domenica 23 maggio 2004

Pietro Citati:
la guerra santa dei cristiani
(2ª e 3ª parte)

la seconda e la terza e ultima parte della storia delle Crociate di Pietro Citati. La prima parte è stata inserita in questo blog pochi giorni fa ed è ancora reperibile più sotto

Repubblica 22.5.04
2/ LA GUERRA SANTA DEI CRISTIANI
il potere del giusto Saladino

Gli esosi giullari cantavano perché venivano pagati e spesso mentivano La leggendaria storia dell' idolo di Maometto tutto oro e argento, incrostato di scintillanti pietre preziose Nel 1174 fu eletto re a Gerusalemme Baldovino IV: era bellissimo e intelligente, aveva tredici anni Il frammento della Vera Croce incastonato nella sua teca d''oro cadde nelle mani dei musulmani e in molti piansero
di PIETRO CITATI


Intanto, molto lontano, nel Settentrione, i giullari avevano cominciato a improvvisare degli immensi poemi, di cui in questo volume sono raccolti la Canzone di Antiochia e la Canzone di Gerusalemme. Non gli importavano affatto le vicende reali: se Goffredo o Tancredi avevano conquistato Gerusalemme. Cantavano perché venivano pagati: cantavano quello che i committenti desideravano: spesso enormi menzogne; gli eroi della Canzone d' Antiochia sono, per esempio, due banditi da strada, che vengono trasformati nelle guide spirituali e guerriere della Crociata. Qualche volta i giullari si rifiutavano di raccontare cosa era accaduto: uno di essi, per esempio, chiese a un onesto crociato un paio di scarpe rosse (squisito e costoso segno di eleganza) come ricompensa per i suoi versi; e quando il povero Arnald de Guines si rifiutò di acquistare le scarpe (per ragioni che mi duole moltissimo di ignorare), lo cancellò spietatamente dal suo libro. Tutto accadeva pressappoco come alla corte di Alcinoo, tra i Feaci, quando Ulisse stava per cominciare il suo racconto, i Feaci mangiavano il pane e la carne e bevevano vino. Il poeta cantava in piazza, davanti a una chiesa, o in una casa aristocratica. Nessuno, o quasi nessuno, capiva il latino, o sapeva leggere: e poi ascoltare troppo a lungo senza muoversi era noioso. Così il pubblico si spostava, beveva un bicchiere di vino, giocava a dadi, litigava col vicino per una questione di soldi, faceva chiasso. Il giullare imponeva silenzio: sempre più a fatica via via che l' enorme poema (10.000 versi) si avviava alla fine. Non gli bastava cantare: voleva soprattutto far vedere gli eventi tremendi e prodigiosi al suo pubblico, commentarli, enfatizzarli, proiettarli come su un enorme cartellone colorato. Così i due poemi, malgrado il Santo Sepolcro, la Vera Croce, la santa Lancia, non hanno nemmeno una traccia di sentimento religioso. Sono favole pittoresche, opere dei pupi, macchinazioni molto più simili al Morgante o al Guerin Meschino che alla Gerusalemme liberata. I giullari e il loro pubblico amavano le storie su Maometto e la sua religione. Specie nei canti epici, ci sono brani di irrefrenabile comicità, che non sappiamo mai se attribuire alle false informazioni, o al piacere di affabulare o di mentire e di slanciarsi nell' incredibile. La cosa curiosa è che gli occidentali di Europa e di Terrasanta avevano una discreta conoscenza dell' Islam. Sapevano che era una religione monoteista, che derivava dall' ebraismo e dal cristianesimo, sebbene negasse l' origine divina e la morte di Gesù: che Maometto era un profeta: quali fossero le differenze tra i Sunniti e gli Sciiti; e che nell' Islam il pellegrinaggio alla Mecca aveva un ruolo simile a quello che, nel Cristianesimo, aveva il pellegrinaggio al Santo Sepolcro. A Toledo, a metà del XII secolo, venne cominciata una traduzione latina del Corano; e a