Repubblica 23.5.04
AMORE
Perché quando batte il cuore ci sentiamo veramente più umani.
Ma c'è una risposta diversa al modo di diventare umani e l'ha fornita Kojève
Un romanzo, "L'imperatore del Portogallo", è un esempio di cosa significa amare
Essere pronti a rischiare la vita per qualche cosa
I diversi modi in cui si accerta l'identità umana
di TZVETAN TODOROV (*)
Uno dei più bei romanzi del ventesimo secolo, L´empereur du Portugal di Selma Lagerlöf, inizia con l´episodio nel quale si descrive la nascita di una bambina così come viene percepita dall´anima di suo padre Jan. Costui è un povero agricoltore, che non possiede nulla, non ha combinato nulla di rilevante. Si è sposato avanti con gli anni ed ecco che la gravidanza della moglie giunge ora al termine. Jan ha trascorso l´intera giornata attendendo fuori dalla porta, ha freddo, è stanco, pensa a tutte le piccole seccature che la presenza della neonata comporterà per la sua casa. Tuttavia, alla fine entra nella stanza dove la moglie ha partorito e gli mettono tra le braccia un fagotto, dal quale spuntano un visino un po´ sgualcito e delle esili manine. All´improvviso sente il cuore battergli così forte in petto da essere quasi impaurito, e subito chiede aiuto alle altre donne lì presenti. Queste afferrano in un batter d´occhio la situazione, e scoppiano a ridere. «Non avete mai amato abbastanza qualcuno in precedenza, da provare batticuore soltanto adesso?», gli chiede la levatrice. Jan deve ammettere di no, ma comprende che cosa ha appena vissuto. E Selma Lagerlöf commenta: «Colui che non sente il proprio cuore battere, né nella tristezza né nella gioia, non può considerarsi un vero essere umano» (pag. 13).
L´imperatore del Portogallo è la storia di un amore folle, quello di un padre per sua figlia. Ci si accorge immediatamente che la posta in gioco non è insignificante - né per il protagonista, né per l´autore: si tratta, né più né meno, di identificare che cosa renda gli uomini davvero umani. L´interrogativo sull´identità umana può essere formulato nei contesti più disparati, e ricevere di conseguenza risposte quanto mai diverse. La risposta di Lagerlöf si colloca su un piano che potremmo definire antropomorfo, che si estrinseca in una sola parola: l´amore. Ciò che rende questo essere specificatamente umano è la sua capacità di amare.
È facile dire di una simile affermazione che è bella o che è nobile, ma ci si potrebbe spingere ad affermare che è vera? Prima di pronunciarmi a questo proposito, vorrei ricordare un altro tentativo di spiegare la specificità umana, che si situa sul medesimo piano antropologico. Negli anni Trenta del nostro ventesimo secolo, un giovane filosofo russo emigrato a Parigi, Alexandre Kojève, spiega a qualche attento ascoltatore il senso della celebre «dialettica del padrone e del servitore» nella Fenomenologia dello spirito di Hegel. Dopo la guerra, uno degli ascoltatori presenti nel pubblico, Raymond Queneau, pubblicherà quelle conferenze con il titolo Introduzione alla lettura di Hegel, un´opera che eserciterà una profonda influenza su numerosi autori contemporanei. La risposta di Hegel alla specificità umana (così come fu interpretata da Kojève) è molto diversa da quella di Lagerlöf. In che cosa consiste la differenza tra l´animale e l´uomo? Il primo agisce sempre e soltanto in ragione del proprio istinto di conservazione, e a questo fine si appropria di tutto ciò che gli è necessario (per esempio il cibo), eliminando gli ostacoli (i rivali). Il secondo fa altrettanto, ma non si accontenta di questo, ricerca qualcosa di più della sua semplice soddisfazione fisiologica: aspira a far sì che il suo valore sia apprezzato, e questo non può venirgli se non da altri. Dunque l´umanità ha inizio là dove «il desiderio biologico della conservazione della vita» si asservisce «all´umano desiderio di approvazione» (pag. 170).
Ne consegue che essere umani significa essere pronti a rischiare la propria vita per qualcosa che va al di là di essa. Essere umani significa smettere di considerare la propria vita un valore assoluto. Questa situazione estrema agli occhi di Kojève rivela la verità insita nella ricerca di approvazione: poiché tutti desiderano ottenerla e poiché per ottenere ciò che si auspica di ottenere dagli altri è necessario prima di tutto conquistarli, la vita umana non è altro che una spietata lotta finalizzata ad averla vinta, che sfocia con la comparsa di un padrone - il vincitore - e di un servo - il vinto. La storia dell´umanità è la storia della loro lotta e delle sue ripercussioni (della lotta di classe, dirà Marx). Kojève può dunque concludere: «L´esistenza umana, storica, cosciente di se stessa, non è pertanto possibile se non laddove vi sono - o per lo meno vi sono state - delle guerre sanguinarie, delle guerre per il prestigio». Ciò che è specificatamente umano non è più l´amore, ma la guerra.
La risposta di Kojève è sicuramente meno attraente di quella di Lagerlöf, ma è forse meno vera? Molti contemporanei paiono averla prescelta, temendo senza dubbio che li si possa accusare, in caso contrario, di sdolcinatezza (la verità deve essere sempre amara, questo è uno dei sorprendenti postulati della filosofia occidentale moderna). Rivolgiamoci allora, per cercare di vederci più chiaro, non tanto alla problematica comparsa della specie umana all´alba della storia, quanto a quella infinitamente più facile da osservare dell´individuo umano (che ben descrive il primo capitolo de L´empereur du Portugal). Alla sua nascita il piccolo d´uomo non si distingue radicalmente da quelli delle altre specie animali, per esempio le scimmie superiori: il bambino aspira a essere confortato, scaldato e nutrito - ma i piccoli delle scimmie fanno altrettanto. Le differenze tuttavia vi sono, e una tra esse acquisisce un significato del tutto particolare. A un´età che possiamo collocare approssimativamente intorno alla settima o l´ottava settimana di vita, il lattante fa un gesto che non ha uguali nel mondo animale: non si accontenta più di guardare la madre (questo lo fa dal momento stesso della sua nascita), ma cerca di catturare il suo sguardo, per esserne guardato. Ricerca e contempla lo sguardo che lo contempla: questo è l´avvenimento grazie al quale il bambino entra in un mondo inequivocabilmente umano.
Vediamo allora che la tesi di Kojève è accettabile soltanto in parte: in una prospettiva antropologica è corretto affermare che l´esistenza specificatamente umana inizia con il riconoscimento di noi stessi che riceviamo dall´esterno, da un altro essere umano. È la stessa cosa che aveva già affermato Rousseau, probabile ispiratore di Hegel a questo proposito: all´alba dell´umanità «ciascuno iniziò a guardare gli altri e a volerne essere guardato» (Inégalité, pag. 169). Ma qualsiasi riconoscimento - e qui occorre voltare le spalle a Kojève - non implica necessariamente una lotta mortale. L´esistenza dell´individuo, in quanto specificatamente umana, non inizia su un campo di battaglia, bensì con il neonato che attira su di sé lo sguardo della madre - una situazione, ammettiamolo, che pochi uomini hanno avuto l´occasione di osservare fino a un passato recente. Grazie a quello sguardo inizia a esistere.
Senza riconoscimento, senza intersoggettività, senza società non vi è umanità. E senza amore? Non sappiamo ciò che la sua assenza determinerebbe a livello di specie, ma sappiamo tutti che alcuni individui arrivano, ahimè, ad attraversare l´intera vita senza mai conoscere l´amore. «Signor Hamil, si può vivere senza amore?», domanda il piccolo Momo nel capolavoro di Romain Gary La vie devant soi. «Sì, rispose abbassando la testa, come se provasse vergogna. E si mise a piangere» (pag. 12). Coloro che vivono senza amore sono esseri sfortunati, certo, ma indiscutibilmente sono esseri umani. L´amore non è invero necessario né alla conservazione della vita né a quella dell´esistenza, che nasce dal riconoscimento e non dall´amore.
Selma Lagerlöf sarebbe forse in disaccordo con questa conclusione? Non credo, infatti l´autrice non intendeva suggerire che prima della nascita della sua bambina Jan non fosse, sinceramente parlando, un essere umano. Lei ha inteso dire che grazie all´amore che Jan prova per la figlia egli ha realizzato la propria potenziale identità, ciò che vi è di più elevato nella condizione umana. Si deve dunque intendere che un «vero essere umano» non è una constatazione di fatto, bensì un giudizio di valore. La migliore vita umana (non la vita umana in sé e per sé, dunque) è quella che vive nell´amore, pare dirci Lagerlöf. E così dicendo anche lei condividerebbe una delle idee costitutive alla base dell´amor cortese medievale - «nessun uomo ha virtù senza amore» scriveva Bernard de Ventadour - che avrebbe lasciato delle tracce profonde nel concetto europeo di amore.
Traduzione di Anna Bissanti
(*) Tzvetan Todorov è nato a Sofia nel 1939. Dopo il diploma, nel 1963, si trasferisce a Parigi, dove studia filosofia del linguaggio con Roland Barthes. Insegna all'Ecole pratique des hautes études e alla Yale University e diventa direttore del Centro Nazionale della Ricerca Scientifica di Parigi (CNRS). Attualmente è direttore del Centre de recherche sur les arts et le language di Parigi
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
domenica 23 maggio 2004
cos'è stato il Novecento?:
«distruzione dell'Io e autonomia [sic!] del linguaggio»
La Stampa Tuttolibri 22.5.04
Asor Rosa, il ‘900 di ogni avanguardia
appena trascorso, due caratteristiche su tutte: la distruzione dell’Io e la promozione del linguaggio a istituto autonomo, non «servile»
di Angelo Guglielmi
CONFESSO di rimanere stupito e ammirato di fronte alla maestria e sapienza con cui Asor Rosa sa entrare nei fatti e fenomeni letterari del '900, aggredendoli e illuminandoli sotto ogni rispetto (ideologico, sociologico, politico, estetico e di gusto) tanto da qualificarsi e rivelarsi più che come storico della letteratura (dei fenomeni letterari) come storico tout court. E questo non soltanto perché la sua riflessione oltre a considerare la letteratura degli ultimi cento anni investe anche i modi di essere del cinema, del giornalismo, della moda e insomma di ogni altra forma di comunicazione che il secolo (noto per avere moltiplicato oltre ogni dire le opportunità comunicative - e la corsa non è ancora conclusa) ha prodotto e messo in campo; ma specificamente e soprattutto perché si è prima preoccupato (un prima non certo temporale quanto logico) di esplorare e rendere evidenti le più nascoste radici filosofiche e morali che hanno reso così particolare il '900, radici che hanno modellato e reso a sé la totalità degli aspetti e delle forme in cui il secolo si è manifestato determinando (e fissando) nuovi e scandalosi modi di pensare e non rinunciando a entrare (trasformandola) nella vita stessa privata (comportamenti e sentimenti) e pubblica (rapporto con le istituzioni) dei singoli individui.
Non vi è dubbio che il '900 rappresenta una rottura nella catena dei secoli che si erano fin lì inseguiti evolvendosi naturalmente (o comunque secondo una successione logica) dall'uno all'altro: con il '900 quella catena si spezza e i legami di pensiero per così dire naturale e razionale che avevano comunque tenuto insieme (pur nella diversità delle singole manifestazioni e presenze) i secoli precedenti si logorano e cedono. E il '900 rimane solo (e disperato come tutti gli abbandonati).
All'origine della drammatica rottura (e qui rinuncio a dare una pur pallida idea della complessa lettura che Asor fornisce in proposito, tanta è la ricchezza dei riferimenti e l'eccellenza dell'esposizione) vi è (semplifico atrocemente) il pensiero negativo di Nietzsche, la rivoluzione temporale di Bergson, la fine della storia di Hegel, il materialismo storico di Marx, la scoperta dell'inconscio di Freud (nonché alcuni capolavori assoluti dell'arte della parola come la Ricerca di Proust, l'Ulisse, Il processo, L'uomo senza qualità che non si sa se è più giusto considerare il risultato di quella straordinaria stagione di pensiero rivoluzionato e rivoluzionario o fattori essenziali che hanno contribuito a determinarlo). Comunque da allora il mondo non è più quello. L'uomo novecentesco è protagonista di una vita certo più fervida (in realtà più inquieta) di cui tuttavia non riconosce più la giustificazione e le finalità che la legittimano: non è più l'attesa del futuro (che si presenta oscuro e minaccioso), non è più la ricerca della verità (che non si sa cosa sia), non è più la scoperta di nuove terre (che aggiungerebbero nuove afflizioni all'afflizione del mondo) e, scendendo a motivazioni più personali, non è più l'impegno della fede e per il bene, il richiamo della solidarietà, l'amore di patria. Trionfa tra gli individui un profondo e lacerante sentimento di estraneità che si trasferisce dalla percezione delle cose al riconoscimento di sé. L'uomo perde il contatto con la realtà in cui vive che ormai non gli appare che come pura menzogna, inducendolo (e costringendolo) a una crisi di rigetto. E qui siamo già (è appena iniziato il secolo) in piena avanguardia letteraria (e più in generale artistica). E ad essa Asor Rosa dedica il suo capitolo migliore: più ricco, più penetrante, più decisivo per lo sviluppo successivo delle arti. Non vi è dubbio infatti che dell'avanguardia storica, esaminata e penetrata nella varietà e specificità delle sue manifestazioni (dal futurismo italiano, al surrealismo, al futurismo russo, al movimento dada), Asor sa cogliere, con intuizione preveggente, al di là del suo disfattismo antitradizionalista e l'azzardo un po' folcloristico dei suoi manifesti e proclami, i due caratteri (se pure in nuce) che meglio la definiscono (e che diventeranno sfrondati dalla rabbiosità di origine il canone indiscutibile cui si adeguerà tutta la migliore letteratura del secolo) e cioè: 1) la distruzione dell'io che, ci ricorda Asor, già Rimbaud aveva anticipato con il suo famoso «Perché IO è un altro. Se l'ottone si sveglia tromba non è affatto colpa sua»; 2) la promozione del linguaggio a istituto autonomo non più a servizio di esigenze esterne (e estraneo) e dunque l'affermazione che «il linguaggio non ha rispetto che di se stesso e non ha altre regole che quelle che custodisce e nasconde al suo stesso interno». Su queste due spinte si sviluppa, ripeto, tutta la più seria letteratura del secolo. Una letteratura intollerante di ogni limite, che sfonda continuamente i confini in cui tende come per natura a rinchiudersi, che si rifiuta di legittimarsi a spese del sublime e preferisce dilagare (anche pericolosamente) verso zone inedite di sensibilità, di conoscenza, di fantasia. Dunque una letteratura sì esposta a perdersi ma fortemente stimolante, esaltante, energica. E se non sempre una grande letteratura certo in grado di rappresentare un grande progetto di rinascita e di rinnovamento che fa il pari con quello che portò al (contemporaneo) rivoluzionamento del mondo delle scienze. Di questo grande progetto Asor Rosa sa tracciare gli ampi confini e raccontarne le articolazioni interne con somma dottrina e una straordinaria capacità di gestione delle idee e di resa espressiva tanto da riuscire a fornirne una rappresentazione autorevole e convincente. Ma poi che succede? Quando passa a considerare le figure (gli scrittori) che (in Italia) danno corpo a quel progetto la sua mano si fa più incerta. Negli ultimi due capitoli del volume, intitolati appunto «Figure» e «Quel che viene dopo», certo troviamo i nomi (gli ampi ritratti) di Palazzeschi e di Calvino, di Vittorini, Volponi e Pagliarani ma non vi è traccia (anzi programmata omissione) di figure che con uguale e forse più autorità di loro hanno rappresentato la modernità come Gadda (appena citato), Savinio, Fenoglio, Landolfi o Campanile (senza contare che a Pirandello e Svevo sono dedicate qui e lì solo poche righe). E passando alla generazione successiva e presente di ampio e reiterato spazio godono figure come Daniele Del Giudice e Marco Lodoli, lodevoli scrittori di ispirazione essenzialmente bellettrista; ma dove sono i più inquieti e insofferenti, così poco ligi a scrivere pulito, Arbasino, Malerba, Meneghello, Sanguineti, Celati e Tondelli e ancora Cordelli e Scarpa? E poi soltanto un sospetto di malizia può renderci comprensibile il fatto che nelle «Considerazioni sulla poesia contemporanea» non siano nemmeno (per errore) citati I novissimi. Perché questa contraddizione in Asor Rosa tra idee e (loro) applicazione? Ho tre ipotesi: perché è uno storico interessato ai problemi generali e d'impianto più che alla loro verifica nei fatti; è tradito dalla sua pretesa (giusta purché non intesa in termini bassamente contenutistici) che non vi è opera d'arte che non sia anche portatrice di comunicazione sociale; la sua tensione è sistematoria(e dunque istituzionale) più che versata a scrutare il futuro dove è più facile che germogli un seme caduto dalle pagine avventate di Tondelli che non un fiore profumato di Lodoli.
Asor Rosa, il ‘900 di ogni avanguardia
appena trascorso, due caratteristiche su tutte: la distruzione dell’Io e la promozione del linguaggio a istituto autonomo, non «servile»
di Angelo Guglielmi
CONFESSO di rimanere stupito e ammirato di fronte alla maestria e sapienza con cui Asor Rosa sa entrare nei fatti e fenomeni letterari del '900, aggredendoli e illuminandoli sotto ogni rispetto (ideologico, sociologico, politico, estetico e di gusto) tanto da qualificarsi e rivelarsi più che come storico della letteratura (dei fenomeni letterari) come storico tout court. E questo non soltanto perché la sua riflessione oltre a considerare la letteratura degli ultimi cento anni investe anche i modi di essere del cinema, del giornalismo, della moda e insomma di ogni altra forma di comunicazione che il secolo (noto per avere moltiplicato oltre ogni dire le opportunità comunicative - e la corsa non è ancora conclusa) ha prodotto e messo in campo; ma specificamente e soprattutto perché si è prima preoccupato (un prima non certo temporale quanto logico) di esplorare e rendere evidenti le più nascoste radici filosofiche e morali che hanno reso così particolare il '900, radici che hanno modellato e reso a sé la totalità degli aspetti e delle forme in cui il secolo si è manifestato determinando (e fissando) nuovi e scandalosi modi di pensare e non rinunciando a entrare (trasformandola) nella vita stessa privata (comportamenti e sentimenti) e pubblica (rapporto con le istituzioni) dei singoli individui.
Non vi è dubbio che il '900 rappresenta una rottura nella catena dei secoli che si erano fin lì inseguiti evolvendosi naturalmente (o comunque secondo una successione logica) dall'uno all'altro: con il '900 quella catena si spezza e i legami di pensiero per così dire naturale e razionale che avevano comunque tenuto insieme (pur nella diversità delle singole manifestazioni e presenze) i secoli precedenti si logorano e cedono. E il '900 rimane solo (e disperato come tutti gli abbandonati).
All'origine della drammatica rottura (e qui rinuncio a dare una pur pallida idea della complessa lettura che Asor fornisce in proposito, tanta è la ricchezza dei riferimenti e l'eccellenza dell'esposizione) vi è (semplifico atrocemente) il pensiero negativo di Nietzsche, la rivoluzione temporale di Bergson, la fine della storia di Hegel, il materialismo storico di Marx, la scoperta dell'inconscio di Freud (nonché alcuni capolavori assoluti dell'arte della parola come la Ricerca di Proust, l'Ulisse, Il processo, L'uomo senza qualità che non si sa se è più giusto considerare il risultato di quella straordinaria stagione di pensiero rivoluzionato e rivoluzionario o fattori essenziali che hanno contribuito a determinarlo). Comunque da allora il mondo non è più quello. L'uomo novecentesco è protagonista di una vita certo più fervida (in realtà più inquieta) di cui tuttavia non riconosce più la giustificazione e le finalità che la legittimano: non è più l'attesa del futuro (che si presenta oscuro e minaccioso), non è più la ricerca della verità (che non si sa cosa sia), non è più la scoperta di nuove terre (che aggiungerebbero nuove afflizioni all'afflizione del mondo) e, scendendo a motivazioni più personali, non è più l'impegno della fede e per il bene, il richiamo della solidarietà, l'amore di patria. Trionfa tra gli individui un profondo e lacerante sentimento di estraneità che si trasferisce dalla percezione delle cose al riconoscimento di sé. L'uomo perde il contatto con la realtà in cui vive che ormai non gli appare che come pura menzogna, inducendolo (e costringendolo) a una crisi di rigetto. E qui siamo già (è appena iniziato il secolo) in piena avanguardia letteraria (e più in generale artistica). E ad essa Asor Rosa dedica il suo capitolo migliore: più ricco, più penetrante, più decisivo per lo sviluppo successivo delle arti. Non vi è dubbio infatti che dell'avanguardia storica, esaminata e penetrata nella varietà e specificità delle sue manifestazioni (dal futurismo italiano, al surrealismo, al futurismo russo, al movimento dada), Asor sa cogliere, con intuizione preveggente, al di là del suo disfattismo antitradizionalista e l'azzardo un po' folcloristico dei suoi manifesti e proclami, i due caratteri (se pure in nuce) che meglio la definiscono (e che diventeranno sfrondati dalla rabbiosità di origine il canone indiscutibile cui si adeguerà tutta la migliore letteratura del secolo) e cioè: 1) la distruzione dell'io che, ci ricorda Asor, già Rimbaud aveva anticipato con il suo famoso «Perché IO è un altro. Se l'ottone si sveglia tromba non è affatto colpa sua»; 2) la promozione del linguaggio a istituto autonomo non più a servizio di esigenze esterne (e estraneo) e dunque l'affermazione che «il linguaggio non ha rispetto che di se stesso e non ha altre regole che quelle che custodisce e nasconde al suo stesso interno». Su queste due spinte si sviluppa, ripeto, tutta la più seria letteratura del secolo. Una letteratura intollerante di ogni limite, che sfonda continuamente i confini in cui tende come per natura a rinchiudersi, che si rifiuta di legittimarsi a spese del sublime e preferisce dilagare (anche pericolosamente) verso zone inedite di sensibilità, di conoscenza, di fantasia. Dunque una letteratura sì esposta a perdersi ma fortemente stimolante, esaltante, energica. E se non sempre una grande letteratura certo in grado di rappresentare un grande progetto di rinascita e di rinnovamento che fa il pari con quello che portò al (contemporaneo) rivoluzionamento del mondo delle scienze. Di questo grande progetto Asor Rosa sa tracciare gli ampi confini e raccontarne le articolazioni interne con somma dottrina e una straordinaria capacità di gestione delle idee e di resa espressiva tanto da riuscire a fornirne una rappresentazione autorevole e convincente. Ma poi che succede? Quando passa a considerare le figure (gli scrittori) che (in Italia) danno corpo a quel progetto la sua mano si fa più incerta. Negli ultimi due capitoli del volume, intitolati appunto «Figure» e «Quel che viene dopo», certo troviamo i nomi (gli ampi ritratti) di Palazzeschi e di Calvino, di Vittorini, Volponi e Pagliarani ma non vi è traccia (anzi programmata omissione) di figure che con uguale e forse più autorità di loro hanno rappresentato la modernità come Gadda (appena citato), Savinio, Fenoglio, Landolfi o Campanile (senza contare che a Pirandello e Svevo sono dedicate qui e lì solo poche righe). E passando alla generazione successiva e presente di ampio e reiterato spazio godono figure come Daniele Del Giudice e Marco Lodoli, lodevoli scrittori di ispirazione essenzialmente bellettrista; ma dove sono i più inquieti e insofferenti, così poco ligi a scrivere pulito, Arbasino, Malerba, Meneghello, Sanguineti, Celati e Tondelli e ancora Cordelli e Scarpa? E poi soltanto un sospetto di malizia può renderci comprensibile il fatto che nelle «Considerazioni sulla poesia contemporanea» non siano nemmeno (per errore) citati I novissimi. Perché questa contraddizione in Asor Rosa tra idee e (loro) applicazione? Ho tre ipotesi: perché è uno storico interessato ai problemi generali e d'impianto più che alla loro verifica nei fatti; è tradito dalla sua pretesa (giusta purché non intesa in termini bassamente contenutistici) che non vi è opera d'arte che non sia anche portatrice di comunicazione sociale; la sua tensione è sistematoria(e dunque istituzionale) più che versata a scrutare il futuro dove è più facile che germogli un seme caduto dalle pagine avventate di Tondelli che non un fiore profumato di Lodoli.
l'unità del Sé e le neuroscienze
Galileo 20.5.04
LIBRI
Tra corpo e mente
Annamaria Quinzi
L'anello invisibile. L'unità del Sé tra bios e psiche
di Mauro Capocci
Alberto Perdisa Editore, 2004
pp.261, euro 16,00
Sono molte le prospettive e le discipline che indagano il Sé umano. Tuttavia l'integrazione tra questi diversi punti di vista è ancora lontana. Nelle parole dell'autrice, la scienza "stenta a trovare un nuovo paradigma attraverso il quale operare l'unificazione teorica delle scoperte neurobiologiche, psicologiche e mediche le quali evidenziano, ognuna dal proprio punto di vista, un aspetto parziale dell'individualità psicofisica". Questo volume vuole invece proprio sottolineare e indagare le diverse articolazioni riconosciute del Sé, cercando di far comunicare ambiti tradizionalmente separati, con "una diversa lettura epistemologica dei rapporti esistenti tra il sistema nervoso centrale, il sistema immunitario, il sogno e l'ambiente, qual momenti costitutivi, essenziali e non scindibili, del processo che definisce il Sé nella salute e nella malattia". Si tratta quindi di superare la distinzione cartesiana tra res extensa e res cogitans - il dualismo mente/corpo che ancora condiziona molti studi al proposito - senza cadere nel tranello dell'eccessiva riduzione materialista dei fenomeni psicologici. Il volume è diviso in quattro lunghi capitoli, ognuno dedicato a una delle particolari definizioni che chiamiamo "individualità psicofisica" o Sé. La prima parte prende in esame il complesso sviluppo storico dell'interazione tra discipline naturali e antropologiche, a partire da Cartesio per finire alle neuroscienze, con particolare attenzione all'importanza della teoria dell'evoluzione. D'altra parte, proprio le neuroscienze sono situate alla "confluenza teorica di diverse discipline quali l'anatomia, l'embriologia, la fisiologia, la farmacologia e la psicologia", e rappresentano la base necessaria per studiare eventuali fenomeni di ordine superiore.
