venerdì 29 ottobre 2004

sinistra
un'intervista ad Asor Rosa

Liberazione 29.10.04
Asor Rosa: «La mia idea di sinistra radicale»
intervista di di Tonino Bucci

«La mia idea è una "camera" di discussione, verifica e dibattito. Una "camera permanente" dove le sigle della sinistra radicale siano in grado di confrontarsi per elaborare proposte e, naturalmente, anche di distinguersi ma a ragion veduta». Questa è la veste organizzativa che Alberto Asor Rosa immagina per l'ipotesi di una ricomposizione della sinistra alternativa, lanciata dalle pagine del "manifesto" in due articoli, l'ultimo dei quali pubblicato sabato scorso.
Esiste oggi in Italia un'area raggruppabile sotto la definizione di «sinistra radicale»? E la sua capacità di condizionare la vita politica è pari oppure inferiore - come è ragionevole supporre - alle potenzialità virtualmente contenute nelle classi sociali cui fa riferimento? E quale partita, infine, si profila per questo universo di partiti, correnti organizzate, sigle sindacali, movimenti e associazioni all'interno della coalizione di centrosinistra e del futuro scontro elettorale con le destre?
Tutti questi interrogativi aleggiano nella sollecitazione di Alberto Asor Rosa, la cui formulazione non sfugge però alla regola della chiarezza: «far dialogare e agire unitariamente quella sinistra che sta a sinistra delle convergenze riformiste-moderate (triciclo, partito unico riformista, ecc)». Un primo livello del ragionamento riguarda il profilo di un programma allo stato attuale ancora indefinito e che una sinistra radicale capace di «agire unitariamente» potrebbe contribuire a rendere più chiaro. Si può, anzi, facilmente prevedere un indirizzo programmatico tanto più di rottura con il neoliberismo di stampo berlusconiano, quanto più la sinistra alternativa sarà in grado di portare le proprie idee nel confronto con la sinistra riformista-moderata. L'intesa elettorale contro le destre non significa indistinzione di progetti politici e strategici, né l'azzeramento, per causa di forza maggiore, di identità culturali differenti. Va da sé che lo stato di frammentazione attuale delle forze anticapitalistiche riduce la possibilità di incidere nella scrittura del programma.
Preso sotto l'aspetto più evidente il ragionamento svolto da Asor Rosa sul "manifesto" esprime il bisogno elementare - ma non per questo scontato - di mettere ordine in un quadro politico altrimenti frastagliato e decisamente sfavorevole, quanto a rapporti di forza, alla sinistra alternativa. Ma non c'è soltanto l'urgenza del passaggio elettorale a sollecitare la riflessione. Parlare di una ricomposizione della sinistra radicale significa, anche, riconoscere l'esistenza di un problema "oggettivo": restituire uno spazio politico alle classi popolari - quelle maggiormente colpite dalla crisi economica - e spostare una parte dell'elettorato a sinistra. Cos'altro tradisce il distacco tra politica e società se non il fatto che larghi strati sociali - le «classi subalterne», si sarebbe detto un tempo - hanno finito per essere esclusi dalla rappresentanza politica?
Mettere assieme i pezzi della sinistra alternativa richiede anche un disegno strategico. Quali sono i fattori "oggettivi" che rendono l'operazione necessaria, oltre che possibile?
Nella mia proposta ci sono due livelli. Il primo riguarda la prospettiva di un cartello elettorale, di una presenza più forte nelle istituzioni di questo settore del sistema politico italiano che attualmente è frammentato e più debole rispetto alla forza sociale che virtualmente rappresenta. L'altra faccia è strategica e di più lunga durata. Consiste nell'interrogarsi se all'evoluzione socio-economica del mondo globalizzato, e anche dell'Italia in questo ultimo ventennio, non debba corrispondere un soggetto politico, diverso da tutti quelli esistenti allo stato attuale delle cose, che interpreti a più alto livello, al di là delle formule organizzative, la contraddizione fra capitale e lavoro. Quel lavoro che oggi è sottorappresentato. Ognuno può scegliere e interpretare l'una o l'altra faccia come se fossero due momenti di un processo. Oppure può rovesciare la direzione: invece di cominciare dal discorso organizzativo-elettoralistico si può iniziare dal riflettere sulle grandi questioni di fondo. Ma nell'uno come nell'altro caso, oppure in tutti e due - visto che sono collegati - è necessario avviare la discussione e un confronto paritario tra le varie forze interessate perché prenda inizio il processo. In molti - molti di più di quanto pensassi - diamo un valore positivo all'inizio di questo percorso.
I problemi organizzativi riflettono i problemi teorici. L'universo della sinistra alternativa è frastagliato non solo per sigle e partiti, ma anche per paradigmi teorici: l'ambientalismo, il femminismo, il marxismo, il pacifismo... Come ricondurre tutti questi discorsi alla contraddizione principale tra capitale e lavoro?
Questo è un problema necessariamente ricorrente in tutte le fasi di transizione. Mi stupirei che non ci fosse un dibattito su questi temi. È nell'ordine naturale delle cose. La discussione è ricorrente in tutte le fasi storiche di transizione nel movimento operaio. Quello che io osservo è che la fase di transizione della quale stiamo parlando, dura da tanto, da troppo tempo: ha il suo punto di partenza nell'89, ma comincia da prima, dagli anni '70. Io porrei il problema in questi termini: in che forma è pensabile una sinistra - se è pensabile, perché anche questo interrogativo più radicale è legittimo - in una situazione di classe come quella che stiamo vivendo da venti o trent'anni a questa parte? Contraddizioni di fondo, contrasti insanabili, opzioni contrapposte all'interno di questo mondo della sinistra radicale o alternativa - come talvolta è già accaduto in passato nel movimento operaio - io francamente non ne vedo. Sono culture diverse, anche tradizioni organizzative diverse, che nella situazione globale attuale tendono più a convergere che a divergere. Parlo, ad esempio, delle due opzioni culturali che potrebbero apparire più divaricate: quella ambientalista e quella marxista classica che punta sullo sviluppo anche in termini di denegazione ambientalistica - anche questo è accaduto talvolta in passato. Ma le due cose, allo stato attuale dei problemi, tendono a convergere, non a contrapporsi. Bisogna ragionare a livello mondiale sul rapporto che esiste tra sviluppo e ambiente. Questo è uno dei tre o quattro problemi di fondo.
Si profila quindi una fase di battaglia culturale, per l'egemonia si potrebbe dire, tra la sinistra radicale e la sinistra moderata, spesso incantata dalle sirene dell'ideologia liberista?
Non c'è dubbio che esista anche questo aspetto. Tuttavia quando sento il termine «egemonia» rabbrividisco perché viene spesso evocata - non in questo caso - in termini scorretti e dispregiativi. Preferisco parlare di identità culturali. Se la seconda faccia della proposta emergesse di più - come io spererei - allora dovremmo parlare di idee, culture, di atteggiamenti progettuali e costruttivi. Ora, questo si può fare solo se si smette di soggiacere supinamente a una fase di "liberismo mentale" che ha contagiato anche larghi settori della sinistra italiana ed europea.
Che fisionomia potrà avere questa ricomposizione della sinistra alternativa dal punto di vista delle formule organizzative? Iniziative comuni dal basso su singoli temi unificanti oppure un processo di avvicinamento "dall'alto", per opera dei ceti politici?
Bertinotti, non io, ha parlato di «contenitore». La mia proposta è più modesta, dotata sicuramente di minore capacità propositiva. Io penso che la convergenza su singole iniziative sia troppo poco. Preferirei la creazione di una "camera" di discussione, verifica e dibattito, una "camera permanente", dove le sigle - ma anche quello che non è ancora siglato, che sta oltre le organizzazioni frammentarie di cui stiamo parlando - siano in grado di confrontarsi per elaborare proposte. Naturalmente anche di distinguersi ma a ragion veduta.
Quindi, non una semplice sommatoria, ma la nascita di una soggettività politica diversa dalle parti che la compongono?
Secondo me è uno strumento di riorganizzazione dell'esistente ma anche di mutamento dell'esistente. Ho una "illuministica" fiducia nel fatto che la creazione di uno strumento cosiffatto tenderebbe più a fare evidenziare gli elementi di convergenza che non quelli di divisione.
Prima ancora di mettere in cantiere la nascita di questo soggetto emergono però anche le critiche di chi paventa il venir meno della coalizione di centrosinistra. L'alleanza con le forze democratiche e riformiste rimane nell'orizzonte della proposta?
La dò per scontata. Il presupposto del ragionamento che io credo d'aver fatto con estrema chiarezza in ambedue gli articoli pubblicati dal manifesto, è che questo semmai va concepito come uno strumento di rafforzamento del centrosinistra - io continuo a preferire questa dizione all'"orribile" Gad. Perché dovrebbe mettere in crisi la coalizione? Se uno si organizza, lo scopo è di rafforzare le posizioni della sinistra radicale rispetto a quelle della sinistra moderata. Questo fa parte di qualsiasi gioco politico che si rispetti.
Al di fuori dei calcoli geopolitici il consolidamento dell'area della sinistra radicale potrebbe persino riconquistare alla politica settori della società che finora sono sprovvisti di rappresentanza. E' così?
Il primo atto che dovrebbe assumere questa camera della sinistra radicale non è rinchiudersi in se stessa, ma stabilire fili di collegamento e sollecitazione con l'esterno.
E' qui che i vecchi organismi stentano a farcela, nonostante si siano posti il problema. Rifondazione sicuramente se l'è posto. Non è una critica schematica a quanto è stato fatto finora, ma è l'idea che ci sono i margini per fare di più.
Questa "camera permanente" potrebbe funzionare nell'immediato anche come luogo di elaborazione di un programma comune alle forze della sinistra alternativa da portare in dote in un ipotetico, futuro governo antitetico a quello del centrodestra?
Assolutamente sì. Finora si è discusso poco di contenuti programmatici. Dovrebbe essere il luogo altresì rispetto al lungo periodo, in cui questa sinistra radicale si chiarisce le idee sul pacchetto di proposte da portare al confronto con il resto del centrosinistra. Naturalmente con quella flessibilità che è necessaria in tutte le alleanze, ma con una maggiore chiarezza di idee e anche con una maggiore uniformità di proposte, il che - mi pare incontrovertibile - rafforzerebbe la posizione.

Le Scienze, edizione italiana dello Scientific American
«lo stress dei neonati»

Le Scienze 28.10.2004
Lo stress nei neonati
Il neuropeptide CRH è coinvolto nello sviluppo dei dendriti

Elevati livelli di stress nei neonati e durante l’infanzia possono portare a uno scarso sviluppo delle zone del cervello responsabili della comunicazione fra i neuroni, una caratteristica che si osserva in disturbi quali l’autismo, la depressione e il ritardo mentale. Sono i risultati di uno studio di Tallie Z. Baram e colleghi dell’Università della California di Irvine, della Neurocrine Biosciences, Inc. e del Max-Planck-Institut di psichiatria.
Per la prima volta, i ricercatori hanno stabilito che l’aumento quantitativo di un messaggero chimico associato allo stress, il neuropeptide CRH, può inibire la normale crescita dei dendriti, le protrusioni ramificate dei neuroni che inviano e ricevono messaggi dalle altre cellule del cervello. Secondo gli scienziati, CRH potrebbe essere il responsabile dello scarso sviluppo di queste regioni neuronali. I risultati dello studio sono stati pubblicati sull’edizione online della rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences”.
“Queste scoperte - afferma Baram - potrebbero dimostrarsi estremamente importanti per comprendere le origini di numerosi disturbi cerebrali, oltre che suggerire possibili trattamenti preventivi. L’attivazione di ormoni e molecole in seguito allo stress sembrerebbe dare il via a una complessa cascata di eventi associati alla depressione e alla demenza. Il nostro studio rivela il possibile ruolo di CRH in questa cascata”.
© 1999 - 2004 Le Scienze S.p.A.

poesia
intervista con Adonis
il più grande poeta arabo vivente

il manifesto - 28 Ottobre 2004 CULTURA
IL RITMO DEI SENSI/INTERVISTA
Ogni poesia sta alla lingua come l'onda al mare
I suoni di Adonis
INCONTRO CON IL POETA SIRIANO.

