limite quali la sofferenza inevitabile, la colpa, la morte). L'originalità del pensiero e della pratica terapeutica di Frankl, di conseguenza, emerge dall'attenzione che riserva ad alcuni fenomeni dalla portata tragica per il mondo giovanile (suicidio, aggressività, tossicodipendenza), espressioni eloquenti del vuoto esistenziale, ed a forme nevrotiche ampiamente presenti nel tessuto sociale contemporaneo: la nevrosi meccanica, conseguenza del crescente tempo libero; la nevrosi della domenica, con comportamenti massificanti e alienanti in discoteche, palestre, stadi; la nevrosi da disoccupazione, che assale chi è alla ricerca di lavoro e chi si vede impedito, a seguito del pensionamento, nel partecipare
ai ritmi normali di produttività.

Jules Verne

La Stampa TuttoScienze 30.3.05
100 ANNI DOPO
In Verne più scienza che fiction

NEL capitolo XIV del romanzo di Jules Verne "L'isola misteriosa", Cyrus Smith deve calcolare l'altezza di una grande muraglia e per risolvere il problema ricorre allo stesso espediente usato dal filosofo Talete per misurare l'altezza della piramide di Cheope. Cyrus pianta nel terreno una pertica a circa 500 metri dalla base del muro e si stende sulla sabbia in un punto dal quale il suo raggio visivo risulta esattamente in linea con l'estremità della pertica e con la sommità del muro. Qui il racconto propone una lezione di geometria sulle proprietà dei triangoli simili applicata al calcolo dell'altezza del muro. Tutto questo per dire che nei romanzi di Verne - morto un secolo fa ad Amiens, il 24 marzo 1905, all'età di 77 anni - si trovano spesso riferimenti scientifici: Verne, dunque, fu anche un grande divulgatore. Scoperto Edgar Allan Poe e affascinato dalle avventure di "Gordon Pym", Verne comincia a scrivere romanzi che a partire dal 1863, anno in cui esce "Cinque settimane in pallone", daranno vita alla serie dei suoi viaggi straordinari (62 romanzi e 17 racconti) il cui scopo è "riassumere tutte le conoscenze geografiche, geologiche, fisiche e astronomiche, accumulate dalla scienza moderna e di riscrivere, in modo attraente e pittoresco la storia dell'universo". I protagonisti di questi romanzi sono quasi sempre scienziati: Verne voleva costruire coi suoi racconti una specie di "summa" scientifica. Nel momento di maggior successo, è l'autore più letto, tradotto e pagato. Il suo editore Hetzel gli chiede tre romanzi all'anno, che prima però dovranno uscire a puntate su riviste. Sono nati in questo modo "Viaggio al centro della terra" (1864), "Dalla Terra alla Luna" (1865), "Ventimila leghe sotto i mari" (1869). Nel frattempo acquista uno yacht, il "Saint Michel III", e compie lunghi viaggi per raccogliere informazioni e impressioni che poi sfrutterà nella stesura dei suoi romanzi. In Italia fu ricevuto da Leone XIII, a Venezia illiminarono la facciata dell'albergo dove alloggiava e sul suo terrazzo scrissero il suo nome con dei lumini. Insignito della Legion d'onore, per due volte presidente dell'Accademia delle scienze, collabora alla redazione della «Geografia illustrata della Francia» affiancando la Societé de Géographie. Gli ultimi vent'anni della sua vita saranno funestati da disgrazie e lutti. Costretto a disfarsi del suo yacht, la produzione letteraria cambia registro e all'ottimismo dei primi romanzi subentra un atteggiamento che evidenzia gli aspetti negativi della scienza. Purtroppo Verne è stato sempre considerato un autore per ragazzi ma la sua opera, in realtà, contiene messaggi più profondi e può essere considerata una grande metafora dell'avventura scientifica che si dipana fra l’ottimismo illuministico e il pessimismo dei tempi moderni: si scoprono in lui tematiche di Goethe, di Stevenson e anche di Samuel Butler. A riprova della sua universalità, poco dopo la morte Verne ebbe l'omaggio di Guido Gozzano:
"Maestro, quanti sogni avventurosi
sognammo sulle trame dei tuoi libri!
La Terra il Mare il Cielo l'Universo
per te, con te, poeta dei prodigi,
varcammo in sogno oltre la scienza.
Pace al tuo grande spirito disperso,
tu che illudesti molti giorni grigi
della nostra pensosa adolescenza".

Cartesio

APCOM 30.3.05
L'OLANDA RIABILITA CARTESIO
Il grande filosofo venne espulso dall'università di Utrecht

Genova, 30 mar. (Apcom) - Il grande filosofo e matematico francese René Descartes (Cartesio) è stato ufficialmente riabilitato dall'Università di Utrecht dove tra l'altro aveva insegnato per alcuni anni. Il Senato accademico della città olandese ha infatti abrogato un documento datato 17 marzo 1642 che condannava solennemente la nuova filosofia cartesiana, sottolineando che questa dottrina non sarebbe mai stata insegnata: "Per tutti i tempi a venire".
E' proprio in Olanda che il grande filosofo francese ha vissuto per la maggior parte della sua vita, soprattutto per motivi legati alla libertà di pensiero, certamente maggiore in quel tempo rispetto a quella assicurata in Francia. Ed è proprio in Olanda che ha pubblicato due delle sue opere fondamentali: Meditazioni metafisiche e principi di filosofia.
Ma anche il "cattolico" Cartesio dovette fare i conti con l'intolleranza protestante, come Galileo in Italia pochi anni prima anche Cartesio venne bollato se non di eresia di qualcosa di molto simile. Da qui la condanna del Senato accademico di Utrecht.

copyright @ 2005 APCOM

referendum

L'Unità 31 Marzo 2005
Un cuore rosso ed un «Sì» contro le crociate
Il simbolo e la strategia comunicativa dei referendari: «Nascere, guarire, scegliere»
Maria Zegarelli

