sabato 29 maggio 2004

antidepressivi e «ideazione suicidaria»
anche la Food and Drug Administration invita alla massima cautela

Yahoo! Notizie Sabato 29 Maggio 2004, 14:25
Cautela nell'uso dei farmaci antidepressivi per il possibile rischio di suicidio
Di PsichiatriaOnline.net


(Xagena) - Il disturbo depressivo maggiore che colpisce i giovani pazienti di età inferiore ai 18 anni è una grave condizione patologica per la quale esistono poche opzioni farmacologiche.
Negli Usa solo la Fluoxetina (Prozac) è stata approvata nel trattamento della depressione in pazienti pediatrici.
L’FDA (Food and Drug Administration) ha appena completato una revisione, preliminare, di 8 farmaci antidepressivi: Citalopram, Fluoxetina, Fluvoxamina, Mirtazapina, Nefazodone, Paroxetina, Sertralina e Venlafaxina.
Dai dati in possesso all’FDA non si evince una chiara associazione tra l’impiego di questi farmaci antidepressivi e l’ideazione suicidaria o i tentativi di suicidio da parte dei pazienti in età pediatrica.
Il 19 giugno 2003, la Paroxetina (in Usa: Paxil; in Italia: Sereupin, Seroxat) era stata oggetto di un “talk paper” da parte dell’FDA.
L’Agenzia Federale Usa sul controllo dei farmaci aveva avvisato di aver dato inizio ad un esame dei dati sull’impiego della Paroxetina nei pazienti d’età inferiore ai 18 anni, affetti da disturbo depressivo maggiore.
L’FDA in mancanza di dati certi sul possibile presentarsi di ideazione suicidaria o tentativi di suicidio tra i pazienti con depressione che fanno uso di farmaci antidepressivi, richiama i medici ed i pazienti alla massima cautela nell’uso di questi farmaci, sia negli adulti che nei bambini. (FDA - Xagena)

«il modello riduzionista in biologia riceve un altro duro colpo»

il manifesto 29.5.04
notiziario
La lunga strada dell'evoluzione umana


La sequenza completa del genoma umano aveva fatto emergere, tra gli altri, un risultato sorprendente: la sostanziale identità genetica tra esseri umani e scimpanzé. I due organismi sono diversissimi per capacità, comportamenti e fisiologia, ma hanno Dna simili al 98-99%. Tuttavia, uno studio pubblicato sull'ultimo numero della rivista «Nature» mostra che le conseguenze biologiche di queste differenze genetiche anche minime sono molto più complesse di quanto speculato finora. Gli studiosi hanno comparato il cromosoma 22 di uno scimpanzé con la sua controparte umana, il cromosoma 21. Confrontando 231 geni simili tra loro, l'83 per cento presenta differenze sostanziali, e il 20 per cento dà luogo a esiti strutturali completamente diversi. Se questa scoperta valesse per tutti i cromosomi entrerebbe in crisi l'ipotesi che le funzioni cognitive tipiche dell'essere umano siano riconducibili a poche diversità genetiche chiave ben individuabili. Capire quali sono i cambiamenti che ci hanno impedito di rimanere scimmie è da oggi più arduo, ma possibile. E il modello riduzionista in biologia riceve un altro duro colpo.

violenza in famiglia contro le donne
il caso di Verona

L'Arena sabato 29 Maggio 2004
Dal primo luglio il Comune attiverà una linea telefonica
La violenza colpisce in casa Vittima una donna su cinque
L’assessore: «Fenomeno trasversale, interessa anche i ceti alti»

(p.col.)


La violenza è di casa in casa. Una drammatica realtà si cela dietro il facile gioco di parole. Al punto che l’assessorato comunale alle Pari opportunità ha ritenuto di prestare la necessaria attenzione «a un fenomeno trasversale che oggi nella nostra città interessa anche i ceti medio-alti», precisa l’assessore (nonché avvocato) Stefania Sartori. I pochi dati disponibili sulla violenza domestica sono datati (si riferiscono a un’indagine svolta nel 1994 dal Comune e dall’Ulss 20 in collaborazione con l’istituto di Statistica dell’Università), ma purtroppo rischiano di essere sottostimati. Allora, il 20% di tremila donne intervistate ammise di aver subito violenza sessuale nel corso della propria vita (il 17,1% in casa, il 10,4% sul luogo di lavoro), mentre il 14,4% dichiarò di aver subito percosse e maltrattamenti fisici (di queste, l’84% li aveva subiti, ripetutamente, in famiglia). Aspetto rilevante della questione, il 50% delle donne vittime di violenza sessuale e il 62% delle vittime di maltrattamenti non aveva parlato con nessuno del suo dramma personale. Quanto all’uomo violento, nella maggior parte dei casi è un uomo "normale", non affetto da patologie psichiatriche o dipendenze, ha un livello culturale medio e un lavoro regolare. L’alcol, in certi casi, può però peggiorare la situazione. Oggi le cose non vanno diversamente, se è vero - come spiega Laura Castagna, presidente di Telefono Rosa, «è minima la percentuale di donne che chiedono sostegno e consulenza alla nostra associazione».
Non mancano i motivi, dunque, per alzare il livello di guardia e mettere in atto una strategia contro la violenza domestica. «Un tema molto delicato», puntualizza l’assessore Sartori, «che esplode anche in ambienti insospettabili e che, purtroppo, poche donne sono decise a denunciare». «Siano esse casalinghe», conferma Castagna di Telefono Rosa, «o professioniste laureate». In tutte, scatta il blocco psicologico, conseguenza del lavaggio del cervello di cui il partner le fa oggetto: sei una cattiva madre, una pessima moglie. Se dici qualcosa ti porto via i bambini...
Ricatti dai quali è difficile liberarsi. «Ma dobbiamo provarci, dobbiamo offrire alle donne vittime di violenza un’opportunità», dice l’assessore alle Pari opportunità. La risposta si chiamerà progetto Petra, che sta per «pratiche, esperienze, teorie, relazioni antiviolenza». «Il primo luglio», conferma l’assessore Sartori, «verrà aperto un centro cui le donne veronesi che vivono situazioni d violenza potranno rivolgersi per avere ascolto, consulenza legale e psicologica, affiancamento e sostegno nell’identificazione di un proprio percorso di uscita dal disagio. Al centro, di cui non forniremo l’indirizzo per garantire la riservatezza delle donne, si accederà previo appuntamento, che sarà preso chiamando il numero verde 800392722 ».
«Il progetto Petra», puntualizza l’assessore, «è rivolto alla donna veronese in difficoltà in genere, non è mirato alla donna immigrata. Ma qualora emergessero numerosi casi anche nelle famiglie straniere, siamo pronti a rimodulare le risposte per essere in grado di superare anche le differenze culturali e religiose».
Il progetto Petra è stato ieri oggetto di un corso di formazione per assistenti sociali e volontari all’Ater.

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«abusi contro i minori, l'inferno è in casa»
il caso di Lecce

La Gazzetta del Mezzogiorno 29.5.04
Un'indagine della Fondazione Semeraro, presentata ieri in un convegno, ha fotografato il mondo dei maltrattamenti nel Leccese
Abusi sui minori, l'inferno è in casa
Il 98,31 per cento delle violenze fisiche e morali ha per teatro le mura domestiche
di Daniela Pastore


Picchiati, violentati, abbandonati a se stessi: nell'87,11 per cento dei casi dai genitori biologici, da chi li ha messi al mondo. Nel 98,31 per cento dei casi tra le pareti domestiche, nelle loro camerette, in quello che dovrebbe essere il loro nido, la protezione del mondo esterno. Un inferno che riguarda 1703 bambini salentini.
La cruda fotografia, rilevata da un'indagine di «Solidarietà Salento» della Fondazione Rico Semeraro, è stata presentata ieri all'hotel Tiziano, nell'ambito del convegno «Minori e disagio». Una ricerca realizzata assieme all'Istituto degli innocenti di Firenze ed al Cismai, il coordinamento italiano dei servizi all'infanzia, che ha scandagliato gli 80 servizi sociali dei comuni salentini ed i 46 consultori familiari (23 della Asl Le 1 ed altrettanti della Asl Le 2). Due anni di lavoro, tra il 2002 ed il 2003, per mettere assieme centinaia di questionari compilati dagli operatori sanitari e comunali, e delineare così il quadro del disagio dei minori in provincia di Lecce.
Su una popolazione di 158.646 minori, i bambini presi a carico dai consultori familiari sono 1241, mentre dai servizi sociali 462: un tasso di violenza rispettivamente del 7,8 su mille e del 2,9 su mille (la media italiana è del 2,5, quella europea del 6 per mille). Il totale dei maltrattamenti è però 4.657: ciò significa che in media un bambino su tre subisce più tipi di violenze. Tra i maltrattameni, i più diffusi sono la trascuratezza (ossia il lasciare il bambino abbandonato a se stesso): ne risulta vittima il 59 per cento dei minori seguiti dai consultori e l'82 per cento di quelli seguiti dai servizi sociali; ed il maltrattamento psicologico (il 64 per cento rilevato dai consultori ed il 55 per cento dai servizio sociali). Le sevizie fisiche riguardano il 6 per cento delle segnalazioni dei consultori ed il 10 per cento dei servizi sociali. Subisce abusi sessuali il quattro per cento dei bambini seguiti dai consultori ed il tre per cento di quelli assistiti dai servizi sociali. Tra i maltrattamenti vi è anche l'ipercura, ossia l'eccessiva protettività, che crea disagi nel 24 per cento dei piccoli seguiti dai consultori e nel 19 per cento di quelli seguiti dai servizi sociali. Infine, il 79 per cento dei casi segnalati dai consultori ed il 44 per cento dai servizi sociali riguardano minori a rischio di maltrattamento, che vivono in situazioni di disagio familiare, ed un 65 per cento (66 nei servizi sociali) riguarda bambini che hanno assistito a violenze all'interno della casa.
E' la casa il teatro privilegiato dei maltrattamenti: nel 98,31 per cento dei casi percosse, violenze sessuali ed umiliazioni avvengono tra le pareti domestiche. I maltrattamenti extradomestici rappresentano appena lo 0,64 per cento, mentre per l'1,05 per cento dei bambini avvengono sia in casa che all'esterno.
Al padre il triste primato di «orco cattivo» rispetto a cinque tipologie di violenza: maltrattamento psicologico (nel 63 per cento dei casi, la madre nel 30), incuria (nel 53 per cento dei casi, nel 45 la madre), maltrattamento fisico (nel 50 per cento dei casi, la madre nel 40). L'ipercura, l'eccessiva protezione, è invece esercitata dalla madre in più del 65 per cento dei casi (dal padre nel 23 per cento). Per la violenza sessuale l'«orco cattivo» è invece più frequentemente una persona esterna al nucleo familiare (nel 30 per cento dei casi). Ci sono poi gli zii (23 per cento), il padre (20 per cento) ed il genitore adottivo o il convivente della madre (12 per cento).
Il rischio di maltrattamento è poi dovuto nel 70 per cento dei casi al comportamento violento del padre contro un 32 per cento dovuto alla madre. Le problematiche del contesto familiare in cui avvengono le violenze riguardano nel 72 per cento dei casi conflitti fra i coniugi e nel 62 per cento il reddito precario, insufficiente o del tutto assente. Seguono l'isolamento sociale della famiglia (47 per cento), gravi interferenze dei parenti dei genitori nella vita familiare (34 per cento), condizioni abitative molto degradate (33 per cento). Ed ancora, convivenze difficili sotto lo stesso tetto con parenti o estranei (31 per cento), consumo di alcol (23 per cento), pendenze penali (22 per cento), patologie psichiatriche (20 per cento), consumo di stupefacenti (15 per cento).
Nell'87,11 per cento dei casi sono i genitori biologici a maltrattare i figli, valore che scende al 5,64 per cento nelle famiglie monoparentali. Il 5 per cento delle violenze avviene nelle famiglie ricostituite, lo 0,32 nelle famiglie affidatarie, e l'1,69 nelle famiglie con nonni o parenti che vivono nella stessa casa.
Le fonti delle segnalazioni? Nella maggioranza dei casi (47,86 per cento) sono la Procura ed il Tribunale dei minori, seguono gli operatori dei servizi sociali (13,78 per cento), i genitori (11,39) e la scuola (5,72 per cento).
«Dati che fanno riflettere - commenta Valeria Vicanolo, direttore della cooperativa Solidarietà Salento - è infatti grave che la violenza sui bambini si consumi tra le pareti domestiche, che venga perpetrata soprattutto dai genitori. Quello che invece è confortante è che crescono le denunce e le segnalazioni: ciò significa che il fenomeno viene pian piano a galla ed è dunque più facile intervenire, aiutare il minore a venire fuori dall'incubo».
L'ultima giornata del convegno, oggi, a partire dalle 9, con gli interventi di psicologi, neuropsichiatri e magistrati.