«Da quando ho imparato a camminare mi sono percepito come albero, pietra, nuvola, acqua. Sentivo di far parte di un mondo vivo, sensoriale, che mi avvolgeva. Man mano che passano gli anni mi rendo conto sempre di più della complessa forza della lingua araba, e mi chiedo se ne siamo degni»
WASIM DAHMASH

A volte, quando le parole si affiancano le une alle altre in modo che i significati, seppure parzialmente, si sovrappongono, si determina un passaggio di senso fino a stabilire una relazione d'identità nel punto estremo in cui quei significati arrivano a convergere. In questi casi le parole si sfiorano, e in qualche modo si costituscono in un rapporto sinonimico tale da evocare quel fenomeno chiamato «coscienza mitologica», una logica preesistente a quella razionale e vigente ancora oggi se tra l'oggetto e il suo nome si stabilisce un legame così stretto da renderli non più scindibili: succede, per esempio, quando abbiamo paura di evocare una malattia pronunciandone il nome e, evitando di nominarla, la esorcizziamo. Così, gli oggetti verbali sarebbero legati strettamente alla realtà, resa concreta attraverso la parola. Chi, come noi al giorno d'oggi, non possiede la logica intrinseca al mito, è indotto a tradurre quegli «oggetti verbali» in immagini metaforiche e simboliche invece di imboccare le strade che ci permettono di recuperare quell'antica unità, facendone riemergere il retaggio di sensi. In una forma moderna, anche se non raggiunge l'asciuttezza che esigerebbero questi tempi in cui vige l'estetica della «postmoderità», le parole che formano i versi di Adonis, immerse come sono in una antica cultura, araba e non solo, vorrebbero essere legate strettamente alla realtà, come al tempo in cui le «parole» ancora non erano separate dalle «cose». Così recita, nell'ottima traduzione di Fawzi AL Delmi, una poesia di Adonis titolata Albero d'Oriente e inclusa nella raccolta appena uscita da Mondadori, Libro delle metamorfosi e della migrazione nelle regioni del giorno e della notte:
«Divenni lo specchio
riflettei ogni cosa
mutai nel tuo fuoco il rito dell'acqua e delle piante
mutai forma alla voce e al richiamo.
Cominciai a vederti duplice:
tu e queste perle che nuotano nei miei occhi.
Io e l'acqua diventammo amanti:
nasco in nome dell'acqua
e in me si genera l'acqua.
Io e l'acqua diventammo gemelli».
Lo sdoppiamento, lo specchio, gli occhi che si riflettono nell'acqua dove si rifrange anche l'io lirico in dialogo con la sua complementarietà, sono ricorrenti nella poesia mistica araba: quella dei sufi, di Hallag, di Ibn Arabi e Ibn al-Farid. È la tensione verso l'unità il tema dominante, dove lo specchio ha le stesse capacità riflettenti dell'acqua. Gli occhi, in uno dei loro significati, alludono alla profondità che risiede nella stessa lingua araba. In arabo 'ayn è il nome della lettera dal suono più profondo, posteriore, faringale, dell'alfabeto; 'ayn significa nello stesso tempo «occhio», «fonte, sorgente» , «sostanza, essenza» e ancora, «stesso, medesimo». Lo specchio ricrea e riflette la stessa immagine. Le molteplici associazioni stabilite dai mistici musulmani a partire da «occhio», «fonte», «essenza», risiedono in questo semplice dato linguistico. «Occhio» e «fonte», in arabo si trovano associati dal momento che entrambi i rispettivi referenti sono situati al limite tra l'interno e l'esterno del corpo e della terra, con una connotazione di tramite verso la profondità. 'Ayn al-haqiqa, per il mistico è «la verita assoluta» e 'ayn al-yaqin è «la certezza assoluta». Da qui, forse, e sulla linea di una eredità culturale difficile da dipanare, gli «occhi» e l'«acqua» sono accostati anche da Adonis; e più in generale, i rapporti che stabilisce tra le parole dei suo versi richiamano, in una veste rinnovata, quelle associazioni.
Nella lirica di Adonis l'eredità culturale agisce in un dinamismo continuo: non è qualcosa che si trova in un certo punto del passato, piuttosto è il tempo che si condensa, pensato come un'unità. E nel rivisitare la storia, Adonis concilia l'esigenza di riprendere possesso di quel patrimonio delineandolo con i mezzi che la modernità ha impresso, livellandolo, alle forme della poesia. Come il mistico sufi nel suo cammino verso l'«unione», il poeta è in viaggio, in scoperta continua: di sé, dell'altro, della realtà, dell'ignoto, di un altrove che riecheggia, inaspettatamente, con la voce di una memoria viva, che è al tempo stesso irrinunciabile frammento d'identità. Piuttosto che un obiettivo da raggiungere, è il cammino da seguire che si rinnova perennemente, sintomo di un'aspirazione inestinguibile, come avviene a uno degli alter ego di Adonis, Mihyar, personaggio di un lungo componimento ormai lontano nel tempo (Agani Mihyar al-dimashqi «I canti di Mihyar il damasceno», Beirut 1961).
In un suo libro titolato «Sufismo e surrealismo» (al-Sufiyya wa l-suriyaliyya, Beirut 1992) poi ripreso in un breve saggio tradotto all'interno della raccolta La preghiera e la spada (Guanda, Parma 2002) Adonis riconosce ai surrealisti una linea di pensiero comune a quella seguita dai mistici musulmani. Tra demolizione e ricostruzione, atti di libertà e di purificazione del pensiero e della lingua, nel suo ruolo di poeta si prefigge lo scopo di raggiungere la conoscenza dell'«io» e dell'ignoto, la sua unità nascosta, con la coscienza sia di doversi liberare totalmente delle «dimore» poetiche istituite socialmente, sia di dovere perseguire la purezza nell'ignoto della lingua e del mondo.
In questo senso, il poeta è un visionario, mistico, sufi, ma soprattutto è un rivoluzionario: «Ogni poeta è un rivoluzionario e un gran demolitore di ciò che è noto, perché è un grande creatore di ciò che noto non è» (Zaman al-shi'r , «Il tempo della poesia», Beirut 1978).
Con Adonis, più che mai si ripropone quindi l'interrogativo sull'enigma dello scaturire del pensiero dall'ascolto, o dalla lettura, delle parole. Nel leggere la sua poesia, ci avviciniamo a quella tensione massima che si risolve nella significazione della parola. Le radici nel passato, nella sua poetica, sono ancorate al presente, come lo stesso Adonis mi diceva in una conversazione che ha preceduto il nostro incontro recente, dato che la cultura è «un patrimonio vivo in noi, la cui comunicabilità è continua: ciò che ha la capacità di continuare, è parte di noi».
Quale nesso le sembra di potere stabilire tra la formazione della sua infanzia, in un ambiente contadino, e la mediazione fortemente intellettuale che emerge dai suoi versi?
Non è facile per un poeta essere il critico di se stesso. La sua domanda merita un chiarimento: nell'ambiente in cui sono cresciuto prevaleva una cultura che operava una cesura tra Dio e il mondo, tra Dio, l'uomo e la natura. In questa cultura, Dio è un'astrazione. Ma fin dall'infanzia avevo la tendenza a umanizzarlo, a vederlo espresso in tutte le cose e quindi nella natura. Avvertivo che l'esistenza, e ciò che c'è oltre, è un'unità. È subentrata poi la conoscenza del sufismo. Se nella mia poesia sono presenti gli elementi della natura, questo si deve non solo a quella prima spinta a contraddire l'insegnamento religioso, ma anche al fatto di essere nato nel grembo della natura. Da quando ho imparato a camminare mi sono percepito come albero, pietra, nuvola, come acqua, parte di un'onda. Sentivo di far parte di un mondo vivo, sensoriale, che mi avvolgeva.
Vorrei ci fermassimo, un momento, sulla percezione degli elementi naturali, non mediati da concetti che intervengono a posteriori. Intanto, la percezione dell'ambiente circostante passa attraverso i propri genitori...
Mio padre leggeva e scriveva poesia: è stato lui, che faceva il contadino e lavorava la terra, a insegnarmela e a insegnarmi a leggere e scrivere. Nel nostro villaggio non c'era una scuola come la intendiamo oggi. Si imparava dovunque: le lezioni, il «kuttab», si svolgevano sotto un albero. E sotto quell'albero io studiavo insieme agli altri bambini. Mio padre è stato il mediatore, per così dire, dell'aspetto intellettuale; da lui ho appreso i grandi autori arabi della classicità e della poesia sufica. A mia madre, che non sapeva né leggere né scrivere, devo il rapporto con la natura, anche lei ne faceva parte. Ma, per la verità, entrambi i miei genitori hanno contribuito a dare forza alla mia percezione dei fenomeni naturali. Fin da piccolo mi ritrovai a seminare, piantare, mietere e vivere nella terra. Prima dei tredici anni, quando andai in città, non avevo mai visto un cinema, né una radio o una macchina. Da noi non c'era nemmeno la corrente elettrica.
Nei suoi versi funziona una sorta di «surrealismo»: è un argomento su cui lei ha indagato a lungo dedicandogli anche un saggio titolato «al-Sufiyya wa l-surialiyya» (Sufismo e surrealismo). Ce ne vuole parlare?
Il legame con la natura mi ha insegnato a ricercare l'«oltre» e a interrogarmi continuamente. È un atteggiamento che è stato rafforzato, in me, dal sufismo, inteso come dottrina mistica islamica. La realtà, nella concezione sufica del mondo, non è solo quella percepita attraverso i sensi, ma consiste in ciò che c'è oltre. Questa idea, che è sempre presente nel mio pensiero, si è riproposta quando ho conosciuto l'opera dei surrealisti. Qui ho ritrovato il sufismo, privo dell'aspetto religioso e al di fuori dell'ambito della fede: l'ho ritrovato nella forma di una particolare concezione del mondo. Il sufismo, anche se spesso viene interpretato come rinuncia dei sensi, è invece un'esperienza sensoriale con cui si percepiscono, nella mente, l'universo, l'uomo, i fiori, i fiumi. Mette in opera una «naturalizzazione» di Dio, lo vede non al di fuori del mondo, ma in ogni cosa. Corrisponde a ciò che Ibn Arabi chiamava «wahdat al-wugud» (l'unità dell'essere). Coincide con quanto Hallag - il grande poeta sufi di Baghdad che fu ucciso per le sue idee - nominava come «al-hulul» (incarnazione) nel senso che Dio prende dimora, sia nell'uomo, sia nella natura. Il sufismo ricerca l'ignoto a partire dalla natura stessa, cioè a partire da ciò che è noto, contrariamente a quanto vorrebbe la lettura più comune, che è quella della tradizione religiosa, la più superficiale. Nel corso del tempo i giurisperiti musulmani hanno mutilato il sufismo, accusandolo di miscredenza e di eresia. Invece di discuterne per conoscerlo, l'hanno posto fuori della religione e dunque eliminato. Nel mio libro discuto quindi del rapporto tra sufismo e surrealismo, dandone una lettura che si può definire, semplificandola molto, una sorta di «surrealismo naturale», di contro all'aspetto intellettuale che prevale nel surrealismo. Un surrealista, arabo, non può non essere sufi.
Secondo questa lettura, come descriverebbe i tratti del sufismo presenti nella sua poesia?
Sono essenzialmente cinque: l'universo è un'unità indivisibile che comprende il noto e l'ignoto. Quest'ultima è la parte più importante, ma bisogna comprenderle entrambe. La conoscenza nasce dall'ignoto ed è ricerca continua e interrogazione infinita. La verità, inoltre, è una scoperta e non discende per insegnamento come indica invece la religione: non è nascosta all'uomo, gli sta davanti. E ancora, l'identità non è data a priori e definitivamente: tocca a ognuno di noi inventare la propria. Per finire, l'universo è un infinito che si crea continuamente e non è creato una volta per tutte e per sempre.
Qual è il suo atteggiamento nei confronti della poesia classica, per esempio in rapporto al ritmo?
Un poeta deve conoscere la storia estetica della propria lingua, perciò il poeta arabo deve conoscere a fondo la lingua araba. Il mio rapporto con la classicità araba si delinea da una parte in una rilettura del passato e dall'altra nella ricerca di ciò che non si conosce, nel tentativo di aggiungere qualcosa: è forse il contrario dell'imitazione. La mia poesia è araba, lo è in ogni suo granello, ma non vuole essere paragonata a quella di nessun altro poeta arabo. L'acqua nel mare crea le onde. La lingua araba è il mare, la produzione poetica è l'ondeggiare dell'acqua nel mare. Non è dato al poeta ripetere nessuna onda precedente. Il rapporto del poeta è con l'acqua e non col movimento delle onde. Con quell'acqua deve creare nuove onde, tutte sue. Man mano che passano gli anni mi rendo conto sempre meglio di quanto sia complessa la forza della mia lingua e se penso alle condizioni in cui versa la cultura araba oggi, mi chiedo se siamo degni di un tale strumento. La poesia è un linguaggio dei sensi, dunque il mio rapporto con il ritmo è essenziale. Non quello prodotto dalla rima o dalla metrica, ma quello che si genera dalle relazioni tra un vocabolo e l'altro, tra una lettera e l'altra, tra un suono e l'altro. Queste relazioni producono frasi diverse, lontane dall'ordinamento classico.
Sono relazioni che si possono ricreare in un testo tradotto?
Cercherò di rispondere evitando di restare intrappolato nella «impasse» secondo la quale la traduzione poetica è «impossibile». Parliamo, piuttosto, di acquisti e di perdite. Se non è possibile trasportare una lingua, con le proprie strutture e le proprie particolarità in un'altra lingua, la traduzione non può che essere una «destrutturazione» del testo che va «ristrutturato» nella lingua d'arrivo. Facendo questo, il testo poetico perde necessariamente l'elemento linguistico del ritmo originale. Il traduttore quindi deve trovare un ritmo equivalente nella lingua d'arrivo, ma per quanto bravo possa essere, qualcosa va sempre perduto.
Lei accennava prima alle condizioni in cui versa la cultura araba oggi...
La cultura, e quindi la letteratura, nelle società arabe non fa parte organica della vita sociale. Non è il pane quotidiano. La cultura è spesso ornamento della politica. Esiste però in molti la volontà di trasformarla in ricerca, non dipendente dal potere politico e religioso.

