L'Unità 25.10.04
Omosessuali, la malattia di chi li disprezza
di Luigi Cancrini
Caro Cancrini
Ho letto con sgomento le parole dell’audizione di Rocco Bottiglione , designato commissario europeo della Commissione “ libertà, giustizia e diritti”
Dell’Europarlamento e le relative “ esternazioni” di “autorevoli” ministri del parlamento italiano. Credo che come persone prima, e come psicologi poi, dovremmo interrogarci sul senso e sulla ricaduta di tali affermazioni a livello sociale e culturale.
Io, personalmente credo che in una società “ libera” dovrebbe esistere la possibilità di scegliere psicologicamente quale “ attrazione” seguire, omosessuale o eterosessuale che sia. Fino a qualche anno fa la cultura occidentale non riconosceva l’omosessualità come un fenomeno psicosociale, ma lo considerava ( e credo che molti la considerino tutt’ora) una patologia.
Attualmente quanto e cosa sappiamo dell’omosessualità?
Alessandro Sartori
Quello che sappiamo oggi in tema di omosessualità, a mio avviso, non è per niente poco. Il punto da cui dovremmo partire, parlandone, è quello della grande quantità di studi e di riflessioni che hanno preceduto la decisione, oggi tranquillamente accettata dalla comunità scientifica internazionale, per cui l'omosessualità in quanto tale non può e non deve essere considerata l'espressione di una malattia. Nessuno psichiatra pone più oggi una diagnosi di omosessualità, infatti, e nessun manuale diagnostico contempla più la possibilità di farlo. Il che vuol dire, semplicemente, che i vecchi medici, compreso Freud, sbagliavano quando presentavano l'omosessualità come un disturbo geneticamente determinato o come il risultato di un errore dello sviluppo. In modo semplice e chiaro possiamo (e dobbiamo) dire oggi, sulla base di quello che sappiamo, che l'omosessualità in quanto tale è statisticamente minoritaria ma compatibile non solo con una normale vita di relazione ma anche con quella "capacità di godere e di fare" (Freud) e con quell'armonia complessiva delle persone che integrano i criteri alla base di una definizione scientifica della salute mentale.
Fatto questo chiarimento, il problema del modo in cui si sente un omosessuale dipende soprattutto dal modo in cui la sua diversità è stata ed è considerata dagli altri. Al tempo in cui essa si manifesta, e cioé nell'infanzia o nella adolescenza soprattutto dai suoi familiari che determinano spesso, con le loro reazioni, gran parte dei problemi con cui il ragazzo o la ragazza si confronterà nel corso degli anni. Più tardi, quando diventa più importante anche l'opinione degli altri, dall'insieme dei contesti, scolastici, lavorativi, amicali con cui il ragazzo entrerà in contatto. Dicendo subito che, nella storia naturale della loro condizione, gli omosessuali ritrovano spesso un contrasto evidente tra il modo semplice, naturale, a volte liberatorio con cui la loro diversità si manifesta a loro stessi e il modo impacciato, confuso, intriso di aggressività e di paura con cui gli altri reagiscono al loro tentativo di parlarne. Il conflitto interno vissuto a lungo dalle persone che faticosamente portano avanti la loro scelta omosessuale ha origine, abitualmente, proprio in questo contrasto fra ciò che appare naturale a chi lo vive da dentro e ciò che appare innaturale, colpevole o vergognoso a chi non capisce e non accetta. Una scelta libera, autonoma e coerente con il proprio orientamento sessuale è spesso l'obiettivo fondamentale di un lavoro terapeutico ben condotto in questo tipo di situazioni.
Un problema molto più difficile da affrontare, credo, è quello che riguarda le reazioni forti, a volte francamente patologiche, che la rivelazione dell'omosessualità (o il semplice fatto che l'omosessualità esiste) suscita in alcune persone.
Nella storia dell'uomo, la paura dell'omosessualità ha sempre generato "mostri" che la combattevano in nome di una ideologia morale o politica le cui manifestazioni estreme sono probabilmente quelle legate alla religione cattolica in tempo di controriforma e al nazismo: due forme di "pensiero" che hanno costruito sulla paura degli omosessuali delle vere e proprie persecuzioni. Quando si ragiona sulla differenza che c'è fra questo tipo di reazione basata sulla paura e quella capacità di accettare l'esistenza dell'omosessualità e del suo manifestarsi caratteristica delle persone più equilibrate e di tutte le culture laiche e progressiste, tuttavia, quello che viene da chiedersi è perché alcune persone si sentono costrette a gridare con tanta forza ancora oggi, in un tempo in cui vere e proprie perversioni non sono più possibili, la loro avversione, la loro paura, il loro disprezzo o il loro odio dichiarato nei confronti dell'omosessualità e degli omosessuali. Com'è accaduto ancora in questi giorni, non solo e non tanto nei discorsi ufficiali di Buttiglione, quanto in quelli, sboccati, volgari e indizio franco di psicopatologia, degli esponenti di An e della Lega che hanno sentito il bisogno di sostenerlo.
La spiegazione più semplice che si può dare sul piano psicopatologico di tali atteggiamenti è, a mio avviso, quella legata al fatto per cui pulsioni sessuali contraddittorie sono presenti in tutti gli esseri umani e che il livello di questa contraddizione, però, è diverso da persona a persona. Vi sono, dunque, persone le cui pulsioni omosessuali non sono abbastanza forti da determinare un deciso orientamento della sessualità ma abbastanza forti, comunque, da rendere difficile e faticoso il controllo dei comportamenti. È un riflesso difensivo basato sulla formazione reattiva descritta da Freud in questi casi quello che rende congruo o violento il loro modo di reagire. Sono persone in difficoltà nel tentativo di soffocare parti di sé che non accettano, quelle che con più forza si scagliano contro l'omosessualità degli altri. Integrando, loro sì, una situazione di rilievo psicopatologico nella misura in cui mettono in opera comportamenti direttamente collegati ai loro conflitti interni. Senza avere coscienza di quello che accade a loro, del danno che provocano agli altri e senza sentire, soprattutto, il bisogno di guardarsi dentro per capirne di più.
Perché persone che stanno così male abbiano tanto rilievo nell'opinione pubblica e sui media non è purtroppo difficile da capire. Esse danno voce alle parti più primitive di tante persone che soffrono della loro stessa patologia. In democrazia tutti hanno diritto ad esprimere le loro emozioni più o meno controllate, del resto: anche se, da persona che si occupa di salute mentale, io non posso non dispiacermi con lei, caro Sartori, del fatto che lo spazio offerto loro dal grande teatrino dei media in questa fase non li aiuti per niente a ritornare in sé.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
giovedì 28 ottobre 2004
citato al Lunedì
i successi della psicoanalisi...
i successi della psicoanalisi...
una segnalazione di Andrea Mancini
da LETTERE a Repubblica del 24.10.04, di Corrado Augias
Psicoanalisi, quanto costa e quanto aiuta a vivere
di Filippo Maria Notarianni
A 20 anni, sentendomi non attrezzato ad affrontare la vita, grazie agli amici e ai parenti assai solerti nell'affermare quanto invece io fossi intelligente, carino e simpatico, mi affidai alle cure di uno psicoanalista. Che, dietro un compenso assurdo che ha certo migliorato e non poco la sua vita, mi ha ripetuto più o meno le stesse cose. Ora, a 40 anni, mi ritrovo, se possibile, con ancora più ansie e paure, e con la consapevolezza che in una società spietata come la nostra io non sia più attrezzato di allora per riuscire a cavarmela.
Oltretutto ora non ho più nemmeno la possibilità di pagare profumatamente un professionista. Che mi dica che una persona così intelligente, carina, simpatica come me...
da LETTERE a Repubblica del 24.10.04, di Corrado Augias
Psicoanalisi, quanto costa e quanto aiuta a vivere
di Filippo Maria Notarianni
A 20 anni, sentendomi non attrezzato ad affrontare la vita, grazie agli amici e ai parenti assai solerti nell'affermare quanto invece io fossi intelligente, carino e simpatico, mi affidai alle cure di uno psicoanalista. Che, dietro un compenso assurdo che ha certo migliorato e non poco la sua vita, mi ha ripetuto più o meno le stesse cose. Ora, a 40 anni, mi ritrovo, se possibile, con ancora più ansie e paure, e con la consapevolezza che in una società spietata come la nostra io non sia più attrezzato di allora per riuscire a cavarmela.
Oltretutto ora non ho più nemmeno la possibilità di pagare profumatamente un professionista. Che mi dica che una persona così intelligente, carina, simpatica come me...
Paolo Rossi
psichiatria e filosofia
ricevuto da Paolo Izzo
Domenica – Sole 24 Ore, 24 ottobre ’04
Storia delle idee
Psichiatri sull'orlo di una crisi di nervi
Il punto sulla psicopatologia a partire da casi di malati che guardano la loro vita dal di fuori
di Paolo Rossi
Se la filosofia è una ricerca sui modi in cui l'uomo conosce e dà senso alla propria esistenza, può disinteressarsi dei modi in cui gli uomini si smarriscono lungo il loro percorso di ricerca del senso e della conoscenza? E la psicopatologia può prescindere da quel corpus di analisi delle aporie indigene alla condizione umana che si è andato strutturando in secoli di riflessione? La psicopatologia ha perso il coraggio delle grandi sintesi concettuali?
L'autore di questo libro, che è acuto, denso e di stimolante lettura, riformula queste domande, scende alla loro radice, ripensa criticamente i fondamenti e i risultati dell'approccio fenomenologico in psicopatologia. Una parte notevole del fascino del libro, soprattutto per i lettori non specialisti, deriva dal largo uso delle autodescrizioni. Come descrivono il loro mondo gli uomini e le donne affetti da schizofrenia o da forme maniaco-depressive? Come avvertono una differenza tra quel loro privato mondo, che li ha condotti davanti a uno psichiatra, e il mondo del cosiddetto senso comune? Perché e come quel loro privato mondo è causa di sofferenza? Ci sono persone che vivono come spiriti disincarnati, si percepiscono come entità astratte, contemplano "dal di fuori" la loro propria esistenza. Ci sono persone che vivono come corpi deanimati, incapaci di avvertire come "propri" i loro pensieri, percezioni, emozioni.
Ciascuno di noi è in grado di uscire dalla immediatezza del vissuto, di rivolgere l'attenzione non agli oggetti, ma all'atto del vedere. Si possono trasformare i nostri atti, come scriveva Edmund Husserl, in nostri oggetti, si può spostare l'attenzione dall'oggetto percepito alla percezione stessa. In questo "innaturale" contesto, il mio sguardo diviene un evento che assume la caratteristica della "oggettualità". Posto come un oggetto da analizzare, comincia a distaccarsi da me. Questa esperienza è perturbante perché il guardare perde la sua immediatezza, appare in qualche modo estraneo e non più familiare. Il ritorno all'immediatezza o al cosiddetto "senso comune" si configura, per alcuni, come un viaggio impossibile. Il libro affronta, con non usuale coraggio, molti temi centrali: le origini e lo status attuale della psicopatologia; le psicosi come disturbi dell'intersoggettività; i significati delle cosiddette "disfunzioni sociali"; le anomalie della sintonizzazione (ovvero l'incapacità di interagire con gli altri) nella melancolia e nella schizofrenia; il problema della depersonalizzazione e quello delle allucinazioni uditive; il significato di un termine come "delirio".
Il capitolo sesto, che ha per titolo, «I sensi del senso comune» contiene, oltre che richiami ad Aristotele e ad altri classici, pagine di rilevanza filosofica. Alle radici di questo bel libro sta una convinzione forte. L'autore pensa che la psicopatologia classica stia attraversando una crisi irreversibile. Lo scenario delle osservazioni di Jaspers e di Schneider era la clinica psichiatrica. Quella psicopatologia, nata nel periodo della "grande ospedalizzazione", è prevalentemente costruita sull'esame di pazienti diventati "casi" dell'esperienza manicomiale. Dopo la scoperta degli psicofarmaci e la chiusura dei manicomi come luoghi di contenimento della follia, quest'ultima si è, per così dire, distesa sul territorio. Sono entrate in crisi molte antiche classificazioni e molte consolidate certezze. E questa crisi si innesta, a sua volta, su una situazione, per così dire, di crisi cronica o ineliminabile o fisiologica: «Ascoltare una persona schizofrenica - scrive Stanghellini - è un'esperienza sconvolgente per più di una ragione. Se lascio che le sue parole attualizzino in me le esperienze di cui parla, invece di prenderle come sintomi di una malattia, lo scoglio di certezze sul quale si arrocca la mia vita può esserne travolto e sommerso».
Giovanni Stanghellini, «Disembodied spirits and deanimated bodies: the psychopathology of common sense», Oxford University Press, 2004, pagg. 226, euro 29,95.
Domenica – Sole 24 Ore, 24 ottobre ’04
Storia delle idee
Psichiatri sull'orlo di una crisi di nervi
Il punto sulla psicopatologia a partire da casi di malati che guardano la loro vita dal di fuori
di Paolo Rossi
Se la filosofia è una ricerca sui modi in cui l'uomo conosce e dà senso alla propria esistenza, può disinteressarsi dei modi in cui gli uomini si smarriscono lungo il loro percorso di ricerca del senso e della conoscenza? E la psicopatologia può prescindere da quel corpus di analisi delle aporie indigene alla condizione umana che si è andato strutturando in secoli di riflessione? La psicopatologia ha perso il coraggio delle grandi sintesi concettuali?
L'autore di questo libro, che è acuto, denso e di stimolante lettura, riformula queste domande, scende alla loro radice, ripensa criticamente i fondamenti e i risultati dell'approccio fenomenologico in psicopatologia. Una parte notevole del fascino del libro, soprattutto per i lettori non specialisti, deriva dal largo uso delle autodescrizioni. Come descrivono il loro mondo gli uomini e le donne affetti da schizofrenia o da forme maniaco-depressive? Come avvertono una differenza tra quel loro privato mondo, che li ha condotti davanti a uno psichiatra, e il mondo del cosiddetto senso comune? Perché e come quel loro privato mondo è causa di sofferenza? Ci sono persone che vivono come spiriti disincarnati, si percepiscono come entità astratte, contemplano "dal di fuori" la loro propria esistenza. Ci sono persone che vivono come corpi deanimati, incapaci di avvertire come "propri" i loro pensieri, percezioni, emozioni.
Ciascuno di noi è in grado di uscire dalla immediatezza del vissuto, di rivolgere l'attenzione non agli oggetti, ma all'atto del vedere. Si possono trasformare i nostri atti, come scriveva Edmund Husserl, in nostri oggetti, si può spostare l'attenzione dall'oggetto percepito alla percezione stessa. In questo "innaturale" contesto, il mio sguardo diviene un evento che assume la caratteristica della "oggettualità". Posto come un oggetto da analizzare, comincia a distaccarsi da me. Questa esperienza è perturbante perché il guardare perde la sua immediatezza, appare in qualche modo estraneo e non più familiare. Il ritorno all'immediatezza o al cosiddetto "senso comune" si configura, per alcuni, come un viaggio impossibile. Il libro affronta, con non usuale coraggio, molti temi centrali: le origini e lo status attuale della psicopatologia; le psicosi come disturbi dell'intersoggettività; i significati delle cosiddette "disfunzioni sociali"; le anomalie della sintonizzazione (ovvero l'incapacità di interagire con gli altri) nella melancolia e nella schizofrenia; il problema della depersonalizzazione e quello delle allucinazioni uditive; il significato di un termine come "delirio".
Il capitolo sesto, che ha per titolo, «I sensi del senso comune» contiene, oltre che richiami ad Aristotele e ad altri classici, pagine di rilevanza filosofica. Alle radici di questo bel libro sta una convinzione forte. L'autore pensa che la psicopatologia classica stia attraversando una crisi irreversibile. Lo scenario delle osservazioni di Jaspers e di Schneider era la clinica psichiatrica. Quella psicopatologia, nata nel periodo della "grande ospedalizzazione", è prevalentemente costruita sull'esame di pazienti diventati "casi" dell'esperienza manicomiale. Dopo la scoperta degli psicofarmaci e la chiusura dei manicomi come luoghi di contenimento della follia, quest'ultima si è, per così dire, distesa sul territorio. Sono entrate in crisi molte antiche classificazioni e molte consolidate certezze. E questa crisi si innesta, a sua volta, su una situazione, per così dire, di crisi cronica o ineliminabile o fisiologica: «Ascoltare una persona schizofrenica - scrive Stanghellini - è un'esperienza sconvolgente per più di una ragione. Se lascio che le sue parole attualizzino in me le esperienze di cui parla, invece di prenderle come sintomi di una malattia, lo scoglio di certezze sul quale si arrocca la mia vita può esserne travolto e sommerso».
Giovanni Stanghellini, «Disembodied spirits and deanimated bodies: the psychopathology of common sense», Oxford University Press, 2004, pagg. 226, euro 29,95.
un convegno a Roma:
interventi
di Annelore Homberg e di Marcella Fagioli
interventi
di Annelore Homberg e di Marcella Fagioli
una segnalazione di Marco Pizzarelli
La dott.ssa Roberta Rocchi ha organizzato un convegno
al quale hanno partecipato anche
la dott.ssa Annelore Homberg e la dott.ssa Marcella Fagioli.
Il titolo del convegno era
"Gli aquiloni volano con il vento: il primo anno di vita"
e si è tenuto nei giorni 28 e 29 ottobre 2004, a Roma,
nella Sala del teatro del Borgo Monumentale di S. Spirito in Sassia
Via dei Penitenzieri.
Ecco di seguito i titoli delle relazioni
della dott.ssa Annelore Homberg e della dott.ssa Marcella Fagioli:
28 ottobre, ore 10.35
L'IDENTITÀ PERSONALE DEL PRIMO ANNO DI VITA
Dott.ssa Annelore Homberg - Roma
28 ottobre, ore 11.50
LA REALTÀ BIOLOGICA UMANA
Dott.ssa Marcella Fagioli - Roma
La dott.ssa ROBERTA ROCCHI ha presieduto questa sessione
__________________
La dott.ssa Roberta Rocchi ha organizzato un convegno
al quale hanno partecipato anche
la dott.ssa Annelore Homberg e la dott.ssa Marcella Fagioli.
Il titolo del convegno era
"Gli aquiloni volano con il vento: il primo anno di vita"
e si è tenuto nei giorni 28 e 29 ottobre 2004, a Roma,
nella Sala del teatro del Borgo Monumentale di S. Spirito in Sassia
Via dei Penitenzieri.
Ecco di seguito i titoli delle relazioni
della dott.ssa Annelore Homberg e della dott.ssa Marcella Fagioli:
28 ottobre, ore 10.35
L'IDENTITÀ PERSONALE DEL PRIMO ANNO DI VITA
Dott.ssa Annelore Homberg - Roma
28 ottobre, ore 11.50
LA REALTÀ BIOLOGICA UMANA
Dott.ssa Marcella Fagioli - Roma
La dott.ssa ROBERTA ROCCHI ha presieduto questa sessione
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18.000 anni fa
l'homo floresiensis
Repubblica 28.10.04
Sconvolgente scoperta in Indonesia: trovato lo scheletro di un ominide di 18 mila anni fa, alto un metro e dal cervello minuscolo
Che shock quel nostro antenato era piccolo come un hobbit
Una smentita dell´idea che l'umanità sia sempre progredita "verso il meglio"
I contemporanei del misterioso "homo floresiensis" erano assai più evoluti di lui
CLAUDIA DI GIORGIO
ROMA - Si chiama Homo floresiensis, ed è una nuova specie di ominide: forse la più misteriosa scoperta finora. Perché a dispetto delle dimensioni minuscole (appena un metro di altezza) e della ridottissima massa cerebrale (il cranio ha una capacità di 380 cc) non è un remoto antenato dell´umanità, ma un suo contemporaneo, vissuto circa 18.000 anni fa. Vale a dire che, mentre in Europa gli uomini di Cro-Magnon (alti oltre 1.60 cm e con un cervello di almeno 1400 cc) realizzavano capolavori artistici come le pitture rupestri di Chauvet o Lascaux, nell´isola indonesiana di Flores, dove sono stati ritrovati i resti fossili della nuova specie, viveva una popolazione di ominidi più bassi del più basso pigmeo, dotati di un cervello grande quanto un pompelmo.
