mercoledì 30 marzo 2005

oggi
IL GIORNO DI PIETRO INGRAO

Oggi all'Auditorium di Roma

Mercoledì 30 marzo Pietro Ingrao salirà sul palco della Sala Santa Cecilia dell'Auditorium di Roma per festeggiare i suoi novant'anni. L'evento, promosso dal Comune di Roma in collaborazione con la Fondazione Musica per Roma e il Centro di Studi e iniziative per la Riforma dello Stato, vuole rendere omaggio a uno dei padri della democrazia e della sinistra italiana, che fu Presidente della Camera dal '76 al '79. Fra gli ospiti: Walter Veltroni, Gianni D'Elia, Luciana Castellina e Ettore Scola renderanno le loro testimonianze. La serata, condotta da Gad Lerner, si aprirà alle ore 18 con la lettura di una lettera, fino ad oggi inedita, scritta da Ingrao in risposta a un articolo di Goffredo Bettini del 19 gennaio 1992, pubblicato su Paese Sera in occasione della fine dell'attività parlamentare di Ingrao. La lettera sarà letta da Luca Zingaretti. Si proseguirà con la proiezione di "Tempi moderni. Il cinema di Pietro Ingrao", una lunga intervista al politico realizzata da Mario Sesti. Poi sarà la volta della musica. Per Pietro Ingrao, grande appassionato di Bach, Michelangelo Carbonara, uno dei musicisti più apprezzati della nuova generazione, suonerà "Cinque invenzioni a due e tre voci". A seguire "Preludio e fuga in la minore", di Franz List e le "Quattro sonate" di Scarlatti. Nel Foyer della Sala sarà allestita anche una mostra di quadri ispirati da Ingrao, dipinti da Alberto Olivetti nel '84. Infine saranno esposti fino al 3 aprile materiali fotografici e documentari dell'archivio del Centro studi e iniziative per la Riforma dello Stato - Fondo Pietro Ingrao.


Ingresso libero fino ad esaurimento dei posti. Info 06/80241281


leggi anche - qui sotto, alla data di ieri e del 27.3 - la lettera di Fausto Bertinotti, le altre lettere dall'inserto di otto pagine di Liberazione uscito domenica 27, e gli articoli dall'Unità di sabato 26 marzo u.s.
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Corriere della Sera 30.3.05
Stasera all’Auditorium con il sindaco la festa di compleanno di uno dei padri della Repubblica
Una storia del Novecento: i novant’anni di Ingrao

LA VITA
Pietro Ingrao è nato a Lenola (Latina) il 30 marzo 1915. Laureato in Giurisprudenza e in Lettere e filosofia, durante la guerra è attivo nella resistenza. Nel ’47 è direttore dell’Unità, dal ’48 deputato comunista. Nel ’92 non si ricandida
IL COMPLEANNO
Oggi Ingrao compie 90 anni e per festeggiarlo escono due pubblicazioni: una serie di ritratti, con prefazione di Rossana Rossanda, per Silvanaeditoriale, e un volume che comprende due lettere: quella inviata da Ingrao a Goffredo Bettini, nel ’92, e la risposta, 13 anni dopo
In alto i calici per Pietro Ingrao che oggi compie novant'anni. Stasera, alle ore 18.00, nella Sala Santa Cecilia dell'Auditorium, lo festeggeranno Walter Veltroni, Gianni D'Elia, Luciana Castellina e Ettore Scola. La serata, condotta da Gad Lerner, vuole rendere omaggio, attraverso musiche, testimonanze, filmati e quadri, a uno dei padri nobili della Repubblica, mai fermo e sempre pronto a rimettersi in gioco. Nacque il 30 marzo del 1915 a Lenola, in provincia di Latina, ma sin da ragazzo giunse a Roma per studiare cinema al Centro Sperimentale dove, grazie a Bruno Sanguinetti, Antonio Amendola (figlio di Giovanni) e Mario Alicata, fra gli altri, maturò la sua coscienza antifascista. Laureato in lettere e giurisprudenza, entrò nella Resistenza e, seppure provvisoriamente, dimenticò il cinema e la poesia pagando un costo etico che presumiamo non trascurabile. Negli anni bellici, vissuti fra Roma, la Calabria e Milano, scoprì davvero se stesso: superò l'incantamento adolescenziale, divenne comunista, organizzò la cospirazione. Questa frenesia attivistica e partecipativa lo contraddistinse anche in seguito nei numerosi incarichi professionali e politici da lui ricoperti: direttore dell'Unità nel decennio cruciale delle scelte decisive del dopoguerra; membro della segreteria del partito nel fatidico 1956; presidente della Camera dei Deputati dal 1976 al 1979. C'è sempre stata in Pietro Ingrao una determinazione che gli fa onore: la consapevolezza di chi rinuncia all'illusione di poter conservare, soprattutto nell'agire politico, l'anima immacolata. Da lì scatta la disponibilità a non occultare i propri errori, anche se fossero clamorosi. Ecco perché la sua vecchiaia è così ammirata dai giovani, pronti a riconoscergli il nesso ineludibile fra il pubblico disaccordo proclamato nei confronti della svolta di Achille Occhetto e la recente dichiarazione di voto per Rifondazione Comunista. Eppure, nonostante questi ultimi sviluppi, l'esistenza di Pietro Ingrao sembra essere rimasta incisa nel cuore del Novecento: quando conobbe Laura Lombardo Radice e la sposò in Campidoglio, pochi giorni dopo la Liberazione della Capitale, il 24 giugno del 1944, facendo il viaggio di nozze insieme a lei sulla «circolare rossa», l'unico tram allora funzionante.

Corriere della Sera 30.3.05
In occasione del compleanno escono due omaggi a uno dei padri del Pci.
In una lettera scrisse: «È vero, ho due facce: sto dentro la misura, e la rifiuto»
Poesie e veleni, la Rossanda racconta i 90 anni di Ingrao
Maria Latella

ROMA - Pietro Ingrao raccontato da Rossana Rossanda, ma secondo un canone davvero lontano dagli stereotipi delle epopee politiche. E’ una descrizione intimista, quella della prefazione al libro che racchiude i ritratti di Ingrao disegnati da Alberto Olivetti e pubblicati da Silvanaeditoriale, una delle due pubblicazioni che oggi solennizzano i 90 anni di Ingrao. L’altro racchiude due lettere, una inviata da Ingrao a Goffredo Bettini, nel ’92, l’altra del medesimo Bettini, una risposta tredici anni dopo. Rossanda, invece, descrive. Fotografa, anzi, una mattina dell’estate 1984, «nell’atrio in ombra d’una vecchia casa di Lenola, appoggiata sui dossi del basso Lazio che nascondono il mare di Sperlonga». Già nel racconto della casa di famiglia, c’è un timbro non proprio prevedibile, gli Ingrao narrati per quel che sono, una famiglia di notabili locali, in anni in cui ancora capitava (era anzi piuttosto frequente) che il figlio del sindaco potesse diventare comunista. «Gli Ingrao facevano parte dei signori, i quali oggi sono invece di destra» si immalinconisce la Rossanda.
Pietro Ingrao aveva allora quasi 70 anni, e l’autrice dell’introduzione ai «Nove ritratti» di Olivetti descrive un uomo «...ancora giovane e teso, conchiuso in se stesso. Sembra colto in un passaggio...Riflette certo all’avanzare di un decennio torbido, e forse a distanziarsi dall’attività quotidiana al partito». Quella mattina, con Pietro Ingrao, a Lenola, c’è dunque anche Alberto Olivetti, uno dei giovani amici accolti da Pietro e Laura Ingrao che, ha detto la deputata ds Fulvia Bandoli, hanno sempre avuto un forte senso della famiglia, ma non quello del clan. Alberto Olivetti è oggi professore di estetica all’Università di Siena e dipinge, disegna, proprio come stava facendo anche a Lenola, quella mattina di ventuno anni fa. I due procedono in silenzio, ciascuno chino sulla carta che s’è scelto, uno disegna, l’altro corregge le bozze di un libro scandaloso, una prima raccolta di versi che Ingrao pubblicherà di lì a poco, con Mondadori. Rossana Rossanda ricorda:«Non tutti ne sono felici». Che succede, infatti, se un comunista tutto d’un pezzo a 70 anni si mette a scrivere poesie, pubblicandole, persino? E se quei versi «rivelassero una qualche umana nudità dell’icona politica?» «Ingrao è il partito, il compagno che sale sul podio un poco schivo, con la mano chiede di smettere gli applausi, parla ragionando, senza retorica...Il fascino che esercita su migliaia e migliaia di militanti viene dall’essere il dirigente che più ascolta ed è, assieme, il più assolutamente sicuro. Ingrao è l’alterità e la fedeltà, ben strette assieme, è tutto del suo partito, pretesa ingenua e crudele». Ingrao è un comunista «e non muterà» scrive Rossanda. Però «da quell’estate si concederà di scrivere anche per sé e in suo solo nome».
«Il dubbio dei vincitori» è il titolo dei versi che sta rivedendo, quella mattina, a Lenola. Di lì a poco, ben altri dubbi si abbatteranno sull’uomo che i ritratti tracciati da Alberto Olivetti mostrano fermo o appena aggrottato. Enrico Berlinguer è mancato da poco, in quell’estate 1984, e, scrive Rossanda, «il decennio che Ingrao ha davanti, quello che dovrebbe essere lo sfondo di una acquietata maturità, cova veleni». Pochi anni dopo, il 19 gennaio 1992, Ingrao annuncerà di non volersi più ricandidare alla Camera dei deputati ove sedeva dal 1948. In un affettuoso articolo pubblicato da «Paese Sera», Goffredo Bettini, oggi deputato Ds, scrisse che c’erano, nella vita di Ingrao, «due facce contraddittorie». Rispondendogli con una lunga lettera, rimasta fino ad oggi privata, Ingrao ne convenne:«E’ vero: sto dentro la misura, e la rifiuto».

Panorama.it 29.3.05
Lettera a un maestro di vita e di politica
Il diessino Bettini rende omaggio al grande vecchio della sinistra.
Che il 30 marzo sarà festeggiato all'Auditorium di Roma

di Paola Sacchi

Un’estate di venti anni fa durante una nuotata nel mare di Sperlonga lui, trentenne, non seppe tenere testa a quel settantenne che partì a razzo verso il largo, gridandogli tra una bracciata e l’altra: «Goffredo, ricordati quel comizio... e anche quella riunione». Guai a non ricordarsene, e non solo per il carisma del vecchio Pietro Ingrao, ma soprattutto perché il giovane Goffredo Bettini si era imposto che neppure una sedia dovesse restar vuota mentre il suo maestro parlava. E che spettacolo erano i comizi di quell’eretico capo comunista dalla personalità magnetica, che stabiliva «una comunicazione intima con la piazza», trasmettendo «emozione e forza agli altri».
Così Bettini, 52 anni, deputato ds, presidente dell’Auditorium di Roma, un borghese che nel Pci entrò «per riscattare quel che c’è di ingiusto nella condizione umana», capo morale della Quercia capitolina, definito il «Gianni Letta rosso» per il potere che esercita con eleganza e riservatezza, rende omaggio a Ingrao con una lettera in occasione del suo novantesimo compleanno. Scritta in risposta a quella che Ingrao gli inviò 13 anni fa, quando lasciò la Camera dei deputati, per ringraziarlo di un articolo scritto su Paese sera.
Il carteggio è raccolto in un volumetto, anticipato da Panorama, che l’editore Alberto Olivetti ha realizzato per la serata in onore di Ingrao organizzata il 30 marzo all’Auditorium di Roma. Ci saranno testimonianze del sindaco della capitale, il diessino Walter Veltroni, con il quale Bettini ha riscoperto un feeling «che va ben oltre la politica», di Luciana Castellina e di Ettore Scola, musiche di Bach e Liszt. La lettera di Ingrao sarà letta dall’attore Luca Zingaretti. Ne viene fuori un Ingrao inedito che parla a Bettini anche della comune passione per la buona tavola (piatto preferito è la pasta al forno) e per il cinema. Ma soprattutto per la politica. In cui Ingrao, oggi approdato a Rifondazione comunista, scrive di essere stato «trascinato a pedate dalla resistenza a Hitler». La politica per lui è «il luogo ideale dove si difendono gli umili e gli oppressi». Una sofferenza, la loro, che confessa di sentire «penosamente», «perché pesa a me: mi dà fastidio, mi fa star male». E quindi la politica «in un certo senso non è un agire per gli altri, è un agire per me». Ma Ingrao rivela anche che per lui, che è stato pure uomo delle istituzioni (nel ‘76 divenne il primo presidente comunista della Camera), la politica non può essere tutto: «Caro Goffredo, a fare un po’ di letteratura si potrebbe dire che io sono “scisso”... Sapessi quante volte quell’intervenire nella politica mi appare di una lontananza astrale dai miei stati d’animo più profondi». E conclude con una nota di divertita autocritica: «Questa lettera, lo so, è segnata di narcisismo. E alla mia età ciò è scandaloso... Tu sai che il solo vero consiglio che ho cercato di darti è stato: sforzati di essere libero».
Se Bettini non avesse seguito quel consiglio, non sarebbe probabilmente mai riuscito nella missione impossibile di far dichiarare pubblicamente a Pier Paolo Pasolini, nel 1975, il suo voto al Pci. E non avrebbe coltivato, scrive ancora al suo maestro, insieme alla lezione ingraiana «di incanto e disincanto» anche quella impartitagli dal «salubre scetticismo illuminista» di Gerardo Chiaromonte e dalla cultura classica di Paolo Bufalini, due dirigenti della cosiddetta ala destra del Pci alla quale si contrapponeva l’ala sinistra ingraiana.
Per Bettini, «il Pci è un patrimonio ancora valido per la sinistra dell’oggi. E per fare una buona politica contro la sclerosi del potere».

