martedì 28 ottobre 2003

il premio Grinzane a Marco Bellocchio

libero.it 28.10.03 - 16:50
CINEMA: BELLOCCHIO PREMIATO A STRESA AL FESTIVAL GRINZANE


Stresa, 28 ott. (Adnkronos) - Anteprime, incontri con gli autori, convegni: si inaugura domani a Stresa la prima edizione del Festival Grinzane Cinema, organizzato dal Premio Grinzane Cavour d'intesa con l'Assessorato al Turismo della Regione Piemonte e il sostegno della Direzione Cinema del Ministero per i Beni e le Attivita' Culturali e della Martini Rossi. Sedi della manifestazione il Palazzo Congressi, il Grand Hotel del Iles Borromees, il Grand Hotel Regina Palace a Stresa e Villa Carlotta a Belgirate. ''Il Festival nasce per indagare i legami tra cinema e letteratura, due generi abituati a fondersi senza perdere ciascuno la propria identita' e indipendenza e per promuovere i rapporti tra cinema ed editoria'', dichiara Giuliano Soria, presidente del Premio Grinzane Cavour, che ha voluto al suo fianco per questa nuova iniziativa, come consulente artistico, Stefano Della Casa. Grinzane Cinema si concludera' sabato prossimo con l'assegnazione di due premi: uno per il miglior film italiano tratto da un libro e uno per la migliore opera letteraria trasposta su pellicola. Quest'anno la giuria cinematografica (Alain Robbe-Grillet, Liliana Cavani, Masolino D'Amico, Anna Galiena, Peter Lilienthal) premiera' il regista Marco Bellocchio per 'Buongiorno, notte' (2003), tratto dal romanzo di Anna Laura Braghetti e Paola Tavella 'Il prigioniero' (Feltrinelli, 2003). (Red/Pe/Adnkronos)

quanti sono i cattolici in Italia?

Franco Garelli, sociologo cattolico che insieme ad altri suoi coleghi ha curato una voluminosa indagine per la conferenza episcopale, prova a delimitare l'area di quanti possano dirsi veramente cattolici nell'Italia di oggi. «I credenti militanti» - spiega - «coloro che fanno parte di gruppi, associazioni, movimenti e danno grande rilevanza all'esperienza comunitaria della fede sono circa un 10 per cento. I praticanti assidui, che però non avvertono l'esigenza di una vita religiosa collettiva e di una visibilità, sono un altro 15-20 per cento.

(da un articolo di Marco Politi su Repubblica Cultura di qualche tempo fa)

...e nel mondo?

Secondo i dati percentuali tratti da una fonte cristiana (2001 World Christian Trends), nel mondo i cattolici sarebbero il 17,5%, il dato è simile a quanto sostiene anche l’annuario statistico della chiesa cattolica: tale cifra è però assolutamente inverosimile, basata com’è sul numero dei battezzati (accettando questo dato, per esempio, i cattolici in Italia risulterebbero 56 milioni!)

(dati reperibili QUI)

«O si pensa o si crede» (Arthur Schopenhauer)
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Le Nuove Edizioni Romane
e la Libreria Amore e Psiche

comunicano che

giovedì 30 ottobre

uscirà la sesta edizione di

BAMBINO DONNA E TRASFORMAZIONE DELL'UOMO

di Massimo Fagioli


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MARCO BELLOCCHIO
MERCOLEDI 29 OTTOBRE
alla Facoltà di Lettere e Filosofia
della "Sapienza"

(ricevuto da Tonino Scrimenti)


Università degli Studi di Roma "La Sapienza" - MIUR
Dipartimento di Italianistica e Spettacolo - Ufficio Scolastico Regionale Lazio
Associazione degli Italianisti – Sezione Didattica - Istituto Regionale di Ricerca Educativa
Cinema e letteratura.

Incontri con gli autori

Università degli Studi “La Sapienza”, Facoltà di Lettere e Filosofia, Aula I
MIUR, Sala della Comunicazione, Viale Trastevere 76a (*)
Roma, 13, 22, 24, 29 ottobre 2003
  
Quarto incontro (dopo A.Camilleri, i Taviani e F.Rosi):


Mercoledì 29 ottobre - Facoltà di Lettere e Filosofia, Aula I
ore 16.00
MARCO BELLOCCHIO
intervistato da Paolo Bertetto

E' stato invitato Giovanni Profita – Direttore Generale Cinema, Ministero Beni Attività Culturali 
seguirà una discussione         

Gli incontri si svolgeranno anche in collegamento con Cinedays Europe 2003 ( 10-24 ottobre- sito web cinedays.org, raggiungibile cliccando QUI), iniziativa di valorizzazione del patrimonio cinematografico europeo promossa dalla Commissione Europea - Direzione Generale dell'Educazione e della Cultura.  

Ha collaborato il Gruppo di studio e ricerca Irre-Scuola-Università “Linguaggi letterari”, con la partecipazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali-Direzione Generale PSAD, dell’ANAC, dell’Associazione Culturale “Ombre Elettriche”.  

Coordinamento scientifico: Michela Costantino, Giulio Ferroni, Silvia Tatti. 

Segreteria: IRRE del Lazio. Via Guidubaldo del Monte, 54 – 00197 Roma - Tel. 06-809671 - Fax 06-8070791 - e-mail: istituto@irre.lazio.it - web page: www.irre.lazio.it
  

Il programma è visibile sul sito dell’IRRE del Lazio
e sul sito del  Dipartimento di Italianistica e Spettacolo

(*)L’accesso alla Sala della Comunicazione del MIUR sarà consentito soltanto a chi è iscritto al corso e risulta nell’elenco che l’IRRE del Lazio consegnerà al MIUR in data 22 ottobre (al momento dell’accesso sarà necessario esibire documento di riconoscimento).
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- Continua a PARMA fino al 5 novembre la mostra dei dipinti e dei disegni di
MARCO BELLOCCHIO

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le immagini dell'Affresco
di Massimo Fagioli

(oltre che alla Libreria AMORE E PSICHE)
sono adesso visibili in rete,
su mawivideo.it

clicca QUI



(segnalato da Silvia Iannaco)
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lunedì 27 ottobre 2003

anche alla Libreria AMORE E PSICHE
la registrazione video del dibattito
di martedì 21 ottobre

Ora è possibile vedere anche in libreria - oltre che sulla rete, QUI - la registrazione dell'intervento di Marco Bellocchio al dibattito seguito alla proiezione del film "Buongiorno notte", tenutosi presso la Facoltà di Scienze della comunicazione d Roma martedì 21.10.03.
 
gli orari:
lunedì 15.00-20.00
dal martedì alla domenica 10.00-20.00


(segnalazione di Tonino Scrimenti)
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Class di ottobre

CLASS ottobre 2003, in edicola (€ 4,50)
con una fotografia di Massimo Fagioli

(ricevuto da Daniela Venanzi)

La psicoanalisi stimola o ditrugge la creatività? Per Bertolucci, Beckett o Fellini la terapia è stata una manna. Per Pasolini un Impaccio. E per Bellocchio...
SE IL GENIO FINISCE SUL LETTINO
di Alessandra Gaeta


Dopo anni di crisi creativa, Marco Bellocchio ha rotto il sortilegio l'anno scorso con L'ora di religione, considerato il miglior film italiano della passata stagione. Un successo bissato con il recente Buongiorno, notte.
Il regista, presente al Festival di Venezia, si è visto sfuggire il Leone d'oro, ma un premio più importante l'ha ottenuto: ha vinto su se stesso. Sul suo modo, cioé di essere uomo e artista chiuso, isolato e complesso, che lo ha costretto per anni a vivere nella penombra. Oggi, a sessant'anni compiuti, Bellocchio gode di una seconda giovinezza creativa: «Sento di avere raggiunto una maggiore libertà e se oggi sono quello che sono è anche grazie a un'esperienza che, al contrario di quello che molti hanno spesso sostenuto, non mi ha né soffocato né distrutto.
L'esperienza di cui parla Bellocchio è il suo rapporto con Massimo Fagioli, lo psicoanalista che lo ha aiutato a superare la depressione e che lo ha seguito fino al 1996, dopo dieci anni di terapia di gruppo. Il sodalizio tra i due era stato lungamente criticato da stampa e pubblico: in molti disapprovavano l'eccessivo coinvolgimento dell'analisi nella sua vita artistica e, dopo la partecipazione di Fagioli alla sceneggiatura del Diavolo in corpo, si era parlato di una vera e propria sopraffazione sul regista da parte del terapeuta. Bellocchio ha sempre respinto queste critiche, sostenendo che l'analisi aveva in realtà rivitalizzato la sua freschezza espressiva.