ROMA Non è vero che questa è una battaglia tra chi difende la vita - la Chiesa e il partito dell’astensione - e chi no - cioé chi è schierato per l’abrogazione di quattro articoli della legge sulla fecondazione assistita. Da qui è partito il Comitato nazionale promotore dei referendum. «Bisogna contrapporsi a questa campagna mediatica fuorviante che sta portando avanti chi difende la legge 40», dice Lanfranco Turci, tesoriere del Comitato. Così è nata l’idea di questo logo, presentato ufficialmente l’altro ieri. Un cerchio, sfondo verde, un grande «sì» con un cuore rosso al posto del puntino, «per nascere, guarire, scegliere».
Libertà di scelta.
«I termini su cui ci siamo concentrati erano questi: la nascita, la cura, la libertà di scelta della persona, della donna, della coppia. Questi erano i concetti su cui abbiamo lavorato a lungo - dice Turci - perché il messaggio che vogliamo lanciare è che non è vero che chi è per il “no” o per l’astensione è per la vita e tutti gli altri sono per il liberismo che non si preoccupa dei valori». Perché non è vero che questa è una campagna referendaria serena, combattuta con toni pacati e argomentazioni scienfitiche, mediche. I toni usati da chi vuole difendere la legge sulla procreazione assistita ricordano più le crociate d’altri tempi che non le campagne di informazione. Lo spiegamento di forze da parte della Chiesa, dal cardinale Camillo Ruini in giù, ma anche della maggioranza in parlamento (e del governo) è ingente. È sceso in campo anche l’ex commissario della Croce Rossa, Maurizio Scelli, prestato alla politica (per il premier) in previsione dell’appuntamento elettorale, che ha ha detto: «La speranza è che il referendum sulla legge sulla procreazione assistita sia più in là possibile, in una bella giornata di mare, in modo che ci si possa astenere dall'andare a votare». L'ex commissario ha assicurato che tutto il movimento da lui fondato si regolerà in questo modo. Al mare, in montagna, una gita fuori porta, ma alle urne no.
Solo embrione. Raramente, poi, si parla di donne e di uomini quando si usano gli argomenti del «no» o dell’astensione. Si parla soltanto dell’embrione. «Il Comitato ci tiene, invece, a mettere in primo piano le persone, quelle a cui questa legge si rivolge e quelle che più ne pagano le conseguenze». Nascere, guarire, scegliere: sono esattamente questi i valori che difende il fronte del «sì». Saranno questi gli argomenti della campagna referendaria che subito dopo le elezioni di domenica e lunedì prossimi entrerà nel vivo. «Stiamo preparando dei manifesti da affiggere in tutte le stazioni - spiega Turci - con i quali manderemo un messaggio preciso: questo è un referendum che riguarda tutti noi».
E ieri anche Romano Prodi, dai microfoni di «Radio anch’io» è tornato sull’argomento: «Non ho mai nascosto le mie convinzioni cattoliche e per me la vita è sacra e inviolabile. Questo non ha nulla a che fare con l'andare a votare per il referendum oppure non andarci».
Gerarchie.
Polemiche, invece, per le dichiarazioni di Marco Pannella, dirette contro la Chiesa: «Le gerarchie vaticane ed ecclesiastiche tentano oggi una rivincita, di stampo assolutista e sanfedista, e tentano di imporre a tutti i cattolici e credenti di unirsi, di aggiungersi al campo degli indifferenti, degli irresponsabili, degli estranei, per scelta, ad ogni impegno morale, civile, democratico nel nostro paese. Tale scelta costituisce un ritorno alle più inique scelte della storia del potere Vaticano, nei suoi peggiori momenti di prevaricazione clericale e violenta contro ogni libertà di ricerca di coscienza, di scienza, di fede». «La violenza delle parole di Marco Pannella dimostra per intero il suo peggiore stile giacobino, illiberale e intollerante - ribatte Luca Volontè, capogruppo Udc alla Camera -. Come nei momenti più bui della rivoluzione francese, l'epoca del terrore, nelle sue parole ritorna la voglia di “ghigliottina” per chiunque dissenta, in qualunque modo, dai suoi convincimenti. Condividiamo e difendiamo senza esitazione l'invito della Chiesa italiana all'astensione e nello stesso tempo sappiamo come tutti gli italiani che questa scelta è piena di ragioni, rispettosa nei confronti del Parlamento e della civiltà italiana».

l'autismo secondo l'University of California

Yahoo! Salute mercoledì 30 marzo 2005
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
L'autismo legato ai neuroni specchio
Il Pensiero Scientifico Editore
Emanuela Grasso

Il malfunzionamento dei neuroni specchio potebbe essere un elemento importante nel determinare l’autismo. Questo quanto emerge da uno studio condotto alla University of California di San Diego che sarà pubblicato sul numero in uscita del Journal of Cognitive Brain Research.
I neuroni specchio si trovano nella corteccia premotoria. Sono stati identificati per la prima volta nelle scimmie agli inizi degli anni novanta; gli scienziati scoprirono che questi animali erano in grado di apprendere una serie di movimenti e soprattutto di riconoscerli, non solo dalla loro esperienza diretta ma anche dal confronto con altre scimmie o con gli stessi esseri umani. Vale per questi neuroni la regola del “guardare è un po’ come fare”: i neuroni specchio sono infatti in grado di registrare informazioni riguardanti eventi motori anche senza la necessità che il soggetto abbia un’esperienza riconducibile a quell’apprendimento. Questo tipo di neuroni sono stati individuati, attraverso prove indirette, anche nel genere homo sapiens.
L’attività delle cellule specchio, quindi, può essere attivata dalla visione dell’azione compiuta da un altro individuo, come anche da un’immagine statica o persino dal suono collegato ad un'azione. Le cellule specchio svolgono un ruolo molto importante nella comprensione dei comportamenti altrui, fornendo le basi per poter interagire con gli altri. La domanda chiave che si sono posti i ricercatori è se queste cellule siano coinvolte solamente nel riconoscimento delle azioni, o anche, in modo più profondo, nella comprensione degli intenti che vi sono dietro. Infatti l’azione implica di per sé il concetto di un agente e di un oggetto, quindi un intento e un obiettivo.
Negli uomini, infatti, il sistema dei neuroni specchio sembra sia coinvolto non solo nell’osservazione e nell’esecuzione di movimenti ma anche in processi cognitivi più integrati come il linguaggio, per esempio, o una parte dell’emotività. Proprio perché nei casi di autismo si riscontrano, tra le altre manifestazioni, anche deficit di comunicazione e di comprensione, i ricercatori hanno ipotizzato che un cattivo funzionamento di questo tipo di neuroni potesse essere in parte responsabile del disturbo.
I ricercatori californiani hanno condotto il loro studio su 10 soggetti autistici. Dall’analisi dell’elettroencefalogramma di questi pazienti è stato chiarito come i loro neuroni specchio avessero un’attività elettrica (segno di funzionalità) solo quando era il soggetto a svolgere l’azione. Se la stessa azione veniva svolta da un’altra persona i neuroni dei pazienti non erano in grado, come normalmente avviene, di ritrovare in quei gesti movimenti speculari a quelli fatti da loro poco tempo prima.
“Questa nuova intuzione ci dà la prova che i soggetti autistici hanno disfunzioni nel sistema di neuroni specchio e che le loro difficoltà di comprensione o apprendimento hanno una forte base fisiologica”, ha affermato Lindsay Oberman, autrice dello studio.

FBI a Cogne

La Stampa 31 Marzo 2005
DOMANI IL SOPRALLUOGO: A LUI L’ULTIMA PAROLA SU IMPRONTE E TRACCE DI SANGUE
L’Fbi nella villetta di Cogne
Arriva l’agente che ha dato la caccia a Bin Laden
Alberto Gaino

