domenica 7 settembre 2003

Il Tempo

Il Tempo 7.9.03
Dalle sale il premio voluto dal pubblico
di ANTONELLO SARNO

VENEZIA — È finita con la sorpresa più amara per l’Italia e per la Rai. «Buongiorno, notte», il film sul rapimento Moro commissionato a Marco Bellocchio da Viale Mazzini, la pellicola che tanto è piaciuta al Lido a pubblico e critica, è rimasto a bocca asciutta, salvo un ipocrita riconoscimento tirato fuori in extremis dal regolamento, un Premio per un contributo individuale di rilievo, andato appunto al regista de «I pugni in tasca». Il quale se n’è rimasto a Roma, così come a Roma è tornata Maya Sansa, costringendo Chiambretti a modificare la scaletta della diretta su Sky, visto che l’attrice - che nella pellicola su Moro impersona la Braghetti - avrebbe dovuto essere sul palco del Lido per consegnare un premio. Il Leone d’Oro è andato al film russo «Il ritorno», di Andrej Zvjagintsev. Proprio quel film il cui il giovane protagonista, Vladimir Garin è morto poco dopo la fine delle riprese.
A Roma sono precipitosamente tornati Giuliano Montaldo, presidente di Rai Cinema, e Lucia Annunziata, presidente della Rai. E lui, Bellocchio? «Ringrazio la giuria per avermi assegnato questo premio. Evidentemente ha giudicato che lo meritassi - ha detto dalla Capitale - D’altronde, se si sceglie di partecipare al concorso bisogna anche accettarne le regole. Torno da Venezia ripagato soprattutto dal premio che mi hanno attribuito tutte e tre le giurie dei giovani, straordinariamente unanimi nello scegliere il mio film».
Insomma, una mostra al finale con i veleni. E che ha vissuto il suo ultimo giorno in un'atmosfera di parole pronunciate a bassa voce, di sussurri al vetriolo, di costernazione diffusa. Nella vigilia della premiazione si diffonde come un fulmine la notizia che, dopo le ovazioni ricevute dai giornalisti e dal pubblico, Bellocchio è escluso dal Leone d'oro e da qualsiasi altro premio di rilievo. Tra le voci che più frequentemente rimbalzano nei settecento metri che separano l'hotel Excelsior dal Des Bains, dove alloggia la giuria, una in particolare riguarda il presidente Mario Monicelli. Ma non aveva annunciato che si sarebbe battuto allo stremo per far vincere un film italiano? E allora? È vero, se è vero, che anche Monicelli non ha difeso «Buongiorno, notte» come del resto l'altro giurato italiano Stefano Accorsi? Domande al momento senza risposta. I giurati sono rientrati al Lido da Venezia città dopo una riunione-fiume durata dieci ore, che faceva presagire la mancanza di unaninità, peggio, aspre discussioni. Voci e sussurri, appunto, ma sufficienti a far tornare a Roma Marco Bellocchio e la sua attrice Maya Sansa, lasciando in laguna il solo Luigi lo Cascio incaricato di ritirare il premio di consolazione che la Giuria avrà deciso di assegnargli. Prodotto dalla Rai, che per coprire al meglio il festival in tutti gli spazi possibili si è davvero svenata, «Buongiorno, notte» meritava certamente un trattamento migliore. Perfettamente comprensibile, quindi, l'irritazione del vertice di RaiCinema per la dolorosa esclusione, parzialmente riparata dal grande successo che il film sta avendo nelle 170 sale in cui è appena uscito.

Caprara sul Mattino

Il Mattino 7.9.03
Un capolavoro
umiliato e offeso
VALERIO CAPRARA

Venezia. Lo scherzo del cartaio sadico Moritz de Hadeln produce infine l'inevitabile jolly. C'è anche una finezza da Guinness dei primati nelle pieghe di un verdetto adeguato alla carambola impazzita del programma: il Leone d'argento che corrisponde al premio speciale per la regia va alla signorina libanese Chahal Sabbag, autrice di un film il cui livello di maturità e complessità rispecchia in pieno il suo titolo, «L'aquilone».
Ne consegue che Marco Bellocchio non è stato ritenuto competitivo neppure sul piano dello stile e della tecnica, anche perché la mancia che gli viene erogata sotto forma di menzione dopolavoristica gli riconosce un «contributo individuale di particolare rilievo».
Formidabile: chi ha detto che i festival coltivano un pregiudizio contro la comicità e la commedia? Nell'ipotesi più buonista che ci venga in mente, Monicelli & company (compreso Stefano Accorsi che recita molto meglio di quando esterna) hanno pensato di aureolare «Buongiorno, notte» spingendolo nella lista dei capolavori umiliati e offesi.
È chiaro, invece, che la forza di una pellicola capace di esprimersi a un livello multiplo (psicanalitico, artistico, politico) senza concedere appigli fissi trascende il piccolo cabotaggio degli addetti ai lavori, abituati a scappellarsi soltanto di fronte ai girotondini della cinefilia. Prendiamo il Leone d'oro che va a «Il ritorno»: sarà perché l'opera prima di Zvjagintsev segnala una talentuosa predisposizione oppure perché include una nebulosa metafora sullo sfascio morale della nuova Russia?
Per la Mostra impettita di Bernabé e de Hadeln, che effettivamente ha arruolato qualche film migliore del solito e ha distanziato (non ci voleva molto) quell'odioso cineclub francomane che è diventata Cannes, si sono mossi molti fiancheggiatori frementi, ma alla resa dei conti la campana ha suonato in maniera stonata.
Il doppio concorso non ha funzionato, le carenze strutturali non sono state arginate, il glamour ha come al solito boccheggiato nel claustrofobico recinto Palazzo-Casinò-Excelsior e l'infelice assemblaggio della giuria non ha fatto altro che portare al pettine i nodi di sempre. Certo, un Leone d'argento è andato all'irresistibile pastiche di Takeshi Kitano, uno che nello sparigliare i generi divertendosi e divertendo non è secondo a nessuno. Ma che dire di fronte all'ennesimo premio affibbiato a Sean Penn, americano «contro» e quindi remunerato d'ufficio persino quando s'arrangia in un film insulso come «21 grammi»?
Se Bellocchio è stato bastonato, il grandioso Roberto Herlitzka/Aldo Moro non poteva che seguirlo nel cantuccio dei cattivi. Per non parlare dell'attrice del probo centone televisivo «Rosenstrasse», una di quelle oneste professioniste che proprio non ce la fanno a incarnare un modello di recitazione trascinante e moderno. Quasi quasi il sessantesimo festival riesce a tramandarsi con più sprint grazie alle maglie nere, macchie di celluloide che in qualche modo valorizzano il menù ritualistico: «Segreti di stato», una sorta di compitino per ritardati dell'impegno, o magari «Twentynine Palms», che porta ai limiti estremi l'occulto disegno dell'autorismo eurocéntrico. Vuoi vedere che il genio incompreso Bruno Dumont è il vero capo delle Br e il responsabile della strage di Portella della Ginestra?

Il Mattino

Il Mattino 7.9.03
Bellocchio
l’incompreso
Dall'inviato a Venezia Titta Fiore

La speranza di una festa annunciata per il cinema italiano, ieri alla Mostra di Venezia, si è trasformata in un lungo giorno di amarezze e polemiche. Marco Bellocchio, favorito della vigilia con il film sul caso Moro accolto benissimo dal pubblico e dalla critica, «Buongiorno, notte», deve accontentarsi di un premiolino alla sceneggiatura francamente inadeguato alla portata, al valore artistico, allo stile dell’opera.
Il Leone d’oro va al russo «Il ritorno», una toccante opera prima sul rapporto padre-figli piaciuto a molti e soprattutto, cela va sans dire, alla giuria guidata da Mario Monicelli.
Il verdetto, trapelato come sempre al Lido qualche ora prima del galà ufficiale, scalda subito gli animi dei sostenitori dell'uno e dell'altro come e meglio di una partita della Nazionale. Ci si chiede quanto il presidente e il giurato italiani, Monicelli e Accorsi, abbiano realmente sostenuto il film, quanto si siano battuti per difenderlo dall'opposizione degli altri giurati. Si sa che la riunione finale, nel pomeriggio di venerdì, non è andata per le lunghe, particolare che gli aruspici del festival interpretano come segno di concordia e di comune sentire. Si teme che Monicelli abbia sì battagliato per il collega Bellocchio, ma non tanto da portare a casa, se non il Leone, almeno il gran premio della giuria, considerato da sempre appannaggio del presidente. I molti appassionati di dietrologia sostengono che le sue incaute dichiarazioni all'apertura della Mostra sul desiderio di favorire un italiano, in caso di parità, abbiano finito per penalizzare Bellocchio, escludendolo dai premi maggiori. Ma più semplicemente, ai membri stranieri della giuria, ovvero alla maggioranza, pare risultata incomprensibile la storia e del tutto ignota la drammatica vicenda del presidente della Dc ucciso dalla Brigate Rosse.
Lo dice, ad esempio, la spagnola Assumpta Serna, invitando per il futuro i nostri autori a una maggiore chiarezza e facilità di temi. «Che cosa significa, che dovremmo realizzare film didascalici?» replica Giancarlo Leone, amministratore delegato di Rai Cinema che ha prodotto «Buongiorno, notte». «Bellocchio ha fatto cinema, non cronaca, e poi non mi pare che gli altri film premiati, tutti belli, raccontassero storie semplici». C'è amarezza e delusione tra gli uomini di viale Mazzini che, dopo le trionfali accoglienze, sentivano di avere già in tasca la vittoria: il presidente di Rai Cinema, Giuliano Montaldo, rifiuta di consegnare il premio al vincitore della sezione Controcorrente, e altrettanto fa la protagonista di «Buongiorno, notte», Maya Sansa. «I verdetti vanno accettati», commenta Leone, «ma resta il rammarico per un’occasione perduta. Purtroppo, noi italiani siamo i nostri principali nemici». Inutile venire a Venezia, quindi? «No, anche grazie al gran parlare che se n'è fatto alla Mostra il film di Bellocchio ieri ha incassato circa 140 mila euro, un risultato clamoroso per un italiano. Che dire... Il pubblico dimostra di essere più maturo della giuria».
Fanno buon viso a cattivo gioco i massimi vertici Rai, il direttore generale Cattaneo e la presidente Lucia Annunziata, per una volta d'accordo. Lui sorride sull'«esterofilia» esagerata degli italiani, lei lascia il Lido prima del previsto per partecipare a un dibattito con il ministro Gasparri e diserta la serata di gala. «Abbiamo portato alla Mostra i film più belli, sono comunque contentissima» dice, «perché è sotto gli occhi di tutti che la Rai ha rivitalizzato il cinema». Aspettando la premiazione, nella hall dell'Excelsior il regista Pasquale Squitieri s'indigna per il verdetto («è una vergogna, i nostri autori dovrebbero essere più tutelati»), l'attore Luigi Lo Cascio, che in «Buongiorno, notte» interpreta il capo delle Br Moretti, si prepara disciplinato a ritirare il premio alla sceneggiatura a nome di Bellocchio. Il regista, invece, rientra subito a Roma per tenersi lontano dalle polemiche e smaltire diversamente la delusione. «Chi partecipa a un gioco deve accettarne le regole» ha detto, «quindi va bene così. Il mio film è piaciuto ai giovani e questo per me è il premio più importante».

Il Messaggero

Il Messaggero 7.9.03
Uno schiaffo alla rinascita del cinema italiano
dal nostro inviato Fabio Ferzetti

Venezia
PATATRAC. Era l’anno dei film sul Padre e il nostro era il più bello di tutti. Ma invece del caso Moro riletto da Bellocchio con gli occhi del mito e dell’immaginazione, il leone d’oro è andato a un film russo, sempre molto bello in verità. Dove un altro Padre, che stavolta è pure un padre carnale, viene messo a morte (involontariamente?) dai suoi due figli.
Perde dunque l’episodio storico, sia pure sottratto alla dittatura dei fatti e reinventato con poetica libertà; vince la parabola fitta di simboli, di allusioni, di preziosismi visivi. E soprattutto aperta alle più varie interpretazioni. Un caso, una beffa, un’ingiustizia? Magari Il ritorno è più vicino alla sensibilità internazionale, meno legato alla conoscenza puntuale di fatti e dilemmi di casa nostra (difatti ha vinto pure il prestigioso De Laurentiis per l’opera prima). Ma vista con occhi italiani la mancata vittoria di Buongiorno notte resta uno scandalo, un abbaglio, una sciocchezza.
C’era l’occasione di premiare un grande cineasta che dai Pugni in tasca a oggi ha compiuto un tortuoso itinerario personale e politico; si poteva riconoscere la grandezza di un film che fa piazza pulita di indagini e dietrologie per tornare all’essenziale e svelare, scavando nell’intimo dei protagonisti, tutto ciò che si agita dietro i proclami, le ideologie, le farneticazioni di un terrorismo che oggi ha cambiato volto ma non è certo scomparso. Invece, niente. Solo un premiolino quasi offensivo alla sceneggiatura. Come se il primo merito di Bellocchio non fosse proprio quello di restituire leggerezza e trasparenza all’inestricabile caso Moro concentrandosi su un pugno di personaggi, di spazi, di conflitti interiori, e usando i corpi, i volti, lo spazio, come solo un grande regista sa fare.
Nessun riconoscimento nemmeno agli attori, Roberto Herlitzka e Maya Sansa, cui spettava il difficile compito di dar vita a personaggi tutt’altro che aderenti ai loro modelli. In compenso, coppa Volpi all’istrionico Sean Penn, bravissimo per carità, in un film che gronda retorica. Niente al grande protagonista del polacco Pornografia (scrivemmo lo stesso, un paio d’anni fa, di un grandissimo interprete rumeno: ci vorranno anni perché gli attori centro ed est-europei tornino a vincere premi). Mentre fra tanti film medi o deludenti la giuria ha riconosciuto, come giusto, l’incontenibile talento di Takeshi Kitano; e ha premiato lo sberleffo alle frontiere di uno dei tanti film che abbiamo perso per colpa dei nuovi orari demenziali, il libanese Le cerf-volant .
Vanno meglio i premi di Controcorrente, che resta un concorso di serie B, come prova già la giuria di minor prestigio. E non si capisce perché non fossero in serie A i film di Sofia Coppola, di Lars Von Trier, dell’iraniano Jalili. E quello del curdo Hiner Saleem, Vodka Lemon , che ha vinto a mani basse con questa commedia surreale girata nell’Armenia innevata, parlata in tre lingue e impreziosita da una lieve ironia. Confinato all’ultimo giorno, era tra i migliori film di una Mostra avara di scoperte. Dalla quale riporteremo a casa, oltre ad alcune immagini, non molte, quanto dice Shimon Peres a Oliver Stone in Persona non grata: «Insegnare la Storia è pericoloso. E’ scritta col sangue. In fondo tutto ciò che impariamo è come dimenticare. Ai giovani dobbiamo insegnare a usare più l’immaginazione e meno la memoria». Proprio come fa Bellocchio, guardacaso, con Buongiorno notte .