Sull'influenza, positiva o negativa della psicoanalisi sulla creatività possono testimoniare la loro esperienza personaggi come Bernardo Bertolucci, Federico Fellini, Gabriele Lavia, Ferdinando Camon, Andrea Zanzotto, Giorgio Manganelli, Umberto Saba, Woody Allen, Hermann Hesse, Samuel Beckett e molti altri scrittori, registi, attori, poeti e artisti. «L'analisi è un allenamento all'espressione», sostiene lo scrittore Ferdinando Camon, paziente di Cesare Musatti. «Chi passa la vita a scrivere, cioè a esprimere non può convivere con la repressione». Ecco dunque spiegati i motivi di tanta affluenza negli studi psicoanalitici da parte di personalità creative.
Per Sigmund Freud, l'uomo felice non fantastica, solo l'insoddisfatto lo fa. Secondo il padre della psicoanalisi, l'insoddisfatto è colui che isola e segrega nella propria interiorità le sue fantasie e i suoi sogni per paura di esternarli. La primitiva libertà di fantasticare di un bambino non è concessa all'adulto perché da lui non ci si attende più che continui a giocare, quindi a fantasticare, ma che agisca nella vita reale. Una tale segretezza di sentimenti, a lungo andare, provoca l'insorgere di nevrosi, dalle quali si può guarire solo confessando su un lettino i propri desideri insoddisfatti, che Freud chiama «le forze promotrici delle fantasie».
«Quando Samuel Beckett si presentò al dottor Wilfred Ruprecht Bion, aveva pesanti sintomi di angoscia, che egli stesso descrisse nella prima seduta: palpitazioni, aritmie cardiache, sudori notturni, tremito, panico, senso di soffocamento e, negli attacchi più acuti, paralisi totale». Nella sua biografia su Beckett, lo storico James Knowlson dà ampio spazio alla terapia dello scrittore e al suo rapporto con lo psicoanalista Bion. Grazie all'analisi riduttiva, un metodo che mira a scoprire i legami dinamici tra sintomi e cause scatenanti maturati nel passato, il drammaturgo dublinese riuscì a controllare alcuni dei suoi impulsi psichici più devastanti (frustrazione e violenza repressa) ma soprattutto a utilizzare fruttuosamente il suo solipsismo nel lavoro creativo.
Anche diversi grandi scrittori italiani si sono rivolti alla psicoanalisi. Umberto Saba, per esempio, dopo una forte depressione, ricorse all'allievo di Freud, Edoardo Weiss, che ebbe in cura anche Italo Svevo. Allo psicoanalista triestino, Saba dedicò 11 piccolo Berto, rac c opto fortemente caratterizzato da elementi freudiani, che interruppe un suo periodo di stasi creativa.
Un'esperienza analoga l'ha vissuta il poeta Andrea Zanzotto: dopo due anni di terapia, che lo hanno aiutato a stemperare angosce e fobie, è diventato un cultore della psicoanalisi. L'influenza di Lacan è stata fondamentale nella sua opera: «Tutto il formicolio di idee, incroci e ibridazioni lacaniane uri ha certo insegnato qualcosa, ed è stato all'orizzonte del allo fare», dichiara Zanzotto, «ma nello stesso tempo ho avvertito la necessità di prendere distanza da questo inghippo che aveva, insieme, l'aspetto roseo del surrealismo e l'aspetto negromantico di un certo tipo di esistenzialismo».
Uno dei più illustri allievi di Jung fu il tedesco Ernst Bernhard, che ebbe in cura il fior fiore del inondo intellettuale italiano. Esule volontario dalla Germania per il dilagare del nazismo, guidato da un sogno premonitore raccontato a Jung , riparò in Italia nel 1938. Nel dopoguerra riceveva nel suo studio romano di via Gregoriana 12, a Trinità dei Monti, Natalia Ginzburg, Bobi Bazlen, Giorgio Manganelli e Federico Fellini. Quest'ultimo, dietro consiglio dello psicoanalista tedesco, iniziò a tenere un diario dove riportava, sotto forma di disegni, tutti i suoi sogni. Quando Bernhard morì, Fellini gli dedicò Il viario di G. Mastorna, il soggetto di un film che però non riuscì mai a girare, ma che realizzò come libro a fumetti con l'aiuto di Milo Manara.
Anche il grande Alfred Hitchcock consacrò alla psicoanalisi vari film, tra i quali lo ti salverò, un giallo incentrato sui disturbi della niente, che nacque per volere del produttore David Selznick, da anni paziente freudiano, e dallo sceneggiatore Ben Hecht, anch'egli frequentatore di uno studio psicoanalitico.
Al teorico della comunicazione intrapsichica Franco Fornari deve molto invece Gabriele Lavia: a seguito dell'incontro con Fornari, il suo modo di accostarsi al teatro è molto cambiato: «La sua teoria koinemica mi aveva affascinato», spiega l'attore e regista teatrale, «per Fornari all'interno del linguaggio parlato intervengono unità di comunicazione intrapsichiche che possono essere anche inconsce, vuoi per chi parla, vuoi per chi ascolta. Bisogna riuscire a trovarle e a decodificarle per capire il piano psicologico a cui fare riferimento. I famosi koineimi sono nove: il padre, la madre, il bambino, gli organi sessuali, la castrazione, la nascita, la morte, il proprio corpo e la nudità. Essi determinano il ruolo o i ruoli che di volta in volta assumono colui che parla e colui che ascolta. La teoria ha la sua applicazione nel dialogo, nelle parole. E che cos'è il teatro se non dialogo, parole, gesti?».
Nonostante le innumerevoli testimonianze sugli effetti benefici della psicoanalisi nella vita creativa, sono molti gli artisti che la guardano con sospetto. Uno dei motivi principali, come spiega il filosofo Umberto Galimberti, è «la paura di ricordare e la ripetizione interiore dei conflitti traumatici del passato. Ma anche il timore di perdere il genio creativo». Eh, già. Saul Bellow ha confessato di aver dovuto interrompere l'analisi perché non riusciva più a scrivere una sola parola. Più traumatica è stata invece l'esperienza di Pier Paolo Pasolini, in cura da Cesare Musatti, raccontata dal suo amico Ferdinando Camon: «Pasolini resisté poche sedute, poi urtò contro il problema dell'omosessualità: Musatti lo portava ad affrontare l'omosessualità come cultura, Pasolini voleva lasciarla da parte come natura, e alla fine, piuttosto di entrare in crisi, si ritirò. La sua analisi finì e con essa, ne sono convinto, cominciò a finire la sua vita. Oso pensare che, se avesse continuato, oggi, forse, sarebbe qui». Ma qui, oggi, non c'è neppure una delle dive più amate del cinema, Marilyn Monroe. Non sono bastati cinque psicoanalisti (Anna Freud, Margaret Herz Hohenber, Marianne Rie Kris, Ralph S. Greenwood e Milton Wexler) per evitarle una tragica sorte. E non solo l'analisi non l'ha liberata dalla sofferenza, ma i periodi più intensi delle sue varie terapie coincidono con le sue peggiori interpretazioni cinematografiche.
«Lo avevo detto io!», potrebbe gridare Vladimir Nabokov, uno dei più intransigenti critici di Freud e di qualsiasi tipo di psicoterapia. per lo scrittore russo, infatti, si tratta solo di < operazioni sciocche e disgustose che non potrei prendere in considerazione nemmeno per scherzo. Il freudismo, e tutto ciò che ha contaminato con le sue implicazioni e i suoi metodi grotteschi, mi sembra uno dei raggiri più ignobili che la gente possa praticare su se stessa e sugli altri. Lo respingo in blocco, insieme ad alcuni altri ingredienti medievali tuttora adorati dagli ignoranti, dai conformisti o dai malati gravi». Come dirlo a Woody Allen che dell'analisi ha fatto uno stile di vita e di lavoro?
Tra entusiasti e detrattori, però, si possono trovare anche delle vie di mezzo. Ambivalente e ricco di alti e bassi, per esempio, il rapporto tra due giganti della cultura del Novecento: Hermann Hesse e Carl Gustav jung. Lo scrittore che ha combattuto tutta la vita con diversi problemi personali e disturbi psicosomatici, trascorse nel 1916 un soggiorno di cura nella clinica Sonnmatt presso Lucerna, sottoponendosi a trattamento psicoterapeutico con Joseph B. Lang, discepolo di Jung. Attraverso di lui conobbe meglio le opere del padre della psicologia analitica, prima Trasformazione e simboli della libido e poi altri libri. Hesse continuò a leggere i saggi di Jung per alcuni anni, finché fu interessato alla psicologia del profondo. Si arrivò poi anche a incontri tra lo psicoterapeuta di Zurigo e lo scrittore che risiedeva a Montagnola. Jung riconosce che Hesse ha fatto proprio ed elaborato il suo pensiero in alcuni romanzi come Derniau, Siddharta, Il lupo della steppa e Narciso e Boccadoro.
Col tempo, però, il legame tra i due si allenta ed Hesse comincia ad avere seri dubbi sull'utilità dell'analisi nel processo creativo. Lo scrittore, in una lettera all'amico Emanuel Meier, ricorda un'impressione di quando, agli inizi degli anni 20, tenne una conferenza al Club di Zurigo e fece alcune sedute terapeutiche con Jung: «Fu allora che cominciai a capire che per gli analisti è davvero impossibile avere un rapporto autentico con l'arte, mancano tutti dell'organo necessario».

