mercoledì 6 aprile 2005

la sorte del dollaro si gioca a Pechino

Le Monde Diplomatique
Contro l'Euro
La sorte del dollaro si gioca a Pechino

Ibrahim Warde
La presenza in Europa, dal 21 al 25 febbraio, di George W. Bush ha
mostrato la volontà del presidente americano di riavvicinarsi ai paesi membri
dell'Unione europea. Se le divergenze persistono, come quelle sull'Iran o sulle
vendite di armi a Pechino, la Casa bianca sa che deve venire a patti con i
dirigenti europei e cinesi. Gli orientamenti di questi ultimi determinano,
almeno in parte, i tassi d'interesse, il cambio del dollaro e l'appesantimento
del deficit commerciale Usa. D'ora in poi la Cina si propone di monetizzare al
meglio, compreso il piano diplomatico, il suo nuovo potere economico e
finanziario.
«È la nostra moneta, ma il problema è vostro»(1). La celebre espressione di John Connally, ex segretario al Tesoro del presidente Richard Nixon, risale al 1971. Ma potrebbe venire applicata alla politica del dollaro della prima amministrazione di George W. Bush. I dirigenti statunitensi, preoccupati in primo luogo dalla «lotta al terrorismo» e dalla guerra in Iraq, si sono interessati poco alle grandi questioni economiche internazionali. Certo, hanno proclamato di essere legati alla moneta forte, soprattutto per non incitare gli speculatori ad attaccare il biglietto verde, ma nei fatti si sono affidati al «mercato» per meglio occultare la questione dei «deficit gemelli» (di bilancio e commerciale), che sono enormemente cresciuti.
In materia di bilancio, l'amministrazione Bush ha ereditato degli attivi che sfioravano i 240 miliardi di dollari nel 2000. La recessione del 2001 (che ha provocato una diminuzione delle entrate fiscali), ma anche i ribassi massicci delle imposte approvati dal Congresso repubblicano (sulla base dell'ipotesi che gli attivi fossero diventati strutturali) e il nuovo aumento del bilancio di difesa e sicurezza interna che ha fatto seguito agli attentati dell'11 settembre, hanno trasformato questo surplus importante in un considerevole deficit, che soprattutto in un periodo in cui la crescita stava ripartendo, ha raggiunto 412 miliardi di dollari nel 2004, cioè il 3,6% del prodotto interno lordo (Pil). Parallelamente, il deficit commerciale, che non ha smesso di aumentare per tre anni consecutivi, ha toccato il record storico di 618 miliardi di dollari (5,3% del Pil), in aumento del 24,4% rispetto all'anno precedente.
Tutte le riunioni del G7 (Stati uniti, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna, Canada, Italia) e altre grandi conferenze internazionali evocano la questione dei «deficit gemelli». Ma le soluzioni abitualmente previste per riequilibrare i conti degli Stati uniti implicano scelte dolorose (aumento delle imposte, calo delle spese militari, incoraggiamento del risparmio) che vanno in senso contrario rispetto ai grandi orientamenti politici dell'amministrazione Bush.
Gli Stati uniti comprano il 50% in più di quanto vendano all'estero.
E sono gli investitori internazionali che, attraverso le acquisizioni di buoni del Tesoro statunitensi, finanziano il livello di vita della prima potenza economica mondiale.
Questo aggiustamento attraverso il dollaro presenta il vantaggio di far ricadere i costi sul resto del mondo, perché significa attingere a una parte della crescita, dell'occupazione e del risparmio di altri.
Un dollaro anemico favorisce la competitività dei prodotti fabbricati negli Usa; rende l'acquisto di azioni statunitensi più attraente per gli investitori stranieri (visto che sono meno care) e svaluta il debito estero, stimato sui 3mila miliardi di dollari.
Non è cosa corrente nella storia che il guardiano della moneta di riserva sia anche il paese più indebitato. Nel 1913, la Gran Bretagna, al culmine della sua espansione imperiale, era contemporaneamente il principale creditore della terra; in seguito si è stremata durante un mezzo secolo per difendere in pura perdita, ma al prezzo di un indebolimento della sua potenza industriale, il valore della sterlina.
L'arma del dollaro basso, nuova versione di ciò che il generale de Gaulle chiamò un tempo il «privilegio esorbitante» degli Stati uniti (quello di battere una moneta di cui i paesi stranieri non reclamano la contropartita, dal momento che le loro banche centrali ce l'hanno come riserva) permetterebbe in teoria ai due deficit statunitensi, di bilancio e commerciale, di venire riassorbiti senza dolore.
A questa analisi sono venute ad aggiungersi considerazioni di carattere politico. Con l'avvicinarsi delle elezioni del novembre 2004, i sondaggi indicavano che una maggioranza di elettori considerava il senatore John Kerry più adatto a realizzare il risanamento economico del paese.
Il voto si annunciava molto combattuto, il presidente Bush aveva un enorme bisogno di buoni dati sulla crescita e l'occupazione. Solo un dollaro sottovalutato gli avrebbe permesso di raggiungere questi risultati (2).
Tuttavia, è nelle settimane che hanno fatto seguito alla rielezione del presidente che la caduta del dollaro, già ben avviata, ha conosciuto una forte accelerazione. Nel corso del mese di dicembre del 2004, il dollaro ha battuto quasi ogni giorno nuovi record al ribasso, per raggiungere alla vigilia di Natale il livello storico di 1,35 dollari per un euro. Complessivamente, tra il 2002 e il 2004, il biglietto verde ha perso il 20% del valore rispetto all'euro. Le previsioni di fine anno, rituali e non sempre affidabili, hanno rivelato un consenso tra banchieri ed economisti: il 2005 avrebbe segnato un crollo ancora più spettacolare della moneta statunitense.
Chi sostiene l'opulenza Usa Vari fattori permettono di capire questo pronostico. La riconferma di George W.Bush lascia presagire che sia l'avventurismo in politica estera che il lassismo di bilancio proseguiranno. Tanto più che il presidente, malgrado un margine modesto di voti nella rielezione (tre punti in più del suo rivale), ha dichiarato di aver ricevuto un «mandato» per intraprendere delle riforme ad un tempo audaci e costose. E si è detto pronto a «intaccare il proprio capitale politico» per realizzare misure controverse, per esempio la parziale privatizzazione del sistema federale delle pensioni (che in un primo tempo costerà varie centinaia di miliardi di dollari al Tesoro statunitense) (3).
La sfiducia nel dollaro si spiega anche con lo scacco della politica di riduzione del deficit estero «attraverso il mercato». Il dollaro debole dovrebbe favorire gli esportatori statunitensi e penalizzare gli importatori. Ma questa politica, piuttosto che portare a un riequilibrio dei conti, ha contribuito a far crescere i deficit, che hanno sottolineato le fragilità strutturali dell'economia statunitense. Gli operatori finanziari ne hanno concluso che il dollaro non era ancora abbastanza basso. Alcuni suggeriscono persino che, per dimezzare il deficit commerciale, la moneta statunitense dovrebbe perdere il 30% in più e non valere che 0,55 euro...
Di qui l'inquietudine di chi possiede il biglietto verde e in particolare delle banche centrali che fino a questo momento avevano sempre sostenuto il dollaro. Nel 2003, le banche centrali hanno finanziato l'83% del deficit corrente statunitense, assorbendo senza cambiarli i biglietti verdi acquisiti in contropartita degli acquisti degli Stati uniti all'estero. Per esempio, gli averi in dollari delle banche centrali asiatiche avrebbero raggiunto ormai i 2 mila miliardi di dollari.
Perché la Cina, il Giappone e altri paesi hanno accumulato tanti attivi in una moneta che perde valore? Per il fatto che hanno voluto impedire l'apprezzamento delle rispettive divise sui mercati dei cambi, cosa che sarebbe avvenuta se avessero cambiato i biglietti verdi eccedenti. Questi paesi hanno in questo modo privilegiato la competitività delle loro esportazioni. E poiché hanno investito questi dollari in obbligazioni del Tesoro statunitense, hanno contemporaneamente contribuito a mantenere negli Usa dei tassi di interesse molto bassi.
Al termine di questo strano ciclo, i deficit commerciali statunitensi finanziano... l'indebitamento degli Stati uniti e la bassissima propensione al risparmio dei suoi cittadini.
Ma in risposta al crollo del dollaro, un certo numero di banche centrali ha deciso di ridurre gli acquisti di dollari a vantaggio di altre monete, l'euro in particolare.
Questa svolta strategica è spiegabile: subire qualche perdita per favorire le vendite all'estero è una cosa, fare le spese di uno sbandamento continuo è un'altra. Il 19 novembre, Alan Greenspan, il presidente della Federal Reserve, ha creato scompiglio ricordando che gli investitori esteri un giorno si stancheranno dell'accumulazione dei deficit e che una «perdita di appetito per gli attivi in dollari» è inevitabile (4).
Qualche giorno dopo, Yu Yongding, membro del comitato monetario della banca centrale cinese, ha indicato che la Cina non aveva «diminuito la parte relativa delle proprie riserve di cambio conservate in buoni del Tesoro Usa, ma non il loro montante assoluto, per premunirsi contro la debolezza del dollaro». Questa tendenza è stata confermata da un sondaggio realizzato presso 67 banche centrali, elaborato da Central Banking Publications: nel corso degli ultimi quattro mesi del 2004, più dei due terzi degli istituti interrogati hanno diminuito, nei rispettivi portafogli, la parte relativa del dollaro (che resta enorme, vicina al 70% del totale, ma una trentina di anni fa era dell'80%). Per Nick Carver, uno degli autori dello studio, «l'entusiasmo delle banche centrali per il dollaro sembra raffreddarsi. Gli Stati uniti non devono più contare su un loro sostegno incondizionato» (5). Anche i paesi produttori di petrolio che dirigono una buona parte dei loro acquisti verso la zona euro, non sono contenti di vedere il rialzo dei corsi della loro materia prima ampiamente intaccato dal calo del valore della moneta in cui viene fatturata. Tra l'altro, alcuni stati arabi temono che un giorno o l'altro i loro averi negli Stati uniti vengano congelati in nome della lotta al terrorismo.
La politica di cambio è una scienza inesatta che rigurgita di effetti perversi. Al di là di una determinata soglia, gli effetti negativi di una svalutazione prendono il sopravvento sui vantaggi. I dirigenti statunitensi, incapaci di frenare il crollo della loro divisa, scoprono che l'arma del dollaro potrebbe rivoltarsi contro di loro. Gli Stati uniti, per mantenere il valore della propria moneta hanno bisogno di un apporto quotidiano di 1,8 miliardi di dollari. E quando la credibilità cede, il dollaro cessa di essere semplicemente «il problema degli altri». L'anticipazione di un indebolimento continuo può in effetti scatenare delle reazioni a catena: gli investitori esteri reclamano rendimenti più alti per acquisire o conservare dollari, o per sottoscrivere dei buoni del Tesoro. Più il rischio di un calo è alto, più questo premio, sotto forma di tassi di interesse, deve essere alto. Ma un forte rialzo dei tassi ha degli effetti preoccupanti sugli investimenti e sui consumi, in particolare negli Stati uniti dove l'acquisto a credito è più diffuso che altrove. Ci sarebbe per esempio un rischio di crollo del mercato immobiliare, finora favorito da tassi di interesse storicamente bassi. E l'intreccio tra i sistemi economici e monetari è tale che una recessione statunitense avrebbe conseguenze per l'economia mondiale.
L'Europa, e in misura minore il Giappone, si sono trovati quasi da soli a pagare il prezzo della caduta del dollaro. In Europa, il forte rialzo dell'euro è andato a vantaggio di pochi anche se il primo presidente della Banca centrale europea (Bce), Wim Duisenberg, aveva adottato l'emblema «un euro forte per un'Europa forte» (6). La prima parte di questo auspicio è stata realizzata... Ma adesso il suo successore, Jean-Claude Trichet, si lamenta del crollo «brutale» del dollaro, che ha gravemente colpito la produttività delle industrie del vecchio continente. Nel 2004, la crescita della zona euro è stata una delle più deboli al mondo. Gli ottimisti inveterati hanno tuttavia potuto intravedere un vantaggio dell'euro forte: la riduzione dell'impatto della fiammata dei prezzi del petrolio, negoziato in dollari. Nicolas Sarkozy, quando era ministro delle finanze francese, aveva per esempio affermato nel novembre 2004 che la sopravvalutazione della moneta dell'Unione «non è solo una sfortuna».