La scoperta di H. floresiensis, a cui la rivista "Nature" dedica oggi la copertina, ha messo in subbuglio la comunità dei paleontologi. Fino ad ora sembrava che noi, unici sopravvissuti del genere Homo, avessimo convissuto solamente con i Neandertal, e solo fino a 30.000 anni fa. Le differenze anatomiche tra noi e i Neandertal, inoltre, sono notevoli ma non straordinarie, tanto che si discute ancora l´ipotesi che le due specie si siano incrociate. Da dove salta fuori allora questa sorta di Hobbit indonesiano, questa smentita vivente della rassicurante immagine di un´umanità che si evolve "verso il meglio", diventando via via più alta e più cervellona?
Secondo Peter Brown e i suoi colleghi dell´università di Armidale, in Australia, e dell´Indonesian Centre for Archaeology, che nel settembre del 2003 hanno ritrovato nella grotta di Liang Bua, a Flores, un cranio completo di mandibola e una serie di ossa sufficienti quasi a formare uno scheletro intero, l´ipotesi più ragionevole è che H. floresiensis sia il risultato di un lunghissimo periodo di isolamento. Benché le sue dimensioni siano simili, e persino inferiori, a quelle della famosa Lucy, l´australopitecina vissuta oltre 3 milioni e mezzo di anni fa, la sua morfologia lo colloca infatti nel gruppo di Homo erectus, la specie protagonista della prima grande emigrazione fuori dall´Africa, verso l´Asia, inclusa Giava, che non dista poi molto dall´isola di Flores. Ecco quindi che lo scenario più probabile per spiegare l´enigmatico omettino è che un gruppo di H. erectus sia finito in qualche modo (ma quale?) su Flores, e vi sia rimasto isolato per un periodo di tempo sufficiente (ma quanto?) a provocare un adattamento evolutivo così spettacolare. Le domande sono tantissime. Perché, ad esempio, la riduzione delle dimensioni del cervello è stata ancora più marcata di quella del corpo? C´entrerà qualcosa il fatto che Flores si trova a est della cosiddetta "linea di Wallace", la frontiera immaginaria che divide in due l´Indonesia, di qua tutte specie di tipo asiatico e di là tutte australiane? E qual era lo stile di vita di H. floresiensis e quali le sue capacità tecnologiche? Gli Homo sapiens sono arrivati nella regione indonesiana circa 55.000 anni fa: le due specie si sono mai incontrate?
Insomma, come commenta l´antropologo Robert Foley, H. floresiensis è una sfida: "l´ominide più estremo che sia mai stato scoperto". Una cosa però sembra certa. Il genere Homo, a dispetto delle sue peculiarità "culturali" è stato soggetto alle stesse pressioni evolutive degli altri mammiferi, a cui ha risposto adattando il proprio corpo in modo assai più variabile e flessibile del previsto.
Sconvolgente scoperta in Indonesia: trovato lo scheletro di un ominide di 18 mila anni fa, alto un metro e dal cervello minuscolo
Che shock quel nostro antenato era piccolo come un hobbit
Una smentita dell´idea che l'umanità sia sempre progredita "verso il meglio"
I contemporanei del misterioso "homo floresiensis" erano assai più evoluti di lui
CLAUDIA DI GIORGIO
ROMA - Si chiama Homo floresiensis, ed è una nuova specie di ominide: forse la più misteriosa scoperta finora. Perché a dispetto delle dimensioni minuscole (appena un metro di altezza) e della ridottissima massa cerebrale (il cranio ha una capacità di 380 cc) non è un remoto antenato dell´umanità, ma un suo contemporaneo, vissuto circa 18.000 anni fa. Vale a dire che, mentre in Europa gli uomini di Cro-Magnon (alti oltre 1.60 cm e con un cervello di almeno 1400 cc) realizzavano capolavori artistici come le pitture rupestri di Chauvet o Lascaux, nell´isola indonesiana di Flores, dove sono stati ritrovati i resti fossili della nuova specie, viveva una popolazione di ominidi più bassi del più basso pigmeo, dotati di un cervello grande quanto un pompelmo.
La scoperta di H. floresiensis, a cui la rivista "Nature" dedica oggi la copertina, ha messo in subbuglio la comunità dei paleontologi. Fino ad ora sembrava che noi, unici sopravvissuti del genere Homo, avessimo convissuto solamente con i Neandertal, e solo fino a 30.000 anni fa. Le differenze anatomiche tra noi e i Neandertal, inoltre, sono notevoli ma non straordinarie, tanto che si discute ancora l´ipotesi che le due specie si siano incrociate. Da dove salta fuori allora questa sorta di Hobbit indonesiano, questa smentita vivente della rassicurante immagine di un´umanità che si evolve "verso il meglio", diventando via via più alta e più cervellona?
Secondo Peter Brown e i suoi colleghi dell´università di Armidale, in Australia, e dell´Indonesian Centre for Archaeology, che nel settembre del 2003 hanno ritrovato nella grotta di Liang Bua, a Flores, un cranio completo di mandibola e una serie di ossa sufficienti quasi a formare uno scheletro intero, l´ipotesi più ragionevole è che H. floresiensis sia il risultato di un lunghissimo periodo di isolamento. Benché le sue dimensioni siano simili, e persino inferiori, a quelle della famosa Lucy, l´australopitecina vissuta oltre 3 milioni e mezzo di anni fa, la sua morfologia lo colloca infatti nel gruppo di Homo erectus, la specie protagonista della prima grande emigrazione fuori dall´Africa, verso l´Asia, inclusa Giava, che non dista poi molto dall´isola di Flores. Ecco quindi che lo scenario più probabile per spiegare l´enigmatico omettino è che un gruppo di H. erectus sia finito in qualche modo (ma quale?) su Flores, e vi sia rimasto isolato per un periodo di tempo sufficiente (ma quanto?) a provocare un adattamento evolutivo così spettacolare. Le domande sono tantissime. Perché, ad esempio, la riduzione delle dimensioni del cervello è stata ancora più marcata di quella del corpo? C´entrerà qualcosa il fatto che Flores si trova a est della cosiddetta "linea di Wallace", la frontiera immaginaria che divide in due l´Indonesia, di qua tutte specie di tipo asiatico e di là tutte australiane? E qual era lo stile di vita di H. floresiensis e quali le sue capacità tecnologiche? Gli Homo sapiens sono arrivati nella regione indonesiana circa 55.000 anni fa: le due specie si sono mai incontrate?
Insomma, come commenta l´antropologo Robert Foley, H. floresiensis è una sfida: "l´ominide più estremo che sia mai stato scoperto". Una cosa però sembra certa. Il genere Homo, a dispetto delle sue peculiarità "culturali" è stato soggetto alle stesse pressioni evolutive degli altri mammiferi, a cui ha risposto adattando il proprio corpo in modo assai più variabile e flessibile del previsto.
Savater: la normalità
La Stampa 28.10.04
DAGLI SCHIAVI NERI AI DISSIDENTI SOVIETICI AI MATRIMONI GAY: LA DITTATURA DELLA NORMA
La pensa diversamente? Allora è malato
di Fernando Savater
NON molto tempo fa, in pieno dibattito sulla regolamentazione del matrimonio tra omosessuali, ho letto che un vescovo giudicava l’omosessualità «un’anormalità psicologica», vale a dire una sofferenza patologica verso la quale si deve provare compassione come nei confronti di qualsiasi male, ma che non dev’essere riconosciuta come un diritto. Mi pare che a dare quest’opinione fosse il vescovo di Avila, ma non fidatevi troppo di me perché in materia di vescovi non capisco molto. Ciò che interessa è che, di fianco a questa diagnosi giornalistica, c’era la foto del religioso in questione: un uomo piuttosto giovane, con occhiali e aspetto concentrato che portava in testa una sorta di gigantesca cialda bianca di tela inamidata e vestiva un abito a metà tra una gualdrappa e un mantello da passeggio, un po’ rigido ma estremamente variopinto. Contagiato dal clima evangelico della questione, mi è venuta in mente la condanna espressa contro coloro che vedono la pagliuzza nell’occhio altrui e non la trave nel proprio. Perché, per parlare chiaro, abbigliarsi in quel modo e pretendere, per di più, di dare lezioni sulla normalità psicologica mi sembra, se non altro, un po’ stonato.
La tendenza a trasformare in «malati» quanti si comportano in modo eccentrico, ignobile o pericoloso, secondo il particolare criterio di chi decide caso per caso, è una tradizione assai frequentata e documentata sin dall’inizio della nostra epoca moderna e razionalista. Senza dubbio siamo in molti a ricordare, ancora, che i dissidenti del regime sovietico, quando questo divenne «umano» dopo la morte di Stalin, non venivano più liquidati in campi di concentramento: era invalsa l’abitudine di chiuderli in ospedali psichiatrici diagnosticando che le loro critiche nei confronti dell’utopia comunista erano sintomi di disturbo mentale e non risultato di lucidità politica. La cosiddetta intelligentja progressista europea era solita accettare queste diagnosi, proprio come oggi non mancano scrittori d’analoga indole pronti a sostenere che i prigionieri politici di Cuba sono semplicemente agenti della Cia.
Esistono precedenti molto più antichi. Ad esempio, nel numero di maggio del 1851 del New Orleans Medical and Surgical Journal, l’allora famoso dottor Samuel Cartwright pubblicò «una relazione sulle malattie e le peculiarità fisiche della razza negra», basato sulle sue attente osservazioni degli schiavi che lavoravano nelle locali piantagioni. Segnalava che una delle patologie più comuni era quella, da lui definita «drapetomania», il cui più evidente sintomo era: tentare di fuggire quando se ne presentasse l’occasione. Ad altri attribuiva un morbo ancor più dannoso: la «disaestesia etiopsis», che aveva come caratteristica quella di «rompere e distruggere tutto quello che gli passava per le mani... senza riguardo alcuno per i diritti di proprietà». Pochi anni dopo, in un manuale clinico pubblicato nell’Inghilterra vittoriana, il saggio dottor Curling segnalava una nuova piaga: la «spermatorrea». Chi ne era colpito - tutti maschi - mostrava una prodigalità suicida del proprio liquido seminale che sperperava allegramente sia da solo, sia insieme a complici di qualsiasi sesso. E a questo proposito lo specialista francese, dottor Lallemand, parlando della «spermatorrea», assicurava che si trattava d’una «malattia che degrada l’uomo, avvelena la serenità dei migliori giorni della sua vita e corrompe la società».
Prendo questi dati dall’interessante libro The Nature of Disease di Lawrie Reznek, pubblicato da Routledge & Kegan Paul nel 1987. Nel XX secolo la masturbazione ereditò, poi, i tratti malaticci dell’antica spermatorrea visto che, secondo alcuni, causava addirittura la mortale liquefazione del midollo spinale... Persino il dottor Sigmund Freud fa ancora eco a queste superstizioni con cui, durante gli anni della mia adolescenza, volevano spaventarci presentandocele come fatti scientificamente dimostrati... con un successo, diciamolo pure, men che mediocre.
Attualmente la propensione a trasformare in malattia quei comportamenti che si disapprovano sia igienicamente sia moralmente, è diventata generalizzata e, certo, non colpisce solo i vescovi. Da ogni angolo saltano fuori nuovi malanni, visti sotto forma di dipendenza, vale a dire come una mania che ci induce a continuare a fare quello che cento volte ci hanno detto di non fare... o quello che noi stessi abbiamo detto apertamente che non vogliamo continuare a fare. Ci sono «ludopati» che giocano più del necessario, sessuomani che non pensano ad altro che a fornicare, alcolisti, drogati di vario tipo, dipendenti da videogiochi o da telefono cellulare, drogati da lavoro che non si stancano mai di trafficare in ufficio e un sacco d’altri tipi di malattia creati su misura per quanti non vogliono guarirne. Prima tutto questo si definiva, al massimo, «vizio», ma adesso, anche molti tra gli stessi interessati, preferiscono dichiararsi malati e riconoscere che, a volte, abusano di quello che dovrebbero semplicemente saper usare.
E lo stato si preoccupa con molta attenzione di proteggere la cosiddetta salute pubblica, intesa, generalmente, come la decisione istituzionale d’impedire che qualcuno, casualmente o volontariamente, diminuisca la capacità produttiva propria o altrui, faccia sprecare pubblico denaro nella «riparazione» di certi danni, o accorci in qualche modo la durata del suo servizio come pedina nelle fatiche di questo mondo... Ah, padre Stato, non lasciarci cadere in tentazione! Aveva ragione il grande Karl Kraus quando, tanti anni fa, sosteneva: «Una delle malattie più diffuse è la diagnostica».
DAGLI SCHIAVI NERI AI DISSIDENTI SOVIETICI AI MATRIMONI GAY: LA DITTATURA DELLA NORMA
La pensa diversamente? Allora è malato
di Fernando Savater
NON molto tempo fa, in pieno dibattito sulla regolamentazione del matrimonio tra omosessuali, ho letto che un vescovo giudicava l’omosessualità «un’anormalità psicologica», vale a dire una sofferenza patologica verso la quale si deve provare compassione come nei confronti di qualsiasi male, ma che non dev’essere riconosciuta come un diritto. Mi pare che a dare quest’opinione fosse il vescovo di Avila, ma non fidatevi troppo di me perché in materia di vescovi non capisco molto. Ciò che interessa è che, di fianco a questa diagnosi giornalistica, c’era la foto del religioso in questione: un uomo piuttosto giovane, con occhiali e aspetto concentrato che portava in testa una sorta di gigantesca cialda bianca di tela inamidata e vestiva un abito a metà tra una gualdrappa e un mantello da passeggio, un po’ rigido ma estremamente variopinto. Contagiato dal clima evangelico della questione, mi è venuta in mente la condanna espressa contro coloro che vedono la pagliuzza nell’occhio altrui e non la trave nel proprio. Perché, per parlare chiaro, abbigliarsi in quel modo e pretendere, per di più, di dare lezioni sulla normalità psicologica mi sembra, se non altro, un po’ stonato.
La tendenza a trasformare in «malati» quanti si comportano in modo eccentrico, ignobile o pericoloso, secondo il particolare criterio di chi decide caso per caso, è una tradizione assai frequentata e documentata sin dall’inizio della nostra epoca moderna e razionalista. Senza dubbio siamo in molti a ricordare, ancora, che i dissidenti del regime sovietico, quando questo divenne «umano» dopo la morte di Stalin, non venivano più liquidati in campi di concentramento: era invalsa l’abitudine di chiuderli in ospedali psichiatrici diagnosticando che le loro critiche nei confronti dell’utopia comunista erano sintomi di disturbo mentale e non risultato di lucidità politica. La cosiddetta intelligentja progressista europea era solita accettare queste diagnosi, proprio come oggi non mancano scrittori d’analoga indole pronti a sostenere che i prigionieri politici di Cuba sono semplicemente agenti della Cia.
Esistono precedenti molto più antichi. Ad esempio, nel numero di maggio del 1851 del New Orleans Medical and Surgical Journal, l’allora famoso dottor Samuel Cartwright pubblicò «una relazione sulle malattie e le peculiarità fisiche della razza negra», basato sulle sue attente osservazioni degli schiavi che lavoravano nelle locali piantagioni. Segnalava che una delle patologie più comuni era quella, da lui definita «drapetomania», il cui più evidente sintomo era: tentare di fuggire quando se ne presentasse l’occasione. Ad altri attribuiva un morbo ancor più dannoso: la «disaestesia etiopsis», che aveva come caratteristica quella di «rompere e distruggere tutto quello che gli passava per le mani... senza riguardo alcuno per i diritti di proprietà». Pochi anni dopo, in un manuale clinico pubblicato nell’Inghilterra vittoriana, il saggio dottor Curling segnalava una nuova piaga: la «spermatorrea». Chi ne era colpito - tutti maschi - mostrava una prodigalità suicida del proprio liquido seminale che sperperava allegramente sia da solo, sia insieme a complici di qualsiasi sesso. E a questo proposito lo specialista francese, dottor Lallemand, parlando della «spermatorrea», assicurava che si trattava d’una «malattia che degrada l’uomo, avvelena la serenità dei migliori giorni della sua vita e corrompe la società».
Prendo questi dati dall’interessante libro The Nature of Disease di Lawrie Reznek, pubblicato da Routledge & Kegan Paul nel 1987. Nel XX secolo la masturbazione ereditò, poi, i tratti malaticci dell’antica spermatorrea visto che, secondo alcuni, causava addirittura la mortale liquefazione del midollo spinale... Persino il dottor Sigmund Freud fa ancora eco a queste superstizioni con cui, durante gli anni della mia adolescenza, volevano spaventarci presentandocele come fatti scientificamente dimostrati... con un successo, diciamolo pure, men che mediocre.
Attualmente la propensione a trasformare in malattia quei comportamenti che si disapprovano sia igienicamente sia moralmente, è diventata generalizzata e, certo, non colpisce solo i vescovi. Da ogni angolo saltano fuori nuovi malanni, visti sotto forma di dipendenza, vale a dire come una mania che ci induce a continuare a fare quello che cento volte ci hanno detto di non fare... o quello che noi stessi abbiamo detto apertamente che non vogliamo continuare a fare. Ci sono «ludopati» che giocano più del necessario, sessuomani che non pensano ad altro che a fornicare, alcolisti, drogati di vario tipo, dipendenti da videogiochi o da telefono cellulare, drogati da lavoro che non si stancano mai di trafficare in ufficio e un sacco d’altri tipi di malattia creati su misura per quanti non vogliono guarirne. Prima tutto questo si definiva, al massimo, «vizio», ma adesso, anche molti tra gli stessi interessati, preferiscono dichiararsi malati e riconoscere che, a volte, abusano di quello che dovrebbero semplicemente saper usare.
E lo stato si preoccupa con molta attenzione di proteggere la cosiddetta salute pubblica, intesa, generalmente, come la decisione istituzionale d’impedire che qualcuno, casualmente o volontariamente, diminuisca la capacità produttiva propria o altrui, faccia sprecare pubblico denaro nella «riparazione» di certi danni, o accorci in qualche modo la durata del suo servizio come pedina nelle fatiche di questo mondo... Ah, padre Stato, non lasciarci cadere in tentazione! Aveva ragione il grande Karl Kraus quando, tanti anni fa, sosteneva: «Una delle malattie più diffuse è la diagnostica».
Copyright El País
mercoledì 27 ottobre 2004
neuroscienze
una scossa, ma piccola piccola
Yahoo! Salute 27.10.04
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
Una piccola scossa per essere più reattivi
Il Pensiero Scientifico Editore
di Emanuela Grasso
Un millesimo di ampere, una corrente di 20 volte inferiore rispetto a quella necessaria per alimentare un orologio digitale. Tanto basta per stimolare il cervello e migliorarne la capacità. Questo almeno secondo Meenakshi Iyer del National Institute of Neurological Disorders and Stroke di Bethesda.
La Iyer ha presentato la sua ricerca al congresso della Society for Neuroscience appena conclusosi a San Diego. Allo studio hanno partecipato 103 volontari. Ciascuno di loro ha ricevuto, tramite degli elettrodi collegati alla testa, una scossa di un millesimo di ampere per un massimo di venti minuti. Dopo il trattamento la capacità verbale dei volontari aumenta di circa il 20 per cento.
Ai partecipanti allo studio è stato chiesto di dire in un minuto e mezzo tutte le parole che venivano loro in mente e che cominciassero con un particolare lettera dell’alfabeto. Di solito si riescono a dire circa 20 parole nei 90 secondi a disposizione. Dopo il trattamento i volontari erano in grado di dire il 20 per cento di parole in più. La piccola scossa elettrica migliorerebbe le capacità del centro del linguaggio facilitando il passaggio di corrente nella corteccia prefontale.