psichiatria britannica

Yahoo! Notizie Venerdì 28 Maggio 2004, 15:15
Psichiatria: i pazienti raramente commettono atti di violenza


Londra, 28 mag. (Adnkronos Salute) - Al contrario di quanto si creda, raramente i pazienti psichiatrici dimessi da strutture di salute mentale commettono atti di violenza. Lo sottolineano i ricercatori dell'istituto di Psichiatria di Londra diretti da Anthony Maden, in uno studio pubblicato sul British Medical Journal. Nell'indagine sono stati raccolti e confrontati i dati relativi a 957 pazienti dimessi da unità di media sicurezza in Inghilterra e Galles tra il '97 e il '99. Ebbene, nei due anni successivi solo il 6% dei soggetti aveva commesso un atto violento. Un tasso cosi' basso, commentano i ricercatori, che non c'è molto spazio di miglioramento. Mentre sarebbe utile riuscire ad indentificare i pazienti a più alto rischio. Si è visto, infatti, che l'abuso di sostanze stupefacenti e una storia di abusi sessuali sono associati a un maggior rischio di aggressivita'. (Mal/Adnkronos Salute)

le affermazioni della "farmacologia psichiatrica"
a proposito di schizofrenia e di "disturbo bipolare"...

ItaliaSalute.it 27.5.04
SCHIZOFRENIA E DISTURBO BIPOLARE: 1 SU 3 PUÒ USCIRNE


Oggi si gioca la carta genetica per bloccare la trasmissione ereditaria della schizofrenia e del disturbo bipolare.
Disordini mentali e comportamentali affliggono circa il 10% della popolazione adulta mondiale. Una famiglia su quattro ha dovuto fare l’esperienza di gestire un congiunto psicotico o nevrotico. Tra 250 e 600 mila persone in Italia soffrono di schizofrenia. L’oscillazione dei dati statistici è dovuta al fatto che, come sempre, si conteggiano solo i numeri dei casi portati all’attenzione del sistema sanitario e si stimano quelli che appartengono a un sommerso diagnostico più o meno visibile. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il numero di nuovi casi per anno sono tra 7 e 14 per 100 mila abitanti, in età tra i 15 e i 54 anni.
Purtroppo è una malattia che colpisce gente giovane, ma oggi non è più una malattia inguaribile. Una persona su tre ne può uscire sostanzialmente guarita; un’altra avrà bisogno di cure e di tempo e subirà una parziale limitazione della cosiddetta vita normale; solo la terza purtroppo si cronicizzerà e avrà difficoltà crescente nel mantenersi sulla soglia di un normale sistema di relazioni sociali. La malattia che “sottrae dieci anni di vita” a chi ne è colpito ha un indice di mortalità attorno al 10% e spesso la morte è dovuta a suicidio. Costituisce un problema importante e comporta costi notevoli per il sistema sociale: tra costi diretti e perdita di produttività, negli Stati Uniti – dove questo aspetto è stato meglio approfondito – il costo della schizofrenia è superiore ai 65 miliardi di dollari l’anno.
Schizofrenia e disturbo bipolare sono indagati contestualmente per capire se è fondato il dubbio su una sorta di continuità tra questi due gravi disturbi psichiatrici, o se invece, nonostante i numerosi punti di contatto tra le due patologie, siano prevalenti gli elementi di discontinuità. Se studi farmacologici e di neurobiologia stanno a indicare che la schizofrenia e il disturbo bipolare non costituiscono un’unica patologia, sia pure con differenze, le alterazioni neuroanatomiche riscontrate sono invece identiche nell’uno e nell’altro caso. Recenti studi di genetica hanno consentito di identificare collegamenti tra cromosomi, che in alcuni casi sembrerebbero coinvolti nell’una e nell’altra patologia. Del resto, coincidenze nel malfunzionamento dei neurotrasmettitori interessati erano già state individuate, offrendo un sostegno all’ipotesi di una continuità tra i due disturbi. Sul piano terapeutico, alcuni farmaci di recente impiego hanno mostrato una sorta di bivalenza su entrambi i fronti.
I ricercatori si muovono dunque oggi su tre percorsi: a) disturbo bipolare e schizofrenia presentano un grado elevato di trasmissibilità genetica e certi marker di suscettibilità risultano collocati su gli stessi cromosomi; b)entrambi i disturbi presentano similitudini per quanto concerne le alterazioni dei neurotrasmettitori; c) molti antipsicotici di nuova generazione, approvati inizialmente per il trattamento della schizofrenia, si sono dimostrati efficaci anche nel trattamento del disturbo bipolare. E’ tuttavia da questo parallelismo imperfetto dei dati della ricerca che ci si attendono risposte importanti per la prevenzione e per la cura, che resta solidamente fondata sulle risorse farmacologiche. Al Congresso della Sinpf verranno presentate le più recenti acquisizioni sulle opzioni terapeutiche del disturbo bipolare.
L’efficacia del trattamento antipsicotico continuativo è stata confermata da ricerche sul rapporto tra esito e trattamento farmacologico, con criteri di valutazione clinici, derivati dall’osservazione diretta dei pazienti da parte degli psichiatri e da valutazioni delle annotazioni presenti sulle cartelle cliniche. Fino all’inizio degli anni ‘90 l’efficacia del trattamento antipsicotico continuativo dei disturbi schizofrenici è stata valutata attraverso ricerche sui sintomi positivi (98%) e sui sintomi negativi (19%); ma il punto di vista soggettivo del paziente o dei suoi familiari è stato preso poco in considerazione, solamente nel 13% degli studi controllati. È indubbio quindi che le esperienze soggettive delle persone affette da disturbi schizofrenici durante il trattamento farmacologico antipsicotico vengono raramente riportate nelle ricerche e vengono raramente utilizzate per valutare l’efficacia e la tollerabilità di un farmaco antipsicotico. In particolare, le esperienze soggettive delle persone affette da disturbi schizofrenici durante il trattamento farmacologico vengono raramente utilizzate per valutare la compatibilità del trattamento farmacologico con gli interventi riabilitativi, con la possibilità di un funzionamento sociale autonomo e di un’accettabile qualità della vita.
Non esiste, attualmente, una cura specifica per il disturbo bipolare. Un trattamento adeguato, tuttavia, permette di ridurre i tassi di morbilità e di mortalità ad esso associati. Gli obiettivi generali del trattamento del disturbo bipolare consistono nel valutare e trattare le esacerbazioni acute, prevenire le recidive, migliorare il funzionamento interepisodico e fornire assistenza, informazioni e supporto al paziente e alla sua famiglia.
Oggi gli obiettivi del trattamento farmacologico, alla luce delle esperienze sempre più diffuse di “community psychiatry” vanno oltre la riduzione del rischio di riacutizzazioni sintomatologiche. Si punta piuttosto alla riduzione della severità degli episodi di riacutizzazione e al progressivo miglioramento delle caratteristiche del decorso. I progressi compiuti nella integrazione tra interventi farmacologici ed interventi psicosociali rendono inevitabile la ricerca di ulteriori obiettivi, che sono: una interazione favorevole con gli interventi riabilitativi, un progressivo miglioramento del funzionamento sociale e della capacità lavorativa e, conseguentemente, una auspicata riduzione dei costi diretti ed indiretti della malattia.
Al XIV Congresso Nazionale della SINFP, a Bologna, 1- 4 giugno, un corso speciale affronterà il tema: “Schizofrenia e Disturbo bipolare: continuità o discontinuità?”

«farmacologia repressiva»

Ticino.News.ch 29.5.04
(una lettera ricevuta dal quotidiano online svizzero)
MODERNA REPRESSIONE IN PILLOLE E CONTENZIONE FISICA
alla Clinica Psichiatrica Cantonale


Si potrebbe dire che la “moderna” psichiatria sia oramai divenuta una tecnica raffinata della repressione dei Diritti dell’Uomo tramite l’uso e abuso dei farmaci, pur continuando con la repressione e degradazione tramite la contenzione fisica (oltre 400 l’anno solo alla Clinica Psichiatrica Cantonale). Da questo punto di svolta siamo di fronte ad un capolavoro.
Ma allora a che serve togliere la camicia di forza, quando si continuano ad usare strumenti simili ed affini seppur diversi? Perché ostinarsi tanto nell’usare la contenzione sui letti con cinghie, quando oggi bastano forti dosi di psicofarmaci tramite una buona siringa?
La psichiatria illuminata ha preso sul serio questa seconda domanda e le ha dato una risposta. Diversi psichiatri, con buone PR, hanno conquistato troppo facilmente la fama di antipsichiatri e di democratici per il sol fatto di aver eliminato letti di contenzione e camicie di forza. Hanno etichettato la loro pratica quale psichiatria moderna, dopo aver lievemente criticato quella del passato affermando che “ora la psichiatria si era evoluta”..
Un’affermazione sin troppo gratuita, perché la psichiatria nella sua sostanza è una tecnica di repressione dei comportamenti e degli elementari Diritti dell’Uomo. Non saranno certamente l’abbandono di uno strumento antiquato e l’avvento di un ambiente più “sociale” e più “pulito”, insieme a psichiatri sorridenti, a stabilire se ci troviamo di fronte ad una reale evoluzione. Non vi è nessuna sostanziale evoluzione.
Ancora oggi si ricoverano coattamente in Ticino centinaia di persone ogni anno, circa il 60% dei ricoveri presso la Clinica Psichiatrica Cantonale avvengono tramite il ricovero coatto.
Una buona percentuale di questi vengono legati al letto (costrizione fisica); è un fatto che alla Clinica Psichiatrica Cantonale di Mendrisio (e sicuramente non solo) esistono ancora letti predisposti con le cinghie di contenzione.
Oggi, il progresso della farmacologia repressiva rende del tutto inutile, e tra l’altro faticoso, l’uso della contenzione fisica sul soggetto inquieto. L’uso della violenza fisica è un approccio appariscente e più rumoroso. È sempre possibile che venga considerato dai familiari o dalla stampa come qualcosa di barbaro e di scandaloso, appartenente ad epoche passate.
Ecco perchè preferibile una tecnica farmacologica, silenziosa, praticamente incontrollabile, facile da metabolizzare socialmente (…). Anche più assimilabile come auto-pratica: è molto più facile convincere qualcuno a prendere una manciata di pillole psichiatriche , che farsi legare a un letto.
Una contenzione farmacologica è un traguardo molto più semplice e socievole (…), un po’ come mettere il profumo di rose dentro la candeggina. Risultato? L’odore sgradevole resta ben nascosto.