TORINO. L’Americano compare sulla scena del delitto di cui si è più parlato in questi anni: il massacro del piccolo Samuele Lorenzi nel letto dei genitori, lassù a Cogne, frazione Montroz, il 30 gennaio 2002. La mamma, Annamaria, condannata a 30 anni in primo grado e ora in attesa del processo d’appello. La difesa che compie un sopralluogo nella casa della morte e ne cava prove che scagionerebbero, a suo dire, l’infanticida accusando il vicino di casa Ulisse Guichardaz. Altro colpo di scena: Annamaria Franzoni si ritrova indagata per frode processuale con il marito, l’avvocato e un plotone di consulenti che, strada facendo, si infittisce. Esperti dell’accusa contro quelli della difesa. Si impone una perizia super partes. E il presidente dei gip torinesi, Piergiorgio Gosso, si rivolge anche al Federal Bureau of Investigation. Che, lusingato, accetta e invia a Torino due dei suoi migliori investigatori scientifici: Richard Vorder Bruegge e Brendan F. Shea. Lavoreranno gratis, con il solo rimborso delle spese.
Da Quantico, quartier generale dell’Fbi, avrebbero raccomandato ai propri agenti il massimo anonimato, ma siamo in Italia, i loro nomi e cognomi sono finiti necessariamente sulle due ordinanze emesse dal giudice per convocare l’«incidente probatorio» di stamane, per il conferimento formale degli incarichi peritali. Gli atti sono stati spediti a tutti gli 11 indagati e ai rispettivi legali, oltre che alla procura torinese, e ci scappa pure qualcosa di più delle generalità dei due super agenti speciali. Bastano un paio di telefonate negli States e una ricerca su Internet per scoprire nel dottor Vorder Bruegge un pezzo da novanta delle investigazioni scientifiche. E’ il capo dell’unità di analisi di immagini digitali dell’Fbi, dal suo laboratorio sono passati tutti i maggiori casi planetari: dalla caccia a Bin Laden, via satellite, all’esplosione dello Shuttle, febbraio 2003. E’ lui, l’Americano, destinato a rubare in questi giorni la scena mediatica alla famiglia Lorenzi-Franzoni e al suo avvocato, Carlo Taormina, coinvolto in quest’inchiesta nello stesso ruolo di indagato, per frode processuale e calunnia (nei confronti del vicino di casa). Il giudice lo scrive chiaro nell’ordinanza «integrativa» del 23 marzo scorso: «La delicatezza e la difficoltà dell’indagine, così come la forte risonanza che contraddistingue l’attuale fase procedimentale, impongono la designazione di periti non compresi nell’albo del tribunale di Torino... allo scopo di garantire sia l’alta qualità degli accertamenti sia la totale imparzialità e serenità degli esperti...». Vorder Bruegge ha ormai un’esperienza di almeno 15 anni all’Fbi in un campo, quello delle immagini digitali, sempre più importante nelle investigazioni scientifiche e chi più di lui ha l’autorevolezza tecnica per valutare le tante immagini digitali scattate nella villa di Cogne prima dai carabinieri del Ris (per l’accusa) e poi dai collaboratori della difesa Franzoni?
Lo affianca un biologo, esperto di Dna e di ricostruzione della scena del delitto: oltre a rintracciare un’impronta digitale «imbrattata di sangue» sulla porta della camera da letto dei Lorenzi (che si è pacificamente attribuita a uno dei consulenti svizzeri della difesa), i collaboratori dell’avvocato Taormina sostengono che il «vero» assassino sarebbe fuggito dal garage della villa ed hanno esibito 32 tracce rilevate nel corso del loro sopralluogo (29-30 luglio scorso). Una bella sfida per i due superagenti che lavoreranno con gli altri periti: il medico legale pisano Marco Di Paolo, l’ematologo campano Ciro Di Nunzio, la docente di chimica generale parmense Mariella Careri e il dattiloscopista della polizia scientifica torinese, ispettore Andrea Giuliano.
I due americani erano già ieri a Torino, e stamane li attende un’udienza che si preannuncia non troppo tranquilla per le possibili eccezioni delle difesa. Gli americani sono rigorosi nel loro proverbiale pragmatismo, vorranno andare al sodo in fretta (con un sopralluogo a Cogne già domani) e forse rimarranno esterrefatti per le battaglie procedurali in corso. A parte i colpi mediatici, come la messa in onda al Tg1 di ieri sera, della nota e drammatica testimonianza registrata dai carabinieri della psichiatra Anna Satragni (prima soccorritrice), che disse: «Il pianto di Samuele potrebbe aver provocato una rottura».

mercoledì 30 marzo 2005

oggi
IL GIORNO DI PIETRO INGRAO

Oggi all'Auditorium di Roma

Mercoledì 30 marzo Pietro Ingrao salirà sul palco della Sala Santa Cecilia dell'Auditorium di Roma per festeggiare i suoi novant'anni. L'evento, promosso dal Comune di Roma in collaborazione con la Fondazione Musica per Roma e il Centro di Studi e iniziative per la Riforma dello Stato, vuole rendere omaggio a uno dei padri della democrazia e della sinistra italiana, che fu Presidente della Camera dal '76 al '79. Fra gli ospiti: Walter Veltroni, Gianni D'Elia, Luciana Castellina e Ettore Scola renderanno le loro testimonianze. La serata, condotta da Gad Lerner, si aprirà alle ore 18 con la lettura di una lettera, fino ad oggi inedita, scritta da Ingrao in risposta a un articolo di Goffredo Bettini del 19 gennaio 1992, pubblicato su Paese Sera in occasione della fine dell'attività parlamentare di Ingrao. La lettera sarà letta da Luca Zingaretti. Si proseguirà con la proiezione di "Tempi moderni. Il cinema di Pietro Ingrao", una lunga intervista al politico realizzata da Mario Sesti. Poi sarà la volta della musica. Per Pietro Ingrao, grande appassionato di Bach, Michelangelo Carbonara, uno dei musicisti più apprezzati della nuova generazione, suonerà "Cinque invenzioni a due e tre voci". A seguire "Preludio e fuga in la minore", di Franz List e le "Quattro sonate" di Scarlatti. Nel Foyer della Sala sarà allestita anche una mostra di quadri ispirati da Ingrao, dipinti da Alberto Olivetti nel '84. Infine saranno esposti fino al 3 aprile materiali fotografici e documentari dell'archivio del Centro studi e iniziative per la Riforma dello Stato - Fondo Pietro Ingrao.


Ingresso libero fino ad esaurimento dei posti. Info 06/80241281


leggi anche - qui sotto, alla data di ieri e del 27.3 - la lettera di Fausto Bertinotti, le altre lettere dall'inserto di otto pagine di Liberazione uscito domenica 27, e gli articoli dall'Unità di sabato 26 marzo u.s.
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Corriere della Sera 30.3.05
Stasera all’Auditorium con il sindaco la festa di compleanno di uno dei padri della Repubblica
Una storia del Novecento: i novant’anni di Ingrao

LA VITA
Pietro Ingrao è nato a Lenola (Latina) il 30 marzo 1915. Laureato in Giurisprudenza e in Lettere e filosofia, durante la guerra è attivo nella resistenza. Nel ’47 è direttore dell’Unità, dal ’48 deputato comunista. Nel ’92 non si ricandida
IL COMPLEANNO
Oggi Ingrao compie 90 anni e per festeggiarlo escono due pubblicazioni: una serie di ritratti, con prefazione di Rossana Rossanda, per Silvanaeditoriale, e un volume che comprende due lettere: quella inviata da Ingrao a Goffredo Bettini, nel ’92, e la risposta, 13 anni dopo
In alto i calici per Pietro Ingrao che oggi compie novant'anni. Stasera, alle ore 18.00, nella Sala Santa Cecilia dell'Auditorium, lo festeggeranno Walter Veltroni, Gianni D'Elia, Luciana Castellina e Ettore Scola. La serata, condotta da Gad Lerner, vuole rendere omaggio, attraverso musiche, testimonanze, filmati e quadri, a uno dei padri nobili della Repubblica, mai fermo e sempre pronto a rimettersi in gioco. Nacque il 30 marzo del 1915 a Lenola, in provincia di Latina, ma sin da ragazzo giunse a Roma per studiare cinema al Centro Sperimentale dove, grazie a Bruno Sanguinetti, Antonio Amendola (figlio di Giovanni) e Mario Alicata, fra gli altri, maturò la sua coscienza antifascista. Laureato in lettere e giurisprudenza, entrò nella Resistenza e, seppure provvisoriamente, dimenticò il cinema e la poesia pagando un costo etico che presumiamo non trascurabile. Negli anni bellici, vissuti fra Roma, la Calabria e Milano, scoprì davvero se stesso: superò l'incantamento adolescenziale, divenne comunista, organizzò la cospirazione. Questa frenesia attivistica e partecipativa lo contraddistinse anche in seguito nei numerosi incarichi professionali e politici da lui ricoperti: direttore dell'Unità nel decennio cruciale delle scelte decisive del dopoguerra; membro della segreteria del partito nel fatidico 1956; presidente della Camera dei Deputati dal 1976 al 1979. C'è sempre stata in Pietro Ingrao una determinazione che gli fa onore: la consapevolezza di chi rinuncia all'illusione di poter conservare, soprattutto nell'agire politico, l'anima immacolata. Da lì scatta la disponibilità a non occultare i propri errori, anche se fossero clamorosi. Ecco perché la sua vecchiaia è così ammirata dai giovani, pronti a riconoscergli il nesso ineludibile fra il pubblico disaccordo proclamato nei confronti della svolta di Achille Occhetto e la recente dichiarazione di voto per Rifondazione Comunista. Eppure, nonostante questi ultimi sviluppi, l'esistenza di Pietro Ingrao sembra essere rimasta incisa nel cuore del Novecento: quando conobbe Laura Lombardo Radice e la sposò in Campidoglio, pochi giorni dopo la Liberazione della Capitale, il 24 giugno del 1944, facendo il viaggio di nozze insieme a lei sulla «circolare rossa», l'unico tram allora funzionante.

