domenica 6 marzo 2005

dislessia

kataweb.it
6 marzo 2005
Focus sulla dislessia
Monica Pratelli

Un numero considerevole di alunni della scuola di base presenta problemi di apprendimento, che incidono in modo rilevante sul rendimento nelle varie discipline, causando spesso un vero e proprio disadattamento scolastico.
Numerosi studi e ricerche effettuati nel corso di questi ultimi anni hanno infatti posto in evidenza che oltre il 20% della popolazione scolastica presenta rallentamenti nei processi di apprendimento che richiedono interventi individualizzati.
Le cause possono essere così sintetizzate:
- Difficoltà percettivo-motorie e metafonologiche, dalle quali possono derivare, disturbi specifici di apprendimento (dislessia, disgrafia, disortografia, discalculia).
- Difficoltà di attenzione, di concentrazione, di memorizzazione, che danno origine a discontinuità nelle prestazioni, a scarso mantenimento delle acquisizioni, ad esecuzioni incomplete del compito.
- Ritardo cognitivo, che provoca lentezza nei processi, esecuzione di prodotti insoddisfacenti, difficoltà nel trasferire e riutilizzare conoscenze apprese, livelli di capacità notevolmente inferiori rispetto alla classe frequentata.
- Difficoltà di linguaggio, che interferiscono negli aspetti di comprensione-produzione sia orale che scritta.
- Problemi relativi alla sfera affettiva e comunicazionale, dai quali possono derivare scarsi livelli di autostima, atteggiamenti e comportamenti inadeguati, senso di inadeguatezza di fronte alle richieste scolastiche, demotivazione ad apprendere.
Le difficoltà generiche dell’apprendimento sono solitamente dovute a un ritardo maturazionale, a una scarso bagaglio di esperienze, a scarso investimento motivazionale e, non di rado, a una serie di errori di tipo pedagogico che i docenti compiono sia nelle prime proposte didattiche relative all’approccio alla lingua scritta che, successivamente, negli itinerari di recupero conseguenti all’accertamento delle difficoltà stesse.
Spesso tali interventi hanno infatti scarsa specificità, si limitano ad un aumento di esercizi e si basano quasi esclusivamente su una richiesta di memorizzazione di regole, ma, il più delle volte, dopo un iniziale momento di maggiore rendimento, l’insegnante si trova di fronte a regressioni e a ricadute.
I disturbi specifici sono invece strettamente legati a deficit di natura percettiva o linguistica, che non sono stati individuati precocemente; tali disturbi sono la disgrafia, la disortografia, la dislessia e la discalculia.
Le lacune che stanno alla base delle difficoltà di seguito descritte riguardano le abilità percettivo-motorie e di linguaggio e solo un recupero specifico, da effettuarsi in stretta collaborazione con la scuola e con la famiglia, può assicurare risultati soddisfacenti.
I disturbi specifici di apprendimento
Il bambino dislessico, prima del suo ingresso nella scuola elementare, ha solitamente condotto esperienze soddisfacenti all’interno della scuola dell’infanzia; è stato un bambino vivace, curioso, creativo che, in alcuni casi, può avere manifestato lacune nel linguaggio orale, in altri lacune nelle componenti percettivo – motorie. Queste difficoltà non sempre però vengono accertate, proprio perché mascherate dall’esuberanza, dall’estro e dall’inventiva. Ad una attenta osservazione non sfuggirebbero però dati significativi che favorirebbero un intervento precoce finalizzato alla riduzione delle lacune individuate.
Ciò che caratterizza il bambino con disturbo specifico di apprendimento è la presenza di un impaccio considerevole nello svolgimento di tutte quelle attività che richiedono un’integrazione di più competenze di base; è proprio l’intreccio di capacità diverse che mette a dura prova il soggetto nel suo processo di apprendimento scolastico.
Queste difficoltà riguardano infatti il difficile uso delle seguenti competenze:
- Coordinazione oculo - manuale
- Integrazione visivo - uditiva
- Integrazione percettivo - motoria
- Integrazione spazio - temporale
- Memorizzazione visivo - uditiva
- Memorizzazione visiva sequenziale
- Memorizzazione uditiva sequenziale
- Competenze meta - fonologiche
- Simbolizzazione grafica sequenziale
- Decodifica visiva sequenziale
- …
Come possiamo osservare, ciascuna competenza elencata è caratterizzata da una duplice definizione, poiché la difficoltà più evidente e più marcata, che, talvolta può condurre a un vero e proprio impedimento, sta proprio nel “mettere insieme” capacità diverse, nell’utilizzare contemporaneamente più elementi conoscitivi. La vera difficoltà del bambino con disturbo di apprendimento non sta tanto, ad esempio, nel non riuscire a discriminare visivamente forme (dati percettivo – visivi) o nel non discriminare suoni e rumori (dati percettivi uditivi), ma principalmente portare processo di integrazione tra gli stessi ( nell’associare, ad esempio, un suono (fonema) ad una forma (grafema).
Sia l’osservazione precoce all’interno della scuola dell’infanzia che l’osservazione diagnostica successiva, dovranno quindi tendere all’individuazione di queste lacune di base.
I disturbi di apprendimento: elementi descrittivi
Quali sono le caratteristiche prevalenti dei disturbi di apprendimento?
Ecco di seguito una loro descrizione sintetica che pone in evidenza gli essenziali elementi di riconoscimento e le abilità di base principalmente compromesse.
La disgrafia La disgrafia è una difficoltà di scrittura che riguarda la riproduzione dei segni alfabetici e numerici.
Vediamo nei dettagli come si manifesta e quali sono i principali elementi di riconoscimento di questo disturbo.
La disortografia
La disortografia è la difficoltà a tradurre correttamente i suoni che compongono le parole in simboli grafici; essa si presenta con errori sistematici che possono essere così distinti:
- Confusione tra fonemi simili
- Confusione tra grafemi simili
- Omissioni
- Inversioni
La disortografia è, quindi, la difficoltà a tradurre correttamente i suoni che compongono le parole in simboli grafici.
La discalculia
La discalculia è una difficoltà specifica nell’apprendimento del calcolo che si manifesta nel riconoscimento e nella denominazione dei simboli numerici, nella scrittura dei numeri, nell’associazione del simbolo numerico alla quantità corrispondente, nella numerazione in ordine crescente e decrescente, nella risoluzione di situazioni problematiche.
La dislessia
La dislessia è un disturbo specifico dell’apprendimento della lettura. Il soggetto dislessico presenta una particolare difficoltà a riconoscere e discriminare i segni alfabetici contenuti nelle parole, ad analizzarli in sequenza e a orientarsi sul rigo da leggere.
Primo piano sulla dislessia
Vediamo ora nei dettagli come si manifesta la dislessia e quali sono le caratteristiche relative alla decodifica della parola o del testo scritto.
Scarsa discriminazione di grafemi diversamente orientati nello spazio
Il soggetto mostra chiare difficoltà nel discriminare grafemi uguali o simili, ma diversamente orientati. Egli, ad esempio, confonde la “p” e la “b”; la “d” e la “q”; la “u” e la “n”; la “a” e la “e”; la "b" e la "d"...
Nel nostro alfabeto molte sono le coppie di fonemi che differiscono rispetto al loro orientamento nello spazio, per cui le incertezze e le difficoltà di discriminazione possono rappresentare un vero e proprio impedimento alla lettura.
Scarsa discriminazione di grafemi che differiscono per piccoli particolari
Il soggetto mostra difficoltà nel discriminare grafemi che presentano somiglianze. Egli, ad esempio può confondere la “m” con la “n”; la “c” con la “e”; la “f” con la “t”...)
Scarsa discriminazione di grafemi che corrispondono a fonemi sordi e fonemi sonori
Il soggetto mostra difficoltà nel discriminare grafemi relativi a fonemi con somiglianze percettivo - uditive.
L’alfabeto è composto di due gruppi di fonemi: i fonemi sordi e i fonemi sonori che, tra loro risultano somiglianti, per cui, anche in questo caso l’incertezza percettiva può rappresentare un vero e proprio ostacolo alla lettura.
Le coppie di fonemi simili sono le seguenti:
F – V
T – D
P – B
C – G
L – R
M – N
S – Z
Difficoltà di decodifica sequenziale
Leggere richiede al lettore di procedere con lo sguardo in direzione sinistra - destra e dall’alto in basso; tale processo appare complesso per tutti gli individui nelle fasi iniziali di apprendimento della lettura, ma, con l’affinarsi della tecnica e con l’uso della componente intuitiva la difficoltà diminuisce gradualmente fino a scomparire.
Nel soggetto dislessico ci troviamo di fronte, invece a un vero e proprio ostacolo nella decodifica sequenziale, per cui si manifestano con elevata frequenza gli errori di seguito descritti.
Omissione di grafemi e di sillabe
Il soggetto omette la lettura di parti della parola; può tralasciare la decodifica di consonanti (ad esempio può leggere “fote” anzichè “fonte; oppure “capo” anzichè “campo”...) oppure di vocali (può leggere, ad esmpio, “fume” anzichè “fiume; “puma” anzichè piuma” ...) e, spesso, anche di sillabe (può leggere “talo” anzichè “tavolo”; “paro” anzichè “papavero” )
Salti di parole e salti da un rigo all’altro
Il soggetto dislessico presenta evidenti difficoltà a procedere sul rigo e ad andare a capo, per cui sono frequenti anche “salti” di intere parole o di intere righe di lettura.
Inversioni di sillabe
Spesso la sequenza dei grafemi viene invertita provocando errori particolari di decodifica della sillaba (il soggetto può, ad esempio, leggere “li” al posto di “il”; “la” al posto di “al”, “ni” al posto di “in”...) e della parola (può leggere, ad esempio, “talovo” al posto di “tavolo”...).
Aggiunte e ripetizioni
La difficoltà a procedere con lo sguardo nella direzione sinistra - destra può dare origine anche ad errori di decodifica caratterizzati dall’aggiunta di un grafema o di una sillaba ( ad esempio “tavovolo” al posto di “tavolo”...).
Prevalenza della componente intuitiva
Il soggetto che presenta chiare difficoltà di lettura, privilegia, indubbiamente l’uso del processo intuitivo rispetto a quello di decodifica; l’intuizione della parola scritta rappresenta un valido strumento, ma, al tempo stesso, è fonte di errori.
Non di rado, infatti, il soggetto esegue la decodifica della prima parte della parola, talvolta anche solo del primo grafema o della prima sillaba e procede “inventando l’altra parte. La parola contenuta nel testo viene così ad essere spesso trasformata in un’altra di significato affine o completamente diverso.
Possibili ripercussioni sulla scrittura
Difficoltà di copia dalla lavagna
Difficoltà di organizzazione spaziale sul foglio
Difficoltà grafo - motorie
Difficoltà ortografiche
Possibili ripercussioni sull’apprendimento logico - matematico
Difficoltà nella decodifica dei simboli numerici Confusione di simboli numerici simili Inversione di cifre
Difficoltà di decodifica del testo del problema
Difficoltà a gestire la sequenzialità nelle operazioni matematiche
Difficoltà ad organizzare lo spazio grafico
Difficoltà a memorizzare le tabelline
Possibili ripercussioni sull’autonomia personale
Come spesso accade nei soggetti con disturbo specifico di apprendimento, anche nei dislessici si possono rilevare incertezze in alcune attività legate all’autonomia personale; le difficoltà più frequenti sono le seguenti:
- Difficoltà ad orientarsi nel tempo quotidiano: essere puntuali, saper aspettare il momento giusto, sapere con precisione che momento della giornata stiamo vivendo (mattino, pomeriggio, sera…)
- Difficoltà a sapere più o meno che ore sono.
- Difficoltà ad orientarsi nelle routines quotidiane
- Difficoltà nell’esecuzione autonoma delle attività quotidiane (vestirsi, lavarsi, riordinare i propri materiali, prepararsi lo zaino…)
- Difficoltà ad orientarsi nell’orario scolastico (successione delle materie, organizzazione dei compiti…)
- Difficoltà ad orientarsi nel tempo prossimale (ieri, oggi, domani…)
- Difficoltà a leggere l’orologio
- Difficoltà a memorizzare i giorni della settimana
- Difficoltà ad orientarsi nei giorni della settimana (che giorno è oggi…che giorno era ieri…che giorno sarà domani…)
- Difficoltà a memorizzare i mesi dell’anno e ad orientarsi rispetto alle festività
Dislessia e difficoltà semplici della lettura
La dislessia si riconosce per la presenza di tutte le caratteristiche, più o meno prevalenti, sopra descritte, che impediscono o ostacolano fortemente il processo di decodifica.
Le difficoltà semplici di lettura si riconoscono per la presenza di uno o di alcuni degli elementi di riconoscimento sopra descritti, ma gli ostacoli alla conquista di adeguate tecniche di lettura risultano superabili attraverso l’esercizio graduato, la proposta di attività coinvolgenti e stimolanti, la solletitazione delle curiosità del soggetto, lo sviluppo di capacità di base talvolta non adeguatamente interiorizzate all’ingresso della scuola elementare.
Le difficoltà semplici di lettura sono dovute, quasi sempre, a un ritardo maturazionale, a lievi difficoltà percettivo - motorie, a un inadeguato bagaglio di esperienze, a scarso investimento motivazionale, ma anche ad errori didattico - pedagogici che i docenti compiono sia nelle prime proposte didattiche relative all’approccio alla lingua scritta che, successivamente, negli itinerari di recupero conseguenti all’accertamento delle difficoltà stesse.
Il lavoro con il bambino dislessico La terapia per la dislessia
Come già affermato, il soggetto dislessico necessita di un intervento specialistico, in quanto, difficilmente, il recupero effettuato in ambito scolastico può, da solo, rimuovere le difficoltà.
Nel corso di anni si è parlato molto di dislessia e, da un punto di vista diagnostico, grazie agli studi effettuati, il nostro paese può definirsi all’avanguardia. Poco invece si descrive rispetto ai possibili percorsi terapeutici, per l’elaborazione dei quali è necessario tenere presente i risultati dell’osservazione diagnostica.
Ogni percorso terapeutico deve essere personalizzato in relazione alle caratteristiche psicologiche del soggetto, agli ambiti di competenza, potenzialità e difficoltà riscontrati, ai tempi di attenzione, ai livelli motivazionali e di metacognizione individuati.
[...]