Il secondo capitolo esplora proprio l'aspetto biologico delle funzioni superiori degli organismi e in particolare dell'essere umano, analizzando molte delle attuali teorie che cercano di collegare i due piani del discorso. Lasciano comunque perplessi le discussioni sull'origine psicosomatica di alcune malattie e il voler a tutti i costi ritrovare l'unità del Sé attraverso il collegamento tra mente e corpo nelle patologie, magari seguendo solo somiglianze formali tra i fenomeni che sono però selezionate arbitrariamente. Lo stesso accade anche nel terzo capitolo, che esamina il concetto di Sé immunologico, che sta a indicare la distinzione che l'organismo crea tra ciò che è riconosciuto dal sistema immunitario come appartenente all'individuo e cio che invece non lo è. Qui il legame agli stati patologici è più ovvio, e risulta interessante l'analisi del carattere "di genere" di malattie quali la schizofrenia e il lupus eritematoso sistemico, definite come "due patologie identitarie attraverso le quali l'individuo cerca di ripristinare la condizione di normalità necessaria ad interagire con il mondo esterno; di conseguenza i sintomi speculari [...] costituiscono veri e propri eventi psicoimmunologici - di cui si deve cogliere il significato globale attraverso il paradigma della complessità - e non semplici manifestazioni patologiche rilevanti sul piano clinico."
La chiusura del volume è affidata al capitolo più lungo sul sonno REM e i sogni, con la loro funzione di creazione di un mondo interno all'individuo. Anche questa parte è molto stimolante, e si basa soprattutto sui più recenti risultati delle neuroscienze, che grazie alle nuove tecniche di analisi sono riuscite a osservare e studiare i diversi tipi di attività cerebrale. Emerge quindi un quadro in cui l'organico si connette allo psicologico, in una prospettiva materialista che però non rinuncia alla diversità di linguaggi. La vastissima bibliografia consente inoltre al lettore di formarsi un percorso autonomo nella complessità di questi saperi. L'impegno richiesto al lettore dalla difficoltà degli argomenti è comunque ripagato da suggestioni e stimoli per la discussione molto interessanti e originali.
LIBRI
Tra corpo e mente
Annamaria Quinzi
L'anello invisibile. L'unità del Sé tra bios e psiche
di Mauro Capocci
Alberto Perdisa Editore, 2004
pp.261, euro 16,00
Sono molte le prospettive e le discipline che indagano il Sé umano. Tuttavia l'integrazione tra questi diversi punti di vista è ancora lontana. Nelle parole dell'autrice, la scienza "stenta a trovare un nuovo paradigma attraverso il quale operare l'unificazione teorica delle scoperte neurobiologiche, psicologiche e mediche le quali evidenziano, ognuna dal proprio punto di vista, un aspetto parziale dell'individualità psicofisica". Questo volume vuole invece proprio sottolineare e indagare le diverse articolazioni riconosciute del Sé, cercando di far comunicare ambiti tradizionalmente separati, con "una diversa lettura epistemologica dei rapporti esistenti tra il sistema nervoso centrale, il sistema immunitario, il sogno e l'ambiente, qual momenti costitutivi, essenziali e non scindibili, del processo che definisce il Sé nella salute e nella malattia". Si tratta quindi di superare la distinzione cartesiana tra res extensa e res cogitans - il dualismo mente/corpo che ancora condiziona molti studi al proposito - senza cadere nel tranello dell'eccessiva riduzione materialista dei fenomeni psicologici. Il volume è diviso in quattro lunghi capitoli, ognuno dedicato a una delle particolari definizioni che chiamiamo "individualità psicofisica" o Sé. La prima parte prende in esame il complesso sviluppo storico dell'interazione tra discipline naturali e antropologiche, a partire da Cartesio per finire alle neuroscienze, con particolare attenzione all'importanza della teoria dell'evoluzione. D'altra parte, proprio le neuroscienze sono situate alla "confluenza teorica di diverse discipline quali l'anatomia, l'embriologia, la fisiologia, la farmacologia e la psicologia", e rappresentano la base necessaria per studiare eventuali fenomeni di ordine superiore.
Il secondo capitolo esplora proprio l'aspetto biologico delle funzioni superiori degli organismi e in particolare dell'essere umano, analizzando molte delle attuali teorie che cercano di collegare i due piani del discorso. Lasciano comunque perplessi le discussioni sull'origine psicosomatica di alcune malattie e il voler a tutti i costi ritrovare l'unità del Sé attraverso il collegamento tra mente e corpo nelle patologie, magari seguendo solo somiglianze formali tra i fenomeni che sono però selezionate arbitrariamente. Lo stesso accade anche nel terzo capitolo, che esamina il concetto di Sé immunologico, che sta a indicare la distinzione che l'organismo crea tra ciò che è riconosciuto dal sistema immunitario come appartenente all'individuo e cio che invece non lo è. Qui il legame agli stati patologici è più ovvio, e risulta interessante l'analisi del carattere "di genere" di malattie quali la schizofrenia e il lupus eritematoso sistemico, definite come "due patologie identitarie attraverso le quali l'individuo cerca di ripristinare la condizione di normalità necessaria ad interagire con il mondo esterno; di conseguenza i sintomi speculari [...] costituiscono veri e propri eventi psicoimmunologici - di cui si deve cogliere il significato globale attraverso il paradigma della complessità - e non semplici manifestazioni patologiche rilevanti sul piano clinico."
La chiusura del volume è affidata al capitolo più lungo sul sonno REM e i sogni, con la loro funzione di creazione di un mondo interno all'individuo. Anche questa parte è molto stimolante, e si basa soprattutto sui più recenti risultati delle neuroscienze, che grazie alle nuove tecniche di analisi sono riuscite a osservare e studiare i diversi tipi di attività cerebrale. Emerge quindi un quadro in cui l'organico si connette allo psicologico, in una prospettiva materialista che però non rinuncia alla diversità di linguaggi. La vastissima bibliografia consente inoltre al lettore di formarsi un percorso autonomo nella complessità di questi saperi. L'impegno richiesto al lettore dalla difficoltà degli argomenti è comunque ripagato da suggestioni e stimoli per la discussione molto interessanti e originali.
Pietro Citati:
la guerra santa dei cristiani
(2ª e 3ª parte)
la seconda e la terza e ultima parte della storia delle Crociate di Pietro Citati. La prima parte è stata inserita in questo blog pochi giorni fa ed è ancora reperibile più sotto
Repubblica 22.5.04
2/ LA GUERRA SANTA DEI CRISTIANI
il potere del giusto Saladino
Gli esosi giullari cantavano perché venivano pagati e spesso mentivano La leggendaria storia dell' idolo di Maometto tutto oro e argento, incrostato di scintillanti pietre preziose Nel 1174 fu eletto re a Gerusalemme Baldovino IV: era bellissimo e intelligente, aveva tredici anni Il frammento della Vera Croce incastonato nella sua teca d''oro cadde nelle mani dei musulmani e in molti piansero
di PIETRO CITATI
Intanto, molto lontano, nel Settentrione, i giullari avevano cominciato a improvvisare degli immensi poemi, di cui in questo volume sono raccolti la Canzone di Antiochia e la Canzone di Gerusalemme. Non gli importavano affatto le vicende reali: se Goffredo o Tancredi avevano conquistato Gerusalemme. Cantavano perché venivano pagati: cantavano quello che i committenti desideravano: spesso enormi menzogne; gli eroi della Canzone d' Antiochia sono, per esempio, due banditi da strada, che vengono trasformati nelle guide spirituali e guerriere della Crociata. Qualche volta i giullari si rifiutavano di raccontare cosa era accaduto: uno di essi, per esempio, chiese a un onesto crociato un paio di scarpe rosse (squisito e costoso segno di eleganza) come ricompensa per i suoi versi; e quando il povero Arnald de Guines si rifiutò di acquistare le scarpe (per ragioni che mi duole moltissimo di ignorare), lo cancellò spietatamente dal suo libro. Tutto accadeva pressappoco come alla corte di Alcinoo, tra i Feaci, quando Ulisse stava per cominciare il suo racconto, i Feaci mangiavano il pane e la carne e bevevano vino. Il poeta cantava in piazza, davanti a una chiesa, o in una casa aristocratica. Nessuno, o quasi nessuno, capiva il latino, o sapeva leggere: e poi ascoltare troppo a lungo senza muoversi era noioso. Così il pubblico si spostava, beveva un bicchiere di vino, giocava a dadi, litigava col vicino per una questione di soldi, faceva chiasso. Il giullare imponeva silenzio: sempre più a fatica via via che l' enorme poema (10.000 versi) si avviava alla fine. Non gli bastava cantare: voleva soprattutto far vedere gli eventi tremendi e prodigiosi al suo pubblico, commentarli, enfatizzarli, proiettarli come su un enorme cartellone colorato. Così i due poemi, malgrado il Santo Sepolcro, la Vera Croce, la santa Lancia, non hanno nemmeno una traccia di sentimento religioso. Sono favole pittoresche, opere dei pupi, macchinazioni molto più simili al Morgante o al Guerin Meschino che alla Gerusalemme liberata. I giullari e il loro pubblico amavano le storie su Maometto e la sua religione. Specie nei canti epici, ci sono brani di irrefrenabile comicità, che non sappiamo mai se attribuire alle false informazioni, o al piacere di affabulare o di mentire e di slanciarsi nell' incredibile. La cosa curiosa è che gli occidentali di Europa e di Terrasanta avevano una discreta conoscenza dell' Islam. Sapevano che era una religione monoteista, che derivava dall' ebraismo e dal cristianesimo, sebbene negasse l' origine divina e la morte di Gesù: che Maometto era un profeta: quali fossero le differenze tra i Sunniti e gli Sciiti; e che nell' Islam il pellegrinaggio alla Mecca aveva un ruolo simile a quello che, nel Cristianesimo, aveva il pellegrinaggio al Santo Sepolcro. A Toledo, a metà del XII secolo, venne cominciata una traduzione latina del Corano; e a Hereford, in Inghilterra, il primo glossario arabo-latino. Quanto profonda fosse poi la conoscenza della filosofia, della scienza, dell' astronomia, della mistica, della lirica araba in Occidente, non è stato, credo, abbastanza studiato. Che Maometto fosse un profeta come Mosè e Abramo, non importava a nessuno dei giullari franchi. Era molto più bello immaginare che in Turchia, in Siria, in Arabia e in Palestina dominasse una vastissima religione politeista, un coacervo di dèi comici e fantastici: Maometto, Apollo (probabilmente Apollo greco), Trevigante, Cahu, Nerone, Platone, Lucifero, Giove, l' Anticristo, Pilato, Margot, Bergibus, Baratron, Mars, Filir, Alabahir. E poi, alla Mecca, c' era una divinità femminile di pietra, della quale erano emissarie donne eroticissime che impedivano ai saggi di tornare alla virtuosa religione cristiana. E poi Maometto era un cardinale diacono della Chiesa di Roma, che abbracciò l' eresia per la rabbia di non esser stato eletto papa. L' invenzione più bella era visiva. Quando Maometto morì alla Mecca, i fedeli ne unsero il cadavere con balsamo prezioso: poi racchiusero il cadavere-demone in una cassetta di ferro battuto o in un idolo d' argento, sospeso in una cappella a volta. L' idolo funerario non restava immobile, perché un gioco di calamite lo faceva aleggiare, come fosse mosso da una brezza leggera: solo che, ogni tanto, il demone morto riacquistava forza e diventava vivo, saliva su un elefante, e arringava ferocemente i suoi fedeli contro Cristo. Poi ritornava alla Mecca; e lì, ai suoi piedi, stavano accucciati, perennemente accesi, due dei tre candelabri che, tempo prima, i discepoli di Maometto avevano rubato nella grotta di Gesù a Betlemme. I fedeli cristiani avrebbero dovuto scendere alla Mecca lungo le strade carovaniere, mescolarsi ai pellegrini, impossessarsi dei candelabri, e riportarli nel Santo Sepolcro: il loro vero luogo. Mi piacerebbe sapere se qualche crociato avventuroso abbia mai tentato questo furto fantastico. Secondo la leggenda cristiana, in diversi luoghi veniva venerato un immenso idolo di Maometto, che solo sei braccia vigorose potevano sollevare: un idolo d' oro, d' argento, di porpora, brillante e scintillante, lavorato al cesello, incrostato di pietre preziose abbaglianti; una figura bellissima e affascinante sebbene fosse un figlio dell' inferno. Quando poi nel 1099, Fulcherio di Chartres e un vassallo di Tancredi d' Altavilla (che raccontava le esperienze di Tancredi) penetrarono nella moschea al-Aqsa, vi scorsero l' idolo d' argento, d' oro e di porpora. Non è necessario aggiungere che mai una moschea musulmana avrebbe custodito un idolo di Maometto o qualsiasi statua profana. Cosa era accaduto? Fulcherio e il vassallo di Tancredi avevano ascoltato quella divertentissima leggenda e la loro immaginazione fece vedere loro l' idolo di porpora proiettato sotto gli archi della moschea? Non sarebbe la prima volta che l' immaginazione è più forte della nostra capacità di vedere. Ma è possibile un' altra ipotesi. Gli arabi erano straordinari costruttori di automi: nell' 802 il califfo Hârûn-ar-Rashîd aveva regalato a Carlo Magno un orologio automatico nel quale il passaggio delle ore era segnato dalla caduta di palle di bronzo su un disco di metallo; alla dodicesima ora, dodici cavalieri uscivano da dodici porte, che si chiudevano su di loro, appena il tempo aveva segnato i suoi dodici rintocchi. L' automa era diventato celeberrimo in Europa. Forse Fulcherio e Tancredi avevano scorto qualche automa sui palazzi e le moschee di Gerusalemme; e l' avevano trasferito nel segreto del luogo sacro, come corpo visibile di Maometto.
Dopo la metà del XII secolo, un generale di origine curda, Salah ad-Din ibn Ayyub, il Saladino della tradizione occidentale, fondò un grande regno, dall' Egitto alla Mesopotamia. Il Saladino fu uno dei massimi simboli del Potere sia nella tradizione islamica sia in quella occidentale. Era il re giusto: generoso coi nemici e protettore della fede (la protesse un po' troppo, se fece uccidere, come è probabile, Shihâboddin Yahyâ Sohrawardî, uno dei massimi filosofi e narratori metafisici del mondo); e possedeva la qualità del dono, la generosità senza limiti e senza misure, che imita la sovrana magnificenza di Dio. Aveva ereditato la tradizione araba del racconto, come se fosse uscito dalle Mille e una notte: amabile, arguto, conosceva le storie e le tradizioni degli Arabi, le meraviglie e le curiosità della terra, «e le genealogie dei loro cavalli». Anche l' Occidente lo amò, lo idealizzò, lo antepose ai propri disordinati e crudeli re guerrieri, lo collocò, in disparte, nel Limbo di Dante, ma lo confuse con un altro sovrano delle Mille e una notte. Nelle Cento novelle antiche e nel Decamerone, il Saladino conosce tutte le lingue, si maschera, e percorre le terre d' occidente, per guardare, vedere, spiare ciò che fanno i suoi nemici: egli è di nuovo Hârûn-ar-Rashîd che, insonne, torturato dalla malinconia, nelle Mille e una notte si traveste da mercante, da derviscio o da pescatore e percorre di notte la sua città, Bagdad, che non conosce. Guarda, scruta, ascolta, ispeziona, spia, perché il potere trova il proprio culmine proprio nello sguardo che ispeziona le tenebre. I re cristiani di Gerusalemme non sapevano né essere giusti, né raccontare, né donare, né spiare i disegni di Dio e della notte. Quando venivano sconfitti dai nemici, i sacerdoti e i papi e persino san Bernardo proclamavano che era colpa dei loro peccati - che certo erano grandi: omicidio, lussuria, lusso, gelosia fraterna, ribellione. Ma era poi vero? A volte, avevano l' impressione che l' aiuto di Dio non bastasse: o che Dio fallisse nella storia: o che Dio non volesse apparire negli eventi, o solo in modo casuale e intermittente; o che Dio - questa era la cosa più terribile - li avesse abbandonati, sebbene avessero ucciso e fossero morti per liberare il suo Sepolcro. Forse il Dio della storia stava dalla parte di Saladino, l' uomo del dono, che spiava i segreti. Ci fu una eccezione: una grandiosa eccezione; uno dei rarissimi episodi che infondono una leggerezza celeste nella pesante storia della terra. Nel 1174 fu eletto re, di Gerusalemme, a tredici anni, Baldovino IV. Era bellissimo e intelligente, aveva una solida memoria, leggeva con passione, amava le conversazioni eleganti, e cavalcava con grazia. Ma un giorno, l' istitutore, un grande storico, Guglielmo di Tiro, si accorse che il giovane re era lebbroso. Giorno dopo giorno la malattia peggiorò, colpendo soprattutto il volto, le braccia e le gambe. «Ogni volta che i suoi fedeli rivolgevano lo sguardo su di lui, i loro cuori erano profondamente toccati da un sentimento di compassione». Fu colpito da una febbre: poi la lebbra si manifestò con sempre maggiore violenza: Baldovino perse la vista, braccia e gambe cadevano in putrefazione, le mani non afferravano nemmeno un foglio di carta, i piedi non lo reggevano. Ma rifiutò di abbandonare la dignità regale: continuò a svolgere i suoi compiti; nonostante la morte vicina, cercava, per quanto potesse, dissimulare la sua terribile debolezza. Quando il Saldino invase il fragile regno latino, Baldovino chiamò alle armi tutte le proprie truppe e i templari: uscì da Ascalone per ingaggiare battaglia contro le forze nemiche. Mentre i cavalieri saraceni erano ventiseimila, i latini erano appena trecentosessantacinque: Baldovino era portato in prima fila; e davanti alle schiere il vescovo di Betlemme innalzava il «Legno miracoloso della vivifica Croce», incastonato in una teca d' oro. Per una volta, il Saladino, così cauto e prudente, peccò di presunzione: il giovane re lebbroso gli sembrò una preda troppo facile: lasciò che le sue truppe saccheggiassero le campagne; ma i cavalieri franchi assalirono i suoi uomini e li massacrarono, ed egli fu salvato soltanto dalla guardia del corpo. I cristiani pensarono di aver vinto grazie alla protezione della Vera Croce: quel legno che aveva attraversato indenne i secoli. Ma forse Guglielmo di Tiro pensò che i cristiani non possono essere guidati da veri re: il Saladino, potentissimo e orgoglioso, apparteneva all' Islam: i cristiani possono avere soltanto dei giovanissimi re lebbrosi, discendenti di Cristo, che non appartengono del tutto a questa terra. Baldovino IV morì nel 1185, e con lui il regno di Gerusalemme. Il 4 luglio 1187 l' esercito del Saladino sconfisse rovinosamente le truppe latine ai Corni di Huttin: una piccola collina rocciosa vicino a un lago. I cavalieri franchi combatterono con coraggio, eroismo e demenza feudale: la sera erano feriti, massacrati, prigionieri. Qualche giorno dopo erano venduti come schiavi sul mercato di Damasco: uno schiavo in cambio di un sandalo. Il frammento della Vera Croce, incastonato nella sua teca d' oro, cadde nelle mani dei musulmani. Un ignoto cristiano commentò: «A che scopo vivere ancora, adesso che ci è stato tolto il Legno della Vita? ~ Ci è stato sottratto il Legno della nostra salvezza ~ Piangete su questa disgrazia, adoratori del Santo Legno, e tracciate nei vostri cuori la Vera Croce con fede salda e costante». Il 3 ottobre 1187, Saladino riconquistò Gerusalemme. Secondo la tradizione islamica, era lo stesso giorno in cui Maometto salì al cielo, con la sua cavalcatura alata, muovendo da Gerusalemme. La città era indifesa: i cavalieri e i fanti erano morti, prigionieri o schiavi. Nella pianura, avvolta dalla nebbia, i musulmani sventolavano le bandiere, squillavano le trombe, scuotevano le armi, lanciavano grida di guerra. Sugli spalti c''erano soltanto due cavalieri, qualche sedicenne nominato sull' istante cavaliere, monaci, canonici, sacerdoti, diaconi, eremiti, anacoreti: mentre le vedove e gli orfani invocavano la misericordia di Dio e la protezione dei santi. A un certo momento, i cittadini si addormentarono e lasciarono gli spalti sguarniti, pensando che se Dio non avesse protetto Gerusalemme, «a nulla sarebbe valso vigilare». «Restava un solo desiderio: morire nella Città Santa, in semplicità di cuore, dando testimonianza alla propria fede in Cristo; così ciascuno si sarebbe guadagnato - scrisse un anonimo - la sua parte di Terra Promessa in proporzione allo spazio su cui stava disteso il suo cadavere». Il Saladino propose la resa. Come era sua abitudine, fu mite. Impose un riscatto: dieci bisanti per ogni uomo, cinque per ogni donna, un bisante per ogni bambino; poi tutti sarebbero stati liberi di andarsene dove volevano, e nessuno avrebbe toccato le loro cose. Non fu interamente mite: qualche mese prima, dopo la battaglia di Huttin, aveva fatto assassinare tutti i Templari e gli Ospedalieri, ricordando i massacri cristiani di un secolo prima. Qualcuno non voleva arrendersi. «Mille volte meglio morire per Cristo». Chi avrebbe mai potuto immaginare che dei cristiani commettessero una simile empietà: consegnare volontariamente nelle mani dei pagani il Sepolcro della resurrezione di Cristo? Non si era mai letto da nessuna parte che i giudei avessero abbandonato il Sancta Santorum senza spargimento di sangue e aspra battaglia, né tanto meno che l' avessero consegnato volontariamente». I musulmani entrarono in città. Sulla Cupola della Roccia islamica, i cristiani avevano innalzato una grande croce dorata: i soldati di Saladino si arrampicarono in cima alla cupola: legarono la croce con delle funi e la gettarono al suolo: in quel momento, «tutti levarono a una voce un grido, dalla città e da fuori; i Musulmani un Allah Akbar di gioia, i Franchi un urlo di costernazione e di dolore». Il Santo Sepolcro fu depredato e spogliato di ogni ornamento, e aperto a tutti, cristiani e saraceni. Intanto, il Saladino restaurava Gerusalemme: la sua Gerusalemme. Insieme ai soldati, lavorava tutto il giorno, lavando con acqua di rose i cortili e i pavimenti delle moschee, che i cristiani avevano trasformato in chiese.
(2 - continua)
Repubblica 23.5.04
3/ LA GUERRA SANTA DEI CRISTIANI
Il festoso sbarco ad Acri, l´amore-odio col Saladino Finito il loro tempo, ecco la presa di Costantinop nel 1204
Come Kagemusha, il Sultano guardava dall´alto di una collina Il re cristiano caricava le fila saracene con la lancia abbassata
Usberghi lucenti, elmi corruschi, tanti nobili destrieri dall´alto nitrito, tante gualdrappe e tanti cavalieri e stendardi
di PIETRO CITATI
Poi la storia cambiò ritmo e colore. Appena Riccardo Cuor di Leone, re di Inghilterra, scese ad Acri, la crociata perse quasi ogni profumo religioso e diventò una tappezzeria cavalleresca e romanzesca, ricamata dalla mano di qualche grande principessa francese o inglese, o da quella di Robert Louis Stevenson. Riccardo era un uomo alto, slanciato, bellissimo, con i capelli color rosso dorato. Non gli piaceva governare ed amministrare, come fanno i noiosi potenti della terra. Non gli piaceva nemmeno il futuro: solo il colorato, mobilissimo, adorabile presente. Amava fare la guerra: ardente, temerario, aggressivo, coraggiosissimo, agilissimo, elegantissimo, appena lo vedevano, uomini e donne, amici e nemici, cadevano affascinati. Era - dicevano - «il fiore della prodezza», il «vertice della cavalleria», superiore ad Orlando e ad Olivieri.
L´11 giugno 1191 sbarcò ad Acri, nella parte settentrionale della Palestina, e subito la terra fu scossa dal tumulto dei cristiani esultanti. «La notte serena, più limpida del solito, sembrava sorridergli. Nella notte si levavano striduli squilli di tromba, il suono dei corni, il timbro acuto dei pifferi, le basse tonalità dei flauti, il rimbombo dei tamburi. Tutti partecipavano alla letizia collettiva, perché con Riccardo era arrivata la gioia. Qualcuno intonava canti popolari, qualcuno recitava racconti epici sulle imprese degli eroi antichi e moderni, qualcuno beveva, qualcuno danzava. La gente minuta era mescolata ai nobili, senza distinzione di rango. Da ogni parte brillavano candele, torce e fiaccole, tanto che «i turchi pensavano che l´intera vallata fosse in fiamme». La mattina, i combattenti si equipaggiarono. «Avreste visto tanti usberghi lucenti, tanti elmi corruschi, tanti nobili destrieri dall´alto nitrito, tante gualdrappe biancheggianti, tanti scelti cavalieri, e pennoncelli e stendardi di qualsiasi genere». All´improvviso, il mondo era diventato una festa, alla quale tutti partecipavano.
Il Saladino e il mondo arabo amavano Riccardo Cuor di Leone: come Riccardo Cuor di Leone e il mondo cristiano amavano il Saladino, sebbene si combattessero a vicenda. «Era di gran coraggio e alto animo», scriveva Baha Ad-Din. Solo qualcuno avanzava riserve: molto più saggi dei franchi, gli arabi pensavano che essi apprezzassero troppo il valore guerriero: «quanto più un cavaliere è alto e slanciato, scrisse Usama ibn Munqidh, tanto più essi lo ammirano, e nessuno ha preminenza fuori dai cavalieri». Anche Saladino pensava che Riccardo mancasse di «saggezza e di moderazione». Ma quando Riccardo andava all´assalto, chi poteva resistergli? Come Kagemusha, Saladino guardava dall´alto di una collina: la cavalleria cristiana si precipitava contro i turchi con fragore di tuono; e in testa, con gli svolazzanti capelli rossi, c´era sempre Riccardo, montato su un possente destriero, che caricava le fila saracene con la lancia abbassata, fino a quando la sua asta di frassino si spezzava in schegge intrise di sangue. Allora snudava la spada e si avventava sui fuggiaschi. Sembrava che «avanzasse irraggiando bagliori». Una volta, mentre Riccardo guidava la carica, il suo cavallo fu colpito, e il Saladino, pieno di ammirazione, mandò nella mischia un servo con due cavalli, perché il re nemico continuasse la battaglia.