l’Istituto di Sessuologia Clinica di Roma

La Repubblica Salute 23.10.03
Più i maschi al telefono del sessuologo


Al ritmo di quasi 800 richieste d’aiuto l’anno, il servizio di consulenza telefonica dell’Istituto di Sessuologia Clinica di Roma (via Savoia 78, www.sessuologiaclinica.it) fa il punto dopo 5 anni di attività. E mentre nell’incontro dal titolo tutt’altro che immaginifico ("La sessuologia nei corsi di laurea in Psicologia. La sessualità tra normalità e patologia") si affrontano gli aspetti scientifici (integrazione delle figure di riferimento, formazione psicologica del sessuologo), vengono anche snocciolati alcuni dati sulle consulenze telefoniche.
Così si scopre che il 60,2% delle richieste viene dagli uomini (39,8% dalle donne), l’età media è 31 anni. Il 73,2% non ha mai richiesto una consulenza specialistica. Il 29,7% delle richieste riguarda le disfunzioni sessuali maschili, l’11,7 quelle femminili. Richieste di rassicurazione sulla propria normalità (34,7%), generiche informazioni (21,6%), problemi relazionali (18,2%), difficoltà psicologiche (9,5%) danno il quadro delle telefonate; il 26,4% vuole informazioni su problematiche mediche. Quali le principali disfunzioni? Nei maschi l’eiaculazione precoce (41,7%), la disfunzione erettile (40,9%), il calo di desiderio (8,4%); nelle donne la mancanza di orgasmo (coitale o completa: 45,8%), il vaginismo (21,8%), il calo del desiderio (19,2%).
I dati confermano quelli di un’indagine paneuropea (su 7 paesi, promossa dall’Inserm di Parigi) secondo cui i pazienti maschi si rivolgono al sessuologo per eiaculazione precoce e disfunzione erettile, le donne per difficoltà a raggiungere l’orgasmo e vaginismo.

«i neonati, in ogni parte del mondo...»

Il Tempo domenica 26 ottobre 2003
FIGLI & PSICHE
di Enza Ferri


I NEONATI di ogni parte del mondo hanno gli occhi di cielo, blu profondo. Più tardi la formazione della melanina favorirà il colore individuale. Dal loro mondo intrauterino fatto di suoni ovattati, luce soffusa e quiete, vengono spinti in una nuova realtà accecante, fredda e rumorosa. Il loro primo vagito più che un saluto alla vita, è una richiesta di aiuto.
Il pianto, insieme alla suzione, ai movimenti oculari ed alla prensione della mano, sono il piccolo bagaglio di atti riflessi con i quali i neonati, da una completa dipendenza si avvieranno alla scoperta-assimilazione del mondo reale, affettivo ed emotivo circostante. Intorno alla culla di un neonato si prova un senso di mistero e meraviglia sempre nuova, perché in quella culla come in un seme, sono racchiuse tutte le potenzialità della vita. Il loro sbocciare dipenderà dal «terreno» emotivo che accoglierà quel seme. Il neonato non è in grado di andare verso la sua fonte di nutrimento e sicurezza ed è con il pianto che cerca di attirarla. Il pianto di base o di fame, di disagio e di paura sono segnali che indicano un bisogno di cibo o di attenzione e contatto. I piccoli, che poche ore prima si trovavano in un ambiente ovattato, dove percepivano la regolarità nel battito del cuore materno vivono, dopo la nascita, una sorta di solitudine e paura, per questo ricercano di essere «stretti al cuore» e non vale il non volerli «viziare». Piuttosto che «spezzare» l’insistenza della richiesta, basterà almeno il contatto della mano sul corpo per non lasciarli soli e per placare questo tipo di bisogno. Il primissimo periodo della vita del neonato, è di simbiosi con la madre e, sono i primi rapporti e contatti, che determineranno le future condotte di «fiducia-sfiducia». Non c’è un solo periodo dopo la nascita, in cui il lattante è un essere «amorfo», in realtà la sua crescita comincia con il nascere. Per questo, le due funzioni primitive del mangiare ed espellere sono tanto importanti, sia dal punto di vista della crescita che, attraverso l’amore e la cura, per quella emotiva. Il periodo che va dalla nascita allo sviluppo del linguaggio, è contraddistinto da uno sviluppo mentale straordinario e decisivo per la futura evoluzione psichica della personalità di base emotivo-affettiva. La prima intelligenza viene definita «senso-motoria», infatti i piccoli nel primo anno di vita riferiscono a sé tutto ciò che li circonda e, in questo egocentrismo naturale, la realtà è tutta da «succhiare», «toccare», «scuotere» e «gettare a terra».
Da questi elementari atti riflessi di «causa-effetto», si formeranno gesti più organizzati: la suzione volontaria del dito, volgere la testa verso un richiamo, mettere a fuoco le pupille verso un oggetto e afferrare quelli più vicini con movimenti sempre più precisi e coordinati. Il senso dell’udito sarà l’ultimo a svilupparsi ed i piccoli, mostreranno grande attenzione alle parole, ai suoni dolci, alle «nenie»... Il sorriso dell’adulto sarà uno dei segnali di sicurezza per i neonati e, dopo la quinta settimana di vita, il loro stesso sorriso comincerà ad esprimere socievolezza di fronte al volto di un adulto o alla voce dei genitori. Ma è il contatto, la più forte trasmissione biologica di sicurezza per i piccoli. Il massaggio del neonato (accarezzare con leggera pressione e con tutte e due le mani il viso, il corpo, le braccia, le mani, le gambe, i piedi), aumenterà il legame affettivo sia nel piccolo che nei genitori.
Anche se il primo legame dei piccoli sarà di simbiosi con la madre, importantissimo sarà quello con il padre, del quale riconosceranno il sorriso, la voce, l’odore, il contatto delle mani più grandi e da lui verrà sicurezza. Il neonato, adagiato nelle mani di papà, rivolto verso il suo viso che gli sorride mentre parla dolcemente, è in un «centro» di perfetta beatitudine. Sarà «un’impronta» e si rinnoverà ogni volta che quelle stesse mani, si poseranno sulle spalle del futuro ragazzo.

«un film al giorno è meglio del lettino»

La Repubblica lunedì 27 ottobre 2003, Pagina 29 - Cronaca
Recenti studi americani dimostrano che le pellicole per la psiche sono più efficaci di qualsiasi terapia. L´ultimo manuale esce tra qualche giorno
Un film al giorno meglio del lettino
Woody Allen per chi è triste, Frank Capra per chi è insicuro
Anche un thriller può avere capacità curative, basta che sia fatto a regola d´arte
"L'immaginario è senza fine. Comunica emozioni, trasforma il negativo in positivo"
di Ambra Somaschini


ROMA - A ciascuno il suo film. Ovvero come sostituire serate estenuanti di chiacchiere con l'amico del cuore, giornate di malumore, o addirittura di crisi nera con un film. Per rallegrarsi, innamorarsi, lamentarsi, separarsi, trovare lavoro, cambiare amici, perfino per traslocare. Detto così può sembrare persino troppo semplice, ma seri studi provano che il grande schermo aiuta la psiche. Così tanto da spingere a riflessioni fondamentali per le decisioni della vita. Al cinema meglio che sul lettino dello psicanalista, così sostiene un libro che esce il 31 ottobre per Feltrinelli: «Cinematherapy» di Nancy Peske e Beverly West. E mentre alla Sapienza di Roma si testano kit di pronto intervento cinematografico sugli allievi, a Firenze, nell´Istituto di Neuroscienze, mostrano "La vita è una cosa meravigliosa" di Frank Capra ai giovani per rassicurarli.
Una tendenza che arriva dall'America anni '90 per poi espandersi in Europa e chiudere il cerchio in India dove l'industria di Bollywood sulla collina di Delhi ormai consola gli animi di tutto il mondo. Poi nel '95 il dottor Gary Solomon pubblica un testo che descrive le proprietà terapeutiche di 200 film: il successo immediato inaugura un filone che fa uscire pubblicazioni a ritmo mensile.
Gli autori del libro in uscita, Peske & West, elencano ricette quotidiane di self-help attraverso una cascata di pellicole dai '30 in poi: «I film sono medicinali che possiamo autoprescriverci, ricostituenti lenitivi che, se somministrati correttamente, curano crisi d´identità e tristezze profonde».
"Love story" è troppo banale per piangere? Basta girare pagina e puntare su "La stanza di Marvin". Problemi con il fidanzato? Si programma la serie infinita di «E vissero felici e contenti», a cominciare da "Ufficiale e gentiluomo". Chi vuole viaggiare con la mente può affittare "La mia Africa" e "Witness", chi è stressato dal lavoro «Dalle 9 alle 5 orario continuato». Ha potenzialità curative anche il thriller, ma il calibro deve essere quello di «Brivido Caldo». Il vittimismo di "Thelma & Louise" aiuta a vincere la tristezza, "Singing in the rain" migliora le giornate peggiori, "Lezioni di piano" incita al rinnovamento interiore. Le vie del cinema sono infinite.
«L'immaginario filmico è potente, comunica emozioni e vissuti, trasforma la percezione negativa di quanto avverrà in positiva - spiega Vincenzo Mastronardi, docente di psicopatologia forense a La Sapienza di Roma che sta scrivendo "Cinematerapia" in uscita per Armando Editore - alla fine riesce a farci evitare errori esistenziali. In amore ad esempio. Il piacere di sentirsi infatuati non rispetto alla persona ma al concetto di innamoramento porta a pentirsi amaramente per aver fatto una scelta sbagliata ("L'ultimo bacio") oppure ci trasforma in facili prede di legami molto rischiosi ("Attrazione fatale"). Esistono anche film per tutti gli usi come "I magnifici 7", mix di valori, fratellanza, giustizia, spinta al coraggio. Ma per chi ha bisogno di iniezioni di coraggio e grinta esistenziale, ecco "Pacemaker" e "The rock"».