Dislessia e disagio psicologico
Purtroppo è frequente che le difficoltà specifiche di apprendimento non vengano individuate precocemente e il bambino è costretto così a vivere una serie di insuccessi a catena senza che se ne riesca a comprendere il motivo. Quasi sempre i risultati insoddisfacenti in ambito scolastico vengono attribuiti allo scarso impegno, al disinteresse verso le varie attività, alla distrazione e così questi alunni, oltre a sostenere il peso della propria incapacità, se ne sentono anche responsabili e colpevoli.
L’insuccesso prolungato genera scarsa autostima; dalla mancanza di fiducia nelle proprie possibilità scaturisce un disagio psicologico che, nel tempo, può strutturarsi e dare origine ad una elevata demotivazione all’apprendimento e a manifestazioni emotivo - affettive particolari quali la forte inibizione, l’aggressività, gli atteggiamenti istrionici di disturbo alla classe e, in alcuni casi, la depressione.
Il soggetto con disturbo di apprendimento vive quindi il proprio problema a tutto tondo e ne rimane imprigionato fino a che non si fa chiarezza, fino a che non viene elaborata una diagnosi accurata che permette finalmente di scoprire le carte.
Come si “sente” chi è in difficoltà
Proviamo, per un attimo, a metterci nei panni di un bambino o di un ragazzo con disturbo di apprendimento e immaginiamone le esperienze e gli stati d’animo:
- egli si trova a far parte di un contesto(la scuola) nel quale vengono proposte attività per lui troppo complesse e astratte
- osserva però che la maggior parte dei compagni si inserisce con serenità nelle attività proposte ed ottiene buoni risultati
- sente su di sé continue sollecitazioni da parte degli adulti (“stai più attento!”; ” Impegnati di più!”; “hai bisogno di esercitarti molto”…)
- spesso non trova soddisfazione neanche nelle attività extrascolastiche, poiché le lacune percettivo motorie possono non farlo “brillare” nello sport e non renderlo pienamente autonomo nella quotidianità
- si percepisce come incapace e incompetente rispetto ai coetanei
- inizia a maturare un forte senso di colpa; si sente responsabile delle proprie difficoltà
- ritiene che nessuno sia soddisfatto di lui: né gli insegnanti né i genitori
- ritiene di non essere all’altezza dei compagni e che questi non lo considerino membro del loro gruppo a meno che non vengano messi in atto comportamenti particolari(ad esempio quello di fare il buffone di classe)
- per non percepire il proprio disagio mette in atto meccanismi di difesa che non fanno che aumentare il senso di colpa, come il forte disimpegno ( “Non leggo perché non ne ho voglia!” ; “Non eseguo il compito perché non mi interessa”…) o l’attacco (aggressività)
talvolta il disagio è così elevato da annientare il soggetto ponendolo in una condizione emotiva di forte inibizione e chiusura.
Come si “sente” la famiglia
In famiglia non si respira certo un’aria migliore. Per la maggior parte dei genitori la scuola è importante, è al primo posto nella vita dei bambini e dei ragazzi, tutto il resto viene dopo e, se la scuola va a rotoli…
Non di rado si sente dire ai genitori rispetto alla difficoltà del figlio: “Non me lo aspettavo…mi è sempre sembrato un bambino intelligente…
L’ingresso nella scuola elementare ha, in questi casi, fatto emergere un problema; il bambino non apprende come gli altri, gli altri sanno già leggere e scrivere, lui invece…
Inizia così la storia del bambino – scolaro, una storia che, in certi casi, ha risvolti davvero drammatici, non si riesce a comprendere tutta quella serie di “perché” che permetterebbero di intraprendere percorsi adeguati ed efficaci e si cercano soluzioni spesso dannose, anche se decise in buona fede. Ecco allora che si sottopongono i figli ad estenuanti esercizi di recupero pomeridiano, si elargiscono punizioni( niente più sport, niente più play station…) e, talvolta si arriva anche a far cambiare scuola al figlio (“quelle insegnanti non hanno capito nulla, meglio cambiare aria”).
Nonostante si parli molto di questi problemi, purtroppo c’è ancora scarsa conoscenza e non sempre la diagnosi giunge in tempi accettabili, cosicché sia il bambino che la famiglia tutta vivono esperienze frustranti, generatrici di ansia e di un clima affettivo non certamente favorevole.

Socrate

L'Unità 06 Marzo 2005
Quel santo pezzente di Socrate
Da modello a «monstrum»: le alterne fortune del pensiero del filosofo greco
Alessandro Stavru

«Socrate - lo confesso - mi è talmente vicino, che devo quasi sempre combattere contro di lui». Queste parole di Friedrich Nietzsche esprimono in modo emblematico il rapporto che lega la figura di Socrate al pensiero occidentale: ogni momento storico e culturale ha dovuto fare i conti con il filosofo ateniese, ora prendendone le distanze, ora rifacendosi a lui come modello di virtù e saggezza.
Alle molteplici figure di Socrate, espressioni dei variegati aspetti della cultura occidentale, è dedicato il volume a cura di Ettore Lojacono Socrate in Occidente (Le Monnier, Firenze 2004). Vi sono raccolti interventi maturati nel corso del convegno La Sagesse contro l'École. I miti di Socrate (Lecce, 22-24 marzo 2001), cui si sono aggiunti saggi sulla ricezione del pensiero socratico nei secoli XIX-XX.
La silloge affronta la questione dei vari «Socrate» succedutisi nel corso delle diverse epoche storiche, filosofiche e artistiche, riprendendo un argomento recentemente tornato in voga tra gli specialisti. Punto di partenza è l’ormai celebre «Sancte Socrates ora pro nobis» pronunciato da Erasmo nel Convivium religiosum (1522), prima glorificazione della virtù religiosa del filosofo ateniese in epoca moderna. In ambito umanistico e rinascimentale, l’exemplum socratico trova larghissima fortuna, ispirandosi ora al paragone con Cristo (di matrice patristica), ora all’ideale di una virtù prettamente umana. Portavoce del platonismo e spesso in aperta contraddizione con le dottrine della tradizione aristotelico-scolastica, Socrate assurge a modello di humanitas in autori come Giannozzo Manetti, Marsilio Ficino, Tommaso Campanella e Giordano Bruno.
In controtendenza rispetto alla sua epoca si situa il De Socratis studio di Girolamo Cardano (1566), vòlto a mettere in luce l’inadeguatezza del sapere socratico rispetto alla mutevolezza dei mores umani. L’Ateniese fu per Cardano condannato giustamente, in quanto responsabile di aver negato la volontà a vantaggio di una sapientia vacua e illusoria.
Nella seconda metà del Seicento Giuseppe Valletta si rifà al Socrate modello di dignitas ed excellentia proposto da Manetti. In questo contesto vedono la luce le tre tele dedicate da Luca Giordano al filosofo ateniese (rispettivamente: Santippe versa l’acqua nel collo di Socrate, Socrate con Alcibiade e Santippe e Socrate), tutte incentrate sul contrasto tra l’immagine esteriore di Socrate «filosofo pezzente» e la sua intima essenza di «valentuomo».
La fortuna di questa immagine si riverbera nella vastissima dossografia socratica sorta in Francia tra Umanesimo e Illuminismo. Il mito del filosofo ateniese diventa oggetto filologico per eccellenza nel XVII secolo, dando luogo ad un vero e proprio «dialogo tra le fonti». I libertini vedono in Socrate il «padre della filosofia morale», il quale paga con la vita le sue scelte di esprit fort. Simbolo della persecuzione del libero pensiero, egli è altresì modello di religiosità, di quella foi implicite su cui si sofferma La Mothe Le Vayer. Socrate unifica nella propria persona logos e bios, dottrina e vita, incarnando in pieno l’ideale dell’honnête homme teorizzato da Montaigne e Charron. Affrancato da ogni forma di pedantismo, l’uomo socratico pratica la filosofia tramite la conversazione: non impartisce dotte lezioni, ma si sforza di suscitare nell’interlocutore la capacità di scorgere autonomamente la verità.
In René Descartes la figura del Socrate honnête homme, veicolata dal tardo rinascimento francese, diventa pretesto per un percorso teoretico indirizzato verso mete lontane dal non-sapere dell’Ateniese. Nelle opere giovanili di Descartes il figlio di Sofronisco compare infatti nella veste di uno scettico radicale, convinto unicamente delle capacità maieutiche del proprio «demone».
Una interpretazione analoga del «demone» ricorre in Diderot, il quale iscrive la sua vita intera sotto il segno di Socrate. La riflessione sul filosofo ateniese è per Diderot una ricerca della propria identità filosofica; per quanto enigmatico e irraggiungibile, l’exemplum del Socrate maestro di saggezza e virtù filosofica rimane il suo costante punto di riferimento, dal periodo della Encyclopédie agli anni turbolenti della lutte philosophique.
Ad una «divulgazione» dell’ideale etico-ascetico di Socrate in epoca moderna è dedicato il manoscritto di Shaftesbury Design of a Socratick History. Composta negli anni 1703-1707 e tuttora inedita, quest’opera si ripropone di presentare un Socrate storico, ricostruito più dagli scritti di Senofonte che dall’opera platonica.
La predilezione per Senofonte caratterizza anche le molteplici figure di Socrate con cui si cimenta Nietzsche nelle diverse fasi del suo pensiero. Il padre del nichilismo muove infatti da una piena identificazione con il filosofo ateniese negli scritti giovanili, per giungere, con la Nascita della Tragedia e le opere della maturità, ad una violenta critica a Socrate. Se da un lato Socrate rappresenta a pieno titolo l’eccezione dell’episteme nel mondo greco, per Nietzsche è proprio la pratica socratica del dialogo a spegnere l’istinto artistico degli antichi Greci, dando il via alla décadence nichilistica dell’Occidente. Da exemplum Socrate, «il primo Greco ad essere brutto», diventa così modello vivente di decadenza, monstrum di degenerazione e malattia.
L’attualità della figura di Socrate nel pensiero contemporaneo è documentata dall’attenzione che gli dedica Michel Foucault in un corso tenuto nel 1982 presso il Collége de France, intitolato L’herméneutique du sujet. Tema centrale di questa ripresa in chiave decostruttivista è la ricerca di un presupposto non teoretico del sapere, in grado di anticipare e orientare ogni manifestazione del soggetto. Foucault si rifà ai principi socratici del «conosci te stesso» e della «cura del sé» come modelli di un esercizio autonomo di costruzione del senso critico. La «morale etica» sottesa a questi principi rientra infatti in una concezione della politica tipicamente foucaultiana, tesa a sovraordinare la vita dell’individuo a quella dello Stato e della prassi giuridica.
Le molteplici figure di Socrate che attraversano la cultura occidentale dipendono dunque in larga parte da quale Socrate la storia del pensiero ha di volta in volta scelto di adottare. Da sempre gli studiosi si sono interrogati su quali aspetti della letteratura socratica considerare più attendibili e dunque privilegiare rispetto ad altri.