Spesso Riccardo, abituato ai teneri verdi e alle nebbie dell´Inghilterra, si ammalava: l´agosto palestinese lo prostrava; e il Saladino inviava al rivale pesche e pere e neve del monte Hemon per rinfrescare le sue bevande. Non importa che questa parte dell´Itinerario dei pellegrini e le imprese di re Riccardo, scritte tra il 1191 e il 1222, sembri composta a quattro mani da Walter Scott e Robert Louis Stevenson. Quello era Riccardo: quello era il Saladino, come li vedevano gli arabi, i turchi, i crociati, e soprattutto gli scrittori: quella era la leggenda che si trascinavano dietro come un manto di seta; e non è il caso di dimenticarla.
Riccardo dovette tornare in Inghilterra: non vide mai Gerusalemme, che non aveva saputo conquistare: stese una tregua di tre anni, anzi un «inviolabile accordo di pace» col Saladino. Poi ripartì, in incognito, per l´Inghilterra. A Vienna fu preso prigioniero da Leopoldo d´Austria, che aveva offeso in Terrasanta per ragioni frivolissime. Cadde nelle mani dell´imperatore Enrico VII e, solo dopo aver pagato un enorme riscatto, nel 1194 ritornò a casa. Né il Saladino né lui avrebbero vissuto a lungo. Mentre il Saladino era agli estremi, lo sheikh gli recitava il Corano: quando giunse al versetto: «Egli è l´unico Dio, conoscitore del Mistero e di ciò che si vede», il Saladino sorrise, e il volto gli si illuminò e rese l´anima ad Allah, il misericordioso. Quanto a Riccardo, non avrebbe mai potuto morire durante la lettura di un libro sacro. Combatté gli intrighi di suo fratello Giovanni e gli assalti di Filippo di Francia. Il 26 marzo 1199 assaliva un castello ribelle nel Limousin, quando una freccia, guidata dalla volontà o dal caso, colpì in fronte, «il fiore della prodezza, il vertice della cavalleria».
[***]
Tra i molti misteri dell´animo femminile, che non finiscono di inquietarmi, ce n´è uno al quale nessuno ha mai risposto. Perché le donne non sanno comporre libri di storia? Meravigliose scrittrici di memorie, di diari, di confidenze, di pettegolezzi, di chiacchiere, la storia non sembra appartenere al loro orizzonte. Non hanno Erodoto né Tucidide né Tacito né Procopio né Psello né Machiavelli né Guicciardini né Gibbon né Tocqueville né Taine né Burckhardt né Bloch né Scholem. Forse pensano che la storia non esista, né quella divina né quella profana: o almeno non si possa raccontarla. Nei fatti non si trova quel filo conduttore, che la ingenua innocenza dei maschi crede di riconoscere. Ci sono eventi separati, briciole di memorie, suoni, profumi, parole, lampi che per un momento colpiscono lo sguardo, e poi subito fuggono via. Credo a ragione, le donne non vedono altro.
Eppure una grandissima storica esistette, e proprio negli anni delle Crociate, a Bisanzio. Era Anna Comnena, figlia dell´imperatore Alessio Commeno. Nacque a Costantinopoli il 2 dicembre 1083, venne «allevata nella porpora», leggeva Aristotele e Platone, Omero, Tucidide e Erodoto, volumi di teologia, di matematica e di astrologia. Scrisse un capolavoro storiografico, l´Alessiade, «col pudore - sosteneva - che conviene a una donna e a una principessa di sangue imperiale». Il libro ha una bellissima nobiltà di stile, e un occhio, un intuito, un genio psicologico, che attraversano la realtà, la traforano, la denudano davanti ai nostri occhi. Leggendola, si ha la sensazione che solo i grandi storici suscitano: il miracolo si è compiuto, abbiamo attraversato all´indietro i secoli, e percorriamo i palazzi e le strade di Costantinopoli e le contrade della Grecia e dell´Anatolia. La realtà è qui, per sempre.
Nel suo grande libro, Anna Comnena compose due ritratti di Normanni, due degli antichi Vichinghi, Roberto il Guiscardo, che aveva conquistato l´Italia meridionale, e il figlio Boemondo, che cercò di conquistare la terra, dovunque posasse i suoi occhi azzurri e indomabili. Malgrado il «pudore» imperiale, il ritratto di Boemondo sembra dipinto da una donna affascinata o innamorata al primo sguardo. Come ammira quella statura altissima, che «supera di un braccio gli uomini più alti», le spalle e il petto largo, la vita stretta e sottile, quasi femminile: le grandi mani robuste: la pelle bianchissima, da bambino, del volto, con un lieve tocco roseo: la barba leggera, appena una spuma pelosa: gli occhi azzurri, gli occhi-lampi; e il naso e le narici che respiravano con forza l´aria sottile che percorre il mondo, e lo facevano vivere più intensamente degli altri uomini. Ma quell´uomo bellissimo aveva qualcosa di duro, di sinistro, di spaventoso, che la faceva rabbrividire. Persino il suo riso inquietava. Era versatile, ambiguo e astuto come Ulisse, ma senza la cautela di Ulisse. Da quelle spalle, da quegli occhi, da quelle narici emanava il selvaggio spirito di distruzione, che fra poco avrebbe abbattuto i palazzi, i monasteri, le chiese, le icone, la religione di Costantinopoli. Tutto ciò che Anna Comnena amava, stava per essere trascinato via come una festuca. Non c´era salvezza.
Così, per un secolo, la civiltà bizantina e quella celta (come la chiamava Anna Comnena) si osservarono attraverso il ritratto di Boemondo d´Antiochia. I Normanni guardavano i Greci, i Greci i Normanni. E mai, credo, nella storia due civiltà si odiarono così profondamente. Si ha l´impressione, a volte, che tutti quei Roberti, Boemondi, Tancredi e Baldovini fossero scesi verso il Mediterraneo per occupare Costantinopoli non Gerusalemme - dove c´era soltanto il sepolcro di un dio morto. I franchi adoravano la forza, che per loro era la droiture feudale: niente era più bello delle spade, dei gonfaloni, dei cavalli, delle aste, del rosso sangue della guerra. Per i bizantini, almeno per quelli dell´undecimo e dodicesimo secolo, la guerra era qualcosa di vergognoso: bisognava coltivare tutte le arti della diplomazia, del compromesso, dell´astuzia e della corruzione, pur di evitare lo scontro sul campo. Amavano gli squisiti fiori della retorica, il miele delle Muse: non c´era altra verità che nella parola, che incanta e affascina per tutta la notte, per tutte le notti. Così i due popoli si rivolgevano accuse sanguinose, malgrado la comune fede cristiana. Per i bizantini, i franchi erano testardi, violenti, ambiziosi, ardenti e focosi, avidi di denaro, incostanti, insaziabili chiacchieroni. Non conoscevano né la misura né la rinuncia: ciò che gli dèi della Grecia e il dio cristiano ci hanno insegnato. Per i franchi, i bizantini erano pavidi, vili, ipocriti, doppi, ingannevoli, traditori - perché la parola non è altro che tradimento e inganno. Anche senza la sordida astuzia dei Veneziani, franchi e bizantini sarebbero giunti allo scontro definitivo.
Attesero un secolo. L´8 novembre 1202 cominciò allegramente la quarta crociata, che puntò verso Costantinopoli. Il sepolcro di Cristo non interessava quasi a nessuno. La partenza da Venezia fu una festa di suoni e di colori: «la più bella cosa che mai fosse dal principio del mondo», disse Robert de Clari, un povero crociato di Amiens, quando tornò in Francia. «C´erano infatti ben cento paia di trombe, in argento o in bronzo, che presero tutte a squillare alla partenza, e tanti timpani e tamburi e altri strumenti che erano una meraviglia rara. Quando furono in mare aperto ed ebbero spiegato le vele e alzato sui castelli delle navi le loro imprese e le loro insegne, sembrò davvero che il mare fosse un vasto brulichio, tutto infiammato dalle navi che conducevano e dalla gran gioia che mostravano». La flotta oltrepassò Pola, conquistò Zara, scivolò lungo la Grecia, passò davanti ai castelli e alle chiese di Monemvasia. Quando giunse a Costantinopoli, risalì il Braccio di san Giorgio, fiorito di navi e di galee: arrivò a santo Stefano; e finalmente vide Costantinopoli in tutta la sua ampiezza, ancorandosi nel porto. «Nessuno poteva immaginare che potesse esserci nel mondo - scrisse Geoffroy de Villehardouin - una città tanto ricca, quando videro quelle alte mura e quelle torri possenti, dalle quali era chiusa tutt´intorno in cerchio, e quei ricchi palazzi in così gran numero e quelle alte chiese, e nessuno avrebbe potuto crederlo se non l´avesse visto con i suoi occhi». Tutti provarono un intenso stupore. «L´illustre e venerabile città brillava stranamente di una infinità di meraviglie». Intanto gli abitanti di Costantinopoli salirono sulle mura e sui tetti delle case per ammirare gli splendori della flotta crociata.
La meraviglia reciproca non durò a lungo. I crociati assediarono da terra e dal mare: macchine da guerra, petriere, mangani; e il 17 luglio 1203 avvenne l´assalto. La città fu conquistata. Nel maggio 1204 Baldovino di Fiandra fu eletto imperatore del nuovo impero latino. I grandi signori crociati occuparono i palazzi di marmo abbandonati, i biaus palés marberins lungo le rive del mare e tra i giardini, indossando le preziose vesti di porpora degli antichi signori di Costantinopoli. I sergenti, i garzoni, i contadini di Francia e di Lombardia inscenavano grottesche mascherate lungo le strade di Costantinopoli. Avevano infilato le sontuose vesti senatorie, e calcavano le mitre di lino sulle teste dei loro cavalli. Altri crociati portavano in mano penne, calamai e libri, dileggiando i burocrati, i letterati e la letteratura: l´anima di Bisanzio, la forma, che essi ignoravano o detestavano. Poi tutti insieme mangiavano i bolliti. «Trascorrevano tutto il giorno mangiando e bevendo, contenti del loro consueto alimento composto di spalle bovine messe in paiuoli, di salati porcini bolliti in farina di fave, con salsa di agli e succhi prodotti da un miscuglio di altri agri liquori», annotava disgustato il raffinatissimo e coltissimo Niceta Coniate.
A terra era sceso anche Robert de Clari, vassallo di Pierre d´Amiens, che possedeva un feudo di sei ettari e mezzo: quasi un contadino. Non sapeva scrivere: amava le storie cavalleresche e quelle degli antichi. Forse non aveva mai visto nessuna delle nuove, bellissime cattedrali di Francia, né Notre-Dame, né Reims, né Chartres. Aveva visto soltanto le vecchie chiese medievali di Amiens. Ma la grande cattedrale di Amiens, ammirata da Ruskin e da Proust, non era stata ancora costruita; e così Roberto non conosceva le grandi vetrate trasparenti, d´oro verde e di fiamma, né la Vergine dorata colla sua «parure» squisita e semplice di biancospini: né, sulla facciata occidentale, il formicolio dentellato delle statue: «questo mondo di santi, queste generazioni di profeti, questo gruppo di apostoli, questa sfilata di peccatori, quest´assemblea di giudici, questo volo d´angeli «che guardavano la città dall´altro delle nicchie e dal bordo delle gallerie. Era un uomo semplice, perennemente meravigliato davanti allo spettacolo delle cose, che non capiva nulla della storia ufficiale, quella che piaceva tanto al solenne maresciallo Geoffroy de Villehardouin, grandissimo diplomatico, che scrisse anche lui una Conquista di Costantinopoli. Quando Robert de Clari racconta, la storia diventa sempre una deliziosa farsa plebea, piena di sergenti, di garzoni e di contadini.
Costantinopoli lo affascinò e lo possedette completamente, risvegliando la sua curiosità e il suo stupore, come se la sua vera patria fosse la città d´oro e di marmo, e non i suoi fangosi sei ettari e mezzo di terreno in Piccardia, o l´irraggiungibile sepolcro di Cristo. Senza saperlo, immerso in quel radioso celeste, imparò cosa erano la bellezza e le opere d´arte, e si doleva di non saperle descrivere con precisione, come molti secoli più tardi Bernard Berenson e Roberto Longhi, che probabilmente disprezzavano il loro modesto antenato. Costantino il grande aveva riempito le strade e le piazze della città di capolavori statuari strappati alla Grecia. Robert contemplava i mosaici d´oro, le colonne di diaspro e di porfido, i pavimenti così brillanti da sembrare di cristallo, le reliquie della Vera Croce, la fiala di cristallo col sangue di Cristo, la sua tunica, la sua corona di giunchi marini pungenti, un lembo della veste della Madonna, le corone degli imperatori, i drappi di seta ricamati d´oro, Santa Sofia, le sue colonne, che possedevano ciascuna un diverso potere curativo, il ciborio e i cento lampadari, la statua bronzea di Giustiniano, dove gli aironi facevano il nido, la porta chiamata Mantello d´oro, due elefanti di bronzo, un cocchio d´oro a quattro ruote, degli automi guasti o che credette guasti. Tutto era fastoso, luminoso e sacro, e lui era felice.
Nel Foro di Costantino vide una statua di bronzo alta trenta piedi. Non sapeva che era, probabilmente, la statua di Atena Promaos («combattente in prima fila»), di Fidia, che Costantino aveva trafugato dalle pendici dell´Acropoli di Atene. Non sapeva chi fosse Atene né Fidia né Atena né l´Acropoli né la Grecia: degli dèi di allora aveva una vaghissima idea romanzesca: forse per lui erano i parenti o i genitori di Alessandro Magno; il passato del mondo era scivolato via come acqua nella sua mente di contadino. La bellissima statua non aveva nulla di guerriero: Robert de Clari non sapeva che la cintura intorno ai fianchi era dedicata ad Ares, che la testa della Gorgone sul petto doveva incutere terrore, e la strana coda di cavallo che ondeggiava sulla testa lo meravigliò. Guardò la veste di bronzo a pieghe che arrivava ai piedi, per proteggere dagli sguardi umani tutte le membra divine. Com´era bella quella figura misteriosa! Il capo era quietamente inclinato, il collo nudo e lungo, il corpo si chinava mollemente, vene modulavano appena la fronte, i capelli intrecciati e legati dietro il capo sfuggivano all´elmo, ciocche scendevano sulla fronte, gli occhi gettavano dardi, la mano sinistra sollevava le pieghe della veste. Il bronzo imitava ogni particolare del corpo, si piegava, si modulava, diventava viso, collo, capelli, vesti; e a tratti sembrava trasformarsi in voce e parlargli. Tutta la figura senza vita fioriva di vita, «facendo fluire negli occhi tutta la forza dell´ardore». Robert non aveva mai visto una donna di così «invincibile dolcezza».
All´improvviso, una turba di ubriachi si scagliò contro la statua, e la fece a pezzi, accusandola di attirare con gli occhi le navi dei crociati. Tutto precipitò. I crociati appiccarono fuoco alle case di Costantinopoli, e le fiamme divamparono per una notte e un giorno divorando ogni cosa: niente resistette all´incendio, nemmeno le case lontane; le fiamme divorarono le colonne di diaspro e di porfido. I soldati uccisero migliaia di cittadini in fuga, stuprarono, saccheggiarono, penetrarono nelle chiese, gettando a terra le icone e le reliquie, frantumarono gli altari, fecero entrare nelle chiese muli, che coprirono di escrementi i chiari pavimenti di cristallo. Poi il bottino fu portato in un´abbazia. «Il bottino, che era ricchissimo - scriveva Robert de Clari ingenuamente - comprendeva una tale quantità di vasellame pregiato d´oro e d´argento, di tessuti tramati d´oro e di gioielli preziosi che era davvero una meraviglia: dalla creazione del mondo mai si vide né si conquistò un simile tesoro, così splendido e opimo, né ai tempi di Alessandro né all´epoca di Carlo Magno». Costantinopoli era colpita a morte, sebbene sopravvivesse per qualche secolo.
Nel 1205 Robert de Clari ritornò in patria. Senza la statua di bronzo e la sua «invincibile dolcezza», non amava più Costantinopoli: quei prepotenti signori feudali, che avevano indossato la finta veste dei Crociati, lo infastidivano. Portò con sé molte reliquie, tra le quali una parte della cintura e del velo della Vergine; e le donò all´abbazia di Corbie, vicino al suo poderetto di sei ettari e mezzo. Non sappiamo cosa facesse nel resto della vita: se viaggiò ancora, nella Francia delle cattedrali. Certo in un anno ignoto, forse nel suo piccolo feudo di Cléry-les-Pernois, dettò a uno scrittore sconosciuto quello che aveva visto «nell´illustre e venerabile città, che brillava stranamente di un´infinità di meraviglie»: una delle gemme più umili e preziose, che siano mai passate attraverso le fitte maglie della storia universale.
(3 - fine)
Repubblica 22.5.04
2/ LA GUERRA SANTA DEI CRISTIANI
il potere del giusto Saladino
Gli esosi giullari cantavano perché venivano pagati e spesso mentivano La leggendaria storia dell' idolo di Maometto tutto oro e argento, incrostato di scintillanti pietre preziose Nel 1174 fu eletto re a Gerusalemme Baldovino IV: era bellissimo e intelligente, aveva tredici anni Il frammento della Vera Croce incastonato nella sua teca d''oro cadde nelle mani dei musulmani e in molti piansero
di PIETRO CITATI
Intanto, molto lontano, nel Settentrione, i giullari avevano cominciato a improvvisare degli immensi poemi, di cui in questo volume sono raccolti la Canzone di Antiochia e la Canzone di Gerusalemme. Non gli importavano affatto le vicende reali: se Goffredo o Tancredi avevano conquistato Gerusalemme. Cantavano perché venivano pagati: cantavano quello che i committenti desideravano: spesso enormi menzogne; gli eroi della Canzone d' Antiochia sono, per esempio, due banditi da strada, che vengono trasformati nelle guide spirituali e guerriere della Crociata. Qualche volta i giullari si rifiutavano di raccontare cosa era accaduto: uno di essi, per esempio, chiese a un onesto crociato un paio di scarpe rosse (squisito e costoso segno di eleganza) come ricompensa per i suoi versi; e quando il povero Arnald de Guines si rifiutò di acquistare le scarpe (per ragioni che mi duole moltissimo di ignorare), lo cancellò spietatamente dal suo libro. Tutto accadeva pressappoco come alla corte di Alcinoo, tra i Feaci, quando Ulisse stava per cominciare il suo racconto, i Feaci mangiavano il pane e la carne e bevevano vino. Il poeta cantava in piazza, davanti a una chiesa, o in una casa aristocratica. Nessuno, o quasi nessuno, capiva il latino, o sapeva leggere: e poi ascoltare troppo a lungo senza muoversi era noioso. Così il pubblico si spostava, beveva un bicchiere di vino, giocava a dadi, litigava col vicino per una questione di soldi, faceva chiasso. Il giullare imponeva silenzio: sempre più a fatica via via che l' enorme poema (10.000 versi) si avviava alla fine. Non gli bastava cantare: voleva soprattutto far vedere gli eventi tremendi e prodigiosi al suo pubblico, commentarli, enfatizzarli, proiettarli come su un enorme cartellone colorato. Così i due poemi, malgrado il Santo Sepolcro, la Vera Croce, la santa Lancia, non hanno nemmeno una traccia di sentimento religioso. Sono favole pittoresche, opere dei pupi, macchinazioni molto più simili al Morgante o al Guerin Meschino che alla Gerusalemme liberata. I giullari e il loro pubblico amavano le storie su Maometto e la sua religione. Specie nei canti epici, ci sono brani di irrefrenabile comicità, che non sappiamo mai se attribuire alle false informazioni, o al piacere di affabulare o di mentire e di slanciarsi nell' incredibile. La cosa curiosa è che gli occidentali di Europa e di Terrasanta avevano una discreta conoscenza dell' Islam. Sapevano che era una religione monoteista, che derivava dall' ebraismo e dal cristianesimo, sebbene negasse l' origine divina e la morte di Gesù: che Maometto era un profeta: quali fossero le differenze tra i Sunniti e gli Sciiti; e che nell' Islam il pellegrinaggio alla Mecca aveva un ruolo simile a quello che, nel Cristianesimo, aveva il pellegrinaggio al Santo Sepolcro. A Toledo, a metà del XII secolo, venne cominciata una traduzione latina del Corano; e a Hereford, in Inghilterra, il primo glossario arabo-latino. Quanto profonda fosse poi la conoscenza della filosofia, della scienza, dell' astronomia, della mistica, della lirica araba in Occidente, non è stato, credo, abbastanza studiato. Che Maometto fosse un profeta come Mosè e Abramo, non importava a nessuno dei giullari franchi. Era molto più bello immaginare che in Turchia, in Siria, in Arabia e in Palestina dominasse una vastissima religione politeista, un coacervo di dèi comici e fantastici: Maometto, Apollo (probabilmente Apollo greco), Trevigante, Cahu, Nerone, Platone, Lucifero, Giove, l' Anticristo, Pilato, Margot, Bergibus, Baratron, Mars, Filir, Alabahir. E poi, alla Mecca, c' era una divinità femminile di pietra, della quale erano emissarie donne eroticissime che impedivano ai saggi di tornare alla virtuosa religione cristiana. E poi Maometto era un cardinale diacono della Chiesa di Roma, che abbracciò l' eresia per la rabbia di non esser stato eletto papa. L' invenzione più bella era visiva. Quando Maometto morì alla Mecca, i fedeli ne unsero il cadavere con balsamo prezioso: poi racchiusero il cadavere-demone in una cassetta di ferro battuto o in un idolo d' argento, sospeso in una cappella a volta. L' idolo funerario non restava immobile, perché un gioco di calamite lo faceva aleggiare, come fosse mosso da una brezza leggera: solo che, ogni tanto, il demone morto riacquistava forza e diventava vivo, saliva su un elefante, e arringava ferocemente i suoi fedeli contro Cristo. Poi ritornava alla Mecca; e lì, ai suoi piedi, stavano accucciati, perennemente accesi, due dei tre candelabri che, tempo prima, i discepoli di Maometto avevano rubato nella grotta di Gesù a Betlemme. I fedeli cristiani avrebbero dovuto scendere alla Mecca lungo le strade carovaniere, mescolarsi ai pellegrini, impossessarsi dei candelabri, e riportarli nel Santo Sepolcro: il loro vero luogo. Mi piacerebbe sapere se qualche crociato avventuroso abbia mai tentato questo furto fantastico. Secondo la leggenda cristiana, in diversi luoghi veniva venerato un immenso idolo di Maometto, che solo sei braccia vigorose potevano sollevare: un idolo d' oro, d' argento, di porpora, brillante e scintillante, lavorato al cesello, incrostato di pietre preziose abbaglianti; una figura bellissima e affascinante sebbene fosse un figlio dell' inferno. Quando poi nel 1099, Fulcherio di Chartres e un vassallo di Tancredi d' Altavilla (che raccontava le esperienze di Tancredi) penetrarono nella moschea al-Aqsa, vi scorsero l' idolo d' argento, d' oro e di porpora. Non è necessario aggiungere che mai una moschea musulmana avrebbe custodito un idolo di Maometto o qualsiasi statua profana. Cosa era accaduto? Fulcherio e il vassallo di Tancredi avevano ascoltato quella divertentissima leggenda e la loro immaginazione fece vedere loro l' idolo di porpora proiettato sotto gli archi della moschea? Non sarebbe la prima volta che l' immaginazione è più forte della nostra capacità di vedere. Ma è possibile un' altra ipotesi. Gli arabi erano straordinari costruttori di automi: nell' 802 il califfo Hârûn-ar-Rashîd aveva regalato a Carlo Magno un orologio automatico nel quale il passaggio delle ore era segnato dalla caduta di palle di bronzo su un disco di metallo; alla dodicesima ora, dodici cavalieri uscivano da dodici porte, che si chiudevano su di loro, appena il tempo aveva segnato i suoi dodici rintocchi. L' automa era diventato celeberrimo in Europa. Forse Fulcherio e Tancredi avevano scorto qualche automa sui palazzi e le moschee di Gerusalemme; e l' avevano trasferito nel segreto del luogo sacro, come corpo visibile di Maometto.