Si tratta di “elettro-terapia” e non di uno strano esperimento da scienziato pazzo. Almeno questa è la speranza dei responsabili della ricerca. “In futuro questo tipo di trattamento potrebbe aiutare il recupero di parte delle funzioni cerebrali in individui che hanno subito danni al cervello, anche se dovrà essere accompagnata da una terapia farmacologica”, ha dichiarato la ricercatrice.
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
Una piccola scossa per essere più reattivi
Il Pensiero Scientifico Editore
di Emanuela Grasso
Un millesimo di ampere, una corrente di 20 volte inferiore rispetto a quella necessaria per alimentare un orologio digitale. Tanto basta per stimolare il cervello e migliorarne la capacità. Questo almeno secondo Meenakshi Iyer del National Institute of Neurological Disorders and Stroke di Bethesda.
La Iyer ha presentato la sua ricerca al congresso della Society for Neuroscience appena conclusosi a San Diego. Allo studio hanno partecipato 103 volontari. Ciascuno di loro ha ricevuto, tramite degli elettrodi collegati alla testa, una scossa di un millesimo di ampere per un massimo di venti minuti. Dopo il trattamento la capacità verbale dei volontari aumenta di circa il 20 per cento.
Ai partecipanti allo studio è stato chiesto di dire in un minuto e mezzo tutte le parole che venivano loro in mente e che cominciassero con un particolare lettera dell’alfabeto. Di solito si riescono a dire circa 20 parole nei 90 secondi a disposizione. Dopo il trattamento i volontari erano in grado di dire il 20 per cento di parole in più. La piccola scossa elettrica migliorerebbe le capacità del centro del linguaggio facilitando il passaggio di corrente nella corteccia prefontale.
Si tratta di “elettro-terapia” e non di uno strano esperimento da scienziato pazzo. Almeno questa è la speranza dei responsabili della ricerca. “In futuro questo tipo di trattamento potrebbe aiutare il recupero di parte delle funzioni cerebrali in individui che hanno subito danni al cervello, anche se dovrà essere accompagnata da una terapia farmacologica”, ha dichiarato la ricercatrice.
Le Nuove Edizioni Romane comunicano che
sono disponibili
esclusivamente presso la sede della Casa Editrice
e presso la Libreria Amore e Psiche
i cofanetti
contenenti i cinque Atti dei recenti
Incontri di Ricerca Psichiatrica
Soltanto presso la sede della Casa Editrice sarà inoltre disponibile anche
il cofanetto vuoto
____________________________
sono inoltre sempre disponibili
la nuova cassetta/dvd
delle lezioni di Chieti
dell’8 Marzo 2003 (n.2)
e il numero 4/2004
de Il sogno della farfalla
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Un caro saluto a tutti
Libreria Amore e Psiche
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i nostri orari: lunedi 15-20
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a Firenze, da STRATAGEMMA
_______________________
ma c'è un nesso fra separazioni e suicidi dei minori...?
violenza in famiglia
Repubblica 27.10.04
I NUMERI
L'hanno presentata i deputati Carla Mazzuca e Marco Boato. In dieci anni quasi mille vittime per famiglie in pezzi
Padri separati, suicidi in aumento
Depressione e violenza per bimbi contesi, una mozione al governo
di ELSA VINCI
ROMA - La coppia in crisi uccide 15 bambini l´anno. Si chiama "sindrome del padre allontanato" o "sindrome da alienazione parentale", è nota agli esperti per gli studi di R. A. Gardner, si manifesta con depressione, aggressività, raptus che possono provocare suicidio o omicidio-suicidio.
Uomini disorientati da separazioni e divorzi che quasi sempre portano alla "perdita" dei figli (nel 94 per cento dei casi il coniuge affidatario è la madre), uomini che reagiscono al dolore con la violenza. Contro se stessi e contro gli altri. In dieci anni 691 delitti, 976 vittime di suicidi e omicidi-suicidi per la fine di convivenze e per figli contesi, 158 i minori ammazzati.
I dati, raccolti dai giornali dall´associazione "Ex" sono stati allegati a una mozione presentata ieri alla Camera da Carla Mazzuca (Movimento repubblicani europei) e da Marco Boato, presidente del Gruppo Misto, che chiedono al governo «maggiore impegno a favore della bigenitorialità».
La norma che introduce l´affido condiviso è contenuta in una proposta di legge approvata in commissione Giustizia alla Camera ma ancora in attesa del vaglio dell´aula. Per questo i due parlamentari hanno voluto ricordare che ad uccidersi o a uccidere nel 98 per cento dei casi sono i padri disperati, infatti soltanto l´1,7 per cento dei delitti riguarda coppie senza figli.
La violenza di famiglia è spalmata lungo tutta la penisola. Al Nord il 34,5 per cento dei fatti di sangue, al Centro il 37,7, al Sud e nelle isole il 27,8 per cento. In un caso su due si spara, il 25,4 si affida ai coltelli da cucina. La mano è di un uomo nel 76,6 per cento delle volte, il 50 per cento delle vittime sono donne, il 16,1 per cento bambini.
Soltanto nell´ultimo anno la coppia in crisi ha provocato 53 delitti con 83 morti. Il suicidio legato alla separazione rimane prerogativa dell´uomo anche nel 2004, 92,6 per cento.
«Quasi sempre la follia viene scatenata dall´impossibilità di seguire o semplicemente vedere i propri figli», hanno sottolineato Boato e Mazzuca. «Questi gesti - ha spiegato Fabio Nestola, presidente di Ex - non sono raptus di pazzia inaspettata, per tutti esiste un filo rosso da rintracciare nel conflitto di coppia, nei rapporti difficili con burocrazia e tribunali».
I due parlamentari hanno voluto ricordare anche il record negativo dell´Italia in tema di figli sottratti da un genitore straniero: a fronte di una media europea del 54% di minori restituiti, noi registriamo appena il 10 per cento. Il genitore italiano invece "restituisce" il figlio all´ex coniuge straniero nel 57 per cento dei casi.
I NUMERI
L'hanno presentata i deputati Carla Mazzuca e Marco Boato. In dieci anni quasi mille vittime per famiglie in pezzi
Padri separati, suicidi in aumento
Depressione e violenza per bimbi contesi, una mozione al governo
di ELSA VINCI
ROMA - La coppia in crisi uccide 15 bambini l´anno. Si chiama "sindrome del padre allontanato" o "sindrome da alienazione parentale", è nota agli esperti per gli studi di R. A. Gardner, si manifesta con depressione, aggressività, raptus che possono provocare suicidio o omicidio-suicidio.
Uomini disorientati da separazioni e divorzi che quasi sempre portano alla "perdita" dei figli (nel 94 per cento dei casi il coniuge affidatario è la madre), uomini che reagiscono al dolore con la violenza. Contro se stessi e contro gli altri. In dieci anni 691 delitti, 976 vittime di suicidi e omicidi-suicidi per la fine di convivenze e per figli contesi, 158 i minori ammazzati.
I dati, raccolti dai giornali dall´associazione "Ex" sono stati allegati a una mozione presentata ieri alla Camera da Carla Mazzuca (Movimento repubblicani europei) e da Marco Boato, presidente del Gruppo Misto, che chiedono al governo «maggiore impegno a favore della bigenitorialità».
La norma che introduce l´affido condiviso è contenuta in una proposta di legge approvata in commissione Giustizia alla Camera ma ancora in attesa del vaglio dell´aula. Per questo i due parlamentari hanno voluto ricordare che ad uccidersi o a uccidere nel 98 per cento dei casi sono i padri disperati, infatti soltanto l´1,7 per cento dei delitti riguarda coppie senza figli.
La violenza di famiglia è spalmata lungo tutta la penisola. Al Nord il 34,5 per cento dei fatti di sangue, al Centro il 37,7, al Sud e nelle isole il 27,8 per cento. In un caso su due si spara, il 25,4 si affida ai coltelli da cucina. La mano è di un uomo nel 76,6 per cento delle volte, il 50 per cento delle vittime sono donne, il 16,1 per cento bambini.
Soltanto nell´ultimo anno la coppia in crisi ha provocato 53 delitti con 83 morti. Il suicidio legato alla separazione rimane prerogativa dell´uomo anche nel 2004, 92,6 per cento.
«Quasi sempre la follia viene scatenata dall´impossibilità di seguire o semplicemente vedere i propri figli», hanno sottolineato Boato e Mazzuca. «Questi gesti - ha spiegato Fabio Nestola, presidente di Ex - non sono raptus di pazzia inaspettata, per tutti esiste un filo rosso da rintracciare nel conflitto di coppia, nei rapporti difficili con burocrazia e tribunali».
I due parlamentari hanno voluto ricordare anche il record negativo dell´Italia in tema di figli sottratti da un genitore straniero: a fronte di una media europea del 54% di minori restituiti, noi registriamo appena il 10 per cento. Il genitore italiano invece "restituisce" il figlio all´ex coniuge straniero nel 57 per cento dei casi.
Costituzione della Repubblica
la questione del crocifisso nelle scuole
Repubblica 27.10.04
Ieri la prima riunione della Corte Costituzionale dopo un ricorso. L'Avvocato dello Stato: il simbolo dell'alleanza con la Chiesa
Crocifisso a scuola, battaglia in Consulta
Simbolo religioso in classe: i giudici supremi chiamati a decidere
Accanto al Nazareno la sigla dell'unione che raggruppa agnostici, atei e razionalisti
di MARCO POLITI
ROMA - Non c'è il crocifisso nell'aula più importante d'Italia, dove alle nove e mezzo di mattina si riuniscono i quindici giudici della Corte Costituzionale in toga nera e gorgiere bianche per deliberare se il simbolo cristiano debba o no fissare i ragazzi sui banchi di scuola.
In Germania i giudici supremi hanno già deciso dieci anni fa che altro sono simboli, edifici e atti di culto nelle pubbliche piazze, altro è l'esposizione dell'emblema di una sola religione nelle aule dove si svolge l'insegnamento della scuola dell´obbligo. Perché lì gli studenti per volontà dello Stato e «senza possibilità di scampo... sono a confronto con questo simbolo e sono costretti a imparare sotto la croce». Dunque non è possibile imporre il crocifisso.
Sotto lo sguardo attento del presidente Valerio Onida, l'avvocato dello Stato Antonio Palatiello (in rappresentanza del presidente del Consiglio) dà una motivazione opposta. L'articolo 7 della Costituzione - afferma - quello che ha introdotto nella nostra carta fondamentale i Patti Lateranensi, ha forgiato una Speciale Alleanza. Un patto speciale tra Stato e Chiesa, che lo Stato non può abrogare unilateralmente ma soltanto tramite riforma costituzionale. Un patto che, nella revisione dell'84, impegna entrambe le parti alla «reciproca collaborazione per la promozione dell´uomo e il bene comune del Paese». Cos'è il crocifisso allora, argomenta Palatiello? «L´emblema della nostra speciale alleanza». Chiesa e Stato, scandisce, procedono a forze congiunte. Chiedere di togliere il segno cristiano, sarebbe come mettere in dubbio il patto. No. «Non bisogna vergognarsi del vessillo cattolico!».
Alle spalle dei giudici una Madonna con Bambino sembra ascoltare con dolcezza. Pareva attenta anche quando il costituzionalista Massimo Luciani ha argomentato pacatamente che sarebbe un po' penoso e «offensivo» voler privare il crocifisso della sua potenza evocativa, riducendolo a semplice icona di storia nazionale o metafora genericamente universale. E il crocifisso che parla a San Francesco? E quello dei mistici che gronda «sangue caldo e gorgogliante» può essere sterilizzato e privato della sua vitalità religiosa? «Nessuna guerra di religione», sottolinea determinato Luciani, ma nemmeno - fa capire - nuove sante e improprie alleanze che nulla hanno a che fare con la Costituzione italiana. C'è un principio supremo di laicità a cui riferirsi, che non significa neutralità dinanzi al fatto religioso, ma doverosa equidistanza nei confronti di ciascuna confessione. E impossibilità di privilegio nei confronti di una sola.
La Corte deve decidere nei prossimi mesi. C'è chi sussurra già entro novembre. Sarà lo stesso presidente Onida a stendere la sentenza. Intanto c'è da decidere sull'ammissibilità del ricorso e poi sul merito. Tutto ha avuto origine da una sentenza del Tar del Veneto, quando una madre «libera pensatrice», la finlandese Soile Lautsi, ha impugnato una delibera del consiglio d'istituto della scuola media «Vittorino da Feltre» di Abano Terme, che stabiliva di «lasciare esposti i simboli religiosi... anche per incentivare una maggiore educazione all'integrazione religiosa e al rispetto delle libertà di idee e di pensiero per tutti». Dieci a favore, due contrari, un astenuto. Peccato che i simboli religiosi non erano al plurale, ma uno solo. La signora Lautsi ha fatto ricorso nel nome del principio di imparzialità e laicità dello Stato. Il Tar del Veneto ha trovato fondata la richiesta, spiegando che il crocifisso ha un chiaro significato confessionale.
E inoltre, mentre per l'insegnamento religioso studenti e genitori hanno libertà di scelta se avvalersene o meno, la presenza obbligatoria del simbolo finisce per delineare una «disciplina di favore» ingiustificabile.
Repubblica 27.10.04 (stessa pagina)
IL CASO
La protesta del magistrato civile e "agnostico" Luigi Tosti
Camerino, il giudice arriva in aula e appende al muro il simbolo ateo
ROMA - Ieri mattina, quando è arrivato in tribunale, il giudice Luigi Tosti ha tirato fuori dalla cartella una targhetta con il simbolo degli atei e l´ha messa accanto al crocifisso nell´aula delle udienze. «C´era già un chiodo», spiega. Camerino è piccola, l´aula della cause civili è più piccola ancora, ma da ieri è l´unica sede giudiziaria in Italia che esibisce accanto al simbolo del Nazareno una sigla che non sarebbe dispiaciuta a Voltaire. Un muro squarciato dal logo dell´unione che raggruppa Atei, Agnostici e Razionalisti. La Uaar ha già al suo attivo la campagna dello sbattezzo.
Altri simboli potranno seguire nei prossimi giorni, poiché il magistrato è tollerante, e il primo potrebbe essere la Stella di Davide «perché sono simpatizzante della religione ebraica a causa della persecuzione millenaria subita da quel popolo». E potrebbe seguire anche la Mezzaluna. La convivenza pacifica sulla parete - questo il ragionamento - potrebbe magari stimolare la riconciliazione dopo millenni di lotte fratricide.
Prima di mettersi all´opera il giudice Tosti, da uomo di legge, ha vergato una lettera al ministro di Giustzia Castelli per ricordargli di avere atteso un anno perché il suo ministero rimuovesse i crocifissi dal tribunale di Camerino: «Non esistendo alcuna norma di legge, salvo una circolare dell´Era Fascista, che accordi un siffatto privilegio alla religione cattolica». Anche il Tar delle Marche, sostiene il giudice, latita. Un suo ricorso non ha finora sortito effetti, perché il tribunale amministrativo si è guardato bene dal fissare udienza per discutere la causa nel merito. «Un atteggiamento che malignamente qualcuno potrebbe definire pilatesco», commenta Tosti, aggiungendo ironico che forse qualcuno sta aspettando che vada in pensione (accadrà fra nove mesi!) e allora si potrà dichiarare che non v´è più materia del contendere.
Luigi Tosti, socio dell´Uaar, per aiutare il ministro a comprendere il suo disagio di fronte al crocifisso gli ha fatto un piccolo riassunto di orrori cattolici, che partono dalle crociate e passando per torture e roghi di «ebrei, streghe, omosessuali e scienziati» arrivano al «criminale rapimento» del ragazzo Edgardo Mortara da parte di un sacerdote cattolico. Per questo motivo, conclude, «è estremamente improponibile la tesi di chi volesse impormi il Crocifisso come simbolo di civiltà».
Oggi la prova del fuoco. «Se rimuoveranno il simbolo ateo - risponde il giudice - sospenderò le udienze e mi autodenuncerò per interruzione di pubblico servizio».
(m. pol.)
Repubblica 27.10.04 (stessa pagina)
La donna che fece ricorso
"Qui in Italia la religione è opprimente"
Atea. Io sono atea e penso di vivere in uno Stato laico
ROMA - Lautsi Soile, classe 1957, è una signora finlandese che nel 1986 ha scelto l´Italia per amore. Si è sposata con un medico di Abano, Massimo Albertin, e ha avuto due figli che ora studiano alle superiori. Per amore del «libero pensiero» la signora ha messo in moto la slavina che ha portato il caso del crocifisso alla Corte Costituzionale. Sostenuta dall´Unione atei agnostici razionalisti (Uaar) di cui sono soci entrambi.
Signora Soile, perché il ripudio del simbolo cristiano?
«Ritengo di vivere in uno Stato laico e non sotto una religione di Stato».
Ne porta il peso?
«In Finlandia io sono stata battezzata. Comunque la mia famiglia non era religiosa e io non sono mai entrata in una chiesa fino all´età scolastica».
Andando a scuola cosa è successo?
«Da noi c´è la religione di Stato e quindi chi è battezzato - e io lo ero - doveva obbligatoriamente seguire l´ora di religione e andare a messa per le feste comandate: Natale, Pasqua e così via».
E dopo?
«Da maggiorenne mi sono sentita libera. Io sono atea e in Finlandia non ho mai avvertito la religione come qualcosa di opprimente. Adesso hanno anche cambiato le norme. Ora i battezzati scelgono se frequentare o no l´insegnamento religioso».
Finchè è arrivata in Italia.
«E mi sono detta: che bello qui non c´è una religione di Stato».
Invece?
«Mi sono accorta che in Italia la pressione religiosa è forte, il Vaticano influenza la politica, nei giornali si scrive «Città del Vaticano» ma poi fa parte delle vicende interne italiane. Io penso invece che debba esserci una vera separazione. Anche la televisione subisce l´influenza del Vaticano e poi le gite scolastiche, dove si va sempre in chiesa e i preti che parlando di religione... non ho mai conosciuto un cattolico che non abbia tentato di fare il missionario».
La religione cattolica è troppo influente?
«Per carità, il Papa deve essere libero di dichiarare ciò che vuole. Quello che io domando è perché la gente deve ripetere ciò che lui dice?».
Così ha deciso di fare istanza per togliere il crocifisso dall´aula dei suoi figli?
«A dir la verità, mio marito aveva già provato alle elementari».
Risposta negativa. Ma non vi siete arresi.
«Se mi provocano, reagisco. Alle medie abbiamo riproposto la questione. Mio figlio maggiore, Dataico, faceva la terza media, il più piccolo - Sami - faceva la prima».
E´ il 2002. Al rifiuto del consiglio d´istituto vi rivolgete al Tar e da lì, con ordinanza del 14 gennaio 2004, la questione approda alla Corte Costituzionale. I suoi figli come stanno vivendo questa battaglia?
«Molto bene. Sono combattivi, sereni e tranquilli».
(m. pol.)
Ieri la prima riunione della Corte Costituzionale dopo un ricorso. L'Avvocato dello Stato: il simbolo dell'alleanza con la Chiesa
Crocifisso a scuola, battaglia in Consulta
Simbolo religioso in classe: i giudici supremi chiamati a decidere
Accanto al Nazareno la sigla dell'unione che raggruppa agnostici, atei e razionalisti
di MARCO POLITI
ROMA - Non c'è il crocifisso nell'aula più importante d'Italia, dove alle nove e mezzo di mattina si riuniscono i quindici giudici della Corte Costituzionale in toga nera e gorgiere bianche per deliberare se il simbolo cristiano debba o no fissare i ragazzi sui banchi di scuola.
