mercoledì 26 gennaio 2005

citato al Lunedì
chi volesse riceverne la versione integrale in PDF
può richiederla per e.mail

ringraziando Fabio Virgili e Annalina Ferrante
e, per il testo integrale dell'articolo che si può richiedere con una e-mail, Maria Letizia Riccio

Lo sviluppo della retina nel feto, l'articolo del 2000

«Questo è un riassunto dell'articolo apparso su Journal Neuropathology and Experimental Neurology che tratta dello sviluppo della retina nel feto di cui si è parlato ai seminari. Ringrazio Fabio Virgili per averlo messo a disposizione».

Annalina Ferrante

l'home page della rivista citata può essere raggiunta cliccando QUI

1: J Neuropathol Exp Neurol. 2000 May;59(5):385-92.Development of connections in the human visual system during fetal mid-gestation:
a DiI-tracing study.
Hevner RF.


Department of Psychiatry, Langley Porter Psychiatric Institute, University of California San Francisco, 94143-0984, USA.

Animal studies have shown that connections between the retina, lateral geniculate nucleus (LGN), and visual cortex begin to develop prenatally. To study the development of these connections in humans, regions of fixed brain from fetuses of 20-22 gestational weeks (GW) were injected with the fluorescent tracer DiI. Placement of DiI in the optic nerve or tract labeled retinogeniculate projections. In the LGN, these projections were already segregated into eye-specific layers by 20 GW. Retinogeniculate segregation thus preceded cellular lamination of the LGN, which did not commence until 22 GW. Thalamocortical axons, labeled from DiI injections into the optic radiations, densely innervated the subplate, but did not significantly innervate the cortical plate. This pattern was consistent with observations of a "waiting period" in animals, when thalamocortical axons synapse in the subplate for days or weeks before entering the cortical plate. Cortical efferent neurons (labeled retrogradely from the optic radiations) were located in the subplate and deeplayers of the cortical plate. In summary, human visual connections are partially formed by mid-gestation, and undergo further refinement during and after this period. The program for prenatal development of visual pathways appears remarkably similar between humans and other primates.
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«...come dice lo psichiatra Massimo Fagioli»

una segnalazione di Roberta Mancini

sabato 22 gennaio 2005
nel corso della seconda giornata del
Terzo Congresso Nazionale dell'Associazione Luca Coscioni


“LIBERA CONOSCENZA CONTRO LA MALATTIA”

Milano, 21-22-23 gennaio

(il programma del Congresso può essere letto QUI)

Giulia Simi
dell'Università di Siena
intervenendo verso le 12.20

ha basato il proprio intervento, citandola,
sulla teoria di Massimo Fagioli


chi volesse riascoltare questo intervento, che è stato trasmesso in diretta da Radio Radicale,
può farlo collegandosi alla seguente pagina

http://servizi.radioradicale.it/ondemand/

scegliendo poi la data del 22.1.05
e quindi la fascia oraria 12.00 - 13.00

(occorre avere installato RealPlayer)
una segnalazione di Sergio Grom

Il Venerdì di Repubblica del 21.1.05, pagg. 80/83
L'Italia vuole tornare in Cina e investe un milione, quello di Marco Polo

CON L'INTERVENTO DEL PROF. FEDERICO MASINI

Il Venerdi di Repubblica
L'ITALIA VUOLE SFONDARE IN CINA E INVESTE UN MILIONE.
QUELLO DI MARCO POLO
Le celebrazioni dei 750 anni dalla nascita del grande viaggiatore veneziano (che continueranno per tutto il 2005) sono una ghiotta occasione culturale. Ma anche l'opportunità per iniziare una nuova ricerca. Di mercato
Antonella Barina


Aveva 17 anni Marco Polo quando nel 1271 lasciò Venezia, affascinato dai racconti dei mercanti che approdavano in laguna carichi di seta e di spezie, e con il padre Niccolo e lo zio Matteo andò a cercar fortuna in Oriente. Ci vollero tre anni e mezzo per percorrere più di 12 mila chilometri sull'antica Via della Seta, fino a raggiungere Shangdu, la sontuosa capitale estiva di Kublai Khan, signore di un impero immenso, che si estendeva dal Fiume Giallo a tutta l'Asia centrale.
E una volta in Cina i Polo si fermarono 17 anni: Marco divenne corriere di fiducia di Kublai, inoltrandosi in terre inesplorate. Per fare infine ritorno a Venezia via mare, costeggiando Sumatra e l'India. E attraccare in laguna 24 anni dopo la partenza.
Marco Polo fu tra i primi a spingersi così lontano per riportare mercanzie e conoscenza. E il solo che al ritorno scrisse un libro come Il Milione quello straordinario racconto delle sue avventure Marco lo dettò allo scrittore Rustichello da Pisa, quando entrambi finirono prigionieri nel carcere dì Genova, per aver combattuto nelle battaglie tra Repubbliche marinare. Memorie di viaggio, raccolte per ammazzare il tempo in cella. Eppure svettate tra i bestseller di tutti i tempi. E rimaste per secoli la più preziosa fonte di notizie sulla Cina. Il Paese che oggi si prepara a diventare la principale potenza economica del mondo. Quello da cui sarà impossibile prescindere in futuro; quello che l'Italia si pente d'aver trascurato, rimanendo indietro rispetto al resto dell'Occidente in fatto di grossi investimenti.
Ed ecco allora che le celebrazioni dei 750 anni dalla nascita di Marco Polo, antesignano dei pionieri in Cina, diventano l'occasione per intensificare gli scambi culturali con la nuova tigre dell'economia mondiale. Inaugurate da un convegno nel novembre scorso (Marco nacque nel 1254), le iniziative continueranno tutto quest anno e per metà del 2006 con mostre e spettacoli a Romatro, Venezia e Pechino, programmi per le scuole e le università, congressi internazionali, seminari, pubblicazione di libri (vedi riquadro).
«Ma riscoprire Marco Polo non è solo una celebrazione» spiega Mario Sabattini, docente di Lingua e letteratura cinese all'Università di Venezia e direttore dell'Istituto italiano di cultura a Pechino fino al 2003. «Benché fosse un uomo del Medioevo, il suo approccio alla Cina era estremamente moderno. Perché lui descrive le meraviglie che incontra senza esprimere giudizi o pregiudizi; né quel senso di superiorità che invece caratterizzò i rapporti occidentali con Pechino nell'Otto-Novecento. Marco dimostra un rispetto e una disponibilità a comprendere le culture diverse, che è importantissimo rilanciare nel periodo multiculturale odierno».
I Polo, solida famiglia di mercanti, si spingono a Levante «per guadagno» (parole di Marco). Capostipiti dei tanti commercianti italiani che ancor oggi contano sulle risorse e l'industriosità cinese per irrobustire i propri affari. «In realtà gli scambi economici con la Cina sono iniziati almeno duemila anni fa, all'epoca degli antichi romani» racconta il sinologo Federico Masini, preside della Facoltà di Studi orientali di Roma e vicepresidente del Comitato nazionale per le celebrazioni dei 750 anni di Marco Polo. «Ma allora i rapporti erano indiretti: mercanti persiani e dell'Asia meridionale fungevano da intermediari. Solo all'epoca dei Polo si arriva direttamente alla fonte. Grazie alla pax mongolica: al fatto che quasi tutta l'Asia era controllata dall'impero mongolo del Gran Khan, che garantiva la sicurezza dei traffici lungo le piste carovaniere. Ma la Via della Seta torna a essere a rischio nel Tre-Quattrocento. E gli scambi si diradano. Per riprendere soprattutto via mare dopo le grandi scoperte geografiche, quando in Cina arrivano i gesuiti»
L'anima commerciale dei cinesi è ben radicata, da sempre. «La loro scarsa propensione per la religiosità li spinge soprattutto a cercare di migliorare la propria realtà terrena» continua Masini. «Se l'agricoltura serve a sfamare tante persone, il commercio serve ad accumulare ricchezza. E ieri come oggi la Cina è il Paese con il più alto tasso di risparmio».
Dopo quasi quarant'anni di steppe, montagne, deserti battuti dal vento e dalle tempeste di sabbia (quelle "voci" e "visioni" che, racconta Marco, si levavano dal terribile deserto del Gobi, disorientando i viaggiatori), i Polo raggiungono una civiltà stupefacente. Proprio come quella che oggi sbalordisce chi atterra a Pechino, Shangai, Nanchino: selve di grattacieli che in dieci anni hanno sostituito i vecchi quatieri fatiscenti, battendo ogni record mondiale con la più alta torre della tv o il più esteso centro commerciale. Dice Sabattini «La Cina che incantò Marco Polo era un Paese in continua trasformazione, assai più avanzato dell'Europa sul piano tecnologico: aveva già la carta, la stampa, la bussola, la polvere da sparo, la cartamoneta.... Invenzioni che in Occidente saranno all'origine dell'era moderna. E la capitale di allora, l'attuale Xian, era una città cosmopolita con due milioni di abitanti, mentre Venezia ne aveva poche decine di migliaia».
La Cina era al centro di un impero ben più vasto di quello romano all'apice della sua espansione. Un'alleanza con Kublai Khan faceva sognare il papato con il disegno strategico di prendere in una tenaglia il mondo musulmano che da due secoli minacciava la cristianità. «Anche oggi è importantissimo, per l'Occidente, allearsi con la Cina» continua Masini. «E non solo perché nella lotta al terrorismo islamico Pechino condivide i valori occidentali. Anche perche la Cina finirà per sopravanzare gli Usa sul piano economico e militare: con un tasso di sviluppo del 10 per cento annuo ha già un effetto traino sull'economia mondiale; e prima o poi modernizzerà anche il suo arsenale militare. La vera sfida? Sarà vedere se riuscirà a imporsi come potenza culturale»
Masini conclude. «Riproporre oggi la figura di Marco Polo, che fu tra i primi a riconoscere le enormi potenzialità cinesi, è un invito a riprendere un'antica tradizione. Tra i Paesi occidentali, l'Italia poteva vantare in passato una storia di rapporti con la Cina unica al mondo: grazie all'antica Roma, alla Venezia di Marco Polo, ai gesuiti... Poi, a partire dall'Ottocento, ha incominciato a perdere i vantaggi storici acquisiti. Per finire in coda negli ultimi anni, da quando Stati Uniti, Francia, Germania e Gran Bretagna hanno fatto grossi investimenti produttivi. E culturali: offrendo a quella che poi è diventata la nuova classe dirigente cinese la possibilità di studiare nelle loro università. Insomma, è ora che l'Italia recuperi il tempo perduto. E Marco Polo e un ottimo spunto: lui era all'avanguardia».
Il Messaggero mercoledì 26 Gennaio 2005
Delitto di Cogne
Parla lo psichiatra Fornari

IL PERITO CHE VISITÒ LA FRANZONI: «NELLA SUA MENTE C’È IL CAOS»