recensendo Tarkovskij
un articolo di cinque anni fa...

una informazione da Stefano Traiola

Nel numero di Novembre del 1999 la rivista controluce citava in un articolo di Lorenzo Pompeo su Tarkovskij, il libro di Massimo Fagioli "Istinto di morte e conoscenza"

per leggerlo si può cliccare su questo link:

http://www.controluce.it/giornali/a08n11/idue.htm

giovedì 28 ottobre 2004

citato al Lunedì
Luigi Cancrini sull'omosessualità

L'Unità 25.10.04
Omosessuali, la malattia di chi li disprezza
di Luigi Cancrini

Caro Cancrini
Ho letto con sgomento le parole dell’audizione di Rocco Bottiglione , designato commissario europeo della Commissione “ libertà, giustizia e diritti”
Dell’Europarlamento e le relative “ esternazioni” di “autorevoli” ministri del parlamento italiano. Credo che come persone prima, e come psicologi poi, dovremmo interrogarci sul senso e sulla ricaduta di tali affermazioni a livello sociale e culturale.
Io, personalmente credo che in una società “ libera” dovrebbe esistere la possibilità di scegliere psicologicamente quale “ attrazione” seguire, omosessuale o eterosessuale che sia. Fino a qualche anno fa la cultura occidentale non riconosceva l’omosessualità come un fenomeno psicosociale, ma lo considerava ( e credo che molti la considerino tutt’ora) una patologia.
Attualmente quanto e cosa sappiamo dell’omosessualità?

Alessandro Sartori

Quello che sappiamo oggi in tema di omosessualità, a mio avviso, non è per niente poco. Il punto da cui dovremmo partire, parlandone, è quello della grande quantità di studi e di riflessioni che hanno preceduto la decisione, oggi tranquillamente accettata dalla comunità scientifica internazionale, per cui l'omosessualità in quanto tale non può e non deve essere considerata l'espressione di una malattia. Nessuno psichiatra pone più oggi una diagnosi di omosessualità, infatti, e nessun manuale diagnostico contempla più la possibilità di farlo. Il che vuol dire, semplicemente, che i vecchi medici, compreso Freud, sbagliavano quando presentavano l'omosessualità come un disturbo geneticamente determinato o come il risultato di un errore dello sviluppo. In modo semplice e chiaro possiamo (e dobbiamo) dire oggi, sulla base di quello che sappiamo, che l'omosessualità in quanto tale è statisticamente minoritaria ma compatibile non solo con una normale vita di relazione ma anche con quella "capacità di godere e di fare" (Freud) e con quell'armonia complessiva delle persone che integrano i criteri alla base di una definizione scientifica della salute mentale.
Fatto questo chiarimento, il problema del modo in cui si sente un omosessuale dipende soprattutto dal modo in cui la sua diversità è stata ed è considerata dagli altri. Al tempo in cui essa si manifesta, e cioé nell'infanzia o nella adolescenza soprattutto dai suoi familiari che determinano spesso, con le loro reazioni, gran parte dei problemi con cui il ragazzo o la ragazza si confronterà nel corso degli anni. Più tardi, quando diventa più importante anche l'opinione degli altri, dall'insieme dei contesti, scolastici, lavorativi, amicali con cui il ragazzo entrerà in contatto. Dicendo subito che, nella storia naturale della loro condizione, gli omosessuali ritrovano spesso un contrasto evidente tra il modo semplice, naturale, a volte liberatorio con cui la loro diversità si manifesta a loro stessi e il modo impacciato, confuso, intriso di aggressività e di paura con cui gli altri reagiscono al loro tentativo di parlarne. Il conflitto interno vissuto a lungo dalle persone che faticosamente portano avanti la loro scelta omosessuale ha origine, abitualmente, proprio in questo contrasto fra ciò che appare naturale a chi lo vive da dentro e ciò che appare innaturale, colpevole o vergognoso a chi non capisce e non accetta. Una scelta libera, autonoma e coerente con il proprio orientamento sessuale è spesso l'obiettivo fondamentale di un lavoro terapeutico ben condotto in questo tipo di situazioni.
Un problema molto più difficile da affrontare, credo, è quello che riguarda le reazioni forti, a volte francamente patologiche, che la rivelazione dell'omosessualità (o il semplice fatto che l'omosessualità esiste) suscita in alcune persone.
Nella storia dell'uomo, la paura dell'omosessualità ha sempre generato "mostri" che la combattevano in nome di una ideologia morale o politica le cui manifestazioni estreme sono probabilmente quelle legate alla religione cattolica in tempo di controriforma e al nazismo: due forme di "pensiero" che hanno costruito sulla paura degli omosessuali delle vere e proprie persecuzioni. Quando si ragiona sulla differenza che c'è fra questo tipo di reazione basata sulla paura e quella capacità di accettare l'esistenza dell'omosessualità e del suo manifestarsi caratteristica delle persone più equilibrate e di tutte le culture laiche e progressiste, tuttavia, quello che viene da chiedersi è perché alcune persone si sentono costrette a gridare con tanta forza ancora oggi, in un tempo in cui vere e proprie perversioni non sono più possibili, la loro avversione, la loro paura, il loro disprezzo o il loro odio dichiarato nei confronti dell'omosessualità e degli omosessuali. Com'è accaduto ancora in questi giorni, non solo e non tanto nei discorsi ufficiali di Buttiglione, quanto in quelli, sboccati, volgari e indizio franco di psicopatologia, degli esponenti di An e della Lega che hanno sentito il bisogno di sostenerlo.
La spiegazione più semplice che si può dare sul piano psicopatologico di tali atteggiamenti è, a mio avviso, quella legata al fatto per cui pulsioni sessuali contraddittorie sono presenti in tutti gli esseri umani e che il livello di questa contraddizione, però, è diverso da persona a persona. Vi sono, dunque, persone le cui pulsioni omosessuali non sono abbastanza forti da determinare un deciso orientamento della sessualità ma abbastanza forti, comunque, da rendere difficile e faticoso il controllo dei comportamenti. È un riflesso difensivo basato sulla formazione reattiva descritta da Freud in questi casi quello che rende congruo o violento il loro modo di reagire. Sono persone in difficoltà nel tentativo di soffocare parti di sé che non accettano, quelle che con più forza si scagliano contro l'omosessualità degli altri. Integrando, loro sì, una situazione di rilievo psicopatologico nella misura in cui mettono in opera comportamenti direttamente collegati ai loro conflitti interni. Senza avere coscienza di quello che accade a loro, del danno che provocano agli altri e senza sentire, soprattutto, il bisogno di guardarsi dentro per capirne di più.
Perché persone che stanno così male abbiano tanto rilievo nell'opinione pubblica e sui media non è purtroppo difficile da capire. Esse danno voce alle parti più primitive di tante persone che soffrono della loro stessa patologia. In democrazia tutti hanno diritto ad esprimere le loro emozioni più o meno controllate, del resto: anche se, da persona che si occupa di salute mentale, io non posso non dispiacermi con lei, caro Sartori, del fatto che lo spazio offerto loro dal grande teatrino dei media in questa fase non li aiuti per niente a ritornare in sé.

citato al Lunedì
i successi della psicoanalisi...

una segnalazione di Andrea Mancini

da LETTERE a Repubblica del 24.10.04, di Corrado Augias
Psicoanalisi, quanto costa e quanto aiuta a vivere
di Filippo Maria Notarianni

A 20 anni, sentendomi non attrezzato ad affrontare la vita, grazie agli amici e ai parenti assai solerti nell'affermare quanto invece io fossi intelligente, carino e simpatico, mi affidai alle cure di uno psicoanalista. Che, dietro un compenso assurdo che ha certo migliorato e non poco la sua vita, mi ha ripetuto più o meno le stesse cose. Ora, a 40 anni, mi ritrovo, se possibile, con ancora più ansie e paure, e con la consapevolezza che in una società spietata come la nostra io non sia più attrezzato di allora per riuscire a cavarmela.
Oltretutto ora non ho più nemmeno la possibilità di pagare profumatamente un professionista. Che mi dica che una persona così intelligente, carina, simpatica come me...