Lucio La Chimia
info@kulturapop.com
www.kulturapop.com

venerdì 28 maggio 2004

l'istituto superiore di sanità:
i bambini e la «sindrome da iperattività/deficit di attenzione (ADHD)»

ricevuto da Paola Franz

http://www.epicentro.iss.it - Istituto superiore di sanità
ADHD, QUANDO L’IPERATTIVITA’ E’ TROPPA

Iperattività, impulsività, incapacità a concentrarsi. Sono tratti che caratterizzano la sindrome da deficit di attenzionee, nota anche con la sigla ADHD. E’ uno dei problemi di salute mentale che possono colpire in età pediatrica: su questo e sugli approcci terapeutici nel nostro Paese si è avviato un processo per un Registro nazionale per l’ADHD, primo esempio al mondo nel suo genere, che inizierà ad operare nel settembre 2004. Questo e molto di più nella nuova sezione completamente dedicata alla ADHD.
Sindrome da deficit di attenzione (ADHD)


Descritta per la prima volta nel 1845 dal medico Heinrich Hoffman in un libro intitolato "The Story of Fidgety Philip", un’accurata descrizione di un bambino iperattivo, ma riconosciuta come un problema medico solo nel 1902 in seguito a una serie di conferenze tenute da Sir George F. Still per il Royal College of Physicians inglese, la sindrome da iperattività/deficit di attenzione (ADHD) è fra i problemi di salute mentale pediatrica.
L’ADHD consiste in un disordine dello sviluppo neuro psichico del bambino e dell’adolescente, caratterizzato da iperattività, impulsività, incapacità a concentrarsi che si manifesta generalmente prima dei 7 anni d’età. La sindrome è stata descritta clinicamente e definita nei criteri diagnostici e terapeutici soprattutto dagli psichiatri e pediatri statunitensi, sulla base di migliaia di pubblicazioni scientifiche, nel "Diagnostic and Statistic Manual of Mental Disorders", il manuale pubblicato dalla American Psychiatric Association utilizzato come referenza psichiatrica a livello internazionale (DSM-IV).

Sintomi e diagnosi
Secondo il DSM, l’ADHD può essere quindi definita come "una situazione/stato persistente di disattenzione e/o iperattività e impulsività più frequente e grave di quanto tipicamente si osservi in bambini di pari livello di sviluppo". Questi sintomi finiscono con il causare uno stato di disagio e di incapacità superiore a quello tipico di bambini della stessa età e livello di sviluppo.
I sintomi chiave di questa condizione sono la disattenzione, l'iperattività e l’impulsività, presenti per almeno 6 mesi e comparsi prima dei sette anni di età.
I bambini con ADHD:
• hanno difficoltà a completare qualsiasi attività che richieda concentrazione
• sembrano non ascoltare nulla di quanto gli viene detto
• sono eccessivamente vivaci, corrono o si arrampicano, saltano sulle sedie
• si distraggono molto facilmente
• parlano in continuazione, rispondendo in modo irruento prima di ascoltare tutta la domanda
• non riescono ad aspettare il proprio turno in coda o in un gruppo di lavoro
• possono manifestare serie difficoltà di apprendimento che rischiano di farli restare indietro rispetto ai compagni di classe, con danni emotivi
La diagnosi di ADHD può essere formulata secondo il DSM in presenza di:
• 6 o più dei 9 sintomi di disattenzione
oppure di
• 6 o più dei 9 sintomi di iperattività\impulsività.
Utilizzando un criterio diagnostico più restrittivo, l’International Statistical Classification of Diseases and Related Health Problems (ICD-10) dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, definisce la presenza di "disordine ipercinetico" quando sono compresenti sintomi di iperattività, di comportamenti impulsivi e di deficit di attenzione.
Alla sindrome ADHD si può accompagnare, a seconda dei casi, lo sviluppo di altre forme di disagio: ansietà e depressione, disordini comportamentali, difficoltà nell’apprendimento, sviluppo di tic nervosi.

Le cause
Le cause che portano alla manifestazione della sindrome di ADHD non sono univoche, né ancora accertate completamente dai medici. Diverse ricerche identificano una certa familiarità nella presenza di ADHD, suggerendo una componente genetica nella sua trasmissione.
Alcuni studi vanno nella direzione di valutare gli effetti di alcool e fumo durante la gravidanza sullo sviluppo di ADHD. Da un punto di vista neurofisiologico, studi svolti su alcune aree del cervello dalla divisione di psichiatria pediatrica dei Servizi di salute mentale americani (NIMH), con tecniche di risonanza magnetica, Tac e con diversi tipi di tomografia hanno dimostrato che queste aree sono effettivamente più piccole in volume nei bambini con ADHD rispetto a quelli nei quali la sindrome non si è manifestata, cioè nei casi di controllo. Questo stesso studio indica che i parametri presi in considerazione sono normalizzati in bambini che sono sottoposti a trattamento rispetto a quelli che non subiscono alcun trattamento. Altri studi hanno invece evidenziato un deficit nella trasmissione dopaminergica.
Per quanto riguarda la possibile influenza di fattori ambientali, secondo una ricerca americana pubblicata sulla rivista Pediatrics, svolta su 2500 bambini, la TV e in particolare le ore trascorse quotidianamente dai bambini di fronte a essa dall’età di 0 fino ai sei anni influiscono significativamente sullo sviluppo di disordini dell’attenzione e iperattività. Secondo i ricercatori statunitensi non sarebbero i contenuti ma le immagini irreali e veloci di molti programmi ad alterare lo sviluppo del cervello.

Il trattamento
Il trattamento dell’ADHD può richiedere un approccio sia terapeutico, seguendo una terapia psico-dinamica, che farmacologico. Il farmaco più indicato dagli studi per il trattamento farmacologico è il metilfenidato (prodotto con il nome commerciale di Ritalin®), assieme a diversi tipi di anfetamine.
In ogni caso, l’approccio terapeutico ottimale deriva dalla capacità da parte dei medici e delle famiglie di riuscire a elaborare, nel corso di un follow-up prolungato, un corretto bilancio beneficio-rischio per lo sviluppo del bambino affetto da ADHD. E’ cioè determinante riuscire a distinguere se ai fini di questo sviluppo sia più favorevole un trattamento farmacologico prolungato con stimolanti oppure interventi terapeutici e comportamentali non farmacologici. Secondo gli NIH americani, tra il 70 e l’80 per cento dei bambini rispondono positivamente ai trattamenti, migliorando la propria capacità di concentrazione, di resa nell’apprendimento, di rapporto con gli altri bambini e con gli insegnanti, di controllo dei propri comportamenti impulsivi. Essenziale ai fini di un risultato positivo della terapia è un rapporto prolungato con lo psichiatra infantile, sia da parte del bambino che della famiglia, per sviluppare in modo concertato tecniche di gestione del comportamento.
Il ricorso al trattamento farmacologico, in ogni caso, dovrebbe essere il risultato di una attenta diagnosi, che si basa sull’esecuzione da parte del bambino di numerosi test, che permettono di valutare tutte le possibilità di ridurre al minimo il rischio del trattamento stesso e di stabilire l’appropriatezza terapeutica del farmaco.

dantisti e biologi:
Giuseppe Sermonti vs Edoardo Boncinelli

Corriere della Sera 25.5.04
Alle porte dell' inferno Dante volta le spalle al mondo
Ma il suo universo, così umano perché l' uomo vi sta ancora al centro, presto sarà ribaltato dalla scienza
LA NOSTRA COMMEDIA
di Edoardo Boncinelli
(*)


«Lo giorno se n' andava e l' aere brun
toglieva li animai che sono in terra
dalle fatiche loro»
Con questa splendida immagine Dante si congeda dal nostro mondo e dalla «selva erronea di questa vita», e inizia il suo lungo cammino, l' «alto passo». Il suo sarà un viaggio nella Commedia Umana, anche se i luoghi, i tormenti e gli splendori sono quelli di una superba costruzione di fantasia, sorretta da una grande dottrina e illuminata da una fede veramente totalizzante. È un viaggio della mente e del cuore nelle diverse province «delli vizi umani e del valore», una compilazione e una visitazione dello specificamente umano, privato e collettivo, al tempo stesso eterno e storicamente individuato, che non ha l' uguale per grandezza e per forza espressiva. Non può non colpire il contrasto esistente fra la grandiosità della costruzione poetica di Dante che raggiunge vertici di validità universale e la povertà delle conoscenze e della visione del mondo propria del suo tempo. L' universo si presenta veramente minuscolo e l' uomo vi si sente ancora al centro, privilegiato fra i viventi, sparso su un territorio di cui non considera neppure l' estensione e di cui ignora i confini, signore del globo, un pianeta piantato in mezzo al tutto, con i pianeti e le stelle che gli girano intorno. Non erano ancora arrivati Copernico, Darwin, Freud, Marx, Einstein o Hubble. Tutto sembrava chiaro e relativamente semplice, senza spessore e senza doppi fondi immanenti: il cielo, la terra, le stelle, gli animali, le piante, i moti dell' anima e le operazioni della mente, lucida e consapevole, quando non cade preda delle passioni. La vastità delle osservazioni e delle «spiegazioni» offerte da Aristotele e dai suoi commentatori e continuatori conferisce un carattere di monoliticità a questa visione. Il mondo inanimato, in sostanza, ma anche buona parte di quello animato, non pongono problemi. Tutto è lì davanti, sostanzialmente in mostra, e per nulla diverso da quello che sembra. Noi sappiamo che la gran parte dei processi materiali, compresi quelli biologici, possono essere spiegati soltanto guardando «dentro» le cose, che contengono una congerie di cose più piccole, in uno sforzo di comprendere e «spiegare il visibile complesso in termini dell' invisibile semplice» per citare una frase del francese Perrin. A quel tempo invece la spiegazione delle cose si trova «accanto» alle cose, in una sostanziale duplicazione della realtà, sdoppiata in due piani paralleli: un piano degli eventi e un piano delle spiegazioni degli eventi, non significativamente dissimile dal primo, in un quadro pressoché identico a quello dei Greci anche se «ben mille ed ottocento / anni varcàr poi che spariro». È chiaro che si tratta di una visione del mondo che sta celebrando i suoi ultimi fasti e che presto crollerà sotto i colpi della riflessione e della sperimentazione, ma è altresì comprensibile che molti oggi rimpiangano più o meno apertamente quel mondo, in cui tutto è chiaro e semplice, non c' è troppo da sapere ed è sufficiente credere in un numero limitato di affermazioni, sulla materia, sulla mente e sullo spirito. Sono passati sette secoli e di tutto questo è rimasto ben poco, anche se sono sicuro che in cuor loro molte persone il mondo se lo immaginano più o meno come lo ha rappresentato Dante, con il suo al di qua e il suo al di là. Questa è la forza della poesia e della rappresentazione poetica. Su uno sfondo naturale povero e intrinsecamente poco problematico si muovono gli esseri umani, con i loro contrasti e i loro drammi, figure a tutto tondo, spesso titaniche, che si agitano contro fondali da opera pastorale. Si ha qui l' assoluta centralità dell' umano: umano è il problema, umane le soluzioni, gli errori ed eventualmente i rimedi in una visione esaltata e piena di chiaroscuri tipica di un atteggiamento adolescenziale. Adolescenziale è la compresenza di grande modestia e smisurato orgoglio, incertezza e ostinazione, capacità di porsi al centro, un centro spesso dolente, dell' universo e del suo dramma. Questi tratti della personalità poetica dantesca, già chiaramente presenti nella Vita Nova riaffiorano nell' impostazione del poema maggiore. Dante sta per partire per un viaggio d' iniziazione che ha dell' adolescenza tanto l' esigenza di un' educazione sentimentale quanto quella di una «risistemazione» mentale delle cose della vita e della storia, rimesse a posto secondo i criteri di una giustizia superiore, inevitabilmente e protervamente soggettiva. È un tributo pagato ai giusti e una vendetta postuma consumata ai danni di peccatori e ipocriti, magari osannati e premiati in vita, per non parlare di quegli sciagurati, gli ignavi, «che mai non fur vivi». In questa selva dell' umano operano essenzialmente tre forze, espressione di altrettante istanze: le passioni, la ragione e la fede, impersonate rispettivamente dalle tre fiere, da Virgilio e da Beatrice e le altre due «donne benedette». La ragione, si noti, è una, rappresentata da un solo personaggio, contro la molteplicità dei simboli delle altre istanze: una strozzatura, una via di congiunzione, si direbbe innaturale, fra il mondo terreno e quello celeste, un varco, un tramite, l' espressione di una hybris conoscitiva e normativa, ciò che ci situa a mezza strada fra gli animali e gli angeli, ma che ci fa anche capire che non siamo né questi né quelli; piuttosto un' anomalia, uno sgarro, un virus nel computer del mondo. Ma anche gli unici che lo possono notare. Il ricorso ai simboli e al linguaggio dell' allegoria sembra quasi inevitabile in un mondo che vive su due piani. E di simboli nel poema ce ne sono tanti e tanto se ne è discusso. Assente al tempo degli classici, dove il simbolo non allude che a se stesso, il dibattito sul valore dell' allegoria nell' economia di un' opera poetica si inaugura più o meno ai tempi di Dante e si tratta di un esordio fragoroso, data la massiccia presenza delle simbologie nella sua opera. Considerata da un certo punto di vista la presenza di tutta questa simbologia non può che risultare fastidiosa e ingombrante: sul vero significato della selva e del monte, delle tre fiere, del Veltro, delle donne benedette e via discorrendo si sono versati fiumi di inchiostro. Tutto ciò appartiene però più al farsi della poesia che al suo godimento. La Divina Commedia può essere letta infatti in modo del tutto indipendente dal significato simbolico di molte sue figure. Le immagini e le espressioni alate vivono di una loro vita autonoma e ci catturano per la loro forma e il loro contenuto manifesto. Ma c' è nella mente di Dante e nel suo cuore un doppio piano di realtà, dal quale non si può prescindere se si vuole intendere la sua poesia e la sua anima. Dietro il contenuto immediato ci sono i simboli la cui concezione ed elaborazione costituisce una sorta di disciplina interna per il poeta, un modo sostanzialmente equivalente allo studio «matto e disperatissimo» del giovane Leopardi, per accogliere non impreparato l' ispirazione che, come la fortuna, viene quando viene, ma ha bisogno di un terreno lavorato. E anche un modo per essere poeta e al tempo stesso sentirsi degno di un' attività edificante, un morale negotium come lui stesso definisce nell' epistola a Cangrande la redazione dell' opera.