Corriere della Sera 30.3.05
In occasione del compleanno escono due omaggi a uno dei padri del Pci.
In una lettera scrisse: «È vero, ho due facce: sto dentro la misura, e la rifiuto»
Poesie e veleni, la Rossanda racconta i 90 anni di Ingrao
Maria Latella

ROMA - Pietro Ingrao raccontato da Rossana Rossanda, ma secondo un canone davvero lontano dagli stereotipi delle epopee politiche. E’ una descrizione intimista, quella della prefazione al libro che racchiude i ritratti di Ingrao disegnati da Alberto Olivetti e pubblicati da Silvanaeditoriale, una delle due pubblicazioni che oggi solennizzano i 90 anni di Ingrao. L’altro racchiude due lettere, una inviata da Ingrao a Goffredo Bettini, nel ’92, l’altra del medesimo Bettini, una risposta tredici anni dopo. Rossanda, invece, descrive. Fotografa, anzi, una mattina dell’estate 1984, «nell’atrio in ombra d’una vecchia casa di Lenola, appoggiata sui dossi del basso Lazio che nascondono il mare di Sperlonga». Già nel racconto della casa di famiglia, c’è un timbro non proprio prevedibile, gli Ingrao narrati per quel che sono, una famiglia di notabili locali, in anni in cui ancora capitava (era anzi piuttosto frequente) che il figlio del sindaco potesse diventare comunista. «Gli Ingrao facevano parte dei signori, i quali oggi sono invece di destra» si immalinconisce la Rossanda.
Pietro Ingrao aveva allora quasi 70 anni, e l’autrice dell’introduzione ai «Nove ritratti» di Olivetti descrive un uomo «...ancora giovane e teso, conchiuso in se stesso. Sembra colto in un passaggio...Riflette certo all’avanzare di un decennio torbido, e forse a distanziarsi dall’attività quotidiana al partito». Quella mattina, con Pietro Ingrao, a Lenola, c’è dunque anche Alberto Olivetti, uno dei giovani amici accolti da Pietro e Laura Ingrao che, ha detto la deputata ds Fulvia Bandoli, hanno sempre avuto un forte senso della famiglia, ma non quello del clan. Alberto Olivetti è oggi professore di estetica all’Università di Siena e dipinge, disegna, proprio come stava facendo anche a Lenola, quella mattina di ventuno anni fa. I due procedono in silenzio, ciascuno chino sulla carta che s’è scelto, uno disegna, l’altro corregge le bozze di un libro scandaloso, una prima raccolta di versi che Ingrao pubblicherà di lì a poco, con Mondadori. Rossana Rossanda ricorda:«Non tutti ne sono felici». Che succede, infatti, se un comunista tutto d’un pezzo a 70 anni si mette a scrivere poesie, pubblicandole, persino? E se quei versi «rivelassero una qualche umana nudità dell’icona politica?» «Ingrao è il partito, il compagno che sale sul podio un poco schivo, con la mano chiede di smettere gli applausi, parla ragionando, senza retorica...Il fascino che esercita su migliaia e migliaia di militanti viene dall’essere il dirigente che più ascolta ed è, assieme, il più assolutamente sicuro. Ingrao è l’alterità e la fedeltà, ben strette assieme, è tutto del suo partito, pretesa ingenua e crudele». Ingrao è un comunista «e non muterà» scrive Rossanda. Però «da quell’estate si concederà di scrivere anche per sé e in suo solo nome».
«Il dubbio dei vincitori» è il titolo dei versi che sta rivedendo, quella mattina, a Lenola. Di lì a poco, ben altri dubbi si abbatteranno sull’uomo che i ritratti tracciati da Alberto Olivetti mostrano fermo o appena aggrottato. Enrico Berlinguer è mancato da poco, in quell’estate 1984, e, scrive Rossanda, «il decennio che Ingrao ha davanti, quello che dovrebbe essere lo sfondo di una acquietata maturità, cova veleni». Pochi anni dopo, il 19 gennaio 1992, Ingrao annuncerà di non volersi più ricandidare alla Camera dei deputati ove sedeva dal 1948. In un affettuoso articolo pubblicato da «Paese Sera», Goffredo Bettini, oggi deputato Ds, scrisse che c’erano, nella vita di Ingrao, «due facce contraddittorie». Rispondendogli con una lunga lettera, rimasta fino ad oggi privata, Ingrao ne convenne:«E’ vero: sto dentro la misura, e la rifiuto».

Panorama.it 29.3.05
Lettera a un maestro di vita e di politica
Il diessino Bettini rende omaggio al grande vecchio della sinistra.
Che il 30 marzo sarà festeggiato all'Auditorium di Roma

di Paola Sacchi

Un’estate di venti anni fa durante una nuotata nel mare di Sperlonga lui, trentenne, non seppe tenere testa a quel settantenne che partì a razzo verso il largo, gridandogli tra una bracciata e l’altra: «Goffredo, ricordati quel comizio... e anche quella riunione». Guai a non ricordarsene, e non solo per il carisma del vecchio Pietro Ingrao, ma soprattutto perché il giovane Goffredo Bettini si era imposto che neppure una sedia dovesse restar vuota mentre il suo maestro parlava. E che spettacolo erano i comizi di quell’eretico capo comunista dalla personalità magnetica, che stabiliva «una comunicazione intima con la piazza», trasmettendo «emozione e forza agli altri».
Così Bettini, 52 anni, deputato ds, presidente dell’Auditorium di Roma, un borghese che nel Pci entrò «per riscattare quel che c’è di ingiusto nella condizione umana», capo morale della Quercia capitolina, definito il «Gianni Letta rosso» per il potere che esercita con eleganza e riservatezza, rende omaggio a Ingrao con una lettera in occasione del suo novantesimo compleanno. Scritta in risposta a quella che Ingrao gli inviò 13 anni fa, quando lasciò la Camera dei deputati, per ringraziarlo di un articolo scritto su Paese sera.
Il carteggio è raccolto in un volumetto, anticipato da Panorama, che l’editore Alberto Olivetti ha realizzato per la serata in onore di Ingrao organizzata il 30 marzo all’Auditorium di Roma. Ci saranno testimonianze del sindaco della capitale, il diessino Walter Veltroni, con il quale Bettini ha riscoperto un feeling «che va ben oltre la politica», di Luciana Castellina e di Ettore Scola, musiche di Bach e Liszt. La lettera di Ingrao sarà letta dall’attore Luca Zingaretti. Ne viene fuori un Ingrao inedito che parla a Bettini anche della comune passione per la buona tavola (piatto preferito è la pasta al forno) e per il cinema. Ma soprattutto per la politica. In cui Ingrao, oggi approdato a Rifondazione comunista, scrive di essere stato «trascinato a pedate dalla resistenza a Hitler». La politica per lui è «il luogo ideale dove si difendono gli umili e gli oppressi». Una sofferenza, la loro, che confessa di sentire «penosamente», «perché pesa a me: mi dà fastidio, mi fa star male». E quindi la politica «in un certo senso non è un agire per gli altri, è un agire per me». Ma Ingrao rivela anche che per lui, che è stato pure uomo delle istituzioni (nel ‘76 divenne il primo presidente comunista della Camera), la politica non può essere tutto: «Caro Goffredo, a fare un po’ di letteratura si potrebbe dire che io sono “scisso”... Sapessi quante volte quell’intervenire nella politica mi appare di una lontananza astrale dai miei stati d’animo più profondi». E conclude con una nota di divertita autocritica: «Questa lettera, lo so, è segnata di narcisismo. E alla mia età ciò è scandaloso... Tu sai che il solo vero consiglio che ho cercato di darti è stato: sforzati di essere libero».
Se Bettini non avesse seguito quel consiglio, non sarebbe probabilmente mai riuscito nella missione impossibile di far dichiarare pubblicamente a Pier Paolo Pasolini, nel 1975, il suo voto al Pci. E non avrebbe coltivato, scrive ancora al suo maestro, insieme alla lezione ingraiana «di incanto e disincanto» anche quella impartitagli dal «salubre scetticismo illuminista» di Gerardo Chiaromonte e dalla cultura classica di Paolo Bufalini, due dirigenti della cosiddetta ala destra del Pci alla quale si contrapponeva l’ala sinistra ingraiana.
Per Bettini, «il Pci è un patrimonio ancora valido per la sinistra dell’oggi. E per fare una buona politica contro la sclerosi del potere».