Il Mattino 29.3.05
Antonio Galdo

Non sarà semplice, per un uomo così refrattario alla retorica dell’autocelebrazione come Pietro Ingrao, reggere ai festeggiamenti previsti per i suoi 90 anni. Ma l’omaggio al Grande Vecchio della sinistra italiana, un nonno più che un padre, può essere considerato un affettuoso e modesto risarcimento a una dirigente politico che non nasconde né dissimula il peso di una sconfitta esistenziale. Ed anzi, con la vitalità di ex cospiratore riesce ancora ad interrogarsi, a cercare i perché, a rintracciare gli angoli nei quali filtra la luce di una possibile rivincita a beneficio delle nuove generazioni. Ma l’unicità di Ingrao non è contenuta nella sua biografia politica, pure così densa e affascinante. Se oggi si dovesse scegliere un personaggio-simbolo attraverso il quale rappresentare, in un romnazo o in una fiction, tutta la parabola del comunismo, il suo incurvarsi tra il Bene e il Male, la scelta non potrebbe non cadere su Pietro Ingrao. All’alba del Novecento, il «secolo terribile», questo giovanotto della provincia ciociara sbarca a Roma con le ambizioni di un intellettuale alla ricerca della sua fortuna e del riconoscimento del talento. Pietro è un ragazzo lunatico, introverso, curiosissimo. Scrive poesie gonfie di retorica anni Trenta, vuole studiare il cinema che significa il sogno americano, gioca molto bene a tennis e non esclude un futuro sportivo. A tutto pensa tranne che alla politica. E quando ci si trova dentro, trascinato dagli eventi, dalla Storia, da un senso di ribellione all’ineluttabile, Ingrao si trasforma perchè, senza alcuna lucida consapevolezza, diventa prigioniero di quella dimensione. Per lui, come per intere generazioni di militanti, la politica diventa il tutto, non una parte come sarebbe naturale. L’epopea del Novecento italiano, l’unicità di un Paese povero, semi-distrutto, privo di qualsiasi credibilità internazionale, che nel giro di pochi anni diventa una rispettabile Nazione, è incomprensibile senza questa chiave umana che Ingrao simboleggia nella durezza mediterranea del suo volto scolpito. La mistica della politica come «scelta di vita» ha prodotto una sorta di sdoppiamento di Ingrao, ed è qui la sua ricchezza letteraria. Il poeta, l’esteta, l’uomo interessato alle «altre» dimensioni, ha dovuto scomparire, autoescludersi di fronte a quella necessità, indivisibile dalla politica, di «stare in campo» (lui preferisce «nel gorgo»), occuparsi di concretezze quotidiane, diventare spietati con l’avversario e, laddove è necessario, anche con il compagno di partito. La ragion politica non ammette sfumature, non concede attenuanti, perchè la debolezza è un regalo al nemico mentre la spietatezza è un codice di comportamento. Poteva un uomo così non perdere la sua battaglia? No, non poteva. Ed è straordinario, per forza e per limpidezza, il modo con il quale oggi Ingrao, novantenne, mette insieme, tassello su tassello, i pezzi frantumati dell’apocalisse comunista. Già, perché il comunismo di Ingrao, ridotto all’osso di una sintesi letteraria prima che politica, è contenuto in questa sua frase autobiografica: «Ho speso un’esistenza battendomi per cose essenziali: il diritto di mangiare, crescere, istruirsi, curarsi, essere creativi nel proprio lavoro». Punto. Quanta più alta è stata l’aspirazione di cambiare il mondo, di rovesciare gli ultimi e trasformarli nei primi, tanto più oggi brucia la ferita di come è maturata la sconfitta, di come la crudeltà dei mezzi è diventata inversamente proporzionale alla grandezza del fine. Il giudizio pesantissimo di Ingrao sul leninismo, spietato come lo stalinismo, la sua critica radicale al comunismo italiano che non ha saputo, con la sua identità del tutto anomala rispetto all’Unione sovietica, prendere in tempo le distanze dalla mostruosità di un regime e dalle sue nefandezze, sono argomenti che ormai devono entrare nei libri di storia. Triturati dalla cronaca perdono il loro significato, e si riducono soltanto a schegge impazzite di quella propaganda che pure appartiene ai modi della lotta politica. Ciò che veramente conta, nel caso di uomo che a novant’anni si guarda indietro senza rinunciare all’orizzonte del domani, è il suo dolore, il dubbio, parola magica nel vocabolario ingraiano, di un errore più pesante dei suoi effetti. Di qualcosa che ha spostato l’asse di una vita condivisa con una comunità più che con i militanti e i dirigenti di un grande partito di massa. L’ultima mossa politica di Ingrao, a conferma di un’esistenza che si è incallita in questa dimensione, è arrivata appena qualche giorno fa. La sua adesione a Rifondazione comunista, annunciata attraverso il classico rituale di un congresso, non è un gesto disperato nè la concessione senile a chi ha saputo meglio adulare il Grande Vecchio. È una scelta. Un’ennesimo tentativo di difendere ciò per cui si è «spesa l’esistenza». I motivi di distacco dalla sua famiglia, il Pci-Ds, sono noti e irrisolvibili: Ingrao non considera più gli eredi del suo partito comunista come una forza della sinistra, non accetta alcuna mediazione con le necessità contemporanea di nuovi conflitti armati per difendere la democrazia ed i suoi valori, non sente il vincolo di un’appartenenza e tantomeno la possibilità di un lessico comune. Vede invece, ed è questa la novità che lo ha portato a un gesto finora sempre escluso (iscriversi a un partito diverso dal Pci), la possibilità di creare una nuova forza di sinistra, molto più larga dell’attuale recinto di Rifondazione, aperta e attraente per quelle nuove generazioni sulle quali il fascino di Ingrao non si è mai spento. Il «compagno disarmato», insomma, vede uno spiraglio per il suo comunismo, per la resurrezione del desiderio di «battersi per cose essenziali». E dice: io ci sto. Con la mia storia, ed i miei novant’anni. Una scelta che non può non destare rispetto e, mai come in questo caso, un semplice saluto di accompagnamento: auguri, onorevole Ingrao.

una lettera al Messaggero
la fontana di via Ettore Rolli

Via E. Rolli
Ridate acqua alla fontana

Ci risiamo! La fontana di via Ettore Rolli, come già un anno fa, è di nuovo all'asciutto da oltre un mese. Ma è possibile che l'Acea, reparto idrico, non ripristini da subito l'erogazione dell'acqua nelle 4 ciotole di detta fontana? Mi affido alla vostra rubrica, che mai delude, per ricevere l'acqua alla bella e moderna fontana di via Ettore Rolli. Grazie di cuore.
Zarmati Alfredo

storia
la verità su Caligola

Corriere della Sera 30.3.05
STORIA
Ma Caligola non era pazzo


«Gli imperatori pazzi mettono in imbarazzo gli storici seri», ha scritto Catharine Edwards, storica. E Aloys Winterling, per riscrivere la biografia di Caligola, considerato nell’immaginario collettivo l’emblema dell’imperatore pazzo, è andato a spulciare i resoconti di tutti gli autori che fino ad oggi si sono occupati di lui. Ed è arrivato a questa conclusione: Caligola non era affatto pazzo. Aveva cercato di instaurare apertamente una monarchia assoluta e l’aveva fatto con il consenso dell’aristocrazia e dei massimi esponenti del Senato. Anzi, sostiene Winterling, l’uomo che fu imperatore romano dal 37 al 41 d.C., non avrebbe fatto altro che assecondare l’opportunismo e la mancanza di scrupoli dell’aristocrazia senatoria. La stessa che, alla sua morte, per scaricare su di lui ogni responsabilità, avrebbe costruito il mito della follia. Il primo a parlare di furor e insania è Seneca, il filosofo che ha conosciuto Caligola personalmente e arriva definirlo «una bestia». Filone di Alessandria parla di «mente disturbata». Plinio il Vecchio e Flavio Giuseppe scrivono di un «comportamento folle», Tacito si sofferma sulla sua «mente ottenebrata». Ma, secondo Winterling, il termine follia sarebbe usato da questi autori più come insulto che come diagnosi clinica. Lo storico fa notare che il diritto romano conosceva perfettamente le implicazioni della malattia, tanto che i pazzi venivano giudicati non colpevoli. Come può dunque essere verosimile l’immagine di un imperatore demente a cui tutti, dal Senato ai governatori, obbedivano come se fosse normale? Soltanto un secolo dopo la sua morte si comincia infatti a parlare di vera e propria malattia mentale. Lo fa Svetonio, descrivendo uno svariato corollario di attacchi di epilessia, spossamenti, ansia, insonnia, incubi notturni. E inventando di sana pianta i rapporti incestuosi che l’imperatore avrebbe avuto con le tre sorelle. Da Svetonio in poi, Caligola incarna la mostruosa aberrazione della tirannide: pretende di essere adorato come un dio, tiene un bordello nel proprio palazzo, nomina console il proprio cavallo e commette crudeltà di ogni tipo. Winterling scava nei documenti alla ricerca della verità e la racconta in un libro che avvince anche chi non ha conoscenze specifiche.