Corriere della Sera 28.5.04
DISCUSSIONI / GIUSEPPE SERMONTI REPLICA A EDOARDO BONCINELLI
Ma l’universo del divin Poeta rende visibile l’invisibile
E i simboli rimandano a ciò che la scienza non spiega
di Giuseppe Sermonti


L’universo di Dante, annuncia il Corriere del 25 maggio, sarà presto ribaltato dalla scienza moderna. La Divina Commedia diventerà un’opera minore, una reliquia. Si impegna a dimostrarlo il genetista Edoardo Boncinelli. Invano le invocate Muse e l’«alto ingegno» vengono in aiuto di Dante e del suo universo. «E’ chiaro - scrive Boncinelli - che si tratta di una visione del mondo che sta celebrando i suoi ultimi fasti e che presto crollerà sotto i colpi della riflessione e della sperimentazione». Mio fratello Vittorio Sermonti, che va leggendo e commentando Dante nelle belle chiese d’Italia, dovrà lasciare il campo a un altro genere di divulgatori che illustrino, in qualche stazione ferroviaria o deposito di autobus, la bellezza della traslocazione cromosomica o delle orbite di Bohr?
Secondo Boncinelli, i processi materiali possono essere spiegati solo guardando «dentro» le cose, nel submicroscopico, che contiene la spiegazione di quello che appare ai sensi. Lo disse il Nobel Jean-Baptiste Perrin (1870-1942), che Boncinelli cita: la scienza cerca di «spiegare il visibile complesso in termini dell’invisibile semplice». C’è un fondo di moralismo in questo enunciato, perché il visibile e il complesso sono sensuali, rispetto all’ordine elementare del submicroscopico.
Ma Perrin sbagliava. Gli invisibili fisico o biologico non sono per nulla semplici. La fisica subatomica ha evidenziato, in ogni atomo, quasi cento particelle, alcune delle quali, i quark, inafferrabili. Per spiegarne le vicende è dovuta ricorrere alla logica della meccanica ondulatoria (per cui alcune entità sono allo stesso tempo onde e particelle), a concetti come l’antimateria, i buchi neri, lo spazio curvo e la non località. La biologia molecolare ha scoperto in ogni invisibile cellula un patrimonio di tre miliardi e passa di nucleotidi, decine di migliaia di geni e almeno dieci volte tante proteine. Sempre più grandi computer sono richiesti per raccogliere la sterminata informazione accumulata dai fisici della materia o dai biologi molecolari. La semplicità di Perrin non esiste. E' più complicata una cellula, osservò René Thom, che un organismo. Un atomo che una sedia.
Lo scienziato eccepisce che se anche la semplicità dell'invisibile non è così semplice è pur essa soltanto che ci consente di capire il visibile. Dal lato biologico che mi compete debbo dire che non è per nulla così. «Più ci si avvicina al livello molecolare - ha scritto R.E. Dickerson - nello studio degli organismi viventi, più simili questi appaiono e meno importanti divengono le differenze fra, per esempio, una vongola e un cavallo». In altre parole, in termini di submicroscopia biologica non sappiamo spiegarci perché una vongola è una vongola e un cavallo è un cavallo.
La scienza del submicroscopico ci ha presentato un mondo differente da quello dell’esperienza e della logica comune, un mondo insensato, capovolto e folle, veramente un «altro mondo», che ha perso contatto con questo mondo, più di quanto la dantesca realtà ultramondana si sia allontanata dalla vita terrena. L'uomo scienziato, per citare una famosa espressione di Jacques Monod (1969), si trova ai margini di un universo «sordo alla sua musica, indifferente alle sue speranze, alle sue sofferenze, ai suoi crimini».
Il futuro, caro Boncinelli, non è nell'atomismo o nel riduzionismo, le microspiegazioni stanno facendo il loro tempo. Sta riprendendo corpo la tendenza verso le macrospiegazioni, verso lo studio della totalità strutturata, quale la formulò Hans Driesch (1867-1941). La forma organica non è un prodotto laterale (e pletorico) di un contesto microscopico, ma una realtà autonoma, che tende verso se stessa e si ripete nelle generazioni. Secondo lo zoologo Adolf Portmann (1960) l'«aspetto esteriore» non è un optional, ma è ciò che dà significato all'animale e lo presenta al mondo. L'olandese Buytendijk chiama questa proprietà «valore esibito dell'esistenza» e Portmann usa il termine di Darstellungswert (valore di presentazione). «La proprietà più significativa delle forme organiche - scrive - è quella di rendere manifesta, nel linguaggio dei sensi, la peculiare natura dei singoli esseri viventi».
La verità è oggi considerata come un derivato (statistico) della realtà, una sua «iperbole», scrive Vittorio. Dante e il suo tempo seguivano il processo inverso.
« La realtà non era che una delle possibili manifestazioni simboliche, grazie alle quali l'uomo può intravedere, presentire, la Verità. Verità che è, in eterno, presente in Dio ». La nuova scienza della morfologia, come espressione di archetipi costanti, è uno dei capitoli più affascinanti della biologia moderna, al di là delle inadeguate letture molecolari. «Ogni forma propria - ha scritto René Thom - aspira all’esistenza e attrae il fronte d'onda degli esseri».
Dante è grande per le «verità» che intravede, offre all'esistenza e compone in leggi nel ritmo dei versi e nella cadenza delle rime. Parafrasando quel che V.I. Verdansky dice in merito alla «noosfera» (la sfera del pensiero), si può dire che la Commedia «è un nuovo fenomeno geologico sul nostro pianeta».

(*) Biologo

ancora lettere ad Augias sull'elettrochoc
«gli specialisti in maggioranza si esprimono a favore»...

una segnalazione di "Dicta" Cavanna

Repubblica 28.5.04
Malattia mentale, i pro e i contro dell´elettrochoc
di CORRADO AUGIAS


Gentile dottor Augias, sono una psichiatra, conosco le difficoltà delle famiglie con un malato mentale in casa, sono convinta che si potrebbe fare di più. Un collega ha descritto giorni fa la pratica dell'elettrochoc in termini che non corrispondono alla realtà o almeno alla realtà che io ho conosciuto e nella quale mi sono formata.
Ho assistito a un certo numero di terapie elettroconvulsivanti, effettuate tutte con anestesia generale eseguita solo dopo che la visita anestesiologica, gli esami ematochimici e strumentali avevano escluso la presenza di controindicazioni somatiche e se il paziente aveva firmato, senza costrizione, il consenso. Inoltre, durante l'applicazione era presente, oltre allo psichiatra specialista in elettrochoc, un anestesista rianimatore con l'attrezzatura utile a una pronta rianimazione se necessaria.
Quella terapia resta, se correttamente utilizzata, un rimedio importante ed efficace in certe patologie psichiatriche gravi, ha come obiettivo il bene del paziente ed il miglioramento della sua qualità di vita, non va demonizzata.
Stefania Sartini
Dipartimento Salute Mentale, Lucca


Gentile dottor Augias, sono un neuropsichiatra con 40 anni di esperienza ospedaliera e 50 di esperienza professionale, allievo di Ugo Cerletti, inventore dell'elettrochoc. Il collega di Lecce, intervenuto giorni fa, non è informato correttamente.
In sintesi: la terapia elettroconvulsiva (termine che da anni in dottrina ha sostituito quello primitivo di elettrochoc) è praticata in tutto il mondo (elettroconvulsive therapy).
Fin dagli anni Cinquanta tale terapia viene praticata in una anestesia che sopprime la fase convulsiva e altri effetti collaterali, che sono stati molto enfatizzati. Attualmente la tecnica è progredita e nelle apparecchiature moderne per l'elettroconvulsione sono monitorate tutte le funzioni biologiche.
Di tali apparecchiature si sono fornite varie strutture della sanità pubblica. Negli anni le indicazioni si sono progressivamente ridotte agli stati depressivi resistenti ad altri trattamenti.
Carmine D'Angelo
Primario Ospedale psichiatrico S. Maria della Pietà, Roma


La discussione sulla terapia delle malattie mentali ha suscitato moltissimi interventi che in questa sede ho potuto pubblicare soltanto parzialmente e per stralcio. La maggior parte delle risposte, tutte di specialisti, sono state in favore della terapia elettroconvulsivante (elettrochoc) che oggi, si assicura, può essere eseguita in condizioni incomparabili con quelle primitive di una volta.
Alcuni però, tra questi il dottor Alessandro Pratelli, psicologo clinico (uuulan@libero.it) che opera in un Crt del milanese, si dicono convinti che la vera terapia consista nel mettere il malato in condizione di frequentare "i luoghi dove si vive la vita vera: nel mondo del lavoro, nelle case, nei luoghi ricreativi".
Non ho titoli per intervenire in una discussione che è non solo delicatissima ma altamente specialistica. Come tante altre persone comuni so soltanto che la situazione di molti malati mentali, e delle loro famiglie, è intollerabile e che qualche rimedio che non sia la precarietà o l'eroismo di pochi andrebbe trovato. Prima che le cronache debbano registrare altri lutti.