Il Mattino 29.3.05
Antonio Galdo

Non sarà semplice, per un uomo così refrattario alla retorica dell’autocelebrazione come Pietro Ingrao, reggere ai festeggiamenti previsti per i suoi 90 anni. Ma l’omaggio al Grande Vecchio della sinistra italiana, un nonno più che un padre, può essere considerato un affettuoso e modesto risarcimento a una dirigente politico che non nasconde né dissimula il peso di una sconfitta esistenziale. Ed anzi, con la vitalità di ex cospiratore riesce ancora ad interrogarsi, a cercare i perché, a rintracciare gli angoli nei quali filtra la luce di una possibile rivincita a beneficio delle nuove generazioni. Ma l’unicità di Ingrao non è contenuta nella sua biografia politica, pure così densa e affascinante. Se oggi si dovesse scegliere un personaggio-simbolo attraverso il quale rappresentare, in un romnazo o in una fiction, tutta la parabola del comunismo, il suo incurvarsi tra il Bene e il Male, la scelta non potrebbe non cadere su Pietro Ingrao. All’alba del Novecento, il «secolo terribile», questo giovanotto della provincia ciociara sbarca a Roma con le ambizioni di un intellettuale alla ricerca della sua fortuna e del riconoscimento del talento. Pietro è un ragazzo lunatico, introverso, curiosissimo. Scrive poesie gonfie di retorica anni Trenta, vuole studiare il cinema che significa il sogno americano, gioca molto bene a tennis e non esclude un futuro sportivo. A tutto pensa tranne che alla politica. E quando ci si trova dentro, trascinato dagli eventi, dalla Storia, da un senso di ribellione all’ineluttabile, Ingrao si trasforma perchè, senza alcuna lucida consapevolezza, diventa prigioniero di quella dimensione. Per lui, come per intere generazioni di militanti, la politica diventa il tutto, non una parte come sarebbe naturale. L’epopea del Novecento italiano, l’unicità di un Paese povero, semi-distrutto, privo di qualsiasi credibilità internazionale, che nel giro di pochi anni diventa una rispettabile Nazione, è incomprensibile senza questa chiave umana che Ingrao simboleggia nella durezza mediterranea del suo volto scolpito. La mistica della politica come «scelta di vita» ha prodotto una sorta di sdoppiamento di Ingrao, ed è qui la sua ricchezza letteraria. Il poeta, l’esteta, l’uomo interessato alle «altre» dimensioni, ha dovuto scomparire, autoescludersi di fronte a quella necessità, indivisibile dalla politica, di «stare in campo» (lui preferisce «nel gorgo»), occuparsi di concretezze quotidiane, diventare spietati con l’avversario e, laddove è necessario, anche con il compagno di partito. La ragion politica non ammette sfumature, non concede attenuanti, perchè la debolezza è un regalo al nemico mentre la spietatezza è un codice di comportamento. Poteva un uomo così non perdere la sua battaglia? No, non poteva. Ed è straordinario, per forza e per limpidezza, il modo con il quale oggi Ingrao, novantenne, mette insieme, tassello su tassello, i pezzi frantumati dell’apocalisse comunista. Già, perché il comunismo di Ingrao, ridotto all’osso di una sintesi letteraria prima che politica, è contenuto in questa sua frase autobiografica: «Ho speso un’esistenza battendomi per cose essenziali: il diritto di mangiare, crescere, istruirsi, curarsi, essere creativi nel proprio lavoro». Punto. Quanta più alta è stata l’aspirazione di cambiare il mondo, di rovesciare gli ultimi e trasformarli nei primi, tanto più oggi brucia la ferita di come è maturata la sconfitta, di come la crudeltà dei mezzi è diventata inversamente proporzionale alla grandezza del fine. Il giudizio pesantissimo di Ingrao sul leninismo, spietato come lo stalinismo, la sua critica radicale al comunismo italiano che non ha saputo, con la sua identità del tutto anomala rispetto all’Unione sovietica, prendere in tempo le distanze dalla mostruosità di un regime e dalle sue nefandezze, sono argomenti che ormai devono entrare nei libri di storia. Triturati dalla cronaca perdono il loro significato, e si riducono soltanto a schegge impazzite di quella propaganda che pure appartiene ai modi della lotta politica. Ciò che veramente conta, nel caso di uomo che a novant’anni si guarda indietro senza rinunciare all’orizzonte del domani, è il suo dolore, il dubbio, parola magica nel vocabolario ingraiano, di un errore più pesante dei suoi effetti. Di qualcosa che ha spostato l’asse di una vita condivisa con una comunità più che con i militanti e i dirigenti di un grande partito di massa. L’ultima mossa politica di Ingrao, a conferma di un’esistenza che si è incallita in questa dimensione, è arrivata appena qualche giorno fa. La sua adesione a Rifondazione comunista, annunciata attraverso il classico rituale di un congresso, non è un gesto disperato nè la concessione senile a chi ha saputo meglio adulare il Grande Vecchio. È una scelta. Un’ennesimo tentativo di difendere ciò per cui si è «spesa l’esistenza». I motivi di distacco dalla sua famiglia, il Pci-Ds, sono noti e irrisolvibili: Ingrao non considera più gli eredi del suo partito comunista come una forza della sinistra, non accetta alcuna mediazione con le necessità contemporanea di nuovi conflitti armati per difendere la democrazia ed i suoi valori, non sente il vincolo di un’appartenenza e tantomeno la possibilità di un lessico comune. Vede invece, ed è questa la novità che lo ha portato a un gesto finora sempre escluso (iscriversi a un partito diverso dal Pci), la possibilità di creare una nuova forza di sinistra, molto più larga dell’attuale recinto di Rifondazione, aperta e attraente per quelle nuove generazioni sulle quali il fascino di Ingrao non si è mai spento. Il «compagno disarmato», insomma, vede uno spiraglio per il suo comunismo, per la resurrezione del desiderio di «battersi per cose essenziali». E dice: io ci sto. Con la mia storia, ed i miei novant’anni. Una scelta che non può non destare rispetto e, mai come in questo caso, un semplice saluto di accompagnamento: auguri, onorevole Ingrao.