Hereford, in Inghilterra, il primo glossario arabo-latino. Quanto profonda fosse poi la conoscenza della filosofia, della scienza, dell' astronomia, della mistica, della lirica araba in Occidente, non è stato, credo, abbastanza studiato. Che Maometto fosse un profeta come Mosè e Abramo, non importava a nessuno dei giullari franchi. Era molto più bello immaginare che in Turchia, in Siria, in Arabia e in Palestina dominasse una vastissima religione politeista, un coacervo di dèi comici e fantastici: Maometto, Apollo (probabilmente Apollo greco), Trevigante, Cahu, Nerone, Platone, Lucifero, Giove, l' Anticristo, Pilato, Margot, Bergibus, Baratron, Mars, Filir, Alabahir. E poi, alla Mecca, c' era una divinità femminile di pietra, della quale erano emissarie donne eroticissime che impedivano ai saggi di tornare alla virtuosa religione cristiana. E poi Maometto era un cardinale diacono della Chiesa di Roma, che abbracciò l' eresia per la rabbia di non esser stato eletto papa. L' invenzione più bella era visiva. Quando Maometto morì alla Mecca, i fedeli ne unsero il cadavere con balsamo prezioso: poi racchiusero il cadavere-demone in una cassetta di ferro battuto o in un idolo d' argento, sospeso in una cappella a volta. L' idolo funerario non restava immobile, perché un gioco di calamite lo faceva aleggiare, come fosse mosso da una brezza leggera: solo che, ogni tanto, il demone morto riacquistava forza e diventava vivo, saliva su un elefante, e arringava ferocemente i suoi fedeli contro Cristo. Poi ritornava alla Mecca; e lì, ai suoi piedi, stavano accucciati, perennemente accesi, due dei tre candelabri che, tempo prima, i discepoli di Maometto avevano rubato nella grotta di Gesù a Betlemme. I fedeli cristiani avrebbero dovuto scendere alla Mecca lungo le strade carovaniere, mescolarsi ai pellegrini, impossessarsi dei candelabri, e riportarli nel Santo Sepolcro: il loro vero luogo. Mi piacerebbe sapere se qualche crociato avventuroso abbia mai tentato questo furto fantastico. Secondo la leggenda cristiana, in diversi luoghi veniva venerato un immenso idolo di Maometto, che solo sei braccia vigorose potevano sollevare: un idolo d' oro, d' argento, di porpora, brillante e scintillante, lavorato al cesello, incrostato di pietre preziose abbaglianti; una figura bellissima e affascinante sebbene fosse un figlio dell' inferno. Quando poi nel 1099, Fulcherio di Chartres e un vassallo di Tancredi d' Altavilla (che raccontava le esperienze di Tancredi) penetrarono nella moschea al-Aqsa, vi scorsero l' idolo d' argento, d' oro e di porpora. Non è necessario aggiungere che mai una moschea musulmana avrebbe custodito un idolo di Maometto o qualsiasi statua profana. Cosa era accaduto? Fulcherio e il vassallo di Tancredi avevano ascoltato quella divertentissima leggenda e la loro immaginazione fece vedere loro l' idolo di porpora proiettato sotto gli archi della moschea? Non sarebbe la prima volta che l' immaginazione è più forte della nostra capacità di vedere. Ma è possibile un' altra ipotesi. Gli arabi erano straordinari costruttori di automi: nell' 802 il califfo Hârûn-ar-Rashîd aveva regalato a Carlo Magno un orologio automatico nel quale il passaggio delle ore era segnato dalla caduta di palle di bronzo su un disco di metallo; alla dodicesima ora, dodici cavalieri uscivano da dodici porte, che si chiudevano su di loro, appena il tempo aveva segnato i suoi dodici rintocchi. L' automa era diventato celeberrimo in Europa. Forse Fulcherio e Tancredi avevano scorto qualche automa sui palazzi e le moschee di Gerusalemme; e l' avevano trasferito nel segreto del luogo sacro, come corpo visibile di Maometto.