la Federazione europea di psicoanalisi...

una segnalazione di Alessio Ancillai

Corriere della Sera 28.5.04
ELZEVIRO L’uso pubblico della scienza
La storia sul lettino dello psicoanalista
di EMMA FATTORINI


Out reach, come raggiungere l'esterno. Con questa efficace definizione la Federazione europea di psicoanalisi esprime il bisogno di «arrivare» ai grandi problemi contemporanei. Nella sua storia la psicoanalisi ha preferito non esprimere giudizi morali, se non di fronte a eventi eccezionali: la Shoah, le guerre mondiali, l'atomica. E solo se incalzata dall’esterno, come quando fu chiesto a Freud un giudizio sulla guerra. Nella seconda metà del Novecento, poi, si è esposta solo in casi circoscritti. Quando, ad esempio, gli psicoanalisti argentini si chiesero se fosse legittimo prendere in analisi un torturatore e decisero per il no.
Uno statuto disciplinare fortemente ancorato ai propri codici interni, una necessaria autodifesa per non diventare l'ennesima ideologia del Novecento, l'orgogliosa rivendicazione di non avere altra morale se non il rispetto rigoroso del setting e del transfert, i pericoli di mettere la storia sul lettino: tutto ciò ha portato la psicoanalisi a diffidare saggiamente di un suo possibile «uso pubblico».
Ora, una rinnovata sensibilità sembra spingere la psicoanalisi verso l'esterno, fuori da quella sorta di autoreferenzialità che stava rischiando di opacizzarla, come se fosse ormai impossibile anche per questa disciplina non interrogarsi sul piano etico generale e non solo individuale.
In primo luogo la bioetica. Qui la psicoanalisi sembra ripartire dal cuore del problema: come è cambiata l'identità della persona, che cosa ne definisce la maturità? Essa non sarebbe più determinata dal grado di coerenza e misurata in termini di forza dell'Io. Nell'ultimo numero della rivista di studi psicoanalitici Richard e Piggle , dedicato al tema «Nascere nell’era delle biotecnologie», che è stata presentato nei giorni scorsi a Roma presso la Fondazione Olivetti, la psicoanalista Paola Marion ha parlato della «fine di uno schema identitario rigido» che deve essere elaborato in una nuova coscienza sociale.
Il pensiero cattolico vede in questa identità debole e plurima una delle cause del relativismo etico, mentre un certo pensiero filosofico la fonte di una predominanza della tecnica che ci sovrasta e non possiamo controllare. Da sponde diverse si vede nello sviluppo della tecnica un esito catastrofico.
Nuovi campi nell’ambito delle neuroscienze, con importanti scoperte circa le funzioni del cervello, vengono in soccorso della tecnica. Ad esempio a proposito delle afasie o dell'amnesia infantile. Se ne parla in un libro affascinante: La babele dell'inconscio. Lingua madre e lingue straniere nella dimensione psicoanalitica , Cortina editore. Scritto da tre studiosi che hanno vissuto nella loro biografia una sorta di plurilinguismo, emblematico della cultura cosmopolita della generazione intermedia di psicoanalisti: J. Amati Mehler, Simona Argentieri e Jorge Canestri.
Un lavoro pionieristico e originale, per la rara capacità di riunire dati derivati dalla esperienza clinica, su pazienti plurilingui, per approdare alle relazioni tra memoria, ricordo e conoscenza. Un intreccio che dalla struttura linguistica illumina i cambiamenti dell'inconscio.
I segni di un nuovo occhio analitico sul mondo si stanno moltiplicando anche ai livelli alti della ricerca. Per giugno la società di psicoanalisi tedesca, particolarmente sensibile al tema della violenza, ha organizzato una conferenza sui rapporti tra psicoanalisi e terrorismo. La International Psychoanalytic Library pubblica ora una interessante ricerca su Psychoanalytic Insights on Terror and Terrorism di Sverre Vorvien e Varnik D. Volkan.
Anche in Italia è uscito un libro sulla violenza: Traumi di guerra. Un’esperienza psicoanalitica in Bosnia-Erzegovina (Manni editore). Si tratta del lavoro di quattro psicoterapeute di Bologna, che dal 1994 al 2000 hanno aiutato le loro colleghe bosniache nella cura dei sopravvissuti. A guerra finita, quando la pace arriva e la desolazione continua, non si sa più in cosa sperare e allora la depressione diventa totale, spiega una delle psicoanaliste, Maria Chiara Risoldi. Come intervenire, quali strumenti fornire a operatori, soldati in missione di pace, volontari? Non già una denuncia della psicoanalisi contro la guerra, ma un vero lavoro «sul campo», in cui il coinvolgimento professionale ha un preciso contenuto etico.
La violenza della guerra e i suoi traumi, già analizzati da Freud, sono stati oggetto di studi interessantissimi a proposito del primo conflitto mondiale. Le modifiche della personalità durante la logorante vita di trincea sono assurte a metafora dei cambiamenti delle strutture mentali nella modernità.
L' Unheimlich, tutto ciò che è strano, bizzarro, sconosciuto. Quella «terra di nessuno», tra una trincea e l'altra. Il nemico non più solo come l'altro minaccioso, ma come presenza invisibile e sconosciuta: il sapere che c'è, senza riuscire a identificarlo. Una sensazione di smarrimento di sé prima ancora che di paura reale. Quanto di questo disorientamento è contenuto oggi nell'imprevedibilità disarmante della violenza terrorista? Una pista di ricerca fondamentale oggi: la paura di un nemico che può essere dappertutto e non si vede mai.

lo junghiano Hillman, Hopper e le finestre
«la guerra ha le sue radici nel cosmo» (sic!)

Hillman: "Vi spiego le sue finestre"
intervista con il pensatore junghiano

Proprio in questi giorni la Tate Modern di Londra gli dedica una grande antologica
Il celebre analista terrà oggi a Roma una conferenza sul popolare pittore americano
di LEONETTA BENTIVOGLIO


Firenze. Oggi alle 18, nella Facoltà di Architettura a Valle Giulia di Roma, in un incontro che, considerata la sua fama stellare, è facile prevedere acclamatissimo, James Hillman, il pensatore junghiano più carismatico e abilmente mediatico del nostro tempo, terrà una lecture dal titolo misterioso e bellissimo, semplicemente: Finestre. Sottotitolo: Gli occhi dell´immaginazione architettonica - Con speciale riferimento ad Edward Hopper. Ed è con magistrale quanto inconsapevole tempismo che la conferenza combacia quasi alla perfezione con l´apertura (avvenuta ieri) dell´antologica che la Tate Modern di Londra dedica a Edward Hopper, presentandola come la massima retrospettiva mai realizzata in Europa sul lavoro dell´artista americano. Potente portavoce dell´immaginario occidentale, capace di influenzare il cinema, la letteratura e la cultura popolare con i suoi affreschi nitidi e struggenti, i suoi interni raggelati in sospensioni metafisiche, la tragica quotidianità dei suoi personaggi, Hopper è un tema d´inesauribile forza evocativa. E un soggetto ideale per uno studioso come Hillman, esploratore accanito, da oltre un cinquantennio (è nato nel ´26, ad Atlantic City, e ha iniziato la sua attività come terapeuta, prima di conquistare un successo planetario con testi come Il codice dell´anima, Puer Aeternus, La forza del carattere, e Il sogno e il mondo infero), dei miti su cui poggia l´inconscio collettivo.
«La mia lecture sulle finestre e su Hopper è soprattutto un messaggio per gli architetti», premette Hillman, accomodato con placida esultanza sulla terrazza fiorita di un albergo di Firenze, dove, prima di giungere a Roma, ha accompagnato la moglie Margot McLean, giovane signora delicata e avvenente che dipinge come per contrasto serie inquietanti di uccelli aguzzi come lame, esposte in questi giorni, insieme alle opere di un´altra pittrice americana, Sandy Gellis, in due spazi fiorentini, "La Specola" al Museo di Storia Naturale e la Galleria Falteri. «Oggi gli architetti», prosegue Hillman, «devono osservare la pittura, da cui possono imparare molto. Come Hopper sapeva bene, la finestra è il focus, l´anima dell´edificio, il suo sguardo all´interno. E´ all´importanza di questo sguardo e ai valori psicologici del disegno che vanno ricondotti gli architetti, i quali, negli anni del postmodernismo, hanno perso profondità. Da qui l´enfasi data alla facciata, all´edificio considerato solo dall´esterno: dentro e dietro la facciata, il vuoto del nichilismo». E aggiunge che quello dell´architettura «è un mio interesse coltivato da tempo, da appassionato amateur», come dimostra il libro L´anima dei luoghi, che esce in questi giorni pubblicato da Rizzoli (152 pagg, 14 euro), e che è composto, oltre che dal saggio di Hillman che dà il titolo al volume, da una sua lunga conversazione con l´architetto Carlo Truppi.
Professor Hillman, torniamo sul soggetto della sua conferenza: le finestre, e il loro ruolo nei quadri di Hopper.
«Voglio concentrarmi sul senso decisivo in pittura, ma anche nel cinema, della funzione della finestra per l´immaginario. Il mostro arriva dalla finestra, il buio della notte pulsa oltre la finestra, la strada corre fuori dalla finestra, c´è una donna affacciata alla finestra. Hopper era un genio delle finestre, guardate da dentro e da fuori, intese sia come veicolo di libertà che come sentimento di nostalgia dell´interno. Geni delle finestre, in questo senso, erano anche Rembrandt, Vermeer e tutti i pittori più grandi. Nelle stanze di Bonnard, negli interni di Matisse, in molti quadri di Picasso, ovunque ci sia una storia, da qualche parte c´è anche una finestra. Che è esperienza dell´anima, apertura sull´interiorità. Per il pittore non è una scelta razionale: c´è un sentimento che lo guida al di là. Se manca l´al di là - e in tutto ciò che è nichilista manca - la finestra è solo una banale costruzione per la luce e l´aria. La finestra guarda in, verso l´interno, come una porta d´accesso all´anima. In è senza dubbio la parola chiave in analisi: è la direzione del movimento psicologico, è la posizione privilegiata dei valori dell´anima».
Può spiegare la grandezza specifica di Hopper?
«La sua arte si fonda sulla psiche umana e sull´architettura. I suoi avventori solitari, gli ambienti immersi nel silenzio, le scene come viste nel distacco di una lastra di cristallo, tutto nei suoi quadri vive in stanze, automobili, uffici, scompartimenti di treno, motel, desolati bar notturni? Non c´è pittura en plein air come nell´impressionismo francese, né la vitalità dei paesaggi esterni di Van Gogh, dove l´architettura è presente solo nel quadro La camera da letto, col suo inusuale impiego della prospettiva e la deformazione della stanza. Hopper, piuttosto, è un interprete profondo delle relazioni umane, e mostra il potere che ha su di esse l´architettura. Egli sa quanto l´anima dell´edificio influisca sull´anima delle persone. Spesso c´è esagerazione nelle sue finestre: troppo vetro, dimensioni enormi, sproporzioni evidenti tra la struttura della finestra e gli individui. Spesso la luce è tremenda, smisurata. Spesso la morte può parlarci attraverso il mistero delle sue strade e i suoi blocchi di edifici con finestre chiuse o nere, come sguardi serrati sull´anima. Per questo non c´è realismo in Hopper, sebbene le sue scene siano intensamente reali».
Perché, secondo lei, è sempre stato un pittore tanto popolare?
«Perché c´è familiarità nelle sue immagini. Perché è diretto e esplicito nel presentare situazioni. Perché la sua pittura ha la virtù della sincerità. Perché sa offrirci la creazione di un mondo, non la sua registrazione. Tutto ciò che ci mostra è pervaso di memoria e simpatia, e al tempo stesso di distanza e imperativi formali».
Nel suo nuovo saggio L´anima dei luoghi lei denuncia la perdita di ogni nostra reazione all´estetica, con l´esito di una sorta di anestesia generalizzata nei confronti dell´immagine. Crede che sia possibile un recupero?
«È difficile uscirne. L´anestesia domina la nostra vita: in senso farmacologico, innanzitutto. Si prende una pillola appena si avverte il dolore, a volte persino per prevenirlo. Anche i rumori, tremendi ovunque, ci anestetizzano, come le luci: non sappiamo più cos´è l´oscurità totale. Dov´è possibile trovarla? Il gusto, poi, è appannatissimo dagli eccessi di uso di sale e zucchero nel cibo. E c´è l´anestesia psicologica, che è una difesa naturale: se si è troppo sensibili psicologicamente, in questo nostro mondo bombardato da sollecitazioni si rischia la follia. Per difendersi è necessario chiudere i sensi e l´immaginazione. Per questo solo le immagini delle torture in Iraq potevano darci la consapevolezza della guerra».
Prima non ne eravamo consapevoli?
«Non veramente. La guerra in Iraq è spaventosa in senso morale, politico e fisico, ma solo la crudezza patologica di quelle immagini poteva indurci a prenderne coscienza. Come sapeva Goya (ancora un pittore!), e come ha dimostrato il filosofo francese Gaston Bachelard, l´immagine, per penetrare la mente e smuovere emozioni, deve essere contorta e paradossale, di horror assoluto. La guerra è stata orribile fin dal primo giorno, ma prima di quelle immagini era per noi un concetto astratto. Per questo in America non si parla dei 5000 feriti della guerra. Si parla invece degli 800 morti, perché la morte, in quanto metafisica, non ci colpisce. Le ferite invece sono fisicissime: ustioni, occhi accecati, volti mutilati, arti tagliati? Impossibile sostenerne la visione. Come nel caso delle torture. Non quelle che riguardano la sfera della sessualità, mai scioccante, data la quantità di pornografia e fantasia orgiastica in cui è immersa la nostra civiltà. Le torture intollerabili da vedere sono quelli in cui compaiono cani, fili elettrici?».
Ed è di guerra che parla anche il suo nuovo libro.
«S´intitola A Terrible Love of War, è appena uscito in America e in Italia sarà presto pubblicato da Adelphi. È un saggio di natura fenomenologica fondato sull´idea che la guerra ha le sue radici nel cosmo, nel senso che, al contrario della pace, è ontologicamente fondamentale. Da Eraclito a Thomas Hobbes e a Kant, non è un´idea nuova. Ma torno a esplorarla in modo pieno e profondo, partendo da un´indagine sui miti e le divinità pagane. È un libro a cui pensavo da vent´anni».