una lettera al Messaggero
la fontana di via Ettore Rolli

Via E. Rolli
Ridate acqua alla fontana

Ci risiamo! La fontana di via Ettore Rolli, come già un anno fa, è di nuovo all'asciutto da oltre un mese. Ma è possibile che l'Acea, reparto idrico, non ripristini da subito l'erogazione dell'acqua nelle 4 ciotole di detta fontana? Mi affido alla vostra rubrica, che mai delude, per ricevere l'acqua alla bella e moderna fontana di via Ettore Rolli. Grazie di cuore.
Zarmati Alfredo

storia
la verità su Caligola

Corriere della Sera 30.3.05
STORIA
Ma Caligola non era pazzo


«Gli imperatori pazzi mettono in imbarazzo gli storici seri», ha scritto Catharine Edwards, storica. E Aloys Winterling, per riscrivere la biografia di Caligola, considerato nell’immaginario collettivo l’emblema dell’imperatore pazzo, è andato a spulciare i resoconti di tutti gli autori che fino ad oggi si sono occupati di lui. Ed è arrivato a questa conclusione: Caligola non era affatto pazzo. Aveva cercato di instaurare apertamente una monarchia assoluta e l’aveva fatto con il consenso dell’aristocrazia e dei massimi esponenti del Senato. Anzi, sostiene Winterling, l’uomo che fu imperatore romano dal 37 al 41 d.C., non avrebbe fatto altro che assecondare l’opportunismo e la mancanza di scrupoli dell’aristocrazia senatoria. La stessa che, alla sua morte, per scaricare su di lui ogni responsabilità, avrebbe costruito il mito della follia. Il primo a parlare di furor e insania è Seneca, il filosofo che ha conosciuto Caligola personalmente e arriva definirlo «una bestia». Filone di Alessandria parla di «mente disturbata». Plinio il Vecchio e Flavio Giuseppe scrivono di un «comportamento folle», Tacito si sofferma sulla sua «mente ottenebrata». Ma, secondo Winterling, il termine follia sarebbe usato da questi autori più come insulto che come diagnosi clinica. Lo storico fa notare che il diritto romano conosceva perfettamente le implicazioni della malattia, tanto che i pazzi venivano giudicati non colpevoli. Come può dunque essere verosimile l’immagine di un imperatore demente a cui tutti, dal Senato ai governatori, obbedivano come se fosse normale? Soltanto un secolo dopo la sua morte si comincia infatti a parlare di vera e propria malattia mentale. Lo fa Svetonio, descrivendo uno svariato corollario di attacchi di epilessia, spossamenti, ansia, insonnia, incubi notturni. E inventando di sana pianta i rapporti incestuosi che l’imperatore avrebbe avuto con le tre sorelle. Da Svetonio in poi, Caligola incarna la mostruosa aberrazione della tirannide: pretende di essere adorato come un dio, tiene un bordello nel proprio palazzo, nomina console il proprio cavallo e commette crudeltà di ogni tipo. Winterling scava nei documenti alla ricerca della verità e la racconta in un libro che avvince anche chi non ha conoscenze specifiche.

CALIGOLA. DIETRO LA FOLLIA, di Aloys Winterling. Editori Laterza, 18 euro.

capacità giuridica

Corriere della Sera 30.3.05
Como, per il gup era incapace di intendere e di volere e non può essere processata
Accoltellò la figlioletta in chiesa, mamma libera


COMO - Accoltellò la figlia di soli 2 anni sull'altare, riducendo la piccola in fin di vita. A poco più di un anno da quell'episodio la donna, una giovane mamma di 34 anni, è stata prosciolta da ogni accusa perché incapace di intendere e volere. Non solo: quanto prima la donna potrà incontrare nuovamente la bimba, che non vede da 13 mesi. Non ci saranno ripercussioni penali per la donna comasca arrestata dai carabinieri il 24 febbraio 2004, dopo essere stata sorpresa a sferrare tre coltellate contro la figlia. L'episodio avvenne nella chiesa di Lurate Caccivio. La donna, che da alcuni giorni si comportava in modo strano, era uscita di casa con la piccola e, una volta in chiesa, l'aveva accoltellata. Quindi si era ferita a sua volta. La piccola, immediatamente soccorsa, restò in rianimazione per un mese prima di essere dichiarata salva. Ieri mattina il gup Anghileri ha emesso due importanti sentenze su quel tentato omicidio. Decisioni legate alle conclusioni del perito, lo psichiatra Paolo Bianchi, secondo il quale l'accoltellamento fu provocato da un episodio psicotico acuto dovuto a una forte depressione. «Si trattò di un raptus isolato»: la donna, questa è la convinzione del perito, non è socialmente pericolosa. Da qui la decisione, inevitabile, del giudice di dichiarare la non imputabilità della donna perché incapace di intendere e di volere.
La donna presto, potrà lasciare l'ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mantova) e incontrare la figlia che, negli ultimi mesi, ha chiesto più volte della sua mamma.

brevi dal web (29.3.05)

Yahoo!Notizie Martedì 29 Marzo 2005, 17:58
Anoressia: Per Vincerla Parte Da Milano Il "Tour Dell'Autostima"

Milano, 29 mar. (Adnkronos Salute) - Anoressia e bulimia colpiscono in Italia tre milioni di persone, soprattutto donne e giovanissimi. Per vincere il disagio parte da Milano il 'Tour dell'autostima', una campagna itinerante organizzata da Dove in collaborazione con 'Donna Moderna' e Associazione Minotauro. Da oggi a giovedi' 31 marzo in via Beltrami, angolo piazza Castello, stazionera' un grande camper con medici e psicologi a disposizione dalle 10 alle 19 per consulenze su misura. L'iniziativa proseguira' per tutto aprile in altre otto citta' italiane. Il van - riferisce una nota dei promotori - fara' tappa a Torino, Genova, Mestre, Bologna, Ancona, Frosinone, Napoli e Bari. L'obiettivo del progetto e' di promuovere una nuova cultura della bellezza reale, non stereotipata e lontana dai modelli irraggiungibili proposti da moda e media. Sul camper le donne che lo desiderano potranno farsi scattare una foto, che servira' a creare la prima grande mappa della bellezza italiana, scrivere la propria 'pillola di autostima' o aderire con una firma al 'Manifesto per la bellezza autentica'. Potranno inoltre incontrare una giornalista di Donna Moderna allo 'Sportello dell'autostima' e raccontare, con un'intervista o un questionario, la propria esperienza in ambito familiare o lavorativo. L'osservatorio continuera' con un forum on line sul sito web del settimanale (www.donnamoderna.com). Per ogni foto o firma lasciata, Dove devolvera' una cifra al 'Fondo per l'autostima' a favore dell'Associazione Minotauro per prevenire i disturbi alimentare. (Red-Opa/Adnkronos Salute)

lescienze.it 29.03.2005
Depressione e insonnia nei malati di AIDS
I pazienti nella fase finale dell'infezione hanno maggiori probabilità di soffrire di insonnia