CALIGOLA. DIETRO LA FOLLIA, di Aloys Winterling. Editori Laterza, 18 euro.

capacità giuridica

Corriere della Sera 30.3.05
Como, per il gup era incapace di intendere e di volere e non può essere processata
Accoltellò la figlioletta in chiesa, mamma libera


COMO - Accoltellò la figlia di soli 2 anni sull'altare, riducendo la piccola in fin di vita. A poco più di un anno da quell'episodio la donna, una giovane mamma di 34 anni, è stata prosciolta da ogni accusa perché incapace di intendere e volere. Non solo: quanto prima la donna potrà incontrare nuovamente la bimba, che non vede da 13 mesi. Non ci saranno ripercussioni penali per la donna comasca arrestata dai carabinieri il 24 febbraio 2004, dopo essere stata sorpresa a sferrare tre coltellate contro la figlia. L'episodio avvenne nella chiesa di Lurate Caccivio. La donna, che da alcuni giorni si comportava in modo strano, era uscita di casa con la piccola e, una volta in chiesa, l'aveva accoltellata. Quindi si era ferita a sua volta. La piccola, immediatamente soccorsa, restò in rianimazione per un mese prima di essere dichiarata salva. Ieri mattina il gup Anghileri ha emesso due importanti sentenze su quel tentato omicidio. Decisioni legate alle conclusioni del perito, lo psichiatra Paolo Bianchi, secondo il quale l'accoltellamento fu provocato da un episodio psicotico acuto dovuto a una forte depressione. «Si trattò di un raptus isolato»: la donna, questa è la convinzione del perito, non è socialmente pericolosa. Da qui la decisione, inevitabile, del giudice di dichiarare la non imputabilità della donna perché incapace di intendere e di volere.
La donna presto, potrà lasciare l'ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mantova) e incontrare la figlia che, negli ultimi mesi, ha chiesto più volte della sua mamma.

brevi dal web (29.3.05)

Yahoo!Notizie Martedì 29 Marzo 2005, 17:58
Anoressia: Per Vincerla Parte Da Milano Il "Tour Dell'Autostima"

Milano, 29 mar. (Adnkronos Salute) - Anoressia e bulimia colpiscono in Italia tre milioni di persone, soprattutto donne e giovanissimi. Per vincere il disagio parte da Milano il 'Tour dell'autostima', una campagna itinerante organizzata da Dove in collaborazione con 'Donna Moderna' e Associazione Minotauro. Da oggi a giovedi' 31 marzo in via Beltrami, angolo piazza Castello, stazionera' un grande camper con medici e psicologi a disposizione dalle 10 alle 19 per consulenze su misura. L'iniziativa proseguira' per tutto aprile in altre otto citta' italiane. Il van - riferisce una nota dei promotori - fara' tappa a Torino, Genova, Mestre, Bologna, Ancona, Frosinone, Napoli e Bari. L'obiettivo del progetto e' di promuovere una nuova cultura della bellezza reale, non stereotipata e lontana dai modelli irraggiungibili proposti da moda e media. Sul camper le donne che lo desiderano potranno farsi scattare una foto, che servira' a creare la prima grande mappa della bellezza italiana, scrivere la propria 'pillola di autostima' o aderire con una firma al 'Manifesto per la bellezza autentica'. Potranno inoltre incontrare una giornalista di Donna Moderna allo 'Sportello dell'autostima' e raccontare, con un'intervista o un questionario, la propria esperienza in ambito familiare o lavorativo. L'osservatorio continuera' con un forum on line sul sito web del settimanale (www.donnamoderna.com). Per ogni foto o firma lasciata, Dove devolvera' una cifra al 'Fondo per l'autostima' a favore dell'Associazione Minotauro per prevenire i disturbi alimentare. (Red-Opa/Adnkronos Salute)

lescienze.it 29.03.2005
Depressione e insonnia nei malati di AIDS
I pazienti nella fase finale dell'infezione hanno maggiori probabilità di soffrire di insonnia

Secondo un'analisi sistematica di 29 studi sull'argomento, la depressione sembra essere una causa importante di insonnia nei pazienti infetti da HIV. Steven Reid dell'Imperial College di Londra, principale autore dell'analisi, sostiene che "data la prevalenza di ansia e di depressione che accompagna l'infezione di HIV, non è sorprendente che in questi pazienti i disturbi psichiatrici risultino associati con problemi del sonno".
In un articolo pubblicato sulla rivista "Psychosomatic Medicine", i ricercatori spiegano che i pazienti nelle fasi finali dell'infezione di HIV e coloro che hanno subito un qualche tipo di disfunzione cerebrale come risultato della malattia hanno anche maggiori probabilità di soffrire di insonnia. "Gli studi analizzati - afferma Reid - rivelano che, nonostante l'insonnia accompagni frequentemente le persone che convivono con il virus HIV, c'è ancora una considerevole incertezza sulle sue cause e sul suo significato".
Studi precedenti avevano ipotizzato che i pazienti presentassero cambiamenti nei periodi di sonno REM (rapid eye movement) e non-REM, oltre ad altri mutamenti di ritmo, che potevano portare all'insonnia. Ricerche più recenti, invece, si sono basati sulle dichiarazioni degli stessi pazienti a proposito delle proprie abitudini di sonno, della difficoltà di addormentarsi o della frequenza di incubi. Tutti gli studi hanno rivelato una "relazione forte e consistente" fra i problemi psicologici, in particolare la depressione, e l'insonnia. Secondo Reid, per prevenire l'insonnia gli operatori sanitari dovrebbero prestare maggiore attenzione alla diagnosi e al trattamento dell'ansia e della depressione nei pazienti con HIV.

clicmedicina.it 29 marzo 2005
Depressione associata ad aumento del rischio di demenza nell'uomo

Gli uomini con una storia di depressione risalente a molto tempo prima dell'insorgenza di qualunque problema di memoria o comunque della sfera cognitiva sono portatori di un rischio di sviluppare demenza decisamente superiore rispetto agli altri, e ciò è particolarmente valido per il morbo di Alzheimer. Questo fenomeno non viene però osservato nelle donne. D'altro canto, la prevalenza delle manifestazioni cliniche sia di quest'ultimo che della depressione differisce fra uomini e donne. E' noto che il cervello maschile e quello femminile presentano differenze anatomiche e funzionali e sono esposti in modo diverso agli ormoni sessuali nell'arco della vita, ormoni non privi di effetti su queste due malattie. Di conseguenza, il cervello maschile e quello femminile potrebbero reagire a condizioni che causano o favoriscono una patologia in modo completamente differente, il che rispecchia quanto rilevato nel presente studio. Dati la prevalenza della depressione e l'aumento della longevità in tutto il mondo, le implicazioni sanitarie ed economiche di queste osservazioni sono evidenti. Inoltre, la prevenzione dei disturbi depressivi ed il trattamento sia aggressivo che a lungo termine della depressione possono avere un impatto sull'epidemiologia della demenza: ciò risulta particolarmente rilevante negli uomini, dato che essi generalmente ammettono meno facilmente i sintomi della depressione e meno facilmente ricercano il trattamento. (Ann Neurol 2005; 57: 381-7)

laprovinciadilecco.it 29 marzo 2005
Le battaglie di Sirchia Un milione e mezzo di persone malate: gratis le terapie di prevenzione e cura Un piano per combattere l'oscuro male della depressione

ROMA. Un piano nazionale per combattere la depressione che coinvolge i ministeri di Salute, Istruzione, Lavoro e Comunicazioni e le cui linee guida saranno pronte in ottobre: lo ha annunciato il ministro della Salute, Girolamo Sirchia, aprendo così un nuovo importante fronte dopo la lotta al fumo e all'alcol. Bambini a adolescenti, anziani e donne in gravidanza saranno, secondo il ministro, i principali destinatari del piano, volto a contrastare un disturbo sempre più diffuso, che in Italia colpisce un milione e mezzo di persone e del quale, secondo le stime, almeno cinque milioni di italiani hanno sofferto almeno una volta nella vita. Dopo le battaglie contro il fumo, l'alcol e l'obesità, il ministero della Salute ha individuato nella depressione il prossimo obiettivo di una campagna da mettere in atto su scala nazionale per la prevenzione e la diagnosi precoce. «Voglio arginare il diffondersi della depressione, che è una malattia in costante crescita», ha detto Sirchia. «Sarà un piano condiviso dalle Regioni e sul quale si investirà parte del Fondo sanitario, che ammonta a ben 90 milioni di euro», ha aggiunto il ministro. Saranno inoltre coinvolti nel piano medici di medicina generale, pediatri, consultori per la preparazione al parto e geriatri. Il piano, la cui prima bozza d'intervento è attesa entro il 31 luglio, si articola su cinque livelli: prevenzione della depressione; riconoscimento precoce, trattamento dei casi lievi; trattamento dei casi moderati; trattamento dei casi gravi. Sono già stati costituiti, ha detto ancora il ministro, tre gruppi di lavoro incaricati di preparare le linee guida per le categorie più a rischio di depressione: bambini e adolescenti, donne e anziani. Le linee guida sono attese nel prossimo mesi di ottobre, in modo da poter presentare il piano nella prossima Finanziaria per ottenere i fondi necessari. «Contiamo di cominciare a concretizzare il progetto l'anno prossimo, ma poiché nulla si improvvisa ci vorrà del tempo prima di realizzarlo concretamente», ha osservato Sirchia. Le terapia di prevenzione e cura, ha aggiunto, «non saranno assolutamente pagate dai pazienti o dai loro parenti». Tra le iniziative previste per gli anziani, il potenziamento della figura di custode sociale già attiva a Milano, Torino e Genova. Per bambini e adolescenti si prevede di coinvolgere la scuola, con la collaborazione degli insegnanti nell'identificare i comportamenti-sintomo della depressione. Per le donne in gravidanza, infine, il piano prevede sedute di psicoterapia di gruppo per la preparazione al periodo successivo al parto. Tutto questo nel'ottica di attenuare le situazioni di un «rischio sctrisciante» che interessa sempre più le nostre comunità: troppo spesso si è detto della necessità di prevenire dopo che è scoppiato il «caso». Questa volta si è deciso di agire razionalmente, nel segno della miglior prevenzione.

Yahoo!Salute martedì 29 marzo 2005
Neuroestetica: la base per comprendere l'arte
Il Pensiero Scientifico Editore

Empatia tra cervello e arte: è solo questione di nueroestetica. Non è un gioco di parole, ma una nuova disciplina. Lo scorso febbraio si è tenuto al Berkely Art Museum, all’Università di Berkely in California, il quarto congresso internazionale di neuroestetica. Scultori, pittori, fotografi, neurobiologi, neurologi, psichiatri e psicologi insieme a discutere sulle interazioni fisiologiche e funzionali tra il cervello e il gusto del bello, tra i neuroni e l’estetica. La notizia è stata ripresa sull’ultimo numero della rivista disponibile on-line Plos Biology.
L’oggetto del congresso del 2005 è stato l’empatia nel cervello e nell’arte, in altri termini come si colloca l’abilità dell’uomo di riconoscere e rispondere alle espressioni di altri uomini. Perché davanti ai girasoli di Van Gog tutti si sentono rapiti, tanto da considerarlo un opera d’arte? Perché non succede con uno schizzo di buona fattura fatto da un bravo studente di una scuola d’arte. La differenza, secondo gli artisti, la fa proprio l’empatia: il grado di rapporto emotivo-attrattivo che si genera con un opera d’arte e non con un qualunque prodotto della fantasia di improvvisati artisti.
E a dar manforte a questa ipotesi, si aggiungono anche i neurologi e i neuropsichiatri i quali spiegano che il cervello visivo è composto di una corteccia visiva primaria (situata nella parte posteriore del cervello) che riceve tutti i segnali della retina. Negli ultimi 25 anni si è scoperto che questa area è circondata da molte altre aree visive, ciascuna delle quali è specializzata a elaborare un aspetto specifico della scena visiva: forma, colore, movimento, volti. Queste aree sono deputate sia all’elaborazione che alla percezione. La rete neuronale contribuisce a creare delle “ricostruzioni” visive che sono anche quelle che percepiamo come più belle, perché ne riconosciamo le forme o i colori,. Così la specializzazione funzionale che si trova nell’estetica riflette l’organizzazione cerebrale. Questo, almeno, secondo una ricostruzione meccanicistica e funzionale del cervello.