Milano - «Annamaria Franzoni è malata, c'è il caos nella sua mente». Lo rivela in un'intervista al settimanale “Oggi” (che ne ha fornito un'anticipazione) il professor Ugo Fornari, docente di psichiatria forense all'Università di Torino, uno dei nove psichiatri che, nel luglio 2002, sottoposero la Franzoni al test per capire se fosse capace di intendere e di volere. Fu proprio Fornari - consulente del pm - che si dissociò dalle conclusioni raggiunte dai periti nominati dal Gip e dai periti della difesa: quando loro conclusero che la signora Franzoni era sana di mente e aveva piena capacità di intendere e di volere, lui contestò punto per punto le loro valutazioni. A distanza di tre anni, per “Oggi” (in edicola oggi) il professor Fornari ha accettato di rileggere la perizia e di circostanziare le contestazioni e le osservazioni che mosse al lavoro dei suoi colleghi. «La signora Franzoni - dice Fornari - ha un evidente disturbo nel funzionamento e nella struttura della sua personalità, un funzionamento borderline: offre di sé un'immagine ordinata, precisa, ineccepibile ma dietro questa facciata c'è il caos. Fa fatica a stabilire i confini, a distinguere tra mondo esterno e mondo interiore, tra realtà e fantasia. Il test di Rorschach, dieci tavole che indagano nel profondo la struttura e il funzionamento della personalità, evidenziò con chiarezza questo disturbo. Inoltre la Franzoni era una persona depressa, da mesi». Sul motivo che avrebbe indotto la Franzoni ad un gesto estremo, il professor Fornari spiega, secondo quanto anticipato: «La signora Franzoni, che è una persona molto attenta alla perfezione formale, molto controllata, posto che come dice la sentenza di primo grado abbia ucciso suo figlio, potrebbe aver voluto eliminare l'elemento imperfetto, il suo prodotto “mal riuscito”. La testa grossa, la testa calda di Samuele, era lo specchio della sua fallibilità». E Fornari contesta anche il comportamento tenuto dai suoi colleghi durante il test: «Tutti, persino il professor Barale, stimato psichiatra con un curriculum di alto profilo, invece di indagare dentro quell'angoscia preferirono fermarsi, essere cauti. Prevalse un atteggiamento protettivo, quando lei pianse ci fu chi le prese la mano. Secondo me, i periti dell'ufficio l'hanno trattata da paziente, non da perizianda. Hanno temuto di scatenare scompensi emotivi gravi cosa che, in effetti, sarebbe potuta succedere. Non andare sino in fondo però ha penalizzato il risultato degli incontri, che non avevano come obiettivo un progetto terapeutico, ma la valutazione di uno stato di mente».

Edoardo Boncinelli non sa delle scoperte sulla rétina

Corriere della Sera 26.1.05
Embrioni Non esiste l’ora X
di EDOARDO BONCINELLI


Non avrei mai immaginato che qualcuno si potesse interessare tanto al dettaglio cronologico delle prime fasi della formazione dell'embrione. Ma sento e leggo di continue dispute sull'argomento, tanto più accese quanto più confuse. Ci si chiede quando inizia la vita umana; se due giorni dopo la fecondazione si può già parlare di essere umano oppure no; oppure se occorre per questo aspettare la fine della seconda settimana; se l'embrione è un individuo in potenza o in atto e via discorrendo.
Antonio Socci, in un’intervista pubblicata dal Corriere lunedì scorso, vuole sapere in quale momento preciso l’embrione diventa essere umano («Da anni - dice Socci - noi cattolici poniamo una domanda: se l’embrione al primo stadio non è un essere umano, qualcuno dovrebbe dire in quale momento preciso lo diventa e non così, per convenzione, ma con un certo appiglio scientifico»). Si mischiano e si confondono in queste polemiche concetti molto diversi come quello di vita, di essere umano, di concepito, di embrione, di individuo e di persona, umana o giuridica.
Alcuni di questi termini hanno una definizione scientifica, altri sono di origine scientifica ma sono usati quasi quotidianamente nel parlare corrente, altri sono decisamente extrascientifici. Cercherò di chiarire alcuni punti, almeno quelli di più stretta pertinenza scientifica.
Cominciamo con l'inizio della vita di un organismo. Non c'è dubbio che la vita di un organismo specifico - ranocchio, gatto o uomo - inizia con la fecondazione, cioè con la congiunzione di un gamete maschile, lo spermatozoo, e uno femminile, la cellula-uovo o ovocita maturo.
Il processo dura diverse ore, per cui non è facile dire esattamente quando inizi la nuova vita, ma certamente una condizione necessaria per poter parlare di un nuovo organismo è che si combinino tra loro i Dna dei due genomi, quello paterno e quello materno, per dar vita ad un genoma nuovo e molto probabilmente unico.
L’uovo fecondato prende il nome tecnico di zigote. È una singola cellula, ma si mette subito in moto per duplicarsi e dare due cellule, poi quattro, poi otto, poi sedici. Fino a questo punto il tutto ha la forma di una minuscola mora e prende non a caso il nome di morula. A partire dallo stadio di 32 cellule, all’interno della massa compatta della morula si forma una minuscola cavità. Si è passati così allo stadio di blastula o più precisamente di blastocisti. Il numero di cellule continua a crescere, anche se lentamente; la cavità si espande e verso il quarto giorno al suo interno comincia a vedersi una masserella di cellule. Questa masserella è chiamata massa cellulare interna dagli autori anglosassoni mentre da noi viene detto in genere embrioblasto o, in una fase leggermente più avanzata, bottone embrionale. Da questa masserella e solo da questa trarrà origine il futuro embrione, mentre tutto quello che c’era prima e che c’è intorno ad essa a questo stadio contribuirà soltanto a formare le membrane delle quali l’embrione avrà bisogno per nutrirsi durante la gestazione, ma che alla fine del parto verranno gettate via. Occorre notare che questa caratteristica riguarda solo i mammiferi, mentre non ha l’uguale in altre categorie di animali. Sarebbe molto interessante soffermarsi su questa osservazione, ma non è ora il caso. Può accadere in questo stadio che all’interno della stessa blastocisti, di masserelle cellulari interne se ne formino due (o tre) invece di una sola. In questo caso si giungerà ad avere due (o tre) gemelli, cosiddetti identici, invece di un solo individuo.
Fino a questo punto tutto è avvenuto all’interno della tuba e la blastocisti è ancora libera di vagare. Non sopravvivrebbe però a lungo se non si impiantasse, attraverso una complessa successione di eventi, nel tessuto dell’utero materno, dal quale trarrà d’ora in poi il nutrimento. La fase dell’impianto nell’utero è una fase molto critica, passata la quale la blastocisti ce l’ha quasi fatta e l’embrioblasto che quella contiene può cominciare a nutrire qualche fiducia nella possibilità di dar luogo ad un bambino o ad una bambina.
È bene notare però che al suo interno l’embrioblasto non ha ancora una minima traccia di polarità. Non sa ancora, in parole povere, dove avrà la testa e dove la coda. I primi segni di questa polarità testa-coda compaiono all’interno dell’embrioblasto verso la fine della seconda settimana di gestazione. A circa tredici giorni si comincia a distinguere un asse corporeo principale e il giorno successivo, il quattordicesimo, i primi tenui segni di un sistema nervoso centrale e di una struttura spinale. A questo stadio il bottone embrionale, lungo poco più di un decimo di millimetro, comincia progressivamente a prendere una forma definita di embrione. Compariranno ancora altri organi e tutti quanti dovranno crescere di dimensioni e maturare, ma lo schema generale del corpo è già lì. Sullo sfondo di questa successione di eventi possiamo ora porci domande più specifiche.
Quando comincia la vita? Senza voler cavillare che la vita è cominciata una volta sola quasi quattro miliardi di anni fa, possiamo affermare, come già detto, che la vita di un particolare organismo comincia in condizioni normali con la fecondazione, cioè con l’unione del gamete paterno con quello materno. Non è un processo istantaneo per cui non ha senso chiedersi esattamente il momento di questa unione, ma certo questo cadrà all’interno delle ore della prima giornata. Lo zigote così ottenuto è un individuo? E, soprattutto, è un individuo la morula di otto o sedici cellule presente il giorno dopo, cioè il secondo giorno di gestazione, quando si può eseguire, volendo, una diagnosi preimpianto? È certamente un progetto di individuo, ma lo diverrà effettivamente soltanto nel 15-20% dei casi, perché la maggioranza delle morule non porterà, anche in condizioni normali, a nessun embrione e una percentuale non trascurabile di queste porteranno a due o più embrioni. È bene notare che è una fortuna che non tutte le morule giungano a dare un embrione. Si tratta infatti di un fondamentale «periodo di prova» durante il quale le morule che potrebbero dar luogo a embrioni difettosi vengono «saggiate» dalla natura e eventualmente scartate.
Quando comincia l’embrione? Se per embrione intendiamo l’insieme delle parti che formeranno il suo corpo, queste non compaiono prima del quarto-quinto giorno. Prima non ci sono e fino al dodicesimo giorno sono assolutamente informi. Quando è che l’embrione è un essere senziente? Non lo sappiamo con certezza, ma è difficile pensare che ciò possa accadere, anche solo potenzialmente, prima della comparsa di una minima traccia di sistema nervoso, comparsa che si registra il quattordicesimo giorno. Quando è che un embrione diventa persona e come tale gode dei diritti scritti e non scritti spettanti ad una persona? Questa è una domanda che esula dalla biologia e dalla scienza in generale e qui mi fermo. Ma non senza aver notato che alla fin fine è questa l’unica domanda rilevante, alla quale tutti siamo chiamati a dare una risposta, anche provvisoria e rivedibile. Per noi e per i nostri figli.
Dal punto di vista biologico non c’è in sostanza nessuna discontinuità dal concepimento alla nascita e oltre. Questo non significa che non si possano porre degli spartiacque, come quando si è deciso che a 18 anni una persona è maggiorenne. Non succede niente di particolare a 18 anni, ma la convenzione umana ha fissato questo limite e a volte lo ha anche cambiato. Una convenzione, appunto. Non possiamo chiedere alla natura o alla scienza di cavare le castagne dal fuoco al posto nostro. Occorre prenderci le nostre responsabilità e fissare dei limiti, che non potranno che avere una componente di convenzionalità. D’altra parte è una scelta che spetta all’uomo in una autentica prospettiva umanistica.
Le Scienze 24.01.2005
Combattere la depressione giovanile
Migliorando la qualità dei trattamenti, i sintomi diminuiscono più facilmente


Secondo uno studio pubblicato sul numero del 19 gennaio 2004 della rivista "Journal of the American Medical Association", un particolare intervento mirato a migliorare la qualità dei trattamenti sarebbe efficace nel ridurre la depressione negli adolescenti.
La prevalenza della depressione grave nell'adolescenza è stimata dal 15 al 20 per cento, e il 28,3 per cento degli adolescenti riferisce di periodi, nell'anno precedente, caratterizzati da sintomi depressivi. Il disturbo, se non trattato, può condurre al suicidio (è la prima causa di morte fra i giovani di 15-24 anni) o avere altri sviluppi negativi, compreso l'abbandono scolastico, gravidanze indesiderate, l'abuso di droghe, e la depressione in età adulta.
Lo studio effettuato da Joan Rosenbaum Asarnow della David Geffen School of Medicine dell'Università della California di Los Angeles e colleghi intendeva determinare i risultati di un intervento di miglioramento della qualità dei trattamenti. Il trial è stato condotto fra il 1999 e il 2003 su 418 pazienti con sintomi depressivi, di età compresa fra i 13 e i 21 anni. L'intervento prevedeva la presenza di team di esperti presso i siti, care manager a sostegno dei medici nella valutazione dei pazienti, corsi di aggiornamento per il personale addetto ai trattamenti per la depressione, maggior scelta ai pazienti sul tipo di cura da seguire.
I sintomi della depressione sono stati misurati usando la scala CES-D del Center for Epidemiological Studies. Gli autori hanno valutato anche la qualità della vita associata alla salute mentale e la soddisfazione dei pazienti per il trattamento ricevuto.
I ricercatori hanno scoperto che i pazienti sottoposti all'intervento, sei mesi dopo la conclusione dei trattamenti, riferivano una quantità significativamente minore di sintomi depressivi (un punteggio CES-D medio di 19,0 contro 21,4), una qualità di vita superiore e una maggior soddisfazione per le cure ricevute. "Si tratta - commentano gli autori - della dimostrazione che migliorando la qualità dei trattamenti è possibile combattere meglio la depressione degli adolescenti".