Per il regista “tradito” al festival ovazioni e bagno di folla in un cinema romano
«A Venezia preferisco il mio pubblico»
di Roberta Bottari

ROMA - La sua battaglia personale, Marco Bellocchio, l’ha vinta ieri sera. Un applauso interminabile e una folla davvero commossa hanno accolto il regista davanti al cinema Eden di Roma, dove proiettano Buongiorno, notte . Bellocchio e gli attori si sono presentati con semplicità, senza glamour. Il regista e Roberto Herlitzka sono arrivati con le loro giacche di lino e l’aria spiegazzata, Maya Sansa con i jeans e la maglietta del film. Ma non erano così lontani dalla passerella della Mostra di Venezia come si sarebbe potuto pensare. E, quando dopo più di dieci minuti di applausi, il pubblico ha gridato: «Avete vinto voi», l’emozione si tagliava a fette.
Dentro il cinema è stato un tripudio. Gli spettatori che avevano appena visto Buongiorno, notte hanno dedicato al regista e al cast una vera e propria standing ovation. «Siamo qui - ha detto Marco Bellocchio appena è riuscito a prendere la parola - perché ci sentiamo più a nostro agio con il pubblico che al Lido. D’istinto, abbiamo preferito essere qui con voi, piuttosto che a Venezia, per ritirare un premio, di per sé dignitosissimo, che però non ci rappresenta. Al contrario, sono molto contento dei riconoscimenti arrivati dalle giurie di giovani. Si tratta di ragazzi che quando è stato rapito Moro non erano nemmeno nati. Forse tutto ciò vuole dire che è arrivato il momento di fare i conti con quella pagina di Storia. D’altronde, sono convinto che la crisi della Prima Repubblica sia iniziata proprio dall’omicidio di Aldo Moro».
E la delusione per il mancato Leone d’oro? «Se si sceglie di partecipare a una gara, bisogna anche accettarne le regole. Ma - ha ammesso il regista - sento una piccola amarezza nel cuore. Non ho visto gli altri film, quindi su questo argomento non posso aggiungere altro. Certo, alla Mostra siamo stati accolti molto bene sia dal pubblico, sia dalla critica, ma poi le cose sono andate diversamente. Maya Sansa e Roberto Herlitzka hanno vinto il Premio Pasinetti: lo ritireranno in un’altra occasione. Lo ripeto: mi sento molto più a mio agio qui, in una sala cinematografica a parlare con la gente che ha visto il mio film, che a Venezia».

Corriere della Sera

Corriere della Sera 7.9.03
Bellocchio: accetto le regole però non sono soddisfatto
Il regista applaudito a Roma alla prima del suo film «Rai Cinema» contesta la scelta della giuria del Lido
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI


VENEZIA - Delusione, amarezza, ira. Sentimenti molto diffusi ieri tra quanti, il regista Marco Bellocchio su tutti, si aspettavano, anzi erano certi, che un importante riconoscimento sarebbe andato a Buongiorno, notte .
Accolto al Lido con una rara unanimità di critica e pubblico, il film aveva dalla sua anche un tema forte, una riflessione privata sul rapimento Moro. Ma già nella notte di ieri voci di malaugurio svolazzavano avvertendo che in giuria non tirava per l'Italia aria favorevole. Ieri l’ufficialità con la notizia di un premio striminzito, per la sceneggiatura. Una frustata all'ottimismo dell'attesa, che subito ha dato la stura a sconforti e veleni da parte dei tanti fan che l'hanno sostenuto e dell'entourage Rai che l'ha prodotto.

GARA - Bellocchio è il primo a non digerire il verdetto. Si dilegua sin dal primo mattino per andare a Roma alla proiezione del suo film al cinema Eden con alcuni attori e la troupe. «Il premio ricevuto è un premio dignitosissimo che però in qualche modo non mi e non ci rappresenta - ha detto al pubblico -. Siamo qui per un motivo molto semplice, una scelta. Non voglio dire nulla sugli addetti di Venezia. Però vorrei spiegarvi che noi, d'istinto, abbiamo preferito essere qui con voi». Poi ammette: «Parlando senza ipocrisie non nascondo che c'è stata una piccola amarezza. Ma non posso aggiungere altro perché non ho visto gli altri film e non so come è stata presa la decisione». E in giornata aveva detto: «Queste sono le regole del gioco di ogni gara. Venendo alla Mostra le abbiamo accettate. E poi i premi migliori al Lido io li ho già ricevuti, i tre del pubblico giovane. Inoltre, ho saputo che già da ieri tanti ragazzi hanno visto il film».

NEMICI - Meno sportivo Giancarlo Leone, amministratore delegato di Rai Cinema, parla di «occasione perduta per il cinema italiano». «Gli applausi del pubblico, le lodi della critica, il fatto che in giuria ci fossero Monicelli e Accorsi... Nulla è valso. Purtroppo noi italiani siamo i primi nemici di noi stessi». La giurata spagnola, l'attrice Assumpta Serna, ha spiegato che Buongiorno, notte non è piaciuto perché non di facile comprensione per gli stranieri in giuria. Se il cinema italiano vuole uscire dai confini, ha suggerito, deve raccontare le sue storie in modo più chiaro. «E allora le storie del libanese? E quelle curde o taiwanesi? Sono accessibili a tutti?», ribatte Leone. «Se non sbaglio qui siamo a una Mostra d'arte cinematografica, non di documentari o reportage. Un film d'autore ha sempre un suo linguaggio personale».

CAPOLAVORO - Furente e sanguigno come sempre, Pasquale Squitieri, regista che mai ha nascosto le sue simpatie per la destra, spezza a sorpresa una lancia per il collega Bellocchio, notoriamente di sinistra. «Il suo film è un capolavoro, non averlo premiato è stata una vergogna ».
Pacata e diplomatica Lucia Annunziata, presidente della Rai. «Siamo contentissimi di come è andata - assicura -. La Rai ha avuto un ruolo di primissimo piano alla Mostra. Abbiamo portato qui i film più belli, Rai Cinema ha dato nuova linfa al nostro cinema partecipando al 30 per cento dell'intera produzione. E' il nostro gioiello della corona», conclude Annunziata, sorridente ma decisa a non presenziare alla cerimonia dei premi. «Purtroppo ho un altro impegno», spiega.
«Questa Mostra mi pare un po' troppo esterofila - commenta Flavio Cattaneo, direttore generale della Rai -. Si premiano sempre gli stranieri, meglio se afghani o curdi. Pazienza. Mi dicono che nei cinema il film di Bellocchio è partito benissimo. E' quello che conta».

BOX OFFICE
Gli incassi lo premiano

Lo «schiaffo» della giuria, il premio del pubblico. Per Buongiorno, notte gli incassi volano nonostante la giuria non lo abbia ritenuto da Leone d’oro. Nella giornata di venerdì la pellicola ha incassato 140 mila euro nelle circa 170 sale in cui era proiettato. Un ottimo risultato, se si pensa che Hulk , alla seconda settimana di programmazione, con 400 copie, ne ha incassati 235.

Lietta Tornabuoni su La Stampa

La Stampa 7 Settembre 2003
LA DOPPIA SCONFITTA DELL’ITALIA
di Lietta Tornabuoni

IL Leone d’oro della 60ª Mostra del cinema di Venezia è andato al film russo molto bello «Il ritorno», diretto dal regista debuttante quarantenne Andrej Zvjagintsev, storia lirica e livida del viaggio di un uomo e due ragazzini tra foreste ed acque nordiche. Gran Premio della Giuria all’arabo «L’aquilone» della libanese Randa Chahal Sabbag. Migliore attore, l’americano Sean Penn. Migliore attrice, la tedesca Katija Riemann. Miglior regista, il giapponese Takeshi Kitano.
All’Italia zero, salvo un premio minore a «Buongiorno, notte» di Marco Bellocchio: per la sceneggiatura, che non è l’elemento migliore dell’opera sul sequestro, la reclusione, l’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse (dal film, gli ignari giurati stranieri non sono riusciti a capire nulla di quella tragedia). La sconfitta del cinema italiano è forse il fatto più rilevante di un verdetto non ingiusto (quasi tutti i premiati sono ammirevoli) ma non interessante. Alla competizione il nostro cinema si presentava persino troppo in forza: tre film in concorso (degli americani ce n’era in gara soltanto uno) di tre autori stimati («Buongiorno, notte» di Bellocchio, «Segreti di Stato» di Benvenuti, «Il miracolo» di Winspeare), più «The Dreamers» di Bernardo Bertolucci fuori concorso. Dilemmi o sfondi politici per noi appassionanti: il caso Moro nel 1978, la strage di Portella della Ginestra nel 1947, il Sessantotto di tutti i desideri e di tutte le speranze. La nostra Storia rivisitata drammaturgicamente, coi suoi misteri, le sue congiure, il sangue.
E neppure un riconoscimento. Fra tanti motivi possibili, la spiegazione più semplice è che ai giurati stranieri (un tedesco, una cinese, una spagnola, un americano, un francese) l’Italia cinematografica sia piaciuta poco, l’Italia politica non interessi affatto.

dopo: a Roma!

La Repubblica
06.9.03 Roma, 22:18
Mostra del Cinema, Bellocchio: meglio essere qui col pubblico


Ovazione per Marco Bellocchio e gli attori del cast di Buongiorno, notte da parte di un centinaio di persone che si trovavano all'esterno del cinema Eden a Roma. Bellocchio, che aveva abbandonato Venezia oggi pomeriggio, in segno di protesta per la mancata vittoria del Leone d'oro ha dichiarato, una volta in sala: "Preferiamo essere qui con il pubblico anzicché lì a ritirare un premio che non ci rappresenta".
"Il festival di Venezia - ha dichiarato Roberto Herlitzka l'attore che intepretava Aldo Moro - è come il Festival di Sanremo, non sempre vincono i migliori". (Fabio Santolini)

Corriere della Sera
06.9.03 22:34 Festival di Venezia: Bellocchio accolto da ovazione a Roma