Dopo la metà del XII secolo, un generale di origine curda, Salah ad-Din ibn Ayyub, il Saladino della tradizione occidentale, fondò un grande regno, dall' Egitto alla Mesopotamia. Il Saladino fu uno dei massimi simboli del Potere sia nella tradizione islamica sia in quella occidentale. Era il re giusto: generoso coi nemici e protettore della fede (la protesse un po' troppo, se fece uccidere, come è probabile, Shihâboddin Yahyâ Sohrawardî, uno dei massimi filosofi e narratori metafisici del mondo); e possedeva la qualità del dono, la generosità senza limiti e senza misure, che imita la sovrana magnificenza di Dio. Aveva ereditato la tradizione araba del racconto, come se fosse uscito dalle Mille e una notte: amabile, arguto, conosceva le storie e le tradizioni degli Arabi, le meraviglie e le curiosità della terra, «e le genealogie dei loro cavalli». Anche l' Occidente lo amò, lo idealizzò, lo antepose ai propri disordinati e crudeli re guerrieri, lo collocò, in disparte, nel Limbo di Dante, ma lo confuse con un altro sovrano delle Mille e una notte. Nelle Cento novelle antiche e nel Decamerone, il Saladino conosce tutte le lingue, si maschera, e percorre le terre d' occidente, per guardare, vedere, spiare ciò che fanno i suoi nemici: egli è di nuovo Hârûn-ar-Rashîd che, insonne, torturato dalla malinconia, nelle Mille e una notte si traveste da mercante, da derviscio o da pescatore e percorre di notte la sua città, Bagdad, che non conosce. Guarda, scruta, ascolta, ispeziona, spia, perché il potere trova il proprio culmine proprio nello sguardo che ispeziona le tenebre. I re cristiani di Gerusalemme non sapevano né essere giusti, né raccontare, né donare, né spiare i disegni di Dio e della notte. Quando venivano sconfitti dai nemici, i sacerdoti e i papi e persino san Bernardo proclamavano che era colpa dei loro peccati - che certo erano grandi: omicidio, lussuria, lusso, gelosia fraterna, ribellione. Ma era poi vero? A volte, avevano l' impressione che l' aiuto di Dio non bastasse: o che Dio fallisse nella storia: o che Dio non volesse apparire negli eventi, o solo in modo casuale e intermittente; o che Dio - questa era la cosa più terribile - li avesse abbandonati, sebbene avessero ucciso e fossero morti per liberare il suo Sepolcro. Forse il Dio della storia stava dalla parte di Saladino, l' uomo del dono, che spiava i segreti. Ci fu una eccezione: una grandiosa eccezione; uno dei rarissimi episodi che infondono una leggerezza celeste nella pesante storia della terra. Nel 1174 fu eletto re, di Gerusalemme, a tredici anni, Baldovino IV. Era bellissimo e intelligente, aveva una solida memoria, leggeva con passione, amava le conversazioni eleganti, e cavalcava con grazia. Ma un giorno, l' istitutore, un grande storico, Guglielmo di Tiro, si accorse che il giovane re era lebbroso. Giorno dopo giorno la malattia peggiorò, colpendo soprattutto il volto, le braccia e le gambe. «Ogni volta che i suoi fedeli rivolgevano lo sguardo su di lui, i loro cuori erano profondamente toccati da un sentimento di compassione». Fu colpito da una febbre: poi la lebbra si manifestò con sempre maggiore violenza: Baldovino perse la vista, braccia e gambe cadevano in putrefazione, le mani non afferravano nemmeno un foglio di carta, i piedi non lo reggevano. Ma rifiutò di abbandonare la dignità regale: continuò a svolgere i suoi compiti; nonostante la morte vicina, cercava, per quanto potesse, dissimulare la sua terribile debolezza. Quando il Saldino invase il fragile regno latino, Baldovino chiamò alle armi tutte le proprie truppe e i templari: uscì da Ascalone per ingaggiare battaglia contro le forze nemiche. Mentre i cavalieri saraceni erano ventiseimila, i latini erano appena trecentosessantacinque: Baldovino era portato in prima fila; e davanti alle schiere il vescovo di Betlemme innalzava il «Legno miracoloso della vivifica Croce», incastonato in una teca d' oro. Per una volta, il Saladino, così cauto e prudente, peccò di presunzione: il giovane re lebbroso gli sembrò una preda troppo facile: lasciò che le sue truppe saccheggiassero le campagne; ma i cavalieri franchi assalirono i suoi uomini e li massacrarono, ed egli fu salvato soltanto dalla guardia del corpo. I cristiani pensarono di aver vinto grazie alla protezione della Vera Croce: quel legno che aveva attraversato indenne i secoli. Ma forse Guglielmo di Tiro pensò che i cristiani non possono essere guidati da veri re: il Saladino, potentissimo e orgoglioso, apparteneva all' Islam: i cristiani possono avere soltanto dei giovanissimi re lebbrosi, discendenti di Cristo, che non appartengono del tutto a questa terra. Baldovino IV morì nel 1185, e con lui il regno di Gerusalemme. Il 4 luglio 1187 l' esercito del Saladino sconfisse rovinosamente le truppe latine ai Corni di Huttin: una piccola collina rocciosa vicino a un lago. I cavalieri franchi combatterono con coraggio, eroismo e demenza feudale: la sera erano feriti, massacrati, prigionieri. Qualche giorno dopo erano venduti come schiavi sul mercato di Damasco: uno schiavo in cambio di un sandalo. Il frammento della Vera Croce, incastonato nella sua teca d' oro, cadde nelle mani dei musulmani. Un ignoto cristiano commentò: «A che scopo vivere ancora, adesso che ci è stato tolto il Legno della Vita? ~ Ci è stato sottratto il Legno della nostra salvezza ~ Piangete su questa disgrazia, adoratori del Santo Legno, e tracciate nei vostri cuori la Vera Croce con fede salda e costante». Il 3 ottobre 1187, Saladino riconquistò Gerusalemme. Secondo la tradizione islamica, era lo stesso giorno in cui Maometto salì al cielo, con la sua cavalcatura alata, muovendo da Gerusalemme. La città era indifesa: i cavalieri e i fanti erano morti, prigionieri o schiavi. Nella pianura, avvolta dalla nebbia, i musulmani sventolavano le bandiere, squillavano le trombe, scuotevano le armi, lanciavano grida di guerra. Sugli spalti c''erano soltanto due cavalieri, qualche sedicenne nominato sull' istante cavaliere, monaci, canonici, sacerdoti, diaconi, eremiti, anacoreti: mentre le vedove e gli orfani invocavano la misericordia di Dio e la protezione dei santi. A un certo momento, i cittadini si addormentarono e lasciarono gli spalti sguarniti, pensando che se Dio non avesse protetto Gerusalemme, «a nulla sarebbe valso vigilare». «Restava un solo desiderio: morire nella Città Santa, in semplicità di cuore, dando testimonianza alla propria fede in Cristo; così ciascuno si sarebbe guadagnato - scrisse un anonimo - la sua parte di Terra Promessa in proporzione allo spazio su cui stava disteso il suo cadavere». Il Saladino propose la resa. Come era sua abitudine, fu mite. Impose un riscatto: dieci bisanti per ogni uomo, cinque per ogni donna, un bisante per ogni bambino; poi tutti sarebbero stati liberi di andarsene dove volevano, e nessuno avrebbe toccato le loro cose. Non fu interamente mite: qualche mese prima, dopo la battaglia di Huttin, aveva fatto assassinare tutti i Templari e gli Ospedalieri, ricordando i massacri cristiani di un secolo prima. Qualcuno non voleva arrendersi. «Mille volte meglio morire per Cristo». Chi avrebbe mai potuto immaginare che dei cristiani commettessero una simile empietà: consegnare volontariamente nelle mani dei pagani il Sepolcro della resurrezione di Cristo? Non si era mai letto da nessuna parte che i giudei avessero abbandonato il Sancta Santorum senza spargimento di sangue e aspra battaglia, né tanto meno che l' avessero consegnato volontariamente». I musulmani entrarono in città. Sulla Cupola della Roccia islamica, i cristiani avevano innalzato una grande croce dorata: i soldati di Saladino si arrampicarono in cima alla cupola: legarono la croce con delle funi e la gettarono al suolo: in quel momento, «tutti levarono a una voce un grido, dalla città e da fuori; i Musulmani un Allah Akbar di gioia, i Franchi un urlo di costernazione e di dolore». Il Santo Sepolcro fu depredato e spogliato di ogni ornamento, e aperto a tutti, cristiani e saraceni. Intanto, il Saladino restaurava Gerusalemme: la sua Gerusalemme. Insieme ai soldati, lavorava tutto il giorno, lavando con acqua di rose i cortili e i pavimenti delle moschee, che i cristiani avevano trasformato in chiese.
(2 - continua)
Repubblica 23.5.04
3/ LA GUERRA SANTA DEI CRISTIANI
Il festoso sbarco ad Acri, l´amore-odio col Saladino Finito il loro tempo, ecco la presa di Costantinop nel 1204
Come Kagemusha, il Sultano guardava dall´alto di una collina Il re cristiano caricava le fila saracene con la lancia abbassata
Usberghi lucenti, elmi corruschi, tanti nobili destrieri dall´alto nitrito, tante gualdrappe e tanti cavalieri e stendardi
di PIETRO CITATI
Poi la storia cambiò ritmo e colore. Appena Riccardo Cuor di Leone, re di Inghilterra, scese ad Acri, la crociata perse quasi ogni profumo religioso e diventò una tappezzeria cavalleresca e romanzesca, ricamata dalla mano di qualche grande principessa francese o inglese, o da quella di Robert Louis Stevenson. Riccardo era un uomo alto, slanciato, bellissimo, con i capelli color rosso dorato. Non gli piaceva governare ed amministrare, come fanno i noiosi potenti della terra. Non gli piaceva nemmeno il futuro: solo il colorato, mobilissimo, adorabile presente. Amava fare la guerra: ardente, temerario, aggressivo, coraggiosissimo, agilissimo, elegantissimo, appena lo vedevano, uomini e donne, amici e nemici, cadevano affascinati. Era - dicevano - «il fiore della prodezza», il «vertice della cavalleria», superiore ad Orlando e ad Olivieri.
L´11 giugno 1191 sbarcò ad Acri, nella parte settentrionale della Palestina, e subito la terra fu scossa dal tumulto dei cristiani esultanti. «La notte serena, più limpida del solito, sembrava sorridergli. Nella notte si levavano striduli squilli di tromba, il suono dei corni, il timbro acuto dei pifferi, le basse tonalità dei flauti, il rimbombo dei tamburi. Tutti partecipavano alla letizia collettiva, perché con Riccardo era arrivata la gioia. Qualcuno intonava canti popolari, qualcuno recitava racconti epici sulle imprese degli eroi antichi e moderni, qualcuno beveva, qualcuno danzava. La gente minuta era mescolata ai nobili, senza distinzione di rango. Da ogni parte brillavano candele, torce e fiaccole, tanto che «i turchi pensavano che l´intera vallata fosse in fiamme». La mattina, i combattenti si equipaggiarono. «Avreste visto tanti usberghi lucenti, tanti elmi corruschi, tanti nobili destrieri dall´alto nitrito, tante gualdrappe biancheggianti, tanti scelti cavalieri, e pennoncelli e stendardi di qualsiasi genere». All´improvviso, il mondo era diventato una festa, alla quale tutti partecipavano.
Il Saladino e il mondo arabo amavano Riccardo Cuor di Leone: come Riccardo Cuor di Leone e il mondo cristiano amavano il Saladino, sebbene si combattessero a vicenda. «Era di gran coraggio e alto animo», scriveva Baha Ad-Din. Solo qualcuno avanzava riserve: molto più saggi dei franchi, gli arabi pensavano che essi apprezzassero troppo il valore guerriero: «quanto più un cavaliere è alto e slanciato, scrisse Usama ibn Munqidh, tanto più essi lo ammirano, e nessuno ha preminenza fuori dai cavalieri». Anche Saladino pensava che Riccardo mancasse di «saggezza e di moderazione». Ma quando Riccardo andava all´assalto, chi poteva resistergli? Come Kagemusha, Saladino guardava dall´alto di una collina: la cavalleria cristiana si precipitava contro i turchi con fragore di tuono; e in testa, con gli svolazzanti capelli rossi, c´era sempre Riccardo, montato su un possente destriero, che caricava le fila saracene con la lancia abbassata, fino a quando la sua asta di frassino si spezzava in schegge intrise di sangue. Allora snudava la spada e si avventava sui fuggiaschi. Sembrava che «avanzasse irraggiando bagliori». Una volta, mentre Riccardo guidava la carica, il suo cavallo fu colpito, e il Saladino, pieno di ammirazione, mandò nella mischia un servo con due cavalli, perché il re nemico continuasse la battaglia.
Spesso Riccardo, abituato ai teneri verdi e alle nebbie dell´Inghilterra, si ammalava: l´agosto palestinese lo prostrava; e il Saladino inviava al rivale pesche e pere e neve del monte Hemon per rinfrescare le sue bevande. Non importa che questa parte dell´Itinerario dei pellegrini e le imprese di re Riccardo, scritte tra il 1191 e il 1222, sembri composta a quattro mani da Walter Scott e Robert Louis Stevenson. Quello era Riccardo: quello era il Saladino, come li vedevano gli arabi, i turchi, i crociati, e soprattutto gli scrittori: quella era la leggenda che si trascinavano dietro come un manto di seta; e non è il caso di dimenticarla.
Riccardo dovette tornare in Inghilterra: non vide mai Gerusalemme, che non aveva saputo conquistare: stese una tregua di tre anni, anzi un «inviolabile accordo di pace» col Saladino. Poi ripartì, in incognito, per l´Inghilterra. A Vienna fu preso prigioniero da Leopoldo d´Austria, che aveva offeso in Terrasanta per ragioni frivolissime. Cadde nelle mani dell´imperatore Enrico VII e, solo dopo aver pagato un enorme riscatto, nel 1194 ritornò a casa. Né il Saladino né lui avrebbero vissuto a lungo. Mentre il Saladino era agli estremi, lo sheikh gli recitava il Corano: quando giunse al versetto: «Egli è l´unico Dio, conoscitore del Mistero e di ciò che si vede», il Saladino sorrise, e il volto gli si illuminò e rese l´anima ad Allah, il misericordioso. Quanto a Riccardo, non avrebbe mai potuto morire durante la lettura di un libro sacro. Combatté gli intrighi di suo fratello Giovanni e gli assalti di Filippo di Francia. Il 26 marzo 1199 assaliva un castello ribelle nel Limousin, quando una freccia, guidata dalla volontà o dal caso, colpì in fronte, «il fiore della prodezza, il vertice della cavalleria».
[***]
Tra i molti misteri dell´animo femminile, che non finiscono di inquietarmi, ce n´è uno al quale nessuno ha mai risposto. Perché le donne non sanno comporre libri di storia? Meravigliose scrittrici di memorie, di diari, di confidenze, di pettegolezzi, di chiacchiere, la storia non sembra appartenere al loro orizzonte. Non hanno Erodoto né Tucidide né Tacito né Procopio né Psello né Machiavelli né Guicciardini né Gibbon né Tocqueville né Taine né Burckhardt né Bloch né Scholem. Forse pensano che la storia non esista, né quella divina né quella profana: o almeno non si possa raccontarla. Nei fatti non si trova quel filo conduttore, che la ingenua innocenza dei maschi crede di riconoscere. Ci sono eventi separati, briciole di memorie, suoni, profumi, parole, lampi che per un momento colpiscono lo sguardo, e poi subito fuggono via. Credo a ragione, le donne non vedono altro.
Eppure una grandissima storica esistette, e proprio negli anni delle Crociate, a Bisanzio. Era Anna Comnena, figlia dell´imperatore Alessio Commeno. Nacque a Costantinopoli il 2 dicembre 1083, venne «allevata nella porpora», leggeva Aristotele e Platone, Omero, Tucidide e Erodoto, volumi di teologia, di matematica e di astrologia. Scrisse un capolavoro storiografico, l´Alessiade, «col pudore - sosteneva - che conviene a una donna e a una principessa di sangue imperiale». Il libro ha una bellissima nobiltà di stile, e un occhio, un intuito, un genio psicologico, che attraversano la realtà, la traforano, la denudano davanti ai nostri occhi. Leggendola, si ha la sensazione che solo i grandi storici suscitano: il miracolo si è compiuto, abbiamo attraversato all´indietro i secoli, e percorriamo i palazzi e le strade di Costantinopoli e le contrade della Grecia e dell´Anatolia. La realtà è qui, per sempre.
Nel suo grande libro, Anna Comnena compose due ritratti di Normanni, due degli antichi Vichinghi, Roberto il Guiscardo, che aveva conquistato l´Italia meridionale, e il figlio Boemondo, che cercò di conquistare la terra, dovunque posasse i suoi occhi azzurri e indomabili. Malgrado il «pudore» imperiale, il ritratto di Boemondo sembra dipinto da una donna affascinata o innamorata al primo sguardo. Come ammira quella statura altissima, che «supera di un braccio gli uomini più alti», le spalle e il petto largo, la vita stretta e sottile, quasi femminile: le grandi mani robuste: la pelle bianchissima, da bambino, del volto, con un lieve tocco roseo: la barba leggera, appena una spuma pelosa: gli occhi azzurri, gli occhi-lampi; e il naso e le narici che respiravano con forza l´aria sottile che percorre il mondo, e lo facevano vivere più intensamente degli altri uomini. Ma quell´uomo bellissimo aveva qualcosa di duro, di sinistro, di spaventoso, che la faceva rabbrividire. Persino il suo riso inquietava. Era versatile, ambiguo e astuto come Ulisse, ma senza la cautela di Ulisse. Da quelle spalle, da quegli occhi, da quelle narici emanava il selvaggio spirito di distruzione, che fra poco avrebbe abbattuto i palazzi, i monasteri, le chiese, le icone, la religione di Costantinopoli. Tutto ciò che Anna Comnena amava, stava per essere trascinato via come una festuca. Non c´era salvezza.
Così, per un secolo, la civiltà bizantina e quella celta (come la chiamava Anna Comnena) si osservarono attraverso il ritratto di Boemondo d´Antiochia. I Normanni guardavano i Greci, i Greci i Normanni. E mai, credo, nella storia due civiltà si odiarono così profondamente. Si ha l´impressione, a volte, che tutti quei Roberti, Boemondi, Tancredi e Baldovini fossero scesi verso il Mediterraneo per occupare Costantinopoli non Gerusalemme - dove c´era soltanto il sepolcro di un dio morto. I franchi adoravano la forza, che per loro era la droiture feudale: niente era più bello delle spade, dei gonfaloni, dei cavalli, delle aste, del rosso sangue della guerra. Per i bizantini, almeno per quelli dell´undecimo e dodicesimo secolo, la guerra era qualcosa di vergognoso: bisognava coltivare tutte le arti della diplomazia, del compromesso, dell´astuzia e della corruzione, pur di evitare lo scontro sul campo. Amavano gli squisiti fiori della retorica, il miele delle Muse: non c´era altra verità che nella parola, che incanta e affascina per tutta la notte, per tutte le notti. Così i due popoli si rivolgevano accuse sanguinose, malgrado la comune fede cristiana. Per i bizantini, i franchi erano testardi, violenti, ambiziosi, ardenti e focosi, avidi di denaro, incostanti, insaziabili chiacchieroni. Non conoscevano né la misura né la rinuncia: ciò che gli dèi della Grecia e il dio cristiano ci hanno insegnato. Per i franchi, i bizantini erano pavidi, vili, ipocriti, doppi, ingannevoli, traditori - perché la parola non è altro che tradimento e inganno. Anche senza la sordida astuzia dei Veneziani, franchi e bizantini sarebbero giunti allo scontro definitivo.
Attesero un secolo. L´8 novembre 1202 cominciò allegramente la quarta crociata, che puntò verso Costantinopoli. Il sepolcro di Cristo non interessava quasi a nessuno. La partenza da Venezia fu una festa di suoni e di colori: «la più bella cosa che mai fosse dal principio del mondo», disse Robert de Clari, un povero crociato di Amiens, quando tornò in Francia. «C´erano infatti ben cento paia di trombe, in argento o in bronzo, che presero tutte a squillare alla partenza, e tanti timpani e tamburi e altri strumenti che erano una meraviglia rara. Quando furono in mare aperto ed ebbero spiegato le vele e alzato sui castelli delle navi le loro imprese e le loro insegne, sembrò davvero che il mare fosse un vasto brulichio, tutto infiammato dalle navi che conducevano e dalla gran gioia che mostravano». La flotta oltrepassò Pola, conquistò Zara, scivolò lungo la Grecia, passò davanti ai castelli e alle chiese di Monemvasia. Quando giunse a Costantinopoli, risalì il Braccio di san Giorgio, fiorito di navi e di galee: arrivò a santo Stefano; e finalmente vide Costantinopoli in tutta la sua ampiezza, ancorandosi nel porto. «Nessuno poteva immaginare che potesse esserci nel mondo - scrisse Geoffroy de Villehardouin - una città tanto ricca, quando videro quelle alte mura e quelle torri possenti, dalle quali era chiusa tutt´intorno in cerchio, e quei ricchi palazzi in così gran numero e quelle alte chiese, e nessuno avrebbe potuto crederlo se non l´avesse visto con i suoi occhi». Tutti provarono un intenso stupore. «L´illustre e venerabile città brillava stranamente di una infinità di meraviglie». Intanto gli abitanti di Costantinopoli salirono sulle mura e sui tetti delle case per ammirare gli splendori della flotta crociata.
La meraviglia reciproca non durò a lungo. I crociati assediarono da terra e dal mare: macchine da guerra, petriere, mangani; e il 17 luglio 1203 avvenne l´assalto. La città fu conquistata. Nel maggio 1204 Baldovino di Fiandra fu eletto imperatore del nuovo impero latino. I grandi signori crociati occuparono i palazzi di marmo abbandonati, i biaus palés marberins lungo le rive del mare e tra i giardini, indossando le preziose vesti di porpora degli antichi signori di Costantinopoli. I sergenti, i garzoni, i contadini di Francia e di Lombardia inscenavano grottesche mascherate lungo le strade di Costantinopoli. Avevano infilato le sontuose vesti senatorie, e calcavano le mitre di lino sulle teste dei loro cavalli. Altri crociati portavano in mano penne, calamai e libri, dileggiando i burocrati, i letterati e la letteratura: l´anima di Bisanzio, la forma, che essi ignoravano o detestavano. Poi tutti insieme mangiavano i bolliti. «Trascorrevano tutto il giorno mangiando e bevendo, contenti del loro consueto alimento composto di spalle bovine messe in paiuoli, di salati porcini bolliti in farina di fave, con salsa di agli e succhi prodotti da un miscuglio di altri agri liquori», annotava disgustato il raffinatissimo e coltissimo Niceta Coniate.
A terra era sceso anche Robert de Clari, vassallo di Pierre d´Amiens, che possedeva un feudo di sei ettari e mezzo: quasi un contadino. Non sapeva scrivere: amava le storie cavalleresche e quelle degli antichi. Forse non aveva mai visto nessuna delle nuove, bellissime cattedrali di Francia, né Notre-Dame, né Reims, né Chartres. Aveva visto soltanto le vecchie chiese medievali di Amiens. Ma la grande cattedrale di Amiens, ammirata da Ruskin e da Proust, non era stata ancora costruita; e così Roberto non conosceva le grandi vetrate trasparenti, d´oro verde e di fiamma, né la Vergine dorata colla sua «parure» squisita e semplice di biancospini: né, sulla facciata occidentale, il formicolio dentellato delle statue: «questo mondo di santi, queste generazioni di profeti, questo gruppo di apostoli, questa sfilata di peccatori, quest´assemblea di giudici, questo volo d´angeli «che guardavano la città dall´altro delle nicchie e dal bordo delle gallerie. Era un uomo semplice, perennemente meravigliato davanti allo spettacolo delle cose, che non capiva nulla della storia ufficiale, quella che piaceva tanto al solenne maresciallo Geoffroy de Villehardouin, grandissimo diplomatico, che scrisse anche lui una Conquista di Costantinopoli. Quando Robert de Clari racconta, la storia diventa sempre una deliziosa farsa plebea, piena di sergenti, di garzoni e di contadini.
Costantinopoli lo affascinò e lo possedette completamente, risvegliando la sua curiosità e il suo stupore, come se la sua vera patria fosse la città d´oro e di marmo, e non i suoi fangosi sei ettari e mezzo di terreno in Piccardia, o l´irraggiungibile sepolcro di Cristo. Senza saperlo, immerso in quel radioso celeste, imparò cosa erano la bellezza e le opere d´arte, e si doleva di non saperle descrivere con precisione, come molti secoli più tardi Bernard Berenson e Roberto Longhi, che probabilmente disprezzavano il loro modesto antenato. Costantino il grande aveva riempito le strade e le piazze della città di capolavori statuari strappati alla Grecia. Robert contemplava i mosaici d´oro, le colonne di diaspro e di porfido, i pavimenti così brillanti da sembrare di cristallo, le reliquie della Vera Croce, la fiala di cristallo col sangue di Cristo, la sua tunica, la sua corona di giunchi marini pungenti, un lembo della veste della Madonna, le corone degli imperatori, i drappi di seta ricamati d´oro, Santa Sofia, le sue colonne, che possedevano ciascuna un diverso potere curativo, il ciborio e i cento lampadari, la statua bronzea di Giustiniano, dove gli aironi facevano il nido, la porta chiamata Mantello d´oro, due elefanti di bronzo, un cocchio d´oro a quattro ruote, degli automi guasti o che credette guasti. Tutto era fastoso, luminoso e sacro, e lui era felice.
Nel Foro di Costantino vide una statua di bronzo alta trenta piedi. Non sapeva che era, probabilmente, la statua di Atena Promaos («combattente in prima fila»), di Fidia, che Costantino aveva trafugato dalle pendici dell´Acropoli di Atene. Non sapeva chi fosse Atene né Fidia né Atena né l´Acropoli né la Grecia: degli dèi di allora aveva una vaghissima idea romanzesca: forse per lui erano i parenti o i genitori di Alessandro Magno; il passato del mondo era scivolato via come acqua nella sua mente di contadino. La bellissima statua non aveva nulla di guerriero: Robert de Clari non sapeva che la cintura intorno ai fianchi era dedicata ad Ares, che la testa della Gorgone sul petto doveva incutere terrore, e la strana coda di cavallo che ondeggiava sulla testa lo meravigliò. Guardò la veste di bronzo a pieghe che arrivava ai piedi, per proteggere dagli sguardi umani tutte le membra divine. Com´era bella quella figura misteriosa! Il capo era quietamente inclinato, il collo nudo e lungo, il corpo si chinava mollemente, vene modulavano appena la fronte, i capelli intrecciati e legati dietro il capo sfuggivano all´elmo, ciocche scendevano sulla fronte, gli occhi gettavano dardi, la mano sinistra sollevava le pieghe della veste. Il bronzo imitava ogni particolare del corpo, si piegava, si modulava, diventava viso, collo, capelli, vesti; e a tratti sembrava trasformarsi in voce e parlargli. Tutta la figura senza vita fioriva di vita, «facendo fluire negli occhi tutta la forza dell´ardore». Robert non aveva mai visto una donna di così «invincibile dolcezza».