© 1999 - 2004 Le Scienze S.p.A.

martedì 25 gennaio 2005


AMORE E PSICHE

Le Nuove Edizioni Romane informano che

il n.1/2005 della rivista
"Il sogno della farfalla"

è disponibile presso la Casa Editrice, la
libreria Amore e Psiche e negli altri abituali punti vendita

e a Firenze, come sempre:
è da STRATAGEMMA
info@stratagemmaonline.com

Libreria Amore e Psiche
via santa caterina da siena, 61 roma
info:06/6783908 amorepsiche2003@libero.it
i nostri orari: lunedi 15-20
dal martedi alla domenica 10-20

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guerra
nuovi barbari a Babilonia

La Stampa 25 Gennaio 2005
Quel che (non) resta di Babilonia
SULLE ROVINE DELL’ANTICA CITTÀ, IN IRAQ, UNA BASE MILITARE AMERICANO-POLACCA: ECCO L’ELENCO DEI DANNI IRRIMEDIABILI
Maurizio Assalto

Perché un campo nel sito più importante? Invernizzi: «Faceva comodo così, è terreno demaniale, non si doveva espropriare i contadini»
Bergamini: «Ho visto le foto aeree: spaventose. Molto peggio della prima guerra del Golfo»
Un rapporto stilato dall’archeologo John Curtis, del British Museum, fa inorridire la comunità degli studiosi: descrive l’equivalente, sul piano culturale, delle teste mozzate esibite dai fanatici di al Zarqawi
«BABILONIA diventerà un monte di rovine, una dimora di sciacalli, un oggetto di stupore e di scherno, senza abitanti». Quando Jahvé degli eserciti dettava questo vaticinio al profeta Geremia, neppure la sua immaginazione onnisciente poteva prevedere che la vendetta divina si sarebbe consumata ancora a distanza di 26 secoli, mille e più anni dopo la scomparsa di ogni insediamento umano da quella che era stata la splendida capitale di Hammurabi e di Nabucodonosor e della leggendaria Semiramide, dei giardini pensili e della Torre di Babele. Quel che tutti temevano, da quando nell'aprile del 2003 il sito a pochi chilometri da Baghdad venne occupato dai «liberatori» americani per stabilirvi una base militare, è ovviamente avvenuto, e ora ci sono le prove, puntuali e documentate: un rapporto di 14 pagine fitte di accuse, anche se purtroppo non esaustivo, stilato dal responsabile del Dipartimento del Vicino Oriente al British Museum, John Curtis, che a fine dicembre è stato il primo archeologo occidentale a rimettere piede, su invito dei colleghi locali, nell'area riconsegnata formalmente all'autorità provvisoria irachena.
I soldati in armi, con i loro mezzi blindati, sulle rovine di Babilonia. Una follia, uno sfregio, «come impiantare una base militare intorno alla Grande Piramide in Egitto, o a Stonehenge in Gran Bretagna», si legge nel rapporto, che il quotidiano londinese The Guardian ha potuto esaminare in anteprima costruendovi un servizio in più pagine con foto e commenti. Babilonia, va ricordato, non è soltanto il sito più importante, per estensione e per quantità di strutture riportate alla luce, di tutto l'Iraq. È anche un simbolo, un nome dal suono magico e evocativo: per gli iracheni di oggi - tanto è vero che Saddam Hussein aveva costruito qui uno dei suoi innumerevoli palazzi, riedificando altresì, con criteri discutibili, le strutture antiche, in una sorta di Disneyland mesopotamica a uso dei turisti - come per la tradizione greca e ebraica e per quella islamica.
«Che il nemico non la traversi»
In una delle immagini a corredo del rapporto si vedono i soldati polacchi, che dal settembre del 2003 sono subentrati agli americani alla guida della forza multinazionale di stanza a Camp Babylon. Con i loro stivali martellano i mattoni del pavimento originale del VI secolo a.C. della Via delle Processioni (nei testi antichi, con involontaria ironia, Ai-ibur-shabu, «che il nemico non la traversi»), la strada che portava verso il tempio della divinità poliade Marduk, signore delle tempeste. In primo piano un cartello scritto a mano, con il pennarello: «Take care and protect Babylon, please». Una flebile supplica, lasciata lì dai responsabili del locale museo. Inutilmente. In un paio di zone in cui il pavimento è tornato alla luce i mattoni sono frantumati, intuibile effetto del passaggio di uno o più veicoli pesanti. «Se è così», aggiunge Curtis, «è probabile che anche i mattoni ancora ricoperti dalla terra siano ugualmente danneggiati». Senza contare che sono state riscontrate abbondanti tracce di perdite di carburante, che si infiltra nel terreno aggredendo le strutture sepolte più antiche.
Il rapporto si occupa anche della Porta di Ishtar, la replica in scala ridotta, voluta da Saddam, dell'antico accesso alla città dedicato alla grande dea dell'amore. Di qui transitano ogni giorno i militari - fino a seimila, su un campo arrivato a 150 ettari - dopo avere pericolosamente lambito la grande statua di basalto del Leone di Babilonia, che sta lì dalla metà del II millennio a.C. L'originale della Porta, con i suoi meravigliosi mattoni smaltati e invetriati nelle sfumature del verde, del giallo, del blu, è stato ricomposto al Pergamon Museum di Berlino - come molti dei reperti recuperati nell'antica città dall'archeologo tedesco Robert Koldewey, che la scavò tra il 1899 e il 1917 - ma in situ si trova ancora qualche cosa: le fondamenta sotterranee, che sebbene non fossero mai state visibili erano tuttavia ricche di iscrizioni e decorate con bellissime figure di draghi a rilievo (come quelli di Berlino) ottenute da mosaici di mattoni. Implacabile, Mr Curtis registra dieci differenti aree in cui le figure risultano danneggiate, «a causa di una o più persone che hanno cercato di rimuovere un mattone decorato».
Altro punto dolente, la ziqqurat Etemananki: ossia il colossale complesso a piattaforme quadrate sovrapposte, dedicato a Marduk, che ha originato il ricordo biblico della Torre di Babele. Fondato dai sovrani della prima dinastia babilonese, nel XII secolo a.C., ripreso 600 anni dopo dall'iniziatore dell'impero neobabilonese Nabopolassar e completato da suo figlio Nabucodonosor II - il sovrano che regnò dal 605 al 562, cambiando il volto della città e facendone la più splendida e più estesa capitale dell'antichità pre-ellenistica - l'Etemananki misurava 91,50 metri di lato per un'altezza all'incirca pari sviluppata su sette livelli uniti da un camminamento esterno. Ora non ne rimane quasi niente, fuori terra (forma e misure le dobbiamo alle accurate descrizioni di Erodoto e a un testo cuneiforme redatto in età seleucide): tutti i mattoni cotti sono stati depredati nel corso dei secoli e reimpiegati per costruire le città e i villaggi vicini, come Hilla; resta soltanto un nucleo di mattoni crudi, non riutilizzabili, circondato da un canneto. Però ci sarebbe ancora molto da scavare (i tedeschi sono tornati a lavorare nella ziqqurat per un breve periodo negli anni 70) e probabilmente molto da riportare alla luce. Non fosse che qui i militari hanno scavato diverse trincee. «Una grande quantità di vasellame e numerosi frammenti di mattone con iscrizioni cuneiformi di Nabucodonosor sono stati osservati sui bordi del materiale sterrato», annota Curtis.
Anche vicino al cosiddetto Warsaw Gate, dove passano quotidianamente le truppe polacche, sono state scavate un paio di trincee lunghe 20 metri, e anche qui l'archeologo del British Museum ha potuto notare i frammenti con le antiche iscrizioni. In uno di questi si legge: «Io sono Nabucodonosor re di Babilonia, figlio maggiore di Nabopolassar re di Babilonia, che provvede all'Esagil e all’Ezadil». Beffarda ironia dei nomi, ancora una volta: il grande sovrano Nabu-kudurri-usur - come suona in accadico, «o dio Nabu, proteggi la discendenza» - davvero non è riuscito a scongiurare la sorte più insultante per la sua città-capolavoro.
Sembra pazzesco. E lo è. Ma è incredibilmente vero. In tutta l'area di Babilonia migliaia di tonnellate di materiale archeologico mescolato alla sabbia sono servite a riempire i sacchi posti a difesa delle installazioni militari. E quando questa pratica sciagurata è stata fermata, altre migliaia di tonnellate di terra portata da fuori hanno irrimediabilmente contaminato il sito per le future generazioni di archeologi: forse non si potrà più ricavare niente dal Palazzo meridionale di Nabucodonosor, uno dei tre che il sovrano si fece costruire in città, né si potrà mai individuare il luogo dei famosi giardini pensili. Non basta. Intere zone sono state livellate e ricoperte di ghiaia - che, assicura il rapporto, sarà impossibile rimuovere senza provocare ulteriori danni - e quindi trattate con prodotti chimici, per impiantarvi parcheggi per gli automezzi blindati e eliporti.
Postazione strategica
Dall'Inghilterra all'America all'Italia, la comunità scientifica ha reagito inorridita alle rivelazioni di Curtis. Gli affronti al patrimonio archeologico sono l’equivalente, su un altro piano, delle teste mozzate esibite dai fanatici di al Zarkawi. Ancora una volta l'aspetto inumano - nel senso più profondo - della guerra si rivela emblematicamente nella sua insensibilità verso la cultura, nel suo accanirsi non soltanto contro gli individui in carne e ossa, ma contro l'umanità nella sua essenza.
In verità le voci filtravano da tempo. Giovanni Bergamini, direttore presso il Museo Egizio di Torino ma archeologo orientalista, aveva captato qualche cosa quando, in ottobre, aveva tenuto a Amman un corso per il personale iracheno che dovrà occuparsi del ripristino del patrimonio: «Ho visto una serie di immagini aeree, il confronto con le stesse zone fotografate nel '74 è spaventoso: colline spianate, terreni sforacchiati... Tutti si sono concentrati sul saccheggio del museo di Baghdad, nell'aprile del 2003, ma il dramma è più diffuso. Per quanto riguarda Babilonia, è molto peggio che dopo la prima guerra del Golfo: il sito era abbastanza tutelato, grazie anche alla presenza di una sede della Direzione delle Antichità. Praticamente non aveva subito danni: tanto è vero che negli anni successivi ha continuato a ospitare un festival artistico, ogni primavera, con cui il regime cercava di darsi un po' di prestigio».
Anche Roberto Parapetti, architetto del Crast di Torino che aveva avuto l’incarico di elaborare un progetto per la valorizzazione del Palazzo meridionale di Nabucodonosor e della Porta di Ishtar, era stato informato, durante un recente congresso a Boston dell'American Institute of Archaeology. «Ho incontrato Donny George, uno dei massimi rappresentanti delle Antichità di Baghdad. Mi ha parlato dei danneggiamenti, diceva che adesso la cosa più importante è tenere sotto controllo i siti, per impedire ulteriori saccheggi. Dai primi di gennaio a Babilonia c'è un corpo di guardia di 240 poliziotti locali». Basterà? Il peggio, comunque, è già accaduto. Gli strati più antichi della città, quelli risalenti all'epoca di Hammurabi (XVIII secolo a.C.) e prima ancora, sono sepolti a 40 metri di profondità sotto la falda acquifera e forse non si recupereranno mai, come teme Bergamini; quelli più recenti, relativi all'età neobabilonese, o sono già stati asportati o sono ora seriamente compromessi.
Ma, appunto, come è potuto accadere? Perché, con tanto territorio disponibile, gli Stati Uniti (che, come si ricorderà, non hanno mai sottoscritto la Convenzione dell'Aia del 1954 per la tutela del patrimonio culturale mondiale in caso di guerra) hanno stabilito una base militare proprio sul sito più significativo di tutto l'Iraq?
La risposta è semplice, secondo Parapetti: «Babilonia è considerata una postazione strategica, a metà strada tra Baghdad e Kerbala». Anche Antonio Invernizzi conosce bene la zona, per esservi stato spesso con le missioni del Crast, uno dei gruppi archeologici più attivi in Mesopotamia, apprezzato in tutto il mondo: «Si sono sistemati lì perché gli faceva comodo. Babilonia non ha villaggi a ridosso, è terreno demaniale, quindi non era necessario espropriare nessuno». In definitiva gli americani si sarebbero comportati come le antiche popolazioni della Mezzaluna fertile, che ricostruivano le loro città sulle rovine degli insediamenti precedenti, dando origine ai tell, per non sottrarre terreno alle coltivazioni circostanti.
Se Hammurabi vedesse
Uno scrupolo perfino lodevole, non fosse che... Lo stesso rapporto Curtis, del resto, riconosce che, almeno inizialmente, la presenza militare era servita a tenere lontani i predatori. E Invernizzi ricorda che a volte perfino le operazioni di guerra possono essere utili all'archeologia: come accadde durante il conflitto Iran-Iraq, a cavallo tra gli anni 70 e 80, quando le truppe di Saddam che avevano occupato il sito di Seleucia, scavando le trincee difensive, avevano sterrato una rara statua bronzea ellenistica di Eracle, subito affidata ai responsabili delle Antichità e nell’85-86 esposta a Torino, Firenze e Roma nella storica mostra «La terra tra i due fiumi». Però quella fu un'eccezione. La regola, in questi casi, è diversa.
Naturalmente gli interessati respingono le accuse. Il comando polacco, letto il rapporto di Curtis, ha ribadito di avere soltanto protetto il sito dai vandalismi, e subito il viceministro della Difesa iracheno, Ziad Cattan, ha fatto eco, confermando che «non sono stati provocati danni a Babilonia da truppe americane o polacche» e aggiungendo di avere chiesto a Varsavia di non ridurre di un terzo, come annunciato, il suo contingente di 2500 uomini dopo le elezioni del 30 gennaio. C'è da domandarsi, allora, che cosa abbia visto l'archeologo britannico, che cosa abbiano visto i suoi colleghi iracheni che ne hanno avvalorato la testimonianza, arricchendola di dettagli. Chissà se Hammurabi, il padre del celebre Codice, può osservare quel che accade, da qualche parte del gorgo buio in cui confluiscono gli uomini del passato e i loro dèi. Forse sta già brandendo il taglione.