domenica 26 ottobre 2003

R.Barilli: KANDINSKY a Milano
fino al 20 gennaio

l'Unità domenica 26.10.03
Alla Fondazione Mazzotta di Milano esposte, accanto a quelle dell'artista russo, opere di Klee, Marc, Macke e altri
KANDINSKY, IL CAVALIERE DELL'INCONSCIO
Una mostra sul movimento «Der Blaue Reiter» che aprì l'arte alle pulsioni dello spirto.
di Renato Barilli


informazioni QUI


La Fondazione Mazzotta di Milano presenta una mostra assai utile dedicata al Cavaliere Azzurro (a cura di M.M.Moller e T.Sparagni, fino al 20 gennaio). La ragione di questa utilità è dichiarata in catalogo da Gabriele Mazzotta che ricorda come solo trent'anni fa si sia avuta l'unica altra esposizione rivolta al fenomeno tedesco, qui in Italia, presso la Galleria d'arte moderna di Torino. Perché un'attenzione così scarsa laddove non si contano le rassegne sul Futurismo o sull'Espressionismo? Forse perché il Cavaliere Azzurro non è stato un «ismo», un movimento compatto, bensì una serie di incontri, di incroci, di attraversamenti, ad opera di protagonisti molto vari tra loro, di statura e di intenti. Quanto a statura, ce ne furono due di massimo livello, il russo Wassili Kandinsky, il protagonista i assoluto di quelle esperienze, e un deuteragonista entrato in scena un po' all'ultimo momento, ma destinato a crescere oltre misura, lo svizzero Paul Klee.
Il tutto si colloca a Monaco, la città tedesca in cui Kandinsky era andato a vivere dal 1902, contribuendo a farne con ciò la diretta sfidante della supremazia da riconoscersi a Parigi, nel cammino entusiasmante delle avanguardie storiche. E proprio a Monaco, o nei dintorni come Murnau, e negli anni cruciali tra il '10 e il '12, il pittore russo conduce quella sua progressione implacabile che lo porta a lasciarsi alle spalle le ultime parvenze naturalistiche, a sfondare il Velo di Maia steso sulle cose, a scoprire che sotto quelle forme fin troppo note si spalanca un universo straripante, insondabile. È sarà l'approdo a un'astrazione tutta affidata al mondo della biologia, quasi a dimostrare che la vita viene dal mare, o magari da quel mare iterno ad ogni essere vivente che è il liquido amniotico. Questa la marcia verso il basso, verso uno «spiritualismo nell'arte» che in realtà, per Kandinsky, altro non è se non l'inconscio, lo smisurato continente dell'Es, su cui da tempo Freud conduceva le sue indagini. Un altro russo, Malevich, in sintonia con l'olandese Mondrian, stava invece per impegnarsi in una progressione di senso contrario, verso le vette «supreme» (da cui il Suprematismo) del'astrazione geometrica più rarefatta e asfittica, ovvero le rinunce imposte dal Superego, sempre per dirla con Freud.
In mezzo ci stanno i comprimari che Kandinsky si trascina dietro nell'esperienza del Cavaliere Azzurro, che è un binomio di origine e paternità incerte, dove comunque il Cavallo sta a rappresentare quell'idea di energia selvaggia e incontenibile che era già stata cara al nostro Boccioni, mentre l'Azzurro è il colore dello «spirituale», e indica l'obbligo di smaterializzare l'energia animale e terrena implicita nell'altro termine. Il tutto doveva sfociare in una rivista, di cui uscì appena un numero, accompagnato da due sole esposizioni, a cavallo appunto tra l'11 e il '12.
Tutti gli altri comprimari, ad eccezione di Klee, erano da meno del superbo condottiero, a cominciare dalla devota compagna che egli ebbe in quegli anni monacensi, Gabriele Münter, che come tutti gli altri non riuscì a saltar fuori dalle panie della figurazione, limitandosi a «primitivizzarla», secondo il codice dell'Espressionismo. Sia detto di passaggio che attorno al Cavaliere Azzurro si svolse un'intensa vicenda di «coppie», come una precedente rassegna torinese ha dimostrato qualche tempo fa. E i maschi in quell'occasione non fecero una bella figura, lo stesso Kandinsky, costretto nel '14 a rientrare in Russia per lo scoppio della Grande Guerra, ne approfittò per troncare i rapporti con la compagna, che non si riebbe dal trauma. Accanto a loro c'era la coppia russa Jawlenski-Werefkin, e anche in quel caso lei, Marianne Werefkin si accollò uno spirito di sopportazione per paur di perdere l'amante, senza però riuscire a trattenerlo a sè. Per fortuna in questo caso il senno del poi ha premiato la donna sul compagno infedele, dato che Jawlenski, oggi, ci appare come una delle presenze più deboli di quel sodalizio, limitto a condurre un fauvismo esteriore, a fior di pelle, laddove il primitivismo di lei si nutre di lieviti parossistici di grande forza, anche se pur sempre condannati a infilare vie secondarie.
Lo scudiero che Kandinsky ebbe accanto a sè in quegli anni cruciali fu Franz Marc, destinato a morire in guerra nel '16, a soli 36 anni; e forse Marc è il più scoperto e perfino ingenuo, nel partire dall'energia animale di cavalli e di cervi, tentando di ricavare da loro la forza per andare oltre, ma senza riuscirvi, a differenza del grande Cavaliere che lo guidava: anche perché, prima di sparire vittima della guerra, Marc rimase irretito dalle scomposizioni cubiste, fu incerto cioé se procdere oltre nella spinta energetica, o se invece appoggiarla agli schemi della macchina. Schemi, questi, accettati con più convinzione dall'altro scudiero del gruppo, August Macke, anche lui destinato a scomparire presto sul fronte. Ma almeno Macke si identificava con uno spirito analitico e descrittivo cui si addicevano i quadratini policromi della scomposizione cubista. E poi egli ebbe il merito di aprire in tal modo la strada a Klee, pronto a giocare su ogni tasto, a condurre il grande en pleine di tutti i codici formalisti, mescolandoli tra loro, agitandoli al grande fuoco di un'energia primaria pronta ad assumere mille volti.

Viterbo

Il Messaggero Domenica 26 Ottobre 2003
RASSEGNA SUL CINEMA
Dopo il film, un’ora d’interessante dibattito col regista Bellocchio


Successo di pubblico e approfondito ed interessante dibattito finale con il regista al cinema Galleria per ”Buongiorno notte”, il film di Marco Bellocchio sul rapimento Moro, ispirato al romanzo ”Il prigioniero” di Anna Laura Braghetti. L’iniziativa, messa in atto da ”Digitavecchia” e giunta alla sua terza edizione, ha fatto di nuovo centro. Marco Bellocchio, fiancheggiato da Pino Quartullo e dall’instancabile e brava Maria Zeno, ha dato vita alla fine della proiezione, per oltre un’ora, ad un approfondito scambio di idee, sul significato e sul messaggio lanciato dal suo film, con il pubblico in sala, composto soprattutto da tantissimi giovani.

Washington

"Buongiorno, notte" è stato presentato nella capitale degli Stati Uniti nel corso del Festival cinematografico «Washington-Italia», giunto quest'anno alla sua seconda edizione.

sabato 25 ottobre 2003

il premio Grinzane a Marco Bellocchio

Libertà 24.10.03
Grinzane Cinema: vince Bellocchio


Torino - Il regista Marco Bellocchio e lo scrittore cileno Antonio Skarmeta sono i vincitori della 1ª edizione del Festival Grinzane Cinema, con il critico cinematografico Tullio Kezich che ha ricevuto il premio speciale Martini. A Bellocchio è andato il premio per il miglior film italiano, “Buongiorno notte” tratto da un libro, “Il prigioniero” di Anna Laura Braghetti e Paola Tavella. Il premio per la migliore opera letteraria trasposta su pellicola è stato assegnato a Skarmeta con «Ardiente Paciencia».