All´improvviso, una turba di ubriachi si scagliò contro la statua, e la fece a pezzi, accusandola di attirare con gli occhi le navi dei crociati. Tutto precipitò. I crociati appiccarono fuoco alle case di Costantinopoli, e le fiamme divamparono per una notte e un giorno divorando ogni cosa: niente resistette all´incendio, nemmeno le case lontane; le fiamme divorarono le colonne di diaspro e di porfido. I soldati uccisero migliaia di cittadini in fuga, stuprarono, saccheggiarono, penetrarono nelle chiese, gettando a terra le icone e le reliquie, frantumarono gli altari, fecero entrare nelle chiese muli, che coprirono di escrementi i chiari pavimenti di cristallo. Poi il bottino fu portato in un´abbazia. «Il bottino, che era ricchissimo - scriveva Robert de Clari ingenuamente - comprendeva una tale quantità di vasellame pregiato d´oro e d´argento, di tessuti tramati d´oro e di gioielli preziosi che era davvero una meraviglia: dalla creazione del mondo mai si vide né si conquistò un simile tesoro, così splendido e opimo, né ai tempi di Alessandro né all´epoca di Carlo Magno». Costantinopoli era colpita a morte, sebbene sopravvivesse per qualche secolo.
Nel 1205 Robert de Clari ritornò in patria. Senza la statua di bronzo e la sua «invincibile dolcezza», non amava più Costantinopoli: quei prepotenti signori feudali, che avevano indossato la finta veste dei Crociati, lo infastidivano. Portò con sé molte reliquie, tra le quali una parte della cintura e del velo della Vergine; e le donò all´abbazia di Corbie, vicino al suo poderetto di sei ettari e mezzo. Non sappiamo cosa facesse nel resto della vita: se viaggiò ancora, nella Francia delle cattedrali. Certo in un anno ignoto, forse nel suo piccolo feudo di Cléry-les-Pernois, dettò a uno scrittore sconosciuto quello che aveva visto «nell´illustre e venerabile città, che brillava stranamente di un´infinità di meraviglie»: una delle gemme più umili e preziose, che siano mai passate attraverso le fitte maglie della storia universale.
(3 - fine)
"psicologia sperimentale":
perché amiamo la musica...
Yahoo! Notizie Venerdì 21 Maggio 2004, 19:58
PSICOLOGIA:
LA MATEMATICA SVELA I SEGRETI DELLE EMOZIONI IN MUSICA
(ANSA) - ROMA, 21 MAG - E' stato dissolto dall'implacabile scure della matematica il segreto nascosto sotto la magia delle emozioni in musica: sono certe caratteristiche tecniche associate a ciascun brano a far affiorare in chi l'ascolta determinate emozioni, almeno secondo quanto dedotto dallo psicologo Emery Schubert dell'Universita' del New South Wales in Australia.
Le emozioni suscitate dalle note di un brano, dalla felicita' alla tristezza, dalla sensazione di briosita' a quella di vero e proprio fremito, o semplicemente la noia, sembrano potersi ricondurre al fragore, al temperamento del brano stesso e, in minor misura, al suo ritmo. Si tratta del primo studio che esamina matematicamente l'impatto della musica sulle emozioni, spiega Schubert in un articolo in via di pubblicazione sulla rivista Music Perception.
La felicita' all'ascolto per esempio, sostiene lo psicologo, cresce al crescere dell'altezza dei suoni e del numero di strumenti usati per produrre la musica. Le sue conclusioni derivano da un esperimento musicale su un campione di 67 persone. Queste dovevano ascoltare quattro diversi brani: l'opera numero 46 di Anton Dvorak, il Concerto de Arunquez di Joaquin Rodrigo, il Pizzicato Polka di Johan Strauss Jr and Josef Strauss e il 'Mattino' di Edvard Grieg.
Ogni volta che la musica suscitava in loro delle emozioni, gli ascoltatori dovevano muovere un mouse ed indicare sullo schermo di un computer quale fosse l'emozione suscitata tra la gamma riportata sullo schermo stesso. Il tutto avveniva sotto l'occhio dello psicologo, mentre il computer registrava secondo dopo secondo ogni mossa dell'ascoltatore, mettendola in relazione con le proprieta' della musica nell'istante stesso in cui il mouse era in movimento.
Ma niente paura, rassicura lo psicologo, nessun musicista potra' essere, almeno per ora, tanto furbo da rubare la 'formula matematica' vincente per comporre musica col potere di manipolare le nostre emozioni. Queste affiorano solo per complesse interazioni tra la musica e chi l'ascolta, anche se la ricerca evidenzia che certi parametri musicali permettono di fare previsioni parziali sulle emozioni che essa suscitera'. Esiste insomma la possibilita', conclude lo psicologo, di localizzare e quantificare le emozioni in musica con discreta precisione sulla base di parametri tecnici. (ANSA).
PSICOLOGIA:
LA MATEMATICA SVELA I SEGRETI DELLE EMOZIONI IN MUSICA
(ANSA) - ROMA, 21 MAG - E' stato dissolto dall'implacabile scure della matematica il segreto nascosto sotto la magia delle emozioni in musica: sono certe caratteristiche tecniche associate a ciascun brano a far affiorare in chi l'ascolta determinate emozioni, almeno secondo quanto dedotto dallo psicologo Emery Schubert dell'Universita' del New South Wales in Australia.
Le emozioni suscitate dalle note di un brano, dalla felicita' alla tristezza, dalla sensazione di briosita' a quella di vero e proprio fremito, o semplicemente la noia, sembrano potersi ricondurre al fragore, al temperamento del brano stesso e, in minor misura, al suo ritmo. Si tratta del primo studio che esamina matematicamente l'impatto della musica sulle emozioni, spiega Schubert in un articolo in via di pubblicazione sulla rivista Music Perception.
La felicita' all'ascolto per esempio, sostiene lo psicologo, cresce al crescere dell'altezza dei suoni e del numero di strumenti usati per produrre la musica. Le sue conclusioni derivano da un esperimento musicale su un campione di 67 persone. Queste dovevano ascoltare quattro diversi brani: l'opera numero 46 di Anton Dvorak, il Concerto de Arunquez di Joaquin Rodrigo, il Pizzicato Polka di Johan Strauss Jr and Josef Strauss e il 'Mattino' di Edvard Grieg.
Ogni volta che la musica suscitava in loro delle emozioni, gli ascoltatori dovevano muovere un mouse ed indicare sullo schermo di un computer quale fosse l'emozione suscitata tra la gamma riportata sullo schermo stesso. Il tutto avveniva sotto l'occhio dello psicologo, mentre il computer registrava secondo dopo secondo ogni mossa dell'ascoltatore, mettendola in relazione con le proprieta' della musica nell'istante stesso in cui il mouse era in movimento.
Ma niente paura, rassicura lo psicologo, nessun musicista potra' essere, almeno per ora, tanto furbo da rubare la 'formula matematica' vincente per comporre musica col potere di manipolare le nostre emozioni. Queste affiorano solo per complesse interazioni tra la musica e chi l'ascolta, anche se la ricerca evidenzia che certi parametri musicali permettono di fare previsioni parziali sulle emozioni che essa suscitera'. Esiste insomma la possibilita', conclude lo psicologo, di localizzare e quantificare le emozioni in musica con discreta precisione sulla base di parametri tecnici. (ANSA).
venerdì 21 maggio 2004
ancora sulla tortura
Zefiro n. 5 del 19 maggio
Variazioni sul tema
di Paolo Izzo
In questi giorni ci sconvolgono le immagini strazianti delle torture inflitte ai prigionieri di guerra. Guerra, sì: perché di guerra si tratta e non di missioni di pace. Qualcuno tenta maldestramente di addurre motivazioni all’orrore che arriva di fronte ai nostri occhi e di generalizzarlo, tirando in ballo il Male insito nell’uomo…
Ma niente
Non cede. Non parla. Si capisce che soffre, ma non ammette nessuna delle nostre tesi. Gli abbiamo fornito le prove: gli abbiamo fatto ascoltare le registrazioni di quello che dicono i suoi compagni, le loro confessioni… spontanee. Gli abbiamo fatto capire in ogni modo che, in certe condizioni, tutti agirebbero così. Ma niente. Gli abbiamo mostrato le foto della sua casa demolita. Le ha contemplate scuotendo la testa, sembrava lì lì per cedere. Persino una lacrima sembrava affacciarsi nel suo silenzio. Ma ancora niente. L’abbiamo picchiato! È stato un impulso a cui non abbiamo saputo resistere: vederlo con quell’aria strafottente, assolutamente non collaborativa, ci dava sui nervi. Gli abbiamo spaccato la faccia, avevamo minacciato che l’avremmo fatto… Se ne stava lì con un occhio nero e un paio di denti penzoloni… e ha continuato a rispondere di no. “No”, capisci? Il suo rifiuto ci faceva impazzire, ci sembrava di essere noi sotto accusa, quando era lui il prigioniero. L’abbiamo spogliato, punzecchiato, umiliato. Gli proponevamo continuamente una via di scampo. Ma niente. Sembrava un verme silenzioso: gli abbiamo giurato che se continuava così gli avremmo tagliato la lingua: non abbiamo eseguito soltanto perché dobbiamo sentire la sua voce quando ce lo dirà. Da sette giorni non mangia perché lo teniamo a digiuno, non dorme perché lo teniamo sveglio, beve soltanto perché lo vogliamo tenere vivo. Ieri ha pronunciato una sola frase incomprensibile: “Io sono sano”. Nient’altro. Continueremo con le urla improvvise, con l’elettricità, con le botte… Non ci arrenderemo: abbiamo intenzione di provarle tutte. Fino a che non ci dirà che anche lui l’avrebbe fatto. Fino a che non ammetterà che anche lui, se fosse nei nostri panni, torturerebbe un altro essere umano.
Variazioni sul tema
di Paolo Izzo
In questi giorni ci sconvolgono le immagini strazianti delle torture inflitte ai prigionieri di guerra. Guerra, sì: perché di guerra si tratta e non di missioni di pace. Qualcuno tenta maldestramente di addurre motivazioni all’orrore che arriva di fronte ai nostri occhi e di generalizzarlo, tirando in ballo il Male insito nell’uomo…
Non cede. Non parla. Si capisce che soffre, ma non ammette nessuna delle nostre tesi. Gli abbiamo fornito le prove: gli abbiamo fatto ascoltare le registrazioni di quello che dicono i suoi compagni, le loro confessioni… spontanee. Gli abbiamo fatto capire in ogni modo che, in certe condizioni, tutti agirebbero così. Ma niente. Gli abbiamo mostrato le foto della sua casa demolita. Le ha contemplate scuotendo la testa, sembrava lì lì per cedere. Persino una lacrima sembrava affacciarsi nel suo silenzio. Ma ancora niente. L’abbiamo picchiato! È stato un impulso a cui non abbiamo saputo resistere: vederlo con quell’aria strafottente, assolutamente non collaborativa, ci dava sui nervi. Gli abbiamo spaccato la faccia, avevamo minacciato che l’avremmo fatto… Se ne stava lì con un occhio nero e un paio di denti penzoloni… e ha continuato a rispondere di no. “No”, capisci? Il suo rifiuto ci faceva impazzire, ci sembrava di essere noi sotto accusa, quando era lui il prigioniero. L’abbiamo spogliato, punzecchiato, umiliato. Gli proponevamo continuamente una via di scampo. Ma niente. Sembrava un verme silenzioso: gli abbiamo giurato che se continuava così gli avremmo tagliato la lingua: non abbiamo eseguito soltanto perché dobbiamo sentire la sua voce quando ce lo dirà. Da sette giorni non mangia perché lo teniamo a digiuno, non dorme perché lo teniamo sveglio, beve soltanto perché lo vogliamo tenere vivo. Ieri ha pronunciato una sola frase incomprensibile: “Io sono sano”. Nient’altro. Continueremo con le urla improvvise, con l’elettricità, con le botte… Non ci arrenderemo: abbiamo intenzione di provarle tutte. Fino a che non ci dirà che anche lui l’avrebbe fatto. Fino a che non ammetterà che anche lui, se fosse nei nostri panni, torturerebbe un altro essere umano.
lettere sulla malattia mentale
Repubblica 21.5.04
La malattia mentale scaricata sulle famiglie
di CORRADO AUGIAS
Gentile dottor Augias, grazie per avere pubblicato la lettera dello "psichiatra di campagna" Luciano Delzotti. Grazie per aver avuto il coraggio di pubblicare una lettera onesta e sincera, anche se politicamente non corretta! Da 20 anni convivo con un figlio molto malato, ho fondato nel 1987 un'associazione di familiari e volontari che è divenuta la più importante e diffusa del Piemonte, confederata con associazioni di tutta Italia, soprattutto ho ascoltato in 18 anni di attività centinaia e centinaia di famiglie e di operatori.
Da sempre mi reputo di sinistra ma mi sono sempre domandata perché la sinistra non vuole comprendere che la psichiatria può e deve essere migliorata non snaturando la 180, ma con mirate integrazioni che tengano conto dei malati non consapevoli e sovente non gestibili in famiglia. Abbiamo un documento di 18 punti firmato da 25 associazioni italiane che abbiamo anche portato alla commissione Affari sociali, ma sono sicura resterà lettera morta.
Anche la tragedia dei malati di mente e delle loro famiglie viene strumentalizzata dalle forze politiche. La lettera del dottor Delzotti, così coraggiosa, giusta e umana, mi ha ridato un po' di speranza; esiste una fascia di malati gravi, non collaborativi, non curabili che ipocritamente non vengono considerati dalla normativa, di fatto sia loro che le loro famiglie sono abbandonati. Sono tanto stanca e angosciata.
Maria Luisa Gentile
Associazione difesa malati psichici - Piemonte
D ottor Augias, rispondendo al dottor Delzotti lei non è entrato nel merito "per manifesta incompetenza". Le faccio presente che la pratica dell'elettrochoc (più diffusa di quanto non si creda) viene eseguita senza anestesia in pazienti non solo non consenzienti ma recalcitranti e presi con forza come animali da macellare. Una violenza ripugnante, definibile solo come tortura. Quanto all'aspetto più interessante, quello psicodinamico, il dottor Delzotti parla di miglioramenti clinici che noi sappiamo dovuti alla barbarie praticata che ha soddisfatto le parti più malate del paziente, la voglia di essere punito, colludendo con esse e non aiutandolo a comprendere che il più doloroso disagio psichico è un modo masochista di vivere la propria realtà e sadico nei confronti degli altri (ad esempio, parenti).
Il sadismo non è mai terapeutico e la soluzione non è il numero degli operatori (se sadici) ma la loro qualità; il trattamento delle psicopatologie è scienza e richiede formazione e maturità personale molto elevate da trasferire a pazienti da crescere come propri figli, non lo dico per retorica ma per prassi quotidiana.
Antonio De Rosa
Dipartimento Salute mentale, Lecce
Di fronte a opinioni così lontane posso solo ribadire la mia incompetenza nel merito. So però, anche per dolorose vicende di persone vicine, quanto sia difficile la situazione di una famiglia con un malato mentale in casa. Lo conferma con fermezza la stessa signora Gentile. Sono convinto della buona fede e delle ottime intenzioni degli psichiatri e la parola elettrochoc è spaventosa. Se però devo scegliere tra l'opinione dei medici e quella di una madre di famiglia opto per la madre di famiglia. Non per demagogia ma perché a nessuno dovrebbe essere imposto un tale carico di responsabilità e di pena.
La malattia mentale scaricata sulle famiglie
di CORRADO AUGIAS
Gentile dottor Augias, grazie per avere pubblicato la lettera dello "psichiatra di campagna" Luciano Delzotti. Grazie per aver avuto il coraggio di pubblicare una lettera onesta e sincera, anche se politicamente non corretta! Da 20 anni convivo con un figlio molto malato, ho fondato nel 1987 un'associazione di familiari e volontari che è divenuta la più importante e diffusa del Piemonte, confederata con associazioni di tutta Italia, soprattutto ho ascoltato in 18 anni di attività centinaia e centinaia di famiglie e di operatori.
Da sempre mi reputo di sinistra ma mi sono sempre domandata perché la sinistra non vuole comprendere che la psichiatria può e deve essere migliorata non snaturando la 180, ma con mirate integrazioni che tengano conto dei malati non consapevoli e sovente non gestibili in famiglia. Abbiamo un documento di 18 punti firmato da 25 associazioni italiane che abbiamo anche portato alla commissione Affari sociali, ma sono sicura resterà lettera morta.
Anche la tragedia dei malati di mente e delle loro famiglie viene strumentalizzata dalle forze politiche. La lettera del dottor Delzotti, così coraggiosa, giusta e umana, mi ha ridato un po' di speranza; esiste una fascia di malati gravi, non collaborativi, non curabili che ipocritamente non vengono considerati dalla normativa, di fatto sia loro che le loro famiglie sono abbandonati. Sono tanto stanca e angosciata.
Maria Luisa Gentile
Associazione difesa malati psichici - Piemonte
D ottor Augias, rispondendo al dottor Delzotti lei non è entrato nel merito "per manifesta incompetenza". Le faccio presente che la pratica dell'elettrochoc (più diffusa di quanto non si creda) viene eseguita senza anestesia in pazienti non solo non consenzienti ma recalcitranti e presi con forza come animali da macellare. Una violenza ripugnante, definibile solo come tortura. Quanto all'aspetto più interessante, quello psicodinamico, il dottor Delzotti parla di miglioramenti clinici che noi sappiamo dovuti alla barbarie praticata che ha soddisfatto le parti più malate del paziente, la voglia di essere punito, colludendo con esse e non aiutandolo a comprendere che il più doloroso disagio psichico è un modo masochista di vivere la propria realtà e sadico nei confronti degli altri (ad esempio, parenti).
Il sadismo non è mai terapeutico e la soluzione non è il numero degli operatori (se sadici) ma la loro qualità; il trattamento delle psicopatologie è scienza e richiede formazione e maturità personale molto elevate da trasferire a pazienti da crescere come propri figli, non lo dico per retorica ma per prassi quotidiana.
Antonio De Rosa
Dipartimento Salute mentale, Lecce
Di fronte a opinioni così lontane posso solo ribadire la mia incompetenza nel merito. So però, anche per dolorose vicende di persone vicine, quanto sia difficile la situazione di una famiglia con un malato mentale in casa. Lo conferma con fermezza la stessa signora Gentile. Sono convinto della buona fede e delle ottime intenzioni degli psichiatri e la parola elettrochoc è spaventosa. Se però devo scegliere tra l'opinione dei medici e quella di una madre di famiglia opto per la madre di famiglia. Non per demagogia ma perché a nessuno dovrebbe essere imposto un tale carico di responsabilità e di pena.
psicologi:
nuove frontiere della deontologia
Yahoo Notizie Giovedì 20 Maggio 2004, 18:18
WEB E VIDEOFONINO,TECNOLOGIA AL POSTO LETTINO PSICOLOGO/ANSA
(ANSA) - ROMA, 20 MAG - Sono gia' un migliaio circa gli psicologi che lavorano su Internet e che attraverso la rete offrono assistenza distanza. Quintuplicati nel giro di un paio di anni saranno presto molti di piu' i terapeuti che faranno tesoro delle possibilita' offerte dai videotelefonini.
Questi ultimi, utilizzati per ora solo da qualche pioniere, permettono infatti consulti a distanza, soprattutto in situazioni di emergenza, dando la possibilita' allo psicologo di vedere in faccia il paziente, la sua espressione e la postura, elementi fondamentali per la diagnosi.
Sono molti infatti i pazienti che chiedono assistenza al telefono ma fino a ora il codice deontologico di categoria metteva fuori legge questa pratica. Niente consulti a distanza che pero' nei fatti erano diventati una realta'.
L'ordine degli psicologi per questa ragione ha approvato le linee guida che autorizzano la categoria ad operare l'assistenza a distanza senza problemi di etica. Presentate oggi nel corso del secondo congresso nazionale degli psicologi italiani, le linee guida chiedono a questi professionisti, fra l'altro, di essere sempre riconoscibili, di specificare l'iscrizione all'ordine, di garantire l'anonimato delle persone che ne fanno richiesta.
Il consulto arriva gia' via Internet per migliaia di pazienti, ha spiegato Fulvio Frati, coordinatore dell'osservatorio nazionale sulla deontologia dell'ordine degli psicologi, ma non e' ancora chiaro quanti siano gli operatori che utilizzano la rete per lavorare. Con le linee guida gli ordini provinciali dovranno preparare degli speciali registri che permetteranno di capire le dimensioni di questo fenomeno che si sta estendendo a macchia d'olio coinvolgendo anche le istituzioni sanitarie. Alcune Asl dell'Emilia Romagna hanno infatti organizzato, ad esempio, sistemi di consulto su internet.
I rischi, non nascondono gli stessi psicologi, sono infatti molti, e lo sforzo dell'ordine e' proprio quello di rendere questi servizi trasparenti e sicuri, con due attenzioni particolari: quello che riguarda l'identificazione degli psicologi e l'identificazione degli utilizzatori.
Queste sono solo alcune delle indicazioni approvate dall'ordine, utili da conoscere anche per capire se lo psicologo che si propone su Internet offre qualche garanzia di serieta'.
1 - Lo psicologo deve essere riconoscibile: il paziente deve poterne conoscerne l'identita' e il domicilio.
2 - Quando il consulto sulla rete e' offerto da piu' psicologi questo deve essere chiaramente specificato e in ogni caso bisogna poter conoscere sempre l'identita' dell'autore della prestazione.
3 - Grande attenzione poi quando si tratta di terapie che riguardano i minori e maggiori misure di sicurezza.(ANSA).
WEB E VIDEOFONINO,TECNOLOGIA AL POSTO LETTINO PSICOLOGO/ANSA
(ANSA) - ROMA, 20 MAG - Sono gia' un migliaio circa gli psicologi che lavorano su Internet e che attraverso la rete offrono assistenza distanza. Quintuplicati nel giro di un paio di anni saranno presto molti di piu' i terapeuti che faranno tesoro delle possibilita' offerte dai videotelefonini.
Questi ultimi, utilizzati per ora solo da qualche pioniere, permettono infatti consulti a distanza, soprattutto in situazioni di emergenza, dando la possibilita' allo psicologo di vedere in faccia il paziente, la sua espressione e la postura, elementi fondamentali per la diagnosi.
Sono molti infatti i pazienti che chiedono assistenza al telefono ma fino a ora il codice deontologico di categoria metteva fuori legge questa pratica. Niente consulti a distanza che pero' nei fatti erano diventati una realta'.
L'ordine degli psicologi per questa ragione ha approvato le linee guida che autorizzano la categoria ad operare l'assistenza a distanza senza problemi di etica. Presentate oggi nel corso del secondo congresso nazionale degli psicologi italiani, le linee guida chiedono a questi professionisti, fra l'altro, di essere sempre riconoscibili, di specificare l'iscrizione all'ordine, di garantire l'anonimato delle persone che ne fanno richiesta.
Il consulto arriva gia' via Internet per migliaia di pazienti, ha spiegato Fulvio Frati, coordinatore dell'osservatorio nazionale sulla deontologia dell'ordine degli psicologi, ma non e' ancora chiaro quanti siano gli operatori che utilizzano la rete per lavorare. Con le linee guida gli ordini provinciali dovranno preparare degli speciali registri che permetteranno di capire le dimensioni di questo fenomeno che si sta estendendo a macchia d'olio coinvolgendo anche le istituzioni sanitarie. Alcune Asl dell'Emilia Romagna hanno infatti organizzato, ad esempio, sistemi di consulto su internet.
I rischi, non nascondono gli stessi psicologi, sono infatti molti, e lo sforzo dell'ordine e' proprio quello di rendere questi servizi trasparenti e sicuri, con due attenzioni particolari: quello che riguarda l'identificazione degli psicologi e l'identificazione degli utilizzatori.
Queste sono solo alcune delle indicazioni approvate dall'ordine, utili da conoscere anche per capire se lo psicologo che si propone su Internet offre qualche garanzia di serieta'.
1 - Lo psicologo deve essere riconoscibile: il paziente deve poterne conoscerne l'identita' e il domicilio.
2 - Quando il consulto sulla rete e' offerto da piu' psicologi questo deve essere chiaramente specificato e in ogni caso bisogna poter conoscere sempre l'identita' dell'autore della prestazione.
3 - Grande attenzione poi quando si tratta di terapie che riguardano i minori e maggiori misure di sicurezza.(ANSA).
psicofarmaci
ricevuto da P.Cancellieri
galileonet.it venerdì 21 maggio 2004
PSICOFARMACI
Gli italiani fanno il pieno
di Raffaella Marino
Cresce in Italia il consumo di psicofarmaci, soprattutto tra le donne e gli anziani. In soli tre anni, dal 2000 al 2003, l'uso di questo tipo di farmaci è aumentato del 75 per cento, mentre nel corso dell'ultimo anno più del sei per cento della popolazione ha ricevuto la prescrizione di almeno un antidepressivo. Sono questi i numeri diffusi dall'Istituto superiore di sanità (Iss) nel corso del convegno "Farmaci e salute mentale" che ha disegnato lo stato dell'arte dell'utilizzo terapeutico degli psicofarmaci e una mappa nazionale e internazionale sul loro consumo.
Dati che sorprendono, ma non allarmano. Soprattutto se confrontati con quelli internazionali. "In Italia il consumo generale di psicofarmaci, e quindi di ansiolitici, antipsicotici e antidepressivi, è in linea con la media europea", afferma Giuseppe Traversa, epidemiologo dell'Iss. "Nello specifico i farmaci a base di benzodiazepine, che curano disturbi come l'ansia o l'insonnia e che sono completamente a carico del privato, vengono utilizzati in misura pari circa a una confezione l'anno per ogni italiano". Un dato questo che risulta costante nell'arco dell'ultimo dieci anni. "Anche l'assunzione di antipsicotici", continua Traversa, "pari circa a due confezioni ogni dieci abitanti l'anno, non registra significativi aumenti negli ultimi anni. Diverso il discorso per gli antidepressivi, ai quali ogni anno ricorre una persona su due e il cui consumo, soprattutto negli ultimi tre anni, risulta notevolmente incrementato".
"Un aumento così sensibile", va avanti il ricercatore, "è essenzialmente dovuto a due cause: innanzitutto fino al '99 molti antidepressivi, come gli inibitori della ricaptazione della serotonina, l'ormone che agisce sull'umore, dovevano essere acquistati completamente a spese del privato. Dal 2000 sono, invece, divenuti a carico del Servizio sanitario nazionale, perciò prescrivibili gratuitamente e rimborsabili. Inoltre nel 2001 sono state abolite le note stabilite dalla Commissione unica del farmaco, che riportavano limitazioni all'uso degli antidepressivi. Perciò nel giro di pochi anni questi farmaci sono diventati, innanzitutto rimborsabili e in secondo luogo senza limitazioni. È chiaro che i due effetti combinati hanno prodotto un allargamento dell'uso".