ROMA - Una standing ovation ha accolto Marco Bellocchio e gli attori del cast di "Buongiorno, notte" che si trovavano nel cinema Eden a Roma. Bellocchio, che aveva abbandonato Venezia oggi pomeriggio, in segno di protesta per la mancata vittoria del Leone d'oro ha dichiarato: "Preferiamo essere qui con il pubblico anziche' li' a ritirare un premio che non ci reppresenta". (Agr)

su La Sicilia: Macaluso ricorda

La Sicilia 6.9.03
Macaluso: «Moro, il Pci e le Br»
di Tony Zermo

Ora che si riparla del caso Moro dopo il film di Bellocchio a Venezia, e dopo la «Piazza delle cinque lune», due film di cui si discute molto, ci chiediamo se la linea della non trattativa con le Br sia stata giusta. Liberi pensatori come Sciascia erano per lo scambio perché «la ragion di Stato non vale una vita». Quelli che bloccarono qualunque trattativa, a distanza di 25 anni hanno avuto dei ripensamenti? Lo chiediamo a Emanuele Macaluso, uno dei leader storici del Pci di allora. «Io in quel periodo - dice - ho sostenuto con convinzione la linea della fermezza con Berlinguer, Amendola, Pertini e gli altri. E questo per tre motivi: primo perché una trattativa avrebbe dato legittimazione alle Brigate rosse e quindi avrebbe allargato la loro presenza e l'area del consenso; la seconda preoccupazione era che in definitiva il Pci, che era stato indicato come "padre" delle Br anche dalla Rossanda, perché loro parlavano di leninismo, di comunismo, aveva l'esigenza di marcare una rottura radicale; terzo perché eravano arrivati nell'area di governo e quindi era necessario segnare con forza che il Pci era un partito dello Stato, dell'arco costituzionale. Infine nel Pci c'era ancora molta gente come Pajetta, Amendola e altri che avevano fatto anni e anni di carcere i quali avevano trasmesso anche a noi che quando si fa politica si deve rischiare, quando si sta in carcere non bisogna piegarsi, che chi fa questa scelta la deve fare fino in fondo. C'era insomma anche una questione morale, tutta una concatenazione di motivi per cui il Pci su questo fronte fu abbastanza compatto».
Nemmeno quando le Br proposero lo scambio uno contro uno, la vita di Moro in cambio della liberazione di Paola Besuschio, che tra l'altro era ammalata e non aveva ucciso nessuno?
«Anzitutto nessuno credeva alla serietà di quella proposta, si pensava che l'avrebbero ucciso lo stesso e che quella richiesta dell'ltimo momento era solo un modo per fare dire di sì e poi ucciderlo lo stesso. Ci fu solo Bufalini che disse: ma in fondo si potrebbe liberare la Besuchio.Ma come ricordava Andreotti la Besuschio aveva una condanna definitiva e non si capiva come potesse uscire dal carcere».
Avete mai valutato cosa sarebbe stato di Moro se le Br lo avessero lasciato libero?
«In effetti molti si sono chiesti come mai le Brigate rosse non lo abbiano liberato, perché Moro libero sarebbe stato un elemento destabilizzante per il maggiore partito di governo. Però dai calcoli fatti, in definitiva loro, o chi per loro o con loro, pensavano che era necessario dare una prova di forza, per significare che non si fermavano davanti a nulla, che non avevano scherzato, che con loro non si scherzava».
Eppure il giudice Sossi di Genova l'avevano liberato.
«Ma Sossi non era Moro. Moro era lo Stato. Infatti loro avevano detto: abbiamo colpito il cuore dello Stato. Era qualcosa di diverso, la trattativa era con il cuore dello Stato, per il cuore dello Stato».
Tre settimane dopo il rapimento di Moro entrai nella sede della Dc in Piazza del Gesù per una conferenza del segretario dc Zaccagnini. In una stanza deserta vidi arrotolati dei grandi manifesti a lutto «per la morte di Moro». E Moro era ancora vivo.
«Questa è una cosa che non ho mai saputo. Forse quei manifesti furono stampati quando ci fu quel volantino che diceva: cercate il cadavere di Moro nel Lago della Duchessa. O forse è stato lo zelo di qualcuno. Se lei dice di averli visti, ci credo, ma francamente resto sorpreso».
Lo chieda a Beppe Sangiorgi, allora addetto stampa della Dc, il quale mi disse: «Sai, è per essere preparati al peggio».
«Se dovessi incontrare Sangiorgi glielo chiederò».

i giovani

il Gazzettino 6.9.03
Bellocchio conquista i giovani giurati

Superfavorito per il Leone d'Oro, Marco Bellocchio con il suo "Buongiorno, notte" ha già fatto man bassa dei premi assegnati dalle giovani giurie della Mostra di Venezia. Il film si è infatti aggiudicato il Leoncino d'Oro Agiscuola, il premio Cinemavvenire e il premio Arca. «Sono molto emozionato -ha detto il regista- di ricevere questi premi da ragazzi che nel '78 non erano nemmeno nati. Noi abbiamo vissuto la tragedia italiana raccontata nel film, quella del rapimento Moro, loro no. Per questo la loro emozione davanti al film è molto più preziosa».

dopo, Liberazione...

Un Leone che non ruggisce
Roberta Ronconi

Non è Bellocchio. Il Leone non è di Bellocchio. L'intero Lido ieri è rimasto senza fiato nel venire a sapere - durante la premiazione, ma in realtà le voci circolavano già dal pomeriggio - che il film più unanimemente amato e applaudito di questa 60ma Mostra di Venezia non avrebbe ricevuto il massimo riconoscimento della Giuria. Guidata dal suo presidente Mario Monicelli (e composta, inoltre, da Stefano Accorsi, Michael Ballahaus, Ann Hui, Pierre Jolivet, Monty Montgomery Assumpta Serna), questa ha preferito mettere il Leone d'oro nelle mani di Andrej Zvyagintsev, regista russo che ha dedicato la vittoria a uno dei suoi giovani protagonisti, morto subito dopo le riprese del film. "Il ritorno" è stato un titolo molto amato e applaudito dal pubblico del Lido, un po' meno dai critici cinematografici (noi comprese) che lo hanno trovato un perfetto prodotto da festival, formalmente e narrativamente impeccabile e proprio per questo meno interessante di altri titoli artisticamente più "sporchi". Una scelta che farà discutere a lungo, anche nei prossimi giorni, e che probabilmente ha un profilo politico, oltre che artistico. Per rabbia, crediamo, sia Marco Bellocchio che la sua attrice Maya Sansa (che avrebbe dovuto consegnare un premio) hanno lasciato ieri Venezia nel primo pomeriggio, decidendo così di non presenziare alla serata di premiazione.
(...)

prima, Il Corriere della Sera...
Quel sogno di Chiara
mentre moriva la Prima Repubblica
di Paolo Franchi

E’ il caso di ringraziare Marco Bellocchio per averci dato questo Buongiorno, notte, un bel film, anzi, un bellissimo film su una vicenda drammatica e cruciale come il sequestro, la prigionia e l’assassinio di Aldo Moro. Un film che non ci ammannisce verità preconfezionate sorrette da sconvolgenti pseudorivelazioni; ma che nonostante questo, o forse proprio per questo, ci costringe a ripensare a quei terribili 55 giorni e a cosa ci hanno lasciato in eredità. Altro che Mani Pulite, altro che referendum elettorali. La Prima Repubblica, quella vera, entrò in crisi preagonica il 16 marzo del 1978, il giorno del sequestro di Moro; visse la sua agonia nelle settimane in cui Moro fu rinchiuso nel «carcere del popolo»; e morì il 9 di maggio, quando il cadavere del presidente democristiano fu restituito dai brigatisti a poche decine di metri da Botteghe Oscure e da piazza del Gesù. Con Moro veniva meno il suo leader più lucido e consapevole, la sua incarnazione più alta: il conservatore illuminato che si era fatto garante della possibilità di portare a compimento definitivo l’allargamento delle sue basi politiche e sociali, una sorta di moderno Giolitti.Con il suo assassinio si chiudeva di fatto il tempo dell’unità nazionale, si apriva (da subito) la crisi del Pci, e in prospettiva (non lunghissima) la crisi democristiana. E finiva anche il nostro lungo dopoguerra, la stagione dei processi politici così lenti da sembrare interminabili, eppure fondati, così come i partiti che li promuovevano, su un consenso faticosamente guadagnato, passo dopo passo, nel profondo della società italiana, e alla fine così vasto da renderli quasi irreversibili. Tutto questo Moro era, o per lo meno questo simboleggiava, per amici, interlocutori ed avversari. E tutto questo era, senza di lui, letteralmente impossibile. Lo avevano chiaro anche i brigatisti: davvero sequestrandolo e assassinandolo il partito armato scientemente provvide ad uccidere, con un’ overdose di decisione politica, un sistema cronicamente afflitto da astinenza da decisione? Non può essere certo un film, seppure bello e intelligente, a dare risposte definitive a un simile quesito, specie se giustamente rifugge dall’eterno gioco della ricerca degli ipotetici mandanti, e ci racconta invece i carcerieri di Moro per quello che presumibilmente erano: militanti finiti sul binario morto dell’allucinazione ideologica, capaci anche, in alcuni casi, di chiedersi angosciati in quale girone infernale si fossero andati a cacciare, ma destinati, prigionieri com’erano di una cieca autoreferenzialità politica, a portare a sentenza irreversibile il loro «processo».
Certo, è solo un sogno della più inquieta delle carceriere, Chiara, quel Moro che se ne esce libero dall’appartamento, e se ne va da solo verso casa in una Roma deserta. Ma quel sogno avrebbe potuto anche essere una possibilità politica, oltre che, naturalmente, umana: la possibilità che, fuori dal carcere, il cosiddetto «partito della trattativa» cercò invano di tenere aperta, e che il cosiddetto «partito della fermezza» osteggiò con successo. Moro restituito vivo, dopo quei 55 giorni, non sarebbe stato davvero lo stesso di prima; e forse anche la nostra storia avrebbe preso una piega assai diversa. I suoi sostenitori democristiani, comunisti, laici, lo temettero. I suoi tradizionali avversari, a cominciare da Craxi, inutilmente lo sperarono. Alla fine, persero tutti.
Si disse allora che, dopo il suo sacrificio, nulla sarebbe tornato come prima. Non era vero. Il film di Bellocchio, stavolta feroce e impietoso, ci ripropone le immagini dei funerali di Stato di Moro nella basilica di San Giovanni: funerali senza salma, per volontà della famiglia. In piazza (ma queste il film non ce le mostra) qualche centinaio di bandiere scudocrociate e di bandiere rosse, che sventolano sempre più stanche. Dentro la basilica, ad ascoltare le parole di Paolo VI, che attanagliato dal dolore chiede angosciato a Dio perché non ha ascoltato la sua supplica, i volti impietriti di una classe dirigente che forse per la prima volta intuisce di non essere più tale. Non sapremmo dire se Buongiorno, notte sarà apprezzato dai più giovani. Certo però i più giovani questi volti li ricorderanno. E, ricordandoli, avranno un motivo per cogliere retrospettivamente come noi, in quel Moro sognato, che solo soletto fugge dai suoi assassini e forse pure da quella classe dirigente, un messaggio (deluso) di speranza.

IL LIBRO
«I canarini erano fuggiti. E la colpa era mia»

Paola Tavella, l’autrice dell’intervista di questa pagina, ha scritto con Anna Laura Braghetti il libro «Il prigioniero» (in nuova uscita per Feltrinelli Editore) che ha ispirato il film di Bellocchio. Eccone un brano :
La gabbia era vuota, con la porta spalancata. Mi prese il panico. Come poteva essere successo? Dovevo per forza essere stata io a lasciarla aperta. Ora dovevo andare in cucina e dirlo a Prospero. Si sarebbe infuriato, e avrei passato un guaio, lo sapevo benissimo. E non c’era modo di correre ai ripari. A quell’ora i canarini dovevano essere chissà dove.
Nella casa di via Montalcini c’era una gabbia con due canarini gialli. La tenevo appesa al soffitto, nel salone, ma accadeva che al mattino, prima di uscire, portassi la gabbia con una vaschetta piena d’acqua in giardino. Ai canarini piace fare il bagno. Prospero andava pazzo per quei due uccelli. Ne curò uno che si era ferito a una zampa, e un giorno che il tempo era cambiato ed erano restati fuori sotto il temporale lo trovai che li asciugava con il phon. E ora erano scappati, per colpa mia. Dovevo aver fatto uno di quei gesti automatici che, si sa, alludono ad altro. Chi avrei voluto lasciare libero? me stessa, Aldo Moro? Mi precipitai in casa e raggiunsi lo studio, feci girare sui cardini la libreria e accostai l’occhio allo spioncino sulla porta della cella. Era il mio rituale di tutte le sere, quello che segnava il salto fra una identità e l’altra. Come mai, invece, lo avevo dimenticato? Il prigioniero sedeva sul letto, un taccuino sulle ginocchia, e scriveva. In quei giorni scriveva sempre.
(per gentile concessione della Feltrinelli Editore)

PRIMA_PAGINA
Al cinema con Anna Laura Braghetti, carceriera del leader dc: nell’opera di Bellocchio compare come Chiara
«Sognai di salvare Moro, come nel film. Ma non feci nulla»