In Germania i giudici supremi hanno già deciso dieci anni fa che altro sono simboli, edifici e atti di culto nelle pubbliche piazze, altro è l'esposizione dell'emblema di una sola religione nelle aule dove si svolge l'insegnamento della scuola dell´obbligo. Perché lì gli studenti per volontà dello Stato e «senza possibilità di scampo... sono a confronto con questo simbolo e sono costretti a imparare sotto la croce». Dunque non è possibile imporre il crocifisso.
Sotto lo sguardo attento del presidente Valerio Onida, l'avvocato dello Stato Antonio Palatiello (in rappresentanza del presidente del Consiglio) dà una motivazione opposta. L'articolo 7 della Costituzione - afferma - quello che ha introdotto nella nostra carta fondamentale i Patti Lateranensi, ha forgiato una Speciale Alleanza. Un patto speciale tra Stato e Chiesa, che lo Stato non può abrogare unilateralmente ma soltanto tramite riforma costituzionale. Un patto che, nella revisione dell'84, impegna entrambe le parti alla «reciproca collaborazione per la promozione dell´uomo e il bene comune del Paese». Cos'è il crocifisso allora, argomenta Palatiello? «L´emblema della nostra speciale alleanza». Chiesa e Stato, scandisce, procedono a forze congiunte. Chiedere di togliere il segno cristiano, sarebbe come mettere in dubbio il patto. No. «Non bisogna vergognarsi del vessillo cattolico!».
Alle spalle dei giudici una Madonna con Bambino sembra ascoltare con dolcezza. Pareva attenta anche quando il costituzionalista Massimo Luciani ha argomentato pacatamente che sarebbe un po' penoso e «offensivo» voler privare il crocifisso della sua potenza evocativa, riducendolo a semplice icona di storia nazionale o metafora genericamente universale. E il crocifisso che parla a San Francesco? E quello dei mistici che gronda «sangue caldo e gorgogliante» può essere sterilizzato e privato della sua vitalità religiosa? «Nessuna guerra di religione», sottolinea determinato Luciani, ma nemmeno - fa capire - nuove sante e improprie alleanze che nulla hanno a che fare con la Costituzione italiana. C'è un principio supremo di laicità a cui riferirsi, che non significa neutralità dinanzi al fatto religioso, ma doverosa equidistanza nei confronti di ciascuna confessione. E impossibilità di privilegio nei confronti di una sola.
La Corte deve decidere nei prossimi mesi. C'è chi sussurra già entro novembre. Sarà lo stesso presidente Onida a stendere la sentenza. Intanto c'è da decidere sull'ammissibilità del ricorso e poi sul merito. Tutto ha avuto origine da una sentenza del Tar del Veneto, quando una madre «libera pensatrice», la finlandese Soile Lautsi, ha impugnato una delibera del consiglio d'istituto della scuola media «Vittorino da Feltre» di Abano Terme, che stabiliva di «lasciare esposti i simboli religiosi... anche per incentivare una maggiore educazione all'integrazione religiosa e al rispetto delle libertà di idee e di pensiero per tutti». Dieci a favore, due contrari, un astenuto. Peccato che i simboli religiosi non erano al plurale, ma uno solo. La signora Lautsi ha fatto ricorso nel nome del principio di imparzialità e laicità dello Stato. Il Tar del Veneto ha trovato fondata la richiesta, spiegando che il crocifisso ha un chiaro significato confessionale.
E inoltre, mentre per l'insegnamento religioso studenti e genitori hanno libertà di scelta se avvalersene o meno, la presenza obbligatoria del simbolo finisce per delineare una «disciplina di favore» ingiustificabile.
Repubblica 27.10.04 (stessa pagina)
IL CASO
La protesta del magistrato civile e "agnostico" Luigi Tosti
Camerino, il giudice arriva in aula e appende al muro il simbolo ateo
ROMA - Ieri mattina, quando è arrivato in tribunale, il giudice Luigi Tosti ha tirato fuori dalla cartella una targhetta con il simbolo degli atei e l´ha messa accanto al crocifisso nell´aula delle udienze. «C´era già un chiodo», spiega. Camerino è piccola, l´aula della cause civili è più piccola ancora, ma da ieri è l´unica sede giudiziaria in Italia che esibisce accanto al simbolo del Nazareno una sigla che non sarebbe dispiaciuta a Voltaire. Un muro squarciato dal logo dell´unione che raggruppa Atei, Agnostici e Razionalisti. La Uaar ha già al suo attivo la campagna dello sbattezzo.
Altri simboli potranno seguire nei prossimi giorni, poiché il magistrato è tollerante, e il primo potrebbe essere la Stella di Davide «perché sono simpatizzante della religione ebraica a causa della persecuzione millenaria subita da quel popolo». E potrebbe seguire anche la Mezzaluna. La convivenza pacifica sulla parete - questo il ragionamento - potrebbe magari stimolare la riconciliazione dopo millenni di lotte fratricide.
Prima di mettersi all´opera il giudice Tosti, da uomo di legge, ha vergato una lettera al ministro di Giustzia Castelli per ricordargli di avere atteso un anno perché il suo ministero rimuovesse i crocifissi dal tribunale di Camerino: «Non esistendo alcuna norma di legge, salvo una circolare dell´Era Fascista, che accordi un siffatto privilegio alla religione cattolica». Anche il Tar delle Marche, sostiene il giudice, latita. Un suo ricorso non ha finora sortito effetti, perché il tribunale amministrativo si è guardato bene dal fissare udienza per discutere la causa nel merito. «Un atteggiamento che malignamente qualcuno potrebbe definire pilatesco», commenta Tosti, aggiungendo ironico che forse qualcuno sta aspettando che vada in pensione (accadrà fra nove mesi!) e allora si potrà dichiarare che non v´è più materia del contendere.
Luigi Tosti, socio dell´Uaar, per aiutare il ministro a comprendere il suo disagio di fronte al crocifisso gli ha fatto un piccolo riassunto di orrori cattolici, che partono dalle crociate e passando per torture e roghi di «ebrei, streghe, omosessuali e scienziati» arrivano al «criminale rapimento» del ragazzo Edgardo Mortara da parte di un sacerdote cattolico. Per questo motivo, conclude, «è estremamente improponibile la tesi di chi volesse impormi il Crocifisso come simbolo di civiltà».
Oggi la prova del fuoco. «Se rimuoveranno il simbolo ateo - risponde il giudice - sospenderò le udienze e mi autodenuncerò per interruzione di pubblico servizio».
(m. pol.)
Repubblica 27.10.04 (stessa pagina)
La donna che fece ricorso
"Qui in Italia la religione è opprimente"
Atea. Io sono atea e penso di vivere in uno Stato laico
ROMA - Lautsi Soile, classe 1957, è una signora finlandese che nel 1986 ha scelto l´Italia per amore. Si è sposata con un medico di Abano, Massimo Albertin, e ha avuto due figli che ora studiano alle superiori. Per amore del «libero pensiero» la signora ha messo in moto la slavina che ha portato il caso del crocifisso alla Corte Costituzionale. Sostenuta dall´Unione atei agnostici razionalisti (Uaar) di cui sono soci entrambi.
Signora Soile, perché il ripudio del simbolo cristiano?
«Ritengo di vivere in uno Stato laico e non sotto una religione di Stato».
Ne porta il peso?
«In Finlandia io sono stata battezzata. Comunque la mia famiglia non era religiosa e io non sono mai entrata in una chiesa fino all´età scolastica».
Andando a scuola cosa è successo?
«Da noi c´è la religione di Stato e quindi chi è battezzato - e io lo ero - doveva obbligatoriamente seguire l´ora di religione e andare a messa per le feste comandate: Natale, Pasqua e così via».
E dopo?
«Da maggiorenne mi sono sentita libera. Io sono atea e in Finlandia non ho mai avvertito la religione come qualcosa di opprimente. Adesso hanno anche cambiato le norme. Ora i battezzati scelgono se frequentare o no l´insegnamento religioso».
Finchè è arrivata in Italia.
«E mi sono detta: che bello qui non c´è una religione di Stato».
Invece?
«Mi sono accorta che in Italia la pressione religiosa è forte, il Vaticano influenza la politica, nei giornali si scrive «Città del Vaticano» ma poi fa parte delle vicende interne italiane. Io penso invece che debba esserci una vera separazione. Anche la televisione subisce l´influenza del Vaticano e poi le gite scolastiche, dove si va sempre in chiesa e i preti che parlando di religione... non ho mai conosciuto un cattolico che non abbia tentato di fare il missionario».
La religione cattolica è troppo influente?
«Per carità, il Papa deve essere libero di dichiarare ciò che vuole. Quello che io domando è perché la gente deve ripetere ciò che lui dice?».
Così ha deciso di fare istanza per togliere il crocifisso dall´aula dei suoi figli?
«A dir la verità, mio marito aveva già provato alle elementari».
Risposta negativa. Ma non vi siete arresi.
«Se mi provocano, reagisco. Alle medie abbiamo riproposto la questione. Mio figlio maggiore, Dataico, faceva la terza media, il più piccolo - Sami - faceva la prima».
E´ il 2002. Al rifiuto del consiglio d´istituto vi rivolgete al Tar e da lì, con ordinanza del 14 gennaio 2004, la questione approda alla Corte Costituzionale. I suoi figli come stanno vivendo questa battaglia?
«Molto bene. Sono combattivi, sereni e tranquilli».
(m. pol.)
sinistra
Domenico Jervolino ed Etienne Balibar
una segnalazione di Roberto Altamura
Liberazione, 26 ottobre 2004
Pagina 17
Un intervento del filosofo francese (Etienne BALIBAR) sui temi del potere e della nonviolenza
Lenin e Gandhi: un incontro mancato.
Pagina 19
Comunismo e nonviolenza Due rivoluzioni incompiute
di Domenico Jervolino, direttore di Alternative
Vorrei sottolineare alcuni aspetti dell'importante contributo di Etienne Balibar che viene pubblicato nelle due pagine seguenti [cfr QUI. Ndr], sia pure in una redazione che l'Autore considera ancora provvisoria. Intanto il confronto fra Lenin e Gandhi viene istituito a livello politico, fra due strategie rivoluzionarie che hanno segnato il destino di milioni di uomini e donne, nel secolo che è da poco finito e che hanno mostrato entrambe contraddizioni e difficoltà. Le due strategie hanno registrato, almeno a livello delle costruzioni statuali che sono state prodotte dai due grandi protagonisti, un esito assai diverso rispetto alle loro aspettative. Al crollo dell'Unione sovietica e del socialismo reale, corrisponde infatti un subcontinente indiano che si è diviso, sulla base di una partizione confessionale che Gandhi ad ogni costo voleva evitare e che ha comportato la guerra fra i due stati più importanti, India e Pakistan, dotatisi entrambi di armi atomiche. In un certo senso le due rivoluzioni escono entrambe sconfitte dal secolo scorso e devono fare i conti con la permanente tragicità della politica. L'assassinio di Gandhi e la morte di Lenin con successiva mummificazione ad opera dello stalinismo assumono allora un valore altamente simbolico. Se l'eredità dei due grandi rivoluzionari lascia ai posteri il compito di un bilancio storico rigoroso sulle rispettive eredità, non di meno Balibar non si limita a questa esigenza di comprensione storica, ma mi pare che lasci intravedere anche una prospettiva. Forse quell'incontro mancato fra comunismo e nonviolenza potrebbe avvenire in futuro e dare vita ad una nuova stagione del pensiero politico e a una nuova fase storica. Egli parla, nella riflessione pubblicata su "Alternative" sull'idea di Gewalt, che in tedesco vuol dire sia violenza che potere (ambiguità densa di conseguenze), della necessità del mondo d'oggi di «civilizzare la politica», e nello stesso tempo di «civilizzare la rivoluzione». Ora civilizzare è appunto l'opposto della "barbarie". E qui echeggia nella nostra memoria una parola d'ordine famosa: "socialismo o barbarie". Che si potrebbe oggi, in un momento in cui la barbarie sembra trionfare sotto molteplici forme, completare con la formula convergente "politica o barbarie". Politica da riscoprire, da reinventare, politica dei soggetti in carne ed ossa, e quindi con la loro corporeità vivente, con la loro identità di genere ( non è stato soprattutto il movimento delle donne a dirci che bisognava buttare la guerra tra le anticaglie della preistoria?). Politica che, almeno per noi, mira a una democratizzazione radicale della vita quotidiana e dei mondi vitali, e diventa quindi la strada obbligata per un socialismo da riproporre e da riprogettare. Qui il discorso evidentemente sconfina con l'utopia concreta di cui ci hanno parlato nel Novecento voci spesso tragicamente isolate come quella di Bloch o di Benjamin. Balibar non è un pensatore utopico, ma un pensatore della politica. Ma forse siamo giunti a un momento della storia in cui i confini fra la politica, potere, utopia o, con altra parola, speranza incominciano a farsi fluidi e diventa una necessità vitale per la sopravvivenza stessa dell'umanità sul pianeta terra e della terra stessa come mondo abitabile per gli umani, varcare questi confini e aprire una nuova dialettica innovatrice e liberatrice. Dialettica significa ancora di nuovo conflitto, lotta, ma tale che possa essere gestita in una fase non più barbara, anti-barbara della storia, non con la soppressione fisica dell'avversario, ma col riconoscimento reciproco dei soggetti. Non sarebbe forse questo un passaggio decisivo per un'idea di comunismo a misura della condizione umana e della sua finitudine?
Liberazione, 26 ottobre 2004
Pagina 17
Un intervento del filosofo francese (Etienne BALIBAR) sui temi del potere e della nonviolenza
Lenin e Gandhi: un incontro mancato.
Pagina 19
Comunismo e nonviolenza Due rivoluzioni incompiute
di Domenico Jervolino, direttore di Alternative
Vorrei sottolineare alcuni aspetti dell'importante contributo di Etienne Balibar che viene pubblicato nelle due pagine seguenti [cfr QUI. Ndr], sia pure in una redazione che l'Autore considera ancora provvisoria. Intanto il confronto fra Lenin e Gandhi viene istituito a livello politico, fra due strategie rivoluzionarie che hanno segnato il destino di milioni di uomini e donne, nel secolo che è da poco finito e che hanno mostrato entrambe contraddizioni e difficoltà. Le due strategie hanno registrato, almeno a livello delle costruzioni statuali che sono state prodotte dai due grandi protagonisti, un esito assai diverso rispetto alle loro aspettative. Al crollo dell'Unione sovietica e del socialismo reale, corrisponde infatti un subcontinente indiano che si è diviso, sulla base di una partizione confessionale che Gandhi ad ogni costo voleva evitare e che ha comportato la guerra fra i due stati più importanti, India e Pakistan, dotatisi entrambi di armi atomiche. In un certo senso le due rivoluzioni escono entrambe sconfitte dal secolo scorso e devono fare i conti con la permanente tragicità della politica. L'assassinio di Gandhi e la morte di Lenin con successiva mummificazione ad opera dello stalinismo assumono allora un valore altamente simbolico. Se l'eredità dei due grandi rivoluzionari lascia ai posteri il compito di un bilancio storico rigoroso sulle rispettive eredità, non di meno Balibar non si limita a questa esigenza di comprensione storica, ma mi pare che lasci intravedere anche una prospettiva. Forse quell'incontro mancato fra comunismo e nonviolenza potrebbe avvenire in futuro e dare vita ad una nuova stagione del pensiero politico e a una nuova fase storica. Egli parla, nella riflessione pubblicata su "Alternative" sull'idea di Gewalt, che in tedesco vuol dire sia violenza che potere (ambiguità densa di conseguenze), della necessità del mondo d'oggi di «civilizzare la politica»
martedì 26 ottobre 2004
ONU
sulla clonazione umana
Repubblica 26.10.04
Due giorni di discussioni e scontri, nessuna risoluzione. Italia, Usa per la proibizione completa; Giappone, Cina e Francia favorevoli a studi sulle staminali
Clonazione, il duello blocca l'Onu
In 63 vogliono il bando totale, 20 chiedono quella terapeutica
ARTURO ZAMPAGLIONE
NEW YORK - Due giorni di scontri e discussioni ideologiche al Palazzo di vetro sulla clonazione umana non sono stati sufficienti a risolvere i contrasti tra due schieramenti. Da un lato, appoggiati dal Vaticano, ci sono 63 paesi, tra cui l´Italia, gli Stati Uniti e il Costa Rica (primo firmatario di una mozione presentata alla commissione giuridica dell´assemblea generale) che chiedono il «total ban», la proibizione totale di ogni forma di clonazione.
Da un altro lato, una ventina di stati capeggiati dal Belgio, tra cui Francia, Gran Bretagna, Giappone, India, Cina, vogliono escludere dal divieto le cellule staminali e altre forme di clonazione «terapeutica» (chiamata così per distinguerla dalla clonazione «riproduttiva»), in modo da incoraggiare le ricerche per la cura dell´Alzheimer, del Parkinson, oltre che dei traumi alla spina dorsale.
Il duello tra i due fronti ha portato l´Onu a una fase di stallo. Sono tre anni che si punta alla firma di una convenzione ad hoc; tutti i 191 membri delle Nazioni Unite sono d´accordo per mettere al bando la clonazione «riproduttiva» di essere umani, ma il contrasto sull´inclusione delle staminali blocca ogni decisione. Anche perché la commissione del Palazzo di vetro è abituata a procedere su base consensuale, cioè senza il ricorso al voto.
La rigidità dei due fronti è accentuata dalle elezioni presidenziali americane. George W. Bush e John Kerry hanno posizioni molto diverse sulle cellule staminali: il primo è in favore della assoluta libertà di ricerca, sbandierando l´appoggio ricevuto da Christopher Reeve, il Superman di Hollywood morto all´inizio di ottobre. Il presidente, invece, è contrario per ragioni etiche alla clonazione embrionale e dal 2001 ha limitato i finanziamenti federali agli embrioni già esistenti.
Anche il governo italiano - secondo quanto ha spiegato in commissione l´ambasciatore italiano all´Onu Marcello Spatafora - ritiene che sia falsa la distinzione tra clonazione «riproduttiva» e «terapeutica». Quest´ultima, infatti, viene di solito intesa come la creazione di embrioni umani per scopi di sperimentazione scientifica, dopo di che vengono scartati, «negando loro il potenziale di diventare esseri umani». Spatafora ha ricordato le promettenti ricerche sulle cellule staminali adulte, ricavate dal sangue del cordone ombelicale, mettendo in guardia i sostenitori della clonazione «terapeutica»: «Non c´è ragione - ha detto l´ambasciatore - perché il progresso scientifico debba avvenire a spese della dignità umana». La comunità scientifica internazionale è però allineata sull´altro fronte: non vuole che considerazioni etico-religiose siano d´ostacolo alla ricerca. «Bisogna anche arrivare al più presto al divieto della clonazione "riproduttiva", per neutralizzare le iniziative di medici senza scrupoli», ha insistito il rappresentante del Belgio Marc Pecsteen, proponendo come compromesso (ma inutilmente) tre alternative per la clonazione «terapeutica» a livello dei singoli stati: vietarla, imporre una moratoria o sottoporla a regole severe.
Non è chiaro, ora, come si uscirà dallo stallo. Tre le soluzioni: innanzitutto andare al voto. La seconda strada è quella di un rinvio all´anno prossimo, magari con la creazione di un comitato ad hoc che approfondisca nel frattempo la questione. La terza è di accontentarsi di una dichiarazione politica, la quale, con linguaggio diplomatico, vieti ogni forma di clonazione umana in contrasto con la dignità umana. Una formula ambigua, questa, che ognuno dei due schieramenti potrebbe interpretare come una vittoria.