È indubbio, poi, che le industrie farmaceutiche rivestano un ruolo chiave in questo aumento. Queste influenzano e spingono i medici alla prescrizione di psicofarmaci anche laddove gli effetti collaterali connessi alla loro assunzione superano i benefici terapeutici. "Un risultato reso ancora più facile dal fatto che, quando si parla di salute mentale, i criteri con cui poter stabilire l'esistenza di una patologia sono necessariamente fumosi". E a pagarne maggiormente le conseguenze sono le proprio le categorie più deboli, come anziani e bambini. "Soprattutto negli ultimi anni è aumentata la tendenza a trattare i bambini e gli adolescenti come soggetti adulti", afferma lo studioso, "somministrando loro psicofarmaci quando, invece, sarebbe forse più opportuno il trattamento con terapie psico-comportamentali. Di modo che quei fenomeni che la somministrazione di psicofarmaci dovrebbe ridurre si allargano: suicidi, comportamenti aggressivi o autolesionisti, depressione e isolamento sociale".
Il pianeta psico-farmaci, dunque, si "americanizza": "sebbene a farne uso in Italia sia l'uno per cento dell'intera fascia degli adolescenti, contro il due per cento degli Stati Uniti", prosegue Traversa, "è indubbio che attualmente ci si muova lungo una strada che tende alla medicalizzazione del bambino. Sempre più spesso semplici disturbi della personalità vengono scambiati per vere e proprie malattie neuro-psichiche". Il caso dell'Attention deficit hyperactivity disorder (Adhd) in America ne è un esempio. Tristemente nota per aver portato negli ultimi trent'anni all'apertura di scuole differenziali per i bambini più vivaci e disattenti del normale, si tratta di una malattia che oggi si stenta a riconoscere.
Ancora più controversa la terapia farmacologia prescritta, che prevede la somministrazione del Ritalin, un farmaco che agisce con potenti effetti sul sistema nervoso centrale e che è stato incluso dall'Organizzazione mondiale della sanità in una lista di 300 sostanze ritenute pericolose. Il rischio che si corre in tutti questi casi è quello di costringere a stare buoni con una pillola bambini semplicemente "colpevoli" di essere un po' troppo esuberanti e che magari avrebbero solo bisogno di canalizzare in modo appropriato la loro vivacità e vitalità.
David Cohen, uno dei massimi esperti in materia di psicofarmaci e docente presso l'Università internazionale della Florida, intervenuto a termine del convegno ha affermato "il Ritalin negli Stati Uniti viene normalmente somministrato a numerosi bambini 'ritenuti' affetti da Adhd. Ora dopo trent'anni riteniamo che non sia servito assolutamente a niente, ma oramai è entrato nella quotidianità delle famiglie americane, che non ne riescono più a fare a meno". Un'affermazione inquietante, soprattutto se si tiene presente che la maggior parte degli psichiatri dichiara di aver visto al massimo un caso di Adhd in tutta la propria vita.
Magazine, 28 maggio 2004 © Galileo
galileonet.it venerdì 21 maggio 2004
PSICOFARMACI
Gli italiani fanno il pieno
di Raffaella Marino
Cresce in Italia il consumo di psicofarmaci, soprattutto tra le donne e gli anziani. In soli tre anni, dal 2000 al 2003, l'uso di questo tipo di farmaci è aumentato del 75 per cento, mentre nel corso dell'ultimo anno più del sei per cento della popolazione ha ricevuto la prescrizione di almeno un antidepressivo. Sono questi i numeri diffusi dall'Istituto superiore di sanità (Iss) nel corso del convegno "Farmaci e salute mentale" che ha disegnato lo stato dell'arte dell'utilizzo terapeutico degli psicofarmaci e una mappa nazionale e internazionale sul loro consumo.
Dati che sorprendono, ma non allarmano. Soprattutto se confrontati con quelli internazionali. "In Italia il consumo generale di psicofarmaci, e quindi di ansiolitici, antipsicotici e antidepressivi, è in linea con la media europea", afferma Giuseppe Traversa, epidemiologo dell'Iss. "Nello specifico i farmaci a base di benzodiazepine, che curano disturbi come l'ansia o l'insonnia e che sono completamente a carico del privato, vengono utilizzati in misura pari circa a una confezione l'anno per ogni italiano". Un dato questo che risulta costante nell'arco dell'ultimo dieci anni. "Anche l'assunzione di antipsicotici", continua Traversa, "pari circa a due confezioni ogni dieci abitanti l'anno, non registra significativi aumenti negli ultimi anni. Diverso il discorso per gli antidepressivi, ai quali ogni anno ricorre una persona su due e il cui consumo, soprattutto negli ultimi tre anni, risulta notevolmente incrementato".
"Un aumento così sensibile", va avanti il ricercatore, "è essenzialmente dovuto a due cause: innanzitutto fino al '99 molti antidepressivi, come gli inibitori della ricaptazione della serotonina, l'ormone che agisce sull'umore, dovevano essere acquistati completamente a spese del privato. Dal 2000 sono, invece, divenuti a carico del Servizio sanitario nazionale, perciò prescrivibili gratuitamente e rimborsabili. Inoltre nel 2001 sono state abolite le note stabilite dalla Commissione unica del farmaco, che riportavano limitazioni all'uso degli antidepressivi. Perciò nel giro di pochi anni questi farmaci sono diventati, innanzitutto rimborsabili e in secondo luogo senza limitazioni. È chiaro che i due effetti combinati hanno prodotto un allargamento dell'uso".
È indubbio, poi, che le industrie farmaceutiche rivestano un ruolo chiave in questo aumento. Queste influenzano e spingono i medici alla prescrizione di psicofarmaci anche laddove gli effetti collaterali connessi alla loro assunzione superano i benefici terapeutici. "Un risultato reso ancora più facile dal fatto che, quando si parla di salute mentale, i criteri con cui poter stabilire l'esistenza di una patologia sono necessariamente fumosi". E a pagarne maggiormente le conseguenze sono le proprio le categorie più deboli, come anziani e bambini. "Soprattutto negli ultimi anni è aumentata la tendenza a trattare i bambini e gli adolescenti come soggetti adulti", afferma lo studioso, "somministrando loro psicofarmaci quando, invece, sarebbe forse più opportuno il trattamento con terapie psico-comportamentali. Di modo che quei fenomeni che la somministrazione di psicofarmaci dovrebbe ridurre si allargano: suicidi, comportamenti aggressivi o autolesionisti, depressione e isolamento sociale".
Il pianeta psico-farmaci, dunque, si "americanizza": "sebbene a farne uso in Italia sia l'uno per cento dell'intera fascia degli adolescenti, contro il due per cento degli Stati Uniti", prosegue Traversa, "è indubbio che attualmente ci si muova lungo una strada che tende alla medicalizzazione del bambino. Sempre più spesso semplici disturbi della personalità vengono scambiati per vere e proprie malattie neuro-psichiche". Il caso dell'Attention deficit hyperactivity disorder (Adhd) in America ne è un esempio. Tristemente nota per aver portato negli ultimi trent'anni all'apertura di scuole differenziali per i bambini più vivaci e disattenti del normale, si tratta di una malattia che oggi si stenta a riconoscere.
Ancora più controversa la terapia farmacologia prescritta, che prevede la somministrazione del Ritalin, un farmaco che agisce con potenti effetti sul sistema nervoso centrale e che è stato incluso dall'Organizzazione mondiale della sanità in una lista di 300 sostanze ritenute pericolose. Il rischio che si corre in tutti questi casi è quello di costringere a stare buoni con una pillola bambini semplicemente "colpevoli" di essere un po' troppo esuberanti e che magari avrebbero solo bisogno di canalizzare in modo appropriato la loro vivacità e vitalità.
David Cohen, uno dei massimi esperti in materia di psicofarmaci e docente presso l'Università internazionale della Florida, intervenuto a termine del convegno ha affermato "il Ritalin negli Stati Uniti viene normalmente somministrato a numerosi bambini 'ritenuti' affetti da Adhd. Ora dopo trent'anni riteniamo che non sia servito assolutamente a niente, ma oramai è entrato nella quotidianità delle famiglie americane, che non ne riescono più a fare a meno". Un'affermazione inquietante, soprattutto se si tiene presente che la maggior parte degli psichiatri dichiara di aver visto al massimo un caso di Adhd in tutta la propria vita.
Magazine, 28 maggio 2004 © Galileo
cultura dominante:
Dacia Maraini, il «piccolo mostro» che c’è in ogni bambino
Corriere della Sera 21.5.04
Ci vuole poco per creare la soldatessa torturatrice
di DACIA MARAINI
È stato detto che in ciascun essere umano abita un aguzzino. Possiamo crederci? Lo dice anche Bettelheim quando vuole spiegare la crudeltà delle fiabe: esse aiuterebbero a esorcizzare il «piccolo mostro» che c’è in ogni bambino. Il pericolo che questo mostro, nel bambino diventato adulto, cresca e metta le unghie sta nelle circostanze. Insomma, date a un uomo una giustificazione, mettetelo nella condizione di dominare altri uomini, ditegli che quei corpi sono nemici e alieni, suggeritegli che sono oggetti spregevoli e non esseri umani, e verrà fuori l’aguzzino, il torturatore. Ecco, il sadismo: nessuno può dire di esserne totalmente immune, dal bambino che dà fuoco alla coda del gatto per vederlo scappare terrorizzato, alla ragazzina che si diverte a tiranneggiare un fratellino, l’essere umano porta in sé la capacità di schiavizzare e opprimere l’altro. Basta dirgli che è lecito, farlo sentire sicuro e appoggiato. Pensiamo al nazismo, quando sembrava normale inveire, insultare, perseguitare gli ebrei solo perché erano tali, e chi non era d’accordo taceva, per paura di ritorsioni. Pensiamo all’Argentina dei militari. La maggioranza era composta da bravi soldati, buoni padri di famiglia. Ci vuole così poco per trasformare un tranquillo cittadino in un persecutore. Pensiamo alla Russia di Stalin, alla distorsione sistematica del sentimento morale. Kundera racconta, in una bella intervista di Philip Roth, pubblicata da Einaudi, che Paul Eluard, quando seppe che il suo più caro amico, Zavis Kalandra, era stato arrestato e condannato all’impiccagione da Stalin, «accantonò i propri sentimenti di amicizia in nome di ideali astratti e dichiarò pubblicamente di approvare la condanna a morte. Il boia uccideva mentre il poeta cantava».
E’ la consapevolezza che fa sublimare l’atavico istinto sadico, sono la cultura, il controllo interno prima di quello esterno, l’abitudine a riflettere sulle proprie azioni, a controllarle e guidarle, la pratica del rispetto verso l’altro, tanto insistita nell’educazione da farla diventare una seconda natura. E naturalmente, in un clima di conformismo razzista, bisogna essere pronti a subire l’ostracismo, il ridicolo e spesso anche la punizione, se non si sta al gioco. Per questo la soldatessa americana che si fa fotografare con il guinzaglio al collo di un prigioniero iracheno fa solo pena. La ragazza e il suo uomo a braccia conserte, felice di mostrarsi in mezzo ai corpi nudi e umiliati dei prigionieri, esprimono soprattutto idiozia e ignoranza. E’ chiaro che qualcuno ha fatto loro sapere che potevano e forse anche dovevano infierire, altrimenti si sarebbero nascosti, non si sarebbero esposti con tanta imbecille naturalezza.
La responsabilità è di quei superiori che, guarda caso oggi negano e si nascondono, proprio perché sapevano che ciò che si compiva in quei carceri era grave e inumano. Ma ad essi serviva che fosse così. E che fossero altri a compiere i bassi servizi suggerendo loro che quei corpi sono nemici del loro paese, espressioni di una civiltà inferiore, «tu infierisci pure, farai bene», è stato questo il suggerimento. E siccome il sadismo ha sempre una componente sessuale, alla fine tutte le torture finivano con un gesto di morbosità erotica.
Il solo rimedio è la trasparenza: non si possono accettare segreti dove qualcuno detiene un potere straordinario su degli esseri umani inermi. Tutto deve essere esposto alla luce del giorno, conosciuto e controllabile. Altrimenti la lotta al terrorismo in nome della ragione, della democrazia e della tolleranza, diventa una pura buffonata.
Ci vuole poco per creare la soldatessa torturatrice
di DACIA MARAINI
È stato detto che in ciascun essere umano abita un aguzzino. Possiamo crederci? Lo dice anche Bettelheim quando vuole spiegare la crudeltà delle fiabe: esse aiuterebbero a esorcizzare il «piccolo mostro» che c’è in ogni bambino. Il pericolo che questo mostro, nel bambino diventato adulto, cresca e metta le unghie sta nelle circostanze. Insomma, date a un uomo una giustificazione, mettetelo nella condizione di dominare altri uomini, ditegli che quei corpi sono nemici e alieni, suggeritegli che sono oggetti spregevoli e non esseri umani, e verrà fuori l’aguzzino, il torturatore. Ecco, il sadismo: nessuno può dire di esserne totalmente immune, dal bambino che dà fuoco alla coda del gatto per vederlo scappare terrorizzato, alla ragazzina che si diverte a tiranneggiare un fratellino, l’essere umano porta in sé la capacità di schiavizzare e opprimere l’altro. Basta dirgli che è lecito, farlo sentire sicuro e appoggiato. Pensiamo al nazismo, quando sembrava normale inveire, insultare, perseguitare gli ebrei solo perché erano tali, e chi non era d’accordo taceva, per paura di ritorsioni. Pensiamo all’Argentina dei militari. La maggioranza era composta da bravi soldati, buoni padri di famiglia. Ci vuole così poco per trasformare un tranquillo cittadino in un persecutore. Pensiamo alla Russia di Stalin, alla distorsione sistematica del sentimento morale. Kundera racconta, in una bella intervista di Philip Roth, pubblicata da Einaudi, che Paul Eluard, quando seppe che il suo più caro amico, Zavis Kalandra, era stato arrestato e condannato all’impiccagione da Stalin, «accantonò i propri sentimenti di amicizia in nome di ideali astratti e dichiarò pubblicamente di approvare la condanna a morte. Il boia uccideva mentre il poeta cantava».
E’ la consapevolezza che fa sublimare l’atavico istinto sadico, sono la cultura, il controllo interno prima di quello esterno, l’abitudine a riflettere sulle proprie azioni, a controllarle e guidarle, la pratica del rispetto verso l’altro, tanto insistita nell’educazione da farla diventare una seconda natura. E naturalmente, in un clima di conformismo razzista, bisogna essere pronti a subire l’ostracismo, il ridicolo e spesso anche la punizione, se non si sta al gioco. Per questo la soldatessa americana che si fa fotografare con il guinzaglio al collo di un prigioniero iracheno fa solo pena. La ragazza e il suo uomo a braccia conserte, felice di mostrarsi in mezzo ai corpi nudi e umiliati dei prigionieri, esprimono soprattutto idiozia e ignoranza. E’ chiaro che qualcuno ha fatto loro sapere che potevano e forse anche dovevano infierire, altrimenti si sarebbero nascosti, non si sarebbero esposti con tanta imbecille naturalezza.
La responsabilità è di quei superiori che, guarda caso oggi negano e si nascondono, proprio perché sapevano che ciò che si compiva in quei carceri era grave e inumano. Ma ad essi serviva che fosse così. E che fossero altri a compiere i bassi servizi suggerendo loro che quei corpi sono nemici del loro paese, espressioni di una civiltà inferiore, «tu infierisci pure, farai bene», è stato questo il suggerimento. E siccome il sadismo ha sempre una componente sessuale, alla fine tutte le torture finivano con un gesto di morbosità erotica.
Il solo rimedio è la trasparenza: non si possono accettare segreti dove qualcuno detiene un potere straordinario su degli esseri umani inermi. Tutto deve essere esposto alla luce del giorno, conosciuto e controllabile. Altrimenti la lotta al terrorismo in nome della ragione, della democrazia e della tolleranza, diventa una pura buffonata.
Citati: la «guerra santa» dei cristiani
Repubblica 21.504
LE IDEE
Quando la guerra santa era fatta dai cristiani
Nei Meridiani esce un volume sulle Crociate con i testi più belli e divertenti del dodicesimo e tredicesimo secolo
Nel 1096 folle di pellegrini si misero in movimento, guidati da Pietro l´Eremita che cavalcava un asino a piedi nudi
Le reliquie dovevano produrre miracoli guarigioni, esorcismi ma avevano soprattutto il compito di sacralizzare il mondo
Fu Costantino il Grande a riportare alla luce i luoghi sacri e qualche decennio più tardi furono ritrovate le tre croci
L´imperatore Adriano aveva distrutto la città dove Gesù era stato crocifisso e tutto ciò che lo riguardava era scomparso
di PIETRO CITATI
SE DOVESSI indicare a un lettore italiano di oggi un libro divertentissimo: un libro dove perdersi, piangere, ridere, inorridire, meravigliarsi, non smarrire per un istante il filo dell´attenzione, non avrei il minimo dubbio: "Le Crociate" (Meridiani, Classici dello Spirito, a cura di Gioia Zaganelli, Nora Tigges Mazzone, Cristina Nardella, Eugenio Burgio, Alvaro Barbieri, pagg. LXXVI 1932, euro 49), dove sono raccolti con scrupolo i testi più belli scritti sulle Crociate nel XII e XIII secolo.
Capisco di stupire qualcuno: le Crociate non raccontano una tragica passione religiosa? Il loro vero protagonista non è il sepolcro di Gesù Cristo ? il luogo dove ha posato le sue membra provvisorie per un momento? Noi leggiamo di battaglie, massacri, follie e furori religiosi, luoghi sacri, avventure, scorrerie, amicizie cavalleresche, viaggi per mare e per terra, franchi, bizantini, arabi, turchi, ebrei. Questa è la storia che purtroppo noi conosciamo anche troppo bene, col suo terribile carico di sangue. Eppure, appena abbiamo sfogliato una decina di pagine di questo libro, la storia diventa immaginazione fantastica, invenzione romanzesca, come nel grande ciclo di Alessandro Magno, l´unico al quale il ciclo delle crociate si possa paragonare. Per questo, le Crociate piacciono (o piacevano) tanto ai bambini, e Walter Scott e Robert Louis Stevenson le adoravano. Anche i crociati non sanno mai bene se abitano nella realtà o nell´immaginazione. Il nostro spazio non è il loro. Stanno sempre per scivolare di là, nel mondo dei cieli o in un ciclo cavalleresco. E, per questo, quasi tutti non si preoccupano affatto di raccontare la verità ? questa cosa noiosa. Sia loro sia i narratori dimenticano cosa è accaduto, inventano, ingannano coscientemente o senza saperlo, dicono menzogne, sebbene portino sul petto il segno del Dio della Vera Croce.
La storia delle Crociate era cominciata nel quarto secolo dopo Cristo. Dopo la seconda insurrezione ebraica, l´Imperatore Adriano aveva distrutto l´antica città ebraico-cristiana, dove Gesù era stato crocifisso: tutto era scomparso, i segni della condanna, della morte e della resurrezione, delle lacrime e della gioia; e sopra la rovina aveva edificato una superba città pagana, Aelia Capitolina, con un santuario di Zeus, un tempio di Afrodite e un cimitero. Dopo il 325, Costantino il Grande fece radere al suolo Aelia Capitolina e i templi pagani, e trascinare via, oltre i confini del paese, «l´impura e contaminata» massa di pietre e di legname che portava in ogni molecola il segno dell´empietà. Una religione scompariva: un´altra ne prendeva trionfalmente il posto. Lì sotto, tra le pietre e le rovine, riapparve la città degli ebrei e di Cristo: il Golgotha, il Monte degli Ulivi, e il sepolcro scavato nella roccia dove Giuseppe d´Arimatea, secondo il Vangelo, aveva portato il cadavere sanguinante di Cristo, avvolto in un lenzuolo pulito e intriso di aromi. Come disse Eusebio, «il luogo più sacro che esista sulla terra» tornò nuovamente alla luce: il mondo intero possedeva nuovamente un centro.
Qualche decennio più tardi, furono ritrovate le tre croci: secondo una leggenda, una specie di atto magico permise di identificare la Vera Croce. Durante la settimana santa, una croce veniva innalzata sul Golgotha, adorna d´oro e di pietre preziose. Il vescovo sedeva su uno scanno: davanti a lui stava una tavola coperta da un lino, dove il legno della Vera Croce veniva chiuso in un cofanetto d´argento dorato. Il cofanetto veniva aperto: giungevano i fedeli, si chinavano, toccavano colla fronte e gli occhi il legno, lo baciavano con fervore pieno di lacrime. Sebbene fosse proibito toccarlo, qualcuno cercava di morderlo, di strapparne violentemente un frammento, come se volesse consacrare e salvare la propria vita.
Lì intorno, Costantino fece costruire alcuni grandi edifici: la chiesa del Santo Sepolcro, consacrata nel 336 con solennità inaudite, la Basilica della Resurrezione, «che s´innalzava fino a raggiungere un´altezza vertiginosa», una lunga teoria di porticati. Tutto era splendore, trionfo, esaltazione: mosaici, marmi preziosi, cortine di seta ricamate d´oro e d´argento, candelabri e lampade che versavano onde di chiarore brillante, incensieri che colmavano di profumi la tomba e la basilica. E poi ori, ori, ori, che scintillavano e gettavano luce dai cassettoni della chiesa. La Gerusalemme ebraica di Cristo, con quegli alberi, quelle palme, quei somarelli, quell´aria di sobrietà ascetica era scomparsa sotto l´oro. L´oro è luce: luce scesa dal più alto dei cieli; ma la Gerusalemme di Gesù era stata anche ombra, tenebra, sofferenza, umiliazione, desolazione, che la nuova Gerusalemme cristiano-romana rischiava di dimenticare.
Nel quarto secolo si moltiplicarono i pellegrinaggi verso il Santo Sepolcro: pellegrini da oriente e da occidente, attraverso la Spagna e la Russia, per mare e per terra, di poveri e ricchi, di pii e peccatori. Qualcuno aveva in mente la guarigione, la purificazione, l´espiazione. Ma, per molti, la meta era infinita: abbandonare le ricchezze, la patria, la famiglia, i vicini; e diventare stranieri. Ripercorrevano il viaggio che gli ebrei avevano compiuto lasciando l´Egitto: ma in un modo che gli ebrei non avevano conosciuto. Gli ebrei possedevano un tempo continuo: i cristiani chiedevano a Dio soltanto un viatico, giorno per giorno, momento per momento, istante per istante, senza nessuna certezza di domani - una collezione di frammenti, di passi che si susseguivano sulle terre e sui mari. Qualcuno voleva molto di più: lasciare la patria, per morire nei luoghi stessi dove era morto Gesù, tra il Golgotha, il sepolcro nella roccia, e il Monte degli Ulivi, entrando subito in cielo, con l´anima «intatta e raggiante di felicità». A volte la preghiera veniva ascoltata; e il pellegrino moriva, la sera stessa dell´arrivo a Gerusalemme, nel suo ospizio, appena finita la cena.
Per molti pellegrini del quarto secolo, la religione era soprattutto un luogo. A Gerusalemme, Gesù aveva lasciato tracce dovunque, segnando le pietre con la sua presenza: il pellegrino poteva scorgere l´impronta del suo piede nella chiesa di Santa Sofia, dove era rimasto in piedi di fronte a Pilato, o l´impronta del suo corpo - persino il viso, il mento e il naso - su una colonna del Monte Sion alla quale si era sostenuto durante la flagellazione. Il luogo supremo era il sepolcro nella roccia. Paola, un´aristocratica romana, entrava nel sepolcro, baciava la pietra che l´angelo aveva rimosso e «come se nella sue fede fosse assetata di acque desiderate», lambiva il punto dove il corpo del Signore era stato disteso. Quali lacrime, quale dolore, quali gemiti, quale fervore - ripeteva molti secoli dopo san Bernardo, che non fu mai a Gerusalemme. Paola vedeva cogli occhi dell´anima cosa era successo allora: la pietra rimossa dall´angelo, il corpo disteso e profumato di aromi. Non poteva scorgere la resurrezione che nemmeno il Vangelo osava rappresentare: ma si identificava per qualche attimo senza tempo con quelle membra ferite. Gerusalemme cristiana era unica: soltanto il Cristianesimo - né l´Ebraismo né l´Islam - poteva offrire ai suoi fedeli luoghi divini.
Così Gerusalemme - Gerusalemme d´oro, di rame e di luce, come scrive Franco Cardini - era il centro, l´ombelico della terra, come Delfi era stato l´ombelico della Grecia; e tutti i viaggi che i pellegrini compivano a Gerusalemme, scendendo dall´Irlanda o dalla Russia, erano un viaggio nel centro, nel luogo del fondamento. Là era accaduto tutto, letteralmente tutti gli eventi simbolici che segnano la storia del mondo. Sopra una roccia, chiusa nel Tempio ebraico, Dio aveva creato la terra; là Dio aveva piantato gli alberi dell´Eden: Adamo aveva peccato: Adamo era stato sepolto sotto la collina del Golgotha, e lavato e resuscitato dal sangue di Cristo che, goccia a goccia, cadeva dalla Croce: là Abramo aveva tentato di sacrificare Isacco: Salomone fondato il suo tempio: là era stata innalzata la Croce, e scavato il sepolcro. Là, infine, i morti sarebbero risorti, radunandosi nella nuova Gerusalemme celeste. Come dimenticarla? Come non volgere i passi verso di lei? «Se ti dimentico, Gerusalemme - diceva un Salmo - si dissecchi la mia destra; mi si attacchi la lingua al palato, se non penso più a te, se non metto Gerusalemme al culmine della mia gioia».