Cina

Corriere della Sera 6.3.05
Assemblea del Popolo, il premier avverte: «Attenti, l’economia si surriscalda». E promette: «Riunificazione pacifica con Taiwan»
Cina, il partito vuole «una società armoniosa»
La «quarta generazione al potere» cerca rimedi al crescente divario tra le ricche città e le campagne arretrate
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

PECHINO - La decima assemblea nazionale del popolo, cominciata ieri, consacra i nuovi equilibri ai vertici del potere cinese. Va in pensione la terza generazione e si consolidano i dirigenti - da Hu Jintao il presidente della Repubblica Popolare a Wen Jiabao il premier - che avevano preso il timone due anni e mezzo fa ma in un contesto, allora, di forte incertezza e precarietà.
E’ la vittoria della quarta generazione che spiazza i leader della nomenklatura formatasi dopo la morte di Deng Xiaoping e che lancia diversi obiettivi e diverse parole d’ordine unendo la preoccupazione per i conflitti che si stanno diffondendo nel Paese a una rivalutazione dei toni patriottici, richiamati questi ultimi per deviare le attenzioni dai primi. Al centro vi sono sia la visione di uno sviluppo economico meno aggressivo sia la ricomposizione della gravissima frattura sociale che mette a rischio la stabilità fondata sull’assolutismo del partito comunista.
Se il cavallo di battaglia di Deng Xiaoping era stata la «modernizzazione». Se il cavallo di battaglia di Jiang Zemin erano state le «tre rappresentatività» (il partito comunista che rappresenta la parte avanzata del popolo, della cultura, delle forze produttive). Il cavallo di battaglia di Hu Jintao e Wen Jiabao è ora la «costruzione di una società armoniosa» che significa una distribuzione più equa delle risorse, una frenata degli investimenti nei settori a più alto rischio di speculazione affiancata da una accelerazione dei redditi e dei consumi. Un «matrimonio» di convenienza fra Marx e Keynes, fra le teorie del socialismo «con le caratteristiche cinesi» e la teoria liberale di Keynes.
Oggi gli assetti istituzionali della Cina diventano più chiari. Poco alla volta - ma la macchina si è da settimane messa in moto - si trasferiranno a livello provinciale, distrettuale, municipale. Il cambiamento sarà profondo. Ciò non basta però ad allontanare i molti dubbi che toccano i contenuti della politica avviata dalla quarta generazione. Innanzitutto ci sono le ombre che accompagnano il ritmo di crescita della economia. Il quale resta elevatissimo (più 9,5% del Pil nel 2004, più 8% programmato per il 2005 con un’inflazione al 4%) ma che presenta eccessivi surriscaldamenti nel settore immobiliare e creditizio-bancario e che, se non governato dagli strumenti monetari e fiscali, rischia di aggravare le profonde disuguaglianze fra i nuovi ricchi delle aree urbane e i contadini (reddito pro capite di 355 dollari all’anno) delle zone rurali, ancora la maggioranza nel Paese. Incognite che sconfinano dalla politica economica e si allargano fino a comprendere la reale disponibilità del nuovo corso alle aperture di politica interna e al riconoscimento reale delle libertà democratiche. A parole ciò avviene (Wen Jiabao ha promesso un allargamento dei processi democratici ai livelli più bassi dell’amministrazioni) ma nei fatti le resistenze sono enormi. Semmai, sembrano riemergere richiami nazionalisti. E la prossima approvazione della legge antisecessione che consentirà l'intervento armato qualora Taiwan proclamasse l'indipendenza dalla «madrepatria», così come il previsto incremento del 12,5% delle spese militari, va proprio in questa direzione. Un’accentuazione che secondo alcuni settori liberal del regime nasconderebbe dietro al richiamo patriottico, diffuso fra tutti i cinesi, la preoccupazione per la protesta contro le diramazioni locali del partito e dello Stato.
Il discorso di Wen Jiabao alla Assemblea del Popolo, l'organo legislativo in seduta plenaria, segnala che gli spazi della vecchia nomenklatura si sono definitivamente ristretti. Jiang Zemin, l’ex numero uno emerso all'indomani del massacro di Tienanmen, l’uomo che dal 1990 al 2002 ha accelerato la spinta alla deregulation liberista, il Ronald Reagan della Cina, esce di scena. Ha chiesto di lasciare la commissione militare, uno dei posti chiave, quello che dà il controllo sulle forze armate. Si tratta di una formalità, già programmata (al suo posto andrà Hu Jintao che così sommerà le tre cariche più importanti di presidente, segretario comunista e capo dell’esercito). Ciò che più conta sono sia la centralità della scena all’interno della Assemblea del Popolo (Hu Jintao in mezzo alla tribuna al suo fianco Wen Jiabao e Wu Bangguo il presidente del Congresso del Popolo) sia la circostanza che mai una volta nella relazione sia stato citato il settantottenne Jiang Zemin. Segno che il passaggio dal terza alla quarta generazione si è davvero compiuto. La quarta generazione ha ora davanti la sfida più difficile. Conquistato il controllo del partito e dello Stato deve conquistare il Paese.

Schopenhauer

La Stampa TuttoLibri 5.3.05
Schopenhauer cova i lampi del pensiero
Nel terzo volume degli «Scritti postumi» aforismi che fanno più luce di un trattato e i densi taccuini dei viaggi in Italia
Anacleto Verrecchia

IL terzo volume degli Scritti postumi di Schopenhauer è così bello a vedersi che lo si accarezza con gli occhi. E' la vendetta postuma del filosofo, che in vita penò molto per trovare un editore. Capita sempre così con le opere geniali. Stordita dagli ottoni di Fichte, di Schelling e soprattutto di Hegel, questo tronfio assolutizzatore dello Stato nel trascendente, la Germania ignorò a lungo Schopenhauer. Dovettero passare oltre trent'anni prima che ci si accorgesse della grandezza del Mondo come volontà e rappresentazione, una specie di piramide di Cheope in chiave filosofica. Il riconoscimento tardivo stuzzicò la vena satirica del filosofo, che, alludendo alla propria canizie, soleva dire che il tempo aveva portato delle rose anche a lui, però «bianche». Oppure, dato che tutti si recavano da lui come in pellegrinaggio, sbottava: «Alla fine vengono con trombe e tamburi e credono che questo significhi qualche cosa». Ma qui dobbiamo occuparci del Nachlaß, che nell'edizione tedesca curata da Arthur Hübscher occupa sei volumi. Questi scritti postumi sono di grande importanza per chi voglia studiare il sorgere o il formarsi del sistema filosofico di Schopenhauer. Qui egli scrive di getto e per se stesso, prendendo appunti e annotando le idee che a mano a mano gli si affollano nella testa; ma è proprio questo che conferisce freschezza e immediatezza al Nachlaß. Come certi abbozzi di Michelangelo, ad esempio la Pietà Rondanini, sono ancora più eloquenti dell'opera finita e levigata, così i pensieri abbozzati sul momento da Schopenhauer fanno quasi più effetto della loro rielaborazione nelle opere sistematiche. Franco Volpi, nella premessa, dice molto bene che questi inediti «spalancano le porte dell'atelier di Schopenhauer». Ma ci permettono anche di seguirlo o almeno di immaginarlo mentre va a caccia di idee, soprattutto negli anni di Dresda, per costruire il superbo edificio del Mondo come volontà e rappresentazione. Credo di esser stato il primo, in Italia, a spulciare il Nachlaß e a tradurne circa duecento aforismi. Il lettore interessato li può trovare nelle opere di Schopenhauer che ho curato per la Bur: Metafisica dell'amore sessuale e O si pensa o si crede. Schopenhauer è un maestro insuperabile dell'aforisma, genere letterario che il mio vecchio amico Prezzolini considerava il colmo dell'espressione. Il Nachlaß è disseminato di aforismi. Alcuni suonano secchi come una schioppettata e lasciano odore di polvere bruciata. Un esempio: «Se un dio ha fatto questo mondo, io non vorrei essere quel dio, perché il dolore del mondo mi strazierebbe il cuore». Altri sono, per così dire, lampeggianti e fanno più luce di un trattato. Li chiamerei i funghi reali del suo pensiero. Gli strali più roventi hanno per bersaglio la religione che ha preso o cerca di prendere il posto della filosofia; e se Nietzsche, con l'enfasi che gli è abituale, proclama la morte di Dio, Schopenhauer, quel dio, lo uccide veramente perché toglie qualsiasi validità teoretica al teismo. Il volume raccoglie gli scritti che vanno dal 1818 al 1830, quindi ci sono anche i taccuini che il filosofo tenne durante i due lunghi soggiorni in Italia. Il lettore, però, non si aspetti di trovare i soliti taccuini di viaggio, con annotazioni minuziose di ciò che si è visto o fatto durante la giornata. Niente di ciò. Tutto proteso sui problemi di carattere generale o universale, Schopenhauer non parla mai di sé e delle sue cose personali. Non fa come Thomas Mann, che annota perfino il colore delle sue scarpe e la frequenza delle sue masturbazioni, come se la cosa fosse di capitale importanza per la posterità. Proprio perché Schopenhauer non parla mai di sé, è difficile ricostruire i suoi soggiorni italiani che pure segnarono una svolta nella sua vita. Basti dire che in Italia stava per sposarsi. Accarezzò addirittura l'idea di trasferirsi in Italia, dove, come dice lui stesso, non godette solo «il bello» ma anche «le belle». Siamo abituati a sentir parlare di Schopenhauer come del salice piangente della filosofia. Niente di più falso: egli era una natura tremendamente passionale che all'occasione sapeva cogliere i frutti della vita, dolci o amari che fossero. Un applauso al professor Giovanni Gurisatti per la fluente traduzione. E ora un auspicio. L’Adelphi si è resa universalmente benemerita per l’edizione critica di Nietzsche. Ci sarà un editore che vorrà fare un’edizione critica anche di Schopenhauer, il padre di Nietzsche? Jochen Stollberg, direttore dello Schopenhauer - Archiv di Francoforte, è un ottimo filologo e nessuno meglio di lui potrebbe stabilire il testo critico.

sul Congresso del Prc

Il Foglio 5.3.05
Il comunismo casual di Bertinotti attira diessini e sindacalisti
Reclutamenti in Toscana e Lombardia.
Un giottino segretario. Per Folena, Prc ha un programma, i Ds no

Roma. Qualcuno già la chiama "grande Rifondazione", partito comunista che celebra un congresso largamente identificato con il proprio leader, Fausto Bertinotti. Partito in trasformazione che il segretario intende allargare prima di cedere il posto - auspica lui - a un giovane della "generazione giottina genovese" (la cosa fa sussultare una forte opposizione interna di ex cossuttiani e trotzkisti preoccupati per lo snaturamento del partito). Partito che di concerto con Romano Prodi detta la linea politica estera dell'Unione; che si candida a rappresentare il volto istituzionale del movimento dei movimenti new o no global e intanto attrae frammenti della sinistra diessina. Quando non li recluta direttamente. È avvenuto in Toscana con Luca Ciabatti, area correntone, segretario toscano della Cgil - funzione pubblica e neocandidato di Rifondazione alla presidenza della Regione contro Claudio Martini. È avvenuto in Lombardia con un altro diessino, l'ex segretario regionale della Cgil Mario Agostinelli, arruolato dal Prc in qualità di capolista e presente anche nel listino di Riccardo Sarfatti. Quello esercitato da Bertinotti è al momento un fascino che si trasforma in successi politici e d'immagine, persino lessicali. Lo prova anche l'articolo con cui uno dei maggiori protagonisti del correntone, Pietro Folena, sull'Unità di ieri celebrava il realismo del programma di Rifondazione, un misto di neoantagonismo e di sfida al liberismo sfrenato, di pacifismo sostenibile e radicalismo post comunista. Qualcosa che luccica molto soprattutto accanto al "riformismo pallido" dei Ds. Così lo definisce Folena. Non è l'annuncio di un trasloco dalla Quercia ma l'ammissione che a sinistra Rifondazione s'impone e grandeggia e ha meno bisogno di reclutare ceto politico dalla sua destra che di gestirne il flusso costante dei consensi. "Parliamo di un partito con visibilità notevole" dice al Foglio Angelo Panebianco, editorialista del Corriere della Sera "guidato da un signore che si avvale del reciproco sostegno con Prodi e che ha un fondamentale punto di forza: mentre il programma dell'Unione è ancora in aria, lui un programma ce l'ha in politica estera, economica e sul welfare, e sa comunicarlo con idee chiare e un effetto calamita sul personale politico dei Ds". Il diessino Folena dice: "Di là c'è un progetto, di qua no, però esiste una minoranza interna, la nostra, che fa da pontiere con Rifondazione. Quindi sta bene dov'è. E che abbia ragione lui lo dimostra Prodi quando sostiene che anche Bertinotti è interno al progetto riformista. Dal momento che la parola riformista è amorfa e significa tutto e niente".
La rottura con la tradizione stalinista
Quella di Bertinotti è un'identità offerta in modo sapiente, un comunismo casual informale nella proposizione e aggiornato nel linguaggio con cui si mescolano altermondismo e battaglie contro la proprietà privata. "Bertinotti attrae - prosegue Panebianco - perché dice: 'noi siamo quelli di sempre ma il vestito che indossiamo va cambiato'. Il vestito nuovo è anche nelle novità lessicali di questo strano comunismo che ho definito libertario e depurato, e che cattura umori anticapitalistici presenti in una società a cui non possono essere vendute icone del passato. Bertinotti non dissimula, è in genuina in contrapposizione con la tradizione stalinista che ancora nel 1989 distingueva tra il grande e degno ideale, e il suo tradimento storico nell'esito totalitario". Secondo Panebianco esiste tuttavia un punto debole nella strategia bertinottiana. "Un'obiezione di fondo: quando decidi di eliminare la proprietà, con la proprietà elimini necessariamente anche la libertà. E dimostri così che qualsiasi progetto comunista di eliminazione del mercato non ha esiti totalitari per sbaglio: il totalitarismo è intrinseco al progetto. Questa debolezza teorica diventa più visibile perché Bertinotti non espone il suo programma da posizioni marginali, adesso ha un ruolo centrale e la sua non credibilità teorica è più fortemente avvertita". Il meccanismo bertinottiano, ammettono i dirigenti di Rifondazione, funziona dunque come contrappeso virtuoso della crisi identitaria dei Ds. I quali Ds - conclude Panebianco - "si espongono a tutte le incursioni possibili da parte delle minoranze più connotate, dai cattolici ai comunisti". Ma questa crisi non si sa quanto durerà e, particolare non irrilevante, la poca fretta di cui parla Bertinotti quando promette la sua rivoluzione mal si concilia con la certezza che lui solo può rifondare un partito ancora pieno di comunisti.