Paolo Rossi
psichiatria e filosofia

ricevuto da Paolo Izzo

Domenica – Sole 24 Ore, 24 ottobre ’04
Storia delle idee
Psichiatri sull'orlo di una crisi di nervi
Il punto sulla psicopatologia a partire da casi di malati che guardano la loro vita dal di fuori
di Paolo Rossi

Se la filosofia è una ricerca sui modi in cui l'uomo conosce e dà senso alla propria esistenza, può disinteressarsi dei modi in cui gli uomini si smarriscono lungo il loro percorso di ricerca del senso e della conoscenza? E la psicopatologia può prescindere da quel corpus di analisi delle aporie indigene alla condizione umana che si è andato strutturando in secoli di riflessione? La psicopatologia ha perso il coraggio delle grandi sintesi concettuali?
L'autore di questo libro, che è acuto, denso e di stimolante lettura, riformula queste domande, scende alla loro radice, ripensa criticamente i fondamenti e i risultati dell'approccio fenomenologico in psicopatologia. Una parte notevole del fascino del libro, soprattutto per i lettori non specialisti, deriva dal largo uso delle autodescrizioni. Come descrivono il loro mondo gli uomini e le donne affetti da schizofrenia o da forme maniaco-depressive? Come avvertono una differenza tra quel loro privato mondo, che li ha condotti davanti a uno psichiatra, e il mondo del cosiddetto senso comune? Perché e come quel loro privato mondo è causa di sofferenza? Ci sono persone che vivono come spiriti disincarnati, si percepiscono come entità astratte, contemplano "dal di fuori" la loro propria esistenza. Ci sono persone che vivono come corpi deanimati, incapaci di avvertire come "propri" i loro pensieri, percezioni, emozioni.
Ciascuno di noi è in grado di uscire dalla immediatezza del vissuto, di rivolgere l'attenzione non agli oggetti, ma all'atto del vedere. Si possono trasformare i nostri atti, come scriveva Edmund Husserl, in nostri oggetti, si può spostare l'attenzione dall'oggetto percepito alla percezione stessa. In questo "innaturale" contesto, il mio sguardo diviene un evento che assume la caratteristica della "oggettualità". Posto come un oggetto da analizzare, comincia a distaccarsi da me. Questa esperienza è perturbante perché il guardare perde la sua immediatezza, appare in qualche modo estraneo e non più familiare. Il ritorno all'immediatezza o al cosiddetto "senso comune" si configura, per alcuni, come un viaggio impossibile. Il libro affronta, con non usuale coraggio, molti temi centrali: le origini e lo status attuale della psicopatologia; le psicosi come disturbi dell'intersoggettività; i significati delle cosiddette "disfunzioni sociali"; le anomalie della sintonizzazione (ovvero l'incapacità di interagire con gli altri) nella melancolia e nella schizofrenia; il problema della depersonalizzazione e quello delle allucinazioni uditive; il significato di un termine come "delirio".
Il capitolo sesto, che ha per titolo, «I sensi del senso comune» contiene, oltre che richiami ad Aristotele e ad altri classici, pagine di rilevanza filosofica. Alle radici di questo bel libro sta una convinzione forte. L'autore pensa che la psicopatologia classica stia attraversando una crisi irreversibile. Lo scenario delle osservazioni di Jaspers e di Schneider era la clinica psichiatrica. Quella psicopatologia, nata nel periodo della "grande ospedalizzazione", è prevalentemente costruita sull'esame di pazienti diventati "casi" dell'esperienza manicomiale. Dopo la scoperta degli psicofarmaci e la chiusura dei manicomi come luoghi di contenimento della follia, quest'ultima si è, per così dire, distesa sul territorio. Sono entrate in crisi molte antiche classificazioni e molte consolidate certezze. E questa crisi si innesta, a sua volta, su una situazione, per così dire, di crisi cronica o ineliminabile o fisiologica: «Ascoltare una persona schizofrenica - scrive Stanghellini - è un'esperienza sconvolgente per più di una ragione. Se lascio che le sue parole attualizzino in me le esperienze di cui parla, invece di prenderle come sintomi di una malattia, lo scoglio di certezze sul quale si arrocca la mia vita può esserne travolto e sommerso».

Giovanni Stanghellini, «Disembodied spirits and deanimated bodies: the psychopathology of common sense», Oxford University Press, 2004, pagg. 226, euro 29,95.

un convegno a Roma:
interventi
di Annelore Homberg e di Marcella Fagioli

una segnalazione di Marco Pizzarelli

La dott.ssa Roberta Rocchi ha organizzato un convegno
al quale hanno partecipato anche

la dott.ssa Annelore Homberg e la dott.ssa Marcella Fagioli.

Il titolo del convegno era
"Gli aquiloni volano con il vento: il primo anno di vita"
e si è tenuto nei giorni 28 e 29 ottobre 2004, a Roma,
nella Sala del teatro del Borgo Monumentale di S. Spirito in Sassia
Via dei Penitenzieri.

Ecco di seguito i titoli delle relazioni
della dott.ssa Annelore Homberg e della dott.ssa Marcella Fagioli:

28 ottobre, ore 10.35
L'IDENTITÀ PERSONALE DEL PRIMO ANNO DI VITA
Dott.ssa Annelore Homberg - Roma

28 ottobre, ore 11.50
LA REALTÀ BIOLOGICA UMANA
Dott.ssa Marcella Fagioli - Roma


La dott.ssa ROBERTA ROCCHI ha presieduto questa sessione
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18.000 anni fa
l'homo floresiensis

Repubblica 28.10.04
Sconvolgente scoperta in Indonesia: trovato lo scheletro di un ominide di 18 mila anni fa, alto un metro e dal cervello minuscolo
Che shock quel nostro antenato era piccolo come un hobbit
Una smentita dell´idea che l'umanità sia sempre progredita "verso il meglio"
I contemporanei del misterioso "homo floresiensis" erano assai più evoluti di lui
CLAUDIA DI GIORGIO

ROMA - Si chiama Homo floresiensis, ed è una nuova specie di ominide: forse la più misteriosa scoperta finora. Perché a dispetto delle dimensioni minuscole (appena un metro di altezza) e della ridottissima massa cerebrale (il cranio ha una capacità di 380 cc) non è un remoto antenato dell´umanità, ma un suo contemporaneo, vissuto circa 18.000 anni fa. Vale a dire che, mentre in Europa gli uomini di Cro-Magnon (alti oltre 1.60 cm e con un cervello di almeno 1400 cc) realizzavano capolavori artistici come le pitture rupestri di Chauvet o Lascaux, nell´isola indonesiana di Flores, dove sono stati ritrovati i resti fossili della nuova specie, viveva una popolazione di ominidi più bassi del più basso pigmeo, dotati di un cervello grande quanto un pompelmo.
La scoperta di H. floresiensis, a cui la rivista "Nature" dedica oggi la copertina, ha messo in subbuglio la comunità dei paleontologi. Fino ad ora sembrava che noi, unici sopravvissuti del genere Homo, avessimo convissuto solamente con i Neandertal, e solo fino a 30.000 anni fa. Le differenze anatomiche tra noi e i Neandertal, inoltre, sono notevoli ma non straordinarie, tanto che si discute ancora l´ipotesi che le due specie si siano incrociate. Da dove salta fuori allora questa sorta di Hobbit indonesiano, questa smentita vivente della rassicurante immagine di un´umanità che si evolve "verso il meglio", diventando via via più alta e più cervellona?
Secondo Peter Brown e i suoi colleghi dell´università di Armidale, in Australia, e dell´Indonesian Centre for Archaeology, che nel settembre del 2003 hanno ritrovato nella grotta di Liang Bua, a Flores, un cranio completo di mandibola e una serie di ossa sufficienti quasi a formare uno scheletro intero, l´ipotesi più ragionevole è che H. floresiensis sia il risultato di un lunghissimo periodo di isolamento. Benché le sue dimensioni siano simili, e persino inferiori, a quelle della famosa Lucy, l´australopitecina vissuta oltre 3 milioni e mezzo di anni fa, la sua morfologia lo colloca infatti nel gruppo di Homo erectus, la specie protagonista della prima grande emigrazione fuori dall´Africa, verso l´Asia, inclusa Giava, che non dista poi molto dall´isola di Flores. Ecco quindi che lo scenario più probabile per spiegare l´enigmatico omettino è che un gruppo di H. erectus sia finito in qualche modo (ma quale?) su Flores, e vi sia rimasto isolato per un periodo di tempo sufficiente (ma quanto?) a provocare un adattamento evolutivo così spettacolare. Le domande sono tantissime. Perché, ad esempio, la riduzione delle dimensioni del cervello è stata ancora più marcata di quella del corpo? C´entrerà qualcosa il fatto che Flores si trova a est della cosiddetta "linea di Wallace", la frontiera immaginaria che divide in due l´Indonesia, di qua tutte specie di tipo asiatico e di là tutte australiane? E qual era lo stile di vita di H. floresiensis e quali le sue capacità tecnologiche? Gli Homo sapiens sono arrivati nella regione indonesiana circa 55.000 anni fa: le due specie si sono mai incontrate?
Insomma, come commenta l´antropologo Robert Foley, H. floresiensis è una sfida: "l´ominide più estremo che sia mai stato scoperto". Una cosa però sembra certa. Il genere Homo, a dispetto delle sue peculiarità "culturali" è stato soggetto alle stesse pressioni evolutive degli altri mammiferi, a cui ha risposto adattando il proprio corpo in modo assai più variabile e flessibile del previsto.

Savater: la normalità

La Stampa 28.10.04
DAGLI SCHIAVI NERI AI DISSIDENTI SOVIETICI AI MATRIMONI GAY: LA DITTATURA DELLA NORMA
La pensa diversamente? Allora è malato
di Fernando Savater