Dopo che la Cina ha ancorato nel 1994 la propria moneta (il renminbi, «moneta del popolo», nome ufficiale dello yuan) al biglietto verde, fa causa comune monetaria con gli Stati uniti. Il crollo del dollaro ha così permesso alla Cina di mantenere la propria competitività di fronte agli Stati uniti e di accrescerla nei confronti del resto del mondo. L'asimmetria dei rapporti sino-statunitensi colpisce: il deficit con la Cina ha raggiunto i 207 miliardi di dollari (più di un terzo del totale) (7). Negli Stati uniti, alcuni sono contenti per l'afflusso di prodotti a prezzi che sfidano qualsiasi concorrenza: il gigante della distribuzione Wal Mart, che è anche il più grosso datore di lavoro del paese, importa fino al 70% dei propri prodotti dalla Cina.
Ma un numero crescente di imprese, di lavoratori e di dirigenti politici statunitensi vedono in ciò una forma di concorrenza sleale e chiedono al governo di esigere che la Cina lasci fluttuare la propria moneta.
Vent'anni fa, la politica monetaria e commerciale di Washington era ossessionata dal Giappone, dalle sue esportazioni di automobili e di prodotti elettronici, dal corso dello yen...
La posizione ufficiale dei dirigenti statunitensi, più volte ribadita, è che lo yuan sarebbe sottovalutato del 40% e che la Banca centrale cinese dovrebbe intervenire con forza per regolare l'evoluzione della moneta cinese. La risposta di Pechino è ambigua: anche se il dibattito pare ben avviato nei circoli del potere, i segnali che ne provengono sono ancora contraddittori. Alcuni dirigenti assicurano che la Cina lavora per rendere più flessibili i propri mercati di capitali, con l'obiettivo di allentare, se non addirittura di sopprimere, l'ancoraggio fisso tra dollaro e yuan. Secondo il vice-primo ministro, Huang Ju, Pechino intende procedere a tappe «per riformare il regime di cambio dello yuan», ma senza però annunciare un calendario specifico, poiché si tratta prima di tutto di creare «un ambiente macro-economico stabile per stabilire un meccanismo di mercato e un sistema operativo sano».
(8) Altri scartano qualsiasi ipotesi di cambiamento di politica. Secondo Yi Gang, direttore del dipartimento di politica monetaria dell'istituto di emissione, Pechino proseguirà la propria «politica monetaria di un regime di tassi di cambio unificati e di fluttuazioni controllate» per «preservare la stabilità e promuovere la crescita dell'economia cinese». Il governatore della Banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan, invitato ad esprimersi di fronte ai ministri delle finanze del G7, il 4 febbraio scorso, ha chiuso il dibattito, rifiutando di rispondere alla domanda che continua a tenere in agitazione i mercati.
Pechino, difatti, intende far valere il proprio diritto alla sovranità monetaria. I suoi tassi eccezionali di crescita (9,5% di media annuale tra il 1997 e il 2004) e il gigantesco potenziale di un mercato di 1,3 miliardi di abitanti, ne fanno un eldorado per tutte le multinazionali.
Il paese, diventato una vera e propria potenza economica, rappresenta ormai il 4% dell'economia mondiale, contro solo l'1% nel 1976. Alcuni ritengono che prima del 2020 la Cina peserà per circa il 15% della produzione della terra.
Più che la fabbrica del mondo, il paese vuole essere una locomotiva dell'economia internazionale, per non dire una vera e propria potenza tecnologica e scientifica. Si trova già al centro di tutte le questioni economiche, dalle delocalizzazioni, all'aumento dei prezzi delle materie prime, passando per la ripresa dell'economia giapponese.
L'acquisizione da parte del gruppo cinese Lenovo della divisione dei personal computer del gigante statunitense Ibm chiarisce quali siano le ambizioni di uno stato che ha già lanciato con successo più di 40 satelliti nello spazio e che prevede voli spaziali con persone a bordo ogni due anni, oltre a un programma lunare.
I dirigenti cinesi sono coscienti dei rischi che farebbe correre all'economia del paese una nuova situazione monetaria. I segnali di instabilità si moltiplicano: inflazione, speculazione immobiliare, debolezza del settore bancario, sottosviluppo dei mercati dei capitali.
Se teniamo conto della crescita delle ineguaglianze sociali e dell'assenza di democrazia, possiamo farci un'idea delle possibilità di un'esplosione politica (9). È comprensibile la prudenza delle classi dirigenti, preoccupate soprattutto di evitare un rallentamento improvviso della crescita, con conseguenze economiche e politiche incalcolabili, compresi i rapporti con gli Stati uniti. Difatti viene dimenticato troppo spesso che su numerose questioni sensibili: Iran, Corea del nord, Taiwan la Cina continua ad opporsi a Washington.
Dall'ossessione per il Giappone a quella per la Cina Tutti, salvo forse gli speculatori, si rendono conto che una gestione concertata delle monete è preferibile alla politica dell'ognuno per sé. La maggior parte delle analisi sulla situazione monetaria internazionale suggeriscono però una logica di scontro. È questione di «equilibrio del terrore monetario», di alleanza tra l'Europa e il Giappone per interventi comuni sui mercati dei cambi, oppure di «una grandissima alleanza» che opporrebbe la Cina e gli Stati uniti al resto del mondo, in virtù della quale gli Usa acquisterebbero alla Cina i prodotti, mentre la Cina finanzierebbe i deficit statunitensi (10). La possibilità che alcuni paesi trasformino in azione le loro minacce - che il Giappone ceda una parte significativa del proprio portafoglio di buoni del Tesoro statunitensi o che gli Usa prendano misure di ritorsione contro la Cina - periodicamente dà uno scossone agli operatori dei mercati finanziari.
Degli interventi concertati dei «quattro grandi» (Stati uniti, Europa, Cina, Giappone) possono frenare la speculazione e ridurre le turbolenze, sul modello dell'accordo del Plaza, che aveva segnato una svolta nelle relazioni monetarie internazionali. Il 22 settembre 1985, i ministri delle finanze e i governatori delle banche centrali dei paesi membri del G5 (Stati uniti, Giappone, Gran Bretagna, Francia, Repubblica federale tedesca) si erano riuniti in questo albergo di New York e avevano deciso che «era auspicabile un nuovo apprezzamento ordinato delle divise diverse dal dollaro». Avevano fatto sapere «che si tenevano pronti a cooperare più strettamente per incoraggiarlo, qualora apparisse utile». Questo linguaggio in codice fu il preludio a un calo coordinato del dollaro, sotto il controllo di James Baker, segretario al Tesoro del presidente Reagan (11). Ma oggi un accordo di questo tipo è poco probabile. Sia l'unilateralismo predominante che le diverse considerazioni «ideologiche» militano contro il principio stesso della concertazione. Ma, soprattutto, nessun dirigente economico attuale è in grado di svolgere il ruolo che allora aveva svolto Baker. Vent'anni fa il dipartimento del Tesoro godeva di un'influenza internazionale che oggi non ha più. Paul O'Neill, il primo titolare di questa carica scelto da George W. Bush, è stato in fretta licenziato, a causa della sua indipendenza. In un libro dove racconta la sua esperienza a Washington, descrive l'attuale presidente come ignorante delle realtà economiche e - con il suo gabinetto - «un cieco circondato da sordi» (12). Dalla guerra in Iraq, Bush, preoccupato dalle grandi crociate per la libertà, si interessa ancora meno a queste questioni pratiche...
La rielezione del novembre 2004 ha d'altronde rafforzato la preferenza di Bush a circondarsi solo di yes men. La qualità essenziale per una nomina politica sembra essere la lealtà, non la competenza. Il segretario al Tesoro, John Snow, è ecclissato nel processo di decisione dai consiglieri politici del presidente. Per quanto riguarda Alan Greenspan, a 79 anni ha intrapreso l'ultimo anno di presidenza della Federal Reserve. La battaglia per la successione è aperta. I pretendenti devono realizzare l'impossibile: ottenere la fiducia assoluta del presidente (che sceglie il titolare), che li obbliga a difendere con fervore delle scelte economiche difficilmente giustificabili, e al tempo stesso quella dei «mercati»! (13). Di fronte a questa sorta di vacanza del potere economico, quelli stessi che sono riusciti a «vendere» la guerra in Iraq e ad assicurare la rielezione del presidente, si sforzano di convincere il pubblico della sensatezza della politica di bilancio e finanziaria.
150 programmi governativi soppressi Dal 20 gennaio 2005, data ufficiale dell'entrata in funzione della nuova amministrazione Bush, i «deficit gemelli» fanno oggetto di un nuovo discorso e di una nuova strategia. La politica di indifferenza calcolata (benign neglect) di fronte al dollaro è andata troppo lontano; esiste davvero un rischio di caduta libera del biglietto verde. La riduzione dei deficit, viene affermato, non verrà più fatta attraverso la svalutazione del dollaro, ma grazie a una forte crescita, indotta a sua volta da nuovi cali delle imposte. Per il presidente Bush, «a lungo termine, il modo migliore per ridurre i deficit è di far progredire l'economia e per questo prenderemo delle misure per permettere all'economia americana di essere più forte, più innovativa e più concorrenziale».
Il deficit commerciale è ormai interpretato come il riflesso della relativa buona salute dell'economia statunitense. Non richiederebbe quindi un'attenzione particolare: tocca agli altri, agli europei in particolare, rilanciare a loro volta la crescita a casa loro attraverso cali delle imposte e politiche maggiormente propizie all'investimento.
Per John Snow, «il deficit commerciale riflette due cose: la nostra economia conosce un tasso di crescita rapido, più forte di quello dei nostri partner commerciali. Il reddito delle famiglie è in aumento, l'occupazione cresce, abbiamo un maggior reddito disponibile, una parte del quale viene utilizzato per comprare beni ai nostri partner commerciali» (14). Allo stesso modo, Alan Greenspan, che in un primo tempo aveva espresso preoccupazione di fronte all'ampiezza dei deficit, adesso fa il discorso opposto destinato a sostenere il dollaro: «l'accresciuta flessibilità dell'economia statunitense senza dubbio faciliterà un aggiustamento, senza conseguenze gravi per l'insieme dell'attività economica».
Come durante il primo mandato di Bush, la politica ufficiale consiste nell'affermare la necessità di una moneta forte, ma questa volta raramente gli atti puntano ad impedire un nuovo crollo del biglietto verde. Il 2 febbraio 2005, il comitato di politica monetaria della Federal Reserve ha portato il tasso di sconto al 2,5%. L'aumento del rendimento per i piazzamenti negli Stati uniti permette di sostenere il dollaro di fronte all'euro, nel momento in cui il consiglio dei governatori della Banca centrale europea, invece, mantiene il tasso di sconto al 2%.
Per quanto riguarda il bilancio, il presidente Bush riafferma l'intenzione di «dimezzare il deficit» attraverso una politica «di rigore», che deve estendersi a tutti i settori, escluse la sicurezza e la difesa (che otterrà 19 miliardi di dollari in più dell'anno precedente).
Il progetto di finanziaria per il 2006 riduce drasticamente o sopprime più di 150 programmi governativi, giudicati dall'amministrazione «inefficaci, ridondanti o non prioritari». I programmi sociali, in particolare quelli destinati ai bambini o ai poveri, sono dei bersagli, e il loro montante viene ridotto da un anno all'altro in valore assoluto.
Ma l'impalcatura finanziaria della Casa bianca si basa su ipotesi di fantasia ed esclude alcune tra le spese più costose. Le operazioni militari in Iraq e in Afghanistan, vero e proprio abisso per la finanza statunitense, vengono dimenticate (15). Così come i 754 miliardi di dollari in dieci anni, che rappresenta il costo minimo della privatizzazione parziale del sistema pensionistico.
Simultaneamente, l'amministrazione Bush e i suoi alleati parlamentari puntano su un aumento delle entrate, grazie a ... una diminuzione delle imposte. Il presidente statunitense ha quindi proposto di rendere permanenti le enormi diminuzioni delle imposte (dell'ordine di 1.800 miliardi di dollari) votate durante il suo primo mandato, con lo scopo di sostenere i consumi e la crescita. Nel 2004, le entrate fiscali rappresentavano soltanto il 16,3% del prodotto interno lordo, il livello più basso dal 1959, contro il 21% quattro anni prima, in un'epoca in cui il bilancio era ancora in eccedenza...
Secondo alcuni dirigenti, e non tra i meno importanti, è sempre più urgente ridurre le imposte che i deficit di bilancio. Per esempio, il vice-presidente Richard Cheney, che ora intende portare a termine le grandi riforme di politica interna, ne è convinto: «Ronald Reagan ha ben dimostrato che i deficit non hanno nessuna importanza» (16).

note:

* Professore associato alla Fletcher School of Law and Diplomacy (Medford, Massachusetts), autore di The Financial War on Terror, I.B.Tauris, Londra, 2005.