(c) 1998-2002 - LIBERTA'

Liberazione 24.10.03
Bellocchio vince il Premio Grinzane Cinema


Annunciati ieri i vincitori della prima edizione del Festival Grinzane Cinema. Il Premio per il miglior film italiano tratto da un libro va a Marco Bellocchio per "Buongiorno, notte", tratto da "Il prigioniero" (Feltrinelli, 2003) di Anna Laura Braghetti e Paola Tavella. Il Premio per la migliore opera letteraria trasposta su pellicola va a Antonio Skármeta per "Ardiente Paciencia" (Garzanti, 1983), da cui è stato tratto il film omonimo (Cile, 1983) e "Il Postino" di Michael Radford (Italia, 1994). Il Festival si svolgerà a Stresa, dal 29 ottobre al 1° novembre.

ADNKRONOS notizia del 23/10/200317:36
CINEMA: A LO CASCIO, BELLOCCHIO E RAI CINEMA IL PREMIO ROSSELLINI@MAIORI


Salerno, 23 ott. - (Adnkronos/Mak) - Luigi Lo Cascio "Miglior attore dell'anno". Il Premio speciale rossellini@maiori 2003 va quest'anno all'attore siciliano protagonista de 'La meglio gioventu'' di Marco Tullio Giordana, di 'Buongiorno Notte' di Marco Bellocchio e piu' recentemente della commedia 'Mio cugino' di Alessandro Piva. Oltre a Lo Cascio riceveranno il premio anche Marco Bellocchio ''Per l'insieme della sua opera filmica e per la particolare sensibilita' alle problematiche sociali del nostro tempo" e a RaiCinema ''Per il suo sostegno al cinema italiano'', si legge nelle motivazioni del premio. La cerimonia fissata per il 25 ottobre a Maiori (Salerno) conclude la quarta edizione del concorso annuale diretto dal figlio di Roberto Rossellini, Renzo, interamente dedicato a giovani autori di cortometraggi. Durante la settimana che precede la serata finale si sono tenuti 'Seminari di cinema', diretti da Renzo Rossellini, seguiti ogni anno da giovani studenti di cinema e appassionati, che vogliono essere un'occasione di formazione, un percorso didattico volto a lasciare una traccia. Sicuramente di spicco sono le sessioni di 'Critica cinematografica' con Cristina Piccino; 'Regia' con i registi Moumen Smihi, Farida Benlyazid e Yesim Ustaoglu; 'Recitazione' con l'attrice indiana Sharmila Tagore; "Lezione ipermediale sul film 'L'Amore' di Alessandro Pamini. (Mak/Adnkronos)

un articolo di Peter Schneider su "L'espresso":
Bellocchio e la storia del terrorismo

(segnalato da Sergio Grom)

L'Espesso
UOMINI DI PIOMBO
Libri, mostre, film. Dall'Italia alla Germania si torna a discutere di terrorismo. E si riaprono antiche ferite. Un grande scrittore tedesco spiega perché. Con una tesi provocatoria

È la "banalità del terrorismo.
I sedicenti eroi della liberazione erano dei piccoli borghesi dilettanti non all'altezza delle loro vittime

In Germania alcuni ex sessantottini radicali sono diventati ministri e sottosegretari


di Peter Schneider


Ogni generazione scrive di nuovo la storia e se ne conquista gli orrori, così come i momenti magici; e a volte, gli uni e glì altri appartengono alla storia che quella stessa generazione ha inscenato e vissuto. Avendo assìstito alla nascita della contestazione del 1968, tanto in Germania (a Berlino) quanto in Italia (a Trento), ho avuto modo di conoscere i capi storici di quei gruppi, che in Italia presero il nome di Brigate rosse e in Germania quello di Raf, Rote Armee Fraktion, quand'erano ancora, per così dire, «semplicí compagni». Perciò ho seguito con partecipazione, e anche con una certa inquietudine, il rinnovato dibattito sugli anni del terrore. Non è la prima volta che nella mia generazione si rícompone daccapo, attraverso opere letterarie e cinematografiche, il puzzle degli anni di piombo. E non sarà certo neppure l'ultima volta che nel corso di un'operazione del genere emerge un nuovo aspetto. finora ignorato o rimosso dall'opinione pubblica, e che sembra poter spiegare l'inconcepibile.
Si potrà comprendere, credo, il fastidio profondo che uno come me prova nell'osservare come il movimento del '68 sia sempre più messo in ombra dalle sue escrescenze omicide, la Raf e le Brigate rosse, tanto che alcuni idioti estremìsti finiscono per rimanere incisi nella memoria collettiva come i soli rappresentanti di quel movimento di ribellione.
Diamo uno sguardo al modo in cui si stanno rivisitando oggi i sequestri di persona e gli omicidi commessi trent'anni fa: eventi che ci appaiono, a distanza di tempo, come un incubo incomprensíbile, quasi una favola dell'orrore giunta fino a noi da epoche immemorabili. Su questi eventi si è riacceso, quasi contemporaneamente in Germania e in Italia, un aspro dibattito. A scaldare gli animi sono state, in Italia, due opere cinematografiche: il film in due parti "La meglio gioventù" di Marco Tullio, Giordana e "Buongiorno notte" di Marco Bellocchio. In Germania, il progetto di una mostra intitolata "Mythos Raf" (Il mito Raf) ha suscitato reazioni violente, tanto da determinare la sospensione dell'iniziativa, che pure era stata promossa con un contributo pubblico di 100 mila euro. I responsabili del finanziamento hanno dichiarato che avrebbero continuato a sostenere il progetto soltanto a condizione che lo spirito della mostra «si contrapponga nel modo più rigoroso a qualsiasi glorificazione o creazione di leggende». Gli organizzatori della mostra sono stati indotti a modificarne l'impostazione soprattutto dalle proteste dei familiari delle vittime. Secondo le voci che circolano in proposito, a questo punto l'intento non sarà più quello di documentare la storia della Raf attraverso immagini e documenti dell'epoca, bensì di adottare un punto di vista artìstico, analizzando il modo in cui questi eventi sono stati circondati da un'aura estetica e mitica. A mio parere un'operazione assurda, che otterrà esattamente ciò che i critici dei progetto volevano evitare.
A gettare altro olio sul fuoco è uscito poche settimane fa un libro dell'ex sessantottino Gerd Koenen, dal titolo: " Vesper, Ensslin, Baader" (Bernward Vesper era il primo marito di Gudrun Ensslin, assieme ad Andreas Baader e Ulrike Meinhof, fondatrice dalla Raf). L'autore può rivendicare il merito di aver fatto luce per la prima volta, con il distacco di un contemporaneo che vuole comprendere ma non perdonare, sul mondo dì tre "disperati": mentre i due ultimi si conquistarono fama mondiale con una serie di omicidi politici, Vesper (padre del figlio della Ensslin) cercò la sua propria "liberazione" dapprima nella letteratura, e infine nel suicidio.
In che cosa consiste la persistente inquietudine e il fascino suscitato dai "disperati" (tedeschi e italiani) di quegli anni? Perché si continua a riscrivere sempre di nuovo la loro storia? Credo che la risposta sia di una semplicità sbalorditiva. Il fatto è che i vari Curcio, Moretti, Gallinari, Maccari, Baader, Meinhof, Ensslin non erano "delinquenti comuni" come i governi cercavano allora di far credere ai loro cittadini traumatizzati. La tendenza degli interpreti ufficiali, dettata dal panico, di accreditare una versione semplicistica di quei crimini a sfondo politico si è rivelata addirittura controproducente. I cittadini sapevano, o intuivano che se questi criminali si erano resi responsabili di rapine, sequestri di persona, torture e omicidi, non lo avevano fatto perché spinti da "bassi motivi", bensì in nome di un fine più elevato. Tutte le loro azioni, comprese le più infami e le più inaudite, erano intese come un servizio ai diseredati di tutto il mondo, e segnatamente di quello che allora si chiamava Terzo mondo. Con la protezione di questa specie di scudo morale fai-da-te, portato sul petto e sul cuore, all'improvviso tutto sembrava permesso. Anche far fuori la guardia dei corpo di un "obiettivo da centrare". E persino le bassezze perpetrate all'interno dei gruppo, fino all'esecuzione dei «traditori». Gli autori di questi sedicenti delitti "morali" o "altruistici" ne traevano un guadagno soggettivo, sotto forma di un'immane sbornia di potere: sui politici, sui media, sugli intellettuali che se li contendevano; potere sul sesso, potere sulla morte. Su quella dei nemici come sulla propria. Ogni giorno poteva essere l'ultimo.
La sorprendente analogia del revival italiano e tedesco dei dibattito sul trauma degli anni '70 consiste per l'appunto nello smontaggio dell'aureola morale degli autodesignati liberatori del mondo. Parafrasando un celebre titolo di Hanna Arendt, potremmo parlare di un esame ravvicinato della "Banalità dei terrorismo". Chi guarda a quanto accadeva all'interno di questi gruppi può constatare che i sedicenti eroi delia liberazione mondiale erano in realtà nient'altro che piccoli borghesi, tossicodipendenti e dilettanti, non all'altezza delle loro vittime. Ciò non significa affatto che le loro motivazioni morali fossero fittizie.
Di fatto, non erano i "Rebels without a cause" (ribelli senza una causa) messi in scena da Elia Kazan. I loro moventi si rivelano piuttosto come il risultato di un grottesco errore di valutazione e di una spietata automanipolazione. L'analisi della realtà sottesa al culto dell'azione liberatoria era sbagliata, il loro linguaggio schematico e privo di vita. La loro prassi era criminale, la vita interna dei gruppi repressiva e squallida.
Nel suo libro, Koenen descrive come Baader si era improvvisamente trasformato, dal momento della sua entrata nella clandestinità, da comunissimo tanghero da osteria in una specie di divo. Nel mondo alla rovescia della lotta metropolitana armata, le cui formule erano fornite dalle intelligentìssime Ensslin e Meinhof, il più brutale era re: vinceva chi si diimostrava più pronto a colpire o a puntare l'arma. I più sensibili, i più intelligenti passavano in sottordine. Baader era solito apostrofare con il termine "Fotze" (fregna) le donne dei gruppo, che a loro volta si chiamavano in questo modo a vicenda. L'aspetto più straordinario dell'opera di demitizzazione sia di Bellocchio sia di Koenen sta nella rinuncia a brandire discorsi moralistici di qualunque tipo. Entrambi osservano con distacco i loro personaggi, li fanno vedere all'opera e mettono così a nudo la loro banalità, lasciando che si condannino da sé.
I paralleli, certo interessanti, tra queste due operazioni, condotte rispettivamente a nord e a sud delle Alpi, rischiano però di portare a una conclusione errata. Le radici del terrorismo italiano e di quello tedesco non sono identiche, e i due fenomeni hanno avuto dimensioni diverse. In Germania, il terrorismo di sinistra non ha mai coinvolto più di 200 o 300 militanti attivi, più qualche decina di migliaia di simpatizzanti, mentre i militanti delle Brigate rosse e di altri gruppi apparentati erano parecchie migliaia, con centinaia di migliaia di simpatizzanti. In Germania, il trauma dei fascismo e di Auschwitz e le fantasie sulla reiterazione della storia hanno costituito i motivi determinanti della decisione di intraprendere la lotta armata. In Italia, almeno secondo le mie osservazioni, a fare da detonatore sono stati invece alcuni eventi di grande attualità in quel periodo: l'attentato di Piazza Fontana, quello di Brescia e di Bologna (riconducibili al terrorismo di estrema destra), le circostanze della morte di Pinelli, precipitato da una finestra della Questura di Milano, e il pericolo (immaginario o reale?) di un colpo di Stato di destra.
In entrambi i casi, pure del tutto diversi tra loro, si è visto come un certo numero di giovani intellettuali impegnati, e inizialmente anche intelligenti, siano stati capaci di fare, per una serie di buone e condivisibili ragioni, cose tremende e assolutamente deliranti.
Trovo peraltro sorprendente che nel rinnovato dibattito sul terrorismo degli anni '70 sia mancato un raffronto con l'attuale terrorismo islamista. Come se si fosse trattato di un fenomeno folcloristico specifico dell'Europa. Forse coloro che pure hanno demistificato il terrorismo europeo, non hanno compreso fino in fondo il problema. A un esame più ravvicinato si dimostrerà che i guru dei terrorismo isiamista non si distinguono più di tanto dai loro precursori europei (vedi box sotto). Nell'uno e nell'altro caso, non sono stati i poveri del mondo a credere nel terrorismo come via verso un mondo migliore, bensì i rampolli privilegiati dei ceti borghesi: intellettuali megalomani, manipolatori e avidi di potere fino al delirio, che si propongono come liberatori con slogan del tipo: "Qualunque contribuente americano è un legittimo obiettivo militare". E il fatto che nei rispettivi contesti abbiano suscitato di volta in volta un'eco diversa rientra in un altro capitolo.
Vorrei aggiungere ancora qualche parola in merito al dibattito interno europeo. A mio parere, l'aspetto più importante sta nel diverso atteggiamento della società tedesca e di quella italiana rispetto all'eredità della contestazione del '68. In Germania, quasi tutti i terroristi a suo tempo condannati per omicidi o per altri reati sono ormai liberi, e alcuni ex sessantottini radicali sono diventati nel frattempo ministri, sottosegretari, deputati. Trent'anni fa Joschka Fischer, non contento di riempirsi la bocca di slogan violenti, era passato alle vie di fatto - com'è stato dimostrato - in uno scontro con la polizia. Oggi è di gran lunga il più popolare dei politici tedeschi. L'Italia ha invece un premier che dopo la caduta del Muro di Berlino e il crollo dell'impero sovietico, continua a predicare la lotta contro il comunismo. Chi riuscirebbe a immaginare un Adriano Sofri, che trent'anni fa ha indubbiamente giocato con l'idea della violenza rivoluzionaria, ma secondo me (anche se i tribunali italiani lo hanno condannato), non l'ha mai messa in pratica uscire dal carcere e assumere la carica di ministro degli Esteri?
(traduzione di Elisabetta Horvat)