NON molto tempo fa, in pieno dibattito sulla regolamentazione del matrimonio tra omosessuali, ho letto che un vescovo giudicava l’omosessualità «un’anormalità psicologica», vale a dire una sofferenza patologica verso la quale si deve provare compassione come nei confronti di qualsiasi male, ma che non dev’essere riconosciuta come un diritto. Mi pare che a dare quest’opinione fosse il vescovo di Avila, ma non fidatevi troppo di me perché in materia di vescovi non capisco molto. Ciò che interessa è che, di fianco a questa diagnosi giornalistica, c’era la foto del religioso in questione: un uomo piuttosto giovane, con occhiali e aspetto concentrato che portava in testa una sorta di gigantesca cialda bianca di tela inamidata e vestiva un abito a metà tra una gualdrappa e un mantello da passeggio, un po’ rigido ma estremamente variopinto. Contagiato dal clima evangelico della questione, mi è venuta in mente la condanna espressa contro coloro che vedono la pagliuzza nell’occhio altrui e non la trave nel proprio. Perché, per parlare chiaro, abbigliarsi in quel modo e pretendere, per di più, di dare lezioni sulla normalità psicologica mi sembra, se non altro, un po’ stonato.
La tendenza a trasformare in «malati» quanti si comportano in modo eccentrico, ignobile o pericoloso, secondo il particolare criterio di chi decide caso per caso, è una tradizione assai frequentata e documentata sin dall’inizio della nostra epoca moderna e razionalista. Senza dubbio siamo in molti a ricordare, ancora, che i dissidenti del regime sovietico, quando questo divenne «umano» dopo la morte di Stalin, non venivano più liquidati in campi di concentramento: era invalsa l’abitudine di chiuderli in ospedali psichiatrici diagnosticando che le loro critiche nei confronti dell’utopia comunista erano sintomi di disturbo mentale e non risultato di lucidità politica. La cosiddetta intelligentja progressista europea era solita accettare queste diagnosi, proprio come oggi non mancano scrittori d’analoga indole pronti a sostenere che i prigionieri politici di Cuba sono semplicemente agenti della Cia.
Esistono precedenti molto più antichi. Ad esempio, nel numero di maggio del 1851 del New Orleans Medical and Surgical Journal, l’allora famoso dottor Samuel Cartwright pubblicò «una relazione sulle malattie e le peculiarità fisiche della razza negra», basato sulle sue attente osservazioni degli schiavi che lavoravano nelle locali piantagioni. Segnalava che una delle patologie più comuni era quella, da lui definita «drapetomania», il cui più evidente sintomo era: tentare di fuggire quando se ne presentasse l’occasione. Ad altri attribuiva un morbo ancor più dannoso: la «disaestesia etiopsis», che aveva come caratteristica quella di «rompere e distruggere tutto quello che gli passava per le mani... senza riguardo alcuno per i diritti di proprietà». Pochi anni dopo, in un manuale clinico pubblicato nell’Inghilterra vittoriana, il saggio dottor Curling segnalava una nuova piaga: la «spermatorrea». Chi ne era colpito - tutti maschi - mostrava una prodigalità suicida del proprio liquido seminale che sperperava allegramente sia da solo, sia insieme a complici di qualsiasi sesso. E a questo proposito lo specialista francese, dottor Lallemand, parlando della «spermatorrea», assicurava che si trattava d’una «malattia che degrada l’uomo, avvelena la serenità dei migliori giorni della sua vita e corrompe la società».
Prendo questi dati dall’interessante libro The Nature of Disease di Lawrie Reznek, pubblicato da Routledge & Kegan Paul nel 1987. Nel XX secolo la masturbazione ereditò, poi, i tratti malaticci dell’antica spermatorrea visto che, secondo alcuni, causava addirittura la mortale liquefazione del midollo spinale... Persino il dottor Sigmund Freud fa ancora eco a queste superstizioni con cui, durante gli anni della mia adolescenza, volevano spaventarci presentandocele come fatti scientificamente dimostrati... con un successo, diciamolo pure, men che mediocre.
Attualmente la propensione a trasformare in malattia quei comportamenti che si disapprovano sia igienicamente sia moralmente, è diventata generalizzata e, certo, non colpisce solo i vescovi. Da ogni angolo saltano fuori nuovi malanni, visti sotto forma di dipendenza, vale a dire come una mania che ci induce a continuare a fare quello che cento volte ci hanno detto di non fare... o quello che noi stessi abbiamo detto apertamente che non vogliamo continuare a fare. Ci sono «ludopati» che giocano più del necessario, sessuomani che non pensano ad altro che a fornicare, alcolisti, drogati di vario tipo, dipendenti da videogiochi o da telefono cellulare, drogati da lavoro che non si stancano mai di trafficare in ufficio e un sacco d’altri tipi di malattia creati su misura per quanti non vogliono guarirne. Prima tutto questo si definiva, al massimo, «vizio», ma adesso, anche molti tra gli stessi interessati, preferiscono dichiararsi malati e riconoscere che, a volte, abusano di quello che dovrebbero semplicemente saper usare.
E lo stato si preoccupa con molta attenzione di proteggere la cosiddetta salute pubblica, intesa, generalmente, come la decisione istituzionale d’impedire che qualcuno, casualmente o volontariamente, diminuisca la capacità produttiva propria o altrui, faccia sprecare pubblico denaro nella «riparazione» di certi danni, o accorci in qualche modo la durata del suo servizio come pedina nelle fatiche di questo mondo... Ah, padre Stato, non lasciarci cadere in tentazione! Aveva ragione il grande Karl Kraus quando, tanti anni fa, sosteneva: «Una delle malattie più diffuse è la diagnostica».
Copyright El País

mercoledì 27 ottobre 2004

neuroscienze
una scossa, ma piccola piccola

Yahoo! Salute 27.10.04
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
Una piccola scossa per essere più reattivi
Il Pensiero Scientifico Editore
di Emanuela Grasso

Un millesimo di ampere, una corrente di 20 volte inferiore rispetto a quella necessaria per alimentare un orologio digitale. Tanto basta per stimolare il cervello e migliorarne la capacità. Questo almeno secondo Meenakshi Iyer del National Institute of Neurological Disorders and Stroke di Bethesda.
La Iyer ha presentato la sua ricerca al congresso della Society for Neuroscience appena conclusosi a San Diego. Allo studio hanno partecipato 103 volontari. Ciascuno di loro ha ricevuto, tramite degli elettrodi collegati alla testa, una scossa di un millesimo di ampere per un massimo di venti minuti. Dopo il trattamento la capacità verbale dei volontari aumenta di circa il 20 per cento.
Ai partecipanti allo studio è stato chiesto di dire in un minuto e mezzo tutte le parole che venivano loro in mente e che cominciassero con un particolare lettera dell’alfabeto. Di solito si riescono a dire circa 20 parole nei 90 secondi a disposizione. Dopo il trattamento i volontari erano in grado di dire il 20 per cento di parole in più. La piccola scossa elettrica migliorerebbe le capacità del centro del linguaggio facilitando il passaggio di corrente nella corteccia prefontale.
Si tratta di “elettro-terapia” e non di uno strano esperimento da scienziato pazzo. Almeno questa è la speranza dei responsabili della ricerca. “In futuro questo tipo di trattamento potrebbe aiutare il recupero di parte delle funzioni cerebrali in individui che hanno subito danni al cervello, anche se dovrà essere accompagnata da una terapia farmacologica”, ha dichiarato la ricercatrice.
Le Nuove Edizioni Romane comunicano che

sono disponibili
esclusivamente presso la sede della Casa Editrice
e presso la Libreria Amore e Psiche

i cofanetti
contenenti i cinque Atti dei recenti
Incontri di Ricerca Psichiatrica

Soltanto presso la sede della Casa Editrice sarà inoltre disponibile anche
il cofanetto vuoto
____________________________

sono inoltre sempre disponibili
la nuova cassetta/dvd
delle lezioni di Chieti
dell’8 Marzo 2003 (n.2)
e il numero 4/2004
de Il sogno della farfalla

Un caro saluto a tutti

Libreria Amore e Psiche
via s. caterina da siena, 61 roma
info:06/6783908 amorepsiche2003@libero.it
i nostri orari: lunedi 15-20
dal martedi alla domenica 10-20

il vhs/dvd delle lezioni di Chieti
e l'ultimo numero della rivista
sono disponibili anche,
a Firenze, da STRATAGEMMA
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ma c'è un nesso fra separazioni e suicidi dei minori...?
violenza in famiglia

Repubblica 27.10.04
I NUMERI
L'hanno presentata i deputati Carla Mazzuca e Marco Boato. In dieci anni quasi mille vittime per famiglie in pezzi
Padri separati, suicidi in aumento
Depressione e violenza per bimbi contesi, una mozione al governo
di ELSA VINCI

ROMA - La coppia in crisi uccide 15 bambini l´anno. Si chiama "sindrome del padre allontanato" o "sindrome da alienazione parentale", è nota agli esperti per gli studi di R. A. Gardner, si manifesta con depressione, aggressività, raptus che possono provocare suicidio o omicidio-suicidio.
Uomini disorientati da separazioni e divorzi che quasi sempre portano alla "perdita" dei figli (nel 94 per cento dei casi il coniuge affidatario è la madre), uomini che reagiscono al dolore con la violenza. Contro se stessi e contro gli altri. In dieci anni 691 delitti, 976 vittime di suicidi e omicidi-suicidi per la fine di convivenze e per figli contesi, 158 i minori ammazzati.
I dati, raccolti dai giornali dall´associazione "Ex" sono stati allegati a una mozione presentata ieri alla Camera da Carla Mazzuca (Movimento repubblicani europei) e da Marco Boato, presidente del Gruppo Misto, che chiedono al governo «maggiore impegno a favore della bigenitorialità».
La norma che introduce l´affido condiviso è contenuta in una proposta di legge approvata in commissione Giustizia alla Camera ma ancora in attesa del vaglio dell´aula. Per questo i due parlamentari hanno voluto ricordare che ad uccidersi o a uccidere nel 98 per cento dei casi sono i padri disperati, infatti soltanto l´1,7 per cento dei delitti riguarda coppie senza figli.
La violenza di famiglia è spalmata lungo tutta la penisola. Al Nord il 34,5 per cento dei fatti di sangue, al Centro il 37,7, al Sud e nelle isole il 27,8 per cento. In un caso su due si spara, il 25,4 si affida ai coltelli da cucina. La mano è di un uomo nel 76,6 per cento delle volte, il 50 per cento delle vittime sono donne, il 16,1 per cento bambini.
Soltanto nell´ultimo anno la coppia in crisi ha provocato 53 delitti con 83 morti. Il suicidio legato alla separazione rimane prerogativa dell´uomo anche nel 2004, 92,6 per cento.
«Quasi sempre la follia viene scatenata dall´impossibilità di seguire o semplicemente vedere i propri figli», hanno sottolineato Boato e Mazzuca. «Questi gesti - ha spiegato Fabio Nestola, presidente di Ex - non sono raptus di pazzia inaspettata, per tutti esiste un filo rosso da rintracciare nel conflitto di coppia, nei rapporti difficili con burocrazia e tribunali».
I due parlamentari hanno voluto ricordare anche il record negativo dell´Italia in tema di figli sottratti da un genitore straniero: a fronte di una media europea del 54% di minori restituiti, noi registriamo appena il 10 per cento. Il genitore italiano invece "restituisce" il figlio all´ex coniuge straniero nel 57 per cento dei casi.

Costituzione della Repubblica
la questione del crocifisso nelle scuole

Repubblica 27.10.04
Ieri la prima riunione della Corte Costituzionale dopo un ricorso. L'Avvocato dello Stato: il simbolo dell'alleanza con la Chiesa
Crocifisso a scuola, battaglia in Consulta
Simbolo religioso in classe: i giudici supremi chiamati a decidere
Accanto al Nazareno la sigla dell'unione che raggruppa agnostici, atei e razionalisti
di MARCO POLITI