«Ero contraria. Ero inorridita. Come nel film ho immaginato di lasciar andare Aldo Moro, ma non l’ho fatto. E’ troppo comodo dirlo adesso». Così l’ex brigatista Anna Laura Braghetti ricorda il dramma del sequestro e dell’omicidio del leader dc rievocato da Buongiorno, notte , il film di Marco Bellocchio ispirato al suo libro «Il prigioniero». La Braghetti commenta così la pellicola: «Il film suggerisce una via d’uscita che la morsa dell’ideologia a suo tempo non ci consentì neppure di immaginare. Non ho la distanza necessaria per dare un giudizio. E’ una tragedia e abbiamo causato dolori così grandi da non poter immaginare nemmeno quanto. Non vorrei riaprire delle ferite».
«Ma questa è via Montalcini. Hanno preso la casa vera...». Nel buio di un cinema di periferia, al primo spettacolo, Anna Laura Braghetti, che di Aldo Moro è stata la carceriera e la vivandiera, e della prigione del popolo l'inquilina ufficiale, reagisce così alle prime inquadrature di Buongiorno, notte , il film di Marco Bellocchio ispirato a «Il prigioniero», il libro che abbiamo scritto insieme nel ’97 sui cinquantacinque giorni del sequestro. Poi si rende conto che non si tratta dello stesso appartamento, ma la ricostruzione è fedele al punto da averla, per un attimo, ingannata. Tormenta un fazzoletto. Tiene la borsa a tracolla, come fosse sempre sul punto di alzarsi e andare via. Nell'intervallo osserva soltanto di non capire se il film le piace: «Non ho la distanza necessaria per dare un giudizio. E' una tale tragedia. E, anche, è la mia tragedia».
Non voleva cedere i diritti, oggi non vorrebbe parlare. Perché, spiega, «abbiamo causato dolori così grandi da non poter nemmeno immaginare quanto». Aggiunge: «Non vorrei che una mia parola riaprisse la ferita di qualcuno, lo offendesse. E' necessario essere sobri, avere pudore».
Quanto ti sei riconosciuta nel personaggio di Chiara?
«Ho una distanza così grande dal mio passato che quasi non riesco più a parlarne. C'è stato un periodo in cui ho fatto della ideologia un modello di vita e da quella persona lì sono lontana anni luce. Quando si diventa adulti non si capiscono più i discorsi dei ventenni. Ecco, ho appena compiuto 50 anni e non comprendo più i ragionamenti che facevo da ragazza. Stamattina ho letto sul giornale che all'epoca del delitto Moro avevo 23 anni e ci ho creduto. Solo dopo qualche ora ho realizzato che ne avevo 25. Comunque Chiara è l'unico personaggio che Bellocchio lascia davvero agire, gli altri sono piatti, quasi delle caricature. Lei invece esce fuori dalla cornicetta ideologica».
Nel film Chiara fantastica di liberare l'ostaggio, e forse alla fine lo lascia andare davvero. Tu eri contraria all'esecuzione, soprattutto per ragioni umanitarie...
«Sì, ero contraria. Ero inorridita. Ma è comodo dirlo adesso. A quei tempi non ho agito. Ho immaginato di lasciar andare Moro ma non l'ho fatto. Ho lasciato che accadesse. E sono rimasta nelle Br».
Questo film è anche un film sulla libertà, e sulla liberazione di Moro. Dice che era possibile.
«Sì. Se teniamo gli occhi socchiusi possiamo lasciar passare quelle immagini e fare assumere alla realtà un tono più accettabile. Fingere che sia stata quella. Forzarla. Ma la verità dei fatti è lì, dove e come si è verificata. E la riflessione, per me, non finirà mai».
Te lo chiedo ancora: la liberazione di Moro era possibile?
«Potrei ribattere che per le Brigate Rosse, nella nostra logica, non lo era. E infatti non lo è stata. E invece sento di non doverti rispondere, proprio per la buona ragione che le cose sono andate diversamente. Il film suggerisce una via d'uscita che la morsa dell'ideologia a suo tempo non ci consentì neppure di immaginare. Eppure Bellocchio ha colto qualcosa di quello che c'era dentro di me, dei messaggi che ci sono nel libro. Ha fatto un'operazione di compressione, poi ha preso dei dettagli, delle sfumature, e le ha fatte esplodere. Le lettere dei condannati a morte della Resistenza che mi venivano in mente ossessivamente in quei giorni, i canarini a cui senza volere ho lasciato aperta la gabbia. Si è servito di spunti, tracce narrative, ma ha saputo andare molto oltre. E' proprio frutto del suo lavoro, gli va riconosciuto tutto.
Sono colpita dalle reazioni della stampa e dei commentatori a questo film. Fino a ieri non si poteva parlare del caso Moro senza nominare i "misteri", oggi non vi si fa neppure cenno. E sembrava anche molto difficile che gli artisti, gli intellettuali italiani riuscissero a rielaborare, ripercorrere la storia del nostro Paese con film, libri, non solo con saggi politici. Invece ecco, esce il film di Bellocchio, esce il film di Bertolucci sul '68, la gente fa la fila per vedere La meglio gioventù di Giordana».
«Forse questi autori hanno saputo trovare il passo giusto. Però, per quel che mi riguarda questo accade in un momento in cui rifuggo dall'essere un personaggio pubblico. Cinque anni fa ho deciso che era venuto il momento di raccontare, di testimoniare, e abbiamo scritto il libro, sono andata in televisione a rispondere alle domande di Sergio Zavoli, ho discusso con tutti quelli che mi hanno chiesto di farlo. Tutti sanno chi sono adesso, come sono cambiata, perché. Ogni tanto - bada, non perché io possa dimenticare, o perché creda di poter davvero voltare per sempre quella pagina - vorrei soltanto vivere, fare il mio lavoro in sordina, essere lasciata in pace. Non restare ancorata per sempre a certi momenti della mia vita. Esistere per quello che sono oggi. Stare in disparte. Mi viene da dire che tocca agli altri, adesso. Non ero mica sola, in via Montalcini».
Nel film Chiara partecipa a una commemorazione del padre partigiano insieme ai suoi compagni nella Resistenza e tutti cantano «Fischia il vento». Che cosa ti ha fatto pensare?
«Bellocchio ha voluto fare una provocazione. La lotta partigiana è una pagina gloriosa, ma le ferite che si sono aperte a quel tempo non si rimarginarono. E' rimasto un odio di classe che la nostra generazione ha ereditato e portato alle estreme conseguenze. E' come se noi che abbiamo preso le armi avessimo messo in pratica quello che, in fondo, desideravano anche molti di coloro che non hanno sparato».
E oggi che cosa ci resta da fare?
«Lavorare sull'odio. Sul proprio odio e sull'odio collettivo. Spegnere l'odio».

sabato 6 settembre 2003

dopo, l'Unità... e il Riformista

L'Unità 6.09.2003
Il Leone al russo «Il ritorno». Polemiche anche sul palco per il «no» a Bellocchio
di Gabriella Gallozzi


Applausi commossi per il Leone d'oro al russo Il ritorno di Andrei Zvyagintsev e applausi più «tirati» per l'ex premio della sceneggiatura a Buongiorno, notte di Marco Bellocchio. L'edizione numero sessanta della Mostra di Venezia si è chiusa con un palmarès che si porterà dietro numerose polemiche, cominciate già in modo soft nel corso dell'interminabile cerimonia di premiazione capeggiata dalla strana coppia: Chiambretti-de Hadeln. A tirare in ballo il pericolo-querelle è stato Tullio Kezich chiamato sul palco per consegnare la targa alla pellicola sul caso Moro che, dopo l'accoglienza entusiasta del festival, era data quasi da tutti come il Leone italiano 2003. Invece, la giuria capitanata da Mario Monicelli ha assegnato al film il «Premio per un contributo individuale di particolare rilievo». «Un riconoscimento - dice Tullio Kezich - che vuol dire tutto e niente. Come giornalista mi permetto di immaginare che questo premio farà discutere i giornali». E così è stato. Già da ieri.

A ritirare il riconoscimento, infatti, non è salito sul palco il regista, ma il suo interprete Luigi Lo Cascio, che diplomaticamente ha portato alla cerimonia di premiazione i «ringraziamenti alla giuria» di Bellocchio, che nel frattempo era ritornato a Roma insieme a tutto il cast per presenziare alla proiezione del film al cinema Eden. Applausi sentiti e commossi, invece, sono andati alla libanese Randa Chahal Sabbag, regista di L'aquilone, vincitrice del Gran premio della giuria per un film che ha portato al festival il tema della guerra. In particolare l'invasione del Libano da parte di Israele nel '67. Una di quelle pellicole che il tam-tam del Lido aveva messo nel palmarès già dai primi giorni. «Credete che io faccia parte dell'asse del male e Bush di quello della pace?», dice la regista salendo sul palco. La sala applaude ancora. Così come applaude con entusiasmo all'annuncio del premio San Marco per il miglior regista a Vodka Lemon di Hiner Saleem, in gara nel secondo concorso, Controcorrente. Chiambretti, sorridente e adrenalico come sempre, accompagna il regista sul palco definendo il suo film «iracheno». «No, non sono iracheno - ribatte deciso Hiner Saleem - il film è curdo e io sono curdo. E voglio ricordare che proprio mentre stavo girando è arrivata la buona notizia della caduta di Saddam. Da questo momento spero che si apra la strada verso la democrazia e la pace».

La storia di ieri, quella dolorosa dell'Olocausto, rientra poi nel palmarès con la coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile alla bionda Katjia Riemann, protagonista di Rosenstrasse di Margarethe von Trotta. L'attrice sul palco ringrazia la regista tedesca e dedica il riconoscimento a tutte quelle donne berlinesi che, nel '43, riuscirono a mettere in scacco il regime nazista con la loro protesta, portando alla liberazione di centinaia di ebrei. Applauditissimo, soprattutto dai cinefili in sala, è il premio per la regia a Zatoichi di Takeshi Kitano, giudicato all'unanimità come il vero capolavoro di questa Mostra. L'ultimo applauso tocca al tenebroso Sean Penn, incoronato con la coppa Volpi per la sua interpretazione di 21 grams del messicano Alejandro Gonzales Inarritu.
La cerimonia di premiazione è finita. Ma il malumore per il Leone mancato al film di Bellocchio è palpabile. Venezia, si sa, non è come Cannes, dove fino all'ultimo si mantiene il segreto sul palmarès. Per cui la notizia del premio minore a Buongiorno, notte era già circolata nel primo pomeriggio. Dopo la proiezione ufficiale del film, la più applaudita della Mostra, si era già diffusa la «voce» che Mario Monicelli, presidente della giuria, non avesse amato molto la pellicola sul caso Moro. Mentre Il ritorno, opera prima del russo Zvyagintsev, continuava ad infiammare gli animi degli accreditati, rimontando nella classifica del toto-leoni. A metà mattinata, dunque si è cominciato a parlare per Bellocchio di un secondo premio, comunque prestigioso come quello della giuria. Un riconoscimento che avrebbe reso merito ad un film importante, come in molti hanno giudicato Buongiorno, notte.

Indiscrezioni, voci, chiacchiere da «corridoio» si sono avvicendate febbrili per tutta la mattinata di ieri. Ed anche l'arrivo di Lucia Annunziata al Lido ha fatto mantenere vive le speranze. Poi, nel primo pomeriggio, l'indiscrezione è diventata una notizia: Buongiorno, notte non ha conquistato né il Leone, né il premio della giuria. A questo punto il malessere e l'insoddisfazione, non solo in casa Rai che produce il film, è diventato palese. Bellocchio è tornato a Roma insieme a tutto il cast dove ieri sera ha partecipato alla proiezione del suo film al cinema Eden, accompagnato da un pubblico acclamante. Quasi una contro-cerimonia di premiazione fatta spontaneamente dai suoi fan. Intanto, uscito in sala l'altro giorno, Buongiorno, notte è già al terzo posto degli incassi. E questo sicuramente, al di là delle polemiche da festival, è già una vittoria.

Il Leone e la Memoria
di Bruno Ugolini


Marco Bellocchio bocciato. O quasi. È la notizia impetuosa uscita, qualche ora prima della premiazione ufficiale, dalle sale ormai poco affollate della Mostra del cinema. Il Leone d’oro al russo Il Ritorno, bello e rassicurante. Non inquietante come quello di Bellocchio, dedicato alla vicenda Moro e che ha travagliato gli animi. Basta leggere uno strano pezzo su Il riformista scritto dallo svelto Luca Telese. Il titolo è «Un festival revisionista contro la storia del Pci». Il riferimento è ai due film politici, quello di Bertolucci, apparentemente sul ’68, e quello di Bellocchio. Telese scrive che sarebbero entrambi contro la memoria del Pci e della sua storia. Quel che è grave è che una tale interpretazione sarebbe stata suggerita da ambienti cineasti dell’ultrasinistra. Non hanno digerito, tra le altre cose, l’accostamento (presente in Buon giorno notte) tra le lettere ai condannati a morte della Resistenza e quelle scritte da Aldo Moro. Hanno considerata “reazionaria” la oggettiva esaltazione dello statista Dc, sacrificato dai terroristi. Avrebbero preferito, evidentemente, vedere, tra i protagonisti del film, una brigatista più dura, meno sentimentale, meno romantica, meno disposta ad aprire le porte della prigione. Nessuno osi, però, in questo caso, presentarsi come il rappresentante della storia e della memoria del Pci. Il partito di Berlinguer spese contro le Br anche la vita dei suoi militanti, a cominciare dall’operaio Guido Rossa. I veri partigiani stavano con Aldo Moro, non con Moretti e Gallinari.

prima, Le Monde...

UNE DÉMARCHE CATHARTIQUE


Avec Buongiorno, notte , Marco Bellocchio se situe sur un autre terrain. Il montre la détention de l'homme politique à travers les yeux de la seule femme du commando chargé de garder le prisonnier.

Lors de sa projection de presse, le 3 septembre, le film a été accueilli avec un respect inhabituel à Venise (on n'a pas entendu un telefonino sonner) et salué par de longs applaudissements. C'est qu'il y a quelque chose de cathartique dans la démarche de Bellocchio.

Giancarlo Leone, administrateur de RAI Cinema, la branche de production de l'audiovisuel public italien, explique : "Nous voulions d'abord faire, avec Marco, un film sur la façon dont les Italiens ont vécu l'affaire Moro, puis le scénario a évolué pour montrer la détention." Le sujet est risqué, à la fois un peu oublié parce que "refoulé" selon Giancarlo Leone, mais encore douloureux "comme le 11 septembre aux Etats-Unis" ,ajoute-t-il.