Fonte: Parthasarantlhy H. Expressing the big picture. Plos Biology 2005;3. www.plosbiology.org

Cork, 1621

Corriere della Sera 30.3.05
La verità e la realtà, diceva Melville, sono più bizzarre ...
Nell’ottobre 1621 i cieli di Cork furono teatro di una spaventosa carneficina aerea

L a verità e la realtà, diceva Melville, sono più bizzarre della finzione. Nell’ottobre del 1621 le cronache di Cork, la vivace città irlandese, riportano - con amore barocco del dettaglio fantastico e minuzioso - una apocalittica battaglia fra due immani stormi di uccelli che da due giorni avevano oscurato il cielo della città e intasato le sue strade con i corpi dei volatili che cadevano dall’alto morti o feriti. Il famoso film di Hitchcock - come l’omonimo racconto di Daphne Du Maurier da cui è tratto - impallidisce dinanzi a quell’antica e sepolta descrizione, perché l’effetto inquietante di quell’attacco assassino degli uccelli agli uomini è in qualche modo mitigato dalla presenza di questi ultimi, dai loro sentimenti, angosciosi ma comunque rassicuranti perché umani. L’atroce carneficina aerea di quei giorni nel cielo di Cork ignora invece quella presenza; fa l’orrore e il gelo di una natura in cui l’uomo è assente, non c’è ancora o non c’è più. La città sottostante alla strage è un cratere spento, in cui precipitano esseri alieni e straziati. I due giganteschi eserciti di uccelli - si trattava di stormi - si erano raccolti già quattro o cinque giorni prima dello scontro, in gruppi separati dai quali ogni tanto una delegazione di 20 o 30 si era recata nel campo avverso, forse a intavolare negoziati evidentemente falliti, se il sabato successivo le due tribù alate si erano affrontate e sbranate in una terrificante battaglia dall’alba al cadere della notte. La cronaca descrive il macello celeste, la nuvola nera dei combattenti squarciata da assalti e ritirate che per un attimo lasciano intravedere il cielo, gli uccelli che si dilaniano con strida assordanti e cadono a capofitto, insudiciando di sangue e di piume le vie. Dopo una tregua domenicale, forse dedicata a riorganizzare le file decimate, il lunedì le due armate di stormi riprendono a scannarsi in aria e alla sera, distruttesi a vicenda, spariscono senza vinti né vincitori, lasciando a terra mucchi di osceni cadaveri - fra i quali pure un corvo e una cornacchia, finiti per caso in mezzo allo scontro - sanguinolenta immondizia del cielo e grottesca allegoria dell’inutilità di ogni guerra, vano carnevale e trionfo della morte. Quel massacro - che il cronista dice confermato da testimoni oculari, tutti «onorati gentiluomini» - sporca il cielo e accentua la seduzione infera che spesso avvolge, nell’immaginario, la figura dell’uccello, col suo occhio maligno e le sue ali più da demone che da angelo. Non è un caso che ad esempio un’analoga fantasia ricorra, in possente stravolta poesia, in un libro scritto da un’autrice che non ha mai avuto sentore di quella dimenticata cronaca di Cork. Nel suo romanzo Una stella chiamata Assenzio - brutto titolo di un libro inquietante e affascinante, che aveva entusiasmato il grande Vanni Scheiwiller ed è passato ingiustamente quasi inosservato - Ambra Vidich Budinich ha narrato un viaggio onirico-iniziatico attraverso tutte le tenebre del sogno, della vita e della morte, in cui una Trieste genialmente deformata dal delirio diviene un paesaggio dell’incubo come la Praga-Perla nell’Altraparte di Kubin. Fra le peripezie del protagonista nei labirinti dell’angoscia c’è anche una misteriosa e malefica ecatombe alata: «Nell’aria, che andava oscurandosi come nell’approssimarsi di un’eclisse, si sentiva una vibrazione minacciosa ... il cielo, fattosi livido, era solcato in tutta la sua vastità da una funerea caduta di uccelli ... che come fossero folgorati nel corso stesso del volo da una misteriosa moria, stavano precipitando con le membra contorte sull’abitato: un istante dopo, infatti, essi avevano cominciato a schiantarsi sul selciato e sui tetti in una scura grandinata che di minuto in minuto si infittiva trasformandosi in uno stillicidio cruento; ancor più lugubre era quella vista su certe case fatiscenti che egli non aveva notate prima e sui cui muri lebbrosi e sulle cui polverose finestre egli vedeva adesso formarsi sempre nuove chiazze nerastre, miste a ciuffi di piume».
Il cronista di Cork non avrebbe mai immaginato che anche gli uomini un giorno avrebbero potuto volare e avrebbero volato per darsi la morte. A distanza di secoli, due scrittori che si ignorano scrivono pressappoco la stessa scena - quasi a suggerire che la poesia scaturisce dal fondo più oscuro e impersonale dell’immaginario e dell’inconscio collettivo e che un autore le presta solo la voce.

Bertinotti sul contratto degli statali e sulle regionali

Agi.it 29.3.05
STATALI: BERTINOTTI, C'E' POCO RISPETTO PER BISOGNI LAVORATORI

(AGI) - Lamezia Terme (Catanzaro), 29 mar. - Il segretario nazionale di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti, a Lamezia Terme per una visita all'interno della struttura ospedaliera della citta', non ha voluto commentare le dichiarazioni di Silvio Berlusconi per quanto riguarda il contratto nazionale del pubblico impiego e in particolare sul 'balletto' delle cifre relative all'aumento.
"Questo - ha detto Bertinotti - e' un problema che riguarda i sindacati del pubblico impiego, che hanno fatto qualche sciopero generale contro una politica del governo francamente irrispettosa dei bisogni dei lavoratori, come del resto ha praticato in genere". Bertinotti, comunque, crede che "i lavoratori del pubblico impiego hanno la forza di imporre il rinnovo del contratto su una linea di equita' come quella prevista nella loro piattaforma contrattuale".

Agi.it
REGIONALI: BERTINOTTI, DESTRA IN GRANDE DIFFICOLTÀ

(AGI) - Roma, 29 mar. - Le parole di Berlusconi "mostrano come le destre di governo siano in grande difficolta', sia sul piano nazionale che su quello locale". Lo dice il segretario di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti, che aggiunge: "Il Polo affida a Berlusconi improbabili tentativi di rimonta nei consensi, ma il Paese reale e' da tutt'altra parte rispetto a quanto vuole farci credere il capo del governo. Addirittura, Berlusconi arriva a smentire i suoi alleati su una materia cosi' seria e cosi' delicata che merita di essere discussa negli incontri con le parti sociali e non attraverso i mezzi di informazione: vale a dire il contratto di lavoro dei dipendenti statali".
Secondo Bertinotti "Berlusconi sa bene che il voto di domenica prossima potrebbe segnare per lui e per tutta la coalizione di destra l'inizio della fine e per scongiurare una piu' che probabile caduta nei consensi alza i toni e tenta disperatamente di giocarsi la carta della bassa propaganda.
Piu' Regioni otterra' l'Unione, piu' Berlusconi dovra' prendere atto del fallimento suo e delle politiche neoliberiste del suo governo?".

291651 MAR 05
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martedì 29 marzo 2005

LA FESTA DI PIETRO INGRAO
la lettera di Bertinotti

Liberazione della domenica 27.3.05
La condivisione di un cammino
Fausto Bertinotti


Caro Pietro, compi oggi novanta anni e sei uno dei nostri. In senso lato, come sempre, per la condivisione di un cammino e di una speranza, il cammino dei grandi movimenti di trasformazione, la speranza della costruzione di un nuovo mondo. Ma, anche nel senso stretto dell'adesione alla comunità politica di Rifondazione comunista con il dono che ci hai fatto, chiedendo l'iscrizione al partito. Potrebbe bastarci per ringraziarti e farti gli auguri. Ma, la tua vita, il tuo pensiero, il tuo interrogare e interrogarti, le tue parole, le tue azioni hanno attraversato la storia grande e terribile del movimento operaio. Così il tuo è diventato un magistero. Per questo non possiamo non farti domande. Anche in occasione di questo tuo grande compleanno, come per abituarti a ricevere ancora a lungo nuove domande da noi che ci consideriamo, modestamente, discepoli del tuo magistero.

Credo che tu possa condividere l'idea che siamo stati gli ultimi eredi e interpreti della formula paolina "Siamo in questo mondo, ma non di questo mondo". Esprimiamo così, allo stesso tempo, l'esigenza di una partecipazione piena, di una condivisione delle contraddizioni aspre e dure della società in cui viviamo e l'idea di far vivere, dentro quelle contraddizioni, l'aspirazione alla liberazione. Con la rinascita dei movimenti, una nuova generazione ha conosciuto, e cominciato a cambiare, la politica. Ha senso ancora questa alterità, questa diversità e come la si può esprimere, come la si può far vivere, in un mondo in cui da altri si vuole invece perseguire l'assolutizzazione della guerra e dello sfruttamento, che penetra fin dentro il vivente?

Cosa è il comunismo per te oggi? Spesso abbiamo risposto affidandoci alla formula classica di Marx: «Il comunismo è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti». Sentiamo qui il senso di un processo, di un divenire e non di un essere. Ma, ti chiedo, si può andare oltre questa formula classica? Il tuo lungo cammino nella storia del movimento operaio e del comunismo italiano cosa ti suggerisce? Noi ci chiamiamo "rifondazione comunista". Rifondazione è una tua ispirazione di sempre, volendo così esprimere la necessità, penso, di una nuova fondazione, di una teoria e di una pratica della trasformazione e della liberazione. In alcune occasioni, tu hai parlato perfino di una insufficienza del termine "rifondazione" perché occorrerebbe andare oltre.

Ecco, caro Pietro, come definiresti oggi i caratteri fondanti di questa ricerca? Cosa chiameresti comunismo?

Perché il partito, ancora? La tua scelta, a novanta anni, di aderire a un partito, al nostro partito, è stato un regalo così grande da essere inaspettato quanto atteso. Mi hanno colpito le ultime parole della lettera che ci hai inviato per annunciare questa decisione. «Riprendo una militanza che è stata così grande parte della mia vita». Sentiamo in questo mondo l'esigenza della comunità, del fatto che, solo assieme ad altri, dandoci la mano in cammino, possiamo pensare di farcela. Camminare insieme e far vivere un progetto. Solo se questo progetto si fa politica, ovvero pervade e si pervade delle coscienze, dei movimenti e attraverso le istituzioni si fa organizzazione collettiva, possiamo farcela. Ma, ti chiedo, cosa significa oggi? Perché proprio il partito? Come lo racconteresti a una ragazza di sedici anni? Come costruiresti con lei questa comunità che chiamiamo partito?

Gli affetti, caro Pietro, hai vissuto con una donna straordinaria che ti è stata compagna di vita. Si chiamava Laura Lombardo Radice. Avete avuto molti figli, tanti nipoti e pronipoti, uno ancora sta per arrivare. Una famiglia grande, un mondo di relazioni e di affetti. Come hanno inciso nelle tue idee e nella tua pratica politica? Che rapporto c'è tra il pubblico e il privato? Il femminismo ci ha molto insegnato. Ma qual è l'insegnamento di una vita come la tua? Che rapporto c'è tra l'amore, gli affetti, la vita nella tua comunità familiare e lo stare dalla parte degli sfruttati, degli ultimi, permetti le parole, della rivoluzione?

Grazie, Pietro e lunga vita. So che in molte e molti potremo continuare a contare su di te.