Sfogliando l'album di famiglia
In un libro una sorprendente antologia di testi sul terrorismo


«Il terrorismo moderno è pubblicità di morte per fine di potere. (...) si fa pubblicità alla morte come ai vestiti e alle sigarette». Parole di Alberto Moravia, scritte oltre trent'anni fa su "L'espresso" del 24 settembre 1972, in un'intervista realizzata da Dacia Maraini Si era allora, all'indomani della strage di Monaco: atleti israeliani sequestrati e massacrati durante i giochi olimpici dai terroristi venuti dal mondo arabo e islamico, dai palestinesi di Settebre nero. Oggi che lo, spettro dei terrorismo è tornato di nuovo a dominare il nostro immaginario (il terrorismo internazionale come cronaca, quello interno come dibattito e soggetto di libri e film) le parole dì Moravia sona citate nel volume "Terrorismo e terroristi" a cura di Marco Fossati che sta per essere pubblicato dall'editore Bruno Mondadori.
Quella di Fossati è un'antologia di testi sorprendente. E che aiuta a capire e a conoscere la storia e la genesi del terrorismo nonché la matrice comune dei terrorismo islamico e di quello europeo. Si va da Giuseppe Flavio passando per Robespierre e Lenin, fino ad Adriano Sofri che di Giuseppe Flavio è un cultore.
Gli accostamenti tra i vari autori citati sono sbalorditivi. Così la descrizione di Giuseppe Flavio dell'operato dei sicari - «briganti che portavano pugnali nascosti nel seno» - terroristi zeloti ebrei tra il 66 e il 70, è messa in parallelo con il racconto che Marco Polo fornisce 1200 anni dopo della setta degli Assassini (analizzata recentemente da Bernard Lewis) sulla montagna del Libano. Giuseppe Mazzini nella "Guerra per bande" anticipa sia la tattica della espropriazioni proletarie praticata dal giovane rivoluzionario Stalin (di cui precursore, una volta al potere é invece il francese Saint Just citato pure nel libro, sia, quando parla dell'"apostolato armato dell'insurrezione", la strategia del Che Guevara. Leggendo il frammento del "Catechismo del rivoluzionario" di Sergei Necaev, anarchico nihilista russo dell'800, sembra ascoltare Mario Moretti, versione "Buongiorno, notte" dì Marco Bellocchio.
E ancora, Emilio Lussu spiega che il tirannicidio, quindi il terrorismo individuale, è sbagliato politicamente ma giustificato moralmente, mentre Luigi Longo loda i "vendicatori spietati" dei Gap. Lelio Basso, sempre su "L'espresso" e sempre nel settembre 1972, parla dell'ipocrisia di chi intitola le piazze a Guglielmo Oberdan e Felice Orsini, per poi condannare i palestinesi di Monaco, che comunque sono meno feroci degli americani in Vietnam e delle dittature sud-americane. Non a caso Rossana Rossanda, nel marzo 1978, ricordava come il terrorismo facesse parte dell'album dì famiglia della sinistra: anche quel testo, più attuale che mai, lo troverete nel libro curato da Fossati.
W.G.

venerdì 24 ottobre 2003

"disturbi alimentari"