(1) Barry Eichengreen, Globalizing Capital: A History of the International Monetary System, Princeton University Press, 1996, p.136.
(2) Questo non gli impedirà di essere il primo presidente degli Stati uniti dopo Herbert Hoover nel 1932 a riprensentarsi mentre durante il suo primo mandato il saldo dell'occupazione è stato negativo.
(3) Se il progetto viene realizzato, i lavoratori potranno devolvere una parte delle trattenute sui salari alla costituzione di un capitale privato destinato alla pensione. Lo stato, privato di entrate, dovrà far ricorso al prestito per pagare le pensioni degli attuali pensionati (su dieci anni viene evocata la cifra di 754 miliardi di dollari).
(4) Larry Elliott, «Us risks a downhill dollar disaster», The Guardian, Londra, 22 novembre 2004.
(5) Mark Tran, «Move to euro hits Us finances», The Guardian, 24 gennaio 2005.
(6) Willem F. Duisenberg, «The first lustrum of the Ecb», discorso pronunciato nel corso dell'International Frankfurt Banking Evening, Francoforte, 16 giugno 2003: www.ecb.int
(7) David E.Sanger, «Us Faces More Tensions Abroad ad Dollar Slides», The New York Times, New York, 25 gennaio 2005.
(8) William Pesek Jr., «Dollar skeptics in Asia have prominent company», International Herald Tribune, New York, 3 febbraio 2005.
(9) Cfr. il dossier che Le Monde diplomatique/ il manifesto ha dedicato alla Cina, nel settembre 2004.
(10) Cfr. per esempio Eric Le Boucher, «La très grande alliance entre les Etats Unis et la Chine contre le reste du monde», Le Monde, 25 gennaio 2004; Pierre-Antoine Delhommais, «L'équilibre de la terreur monétaire», Le Monde, 5 gennaio 2005.
(11) Il dollaro, che era passato da 4,15 franchi nel primo trimestre del 1980 a 9,96 franchi nel primo trimestre del 1985, non valeva che 7,21 franchi nel primo trimestre del 1986 e 6,13 franchi nel primo trimestre del 1987. Rispetto al marco tedesco, i valori rispettivi furono 1,77 marchi, 3,26 marchi, poi 2,35 marchi e 1,84 marchi. Cfr.
per il valore del dollaro rispetto a 18 monete, trimestre per trimestre, dal 1972 al 2002, Jean-Marcel Jeanneney e Georges Pujals (a cura di), Les économies de l'Europe occidentale et leur environnement international de 1972 à nos jours, Fayard, 2005,
(12) Ron Suskind, The Price of Loyalty: George W.Bush, the White House, and the Education of Paul O'Neill, Simon and Schuster, New York, 2004.
(13)Paul Krugman, «The Greenspan Succession», The New York Times, 25 gennaio 2005.
(14) Elisabeth Becker, «Trade Deficit At New High, Reinforcing Risk to Dollar», The New York Times, 13 gennaio 2003.
(15) Diverse ipotesi di finanziaria vengono sottoposte separatemente al Congresso nel corso dell'anno. La più recente reclamava 81 miliardi di dollari, non contabilizzati nel bilancio, per finanziare la presenza statunitense in Iraq e in Afghanistan.
(16) Ron Suskind, op. cit.
(Traduzione di A. M. M.).

martedì 5 aprile 2005

OVVÌA!!

...abbiamo battuto il Governo

e non poco!


Vince la sinistra

Undici regioni su tredici ai partiti dell'Unione. Crolla la destra
Sul piano nazionale centrosinistra al 53%, centrodestra al 45%.
Si ribalta così la situazione delle Regionali del 2000, quando nelle stesse regioni la destra aveva ottenuto il 52,5% (-7,5) contro il 44,3% del centrosinistra (+8,7).

L’Unione conferma Errani in Emilia Romagna al 62,9%, Martini in Toscana 57,1% (
sommando i voti del Prc qui la sinistra è al 65%, il più vistoso risultato nel Paese!), Lorenzetti in Umbria 62,3%, Spacca nelle Marche 56,6%, Bassolino in Campania 60,8%. E guadagna Liguria (Burlando, 52,7%), Abruzzo (Del Turco, 56,1%), Calabria (Loiero, 55,5%), Piemonte (Bresso, 50,9%), Puglia (Vendola, 51,9%) e Lazio (Marrazzo, 51,7%). Inoltre la sinistra già governa il Friuli-Venezia Giulia, la Val d'Aosta e la Sardegna. La Basilicata è già certa. Alla destra restano Formigoni in Lombardia, con il 54%, Galan in Veneto, con il 50,3% (ma in entrambe le regioni la sinistra è avanzata moltissimo) e, per adesso, la Sicilia.
Berlusconi su scala nazionale crolla sotto il 18%
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c'è morte e morte...

un articolo dello Houston Chronicle, inviato da Gianluca Cangemi...

...in cui ci si domanda come mai per un bambino di sei mesi, al di là del fatto che fosse nero e povero, l'eutanasia non abbia destato clamori come nel caso di Theresa Schiavo.

http://www.chron.com/cs/CDA/ssistory.mpl/features/3116117
HoustonChronicle.com
April 3, 2005, 7:55PM
Far removed from hoopla, baby dies without an audience
By LEONARD PITTS JR.

There were no network news bulletins when Sun Hudson died. No army of protesters keeping vigil outside the hospital, no statement from the president, no comment from the House majority leader.
Instead, he died quietly, resting in his mother's arms. This was on March 15. Had he lived 10 more days, Sun would have been 6 months old.
Doctors say he had a genetic deformity, a lethal form of dwarfism in which the lungs do not grow large enough to support life. Doctors felt that further treatment was futile. His mother, Wanda, argued that all he needed was time to develop. The court sided with the doctors and allowed them to disconnect the ventilator.
This is allowed in Texas under the Advance Directives Act, signed into law in 1999 by then-Gov. George W. Bush.
On the day Sun Hudson died, Congress was considering emergency legislation designed to prolong the life — or, perhaps more accurately, the existence — of another person for whom doctors felt treatment was futile. Theresa Schiavo's brain had been destroyed when she fell ill in 1990. They said she was no longer sentient, no longer aware of her own existence, and the kindest thing to do was remove the tube supplying her with nutrition and water. Her husband, citing her wishes, agreed.
Congress, which never met her, did not. So it passed — and the president signed — legislation removing the issue from Florida state courts and placing it in the jurisdiction of the federal system. It was an extraordinary end run around the Constitution — since when do legislators give orders to the judiciary? — but it did not have the desired effect. Federal judges upheld the right of one spouse to make end-of-life decisions for another.
Indeed, Judge Stanley Birch Jr. scolded the president and Congress for acting "in a manner demonstrably at odds with our Founding Fathers' blueprint for the governance of a free people." Birch is a conservative.
Theresa Schiavo died the next day. The hospice that housed her was besieged by media trucks, demonstrators, prayer groups, Cuban nationalists, jugglers and anybody else who wanted to get on TV.
President Bush expressed sympathy. House Majority Leader Tom DeLay threatened retribution. He castigated judges who refused to intervene in the case as "arrogant" and "out of control."
In other news, the pot called the kettle black.
This case went to court approximately two dozen times, before judges of all political stripes. And they consistently ruled in favor of Michael Schiavo. So it seems obvious that what is at work here is not "arrogance" or "judicial activism" but simply judges judging, according to the law.
Problem is, this was not about the law for lawmakers like DeLay. Nor even truly about morality. Rather, it was about playing to the movement of self-righteous religious zealotry that has hijacked American conservatism. His threat to make judges "answer" for doing their jobs is eloquent testimony to its brutish and bullying nature, its need to get its way, regardless of any person, law or moral precept that intervenes.
Terri Schiavo died in the center ring of a political circus, an intimate tragedy beamed to the world and destined to outlive her as a tool for fund raising and a rallying cry for those whose hypocrisy is exceeded only by the incoherence of their logic. She died with a juggler outside her window.
Meanwhile, Sun Hudson died the kind of death that is routinely suffered by thousands of people for whom treatment is deemed futile.
A death the wider world does not notice, much less mourn.
A friend thinks the dichotomy is explained by the fact that his mother was black and unemployed. Maybe.
But even so, you have to wonder if he wasn't the lucky one.

lpitts@herald.com
LEONARD PITTS JR.
Miami Herald 1 Herald Plaza Miami, FL 33132

la Cina e Michelangelo Antonioni

L'Unità 5.4.05
Pace fatta tra la Cina e Antonioni.
La crisi era scoppiata all’inizio degli anni 70 per un documentario firmato dal grande regista che alle autorità cinesi non era piaciuto.
«Cina» è approdato a Pechino nei mesi scorsi ed è stato un trionfo.
Della libertà
Racconta Carlo Di Carlo: «Il pubblico cinese ha detto di aver visto ciò che non conosceva e capito ciò che non aveva
mai saputo»
Dario Zonta