Prozac e adolescenti killer

APCOM 25.3.05
USA
ADOLESCENTE KILLER DEL MINNESOTA ERA IN CURA CON PROZAC

Uno dei due assassini di Columbine prendeva la stessa medicina


New York, 25 mar. (Apcom) - Il sedicenne Jeff Weise, autore della strage della Red Lake High School in Minnesota, in cui lunedì hanno perso la vita sette persone, stava seguendo un trattamento antidepressivo a base di Prozac quando ha ucciso suo nonno e la compagna di lui, prima di recarsi a scuola, sparare ai suoi compagni e suicidarsi.
Il fatto che stesse prendendo la stessa medicina anche Eric Harris, uno dei due ragazzi che nell'aprile del 1999 aprirono il fuoco alla Columbine High School, così come Kip Kinkel, il ragazzo che nel 1998 uccise i suoi genitori e i suoi compagni della Thurston High School in Oregon, ha riaperto il dibattito sugli efetti collaterali di questo tipo di farmaci antidepressivi. In tutti e tre i casi, gli adolescenti hanno completato i massacri suicidandosi.
"I ragazzi coinvolti in questi tragici episodi erano malati. Se le medicine fossero in grado di aiutarli o meno è una questione aperta" ha dichiarato al New York Post David Shaffer, professore di psichiatria e pediatria della Columbia University. Secondo il medico non si può però dare tutta la colpa alle medicine. Weise ha compiuto la strage con armi da fuoco prelevate a casa del nonno.
Le indagini sulla sparatoria di Red Lake nel frattempo hanno portato alla luce prove che il ragazzo avrebbe pianificato a lungo la strage. Il giovane, che aveva manifestato tendenze naziste e che su Internet di definiva "l'angelo della morte", avrebbe spedito sul sito TheSmockingGun.com un'animazione computerizzata che mostrava una persona ucciderne altre quattro e poi togliersi la vita. Il filmato lungo 30 secondi aveva il macabro titolo: "Target Practice".

copyright @ 2005 APCOM

depressione

Intrage.it 28.3.05
Sanità: una strategia contro la depressione

In un incontro interministeriale, svoltosi pochi giorni fa a Palazzo Chigi, si è discusso il Piano strategico di contrasto della depressione in bambini e adolescenti, adulti, anziani e donne in gravidanza. Alla riunione erano presenti i Ministri Girolamo Sirchia, Maurizio Gasparri, Enrico La Loggia e rappresentanti delle Regioni, del mondo della scuola, dell’università, delle società scientifiche di psichiatria, pediatria, neuropsichiatria dell’infanzia e gerontologia, dei medici di medicina generale e del volontariato. Dal punto di vista organizzativo, il Piano si svilupperà in ambito centrale, regionale e locale. I Ministeri (Salute, Istruzione, Welfare e Comunicazioni) dovranno definire il Piano nei suoi particolari, realizzare una campagna informativa, elaborare le Linee guida e mettere a punto un sistema di monitoraggio. Alle Regioni sarà invece affidato il compito di definire, attraverso piani regionali, le reti dei Centri di riferimento. Medici di medicina generale, pediatri, geriatri, dipartimenti di salute mentale (Dsm), consultori pre-parto e Utap (Unità Territoriale di Assistenza Primaria) si occuperanno invece dei programmi di prevenzione, di assistenza primaria, degli screening sui gruppi a rischio e del trattamento dei casi lievi. Un ruolo centrale, in particolare nella prevenzione fra bambini e adolescenti, sarà svolto dalle scuole, che saranno impegnate nel coinvolgimento di insegnanti e famiglie. In Italia sono almeno 1,5 milioni gli adulti che soffrono di depressione, mentre quasi 5 milioni, oltre il 10% della popolazione, ne hanno sofferto almeno una volta nel corso della vita. Sono depressi 6 bambini su mille, mentre le donne sono colpite tre volte più degli uomini.

sinistra
un'intervista a Fausto Bertinotti

un articolo ricevuto da Melina Sutton

Repubblica 29.3.05
L'INTERVISTA
Bertinotti: se Berlusconi perde Lazio, Piemonte o Puglia entra in una crisi irreversibile
"A Prodi dico: via il maggioritario e il no alle primarie è un errore"

Firme false. I veleni della campagna elettorale sono anche figli di questo sistema di voto: bisogna cambiare
il programma Dobbiamo metterci al lavoro dopo il voto. Proprio a livello locale vedo la fine della stagione liberista
GOFFREDO DE MARCHIS

ROMA - Segretario Bertinotti, tutti condividono l'appello a fermare i veleni in campagna elettorale. Ma come se ne esce, in concreto?
«Prima di tutto, sottraendosi a questo tipo di confronto. Poi, con una vera opera di bonifica, cioè con una riflessione su questo sistema elettorale e sugli elementi devianti che lo stesso sistema suggerisce».
È deviante anche la presunta raccolta di firme da parte dei partiti della sinistra per far correre la lista Mussolini sperando così di danneggiare il centrodestra?
«Se questa notizia fosse vera, sarebbe un episodio disdicevole, un sacrificio alla logica del "fine giustifica i mezzi" che non condivido. Vede, la riforma della nostra cultura politica nel senso della non violenza ha molte conseguenze, inclusi alcuni comportamenti che producono un sovrappiù di sorveglianza critica sul rapporto mezzi-fini. In poche parole, non è una vittoria quella guadagnata con strumenti che annullano la dignità. Ma quando parlo di bonifica, voglio dire che i frutti avvelenati ci sono già stati prima delle firme false. Penso alle liste civetta, una vicenda molto sottovalutata, che ha prodotto effetti devastanti. Presentare dei partiti fantasma solo per danneggiare un concorrente è già un'alterazione delle regole del gioco. L'allarme è stato lanciato più volte. Ora, per slittamenti progressivi, si è creata una situazione da correggere al più presto».
Come?
«Cambiando il sistema elettorale. Bisogna uscire dal maggioritario che è inadatto al Paese. È un sistema in cui conta soltanto vincere, per cui finisce che il nemico del mio nemico può diventare un mio amico, come nel caso della Mussolini».
Quando metterete sul tavolo la vostra proposta?
«Dopo le politiche del 2006. L'obbiettivo è un sistema proporzionale, sul modello tedesco».
Chiederete a Prodi di inserire questa riforma nel programma dell´Unione?
«No. Non faremo lo stesso errore del centrodestra. Il programma delinea l'azione di governo, non deve occuparsi di correzioni istituzionali. Ma la riflessione è necessaria».
Le elezioni di domenica prossima sono un test politico?
«Il loro significato nazionale è indotto. Nel voto regionale è certamente forte la domanda politica del "cambio" per usare il termine che ha avuto successo in Spagna e in Portogallo. Cioè, cacciare Berlusconi. Ma sento anche un'altra richiesta urgente: ricostruire il peso del potere locale come antidoto all´incertezza, che è il tratto dominante del nostro tempo. Mai una campagna elettorale è stata così segnata dal problema della precarietà. Spaventa l'idea che attraverso la delocalizzazione e l'internazionalizzazione passiva si possano risolvere le questioni aperte. Penso al finanziere russo che arriva e si compra la Lucchini, alla vicenda di Terni, al calzaturificio pugliese che sta per trasferire la produzione in Cina. L'economia scarica i suoi problemi sulla società e crea una condizione d'incertezza. In questo clima, il potere locale appare come un possibile ancoraggio, c'è una fortissima domanda di valorizzazione del governo sul territorio. Nel Sud, per esempio, c'è qualche timido tentativo di sottrarsi alle politiche neoliberiste. Sono piccoli episodi, ma hanno voglia di crescere. Io uso uno slogan: lì dove una volta si scriveva "comune denuclearizzato" scriviamo "regione de-precarizzata"».
Il voto non è condizionato dalle vicende nazionali e dalle risse?
«Non credo. Quello che si muove sul fondo è più potente della superficie che tutti vediamo».
Si conteranno i voti o le regioni, per capire chi ha vinto?
«Il test è molto ampio, quindi conteranno le percentuali, i voti. È importante anche vedere quante regioni conquisterà l'Unione, oltre a quelle che ha già e in cui sarà sicuramente confermata. Più ne strappa, più è un successo».
Otto a sei è un successo?
«Se Berlusconi perde il Lazio o il Piemonte o la Puglia, cioè le regioni in cui parte avvantaggiato, allora per lui è una vera rotta».
E dovrebbe dimettersi?
«Ho militato fin dall'inizio nel partito della caduta anticipata di Berlusconi. Non si è realizzata per mancanza di determinazione e per scelte politiche sbagliate. Ma ora siamo a un anno dalle politiche, non penso a un precipitare degli eventi. Però se si verifica il "cambio" in una di quelle tre regioni, Berlusconi cercherà una caratterizzazione estrema, iper-ideologica, della sua politica. Proverà a ripetere l'operazione potente di Bush, ma è una carta francamente debole perché Bush è al centro dell'impero e ha usato la guerra come una corazza per gli Stati uniti, noi invece siamo alla periferia e sulla guerra si pagherà un prezzo, è stato un pessimo investimento. Giocherà forse la carta della nuova Costituzione rivendicando l'introduzione del premierato, di un governo messo al riparo dall'influenza dei canali democratici, dei movimenti. Ma è un'arma spuntata per la campagna elettorale, può valere solo se vincono nel 2006. L'ultima carta è quella economica, le tasse. Beh, non funziona, in questa campagna elettorale non ha prodotto nemmeno un effetto demagogico. Se le regionali vanno come abbiamo detto, l'insuccesso politico si sommerebbe alle conseguenze delle riforme di Berlusconi e per lui la sconfitta nel 2006 diventa un dato irreversibile».
Dopo le regionali, l'Unione affronterà il programma per le politiche?
«Certo. E quello che emerge dalle regioni può fare la sua parte accanto alle mille consultazioni della Fabbrica del programma. Specialmente al Sud, è sentita con grande forza la lotta dei diritti: il salario sociale, il reddito di cittadinanza. E la valorizzazione del patrimonio artistico e ambientale, l'intervento pubblico visto non come una superfetazione ideologica ma come la difesa dei beni comuni, l'acqua per esempio, il tema della programmazione. A livello locale si vede bene la fine della stagione neoliberista».
Dopo le regionali, si riapre anche la partita delle primarie nell'Unione. È vero che stanno tramontando?
«Per un gentlemen agreement mi sono attenuto alla consegna di sospendere la discussione in queste ultime settimane. Le primarie non le ho proposte io, non appartengono alla mia cultura. Ma attenzione: nel mondo sta emergendo una domanda che si chiama democrazia. E la Puglia è stato un episodio di rinascenza democratica. Ne discuteremo al momento opportuno, ma perché privarsi delle primarie?».

Lucia Annunziata sulla Stampa
il compleanno di Ingrao

La Stampa 29.3.05
DOMANI LA SINISTRA FESTEGGERÀ UNO DEI SUOI GRANDI PROTAGONISTI

I 90 anni di Ingrao, l’uomo del no alle soluzioni facili
di Lucia Annunziata

FA novanta anni l'uomo definito - semplicemente - «il più rappresentativo della sinistra e della democrazia italiana», Pietro Ingrao, e la sinistra si prepara a festeggiarlo, domani, con il cerimoniale delle occasioni speciali. Il sindaco Veltroni, la sinistra che lo ha amato e quella che lo ha combattuto si riuniranno nel principale foro laico della Capitale, l'Auditorium, per le celebrazioni. Fra i presenti vi saranno appunto coloro - Rossanda e Castellina, fra gli altri - che Ingrao contribuì a far espellere dal Pci, nel 1969; e si attende una impressionante presenza di tutta la classe dirigente che quel Pci prima e oggi i Ds ha animato.
E tuttavia, nonostante la vicinanza delle elezioni e le necessarie esagerazioni di tutti i compleanni, in particolare se quasi secolari, è probabile che non ci troveremo davanti a una rimpatriata. Il segno di Pietro Ingrao è da anni quello di una forte malinconia - a volte ironica, a volte disperata, quasi sempre severa - che ragiona sulla politica, e soprattutto sulla sua utilità e inutilità. E' più probabile così che dalla serata la sinistra che vi si è ritrovata esca con più dubbi che certezze su se stessa - il che trasformerebbe, davvero, una autocelebrazione (sia pur estremamente onorevole) in un vero evento.
Scrivo questo non per divinazione, ovviamente, ma perché in qualche modo il copione della serata c'è già, e ruota intorno a una lettera che lo stesso Ingrao scrisse nel 1992. La missiva sarà letta da Luca Zingaretti e sarà la parte centrale della serata. Costruita com'è in una piccola corrispondenza privata, fra lo stesso Ingrao e Goffredo Bettini, a lungo dirigente del partito comunista e ora dei Ds, raccolta in un volume per questa occasione. («Una lettera di Pietro Ingrao con una risposta di Goffredo Bettini», Edizioni Cadmo)
La raccolta di lettere, così brevi, - un pezzo di Bettini che commentava l'addio di Ingrao al Parlamento nel 1992, la risposta di Ingrao, e una nota di oggi di Bettini - è un gesto molto autoreferenziale. Ma è valsa la pena di farlo perché vi è dentro una sorta di percorso archeologico della sinistra: chi l’ha attraversata, o anche solo frequentata, vi ritrova il gergo e i suoi rimandi, che così tanto ancora implicano nel dibattito dei nostri giorni dentro questa area politica.
Non potrebbe essere più attuale infatti il tema che pone Ingrao al giovane Bettini: l'uso del termine «morale». «Io ho sempre molte esitazioni ad adoperare questo termine: perché io non sono in consonanza con un certo "eticismo": il "dover essere" mi sembra che contenga una astrazione; e io credo molto in una corporeità della vita; credo nelle passioni vitali che ci scuotono e che ci segnano». Come si vede, sono ancora questi i termini dei dilemmi attuali della classe politica della sinistra - fra radicalismo autorizzato dal senso «etico» della politica, e «tatticismo» frutto di una concezione gestionale della politica. La soluzione che Ingrao ne offre tuttavia - e queste righe basterebbero a dimostrarlo - è che non esiste la differenza: se l'etica deve porsi come fatto astratto diventa «eticismo», ed è la vita invece, con i suoi bisogni obbligati a misurarsi con gli altri, a dettare il passo della realtà. Una soluzione «altra» si direbbe - per usare un termine che Ingrao stesso usa spesso. In un altro passaggio scrive infatti «a me interessa nella politica anche l'aspetto "tattico"» per affrettarsi a dire «...(mi capisci: non nel senso furbesco)» e spiegare cosa intende per tattica: «Mi interessano i passaggi "quotidiani": quante volte sono tentato di impicciarmi!».
E' un Ingrao, come si diceva, senza soluzioni facili - dubitativo, incline a non formulare politica, ma politiche. Favorevole alle scelte, ma - proprio lui divenuto vate di letture iperideologiche della sinistra - senza dettami, solo con navigazione a vista. Il meglio, in altri termini, della tradizione che rappresenta. Non a caso, forse, Bettini gli risponde: «Tu non sai quanto di fronte a ciò, a questa necessità di buona politica io avverta l'insufficienza mia e delle classi dirigenti dell'oggi. Di questa marmellata a ciclo continuo di frasi fatte, di telefonini che squillano, di autocelebrazioni mediatiche, di pubbliche relazioni senza contenuto che sono tanta parte della pratica politica che ha lambito anche noi».