Plutôt que de se jeter dans la mêlée, Bellocchio tourne le dos à la polémique. Lors de la conférence de presse organisée à Venise il a expliqué : "CIA ou KGB, ça ne m'intéresse pas, je voulais faire un film sur Aldo Moro. Et ce film m'a ramené à mon père" (à qui Buongiorno, notte est dédié). Cette imbrication de l'intime et du collectif, qui anime tant de films présentés à Venise, est poussée à un point d'intelligence, de lucidité et de sensibilité qui s'impose avec une grâce irréfutable.

Ainsi de l'utilisation de matériaux extérieurs, images d'actualité de 1978, musique (Pink Floyd, Schubert, Chœurs de l'armée rouge) et surtout films soviétiques, qui apparaissent en rêve à la jeune terroriste (irréprochable Maya Sansa, déjà vue en bibliothécaire radieuse dans Nos meilleures années , de Marco Tullio Giordana), comme des manifestations d'une impossible utopie. Sans accabler les brigadistes, Bellocchio montre leur dévoiement, fait de Moro (joué par Roberto Herlitzka) une figure simplement pathétique et réussit à rassembler comme pour une veillée funèbre longtemps différée, les survivants et les héritiers des années de plomb.

Si le succès festivalier du film ne fait aucun doute, sa réussite publique reste une inconnue. Le distributeur italien 01 y croit assez pour que le film sorte le 5 septembre sur 170 copies, "la plus grosse sortie jamais vue pour un film italien présenté à Venise" .

prima, Libertà...
Dalla stampa un coro di elogi: impeccabile
“Severa capacità evocativa”, “commovente”. Le Monde: grazia incontestabile
di Alfredo Tenni

Venezia - L'interminabile applauso del pubblico del Lido; la sorpresa per un film che si misura col caso Moro senza tirare in ballo P2, Cia e Kgb ma dipingendo una storia - fitta di simbolismi, eppure fedelissima nel restituire il linguaggio e le atmosfere di 25 anni fa - di Figli che uccidono Padri; il catartico senso di liberazione indotto nello spettatore dalla visione di una pellicola programmaticamente “claustrofobica”.
Sono questi i motivi conduttori dei commenti che la stampa ha dedicato a Buongiorno, notte, il film di Bellocchio indicato da più parti come grande favorito per il Loene d'Oro alla Mostra di Venezia. Sul Corriere della Sera di ieri, Tullio Kezich si è soffermato a lungo sul linguaggio onirico e visionario di questo «film dalla fattura impeccabile, assimilabile a uno di quei “Grandi sogni” di cui parlava Jung».
Su La Repubblica Natalia Aspesi ha commentato: «Con la sua grande, severa capacità evocativa, Bellocchio ci riporta nelle tenebre amare di quei drammatici 55 giorni del '78. Ma ce li racconta nel chiuso claustrofobico del sentimento di potenza e smarrimento dei sequestratori».
Il francese Le Monde, che non è stato tenero con gli altri film italiani di argomento “politico” visti quest'anno a Venezia (ha stroncato The Dreamers di Bertolucci e ha accolto con freddezza Segreti di Stato di Benvenuti), elogia Buongiorno, notte senza riserve: «Il fitto intreccio dell'intimo e del collettivo è spinto a un punto di intelligenza, di lucidità e di sensibilità che si impone con grazia incontestabile».
Per Fabio Ferzetti (Il Messaggero), il film riesce «nel miracolo di tradurre un dramma epocale nella dimensione del singolo, in cui ognuno può ritrovarsi». Per Alberto Crespi (L'Unità) Buongiorno, notte è una riflessione alta su valori che vanno al di là della politica.
E' un'opera labirintica, spesso di difficile decifrazione, che lascia la voglia di rivederla più volte». «Forse proprio perché non è un film completamente riuscito, Buongiorno, notte è interessante e, per molti versi, commovente» scrive sul Giornale Stenio Solinas che, profetizzando un Leone d'Oro per il film, attribuisce a quest'ultimo un'importanza storica: «Non sarà premiato solo per le sue qualità cinematografiche, quanto perché segna il passaggio dalla rimozione alla comprensione troppo a lungo negata» della «vertigine del vuoto» che affascinò l'Italia di 25 anni fa. Un concetto analogo è espresso da Curzio Maltese, commentatore politico di La Repubblica, in un editoriale di prima pagina intitolato “Se il cinema riscopre la memoria”: per Maltese, il «bellissimo film di Bellocchio» è «un fenomeno politico importante» perché «qui il cinema riesce dove da sempre falliscono la società e la politica italiane: nella capacità di elaborare il lutto per una storia di odio e di follia ideologica per poter ricominciare da un'altra parte».
Alfredo Tenni

venerdì 5 settembre 2003

Corriere della Sera 4.9.03
Grande ressa alla proiezione di «Buongiorno, notte», ultimo titolo italiano in concorso
Bellocchio «libera» Moro, ma è un sogno
Applausi all’anteprima, la storia divisa tra ricostruzione psicologica e filmati d’epoca
di M. Po.

VENEZIA - Grande ressa ieri sera per la prima proiezione di Buongiorno, notte di Marco Bellocchio, riservata alla stampa che alla fine ha accolto il film con due lunghissimi applausi, uno dei quali ha finito per andare sulle immagini finali con la sfilata di tutti i capi democristiani nelle immagini documentarie del funerale di Moro. Ma poiché tutto il film è anche giocato tra la realtà degli eventi e la fantasia della brigatista che vorrebbe salvare la vita al prigioniero, vince nell’ultimissima sequenza l’immagine di Moro che se ne va per la strada finalmente liberato, sigla di un episodio che è sempre rimasto con un alone misterioso.
Ma è un sogno della brigatista Chiara (la brava Maya Sansa), personaggio inventato da Bellocchio, che percorre tutto il film con la sua basilare contraddizione: da una parte il fascino dell’utopia rivoluzionaria, dall’altra la pietà per un essere umano ridotto in cattività e kafkianamente processato dal tribunale proletario. Le due anime del film sono quindi proprio il suo lato documentario, attraverso la continua partecipazione di brani televisivi dell’epoca (si inizia con gli auguri di Montesano per il 1978) e la storia dell’incubo privato del personaggio inventato, ma verosimile, della terrorista.
Bellocchio ricostruisce puntigliosamente gli interni borghesi della prigione di Moro, dove la ragazza legge La sacra famiglia di Marx e Engels e le Lettere dei condannati a morte della Resistenza, mentre sopra il letto dove sogna l’impossibile lieto fine c’è persino un crocefisso. La cella di Moro corrisponde all’iconografia ed è quasi sempre vista dal buco della serratura. Davanti al manifesto rosso con la stella br, lo statista, benissimo reso da Roberto Herlitzka, difende pacatamente e cristianamente la sua vita e, mentre la Carrà balla al sabato sera, egli parla della Dc come del partito della normalità, della tranquillità, del modesto benessere. E si intrattiene con i suoi carcerieri anche su questioni filosofiche come la paura della morte.
Lo si vede che scrive al Papa, Paolo VI, anch’egli fra le partecipazioni straordinarie del film, in cui non mancano neppure la famosa seduta spiritica per ritrovare lo statista rapito (accolta con qualche risata) e una serie di equivoci quotidiani che danno a tutta la storia il sapore di un match fra un gesto «straordinario» e disperato e la rivincita della vita di tutti i giorni che difficilmente sopporta gli eccessi di un gesto così perfido.
Oggi la presentazione ufficiale del film in concorso - che esce nelle sale domani ed è dedicato al padre di Bellocchio: nell’immaginare Moro ha spesso pensato al padre scomparso, un uomo tenace e conservatore -. Per stasera tutto esaurito ma senza mondanità e senza nessun familiare dello statista ucciso.

ancora su Buongiorno, notte: c'è un'intera pagina di Liberazione, non disponibile in rete. Sarà sul blog domani

Buongiorno, notte: L'Unità

L'Unità 05.09.2003
Un labirinto di identificazioni in un capolavoro di Bellocchio
di Alberto Crespi


VENEZIA. È quasi un peccato sapere già tutto, o quasi, del nuovo film di Marco Bellocchio Buongiorno, notte. Sapere che parla del caso Moro, che la macchina da presa ci porterà nel covo Br di via Gradoli, che passeremo 100 minuti assieme allo statista democristiano sequestrato dai terroristi e ai suoi carcerieri. Eppure... eppure facciamo, per qualche riga, un gioco. Facciamo finta di essere uno spettatore lituano o congolese o marziano che non abbia mai sentito parlare di Moro, delle Brigate rosse, del ’78 in Italia e dell’Italia tout court. Cosa vediamo, entrando in sala? Una giovane coppia visita un appartamento in vendita e ascolta il discorso da imbonitore dell’agente immobiliare (curioso il dettaglio dell’ingresso direttamente dal garage). Nella sequenza successiva la ragazza è nella casa ancora vuota, ma assieme ad un altro giovane: insieme festeggiano il capodanno del ’78.

Che sia la storia di un triangolo? Altra scena: stavolta sono in tre, fanno lavori di ristrutturazione, costruiscono una finta parete di librerie. Cosa si dovrà nascondere in quella casa? Poco dopo, la ragazza è sola in casa e guarda ansiosa la tv: un’edizione speciale del Tg2 annuncia che attentatori ancora ignoti hanno assalito la macchina di Aldo Moro, massacrato la scorta, rapito l’uomo politico. Seduta di fronte al televisore, la ragazza esulta, e in quel mentre suonano alla porta: è la vicina, che le chiede di tenerle un attimo il figlioletto neonato mentre lei va a prendere l’altro figlio a scuola. La ragazza fa per rifiutare, ma la vicina le molla il pupo e corre via. Proprio in quel momento si sente trambusto dalla porta che dà sul garage. Tre giovani (i due già visti più un terzo, più maturo, con i baffi) portano in casa un enorme baule e lo trascinano dietro la finta libreria. Dentro c’è Aldo Moro. Suona il campanello. Tensione. Mani che corrono alle pistole. La ragazza va ad aprire, riconsegna il bimbo alla mamma. Praticamente, comincia il film.

Spiegazione del gioco: nel primo quarto d’ora di Buongiorno, notte, Marco Bellocchio ci regala un prologo alla Hitchcock. Poi, il thriller lascia il posto al Kammerspiel, al dramma da camera. In senso letterale: la claustrofobia domina, il centro di ogni sequenza ­ anche quando si va per strada, all’aperto, «fra la gente» che parla dei brigatisti come degli assassini ­ è sempre quella cameretta angusta, dominata da una bandiera rossa con la stella a 5 punte, dove Moro è rinchiuso. Spesso vediamo l’onorevole inquadrato attraverso lo spioncino della porta: è il modo in cui lo vede sempre Chiara, la nostra ragazza, «vivandiera» delle Br liberamente ispirata alla brigatista Anna Laura Braghetti e al suo libro Il prigioniero. Il giovanotto coi baffi, l’avete già capito, è Moretti, l’ideologo: ma nel film si chiama Mariano. Gli altri due sono i piatti della bilancia, Ernesto è quello che entra in crisi e vorrebbe vivere una vita normale, Primo è il debole devoto a Mariano: a voler fare il gioco del «chi è chi?», potrebbero essere Maccari e Gallinari, ma Buongiorno, notte non è un film-museo delle cere: in fondo Roberto Herlitzka non somiglia molto a Moro né è truccato allo scopo, come a suo tempo Volonté nel Caso Moro di Ferrara e in Todo modo di Petri. Bellocchio l’ha scelto ­ oltre che per la straordinaria bravura, si capisce perché è del Nord e parla «settentrionale» là dove tutti sappiamo che Moro era pugliese: la verità, spiega il regista, è che «nell’immaginare il personaggio di Moro spesso mi è venuta in mente la figura di mio padre, che è morto quando ero piccolo. Aveva qualcosa in comune con Moro, era un uomo molto tenace, un conservatore, che però aveva un’umanità profonda che ho cancellato con la sua morte».

Alt. Questa è una traccia. Siamo di fronte a un labirinto di identificazioni che ci dicono molte cose sul film. Se Moro è ­ in senso lato ­ il padre di Bellocchio, allora non è un caso che Ernesto, uno dei terroristi, sia interpretato da suo figlio Pier Giorgio che gli assomiglia in modo impressionante; né che Chiara sia Maya Sansa, la giovane attrice alla quale Bellocchio aveva dato il ruolo del titolo nella Balia, e che qui entra in scena fingendosi moglie di Ernesto, accudendo un neonato e poi facendo credere di essere incinta quando sviene... davanti al prete che è venuto a benedire l’appartamento, proprio nel giorno in cui i brigatisti hanno deciso per l’«esecuzione».