Nell'autunno del 2004 si è svolto in Cina un evento di sicura portata culturale, politica e storica, che, pur coinvolgendo uno dei maestri del nostro cinema, Antonioni, non ha avuto in Italia l'attenzione meritata.
Tra novembre e dicembre, presso l'Accademia del cinema di Pechino (in collaborazione con l'Istituto Italiano di Cultura), si è tenuta una rassegna su Michelangelo Antonioni che comprendeva anche la proiezione del famoso Chung Kuo. Cina. Il documentario (girato nel '72) è stato da sempre proibito dal governo cinese, perché reo di aver dato una rappresentazione falsa e ingiusta della società figlia della Rivoluzione culturale. Contro Antonioni scattò all'epoca una violenta campagna diffamatoria, che dalle pagine dei giornali passò, nel corso degli anni, nei libri di scuola, dove si è studiato l'odio per Antonioni, esempio di tradimento occidentale. Il ritorno in Cina di Antonioni rappresenta, quindi, un evento eccezionale. Vi vogliamo, allora, offrire la ricostruzione della vicenda (che da cinematografica si è fatta, suo malgrado, politica e storica) e dare cronaca di quale accoglienza e quale dibattito abbia suscitato la «Cina» di Antonioni. Il regista ferrarese, per note difficoltà, non si è potuto recare a Pechino. Ha rappresentarlo è stato Carlo Di Carlo, studioso del suo cinema, nonché cineasta egli stesso e attento filologo di opere imponenti come Heimat, Il decalogo e ora Heimat 3. È lui curatore della rassegna (voluta fortemente da Francesco Scisi, allora direttore dell'Istituto Italiano di Cultura), e con i suoi appunti e la sua testimonianza diretta abbiamo composto questa vicenda. Che, diciamo subito, è molto complessa e riportiamo qui, pur semplificando, nei suoi momenti essenziali
L'antefatto
Siamo nel 1970, una delegazione italiana si reca in Cina. All’ordine del giorno vi è anche il progetto di girare un documentario sulla nuova Cina. Gli accordi presi con Chou En Lai porteranno alla realizzazione dell’unico documentario sulla Cina popolare, affidato a Michelangelo Antonioni (che in quel periodo soffriva un'empasse produttiva - doveva girare Blow Up - e aveva bisogno di nuovi stimoli creativi). Nel '72 parte una troupe, seguita da una delegazione cinese. In una lettera di intenzioni, spedita a Pechino prima del viaggio, Antonioni scrive: «Progetto di concentrarmi sui rapporti e sui comportamenti e di fare della vita delle persone, delle famiglie, dei gruppi, lo scopo del mio documentario». Una volta a Pechino, dopo tre giorni di sfiancanti discussioni con i delegati cinesi, viene deciso, con un «compromesso», il percorso da seguire e inizia un viaggio di ventidue giorni e 3mila metri di pellicola.
Il film
Antonioni gira in Chun Kuo. Cina non una Cina immaginata, ma quella resa visibile dal suo occhio, sensibile ma estraneo, e teso a svelare l'uomo cinese. «La scelta di considerare i cinesi - scrive Antonioni - più delle loro realizzazioni e del loro paesaggio, come protagonisti del film è stata quasi immediata. Ricordo di aver chiesto loro che cosa simboleggiasse più chiaramente il cambiamento avvenuto dopo la Liberazione. 'L'uomo' mi avevano risposto. (...) Parlavano della coscienza di un uomo, della sua capacità di pensare e di vivere giustamente. Tuttavia quest'uomo ha anche uno sguardo, un volto, un modo di parlare e di vestirsi, di lavorare, di camminare nella sua città e nella sua campagna. Ha anche un modo di nascondersi e di voler sembrare, talvolta, migliore o comunque diverso da quello che è». Conoscendo il cinema di Antonioni, queste parole da sole descrivono lo spirito del documentario che riceve, in Italia, critiche e analisi diverse. Tutti concordano nel registrarlo come un «taccuino di viaggio» (e così lo stesso Antonioni), in cui si mostra quel che si vede. Non c'è la pretesa di un'indagine sociale e politica della nuova Cina, che non può essere data da un visitatore estemporaneo. Franco Fortini quindi ne scrive come di «una confessione di ignoranza preferibile ad una ignoranza camuffata». Mentre Alberto Moravia (anch'egli estemporaneo, ma attento, visitatore del mondo del cinema) scrive: «Le cose più belle del film sono le notazioni insieme eleganti e autentiche sulla 'povertà' , sentita come fatto spirituale prim'ancora che economico e politico».
La feroce censura
Il film viene visto a Roma dai funzionari dell'Ambasciata e dall'Agenzia Nuova Cina, a Parigi e a Hong Kong da esponenti di livello della Repubblica Popolare Cinese. Nonostante ciò nell'ottobre del '73 il Dipartimento stampa del Ministero degli Esteri ordina la censura, e pochi mesi dopo inizia una feroce campagna stampa contro Antonioni. Il quotidiano del popolo, organo del comitato centrale del Pc titola «Intenzione spregevole e manovra abietta», e di Antononioni scrive «un verme al servizio dei social-imperialistici sovietici». L'esempio di Chun Kuo. Cina finisce sui manuali scolastici a memento del tradimento dei valori cinesi. Le ragioni storiche di quell'accanimento sono da riferire al delicato momento politico vissuto dalla Cina nei primi anni Settanta. Il film cade nella battaglia tra i moderati (che avevano chiamato Antonioni a riprendere quel periodo della Cina) e la «banda dei quattro» che, capitanata dalla moglie di Mao, estremizzava lo scontro a fini politici. Le ragioni estetiche e culturali sono forse da rintracciare nell'immagine che del popolo cinese si dà (e che quella nuova Cina non voleva restituire), devoto all'austerità, alla modestia, alla solidarietà, e intriso di povertà. Antonioni gela innanzi agli eventi e accusa per decenni il colpo infertogli dalla sua amata Cina. Come ci racconta di Carlo, l'eco dello scontro arriva in Italia: «Nel '74 la Biennale riformata, presieduta da Ripa Di Meana, invita Cina a Venezia. Ma il governo d'allora interviene per evitare complicazioni nei rapporti diplomatici. Ripa Di Meana, per tutta risposta, affitta un cinema a Venezia, vicino a piazza San Marco. Io stesso ho dovuto trattenere Michelangelo (che non era uno che cercava la rissa) dai cinesi italiani che inscenarono, con striscioni e cartelli, una manifestazione anti-Antonioni». Il film cadde nel dimenticatoio e tranne qualche passaggio sul Fuori Orario di Ghezzi, la Rai, che l'ha prodotto, non l'ha mai considerato.
La riabilitazione
Sono passati quasi trent'anni, la Cina sta cambiando, lentamente, e la lettura critica del passato diventa un elemento di crescita. Chun Kuo. Cina, pur girando illegalmente, non è stato mai visto. Nel 2002 si fa un tentativo, poi fallito di riportarlo in Cina. Ma solo nel 2004, e grazie al forte interessamento di Scisci, direttore dell'Istituto di Cultura, ci sono le condizioni per fare la retrospettiva. Il 25 novembre, e con un secondo passaggio a dicembre, presso l'Accademia di Cinema inizia la manifestazione che vede proiettati otto lungometraggi, sette cortometraggi e due documentari, tra cui Chun Kuo. Cina. Enrica Fico e Michelangelo Antonioni, non potendo partecipare, mandano un messaggio di auguri in cui è scritto: «L'attesa è stata lunga, ma il pensiero che Chun Kuo. Cina, voluto allora dal governo cinese, possa essere visto a Pechino è di enorme soddisfazione. Michelangelo pensa che questo sia un segno di grande apertura e di cambiamento da parte della Cina». Alla proiezione del documentario c'è un pubblico nutrito e in gran parte giovane. «Per tutte e quattro le ore - ricorda di Carlo - nessuno ha battuto ciglio e, alla fine, è scattato un applauso composto e unanime. Quando poi ho parlato con esponenti del pubblico mi hanno detto che la Cina di Antonioni è stato uno specchio dove hanno visto quello che non conoscevano e hanno capito ciò che non sapevano. Questa è, forse, la più grande soddisfazione per Antonioni». L'evento viene seguito dai quotidiani, dalle riviste e dalla televisione con i programmi del canale centrale e di cinema. E conseguente, come ci dice Scisci al telefono da Pechino, è stato il dibattito culturale. Al ritorno a Roma, Carlo di Carlo racconta ad Antonioni quel che è accaduto: «Gli ho fatto vedere le fotografie e il filmato che hanno fatto i ragazzi. Lui si è commosso». Finisce così una storia esemplare, quasi una favola, che esorbita di gran lunga dalla dimensione cinematografica e supera i limiti e i pregi di un documentario che voleva essere «un taccuino di viaggio» ed è diventato la cartina di tornasole degli umori politici della Cina moderna e contemporanea.

sinistra
Bertinotti, sui risultati elettorali

La Stampa 5 Aprile 2005
IL SEGRETARIO DI RIFONDAZIONE: BERLUSCONI DOVE PENSA DI TROVARE LA FORZA PER CONTINUARE LA SUA POLITICA?
intervista
Bertinotti: tracollo del Polo
La crisi è irreversibile

Riccardo Barenghi
«Questo è il risultato di due fattori: il vento del Sud e il crollo del blocco sociale con le radici al Nord che aveva consentito la vittoria del premier»
«In Puglia è stata l’affermazione della democrazia partecipativa. Un popolo costituente che ha cambiato
i presupposti, gli esiti i riti della politica»
«La vittoria di Vendola dice che un dirigente della sinistra radicale
può attirare i voti anche di chi in partenza è più lontano da lui»
ROMA. HA vinto due volte, Fausto Bertinotti. Ha vinto perché ha vinto le elezioni e con tutta l’Unione di centrosinistra ha sconfitto il centrodestra. E ha vinto anche perché il candidato del suo partito, che prima ha sfidato il suo alleato concorrente dell’Ulivo e poi il potente governatore della Puglia, «l’imbattibile Fitto», ha vinto a sua volta ed è il governatore della regione. «Questo è un fatto straordinario, il più significativo di queste elezioni dopo il dato generale».
Partiamo però dal risultato complessivo, cos’è successo secondo lei? E soprattutto cosa succederà?
«Siamo di fronte a un tracollo del centrodestra, a una sua crisi irreversibile. Una crisi di consenso e una crisi interna all’alleanza. Non solo le destre perdono alcune regioni fondamentali, il Piemonte, la Liguria, il Lazio, la Puglia, ma perdono anche dove vincono. Nelle grandi regioni del nord, l’Unione cresce di dieci punti. Secondo me questo risultato è il frutto di due fattori: quello che abbiamo chiamato il vento del sud, le lotte di Melfi, di Scanzano, che esprimevano una fortissima domanda politica di cambiamento; e quello che chiamerei il crollo del blocco sociale che aveva consentito a Berlusconi di vincere le elezioni nel 2001, il blocco che aveva le sue radici appunto nel nord».
Un risultato che potrebbe portare all’implosione dell’attuale maggioranza di governo?
«Potrebbe, ma potrebbe anche esserci un’altra reazione, il cosiddetto stringiamoci a coorte. Ma anche se così fosse, non sarebbero più in grado di nascondere la crisi, una crisi che mi pare appunto irreversibile».
Le opposizioni chiederanno le dimissioni del governo? O almeno Rifondazione le chiederà?
«Io credo che le opposizioni debbano rispettare la correttezza istituzionale. Quindi noi non dobbiamo chiedere le dimissioni del governo perché non possiamo attribuire alle elezioni regionali un obiettivo diverso, esterno alla consultazione elettorale che si è svolta. Detto questo, Berlusconi e la sua maggioranza hanno di fronte un problema enorme. Come riuscire a governare in piena crisi economica e sociale, in mezzo a conflitti pesanti (pubblico impiego, metalmeccanici), immersi in una situazione internazionale drammatica, senza avere il consenso del Paese. Dove pensa Berlusconi di trovare la forza per continuare la sua politica? E’ evidente che questa è una situazione che rende totalmente legittima una consultazione elettorale».
Parla di elezioni anticipate?
«Non le sto chiedendo, dico che all’ordine del giorno non dovrebbe esserci chi deve o non deve guidare il governo ma quale politica bisogna fare per adeguarsi, mettersi in sintonia con quel che ha chiesto il Paese. Questo governo costituisce invece, con la sua stessa presenza, un ostacolo a questo processo. Ho sentito in tv un esponente della maggioranza, l’on. Tabacci, dire che la reponsabilità della sconfitta non è di Ghigo, Storace o Fitto ma di Berlusconi. Se lo dice lui».
Senta Bertinotti, lei è riuscito a vincere anche la sua seconda scommessa, in Puglia il «suo» Vendola ha sfidato l’Ulivo e ha vinto, ha sfidato Fitto e ha vinto. Un trionfo per lei?
«Non per me e nemmeno per Rifondazione, direi paradossalmente nemmeno per Nichi. E’ stata la vittoria della democrazia partecipativa, in Puglia ha vinto la partecipazione popolare che ha sostenuto questa corsa elettorale. Anzi di più, che ne è stata protagonista come in nessun’altra regione italiana. Diciamo una sorta di popolo costituente che ha fatto irruzione sulla scena politica, modificandola, cambiandone i presupposti, le regole, gli esiti. E’ un fatto talmente nuovo da indurre una profonda riflessione sull’esigenza di riformare il rapporto tra politica e società. Direi che il caso pugliese ci costringe a formulare un nuovo patto tra la nuova classe dirigente e il popolo».
In altre parole?
«Mettiamola così, è un fenomeno che mi ricorda l’America Latina di questi ultimi anni. Quel che è accaduto in Brasile, in Venezuela, in Argentina. Chiamiamola rinascita o forse meglio, primavera. Una stagione nuova insomma in cui i protagonisti che erano latenti, non erano visibili, emergono e incontrano finalmente un leader che riesce a interpretare questa loro emersione. Ed è un incontro che produce energia politica, scompagina le vecchie relazioni, gli schemi consolidati. Per esempio, smentisce che le elezioni si vincono al centro. La vittoria di Vendola dice il contrario, dice che un dirigente della sinistra radicale può attirare i voti anche di chi in partenza è politicamente più lontano da lui».
Vendola come Lula insomma?
«Forse più come Chavez. Anzi no, a lui quel piglio un po’ militarista non gli si addice. Direi che ricorda di più l’argentino Kirchner.
Dopo questo cappotto dell’Unione, le primarie su Prodi sono ancora necessarie?
«Come è noto io non le ho chieste, ho sempre messo l’accento sul programma, anche per le primarie. Se dunque non ci fossero, certo non mi strapperei i vestiti ma se ci fossero, io comunque ci sarò. Perché tutto ciò che aggiunge partecipazione, va bene, è giusto. Questa è la lezione pugliese».