Due giorni di discussioni e scontri, nessuna risoluzione. Italia, Usa per la proibizione completa; Giappone, Cina e Francia favorevoli a studi sulle staminali
Clonazione, il duello blocca l'Onu
In 63 vogliono il bando totale, 20 chiedono quella terapeutica
ARTURO ZAMPAGLIONE
NEW YORK - Due giorni di scontri e discussioni ideologiche al Palazzo di vetro sulla clonazione umana non sono stati sufficienti a risolvere i contrasti tra due schieramenti. Da un lato, appoggiati dal Vaticano, ci sono 63 paesi, tra cui l´Italia, gli Stati Uniti e il Costa Rica (primo firmatario di una mozione presentata alla commissione giuridica dell´assemblea generale) che chiedono il «total ban», la proibizione totale di ogni forma di clonazione.
Da un altro lato, una ventina di stati capeggiati dal Belgio, tra cui Francia, Gran Bretagna, Giappone, India, Cina, vogliono escludere dal divieto le cellule staminali e altre forme di clonazione «terapeutica» (chiamata così per distinguerla dalla clonazione «riproduttiva»), in modo da incoraggiare le ricerche per la cura dell´Alzheimer, del Parkinson, oltre che dei traumi alla spina dorsale.
Il duello tra i due fronti ha portato l´Onu a una fase di stallo. Sono tre anni che si punta alla firma di una convenzione ad hoc; tutti i 191 membri delle Nazioni Unite sono d´accordo per mettere al bando la clonazione «riproduttiva» di essere umani, ma il contrasto sull´inclusione delle staminali blocca ogni decisione. Anche perché la commissione del Palazzo di vetro è abituata a procedere su base consensuale, cioè senza il ricorso al voto.
La rigidità dei due fronti è accentuata dalle elezioni presidenziali americane. George W. Bush e John Kerry hanno posizioni molto diverse sulle cellule staminali: il primo è in favore della assoluta libertà di ricerca, sbandierando l´appoggio ricevuto da Christopher Reeve, il Superman di Hollywood morto all´inizio di ottobre. Il presidente, invece, è contrario per ragioni etiche alla clonazione embrionale e dal 2001 ha limitato i finanziamenti federali agli embrioni già esistenti.
Anche il governo italiano - secondo quanto ha spiegato in commissione l´ambasciatore italiano all´Onu Marcello Spatafora - ritiene che sia falsa la distinzione tra clonazione «riproduttiva» e «terapeutica». Quest´ultima, infatti, viene di solito intesa come la creazione di embrioni umani per scopi di sperimentazione scientifica, dopo di che vengono scartati, «negando loro il potenziale di diventare esseri umani». Spatafora ha ricordato le promettenti ricerche sulle cellule staminali adulte, ricavate dal sangue del cordone ombelicale, mettendo in guardia i sostenitori della clonazione «terapeutica»: «Non c´è ragione - ha detto l´ambasciatore - perché il progresso scientifico debba avvenire a spese della dignità umana». La comunità scientifica internazionale è però allineata sull´altro fronte: non vuole che considerazioni etico-religiose siano d´ostacolo alla ricerca. «Bisogna anche arrivare al più presto al divieto della clonazione "riproduttiva", per neutralizzare le iniziative di medici senza scrupoli», ha insistito il rappresentante del Belgio Marc Pecsteen, proponendo come compromesso (ma inutilmente) tre alternative per la clonazione «terapeutica» a livello dei singoli stati: vietarla, imporre una moratoria o sottoporla a regole severe.
Non è chiaro, ora, come si uscirà dallo stallo. Tre le soluzioni: innanzitutto andare al voto. La seconda strada è quella di un rinvio all´anno prossimo, magari con la creazione di un comitato ad hoc che approfondisca nel frattempo la questione. La terza è di accontentarsi di una dichiarazione politica, la quale, con linguaggio diplomatico, vieti ogni forma di clonazione umana in contrasto con la dignità umana. Una formula ambigua, questa, che ognuno dei due schieramenti potrebbe interpretare come una vittoria.
Simona Maggiorelli, su Avvenimenti adesso nelle edicole
ipermercati dell'arte
da Avvenimenti attualmente nelle edicole
Discussioni
A Siena una triplice rassegna che racconta un mondo dell’arte sempre più abitato dalle merci. Fra apologia e critica no global
IPERMERCATI DELL'ARTE
Bonito Oliva, Toscani e Calabrese in una mostra. Ed è polemica
di Simona Maggiorelli
Colori sgargianti e plastificati, scatole di Brillo in gigantografia, l’omino della Michelin che spicca dalla parete all’inseguimento di chi lo guarda. E poi zizagando fra la merda d’artista firmata Piero Manzoni, fra i resti di una maxi-colazione McDonald’s riassemblati in fantasmatica scultura, ci si imbatte nel giallo limone delle Capri batterie di Joseph Beuys, si viene presi nelle maglie meccaniche di un Pesce idraulico, soverchiati da immagini di sparate locandine che, da ogni lato, reclamano attenzione. Una girandola euforica che ti anestetizza con la rappresentazione di un mondo di soli oggetti. Una giostra disforica che ti acchiappa a sorpresa, dove meno te lo aspetti, passeggiando fra monumentali spazi del complesso medievale di Santa Maria della Scala, su per le scalette del turrito Palazzo delle Papasse. E più ancora, c’è tutta una vertigine da fumetto che ti assale, inaspettata, nelle sale del Palazzo pubblico di Siena. La città stessa, dopo aver visitato questi tentacolari e dilaganti Ipermercati dell’arte, organizzati da Achille Bonito Oliva e da Omar Calabrese, sembra apparire, direbbe Marx, come un immane accumulo di merci. In cui l’umano è latinate. E non funziona da via d’uscita dallo stordimento neanche la sezione choc - quasi una mostra nella mostra - dei ritratti di condannati a morte scattati da Oliviero Toscani per una nota campagna pubblicitaria. Alla fine della fiera, la merce - fotografata, esaltata dalla pop art, ironizzata nel cartello di macelleria di Enrico Baj, romanticamente evocata nel tessitoio di Plessi, ferocemente attaccata nei manifesti "Compro dunque sono" di Barbara Kruger - resta l’unica vera e incontrastata protagonista.
Verso la morte dell’arte? In mezzo a oggetti rappresentati, deformati, riprodotti e che portano nomi illustri (Rotella, Palladino, Zuffi, Fabre, Castagnoli), fra le macchine celibi di Panamarenko, il colosseo di tv di Nam June Paik, e le lattine Campbell’s di Warhol, ci viene in soccorso una frase di Duchamp che spicca sulla parete. Ho voluto provocare con il mio orinatoio, dice, e oggi mi sento dire che è bello. "Una frase sconsolata, amara - commenta Omar Calabrese - l’ho voluta inserire perché rende bene il senso del salto che si ebbe a partire dagli anni 50 e 60. Duchamp e i surrealisti ancora non avevano l’immagine della società di massa e di ciò che il boom dei consumi avrebbe portato". Quando Duchamp la pronunciò nel 1917, certamente non immaginava l’avvento di un “mercato globale di oggetti”, incorniciati e venduti a prezzo d’arte. E i suoi objects trouvés? Le sue ruote di bicicletta issate su rami d’albero? Oggetti sì, ma utilizzati, solo come provocazione estetica, senza nessuna critica o apologia della società dei consumi ancora di là da venire. E nemmeno ci aveva beccato troppo Majakovsky, quando diceva che la morte dell’arte sarebbe avvenuta il giorno in cui le poesie fossero finite sulle scatole di fiammiferi. "Sperava nell’avvento di un’estetica di massa - spiega Calabrese - soltanto che Majakovsky la immaginava rivoluzionaria, non omologata al ribasso".
Benvenuti nel mondo pop Il grande salto dell’arte nel magico mondo della merce si ha in America negli anni 60. A ricordarcelo è Achille Bonito Oliva, " fu l’avvento dell’american dream - dice - come sogno continuo di opulenza e di stordimento organizzato dalla merce". La città americana stessa diventa il teatro dell’uomo di massa che resta "irregimentato nell’ingranaggio produttivo di una macchina che funziona senza sosta e che lo rende spettatore passivo". L’arte di quel periodo, allora comincia a restituirne la fotografia a colori forti, diventa tassonomica descrizione " fuori da questo inquadramento - aggiunge – restano solo i versi dell’Urlo di Ginsberg, il montaggio disperato di Burroughs, il cut up. Resta la sfilza di whisky che gli artisti ingurgitavano come tattica per non uscire dalla propria esperienza creativa, e non cadere sbattuti in questo tipo di quotidiano". L’iperrealismo e la pop art restano incollati alla piatta riproduzione del reale. Magari la deformano, ne fanno una cartolina. La loro onda lunga dagli anni 50 e 60 arriva fino ad oggi. Ma è così? È finita la ricerca che tenta di trasformare con fantasia la realtà percepita? Quella che lanciarono i Picasso, i Modigliani, i Matisse che rappresentavano sulla tela l’emozione di un incontro, di un volto, di un rapporto vissuto che lascia una traccia profonda? "Esiste una ricerca che riguarda la fantasia interiore, i sentimenti, la creazione di immagini nuove - ci spiega Calabrese - oggi la praticano singoli artisti. La società contemporanea è così complessa che non si riduce a un’unica tendenza. E non si può fare come per gli anni Dieci che si potevano individuare facilmente come gli anni di Picasso, dell’avanguardia storica". Ma aggiunge: "È anche vero, però, che la potenza della nostra società di massa è così forte che gli artisti è difficile non ne subiscano l’effetto. Se come artista, per esempio, mi metto a fare un’opera che rappresenta o che al contrario contesta il Grande fratello, è difficile che ci possa mettere dentro sentimenti, fantasia. Ma probabilmente quello che faccio è importante lo stesso. Viviamo in una società così brutta e insostenibile che anche questo tipo di reazione serve".
Croce, svastica e Coca Cola Con un titolo forte, Croce, svastica, Coca Cola, Olivero Toscani avrebbe voluto battezzare la mostra, prima di decidere per il più domestico Ipermercati dell’arte. " Perché - spiega - racconta bene i percorsi della storia dell’arte: una volta c’era la committenza della Chiesa, poi c’è stata quella del potere, oggi è l’economia a determinare tutto". Quali margini ci sono allora per la libertà creativa dell’artista? "È un’utopia. Non esiste un’arte che non sia asservita al mercato", provoca il fotografo di tante campagne pubblicitarie scandalo. "Bisogna lavorare in questo ambito e tentare, per come si può, di utilizzarlo. Non sono gli artisti solitari che possono abolire la pena di morte, ma possono farlo le industrie. Per una battaglia che mi interessava come fatto personale ho preso al balzo l’occasione che mi offriva la pubblicità, che è la voce della produzione". Non si nasconde Toscani. Messaggio micidiale il suo, che, a prestargli il fianco, lascia senza prospettive. Ma nel comitato scientifico di questa mostra superazionale e ipermaterialistica, non tutti, la pensano proprio come Toscani . "Oggi si registra un fenomeno particolare - dice Calabrese -. Artisti che lavorano come designer, fotografi, pubblicitari, che fanno altro per preservarsi spazi di autonomia nell’ambito dell’arte. Diversamente da quanto facevano i dadaisti e le avanguardie che si opponevano al mercato per rivendicare romanticamente una distanza dalla realtà, oggi si trovano artisti che entrano nel sociale senza contestarlo in blocco, ma cercando di rendersi autonomi". Fenomeni individuali o anche di gruppo? "Nella sezione della mostra intitolata “consumo contestato” - spiega Calabrese - ci sono molti artisti che attaccano lo stile di vita della nostra società. Si potrebbe pensare che si tratti di arte come impegno. Ma il fatto è che non sono gruppi strutturati. I movimenti organizzati a carattere ideologico sono molto meno forti nel mondo occidentale. Così l’artista tende a sostituirsi ai movimenti. È un fenomeno che ha esempi eclatanti, non solo nelle arti figurative, ma anche nella satira, nel teatro, nel cinema. Pensiamo a The terminal: lì Spielberg fa una feroce denuncia dell’isolamento che si vive nella società contemporanea. Ma non si può certo dire che il regista sia legato a un movimento o a un’organizzazione politica. Non so questo fenomeno sia un bene. A me non pare".
Discussioni
A Siena una triplice rassegna che racconta un mondo dell’arte sempre più abitato dalle merci. Fra apologia e critica no global
IPERMERCATI DELL'ARTE
Bonito Oliva, Toscani e Calabrese in una mostra. Ed è polemica
di Simona Maggiorelli
Colori sgargianti e plastificati, scatole di Brillo in gigantografia, l’omino della Michelin che spicca dalla parete all’inseguimento di chi lo guarda. E poi zizagando fra la merda d’artista firmata Piero Manzoni, fra i resti di una maxi-colazione McDonald’s riassemblati in fantasmatica scultura, ci si imbatte nel giallo limone delle Capri batterie di Joseph Beuys, si viene presi nelle maglie meccaniche di un Pesce idraulico, soverchiati da immagini di sparate locandine che, da ogni lato, reclamano attenzione. Una girandola euforica che ti anestetizza con la rappresentazione di un mondo di soli oggetti. Una giostra disforica che ti acchiappa a sorpresa, dove meno te lo aspetti, passeggiando fra monumentali spazi del complesso medievale di Santa Maria della Scala, su per le scalette del turrito Palazzo delle Papasse. E più ancora, c’è tutta una vertigine da fumetto che ti assale, inaspettata, nelle sale del Palazzo pubblico di Siena. La città stessa, dopo aver visitato questi tentacolari e dilaganti Ipermercati dell’arte, organizzati da Achille Bonito Oliva e da Omar Calabrese, sembra apparire, direbbe Marx, come un immane accumulo di merci. In cui l’umano è latinate. E non funziona da via d’uscita dallo stordimento neanche la sezione choc - quasi una mostra nella mostra - dei ritratti di condannati a morte scattati da Oliviero Toscani per una nota campagna pubblicitaria. Alla fine della fiera, la merce - fotografata, esaltata dalla pop art, ironizzata nel cartello di macelleria di Enrico Baj, romanticamente evocata nel tessitoio di Plessi, ferocemente attaccata nei manifesti "Compro dunque sono" di Barbara Kruger - resta l’unica vera e incontrastata protagonista.
Verso la morte dell’arte? In mezzo a oggetti rappresentati, deformati, riprodotti e che portano nomi illustri (Rotella, Palladino, Zuffi, Fabre, Castagnoli), fra le macchine celibi di Panamarenko, il colosseo di tv di Nam June Paik, e le lattine Campbell’s di Warhol, ci viene in soccorso una frase di Duchamp che spicca sulla parete. Ho voluto provocare con il mio orinatoio, dice, e oggi mi sento dire che è bello. "Una frase sconsolata, amara - commenta Omar Calabrese - l’ho voluta inserire perché rende bene il senso del salto che si ebbe a partire dagli anni 50 e 60. Duchamp e i surrealisti ancora non avevano l’immagine della società di massa e di ciò che il boom dei consumi avrebbe portato". Quando Duchamp la pronunciò nel 1917, certamente non immaginava l’avvento di un “mercato globale di oggetti”, incorniciati e venduti a prezzo d’arte. E i suoi objects trouvés? Le sue ruote di bicicletta issate su rami d’albero? Oggetti sì, ma utilizzati, solo come provocazione estetica, senza nessuna critica o apologia della società dei consumi ancora di là da venire. E nemmeno ci aveva beccato troppo Majakovsky, quando diceva che la morte dell’arte sarebbe avvenuta il giorno in cui le poesie fossero finite sulle scatole di fiammiferi. "Sperava nell’avvento di un’estetica di massa - spiega Calabrese - soltanto che Majakovsky la immaginava rivoluzionaria, non omologata al ribasso".
Benvenuti nel mondo pop Il grande salto dell’arte nel magico mondo della merce si ha in America negli anni 60. A ricordarcelo è Achille Bonito Oliva, " fu l’avvento dell’american dream - dice - come sogno continuo di opulenza e di stordimento organizzato dalla merce". La città americana stessa diventa il teatro dell’uomo di massa che resta "irregimentato nell’ingranaggio produttivo di una macchina che funziona senza sosta e che lo rende spettatore passivo". L’arte di quel periodo, allora comincia a restituirne la fotografia a colori forti, diventa tassonomica descrizione " fuori da questo inquadramento - aggiunge – restano solo i versi dell’Urlo di Ginsberg, il montaggio disperato di Burroughs, il cut up. Resta la sfilza di whisky che gli artisti ingurgitavano come tattica per non uscire dalla propria esperienza creativa, e non cadere sbattuti in questo tipo di quotidiano". L’iperrealismo e la pop art restano incollati alla piatta riproduzione del reale. Magari la deformano, ne fanno una cartolina. La loro onda lunga dagli anni 50 e 60 arriva fino ad oggi. Ma è così? È finita la ricerca che tenta di trasformare con fantasia la realtà percepita? Quella che lanciarono i Picasso, i Modigliani, i Matisse che rappresentavano sulla tela l’emozione di un incontro, di un volto, di un rapporto vissuto che lascia una traccia profonda? "Esiste una ricerca che riguarda la fantasia interiore, i sentimenti, la creazione di immagini nuove - ci spiega Calabrese - oggi la praticano singoli artisti. La società contemporanea è così complessa che non si riduce a un’unica tendenza. E non si può fare come per gli anni Dieci che si potevano individuare facilmente come gli anni di Picasso, dell’avanguardia storica". Ma aggiunge: "È anche vero, però, che la potenza della nostra società di massa è così forte che gli artisti è difficile non ne subiscano l’effetto. Se come artista, per esempio, mi metto a fare un’opera che rappresenta o che al contrario contesta il Grande fratello, è difficile che ci possa mettere dentro sentimenti, fantasia. Ma probabilmente quello che faccio è importante lo stesso. Viviamo in una società così brutta e insostenibile che anche questo tipo di reazione serve".
Croce, svastica e Coca Cola Con un titolo forte, Croce, svastica, Coca Cola, Olivero Toscani avrebbe voluto battezzare la mostra, prima di decidere per il più domestico Ipermercati dell’arte. " Perché - spiega - racconta bene i percorsi della storia dell’arte: una volta c’era la committenza della Chiesa, poi c’è stata quella del potere, oggi è l’economia a determinare tutto". Quali margini ci sono allora per la libertà creativa dell’artista? "È un’utopia. Non esiste un’arte che non sia asservita al mercato", provoca il fotografo di tante campagne pubblicitarie scandalo. "Bisogna lavorare in questo ambito e tentare, per come si può, di utilizzarlo. Non sono gli artisti solitari che possono abolire la pena di morte, ma possono farlo le industrie. Per una battaglia che mi interessava come fatto personale ho preso al balzo l’occasione che mi offriva la pubblicità, che è la voce della produzione". Non si nasconde Toscani. Messaggio micidiale il suo, che, a prestargli il fianco, lascia senza prospettive. Ma nel comitato scientifico di questa mostra superazionale e ipermaterialistica, non tutti, la pensano proprio come Toscani . "Oggi si registra un fenomeno particolare - dice Calabrese -. Artisti che lavorano come designer, fotografi, pubblicitari, che fanno altro per preservarsi spazi di autonomia nell’ambito dell’arte. Diversamente da quanto facevano i dadaisti e le avanguardie che si opponevano al mercato per rivendicare romanticamente una distanza dalla realtà, oggi si trovano artisti che entrano nel sociale senza contestarlo in blocco, ma cercando di rendersi autonomi". Fenomeni individuali o anche di gruppo? "Nella sezione della mostra intitolata “consumo contestato” - spiega Calabrese - ci sono molti artisti che attaccano lo stile di vita della nostra società. Si potrebbe pensare che si tratti di arte come impegno. Ma il fatto è che non sono gruppi strutturati. I movimenti organizzati a carattere ideologico sono molto meno forti nel mondo occidentale. Così l’artista tende a sostituirsi ai movimenti. È un fenomeno che ha esempi eclatanti, non solo nelle arti figurative, ma anche nella satira, nel teatro, nel cinema. Pensiamo a The terminal: lì Spielberg fa una feroce denuncia dell’isolamento che si vive nella società contemporanea. Ma non si può certo dire che il regista sia legato a un movimento o a un’organizzazione politica. Non so questo fenomeno sia un bene. A me non pare".