ROMA - Non c'è il crocifisso nell'aula più importante d'Italia, dove alle nove e mezzo di mattina si riuniscono i quindici giudici della Corte Costituzionale in toga nera e gorgiere bianche per deliberare se il simbolo cristiano debba o no fissare i ragazzi sui banchi di scuola.
In Germania i giudici supremi hanno già deciso dieci anni fa che altro sono simboli, edifici e atti di culto nelle pubbliche piazze, altro è l'esposizione dell'emblema di una sola religione nelle aule dove si svolge l'insegnamento della scuola dell´obbligo. Perché lì gli studenti per volontà dello Stato e «senza possibilità di scampo... sono a confronto con questo simbolo e sono costretti a imparare sotto la croce». Dunque non è possibile imporre il crocifisso.
Sotto lo sguardo attento del presidente Valerio Onida, l'avvocato dello Stato Antonio Palatiello (in rappresentanza del presidente del Consiglio) dà una motivazione opposta. L'articolo 7 della Costituzione - afferma - quello che ha introdotto nella nostra carta fondamentale i Patti Lateranensi, ha forgiato una Speciale Alleanza. Un patto speciale tra Stato e Chiesa, che lo Stato non può abrogare unilateralmente ma soltanto tramite riforma costituzionale. Un patto che, nella revisione dell'84, impegna entrambe le parti alla «reciproca collaborazione per la promozione dell´uomo e il bene comune del Paese». Cos'è il crocifisso allora, argomenta Palatiello? «L´emblema della nostra speciale alleanza». Chiesa e Stato, scandisce, procedono a forze congiunte. Chiedere di togliere il segno cristiano, sarebbe come mettere in dubbio il patto. No. «Non bisogna vergognarsi del vessillo cattolico!».
Alle spalle dei giudici una Madonna con Bambino sembra ascoltare con dolcezza. Pareva attenta anche quando il costituzionalista Massimo Luciani ha argomentato pacatamente che sarebbe un po' penoso e «offensivo» voler privare il crocifisso della sua potenza evocativa, riducendolo a semplice icona di storia nazionale o metafora genericamente universale. E il crocifisso che parla a San Francesco? E quello dei mistici che gronda «sangue caldo e gorgogliante» può essere sterilizzato e privato della sua vitalità religiosa? «Nessuna guerra di religione», sottolinea determinato Luciani, ma nemmeno - fa capire - nuove sante e improprie alleanze che nulla hanno a che fare con la Costituzione italiana. C'è un principio supremo di laicità a cui riferirsi, che non significa neutralità dinanzi al fatto religioso, ma doverosa equidistanza nei confronti di ciascuna confessione. E impossibilità di privilegio nei confronti di una sola.
La Corte deve decidere nei prossimi mesi. C'è chi sussurra già entro novembre. Sarà lo stesso presidente Onida a stendere la sentenza. Intanto c'è da decidere sull'ammissibilità del ricorso e poi sul merito. Tutto ha avuto origine da una sentenza del Tar del Veneto, quando una madre «libera pensatrice», la finlandese Soile Lautsi, ha impugnato una delibera del consiglio d'istituto della scuola media «Vittorino da Feltre» di Abano Terme, che stabiliva di «lasciare esposti i simboli religiosi... anche per incentivare una maggiore educazione all'integrazione religiosa e al rispetto delle libertà di idee e di pensiero per tutti». Dieci a favore, due contrari, un astenuto. Peccato che i simboli religiosi non erano al plurale, ma uno solo. La signora Lautsi ha fatto ricorso nel nome del principio di imparzialità e laicità dello Stato. Il Tar del Veneto ha trovato fondata la richiesta, spiegando che il crocifisso ha un chiaro significato confessionale.
E inoltre, mentre per l'insegnamento religioso studenti e genitori hanno libertà di scelta se avvalersene o meno, la presenza obbligatoria del simbolo finisce per delineare una «disciplina di favore» ingiustificabile.

Repubblica 27.10.04 (stessa pagina)
IL CASO
La protesta del magistrato civile e "agnostico" Luigi Tosti
Camerino, il giudice arriva in aula e appende al muro il simbolo ateo

ROMA - Ieri mattina, quando è arrivato in tribunale, il giudice Luigi Tosti ha tirato fuori dalla cartella una targhetta con il simbolo degli atei e l´ha messa accanto al crocifisso nell´aula delle udienze. «C´era già un chiodo», spiega. Camerino è piccola, l´aula della cause civili è più piccola ancora, ma da ieri è l´unica sede giudiziaria in Italia che esibisce accanto al simbolo del Nazareno una sigla che non sarebbe dispiaciuta a Voltaire. Un muro squarciato dal logo dell´unione che raggruppa Atei, Agnostici e Razionalisti. La Uaar ha già al suo attivo la campagna dello sbattezzo.
Altri simboli potranno seguire nei prossimi giorni, poiché il magistrato è tollerante, e il primo potrebbe essere la Stella di Davide «perché sono simpatizzante della religione ebraica a causa della persecuzione millenaria subita da quel popolo». E potrebbe seguire anche la Mezzaluna. La convivenza pacifica sulla parete - questo il ragionamento - potrebbe magari stimolare la riconciliazione dopo millenni di lotte fratricide.
Prima di mettersi all´opera il giudice Tosti, da uomo di legge, ha vergato una lettera al ministro di Giustzia Castelli per ricordargli di avere atteso un anno perché il suo ministero rimuovesse i crocifissi dal tribunale di Camerino: «Non esistendo alcuna norma di legge, salvo una circolare dell´Era Fascista, che accordi un siffatto privilegio alla religione cattolica». Anche il Tar delle Marche, sostiene il giudice, latita. Un suo ricorso non ha finora sortito effetti, perché il tribunale amministrativo si è guardato bene dal fissare udienza per discutere la causa nel merito. «Un atteggiamento che malignamente qualcuno potrebbe definire pilatesco», commenta Tosti, aggiungendo ironico che forse qualcuno sta aspettando che vada in pensione (accadrà fra nove mesi!) e allora si potrà dichiarare che non v´è più materia del contendere.
Luigi Tosti, socio dell´Uaar, per aiutare il ministro a comprendere il suo disagio di fronte al crocifisso gli ha fatto un piccolo riassunto di orrori cattolici, che partono dalle crociate e passando per torture e roghi di «ebrei, streghe, omosessuali e scienziati» arrivano al «criminale rapimento» del ragazzo Edgardo Mortara da parte di un sacerdote cattolico. Per questo motivo, conclude, «è estremamente improponibile la tesi di chi volesse impormi il Crocifisso come simbolo di civiltà».
Oggi la prova del fuoco. «Se rimuoveranno il simbolo ateo - risponde il giudice - sospenderò le udienze e mi autodenuncerò per interruzione di pubblico servizio».
(m. pol.)


Repubblica 27.10.04 (stessa pagina)
La donna che fece ricorso
"Qui in Italia la religione è opprimente"
Atea. Io sono atea e penso di vivere in uno Stato laico

ROMA - Lautsi Soile, classe 1957, è una signora finlandese che nel 1986 ha scelto l´Italia per amore. Si è sposata con un medico di Abano, Massimo Albertin, e ha avuto due figli che ora studiano alle superiori. Per amore del «libero pensiero» la signora ha messo in moto la slavina che ha portato il caso del crocifisso alla Corte Costituzionale. Sostenuta dall´Unione atei agnostici razionalisti (Uaar) di cui sono soci entrambi.
Signora Soile, perché il ripudio del simbolo cristiano?
«Ritengo di vivere in uno Stato laico e non sotto una religione di Stato».
Ne porta il peso?
«In Finlandia io sono stata battezzata. Comunque la mia famiglia non era religiosa e io non sono mai entrata in una chiesa fino all´età scolastica».
Andando a scuola cosa è successo?
«Da noi c´è la religione di Stato e quindi chi è battezzato - e io lo ero - doveva obbligatoriamente seguire l´ora di religione e andare a messa per le feste comandate: Natale, Pasqua e così via».
E dopo?
«Da maggiorenne mi sono sentita libera. Io sono atea e in Finlandia non ho mai avvertito la religione come qualcosa di opprimente. Adesso hanno anche cambiato le norme. Ora i battezzati scelgono se frequentare o no l´insegnamento religioso».
Finchè è arrivata in Italia.
«E mi sono detta: che bello qui non c´è una religione di Stato».
Invece?
«Mi sono accorta che in Italia la pressione religiosa è forte, il Vaticano influenza la politica, nei giornali si scrive «Città del Vaticano» ma poi fa parte delle vicende interne italiane. Io penso invece che debba esserci una vera separazione. Anche la televisione subisce l´influenza del Vaticano e poi le gite scolastiche, dove si va sempre in chiesa e i preti che parlando di religione... non ho mai conosciuto un cattolico che non abbia tentato di fare il missionario».
La religione cattolica è troppo influente?
«Per carità, il Papa deve essere libero di dichiarare ciò che vuole. Quello che io domando è perché la gente deve ripetere ciò che lui dice?».
Così ha deciso di fare istanza per togliere il crocifisso dall´aula dei suoi figli?
«A dir la verità, mio marito aveva già provato alle elementari».
Risposta negativa. Ma non vi siete arresi.
«Se mi provocano, reagisco. Alle medie abbiamo riproposto la questione. Mio figlio maggiore, Dataico, faceva la terza media, il più piccolo - Sami - faceva la prima».
E´ il 2002. Al rifiuto del consiglio d´istituto vi rivolgete al Tar e da lì, con ordinanza del 14 gennaio 2004, la questione approda alla Corte Costituzionale. I suoi figli come stanno vivendo questa battaglia?
«Molto bene. Sono combattivi, sereni e tranquilli».
(m. pol.)

sinistra
Domenico Jervolino ed Etienne Balibar

una segnalazione di Roberto Altamura

Liberazione, 26 ottobre 2004

Pagina 17

Un intervento del filosofo francese (Etienne BALIBAR) sui temi del potere e della nonviolenza
Lenin e Gandhi: un incontro mancato.


Pagina 19

Comunismo e nonviolenza Due rivoluzioni incompiute
di Domenico Jervolino, direttore di Alternative


Vorrei sottolineare alcuni aspetti dell'importante contributo di Etienne Balibar che viene pubblicato nelle due pagine seguenti [cfr QUI. Ndr], sia pure in una redazione che l'Autore considera ancora provvisoria. Intanto il confronto fra Lenin e Gandhi viene istituito a livello politico, fra due strategie rivoluzionarie che hanno segnato il destino di milioni di uomini e donne, nel secolo che è da poco finito e che hanno mostrato entrambe contraddizioni e difficoltà. Le due strategie hanno registrato, almeno a livello delle costruzioni statuali che sono state prodotte dai due grandi protagonisti, un esito assai diverso rispetto alle loro aspettative. Al crollo dell'Unione sovietica e del socialismo reale, corrisponde infatti un subcontinente indiano che si è diviso, sulla base di una partizione confessionale che Gandhi ad ogni costo voleva evitare e che ha comportato la guerra fra i due stati più importanti, India e Pakistan, dotatisi entrambi di armi atomiche. In un certo senso le due rivoluzioni escono entrambe sconfitte dal secolo scorso e devono fare i conti con la permanente tragicità della politica. L'assassinio di Gandhi e la morte di Lenin con successiva mummificazione ad opera dello stalinismo assumono allora un valore altamente simbolico. Se l'eredità dei due grandi rivoluzionari lascia ai posteri il compito di un bilancio storico rigoroso sulle rispettive eredità, non di meno Balibar non si limita a questa esigenza di comprensione storica, ma mi pare che lasci intravedere anche una prospettiva. Forse quell'incontro mancato fra comunismo e nonviolenza potrebbe avvenire in futuro e dare vita ad una nuova stagione del pensiero politico e a una nuova fase storica. Egli parla, nella riflessione pubblicata su "Alternative" sull'idea di Gewalt, che in tedesco vuol dire sia violenza che potere (ambiguità densa di conseguenze), della necessità del mondo d'oggi di «civilizzare la politica», e nello stesso tempo di «civilizzare la rivoluzione». Ora civilizzare è appunto l'opposto della "barbarie". E qui echeggia nella nostra memoria una parola d'ordine famosa: "socialismo o barbarie". Che si potrebbe oggi, in un momento in cui la barbarie sembra trionfare sotto molteplici forme, completare con la formula convergente "politica o barbarie". Politica da riscoprire, da reinventare, politica dei soggetti in carne ed ossa, e quindi con la loro corporeità vivente, con la loro identità di genere ( non è stato soprattutto il movimento delle donne a dirci che bisognava buttare la guerra tra le anticaglie della preistoria?). Politica che, almeno per noi, mira a una democratizzazione radicale della vita quotidiana e dei mondi vitali, e diventa quindi la strada obbligata per un socialismo da riproporre e da riprogettare. Qui il discorso evidentemente sconfina con l'utopia concreta di cui ci hanno parlato nel Novecento voci spesso tragicamente isolate come quella di Bloch o di Benjamin. Balibar non è un pensatore utopico, ma un pensatore della politica. Ma forse siamo giunti a un momento della storia in cui i confini fra la politica, potere, utopia o, con altra parola, speranza incominciano a farsi fluidi e diventa una necessità vitale per la sopravvivenza stessa dell'umanità sul pianeta terra e della terra stessa come mondo abitabile per gli umani, varcare questi confini e aprire una nuova dialettica innovatrice e liberatrice. Dialettica significa ancora di nuovo conflitto, lotta, ma tale che possa essere gestita in una fase non più barbara, anti-barbara della storia, non con la soppressione fisica dell'avversario, ma col riconoscimento reciproco dei soggetti. Non sarebbe forse questo un passaggio decisivo per un'idea di comunismo a misura della condizione umana e della sua finitudine?