storia
il Museo di Lettere e Manoscritti di Parigi

L'Unità 29 Marzo 2005
«Missione compiuta», firmato Eisenhower
C’è anche il messaggio che annunciava la capitolazione tedesca nel Museo di Lettere e Manoscritti di Parigi
Anna Tito

È davvero suggestivo il neonato Musée des Lettres et Manuscrits di Parigi: si presenta, con un gioco di parole, come Lettres d’histoire. Histoires de l’être (Lettere di storia, storia dell’essere) in splendidi locali, con soffitti «alla francese», pavimento in marmo rosso. Su tre piani, per complessivi 600 metri quadrati di un hotel particulier edificato sul finire del sedicesimo secolo nel cuore del Quartiere latino, al numero 6 della poco nota e discreta Rue de Nesle, si trovano esposti duecentocinquanta manoscritti rari provenienti dalle più svariate collezioni, in gran parte private: scritti autografi di letterati, artisti, uomini di Stato, scienziati, da Carlo Quinto a Isaac Newton e a Robespierre, da Garibaldi a Churchill, da Beethoven a Edith Piaf e a Louis de Funés, il tutto in ordine rigorosamente cronologico. Si è scelta una scenografia moderna: vetrine tematiche, «fredde» allestite su vecchi muri di pietra, e poco illuminate per proteggere da una luce troppo violenta i fragilissimi documenti originali.
«Nelle lettere di un uomo vanno ricercate, più che in tutte le sue opere, l’impronta del suo cuore e le tracce della sua vita», per dirla con Victor Hugo, anch’esso presente nel Museo con più missive. In una, firmata con l’attrice Juliette Drouet, amante di una vita, nel 1868, dal ventennale esilio di Guernesey: scrive al prefetto Guay «non collaborerò con nessun giornale fino a che non sarà ripristinata la libertà di stampa», in riferimento all’odiatissimo Napoleone III. Quanto a Juliette, afferma che «gli (al prefetto) stringerò la mano non appena il colpo di Stato del 1851 raccoglierà quanto ha seminato». Ma certamente all’insaputa dell’amante il poeta indirizza un omaggio a una misteriosa dama: «Mi è sembrato che in questa lettera tenera, triste e deliziosa abbiate messo il mio cuore tutto (…) Esistono cose che dovete lasciare fra la vostra anima e Dio, e l’adorabile significa a volte l’impenetrabile. Bacio le vostre ali».
Compare, al piano terra, la lettera autografa di Albert Einstein con la versione definitiva della teoria della relatività generale - pubblicata nel 1915 -, fiore all’occhiello della mostra: intorno a poufs rossi di un gusto a dir poco kitsch, si trova esposto lo straordinario manoscritto, preceduto da calcoli e annotazioni che ci mostrano il metodo con il quale lo scienziato è giunto alla teoria vera e propria. È noto un solo altro manoscritto di Einstein concernente la teoria: il bloc notes di Zurigo conservato all’Università di Gerusalemme.
Quanto all’originale dell’ordine «top secret» di cessate-il-fuoco in vista della capitolazione da parte dei tedeschi firmato il 7 maggio del 1945 dal generale Eisenhower che segnò la fine, in Europa, della Seconda guerra mondiale - «La missione delle forze alleate è stata compiuta alle ore 2 e 41, ora locale» - troneggia in una bacheca posta al centro della sala d’ingresso. De Gaulle confida, già nel 1934, all’amico Jean Aubertin il proprio disappunto di fronte al conservatorismo degli uomini politici, incapaci di comprendere l’importanza strategica dei blindati, importanza che, ahimé, non sfuggì ai nazisti…
Gli appassionati di letteratura vi ritrovano tutti i grandi, da Voltaire fino ad Albert Camus, passando per i testi autografi di Johann Wolgang von Goethe, i manifesti di Zola e di Sartre o le poesie di Paul Verlaine: di quest’ultimo vediamo esposta, indirizzata all’altro «poeta maledetto» Charles Baudelaire, ritenuto da Verlaine «il più grande dei poeti», una missiva in cui gli dedica i versi: «Non ti ho conosciuto, non ti ho amato; non ti conosco e non ti amo…». Leone Tolstoï scriveva invece del norvegese Biornson all’amica Madame Brummer: «È fra gli autori contemporanei che più ammiro, e la lettura di ciascuna delle sue opere mi apre nuovi orizzonti». Biornson ricevette il Premio Nobel nel 1903.
Passando all’intimità dei «grandi» ci soffermiamo davanti alla lettera di Mozart che tratta della sua ultima composizione nonché della scomparsa del suo «beneamato padre»; in una missiva, in cirillico, la Grande Caterina di Russia si congratula con Carlo Emanuele II della nascita della nipotina Cristina, futura regina di Sassonia, ribadendo una «vera e propria amicizia», e «una stima distinta fra i due casati principeschi». Una presentazione del movimento surrealista, del 1933, ci viene da Salvador Dalì che esprime così la propria visione dell’arte e del bello: «La bellezza sarà commestibile o non sarà affatto».
Viene a concludere la mostra la sezione «Dalla nascita della prima posta aerea all’Aeropostale» con, fra gli altri, il documento originale della creazione della prima Compagnia aeropostale francese, firmato il 18 agosto 1870 da Nadar, Dartois e Duruof: Parigi assediata si trovava nell’impossibilità di comunicare e Félix Tournachon, detto Nadar, né militare, né tantomeno politico, ma piuttosto scrittore, artista, inventore e grande fotografo nonché amico di Jules Verne con il quale condivideva la passione per la ricerca sulla navigazione aerea, creò nel suo laboratorio in Boulevard des Capucines la Compagnia generale aerostatica e dell’autolocomozione aerea, consigliando al nuovo governatore l’utilizzo delle «mongolfiere» per «forzare il blocco» e comunicare con la provincia e con l’esercito.
La mongolfiera intitolata a Victor Hugo partì verso le 12 del 18 ottobre del 1870 dal giardino delle Tuileries. E in una lettera autografa, pezzo unico fra i più importanti della collezione, il poeta in esilio invia il proprio augurio: «Sono felice di stare al centro di questo superbo pericolo. La Francia si salverà, non dubitatene, e si salverà da sola, senza intervento straniero alcuno. Ed è questo il bello. Victor Hugo».

persino negli Usa...

Giornale di Brescia 29.3.05
Negli Usa verso uno scontro sulle staminali
NEI PROSSIMI MESI LA QUESTIONE SARÀ DIBATTUTA ALLA CAMERA AMERICANA


WASHINGTON - Si profila la prossima battaglia morale, religiosa e scientifica negli Stati Uniti sul mistero dell’inizio e della fine della vita: i leader repubblicani della Camera hanno deciso di consentire nei prossimi mesi un voto in aula sulla questione bollente della politica che regola le ricerche sulle cellule staminali embrionali. Dopo la guerra intestina nella società e nel mondo politico americano sulla vicenda di Terri Schiavo, tra due o tre mesi sarà messo ai voti in Parlamento un disegno di legge diretto ad allentare le drastiche restrizioni fissate dal presidente Bush nel 2001 sull’uso delle cellule staminali. Un allentamento delle norme varate da Bush è voluto dai Democratici e dai Repubblicani moderati. Stando alla norma in vigore, le ricerche finanziate dal Governo possono essere effettuate soltanto sulle 60 colonie, o linee, che si presume esistessero in agosto del 2001. La decisione di mettere in calendario il voto sul disegno di legge è stata presa la settimana scorsa dal presidente della Camera, Hastert , e dal capo della maggioranza repubblicana, Blunt, e dal suo vice Cantor.

al Parlamento europeo...

Tempo Medico on line 29 marzo 2005
Ricerca in pericolo al Parlamento europeo
All'interno di una risoluzione recentemente adottata si chiede di non utilizzare i fondi per la ricerca sulle staminali embrionali
di Donatella Poretti - Tempo Medico n. 791

L'ultimo atto di una lunga vicenda che vede il Parlamento europeo alle prese con la ricerca scientifica e con le staminali risale al 10 marzo.
Arriva al voto una risoluzione comune sul commercio di ovociti umani. Nel testo iniziale si rammenta che la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione "sancisce il divieto di fare del corpo umano e delle sue parti in quanto tali una fonte di lucro", e si ricorda alla Commissione la direttiva 2004/23/CE che prescrive che gli stati membri si adoperino per garantire donazioni volontarie e gratuite di tessuti e cellule. Lo spunto era offerto da alcune notizie di cronaca sul commercio di ovociti dalla clinica rumena Global Arts verso la Gran Bretagna.
La risoluzione viene adottata, ma la notizia è un'altra: l'aggiunta di un emendamento in cui si chiede alla Commissione di non finanziare con fondi comunitari la ricerca sulle cellule staminali embrionali e di concentrare il denaro su quelle somatiche e del cordone ombelicale.
"Questo voto minaccia la ricerca europea sulle cellule staminali" è il durissimo commento dell'europarlamentare liberale belga Frédérique Ries. "Sotto il pretesto di lottare contro lo sfruttamento delle donne e per l'inalienabilità del corpo umano, il testo mira a tutt'altro obiettivo: proibire direttamente o indirettamente la ricerca sulle cellule staminali embrionali e la clonazione terapeutica. E' un segnale disastroso inviato alle coppie in attesa di una donazione, ma anche alle centinaia di migliaia di pazienti in Europa che puntano sulla ricerca le loro speranze di guarigione dal diabete, dal morbo di Parkinson o di Alzheimer".