Ettore Majorana (1906-1938?)
Il Mattino 25.10.04
Majorana, un genio
Guido Trombetti
Oggi alle 16 nell’aula magna della Federico II si inaugura l’annus mirabilis della fisica che cade nel 2005. Cento anni dopo la pubblicazione di tre lavori fondamentali di Einstein. Tali lavori riguardavano la teoria della relatività ristretta, l’ipotesi del «quanto di luce» (per cui ricevette il premio Nobel) e la teoria del moto browniano. Essi cambiarono la storia del pensiero umano. In particolare il lavoro sulla relatività ristretta che poneva le basi della relatività generale. Il tempo per Galileo era assoluto. Cioè i fenomeni che apparivano simultanei ad un osservatore dovevano apparire tali ad ogni altro osservatore. Tale idea veniva rivoluzionata e sostituita da Einstein con una definizione «pratica» di simultaneità. In seguito ad essa eventi simultanei per un osservatore potevano non essere tali per un altro. Si faceva salvo il rapporto di causa-effetto che restava indipendente dall’osservatore. Un simile salto di qualità ha pochi precedenti nella storia dell’uomo. Si comprende allora perché i fisici abbiano deciso di proporre il 2005 come anno mondiale della fisica, con l’alto patrocinio dell’Onu e dell’Unesco.
L’incontro inaugurale (realizzato grazie all’inarginabile entusiasmo giovanile di Bruno Preziosi) fa perno sul ritrovamento di una parte delle lezioni tenute da Ettore Majorana a Napoli tra gennaio e marzo del ’38. Lezioni sulla cui scomparsa si era sviluppato negli anni un piccolo giallo. Del quale anche si parlerà oggi. Furono pubblicate nel 1987, tratte dal manoscritto originale depositato da Amaldi alla Domus Galileiana di Pisa. Il sospetto che fossero incomplete era forte. La novità è che il figlio di Eugenio Moreno, matematico napoletano, ha fornito una copia degli appunti che il padre aveva copiato da quelli lasciati da Ettore Majorana. Fu Caccioppoli ad invitare Moreno a prender nota delle lezioni di Majorana. Le lezioni che egli ha trasmesso ai figli coincidono esattamente con quelle già note (anche nei refusi); peraltro quelle finora ignote sono redatte nello stile proprio di Ettore Majorana. Quella di Majorana è una vicenda che si collega con un filo sottile all’esistenza drammatica di tante grandi menti. Capaci di indagare la profondità dei più riposti meandri del pensiero (scientifico, artistico...) ma incapaci di dare senso comune alla propria esistenza. Galois, Caccioppoli, Pavese, Caffè...
Perché iniziare proprio con Majorana? Soltanto per la curiosità che suscita il mistero sviluppatosi intorno alla sua scomparsa? Rispondiamo con la parole di Enrico Fermi: «Al mondo ci sono varie categorie di scienziati; gente di secondo e terzo rango che fan del loro meglio ma non vanno molto lontano. C’è gente di primo rango che arriva a scoperte fondamentali per lo sviluppo della scienza. Ma poi ci sono i geni, come Galileo e Newton. Ebbene Ettore era uno di quelli. Majorana aveva quel che nessun altro al mondo ha; sfortunatamente gli mancava quel che è invece comune trovare negli altri uomini, il semplice buon senso». Nasce a Catania il 5 agosto 1906 da una famiglia di agiati professionisti. Compie studi classici. Si iscrive alla Facoltà di ingegneria. Si trasferisce poi al corso di laurea in fisica dopo un colloquio con Fermi. In realtà seguendo la sua incontenibile passione per la scienza pura. Entra subito nel celebre gruppo dei ragazzi di via Panisperna creato dalla lungimiranza di Orso Maria Corbino intorno ad Enrico Fermi e di cui fecero parte fuoriclasse del calibro di Segrè, Amaldi, Pontecorvo e Rasetti. Nel 1937 è nominato ordinario di fisica teorica presso l’Università di Napoli per chiara fama, «per l’alta fama di singolare perizia cui è pervenuto...», recitava il regio decreto di nomina. Scompare tra il 26 ed il 27 marzo 1938 nel più fitto mistero.
L’attività scientifica di Majorana è contenuta in soli nove articoli. Si vuole che fosse pervenuto a formulare le basi della teoria dei nuclei leggeri. Ne aveva discusso in istituto e Fermi cogliendone l’importanza gli aveva consigliato di pubblicare il lavoro. Non solo non lo fece ma vietò di parlarne nel rapporto su «Lo stato della fisica del nucleo atomico» che Fermi tenne a Parigi il 7 luglio 1932. In quel periodo appare il primo lavoro di Heisenberg (successivamente premio Nobel) sulle forze di scambio. Grande fu l’amarezza di tutto l’ambiente. Majorana non aveva nemmeno permesso che si parlasse delle sue idee! Eppure erano per lo meno contemporanee a quelle di Heisenberg. Le forze di scambio nucleare sono oggi spesso chiamate forze di Heisenberg-Majorana. Viveva sempre più in solitudine. Persino i suoi più cari amici facevano fatica a vederlo. Amaldi che si doleva di un suo certo allontanamento dall’attività di ricerca ricorda: «i suoi interessi filosofici si erano fortemente accentuati tanto da meditare a fondo le opere di vari filosofi, in particolare quelle di Schopenhauer». Il 25 marzo del 1938 parte da Napoli in nave per Palermo. Ha con sé parecchio danaro ed il passaporto. Scrive una lettera a Carrelli, direttore dell’istituto di fisica, in cui manifesta propositi suicidi. Giunto a Palermo spedisce un telegramma ancora a Carrelli per smentire la lettera. «Il mare mi ha rifiutato - dice - ...non mi prendere per una ragazza ibseniana...». Riparte da Palermo la sera del 26 e da allora non se ne sa più niente. Le ricerche, sollecitate dalla famiglia e da Enrico Fermi personalmente a Mussolini sono spasmodiche ma non approdano a nulla.
Sono state fatte e vagliate tutte le possibili ipotesi. Anche le più fantasiose. Le più estreme. Si è lanciato in mare tra Palermo e Napoli. Ciò, stante a testimonianze di passeggeri, non potrebbe essere avvenuto che in acque dove, dicono gli esperti, prima o poi le correnti avrebbero restituito il corpo. Si è rifugiato in un convento per meditare sulle conseguenze agghiaccianti degli studi sull’energia atomica che egli avrebbe previsto. Tesi cara a Sciascia, sostenuta in un suo bellissimo libro. Tesi avvalorata da alcuni testimoni. Avrebbe chiesto di fare un esperimento di vita religiosa alla chiesa del Gesù Nuovo e poi al convento di San Pasquale a Portici. La famiglia chiese l’intervento di Papa Pacelli per sapere se non dove fosse, almeno se fosse vivo. Nulla. È andato in Germania perché simpatizzante del nazismo. È scappato in Argentina. Si è rifugiato sulle montagne del Cilento, giura, nel 1993, Andrea Amoresano, un pastore novantenne. Quella del Cilento era una pista già battuta dalla famiglia con convinzione. In realtà ad oggi non si può concludere che con le parole di Fermi: «Majorana, con la sua intelligenza, se avesse deciso di scomparire e di far scomparire il suo cadavere, ci sarebbe riuscito». O con quelle del Fu Mattia Pascal richiamate Erasmo Recami nel suo bel libro Il caso Majorana: «Chissà quanti sono... nelle mie stesse condizioni. Si lascia il cappello e la giacca, con una lettera in tasca, sul parapetto d’un ponte... e, poi, invece di buttarsi giù si va tranquillamente: in America o altrove».
Majorana, un genio
Guido Trombetti
Oggi alle 16 nell’aula magna della Federico II si inaugura l’annus mirabilis della fisica che cade nel 2005. Cento anni dopo la pubblicazione di tre lavori fondamentali di Einstein. Tali lavori riguardavano la teoria della relatività ristretta, l’ipotesi del «quanto di luce» (per cui ricevette il premio Nobel) e la teoria del moto browniano. Essi cambiarono la storia del pensiero umano. In particolare il lavoro sulla relatività ristretta che poneva le basi della relatività generale. Il tempo per Galileo era assoluto. Cioè i fenomeni che apparivano simultanei ad un osservatore dovevano apparire tali ad ogni altro osservatore. Tale idea veniva rivoluzionata e sostituita da Einstein con una definizione «pratica» di simultaneità. In seguito ad essa eventi simultanei per un osservatore potevano non essere tali per un altro. Si faceva salvo il rapporto di causa-effetto che restava indipendente dall’osservatore. Un simile salto di qualità ha pochi precedenti nella storia dell’uomo. Si comprende allora perché i fisici abbiano deciso di proporre il 2005 come anno mondiale della fisica, con l’alto patrocinio dell’Onu e dell’Unesco.
L’incontro inaugurale (realizzato grazie all’inarginabile entusiasmo giovanile di Bruno Preziosi) fa perno sul ritrovamento di una parte delle lezioni tenute da Ettore Majorana a Napoli tra gennaio e marzo del ’38. Lezioni sulla cui scomparsa si era sviluppato negli anni un piccolo giallo. Del quale anche si parlerà oggi. Furono pubblicate nel 1987, tratte dal manoscritto originale depositato da Amaldi alla Domus Galileiana di Pisa. Il sospetto che fossero incomplete era forte. La novità è che il figlio di Eugenio Moreno, matematico napoletano, ha fornito una copia degli appunti che il padre aveva copiato da quelli lasciati da Ettore Majorana. Fu Caccioppoli ad invitare Moreno a prender nota delle lezioni di Majorana. Le lezioni che egli ha trasmesso ai figli coincidono esattamente con quelle già note (anche nei refusi); peraltro quelle finora ignote sono redatte nello stile proprio di Ettore Majorana. Quella di Majorana è una vicenda che si collega con un filo sottile all’esistenza drammatica di tante grandi menti. Capaci di indagare la profondità dei più riposti meandri del pensiero (scientifico, artistico...) ma incapaci di dare senso comune alla propria esistenza. Galois, Caccioppoli, Pavese, Caffè...
Perché iniziare proprio con Majorana? Soltanto per la curiosità che suscita il mistero sviluppatosi intorno alla sua scomparsa? Rispondiamo con la parole di Enrico Fermi: «Al mondo ci sono varie categorie di scienziati; gente di secondo e terzo rango che fan del loro meglio ma non vanno molto lontano. C’è gente di primo rango che arriva a scoperte fondamentali per lo sviluppo della scienza. Ma poi ci sono i geni, come Galileo e Newton. Ebbene Ettore era uno di quelli. Majorana aveva quel che nessun altro al mondo ha; sfortunatamente gli mancava quel che è invece comune trovare negli altri uomini, il semplice buon senso». Nasce a Catania il 5 agosto 1906 da una famiglia di agiati professionisti. Compie studi classici. Si iscrive alla Facoltà di ingegneria. Si trasferisce poi al corso di laurea in fisica dopo un colloquio con Fermi. In realtà seguendo la sua incontenibile passione per la scienza pura. Entra subito nel celebre gruppo dei ragazzi di via Panisperna creato dalla lungimiranza di Orso Maria Corbino intorno ad Enrico Fermi e di cui fecero parte fuoriclasse del calibro di Segrè, Amaldi, Pontecorvo e Rasetti. Nel 1937 è nominato ordinario di fisica teorica presso l’Università di Napoli per chiara fama, «per l’alta fama di singolare perizia cui è pervenuto...», recitava il regio decreto di nomina. Scompare tra il 26 ed il 27 marzo 1938 nel più fitto mistero.
L’attività scientifica di Majorana è contenuta in soli nove articoli. Si vuole che fosse pervenuto a formulare le basi della teoria dei nuclei leggeri. Ne aveva discusso in istituto e Fermi cogliendone l’importanza gli aveva consigliato di pubblicare il lavoro. Non solo non lo fece ma vietò di parlarne nel rapporto su «Lo stato della fisica del nucleo atomico» che Fermi tenne a Parigi il 7 luglio 1932. In quel periodo appare il primo lavoro di Heisenberg (successivamente premio Nobel) sulle forze di scambio. Grande fu l’amarezza di tutto l’ambiente. Majorana non aveva nemmeno permesso che si parlasse delle sue idee! Eppure erano per lo meno contemporanee a quelle di Heisenberg. Le forze di scambio nucleare sono oggi spesso chiamate forze di Heisenberg-Majorana. Viveva sempre più in solitudine. Persino i suoi più cari amici facevano fatica a vederlo. Amaldi che si doleva di un suo certo allontanamento dall’attività di ricerca ricorda: «i suoi interessi filosofici si erano fortemente accentuati tanto da meditare a fondo le opere di vari filosofi, in particolare quelle di Schopenhauer». Il 25 marzo del 1938 parte da Napoli in nave per Palermo. Ha con sé parecchio danaro ed il passaporto. Scrive una lettera a Carrelli, direttore dell’istituto di fisica, in cui manifesta propositi suicidi. Giunto a Palermo spedisce un telegramma ancora a Carrelli per smentire la lettera. «Il mare mi ha rifiutato - dice - ...non mi prendere per una ragazza ibseniana...». Riparte da Palermo la sera del 26 e da allora non se ne sa più niente. Le ricerche, sollecitate dalla famiglia e da Enrico Fermi personalmente a Mussolini sono spasmodiche ma non approdano a nulla.
Sono state fatte e vagliate tutte le possibili ipotesi. Anche le più fantasiose. Le più estreme. Si è lanciato in mare tra Palermo e Napoli. Ciò, stante a testimonianze di passeggeri, non potrebbe essere avvenuto che in acque dove, dicono gli esperti, prima o poi le correnti avrebbero restituito il corpo. Si è rifugiato in un convento per meditare sulle conseguenze agghiaccianti degli studi sull’energia atomica che egli avrebbe previsto. Tesi cara a Sciascia, sostenuta in un suo bellissimo libro. Tesi avvalorata da alcuni testimoni. Avrebbe chiesto di fare un esperimento di vita religiosa alla chiesa del Gesù Nuovo e poi al convento di San Pasquale a Portici. La famiglia chiese l’intervento di Papa Pacelli per sapere se non dove fosse, almeno se fosse vivo. Nulla. È andato in Germania perché simpatizzante del nazismo. È scappato in Argentina. Si è rifugiato sulle montagne del Cilento, giura, nel 1993, Andrea Amoresano, un pastore novantenne. Quella del Cilento era una pista già battuta dalla famiglia con convinzione. In realtà ad oggi non si può concludere che con le parole di Fermi: «Majorana, con la sua intelligenza, se avesse deciso di scomparire e di far scomparire il suo cadavere, ci sarebbe riuscito». O con quelle del Fu Mattia Pascal richiamate Erasmo Recami nel suo bel libro Il caso Majorana: «Chissà quanti sono... nelle mie stesse condizioni. Si lascia il cappello e la giacca, con una lettera in tasca, sul parapetto d’un ponte... e, poi, invece di buttarsi giù si va tranquillamente: in America o altrove».
una ricerca al Sant'Anna di Torino
Repubblica, cronaca di Torino 26.10.04
Ricerca del Sant'Anna su un ormone che fa tornare il desiderio sessuale
Un Viagra in aiuto alle donne
Un ginecologo spiega: "Fondamentale una vita di coppia felice ma il farmaco può aiutare"
VERA SCHIAVAZZI
Un ormone per stimolare la parte limbica del cervello e far tornare il desiderio sessuale femminile, scomparso o attenuato. È il farmaco - diverso e innovativo rispetto al "Viagra per signore" che agisce soltanto a livello locale - che verrà sperimentato al Sant'Anna di Torino (unica sede italiana con Pavia) per restituire alle donne ultracinquantenni il diritto ad una vita sessuale più felice. Per trovare le pazienti giuste e sottoporle ad una sperimentazione "in doppio cieco" (le pazienti riceveranno in ambulatorio un cerotto e una pastiglia, ma uno dei due sarà un placebo, l'altro il farmaco vero) la cattedra C del Dipartimento di ginecologia e ostetricia diretta da Chiara Benedetto ha perfino acquistato spazi pubblicitari sui giornali: "Sei una donna in menopausa?", "Molte incontrano un peggioramento nella vita sessuale in confronto ad un'età più giovane...". Il risultato è stato superiore alle previsioni: "Abbiamo più candidate di quante sia possibile accogliere - spiega il sessuologo Franco Mascherpa - Il problema è sentito, anche se l'aspetto principale è emotivo, non fisiologico. Per questo si è deciso di agire proprio sull'aspetto psicologico: medici di tutto il mondo, infatti, hanno verificato empiricamente che le donne che ricevono un certo tipo di trattamento ormonale per la menopausa, già testato e approvato negli Stati Uniti, dichiarano di avere una vita sessuale migliore. Ma non c'è prova di un'azione diretta del farmaco, che viene prescritto per altri scopi come ad esempio attenuare le vampate di calore, sull'aspetto psicologico. Commenta il professor Carlo Campagnoli: «Non c'è alcun motivo fisiologico per il quale dopo la menopausa la vita sessuale delle donne dovrebbe cessare o peggiorare. Fondamentale è la vivacità del rapporto di coppia, ma se un farmaco può essere temporaneamente d'aiuto per farla ripartire, ben venga».
Ricerca del Sant'Anna su un ormone che fa tornare il desiderio sessuale
Un Viagra in aiuto alle donne
Un ginecologo spiega: "Fondamentale una vita di coppia felice ma il farmaco può aiutare"
VERA SCHIAVAZZI
Un ormone per stimolare la parte limbica del cervello e far tornare il desiderio sessuale femminile, scomparso o attenuato. È il farmaco - diverso e innovativo rispetto al "Viagra per signore" che agisce soltanto a livello locale - che verrà sperimentato al Sant'Anna di Torino (unica sede italiana con Pavia) per restituire alle donne ultracinquantenni il diritto ad una vita sessuale più felice. Per trovare le pazienti giuste e sottoporle ad una sperimentazione "in doppio cieco" (le pazienti riceveranno in ambulatorio un cerotto e una pastiglia, ma uno dei due sarà un placebo, l'altro il farmaco vero) la cattedra C del Dipartimento di ginecologia e ostetricia diretta da Chiara Benedetto ha perfino acquistato spazi pubblicitari sui giornali: "Sei una donna in menopausa?", "Molte incontrano un peggioramento nella vita sessuale in confronto ad un'età più giovane...". Il risultato è stato superiore alle previsioni: "Abbiamo più candidate di quante sia possibile accogliere - spiega il sessuologo Franco Mascherpa - Il problema è sentito, anche se l'aspetto principale è emotivo, non fisiologico. Per questo si è deciso di agire proprio sull'aspetto psicologico: medici di tutto il mondo, infatti, hanno verificato empiricamente che le donne che ricevono un certo tipo di trattamento ormonale per la menopausa, già testato e approvato negli Stati Uniti, dichiarano di avere una vita sessuale migliore. Ma non c'è prova di un'azione diretta del farmaco, che viene prescritto per altri scopi come ad esempio attenuare le vampate di calore, sull'aspetto psicologico. Commenta il professor Carlo Campagnoli: «Non c'è alcun motivo fisiologico per il quale dopo la menopausa la vita sessuale delle donne dovrebbe cessare o peggiorare. Fondamentale è la vivacità del rapporto di coppia, ma se un farmaco può essere temporaneamente d'aiuto per farla ripartire, ben venga».
domenica 24 ottobre 2004
sul domenicale del Sole del 24 ottobre
Il Sole-24 Ore Domenica 24 Ottobre 2004
pagina 34
pagina 35
pagina 39
pagina 34
FISICA QUANTISTICA
La luce e il gatto di Schrödinger
Su «Science» un esperimento eccezionale su dualismo onda-particella firmato da tre giovani ricercatori italiani
di Marco Bettini
(dell'Istituto Nazionale Ottica Applicata, Firenze)
pagina 35
STORIA DELLE IDEE
Psichiatri sull'orlo di una crisi di nervi
Il punto sulla psicopatologia a partire da casi di malati che guardano la loro vita dal di fuori
di Paolo Rossi
(Giovanni Stanghellini, «Disembodied spirits and deanimated bodies: the psychopathology of common sense», Oxford University Press, 2004, pagg. 226, £ 29,95)
pagina 39
GRANDI MOSTRE / NAPOLI
La tragedia dell'ultimo Caravaggio
Nel 1606 il Merisi uccide un uomo ed è braccato dalla giustizia. Inizia un'angosciosa fuga che dura quattro anni, nei quali il pittore dipinge opere terribilmente drammatiche. Ora riunite al Museo di Capodimonte
di Marco Bona Castellotti
(«Caravaggio, l'ultimo tempo 1606-1610», Napoli, Museo di Capodimonte, fino al 23 gennaio 2005. Catalogo Electa Napoli)
Barbara Spinelli
integralismi
La Stampa 24.10.04
LEGGERE LOLITA A STRASBURGO
Barbara Spinelli
SICCOME non viviamo fuori dalla storia né dal mondo, è alla luce di quel che accade e che muta intorno a noi che conviene meditare sullo scontro in corso tra Parlamento europeo e Buttiglione, scelto dai governi dell'Unione e dal presidente dell'esecutivo Barroso come commissario incaricato delle libertà, della sicurezza e degli interni. Quel che accade intorno a noi, non solo in Italia ma nel mondo, è l'importanza sempre più grande e invasiva che sta assumendo la fede religiosa nella formulazione delle politiche interne e mondiali.