L'Unità 24.10.2003
Bulimia, anoressia e le loro sorelle
di Luca Sciortino


C'è una guerra che non si vede e che si combatte in tutto l'Occidente. Con i suoi morti. È la guerra dei giovani contro il cibo. «Sono in netto aumento le persone che hanno un rapporto alterato o patologico con gli alimenti. In particolare, le persone bulimiche», ha affermato Gian Luigi Luxardi, psicoterapeuta e responsabile del Centro per i Disturbi Alimentari dell'Asl Friuli Occidentale, «Per le anoressiche, dopo un forte incremento, abbiamo avuto negli anni '90 una stabilizzazione di questo fenomeno, anche se compaiono nuove varianti».
Su una popolazione di 100 mila persone di sesso femminile e di età compresa tra i 12 e i 25 anni (cioè l'età a rischio), 100 sono anoressiche e 300 sono bulimiche. Le donne coprono da sole il 96 per cento dei soggetti che hanno rapporti patologici con il cibo. Complessivamente il 5-6 per cento della popolazione femminile in età a rischio ha un disturbo del comportamento alimentare di qualche tipo, percentuale che può salire al 10 per cento se si considerano tutte quelle situazioni che hanno forte probabilità di divenire patologiche. E purtroppo, in un anno, si ha una mortalità del 0,5 per cento tra i casi di soggetti che necessitano interventi di urgenza.
«Quando si parla di disturbi del comportamento alimentare ci si riferisce a tutte quelle situazioni nelle quali il modo in cui ci nutriamo è tale da compromettere la qualità della nostra vita - spiega Luxardi - l'anoressia e la bulimia nervosa sono soltanto i disturbi più noti. Ve ne sono molti altri che vengono raggruppati sotto la sigla EDNOS (Disturbi del Comportamento Alimentare non Altrimenti Specificati). Tra questi rientra la sindrome “mastica e sputa” : sono persone che masticano in continuazione il cibo ma non lo inghiottono. O il Disturbo da alimentazione incontrollata: i soggetti ingeriscono una grandissima quantità di cibo, anche in momenti in cui non hanno fame».
Ma ultimamente accanto a questi disturbi, altri se ne diffondono, come la «potomania», cioè un comportamento alimentare che consiste nel bere enormi quantità di acqua. «Si tratta per la verità di un disturbo diffuso da sempre tra le anoressiche, ma sta diventando sempre più frequente - fa notare Luxardi - ci sono ragazze che, pur di evitare di ingerire il cibo, arrivano a bere fino a 25 litri al giorno. Lo stomaco si dilata a dismisura, provocando fortissime coliche e c'è perfino un rischio elevato di coma e di morte».
C'è poi la bramosia di cibarsi di cibi sani o quella di avere un corpo muscoloso, tutti fenomeni che assumono talvolta aspetti patologici sino a divenire vere e proprie sindromi.
Negli stadi avanzati, alcuni sintomi di questi disturbi sono facilmente riconoscibili, ad esempio «i comportamenti ossessivi nei riguardi del cibo, le abbuffate seguite dal vomito nel caso della bulimia o la perdita di peso rilevante nel caso dell'anoressia» . Ma negli stadi iniziali è facile confondere i sintomi con i comportamenti «normali», tipici del nostro contesto sociale. Per questo Luxardi tiene a puntualizzare che segnali da cogliere sono: «l'aumento di autostima quando non si mangia, l'assunzione di regole alimentari rigide (nel caso dell'anoressia) e l'alternanza di periodi in cui si mangia poco con periodi in cui si mangia molto (nel caso della bulimia)».
Ma quali sono le cause dei disturbi del comportamento alimentare? Secondo Luxardi non si può parlare di una sola causa, semmai di molte concause: «Vi sono dei fattori predisponenti come la bassa autostima, il perfezionismo, ma senza dubbio gioca un ruolo fondamentale la cultura nella quale si vive, che esalta la magrezza, il culto del corpo e la valorizzazione dell'apparenza; i disturbi di comportamento alimentare sono di fatto diffusi soprattutto nel mondo occidentale». Non vi sono risposte chiare invece su quanto la famiglia contribuisca allo scatenarsi di un disturbo alimentare, ma, continua lo psicoterapeuta, «alcuni atteggiamenti dei genitori, come l'iperprotettività o l'ipercoinvolgimento nei confronti della figlia, possono contribuire al mantenimento del disturbo».
In questi ultimi anni, man mano che il rapporto alterato con il cibo assumeva sempre più le connotazioni di un vero e proprio problema sociale, sono aumentati i trattamenti specifici, calibrati sulla persona. «Di sicuro, occorre esperienza e conoscenza in più aree differenti fra loro», dice Luxardi, che spiega: «se vi sono le condizioni per una psicoterapia, è bene che questa sia coordinata all'interno di un équipe che sappia alternare interventi nutrizionali, pedagogici e psicologici; a volte comunque, a causa delle condizioni fisiche o psicologiche gravi è necessario un ricovero in una clinica. In ogni caso bisogna integrare la psicoterapia con una cura riabilitativa capace di restituire al soggetto il desiderio del cibo».
Ritornare a una vita normale è comunque possibile, e anzi molte delle pazienti reagiscono bene alle cure e guariscono in tempi relativamente brevi.
Uno studio compiuto in alcuni centri specialistici italiani rivela che entro sei anni guarisce il 70% dei soggetti ed entro tre anni il 50%. Purtroppo resta un 30% che, anche se migliora, continua ad alternare a periodi di «vita normale» periodi di ricaduta.
«Guarire» comunque, sottolinea Luxardi, «significa non soltanto recuperare peso, ma comprendere profondamente quanto è accaduto».

giovedì 23 ottobre 2003

mawivideo.it:
Marco Bellocchio al Centro Congressi di Ateneo
martedì 21 ottobre

(comunicazione di Tonino Scrimenti)

Roma. Il pomeriggio di martedì 21 ottobre - come era stato comunicato su questo blog - presso il Centro Congressi di Ateneo di via Salaria 113, a Roma, la facoltà di Sociologia ha inaugurato un ciclo di incontri dal titolo "Appuntamenti con la memoria".
Per l'occasione, sul tema "La memoria tra arte e il documento", Marco Bellocchio ha presentato "Buongiorno, notte" e Sergio Zavoli il suo documentario "Le tre Vie".
È seguito un dibattito, che si è rivelato molto interessante, tra i due autori e il prof. Alberto Abruzzese, ordinario di Sociologia delle comunicazioni di massa.

L'invito recitava così: «Tema di discussione: la differenza tra le modalità narrative utilizzate dal racconto cinematografico e dal documentario nella trasmissione della memoria storica e il valore dei documenti audiovisivi come testimonianza delle delicate connessioni che legano memoria sociale, individuale e collettiva»

Una troupe ha ripreso il dibattito, ed esso è ora disponibile per la visione e l'ascolto sul sito di Matteo Fago e di William Santero mawivideo.it (adesso anche con un bellissimo disegno!), per raggiungere il quale si può cliccare QUI

il Festival della Scienza a Genova

Corriere della Sera 23.10.03
IL FENOMENO
«Paura e grande attrazione Per noi italiani è un mondo ai confini con la magia»


La scienza corre, sforna scoperte i cui significati sono sempre più sofisticati e talvolta lontani dalla comprensione. Eppure c’è un’attrazione per questo mondo che è sotto gli occhi di tutti: i quotidiani se ne occupano, le riviste di settore crescono, i programmi tv si moltiplicano e, adesso, debutta addirittura un Festival della scienza. «Ma forse è proprio perché si sente il bisogno di capire di più che l’interesse aumenta» dice Emanuela Arata dell’Istituto nazionale di Fisica della materia e presidente del Festival genovese. «L’Italia è il Paese più antiscientifico d’Europa - dice - è c’è tanto bisogno di informazione per sciogliere quelle paure che la scienza in alcuni casi può far nascere proprio per la sua eccessiva sofisticatezza. Persino lo scienziato da noi è una figura anomala. Quei pochi che parlano spesso dissertano su tutto contribuendo più all’immagine del mago che del ricercatore. Invece attraverso il Festival vogliamo offrire un’idea corretta dove gli esperti raccontano ciò che sanno e compete loro». E’ sicuramente il modo giusto per rendere i messaggi più chiari e decifrabili, l’era dei tuttologi è da superare se si vuol capire davvero ciò che succede. «Lo scienziato - continua Arata - nei Paesi stranieri è visto come una persona che fa un mestiere normale anche se spesso più interessante. E’ una visione corretta perché solo così un giovane può giudicarla una prospettiva praticabile, un lavoro a cui ambire e prepararsi. Ed è un modo per combattere pure il calo nelle iscrizioni alle facoltà scientifiche».
Nonostante tutto nella scienza rimane però un po’ di magia, indispensabile per accendere il fascino di un mondo da conquistare. Un mondo che possiamo costruire noi, con le nostre scoperte e invenzioni diventando fabbricanti del futuro. «E’ vero, una certa magia esiste - continua Arata - anche perché spesso il confine del possibile nella ricerca non è chiaro e diventa labile. Qui deve scattare la responsabilità dello scienziato evitando di presentarla in una dimensione irreale».
Ma accade che sommersi da fiumi di scienza si fugga nell’irrazionale, nell’esoterico, nel magico più estremo. «Questa inclinazione è forse una componente antropologica dell’uomo - commenta Vittorio Bo, direttore del Festival - e solo una corretta informazione può sconfiggere atteggiamenti di rivolta, di rifiuto alla comprensione. L’iniziativa genovese vuol creare una sorta di abbecedario attraverso mostre, conferenze, giochi e spettacoli capaci di far capire come scienza e tecnologia siano parte della nostra vita quotidiana e non un mondo irraggiungibile. Dimostreremo che persino la magia di Harry Potter può essere più reale, più scientifica, di quanto immaginiamo».
Nulla è incomprensibile nella scienza, basta trovare il modo giusto per raccontarla. E’ questa la semplice verità che il festival genovese vuol diffondere. E per conquistare un risultato e sciogliere falsi miti, fa ricorso ad ogni mezzo: dal cinema al teatro, dal gioco alle mostre; ma soprattutto alla parola degli scienziati.