sinistra
Bertinotti e Prodi

Corriere della Sera 25.1.05
«Mi presenterò con un programma differente, non alternativo». L’ipotesi di tenere una «consulta» sui contenuti
Bertinotti a Prodi: lo strambo sei tu
Il leader prc non arretra, poi la telefonata di tregua: saremo leali, ma obbedire non si usa tra pari
di
Francesco Alberti

MILANO - Finisce con Bertinotti che, rivolto ai compagni di partito, propone di appendere nei locali di Rifondazione una foto con la scritta «Sono Fausto, lo Strampalato». Finisce con Romano Prodi che, dopo un lunedì bolognese speso nella «Fabbrica del programma», si sente al telefono con l’alleato e i toni, assicurano, sono «distesi». Finisce con i prodiani che lanciano messaggi ovattati a Fausto il Rosso: nessuna intenzione di andare alla guerra sulle primarie, però è innegabile che gli elettori debbano essere messi in condizione di capire le eventuali differenze tra i competitori. Finisce, si direbbe, a tarallucci e vino. Se non fosse che dietro al botta e risposta tra Prodi e Bertinotti, dietro al termine «strampalerie» con il quale il Professore ha criticato l’intenzione dell’alleato di correre alle primarie senza un programma veramente alternativo, si celano tatticismi e strategie per nulla convergenti. Per questo, al termine di una giornata condita da punzecchiature e piccoli avvertimenti, è lo stesso leader del Prc a chiudere il coperchio della polemica, assicurando che «le primarie, se si faranno, non influenzeranno i rapporti nella coalizione», che «l’avversario da battere è Berlusconi» e che rispetto al ’98 «è tutto cambiato, saremo leali». E intanto da ambienti di Rifondazione rimbalza l’ipotesi di far precedere le primarie da una sorta di «consulta di programma» aperta a partiti e sindacati: un modo per disinnescare la mina. Per ora, comunque, Bertinotti non molla la presa. Respinge al mittente l’accusa prodiana di «strampalerie»: «Sono licenze poetiche - dice con sorriso a fior di labbra - di un autorevole dirigente politico italiano». Aggiunge: «E poi "strampalerie" è una parola che non esiste nel vocabolario (e qui sbaglia: Zingarelli docet, ndr.). In ogni caso, l’unica vera stramberia sarebbero primarie con un solo candidato». Insomma, facciamola finita: «Non le ho inventate io queste consultazioni. Casomai sono stato trascinato». Ritirarsi? Neanche a parlarne: «Si tratta di pressioni del tutto incoerenti con l’idea della democrazia. Che inizia da due: e io sono il secondo». Un secondo che potrebbe anche essere primo al traguardo, perché «non è vero che aprioristicamente un candidato moderato sia più competitivo di uno di sinistra». E se sarà lui a vincere, avverte, allora Prodi potrebbe saltare in aria, «e sarebbe l’unico modo accettabile per cambiarlo».
Che poi lo stesso Bertinotti consideri remota una tale eventualità, e subito si affretti a definire l’uomo dell’Ulivo «un buon candidato del centrosinistra», è altra cosa. Di certo non saranno «sofismi semantici» a fermarlo: «Mi presenterò con un programma differente da quello di Romano, ma non alternativo, io sono alternativo a Berlusconi». E di fronte al rischio, in caso di sconfitta, di doversi adeguare alle scelte della maggioranza, il capo postcomunista assicura «lealtà». Che è cosa diversa però dall’«obbedienza» chiesta da Prodi: «Quel termine - sibila - non si usa tra pari...».

«storia dei corpi»

Repubblica 25.1.04
LA VERA STORIA DEL TUO CORPO

parla Alain Corbin, direttore di una grande opera sull'argomento
Oggi si cerca di evitare il dolore: bellezza ed efficienza sono lo specchio del benessere
Solo con l'Illuminismo comincia uno studio più attento e scientifico
Per secoli i punti di vista della Chiesa, della scienza e dell'arte si sono confusi
Nel Medio Evo era considerato la prigione dell'anima e dunque si doveva mortificare
intervista di FABIO GAMBARO