AGI.it
REGIONALI: BERTINOTTI, PRIMARIE? INSISTO, NON LE CHIEDIAMO NOI

Roma, 4 apr. - Il risultato delle elezioni regionali con la vittoria dell'Unione rende inutili le primarie del centrosinistra? "Non so perché le renderebbe inutili - risponde ai giornalisti Fausto Bertinotti - in ogni caso insisto: noi non abbiamo chiesto le primarie, le primarie sono state proposte da Prodi, le abbiamo fatte in Puglia e hanno dato ottima prova di sè. Aspettiamo - conclude - e qualunque sia la decisione per noi va bene". (AGI)

Il Mattino 5.4.05
L’INTERVISTA
a Fausto Bertinotti
LUCIANO PIGNATARO

Il problema principale di Bertinotti ora è di gestire politicamente, con attenzione, la vittoria elettorale, forse il suo più significativo successo politico della lunga gestione dopo la caduta del governo Prodi. «C’è una nuova aria di cambiamento nel paese. Il primo dato assoluto e inequivocabile di queste elezioni è che segnano un grave smacco per il governo e le sue politiche liberiste di smantellamento dello stato sociale». Quest’aria di cambiamento nasce anche dal Sud dove il centrosinistra ribalta risultati che sembravano consolidati da sempre? «Sicuramente è il vento del Sud a spingere per il cambiamento. Non è un fenomeno di questi ultimi giorni, ma il risultato di numerosi episodi di partecipazione popolare che indicavano nuovi bisogni. Melfi, Scanzano, Acerra sono alcune tappe della nascita di un nuovo meridionalismo. Non a caso Berlusconi aveva messo il silenziatore alla parola Sud dopo aver fatto il pieno elettorale». Incassate anche il risultato di Nichi Vendola in Puglia dopo aspre polemiche. «Siamo i protagonisti della nuova primavera. Al di là del risultato finale, abbiamo chiaramente dimostrato che non bisogna avere leader moderati e riformisti per poter essere competitivi contro la destra». Eppure questa rincorsa spasmodica al centro moderato, presunta maggioranza degli elettori, sembra essere il dogma attorno al quale si è costruita da sempre l’alleanza tra le forze del centrosinistra. Come mai? «Sì, un luogo comune smentito dai fatti. In realtà la gente ha un profondo bisogno di cambiamento, bisogna saperlo interpretare e questo è il compito di una forza progressista. Quando maturano le lotte nelle piazze e la gente si abitua a discutere tutti i luoghi comuni della politica saltano e si prende atto della realtà che cambia» Comunque per Vendola si sono mossi tutti. «Le forze dell’Unione si sono mobilitate con grande motivazione a favore di una candidatura come quella di Nichi e della coalizione che l’ha sostenuta, si sono spese al massimo. Abbiamo la consapevolezza di aver costruito una partecipazione in questa regione come raramente si è registrato». Il vento del Sud punisce l’asse Berlusconi-Bossi-Tremonti? «Non solo, è la sonora bocciatura della politica del governo». Secondo lei in che cosa il governo Berlusconi ha veramente deluso l’elettorato? «In tutto. Non c’è questo o quell’aspetto da sottolineare perché il rigetto è totale. Guardi, è lo stesso motivo per cui avevano vinto loro: non per un tema specifico, ma solo perché agli occhi di tanti il liberismo sfrenato sembrava essere la soluzione alle difficoltà del paese. I fatti hanno dimostrato invece che la ricetta è pessima. Gli italiani non ne vogliono sapere più parlare. Non dimentichiamo la partecipazione alla guerra in Iraq con i drammi vissuti dal paese e lo stravolgimento della Costituzione fatto sotto il ricatto della Lega». L’avanzata del centrosinistra è omogenea? «In tutte le regioni crescono in percentuali le adesioni per il centrosinistra mentre le destre arretrano, in qualche caso clamorosamente. Una perdita di consenso per le politiche del governo dovuta al vento di cambiamento molto forte. Dal punto di vista politico il responso di queste elezioni è inequivocabile: le forze della maggioranza perdono e quelle dell’opposizione vincono». Crede che il silenzio elettorale dopo la morte del papa vi abbia favorito? «No». Farete anche quelle per il candidato premier? «Noi non abbiamo chiesto le primarie che sono state proposte da Prodi. Le abbiamo fatte in Puglia e hanno dato ottima prova di sè. Aspettiamo e qualunque sia la decisione per noi va bene».

in Toscana

Asca.it REGIONALI/TOSCANA:
MARTINI AL 57%, CRESCONO ULIVO E RIFONDAZIONE

(ASCA) - Firenze, 4 apr - Il risultato delle urne in Toscana premia Claudio Martini forse anche al di là delle aspettative della vigilia. Il presidente viene confermato con una percentuale intorno al 57,5% (era stato eletto nel 2000 con il 49,6%) mentre il suo principale concorrente, Alessandro Antichi della Cdl, si ferma al di sotto del 33%, contro il 39,97% ottenuto da Matteoli nel 2000. In Toscana la lista 'Uniti nell'Ulivo' avrà da sola la maggioranza dei seggi in Consiglio. Insieme Ds, Margherita, Sdi e Repubblicani europei mancano di poco il 50%. A questo risultato va aggiunto il 4,3% dei Comunisti italiani, il 2,8% dei Verdi e lo 0,8% dell'Italia dei Valori. In totale 'Toscana Democratica' ottiene dunque circa il 57% dei consensi, contro il 50,19% delle regionali 2000. Rifondazione comunista, che solo in Toscana ha corso da sola, non ha dunque pesato negativamente sulla coalizione. Il candidato del Prc Luca Ciabatti ha ottenuto il 7,3%, circa un punto percentuale meno della lista di Rifondazione (8,2%). Il partito di Bertinotti guadagna rispetto alle regionali 2000 (7,73%) ma arretra leggermente rispetto alle europee del 2004 quando ottenne il 9,10%. Nel complesso, comunque, le forze del centrosinistra ('Toscana democratica' e Prc) ottengono il 65% contro 57% circa ottenutto globalmente nel 2000, segno di un generale avanzamento delle forze dell'Unione. Al contrario, rispetto alle regionali 2000 la Casa delle Liberta' subisce un generale arretramento. Forza Italia si ferma intorno al 17% (20% nel 2000), An al 10,7% (era al 14,94%), l'Udc 3,62% stabile rispetto 3,28% delle europee 2004, mentre non era presente alle regionali quando Ccd e Cdu superarono complessivamente il 4%. I dati dei partiti della Cdl sono però sostanziamente in linea con le europee del 2004.

lunedì 4 aprile 2005

il Paese è in lutto

La Stampa 3 Aprile 2005
GEGÉ, IL GRANDE PERCUSSIONISTA DI CAROSONE

Muore Di Giacomo il re della batteria

NAPOLI. È morto, all'età di 87 anni, Gegè Di Giacomo. Poeta del tamburo, batterista fantasista, nipote del sommo Salvatore, fu al fianco di Renato Carosone negli anni del suo successo internazionale, contribuendo in maniera determinante all'affermazione di uno stile canoro ironico e contaminato, lontano dalla melassa melodica imperante. I suoi sketch, la sua fantasia iconoclasta e il suo urlo di battaglia «canta Napoli» sono entrati nella storia della canzone napoletana ed italiana. I funerali di Di Giacomo sono stati celebrati ieri mattina nella chiesa di San Giacomo degli italiani a Poggioreale tra i presenti con la sorella Giovanna, i nipoti Carlo Alberto e Manrico anche il presidente della Regione Campania Antonio Bassolino e Nunzio Gallo. A Gegè sarà dedicata il 21 settembre 2005 all'Arena Flegrea di Napoli la quarta edizione del Premio Carosone.
Classe 1918, nonno poeta, padre fine dicitore, le sorelle cantanti, Gennaro Di Giacomo inizia a dieci anni a suonare la batteria. Lavora al cinema Sansone, una sala napoletana di quarta categoria, dove era stato ingaggiato nella piccola formazione orchestrale incaricata di eseguire dal vivo, era l'epoca del muto, le colonne sonore dei film proiettati. Qui Gegè imparò l'arte di inventare suoni e rumori da ogni cosa che si potesse percuotere. Il nome di Gegè Di Giacomo è indissolubilmente legato a quello di Renato Carosone.
I tratti del carattere del grande percussionista si possono facilmente evincere proprio nelle parole di Carosone, che racconta (nell'autobiografia «Un Americano a Napoli): «Con Peter Van Wood provavamo all'hotel Miramare, aspettando di conoscere il nostro nuovo compagno di lavoro. Si presentò Gegè Di Giacomo, il padre di tutta la futura stirpe dei percussionisti-poeti della scuola partenopea (da Tullio De Piscopo a Toni Esposito, Toni Cercola, Rosario Jermano, Giovanni Imparato, Arnaldo Vacca, Peppe Sannino, Prince Hobo, Ciccio Merolla, Maurizio Capone...). Io e Peter non capivamo come quel buffo giovanotto con gli occhiali appannati volesse aggiungersi alla nostra jam session: non aveva con sé la batteria, l'aveva portata a cromare, sono sue testuali parole, «perché si era ossidata dopo la stagione estiva, colpa della salsedine», ma tanto lui poteva suonare lo stesso, sosteneva. «E come?», gli chiesi incuriosito della sua pietosa bugia o della clamorosa intempestività di quella sua scelta, squadrandolo dalla testa ai piedi, che non ci voleva molto. Tomo tomo, Gegè andò dietro il bancone del bar, si impossessò di un vassoio, una sedia di legno, tre bicchieri "intonati" diversamente con un po' d'acqua e un paio di forchette e via, bum, bum, bum. Eccolo, il suono che stavo cercando. Gegè davvero non aveva bisogno della batteria, poteva suonare qualsiasi cosa, far suonare qualsiasi cosa».