Dopo la metà del XII secolo, un generale di origine curda, Salah ad-Din ibn Ayyub, il Saladino della tradizione occidentale, fondò un grande regno, dall' Egitto alla Mesopotamia. Il Saladino fu uno dei massimi simboli del Potere sia nella tradizione islamica sia in quella occidentale. Era il re giusto: generoso coi nemici e protettore della fede (la protesse un po' troppo, se fece uccidere, come è probabile, Shihâboddin Yahyâ Sohrawardî, uno dei massimi filosofi e narratori metafisici del mondo); e possedeva la qualità del dono, la generosità senza limiti e senza misure, che imita la sovrana magnificenza di Dio. Aveva ereditato la tradizione araba del racconto, come se fosse uscito dalle Mille e una notte: amabile, arguto, conosceva le storie e le tradizioni degli Arabi, le meraviglie e le curiosità della terra, «e le genealogie dei loro cavalli». Anche l' Occidente lo amò, lo idealizzò, lo antepose ai propri disordinati e crudeli re guerrieri, lo collocò, in disparte, nel Limbo di Dante, ma lo confuse con un altro sovrano delle Mille e una notte. Nelle Cento novelle antiche e nel Decamerone, il Saladino conosce tutte le lingue, si maschera, e percorre le terre d' occidente, per guardare, vedere, spiare ciò che fanno i suoi nemici: egli è di nuovo Hârûn-ar-Rashîd che, insonne, torturato dalla malinconia, nelle Mille e una notte si traveste da mercante, da derviscio o da pescatore e percorre di notte la sua città, Bagdad, che non conosce. Guarda, scruta, ascolta, ispeziona, spia, perché il potere trova il proprio culmine proprio nello sguardo che ispeziona le tenebre. I re cristiani di Gerusalemme non sapevano né essere giusti, né raccontare, né donare, né spiare i disegni di Dio e della notte. Quando venivano sconfitti dai nemici, i sacerdoti e i papi e persino san Bernardo proclamavano che era colpa dei loro peccati - che certo erano grandi: omicidio, lussuria, lusso, gelosia fraterna, ribellione. Ma era poi vero? A volte, avevano l' impressione che l' aiuto di Dio non bastasse: o che Dio fallisse nella storia: o che Dio non volesse apparire negli eventi, o solo in modo casuale e intermittente; o che Dio - questa era la cosa più terribile - li avesse abbandonati, sebbene avessero ucciso e fossero morti per liberare il suo Sepolcro. Forse il Dio della storia stava dalla parte di Saladino, l' uomo del dono, che spiava i segreti. Ci fu una eccezione: una grandiosa eccezione; uno dei rarissimi episodi che infondono una leggerezza celeste nella pesante storia della terra. Nel 1174 fu eletto re, di Gerusalemme, a tredici anni, Baldovino IV. Era bellissimo e intelligente, aveva una solida memoria, leggeva con passione, amava le conversazioni eleganti, e cavalcava con grazia. Ma un giorno, l' istitutore, un grande storico, Guglielmo di Tiro, si accorse che il giovane re era lebbroso. Giorno dopo giorno la malattia peggiorò, colpendo soprattutto il volto, le braccia e le gambe. «Ogni volta che i suoi fedeli rivolgevano lo sguardo su di lui, i loro cuori erano profondamente toccati da un sentimento di compassione». Fu colpito da una febbre: poi la lebbra si manifestò con sempre maggiore violenza: Baldovino perse la vista, braccia e gambe cadevano in putrefazione, le mani non afferravano nemmeno un foglio di carta, i piedi non lo reggevano. Ma rifiutò di abbandonare la dignità regale: continuò a svolgere i suoi compiti; nonostante la morte vicina, cercava, per quanto potesse, dissimulare la sua terribile debolezza. Quando il Saldino invase il