PARIGI. «Il corpo è un luogo conflittuale ove si sovrappongono una varietà di rappresentazioni, credenze e sistemi simbolici, attraverso i quali, ad ogni epoca, il dato soggettivo lotta con la norma sociale». Da molti anni, Alain Corbin si occupa del corpo come oggetto d'indagine storica, scandagliando la complessità di una realtà materiale su cui si sovrappongono proiezioni culturali e scientifiche che di volta in volta ne modificano la percezione, le fattezze e i comportamenti. Non stupisce, quindi, che insieme a Georges Vigarello e Jean Jacques Courtine, egli sia all'origine di un vasto progetto che, dopo quasi dieci anni di lavori, è giunto finalmente in porto.
Stiamo parlando dell'imponente Histoire du corps, di cui vengono oggi pubblicati i primi due volumi, De la Renaissance aux Lumières e De la Révolution à la Grande Guerre (Seuil, pagg. 573 e 442), mentre per il terzo, Le XX siècle, si dovrà attendere l'autunno. Quella concepita dai tre storici francesi è un'opera ricchissima, che spazia dal Rinascimento ai giorni nostri e che mette in luce la lenta evoluzione della percezione collettiva del corpo e delle sue innumerevoli implicazioni, utilizzando una grande varietà di dati e prospettive: dai progressi della medicina alle posizioni della chiesa, dalle visioni degli artisti alle pratiche igieniche, dalla percezione del dolore al trionfo dello sport, dalla scoperta della sessualità alla fascinazione di fronte al deforme, dalle riflessioni filosofiche all'uso del corpo in guerra e sul lavoro.
«In passato, sono stati pubblicati diversi studi sul corpo nell'antichità e nel medioevo, ma nulla sull'epoca moderna e contemporanea», spiega Corbin, che insegna alla Sorbona ed è autore di numerosi saggi, tra cui Storia sociale degli odori, L´invenzione del tempo libero e Il mondo ritrovato di Louis-François Pinagot. «Per questo periodo, mancava soprattutto una storia globale che tenesse conto di tutti i possibili approcci e fosse capace di ricostruire i diversi sistemi di rappresentazioni che, dal Cinquecento all'epoca contemporanea, hanno modellato la nostra concezione del corpo. Si pensi ad esempio a come, tra il XVI al XIX secolo, i punti di vista della chiesa, della scienza e dell'arte si sono confusi e sovrapposti. Nella prospettiva storica, il corpo è sempre una realtà poliedrica e sfuggente, la cui percezione varia con l'evolvere delle condizioni materiali e culturali».
Una realtà in cui la distinzione tra soggetto e oggetto diventa problematica?
«Il corpo è un oggetto diverso da tutti gli altri, giacché è un oggetto che contiene il soggetto. Noi stiamo dentro al nostro corpo, ne abbiamo coscienza, lo percepiamo come un oggetto d'indagine, ma naturalmente non possiamo mai separaci da esso. Inoltre, nel corpo sentiamo costantemente il lento lavorio della morte. È dunque un oggetto la cui fine è sempre annunciata».
Il vostro lavoro mostra quanto sia lenta l'evoluzione delle conoscenze relative al corpo...
«In effetti, nel Rinascimento il corpo è ancora pensato come un'entità legata al cosmo da una serie di fili più o meno invisibili, che gli attribuiscono un carattere magico e misterioso. Nel corso del Settecento però diventa oggetto d'osservazione e di sperimentazione, attività da cui a poco a poco emergere l'idea di un corpo concepito come una macchina. Molti studiosi, da Cassirer a Foucault, hanno sottolineato l'importanza di questa lenta evoluzione che ha progressivamente liberato il corpo dalle sue relazioni con un universo di forze oscure».
L'avvento del punto di vista della scienza e della medicina è stato un processo lineare?
«Tutt'altro. L'evoluzione è stata irregolare, ricca d'andirivieni, di elementi contraddittori e di credenze ricombinate con le conoscenze scientifiche. La medicalizzazione del corpo e il primato delle conoscenze scientifiche s´impongono molto lentamente, dato che resistono a lungo le ricette tradizionali e i consigli dei ciarlatani. Nel XVIII e nel XIX secolo il discorso dei medici è recepito solo da una ristretta élite sociale. È vero che a quell'epoca vengono pubblicati alcuni grandi manuali di fisiologia, ma ciò non significa che quelle nozioni appartenessero a tutti. Chi si mostra particolarmente attento ai progressi della medicina è il mondo degli artisti, basti pensare ai corpi perfetti e muscolosi che appaiono nella Zattera della medusa di Gericault. Oggi le conquiste della medicina si diffondono rapidamente. In passato esse penetravano nel corpo sociale, modificandone i comportamenti, solo in maniera lentissima. Spesso, inoltre, le conoscenze scientifiche si confondevano con le credenze anteriori».
Può fare qualche esempio?
«Alla fine dell'Ottocento era ancora diffusa la teoria dell'"impregnazione", secondo la quale una donna restava segnata per sempre dalla prima relazione sessuale. Di conseguenza, si pensava che il figlio avuto da un secondo uomo ereditasse i tratti somatici del primo amante. Inoltre, in certe campagne francesi, a metà del Novecento, si continuava ad attribuire doti magiche al sangue mestruale. Insomma, vecchio e nuovo convivono a lungo, anche perché il corpo è il luogo dove si affrontano sempre diverse visioni del mondo. Nel corso dell'Ottocento, la relazione tra corpo e sessualità è dominata dal conflitto tra tre diverse entità. La morale cattolica che condanna il piacere e la carne. La medicina che attribuisce al corpo la missione della riproduzione della specie. La natura vede nel piacere il miglior modo di utilizzare il corpo umano. Sono tre letture diverse del mondo con cui gli individui, e i loro corpi, devono fare i conti, cercando di risolvere lo scontro tra pulsione, soggettività e norma sociale».
Un conflitto che emerge fin dal XVIII secolo.
«Il secolo dell'illuminismo approfondisce molto la conoscenza di sé. I diari dell'epoca ci trasmettono la testimonianza di una ricerca attraverso la quale gli uomini provano a definire meglio il corpo, i suoi limiti e i suoi comportamenti, confrontandosi con la norma medica, la norma igienica e la norma religiosa. Dato che la percezione del proprio corpo è sempre all´intersezione di un sistema di norme multiple, lo scontro tra affermazione di sé e rispetto delle convenzioni sociali è presente ad ogni epoca, anche se in forme e modi diversi. Oggi ad esempio il discorso moralistico della chiesa sembra in declino, mentre la riproduzione della specie come missione del corpo non è più un imperativo per nessuno. In compenso, agiscono nuovi imperativi».
Quali?
«Accanto ai canoni di bellezza imposti dalle mode (che per altro esistevano anche in passato), agisce l'obbligo di sentirsi bene e in armonia con il proprio corpo, controllandone tutte le manifestazioni, sentendolo e stimolandolo al meglio. Le norme contemporanee impongono di sfuggire al dolore, obbligandoci ad essere sempre disponibili al piacere. Un corpo bello ed efficiente è necessariamente lo specchio del nostro benessere».
C'è stato un tempo in cui era considerato lo specchio dell'anima...
«Le relazioni tra corpo e anima hanno sempre affascinato gli uomini. Per la filosofia medievale, il corpo era la prigione da cui l´anima doveva evadere per raggiungere la salvezza. Il corpo cessa di essere il vile contenitore dello spirito solo con il naturalismo del XVIII secolo. Più tardi, nel corso dell´Ottocento la scienza del corpo cerca di capire in che modo il cervello agisce in accordo con gli altri organi. Mentre nel XX secolo, con la psicoanalisi, il soggetto s'identifica con il proprio corpo, il quale diventa sintomo dell´inconscio. Detto ciò, il mito del corpo come specchio dell'anima ha resistito fino a oggi, basti vedere l'attenzione ossessiva che prestiamo all'apparenza esteriore».
Un'attenzione che alimenta il narcisismo e il culto di sé...
«È vero, il culto del corpo è oggi una tendenza dominante, che forse si spiega con il disincanto del mondo e l'appannarsi delle credenze religiose. Nel momento in cui non c'è più salvezza nell'aldilà, ci si rivolge alla realtà concreta della natura, e quindi al proprio corpo. A volte in maniera ossessiva. Così, la chirurgia estetica, che ai suoi albori era solamente riparatrice, oggi è al servizio di una bellezza fantasmatica inseguita a qualsiasi costo. Trapianti, impianti e protesi varie trasformano però il corpo in un ibrido, nel quale sempre più convivono naturale e artificiale. Senza dimenticare che i progressi della genetica e della clonazione finiranno per produrre trasformazioni profonde nella nostra percezione. Il corpo rischia di non essere più quello che è stato finora. Probabilmente siamo nel mezzo di una svolta epocale, le cui conseguenze per adesso sono difficili da decifrare e misurare».

domani a Firenze
Alberto Asor Rosa

Repubblica, cronaca di Firenze, 25.1.05
Domani a "Leggere per..." presenta la raccolta di saggi: "Nel decennio finale lo scrittore scrive in presa diretta, è più labile il confronto con i classici"
L'ultimo Novecento di Asor Rosa
Il critico aggiorna i suoi studi sul secolo letterario
"Primarie: l'ennesimo pasticcio provocato dall'incapacità di pensare in prospettiva"
di BEATRICE MANETTI


Nel secolo breve, che a ben vedere tanto breve non è stato se è vero che la sua fine coincide con sangue e col fuoco dell'11 settembre, è toccato alla letteratura chiudere per prima il bilancio di un'epoca tragica. Almeno in Italia, «dove ho l'impressione che il Novecento in letteratura finisca negli anni Ottanta. Non vedo riflessi clamorosi degli avvenimenti storici contemporanei nella produzione recente. Mi pare anzi che oggi, curiosamente, gli scrittori tendano a collocarsi in caselle elaborate, più che da loro stessi, dai funzionari dell´industria editoriale». Per Alberto Asor Rosa il Novecento è come un personaggio pirandelliano: organico e lacerato, uno e centomila. L´idea è evidente già nel titolo del suo ultimo libro, "Novecento primo, secondo e terzo", la raccolta di saggi che aggiorna agli anni Novanta il volume "Un altro Novecento" e che lo storico della letteratura presenta domani a "Leggere per non dimenticare" (ore 17.30, Biblioteca Comunale di via S. Egidio 21, introducono Giovanni Falaschi, Enzo Golino e Rita Guerricchio).
Il suo Novecento è un organismo la cui unità consiste paradossalmente proprio nelle fratture. Sta in questa contraddizione la sua idea del secolo?
«Diciamo che distinguo abbastanza nettamente fra tre diversi Novecento, che naturalmente sono incastrati l'uno nell'altro ma al tempo stesso si pongono in forte alternativa rispetto al momento precedente. Se un giorno verrà inserito un quarto Novecento, che comincia a delinearsi nelle pagine finali della raccolta, si vedrebbe che questo ragionamento funziona fino alla fine del secolo».
Eppure i suoi autori prediletti, di ieri come di oggi, danno un'impressione di continuità: per tutti, da Calvino a Tabucchi la letteratura non è stata soltanto un problema "letterario", ma anche una questione etica e ideologica. Che cosa è cambiato, allora, negli ultimi decenni?
«È cambiato il rapporto con i classici. I tre autori che chiudono la fase precedente - Pasolini, Fortini e Calvino - dispiegano la loro nozione di modernità in un confronto continuo con i classici. Direi che oggi questa necessità, a parte rare eccezioni, è quasi inesistente. Come è ormai molto labile l'idea che lo scrittore debba approfondire i fondamenti teorici della propria attività. Prevale una ricerca in presa diretta che cerca di andare alle cose senza una riflessione culturale».
Lei è un critico, un uomo politico, da alcuni anni un romanziere. Come dialogano fra loro queste sue tre anime?
«Questi tre aspetti esprimono diversi livelli dell´esistenza e dell´esperienza. È naturale che ci sia qualcosa che le fa comunicare, ma nel caso mio non in maniera condizionante. Sono passioni diverse, forti tutte quante, ma autonome».
La sua anima politica che idea si è fatta della scelta delle primarie da parte del centrosinistra?
«Quando si è parlato per la prima volta di primarie ho pensato subito che fosse una strada sbagliata, anomala rispetto all'esperienza italiana. Ma è stata scelta perché Prodi non ha ritenuto che fosse sufficiente a dargli un'investitura senza condizioni l'accettazione unanime dei partiti del centrosinistra. Nel frattempo sono emersi gli inconvenienti e le sorprese, come in Puglia, e abbiamo assistito, in ritardo, a un improvviso drammatico ripensamento sulla loro utilità. Siamo di fonte, secondo me, all'ennesimo pasticcio, provocato dall'incapacità di pensare in prospettiva e non nel contingente».

depressione post-parto,
e altro

La Stampa 25.1.05
LO PSICHIATRA
«Le famiglie devono vigilare»
di Marina Cassi


Torino. Stanche, assonnate, stressate. I mesi successivi al parto spesso sono irti di ansie, paure, insicurezze e talvolta, in particolarissimi casi, una soluzione estrema appare come l’unica possibile.
Filippo Bogetto, responsabile della Psichiatria universitaria delle Molinette, avverte: «Non facciamo allarmismi, non induciamo ogni madre comprensibilmente stanca a ritenere di avere problemi seri. Però neppure alcuna disattenzione».
Professore, la depressione post partum è molto diffusa, quando può diventare grave?
«Indubbiamente è una realtà clinica con percentuali importati. Si va dai “blues”, cioè momenti o giornate di tristezza e smarrimento, a casi di depresssione lieve fino a quelli più drammatici di tipo psicotico caratterizzati da senso di lontananza nei confronti del figlio, sensazione di inadeguatezza affettiva».
Questa ultima situazione rischia sempre di evolvere in tragedia?
«No. E’ però complessa da individuare persino per i tecnici perchè la donna si spaventa, si vergogna, si chiude. Se ha già precedenti patologici psichiatrici di depressione o altro, come gravi disturbi della personalità, può arrivare anche a manifestazioni deliranti cioè a ritenere che il mondo porti solo tormenti e a scegliere gesti estremi per sottrarre il figlio alle pene del mondo».
Che cosa si deve fare per intuire se la donna può essere a rischio ed è possibile curarla?
«Ci sono i casi con precedenti che vanno trattati come tali. Poi bisogna riconoscere che oggi più che nel passato l’arrivo di un figlio scatena una rivoluzione nella vita delle coppie e che cresce l’angoscia di fondo delle giovani madri. La depressione post partum non curata di solito dura qualche mese, raramente cronicizza. Se curata dà buone risposte».
E per la prevenzione?
«Non dico che ogni neo madre debba andare dallo psichiatra o che ogni donna stanca e un po’ ansiosa perchè non dorme la notte stia manifestando sintomi di malattia. Però esorto le famiglie a tenere gli occhi aperti. Se si notano particolari chiusure o perplessità nello stare con il figlio allora è bene intervenire, aiutare e anche suggerire una visita specialistica».