martedì 26 ottobre 2004

ONU
sulla clonazione umana

Repubblica 26.10.04
Due giorni di discussioni e scontri, nessuna risoluzione. Italia, Usa per la proibizione completa; Giappone, Cina e Francia favorevoli a studi sulle staminali
Clonazione, il duello blocca l'Onu
In 63 vogliono il bando totale, 20 chiedono quella terapeutica
ARTURO ZAMPAGLIONE

NEW YORK - Due giorni di scontri e discussioni ideologiche al Palazzo di vetro sulla clonazione umana non sono stati sufficienti a risolvere i contrasti tra due schieramenti. Da un lato, appoggiati dal Vaticano, ci sono 63 paesi, tra cui l´Italia, gli Stati Uniti e il Costa Rica (primo firmatario di una mozione presentata alla commissione giuridica dell´assemblea generale) che chiedono il «total ban», la proibizione totale di ogni forma di clonazione.
Da un altro lato, una ventina di stati capeggiati dal Belgio, tra cui Francia, Gran Bretagna, Giappone, India, Cina, vogliono escludere dal divieto le cellule staminali e altre forme di clonazione «terapeutica» (chiamata così per distinguerla dalla clonazione «riproduttiva»), in modo da incoraggiare le ricerche per la cura dell´Alzheimer, del Parkinson, oltre che dei traumi alla spina dorsale.
Il duello tra i due fronti ha portato l´Onu a una fase di stallo. Sono tre anni che si punta alla firma di una convenzione ad hoc; tutti i 191 membri delle Nazioni Unite sono d´accordo per mettere al bando la clonazione «riproduttiva» di essere umani, ma il contrasto sull´inclusione delle staminali blocca ogni decisione. Anche perché la commissione del Palazzo di vetro è abituata a procedere su base consensuale, cioè senza il ricorso al voto.
La rigidità dei due fronti è accentuata dalle elezioni presidenziali americane. George W. Bush e John Kerry hanno posizioni molto diverse sulle cellule staminali: il primo è in favore della assoluta libertà di ricerca, sbandierando l´appoggio ricevuto da Christopher Reeve, il Superman di Hollywood morto all´inizio di ottobre. Il presidente, invece, è contrario per ragioni etiche alla clonazione embrionale e dal 2001 ha limitato i finanziamenti federali agli embrioni già esistenti.
Anche il governo italiano - secondo quanto ha spiegato in commissione l´ambasciatore italiano all´Onu Marcello Spatafora - ritiene che sia falsa la distinzione tra clonazione «riproduttiva» e «terapeutica». Quest´ultima, infatti, viene di solito intesa come la creazione di embrioni umani per scopi di sperimentazione scientifica, dopo di che vengono scartati, «negando loro il potenziale di diventare esseri umani». Spatafora ha ricordato le promettenti ricerche sulle cellule staminali adulte, ricavate dal sangue del cordone ombelicale, mettendo in guardia i sostenitori della clonazione «terapeutica»: «Non c´è ragione - ha detto l´ambasciatore - perché il progresso scientifico debba avvenire a spese della dignità umana». La comunità scientifica internazionale è però allineata sull´altro fronte: non vuole che considerazioni etico-religiose siano d´ostacolo alla ricerca. «Bisogna anche arrivare al più presto al divieto della clonazione "riproduttiva", per neutralizzare le iniziative di medici senza scrupoli», ha insistito il rappresentante del Belgio Marc Pecsteen, proponendo come compromesso (ma inutilmente) tre alternative per la clonazione «terapeutica» a livello dei singoli stati: vietarla, imporre una moratoria o sottoporla a regole severe.
Non è chiaro, ora, come si uscirà dallo stallo. Tre le soluzioni: innanzitutto andare al voto. La seconda strada è quella di un rinvio all´anno prossimo, magari con la creazione di un comitato ad hoc che approfondisca nel frattempo la questione. La terza è di accontentarsi di una dichiarazione politica, la quale, con linguaggio diplomatico, vieti ogni forma di clonazione umana in contrasto con la dignità umana. Una formula ambigua, questa, che ognuno dei due schieramenti potrebbe interpretare come una vittoria.

Simona Maggiorelli, su Avvenimenti adesso nelle edicole
ipermercati dell'arte

da Avvenimenti attualmente nelle edicole

Discussioni
A Siena una triplice rassegna che racconta un mondo dell’arte sempre più abitato dalle merci. Fra apologia e critica no global

IPERMERCATI DELL'ARTE
Bonito Oliva, Toscani e Calabrese in una mostra. Ed è polemica
di Simona Maggiorelli

Colori sgargianti e plastificati, scatole di Brillo in gigantografia, l’omino della Michelin che spicca dalla parete all’inseguimento di chi lo guarda. E poi zizagando fra la merda d’artista firmata Piero Manzoni, fra i resti di una maxi-colazione McDonald’s riassemblati in fantasmatica scultura, ci si imbatte nel giallo limone delle Capri batterie di Joseph Beuys, si viene presi nelle maglie meccaniche di un Pesce idraulico, soverchiati da immagini di sparate locandine che, da ogni lato, reclamano attenzione. Una girandola euforica che ti anestetizza con la rappresentazione di un mondo di soli oggetti. Una giostra disforica che ti acchiappa a sorpresa, dove meno te lo aspetti, passeggiando fra monumentali spazi del complesso medievale di Santa Maria della Scala, su per le scalette del turrito Palazzo delle Papasse. E più ancora, c’è tutta una vertigine da fumetto che ti assale, inaspettata, nelle sale del Palazzo pubblico di Siena. La città stessa, dopo aver visitato questi tentacolari e dilaganti Ipermercati dell’arte, organizzati da Achille Bonito Oliva e da Omar Calabrese, sembra apparire, direbbe Marx, come un immane accumulo di merci. In cui l’umano è latinate. E non funziona da via d’uscita dallo stordimento neanche la sezione choc - quasi una mostra nella mostra - dei ritratti di condannati a morte scattati da Oliviero Toscani per una nota campagna pubblicitaria. Alla fine della fiera, la merce - fotografata, esaltata dalla pop art, ironizzata nel cartello di macelleria di Enrico Baj, romanticamente evocata nel tessitoio di Plessi, ferocemente attaccata nei manifesti "Compro dunque sono" di Barbara Kruger - resta l’unica vera e incontrastata protagonista.

Verso la morte dell’arte? In mezzo a oggetti rappresentati, deformati, riprodotti e che portano nomi illustri (Rotella, Palladino, Zuffi, Fabre, Castagnoli), fra le macchine celibi di Panamarenko, il colosseo di tv di Nam June Paik, e le lattine Campbell’s di Warhol, ci viene in soccorso una frase di Duchamp che spicca sulla parete. Ho voluto provocare con il mio orinatoio, dice, e oggi mi sento dire che è bello. "Una frase sconsolata, amara - commenta Omar Calabrese - l’ho voluta inserire perché rende bene il senso del salto che si ebbe a partire dagli anni 50 e 60. Duchamp e i surrealisti ancora non avevano l’immagine della società di massa e di ciò che il boom dei consumi avrebbe portato". Quando Duchamp la pronunciò nel 1917, certamente non immaginava l’avvento di un “mercato globale di oggetti”, incorniciati e venduti a prezzo d’arte. E i suoi objects trouvés? Le sue ruote di bicicletta issate su rami d’albero? Oggetti sì, ma utilizzati, solo come provocazione estetica, senza nessuna critica o apologia della società dei consumi ancora di là da venire. E nemmeno ci aveva beccato troppo Majakovsky, quando diceva che la morte dell’arte sarebbe avvenuta il giorno in cui le poesie fossero finite sulle scatole di fiammiferi. "Sperava nell’avvento di un’estetica di massa - spiega Calabrese - soltanto che Majakovsky la immaginava rivoluzionaria, non omologata al ribasso".

Benvenuti nel mondo pop Il grande salto dell’arte nel magico mondo della merce si ha in America negli anni 60. A ricordarcelo è Achille Bonito Oliva, " fu l’avvento dell’american dream - dice - come sogno continuo di opulenza e di stordimento organizzato dalla merce". La città americana stessa diventa il teatro dell’uomo di massa che resta "irregimentato nell’ingranaggio produttivo di una macchina che funziona senza sosta e che lo rende spettatore passivo". L’arte di quel periodo, allora comincia a restituirne la fotografia a colori forti, diventa tassonomica descrizione " fuori da questo inquadramento - aggiunge – restano solo i versi dell’Urlo di Ginsberg, il montaggio disperato di Burroughs, il cut up. Resta la sfilza di whisky che gli artisti ingurgitavano come tattica per non uscire dalla propria esperienza creativa, e non cadere sbattuti in questo tipo di quotidiano". L’iperrealismo e la pop art restano incollati alla piatta riproduzione del reale. Magari la deformano, ne fanno una cartolina. La loro onda lunga dagli anni 50 e 60 arriva fino ad oggi. Ma è così? È finita la ricerca che tenta di trasformare con fantasia la realtà percepita? Quella che lanciarono i Picasso, i Modigliani, i Matisse che rappresentavano sulla tela l’emozione di un incontro, di un volto, di un rapporto vissuto che lascia una traccia profonda? "Esiste una ricerca che riguarda la fantasia interiore, i sentimenti, la creazione di immagini nuove - ci spiega Calabrese - oggi la praticano singoli artisti. La società contemporanea è così complessa che non si riduce a un’unica tendenza. E non si può fare come per gli anni Dieci che si potevano individuare facilmente come gli anni di Picasso, dell’avanguardia storica". Ma aggiunge: "È anche vero, però, che la potenza della nostra società di massa è così forte che gli artisti è difficile non ne subiscano l’effetto. Se come artista, per esempio, mi metto a fare un’opera che rappresenta o che al contrario contesta il Grande fratello, è difficile che ci possa mettere dentro sentimenti, fantasia. Ma probabilmente quello che faccio è importante lo stesso. Viviamo in una società così brutta e insostenibile che anche questo tipo di reazione serve".