Questo è senz'altro vero per gli integralismi musulmani, ma lo è anche per una religione - il cristianesimo - che nel Vangelo ma anche nella storia europea ha rivelato di essere il monoteismo più propenso alla separazione tra politica e fede, tra quel che appartiene a Cesare e a Dio. Il ministro della Giustizia John Ashcroft è convinto che per tre anni, dall'11 settembre, la nazione Usa è stata «benedetta», e che «la mano della Provvidenza è stata assistita nella guerra contro il male dai devoti dell'amministrazione Bush». Bush stesso sostiene di essersi candidato alla presidenza, anni fa, perché Cristo in persona gli «affidò una speciale missione».
La guerra militare contro il terrore è fatta dai neoconservatori per esportare un bene - la democrazia - che il Capo di Stato Usa considera «donato direttamente agli uomini da Dio», tramite il suo braccio secolare che è l'America. Questo scontro di civiltà religiose, che il terrorismo islamico ha imposto per primo ma che la potenza guida dell'Occidente e i suoi assertori hanno fatto proprio con zelo neo-fondamentalista, è il clima in cui bisogna collocare, purtroppo, la vicenda Buttiglione. Quel che non accettiamo da certi regimi musulmani (l'ingerenza nelle scelte sessuali intime, il rifiuto dell'uguaglianza delle donne, la religione mai lasciata fuori dalla porta della res publica: altrettante scelte integraliste così ben descritte nel romanzo «Lolita a Teheran», di Azar Nafisi) non dovrebbe oggi essere un cavallo di battaglia del cristianesimo occidentale, a me pare. Il premier turco Erdogan che avesse detto parole somiglianti a quelle di Buttiglione non sarebbe giudicato idoneo, allo stato attuale, a entrare nell'Unione europea.
Non diversamente dall'America degli evangelicali, ci sono politici in Europa che si propongono di tradurre in leggi alcuni inflessibili articoli di fede sulle scelte di costume. Il momento in cui sono interrogati, dai parlamentari verso cui son responsabili, è quello in cui le loro intenzioni vengono vagliate alla luce di quel che faranno nelle vesti di legislatore che tutela credenti e non credenti.
Il presidente della Commissione parlamentare che ha censurato Buttiglione, il giscardiano Jean-Louis Bourlanges, è stato chiaro dopo la bocciatura del 6 ottobre.Ha detto che «in causa non era la fede personale di Buttiglione» (fede a suo parere più che legittima), ma quel che Buttiglione aveva già fatto in Europa: «Non è la sua dichiarazione sull'omosessualità (da Buttiglione definita "un peccato" di fronte ai parlamentari europei) ad aver creato i veri problemi - questo ha detto Bourlanges in un'intervista - ma il fatto che quando rappresentava il governo italiano nella convenzione incaricata del progetto di costituzione europea, Buttiglione propose un emendamento inteso a eliminare l'orientamento sessuale dalla lista delle discriminazioni proibite nello spazio dell'Unione». Emendamento che fu rifiutato, tanto che ora - nell'articolo 21,1 della Carta europea dei diritti (e la Carta è giuridicamente vincolante, nella costituzione che i governi approveranno il 29 ottobre a Roma), è scritto: «È vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l'origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l'appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l'età o le tendenze sessuali».
Non è vero dunque, secondo Bourlanges, che i deputati europei non son capaci di distinguere tra libertà di convinzione e diritto, tra credenza personale e operato politico. Ma «avendo riversato le sue convinzioni sull'omosessualità - di per sé onorevoli, secondo Bourlanges - in una pratica politica», Buttiglione è stato valutato in chiave politica.
Buttiglione non era chiamato infatti a giudicare secondo coscienza leggi già promulgate (il politico cattolico può contestarle, pur dovendo garantirne il rispetto) ma a esporre le sue propensioni in quanto legislatore futuro, in un'Europa dove non tutti son cristiani, non tutti son eterosessuali, e non tutti i cristiani la pensano allo stesso modo. È qui che il confine tra credenza privata e comportamento pubblico rischia d'essere violato. E non importa che il credo di Buttiglione sugli omosessuali sia eventualmente condiviso da ampie maggioranze: ci sono diritti (quelli garantiti dalla Carta dei diritti ma non quello di abortire più o meno facilmente) che dovrebbero valere anche quando ci son maggioranze desiderose di smantellarli.
A questo punto si pongono tre questioni. La prima attiene all'etica personale, la seconda è costituzionale europea, la terza è storico-politica, e riguarda il peso che la memoria del passato dovrebbe o non dovrebbe avere non solo sull'agire politico, ma sulle credenze stesse degli europei occidentali.
Il problema etico personale è stato sollevato, in Italia, da politici e intellettuali che denunciano il pregiudizio anticattolico che regnerebbe nell'Unione. Si è parlato di «dogma del politicamente corretto», che impedirebbe di esprimere opinioni morali su omosessuali o parità della donna. Buttiglione ha lamentato l'«odio» che lo colpirebbe, e l'esistenza di una ricattatoria «nuova ortodossia accompagnata a una nuova inquisizione, questa volta anticristiana». Queste accuse non hanno senso, perché i parlamentari non hanno condannato una fede: hanno espresso, proprio come Buttiglione, una valutazione politica. Si sono domandati quali riflessi su Buttiglione commissario-legislatore avranno le sue convinzioni etiche. Inoltre per un filosofo e storico della Chiesa è veramente fuori posto se non blasfemo, comparare l'Inquisizione con i giudizi (non mortiferi) espressi dal Parlamento europeo.
Il problema costituzionale riguarda il diritto del Parlamento europeo a bocciare un commissario, ed eventualmente l'intera commissione (anche perché son almeno 5, i commissari ritenuti incapaci o eticamente non ineccepibili). Mi sembra completamente fuori luogo parlare di «crisi istituzionale senza precedenti», in caso di censura dell'esecutivo Barroso, e di turbativa che guasterebbe le cerimonie romane del 29 ottobre, quando i governi approveranno la costituzione europea. La bocciatura di un governo da parte del Parlamento è cosa affatto normale in uno Stato, e solo chi s'oppone a un'Unione politica considera disastroso che la stessa procedura diventi normale anche nei rapporti Commissione-Parlamento europeo (salvo poi giudicare la Commissione una burocrazia senza legittimazione democratica). Ancor più grave è che Barroso e Buttiglione (parlando sulla Stampa a Amedeo La Mattina), chiamino i governi a far pressione sui gruppi parlamentari europei. La commissione è un organo federale che risponde davanti a deputati eletti direttamente dai popoli europei, non davanti agli Stati. La verità, forse, è che molti governi temono una prova di forza Commissione-Parlamento europeo, perché essa dimostrerebbe in maniera spettacolare (e per niente negativa, oltre che raddrizzabile) i poteri dell'assemblea sovrannazionale.
La terza questione è storico-morale. È vero, credere che l'omosessualità sia un peccato (vocabolo gravoso per i religiosi, che si paga con punizioni o Inferno) è un credo non censurabile in democrazia. Ma c'è qualcosa di più nella parola usata, e non basta ammettere - come Buttiglione nella lettera di ritrattazione a Barroso - che essa suscita «emotività». È qualcosa che con il cristianesimo ha poco a che vedere (non c'è condanna degli omosessuali nel verbo di Gesù, e l'omosessualità è equiparata a sodomia solo nell'XI secolo). Ed è qualcosa che occorre esaminare alla luce non solo della storia che ci è contemporanea, ma della storia europea del Novecento.
Per esser precisi: non si può fare a meno di ricordare che gli omosessuali, accanto a ebrei e zingari, erano considerati dal nazifascismo alla stregua di genia suscettibile di infettare la pura e prolifica razza ariana, e dunque da eliminare. Lo ricordano lapidi al campo di Sachsenhausen, dove finirono e morirono centinaia di omosessuali, e lo ricorda un monumento in Italia, a Bologna, presso i giardini di Villa Cassarini di fronte a Porta Saragozza. Gli omosessuali erano accusati sulla base del paragrafo 175 del codice penale nazista (28-6-1935) di atti licenziosi e lascivi tali da «distruggere - sono le parole di un discorso segreto di Himmler, nel '37 - la purezza e la continuità biologico-razziale del popolo tedesco». Durante il nazismo centomila di essi circa furono arrestati. Alcuni furono incarcerati, altri internati, indicibilmente seviziati come cavie, uccisi. Alla fine della guerra, ne erano sopravvissuti 4000.
Coloro che son onorati come martiri nei monumenti diventano oggetto di tabù, perché sulla memoria storica e sugli interdetti si è voluta costruire una società non disumana. E il tabù mette in evidenza come la discriminazione precedente il martirio sia una cosa, la discriminazione dopo il martirio un'altra, radicalmente diversa. Questo vale per il monumento Yad Vashem, a Gerusalemme, come per i monumenti di Sachsenhausen e Bologna evocanti coloro che, perché omosessuali, dovevano cucire sulla casacca il triangolo rosa. Come dobbiamo innalzare tabù sull'antisemitismo, così dobbiamo innalzarli anche su zingari e «triangoli rosa». Non possiamo dire che gli attacchi antiebraici di Dostoevskij sono improponibili dopo la Shoah, e quelli contro gli omosessuali no. Non possiamo rispettare i tabù sull'antisemitismo, e affermare che la critica contro la discriminazione degli omosessuali è invece un dogma anticristiano del politicamente corretto. Un poeta può forse: la letteratura osa l'indicibile. Un politico non può.
Lo stesso articolo di fede della Chiesa sugli omosessuali andrà forse rivisto in Europa e America (e secondo me lo sarà) così come son stati corretti alla luce dei crimini passati il pregiudizio anti-giudaico, le crociate, le conversioni forzate, la schiavitù dei negri. Sennò bisogna dire che anche il rifiuto dell'antisemitismo - o il rifiuto di criminalizzare zingari, malati mentali, slavi - è in fondo un dogma politicamente corretto, un'ortodossia che gli antidogmatici possono abbattere. Nessun democratico, immagino, vorrà cadere in sì grande contraddizione, e dimenticare la storia da cui gli Europei vengono, e che ha fondato e fonda ancor oggi la loro unità.
LEGGERE LOLITA A STRASBURGO
Barbara Spinelli
SICCOME non viviamo fuori dalla storia né dal mondo, è alla luce di quel che accade e che muta intorno a noi che conviene meditare sullo scontro in corso tra Parlamento europeo e Buttiglione, scelto dai governi dell'Unione e dal presidente dell'esecutivo Barroso come commissario incaricato delle libertà, della sicurezza e degli interni. Quel che accade intorno a noi, non solo in Italia ma nel mondo, è l'importanza sempre più grande e invasiva che sta assumendo la fede religiosa nella formulazione delle politiche interne e mondiali.
Questo è senz'altro vero per gli integralismi musulmani, ma lo è anche per una religione - il cristianesimo - che nel Vangelo ma anche nella storia europea ha rivelato di essere il monoteismo più propenso alla separazione tra politica e fede, tra quel che appartiene a Cesare e a Dio. Il ministro della Giustizia John Ashcroft è convinto che per tre anni, dall'11 settembre, la nazione Usa è stata «benedetta», e che «la mano della Provvidenza è stata assistita nella guerra contro il male dai devoti dell'amministrazione Bush». Bush stesso sostiene di essersi candidato alla presidenza, anni fa, perché Cristo in persona gli «affidò una speciale missione».
La guerra militare contro il terrore è fatta dai neoconservatori per esportare un bene - la democrazia - che il Capo di Stato Usa considera «donato direttamente agli uomini da Dio», tramite il suo braccio secolare che è l'America. Questo scontro di civiltà religiose, che il terrorismo islamico ha imposto per primo ma che la potenza guida dell'Occidente e i suoi assertori hanno fatto proprio con zelo neo-fondamentalista, è il clima in cui bisogna collocare, purtroppo, la vicenda Buttiglione. Quel che non accettiamo da certi regimi musulmani (l'ingerenza nelle scelte sessuali intime, il rifiuto dell'uguaglianza delle donne, la religione mai lasciata fuori dalla porta della res publica: altrettante scelte integraliste così ben descritte nel romanzo «Lolita a Teheran», di Azar Nafisi) non dovrebbe oggi essere un cavallo di battaglia del cristianesimo occidentale, a me pare. Il premier turco Erdogan che avesse detto parole somiglianti a quelle di Buttiglione non sarebbe giudicato idoneo, allo stato attuale, a entrare nell'Unione europea.
Non diversamente dall'America degli evangelicali, ci sono politici in Europa che si propongono di tradurre in leggi alcuni inflessibili articoli di fede sulle scelte di costume. Il momento in cui sono interrogati, dai parlamentari verso cui son responsabili, è quello in cui le loro intenzioni vengono vagliate alla luce di quel che faranno nelle vesti di legislatore che tutela credenti e non credenti.
Il presidente della Commissione parlamentare che ha censurato Buttiglione, il giscardiano Jean-Louis Bourlanges, è stato chiaro dopo la bocciatura del 6 ottobre.Ha detto che «in causa non era la fede personale di Buttiglione» (fede a suo parere più che legittima), ma quel che Buttiglione aveva già fatto in Europa: «Non è la sua dichiarazione sull'omosessualità (da Buttiglione definita "un peccato" di fronte ai parlamentari europei) ad aver creato i veri problemi - questo ha detto Bourlanges in un'intervista - ma il fatto che quando rappresentava il governo italiano nella convenzione incaricata del progetto di costituzione europea, Buttiglione propose un emendamento inteso a eliminare l'orientamento sessuale dalla lista delle discriminazioni proibite nello spazio dell'Unione». Emendamento che fu rifiutato, tanto che ora - nell'articolo 21,1 della Carta europea dei diritti (e la Carta è giuridicamente vincolante, nella costituzione che i governi approveranno il 29 ottobre a Roma), è scritto: «È vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l'origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l'appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l'età o le tendenze sessuali».
Non è vero dunque, secondo Bourlanges, che i deputati europei non son capaci di distinguere tra libertà di convinzione e diritto, tra credenza personale e operato politico. Ma «avendo riversato le sue convinzioni sull'omosessualità - di per sé onorevoli, secondo Bourlanges - in una pratica politica», Buttiglione è stato valutato in chiave politica.
Buttiglione non era chiamato infatti a giudicare secondo coscienza leggi già promulgate (il politico cattolico può contestarle, pur dovendo garantirne il rispetto) ma a esporre le sue propensioni in quanto legislatore futuro, in un'Europa dove non tutti son cristiani, non tutti son eterosessuali, e non tutti i cristiani la pensano allo stesso modo. È qui che il confine tra credenza privata e comportamento pubblico rischia d'essere violato. E non importa che il credo di Buttiglione sugli omosessuali sia eventualmente condiviso da ampie maggioranze: ci sono diritti (quelli garantiti dalla Carta dei diritti ma non quello di abortire più o meno facilmente) che dovrebbero valere anche quando ci son maggioranze desiderose di smantellarli.
A questo punto si pongono tre questioni. La prima attiene all'etica personale, la seconda è costituzionale europea, la terza è storico-politica, e riguarda il peso che la memoria del passato dovrebbe o non dovrebbe avere non solo sull'agire politico, ma sulle credenze stesse degli europei occidentali.
Il problema etico personale è stato sollevato, in Italia, da politici e intellettuali che denunciano il pregiudizio anticattolico che regnerebbe nell'Unione. Si è parlato di «dogma del politicamente corretto», che impedirebbe di esprimere opinioni morali su omosessuali o parità della donna. Buttiglione ha lamentato l'«odio» che lo colpirebbe, e l'esistenza di una ricattatoria «nuova ortodossia accompagnata a una nuova inquisizione, questa volta anticristiana». Queste accuse non hanno senso, perché i parlamentari non hanno condannato una fede: hanno espresso, proprio come Buttiglione, una valutazione politica. Si sono domandati quali riflessi su Buttiglione commissario-legislatore avranno le sue convinzioni etiche. Inoltre per un filosofo e storico della Chiesa è veramente fuori posto se non blasfemo, comparare l'Inquisizione con i giudizi (non mortiferi) espressi dal Parlamento europeo.
Il problema costituzionale riguarda il diritto del Parlamento europeo a bocciare un commissario, ed eventualmente l'intera commissione (anche perché son almeno 5, i commissari ritenuti incapaci o eticamente non ineccepibili). Mi sembra completamente fuori luogo parlare di «crisi istituzionale senza precedenti», in caso di censura dell'esecutivo Barroso, e di turbativa che guasterebbe le cerimonie romane del 29 ottobre, quando i governi approveranno la costituzione europea. La bocciatura di un governo da parte del Parlamento è cosa affatto normale in uno Stato, e solo chi s'oppone a un'Unione politica considera disastroso che la stessa procedura diventi normale anche nei rapporti Commissione-Parlamento europeo (salvo poi giudicare la Commissione una burocrazia senza legittimazione democratica). Ancor più grave è che Barroso e Buttiglione (parlando sulla Stampa a Amedeo La Mattina), chiamino i governi a far pressione sui gruppi parlamentari europei. La commissione è un organo federale che risponde davanti a deputati eletti direttamente dai popoli europei, non davanti agli Stati. La verità, forse, è che molti governi temono una prova di forza Commissione-Parlamento europeo, perché essa dimostrerebbe in maniera spettacolare (e per niente negativa, oltre che raddrizzabile) i poteri dell'assemblea sovrannazionale.
La terza questione è storico-morale. È vero, credere che l'omosessualità sia un peccato (vocabolo gravoso per i religiosi, che si paga con punizioni o Inferno) è un credo non censurabile in democrazia. Ma c'è qualcosa di più nella parola usata, e non basta ammettere - come Buttiglione nella lettera di ritrattazione a Barroso - che essa suscita «emotività». È qualcosa che con il cristianesimo ha poco a che vedere (non c'è condanna degli omosessuali nel verbo di Gesù, e l'omosessualità è equiparata a sodomia solo nell'XI secolo). Ed è qualcosa che occorre esaminare alla luce non solo della storia che ci è contemporanea, ma della storia europea del Novecento.