un articolo da Le Scienze

(ricevuto da Eros Cococcetta)

Le Scienze 21.10.2003
L'espressione dei geni nei primati
La scoperta getta luce sull'evoluzione della cognizione umana


Un team di ricercatori del Salk Institute for Biological Studies", del Yerkes National Primate Research Center dell'Emory University, e dell'Università della California di Los Angeles, ha identificato i geni i cui livelli di attività nella corteccia cerebrale differiscono fra i primati umani e quelli non umani, come gli scimpanzé e i macachi resi. Le scoperte, pubblicate online sul sito della rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences", potrebbero fornire importanti indizi sulle insolite capacità cognitive degli esseri umani e aiutare gli scienziati a comprendere come mai gli uomini possiedono una arco di vita più lungo delle altre specie di primati ma sono così vulnerabili alle malattie neurodegenerative legate all'età.
Poiché le sequenze di DNA degli esseri umani sono così simili a quelle degli scimpanzé, gli scienziati hanno sempre ritenuto che le differenze fossero dovute ai livelli di attività di particolari geni, ovvero a quella che si chiama espressione dei geni, e di conseguenza alla quantità di particolari proteine prodotte dalle cellule. Il recente sequenziamento del genoma umano ha portato allo sviluppo di "chip genetici" che consentono di esaminare contemporaneamente i livelli di espressione di migliaia di geni e di confrontare i livelli di espressione di specie differenti.
Con questa tecnica, i ricercatori hanno identificato 91 geni che negli esseri umani vengono espressi in quantità differenti rispetto ad altre specie di primati. Dopo ulteriori studi, è stato scoperto che 83 di questi geni presentano livelli di attività superiori, regolando l'attività neurale.
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.

mercoledì 22 ottobre 2003

un'altra recensione di "Buongiorno, notte" dagli USA

da filmstew.com, Tuesday, October 21, 2003

Festival Shrouded in Fog Of War
[...]
By A.G. Basoli


(per vedere l'originale integrale di questo articolo, con una bella foto di Maya Sansa a pag. 2, cliccare QUI)

 
[...]
Meanwhile, the sixties took center stage with Errol Morris’s Centerpiece documentary Fog of War, about the controversial former Secretary of Defense Robert S. McNamara. It acted as a starting point of sorts for Marco Tullion Giordana’s sweeping and award-winning journey through 40 years of Italian history, The Best of Youth.

Seamlessly working off his countryman’s flow, Marco Bellocchio’s Good Morning, Night seemed to glean the same kind of free flowing epic style as it recounted one of the most tragic episodes in the country’s history, conjuring up the kidnapping and assassination in 1978 of Italian Statesman Aldo Moro like some half-remembered detail from Italy’s subconscious realm.

“It’s probably indicative of what’s on filmmakers’ minds,” said festival director Richard Peña, also chair of the five-member selection committee. “Perhaps people are looking back to that decade – to notions of political commitment and engagement – and beginning to sort of reassess. We’re at a time when a kind of political consciousness has returned and we’re going back to the last moments when that happened.”

The Moro affair was the defining moment of a decade later known in Italy as “The Leaden Years,” referencing the lead bullets used by left-wing terror groups such as The Red Brigades in their seemingly daily attacks on public figures.

Bellocchio’s direction and script rejects the documentary-like techniques of traditional “cinema d’inchiesta,” honoring instead the conspiratorial political climate of the time. The filmmaker approaches the material with dreamy cautiousness, daring to imagine through the eyes of his female protagonist, who also happens to be the most disillusioned member of the terrorist cell, a different ending for their illustrious hostage.

“In real life, she wasn’t like that,” explains Bellocchio, who met original terrorist Annalaura Braghetti and loosely inspired the film on her book The Prisoner. “She continued to be a terrorist and participated in the assassination of Professor Bachelet, later on. She thought it was horrible but always obeyed. I took the liberty of creating a character who would have reacted and had a growing sense of what was happening.”

Italian actress Maya Sansa, who also appears in Marco Tullio Giordana’s The Best of Youth, plays the reluctant terrorist Anna with smoldering intensity. Despite a disappointing premiere at last year’s Venice Film Festival, the film was a hit in Italy, grossing more than a million Euros in its opening weeks.

[...]

per la serie "panzane sesquipedali", ovvero:
vatti a fidare di TuttoScienze!

La Stampa TuttoScienze 22.10.03
Omosex o eterosex? Lo decide l’embrione
LA TENDENZA SESSUALE E’ IMPRESSA NEL CERVELLO NELL’AREA CHE REGOLA I RIFLESSI INVOLONTARI
di Paola Mariano


La scelta sessuale di ciascuno nella vita adulta è presa già prima di nascere, durante lo sviluppo embrionale, ed è impressa nel cervello in una tra le regioni più anticamente evolutasi, il sistema limbico, sede di funzioni subcoscienti come i riflessi involontari. Lo sostiene Qazi Rahman dell'Università East London con scienziati dell'Istituto di Psichiatria e Neuroscienze del Comportamento a conclusione di uno studio basato su un test neurologico che ha messo in luce la forte similitudine di risposte tra donne omosessuali e uomini etero e quella, anche se meno marcata, tra donne etero e gay. La ricerca, apparsa sulla rivista Behavioral Neuroscience, evidenzia che le preferenze sessuali sono innate e che l'ambiente ha un peso minimo sull’instaurarsi di tali scelte rispetto a fattori biologici che entrano in atto già nell'utero materno. Noi pensiamo, dichiara Rahman in un intervento, che nel corso dello sviluppo embrionale ci siano condizionamenti biologici dettati ad esempio da disuguali concentrazioni di certi ormoni cui è esposto il feto in crescita, primo tra tutti l'ormone maschile testosterone. Le donne omosessuali avrebbero "abitato" 9 mesi in uteri con testosterone più abbondante. Il test somministrato a donne e uomini, etero e non, si chiama tecnica dell'inibizione da prepulsazione (PPI) e consiste nell'esporre il campione a rumori sordi e improvvisi misurando la reazione involontaria dell'occhio, riflesso che tutti noi sperimentiamo sin da piccoli quando, in risposta a suoni bruschi, chiudiamo istintivamente gli occhi per un istante. Nel test si misura il tempo di reazione del soggetto valutando la rapidità del battito oculare al rumore e poi confrontandola con una seconda misura in cui il colpo sordo è fatto precedere da un suono più dolce - la prepulsazione. Questa, spiega lo scienziato prepara la mente al rumore sordo che arriverà di lì a poco, rallentando o inibendo il riflesso, da qui il nome del test. Il livello di inibizione del soggetto è misurato in una scala di valori che noi interpretiamo così, racconta Rahman: più è alto il numero più è forte l'inibizione dovuta al rumore di avvertimento. Ebbene, prosegue, noi abbiamo trovato che le donne omosessuali hanno un livello PPI praticamente uguale a quello degli uomini etero, 33% e 40% rispettivamente. Invece le donne etero hanno livello di inibizione molto più basso, solo 13%. I gay danno valori intermedi ma minori dei maschi e più vicini a quelli delle donne etero. Sappiamo che i riflessi involontari sono innati, dice l'autore, non appresi nel corso della vita e che risiedono nel sistema limbico, posto nella parte inferiore degli emisferi cerebrali e formato da un gruppo di strutture collegate tra loro, ipotalamo, amigdala e ippocampo. Poiché le proprietà del riflesso di ciascuno sono ben aderenti ai gusti sessuali, riteniamo che essi siano fissati proprio in questa regione del cervello. "Del resto già conosciamo differenze sessuali in essa, per esempio nell'ipotalamo, o anche nell'amigdala - dice Rahman - inoltre ci sono interconnessioni anche con altre zone più "alte" (con grado di complessità ed evoluzione maggiori) come i lobi frontali che controllano in parte gli aspetti emotivi dei desideri sessuali di una persona, ma il fulcro della direzione del gusto sessuale origina forse dal sistema limbico". Inoltre, continua, ci sono altre situazioni in cui donne omosessuali appaiono più vicine ai maschi che non alle donne etero, per esempio lo schema della lunghezza delle dita, cioè l'indice più corto dell'anulare, cosa che è misura dell'esposizione al testosterone prenatale e che pensiamo possa produrre le differenze sessuali del sistema limbico. Anni di studi hanno sempre più relegato il ruolo dell'ambiente sul gusto sessuale a posizioni marginali, per esempio sappiamo che figli di coppie omosessuali non lo diventano a loro volta con probabilità maggiore rispetto a figli di coppie etero. "Queste scoperte sono utili anche in psichiatria perché le donne omosessuali spesso hanno disturbi mentali più maschili e viceversa i gay malattie più femminili come disturbi alimentari e depressione - conclude - quindi capendo le differenze cerebrali alla base potremo pensare a terapie su misura a seconda del gusto sessuale del paziente".