un nuovo archivio per la storia delle donne
ma in chiave teologica!?

Repubblica ed di Napoli 28.5.04
Nasce la Fondazione Valerio: "Un archivio della cultura femminile"
Tutte le donne dietro la Storia
di ROSA VISCARDI


Far emergere e valorizzare il pensiero e le azioni delle donne evidenziando la presenza femminile nel cammino delle società attraverso la ricerca, la conservazione, la pubblicazione di fonti e documenti relativi alla loro storia, a cominciare da quanto è custodito negli archivi e nelle biblioteche del Mezzogiorno. Questo si prefigge la "Fondazione Pasquale Valerio per la Storia delle Donne", che s´inaugura oggi sotto il patrocinio dell´Università Federico II.
Ideatrice e promotrice del progetto è la storica e teologa Adriana Valerio, che nell´ateneo fredericiano insegna Storia del Cristianesimo e delle Chiese. «Ho pensato che creare una fondazione - di cui sarà presidentessa a vita, sottolinea con un sorriso - potesse garantirmi una certa libertà di manovra. Troppo spesso le istituzioni, nonostante le ottime intenzioni dei loro rappresentanti, finiscono per risultare poco fattive». E se la professoressa rifugge qualcosa è la mancanza di concretezza. La sua fondazione, infatti, è nata nel giugno del 2003. «Ma non ho voluto inaugurarla subito - puntualizza - per evitare di fare semplici dichiarazioni programmatiche e poi, magari, farle cadere nel nulla». Così oggi, assieme alla Fondazione, verrà presentato anche il primo volume dell´"Archivio per la Storia delle Donne", che ricopre una sua specificità nella pubblicazione esclusiva del pensiero al femminile.
«Mancava, nell´ambito degli studi di genere - spiega Adriana Valerio - uno strumento che desse integralmente conto di fonti inedite e aperte a molteplici letture. Il confronto con testi redatti nel volgare usato da donne di media cultura, ad esempio, può tornare particolarmente utile, oltre che agli storici e ai teologi, pure agli storici della lingua».
L´appuntamento è alle 17,30 nella chiesa dei santi Marcellino e Festo, in largo San Marcellino 10. Dopo il saluto del sindaco Rosa Russo Iervolino, interventi del rettore della Federico II Guido Trombetti, del presidente del polo delle Scienze umane e sociali Giuseppe Cantillo, del preside della Facoltà di Lettere e Filosofia Antonio Nazzaro, del direttore del dipartimento di Discipline storiche Giovanni Muto. Poi gli storici Giuseppe Galasso, Irmtraud Fischer e Roberto Rusconi presenteranno il primo tomo dell´"Archivio per la Storia delle Donne", edito da D´Auria. Alle 19 un concerto dell´Alma Mahler Sinfonietta, diretta da Stefania Rinaldi. In programma brani di compositrici otto e novecentesche come Henriette Bosmans, Alma Mahler, Teresa Procaccini, Clara Schumann.
Direttrice dal 1999 al 2001 all´Istituto Suor Orsola Benincasa del centro Adelaide Pignatelli per gli studi storico-religiosi e attuale presidentessa - la prima italiana in vent´anni - dell´European Society of Women for Theological Research, in qualità di consigliera nella consulta femminile della Regione Campania la Valerio ha avviato il progetto Dracma per la valorizzazione del patrimonio archivistico partenopeo. Ha ben chiare, perciò, le condizioni in cui si trova a operare. «In altre parti d´Italia, da Firenze a Roma a Milano, sono attivate da tempo innumerevoli iniziative per dare risalto ai materiali conservati negli archivi e nelle biblioteche locali. A Napoli questo spirito manca. Anche per carenze strutturali, inutile negarlo. Ma il valore documentario delle fonti è straordinario e la storia della città merita migliore considerazione».
Adriana Valerio immagina adesso, per la città e per la Regione, un «archivio della memoria che dia visibilità e considerazione della cultura e della tradizione laica e religiosa femminile». Varrà la pena cogliere l´occasione, o quello che è forse un segno del destino. «La Campania, al momento, ha la fortuna di avere cinque direttrici degli archivi - Napoli, Salerno, Benevento, Caserta, Avellino - e una sovrintendente ai beni archivistici: ben sei donne. Munite, in quanto tali, della sensibilità necessaria a tenere nella giusta considerazione il patrimonio di cui sono responsabili che, di norma, non lascia emergere la presenza femminile».
Sintomatici di tale "norma" i risultati cui hanno portato le ricerche condotte, nell´ambito del progetto Dracma, in collaborazione con l´Archivio di Stato, sull´anno giudiziario 1930. «Le schede d´archivio registrano di norma, appunto, il nome di chi compie un delitto e il suo movente. Compilando una nuova scheda, attenta anche al coinvolgimento femminile nel caso, abbiamo aggiunto un´altra voce: chi il delitto lo subisce. In questo modo, nei fatti di sangue, abbiamo potuto rilevare il coinvolgimento sia maschile sia femminile. Spesse volte, come sappiamo, le donne subiscono il delitto. Eppure la loro presenza non appare se non svolgendo la ricerca in maniera da porre determinate domande agli incartamenti».
Deriva da questa esperienza il progetto d´inventariare il patrimonio degli archivi con schede strutturate in maniera da rintracciare la presenza femminile anche laddove sembrerebbe non esistere. Il Fondo Doria della Biblioteca Nazionale, ad esempio. «Fondo indubbiamente maschile, eppure ricchissimo di documentazione femminile. Perché il Doria, molto interessato alla dimensione del viaggio, lo era altrettanto, di conseguenza, alle figure delle viaggiatrici».
È sufficiente, insomma, interrogare nel modo giusto le fonti disponibili per mettere in luce, anche dove sembrerebbe non essercene traccia alcuna, un vissuto al femminile. Sia pure di riflesso e in subordinazione al vissuto maschile. «Personalmente, da teologa, ho studiato i fondi dei processi relativi al clero, quindi apparentemente lontanissimi dalla componente femminile. E invece riguardanti, per lo più, violenze carnali o casi di concubinato. A ben vedere, quindi, relativi non agli uomini, bensì agli uomini in rapporto alle donne. O meglio, all´annoso problema della convivenza tra uomini e donne».
Non è casuale che la Fondazione Valerio sia intitolata al padre di Adriana, Pasquale, studioso di Dante e di mistica cristiana. Scelta precisa, meditata, dal duplice significato. «Innanzitutto è una Fondazione di famiglia, dedicata dai suoi cinque figli a un padre perso troppo presto. Poi, portando il nome di un uomo e interessandosi alle donne, sarà chiaro che non si tratta di un´iniziativa fatta esclusivamente dalle donne e per le donne, che vuole essere un luogo d´incontro e non di separazione. Nel comitato scientifico, ovviamente, ci sono degli uomini. Per secoli abbiamo studiato la cultura maschile, è tempo che loro studino la nostra. Deve essere un processo reciproco, improntato all´arricchimento culturale. La ghettizzazione di genere va superata anche in ambito accademico, dove purtroppo, a tutt´oggi, prospera».
La sede della Fondazione è a Palazzo Pignatelli, in Calata Trinità Maggiore. «Non poteva essere diversamente. Napoli è la città dove vivo, dove insegno e dove la mia famiglia - bisnonno garibaldino, nonno medico dei Pompieri, zia tra le primissime italiane laureate - è da sempre radicata». Ma il respiro dell´iniziativa è internazionale. «È già stata stipulata una convenzione con l´Università Teologica di Salamanca per una ricerca sugli archivi spagnoli, arriveranno altri accordi con le accademie europee, probabilmente apriremo una sede a Ginevra. La cultura napoletana non merita il provincialismo»

giovedì 27 maggio 2004


LE LEZIONI DI CHIETI

La lezione di Sabato 22 Maggio

del prof. MASSIMO FAGIOLI

e le lezioni di venerdì 21 e di sabato 22
della prof.ssa FRANCESCA FAGIOLI
e del prof. ANDREA MASINI

sono disponibili

su MAWIVIDEO.IT

una nuova prospettiva professionale per gli psicologi italiani:
a Baghdad!