Per esser precisi: non si può fare a meno di ricordare che gli omosessuali, accanto a ebrei e zingari, erano considerati dal nazifascismo alla stregua di genia suscettibile di infettare la pura e prolifica razza ariana, e dunque da eliminare. Lo ricordano lapidi al campo di Sachsenhausen, dove finirono e morirono centinaia di omosessuali, e lo ricorda un monumento in Italia, a Bologna, presso i giardini di Villa Cassarini di fronte a Porta Saragozza. Gli omosessuali erano accusati sulla base del paragrafo 175 del codice penale nazista (28-6-1935) di atti licenziosi e lascivi tali da «distruggere - sono le parole di un discorso segreto di Himmler, nel '37 - la purezza e la continuità biologico-razziale del popolo tedesco». Durante il nazismo centomila di essi circa furono arrestati. Alcuni furono incarcerati, altri internati, indicibilmente seviziati come cavie, uccisi. Alla fine della guerra, ne erano sopravvissuti 4000.
Coloro che son onorati come martiri nei monumenti diventano oggetto di tabù, perché sulla memoria storica e sugli interdetti si è voluta costruire una società non disumana. E il tabù mette in evidenza come la discriminazione precedente il martirio sia una cosa, la discriminazione dopo il martirio un'altra, radicalmente diversa. Questo vale per il monumento Yad Vashem, a Gerusalemme, come per i monumenti di Sachsenhausen e Bologna evocanti coloro che, perché omosessuali, dovevano cucire sulla casacca il triangolo rosa. Come dobbiamo innalzare tabù sull'antisemitismo, così dobbiamo innalzarli anche su zingari e «triangoli rosa». Non possiamo dire che gli attacchi antiebraici di Dostoevskij sono improponibili dopo la Shoah, e quelli contro gli omosessuali no. Non possiamo rispettare i tabù sull'antisemitismo, e affermare che la critica contro la discriminazione degli omosessuali è invece un dogma anticristiano del politicamente corretto. Un poeta può forse: la letteratura osa l'indicibile. Un politico non può.
Lo stesso articolo di fede della Chiesa sugli omosessuali andrà forse rivisto in Europa e America (e secondo me lo sarà) così come son stati corretti alla luce dei crimini passati il pregiudizio anti-giudaico, le crociate, le conversioni forzate, la schiavitù dei negri. Sennò bisogna dire che anche il rifiuto dell'antisemitismo - o il rifiuto di criminalizzare zingari, malati mentali, slavi - è in fondo un dogma politicamente corretto, un'ortodossia che gli antidogmatici possono abbattere. Nessun democratico, immagino, vorrà cadere in sì grande contraddizione, e dimenticare la storia da cui gli Europei vengono, e che ha fondato e fonda ancor oggi la loro unità.
nuovi scavi archeologici in Cina
ansa.it 24/10/2004 - 14:18
Archeologia: Cina, ricerche su misteriosa civiltà bianca
Cominciati scavi in un migliaio di tombe scoperte nel 1934
(ANSA) -PECHINO, 24 OTT- Cominciati gli scavi in tombe di 4mila anni fa nel nordovest della Cina, fulcro, sembra, di una misteriosa civilta' di uomini forse bianchi. Lo riferisce l'agenzia Nuova Cina. Le tombe, scoperte nel 1934 da un esploratore svedese, sarebbero un migliaio. Le ricerche che si svolgono a Xiaohe, vicino al deserto di Lop Nur, potrebbero risolvere un enigma dell'archeologia che parla dell'esistenza di una cultura isolata a migliaia di chilometri da ogni altra comunita' bianca.
Archeologia: Cina, ricerche su misteriosa civiltà bianca
Cominciati scavi in un migliaio di tombe scoperte nel 1934
(ANSA) -PECHINO, 24 OTT- Cominciati gli scavi in tombe di 4mila anni fa nel nordovest della Cina, fulcro, sembra, di una misteriosa civilta' di uomini forse bianchi. Lo riferisce l'agenzia Nuova Cina. Le tombe, scoperte nel 1934 da un esploratore svedese, sarebbero un migliaio. Le ricerche che si svolgono a Xiaohe, vicino al deserto di Lop Nur, potrebbero risolvere un enigma dell'archeologia che parla dell'esistenza di una cultura isolata a migliaia di chilometri da ogni altra comunita' bianca.
copyright @ 2004 ANSA
storia delle donne
tre streghe nel Ponente ligure
Corriere della Sera 24.10.04
CULTURA
Un’indagine di Stefano Moriggi racconta le persecuzioni in Italia prima di Salem e di Loudun
in un intreccio all’italiana
Lo strano caso delle streghe che evitarono il rogo
una recensione di Giulio Giorello
La storia
Alcune delle ricostruzioni di necessità congetturali che l’autore propone in questo Le tre bocche di Cerbero, e forse non poche delle sue tesi circa il ruolo svolto dal Maligno nella formazione della moderna coscienza europea potranno sembrare incompiute o addirittura appena abbozzate. E ciò non solo perché ogni autentica ricerca è interminabile; e nemmeno, nella specifica questione di Triora, per la non disponibilità di molte fonti dirette o altro prezioso materiale, ma proprio per il carattere intrinsecamente ambiguo di quell’Aleph dello spazio-tempo della geografia italica che viene normalmente etichettato come la caccia alle streghe trioresi. Stefano Moriggi ha il dono della chiarezza e della piacevolezza di stile - due doti essenziali per non lasciarsi risucchiare dal fascino perverso di quelle alture, dove, stando alla leggenda, il cane infernale avrebbe fatto cadere la sua bava affinché potessero germogliare i fiori della trasgressione.
CULTURA
Un’indagine di Stefano Moriggi racconta le persecuzioni in Italia prima di Salem e di Loudun
in un intreccio all’italiana
Lo strano caso delle streghe che evitarono il rogo
una recensione di Giulio Giorello
La storia
Il libro di Stefano Moriggi, «Le tre bocche di Cerbero» (edito direttamente nei Tascabili Bompiani) indaga uno dei casi più affascinanti, misteriosi e feroci di stregoneria avvenuti in Italia, e più precisamente a Triora, piccolo borgo del Ponente ligure tra il 1587 e il 1589. Moriggi cerca di ricostruire che cosa si nascose dietro la misteriosa scomparsa delle donne accusate di stregoneria, torturate dall’Inquisizione e infine deportate da Triora.«La vigilia del 24 giugno, giorno in cui ricorre la festa di San Giovanni Battista, compatrono di Triora, riaccendono ogni anno, a notte iniziata, dei fuochi di fascine di legna detti falò nell’interno dell’abitato di Triora e paesi circonvicini e sul colle antistante alla chiesa di S. Zane (da Zuane, uguale Giovanni) sul Monte Ceppo». Così leggo ne Le streghe e l’Inquisizione di Francesco Ferraironi (un classico, 1955, di storia della stregoneria) cui attinge anche Stefano Moriggi in questo Le tre bocche di Cerbero. Poiché si tratta del Ponente ligure, zona geografica che mi è abbastanza nota (la famiglia di mio padre era dell’alta Val Bormida), mi ha richiamato i falò della mia infanzia che costellavano le colline, quasi a voler rompere il buio notturno e a regalare ancora frammenti dello splendore di quei giorni che sono tra i più lunghi dell’anno. Il buon reverendo Ferraironi scrupolosamente aggiungeva che tutti quei fuochi «che si accendono in Liguria per la festa di San Giovanni non hanno alcuna relazione con la stregoneria», in quanto si limitano a esprimere «gioia popolare»! Il che mi riconforta, perché debitamente aiutato e/o sorvegliato da mio nonno e da mio padre, da ragazzino ne accendevo uno anch’io in un campo della nostra casa di campagna - e mi spiacerebbe passare (insieme con babbo Carlo e nonno Giulio) per uno che fa parte di una qualche «ribalda» setta di stregoni. Comunque, Triora ha davvero conosciuto la sua caccia alle streghe nel terribile triennio 1587-1589. Superstizioni, accuse, furori popolari, timori dei maggiorenti (quando vi videro coinvolte le loro «matrone») e soprattutto accanimento persecutorio da parte di magistrati «laici» che solo l’intervento dell’Inquisizione romana riuscì alla fine a «moderare». Un caso molto europeo (e tutto italiano) che solo per avventura (e magari per tirchieria) non si concluse con le fiamme dei roghi. Il libro di Stefano Moriggi non solo ricostruisce le modalità dei processi, ma cerca di gettare qualche luce sulla misteriosa scomparsa delle donne accusate, torturate e infine deportate da quell’antico borgo dell’alta Valle Argentina. È l’occasione per scandagliare gli inizi della nostra modernità e i tratti peculiari della cultura del nostro Paese - all’apparenza così devoto, di fatto così sensibile all’utilità del Male. (Ma non vogliamo svelare qui l’intrigo politico e i nomi dei veri colpevoli). Come scrive lo stesso autore: «Nella pavimentazione della piazza centrale di Triora, davanti alla chiesa parrocchiale, spicca lo stemma civico: Cerbero, il favoloso cane a tre teste e quindi a tre bocche, latinamente tria ora». Un nome, un destino? Stefano Moriggi è una sorta di Candide postilluministico che non si fida troppo dei fanatici (i magistrati, laici o religiosi che siano, che assurgono a deuteragonisti del suo racconto); che contro di loro fa propria l’ammonizione dell’illuminato gesuita Friedrich von Spee (1631: «Chi poi si sentisse ardere di indignazione contro il delitto di stregoneria tenti di controllarsi un poco e unisca a sì gran zelo razionalità e ponderazione»); che non ama l’evocazione né di un Dio né di un Diavolo «tappabuchi», come non la amavano Hume o Voltaire; che non esita a ricorrere alla critica filosofica di Ludwig Feuerbach quando vuol mostrare che tralasciare la componente diabolica finisce col «mutilare violentemente» il Cristianesimo stesso; che nello smontare l’ideologia sottostante della caccia alle streghe si serve dei sofisticati strumenti dell’epistemologia contemporanea; che ricorre alla teoria dei memi di un naturalista come Richard Dawkins per contenere gli effetti di una lettura troppo relativistica della faccenda... Ma che infine tempera alcune delle sue considerazioni più speculative con il riferimento al suo Papa preferito, quel Paolo VI che, con la sua audace ammonizione circa la presenza del Demonio, non aveva avuto esitazione a sfidare il senso comune di laici e cattolici troppo «secolarizzati».
Alcune delle ricostruzioni di necessità congetturali che l’autore propone in questo Le tre bocche di Cerbero, e forse non poche delle sue tesi circa il ruolo svolto dal Maligno nella formazione della moderna coscienza europea potranno sembrare incompiute o addirittura appena abbozzate. E ciò non solo perché ogni autentica ricerca è interminabile; e nemmeno, nella specifica questione di Triora, per la non disponibilità di molte fonti dirette o altro prezioso materiale, ma proprio per il carattere intrinsecamente ambiguo di quell’Aleph dello spazio-tempo della geografia italica che viene normalmente etichettato come la caccia alle streghe trioresi. Stefano Moriggi ha il dono della chiarezza e della piacevolezza di stile - due doti essenziali per non lasciarsi risucchiare dal fascino perverso di quelle alture, dove, stando alla leggenda, il cane infernale avrebbe fatto cadere la sua bava affinché potessero germogliare i fiori della trasgressione.
Il testo qui pubblicato è una parte della postfazione che Giulio Giorello ha scritto per il libro di Stefano Moriggi, «Le tre bocche di Cerbero. Il caso di Triora: le streghe prima di Loudun e di Salem», Tascabili Bompiani, pagine 224, 7,50, in libreria da mercoledì 27 ottobre
© Corriere della Sera
cultura islamica in Puglia
Repubblica edizione di Bari 24.10.04
Emirati, minareti e fortezze
"Qui una convivenza esemplare"
Medioevo da mille e una notte le tracce dell´Islam in Puglia
VITO BIANCHI
Federico II, Al-inbiratur, aveva trascorso la fanciullezza alla corte di Palermo. Arabi erano stati i suoi precettori. Araba la lingua che aveva orecchiato nelle stanze delle cancellerie. Araba la matrice delle favole ascoltate: col Kitab Kalila wa Dimna s´era sgranato agli occhi del principino tutto un fantastico mondo di cose mirabili e animali parlanti. Per le sale del Palazzo Reale, il piccolo re s´era poi edotto ai Conforti politici che Ibn Zafer, arabo di Sicilia, aveva composto nel XII secolo. E per i cortili e i giardini palermitani il fanciullo era cresciuto nel vivace cosmopolitismo post-normanno. L´eclettismo culturale assorbito nell´infanzia sarà un bagaglio che lo stupor mundi porterà sempre con sé e lo renderà sensibile non tanto all´Islam-religione, quanto all´Islam-pensiero, al fascino di un patrimonio che per spirito di sperimentazione e metodo d´indagine sopravanzava l´Europa cristiana. Filo-islamismo? Non del tutto: dal 1222 al 1233, e ancora oltre, Federico II condusse contro i Saraceni di Sicilia un´operazione di polizia che si risolse in un bagno di sangue.
I sopravvissuti furono deportati in Puglia, a Stornara, Girofalco o Castelluccio dei Sauri. E soprattutto a Lucera, civitas sarracenorum. Al tempo di Manfredi è inoltre ricordata un´ambasciata di Ibn Wasil (un erudito), in cui si narra dell´esistenza, nell´abitato lucerino, di una "Casa della scienza", dove si coltivavano le dottrine speculative, sulla falsariga degli istituti scientifici della Baghdad abbaside e del Cairo fatimide.
Prima di Federico II la componente musulmana non era estranea al territorio, tutt´altro: la stessa realizzazione del castello di Bari, nel 1132, fu demandata da re Ruggero II a costruttori saraceni. Senza parlare dell´instaurazione dell´emirato di Bari (847-871), menzionato da quell´al-Baladhuri che visse alla corte di Bagdad nel IX secolo. Secondo una tradizione locale, fu proprio in quel frangente che vennero traslate le ossa di San Sabino (l´altro protettore cittadino, insieme a San Nicola) da Canosa a Bari. Fu allora che l´emiro barese Sawdan, pianse il giorno in cui vide il dotto ebreo Abu Aaron, per sei mesi suo prezioso consigliere, lasciare la corte per tornare in Oriente. E sempre a quel periodo diversi studiosi hanno addebitato l´origine delle fortune commerciali di Bari. Durante l´emirato, non un tumulto, non una rivolta, non una protesta si levò da parte della popolazione locale, diversamente da quanto accadde con Longobardi, Bizantini e Normanni.
Nel Medioevo un governo di matrice islamica pareva essere più conveniente per tutti, anche per ebrei e cristiani erano sì sottoposti a una tassa di religione. Ma rientravano in tal modo nella fascia dei "dhimmi", i protetti. Anche a Taranto, fra l´840 e l´880, prosperò una base saracena, probabile emirato. Si è spesso affermato che, in Puglia, la presenza di tracce della cultura islamica, al di là della ricorrenza nei cognomi (come il diffusissimo Morabito, da al-murabitun) o nel dialetto (in barese il denaro è ancora detto tarnìse, da tarì, la moneta araba fresca di conio), non sia percepibile. Ma basta uno sguardo al portale dei Santi Niccolò e Cataldo a Lecce, alla Cattedra di Ursone nel duomo di Canosa o all´Archivolto del portale del Duomo di Trani o all´assetto urbanistico di molti piccoli centri per convincersi del contrario. Ancora fra Ottocento e Novecento, nel Salento, sorgeranno dimore signorili ispirate ai profumi d´Oriente: villa Sticchi a Santa Cesarea Terme, o villa De Francesco, a Santa Maria di Leuca, architetture che componevano ambienti da "Mille e una notte". Più perspicua è la costruzione del sontuoso minareto di Selva di Fasano, voluto da un pittore barese, Damaso Bianchi, con maestranze e materiali fatti arrivare dalla Tunisia e dalla Libia.
Emirati, minareti e fortezze
"Qui una convivenza esemplare"
Medioevo da mille e una notte le tracce dell´Islam in Puglia
VITO BIANCHI
Federico II, Al-inbiratur, aveva trascorso la fanciullezza alla corte di Palermo. Arabi erano stati i suoi precettori. Araba la lingua che aveva orecchiato nelle stanze delle cancellerie. Araba la matrice delle favole ascoltate: col Kitab Kalila wa Dimna s´era sgranato agli occhi del principino tutto un fantastico mondo di cose mirabili e animali parlanti. Per le sale del Palazzo Reale, il piccolo re s´era poi edotto ai Conforti politici che Ibn Zafer, arabo di Sicilia, aveva composto nel XII secolo. E per i cortili e i giardini palermitani il fanciullo era cresciuto nel vivace cosmopolitismo post-normanno. L´eclettismo culturale assorbito nell´infanzia sarà un bagaglio che lo stupor mundi porterà sempre con sé e lo renderà sensibile non tanto all´Islam-religione, quanto all´Islam-pensiero, al fascino di un patrimonio che per spirito di sperimentazione e metodo d´indagine sopravanzava l´Europa cristiana. Filo-islamismo? Non del tutto: dal 1222 al 1233, e ancora oltre, Federico II condusse contro i Saraceni di Sicilia un´operazione di polizia che si risolse in un bagno di sangue.
I sopravvissuti furono deportati in Puglia, a Stornara, Girofalco o Castelluccio dei Sauri. E soprattutto a Lucera, civitas sarracenorum. Al tempo di Manfredi è inoltre ricordata un´ambasciata di Ibn Wasil (un erudito), in cui si narra dell´esistenza, nell´abitato lucerino, di una "Casa della scienza", dove si coltivavano le dottrine speculative, sulla falsariga degli istituti scientifici della Baghdad abbaside e del Cairo fatimide.
Prima di Federico II la componente musulmana non era estranea al territorio, tutt´altro: la stessa realizzazione del castello di Bari, nel 1132, fu demandata da re Ruggero II a costruttori saraceni. Senza parlare dell´instaurazione dell´emirato di Bari (847-871), menzionato da quell´al-Baladhuri che visse alla corte di Bagdad nel IX secolo. Secondo una tradizione locale, fu proprio in quel frangente che vennero traslate le ossa di San Sabino (l´altro protettore cittadino, insieme a San Nicola) da Canosa a Bari. Fu allora che l´emiro barese Sawdan, pianse il giorno in cui vide il dotto ebreo Abu Aaron, per sei mesi suo prezioso consigliere, lasciare la corte per tornare in Oriente. E sempre a quel periodo diversi studiosi hanno addebitato l´origine delle fortune commerciali di Bari. Durante l´emirato, non un tumulto, non una rivolta, non una protesta si levò da parte della popolazione locale, diversamente da quanto accadde con Longobardi, Bizantini e Normanni.
Nel Medioevo un governo di matrice islamica pareva essere più conveniente per tutti, anche per ebrei e cristiani erano sì sottoposti a una tassa di religione. Ma rientravano in tal modo nella fascia dei "dhimmi", i protetti. Anche a Taranto, fra l´840 e l´880, prosperò una base saracena, probabile emirato. Si è spesso affermato che, in Puglia, la presenza di tracce della cultura islamica, al di là della ricorrenza nei cognomi (come il diffusissimo Morabito, da al-murabitun) o nel dialetto (in barese il denaro è ancora detto tarnìse, da tarì, la moneta araba fresca di conio), non sia percepibile. Ma basta uno sguardo al portale dei Santi Niccolò e Cataldo a Lecce, alla Cattedra di Ursone nel duomo di Canosa o all´Archivolto del portale del Duomo di Trani o all´assetto urbanistico di molti piccoli centri per convincersi del contrario. Ancora fra Ottocento e Novecento, nel Salento, sorgeranno dimore signorili ispirate ai profumi d´Oriente: villa Sticchi a Santa Cesarea Terme, o villa De Francesco, a Santa Maria di Leuca, architetture che componevano ambienti da "Mille e una notte". Più perspicua è la costruzione del sontuoso minareto di Selva di Fasano, voluto da un pittore barese, Damaso Bianchi, con maestranze e materiali fatti arrivare dalla Tunisia e dalla Libia.
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