sabato 5 marzo 2005

IL TG1 DELLE 13.30
di giovedì 3 Marzo 2005

una segnalazione di Annalina Ferrante, e di Franco Pantalei, Pieritalo Pompili, Tonino Scrimenti

Nel corso del servizio sull'apertura, giovedì pomeriggio a Venezia, del
Congresso del Partito della Rifondazione Comunista

ha messo in onda due sequenze di immagini
registrate nel corso dell'incontro


con
Fausto Bertinotti e Pietro Ingrao


di
VILLA PICCOLOMINI
di venerdì 5 novembre 2004

organizzato dalla

LIBRERIA AMORE E PSICHE

per vedere quel servizio
cliccate QUI
e, una volta giunti a quella pagina scegliete l'edizione delle 13.30 del TG1 del giorno 3.3.05.

due casi

La Provincia 5.3.05
Uccise uno psicologo, si riapre il caso Geoffroy Aveva detto che si sarebbe fatto giustizia da solo

MILANO Tre anni prima di uccidere aveva detto che «si sarebbe fatto giustizia da sè». E forse se quelle parole allora pronunciate dall'ex psichiatra Arturo Geoffroy agli agenti di polizia fossero state prese in maggior considerazione si sarebbe potuta evitare una tragedia: la morte dello psicologo Lorenzo Bignamini. È quel che sostiene il legale di un ex dirigente di una Ussl di Milano. M. D., che nell'estate del 2000 venne per ben due volte aggredito e malmenato da Geoffroy, e che ora vede la querela presentata a suo tempo per lesioni finire con una richiesta di archiviazione. L'ipotesi-denuncia è stata messa nero su bianco in una lettera firmata dall'avvocato milanese e inviata al pm Gianluca Prisco. Il magistrato oltre a chiedere l'archiviazione del fascicolo per lesioni (alla quale non ci sarà opposizione), insieme al collega Gianni Narbone è titolare delle indagini per la morte di Bignamini, ucciso a coltellate l'8 agosto del 2003 a Milano dall'ex psichiatra arrestato 5 giorni dopo sulla passeggiata a mare di Camogli, in Liguria. Il legale di M. D., ha constatato «in qualità di cittadino, prima che come avvocato, che l'omicidio commesso dal Geoffroy (...) avrebbe forse potuto essere prevenuto, ed evitato, se la querela presentata dal mio assistito (...) avesse avuto un seguito, con l'esame dei testimoni delle aggressioni espressamente indicati». L'avvocato sottolinea inoltre che già nella querela presentata tre anni prima del delitto l'ex psichiatra aveva detto che «ritenendosi vittima di ingiustizia, si sarebbe fatto giustizia da solo, cosa che poi ha pensato di fare, uccidendo». Per questo delitto l'udienza preliminare è fissata per il 14 marzo davanti al gup Clementina Forleo, dopo una sospensione del processo di nove mesi: poco più di un anno fa Geoffroy, ora nell'ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa, era stato dichiarato incapace di intendere e volere e pericoloso. Ma lo scorso ottobre, una nuova perizia aveva accertato che le sue condizioni psichiche erano migliorate: semi-incapace di intendere e volere e in grado di stare in giudizio.

La Provincia 5.3.05
l'intervista a «Panorama» Pubblichiamo alcuni stralci delle dichiarazioni rese al newsmagazine tramite i suoi avvocati
La Caleffi: «Non sono il mostro che dite»
L'infermiera racconta: «Non riesco ad accettare i miei difetti fisici, credo di avere problemi psichici»


«Ho firmato una confessione, però devo puntualizzare due cose. Innanzitutto mentre scrivevo ero in uno stato confusionale. E poi per la stesura di quel memoriale è stata decisiva la presenza di un maresciallo dei carabinieri che mi ha detto che se non avessi collaborato mi avrebbero dato trent'anni di galera. La verità è che quelle mie dichiarazioni sono state, secondo me, in gran parte pilotate». Si rende conto che sta ritrattando? Così rischia di peggiorare la situazione. L'unica cosa che ricordo di quei morti, di cui non ho mai fatto i nomi, riguarda l'ultima persona che dicono avrei ucciso (la signora Maria Cristina, 99 anni, ndr). Ho in mente un diverbio con i parenti. (...) Voleva suicidarsi? Senza una ragione particolare, una notte sono scesa al piano inferiore della villetta dove vivevo con il mio convivente e ho cercato di iniettarmi aria in vena (...) Sentivo un gran senso di vuoto. In precedenza ero andata a sbattere volontariamente con l'auto contro un muro. Altre volte mi sono ferita da sola. Lei è stata anoressica, depressa grave (...) autolesionista. Ha trovato una spiegazione? Non mi sono mai accettata, nè fisicamente nè mentalmente. Non sono mai stata in pace con me stessa. Ancora oggi mi vedo grassa e sono complessata. Vorrei cambiare la mia testa e i difetti fisici che mi fanno vivere male. Credo di avere grossi problemi psichici. Torniamo ai morti... (...) nel memoriale che ho consegnato alla procura ho inventato molte cose, come il numero dei pazienti a cui avrei causato l'embolia. Lei inizialmente ha confessato cinque delitti, gli inquirenti gliene contestano molti di più. E non mancano le testimonianze a suo sfavore. Durante gli interrogatori al Sant'Anna mi leggevano le deposizioni dei miei colleghi. Una diceva che quando morì un paziente a me assegnato rimasi tranquilla sulla porta della cucina a bere il caffè. Non mi riconosco in questo ritratto: sul lavoro facevo il mio dovere, ero iperattiva. E' vero che conservava i necrologi di alcune vittime e che aveva come portachiavi una piccola bara? In uno dei miei libri hanno trovato il necrologio di una mia zia che è morta nel giugno dello scorso anno. Il portachiavi era solo una cosa scherzosa, così per ridere. Che cosa provava quando vedeva soffrire qualcuno in ospedale? Soffrivo anch'io (...) Che cosa le manca della vecchia vita? Sarò banale, ma mi mancano gli affetti, i miei gatti, il cane. A pensarci mi vengono le lacrime agli occhi. Se potesse tornare indietro, che cosa non ripeterebbe, oltre ai delitti? Probabilmente il matrimonio. Lei si è sposata giovane... Avevo 24 anni, cercavo una via d'uscita, una scappatoia. Volevo andar via di casa, essere indipendente. Ha detto che si è sposata per scappare di casa. Che ricordi ha dell'infanzia' Ho dei flash. Sono sempre stata attaccata a mio padre e dicevo che da grande lo avrei sposato. Nei confronti di mia madre avevo un senso di angoscia, anche perchè lei ripeteva continuamente che voleva morire. E io avevo paura che succedesse veramente. Quando dormivo nel suo letto, controllavo che respirasse, per paura che fosse morta, che avesse attuato ciò che minacciava. Altri brutti ricordi? Mi viene in mente un episodio di quando avevo circa cinque anni. Un fatto che mi ha segnata e di cui solo successivamente ho compreso il significato. Un pomeriggio stavo giocando con un bambino del mio palazzo. Quel giorno il nonno del mio amichetto ha fatto in modo che lo toccassi nelle parti intime. Le attribuiscono quasi lo stesso numero di delitti di Donato Bilancia, il serial killer con il record di omicidi nella storia criminale italiana. Questa cosa mi fa stare male. Non mi sento come lui. Almeno si riconosce nella definizione di «infermiera killer»? Esistono due Sonya. La vera non è quella raccontata da voi giornalisti. I maligni hanno detto che sarebbe stata licenziata dalle suore della clinica Valduce perchè faceva girare la testa a troppi dottori. Non è assolutamente vero. Mi hanno costretta a dare le dimissioni perchè sapevano che avevo vinto il concorso al Sant'Anna.

sinistra

Agi.it
SGRENA: BERTINOTTI, ORA SPERO IN LIBERAZIONE AUBENAS

(AGI) - Lido di Venezia, 4 mar. - "Spero che questa notizia possa facilitare anche la liberazione della giornalista francese Florence Aubenas ancora in mano ai sequestratori": mentre ancora festeggia la liberazione di Giuliana Sgrena, Fausto Bertinotti esprime questo sentimento riguardo la reporter francese. (AGI)

Corriere della Sera 5.3.05
La sinistra all’attacco: colpa degli americani
Fassino: Calipari ucciso da chi dice di essere in Iraq per tutelare la vita. Bertinotti: sparano su tutti o c’era un interesse?
Daria Gorodisky

ROMA - I proiettili sparati ieri dai militari Usa contro l’automobile che trasportava Giuliana Sgrena, la morte di Nicola Calipari e il ferimento degli altri agenti italiani e della stessa giornalista fanno risuonare in parte della sinistra parole d’ordine antiamericane. Una reazione magari scontata nelle componenti più radicali. Ma anche quelli che pochi giorni fa avevano giudicato le elezioni irachene come un punto di svolta da cui ripartire per collaborare alla ricostruzione adesso rimarcano una durissima critica alla guerra «scatenata dagli Usa». E molti sono anche i dubbi sulla credibilità della dinamica dei fatti. Piero Fassino, dopo il cordoglio «per il sacrificio di un servitore dello Stato», commenta: «E’ incredibile che un uomo impegnato nella difficile opera di salvare una vita sia stato ucciso da coloro che affermano di essere in Iraq per tutelare la vita dei cittadini». «Per questo - aggiunge il segretario dei Ds - chiedo che siano accertate circostanze e responsabilità di un fatto tanto luttuoso quanto sconcertante».
Più duro il leader di Rifondazione comunista Fausto Bertinotti: «Sento una assoluta inquietudine - dice dal congresso di Venezia -. Vuol dire che chiunque da una postazione come un check point può sparare su un bersaglio quale che sia, di guerra, di pace, di aiuto umanitario. Oppure, significa che qualcuno aveva interesse a colpire». Inoltre, sempre dal congresso, esponenti come Giorgio Cremaschi e Giovanni Russo Spena invitano a «tornare in piazza anche con uno sciopero della fame di fronte all’ambasciata degli Stati Uniti fino al ritiro del nostro contingente».
Dal cossuttiano partito dei Comunisti italiani, poi, il senatore Gianfranco Pagliarulo annuncia un’iniziativa immediata: la distribuzione stamattina a Milano davanti al consolato Usa di volantini con la scritta «Bush, vergogna».
Le mobilitazioni suggerite per il momento non trovano grandi adesioni. Il correntone Ds preferisce aspettare di avere maggiore chiarezza su quanto è accaduto: il comando Usa era al corrente o no? Il territorio è sotto controllo, almeno in alcune zone, o no? Sono queste le domande che ripetono, anche per decidere se le responsabilità debbano essere attribuite più al governo italiano o agli americani. Su questa base Pietro Folena è «scettico rispetto a certe manifestazioni. Sarebbe meglio che ora il Paese facesse una grande riflessione pacata sulla vera situazione in Iraq». E anche Cesare Salvi, pur ritenendo «giusta qualche voce di protesta», conclude dicendo «vediamo, valutiamo: intanto chiederemo un dibattito parlamentare. Perché delle due l’una: o è successo qualcosa di terribile e oscuro, e voglio escludere questa ipotesi; oppure gli americani non sono in grado di controllare nulla e usano strumenti bellici senza sapere neppure contro chi lo stanno facendo».
Dubbi-accusa simili a quelli del leader girotondino Francesco «Pancho» Pardi: «Questa è l’ennesima dimostrazione che non c’è nessuna normalizzazione laggiù, altro che effetti benefici della guerra. Gli americani dicono che l’auto non si era fermata al posto di blocco? Non credo mai a una sola delle loro parole». Ma, rispetto a sciopero della fame e volantinaggio, il giudizio è che «sembrano posizioni un po’ enfatiche. Prima bisogna capire».
Attaccano «l’assurdità di questa guerra» anche il vicepresidente dei deputati della Margherita Agazio Loiero e il leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio. Ma, almeno per ora, la piazza può attendere.