Il Gazzettino di Venezia 27.5.03
PORDENONE Anche donne nel gruppo di ufficiali specialisti partiti per Baghdad al seguito della Brigata Pozzuolo
Psicologi in prima linea a sostegno dei soldati


Pordenone. Gli psicologi saranno impegnati in Iraq a sostegno dei soldati della Brigata Pozzuolo del Friuli. Sono degli ufficiali arruolati nella "Riserva selezionata" dell'Esercito che, ieri sera, sono partiti dall'aeroporto di Ronchi dei Legionari con destinazione Nassiriya. Tra loro anche delle donne, il cui compito sarà quello "affiancare" i soldati impegnati nella missione "Antica Babilonia". Il susseguirsi di attacchi al contingente italiano da parte dei miliziani sciiti, ha spinto lo Stato maggiore dell'Esercito a schierare in teatro operativo anche dei professionisti che per specifiche competente possono contribuire a "rasserenare" gli animi di chi è esposto quotidianamente a stress fisici e mentali. Con la partenza dei riservisti, si completa il trasferimento in Iraq della Brigata di cavalleria "Pozzuolo del Friuli" che, nei giorni scorsi, ha rilevato la 132. Brigata Corazzata "Ariete" nel controllo della provincia di Dhi Qar, dove concorrerà, alle dipendenze della Divisione multinazionale a comando inglese, a garantire le condizioni di sicurezza e stabilità nella regione, oltre l'afflusso e la distribuzione degli aiuti umanitari.
(...)

uno stato laico?
il patto Moratti - Ruini

il manifesto 27.5.04
Scuola e religione, il patto Ruini - Moratti
Ministro e capo dei vescovi firmano gli «obiettivi per l'insegnamento nella secondaria di primo grado»
Lode al governo La disciplina confessionale, commentano in Vaticano, si inserisce perfettamente «nel cammino di rinnovamento della scuola italiana»
MIMMO DE CILLIS


ROMA La chiesa italiana mette un altro puntello all'idea di scuola del ministro Moratti: dopo l'accordo siglato a ottobre 2003 sull'insegnamento della religione nella scuola dell'infanzia e primaria ed elementare, ieri il cardinale Camillo Ruini, presidente della Conferenza episcopale italiana, e il ministro dell'Istruzione Letizia Moratti hanno firmato un documento di intesa sugli «Obiettivi specifici di apprendimento per l'insegnamento della religione cattolica nella scuola secondaria di primo grado». Un passo decisivo - spiegano al ministero - per assicurare il pieno collegamento tra l'insegnamento della religione cattolica (Irc) e la riforma del sistema di istruzione e formazione varata con la legge del marzo 2003.
Ora, per completare l'opera, manca solo la firma per gli obiettivi relativi alla scuola di secondo grado, per la quale, promette la Cei, vi sarà un impegno congiunto tra funzionari del ministero e rappresentanti della chiesa. Si tratta di «un ulteriore passo avanti per il pieno inserimento dell'Irc nel cammino di rinnovamento della scuola in Italia», recita un comunicato della Cei, redatto in toni trionfalistici. «In questo modo anche l'Irc, nella propria specificità, potrà dare un significativo contributo per favorire la convivenza civile, che la riforma in atto considera come uno degli scopi principali della comunità-scuola».
Secondo la presidenza della Cei, «l'insegnamento della religione cattolica nella scuola ha lo scopo di favorire la conoscenza e il confronto con il cristianesimo. Intende aiutare i cristiani ad approfondire la loro appartenenza religiosa e induce quanti cristiani non sono a confrontarsi lealmente con la religione che ha contribuito in maniera significativa a dare all'Italia un volto e un'identità».
I vescovi italiani sbandierano con orgoglio «la competenza degli insegnanti di religione, avvalorata dalla recente legge concernente il loro stato giuridico e l'adesione di massa a tale insegnamento, scelto da oltre il 92% degli studenti». Eppure, secondo un recente sondaggio dell'Eures, sarebbe favorevole all'insegnamento della religione il 61,6% degli italiani. A ritenerlo importante sono soprattutto gli over 50 con il 65%. La percentuale dei favorevoli scende con l'aumento dell'istruzione dell'intervistato: infatti, nota l'Eures, dice sì il 73,5% degli italiani con la licenza media contro il 65,7% dei diplomati e il 52,1% dei laureati.
Ma quello che spicca, in questa assoluta sintonia istituzionale, è il rapporto di stretta funzionalità fra il disegno di riforma della Moratti e gli obiettivi della chiesa che, seguendo una sua logica interna (che la scuola pubblica assume come propria), mira a «far comprendere ai fanciulli e ai preadolescenti i principi del cattolicesimo, patrimonio storico del popolo italiano, e i loro significati religiosi e culturali». L'obiettivo è perseguito, recita il documento della Cei, «attraverso una adeguata conoscenza dei contenuti e della storia della fede cristiana, con opportuni confronti con altre religioni e sistemi di significato». Progetto, questo, che sembrerebbe la pista più interessante, ma che viene condotto con un approccio tutto di parte che, in qualche modo, ne condiziona l'efficacia.
E mentre i laici mettono in discussione la presenza di un insegnamento religioso confessionale all'interno della «scuola di tutti», va notato che, come si afferma nei programmi del 1985, l'insegnamento della religione cattolica dovrebbe assumere una prospettiva storica più che confessionale.
Ma, nonostante le intenzioni del legislatore, a causa dell'ambiguità del testo programmatico, la disciplina ha mantenuto fino ad oggi il proprio carattere confessionale. Lo ribadisce un professore di religione in un scuola secondaria di Roma, ricordando che «gli stessi superiori esortano il docente a offrire una testimonianza esemplare della propria fede cristiana nel corso dell'itinerario didattico e all'interno del mondo della scuola, oltre che a inserirsi nel tessuto ecclesiale parrocchiale e diocesano». Non per nulla l'insegnante di religione, pagato dallo stato italiano, deve avere necessariamente il placet del vescovo.

convegni su sonno e sogno
e
sull'etica della ricerca

due articoli ricevuti da P. Cancellieri
il primo segnalato anche da Alessio Ancillai


bur.it 27.05.04
Universita' di Ancona
In fondo al sonno e dentro il sogno
A Medicina - Polo didattico di Torrette a partire da giovedì 27 maggio alle 18
La prima conferenza sarà del professor Elio Lugaresi.


"Morire, dormire, forse sognare…". Così recita Amleto nel più famoso monologo della storia del teatro. Ma la scienza ci dice che il sonno non è affatto "assenza", perché nel cervello continua a svolgersi un'attività regolata da tempi e ritmi definiti, che, se alterati, possono portare disturbi gravi alla salute e, a lungo andare, la morte. Qual è dunque la natura e qual è la funzione, per gli esseri animati essenziale, del sonno? E i sogni, di che natura sono: prodotto accidentale dei neuroni o messaggi dal subconscio? Nonostante i notevoli progressi delle conoscenze sui sistemi cerebrali di genesi e regolazione del sonno e della veglia, non è ancora chiarito in modo definitivo perché si dorme e perché si sogna. Sarà questo il tema di quest'anno degli Incontri di Scienza & Filosofia 2003, organizzato dai professori Fiorenzo Conti e Franco Angeleri nell'ambito di "A Medicina, di sera…", grazie alla collaborazione di Banca Etruria e della Fondazione S. Stefano.
Le conversazioni tenute da eminenti neurologi e fisiologi, ma anche da un'etnologa e da uno scrittore, sono dedicate soprattutto agli studenti, ma anche a un pubblico più vasto. Gli incontri si aprono giovedì 27 maggio alle 18 nell'aula magna della facoltà di Medicina (Aragosta) con la conferenza del professor Elio Lugaresi, direttore dell'Istituto di Neurologia Clinica dell'Università di Bologna, nonché del Centro sui disordini del sonno, e pioniere nel campo della ricerca italiana in questo campo. Parlerà su "Meccanismi e significato del sonno e del sogno".
Giovedì 17 giugno alla stessa ora e nella stessa sede, sarà invece un'etnologa, la professoressa Clara Gallini della Sapienza di Roma, a indagare sul significato attribuito nei secoli dalle diverse popolazioni a "L'interpretazione dei sogni".
"Il peso della veglia e le ragioni del sonno" sarà il tema con cui il ciclo riprende, dopo la sosta estiva, giovedì 30 settembre, che sarà trattato dal professor Giulio Tononi, docente della University of Wisconsin a Madison, un gradito ritorno agli Incontri di Scienza e Filosofia dell'Università Politecnica delle Marche: cercherà di dare una risposta alla domanda: "perché si dorme?".
Infine, mercoledì 13 ottobre, sarà il professor Giuseppe Longo, ingegnere elettronico, matematico e cibernetico, docente di Teoria dell'informazione alla facoltà di Ingegneria dell'Università di Trieste e direttore dei Laboratori di linguaggi scientifici e letterari della International School for Adavanced Studies (S.I.S.S.A.) di Trieste, scrittore e traduttore, che parlerà di "Anima ed esattezza: la scrittura del sogno".
Un calendario di incontri da mandare a mente, per un argomento tra i più misteriosi e insieme vitali.

Yahoo!Salute - mercoledì 26 maggio 2004, Il Pensiero Scientifico Editore
Fare ricerca su chi non sa comprenderla
Come effettuare ricerca in modo etico su soggetti non in grado di intendere e di volere? Un editoriale su The American Journal of Psychiatry si interroga e fa il punto sul dibattito in corso.


La ricerca su soggetti umani pone problemi etici che si esprimono nell’importanza di una scelta informata. Infatti sperimentare sull’uomo, seppure costituisce una fase necessaria del processo di sviluppo della medicina, comporta rischi e intrusioni. Proprio per questo motivo sono state sviluppate delle linee-guida che considerano prioritario il consenso e la piena informazione dei soggetti coinvolti in uno studio. Questo rende difficile e a volte impossibile effettuare ricerche sperimentali con criteri di scientificità, cioè basate su campioni casuali di soggetti, confrontati con altri soggetti di controllo che non ricevono terapie; inoltre in molti casi la conoscenza degli scopi e dei contenuti di un trattamento altera i risultati rendendone difficile l’interpretazione. Si tratta nonostante questo di un requisito irrinunciabile dal punto di vista del rispetto dell’individuo e dei suoi diritti.
Che dire tuttavia di quei soggetti che per loro natura, perché bambini o mentalmente disabili, non sono in grado di valutare, comprendere e decidere consapevolmente? Nell’ultima metà del secolo, osserva l’autore, abbiamo assistito a ripetuti cicli rispetto al modo di affrontare la questione: dall’abuso alla reazione protettiva, seguita dalla produzione di leggi a tutela dei soggetti deboli; a queste spesso la comunità scientifica reagisce protestando contro limitazioni della ricerca che finiscono a volte per andare contro gli stessi interessi dei pazienti. I tentativi di fornire una soluzione generale, operando adattamenti e modifiche delle leggi e direttive esistenti, si sono finora rivelati un parziale fallimento.
Dalla scoperta degli esperimenti dei medici nazisti si sono fatti grandi passi avanti; tuttavia la categoria dei pazienti psichiatrici, a differenza di quella dei bambini, non è ancora tutelata con chiarezza dalla legge. Questo vuoto legislativo è causato dal fallimento di una linea comune fra istituzioni legislative, etiche e di ricerca. La storia recente è significativa: alla fine degli anni ’90 la National Bioethics Advisory Commission, dopo uno studio ad ampio raggio, ha emesso un rapporto riguardante la ricerca su persone con disturbi mentali che impediscono la capacità decisionale, corredandolo con 21 raccomandazioni. Il documento ha incontrato l’opposizione degli operatori del settore, culminata in una serie di articoli critici sulle riviste specializzate, nei quali i comitati etici della ricerca sono descritti lavorare contro gli interessi della salute mentale. Fra una modifica delle raccomandazioni e una protesta del mondo psichiatrico, la situazione è rimasta invariata, perpetuando lo stato di vuoto legislativo. Il conflitto si sta facendo più complesso con l’aumentare nella popolazione della conoscenza e capacità di riflettere su certi problemi; questo induce gli organismi di controllo ad assumere posizioni anche più restrittive che in passato.
Un aspetto sottolineato da Robert Michels nel suo editoriale è il cambiamento nell’atteggiamento dell’utenza verso la ricerca medica, che è passata da una posizione di fiducia non informata a una di disinformata sfiducia. La consapevolezza degli interessi commerciali che si intrecciano ai progetti di ricerca, e la coscienza dei conflitti di interesse dei ricercatori, nonché un maggiore accesso alle informazioni, hanno reso il pubblico maggiormente consapevole dei rischi e delle incertezze della medicina, portandolo a una valutazione degli intenti della ricerca spesso sospettosa e basata su una conoscenza solo superficiale dei processi e dei criteri che la guidano.
Questa percezione va modificata, perseguendo con chiarezza l’obiettivo di una ricerca orientata prioritariamente al bene sociale. Questo significa, ad esempio, escludere dalla ricerca sui soggetti disabili quelle sperimentazioni cliniche in cui non c’è premessa per la libera pubblicazione dei risultati, o quegli studi sui farmaci i cui protocolli, invece di essere orientati a una maggiore chiarificazione, realmente utile per la pratica clinica, sono adattati in modo da garantirsi l’approvazione regolamentare. “Si tratta di un primo passo”, osserva l’autore, “che va esteso poi a tutti i soggetti umani di ricerca, se si vuole che l’opinione pubblica restituisca ai ricercatori medici la fiducia perduta”.