Secondo un'analisi sistematica di 29 studi sull'argomento, la depressione sembra essere una causa importante di insonnia nei pazienti infetti da HIV. Steven Reid dell'Imperial College di Londra, principale autore dell'analisi, sostiene che "data la prevalenza di ansia e di depressione che accompagna l'infezione di HIV, non è sorprendente che in questi pazienti i disturbi psichiatrici risultino associati con problemi del sonno".
In un articolo pubblicato sulla rivista "Psychosomatic Medicine", i ricercatori spiegano che i pazienti nelle fasi finali dell'infezione di HIV e coloro che hanno subito un qualche tipo di disfunzione cerebrale come risultato della malattia hanno anche maggiori probabilità di soffrire di insonnia. "Gli studi analizzati - afferma Reid - rivelano che, nonostante l'insonnia accompagni frequentemente le persone che convivono con il virus HIV, c'è ancora una considerevole incertezza sulle sue cause e sul suo significato".
Studi precedenti avevano ipotizzato che i pazienti presentassero cambiamenti nei periodi di sonno REM (rapid eye movement) e non-REM, oltre ad altri mutamenti di ritmo, che potevano portare all'insonnia. Ricerche più recenti, invece, si sono basati sulle dichiarazioni degli stessi pazienti a proposito delle proprie abitudini di sonno, della difficoltà di addormentarsi o della frequenza di incubi. Tutti gli studi hanno rivelato una "relazione forte e consistente" fra i problemi psicologici, in particolare la depressione, e l'insonnia. Secondo Reid, per prevenire l'insonnia gli operatori sanitari dovrebbero prestare maggiore attenzione alla diagnosi e al trattamento dell'ansia e della depressione nei pazienti con HIV.

clicmedicina.it 29 marzo 2005
Depressione associata ad aumento del rischio di demenza nell'uomo

Gli uomini con una storia di depressione risalente a molto tempo prima dell'insorgenza di qualunque problema di memoria o comunque della sfera cognitiva sono portatori di un rischio di sviluppare demenza decisamente superiore rispetto agli altri, e ciò è particolarmente valido per il morbo di Alzheimer. Questo fenomeno non viene però osservato nelle donne. D'altro canto, la prevalenza delle manifestazioni cliniche sia di quest'ultimo che della depressione differisce fra uomini e donne. E' noto che il cervello maschile e quello femminile presentano differenze anatomiche e funzionali e sono esposti in modo diverso agli ormoni sessuali nell'arco della vita, ormoni non privi di effetti su queste due malattie. Di conseguenza, il cervello maschile e quello femminile potrebbero reagire a condizioni che causano o favoriscono una patologia in modo completamente differente, il che rispecchia quanto rilevato nel presente studio. Dati la prevalenza della depressione e l'aumento della longevità in tutto il mondo, le implicazioni sanitarie ed economiche di queste osservazioni sono evidenti. Inoltre, la prevenzione dei disturbi depressivi ed il trattamento sia aggressivo che a lungo termine della depressione possono avere un impatto sull'epidemiologia della demenza: ciò risulta particolarmente rilevante negli uomini, dato che essi generalmente ammettono meno facilmente i sintomi della depressione e meno facilmente ricercano il trattamento. (Ann Neurol 2005; 57: 381-7)

laprovinciadilecco.it 29 marzo 2005
Le battaglie di Sirchia Un milione e mezzo di persone malate: gratis le terapie di prevenzione e cura Un piano per combattere l'oscuro male della depressione

ROMA. Un piano nazionale per combattere la depressione che coinvolge i ministeri di Salute, Istruzione, Lavoro e Comunicazioni e le cui linee guida saranno pronte in ottobre: lo ha annunciato il ministro della Salute, Girolamo Sirchia, aprendo così un nuovo importante fronte dopo la lotta al fumo e all'alcol. Bambini a adolescenti, anziani e donne in gravidanza saranno, secondo il ministro, i principali destinatari del piano, volto a contrastare un disturbo sempre più diffuso, che in Italia colpisce un milione e mezzo di persone e del quale, secondo le stime, almeno cinque milioni di italiani hanno sofferto almeno una volta nella vita. Dopo le battaglie contro il fumo, l'alcol e l'obesità, il ministero della Salute ha individuato nella depressione il prossimo obiettivo di una campagna da mettere in atto su scala nazionale per la prevenzione e la diagnosi precoce. «Voglio arginare il diffondersi della depressione, che è una malattia in costante crescita», ha detto Sirchia. «Sarà un piano condiviso dalle Regioni e sul quale si investirà parte del Fondo sanitario, che ammonta a ben 90 milioni di euro», ha aggiunto il ministro. Saranno inoltre coinvolti nel piano medici di medicina generale, pediatri, consultori per la preparazione al parto e geriatri. Il piano, la cui prima bozza d'intervento è attesa entro il 31 luglio, si articola su cinque livelli: prevenzione della depressione; riconoscimento precoce, trattamento dei casi lievi; trattamento dei casi moderati; trattamento dei casi gravi. Sono già stati costituiti, ha detto ancora il ministro, tre gruppi di lavoro incaricati di preparare le linee guida per le categorie più a rischio di depressione: bambini e adolescenti, donne e anziani. Le linee guida sono attese nel prossimo mesi di ottobre, in modo da poter presentare il piano nella prossima Finanziaria per ottenere i fondi necessari. «Contiamo di cominciare a concretizzare il progetto l'anno prossimo, ma poiché nulla si improvvisa ci vorrà del tempo prima di realizzarlo concretamente», ha osservato Sirchia. Le terapia di prevenzione e cura, ha aggiunto, «non saranno assolutamente pagate dai pazienti o dai loro parenti». Tra le iniziative previste per gli anziani, il potenziamento della figura di custode sociale già attiva a Milano, Torino e Genova. Per bambini e adolescenti si prevede di coinvolgere la scuola, con la collaborazione degli insegnanti nell'identificare i comportamenti-sintomo della depressione. Per le donne in gravidanza, infine, il piano prevede sedute di psicoterapia di gruppo per la preparazione al periodo successivo al parto. Tutto questo nel'ottica di attenuare le situazioni di un «rischio sctrisciante» che interessa sempre più le nostre comunità: troppo spesso si è detto della necessità di prevenire dopo che è scoppiato il «caso». Questa volta si è deciso di agire razionalmente, nel segno della miglior prevenzione.

Yahoo!Salute martedì 29 marzo 2005
Neuroestetica: la base per comprendere l'arte
Il Pensiero Scientifico Editore

Empatia tra cervello e arte: è solo questione di nueroestetica. Non è un gioco di parole, ma una nuova disciplina. Lo scorso febbraio si è tenuto al Berkely Art Museum, all’Università di Berkely in California, il quarto congresso internazionale di neuroestetica. Scultori, pittori, fotografi, neurobiologi, neurologi, psichiatri e psicologi insieme a discutere sulle interazioni fisiologiche e funzionali tra il cervello e il gusto del bello, tra i neuroni e l’estetica. La notizia è stata ripresa sull’ultimo numero della rivista disponibile on-line Plos Biology.
L’oggetto del congresso del 2005 è stato l’empatia nel cervello e nell’arte, in altri termini come si colloca l’abilità dell’uomo di riconoscere e rispondere alle espressioni di altri uomini. Perché davanti ai girasoli di Van Gog tutti si sentono rapiti, tanto da considerarlo un opera d’arte? Perché non succede con uno schizzo di buona fattura fatto da un bravo studente di una scuola d’arte. La differenza, secondo gli artisti, la fa proprio l’empatia: il grado di rapporto emotivo-attrattivo che si genera con un opera d’arte e non con un qualunque prodotto della fantasia di improvvisati artisti.
E a dar manforte a questa ipotesi, si aggiungono anche i neurologi e i neuropsichiatri i quali spiegano che il cervello visivo è composto di una corteccia visiva primaria (situata nella parte posteriore del cervello) che riceve tutti i segnali della retina. Negli ultimi 25 anni si è scoperto che questa area è circondata da molte altre aree visive, ciascuna delle quali è specializzata a elaborare un aspetto specifico della scena visiva: forma, colore, movimento, volti. Queste aree sono deputate sia all’elaborazione che alla percezione. La rete neuronale contribuisce a creare delle “ricostruzioni” visive che sono anche quelle che percepiamo come più belle, perché ne riconosciamo le forme o i colori,. Così la specializzazione funzionale che si trova nell’estetica riflette l’organizzazione cerebrale. Questo, almeno, secondo una ricostruzione meccanicistica e funzionale del cervello.