fragile regno latino, Baldovino chiamò alle armi tutte le proprie truppe e i templari: uscì da Ascalone per ingaggiare battaglia contro le forze nemiche. Mentre i cavalieri saraceni erano ventiseimila, i latini erano appena trecentosessantacinque: Baldovino era portato in prima fila; e davanti alle schiere il vescovo di Betlemme innalzava il «Legno miracoloso della vivifica Croce», incastonato in una teca d' oro. Per una volta, il Saladino, così cauto e prudente, peccò di presunzione: il giovane re lebbroso gli sembrò una preda troppo facile: lasciò che le sue truppe saccheggiassero le campagne; ma i cavalieri franchi assalirono i suoi uomini e li massacrarono, ed egli fu salvato soltanto dalla guardia del corpo. I cristiani pensarono di aver vinto grazie alla protezione della Vera Croce: quel legno che aveva attraversato indenne i secoli. Ma forse Guglielmo di Tiro pensò che i cristiani non possono essere guidati da veri re: il Saladino, potentissimo e orgoglioso, apparteneva all' Islam: i cristiani possono avere soltanto dei giovanissimi re lebbrosi, discendenti di Cristo, che non appartengono del tutto a questa terra. Baldovino IV morì nel 1185, e con lui il regno di Gerusalemme. Il 4 luglio 1187 l' esercito del Saladino sconfisse rovinosamente le truppe latine ai Corni di Huttin: una piccola collina rocciosa vicino a un lago. I cavalieri franchi combatterono con coraggio, eroismo e demenza feudale: la sera erano feriti, massacrati, prigionieri. Qualche giorno dopo erano venduti come schiavi sul mercato di Damasco: uno schiavo in cambio di un sandalo. Il frammento della Vera Croce, incastonato nella sua teca d' oro, cadde nelle mani dei musulmani. Un ignoto cristiano commentò: «A che scopo vivere ancora, adesso che ci è stato tolto il Legno della Vita? ~ Ci è stato sottratto il Legno della nostra salvezza ~ Piangete su questa disgrazia, adoratori del Santo Legno, e tracciate nei vostri cuori la Vera Croce con fede salda e costante». Il 3 ottobre 1187, Saladino riconquistò Gerusalemme. Secondo la tradizione islamica, era lo stesso giorno in cui Maometto salì al cielo, con la sua cavalcatura alata, muovendo da Gerusalemme. La città era indifesa: i cavalieri e i fanti erano morti, prigionieri o schiavi. Nella pianura, avvolta dalla nebbia, i musulmani sventolavano le bandiere, squillavano le trombe, scuotevano le armi, lanciavano grida di guerra. Sugli spalti c''erano soltanto due cavalieri, qualche sedicenne nominato sull' istante cavaliere, monaci, canonici, sacerdoti, diaconi, eremiti, anacoreti: mentre le vedove e gli orfani invocavano la misericordia di Dio e la protezione dei santi. A un certo momento, i cittadini si addormentarono e lasciarono gli spalti sguarniti, pensando che se Dio non avesse protetto Gerusalemme, «a nulla sarebbe valso vigilare». «Restava un solo desiderio: morire nella Città Santa, in semplicità di cuore, dando testimonianza alla propria fede in Cristo; così ciascuno si sarebbe guadagnato - scrisse un anonimo - la sua parte di Terra Promessa in proporzione allo spazio su cui stava disteso il suo cadavere». Il Saladino propose la resa. Come era sua abitudine, fu mite. Impose un riscatto: dieci bisanti per ogni uomo, cinque per ogni donna, un bisante per ogni bambino; poi tutti sarebbero stati liberi di andarsene dove volevano, e nessuno avrebbe toccato le loro cose. Non fu interamente mite: qualche mese prima, dopo la battaglia di Huttin, aveva fatto assassinare tutti i Templari e gli Ospedalieri, ricordando