Il Mattino 2.4.05
Addio a Gegè, poeta dei tamburi di «canta Napoli»
Federico Vacalebre

Napoli. (...) da bambino a Gennaro Di Giacomo toccò dividere la batteria con il fratello (Pino suonava il rullante, lui cassa e piatti) prima di averne una tutta per lui a 10 anni e di essere assunto al cinema Sansone(...): Gegè inventava suoni, rumori e trovate che gli sarebbero presto tornati utili. In locandina c’era «La grande parata», film sulla prima guerra mondiale? Quando sullo schermo appariva un aeroplano lui doveva usare un tamburello con una leva da girare per simularne il rombo, un colpo di cassa imitava lo scoppio di una bomba, il rullante la mitragliatrice, un lungo fischio la sirena dei bombardamenti. Nel finale qualcuno gridava «Viva Savoia» e aerei, mitragliatrici, bombe, sirene, fucili e cannoni dovevano far sentire tutti insieme la propria voce. Avvilito e quasi in lacrime, Gennarino si lamentò con il proprietario del cinema: «Don Luigi, io ’a guerra ’a sulo nun ’a pozzo fa». Poi con un gruppo di scugnizzi del quartiere mise in piedi un irresistibile campionario di spari, rombi ed esplosioni. Bastava che urlasse «Guagliu’ sfugate» perché la sala si ritrovasse in prima fila al fronte. Nasceva così la sua pirotecnica concezione del ritmo, figlia di un’arte dell’arrangiarsi elevata alla massima potenza, di una clownerie antica e irresistibile che il 18 ottobre 1949 incontrò i partner ideali dopo essere stato al servizio delle orchestre di Gino Campese, Nello Segurini, Armando Del Cupola e Gino Conte. (...) Il merito dello straordinario successo internazionale di Carosone va diviso con Gegè e Nisa. Cantautorato di gruppo, si è scritto, sottolineando la spontaneità fulminante di Di Giacomo: le trovate dell’omino piccino picciò sono diventate parte integrante del canzoniere dell’americano di Napoli. Composto un brano, la coppia Carosone-Salerno lo passava nelle mani di Gegé, che lo trasformava in una gag, usando filastrocche, nonsense, oggetti-feticcio (pistole, campanelli, fischietti, clacson), le vocine di «E la barca tornò sola». Gli bastava un nulla per definire un personaggio, farsi macchietta, fungere da io narrante della canzone: una penna da indiano per «’O pellirossa», un turbante per «Caravan petrol». «Una sera, al Caprice di Milano, volevo un’atmosfera speciale per introdurre “La pansé”, florilegio di doppi sensi vietato alla radio nella versione maliziosa di Beniamino Maggio», ricordava ancora Carosone, «e Gegè improvvisamente urlò: “Canta Napoli, Napoli in fiore”. Aveva trovato il suo grido di battaglia, la sigla del nostro sestetto». Canta Napoli, Napoli in farmacia, Napoli matrimoniale, Napoli petrolifera... Uno spettacolo nello spettacolo, nei night il tavolino vicino alla postazione del batterista era il più richiesto, i camerieri si arricchivano con le mance incassate per riservarlo. Dopo il sorprendente addio di Carosone alle scene nel 1959, Di Giacomo si lanciò per un po’ nell’avventura solista, affacciandosi a qualche festival di Napoli (nel ’61 con «Tutt’’a famiglia», terza classificata, e «Pi-rikì-kukì», l’anno dopo con «Chin’’e fuoco» e «’O monumento») e mettendo in piedi un proprio gruppo per continuare a dispensare ritmo e buonumore tra assoli jazz, espedienti demenziali alla Spike Jones e humour sospeso tra Totò e i fratelli Marx. Ma il successo non fu travolgente e decise di ritirarsi anche lui, scendendo dal carrozzone del mondo dello spettacolo per non risalirci più, se si esclude un’apparizione al fianco dell’amico di sempre Renato. «Voglio che la gente mi ricordi al meglio della mia forma, ai tempi del nostro quartetto e del nostro sestetto, quando eravamo davvero due ragazzi irresistibili», spiegava, «sono stato 40 anni a Milano, adesso sono tornato a Napoli perché non sto bene. Abito a Poggioreale... ma fuori». La sua ultima battuta. Nel 2003, già costretto sulla sedia a rotelle, ha ricevuto il Premio Carosone tra le pareti di casa sua e dalle mani del governatore Bassolino e dell’assessore Armato. I funerali si svolgeranno alle 11 nella chiesa di San Giacomo a Poggioreale: il silenzio di cantaNapoli sarà assordante.

Repubblica 3.4.05
IL RICORDO
Il percussionista Tony Esposito
"Un vero genio che ha ispirato la mia carriera"

«Quando lo vidi scendere dallo sgabello della batteria con le bacchette in mano e poi suonarle sui tavoli, sui bicchieri e sul pavimento ricordo di aver pensato: "ecco cosa voglio fare nella vita"!». Così Tony Esposito ricorda Gegè Di Giacomo, come appariva nei tanti show dell'Italia televisiva in bianco e nero. «Ero un bambino ma ne rimasi segnato. Nessuno aveva lo mai fatto prima e nessuno lo ha più fatto dopo. C'era qualche grande batterista jazz come Gene Krupa che giocava acrobaticamente con le bacchette, ma Gegè era molto di più: le sue erano vere e proprie performance, si era ritagliato uno spazio spettacolare tutto suo, con quell'aria buffa che lo faceva somigliare più a un ginecologo che a un musicista. Se io ho sperimentato suonando padelle e altri strumenti poco ortodossi lo devo interamente a lui», prosegue Esposito. «L'ho incontrato più d'una volta: l'ultima è stata una quindicina d'anni fa, in un locale della Costiera dove Di Giacomo si esibiva quasi in incognito. Credo avesse dei problemi alla vista. "Meno male che non sono un pianista", mi disse. "I tamburi sono molto più grandi dei tasti del pianoforte: difficile non vederli". Perché a un certo punto ha dato le spalle alla celebrità? La musica è uno spazio misterioso, posso capire che la si voglia coltivare nell´intimo della propria solitudine».
Gegè non lascia eredi, soltanto qualche allievo. Come Maurizio Capone, anche lui napoletano, che con il suo gruppo Bungt&Bangt ha portato in scena il suono di scatole, lamiere, "scarti post-industriali" come li chiama lui e altri oggetti. «Nel 2003 all'Arena Flegrea, in occasione del Premio Carosone, abbiamo eseguito "E la barca tornò sola" in suo onore. È stato il primo vero percussionista in senso lato, un innovatore sia come strumentista che come uomo di spettacolo: quando Gegè appariva accanto a Carosone lo sguardo cadeva su di lui, era capace di rubare la scena al suo leader. Aveva ironia, dava dei significati forti a quello che faceva: nel suo gioco e nella sua semplicità riusciva a rompere gli schemi, che negli anni Cinquanta erano molto rigidi. E' stato un guastatore, una sorta di punk ante litteram».
(a.t.)

Repubblica ed. di Napoli 2.4.05
La scomparsa a 87 anni di Di Giacomo, alter ego del grande Renato Carosone
Il ritmo perde il suo padrone la musica dà l'addio a Gegè
Ironico ed elegante contribuì alla rivoluzione della batteria. Con lui il suono divenne sperimentazione
La morte di Di Giacomo che con Carosone cambiò la musica italiana
Addio Gegè, signore del ritmo

ANTONIO TRICOMI

Ogni oggetto ha il suono. La musica si può nascondere ovunque: dentro una sedia, un bicchiere, una mattonella. Basta saperlo. Basta essere in grado di tirarla fuori. Gegè Di Giacomo, l'uomo che più di tutti ebbe questa capacità, è morto a 87 anni e ha salutato ieri mattina amici e parenti nella chiesa di San Giacomo degli Italiani a Poggioreale. Era malato da anni. E da anni aveva rinunciato alle luci della ribalta: devoto alla famiglia e ai suoi ricordi di gioventù, legato fraternamente al suo leader Renato Carosone.
E c'è chi giura che Gegè ha cominciato a spegnersi quattro anni fa, quando a lasciare per sempre la scena fu il suo amico di sempre, il genio elegante della canzone napoletana.
Negli anni Cinquanta il mondo sembrava appartenere a loro. Renato e Gegè (ossia Gennaro, nipote di Salvatore Di Giacomo) sono due musicisti ricchi di talento e di successo. L'amicizia e la collaborazione ha inizio nel dopoguerra: Renato, pianista di formazione classica ma anche compositore e cantante, è appena tornato dall'Africa. Nella sua lunga permanenza ha acquisito familiarità con altri ritmi e altre suggestioni: musica del mondo, si direbbe oggi. Ma nella mente e sulla punta della dita corre anche altro: il jazz, la classica, la melodia partenopea.
Tutto è pronto per quella rivoluzione gentile che rivolta l'Italia canora come un guanto, con le armi dell'ironia e dell'irriverenza. Ma Carosone ha bisogno di complici: di una band, si direbbe sempre oggi, per dare l'assalto alla roccaforte della canzone italica ingessata nelle colombe bianche che volano, nei papaveri e nelle papere, nelle mamme che son tutte belle, nelle barche che tornano sole. Gegè si aggiunge per ultimo a Renato il pianista, Peter Van Wood il chitarrista, Nisa il paroliere. Carosone cerca un batterista ma trova molto di più. Un virtuoso capace di suonare, ma suonare davvero, qualunque cosa. Nel bel mezzo di un concerto Gegè è solito alzarsi dalla batteria e con le bacchette percuotere qualunque cosa incontri: l'asta del microfono, i tavoli e le sedie, i piatti e i bicchieri, la testa dei suoi compagni, il pavimento. Tornando poi al suo posto, dietro i tamburi. Senza interrompersi. È quello che ci vuole per dare uno scossone all'impettita musica leggera, ma leggera si fa per dire, di quegli anni Cinquanta in bianco e nero. Musicisti seri che non si prendono sul serio. Con Gegè che ruba regolarmente la scena a Renato per cantare (sua la voce solista in "Caravan Petrol") e non solo. Diventa celebre il richiamo "Canta Napoli" con cui introduce di volta in volta i brani. Ed è la Napoli "petrolifera" per "Caravan Petrol", "in fiore" per "La pansè", "in farmacia" per "Pigliate ‘na pastiglia". Per non dire della feroce messa alla berlina dello stucchevole successo di Gino Latilla "E la barca tornò sola", che la Carosone Band riprende integralmente avvalendosi però dei sarcastici interventi di Gegè, con i tormentoni "e a me che me ne importa" e "mare crudele, mare crudele".
Un´avventura durata dieci anni. Poi Carosone si ritira, nel 1959, al culmine del successo: motivi familiari, un voto o chissà cosa, le voci corrono. Tornerà nel 1976 e intanto è Gegè a essere sparito dalle scene, dopo aver tentato con scarsa fortuna la carriera solista. Negli anni Novanta si ammala e Renato, l'amico di sempre, scrive per lui "Addò sta Gegè" che non sarà mai incisa e verrà alla luce soltanto nel 2003, per merito di Van Wood e del direttore del Premio Carosone, Federico Vacalebre.
«Tu tieni un amico
un buon amico
e chist'amico
'nu juorno te lassa…'E strade se spartono
e ognuno 'e nuje
va p' 'o destino
che sta scritto…Un buon amico
è semp'amico
comme 'nu mutivo antico».
Mentre scrive questi versi, nella sua casa romana, Renato teme per Gegè, che invece gli sopravviverà di quattro anni. «Mi considero un suo adepto», ricorda Renzo Arbore. «È un modello per tutti noi, ci lascia una grande eredità: l'idea che si può fare musica con humour, che l'ironia e la semplicità resistono al tempo e alle mode».
A Gegè Di Giacomo sarà dedicata la quarta edizione del Premio Carosone, che si svolgerà il 21 settembre all'Arena Flegrea.



...intanto sabato sera a Roma, alle 21.37, è morto anche, dopo lunga malattia e all'età d 85 anni, il cittadino polacco Karol Wojtyla, immigrato nella capitale dal 1978. Anche la sua morte ha suscitato alcuni commenti sulla stampa e sulle televisioni.

la Cina è l'argomento del giorno
e Valerio Massimo Manfredi ipotizza relazioni con l'antica Roma