Fonte: Parthasarantlhy H. Expressing the big picture. Plos Biology 2005;3. www.plosbiology.org

Cork, 1621

Corriere della Sera 30.3.05
La verità e la realtà, diceva Melville, sono più bizzarre ...
Nell’ottobre 1621 i cieli di Cork furono teatro di una spaventosa carneficina aerea

L a verità e la realtà, diceva Melville, sono più bizzarre della finzione. Nell’ottobre del 1621 le cronache di Cork, la vivace città irlandese, riportano - con amore barocco del dettaglio fantastico e minuzioso - una apocalittica battaglia fra due immani stormi di uccelli che da due giorni avevano oscurato il cielo della città e intasato le sue strade con i corpi dei volatili che cadevano dall’alto morti o feriti. Il famoso film di Hitchcock - come l’omonimo racconto di Daphne Du Maurier da cui è tratto - impallidisce dinanzi a quell’antica e sepolta descrizione, perché l’effetto inquietante di quell’attacco assassino degli uccelli agli uomini è in qualche modo mitigato dalla presenza di questi ultimi, dai loro sentimenti, angosciosi ma comunque rassicuranti perché umani. L’atroce carneficina aerea di quei giorni nel cielo di Cork ignora invece quella presenza; fa l’orrore e il gelo di una natura in cui l’uomo è assente, non c’è ancora o non c’è più. La città sottostante alla strage è un cratere spento, in cui precipitano esseri alieni e straziati. I due giganteschi eserciti di uccelli - si trattava di stormi - si erano raccolti già quattro o cinque giorni prima dello scontro, in gruppi separati dai quali ogni tanto una delegazione di 20 o 30 si era recata nel campo avverso, forse a intavolare negoziati evidentemente falliti, se il sabato successivo le due tribù alate si erano affrontate e sbranate in una terrificante battaglia dall’alba al cadere della notte. La cronaca descrive il macello celeste, la nuvola nera dei combattenti squarciata da assalti e ritirate che per un attimo lasciano intravedere il cielo, gli uccelli che si dilaniano con strida assordanti e cadono a capofitto, insudiciando di sangue e di piume le vie. Dopo una tregua domenicale, forse dedicata a riorganizzare le file decimate, il lunedì le due armate di stormi riprendono a scannarsi in aria e alla sera, distruttesi a vicenda, spariscono senza vinti né vincitori, lasciando a terra mucchi di osceni cadaveri - fra i quali pure un corvo e una cornacchia, finiti per caso in mezzo allo scontro - sanguinolenta immondizia del cielo e grottesca allegoria dell’inutilità di ogni guerra, vano carnevale e trionfo della morte. Quel massacro - che il cronista dice confermato da testimoni oculari, tutti «onorati gentiluomini» - sporca il cielo e accentua la seduzione infera che spesso avvolge, nell’immaginario, la figura dell’uccello, col suo occhio maligno e le sue ali più da demone che da angelo. Non è un caso che ad esempio un’analoga fantasia ricorra, in possente stravolta poesia, in un libro scritto da un’autrice che non ha mai avuto sentore di quella dimenticata cronaca di Cork. Nel suo romanzo Una stella chiamata Assenzio - brutto titolo di un libro inquietante e affascinante, che aveva entusiasmato il grande Vanni Scheiwiller ed è passato ingiustamente quasi inosservato - Ambra Vidich Budinich ha narrato un viaggio onirico-iniziatico attraverso tutte le tenebre del sogno, della vita e della morte, in cui una Trieste genialmente deformata dal delirio diviene un paesaggio dell’incubo come la Praga-Perla nell’Altraparte di Kubin. Fra le peripezie del protagonista nei labirinti dell’angoscia c’è anche una misteriosa e malefica ecatombe alata: «Nell’aria, che andava oscurandosi come nell’approssimarsi di un’eclisse, si sentiva una vibrazione minacciosa ... il cielo, fattosi livido, era solcato in tutta la sua vastità da una funerea caduta di uccelli ... che come fossero folgorati nel corso stesso del volo da una misteriosa moria, stavano precipitando con le membra contorte sull’abitato: un istante dopo, infatti, essi avevano cominciato a schiantarsi sul selciato e sui tetti in una scura grandinata che di minuto in minuto si infittiva trasformandosi in uno stillicidio cruento; ancor più lugubre era quella vista su certe case fatiscenti che egli non aveva notate prima e sui cui muri lebbrosi e sulle cui polverose finestre egli vedeva adesso formarsi sempre nuove chiazze nerastre, miste a ciuffi di piume».
Il cronista di Cork non avrebbe mai immaginato che anche gli uomini un giorno avrebbero potuto volare e avrebbero volato per darsi la morte. A distanza di secoli, due scrittori che si ignorano scrivono pressappoco la stessa scena - quasi a suggerire che la poesia scaturisce dal fondo più oscuro e impersonale dell’immaginario e dell’inconscio collettivo e che un autore le presta solo la voce.

Bertinotti sul contratto degli statali e sulle regionali

Agi.it 29.3.05
STATALI: BERTINOTTI, C'E' POCO RISPETTO PER BISOGNI LAVORATORI

(AGI) - Lamezia Terme (Catanzaro), 29 mar. - Il segretario nazionale di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti, a Lamezia Terme per una visita all'interno della struttura ospedaliera della citta', non ha voluto commentare le dichiarazioni di Silvio Berlusconi per quanto riguarda il contratto nazionale del pubblico impiego e in particolare sul 'balletto' delle cifre relative all'aumento.
"Questo - ha detto Bertinotti - e' un problema che riguarda i sindacati del pubblico impiego, che hanno fatto qualche sciopero generale contro una politica del governo francamente irrispettosa dei bisogni dei lavoratori, come del resto ha praticato in genere". Bertinotti, comunque, crede che "i lavoratori del pubblico impiego hanno la forza di imporre il rinnovo del contratto su una linea di equita' come quella prevista nella loro piattaforma contrattuale".

Agi.it
REGIONALI: BERTINOTTI, DESTRA IN GRANDE DIFFICOLTÀ

(AGI) - Roma, 29 mar. - Le parole di Berlusconi "mostrano come le destre di governo siano in grande difficolta', sia sul piano nazionale che su quello locale". Lo dice il segretario di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti, che aggiunge: "Il Polo affida a Berlusconi improbabili tentativi di rimonta nei consensi, ma il Paese reale e' da tutt'altra parte rispetto a quanto vuole farci credere il capo del governo. Addirittura, Berlusconi arriva a smentire i suoi alleati su una materia cosi' seria e cosi' delicata che merita di essere discussa negli incontri con le parti sociali e non attraverso i mezzi di informazione: vale a dire il contratto di lavoro dei dipendenti statali".
Secondo Bertinotti "Berlusconi sa bene che il voto di domenica prossima potrebbe segnare per lui e per tutta la coalizione di destra l'inizio della fine e per scongiurare una piu' che probabile caduta nei consensi alza i toni e tenta disperatamente di giocarsi la carta della bassa propaganda.
Piu' Regioni otterra' l'Unione, piu' Berlusconi dovra' prendere atto del fallimento suo e delle politiche neoliberiste del suo governo?".

291651 MAR 05
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