Repubblica Torino 25.1.05
LA PSICOLOGA
"Quel male dell´anima che colpisce le mamme"
"Un disagio crescente ma ancora poco valutato"
Ne è afflitto il 15-18 per cento delle puerpere
di SARA STRIPPOLI


Sara Randaccio, esistono dati sull'incidenza della depressione post-parto?
«Una recente ricerca che abbiamo svolto al Sant'Anna, dove coordino il servizio di psicologia, indica che la percentuale di donne a rischio di sviluppare una depressione dopo la nascita del figlio è del 15-18 per cento. I dati della letteratura sull'argomento parlano del 12-15. Esiste poi una forma molto più lieve chiamata maternity blues, fra il 20 e il 60 per cento dei casi».
Ci può chiarire le differenze?
«Quest'ultima si esaurisce di solito in breve tempo, una tendenza alla tristezza, stanchezza. Nulla a che vedere con la depressione post-parto che è una patologia seria, spesso da affrontare anche con farmaci».
La depressione post-parto arriva in soggetti che in genere hanno già dato segnali di predisposizione a fenomeni depressivi?
«In genere sì, magari non una depressione diagnosticata ma una sofferenza percepita ma non affrontata».
Avete la percezione che eventi così drammatici siano in crescita?
«Sì. Non so dare una spiegazione netta. Forse perché adesso tutto sembra facile, anche la gravidanza e il parto. E in realtà è così, ma poi alcune donne, le più fragili, si trovano in difficoltà. Scatta la paura, il senso di inadeguatezza. E chi è vicino non si rende conto, minimizza senza affidarsi a specialisti. Donne che di fronte al figlio dimostrano freddezza, mamme che piangono sempre, che si sentono non all'altezza perché non riescono ad allattare. I segnali ci sono».
Quante donne si rivolgono a voi?
«Da qualche tempo i ginecologi sono molto più sensibili, più attenti. Adesso si rivolge a noi la metà delle neo-mamme».

Yahoo Salute 25.1.05
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
Madri che uccidono i figli, dossier ad un convegno
Il Pensiero Scientifico Editore
di David Frati


Nuove ricerche per migliorare la terapia degli attacchi di panico, combinando farmaci e psicoterapia; introduzione della “fototerapia” quale cura naturale con la luce, senza farmaci, per alcune forme di depressione; ricerche su una dimensione nascosta di rabbia e aggressività come possibile causa di suicidio e atti violenti; conoscenze di psicopatologia nel panorama mondiale della ricerca con studi multicentrici in Italia; violenze domestiche, disturbi d’ansia e dell’umore, schizofrenia, disturbi dell’alimentazione, criminologia e psichiatria forense, psicoterapia e modelli organizzativi.
Sono alcuni dei contenuti del primo convegno “La mente nella ricerca”, organizzato dal dipartimento di Scienze Psichiatriche e Medicina Psicologica de “La Sapienza” che si è svolto al Policlinico Umberto I di Roma. L’incontro ha offerto a studiosi e operatori di discipline psichiatriche e psicologiche, un’approfondita panoramica sulle più avanzate ricerche condotte nel settore dal dipartimento. Nel simposio su “Criminologie e psichiatria forense”, tenuto da Vincenzo Mastronardi, si è discusso del crescente allarme sociale per condotte violente in ambito domestico. Attraverso dossier clinici, filmati e percorsi giudiziari, sono state analizzate le personalità di 20 madri filiicide internate nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere (MN) e di 1500 alunni di scuola media nel territorio romano. Identificate le “condotte-sintomi” che diventano fattori scatenanti del reato per fornire, così, gli strumenti preventivi efficaci nella riduzione del rischio e del danno.
“C’è stata un’ampia ed entusiasta partecipazione”, spiega Massimo Biondi del Dipartimento Scienze Psichiatriche e Medicina Psicologica dell’Università “La Sapienza” e uno degli organizzatori, “al primo convegno che dopo tanti anni riprende il tessuto universitario nell’ambito della psichiatria clinica e della psicoterapia. Nella mia idea dovrebbe diventare un appuntamento annuale o addirittura semestrale, allargando il gruppo di lavoro anche ad altri Dipartimenti universitari o ad altre strutture territoriali dell’area psichiatrica e psicologica. Per fare dell’Università “La Sapienza” il centro di un fecondo dibattito e di un confronto culturale, di ricerca medica e di esperienza clinica”.
Corriere della Sera 25.1.05
DONNE E UOMINI
Nuova parità: l’intelligenza
Le anticipazioni di un lavoro scientifico americano
Una nuova parità tra uomo e donna:
di GIUSEPPE REMUZZI

Che ci siano differenze fra il cervello dell’uomo e il cervello della donna è vero. Lo mostra anche un lavoro ancora inedito realizzato da una équipe di ricercatori californiani. Ma i due cervelli, anche se attraverso strade diverse, possono raggiungere le stesse vette.
Ma è proprio vero che la scienza è uomo? (L’ha lasciato intendere il rettore di Harvard, dicendo che in scienza e matematica le donne avrebbero difficoltà). Probabilmente no. Ma che ci siano differenze fra il cervello della donna e quello dell’uomo, questo sì. Un lavoro non ancora pubblicato di ricercatori di Irvine in California dimostra che di cervelli non ce n’è uno solo, ma due: quello della donna e quello dell’uomo, e sono diversi. Nel cervello c’è la sostanza bianca (sede del network di connessioni fra centri che elaborano informazioni), e quella grigia (dove arrivano le informazioni e dove vengono elaborate) collegate fra loro come in un computer. All’intelligenza la donna dedica più sostanza bianca, l’uomo più sostanza grigia. Ma i due cervelli per quanto per strade diverse, possono raggiungere le stesse vette. Ma andiamo con ordine. Se nei processi intellettuali, come sembra, le donne ci mettono dieci volte più sostanza bianca degli uomini e gli uomini molta più sostanza grigia delle donne, può darsi che nelle attività che richiedono una capacità di accumulare e integrare informazioni (dimestichezza con le lingue per esempio) siano le donne a eccellere, ma dove servono più capacità di elaborare le informazioni secondo certe logiche (come per la matematica) la parte del leone la facciano gli uomini. Questo in teoria. Ma c’è di più: gli scienziati di Irvine hanno visto che la sostanza (bianca e grigia) che fa insieme «intelligenza», nella donna sta sulla parte frontale (anteriore) della corteccia cerebrale. Nell’uomo, nel lobo frontale, c’è un po’ di sostanza grigia (di quella dell’intelligenza), ma niente sostanza bianca che invece è distribuita in diverse parti del cervello. Così l’intelligenza della donna è probabilmente più vulnerabile. Un danno al lobo frontale - dove c’è quasi tutto il «cervello intelligente» - può compromettere le funzioni cognitive più di quanto non succeda agli uomini.
Oltre a sottoporre donne e uomini a studi di risonanza magnetica nucleare, i ricercatori della California hanno fatto agli stessi soggetti certi test che misurano l’intelligenza (quoziente intellettuale, dicono i medici). Un computer li ha poi aiutati a correlare i due tipi di informazioni e così hanno fatto delle mappe dell’intelligenza. Che sono molto diverse, molto simili tra loro quelle delle donne, chiaramente diverse (ma di nuovo simili tra loro) quelle degli uomini. Di fatto però tra il quoziente intellettuale delle donne e quello degli uomini non si riusciva a dimostrare nessuna differenza.
L’uscita del rettore di Harvard è stata un po’ provocatoria. Poi si è scusato. Molti (soprattutto donne, ma anche qualche uomo) si sono scandalizzati. Però a qualcuno il dubbio è rimasto. «E se avesse ragione? (E’ un fatto, che ai vertici della scienza ci sono meno donne che uomini. Quante donne ci sono fra i direttori dei grandi giornali scientifici? Quante donne hanno avuto il premio Nobel?)».
In questi ultimi anni però studi di comparazione fra le capacità intellettuali delle donne e degli uomini ne sono stati fatti tanti. Il problema è certamente complesso e la risposta deve per forza essere articolata. Nel 2002 l’Organizzazione per il Commercio e lo sviluppo economico ha studiato 250.000 bambini di 15 anni di 41 Paesi. Qualche volta i maschi vanno meglio in matematica. Ma qualche volta no, e poi ci sono grandi differenze da un paese all’altro. In Giappone per esempio non c’è differenza fra le ragazze e i ragazzi (fra l’altro le ragazze giapponesi sono meglio dei ragazzi di quasi tutte le altre nazioni compresi gli Stati Uniti). In Islanda le ragazze «bagnano il naso» ai ragazzi, regolarmente, in tutte le gare di matematica. In diversi altri Paesi, è vero, i ragazzi vanno meglio delle ragazze, ma se si guarda a chi sbaglia tutte le risposte, sono quasi sempre ragazzi. E sono quasi sempre i ragazzi ad avere difficoltà di apprendimento e deficit di attenzione. È un po’ come se il cervello dei maschi fosse un oggetto un po’ più delicato di quello delle ragazze.
Che ci siano poche donne ai vertici della scienza è un fatto, ma se uno mette insieme tutti questi dati è difficile pensare che dipenda dall’essere, le donne, meno capaci. Si è visto per esempio che certi uomini occupano posizioni importanti in ricerca, senza che abbiano dimostrato grandi capacità in matematica. C’è anche il caso che le donne siano più prudenti, e competano per posizioni di rilievo nell’organizzazione della scienza solo quando si sentono davvero sicure delle loro capacità. Un segreto per avere successo nella scienza è lavorare tanto. Gli uomini ancora oggi hanno meno impegni di famiglia. Forse è questo a fare la differenza. E poi chissà che non avesse ragione Henri Millon de Montherlant (grande autore di teatro, a Parigi, fra le due guerre): «Non c’è nulla di sicuro per l’intelligenza, neppure l’intelligenza stessa».

dal Domenicale de Il Sole 24ore

dal Domenicale de Il Sole 24ore 23.1.05
Gli scienziati italiani rispondono alla domanda di John Brockman: cosa credo che sia vero anche se non posso provarlo?
Credenze che muovono il mondo

La biologia sposerà la fisica
di Giorgio Parisi (fisico)