Kammerspiel, certo: forse addirittura dramma familiare, come già I pugni in tasca quasi 40 anni fa. Là un figlio ribelle uccideva la madre, qui dei figli degeneri ammazzano un padre ideale. Ma allora non dobbiamo meravigliarci che Buongiorno, notte sia un film stranamente poco «politico»: non si parla mai dell’ipotesi delle Br eterodirette né dello scontro, all’interno dei partiti, fra chi voleva trattare e chi no; l’ideologia fa capolino solo nei discorsi deliranti di Mariano/Moretti, ai quali Moro risponde con pacata saggezza (uno dei risvolti se vogliamo «politici» del film è la spaventosa differenza di livello culturale e politico fra Moro e i suoi carcerieri: lui era uno statista, loro erano non solo dei fanatici ma forse anche dei cretini; è un tema importante, non il più importante). Ma il cuore di Buongiorno, notte è tutto, scusate il bisticcio, nel cuore di Chiara. Lei è l’unica che vediamo fuori dal covo. È l’unica che lavora (fa la bibliotecaria). Fa la spesa, lava i panni (meravigliosa la battuta di Moro che dice: «C’è una donna fra voi? L’ho capito da come sono piegate le calze»).
Sogna, spesso. E quando sogna, Bellocchio le mette nella coscienza spezzoni di film sovietici, immagini di Lenin e Stalin ma anche paesaggi innevati e sogni di fede, come quando immagina i tre compagni che si fanno il segno della croce prima di mangiare. Lei vorrebbe salvare Moro. Non accetta l’idea della sua morte. E questo ­ci siamo arrivati ­ è il cuore vero del film. Dice l’allora extraparlamentare Bellocchio: «Ammazzare una persona significa non avere un rapporto con la realtà», e questo per un politico è il difetto più grave. Attraverso la toccante scena del pranzo fuori porta dove i parenti di Chiara intonano Fischia il vento, Bellocchio ci dice che c’è stata una stagione della violenza necessaria (la Resistenza) e una della violenza insensata (gli anni di piombo).
Buongiorno, notte è una riflessione alta su valori che vanno al di là della politica. È un’opera onirica, labirintica, spesso di difficile decifrazione, che lascia la voglia di rivederla più volte. È il film gemello dell’Ora di religione ed è altrettanto bello. Gli attori, soprattutto Herlitzka e la Sansa, sono stupendi. Bellocchio sta attraversando una fase di grazia e Venezia, regalandoci il suo film e quello di Bertolucci, ci ha fatto almeno un bel regalo. A proposito: The Dreamers si chiude con Jimi Hendrix sulle barricate di Parigi nel ’68, Buongiorno, notte termina con Shine On You Crazy Diamond dei Pink Floyd sulle immagini di repertorio dei funerali di Moro nel ‘78. C’è sempre una chitarra elettrica, nei film dei figli di quella generazione, ad accompagnare i momenti salienti della storia.

Tifo commosso per un film da Leoni
di Gabriella Gallozzi

VENEZIA. A due giorni dalla fine questa Mostra numero 60 ha già il suo vincitore morale. È Marco Bellocchio con Buongiorno, notte, potente e spiazzante ricostruzione del caso Moro che non ha tradito le aspettative dei tanti accreditati in attesa dell'«italiano» da Leone d'oro. Nessun film in concorso, fino a ieri, era riuscito ad accendere l'entusiasmo travolgente che ha suscitato quello di Bellocchio. Alla proiezione per la stampa gli applausi hanno letteralmente tirato giù la sala, partendo a raffica cinque volte consecutive sui titoli di coda, fino a quando si sono riaccese le luci. E ancora applausi, calorosi, sentiti e interminabili si sono levati ieri mattina nel corso della conferenza stampa con cast e regista. Giornalisti in piedi e acclamanti hanno accolto Roberto Herlitzka, «gigantesco» nei panni di Aldo Moro. Poi applausi per i giovani «terroristi» Maya Sansa, Luigi Lo Cascio, Pier Giorgio Bellocchio, Giovanni Calcagno e soprattutto per lo stesso regista che è riuscito a stento a trattenere le lacrime. «Davvero non mi aspettavo questa accoglienza - dice Marco Bellocchio. Fino ad ora il film era stato visto da singole persone, l'impatto con un pubblico vero segna il salto di qualità. E l'importante ora è capire come andrà nei cinema», dove arriva da oggi in 170 copie distribuite dalla 01 di RaiCinema, coproduttrice con la Filmalbatros, dello stesso regista, e la Sky di Mardoch che ha firmato per il preacquisto dei diritti televisivi.
Ispirato al romanzo Il prigioniero di Anna Laura Braghetti, la «vivandiera» del sequestro Moro, Buongiorno notte non è un film di ricostruzione storica che va a cercare mandanti o trame oscure «nascosti» dietro alle Br, come ha fatto di recente Piazza delle Cinque Lune di Renzo Martinelli. «Non mi interessava una lettura di questo tipo - dice il regista - la sfida, piuttosto, era ricercare in quell'inumana tragedia una traccia che contraddicesse l'ineluttabilità di quella vicenda». Puntando, cioè, sul «fattore umano», sulla crisi che coglie la giovanissima terrorista, ma anche i suoi compagni e lo stesso prigioniero. Tanto da arrivare ad un finale spiazzante e liberatorio, in cui tra sogno e realtà, vediamo Aldo Moro uscire per le strade di Roma, finalmente libero. «Come cittadino - spiega Bellocchio - allora ero per la trattativa che, al contrario dell'opinione comune, pensavo come un atto di coraggio e di forza politica. Non ho mai potuto accettare, infatti, l'idea che un uomo potesse essere ucciso in quel modo».

Dedicato a suo padre che il regista dice di aver «ritrovato via via nella figura stanca di Moro prigioniero», Buongiorno, notte è tutto girato all'interno dell'appartamento-prigione di via Montalcini - ricostruito a Cinecittà - dove si sviluppa il rapporto quotidiano tra carcerieri e vittima. «Quasi una vita di famiglia - spiega Bellocchio - di fronte alla quale appare ancora più folle e spietata la sentenza finale di morte». Una sentenza che, quando arriva per voce di Lo Cascio - Mario Moretti, il regista affianca ad un insieme di immagini potenti che fanno da sfondo alla lettura della protagonista delle Lettere dei condannati a morte della Resistenza. «Ho scelto immagini - prosegue - tratte da Paisà e da vecchi filmati sulle fucilazioni dei partigiani eseguite dalla X Mas per mettere in relazione gli stati d'animo di fronte a quei momenti tragici». La Resistenza, ancora irrompe nel film, con la scena di un matrimonio in cui vecchi partigiani cantano in coro Fischia il vento. «In quegli anni - dice il regista - una delle accuse dell'estrema sinistra era di aver ridotto lo spirito della Resistenza a puro cerimoniale. Eppure non dimentichiamo che anche Lama è stato un partigiano e lo vediamo nel film fare il suo lungo discorso, forse pieno di retorica, ma di una retorica altissima, almeno per me che in quella cultura sono cresciuto». La «retorica» dei Br, nel film, invece, appare davvero insostenibile. Tanto che Bellocchio, interrogato su eventuali polemiche, dice di «temere, paradossalmente, più le critiche da sinistra che da destra. Ai Br viene dato degli stupidi e dei pazzi, cosa che potrebbe non andare giù a qualcuno». Per il momento l'unica polemica in corso è stata quella con la figlia del leader Dc, Maria Fida Moro che, sposato in toto il film di Martinelli, si è mostrata poco contenta di una nuova pellicola su suo padre. Al contrario, invece, di suo fratello Giovanni Moro che dopo aver visto il film ha inviato al regista e alla Rai una lettera di apprezzamento. Ancora un giudizio positivo sul film, poi, è arrivato dal segretario dello statista democristiano, Guerzoni. «Mi ha detto di aver amato molto il finale - conclude Bellocchio - perché gli ha suggerito che lo spirito di Aldo Moro, in qualche modo, sia ancora tra noi. Quella tragedia, infatti, segna ancora il nostro presente e non si può cancellare».

Buongiorno, notte: La Repubblica

La Repubblica 5.9.03
Il cinema che riscopre la memoria
CURZIO MALTESE

NEL bellissimo film di Bellocchio sul rapimento di Aldo Moro, presentato a Venezia e da oggi nei cinema, non c´è nulla di quello che ci s´aspetta. Non una sola relazione fra le miriadi che ogni anno, da 25 anni, complicano il più denso mistero della nostra storia recente, né un accenno al ruolo della Cia o del Kgb o della P2. Non c´è traccia del definitivo giudizio morale o politico d´una generazione ribelle sulla tragedia che ha sepolto le speranze nate attorno al ´68, né tantomeno il colpo di spugna invocato da molti
C´è piuttosto qualcosa di più intimo, profondo e sorprendente. La discesa agli inferi fra i piccoli demoni del brigatismo, nel chiuso di una mente e di una prigione, dentro l´appartamento piccolo-borghese che fu allora il luogo più segreto d´Italia e rimane ancora oggi uno dei più nascosti della coscienza collettiva. Eppure il film di Bellocchio è un fenomeno politico importante. Perché qui il cinema riesce dove da sempre falliscono la società e la politica italiane, invischiate in un´eterna pantomima di guerra civile. Nella capacità di elaborare il lutto per una storia di odio e di follia ideologica per poter ricominciare da un´altra parte.
Questo spiega il senso di sollievo con cui si esce dalla sala, in fondo a un´opera così claustrofobica, come liberati da un´ossessione. Il caso Moro rappresentò, fra le tante cose, una cesura nella cultura italiana. La letteratura, il teatro e soprattutto il cinema erano stati dal dopoguerra alla fine degli anni Settanta fortemente politici, concentrati nel descrivere e leggere la realtà sociale, dal neorealismo di De Sica e Rossellini all´impegno civile di Rosi e Petri, al cinema sessantottino fino alla commedia all´italiana, a suo modo. Dal '78 in poi il nostro cinema cambia pelle e in pochi anni diventa intimista, avviluppato intorno a storie privatissime. Smette di girare per il mondo.
Gli ultimi film da esportazione o da Oscar narravano di italiani degli anni Trenta o al massimo Cinquanta, come in Tornatore, Salvatores, Benigni e perfino nel recente e celebrato "Respiro" di Crialese si vedono pescatori poveri d´altri tempi. Quasi che nelle radici dell´Italia contemporanea fosse calata una nebbia o un tabù. Soltanto oggi, a trent´anni di distanza, il cinema ha il coraggio di tornare sui decenni cruciali della grande trasformazione fra il '68 e gli anni '80. Con "La meglio gioventù" di Marco Tullio Giordana, il film di Bernardo Bertolucci sui sognatori del '68 e ora "Buongiorno, notte", e il cinema italiano riacquista la memoria.
La parabola di Bellocchio è esemplare. Da giovanissimo e coetaneo dei capi sessantottini diventa il regista simbolo della rivolta. Nel '77, alla vigilia del caso Moro, esce il suo ultimo film politico, "Marcia trionfale", violenta denuncia del militarismo. Dal '79, attraverso una rilettura di Cechov e "Salto nel vuoto", comincia per Bellocchio un´altra vita artistica. La politica smette di essere il terreno di ricerca della libertà. Fino a oggi, ieri, quando il maestro torna all´anno della svolta. Non a caso, nel presentare il film a Venezia, Bellocchio ha collegato la vicenda Moro con un altro lutto irrisolto, personale, per la morte di suo padre. Ma non è certo più il regista dei "Pugni in tasca", quello che dà anche la linea, in "Buongiorno, notte" è resa tutta l´ambiguità di un´epoca, il rovesciamento di ruoli fra un potente ridotto a vittima di aspiranti potenti il paradosso di un Moro che nella prigione parla la lingua semplice dell´umanità a carcerieri che gli rispondono con formule in politichese, assai più prigionieri in fondo di lui. C´è la schizofrenia delle presunte avanguardie rivoluzionarie, i brigatisti che sognano in bianco e nero la panchina di Lenin mentre l´Italia reale comincia a sognare con la tv a colori e Raffaella Carrà. C´è l´impazzimento del terrorismo visto come nella "Meglio gioventù" senza preoccupazioni di politicamente corretto, ma piuttosto con la dolorosa consapevolezza di chi l´ombra di follia l´ha sfiorata e sofferta, vista nascere e crescere nelle fabbriche, negli uffici, nel compagno di studi, moderna malapianta di un´antica ossessione religiosa.
Moro è fin dal principio «colui che deve morire», dice Bellocchio. Una figura cristologica resa più cruda dallo straordinario talento dell´interprete, Roberto Herlitzka. La sua prigionia è un calvario con figure mentre le istituzioni celebrano un rito funebre lungo 40 giorni, con tanto di sedute spiritiche e necrologi anticipati in attesa dell´inesorabile condanna a morte. Ed è qui che scatta, l´ultima ribellione di Bellocchio. L´immaginazione torna al potere e compie il vero atto rivoluzionario: la liberazione del prigioniero. La passeggiata di Moro libero per le strade di Roma rimarrà a lungo negli occhi degli spettatori. La storia italiana è andata per un´altra via in cui la porta si è chiusa per sempre. Ma nella storia del nostro cinema, fatti i conti con il passato, forse si sta aprendo un passaggio verso un futuro diverso.