Bibliografia. Michels R. Research on persons with impaired decision making and the public trust. Am J Psychiatry 2004;5(161):777.

"big brother"
insegnamento della storia

Repubblica 27.5.04
Se la scuola non insegna la memoria
CORRADO AUGIAS


Caro Augias, i programmi scolastici, come avete dimostrato in modo eccellente con la tentata cancellazione di Darwin, sono documenti importanti per capire l'Italia di oggi. La storia lo è anche di più. Lo studio della storia significa ricerca libera della verità; per questo la storia, come diceva Péguy, «è il prodotto più pericoloso che la chimica dell'intelletto abbia elaborato». Oggi la storia fa paura, alla destra e alla sinistra. Dopo decenni di ideologie che hanno nascosto la realtà a un paese carico di una disperata energia quale oggi solo la Cina forse possiede, e ci hanno illuso di essere innocenti e perfino vincitori innocenti di un regime nazionalista e razzista che abbiamo inventato, vincitori di una guerra che abbiamo scatenato e perduto oggi siamo alla resa dei conti: il sistema Italia lungi dal produrre ricchezza scricchiola da ogni lato e ciascuno, individuo o corporazione, tenta di scavarsi un rifugio per affrontare un futuro che fa paura. Così l'insegnamento della storia viene sì mantenuto ma lo si trasforma in una svirilizzata favola edificante, cucita intorno all'Europa cristiana, unita e solidale nella stessa identità, senza le crociate, senza l'Inquisizione, senza Lutero e le guerre di religione, senza la caccia agli ebrei e alle streghe, senza la rivoluzione industriale, in una parola senza conflitti né oppressioni, di razza, di classe, di genere, con tanta apertura all'incontro con l'"altro" (una volta si diceva colonialismo). Sembra che l'invito alla «purificazione della memoria» di cui la Chiesa cattolica ha parlato al tempo del Grande Giubileo del 2000 qui si sia tradotto in una cancellazione dalla memoria. Gli insegnanti sono avvertiti: è questo che una società chiusa e terrorizzata dal futuro chiede loro. Non protesteremo se prenderanno l'invito sul serio. Che altro possono fare? Sanno gli italiani che cosa sono gli insegnanti, dove vivono e lavorano, quali i loro mezzi e la loro dignità professionale?
Adriano Prosperi
a. prosperi@sns. it


Faccio mio lo sfogo appassionato del professor Prosperi, storico insigne. Lo studio della storia, così come la riforma Moratti lo ha ridisegnato nei programmi della scuola media, istituisce un modellino esangue che tace su troppi aspetti del passato, mentre altri furbescamente accomuna. La conoscenza del mondo greco-romano al quale dobbiamo gran parte della nostra civiltà, viene limitata in modo intollerabile e riservata in pratica solo agli allievi dei licei. Abolita la rivoluzione sovietica che andrebbe studiata comunque, anche da parte di chi la considera un fallimento o un errore; tutti i 'totalitarismi' novecenteschi sono gettati in un solo mucchio indistinto, s'ignora il colonialismo così come le guerre di religione che nel Cinquecento insanguinarono l'Europa, si limita il valore della Resistenza al nazifascismo, compresa quella italiana; in poche parole si applicano gli aspetti più discutibili di quel "revisionismo" che da molte parti si sta tentando d'imporre. Quando si è tentato di amputare la scuola di un insegnamento fondamentale come la teoria evoluzionistica, la comunità scientifica ha reagito e i risultati sono venuti. Questa storia sfigurata ha fatto finora meno scandalo. Forse perché gli storici sono ancora più scoraggiati degli scienziati.

Pontormo (2)

La Stampa 27.5.04
Per una volta si privilegia l’arte
Il film di Giovanni Fago non si perde nell’aneddotica mondana
di Lietta Tornabuoni


FINALMENTE un film che, raccontando di un grande pittore, anziché perdersi nell'aneddotica mondana si concentra sull'arte, sul lavoro, sulla pittura. «Pontormo» Di Giovanni Fago guarda all'ultimo tempo della vita di Jacopo Carucci detto il Pontormo, meraviglioso manierista cinquecentesco toscano al servizio del duca Cosimo de' Medici: un periodo dominato dall'ansia di non arrivare a completare gli affreschi in San Lorenzo a Firenze (poi andati perduti), ai quali lavorava dal 1546 e continuò a lavorare sino alla morte avvenuta nel 1556.
Altri elementi segnano l'esistenza del pittore in quel periodo: il legame con una giovane donna fiamminga rimasta muta dopo il taglio della lingua subìto durante la guerra delle Fiandre, esule e straniera a Firenze dove viene arrestata e processata per stregoneria; il conflitto durissimo con l'Inquisizione; i molti malesseri fisici registrati pure nel diario; i rapporti mai semplici con il committente; la difesa acerrima della sua opera, che non intende mostrare a nessuno (neppure al duca, tanto meno all'Inquisitore) prima del definitivo completamento. Quest'uomo irriducibile e forte, appartato, silenzioso, parco, lavora sempre; frequenta soltanto l'amico Bronzino, l'assistente (Giacomo Palmarini) o il preparatore dei colori che è l'ammirevole Sandro Lombardi; s'allontana da casa o dal luogo del lavoro soltanto per andare a ritrarre disegnando annegati o teatranti alla cui fisionomia la morte violenta o l'artificio mestierante imprimevano quell'alterazione anticlassica che sarà un segno d'innovazione della sua arte.
Pontormo soffre della vecchiaia e del mutare dei tempi, della crisi politica che prepara la fine delle Signorie e dei Principati, della crisi religiosa che rende intolleranti i comportamenti della Chiesa cattolica allarmata dall'eresia: Joe Mantegna interpreta il personaggio con dignità accorata, con pacato dolore, e dà un contribito importante al film un poco scolastico, molto interessante.

mercoledì 26 maggio 2004

eretici e streghe

Corriere della Sera 26.5.04
ELZEVIRO Un saggio di Anna Foa
Il romanzo di Roma tra eretici e streghe
di ALBERTO MELLONI


Una fiala piena di spiriti che prevedono la morte del papa e un toro incantato da un guaritore greco; ragazzine indemoniate e guardie a cavallo; macabri trofei amputati all'ebreo reo d'aver usato d'una prostituta cristiana e processioni penitenti; gesuiti e principi, barcaioli e giudaizzanti, streghe impiccate e roghi d'ossa sullo sfondo della Roma corrotta e raffinata che vede scorrere fra fine Quattrocento e l'inizio del Seicento la spaccatura confessionale. Sono i protagonisti di Eretici il singolare volume che Anna Foa manda in libreria per i tipi del Mulino. Singolare? E in cosa, si chiederà chi conosce i saggi che questa nota studiosa ha dedicato alle marginalità - di religione, di genere, di cultura. Dopo Gli eretici italiani del Cinquecento di Delio Cantimori (una pietra miliare della ricerca, che Einaudi ha giustamente riproposto con l'attenzione che si deve a un capolavoro) il tema è un classico, e non da oggi le fonti sui processi dell'inquisizione consentono di conoscere il lato notturno di chi giudicava e di chi veniva giudicato. Eppure questo volume di Anna Foa singolare lo è.
Perché tenta un azzardo. Rovesciando lo stile del discorso storico, Anna Foa «inventa» una trama narrativa, aggiunge elementi di colore: profumi e colori, abbigliamenti e posture, sentimenti, emozioni, sguardi. Un romanzo? No: l'autrice conosce e usa tutti i dettagli di una conoscenza rigorosa e puntuale, di cui dà conto una lunga nota bibliografica - ma adotta uno stile brillante e anomalo, non solo per dar voce al desiderio insoddisfatto di «illuminare la sfera oscura del pensiero e delle emozioni soggettive che stanno dietro i fatti». Anna Foa vuole reagire alla percezione che nella giovane generazione non solo mancano conoscenze storiche specifiche, ma c'è una disillusione profonda sulla capacità della storia di spiegare il mondo. La transizione dal magistero critico del Mediterraneo di Braudel alla fantageopolitica dello scontro di civiltà di Huntigton è tutta qui, e non si lascia esorcizzare evocando i numi o il metodo.
A questi problemi Eretici risponde catturando il lettore con uno stile intrigante e trascinandolo nella Roma di quattro secoli fa, là dove magia e repressione si sfiorano, si inseguono. Ecco allora Bernardino da Siena, che per salvare la devozione al nome di Gesù ormai appesa sulle architravi di mezza Italia, accusa le streghe ed istiga le folle alla delazione. Ecco la storia - sempre diversa, sempre eguale - degli ebrei sospinti da una repressione strisciante alla conversione, e sempre sospettati di quella «eresia giudaizzante» nella quale galleggia il multiforme odio antisemita. Attorno a papi mondani e feroci riformatori, si snoda un mondo variopinto e grottesco.
Episodi e ritratti, dunque, si susseguono con ritmo, in un racconto affascinante ed avvolgente, che rappresenta una sfida intellettuale alta per i lettori, per la cultura e per gli studiosi. I lettori «generalisti», convinti che i libri di storia siano riservati a elette schiere di specialisti troveranno, infatti, in Eretici (che protesta a più riprese di «non» essere un libro di storia!) un sorprendente invito ad aprire un dialogo, che forse non c'è mai stato, con la conoscenza storica.
La cultura, d'altro canto, vedrà messo in dubbio il tacito teorema che presiede troppe operazioni di divulgazione che essa subisce con noncuranza: perché chi declina il passato in grandi affreschi di seconda mano rende un servizio assai meno utile dello specialista, che possieda con tale sicurezza un tema, da poterlo narrare anche con codici linguistici intriganti e metodologicamente «eretici».
Alla fin fine, però, Anna Foa sfida la disciplina alla quale ha dato e dà i propri maggiori contributi. Mentre si ribella al limite del lavoro critico, mentre osa «inventare» per violare il confine tra ciò che possiamo conoscere e la realtà ultima delle cose, dimostra con convinzione che proprio quello - il limite - è il punto. Anziché far finta di poter «divulgativamente» cancellare quella invisibile linea, la varca con audacia e ne afferma il significato.