Io credo che in questo secolo molte idee, che oggi sono patrimonio della fisica teorica, si integreranno con la biologia e porteranno a una comprensione più profonda di cosa è la vita e di come si è evoluta.
Ovviamente non lo posso provare. La biologia è una scienza dominata dalla storia e dalla contingenza. Possiamo osservare solo quello che è avvenuto per caso su questo pianeta e non sappiamo come si sarebbe evoluta la vita altrove: l'esistenza di sistema immunitario nei vertebrati è un dato di fatto. La fisica invece è il regno della necessità: partendo da un piccolo numero di leggi si possono calcolare le orbite non solo dei pianeti del sistema solare ma anche quelle di qualsiasi pianeta di qualsivoglia. Peggio ancora, in fisica le argomentazioni sono principalmente di tipo quantitativo e il ragionamento matematico è cruciale, mentre in biologia la matematica gioca un ruolo irrilevante o ausiliario e i discorsi sono prevalentemente di tipo qualitativo.
Tuttavia, più aumentano le nostre conoscenze della materia vivente, più i biologi si trovano a studiare sistemi in cui moltissimi "agenti" diversi interagiscono tra di loro e danno luogo a comportamenti d'insieme che non sono facilmente deducibili dall'analisi del singolo agente. Per esempio migliaia o decine di migliaia di geni (o proteine) differenti formano una cellula, un numero astronomico di cellule che si scambiano messaggi forma un vertebrato, miliardi di neuroni formano il cervello umano... fino ad arrivare, salendo di scala, agli ecosistemi e all'evoluzione della vita.
Descrivere una per una tutte le interazioni che esistono tra i trentamila geni umani è utile per curare malattie, ma queste analisi producono è una massa enorme di dati dei quali non possiamo avere una visione sintetica senza utilizzare metodi statistici.
In cosa può aiutare la fisica? Lo studio teorico dei comportamenti collettivi emergenti è iniziato in fisica un secolo e mezzo fa con la meccanica statistica di Boltzmann e si tratta di una tematica di interesse vitale. Infatti tutti i cambiamenti di fase (per esempio la trasformazione di un solido in un liquido e di un liquido in un gas) si possono osservare solo quando moltissimi atomi interagiscono tra di loro. Questi cambiamenti sono l'esempio più semplice di comportamento collettivo emergente dall'interazione di molti agenti.
Negli ultimi venticinque anni i fisici hanno approfondito in moltissimi campi questa problematica, non solo in sistemi che si comportano in modo relativamente semplice come l'acqua, ma anche in casi molto più complessi. Lo studio dei sistemi complessi è diventato oggi una sotto disciplina. Le metodologie sviluppate in questi studi trovano una naturale applicazione anche in sistemi biologici. In alcuni casi più semplici, come nella spiegazione dei meccanismi della memoria, hanno avuto un pieno successo; in altri casi più difficili, come nell'analisi delle interazioni fra i diversi geni, gli studi sono cominciati solo recentemente e i lavori sono ancora in corso. I risultati ottenuti finora sono molto promettenti e io sono convinto che questo tipo di approccio diventerà sempre più importante nel futuro.
Si tratta di una strada ancora in salita. Quest'unione tra discipline tanto diverse potrà avvenire solo se la fisica diventerà più qualitativa e la biologia più quantitativa e per ora c'è solo un fidanzamento. Se il matrimonio si farà sul serio, solo il tempo ce lo potrà dire.

ll Big Bang è una teoria sbagliata
di Patrizia Caraveo (astrofisica)


Non appartengo al club del non-è-vero-ma-ci-credo. Per credere a qualcosa devo essere convinta che le evidenze sperimentali siano solide o, per usare un orrendo anglismo, robuste. In effetti, passo la mia vita a cercare prove a favore, o contro, questa o quella teoria. In mancanza di prove, non sono insensibile al fascino della statistica.
Per esempio, non ci sono prove che esista vita al di fuori della nostra Terra, tuttavia sarebbe molto strano se qualcosa di simile non si fosse sviluppato in altre parti dell'Universo che andiamo via via esplorando con un dettaglio sempre maggiore. Parlando di Universo, devo confessare che non mi riesce facilissimo accettare gli ultimi risultati in campo cosmologico. Interpretando i dati del satellite Wmap della Nasa secondo i dettami della cosmologia basata sul Big Bang, si arriva alla conclusione che l'Universo è fatto per il 4% di materia ordinaria mentre il restante 96% è diviso tra materia oscura (che non sappiamo cosa sia) ed energia oscura (sulla quale sappiamo ancora meno).
Ho difficoltà ad accettare come un grande successo una teoria che spiega appena il 4% di quello che ci circonda. Possibile che non sia possibile fare di meglio? È un vero peccato che il grande Fred Hoyle ci abbia lasciato. Lui, che aveva coniato il termine Big Bang per ridicolizzare la teoria propugnata dai suoi avversari, avrebbe trovato sicuramente un modo altrettanto mordace di stigmatizzare le forze oscure che sembrano dominare l'Universo. Ricordiamo tuttavia che ogni volta che parliamo del Big Bang tributiamo un piccolo omaggio a colui che ci ha spiegato come le stelle riescono a sintetizzare il carbonio, che è alla base della nostra vita. È sempre bello pensare che noi (e tutto il resto della materia ordinaria) siamo polvere di stelle.

Panpsichismo, ovvero l'anima è nella materia
di Roberto Casati (filosofo)


Essendo un fisicalista (o materialista, come si diceva quando si aveva un'idea meno chiara di che cos'è la materia), penso che la coscienza qualitativa sia una proprietà del mondo fisico. Fin qui niente di strano; molti fisicalisti lo pensano. Alcuni hanno anche proposto che la coscienza sia una proprietà precisa; per esempio oscillazioni a 40 hertz nella corteccia cerebrale. Ma fermiamoci un attimo: perché 40 hertz sono la luce della coscienza, e a qualsiasi altro valore corrisponde solo buio?
Non è solo l'apparente irrazionalità del fatto bruto a lasciarci perplessi. La coscienza ha un certo qual valore adattivo, e sappiamo che i picchi isolati nei paesaggi adattivi sono molto problematici: come ha fatto l'evoluzione a scoprire i vantaggi del 40 hz nello spazio infinito delle frequenze possibili? Si aggiunga a ciò il fatto che la tesi fisicalista va letta anche nel senso inverso. Se si accetta che tutto ciò che è coscienza è fisico, si dice che almeno qualcosa di fisico è coscienza. Ma messa in questo modo la tesi appare strana. Veramente il fisicalista pensa che ci siano delle proprietà fisiche che non siano un semplice e cieco distribuirsi di valori nello spaziotempo, ma siano gioiose sensazioni di color porporino, qualia di piacere e dolore, gradevoli passaggi musicali? Eppure deve ammetterlo.
Se si unisce l'implausibilità di una coscienza confinata a una sola proprietà fisica, e il riconoscimento dell'aspetto qualitativo della realtà fisica, ci si ritrova con una tesi che assomiglia al panpsichismo. Ogni singola manifestazione di quantità fisica sarebbe in realtà anche un episodio di coscienza qualitativa. Forse Leibniz pensava a qualcosa del genere con la teoria delle monadi. È un'idea che può piacere o non piacere, ma che i fisicalisti devono prendere in seria considerazione in quanto discende da alcuni assunti della teoria. E l'intuizione dietro quest'idea, con la quale ogni tanto mi trovo a lottare, potrebbe da un lato renderci amico il mondo delle cose considerate fin qui inerti e stupide, le cose materiali, ogni parcella delle quali conterrebbe un tesoro di qualia; e dall'altro potrebbe ridimensionare la pretesa per cui la nostra differenza dalle cose materiali sarebbe nel possesso di una coscienza qualitativa.
Per questo scommetterei senza prove empiriche su una forma (moderata e non connotata religiosamente) di panpsichismo. Sono fisicalista; non c'è altra realtà che la realtà fisica; ma la realtà fisica è qualitativa. Non serve un supplemento d'anima.

Cellule adulte che ridiventano embrionali
di Lucio Luzzatto (biologo)


Le conoscenze attuali sugli organismi superiori fanno ritenere che la sequenza del Dna, che contiene l'informazione genetica ed è chiamata perciò il genoma, sia uguale in tutte le cellule. Eppure le cellule dell'organismo sono estremamente differenziate: basti pensare alle cellule del fegato, della cute, del sangue o del cervello. La spiegazione quasi obbligata di questo fenomeno è che le varie cellule usano il loro identico genoma in modo diverso: in altre parole, tutto dipende da quali geni sono attivi e quali inattivi; e per ciascun gene, qual è il livello di attività. Ma rimangono due questioni importanti. Uno: come fanno le figlie di una cellula del fegato a essere ancora cellule del fegato? Due: che cosa induce in una cellula indifferenziata quel tipo di regolazione genica che la fa diventare cellula di fegato?
È quasi certo che la cellula del fegato è diventata tale a causa di modificazioni (epigenetiche) del Dna, che non ne alterano la sequenza, ma che sono tuttavia fedelmente replicate quando la cellula si divide. Queste modificazioni sono quasi irreversibili, e pertanto non c'è pericolo che la figlia di una cellula di fegato si ritrovi cellula nervosa. Ma il quasi è importante, perché significa che il ritorno di una cellula differenziata a cellula indifferenziata non è impossibile. Io credo che se trovassimo specifiche opportune condizioni sperimentali potremmo riuscire a ottenere da qualunque cellula viva una cellula indifferenziata — qualcosa di molto simile a una cellula staminale embrionale —, e da quella cellula indifferenziata indurre il differenziamento verso il tipo cellulare originario, o verso qualsiasi altro tipo cellulare.
Perché non posso provare questa nozione in cui credo? Perché non ne sono ancora capace; o per carenza di tecniche necessarie, o per carenza mia. Per la maggior parte delle ipotesi di lavoro in campo biologico (evoluzione a parte), io penso che prima o poi le prove si troveranno.
Le implicazioni pratiche di quanto credo sono evidenti; le implicazioni etiche sono un po' più complesse. Se una cellula differenziata può diventare equivalente a una cellula staminale embrionale, e se questa può dare una morula, vuol dire allora che ogni cellula differenziata umana è una persona?

lunedì 24 gennaio 2005

Dal quotidiano “Europa” 22 gennaio 2005
ESODO DALLA CULTURA SFRUTTATA
Uno dopo l’altro, restano fuori i soprintendenti e direttori più scomodi, quelli che si sono opposti alla svendita del patrimonio pubblico. Si fanno favori alla destra, come la nuova soprintendenza di Lucca (Pera) e di Lecce (Poli Bortone). Il Museo Egizio di Torino non è più diretto da un egittologo, prevalgono le scelte burocratiche ed economicistiche. La destra non vuol vedere i beni culturali come “patrimonio identitario” e di crescita del paese
di Simona Maggiorelli