Il figlio Giovanni parla dell´opera di Bellocchio. A Venezia il regista riapre la polemica sulla trattativa: bisognava salvare quella vita
Moro: "Mio padre in quel film 25 anni dopo"
Incontro con Giovanni Moro dopo la proiezione: "È stato doloroso, ma lo consiglierò ai miei figli"
"Questo film aiuterà i giovani vedranno la pazzia di allora"

La realtà Questo è un caso in cui la creazione artistica ha fatto crescere la conoscenza della realtà
la verità Sarei pronto a barattare anche la giustizia con la verità, purché finalmente la dicano
prima volta Non avevo mai voluto vedere un´opera su quei giorni: mi ha convinto la qualità del regista
le possibilità La possibile fine: la morte, la libertà. Io credo che mio padre le abbia pensate entrambe fino all´ultimo

di CONCITA DE GREGORIO
DICE che non vuol dire se suo padre fosse davvero così, «perché nessuno può farlo e poi io non lo so, ci stavo troppo vicino». Dice che non importa, comunque, questa faccenda della somiglianza: «Sono dettagli. Questo film ha il merito della distanza, e il pregio di non voler essere fedele alla realtà di quella vicenda». "Quella vicenda" sono i 55 giorni: il sequestro, l´omicidio. «Lasciamo perdere lo spessore biografico, non conta. È la figura di un padre, quella che emerge. Non solo del mio. Un padre per l´Italia: un uomo che ispirava e dava fiducia. Sicuro, pacato, autorevole. È finito tutto allora. Da quel momento ci trasciniamo dietro un fantasma. È stato come l´8 settembre. Tutti si ricordano dov´erano il 16 marzo, il giorno in cui è scomparso dalle nostre vite».
Giovanni Moro ha i capelli bianchi, le mani del padre e due figli adolescenti. Il primogenito si chiama Aldo. «Non mi faccia domande troppo personali, non le risponderei», dice, e sorride. Del film sì, ne parla perché lo vedranno tanti che di "quella vicenda" non hanno memoria, ragazzi nati dopo. Perché gli è piaciuto, anche se di piacere in questa storia ce n´è poco per tutti: «L´ho molto apprezzato, diciamo meglio». E forse perché, passato un quarto di secolo, è arrivato il momento. «Chi vedrà il film non avendo vissuto quegli anni avrà potenziata la reazione che abbiamo avuto noi: questi sono pazzi, dirà, erano pazzi. Ma davvero pensavano a un´insurrezione rivoluzionaria della classe operaia e dei ceti medi? Ma come potevano non capire quel che mio padre aveva capito per primo: che la fine del mondo diviso in blocchi era vicina, che le grandi ideologie erano al tramonto. In quegli anni è cambiata la nostra storia. Vedere il film è stato doloroso, ma consiglierò ai miei figli di farlo».
I figli, ecco. È tutta una storia di padri e di figli, questa di "Buongiorno, notte". Una resa dei conti fra generazioni. Venticinque anni dopo la Storia passa di mano. La prendono in carico i figli, che hanno oggi l´età dei padri allora. C´è un regista, Bellocchio, che dedica il film a suo padre, morto quando lui era bambino, e che costruisce così la figura del protagonista: «Mio padre aveva qualcosa in comune con Moro, che non ho mai conosciuto né visto. Anche lui era un uomo molto tenace, un conservatore con una umanità profonda. L´immagine di mio padre è entrata nel film e ha dato corpo al personaggio». C´è un produttore, Giancarlo Leone, che è figlio del presidente della Repubblica di quei giorni: Giovanni Leone era pronto a firmare la grazia a un "detenuto politico", gesto che avrebbe forse salvato la vita all´ostaggio. Fu fermato. Nel film il suo vero volto compare due volte, nelle immagini di repertorio dei funerali della scorta e del presidente DC. C´è Giovanni Moro, figlio della vittima. Ha scritto al produttore Leone, suo coetaneo, una lettera: «Questo è un caso in cui la creazione artistica è stata capace d´accrescere la conoscenza della realtà», dice. «Penso che chi vedrà il film potrà cogliere il senso del dramma di un uomo posto di fronte a un destino tragico quanto insensato». La lettura della lettera, a Venezia, è stata accolta da un lungo applauso.
Non aveva mai voluto vedere un film su quei 55 giorni, racconta ora. È questo il primo. «Mi ha convinto la qualità del regista, e la correttezza delle persone che mi hanno invitato. D´altra parte era un invito non dovuto: un film non richiede imprimatur da parte della famiglia, meno che meno da parte di un suo componente. E l´approvazione o il dissenso dei familiari non aggiungerebbe né toglierebbe nulla». Non ha mai voluto incontrare nessuno dei brigatisti, «ma non sono d´accordo con chi dice che i parenti delle vittime vogliono solo e sempre il sangue dei colpevoli. Non è affatto così. In questo paese che ha tanta difficoltà a chiudere i conti col suo passato, un paese che ha il record mondiale di stragi insolute le vittime hanno avuto un ruolo importante nel tenere viva la memoria». Solo che «il perdono può arrivare solo dopo la verità», ripete ogni volta: «sarei pronto a barattare anche la giustizia con la verità, purché finalmente la dicano. Forse si può ancora fare, siamo ancora in tempo».
Non ha mai voluto sedere accanto ad Andreotti né a Cossiga, nelle molte commemorazioni di questi lunghi anni. «È un fatto che - in quel caso e solo in quello - lo Stato italiano decise di non trattare coi terroristi né di cercare seriamente di liberare il prigioniero. Ci sono delle responsabilità precise: una delle due cose dovevano farla». Ma non gli interessa entrare nel merito di "quella vicenda", qui. Il film non lo fa «ed è questo il suo pregio». È un film scarno, sobrio. Notturno. Anche di suo padre lui ha sempre detto: «È stato un padre notturno». «Di giorno non c´era, il nostro rapporto viveva la notte. Aveva la pressione bassa, abitudini mediterranee. Si cenava tardi, si parlava la notte».
La brigatista, nel film, lo vede comparire quando viene il buio: sono visioni. Chissà quante volte anche il figlio ha sentito accanto a sé la sua presenza. «Non le dirò dei miei rimpianti né dei miei pensieri, ma certo nelle vite ci si trova, e le scelte sono meno di quelle che si pensa. Per me vale il detto di Heidegger: nessuno può saltare oltre la propria ombra. Nessuno sceglie fino in fondo di stare nella propria condizione: semplicemente c´è. Io non saprei dire come sarebbe stata la mia vita senza quei 55 giorni. È come quando rimani vittima di un terremoto: non puoi dire cosa sarebbe stato senza, perché è stato quello». E poi c´è l´eredità da portare. La politica. «Mio padre diceva: dobbiamo uscire da questo castello in cui ci siamo rinchiusi. Pensava che le forme tradizionali della politica rischiassero di estinguersi, che si dovesse contare nella democrazia anche fuori dai partiti». È quello che Giovanni Moro fa con "Cittadinanza attiva", un´associazione nata proprio nel '78 col nome di Movimento federativo democratico. «Era la strada che avevo preso già prima. L´avrei fatto anche se lui non fosse stato ucciso».
Se non fosse stato ucciso. Il film si chiude così. Le immagini vere dei funerali di Stato, funerale senza salma a cui la famiglia non partecipò, e subito dopo la figura di Moro libero, che cammina sorridente in un´alba di pioggia. Il sogno della ragazza-terrorista, figlia immaginaria di un padre da lei stessa condannato a morte. «È un finale molto delicato, no? È affascinante questa sovrapposizione di mondi possibili che si incrociano fino alla fine. La morte, la libertà». La verità è stata una, però. «La nostra, certo. Ma io credo che mio padre le abbia pensate entrambe fino all´ultimo. La morte, o un ritorno a piedi, forse all´alba, verso casa».

LA TESTIMONIANZA
Abbiamo visto il film con uno dei carcerieri dello statista. È libero dal 1995
Valerio Morucci turbato dieci minuti senza parole
"I nostri schemi non erano adeguati a capire lo Sato borghese che lui ci descriveva"
di GIOVANNI MARIA BELLU

ROMA - Non guarda più lo schermo della tv. Fissa il piano della scrivania, scarabocchia sui fogli degli appunti. Eppure un attimo fa aveva sorriso. Ma quella era la fiction. Ora ci sono le immagini di un vecchio telegiornale e scorrono una dopo l´altra le cinque foto dei poliziotti assassinati nell´agguato. Valerio Morucci li riconosce. Cioè riconosce, tra i cinque, chi è caduto sotto il fuoco del fucile mitragliatore che era nelle sue mani. No, non dice chi, non ne fa il nome. Ma lo sa. Ed è forse proprio questa - conoscere il nome di chi hai ucciso - la differenza tra il terrorismo e la guerra.
Aveva sorriso Valerio Morucci - che dal 1995 è libero, vive a Roma con la moglie e un figlio, fa il consulente informatico e lo scrittore - per la reazione di uno dei carcerieri di Aldo Moro alla notizia della comparsa, dentro l´ascensore di un ministero, di una stella a cinque punte, il simbolo delle Brigate rosse: «E´ fatta. Se anche gli impiegati si ribellano è fatta». Aveva sorriso scuotendo la testa: «No, questo non mi sembra credibile: le Br non si occupavano dei contadini e quasi consideravano controrivoluzionari gli operai disoccupati. Figuriamoci se ce ne fregava qualcosa degli impiegati».
Già, lo scontro ideologico, il capello tagliato in quattro, la ricetta per cambiare il mondo in tasca, il viso nascosto da un passamontagna e le armi in pugno. Morucci ne era fanatico. Era suo il mitra Skorpion usato per l´esecuzione della sentenza di morte pronunciata dalla "giustizia proletaria" nei confronti di Aldo Moro. Questa Bellocchio ce la risparmia. Anzi, sembra che abbia voluto cambiare il finale: Moro è libero, passeggia per le strade dell´Eur. Ma questa è la sceneggiatura che il regista avrebbe voluto scrivere. Dura poco. Adesso è di nuovo nella sua prigione, lo vediamo mentre va al patibolo. Il film finisce qua. Morucci sembra turbato. Per una decina di minuti non dice una parola.
Lì, nel covo di via Montalcini, lui non ci entrò mai. Dopo l´agguato si occupò della prima parte del trasferimento dell´ostaggio e tornò a casa. Ma poi curò la distribuzione delle lettere e, dopo l´omicidio, fu lui a telefonare a un collaboratore di Moro per far sapere che il cadavere era nel bagagliaio di una Renault rossa parcheggiata a Roma, in via Caetani. «Via Caetani» lo ripetè due volte con la voce rotta dalla paura e dall´emozione. Forse anche dalla vergogna. Era stato tra quelli che, nelle Br, si erano opposti alla condanna a morte. Così come, nel film, Laura Braghetti-Maya Sansa. E in un certo senso, dice ora, Mario Moretti.
Questa poi, Mario Moretti, l´esecutore materiale? «Ho riconosciuto Mario nell´interpretazione di Luigi Lo Cascio. È assieme deciso e turbato, determinato e incerto. Sì, lui votò per la condanna e disse che l´avrebbe eseguita dopo che tutti gli altri si tirarono indietro». Appunto, dunque? «C´è quella scena iniziale che aiuta a capire, quando dice a Moro: "Non ce l´abbiamo con te ma con ciò che rappresenti". C´era questa scissione...».
In realtà sembra qualcosa di più, sembra una forma di schizofrenia. In un suo libro, "Diario di un terrorista da giovane", Morucci descrive se stesso come un rivoluzionario continuamente tentato dai piaceri della vita borghese, ma qua siamo molto oltre: un killer che s´impietosisce per la vittima. «Con Moro scattò una specie di sindrome di Stoccolma al contrario. Ci sconcertò: Moretti pensava di processarlo, di sottoporlo a stringenti interrogatori, ma si trovò davanti a un uomo che dava risposte complesse, articolate. I nostri schemi non erano adeguati a capire lo Stato borghese che lui ci descriveva. Continuava ad agire in modo politico, ed era l´unico a farlo fino in fondo. I suoi amici negavano autenticità alle sue lettere mentre alcuni di noi, nel leggerle, ci trovavamo ad associarle a quelle dei condannati a morte della Resistenza. Questo il film lo sottolinea, ed è proprio vero. Fu una cosa sconvolgente. Sentii che ero finito senza accorgermene dall´altra parte. Dalla parte degli aguzzini. Il simbolo era diventato un uomo. Non puoi uccidere il nemico quando lo vedi in faccia. Per questo, prima, ho abbassato lo sguardo».