LA FESTA DI PIETRO INGRAO
le altre lettere pubblicate nell'inserto di Liberazione di domenica 27

Quando, alla fine del decennio, tutto precipita - l'Ottantanove, la caduta
Rina Gagliardi

Quando, alla fine del decennio, tutto precipita - l'Ottantanove, la caduta del muro di Berlino, la svolta della Bolognina - Pietro Ingrao è, di nuovo, protagonista: guida la battaglia del No, si oppone allo scioglimento del Pci, fa piangere, a Bologna, una platea intera. Quando scoppia la guerra del Golfo, si dissocia apertamente alla Camera dalla scelta dell'astensione, che il Pci porta avanti tra mille mal di pancia. Solo quando si consuma l'opzione neoliberista del partito - i governi Ciampi e Amato - viene, anche per lui, il momento dell'uscita dal partito - ora Pds. A settantotto anni, sceglie di star fuori dal "gorgo". Non dalla Politica, con la P maiuscola.
Il rifondatore
Ma come è fatto, alla fin fine, Pietro Ingrao? Tra i mille episodi, piccoli o grandi, che si possono dire di lui, ce n'è uno forse tanto piccolo quanto esemplare. Quand'era presidente del Crs, chiese ad un suo giovane collaboratore notizie su Bruce Springsteen, che aveva appena sentito nominare. Poi chiese che gli si potevano portare i dischi più rappresentativi del celebre folksinger. Glieli portarono, con indicazioni precise sulle canzoni più importanti. Lui si ascoltò con cura quei dischi, che molto gli piacquero - così, poco tempo dopo, lo si vide ad un concerto proprio di Bruce Springsteen, in mezzo ai giovani, che si divertiva e applaudiva. Aveva, allora, oltre settant'anni - e manteneva intatta la voglia di "alfabetizzarsi" in musica giovanile.
Ecco, Pietro è uno che, a tutt'oggi, non la smette di cercare alfabeti che non conosce. Lo fa talora con prudenza, con spirito diffidente, con i suoi ritmi e con i suoi tempi - ma non cessa di farlo. Come ha fatto, alla soglia dei novant'anni, con l'iscrizione ad un Partito, Rifondazione comunista, lui che da oltre dieci anni si declinava con fierezza un "cane sciolto", un senza-partito, un indipendente comunista.
La verità è che forse in Pietro, dietro le apparenze disciplinate e "ordinate", c'è un autentico disubbidiente. Ha sempre disubbidito allo schema che gli veniva predisposto dagli altri. Ha parlato quando parlare era un atto di rottura. Ha taciuto quando tutti gli chiedevano di parlare. Ha fatto "carriera" senza vera convinzione, dandole un calcio quando stava diventando una prigione definitiva. Ha insegnato a tanti, a tanti di noi, di più d'una generazione, il piacere di una politica libera e liberata, senza mai trasformarsi in un pedante maestro. Ha insegnato a tutti che l'arte del pensiero è essenziale a qualunque buona pratica. Ha innovato e ha rifondato, ogni volta, quel che ha potuto. Ha trasformato perfino le sue imperfezioni - i suoi dubbi eterni, la sua indecisione, il suo dichiarato "non valere un fico secco" come capocorrente - in virtù. Ed è sempre stato un uomo intero, nelle tempeste della politica, nei grandi dolori privati, nella famiglia, nei libri, nell'originalità della ricerca come nella caparbietà delle battaglie a cui non rinuncia.
Tra tre giorni, quest'uomo straordinario compie novant'anni: lo festeggeremo in molti modi, ma prima di tutto con tutto l'affetto di cui siamo capaci. Forse ancora non lo sa: ma lui, proprio lui, ci rappresenta fino in fondo. Rappresenta la parte migliore di noi, della nostra vita, della nostra ansia di cambiare questo pessimo mondo. Auguri infiniti, Pietro.

Rina Gagliardi

Le differenze rafforzarono la mia stima
Emanuele Macaluso


In un partito come il Pci fu possibile, a persone che avevano posizioni diverse anche su questioni rilevanti, stare insieme, pure nei massimi organi dirigenti del Partito, per cinquant'anni. E' come un'immagine, che rivedo dopo tanti anni, di riunioni, congressi, incontri e scontri, in occasione del novantesimo compleanno di Pietro Ingrao. Il quale, tempo fa, mi ricordava il suo primo viaggio politico in Sicilia, quando giovanissimo dirigevo la Cgil, e discutendo con me verificò una forte differenza tra noi nel valutare i fatti politici di quegli anni. E' vero che la divergenza che assunse rilievo politico esterno fu tra Amendola e Ingrao, grossolanamente indicati, il primo come leader della "destra comunista" e l'altro della "sinistra comunista", ma la dialettica politica e culturale nel gruppo dirigente del Pci - con Togliatti, con Longo e poi con Berlinguer - fu articolata e coinvolse persone con posizioni diverse, non sempre catalogabili come "destra", come "sinistra" e nemmeno "centrista".
Iniziare la vita politica nel sindacato, come accadde a me sin dal 1943, è molto diverso che farlo nel partito. E' vero che in quegli anni il sindacato era considerato una "cinghia di trasmissione" del partito, ma non era proprio così. La formazione politica era diversa, non solo perché convivevi con i socialisti e i democristiani (sino al 1948), ma anche perché il rapporto col mondo esterno, con i padroni con cui devi fare i contratti e con i lavoratori che scioperano e rischiano, è diverso. Nel sindacato il riferimento essenziale erano Di Vittorio, Santi, Novella e Foa.
Nel 1956 lasciai il sindacato per la segreteria regionale del Pci siciliano, e fui eletto nel Comitato Centrale, cominciando così a frequentare compagni come Ingrao, Amendola, Pajetta, Alicata. Bufalini era stato in Sicilia e con lui avevo un rapporto particolare. In quegli anni verificai che le differenza di vedute con Pietro, cui ho accennato, non cambiarono, ma la mia stima e anche il mio affetto per lui crebbero. Le ragioni di questa apparente contraddizione vanno ricercate non solo nel carattere di Ingrao, gentile e disponibile al dialogo nel cercare di capire le ragioni dell'altro (anche se non era facile smuoverlo dalle sue posizioni), ma perché c'era in lui, e anche in me, il convincimento che in definitiva era utile che nel partito convivessero posizioni diverse. Ma, ecco il punto nodale, a condizione che si mantenesse l'unità del Partito. Questo era stato il collante ideologico e metodologico che ha tenuto insieme persone che nel Pci avevano posizioni diverse. E l'unità si doveva garantire evitando e proibendo la formazione di correnti organizzate. Dissentire, ed esporre pubblicamente una posizione diversa da quella adottata dagli organi dirigenti, significava rompere col Partito.
Nel 1956, quando il nodo politico-ideologico del rapporto con l'Urss emerse con forza, le separazioni furono molte e assunsero un significato più generale. In quel momento la posizione di Ingrao, come quella di tutto il gruppo dirigente, fu drastica non solo nello schierarsi con l'Urss, ma nel difendere "l'unità del Partito".
La questione si ripropose nel 1966, dopo la morte di Togliatti, con Longo segretario, all'11° congresso. Questa volta il nodo era la politica del Pci verso il centro-sinistra di Moro e Nenni e il "neocapitalismo". Il confronto era cominciato - c'era ancora Togliatti - tra il 1960 e 1964. E già allora diversi compagni si differenziarono dalla linea togliattiana sul centro-sinistra: accettare la sfida sulle riforme, senza contrapposizioni globali. Ingrao e altri compagni (Rossana Rossanda, Reichlin, Pintor, Natoli, Parlato, ma anche Franco Rodano e Pietro Secchia, con posizioni diverse da quelle di Ingrao) pensavano ad una contrapposizione tra il "progetto neocapitalista del centro-sinistra e un modello di sviluppo della sinistra".
Tuttavia la questione "esplose" alla vigilia di quel congresso, quando attorno alle posizioni di Ingrao si radunarono, in tutte le regioni, gruppi di compagni (ingraiani) in modo da poterli configurare come una corrente. E al congresso Pietro parlò col piglio di un capo corrente, e fu applaudito solo da quella parte del congresso che si riconosceva nelle sue posizioni. Insomma, sembrava che si fosse rotto l'equilibrio ipocrita dell'unità del partito e del centralismo democratico. Non fu così. La reazione della maggioranza del gruppo dirigente del partito fu durissima, e non solo nelle repliche di Amendola, Alicata, Pajetta e altri compagni.
Ricordo bene quei giorni. Ero membro della segreteria del Pci e responsabile della Commissione di Organizzazione e, con Berlinguer, che dirigeva l'Ufficio di segreteria, avevo seguito l'andamento dei congressi di base e provinciali. La discussione nel gruppo dirigente si riaprì nel momento in cui dovevano essere rieletti gli organi dirigenti del partito. Amendola, Alicata, Bufalini, Novella proposero di rieleggere Ingrao nella Direzione, ma di escluderlo dall'Ufficio Politico, organismo composto da nove compagni fra i più autorevoli che fu istituito in quel congresso, insieme alla Segreteria.
In quel frangente, Amendola e gli altri criticarono Berlinguer e me per scarso impegno nella lotta politica, e proposero che cambiassimo lavoro: Berlinguer doveva andare a fare il segretario regionale in Lombardia e io nel Veneto. Longo respinse la proposta: Ingrao fu proposto come membro dell'Ufficio Politico; io lasciai l'Organizzazione, ma per spostarmi alla Stampa e Propaganda; Berlinguer, che rifiutò di trasferirsi a Milano, fu catapultato nella segreteria regionale del Lazio. Il gruppo di "ingraiani" fu scomposto, e tanti compagni cambiarono lavoro. Una brutta pagina.
Ingrao aveva posto un problema reale, e se la reazione del gruppo dirigente sarebbe stata diversa, forse sarebbe stata diversa tutta la vicenda politica del Pci.
Purtroppo anche Pietro, proprio su questo fronte, fece molti passi indietro, come si evince dal suo pesante intervento nel Comitato Centrale che decise la radiazione del gruppo del Manifesto.
Ho scritto molto e debbo concludere. Nella sostanza, Ingrao non cambiò l'asse del suo pensiero e del suo modo di fare politica. Direttore dell'Unità prima, dirigente del Pci a Botteghe Oscure, capo-gruppo a Montecitorio, Presidente della Camera, Presidente del Centro per la Riforma dello Stato: in ogni incarico ha lasciato traccia del suo pensiero e del suo agire, e molte persone che si sono politicamente identificati in quel pensiero e in quell'agire. Credo che questa eredità, che viene forse impropriamente chiamata l'ingraismo, sia la testimonianza di un'opera che ha inciso non solo in quell'area che ha avuto come riferimento il Pci, ma anche in quella più ampia della sinistra che si richiama ai movimenti.
C'è una domanda che sarebbe ipocrita non porsi riflettendo sulla storia politica di Ingrao: essa ha aiutato o ritardato il cammino del Pci e dei suoi eredi per qualificarsi come forza di governo? Una riflessione interessante per due motivi.
Ingrao, dopo il 1956, fu certamente uno dei dirigenti più critici verso l'Urss, e propenso ad accentuare l'autonomia del Pci. In questo senso aiutò il Partito ad essere forza di governo. Tuttavia la sua propensione a dare una torsione movimentista, di alternativa di sistema, alla lotta politica, non ha certo dato un contributo a fare crescere una cultura di governo.
L'altro motivo di riflessione riguarda e la sua opposizione alla svolta della Bolognina del 1989, l'uscita dal Pds, le sue riflessioni sul passato e l'oggi, e infine l'approdo a Rifondazione Comunista. Un altro capitolo, forse non separabile dal primo, su cui varrebbe la pena discuterne distesamente.
Il mio augurio a Pietro è quello di continuare a pensare e a dire, e ha farlo con onestà intellettuale e sincerità. E' questo ciò che ci ha dato, nella battaglia delle idee, e può darci ancora. All'augurio unisco un abbraccio affettuoso da chi è invecchiato con lui in una storia che rivendico come grande patrimonio della sinistra e della democrazia italiana.
Emanuele Macaluso