Corriere della Sera 5.3.05
Prc
GLI OPPOSITORI «Gestione unitaria». Ma Fausto dice no


Quattro mozioni dell’altra Rifondazione, quella che non vuol sentire parlare di andare al governo con le «forze moderate» e che, pur con accenti diversi e qualche apertura, esprime disagio, preoccupazione e invita Bertinotti a ripensarci. Il j’accuse al segretario del Prc, reo di «voler snaturare il partito», è arrivato dal trotzkista Marco Ferrando (6,4 per cento), secondo il quale «Bertinotti mette in discussione la stessa natura sociale del partito e l'esistenza di un’opposizione di classe e comunista in Italia». Più articolata la posizione dell'Area Ernesto, guidata da Claudio Grassi che, con la mozione «Essere comunisti« (25%), chiede al segretario di realizzare una intesa solo sulla base di un programma dai forti contenuti innovatori, di «classe». Sia Grassi, sia Malabarba, a nome dell’«Area Erre», hanno rinnovato la richiesta a Bertinotti di adottare una gestione unitaria del partito. Ma Bertinotti, che ha il 60 per cento del partito, è intenzionato a non dare spazi all’opposizione: nella nuova segreteria a otto dovrebbe uscire l’unico rappresentante della minoranza, proprio Grassi, e dovrebbero entrare due uomini e due donne di sua fiducia. Inoltre, per gestire e controllare la nuova fase, il segretario intende modificare lo statuto per favorire un rafforzamento della maggioranza.

aprileonline.info 5.3.05
Le sfide di Bertinotti
Congresso Prc. Il segretario di Rifondazione scommette su una nuova cultura politica per superare il riformismo e competere con i gruppi dirigenti della Fed
G.I.

Scriveva bene Riccardo Barenghi, qualche giorno fa su “la Stampa”. Quella di Bertinotti è una sorta di partita a poker, nella quale il segretario di Rifondazione si gioca tutto il capitate politico finora accumulato. Non si tratta di un piccolo gruzzolo, anzi, ma Bertinotti sa che è comunque una somma insufficiente per le sfide che attendono il suo partito. Per questo ha bisogno di giocarselo, questo gruzzolo, sperando di vincere nel complicato tavolo del centrosinistra.
Alla sfida che Bertinotti fa a se stesso, al suo partito, al fato, corrispondono altrettante sfide che Rifondazione lancia all’esterno.
La prima è la sfida al riformismo. In questo senso va letto il recupero dell’ispirazione riformatrice del primo centrosinistra, quello di Nenni, o meglio quello di Riccardo Lombardi. Quella stagione fu, pur tra ritardi e contraddizioni, una vera rivoluzione fatta con le armi delle riforme. Le riforme di struttura, si diceva allora. Al punto che anche Togliatti ammise: “il vostro programma è il nostro, ma voi non riuscirete ad attuarlo”. In parte Togliatti ebbe ragione, in parte no, e se oggi abbiamo un Servizio sanitario nazionale invece che le mutue, se l’elettricità e il telefono arriva in tutte le case, lo dobbiamo a quel primo centrosinistra. Modernizzazione, si chiamava anche allora, senza però quel sottotesto fatto di “cedimenti” ai dogmi liberali che accompagna oggi questa parola nobile della sinistra. Bertinotti, ricordando quel periodo, dice al centrosinistra di oggi che la crisi, il declino del paese, non si affrontano né con piccole toppe qua e là, né con l’adesione alle idee altrui. E lancia così una audace battaglia, sul loro stesso terreno, quello delle riforme, ai due riformismi che animano il centrosinistra: quello, incarnato dai Ds, che consiste in molti “né-né”, scelte mai compiute, tentativi estenuanti di conciliare l’inconciliabile; e l’altro, che proviene da certe aree, da “Il Riformista” alla Fondazione Italianieuropei, che in sostanza propone al centrosinistra di sposare appieno il liberismo, divenendo riformatore sullo stesso terreno del centrodestra, a cui si rimprovera non il merito delle proposte, ma la cronica incapacità di realizzarle. Insomma, pare dire Bertinotti, oltre al riformismo senza riforme e a quello con le riforme degli altri, può esistere anche un riformismo (una spinta riformatrice) con proprie idee e propri progetti, in grado di “cambiare il paese”.
La seconda sfida è ai riformisti, vale a dire ai gruppi dirigenti dei partiti che formano la Federazione dell’Ulivo. Ed è la sfida per la leadership. Per il controllo del “timone”. Qui Bertinotti porta all’estremo le conseguenze della prima sfida. Non è detto – è il ragionamento del segretario del Prc – che il centrosinistra debba sempre e comunque essere guidato da una certa parte. Il caso Vendola, ora il caso Casson a Venezia, dimostrano che la sinistra alternativa è in grado di esprimere anche personalità di governo, e su queste costruisce un’egemonia che riesce a penetrare ampi settori del fronte riformista. E’ forse la sfida più difficile per Rifondazione, alla quale manca una solida classe dirigente paragonabile per esperienza e qualità a quella dei Ds o della Margherita.
La terza sfida Bertinotti la rivolge al resto della sinistra “radicale”, “critica”, “alternativa”. Il richiamo all’esperienza dell’assemblea delle riviste del 16 gennaio, la proposta di una Fondazione di cultura politica intitolata a Tom Benetollo sono accompagnati nel ragionamento del leader comunista dalla consapevolezza che certi steccati tra “riformisti” e “radicali” non passano più in modo netto dalle frontiere dei soggetti organizzati di oggi. E che se dal lato “riformista” è in corso una nuova avventura (quella della Fed), sul lato radicale non si può rispondere con la meccanica riproposizione di cioè che si è già. Né con soluzioni organizzativistiche che scimmiottino la Fed stessa. Il passaggio è un altro: fondare una nuova sinistra, che non abbia radici nei movimenti dell’ ‘800 e del ‘900, ma in quelli degli anni 2000. E’, come si vede, una sfida moderna.
In effetti anche l’idea della Fed nacque con propositi simili, mettersi alle spalle il ‘900, per creare una “zona franca, senza passaporti” in cui potessero parlarsi riformisti di diversa provenienza. Ieri Fabio Mussi ha usato parole simili sul confine tra radicali e riformisti: “Bisogna rimuovere molti check-point tra le forze della sinistra”.
Gli esiti, quando si rimuovono i fili spinati tra le culture e le persone, non sono mai scontati. Quel che è sicuro è che per fare un viaggio bisogna non avere nostalgie per le vecchie case.

venerdì 4 marzo 2005

sinistra
si è aperto il congresso del Prc

Corriere della Sera 4.3.05
LE ASSISE DI RIFONDAZIONE
Il segretario stringe la mano a Cossutta. Il leader dell’Unione Prodi: tra noi c’è dissenso su molti punti Bertinotti sfida i riformisti: il popolo scelga la linea «È la mia ultima relazione, il testimone va ai giovani». E cita come modello Nichi Vendola
Monica Guerzoni

VENEZIA - Commosso, con il pugno alzato e la platea che canta, in piedi, l’Internazionale , il Bertinotti «rivoluzionario di governo» passa il testimone alle giovani leve di Rifondazione, primo tra tutti quel Nichi Vendola che è «uomo della sinistra radicale, originale e promettente e rappresenta l’intera coalizione». È l’ultimo congresso, l’ultimo in cui il comandante Fausto parla dal palco per due ore e cinque minuti scandendo senza incepparsi mai le tappe della svolta per Palazzo Chigi, dalla non violenza all’abbraccio critico con i riformisti di Romano Prodi, mentre una bufera di neve avvolge il Lido di Venezia in un’atmosfera da San Pietroburgo. «Questa è la mia ultima relazione, ora qui siam giunti. Il testimone passa in buone mani. Buona corsa, compagni e compagne». Applausi, pugni alzati, i delegati scandiscono «Fausto, Fausto» e il segretario nasconde il viso tra le mani.
Comincia in ritardo, il sesto congresso. Delegazioni straniere bloccate dalla tormenta e l’aereo di Pier Ferdinando Casini che accompagna alla base di Aviano l’onorevole Alfonso Gianni e riporta indietro il presidente della Camera. Romano Prodi in anticipo e Francesco Rutelli che si ferma pochi minuti, il tempo di stoppare la candidatura a sindaco del giudice Felice Casson. Come dice il senatore Giovanni Russo Spena (e come diceva Lenin), un buon segretario la relazione la scrive da solo e Bertinotti ha limato tutta notte 44 pagine fitte, racchiuse in una cartellina di plastica giallina.
Marx, Gramsci, Benjamin, Schmitt, Luigi Pintor ma anche don Franzoni, la Caritas e padre Balducci. La pace, «rivoluzione del nostro tempo», è il filo rosso, la guerra e il terrorismo sono i nemici dichiarati, gli eserciti occupanti devono ritirare le truppe dall’Iraq. E poi il sogno del «movimento dei movimenti», la teoria della non violenza, il grazie con gli occhi lucidi a Pietro Ingrao, nome simbolo del Pci che ha chiesto la tessera di Rifondazione. L’attacco a Silvio Berlusconi, il cui «ciclo breve» pare a Bertinotti «un tempo interminabile» e la sfida a Rutelli e a Piero Fassino.
«I riformisti hanno sovente la propensione ad annettersi ciò che chiamano il timone dell’Unione, cioè l’alternativa alla "logica follia" di Berlusconi. Ne capisco la ragione, ma non sono d’accordo. Dove deve stare il timone, lo decida il popolo dell’Unione». E cosa vuole il popolo dell’Unione? Vuole cacciare Berlusconi ed è questo il motivo primo di quel «passaggio in funzione di un progetto riformatore» che è l’accordo con Prodi. «Chi non fosse in grado di contribuire a realizzare questo obiettivo - dice il segretario a quel 40 per cento di delegati che non la pensa come lui - verrebbe cancellato dalla scena della politica e dal rapporto di massa».
Avanti verso palazzo Chigi, dunque, perché il Prc è partito di lotta e di governo, perché non c’è riformismo senza antagonismo, perché la globalizzazione, il dramma dei giovani precari, il capitalismo italiano «allo sbando» vanno sconfitti dall’interno. Perché è ora di «cambiare il sistema». E se la parola patrimoniale fa inorridire qualcuno, Bertinotti promette che non la userà, ma il prelievo sulle rendite quello non si discute e il sogno di abolire la proprietà privata, che è «come dirsi comunisti», nemmeno. Prodi non gradirà, ma pazienza, «Prodi non è mica comunista».
La giornata in qualche modo è storica, e non solo per il paesaggio da steppa siberiana o per la stretta di mano con Armando Cossutta. Al prossimo congresso, sul palco ci sarà un giovane segretario, scelto tra le file della prima generazione «autoctona» di Rifondazione. «Una generazione ribelle, disobbediente e comunista. E comunista perché disobbediente e ribelle».