Giro di vite nelle soprintendenze. L’allarme che Salvatore Settis lanciò su Europa, all’indomani dell’entrata in vigore del nuovo Codice dei beni culturali e ambientali, il maggio scorso, denunciando che le posizioni amministrative e di vertice stavano vertiginosamente aumentando, mentre le soprintendenze territoriali erano sempre più depauperate e sotto organico, è diventato negli ultimi mesi cosa tangibile anche ai non addetti ai lavori.
Ai beni archeologici di Roma, dopo ventotto anni, e altrettante ininterrotte battaglie per la tutela contro i giudizi mutevoli di sindaci e assessori, il museo a cielo aperto della capitale non ha più Adriano La Regina, a farle da leale e autorevole custode.
Così come, dopo trent’anni di servizio - entrò come funzionaria degli Uffizi, quando era giovane laureanda di Roberto Longhi all’Università di Firenze- da fine mese, non ci sarà più Anna Maria Petrioli Tofani, alla guida del maggior museo fiorentino; lei che era stata mentore del progetto Grandi Uffizi; lei che mobilitando associazioni di base, volontariato e competenze scientifiche era riuscita a riaprire appena venti giorni dopo dall’attentato di via dei Georgofili quasi il sessanta per cento delle collezioni. Pare se ne vada alla National Gallery di Washington, dove le hanno prontamente offerto un incarico di dirigenza.
Nel novembre scorso si era vista costretta a gettare la spugna anche Jadranka Bentini, soprintendente di Ferrara, Bologna, Modena, continuatrice della grande lezione di Emiliani e Gnudi, proprio dopo il successo riscosso dalla sua mostra Gli Este a Ferrara.
Tre storie diverse, ma parallele. Non è difficile rintracciare i punti in comune, il valore scientifico e la grave perdita che il sempre più fragile sistema della tutela italiana patisce con loro uscita dai ranghi istituzionali. “ Avevo chiesto di poter prolungare di altri tre anni, come si consente ai magistrati – racconta Petrioli Tofani – ma la risposta è stata no. L’ho saputo per vie ufficiose”. Le ragioni? Del tutto simili a quelle accampate per non rinnovare il contratto a La Regina. Dopo i 67 anni, il prolungamento dell’incarico avrebbe dovuto figurare come nuova assunzione e per questo non ci sono i fondi. Non ci sono i fondi, va detto, dopo una serie di sopraggiunte manovre. C’erano a luglio, quando è stata accolta e accettata la richiesta de La Regina. Non c’erano già più a fine anno, con i tagli della finanziaria, ma soprattutto dopo spese in campagne pubblicitarie che la Corte dei Conti giudica “elastiche” e una fitta serie di assunzioni, fra manager e personale tecnico. Nuove assunzioni annunciate alla vigilia di Natale, quando l’opinione pubblica è solitamente distratta. Del resto è un vizio di questo governo: nello stesso periodo, un anno prima, Tremonti metteva in vendita la Manifattura Tabacchi di Firenze e altri immobili pubblici con un rapido decreto. Così oggi,dopo la manovrina di Natale e le comunicazioni di licenziamento arrivate il 31 dicembre a La Regina e a Ernesto Milano,il direttore della Biblioteca Estense di Modena, sono ottantaquattro i soprintendenti con ruoli centrali, amministrativi, dirigenziali. E cinque i responsabili di poli museali. Venti le new entry, pochissime quelle che vanno a rafforzare il vero corpo della tutela, nelle biblioteche, negli archivi, nelle soprintendenze territoriali. Eccezion fatta per la costituzione della nuova soprintendenza di Lucca, fondata per compiacere il presidente del Senato Marcello Pera e di quella di Lecce, sollecitata dalla Poli Bortone. Non proprio su spinte di sinistra come pretenderebbe la polemica apparsa ieri sul Corriere. Al contrario non è difficile pensare che in questo giro di vite, fra nuove nomine e spostamenti, non sia casuale che a restare fuori siano proprio i soprintendenti più scomodi, quelli che più si sono opposti alla svendita del patrimonio pubblico. Del resto Adriano La Regina lo aveva anche scritto, in un drammatico editoriale su Micromega lo scorso novembre, intitolato “Chi ha paura dei soprintendenti”. La Regina rispondeva alle accuse di Urbani che aveva pubblicamente parlato di potere monocratico e di satrapie. Gli rispondeva, accusando il nuovo Codice dei beni culturali e ambientali di inserire vincoli che “rendono ancora più difficile la tutela del territorio”, di rendere ancora più defatigante il lavoro, rallentando gli uffici con un carico di pratiche sempre più burocratiche. L’introduzione del silenzio-assenso nella vendita del patrimonio pubblico ha avuto in primis proprio questo effetto: di riempire le scrivanie di richieste di valutazione che le sguarnite soprintendente territoriali non riescono a smaltire. “La burocratizzazione e la riorganizzazione delle soprintendenze in senso verticistico sta rendendo un bellissimo lavoro come quello della tutela, praticamente impossibile”, denuncia Jadranka Bentini che, dopo una vita di lavoro in soprintendenza, da qualche mese, si dedica alla direzione del Museo internazionale della Ceramica di Faenza e soprattutto allo studio. “Negli ultimi cinque anni eravamo subissati a tal punto che passavamo la maggior parte del nostro tempo a compilare tabelle. Una cosa assolutamente stupida”. Una situazione, quella delle soprintendenze territoriali, senza ricambio. “Sono anni che non si fanno concorsi – denuncia Bentini – i funzionari più giovani hanno almeno cinquant’anni. Non funziona più il rapporto con le università, ma soprattutto si è scelto di mortificare le discipline classiche della tutela, la storia dell’arte,l’archeologia, a favore di un rapporto più stretto con l’economia e competenze manageriali”. “L’errore più grave – aggiunge – è che negli ultimi dieci anni il patrimonio italiano è stato letto sempre più come volano di tipo economicistico, non come patrimonio identitario e culturale da far fruttare, ma da sfruttare”. Le magnifiche sorti e progressive di questo tipo di pensiero che ha aperto falle nella tradizione alta e secolare della tutela italiana cominciarono quando l’allora ministro Gianni De Michelis lanciò il fatidico slogan “L’arte è il petrolio d’Italia”. “Una vera sciagura – ribadisce Bentini – è entrato talmente nell’uso che ancora oggi c’è chi lo ripete. Non capendo che con il patrimonio non si può instaurare un rapporto di spoliazione così meccanicistica, banalizzante. Semmai è un’opportunità culturale,da studiare e valorizzare, un’opportunità da trasmettere ai giovani”. Burocrazia, scelte economicistiche e clientelari (basta pensare al caso del Museo Egizio di Torino, che, trasformato in fondazione, non ha più un egittologo alla direzione) ma anche mancanza di autonomia nelle decisioni a livello locale sono i tarli che stanno rosicchiando il sistema della tutela italiana,rischiando di mandarlo in malora. “Il problema della mancanza di autonomia decisionale da parte di chi si occupa davvero di tutela sul territorio è grosso ostacolo”,commenta Anna Maria Petrioli Tofani. Il caso degli Uffizi è emblematico. “Se avessimo avuto l’autonomia che hanno tutti i grossi musei al mondo, ora i Nuovi Uffizi sarebbero già pronti. E’ la stessa struttura del polo a rendere i singoli musei incapaci di funzionare”, dice la ex direttrice in polemica con il polo museale fiorentino guidato Antonio Paolucci (ex ministro del governo Dini e di cui si parlava come possibile candidato del centrodestra alle amministrative fiorentine), di recente promosso dal ministro Urbani a capo dell’intero polo toscano. Gli effetti sono su piazza. O meglio sulla piazzetta del Grano a Firenze. Dove ancora si discute dell’annosa pensilina progettata da Isozaki per la nuova uscita degli Uffizi. Un concorso regolarmente vinto dall’architetto giapponese e che è stato bloccato dal Ministero per la supposta presenza di reperti archeologici nel sottosuolo, per cui si continua a scavare, nonostante eminenti archeologi abbiano definito il sito di scarsa importanza e dopo mesi di lavori siano emerse dagli scavi solo una manciata di cocci di ceramica di valore minimale. Oriana Fallaci e Vittorio Sgarbi, si sa, si erano scagliati contro il valore estetico del progetto. Il ministro ora prende le distanze,ma dopo aver convocato a Roma il sindaco Leonardo Domenici e il presidente della Regione Toscana Claudio Martini, ora medita di chiedere a Isozaki se intenda rinunciare al suo disegno. Così dalle esternazioni estive in cui minacciava di chiudere gli Uffizi per mancanza di soldi si passa a recidere contratti già firmati. Inanellando una serie di encomiabili figure anche sulla scena internazionale.

crimini cattolici
ancora sui battesimi forzati

La Stampa Tuttolibri 22.1.05
Ebrei e battesimi forzati fin dal ‘500
Elena Loewenthal

LA storia non è giustiziera, ma nemmeno giustificatrice», ha scritto di recente Claudio Magris in un illuminante editoriale comparso a margine delle polemiche intorno alla pubblicazione di uno scottante documento del Sant'Uffizio. Si tratta precisamente di una succinta serie di indicazioni da seguire nell'immediato dopoguerra, a riguardo dei "piccoli giudei", nascosti, protetti e battezzati dalla Chiesa cattolica e dalle sue istituzioni. Il documento è stato pubblicato a fine dicembre sulle pagine de Il Corriere della Sera e ha suscitato una catena di reazioni, riflessioni, di pro e contro. Anche perché, al di là di quei bambini fantasma per lo più senza volto né nome e con una storia così diversa da quella cui erano destinati, i protagonisti di questo episodio della storia recente - siamo nell'ottobre del 1946 - sono papa Pacelli, quel Pio XII per il quale si sta apprestando (ed è quasi doveroso aggiungere un "comunque") la beatificazione, e l'allora nunzio apostolico in Francia, Angelo Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII. Fra documenti e responsabilità che s'intrecciano, a volte si contraddicono, le parole di Claudio Magris sono lo spartiacque della coscienza: è la storia stessa a esigere un coinvolgimento morale. Le circostanze contano, la posizione di Pio XII gli imponeva certi comportamenti e guidava in lui certe scelte, ma la verità è "madre del tempo": il passato esige un giudizio non solo storico, anche etico. «Se i bambini sono stati affidati (alla Chiesa) dai loro genitori e se i genitori ora li reclamano, potranno essere restituiti, ammesso che i bambini stessi non abbiano ricevuto il battesimo», enuncia l'ultimo punto di questo documento. Una frase breve e categorica. A ben guardare, però, dietro queste parole dal tono quasi burocratico è dato riconoscere in filigrana una storia lunga, secolare. Queste parole hanno un passato. Non sono soltanto il frutto di circostanze irripetibili (speriamo), hanno radici lontane. Sono l'imprescindibile tracciato di una storia che appartiene a tutti: ebrei e cristiani, grandi e piccini
Ce la racconta, irrimediabilmente solo in parte come ogni storia del passato, Marina Caffiero, che insegna storia moderna all'università "La Sapienza" di Roma, nel saggio Battesimi forzati. Storie di ebrei, cristiani e convertiti nella Roma dei papi (Viella editore). Siamo negli anni compresi fra il XVI e il XIX secolo, e dentro un «fenomeno sociale e culturale di grande rilievo che si colloca all'origine di numerosi pregiudizi antisemiti». "Caccia agli ebrei" era il termine poco eufemistico che nel XVII secolo compariva tra i compiti degli ordinari locali: il "debito pastorale" della conversione "soprattutto di bambini e fanciulli" era giudicato molto importante, conferma nel 1627 il vescovo di Urbino, che si fa vanto di aver sottratto alla famiglia "un putto di 12 anni". Non è soltanto una storia di soprusi, o di salvataggi. Questo passato con i suoi risvolti religiosi, giuridici, etici, mette in gioco questioni ben più vaste dei destini individuali, sventurati o meno: il concetto di adulto e il valore del battesimo, lo statuto del "non nato", l'integrazione dei convertiti nella società cristiana, le dinamiche sociali fra i diversi gruppi, compreso quello in bilico fra una fede e l'altra. Marina Caffiero si affida allo studio di una ricca documentazione d'archivio e alterna allo spoglio di questi materiali considerazioni generali. Ne emergono tante storie che meritano di essere ricordate: per se stesse e per quelle venute dopo.