La sincerità e la stima fra due militanti non pentiti
Alessandro Curzi


Caro Pietro, avevo cominciato a buttar giù qualche riga per esprimerti, come tanti stanno facendo, i miei auguri per questo tuo pesante, ma formidabile novantesimo compleanno. Rileggendo, però, mi sono accorto di aver sfogliato solo alla superficie la mia memoria, mentre altri faranno assai di più, riferendosi a testi e documenti che fanno parte della storia del '900 italiano. E allora mi sono detto che le mie poche note erano troppo "per bene", ovvie e forse retoriche. Esattamente il contrario di quello che penso ti si debba, da parte di chi ha per te un affetto di antichissima data e mai venuto meno. E' troppo facile celebrarti come un santo laico o come una bandiera da sventolare nelle grandi occasioni.
In breve: ho strappato le due paginette inizialmente preparate e mi permetto, invece, di scriverti da compagno che ti ha seguito (o cercato di farlo) per tutta la vita, da quel lontano giorno in cui a me, appena quindicenne, tu capocronista dell'"Unità" desti da scrivere una nota di critica al giornale per il poco peso che dava al lavoro della mia sezione, la "Flaminio", fra i profughi del Campo Parioli.
Allora, approfitto dello spazio che il nostro amico Sansonetti mi lascia in queste pagine di "Liberazione" dedicate a rammentare e celebrare la tua lunga vita per dirti, ed è la prima volta, che non sono d'accordo con te su quanto vai sostenendo, da tempo, a proposito dei fatti di Ungheria. E mi riferisco ovviamente all'autunno del '56 e al tuo preteso (da te stesso preteso) errore per quel fondo dell'"Unità" nel quale sostenevi che compito nostro era di stare da una parte della barricata, che non era quella degli insorti. Hai ripetuto quest'autocritica anche pochi giorni fa, in un'intervista al "Corriere della Sera".
Io penso, Pietro, che sia venuto il tempo, poiché sono vecchio anch'io, di ragionare con più distacco di quell'autunno, quando ci trovammo divisi dalla barricata.
Tu avevi ragione, allora.
Infatti, non fu quella tragedia ungherese, per noi comunisti europei, più emozionante e coinvolgente di quanto non fu, invece, grave e determinante l'errore che i vincitori della seconda guerra mondiale commisero nel disegnare un ferreo assetto del mondo, diviso in due blocchi?
L'Ungheria del '56 non era stata preceduta, tanto per fare un esempio altrettanto sanguinoso, dalla brutale repressione da parte degli inglesi del possente movimento nazionale greco, che non accettava le soluzioni imposte dal loro blocco d'appartenenza, quello occidentale, sancite a tavolino? Forse non dobbiamo criticarci per aver liquidato la tragedia greca con troppa disinvoltura? O per aver raccontato in pochissime righe quello che era avvenuto a Hiroshima e Nagasaki?
Nell'autunno ungherese noi denunciammo, sì, l'aggressione anglo-francese all'Egitto per il canale di Suez, che poteva preludere, come temettero tutte le cancellerie del mondo, a una terza guerra mondiale, evitata dalla prontezza americana che denunciò l'iniziativa degli ex alleati. Ma dovremmo ben ricordarci che non era in gioco l'espansionismo di uno Stato a sfavore d'un altro, bensì solo la misura legittima di uno stato sovrano, l'Egitto in quel caso, di nazionalizzare un canale che attraversava le proprie terre.
Come vedi, carissimo compagno Ingrao, ho voluto scrivere proprio il contrario di una letterina di auguri, e abbracciarti mentre dico che, almeno su una questione, non sono d'accordo con te.
Potrei a questo punto dilungarmi per discutere anche di altre pagine della tua straordinaria vicenda politica, come la "scelta di campo" non compiuta (da te, da me, da tanti altri compagni che ancora se ne dolgono) dopo la Bolognina di Achille Occhetto… Ma mi fermo e alzo il bicchiere per brindare ai tuoi novant'anni e per augurare a me stesso di poter marciare dietro di te ancora, fino alla conclusione dei nostri giorni. Con la sincerità e la stima che passano fra due militanti non pentiti.
Alessandro Curzi

Tanti auguri al mio compagno di strada
Di Michele De Palma

«I gulag non sono stati una favola. Perché dovrei assumerli nel patrimonio mio, nel mio sentirmi comunista, ora che non ho l'alibi del non sapere?». Se oggi abbiamo ancora la possibilità di poterci chiamare comuniste e comunisti lo dobbiamo a chi, senza abiurare a quella storia, ha provato mille e mille volte a capovolgerla, leggerla, tradurla nelle mille domande che la realtà offre. Ricercare senza mai fermarsi, abbandonando ogni volta l'approdo sicuro per lanciarsi verso quella che appare come una deriva e invece è mare aperto. Questa è la storia di un compagno che ha fatto dell'età anagrafica un cimento per i biografi più che un palchetto o un trono da cui dispensare verità. La storia di un compagno a cui sento di poter dare del tu nonostante l'imbarazzo che provo ogni volta che lo incontro in una manifestazione. E' il mio compagno Pietro Ingrao che non è mai entrato nell'olimpo del paternalismo generazionale, ma che ha fatto della curiosità per il mondo l'unico dogma da osservare. Il suo «cercare dove sbagliammo» non è una forma di revisionismo storico, ma l'eterodossia di una vivace intelligenza che non deve mai piegarsi alle ragioni di partito, ai disciplinamenti d'ordine di "una" cultura o di "una" morale comunista. E' per questo che non lo sento come un "grande vecchio", ma come uno dei compagni con cui ho condiviso i primi passi del movimento dei movimenti nelle strade difficili e straordinarie di questi anni, a partire da Genova.
Ed è proprio per questa condivisione, caro Pietro, che uno di questi giorni, magari dopo i festeggiamenti per il tuo compleanno, vorrei incontrarti. Vorrei poter ripartire da quel luglio e ripercorrere gli anni passati insieme per continuare a camminare domandando.
Ritengo ci sia una differenza tra i movimenti che dagli anni sessanta in poi hanno attraversato la storia ed il movimento di oggi. Credo che sia in ballo la democrazia. Tutti i movimenti, da quello operaio a quello studentesco, hanno discusso e sperimentato forme di democrazia che hanno trasformato il nostro paese e hanno determinato nuovi spazi d'accesso alla cittadinanza compiendo un'azione di avanzamento. In questi anni le nostre discussioni sono state ricche ed a volte tormentate, penso al ragionamento fatto intorno ai temi della violenza e della non violenza, del potere e della critica del potere. Oggi però abbiamo bisogno di ordinare il dibattito intorno al nodo centrale della democrazia e della trasformazione di questa società. Forse occorre ripartire dalle esperienze di nuove mobilitazioni che il sud ha posto, utilizzando il linguaggio nuovo ed allo stesso tempo antico dell'autodeterminazione delle proprie vite e dei propri territori. Ripartiamo da Acerra, da Scanzano, da Melfi.
Caro Pietro, la strada che abbiamo intrapreso in questi anni, mi fa tornare alla mente una poesia di Costantino Kavafis: «Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo in viaggio…». Buon compleanno!
Michele De Palma

Un innovatore, un modello di vita
Tanti, tanti auguri, davvero e con tutto il cuore a Pietro per i suoi 90 anni
di Antonio Bassolino


Ci siamo visti pochi giorni fa a Santa Maria Capua Vetere, perché il Consiglio Comunale, il sindaco e la giunta di questa bellissima e antichissima città della Campania hanno voluto dare la cittadinanza onoraria a Pietro Ingrao che, da ragazzo, ha studiato e vissuto in questa città. E' stata una giornata veramente particolare, piena di affetto e di amicizia dei cittadini e dei giovani di Santa Maria Capua Vetere verso Pietro. Fargli gli auguri non può che essere un ringraziamento e un riconoscimento per tutto ciò che ha fatto, per quello che ha saputo essere e tuttora è per il nostro Paese.
Ricordi personali, eventi politici, fatti quotidiani mi legano profondamente a Pietro. Per me è stato un maestro. Stare accanto ad Ingrao ha significato imparare qualcosa di raro in politica: il dubbio, la ricerca, il guardare sempre un po' più in là, oltre l'orizzonte dato. Da lui ho imparato tanto, forse non quanto avrei voluto o potuto, ma Pietro è nella mia vita una persona davvero importante, non solo sul piano politico. E' esattamente ciò che ha detto, con parole straordinarie Vittorio Foa: Ingrao è stato, anche per me, un modello di vita pratica, un esempio di vita morale
Gramsci dal carcere ci diceva: di non voler fare «né il martire né l'eroe (…) credo semplicemente di essere un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde, e che non le baratta per niente al mondo». Pietro Ingrao, nella vita quotidiana e nelle sue scelte politiche, incarnava questo mondo, questi valori e li rendeva vivi e vitali. Perché Ingrao ha saputo esprimere, più e meglio di altri, l'anima più profonda del Pci. Di un partito inteso come comunità di uomini e di donne, che stanno insieme per costruire il futuro.
Ingrao è stato tra gli uomini più amati del Pci, una delle più alte e migliori espressioni. Di un singolare partito comunista che, nonostante errori e limiti, è stato parte essenziale della storia dell'Italia e ha dato un contributo determinante alla democrazia e alla costruzione di una società italiana, un po' più libera e un po' più giusta. Il tema delle libertà e della democrazia è del resto uno dei principali filoni della ricerca di Ingrao, del suo orizzonte comunista.
Come ampliare i confini della democrazia e delle libertà è la domanda che attraversa per intero la sua esistenza. Una ricerca che conduce dentro e fuori il partito.
Pietro è stato ed è, secondo me, un grande innovatore. Dentro il Pci in primo luogo. Quando all'XI congresso prende la parola sapeva che era la prima volta che un dirigente comunista invocava in un congresso il diritto al dissenso. Sapeva ciò che faceva, sapeva che avrebbe pagato un duro prezzo. Ma Pietro è stato un innovatore anche sui temi sociali ed istituzionali. E' un uomo di frontiera, che vede meglio e prima di tanti altri, la necessità della riforma dello Stato e delle istituzioni. Lo fa, prima da presidente della Camera e, dopo, dal "Centro Studi per la riforma dello Stato".
Perché "poco sapeva della complessità dello Stato" e perchè sentiva di dover dare il proprio contributo al grande tema del rapporto tra società e potere, tra governati e governanti, tra partecipazione democratica e decisione politica.
Pietro incarna il volto mite della politica, di una politica consapevole dei propri limiti, di una politica che non subordina a sé le altre forme dell'esistenza umana. Anzi, nella ricerca incessante di Pietro, nel suo ribadire la necessità di un orizzonte di liberazione dal dominio dell'uomo sull'uomo, persino nelle autocritiche e nel riconoscimento, anche drammatico, degli errori commessi c'è una nitida coerenza. C'è il tentativo di una comprensione più profonda dell'esistenza, la necessità di ricondurre la politica ad una dimensione più equilibrata, più aperta, più umana. Io credo che questo sia il bene più grande che Ingrao ha saputo darci in tutti questi anni.
In queste ore il mio ricordo commosso va a Laura Ingrao, alla straordinaria compagna della sua vita. Laura, quando ci chiudevamo a parlare di politica, portava la sua dimensione umana. Si imponeva, ci strappava alla politica più solita e più classica e ci "costringeva" ad occuparci della condizione dei detenuti di Rebibbia, dei disagi e di fatti della realtà quotidiana che interessavano tanti lavoratori, tanta povera gente. Forse dico una cosa che è troppo dentro il "personale". Ma voglio dirla perché so che farà piacere a Pietro e soprattutto perché è vera: ciò che Pietro è stato ed è lo si deve molto anche a Laura.
La curiosità di Pietro, la sua capacità di ricercare risposte per l'oggi e per il futuro, il suo rigore intellettuale, la sua passione sono stati e continuano ad essere un vero e proprio punto di riferimento per tanti e tanti di noi. La gioventù non è mai un mero e arido dato anagrafico, è la capacità di innovarsi, di sperimentare, giorno dopo giorno, sulla propria pelle, il confronto con la realtà, con il mondo che cambia, con le idee. E' un esercizio duro a cui Pietro non si è mai sottratto in tutti questi anni.
Con questi sentimenti mi unisco alla gioia dei suoi figli e dei suoi familiari e rinnovo i miei affettuosi auguri verso un uomo che ancora tantissimo saprà dare alla sinistra e al nostro Paese.
Grazie ancora, Pietro.
Antonio Bassolino