Corriere della Sera 4.3.05
IL PERSONAGGIO
La gioia al telefono da Roma: la mia lettera? A Fausto sarà piaciuto il passaggio sulla non violenza. Non l’ho pensata sempre così
Applausi e lacrime per il sì di Ingrao
«Per una volta vinco un congresso»

Il decano del Pci: la lotta non è mai finita, torno a impicciarmi di politica

Aldo Cazzullo

VENEZIA - La voce di Pietro Ingrao, al telefono dalla sua casa di Roma, è incredula: «Davvero hanno aperto il congresso di Rifondazione con la mia lettera?». Davvero. «E chi l'ha letta?». Bertinotti, di persona. Alla fine piangeva. «È caro, Fausto. Gli sarà piaciuto il passaggio in cui mi riconosco nel suo elogio della non violenza. Non l'ho pensata sempre così, in passato. E gli altri come hanno reagito?». Tutti in piedi ad applaudire. «Solo applausi, neanche un fischio?». Neanche uno. Girava una battuta: è la prima volta che Ingrao vince... «un congresso? Ah ah ah! È una battuta valida. Se è andata così, è davvero la prima volta che vinco un congresso...»
L'ex presidente della Camera, il decano - 90 anni il 30 marzo - del Pci, non ha perso l'autoironia. La sua voce è felice ma incredula. «È sicuro che si siano alzati tutti?». Quasi tutti. Ventinove file. La prima fila no, è rimasta seduta. «E chi c'era in prima fila?». Prodi, Parisi, Rutelli, Fassino. «È legittimo. Anzi, è giusto che siano rimasti seduti. La pensiamo diversamente. Mi iscrivo a Rifondazione, mica ai Ds. Con Fassino e con gli altri ci conosciamo, ci rispettiamo, ma tra noi ci sono molte ragioni di dissenso. Sull'America, per esempio». La lettera con cui lei chiede la tessera di Rifondazione ha passaggi aspri sul «nuovo imperialismo americano». Lei scrive che l'impero agiva «su una legittimazione a volte bassamente, cinicamente fraudolenta, ma che dava poteri con cui dirigere e controllare addirittura nazioni e continenti». E che ora l'impero è andato oltre, sino alla guerra «esaltata nella sua capacità salutare e preventiva». Parole dure. «Dure perché la guerra preventiva è una novità inquietante. Che mi ha spinto a riprendere l'antica lotta, a scegliere un vincolo così forte come l'appartenenza a un partito, che ha segnato tanta parte della mia vita». Anche Prodi era contro la guerra preventiva, ma ora ha colto un'evoluzione in Bush. Welcome Mr President, ha scritto. «Ho visto la lettera al Corriere . Stimo Prodi, però sono molto distante da questa sua apertura. Ma mi dica, chi c'era ancora al congresso?». Cossutta. Ma appena Bertinotti ha iniziato la relazione se n'è andato. «Cossutta non è stato mai dalla mia parte». E poi Intini e Villetti, i socialisti. Dicono che la loro storia è diversa dalla sua, però la stimano anche perché, raccontano, lei non è mai stato un comunista ortodosso, piuttosto un eretico. «Diciamo un turbolento. Lo sono sempre stato, si figuri ora che sono un vecchiaccio...».
Il più celebre tra i tanti congressi comunisti persi da Ingrao fu l'undicesimo. Roma, 1966. «Lo ricordo come lo scontro più duro. È un ricordo amaro, perché venni sconfitto pesantemente, e anche maltrattato. Eppure ritengo tuttora di aver avuto qualche ragione. Ponevo la questione della dialettica interna al partito, del diritto al dubbio, della facoltà di dissenso. E avevo una visione del futuro del capitalismo diversa da quella di Amendola. Giorgio parlava di capitalismo straccione. Io di neocapitalismo, che mi pareva pericoloso. Come poi si è visto, su entrambi i punti avevo davvero qualche ragione. Per evitare troppi guai feci leggere prima la relazione al segretario, Luigi Longo, che non fece obiezioni. Dopo però fui maltrattato, anche da compagni con cui c'era molta stima. Alicata chiese di esonerarmi dalla direzione. Pure Pajetta, Laconi, Amendola mi attaccarono. Molti che condividevano le mie idee dovettero lasciare. Luigi Pintor fu mandato in Sardegna, la sua terra natia. Oggi invece... sul serio la mia lettera è piaciuta?». Sul serio: applausi e lacrime. In particolare al passaggio sul "groppo in gola" con cui ha visto «piazze ricolme di una generazione a volte giovanissima balzare in testa ai cortei...». Ma perché è così incredulo, presidente? «Vede, è esistita una frazione nel Pci, gli ingraiani. Parevano sempre tanti; ma non lo erano. Ci voleva coraggio, a criticare il centralismo democratico. Il nostro era un partito duro. Ma io non mi sono mai doluto di essere trattato con durezza».
Poi vennero i congressi di fine stagione. «Quando Occhetto alla Bolognina parlò per la prima volta di cambiare nome al Pci io ero in Spagna. Ai funerali di Dolores Ibarruri. La Pasionaria. Il segretario mi telefonò e io gli espressi fin da subito il mio dissenso. Lui mi chiese di attendere prima di renderlo pubblico. Ho seguito entrambi i congressi che fecero nascere il Pds, mi sono opposto strenuamente, ma sono stato sconfitto ancora. Così un giorno presi la parola, alle Frattocchie, per dire che uscivo. È una storia pesante, la mia, la nostra». Ora la lotta ricomincia. Un'altra tessera con la falce e il martello, una nuova militanza. «La lotta non è mai finita. È la storia, che ricomincia. Torno a impicciarmi di politica».
«Mi sono rivolto a Ciampi due volte, per far valere l'articolo 11 della Costituzione. Prima da solo, poi con un appello pubblicato da Liberazione, che ha voluto mettere la mia firma in testa a quella di trenta intellettuali e giuristi. L'Italia può combattere solo guerre di difesa, e quella in Iraq non lo è. Però non ho avuto risposte. Forse è giusto: io sono quidam de populo. Cosa vuole che conti».
Precisa però Ingrao che non è stata solo la guerra preventiva di Bush a scuoterlo, ma anche la necessità di formulare una risposta che non si prestasse a equivoci. Nella sua lettera scrive di una «guerra tragicamente contrastata da un disperato e sanguinoso terrorismo». Terrorismo, non Resistenza: «Dobbiamo allargare la lotta per la liberazione degli oppressi e al tempo stesso difendere la pace nel mondo anche dalla risposta terroristica». Per questo Ingrao continua a chiedere se davvero tutti i compagni erano d'accordo: «Perché la frammentazione non mi piace. Siamo in una fase delicatissima, di rischi e di debolezze, non solo in Italia. Occorre una politica unitaria». E per questo, in fondo, è contento che ad ascoltare le sue parole scritte da lontano ci fossero tutti i leader del centrosinistra, sia pure seduti. «Non è il momento di agitare ognuno la propria bandiera. Manteniamo le differenze, ma troviamo anche punti di vista comuni. Ad esempio la non violenza». È così che si vincono i congressi.

aprileonline.info
Pietro Ingrao: ''Voglio lottare con voi''
Congresso Prc. L'adesione dello storico leader della sinistra del Pci, il messaggio di Ciampi
(...)

Ingrao aderisce al Prc. All'inizio del congresso di Rifondazione è subito colpo di scena. Bertinotti dal palco annuncia "un dono". Quello di Pietro Ingrao che si iscrive al partito. Sì, proprio quel Pietro Ingrao, leader storico della sinistra del Pci, che si oppose alla svolta ma poi rimase nel Pds (come lo stesso Bertinotti del resto), per uscirne qualche anno dopo, sconsolato, prendendo atto che in quel partito "non c'era più nulla di sinistra". "Vi chiedo di accogliermi nella vostra organizzazione, per partecipare alla vostra lotta", dice Ingrao nella sua lettera. "Tante volte, in questi decenni aspri in cui abbiamo dolorosamente visto tornare la guerra, ci siamo incontrati nelle piazze - scrive ancora Ingrao - per tutelare e rivendicare diritti del mondo proletario, o per invocare la pace violata dal nuovo imperialismo americano. Quante volte ho vissuto questa fratellanza che scavalca questioni di nomi e vincoli di tessere".
L'anziano leader comunista ripercorre gli avvenimenti degli ultimi anni che hanno fatto tornare in lui "in modo nuovo e urgente l'interrogativo sulla politica e sulle leggi", fino a che "risorgeva per me la domanda assillante e insoddisfatta circa un agire politico il quale incidesse su quel potere di Stati e di Imperi che ora aveva nelle sue mani strumenti tanto terribili e nuovi circa la vita e la morte".
"E così, come il vostro segretario - chiude Ingrao - ho incontrato nella mia riflessione la sete e la speranza della nonviolenza. E tutto il discorso e l'impegno sulla politica hanno preso un volto di dimensioni nuove e ineludibili. Capite - conclude Ingrao -, perché sono ora qui a chiedere la tessera del vostro partito e torno a scegliere un vincolo così forte, che per lungo tempo già prese tanta parte della mia vita".
(...)
Ciampi: "Bravi, difendete l'art.11"
Infine l’arrivo poi del messaggio da parte del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che ringraziando per il pensiero a lui rivolto agli inizi dei lavori, ha voluto ricordare l’importante partecipazione del Prc al processo democratico nazionale, a partire dalla "difesa della Costituzione e dell'art.11" (passaggio particolarmente significativo, visto che proprio dal Prc era partita nei mesi scorsi una petizione a Ciampi sul rispetto di quell'articolo) può considerarsi quasi un bollino di qualità. I comunisti, al contrario di quel che dice Berlusconi, servono alla democrazia.
(...)

La Stampa 4.3.05
CENE, SALOTTI, PIACEVOLI VILLEGGIATURE: LA PRESENZA DEL LEADER PRC È APPREZZATISSIMA, A DESTRA COME A SINISTRA
Fausto visto da vicino: il politico che piace a tutti
Lui stesso teorizza: «Uno può avere anche idee politiche repellenti. Ma
potrebbe essere gradevolissimo per prendere un caffè o giocare a bocce»