Croce, svastica e Coca Cola Con un titolo forte, Croce, svastica, Coca Cola, Olivero Toscani avrebbe voluto battezzare la mostra, prima di decidere per il più domestico Ipermercati dell’arte. " Perché - spiega - racconta bene i percorsi della storia dell’arte: una volta c’era la committenza della Chiesa, poi c’è stata quella del potere, oggi è l’economia a determinare tutto". Quali margini ci sono allora per la libertà creativa dell’artista? "È un’utopia. Non esiste un’arte che non sia asservita al mercato", provoca il fotografo di tante campagne pubblicitarie scandalo. "Bisogna lavorare in questo ambito e tentare, per come si può, di utilizzarlo. Non sono gli artisti solitari che possono abolire la pena di morte, ma possono farlo le industrie. Per una battaglia che mi interessava come fatto personale ho preso al balzo l’occasione che mi offriva la pubblicità, che è la voce della produzione". Non si nasconde Toscani. Messaggio micidiale il suo, che, a prestargli il fianco, lascia senza prospettive. Ma nel comitato scientifico di questa mostra superazionale e ipermaterialistica, non tutti, la pensano proprio come Toscani . "Oggi si registra un fenomeno particolare - dice Calabrese -. Artisti che lavorano come designer, fotografi, pubblicitari, che fanno altro per preservarsi spazi di autonomia nell’ambito dell’arte. Diversamente da quanto facevano i dadaisti e le avanguardie che si opponevano al mercato per rivendicare romanticamente una distanza dalla realtà, oggi si trovano artisti che entrano nel sociale senza contestarlo in blocco, ma cercando di rendersi autonomi". Fenomeni individuali o anche di gruppo? "Nella sezione della mostra intitolata “consumo contestato” - spiega Calabrese - ci sono molti artisti che attaccano lo stile di vita della nostra società. Si potrebbe pensare che si tratti di arte come impegno. Ma il fatto è che non sono gruppi strutturati. I movimenti organizzati a carattere ideologico sono molto meno forti nel mondo occidentale. Così l’artista tende a sostituirsi ai movimenti. È un fenomeno che ha esempi eclatanti, non solo nelle arti figurative, ma anche nella satira, nel teatro, nel cinema. Pensiamo a The terminal: lì Spielberg fa una feroce denuncia dell’isolamento che si vive nella società contemporanea. Ma non si può certo dire che il regista sia legato a un movimento o a un’organizzazione politica. Non so questo fenomeno sia un bene. A me non pare".

Ettore Majorana (1906-1938?)

Il Mattino 25.10.04
Majorana, un genio
Guido Trombetti

Oggi alle 16 nell’aula magna della Federico II si inaugura l’annus mirabilis della fisica che cade nel 2005. Cento anni dopo la pubblicazione di tre lavori fondamentali di Einstein. Tali lavori riguardavano la teoria della relatività ristretta, l’ipotesi del «quanto di luce» (per cui ricevette il premio Nobel) e la teoria del moto browniano. Essi cambiarono la storia del pensiero umano. In particolare il lavoro sulla relatività ristretta che poneva le basi della relatività generale. Il tempo per Galileo era assoluto. Cioè i fenomeni che apparivano simultanei ad un osservatore dovevano apparire tali ad ogni altro osservatore. Tale idea veniva rivoluzionata e sostituita da Einstein con una definizione «pratica» di simultaneità. In seguito ad essa eventi simultanei per un osservatore potevano non essere tali per un altro. Si faceva salvo il rapporto di causa-effetto che restava indipendente dall’osservatore. Un simile salto di qualità ha pochi precedenti nella storia dell’uomo. Si comprende allora perché i fisici abbiano deciso di proporre il 2005 come anno mondiale della fisica, con l’alto patrocinio dell’Onu e dell’Unesco.
L’incontro inaugurale (realizzato grazie all’inarginabile entusiasmo giovanile di Bruno Preziosi) fa perno sul ritrovamento di una parte delle lezioni tenute da Ettore Majorana a Napoli tra gennaio e marzo del ’38. Lezioni sulla cui scomparsa si era sviluppato negli anni un piccolo giallo. Del quale anche si parlerà oggi. Furono pubblicate nel 1987, tratte dal manoscritto originale depositato da Amaldi alla Domus Galileiana di Pisa. Il sospetto che fossero incomplete era forte. La novità è che il figlio di Eugenio Moreno, matematico napoletano, ha fornito una copia degli appunti che il padre aveva copiato da quelli lasciati da Ettore Majorana. Fu Caccioppoli ad invitare Moreno a prender nota delle lezioni di Majorana. Le lezioni che egli ha trasmesso ai figli coincidono esattamente con quelle già note (anche nei refusi); peraltro quelle finora ignote sono redatte nello stile proprio di Ettore Majorana. Quella di Majorana è una vicenda che si collega con un filo sottile all’esistenza drammatica di tante grandi menti. Capaci di indagare la profondità dei più riposti meandri del pensiero (scientifico, artistico...) ma incapaci di dare senso comune alla propria esistenza. Galois, Caccioppoli, Pavese, Caffè...
Perché iniziare proprio con Majorana? Soltanto per la curiosità che suscita il mistero sviluppatosi intorno alla sua scomparsa? Rispondiamo con la parole di Enrico Fermi: «Al mondo ci sono varie categorie di scienziati; gente di secondo e terzo rango che fan del loro meglio ma non vanno molto lontano. C’è gente di primo rango che arriva a scoperte fondamentali per lo sviluppo della scienza. Ma poi ci sono i geni, come Galileo e Newton. Ebbene Ettore era uno di quelli. Majorana aveva quel che nessun altro al mondo ha; sfortunatamente gli mancava quel che è invece comune trovare negli altri uomini, il semplice buon senso». Nasce a Catania il 5 agosto 1906 da una famiglia di agiati professionisti. Compie studi classici. Si iscrive alla Facoltà di ingegneria. Si trasferisce poi al corso di laurea in fisica dopo un colloquio con Fermi. In realtà seguendo la sua incontenibile passione per la scienza pura. Entra subito nel celebre gruppo dei ragazzi di via Panisperna creato dalla lungimiranza di Orso Maria Corbino intorno ad Enrico Fermi e di cui fecero parte fuoriclasse del calibro di Segrè, Amaldi, Pontecorvo e Rasetti. Nel 1937 è nominato ordinario di fisica teorica presso l’Università di Napoli per chiara fama, «per l’alta fama di singolare perizia cui è pervenuto...», recitava il regio decreto di nomina. Scompare tra il 26 ed il 27 marzo 1938 nel più fitto mistero.
L’attività scientifica di Majorana è contenuta in soli nove articoli. Si vuole che fosse pervenuto a formulare le basi della teoria dei nuclei leggeri. Ne aveva discusso in istituto e Fermi cogliendone l’importanza gli aveva consigliato di pubblicare il lavoro. Non solo non lo fece ma vietò di parlarne nel rapporto su «Lo stato della fisica del nucleo atomico» che Fermi tenne a Parigi il 7 luglio 1932. In quel periodo appare il primo lavoro di Heisenberg (successivamente premio Nobel) sulle forze di scambio. Grande fu l’amarezza di tutto l’ambiente. Majorana non aveva nemmeno permesso che si parlasse delle sue idee! Eppure erano per lo meno contemporanee a quelle di Heisenberg. Le forze di scambio nucleare sono oggi spesso chiamate forze di Heisenberg-Majorana. Viveva sempre più in solitudine. Persino i suoi più cari amici facevano fatica a vederlo. Amaldi che si doleva di un suo certo allontanamento dall’attività di ricerca ricorda: «i suoi interessi filosofici si erano fortemente accentuati tanto da meditare a fondo le opere di vari filosofi, in particolare quelle di Schopenhauer». Il 25 marzo del 1938 parte da Napoli in nave per Palermo. Ha con sé parecchio danaro ed il passaporto. Scrive una lettera a Carrelli, direttore dell’istituto di fisica, in cui manifesta propositi suicidi. Giunto a Palermo spedisce un telegramma ancora a Carrelli per smentire la lettera. «Il mare mi ha rifiutato - dice - ...non mi prendere per una ragazza ibseniana...». Riparte da Palermo la sera del 26 e da allora non se ne sa più niente. Le ricerche, sollecitate dalla famiglia e da Enrico Fermi personalmente a Mussolini sono spasmodiche ma non approdano a nulla.
Sono state fatte e vagliate tutte le possibili ipotesi. Anche le più fantasiose. Le più estreme. Si è lanciato in mare tra Palermo e Napoli. Ciò, stante a testimonianze di passeggeri, non potrebbe essere avvenuto che in acque dove, dicono gli esperti, prima o poi le correnti avrebbero restituito il corpo. Si è rifugiato in un convento per meditare sulle conseguenze agghiaccianti degli studi sull’energia atomica che egli avrebbe previsto. Tesi cara a Sciascia, sostenuta in un suo bellissimo libro. Tesi avvalorata da alcuni testimoni. Avrebbe chiesto di fare un esperimento di vita religiosa alla chiesa del Gesù Nuovo e poi al convento di San Pasquale a Portici. La famiglia chiese l’intervento di Papa Pacelli per sapere se non dove fosse, almeno se fosse vivo. Nulla. È andato in Germania perché simpatizzante del nazismo. È scappato in Argentina. Si è rifugiato sulle montagne del Cilento, giura, nel 1993, Andrea Amoresano, un pastore novantenne. Quella del Cilento era una pista già battuta dalla famiglia con convinzione. In realtà ad oggi non si può concludere che con le parole di Fermi: «Majorana, con la sua intelligenza, se avesse deciso di scomparire e di far scomparire il suo cadavere, ci sarebbe riuscito». O con quelle del Fu Mattia Pascal richiamate Erasmo Recami nel suo bel libro Il caso Majorana: «Chissà quanti sono... nelle mie stesse condizioni. Si lascia il cappello e la giacca, con una lettera in tasca, sul parapetto d’un ponte... e, poi, invece di buttarsi giù si va tranquillamente: in America o altrove».

una ricerca al Sant'Anna di Torino

Repubblica, cronaca di Torino 26.10.04
Ricerca del Sant'Anna su un ormone che fa tornare il desiderio sessuale
Un Viagra in aiuto alle donne
Un ginecologo spiega: "Fondamentale una vita di coppia felice ma il farmaco può aiutare"
VERA SCHIAVAZZI

Un ormone per stimolare la parte limbica del cervello e far tornare il desiderio sessuale femminile, scomparso o attenuato. È il farmaco - diverso e innovativo rispetto al "Viagra per signore" che agisce soltanto a livello locale - che verrà sperimentato al Sant'Anna di Torino (unica sede italiana con Pavia) per restituire alle donne ultracinquantenni il diritto ad una vita sessuale più felice. Per trovare le pazienti giuste e sottoporle ad una sperimentazione "in doppio cieco" (le pazienti riceveranno in ambulatorio un cerotto e una pastiglia, ma uno dei due sarà un placebo, l'altro il farmaco vero) la cattedra C del Dipartimento di ginecologia e ostetricia diretta da Chiara Benedetto ha perfino acquistato spazi pubblicitari sui giornali: "Sei una donna in menopausa?", "Molte incontrano un peggioramento nella vita sessuale in confronto ad un'età più giovane...". Il risultato è stato superiore alle previsioni: "Abbiamo più candidate di quante sia possibile accogliere - spiega il sessuologo Franco Mascherpa - Il problema è sentito, anche se l'aspetto principale è emotivo, non fisiologico. Per questo si è deciso di agire proprio sull'aspetto psicologico: medici di tutto il mondo, infatti, hanno verificato empiricamente che le donne che ricevono un certo tipo di trattamento ormonale per la menopausa, già testato e approvato negli Stati Uniti, dichiarano di avere una vita sessuale migliore. Ma non c'è prova di un'azione diretta del farmaco, che viene prescritto per altri scopi come ad esempio attenuare le vampate di calore, sull'aspetto psicologico. Commenta il professor Carlo Campagnoli: «Non c'è alcun motivo fisiologico per il quale dopo la menopausa la vita sessuale delle donne dovrebbe cessare o peggiorare. Fondamentale è la vivacità del rapporto di coppia, ma se un farmaco può essere temporaneamente d'aiuto per farla ripartire, ben venga».