A Gerusalemme, tutto era sacro: perché ogni angolo di terra grondava di reliquie. In primo luogo, la Vera Croce, poi la pietra del Santo Sepolcro, le ciocche dei capelli della Vergine, il sangue di Cristo, i peli della barba di Cristo, la corona di spine, la lancia che spezzò il costato, le ossa di Stefano, i ciottoli raccolti nell´orto del Getsemani, le foglie d´ulivo del Monte, l´olio delle lampade del Santo Sepolcro, - e poi, molto più lontano, sulla strada verso l´Egitto, il balsamo miracoloso sceso dall´albero sotto il quale avevano sostato Giuseppe e Maria e il Bambino. Certo, queste reliquie dovevano produrre miracoli, guarigioni, esorcismi. Ma avevano un compito molto più importante: quello di sacralizzare il mondo, rendendo un doppio del cielo Gerusalemme e tutti i luoghi, a Costantinopoli, in Francia o in Italia o in Spagna, dove le reliquie venivano festosamente e trionfalmente disperse, intere o frantumate in ossicini, foglie o gocce.
Noi, che viviamo millesettecento anni dopo, ridiamo davanti alle sciocchezze dei nostri lontani antenati cristiani. Come? Non si accorgevano che tutte le reliquie erano dei falsi? Che la Vera Croce era un qualsiasi pezzo di legno acquistato dal boscaiolo? Che i ciottoli del Getsemani erano stati raccolti nel greto di casa? Che i peli della barba di Cristo venivano dal barbiere? Dubito molto che i nostri antenati cristiani, che leggevano i Vangeli, san Paolo e Platone mentre noi leggiamo Oriana Fallaci, fossero più sciocchi di noi. Non gli importava molto che le reliquie fossero o non fossero false, perché sapevano (come noi non sappiamo più) che l´immaginazione religiosa è così ricca e feconda che può trasformare un minimo pezzo di legno o una scheggia di pietra o una goccia di ribes nel più grande dei simboli.
Malgrado moltitudini di pellegrini arrivassero a Gerusalemme, il pellegrinaggio cristiano non aveva lo stesso rilievo di quello islamico alla Mecca, dove la Ka´ba, illuminata da una falce di luna, «assomiglia a una giovane sposa che si è tolta il velo e viene condotta in Paradiso circondata dagli ambasciatori». Molti padri della Chiesa, tra cui Gerolamo, Gregorio di Nissa e Agostino, erano contrari ai pellegrinaggi. «Non oserei chiudere l´onnipotenza di Dio in confini troppo stretti, oppure chiudere in una piccola località terrestre Colui che il cielo non può contenere». Ciò che importava - si sarebbe detto più tardi - era la peregrinatio animae. Gerusalemme sta dentro di noi: noi portiamo dentro il cuore l´immobile e mobilissimo centro del mondo: la Vera Croce, il Santo Sepolcro, la lancia che ferisce e guarisce, e persino le gocce del balsamo miracoloso scese dall´albero della Fuga in Egitto, sono immagini della nostra mente, che riproducono i luoghi irraggiungibili.
[* * *]
Passarono molti secoli. Nel febbraio 638, il califfo Omar conquistò Gerusalemme, penetrando in città sopra un cammello bianco e indossando i suoi abiti di tela rozza, tutta sudata e rappezzata, mentre i generali bizantini sconfitti ostentavano gli abiti più brillanti e sontuosi. La maggior parte della popolazione cristiana esultò, afflitta dall´imperiosissima teologia e dalla paurosa tassazione bizantina. I pellegrini continuarono a giungere, sebbene in numero minore. Alla fine del millennio, diventò califfo un pazzo sciita, Al-Hakim - uno dei pazzi che sopravvengono ogni tanto, come sinistre meteore, nella storia araba - : nel 1003 distrusse una chiesa, poi bruciò croci, perseguitò e lapidò ebrei e musulmani, proibì il Ramadan, e nel settembre 1009 ordinò di radere al suolo la Basilica della Resurrezione e fare a pezzi la roccia del Golgotha e il sepolcro di Gesù, del quale rimase intatto solo un frammento: infine proclamò di essere un´incarnazione di Allah, sostituendo il proprio nome al Suo nelle preghiere del venerdì. Una notte, nel 1021, uscì a cavallo dalla città verso il deserto, dove si perse per sempre.
Quattro anni prima dell´invasione cristiana, un viaggiatore spagnolo raccontò con quale fervore i dotti musulmani, ebrei e cristiani discutevano insieme le loro religioni, così simili, così dissimili. Tra i musulmani si diffuse una leggenda. Nel giorno del giudizio, la Mecca e la Ka´ba e la Pietra Nera, col suo piccolo punto brillante, avrebbero abbandonato il suolo dell´Arabia, discendendo lentamente vicino a Gerusalemme: come la chiamavano gli arabi, Al-Quds. Anche il Paradiso si sarebbe posato con dolcezza presso Gerusalemme: la terra aveva ormai un solo centro, per ebrei, cristiani e musulmani.
Nello stesso periodo, racconta Rodolfo il Glabro, un irrequieto e fuggiasco monaco cluniacense, i pellegrinaggi occidentali verso il sepolcro si moltiplicarono. «Era una folla immensa come mai nessuno prima d´allora aveva osato sperare. Vi andarono rappresentanti della bassa plebe poi delle classi medie, in seguito tutti i grandi, re conti marchesi vescovi e infine, come non era mai accaduto, molte donne della nobiltà insieme con altre più povere». Quelle moltitudini partivano per mare e per terra verso la Terrasanta, perché (Rodolfo il Glabro diceva) attendevano l´avvento dell´Anticristo. Come annuncia l´Apocalisse, un angelo aveva liberato Satana dall´abisso, dove era stato incatenato per mille anni. Ora Satana aveva preso il volto di Maometto: ingannava le nazioni di Gog e Magog e gli ebrei: assediava Gerusalemme, giungeva a sedersi nel tempio di Dio; finché un fuoco disceso dal cielo lo avrebbe gettato in uno stagno di fuoco e di zolfo per i secoli dei secoli. Allora scomparirà il mare, il sole e la luna. Discenderà dal cielo la città santa, la Gerusalemme celeste: con splendide mura di diaspro, un fiume di acqua viva, e l´albero della vita - l´albero del Paradiso terrestre del quale non abbiamo mai gustato il frutto.
Verso gli inizi dell´undicesimo secolo, nell´Europa occidentale si sviluppò l´idea della guerra santa, il gihad cristiano, che culminò nella prima crociata. Monaci, sacerdoti e papi immaginarono l´idea dei milites Christi: espressione fino allora dedicata ai monaci. Il miles Christi era il vero pellegrino: il nuovo popolo eletto che cercava la Terra Promessa, dove era scavato il sepolcro di Cristo; se moriva in battaglia, quali fossero i suoi peccati, veniva assunto in cielo, come gli antichi martiri della fede. Tutto gli era, in realtà, consentito: l´uccisione, il bottino, la spoliazione del nemico. Solo la Chiesa d´Oriente rifiutò tenacemente quest´idea. All´inizio della Canzone d´Antiochia, la guerra santa cristiana assume un aspetto particolarmente sinistro. Il poeta immagina che il buon ladrone, sulla croce, dice a Gesù: «Se sei Dio, vendicati di tutte le pene che questi perfidi giudei ti fanno subire». Cristo risponde che, sì, egli vuole, egli attende vendetta: ma questa vendetta dovrà attendere ancora mille anni, quando il suo popolo, «i guerrieri di Francia, i cavalieri famosi e i duchi, i principi, i signori, e tutti i baroni, verranno a vendicarlo con le loro spade e i loro spiedi aguzzi». La vendetta di Cristo! Parola orribile: mentre nei Vangeli le torture di Cristo facevano parte di un piano provvidenziale voluto da Dio, e il sangue e la morte di Gesù venivano riscattati dalla luminosa resurrezione.
I mille anni della vendetta attribuita a Cristo si compirono. Nel 1096, folle di pellegrini si misero in movimento. «Tutto l´Occidente - scrisse Anna Comnena, figlia dell´imperatore bizantino - e tutte le tribù barbare che si trovano oltre l´Adriatico e fino alle colonne d´Ercole si stanno muovendo tutte insieme attraverso l´Europa verso l´Asia, portando con sé l´intera famiglia». Li guidava Pietro l´Eremita, che raccontava alle folle di «una lettera caduta dal cielo»: cavalcava un asino a piedi nudi: aveva vestiti laceri e sporchi; la folla gli si schiacciava intorno e strappava i peli dell´asino come reliquie. I sacerdoti impugnavano lo scudo e la spada, divenendo, dicevano raccapricciando gli storici bizantini, «uomini di sangue». Le donne indossavano vesti da uomo: cavalcavano come maschi, stando «spudoratamente a cavalcioni». Tutti portavano palme e croci. Li accompagnavano (almeno nell´immaginazione) animali: sciami di cavallette, che divoravano le viti, rane, rospi, farfalle, uccelli, come se tutto il cosmo volesse redimere ed essere redento. Ogni tanto, apparivano nel cielo santi a cavallo: san Giorgio, san Demetrio, san Dionigi; e moltitudini di angeli su cavalli bianchi e preceduti da stendardi bianchi. Croci si imprimevano miracolosamente nei visi. I pellegrini rubavano, saccheggiavano, bruciavano; e quasi tutti vennero massacrati, dal re cristiano di Ungheria e dai Turchi in Anatolia.
Più tardi si mossero i nobili e i cavalieri, coi verdi elmi splendenti, le croci di seta e d´oro intessute sulle spalle e sui mantelli. La lunghissima marcia si arrestava, quando i crociati andavano in processione, confessavano i peccati, si comunicavano nel corpo e nel sangue di Cristo, distribuivano elemosine. Quando giunsero in Anatolia, ebbero una grande ammirazione per i loro avversari: i Turchi Selgiuchidi. Una leggenda faceva discendere franchi e turchi dalla medesima razza. Qualche volta, i franchi ebbero l´impressione che i turchi fossero i loro doppi: ne esaltavano la prodezza, il coraggio, la distinzione nel portamento, la straordinaria fierezza: quell´insieme di violenza e di follia così simile alla loro; e temevano l´abilità e le finte fughe della loro cavalleria. «Se fossero stati cristiani, sarebbero stati la più splendida delle razze». Tuttavia li massacrarono ferocemente: ad Antiochia trassero fuori dalle moschee i cadaveri dei soldati turchi e li gettarono in una fossa comune, dopo averne mozzato le teste «per conoscere il numero esatto dei nemici uccisi».
I crociati massacrarono soprattutto gli ebrei: dopo averli derubati, volevano costringerli a battezzarsi, giacché il battesimo degli ebrei era uno dei segni della fine dei tempi; ma gli ebrei della Renania rifiutarono, sgozzandosi gli uni cogli altri, in un olocausto sacrificale. Qualche decennio prima, un cronista aveva scritto: «Per consenso unanime i cristiani decisero di liberare radicalmente dai Giudei la loro terra e le loro città. Così essi vennero tutti presi in odio, espulsi dalle città, talora trafitti con la spada, talaltra affogati nei fiumi o uccisi in diverse maniere: alcuni giunsero a togliersi la vita con vari mezzi. Dopo quella giusta vendetta ben pochi ne rimasero nel mondo latino». Questa era, dunque, la giusta vendetta, che nella Canzone di Antiochia Gesù aveva annunciato mille anni prima al buon ladrone.
Il venerdì 15 luglio 1099, i Crociati entrarono a Gerusalemme. Era - dissero - lo stesso momento nel quale «Gesù Cristo nostro Signore accettò di subire per noi il tormento della Croce». Per qualche ora avevano atteso fuori dalle mura, piangendo di commozione e di gioia: da lontano il Tempio mandava luce; finché lo spettro di un soldato sconosciuto, secondo una cronaca provenzale, apparve sul Monte degli Ulivi, incoraggiando i Crociati. Il massacro non ebbe limiti, come mille anni prima durante la distruzione del Tempio ebraico di Gerusalemme da parte dei Romani. Sebbene Tancredi d´Altavilla avesse promesso la sua protezione, circa diecimila persone, fuggite sul tetto della moschea di Omar, furono uccise. Tutte le piazze erano piene di cadaveri. Non si poteva camminare per le strade senza calpestare corpi. Gli ebrei furono arsi vivi nelle sinagoghe: o venduti schiavi in Italia. «Se dirò la verità - scrisse Raymond d´Aguiles - essa supererà la vostra capacità di credere. E quindi vi basti questo: nel Tempio e nel portico di Salomone si cavalcava nel sangue fino alle ginocchia e alle briglia. Senza dubbio, fu una punizione divina giusta e splendida il fatto che questo luogo fosse riempito del sangue dei non credenti, poiché per tanto tempo aveva sofferto dei loro atti empi». Poi i crociati si lavarono le membra, cancellarono il sangue che la vendetta aveva richiesto, ed andarono al Santo Sepolcro. Dopo le distruzioni di Al-Hakim, era rimasta solo una parte della grotta scavata da Giuseppe d´Arimatea, o costruita da Costantino. Non vi lasciarono «polvere, pagliuzze, sporcizia o ramoscelli o putridume», mentre piangevano di gioia recitando l´ufficio della Resurrezione.
Cinque mesi dopo, quando Fulcherio di Chartres arrivò a Gerusalemme per le feste di Natale, molti cadaveri erano ancora sparsi per le piazze e le strade della città. Incostanti e volubili come sempre, i crociati si erano annoiati: non avevano avuto voglia di raccogliere tutti i corpi e di bruciarli in un grande rogo. La città, che aveva avuto quasi centomila abitanti, era vuota: poche centinaia di ombre atterrite si aggiravano per le strade, dove qualche decennio prima gli ebrei, i cristiani e i musulmani avevano cercato di fondere la Gerusalemme d´oro, di rame e di luce. Un fetore intollerabile di putrefazione prese Fulcherio di Chartres alla gola, mentre penetrava nelle chiese e nelle moschee.
Poi il fetore scomparve. La città si ripopolò sotto il regno dell´intelligente Baldovino I, fratello di Goffredo di Buglione, sebbene né ebrei né musulmani potessero stabilirsi dietro le mura. Gli abitanti del regno latino di Gerusalemme non furono molti: mai più di centoquarantamila persone, divisi in una lunga fascia di terra lungo il mare, e circondati da milioni di arabi e di turchi. Per lo più venivano dalla Francia. Appartenevano alla piccola nobiltà: non amavano che i grandi feudatari si stabilissero in Terrasanta; e non erano colti, nemmeno i prelati, colle loro vesti sontuose, che indignavano i severi monaci d´Occidente. A poco a poco, si integrarono. Nacque una razza nuova, i franchi d´Outremer. «Noi che eravamo occidentali - scrisse l´incantevole Fulcherio di Chartres - ora siamo orientali. Chi era romano o francese, in questa terra è divenuto galileo o palestinese. Chi era di Roma o di Chartres è ora diventato cittadino di Tiro o di Antiochia. Abbiamo già dimenticato i luoghi in cui siamo nati: molti di noi non li conoscono neppure o non ne hanno mai sentito parlare». Amavano gli strani uccelli d´Oriente, e i corpi leggeri, dorati e lo spirito vivace degli arabi li attraevano, forse, più dei grandi corpi robusti dei guerrieri e delle dame del Nord. Sposarono siriane, armene o perfino arabe, purché queste ultime «avessero ricevuto la grazia del battesimo». Secondo un viaggiatore arabo, Ibn Jubayr, trattavano i contadini del luogo assai meglio degli antichi padroni musulmani.
Costruirono case ricche, mentre nel nord della Francia la vita era semplice e austera: con tappeti e tappezzeria damascata, tavole e scrigni elegantemente intagliati e intarsiati, biancherie immacolate, servizi d´oro e d´argento, porcellane cinesi. Portavano abiti orientali: il burnus di seta, il turbante, il kefieh arabo sull´elmo: le donne il velo e la giacca corta, ricamata da fili d´oro e pietre preziose. Impararono a fare il bagno, consolando le narici una volta disgustate degli arabi. Col soccorso di artigiani bizantini, siriaci ed arabi, ornarono di mosaici i loro palazzi. Quando un inviato dell´imperatore romano-germanico scese a Beirut, ammirò il pavimento marmoreo di una casa, che pareva mosso da una brezza leggera: ebbe l´impressione di sentire sotto i piedi la sabbia del mare. Il soffitto era dipinto coi colori del cielo: sembrava di vedere le nuvole vaganti, il soffio dello zefiro e i pianeti in movimento. La piscina, intarsiata con pietre di varii colori, rappresentava innumerevoli fiori, che si dissolvevano davanti allo sguardo appena li si fissava con attenzione. Né i franchi né l´inviato tedesco sapevano dove abitavano: quella era Grecia e Roma ellenistica, Pompei, rinate sotto l´ombra di Cristo.
Malgrado queste squisitezze arabo-classiche, i franchi non dimenticavano di vivere nei luoghi della Bibbia: immersi nei colori e nei profumi e nelle montagne e nel verde dei libri sacri. Tutto era Bibbia: Bibbia ebraica, cristiana, islamica, fuse in un paesaggio solo. C´erano le grandi tombe ebraiche: le sepolture di Abramo e di Sara, di Rebecca, Giacobbe e Lea, Giona e Jetro, della famiglia regale di Davide; e la sinagoga di Mosé, il palazzo di Salomone, i magazzini di Giuseppe, le stalle di Assalonne, la fontana di Sara. C´era - l´avevano appena ritrovato - il luogo dove Pietro aveva tradito tre volte Gesù: avevano costruito una chiesa, quella di Pietro in Gallicantu: c´era la pietra dove era caduta una goccia del latte di Maria mentre allattava Gesù; il calice verde dell´ultima cena che poi aveva raccolto il sangue sgorgato dal costato del Signore. E poi c´era la Bibbia secondo l´Islam: le vestigia del tronco di palma, dove Maria ebbe le doglie del parto; la moschea sotterranea dove era nato Gesù, con l´impronta delle dita di Maria nella pietra. Come distinguere, come scegliere tra quei luoghi che a volte si contraddicevano? Quali erano i luoghi veramente cristiani? Qualcuno dei franchi, che abitava da più tempo la Terrasanta, pensò che non si poteva, non si doveva scegliere. Tutto profumava di Bibbia, anche i pensieri.
(1 - continua)
LE IDEE
Quando la guerra santa era fatta dai cristiani
Nei Meridiani esce un volume sulle Crociate con i testi più belli e divertenti del dodicesimo e tredicesimo secolo
Nel 1096 folle di pellegrini si misero in movimento, guidati da Pietro l´Eremita che cavalcava un asino a piedi nudi
Le reliquie dovevano produrre miracoli guarigioni, esorcismi ma avevano soprattutto il compito di sacralizzare il mondo
Fu Costantino il Grande a riportare alla luce i luoghi sacri e qualche decennio più tardi furono ritrovate le tre croci
L´imperatore Adriano aveva distrutto la città dove Gesù era stato crocifisso e tutto ciò che lo riguardava era scomparso
di PIETRO CITATI
SE DOVESSI indicare a un lettore italiano di oggi un libro divertentissimo: un libro dove perdersi, piangere, ridere, inorridire, meravigliarsi, non smarrire per un istante il filo dell´attenzione, non avrei il minimo dubbio: "Le Crociate" (Meridiani, Classici dello Spirito, a cura di Gioia Zaganelli, Nora Tigges Mazzone, Cristina Nardella, Eugenio Burgio, Alvaro Barbieri, pagg. LXXVI 1932, euro 49), dove sono raccolti con scrupolo i testi più belli scritti sulle Crociate nel XII e XIII secolo.
Capisco di stupire qualcuno: le Crociate non raccontano una tragica passione religiosa? Il loro vero protagonista non è il sepolcro di Gesù Cristo ? il luogo dove ha posato le sue membra provvisorie per un momento? Noi leggiamo di battaglie, massacri, follie e furori religiosi, luoghi sacri, avventure, scorrerie, amicizie cavalleresche, viaggi per mare e per terra, franchi, bizantini, arabi, turchi, ebrei. Questa è la storia che purtroppo noi conosciamo anche troppo bene, col suo terribile carico di sangue. Eppure, appena abbiamo sfogliato una decina di pagine di questo libro, la storia diventa immaginazione fantastica, invenzione romanzesca, come nel grande ciclo di Alessandro Magno, l´unico al quale il ciclo delle crociate si possa paragonare. Per questo, le Crociate piacciono (o piacevano) tanto ai bambini, e Walter Scott e Robert Louis Stevenson le adoravano. Anche i crociati non sanno mai bene se abitano nella realtà o nell´immaginazione. Il nostro spazio non è il loro. Stanno sempre per scivolare di là, nel mondo dei cieli o in un ciclo cavalleresco. E, per questo, quasi tutti non si preoccupano affatto di raccontare la verità ? questa cosa noiosa. Sia loro sia i narratori dimenticano cosa è accaduto, inventano, ingannano coscientemente o senza saperlo, dicono menzogne, sebbene portino sul petto il segno del Dio della Vera Croce.
La storia delle Crociate era cominciata nel quarto secolo dopo Cristo. Dopo la seconda insurrezione ebraica, l´Imperatore Adriano aveva distrutto l´antica città ebraico-cristiana, dove Gesù era stato crocifisso: tutto era scomparso, i segni della condanna, della morte e della resurrezione, delle lacrime e della gioia; e sopra la rovina aveva edificato una superba città pagana, Aelia Capitolina, con un santuario di Zeus, un tempio di Afrodite e un cimitero. Dopo il 325, Costantino il Grande fece radere al suolo Aelia Capitolina e i templi pagani, e trascinare via, oltre i confini del paese, «l´impura e contaminata» massa di pietre e di legname che portava in ogni molecola il segno dell´empietà. Una religione scompariva: un´altra ne prendeva trionfalmente il posto. Lì sotto, tra le pietre e le rovine, riapparve la città degli ebrei e di Cristo: il Golgotha, il Monte degli Ulivi, e il sepolcro scavato nella roccia dove Giuseppe d´Arimatea, secondo il Vangelo, aveva portato il cadavere sanguinante di Cristo, avvolto in un lenzuolo pulito e intriso di aromi. Come disse Eusebio, «il luogo più sacro che esista sulla terra» tornò nuovamente alla luce: il mondo intero possedeva nuovamente un centro.
Qualche decennio più tardi, furono ritrovate le tre croci: secondo una leggenda, una specie di atto magico permise di identificare la Vera Croce. Durante la settimana santa, una croce veniva innalzata sul Golgotha, adorna d´oro e di pietre preziose. Il vescovo sedeva su uno scanno: davanti a lui stava una tavola coperta da un lino, dove il legno della Vera Croce veniva chiuso in un cofanetto d´argento dorato. Il cofanetto veniva aperto: giungevano i fedeli, si chinavano, toccavano colla fronte e gli occhi il legno, lo baciavano con fervore pieno di lacrime. Sebbene fosse proibito toccarlo, qualcuno cercava di morderlo, di strapparne violentemente un frammento, come se volesse consacrare e salvare la propria vita.
Lì intorno, Costantino fece costruire alcuni grandi edifici: la chiesa del Santo Sepolcro, consacrata nel 336 con solennità inaudite, la Basilica della Resurrezione, «che s´innalzava fino a raggiungere un´altezza vertiginosa», una lunga teoria di porticati. Tutto era splendore, trionfo, esaltazione: mosaici, marmi preziosi, cortine di seta ricamate d´oro e d´argento, candelabri e lampade che versavano onde di chiarore brillante, incensieri che colmavano di profumi la tomba e la basilica. E poi ori, ori, ori, che scintillavano e gettavano luce dai cassettoni della chiesa. La Gerusalemme ebraica di Cristo, con quegli alberi, quelle palme, quei somarelli, quell´aria di sobrietà ascetica era scomparsa sotto l´oro. L´oro è luce: luce scesa dal più alto dei cieli; ma la Gerusalemme di Gesù era stata anche ombra, tenebra, sofferenza, umiliazione, desolazione, che la nuova Gerusalemme cristiano-romana rischiava di dimenticare.
Nel quarto secolo si moltiplicarono i pellegrinaggi verso il Santo Sepolcro: pellegrini da oriente e da occidente, attraverso la Spagna e la Russia, per mare e per terra, di poveri e ricchi, di pii e peccatori. Qualcuno aveva in mente la guarigione, la purificazione, l´espiazione. Ma, per molti, la meta era infinita: abbandonare le ricchezze, la patria, la famiglia, i vicini; e diventare stranieri. Ripercorrevano il viaggio che gli ebrei avevano compiuto lasciando l´Egitto: ma in un modo che gli ebrei non avevano conosciuto. Gli ebrei possedevano un tempo continuo: i cristiani chiedevano a Dio soltanto un viatico, giorno per giorno, momento per momento, istante per istante, senza nessuna certezza di domani - una collezione di frammenti, di passi che si susseguivano sulle terre e sui mari. Qualcuno voleva molto di più: lasciare la patria, per morire nei luoghi stessi dove era morto Gesù, tra il Golgotha, il sepolcro nella roccia, e il Monte degli Ulivi, entrando subito in cielo, con l´anima «intatta e raggiante di felicità». A volte la preghiera veniva ascoltata; e il pellegrino moriva, la sera stessa dell´arrivo a Gerusalemme, nel suo ospizio, appena finita la cena.
Per molti pellegrini del quarto secolo, la religione era soprattutto un luogo. A Gerusalemme, Gesù aveva lasciato tracce dovunque, segnando le pietre con la sua presenza: il pellegrino poteva scorgere l´impronta del suo piede nella chiesa di Santa Sofia, dove era rimasto in piedi di fronte a Pilato, o l´impronta del suo corpo - persino il viso, il mento e il naso - su una colonna del Monte Sion alla quale si era sostenuto durante la flagellazione. Il luogo supremo era il sepolcro nella roccia. Paola, un´aristocratica romana, entrava nel sepolcro, baciava la pietra che l´angelo aveva rimosso e «come se nella sue fede fosse assetata di acque desiderate», lambiva il punto dove il corpo del Signore era stato disteso. Quali lacrime, quale dolore, quali gemiti, quale fervore - ripeteva molti secoli dopo san Bernardo, che non fu mai a Gerusalemme. Paola vedeva cogli occhi dell´anima cosa era successo allora: la pietra rimossa dall´angelo, il corpo disteso e profumato di aromi. Non poteva scorgere la resurrezione che nemmeno il Vangelo osava rappresentare: ma si identificava per qualche attimo senza tempo con quelle membra ferite. Gerusalemme cristiana era unica: soltanto il Cristianesimo - né l´Ebraismo né l´Islam - poteva offrire ai suoi fedeli luoghi divini.