ROMA. Poiché il congresso di Rifondazione comunista si apre oggi, 3 marzo 2005 alle 16, ed è il sesto, Fausto Bertinotti è un po’ più tranquillo. Non c’è neanche un “8”: nella data, negli orari, niente. Lui ha il terrore del numero otto. «Non ha superstizioni, è un uomo razionale», dice l’amica Rina Gagliardi. Ma non è vero: «Il giorno otto è morto suo padre», conferma la moglie Lella. «Adesso abitiamo all’interno otto, ma ho dovuto impormi. Sta superando un po’ questa fobia». E anche il congresso gli fa meno paura, sebbene conservi un’ansia da prestazione per lui classica. «Non c’è congresso che abbia affrontato serenamente», dicono quelli che gli stanno accanto. «E’ emozionatissimo, e si è dimenticato del congresso del ‘99, drammatico perché successivo alla caduta del governo Prodi», aggiungono.
Non c’è possibilità che Bertinotti perda: ha con sé il sessanta per cento dei delegati, ma averne contro il quaranta è lancinante per un uomo abituato a piacere a tutti. «La gente mi chiama e mi chiede: quando avete un buco? Dammi una data», dice Lella dispiaciuta di non poter accontentare tutti. Non è soltanto una questione di cene. Sì, le cene, i salotti, tutto vero. Bertinotti adora il convivio, se non proprio con chiunque con molti, e teorizza: «Una persona può avere anche idee politiche repellenti. Ma in un angolo magari conserva qualcosa di interessante. Potrebbe essere gradevolissima per prendere un caffè o giocare a bocce». E infatti ci si ricorda di una serata nel gennaio 2003, al compleanno dell’amico attore Leo Gullotta, quando arrivò l’ambasciatore americano Thomas Foglietta che si illuminò, allargò le braccia e dentro vi accolse Bertinotti per un caldo abbraccio. Qualche disinformato si stupì.
Tutta gente trasecolante se salta fuori che Bertinotti è stato “Al Matriciano” con Gigi Sabani - e Gigi gli faceva le imitazioni - o alla tal festa con Ricky Tognazzi, Carlo Verdone e Ramona Badescu. Se salta fuori che il segretario abbandona la lotta per cedere al soufflé al cioccolato della Taverna Ripetta, che peraltro sembra abbia piegato caratteri all’apparenza più rigidi, come quelli di Ornella Muti e Ivano Fossati. Bertinotti detesta questi trasecolanti. «Lui si confronta, non si contamina», dice Lella, senza specificare in quale caso rischi la contaminazione edonista e capitalistica. Non certo durante le serate a casa di Vittorio Cecchi Gori e Valeria Marini, carissimi amici. «Qualche sera fa, prima che vincesse l’Oscar, ci siamo visti tutti insieme “Million dollar baby”. Quanto ci è piaciuto», ragguaglia Valeria. La quale approfitta dell’occasione per rettificare una notizia circolata la scorsa estate: «Io e Fausto non giochiamo a tennis insieme. E’ capitato al ping pong».
Ma, ecco, non è soltanto una questione di cene o di villeggiature a Capri con Ricky e Guia Sospisio («E’ un grande conversatore, sa tutto di arte, di teatro, di cinema», dice Guia) o di ricevimenti con Marta Marzotto («Mette tutti a loro agio, si fa dare del tu dai camerieri», rivela la contessa). La questione, spiega Lella, è che suo marito è sempre in tv. Così lei fa altro, coi soliti giri, ma lui spesso non c’è e non è a disposizione per la quantità di pretendenti. L’impressione, tra l’altro, è che in questi giorni di approccio al congresso Bertinotti abbia faticato a contenere l’apprensione anche per la mancanza degli svaghi.
Dicono sia diventato di centro, prodiano, filoamericano, ormai distante dai movimenti no global sposati sin dal G8 di Genova. E lo dicono dentro Rifondazione, così lui è obbligato ad andare da Giuliano Ferrara, a Otto e mezzo (si sottolinea mezzo), a sostenere che la democrazia in Iraq un po’ l’hanno esportata pure i no global. Ma su di lui pesano i pettegolezzi, come quello secondo cui abbandonò un World Social Forum di Porto Alegre per prendere il sole a Ipanema, e senza nemmeno l’accortezza di lasciare in albergo la polo col coccodrillo, logo dei loghi. E ci mette niente a ironizzare uno come Luca Casarini: «Lui andrà al governo, Vittorio Agnoletto ha trovato un bel posto al Parlamento europeo e io sono sotto processo a Cosenza per cospirazione». Adesso, poi, gli avversari interni ridacchiano anche per questa cosa della «ricerca» di cui Bertinotti ha parlato al settimanale Panorama.
«Sono trent’anni che Fausto è alla ricerca, da che lo conosco. Magari andrà avanti fino alla fine, senza approdare a nulla. Capita, no?», dice Lella. Non c’è proprio niente da scherzare, lascia intendere. Insomma, non s’è ammorbidito, non è che avendo sessantacinque anni e sentendo arrivare la vecchiaia stia cercando la scorciatoia consolatoria della religione. Non c’è nessuno, fra i familiari e famigli, che possa dubitarne. Ha sempre letto l’Osservatore romano, ha sempre frequentato i gerarchi della Chiesa e i preti del dissenso, ha sempre letto San Paolo. «L’ho visto commuoversi alle cerimonie religiose», dice Raul Mantovani, quello che una sera del novembre 1998 interruppe una cena di Bertinotti con Mario D’Urso per dirgli: «Ti porto in Italia Ocalan». E Bertinotti rispose come avrebbe risposto chiunque: «Oca... chi?».
A questo congresso già vinto, Bertinotti deve convincere tutti che non basta contribuire alla sconfitta di Berlusconi, ma bisogna contribuire alla vittoria del centrosinistra, e poi della sinistra nel centrosinistra. Senza che l’opposizione interna - benedetta per imprescindibili ragioni di immagine e democrazia - scada nel velleitarismo del «sempre dalla parte del torto», o nella demagogia alla Antonio Pennacchi, scrittore, che di Bertinotti disse: «Il capo del proletariato è uno con l’erre moscia. Ma vaff... O no?». Se dovesse riuscirci, si commuoverà. I suoi ne sono certi, perché è un uomo sensibile, dicono. Rina Gagliardi ricorda del giorno in cui, a un congresso della sinistra europea, incontrò il vecchio maestro Pietro Ingrao: «Si sono stretti, hanno pianto venti minuti, han fatto il laghetto».
Trascorso il fine settimana, il segretario potrà tornare alle sue numerose occupazioni e ai pisolini di sette-nove minuti in taxi fra un appuntamento e l’altro. Potrà tornare, nelle notti speciali, a cantare in qualche casa privata con il caro Antonello Venditti. Ributtarsi davanti alle telecamere, nonostante gli alleati comincino a sospettare che tutti lo invitino nel ruolo dell’avversario che rafforza gli elettori di destra nei loro convincimenti (e chi lo pensa è stalinista, dice Bertinotti). Potrà tornare a parlare col figlio Duccio di Aristotele, a far giocare i nipotini («nel ruolo di nonno è perfetto, perché ai nonni non competono compiti educativi», dice la moglie Lella con l’ironia che la rende simpatica a tutti), a concludere la biografia di Ho Chi Minh lasciata a metà. A sfoggiare una lattina di chinotto e abbasso la coca cola. A provare finalmente un’avventura di governo, visto che soltanto Berlusconi più di lui è stato uomo simbolo della Seconda Repubblica. E poi, più avanti, progetterà il giro del mondo. «E’ il mio sogno. Un mese, un mese e mezzo per i continenti, senza che Fausto debba rientrare per qualche emergenza...», dice Lella. Un progetto ancora lontanto. «Mah, non è detto». Già, ci sono di mezzo il congresso, la campagna elettorale. E soprattutto Berlusconi.

Corriere della Sera 4.3.05
DIETRO LE QUINTE
Primarie a rischio, ma Fausto le vuole per «superare» il Prc

Maria Teresa Meli

VENEZIA - Fausto Bertinotti non pronuncia la parola innominabile, quella che fa venire l’orticaria a Piero Fassino, sprofondato su una poltrona in prima fila. Non dice «primarie», ma dal palco del congresso fa capire ugualmente qual è il suo obiettivo: «Io penso - afferma - che la stessa guida di Prodi sarebbe esaltata da una crescita della partecipazione e della democrazia. E’ la lezione della Puglia».
Insomma, Bertinotti non rinuncia alla «competizione con la sinistra riformista» (leggasi Ds). E questa sua presa di posizione è tanto più importante in quanto cade in un frangente particolare. In un momento in cui, nel centrosinistra, si rincorrono le voci sulla possibilità che Romano Prodi rinunci alle primarie, dopo le Regionali. Pare che il Professore stia valutando l’opportunità di lasciar perdere, mentre Arturo Parisi lo spinge ad andare avanti. Ma le primarie, per Bertinotti, sono un passaggio importante. Lo schema del segretario di Rifondazione è quello del tandem Schröder-Fischer, dove ovviamente lui vestirebbe i panni del leader verde, mentre quelli del cancelliere tedesco spetterebbero a Prodi. Per questa ragione le primarie a due (gli altri candidati possibili, infatti, da Alfonso Pecoraro Scanio a Oliviero Diliberto, sono troppo deboli) rappresentano una tappa fondamentale nella strategia bertinottiana.
Ma Prodi ha in mente un altro schema, quello che, scherzosamente, qualcuno nella Margherita ha battezzato "Biancaneve e i sette nani". Ossia, un leader forte (cioè Prodi medesimo) e partiti deboli. Solo dopo le Regionali si saprà se il candidato premier dell’Unione darà il via alla danza delle primarie o se, piuttosto, come scommettono in molti nei Ds, lascerà perdere. Anche perchè si è visto proprio a Venezia che gli stessi prodiani sono allergici alle primarie in alcuni casi. Il sindaco Paolo Costa, fedelissimo del candidato premier dell’Unione, ha fatto di tutto per impedire che il verde Gianfranco Bettin tentasse la strada delle primarie quando aspirava alla poltrona di primo cittadino del capoluogo veneto.
Senza questo tipo di consultazione verrà a mancare un tassello nel puzzle di Bertinotti. Ma anche in questo caso il leader di Rifondazione andrebbe avanti sullo schema Schröder-Fischer. «Questa è la mia ultima relazione da segretario di Rifondazione», ha detto. E chi ha pensato in un suo disimpegno dalla politica si è sbagliato di grosso. Forse questo è anche l’ultimo congresso di Rifondazione, perchè Bertinotti punta a costruire un «soggetto largo della sinistra radicale»: con il traino delle primarie l’operazione sarebbe più agevole, perchè il mondo che il segretario del Prc vuole aggregare (movimenti, volontariato, Arci, sinistra ds) ovviamente voterebbe per lui. Dunque, ecco perchè le primarie. Ma per portare avanti questo suo progetto e diventare il leader di uno schieramento più grande, Bertinotti non può ricoprire il ruolo di segretario del Prc, un ruolo che ormai gli sta stretto. Naturalmente una parte di Rifondazione fa fatica a seguire il segretario lungo questa strada. Giorgio Cremaschi che saluta con il pugno chiuso, chiedendo se è ancora «permesso» e Marco Ferrando che gli risponde che «no, non è più permesso» con una venatura più che polemica nei confronti del segretario, sono un esempio della difficoltà di un pezzo del Prc ad assecondare l’operazione bertinottiana. Ma il leader lo sa bene e per questo ha allevato una nuova classe dirigente. «Abbiamo avuto in questi ultimi anni - ha spiegato infatti il segretario - il dono della venuta alla luce, anche in ruoli di direzione del partito, di una nuova generazione di militanti, la prima generazione autoctona e perciò apertissima al mondo».

giovedì 3 marzo 2005

Citato al Lunedì
MASSIMO FAGIOLI
SULL'OMOSESSUALITÀ
un anno fa

Il Venerdì di Repubblica 20.2.2004
CASI DIVERSI
I DESTINI INCROCIATI DI DUE RIVENDITE

A Napoli i libri gay sono nei guai, a Roma spopola Freud omosex
di a.co.

[l'articolo è corredato da una foto di Massimo Fagioli, una di Freud, una della copertina di "La Sindrome di Eloisa" (Nutrimenti, pp.160, euro 14), e da un paio d'altre. Ndr]

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«Si sa, per le piccole librerie non è un periodo d'oro. Se poi la libreria, oltre a essere piccola è anche gay, anzi «l'unica libreria a tematica gay e lesbica del Meridione» i guai crescono. Così la Mercurio di Napoli ha rischiato di chiudere, il 15 gennaio scorso. Il libraio Michele Esposito, che l'ha aperta nel 2001, non riusciva più a tirare avanti. Pochi giorni prima del 15 perù, un cliente ha diffuso un appello su Internet da cui è nata una sottoscrizione: la libreria è salva, almeno per due mesi. A Roma intanto, una libreria che gay non è punta molto, in vetrina, su un testo, La sindrome di Eloisa di Gianna Serra, in cui ci si diffonde sugli scambi epistolari «passionali e conturbanti» di Freud con Wilhelm Fliess e Romain Rolland. Perché tanto interesse? Forse perché la libreria, Amore e Psiche, è nell'orbita dello psichiatra Massimo Fagioli, che non ha ancora deciso se prendersela di più con Freud, già definito «vecchio sadico imbecille» o con l'omosessualità, bollata come «annullamento» e considerata «legata alla pulsione di morte». Pensate che soddisfazione avere le prove che Freud era gay...»


INTERVISTA A MASSIMO FAGIOLI
di Paolo Izzo
Agezia Radicale 22.2.04


Massimo Fagioli: Omosessualità. Tra libertà sociale e ricerca psichiatrica
intervista di Paolo Izzo
Agenzia Radicale News del 22-02-2004


Secondo il Venerdì di Repubblica (20/02/04), lo psichiatra Massimo Fagioli – cito testualmente – «non ha ancora deciso se prendersela di più con Freud, già definito “vecchio sadico imbecille” o con l’omosessualità, bollata come “annullamento” e considerata “legata alla pulsione di morte”». Il pretesto per la provocazione è un libro di Gianna Sarra, intitolato “La sindrome di Eloisa” (Nutrimenti, pp. 160), sugli amori epistolari di scrittrici e scrittori. Il saggio della Sarra in effetti rivela che Sigmund Freud era omosessuale, pubblicando le sue lettere erotiche all’amico e collega Wilhelm Fliess e allo scrittore Romain Rolland.
Abbiamo intervistato Massimo Fagioli, per chiarire il suo punto di vista sull’intera vicenda.

Allora professor Fagioli, ha letto il Venerdì?

«Comincerei con una affermazione da Costituzione francese: nella società non esistono né eterosessuali né omosessuali. Ai limiti, non esistono né donne né uomini. Nella società esistono cittadini. E il cittadino è quello che rispetta le leggi ed ha possibilità razionali di comportamento. Se queste vengono a mancare, il cittadino cade nella criminalità o nella malattia. E allora in quel momento egli è sospeso: perché ovviamente se sta male, si è rotto le gambe, non può fare l’atleta, non può nemmeno andare al lavoro e quindi va curato. Quando riprende il funzionamento del corpo o anche della mente, nella misura in cui è caduto nella malattia mentale, ritorna in società.»

Nell’articolo si diceva che lei ce l’avrebbe con gli omosessuali…

«Un momento. Quello che ho appena detto riguarda l’omosessualità come libertà sociale. D’altronde, da psichiatra devo studiare l’omosessualità… Non aggredisco gli omosessuali, perché ai limiti io non so se le persone che incontro per strada o che stanno in ufficio e che incontro per ragioni di lavoro sono omosessuali o non omosessuali. Non solo non lo so, ma non me ne importa assolutamente niente. Quello è un fatto privato!»