"Bisognava salvare la sua vita"
Il regista riapre il dibattito sulla linea della fermezza
il film di Bellocchio
Presentato a Venezia "Buongiorno Notte"
Ricostruzione dei 55 giorni del rapimento di Aldo Moro
Per raccontare una vicenda umana, non solo la verità
Ispirato al libro scritto da Anna Laura Braghetti
"Ma non ho avuto io l´idea del film, che mi è stato commissionato da Raicinema"
NATALIA ASPESI

VENEZIA - «E va bene, il mio pensiero oggi è che lasciare uccidere Aldo Moro fu un grave errore politico oltre che umano. Non si trattava di cedere a un ricatto terroristico, ma di dimostrare la forza, la superiorità, l´eticità dello Stato per il quale più importante di tutto doveva essere salvare una vita in contrapposizione alle Brigate Rosse per le quali la vita non valeva nulla». Finalmente Marco Bellocchio abbandona ogni elegante sofisma e si rivela: quel sentimento di greve fatalità, di tragico errore, di improvvida cecità, che "Buongiorno Notte" comunica allo spettatore, lui l´ha voluto e costruito sapientemente. Scena dopo scena, il regista trascina gli spettatori in una scia di malessere, di incredulità, che alla fine sfocia in un grande applauso liberatorio.
Davvero Aldo Moro fu sacrificato a quello Stato rappresentato dai volti impenetrabili dei potenti, che il regista ci fa vedere, assiepati uno accanto all´altro, ripresi durante il funerale di Stato respinto dalla famiglia e quindi senza il corpo del Presidente assassinato? Davvero il partito della fermezza così largamente rappresentato a destra e a sinistra, riteneva un nemico potente con cui non si poteva venire a patti, quei quattro assassini che vediamo preparare la minestra, rammendare vestiti, tubare con i canarini in gabbia, guardare Raffaella Carrà in televisione e poi, calcato sulla faccia il passamontagna, mettersi a interrogare il loro prigioniero di cui non capiscono né il linguaggio, né le idee, né la fede, né la sapienza, né le emozioni?
Un film è un film, non è un documento, non ambisce a raccontare la verità ma solo una sua storia: però è inquietante che il regista non abbia ritenuto necessario ricordare che in quegli acri anni '70, c´era un clima particolare di rifiuto delle istituzioni, ed erano in tanti a dire, né con lo Stato né con le Br. «I terroristi certo avevano l´acqua in cui nuotare, ma volutamente mi sono preso molte infedeltà». La massima infedeltà Bellocchio se l´è presa col personaggio di Chiara (Maya Sansa), ispirandosi al libro "Il prigioniero", ripubblicato adesso da Feltrinelli e scritto da Anna Laura Braghetti, la terrorista che anche nel film si divide tra una vita normale, "fuori", di bibliotecaria solitaria e senza sorriso, e quella monotona, "da donna", (è lei a cucinare e stirare), "dentro", nell´appartamento di via Montalcini in cui lei e tre giovani che in realtà rappresentano Mario Moretti, (Luigi Lo Cascio), Prospero Gallinari (Giovanni Calcagno), Germano Maccari (Pier Giorgio Bellocchio), tennero prigioniero l´inerme Presidente della DC dal 16 marzo al 9 maggio del '78, sottoponendolo a processo e condanna in nome di un proletariato che di loro e della loro violenza non voleva saperne.
Piena di dubbi da subito, troppo spaventata e poco spietata, si commuove per la sorte di Moro, vorrebbe rimandarne la fine, lo immagina di notte mentre esce dal suo buco e vaga per la casa, sogna di liberarlo. Pare proprio buona e pentita, nel film: peccato che nella realtà, nel febbraio dell´80, parteciperà alla spietata esecuzione del professor Bachelet. «Diciamo che lo sguardo della ragazza sugli eventi e sulla loro feroce conclusione è il mio. La sua commozione per la sorte di Moro è la mia. Non mi aspettavo che alla fine la sua figura avrebbe suscitato tanta simpatia e pietà, ma così è stato. Anche per me».
È probabile che sia merito di Roberto Herlitzka se questo Aldo Moro fragile e forte nello stesso tempo, capace di tener testa ai suoi sequestratori ma non di piegarli, che non vuole morire ma si rassegna a morire, fa venire le lacrime a Chiara e pure agli spettatori. Nel '68 Bellocchio non ancora trentenne non girò un solo film, «perché per fare politica dovevo lasciar perdere l´identità di regista». Uscito dal PCI nel '69, anche nel '78 non lavorò ma neppure si interessò ai tragici eventi politici, «perchè stavo mettendo in discussione me stesso, passando dall´analisi individuale a quella collettiva. Però con "Buongiorno notte" non voglio chiudere i conti con nessuno, non voglio riparare alla mia non partecipazione di allora. Del resto non ho avuto io l´idea del film, che mi è stato commissionato da Raicinema».
È angosciante rivedere i telegiornali di allora che scandiscono il mondo chiuso e irreale dei terroristi: al comizio di Lama vedono l´immensa folla battere le mani alle parole del sindacalista che rifiuta l´"attacco al cuore dello Stato" e loro si stupiscono, si chiedono perché quei proletari con tutte le loro bandiere rosse non si ribellino, non seguano chi in loro nome sta facendo la rivoluzione. È grottesca la scena in cui generali e uomini politici partecipano alla famosa seduta spiritica in cui fu fatto il nome di (via) Gradoli, è feroce quella in cui Papa Paolo VI in mezzo alle sue bianche suorine eccitate, riceve un biglietto misterioso che gli intima di chiedere la liberazione di Moro ma senza condizioni. Pare nascere da un rimpianto, o da un´accusa, la figura di Moro-Herlitzka che agile, sorridente, dentro uno stretto elegante abito blu, nel sogno di Chiara, esce da quella porta fatale per le strade di Roma, libero, vivo.

LA POLEMICA
Bertolucci risponde alle critiche di "Le Monde". E scherza con Bellocchio
"Io, voyeur professionista "
In "Buongiorno notte" una citazione di "La luna"
"E´ un gioco fra amici, di cui Marco mi aveva avvertito circa un mese fa, chiedendomi anche il permesso di poterlo utilizzare"
di Aldo Lastella

VENEZIA - Due grandi registi, due amici quasi coetanei, due conterranei, entrambi sono emiliani, due artisti che con il cinema e con il loro amore per il cinema riescono anche a giocare. Così ecco Marco Bellocchio che nello struggente e serissimo "Buongiorno, notte" rievoca la celebre seduta spiritica del 2 aprile 1978 dalla quale scaturì il nome "Gradoli" come luogo in cui veniva tenuto prigioniero Aldo Moro. Ma Bellocchio ritrae questo episodio avvolto in un´atmosfera grottesca (fra i presenti compare lui stesso) e con una trovata, benevola e scherzosa, che chiama in causa Bernardo Bertolucci. Lo spirito richiamato dai partecipanti si chiama Bernardo, si presenta come uno spiritello malandrino e, richiesto di suggerire il luogo del carcere brigatista, compita le parole "la luna" con grande scorno di tutti. «Una birichinata» l´ha definita lo stesso Bellocchio.
«In effetti, nel ´78 stavo proprio girando il mio film "La luna"» rivela divertito Bertolucci, che confessa di non avere ancora visto il lavoro di Bellocchio «E´ un gioco fra amici, di cui Marco mi aveva avvertito circa un mese fa, chiedendomi anche il permesso di poterlo utilizzare». Il regista di "I sognatori" ricorda le tante cose che lo legano a Bellocchio. «C´è una specie di affinità elettiva tra noi. Abbiamo cominciato praticamente insieme, forse io un anno prima di lui. Poi io andavo sul set di Pasolini mentre lui frequentava il Centro sperimentale. Ma soprattutto lui è di Piacenza e io di Parma e penso che sia questa rivalità il motivo dello scherzo. Tanti anni fa, dentro il mio film "Partner" c´era una battuta che diceva: "Di Piacenza l´Italia ne fa senza". Credo che Marco con questa trovata abbia voluto vendicarsi».
Mentre si gode il clamore e i tanti consensi a "I sognatori", Bertolucci dichiara fuori dai denti di aver poco gradito le pesanti considerazioni sul suo film da parte del critico del francese "Le Monde". Il quale ha stigmatizzato la «concupiscenza con cui filma quei giovani corpi nudi senza mai evocare altra trasgressione che il suo personale voyeurismo». «Se si parla di concupiscenza» ribatte il regista «mia moglie mi ha sempre accusato di guardare con concupiscenza anche una tazza di tè. E per quanto il riguarda il voyeurismo, è ovvio che io, come regista, mi sento un voyeur professionista». Nel resto d´Europa i consensi per "I sognatori" brillano per entusiasmo. In Gran Bretagna, "Evening Standard", "Daily Telegraph" e "Daily Mirror" lo promuovono a pieni voti; in Germania, la "Frankfurter Allgemeine" definisce il film di Bertolucci «un inno alla gioventù in un capolavoro a cinque stelle».

Giuseppe Verdi
La Marcia dell´Aida

L´ONIRICA libertà di Moro che passeggia per la casa, omaggio di Bellocchio al padre, è accompagnata da Schubert. Per sottolineare le parole feroci dei brigatisti il regista sceglie immagini di repertorio di Stalin accompagnate dalla Marcia trionfale dell´Aida di Verdi, «perché ho saputo che proprio Stalin aveva scelto Verdi per alcune parate».


PINK FLOYD
La musica di allora

L´ELETTRONICA evocativa di "Shine on you crazy diamond" per l´ultimo atto del prigioniero Moro e l´urlo struggente di "The great gig in the sky" per l´ultima lettera del condannato. «Buongiorno, notte» è fortemente segnato dalla musica dei Pink Floyd. «In quella musica c´è tutta la disperazione e il senso di ribellione di quegli anni» dice Bellocchio «vale più di mille parole».

Buongiorno, notte: L'Arena di Verona e Brescia oggi

L'Arena di Verona e Brescia oggi 5.9.03
Bellocchio da Leone d’oro
Mostra del Cinema
«Buongiorno, notte» racconta il rapimento del politico Una ricostruzione asciutta, onesta e coinvolgente
Il regista: «Il mio film su Moro non è verità storica»

Venezia. La presentazione dei film in concorso alla penultima giornata conosce un benefico soprassalto con la visione del film di Marco Bellocchio «Buongiorno notte». L'enfant terrible, ormai sessantaquattrenne, de «I pugni in tasca» ha lungamente elaborato la pellicola che si occupa del caso Moro, ferita non rimarginata, purtroppo assieme a molte altre, nella recente storia nazionale. Dopo aver consultato la vasta e composita documentazione disponibile, prendendo spunto inizialmente soprattutto da «Il prigioniero» della brigatista Anna Laura Braghetti, Bellocchio non s'è scostato dall'atteggiamento che gli è abituale e quindi ha evitato di dare una sua versione dei fatti e di contraddire altre versioni. Il suo «Buongiorno notte», tra i più attesi della Mostra e tra i prevedibili candidati al Leone, colpisce nel segno come il classico pugno allo stomaco. Ma il regista mette le mani avanti: « L’oggetto del mio film non è la verità storica » .
Il film inizia con il sopralluogo per affittare l'appartamento in cui Moro sarà detenuto. Il personaggio più seguito - in cui si sommano i tratti di alcune delle donne attive nelle BR - è Chiara (Maya Sansa) che cura l'alloggio con la copertura della sua attività di bibliotecaria. Mariano (Luigi Lo Cascio) è il responsabile del gruppo di quattro combattenti che predispone la stanza segreta per il sequestro. Il volo dell'elicottero della polizia e il telegiornale che rendono noto a Chiara dell'avvenuto sequestro, con esibizione di micidiale capacità di fuoco, la riempiono di gioia. Poi, con la custodia del Presidente (Roberto Herlitzka) e gli inevitabili contatti per fornirgli il cibo, per il rito del processo proletario, per la gestione della strategia, attuata con lettere e memoriali, atta a farsi in qualche modo "riconoscere" dallo Stato, Chiara entra in una crisi che agita i suoi sogni, traspare nei rapporti di lavoro, complica le relazioni col gruppo.
Bellocchio si serve del dettaglio quotidiano e del colpo d'ala visionario, onirico per ritagliare uno spazio in cui è agibile la valutazione di coscienza. Nei sogni di Chiara le immagini della rivoluzione leninista sono seguite da quelle dei partigiani assassinati quando coglie l'assonanza tra la lettera di Moro alla moglie e quelle dei condannati a morte della Resistenza ai famigliari. L'ubriacatura insurrezionale convince uno del gruppo, Ernesto (Piergiorgio Bellocchio, figlio del regista), che una stella a cinque punte disegnata nell'ascensore dell'università sia il segno dell'adesione impiegatizia: "È fatta!".
La pochezza della strategia sanguinaria è rilevata dallo stesso Moro con piane considerazioni. E Chiara immagina il Presidente che sgattaiola fuori dalla cella, sogna la sua liberazione sottolineata da un Momento musicale di Schubert. Il titolo contraddittorio, suggerito da una poesia di Emily Dickinson, focalizza la terribile alternativa vita-morte. I giudizi sono dolorosamente impliciti. La dedica al padre, la cui perdita non è recente per il regista, è un gesto significativo assieme all'immagine affranta di Paolo VI che suggella il film.
Più sbiadite, anche se di qualche interesse, le altre presenze della giornata nella sezione Venezia 60. Il serbo Srdjan Karanovic con «Occhi che brillano» offre una panoramica ironica e affettuosa (il regista vanta il suo come primo film postbellico senza morti e violenze) del permanente sconvolgimento delle esistenze nei Balcani, attraverso le traversie sentimentali di Labud (Senad Alihodzic) che cerca una soluzione ai suoi guai ricorrendo a una disorganizzata agenzia matrimoniale ed è costantemente perseguitato dai fantasmi della madre e di altri personaggi contrari alla fusione delle etnie. Divertente ma un tantino ripetitivo.
Il coreano «La moglie di un buon avvocato» mette in scena una coppia segnata dall'insoddisfazione e tentata da legami esterni, insiste a illustrare la collisione tra morte ed eros, tenta d'indicare un esito ottimista.