Così Gerusalemme - Gerusalemme d´oro, di rame e di luce, come scrive Franco Cardini - era il centro, l´ombelico della terra, come Delfi era stato l´ombelico della Grecia; e tutti i viaggi che i pellegrini compivano a Gerusalemme, scendendo dall´Irlanda o dalla Russia, erano un viaggio nel centro, nel luogo del fondamento. Là era accaduto tutto, letteralmente tutti gli eventi simbolici che segnano la storia del mondo. Sopra una roccia, chiusa nel Tempio ebraico, Dio aveva creato la terra; là Dio aveva piantato gli alberi dell´Eden: Adamo aveva peccato: Adamo era stato sepolto sotto la collina del Golgotha, e lavato e resuscitato dal sangue di Cristo che, goccia a goccia, cadeva dalla Croce: là Abramo aveva tentato di sacrificare Isacco: Salomone fondato il suo tempio: là era stata innalzata la Croce, e scavato il sepolcro. Là, infine, i morti sarebbero risorti, radunandosi nella nuova Gerusalemme celeste. Come dimenticarla? Come non volgere i passi verso di lei? «Se ti dimentico, Gerusalemme - diceva un Salmo - si dissecchi la mia destra; mi si attacchi la lingua al palato, se non penso più a te, se non metto Gerusalemme al culmine della mia gioia».
A Gerusalemme, tutto era sacro: perché ogni angolo di terra grondava di reliquie. In primo luogo, la Vera Croce, poi la pietra del Santo Sepolcro, le ciocche dei capelli della Vergine, il sangue di Cristo, i peli della barba di Cristo, la corona di spine, la lancia che spezzò il costato, le ossa di Stefano, i ciottoli raccolti nell´orto del Getsemani, le foglie d´ulivo del Monte, l´olio delle lampade del Santo Sepolcro, - e poi, molto più lontano, sulla strada verso l´Egitto, il balsamo miracoloso sceso dall´albero sotto il quale avevano sostato Giuseppe e Maria e il Bambino. Certo, queste reliquie dovevano produrre miracoli, guarigioni, esorcismi. Ma avevano un compito molto più importante: quello di sacralizzare il mondo, rendendo un doppio del cielo Gerusalemme e tutti i luoghi, a Costantinopoli, in Francia o in Italia o in Spagna, dove le reliquie venivano festosamente e trionfalmente disperse, intere o frantumate in ossicini, foglie o gocce.
Noi, che viviamo millesettecento anni dopo, ridiamo davanti alle sciocchezze dei nostri lontani antenati cristiani. Come? Non si accorgevano che tutte le reliquie erano dei falsi? Che la Vera Croce era un qualsiasi pezzo di legno acquistato dal boscaiolo? Che i ciottoli del Getsemani erano stati raccolti nel greto di casa? Che i peli della barba di Cristo venivano dal barbiere? Dubito molto che i nostri antenati cristiani, che leggevano i Vangeli, san Paolo e Platone mentre noi leggiamo Oriana Fallaci, fossero più sciocchi di noi. Non gli importava molto che le reliquie fossero o non fossero false, perché sapevano (come noi non sappiamo più) che l´immaginazione religiosa è così ricca e feconda che può trasformare un minimo pezzo di legno o una scheggia di pietra o una goccia di ribes nel più grande dei simboli.
Malgrado moltitudini di pellegrini arrivassero a Gerusalemme, il pellegrinaggio cristiano non aveva lo stesso rilievo di quello islamico alla Mecca, dove la Ka´ba, illuminata da una falce di luna, «assomiglia a una giovane sposa che si è tolta il velo e viene condotta in Paradiso circondata dagli ambasciatori». Molti padri della Chiesa, tra cui Gerolamo, Gregorio di Nissa e Agostino, erano contrari ai pellegrinaggi. «Non oserei chiudere l´onnipotenza di Dio in confini troppo stretti, oppure chiudere in una piccola località terrestre Colui che il cielo non può contenere». Ciò che importava - si sarebbe detto più tardi - era la peregrinatio animae. Gerusalemme sta dentro di noi: noi portiamo dentro il cuore l´immobile e mobilissimo centro del mondo: la Vera Croce, il Santo Sepolcro, la lancia che ferisce e guarisce, e persino le gocce del balsamo miracoloso scese dall´albero della Fuga in Egitto, sono immagini della nostra mente, che riproducono i luoghi irraggiungibili.
[* * *]
Passarono molti secoli. Nel febbraio 638, il califfo Omar conquistò Gerusalemme, penetrando in città sopra un cammello bianco e indossando i suoi abiti di tela rozza, tutta sudata e rappezzata, mentre i generali bizantini sconfitti ostentavano gli abiti più brillanti e sontuosi. La maggior parte della popolazione cristiana esultò, afflitta dall´imperiosissima teologia e dalla paurosa tassazione bizantina. I pellegrini continuarono a giungere, sebbene in numero minore. Alla fine del millennio, diventò califfo un pazzo sciita, Al-Hakim - uno dei pazzi che sopravvengono ogni tanto, come sinistre meteore, nella storia araba - : nel 1003 distrusse una chiesa, poi bruciò croci, perseguitò e lapidò ebrei e musulmani, proibì il Ramadan, e nel settembre 1009 ordinò di radere al suolo la Basilica della Resurrezione e fare a pezzi la roccia del Golgotha e il sepolcro di Gesù, del quale rimase intatto solo un frammento: infine proclamò di essere un´incarnazione di Allah, sostituendo il proprio nome al Suo nelle preghiere del venerdì. Una notte, nel 1021, uscì a cavallo dalla città verso il deserto, dove si perse per sempre.
Quattro anni prima dell´invasione cristiana, un viaggiatore spagnolo raccontò con quale fervore i dotti musulmani, ebrei e cristiani discutevano insieme le loro religioni, così simili, così dissimili. Tra i musulmani si diffuse una leggenda. Nel giorno del giudizio, la Mecca e la Ka´ba e la Pietra Nera, col suo piccolo punto brillante, avrebbero abbandonato il suolo dell´Arabia, discendendo lentamente vicino a Gerusalemme: come la chiamavano gli arabi, Al-Quds. Anche il Paradiso si sarebbe posato con dolcezza presso Gerusalemme: la terra aveva ormai un solo centro, per ebrei, cristiani e musulmani.
Nello stesso periodo, racconta Rodolfo il Glabro, un irrequieto e fuggiasco monaco cluniacense, i pellegrinaggi occidentali verso il sepolcro si moltiplicarono. «Era una folla immensa come mai nessuno prima d´allora aveva osato sperare. Vi andarono rappresentanti della bassa plebe poi delle classi medie, in seguito tutti i grandi, re conti marchesi vescovi e infine, come non era mai accaduto, molte donne della nobiltà insieme con altre più povere». Quelle moltitudini partivano per mare e per terra verso la Terrasanta, perché (Rodolfo il Glabro diceva) attendevano l´avvento dell´Anticristo. Come annuncia l´Apocalisse, un angelo aveva liberato Satana dall´abisso, dove era stato incatenato per mille anni. Ora Satana aveva preso il volto di Maometto: ingannava le nazioni di Gog e Magog e gli ebrei: assediava Gerusalemme, giungeva a sedersi nel tempio di Dio; finché un fuoco disceso dal cielo lo avrebbe gettato in uno stagno di fuoco e di zolfo per i secoli dei secoli. Allora scomparirà il mare, il sole e la luna. Discenderà dal cielo la città santa, la Gerusalemme celeste: con splendide mura di diaspro, un fiume di acqua viva, e l´albero della vita - l´albero del Paradiso terrestre del quale non abbiamo mai gustato il frutto.
Verso gli inizi dell´undicesimo secolo, nell´Europa occidentale si sviluppò l´idea della guerra santa, il gihad cristiano, che culminò nella prima crociata. Monaci, sacerdoti e papi immaginarono l´idea dei milites Christi: espressione fino allora dedicata ai monaci. Il miles Christi era il vero pellegrino: il nuovo popolo eletto che cercava la Terra Promessa, dove era scavato il sepolcro di Cristo; se moriva in battaglia, quali fossero i suoi peccati, veniva assunto in cielo, come gli antichi martiri della fede. Tutto gli era, in realtà, consentito: l´uccisione, il bottino, la spoliazione del nemico. Solo la Chiesa d´Oriente rifiutò tenacemente quest´idea. All´inizio della Canzone d´Antiochia, la guerra santa cristiana assume un aspetto particolarmente sinistro. Il poeta immagina che il buon ladrone, sulla croce, dice a Gesù: «Se sei Dio, vendicati di tutte le pene che questi perfidi giudei ti fanno subire». Cristo risponde che, sì, egli vuole, egli attende vendetta: ma questa vendetta dovrà attendere ancora mille anni, quando il suo popolo, «i guerrieri di Francia, i cavalieri famosi e i duchi, i principi, i signori, e tutti i baroni, verranno a vendicarlo con le loro spade e i loro spiedi aguzzi». La vendetta di Cristo! Parola orribile: mentre nei Vangeli le torture di Cristo facevano parte di un piano provvidenziale voluto da Dio, e il sangue e la morte di Gesù venivano riscattati dalla luminosa resurrezione.
I mille anni della vendetta attribuita a Cristo si compirono. Nel 1096, folle di pellegrini si misero in movimento. «Tutto l´Occidente - scrisse Anna Comnena, figlia dell´imperatore bizantino - e tutte le tribù barbare che si trovano oltre l´Adriatico e fino alle colonne d´Ercole si stanno muovendo tutte insieme attraverso l´Europa verso l´Asia, portando con sé l´intera famiglia». Li guidava Pietro l´Eremita, che raccontava alle folle di «una lettera caduta dal cielo»: cavalcava un asino a piedi nudi: aveva vestiti laceri e sporchi; la folla gli si schiacciava intorno e strappava i peli dell´asino come reliquie. I sacerdoti impugnavano lo scudo e la spada, divenendo, dicevano raccapricciando gli storici bizantini, «uomini di sangue». Le donne indossavano vesti da uomo: cavalcavano come maschi, stando «spudoratamente a cavalcioni». Tutti portavano palme e croci. Li accompagnavano (almeno nell´immaginazione) animali: sciami di cavallette, che divoravano le viti, rane, rospi, farfalle, uccelli, come se tutto il cosmo volesse redimere ed essere redento. Ogni tanto, apparivano nel cielo santi a cavallo: san Giorgio, san Demetrio, san Dionigi; e moltitudini di angeli su cavalli bianchi e preceduti da stendardi bianchi. Croci si imprimevano miracolosamente nei visi. I pellegrini rubavano, saccheggiavano, bruciavano; e quasi tutti vennero massacrati, dal re cristiano di Ungheria e dai Turchi in Anatolia.
Più tardi si mossero i nobili e i cavalieri, coi verdi elmi splendenti, le croci di seta e d´oro intessute sulle spalle e sui mantelli. La lunghissima marcia si arrestava, quando i crociati andavano in processione, confessavano i peccati, si comunicavano nel corpo e nel sangue di Cristo, distribuivano elemosine. Quando giunsero in Anatolia, ebbero una grande ammirazione per i loro avversari: i Turchi Selgiuchidi. Una leggenda faceva discendere franchi e turchi dalla medesima razza. Qualche volta, i franchi ebbero l´impressione che i turchi fossero i loro doppi: ne esaltavano la prodezza, il coraggio, la distinzione nel portamento, la straordinaria fierezza: quell´insieme di violenza e di follia così simile alla loro; e temevano l´abilità e le finte fughe della loro cavalleria. «Se fossero stati cristiani, sarebbero stati la più splendida delle razze». Tuttavia li massacrarono ferocemente: ad Antiochia trassero fuori dalle moschee i cadaveri dei soldati turchi e li gettarono in una fossa comune, dopo averne mozzato le teste «per conoscere il numero esatto dei nemici uccisi».
I crociati massacrarono soprattutto gli ebrei: dopo averli derubati, volevano costringerli a battezzarsi, giacché il battesimo degli ebrei era uno dei segni della fine dei tempi; ma gli ebrei della Renania rifiutarono, sgozzandosi gli uni cogli altri, in un olocausto sacrificale. Qualche decennio prima, un cronista aveva scritto: «Per consenso unanime i cristiani decisero di liberare radicalmente dai Giudei la loro terra e le loro città. Così essi vennero tutti presi in odio, espulsi dalle città, talora trafitti con la spada, talaltra affogati nei fiumi o uccisi in diverse maniere: alcuni giunsero a togliersi la vita con vari mezzi. Dopo quella giusta vendetta ben pochi ne rimasero nel mondo latino». Questa era, dunque, la giusta vendetta, che nella Canzone di Antiochia Gesù aveva annunciato mille anni prima al buon ladrone.
Il venerdì 15 luglio 1099, i Crociati entrarono a Gerusalemme. Era - dissero - lo stesso momento nel quale «Gesù Cristo nostro Signore accettò di subire per noi il tormento della Croce». Per qualche ora avevano atteso fuori dalle mura, piangendo di commozione e di gioia: da lontano il Tempio mandava luce; finché lo spettro di un soldato sconosciuto, secondo una cronaca provenzale, apparve sul Monte degli Ulivi, incoraggiando i Crociati. Il massacro non ebbe limiti, come mille anni prima durante la distruzione del Tempio ebraico di Gerusalemme da parte dei Romani. Sebbene Tancredi d´Altavilla avesse promesso la sua protezione, circa diecimila persone, fuggite sul tetto della moschea di Omar, furono uccise. Tutte le piazze erano piene di cadaveri. Non si poteva camminare per le strade senza calpestare corpi. Gli ebrei furono arsi vivi nelle sinagoghe: o venduti schiavi in Italia. «Se dirò la verità - scrisse Raymond d´Aguiles - essa supererà la vostra capacità di credere. E quindi vi basti questo: nel Tempio e nel portico di Salomone si cavalcava nel sangue fino alle ginocchia e alle briglia. Senza dubbio, fu una punizione divina giusta e splendida il fatto che questo luogo fosse riempito del sangue dei non credenti, poiché per tanto tempo aveva sofferto dei loro atti empi». Poi i crociati si lavarono le membra, cancellarono il sangue che la vendetta aveva richiesto, ed andarono al Santo Sepolcro. Dopo le distruzioni di Al-Hakim, era rimasta solo una parte della grotta scavata da Giuseppe d´Arimatea, o costruita da Costantino. Non vi lasciarono «polvere, pagliuzze, sporcizia o ramoscelli o putridume», mentre piangevano di gioia recitando l´ufficio della Resurrezione.
Cinque mesi dopo, quando Fulcherio di Chartres arrivò a Gerusalemme per le feste di Natale, molti cadaveri erano ancora sparsi per le piazze e le strade della città. Incostanti e volubili come sempre, i crociati si erano annoiati: non avevano avuto voglia di raccogliere tutti i corpi e di bruciarli in un grande rogo. La città, che aveva avuto quasi centomila abitanti, era vuota: poche centinaia di ombre atterrite si aggiravano per le strade, dove qualche decennio prima gli ebrei, i cristiani e i musulmani avevano cercato di fondere la Gerusalemme d´oro, di rame e di luce. Un fetore intollerabile di putrefazione prese Fulcherio di Chartres alla gola, mentre penetrava nelle chiese e nelle moschee.
Poi il fetore scomparve. La città si ripopolò sotto il regno dell´intelligente Baldovino I, fratello di Goffredo di Buglione, sebbene né ebrei né musulmani potessero stabilirsi dietro le mura. Gli abitanti del regno latino di Gerusalemme non furono molti: mai più di centoquarantamila persone, divisi in una lunga fascia di terra lungo il mare, e circondati da milioni di arabi e di turchi. Per lo più venivano dalla Francia. Appartenevano alla piccola nobiltà: non amavano che i grandi feudatari si stabilissero in Terrasanta; e non erano colti, nemmeno i prelati, colle loro vesti sontuose, che indignavano i severi monaci d´Occidente. A poco a poco, si integrarono. Nacque una razza nuova, i franchi d´Outremer. «Noi che eravamo occidentali - scrisse l´incantevole Fulcherio di Chartres - ora siamo orientali. Chi era romano o francese, in questa terra è divenuto galileo o palestinese. Chi era di Roma o di Chartres è ora diventato cittadino di Tiro o di Antiochia. Abbiamo già dimenticato i luoghi in cui siamo nati: molti di noi non li conoscono neppure o non ne hanno mai sentito parlare». Amavano gli strani uccelli d´Oriente, e i corpi leggeri, dorati e lo spirito vivace degli arabi li attraevano, forse, più dei grandi corpi robusti dei guerrieri e delle dame del Nord. Sposarono siriane, armene o perfino arabe, purché queste ultime «avessero ricevuto la grazia del battesimo». Secondo un viaggiatore arabo, Ibn Jubayr, trattavano i contadini del luogo assai meglio degli antichi padroni musulmani.
Costruirono case ricche, mentre nel nord della Francia la vita era semplice e austera: con tappeti e tappezzeria damascata, tavole e scrigni elegantemente intagliati e intarsiati, biancherie immacolate, servizi d´oro e d´argento, porcellane cinesi. Portavano abiti orientali: il burnus di seta, il turbante, il kefieh arabo sull´elmo: le donne il velo e la giacca corta, ricamata da fili d´oro e pietre preziose. Impararono a fare il bagno, consolando le narici una volta disgustate degli arabi. Col soccorso di artigiani bizantini, siriaci ed arabi, ornarono di mosaici i loro palazzi. Quando un inviato dell´imperatore romano-germanico scese a Beirut, ammirò il pavimento marmoreo di una casa, che pareva mosso da una brezza leggera: ebbe l´impressione di sentire sotto i piedi la sabbia del mare. Il soffitto era dipinto coi colori del cielo: sembrava di vedere le nuvole vaganti, il soffio dello zefiro e i pianeti in movimento. La piscina, intarsiata con pietre di varii colori, rappresentava innumerevoli fiori, che si dissolvevano davanti allo sguardo appena li si fissava con attenzione. Né i franchi né l´inviato tedesco sapevano dove abitavano: quella era Grecia e Roma ellenistica, Pompei, rinate sotto l´ombra di Cristo.
Malgrado queste squisitezze arabo-classiche, i franchi non dimenticavano di vivere nei luoghi della Bibbia: immersi nei colori e nei profumi e nelle montagne e nel verde dei libri sacri. Tutto era Bibbia: Bibbia ebraica, cristiana, islamica, fuse in un paesaggio solo. C´erano le grandi tombe ebraiche: le sepolture di Abramo e di Sara, di Rebecca, Giacobbe e Lea, Giona e Jetro, della famiglia regale di Davide; e la sinagoga di Mosé, il palazzo di Salomone, i magazzini di Giuseppe, le stalle di Assalonne, la fontana di Sara. C´era - l´avevano appena ritrovato - il luogo dove Pietro aveva tradito tre volte Gesù: avevano costruito una chiesa, quella di Pietro in Gallicantu: c´era la pietra dove era caduta una goccia del latte di Maria mentre allattava Gesù; il calice verde dell´ultima cena che poi aveva raccolto il sangue sgorgato dal costato del Signore. E poi c´era la Bibbia secondo l´Islam: le vestigia del tronco di palma, dove Maria ebbe le doglie del parto; la moschea sotterranea dove era nato Gesù, con l´impronta delle dita di Maria nella pietra. Come distinguere, come scegliere tra quei luoghi che a volte si contraddicevano? Quali erano i luoghi veramente cristiani? Qualcuno dei franchi, che abitava da più tempo la Terrasanta, pensò che non si poteva, non si doveva scegliere. Tutto profumava di Bibbia, anche i pensieri.
(1 - continua)
chiarezza d'idee:
fascismo = antifascismo...
Repubblica 21.5.04
L'AMACA
di MICHELE SERRA<
La commissione Difesa del Senato ha stabilito che i soldati della Repubblica Sociale vanno considerati "militari belligeranti", alla stessa stregua dei militari dell´esercito badogliano. È un ulteriore passo verso l´equiparazione storica (e magari pensionistica, chissà) tra gli italiani che combatterono per la libertà e la democrazia e quelli che combatterono per difendere Mussolini e Hitler fino allo stremo.
In termini politici, ovviamente, ognuno può pensarla come preferisce. C´è anche chi - ancora oggi - è convinto che Salò fu un´onorevole ridotta dell´orgoglio patrio, e se sessant´anni non gli sono bastati a cambiare idea è inutile sprecare fiato. Ma in termini logici, il riconoscimento che questa democrazia concede a chi si batté contro la sua stessa nascita è totalmente grottesco. Perché un conto è il rispetto per chiunque abbia rischiato la pelle, o l´abbia lasciata, sul campo arroventato della seconda guerra e dintorni. Ben altro è la legittimazione politica e istituzionale della scelta filonazista di un manipolo di italiani, frontalmente opposta a quella dei militari regolari e dei partigiani che fecero la guerra per la democrazia. Sia eccesso di magnanimità o faziosa fregola di revisione storica, è in ogni modo l´ennesimo e pessimo gesto di svuotamento dell´identità e della dignità della Repubblica fu-antifascista
L'AMACA
di MICHELE SERRA<
La commissione Difesa del Senato ha stabilito che i soldati della Repubblica Sociale vanno considerati "militari belligeranti", alla stessa stregua dei militari dell´esercito badogliano. È un ulteriore passo verso l´equiparazione storica (e magari pensionistica, chissà) tra gli italiani che combatterono per la libertà e la democrazia e quelli che combatterono per difendere Mussolini e Hitler fino allo stremo.
In termini politici, ovviamente, ognuno può pensarla come preferisce. C´è anche chi - ancora oggi - è convinto che Salò fu un´onorevole ridotta dell´orgoglio patrio, e se sessant´anni non gli sono bastati a cambiare idea è inutile sprecare fiato. Ma in termini logici, il riconoscimento che questa democrazia concede a chi si batté contro la sua stessa nascita è totalmente grottesco. Perché un conto è il rispetto per chiunque abbia rischiato la pelle, o l´abbia lasciata, sul campo arroventato della seconda guerra e dintorni. Ben altro è la legittimazione politica e istituzionale della scelta filonazista di un manipolo di italiani, frontalmente opposta a quella dei militari regolari e dei partigiani che fecero la guerra per la democrazia. Sia eccesso di magnanimità o faziosa fregola di revisione storica, è in ogni modo l´ennesimo e pessimo gesto di svuotamento dell´identità e della dignità della Repubblica fu-antifascista
superiorità dell'«american way of life»:
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Le Scienze Ed it. dello Sientific American 20.05.04
Povertà e tumori
Un reddito basso sembra essere un fattore di rischio per i tumori cerebrali
Secondo uno studio pubblicato sul numero del 25 maggio della rivista "Neurology", le persone con redditi bassi hanno maggior probabilità di sviluppare un tumore del cervello. I ricercatori, guidati da Paula Sherwood della Michigan State University, hanno confrontato il tasso di tumori del cervello fra le persone che guadagnano di meno (ovvero quelle iscritte negli elenchi di Medicaid, un programma governativo che fornisce assistenza medica ai cittadini con un reddito basso) con quello generale dello stato del Michigan. La ricerca è stata condotta identificando tutti i nuovi casi di tumore del cervello che si sono verificati nel corso di un periodo di due anni nello stato del Michigan, escludendo quelli che riguardavano pazienti sotto i 25 anni e sopra gli 84 anni. In totale sono stati studiati 1.006 casi.
Il tasso generale di tumori del cervello è stato di 8,1 casi ogni 100.000 persone. Fra i lavoratori con reddito basso, si sono verificati 14,2 casi ogni 100.000 persone, contro soli 7,5 casi ogni 100.000 persone per tutti gli altri. La differenza è risultata maggiore fra i giovani. Gli uomini con reddito basso sotto i 44 anni di età sarebbero almeno quattro volte più a rischio di sviluppare un tumore rispetto a quelli con stipendi più elevati. Per le donne, il rischio è superiore di 2,6 volte.
Le ragioni di questi risultati non sono chiare, anche se i ricercatori sospettano che la povertà possa accelerare l'insorgere di tumori nelle persone già biologicamente predisposte a svilupparli. "Uno stato sociale di basso livello - spiega Sherwood - è anche associato a fattori ambientali come l'esposizione alle tossine o la qualità della nutrizione".
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.
Povertà e tumori
Un reddito basso sembra essere un fattore di rischio per i tumori cerebrali
Secondo uno studio pubblicato sul numero del 25 maggio della rivista "Neurology", le persone con redditi bassi hanno maggior probabilità di sviluppare un tumore del cervello. I ricercatori, guidati da Paula Sherwood della Michigan State University, hanno confrontato il tasso di tumori del cervello fra le persone che guadagnano di meno (ovvero quelle iscritte negli elenchi di Medicaid, un programma governativo che fornisce assistenza medica ai cittadini con un reddito basso) con quello generale dello stato del Michigan. La ricerca è stata condotta identificando tutti i nuovi casi di tumore del cervello che si sono verificati nel corso di un periodo di due anni nello stato del Michigan, escludendo quelli che riguardavano pazienti sotto i 25 anni e sopra gli 84 anni. In totale sono stati studiati 1.006 casi.
Il tasso generale di tumori del cervello è stato di 8,1 casi ogni 100.000 persone. Fra i lavoratori con reddito basso, si sono verificati 14,2 casi ogni 100.000 persone, contro soli 7,5 casi ogni 100.000 persone per tutti gli altri. La differenza è risultata maggiore fra i giovani. Gli uomini con reddito basso sotto i 44 anni di età sarebbero almeno quattro volte più a rischio di sviluppare un tumore rispetto a quelli con stipendi più elevati. Per le donne, il rischio è superiore di 2,6 volte.
Le ragioni di questi risultati non sono chiare, anche se i ricercatori sospettano che la povertà possa accelerare l'insorgere di tumori nelle persone già biologicamente predisposte a svilupparli. "Uno stato sociale di basso livello - spiega Sherwood - è anche associato a fattori ambientali come l'esposizione alle tossine o la qualità della nutrizione".
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