Qualcosa che avviene al di fuori dello studio medico…

«È nella società. E io non mi permetterei mai di dire che qualcuno è omosessuale o no: quello è un libero cittadino, nella misura in cui passa col verde, nella misura in cui è gentile, nella misura in cui rispetta le regole sociali, nessuno ha il diritto di dire ‘quello è un omosessuale’, sarebbe una cafonata e un’aggressione… C’è la querela per violazione della privacy. Uno è liberissimo di fare quello che gli pare! E se questa faccenda va a finire nello studio psichiatrico, ugualmente è un fatto privato. Come dimostra la storia di quella donna che è stata liberissima di non andare dal medico e morire per cancrena alla gamba. E nessuno può intervenire…»

Tranne che nella ricerca scientifica…

«Se a livello culturale uno vuole discutere, fare ricerca scientifica, allora è un altro discorso: allora si fa un convegno e si studia che cos’è l’omosessualità, perché l’omosessualità, come viene l’omosessualità… Il discorso diventa lunghissimo perché non è soltanto una questione psicopatologica personale, privata, ma è una storia culturale generale. Di cui ci siamo ampiamente occupati, cioè ancora molto poco, perché dovremmo occuparcene molto di più… Parte dalle religioni, parte dalla Ragione, dal logos occidentale…»

Che è uno dei tanti argomenti dei suoi Incontri di ricerca psichiatrica all’Aula magna della Sapienza…

«Sì, preparando il prossimo incontro del 28 febbraio, con Francesca Fagioli si rileggeva un passo della Repubblica di Platone, in cui dice esplicitamente che le donne non esistono, che le donne non sono esseri umani! Quindi la Ragione, il logos occidentale sono basati sull’omosessualità! Da 2500 anni. Poi tutti dicono che sono razionali, tutti dicono che l’identità umana è Ragione ma nessuno dice che questo significa che l’identità umana è omosessuale…»

Un’omosessualità latente, dunque.

«Ecco. C’è questa grande distinzione per cui quella minoranza di omosessuali espliciti, dichiarati, che hanno deciso, rappresenta il problema meno importante. Se invece io scopro che non è affatto vero che esiste una pulsione omosessuale originaria come diceva Freud; se scopro, come ho scoperto, la pulsione di annullamento, la negazione, la bramosia, il desiderio… posso dire che non è affatto come diceva Freud. E soprattutto posso affermare che il desiderio riguarda soltanto il rapporto eterosessuale! Dall’altra parte non c’è desiderio, non esiste, è una negazione… Per il resto se io preferisco passare le vacanze con una bella donna invece che con un uomo, me la lasci questa libertà? E quindi se lui vuole passarle con un uomo, con Romain Rolland o con Fliess, ci vada. Ma poi non può affermare che c’è una pulsione omosessuale originaria in tutti gli esseri umani!»

Sin dal ’71, con “Istinto di morte e conoscenza”, lei si batte contro queste teorie…

«Sin dal ’71 e anche prima. Lì c’è un altro problema più grosso, con la psichiatria o meglio ancora non con la psichiatria, perché la psichiatria qui non c’entra, ma con questa cosiddetta truffa storica della psicanalisi. Perché l’hanno tenuto nascosto per cento anni che Freud era un omosessuale? Questo Foucault lo diceva esplicitamente, ai limiti l’ha confessato anche Thomas Mann. L’ha confessato Armani… Perché la società di psicanalisi ha organizzato tutta una truffa storica per tenerlo nascosto? Per cui uno non poteva scegliere e diceva ‘vado a fare lo psicanalista’. Perché? ‘Perché lì sono eterosessuali, no?’. Invece non era vero… Perché non dire: no, la società di psicanalisi è una società omosessuale, se uno ci vuole andare ci va. Come c’è stato quel famoso articolo di Ammaniti, mi pare il 20 agosto 2000 o ’99, in cui affermava che i migliori analisti erano gli omosessuali. Perché? Allora, ditelo. Così ogni cittadino è libero di scegliere e, soprattutto, ogni studente, ogni ragazzo che non ha idee chiare in proposito… E voi lo imbrogliate in questa maniera? Ecco il punto.»

E magari dicono: siamo tutti omosessuali. Invece con la sua teoria dell’immagine interna…

«Quello è un altro discorso ancora. Troppo complicato. Come si fa a dire tutto? Si devono fare dei capitoli… Perché? Perché appunto il discorso dell’immagine interiore è fondamentale. Non ce l’hanno. Hanno soltanto la figura esterna, per cui magari diventano grandi stilisti, ma il rapporto con l’interno delle donne, quello non esiste…
Insomma, massimo rispetto per tutti. Ai limiti, nella misura in cui gli omosessuali rivendicano i diritti civili, io vado con loro a fare la manifestazione. Se però vengono nel mio studio privato, dicendo: io sto male… Rispondo: amico mio, tu questa omosessualità la devi affrontare, perché l’omosessualità non fa star bene. Perché non è un’identità. Chiaro?»

Chiarissimo.
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Citato al Lunedì
il Logos occidentale:
non tanto omosessualità, quanto propriamente pederastia

una segnalazione di Paolo Izzo
l'articolo delk 17.4.2005, su Repubblica
INTERVISTA A GIOVANNI REALE CHE DOMANI A ROMA PARLA DEL "SIMPOSIO"

L'ENIGMA DELL'AMORE SECONDO PLATONE
si ama e si desidera ciò che ci manca
eros e sapienza vanno congiunte
GIANCARLO BOSETTI

Al teatro Palladium dell'Università di Roma Tre, in collaborazione con la rivista Reset, inizia domani alle 19 il ciclo «Momenti d'oro della storia del pensiero», con Giovanni Reale che parla del Simposio di Platone (...). La conversazione che segue introduce alcuni temi del dibattito.
Diceva Werner Jaeger, il grande grecista tedesco, che nessuna parola umana e nessuna analisi critica possono rendere giustizia alla suprema perfezione artistica del Simposio. Ma questo non ha mai spaventato Giovanni Reale che su quelle pagine di Platone è tornato tante volte nella sua vita, traducendole, commentandole, portandole in teatro, disseminando per ogni genere di collezione, tascabile o accademica, i suoi saggi e le sue annotazioni alle parole del filosofo L'amore è un enigma per tutti i mortali, ma nel Simposio, bestseller più che bimillenario (fu scritto in un anno imprecisato intorno al 370 a.C.), l'enigma diventa un labirinto giocoso di enigmi, popolato di maschere, di messaggi cifrati, di allusioni, di scambi di ruolo, di teorie false presentate per vere e di vere camuffate da false. Con l'aiuto di Reale vediamo di sciogliere una manciata di enigmi e di togliere la maschera a qualcuno dei personaggi. Chi voglia fare una visita completa dovrà andarlo a sentire in teatro oppure leggere il suo
Eros dèmone mediatore (Rizzoli), dove ognuno dei personaggi del banchetto viene smascherato nella sua funzione scenica, poetica e filosofica.
Togliamo una prima maschera, Reale, quella di Pausania, il politico che distingue tra Afrodite celeste e Afrodite terrestre, amore nobile e amore volgare, amore per gli uomini e per le donne.
«È il retore sofista alla moda, colui che spiega le regole della Atene-bene per l'amore
comme il faut, formula per esteso il bon ton del corteggiamento, teorizza l'amore pederastico, che è alla base della cultura ateniese dell'epoca, quasi come una legge dello scambio: i favori della bellezza contro la sapienza e la virtù; il giovane conceda i suoi favori per diventare migliore. Ma gli risponderà alla fine del dialogo la scena d'amore (non consumato) tra Socrate e Alcibiade. Il secondo, bellissimo, voleva. Il primo, sapiente e bruttissimo, no, si nega, e spiega: "Caro Alcibiade, se credevi di scambiare la bellezza straordinaria che vedi in me con la tua avvenenza fisica, tu pensavi di trarre vantaggio ai miei danni. In cambio dell'apparenza del bello, tu cerchi di guadagnarti la verità del bello, e veramente pensi di scambiare armi d'oro con armi di bronzo"».
Le tesi di Pausania sono dunque ben presentate ma non accolte da Platone.
«Per Platone Eros e sapienza vanno congiunte ma in un modo differente. Pausania vuol mediare cose non mediabili in quel modo, perché l'Eros sessuale è solo il primo gradino della scala d'amore; l'Eros filosofico va molto più in alto fino a congiungersi con il Bello assoluto».
E sciogliamo adesso un enigma. Perché Socrate arriva in ritardo al banchetto al punto che devono cominciare senza di lui?
«Socrate si ferma fuori della casa di Agatone perché riceve una ispirazione divina; arriverà a metà della cena, così come il suo discorso arriverà a metà delle pagine del Simposio. E l'ispirazione era indispensabile - andava rimarcata con il ritardo - perché in questo modo non è lui a confutare direttamente gli altri, distruggendone le idee. Potrà fingere di essere stato confutato lui stesso dalle idee che ha ricevuto attraverso l'ispirazione. Un contrasto così forte sarebbe stato dissacratore della sacralità del simposio, avrebbe introdotto una dialettica distruttiva, mentre il simposio deve essere una sinfonia».
Questo è più Platone che Socrate.
«È infatti un Socrate ricreato; quello vero invece si faceva anche picchiare, per come era a volte urtante, ma Platone vuole che il simposio sia armonioso e che le sue idee passino attraverso mezzi poetici e delicati. E dunque impone a Socrate una doppia maschera».
Perché doppia? Che cosa deve rappresentare Socrate?
«Socrate finge di fare sue le posizioni di Agatone, il poeta tragico, padrone di casa, reduce da una grande trionfo teatrale che il simposio ha appunto lo scopo di festeggiare. Il discorso di Agatone è purissima musica di parole, Eros è il più bello, il più felice, il più buono degli dèi, e reca una infinità di doni agli uomini, è una guida bellissima e bravissima che tutti devono seguire. Quando poi prenderà la parola Socrate, raccontando il suo incontro con la sacerdotessa Diotima di Mantinea, il gioco teatrale delle maschere farà sì che questa gli parli come se lui fosse Agatone. Ma lui a sua volta si rivolge ad Agatone come se fosse Diotima, mettendosi dunque questa seconda maschera. Per far passare, e trionfare, il suo celebre discorso (quello di Diotima) finge di essere stato confutato, si finge ambasciatore delle confutazioni».
E il rovesciamento delle tesi di Agatone (come degli altri che spiegano quel che «l'amore non è») lascia il posto al celebre discorso di Socrate-Diotima su quello che «l'amore è».
«Con la confutazione di Agatone, presentata come il discorso di una veggente, si entra in un clima nuovo, si apre il sipario alla presentazione della Verità, veniamo iniziati ai misteri dell'amore, facciamo la conoscenza di Eros come dèmone mediatore, come quello che connette le cose e rende unitario l'essere. Non la bellezza ma la mancanza della bellezza, perché si ama e si desidera ciò che ci manca. Ed è un mito a spiegare la natura di Eros, figlio di Penia e di Poros, della povertà e dell'astuzia, un figlio "ruvido e irsuto e scalzo e senza asilo, che si sdraia sempre per terra, senza coperte, dorme a cielo scoperto davanti alle porte e sulle strade" per parte di madre; e "mirabile cacciatore, che intreccia sempre astuzie" per parte di padre».

Canada:
interventi drastici contro la depressione...

una segnalazione di Francesco Borgese

tiscali.it Ansa 3.3.05
Depressione: elettrodi nel cervello
Dagli scienziati canadesi nuove frontiere contro la malattia (ANSA)


WASHINGTON, 3 MAR - Impiantare elettrodi nel cervello dei pazienti depressi e' la nuova terapia proposta dagli scienziati canadesi. La procedura, sperimentata dal professore di neurochirurgia Andres Lozano, consiste in una 'stimolazione continua del cervello che va ad interferire con l'attività di un'area cerebrale ritenuta cruciale nello sviluppo della depressione'. La stimolazione innesca degli effetti che bloccano la 'regione cingolare subgeneal' da cui si innesca la depressione'. © Ansa

Giuliana e Florence

una segnalazione di Paolo Izzo

Repubblica 3.3.05
L´AMACA
MICHELE SERRA


Le immagini dolenti e soggiogate di Giuliana Sgrena e Florence Aubenas infliggono al nostro sguardo un messaggio particolarmente insopportabile, di punizione maschile nei confronti di due donne libere e inermi che la prigionia mortifica, sciupa, calpesta.
Durante il loro sequestro in Supramonte, Fabrizio De André pensò, e poi scrisse, parole eccelse sulla femminilità sacrificata della sua donna Dori Ghezzi, parole d´amore semplici e indimenticabili: riascoltate "Hotel Supramonte"? Qualche parola d´amore vorremmo saper rivolgere a Giuliana e Florence, qualcosa che superi la vacuità della galanteria e arrivi al cuore della libertà loro e nostra. Perché sentiamo, profondamente sentiamo, che il rispetto per le donne sole e autonome, intelligenti e coraggiose, è davvero uno dei pochi veri cardini della nostra lenta, faticosa civilizzazione. Si diceva una volta che donne e bambini vanno sempre protetti e risparmiati perché deboli, perché non soldati, perché morbido contenitore della vita. Grazie a Giuliana e Florence possiamo e dobbiamo aggiungere che è per la loro forza di donne, non per la loro debolezza di donne, che siamo in trepidazione. Perché è la loro forza, non la loro debolezza, l´oggetto della violenza dei rapitori. Forza amiche nostre, vi pensiamo, vi vogliamo a casa.