Il Mattino 3.4.05
La Cina è l’argomento del giorno
Valerio Massimo Manfredi

La Cina è l’argomento del giorno, il problema del giorno,l’incubo del giorno, oppure il futuro, la grande opportunità, a seconda dei punti di vista. Diceva Churchill, «Lasciamo che il drago cinese dorma perché quando si sveglierà farà tremare il mondo». Ora il drago si è svegliato e tutti gli occhi sono puntati su di lui. L’«Economist» gli dedica la copertina, «Time» ha fatto lo stesso di recente e si può stare sicuri che le cose continueranno così. C’è chi si chiede se esistano risorse e materie prime bastanti sul pianeta per alimentare lo sviluppo di un colosso da un miliardo e trecentomila persone (cui va aggiunto un miliardo di indiani anch’essi in sviluppo rampante). C’è chi si chiede dove arriverà il prezzo del petrolio e delle materie prime che i cinesi cercano di accaparrarsi a qualunque prezzo e se questo non finirà per provocare tensioni micidiali e guerre, così come è sempre successo nel passato. C’è chi fa presente che fra dieci anni la Cina avrà quindici milioni di ingegneri e un arsenale militare da far paura, con lo stolto contributo dell’Unione europea che per un pugno di euro rinuncia a un principio fondamentale di rispetto delle libertà individuali da esigere a tutti i costi e da tutti. E finalmente c’è chi considera che in molte realtà economiche cinesi si lavora 60 ore la settimana (con buona pace delle trentacinque ore di Bertinotti) per trenta dollari al mese e che su questa base nessuno può riuscire a batterli, nessuno può permettersi di sfidarli senza uscirne con le ossa rotte. Ma perché la Cina è così formidabile? Come è possibile che tanti milioni di persone accettino di lavorare pazientemente, instancabilmente per così poco e con tanta disciplina? Le ragioni sono molteplici e complesse e certo il ferreo centralismo comunista ha il suo peso, ma non è tutto. Fondamentalmente ciò avviene perché la Cina è antichissima, omogenea e compatta. La sua civiltà, di fatto immutata, resiste da circa cinquemila anni, la sua lingua, il suo sistema di scrittura secondo alcuni risalirebbero addirittura al neolitico. Le sue dinastie imperiali si sono succedute ininterrottamente per venticinque secoli. È come se l’Impero romano avesse superato le crisi delle invasioni barbariche e l’ultimo Cesare fosse stato deposto non nel 476 dopo Cristo ma nel 1936 (controllare) non per mano di invasori stranieri, ma per una evoluzione della politica interna. Come se oggi si parlasse ancora latino in tutto il bacino del Mediterraneo fino all’Inghilterra e al golfo Persico, come se l’Impero romano si preparasse a tornare una superpotenza mondiale, se non l’unica. Ciò che ha consentito un simile sviluppo e una simile longevità è stata una incredibile ricchezza in gran parte basata sull’agricoltura. Per avere un’idea si pensi che in una sola tomba della dinastia Han il corredo funebre era fatto di sette tonnellate di oggetti di bronzo, più del doppio di quanto sia stato trovato in tutte le tombe etrusche fino ad ora scoperte. La tomba del primo imperatore unitario Qin Shi Huangdi era vigilata da un esercito sotterraneo di ottomila guerrieri di terracotta. Il tumulo, tuttora inviolato, è ottanta metri di altezza e seicento di diametro. È probabile che il corredo che contiene sia al di là di ogni immaginazione. Il problema dell’invasione di prodotti cinesi in occidente non è di oggi. Già l’imperatore romano Tiberio nel primo secolo lamentava l’emorragia di denaro per l’acquisto della seta, denaro che in buona parte finiva nelle tasche degli intermediari persiani ma le sue reprimende non approdarono a nulla, le spese voluttuarie continuarono come prima. C’è da chiedersi che cosa sarebbe successo se i due imperi fossero entrati in contatto diretto: forse sarebbe cambiato il corso della storia. Troppo lontani per competere avevano tutto l’interesse a collaborare e in un certo senso ci andarono vicino. Essi infatti sapevano l’uno dell’altro, Nella Tabula Peutingeriana, una mappa del mondo antico giunta fino a noi , è rappresentata la Sera Maior, ossia la Cina. E nelle fonti cinesi l’Impero romano è menzionato con il nome di Taqin Guo, il Paese dell’Occidente. Si sa che un maresciallo cinese, Ban Chao, fratello di un grande storico, giunse fino al Mar Caspio e di là lanciò un’ambasceria guidata da un funzionario di nome Gan Jing per prendere contatto con l’imperatore dei romani. Gan Jing giunse fino a due giorni di cammino dalla frontiera, ma quando le sue guide persiane si resero conto dello scopo della sua missione lo depistarono, lo spaventarono con racconti di ostacoli insuperabili e lo convinsero a tornare indietro. Si sa anche che nel secondo secolo dopo Cristo un viaggiatore romano chiamato Qin Lun nelle fonti cinesi giunse alla corte imperiale e fece una relazione completa sull’Impero dei Cesari che purtroppo è andata perduta. Il suo contenuto sarebbe di eccezionale interesse. L’ultima e più clamorosa notizia è stata rilanciata di recente: un gruppo di soldati romani, forse scampati al massacro delle legioni di crasso a Carre nel 53 avanti Cristo sarebbe giunto, alcuni anni dopo, al confine occidentale della Cina lungo il fiume Talas. L’imperatore Yuandi avrebbe loro concesso di fondare un insediamento che era noto ancora un secolo dopo con il nome di Lijan, un termine che secondo alcuni significherebbe «legione». Altri invece pensano che derivi da Alexandria il termine con cui i cinesi denominavano qualunque insediamento occidentale a occidente dei loro confini. L’ipotesi fu avanzata da Homer Dubas, professore a Oxford, nel 1942 e ripresa ultimamente da ricercatori cinesi e australiani che avrebbero trovato indizi della presenza romana nei pressi dell’antica Lijan e addirittura caratteristiche «occidentali» nella popolazione locale. L’ipotesi è molto audace e certamente necessita di prove più consistenti ma i cinesi sembrano averla sposata in toto. Hanno addirittura eretto una specie di padiglione simil-classico e statue di legionari all’ingresso del villaggio.

storia dell'uomo
antiche navi egiziane, forse di 3500 anni fa

Le Scienze, aprile 05
Antiche navi egiziane
Potrebbero aver fatto parte della flotta della regina Hatshepsut

Un team di archeologi ha annunciato di aver trovato in due grotte sulla costa egiziana del Mar Rosso i primi resti finora recuperati di antiche navi egiziane per la navigazione marina. Presso lo stesso sito i ricercatori hanno anche trovato frammenti di ceramica che potrebbero aiutare a risolvere alcune controversie sull'estensione dei viaggi commerciali degli antichi egizi. Ma i dettagli del ritrovamento restano ancora vaghi.
Kathryn Bard dell'Università di Boston, che ha diretto gli scavi insieme al collega italiano Rodolfo Fattovich nel dicembre 2004, ha rivelato alla newsletter settimanale della propria università che il team ha trovato molti oggetti, fra i quali legname e corde, all'interno delle grotte artificiali situate presso il sito archeologico costiero di Wadi Gawasis. Secondo la ricercatrice, le ceramiche rinvenute potrebbero risalire a una celebre spedizione navale della regina Hatshepsut nel 15esimo secolo a.C. verso la misteriosa terra di Punt dove veniva prodotto incenso. Questo viaggio è descritto in dettaglio nei bassorilievi del tempio di Hatshepsut sulla riva ovest del Nilo, vicino alla moderna Luxor.

il medioevo

La Gazzetta del Sud 4.4.05
Analizzate le ragioni del successo che quel periodo storico incontra nel mondo contemporaneo
Il fascino discreto del Medioevo
Dalla magia ai Templari, dai giullari alle dame di corte
Salvatore Tramontana

I diversi elementi che stanno alla base dei libri di storia si amalgamano in un prodotto editoriale che non sempre va incontro alla curiosità e alle esigenze di quanti cercano nella storia un fattore di identificazione. Di quanti, cioè, scrive Philippe Ariès, chiedono alla storia anche ciò che hanno «domandato in ogni tempo alla metafisica, e non prima di ieri alle scienze umane»: vogliono appunto una storia che riprenda i temi della riflessione filosofica, ma collocandoli nella durata e nell'ostinato rinascere delle imprese umane. Ogni libro, certo, ha la sua identità e la sua più o meno spiccata capacità di dialogare coi lettori, e in tal senso un testo di storia è tanto più valido quanto più riesce a creare legami col mondo che lo circonda. Nel quale, in questi ultimi tempi, sembra via via accentuarsi la disponibilità verso i problemi del passato specie per quel che si riferisce alla vita di ogni giorno, e innanzitutto alle relazioni fra popolazioni e risorse, fra popolazioni e controllo delle forze e dei processi naturali. Ma anche alle questioni della sessualità, della criminalità, delle devozioni popolari, della mentalità religiosa, vale a dire ai problemi del quotidiano e dell'immaginario, cioè del non cosciente collettivo che, specie nella storia medievale, hanno ormai da tempo ritrovato ampio spazio. Oggi il Medioevo è dappertutto, afferma con enfasi Horst Fuhrmann nel volume pubblicato nel 1995 a Monaco e che ha appunto per titolo «Überall ist Mittelalter». Lo si coglie di continuo in tanti propositi di intimità e di approfondimenti morali, nell'emergere della società di fronte allo Stato, nella sempre più accentuata privatizzazione della guerra e anche della sicurezza e nel moltiplicarsi delle polizie private, nell'ossessione per l'ordine dei Templari, nel richiamo, pure in termini politici, alla dimensione misteriosa e magica dei Celti, nella presenza di bande di giovani che, come nel secolo XIII spinti dal «rifiuto viscerale di una società arroccata nei suoi vizi e nei suoi privilegi», quasi terroristi ante litteram , cercano - scriveva Luigi Malerba in un articolo sul "Corriere della Sera" - una conferma «del proprio disadattamento nell'associazione con altri disadattati». L'onnipresenza del Medioevo, scrive infatti Fuhrmann, comincia nella vita quotidiana dal «buongiorno», dal saluto che nel Medioevo, con l'espressione «Dio ti dia un buongiorno», si era sostituito all'ave o al vale dei romani. Ma si riscontra nel sempre più frequente uso, nei caratteri a stampa di libri e manifesti, di forme grafiche gotiche, onciali, semionciali, nella persistenza del celibato del clero cattolico, nelle ideologie di movimenti politici che riconducono le proprie radici ai simboli rappresentati dallo scontro fra particolarismo della Lega lombarda e potere centrale di Federico Barbarossa, in una diffusa e istintiva paura verso la Germania, che il subconscio di tanti europei considera ancora impegnata nel raggiungimento di una superiorità di diritto sugli altri popoli. Come appunto nel Medioevo, quando il re di Germania diveniva anche imperatore del Sacro romano impero, cioè dell'Occidente cristiano, secondo una prassi che non sembra trovasse riscontro nell'ordinamento del tempo. «Chi ha fatto i tedeschi giudici degli altri popoli?», si chiedeva infatti nel 1160 il cronista inglese Giovanni di Salisbury, e aggiungeva: «Chi ha dato a questi uomini maldestri e feroci una tale influenza che essi nominano a volontà il capo dell'umanità?». Abitudini, richiami più o meno inconsci, paure, desideri, angosce, registrano certo la persistenza di un'eredità ancora viva, anche se disuguale e sfuggente e per certi versi sterile e persino dannosa, ma testimoniano, a un tempo, un'immagine del Medioevo che, più che un problema di cultura, finisce per essere un fenomeno di massa. Cioè un Medioevo della cultura comune, anzi dell'acculturazione, che si riscontra nella letteratura, nel teatro, nel cinema, nei fumetti, nella televisione, nel giornalismo. Un Medioevo appiattito su una dimensione fantastica, e fatto, scrive Franco Cardini, «di molti castelli, pochi monasteri e nessuna città: di molti baroni, cavalieri, malvagi guerrieri e splendide dame, ma di pochi poveri contadini e di quasi nessun banchiere e mercante; di molta magia ma di poca scienza e di una tecnologia ora improbabilmente informatizzata, ora inesistente». Insomma, un Medioevo le cui principali fonti non sono neppure Chrétien de Troyes o Wolfram von Eschenbach bensì Walter Scott, la pittura di William Morris e il romanzo gotico. Un Medioevo che anche la scuola ha, talvolta, contribuito a diffondere attraverso un insegnamento del quale Leonardo Sciascia offre incisiva testimonianza in un suo personale ricordo. Del Medioevo, egli dice, nelle menti dei bambini che con lui frequentarono le elementari, «restavano per sempre un concetto e un nome. Il concetto era quello dell'invasione, fatto terribile e quasi contronatura, violenza e repressione, perdita di identità, terra bruciata, carestia. Il nome era, grazie a Giulio Cesare Croce e al suo Bertoldo, quello di Alboino, re dei longobardi». Certo, l'insegnamento della storia nel primo ciclo non è più quello della scuola elementare frequentata negli anni 1926-30 dallo scrittore siciliano, ma l'immagine che del Medioevo ha la società di oggi continua a essere quella di un modello da esecrare o da rimpiangere. Un modello visto da alcuni come luce, come civiltà, come rigenerazione, da altri come tenebre, oscurità, intolleranza, brutale violenza, barbarie, al cui contesto, secondo il noto volume di Roberto Vacca, saremmo condannati a ritornare a causa del sempre più diffuso inquinamento e del collasso tecnologico. A tal proposito non è superfluo citare Umberto Eco che, in un dibattito con Paolo Flores d'Arcais pubblicato su «Civiltà delle macchine», sottolineava la responsabilità di taluni ambienti progressisti e dei sostenitori della «metafisica ecologica» per aver contribuito, con una certa immagine delle società capitalistiche e dei loro modi di vita, al progressivo radicarsi, nell'animo di molti, di un irreversibile precipitare verso il Medioevo prossimo venturo. Un Medioevo allora «come ricerca di ecologia materiale e spirituale? Come impegno, scrive Vittore Branca, a ritrovare istinti, sentimenti, valori ben schietti e motivi da persona umana e non da società massificata?». Nella rivista «Quaderni medievali», che fin dal primo numero riserva una sezione a L'altro Medioevo, si possono cogliere non solo testimonianze ragionate dell'immagine di un Medioevo offerto, decodificato, volgarizzato, spesso deformato, ma anche risposte persuasive dell'immagine speculare e dei meccanismi di informazione che lo producono. E basti scorrere le pagine della rivista per rendersi conto che il Medioevo è un punto costante di riferimento anche da parte di chi con la medievistica non ha rapporti di studio e di ricerca. Ne offre fra l'altro immediata conferma l'abituale e spontaneo ricordo del giornalismo scritto e televisivo al termine Medioevo e all'aggettivo medievale per esprimere gli aspetti più retrivi, più incivili, più nefasti della nostra società. Un Medioevo dunque triplice nella sua immagine: visto da alcuni come l'espressione del «non moderno», dell'oscuro, dell'apocalittico, della fame, delle malattie, dell'insicurezza; da altri come l'anticipazione di quanto avrebbe avuto compimento nell'età moderna: le città, le università, i parlamenti, le cattedrali, le banche, le cambiali, la prospettiva in pittura, il mondo cortese; da altri ancora come l'epoca in cui disfunzioni e ingiustizie venivano sanate dal cavaliere vitale e forte che usava le saette della santa violenza per risolvere i contrasti e riportare la pace nei cuori. E il cavaliere con la sua epopea è l'affascinante e rassicurante simbolo archetipo di quanti, richiamandosi appunto al Medioevo, considerano questo periodo l'età della cavalleria, della tavola rotonda, della lotta fra bene e male, fra Occidente cristiano come espressione di cultura e civiltà di un'epoca e Oriente islamico come sintesi di forze demoniache e magiche da distruggere e da disperdere o, al più, da rieducare e convertire.

storia dell'uomo
i Celtiberi, gli antichi spagnoli

La Provincia 4.4.05
Celtiberi, gli spagnoli nella storia
Viaggio tra gli antichi popoli dell'Europa: così i Romani chiamavano gli abitanti della penisola iberica
Numanzia era la loro capitale e base militare: ci vollero ben 15 estenuanti mesi di assedio per espugnarla
Iole Fargnoli


Gli antichi abitanti della Spagna erano chiamati dai Romani Celtiberi. Il termine Celtiberi, secondo lo storico greco Diodoro Siculo, deriverebbe dalla fusione dei nomi dei due popoli che risiedevano nell'antica Spagna, gli Iberi e i Celti, che combatterono tra loro a causa del territorio, ma, una volta pacificatisi, si sposarono tra loro e ricevettero una denominazione comune. Ma forse Celtiberi sono semplicemente quei Celti che arrivarono nella penisola iberica intorno all'800 a.C., provenendo dal Reno in massa con i loro carri e le loro famiglie, e che colonizzarono la Catalogna, la regione aragonese e in una seconda penetrazione anche l'Andalusia. I Romani li incontrarono per la prima volta nel 218 a.C., quando, per arrestare l'espansionismo cartaginese, sbarcarono in Spagna nel 218 a.C. nell'attuale città di Ampurias, fondata dai Greci sulla costa occidentale, e si trovarono di fronte un vero e proprio mosaico etnico-culturale. Era l'impervia orografia a rendere difficili le comunicazioni e i rapporti e a favorire la divisione in distinte regioni geografiche. Mentre i Celti erano insediati nel centro-nord e in Occidente, le zone meridionali e orientali erano perlopiù occupate dai Tartessi e dagli Iberi. In realtà la penisola iberica, considerata nell'antichità l'ultima appendice a ovest del mondo conosciuto, aveva avuto insediamenti ancora più antichi. Di uno sconosciuto ceppo non indoeuropeo, giunto ancora prima delle ondate indoeuropee, la viva traccia tangibile è oggi la lingua basca parlata nei Paesi Baschi che, proprio rifacendosi alle loro antiche origini, rivendicano ferocemente la loro propria identità, ricorrendo persino - come è tristemente noto - alla violenza terroristica. Le fonti più precise sui Celtiberi sono quelle relative alle guerre di Numanzia (una città nella Spagna centrosettentrionale, poi rasa al suolo dai Romani), nel momento in cui nel II-I sec. a.C. la campagna militare consentì ai Romani di disporre di dati di prima mano. Numanzia era la capitale e base militare dei Celtiberi e i Romani ebbero bisogno di ben 15 estenuanti mesi di assedio per espugnarla. Nel 133 a.C. Scipione l'Emiliano ottenne - praticamente per fame - la resa di 8000 Celti, che preferirono però poi suicidarsi in massa piuttosto che consegnarsi ai Romani. Lo storico di età augustea, Livio, raccontava che i Celtiberi erano valorosi e amanti della guerra, che combattevano con ardore selvaggio e lucida follia e che consacravano la loro vita al capo, sapendo che non era ammesso sopravvivere a lui. Diedero molto filo da torcere ai Romani, che dovettero tribolare per ben due secoli prima di concludere la conquista della Spagna e ottenerne finalmente la pacificazione. Dipese forse anche da ciò l'opinione molto negativa che i Romani ebbero dei Celtiberi: si racconta che i sopravvissuti all'assedio di Numanzia fossero estremamente sporchi, coi capelli lunghi e che fossero selvaggi nel carattere, affatto abituati ad ubbidire agli ordini degli altri. Addirittura si dice che fossero dediti a pratiche di cannibalismo. Con la completa pacificazione della Spagna sotto l'imperatore Augusto la missione di Roma cessò di essere la conquista. Già Cesare per sistemare i veterani del suo esercito fondò le prime città romane, come Tarragona, Valencia, Cordoba e Italica. Augusto fece sorgere altre venti colonie nella penisola, come Merida e Saragozza, che eressero splendidi templi, spaziosi teatri, anfiteatri e terme. Convertiti in agricoltori i soldati romani sposarono le donne indigene, accelerando così l'acculturazione del territorio e l'assimilazione dei Celtiberi. Roma sfruttò i giacimenti minerari di argento, oro, piombo, rame e alabastro, collaborò nelle opere di ingegneria, favorì l'agricoltura e l'allevamento del bestiame. La romanizzazione degli ispanici fu tale che la Spagna diede a Roma personalità insigni come Marziale, i due Seneca e Quintiliano e persino degli imperatori come Traiano, Adriano e Teodosio. Ma non ovunque gli Ispanici si assimilarono ai Romani. Se la Betica, la costiera orientale, la valle dell'Ebro e l'Aragona assorbirono rapidamente la cultura di Roma, nei territori estremi del nord si sviluppò una duplicità culturale così profonda che l'appartenenza alla rete amministrativa dell'Impero e la lingua latina non impedirono la conservazione dei costumi celtiberi. Ancora oggi la comunità autonoma della Galizia (la capitale è Santiago de Compostela) rivendica tenacemente le sue origini celtiche, imponendo l'uso della lingua galiziana come lingua ufficiale accanto allo spagnolo nell'accanita rincorsa di una maggiore autonomia dal governo di Madrid.

i rischi dei farmaci

Il Sole 24ore, Sanità 4.4.05
Contro i rischi dei farmaci una rete europea di farmacisti ospedalieri

Effetti collaterali dei farmaci sotto stretta sorveglianza grazie a una rete di farmacie ospedaliere che punta a integrare i sistemi di farmacovigilanza nazionali, per meglio monitorare i medicinali più a rischio. Ma anche un 'Risk manager' negli ospedali che, attraverso nuovi strumenti di controllo, qualità e sicurezza analizzi i pericoli legati a ciascun medicinale per garantire più sicurezza ai pazienti. È la proposta dei farmacisti ospedalieri del Vecchio Continente, riuniti oggi e domani a Roma per il I convegno internazionale su molecole orfane e a rischio, "Current challenge in hospital pharmacy: the role of the pharmaceutical industry".
Un progetto, quello proposto dagli esperti europei, ancora in embrione ma che ha l'obiettivo ambizioso di migliorare gli standard di sicurezza dei farmaci. E il primo passo sarà quello di definire categorie omogenee di medicinali sulla base dei loro rischi potenziali. Alla fine dell'incontro romano, infatti, sarà stilato un documento comune sulle matodologie da adottare per tre categorie di farmaci 'sorvegliati speciali': molecole orfane, in sperimentazione e quelle ad alto rischio (di cui sono giá noti i potenziali effetti negativi sui pazienti).
Un caso particolare è rappresentato dai farmaci orfani, per la cura delle malattie rare, che, secondo gli esperti, necessitano di molta attenzione: la tutela dei pazienti deve essere massima e deve estendersi al controllo della distribuzione.
"Oggi - spiega Luigi Giuliani, presidente del congresso romano e direttore della farmacia dell'ospedale di Novara - molti 'orphan drugs' sono ordinati via Internet o attraverso esportatori esteri, modalità distributive non certificate che non dovrebbero essere consentite per i farmaci più a rischio e per quelli destinati a persone colpite da patologie rare".
In Europa, nonostante la situazione allarmante, manca ancora un'integrazione e un'armonizzazione dei sistemi di sorveglianza per la gestione, il monitoraggio e il controllo di molecole orfane, a rischio e in sperimentazione.
"L'obiettivo di questo incontro - ha detto Giuliani durante la conferenza stampa di presentazione del convegno in corso nella capitale - è dare un forte segnale alle istituzioni sanitarie di tutta Europa attraverso un documento di consenso sulla gestione del rischio in tre importanti aree: i farmaci orfani, con le implicazioni sociali, economiche, di qualità della produzione e legislative legate alle esigenze di cura di una minoranza. E poi la sperimentazione clinica, con l'impatto delle direttive comunitarie, le difformitá di applicazione, l'esigenza di eticità e sicurezza. Infine, la distribuzione dei farmaci ad alto rischio, con la particolare esigenza di monitoraggio".
Tra i farmaci a rischio gli esperti hanno ricordato il caso della talidomide, ritirata nel 1962. Ma nel 1998 la Food and Drug Administration statunitense ha ridato l'autorizzazione a patto che l'azienda titolare della licenza attivasse a proprie spese un programma di gestione del rischio specifico. In Europa, l'Emea mette in guardia contro i rischi di teratogenicità della molecola, affidando alle Agenzie nazionali il compito di sviluppare sistemi di sicurezza. Oggi la talidomide è impiegata prevalentemente nel mieloma multiplo, malattia che colpisce circa 2.500 italiani l'anno, soprattutto dopo i 65 anni.

uomini e topi
anche l'Unità...!

L'Unità 4.4.05
La risata del topo
e quella dell’uomo

Ridere, possono ridere solo gli uomini. Ma altri animali hanno espressioni simili e fanno rumori vicini a quelli delle nostre risate. Tra questi, scimmie e topi. Studiare le loro espressioni di divertimento potrà aiutarci a capire l'origine evolutiva del nostro ridere. Lo dice il psicologo americano Jaak Panksepp della Bowling Green State University in Ohio (USA) sull'ultimo numero della rivista «Science».
Panksepp e il suo gruppo si sono occupati della risata dei ratto, che emette dei suoni acuti alla frequenza di 50 kilohertz mentre sta giocando. Lo stesso tipo di suoni viene emesso dai topi mentre si fa loro il solletico. I circuiti neuronali che usiamo noi umani quando ridiamo, spiega lo psicologo, sono verosimilmente situati in zone molto antiche del cervello. Lo dimostra anche il fatto che gli esseri umani cominciano a ridere da piccoli, senza che nessuno glielo insegni.