i massacri cristiani di un secolo prima. Qualcuno non voleva arrendersi. «Mille volte meglio morire per Cristo». Chi avrebbe mai potuto immaginare che dei cristiani commettessero una simile empietà: consegnare volontariamente nelle mani dei pagani il Sepolcro della resurrezione di Cristo? Non si era mai letto da nessuna parte che i giudei avessero abbandonato il Sancta Santorum senza spargimento di sangue e aspra battaglia, né tanto meno che l' avessero consegnato volontariamente». I musulmani entrarono in città. Sulla Cupola della Roccia islamica, i cristiani avevano innalzato una grande croce dorata: i soldati di Saladino si arrampicarono in cima alla cupola: legarono la croce con delle funi e la gettarono al suolo: in quel momento, «tutti levarono a una voce un grido, dalla città e da fuori; i Musulmani un Allah Akbar di gioia, i Franchi un urlo di costernazione e di dolore». Il Santo Sepolcro fu depredato e spogliato di ogni ornamento, e aperto a tutti, cristiani e saraceni. Intanto, il Saladino restaurava Gerusalemme: la sua Gerusalemme. Insieme ai soldati, lavorava tutto il giorno, lavando con acqua di rose i cortili e i pavimenti delle moschee, che i cristiani avevano trasformato in chiese.

(2 - continua)


Repubblica 23.5.04
3/ LA GUERRA SANTA DEI CRISTIANI
Il festoso sbarco ad Acri, l´amore-odio col Saladino Finito il loro tempo, ecco la presa di Costantinop nel 1204
Come Kagemusha, il Sultano guardava dall´alto di una collina Il re cristiano caricava le fila saracene con la lancia abbassata
Usberghi lucenti, elmi corruschi, tanti nobili destrieri dall´alto nitrito, tante gualdrappe e tanti cavalieri e stendardi
di PIETRO CITATI


Poi la storia cambiò ritmo e colore. Appena Riccardo Cuor di Leone, re di Inghilterra, scese ad Acri, la crociata perse quasi ogni profumo religioso e diventò una tappezzeria cavalleresca e romanzesca, ricamata dalla mano di qualche grande principessa francese o inglese, o da quella di Robert Louis Stevenson. Riccardo era un uomo alto, slanciato, bellissimo, con i capelli color rosso dorato. Non gli piaceva governare ed amministrare, come fanno i noiosi potenti della terra. Non gli piaceva nemmeno il futuro: solo il colorato, mobilissimo, adorabile presente. Amava fare la guerra: ardente, temerario, aggressivo, coraggiosissimo, agilissimo, elegantissimo, appena lo vedevano, uomini e donne, amici e nemici, cadevano affascinati. Era - dicevano - «il fiore della prodezza», il «vertice della cavalleria», superiore ad Orlando e ad Olivieri.
L´11 giugno 1191 sbarcò ad Acri, nella parte settentrionale della Palestina, e subito la terra fu scossa dal tumulto dei cristiani esultanti. «La notte serena, più limpida del solito, sembrava sorridergli. Nella notte si levavano striduli squilli di tromba, il suono dei corni, il timbro acuto dei pifferi, le basse tonalità dei flauti, il rimbombo dei tamburi. Tutti partecipavano alla letizia collettiva, perché con Riccardo era arrivata la gioia. Qualcuno intonava canti popolari, qualcuno recitava racconti epici sulle imprese degli eroi antichi e moderni, qualcuno beveva, qualcuno danzava. La gente minuta era mescolata ai nobili, senza distinzione di rango. Da ogni parte brillavano candele, torce e fiaccole, tanto che «i turchi pensavano che l´intera vallata fosse in fiamme». La mattina, i combattenti si equipaggiarono. «Avreste visto tanti usberghi lucenti, tanti elmi corruschi, tanti nobili destrieri dall´alto nitrito, tante gualdrappe biancheggianti, tanti scelti cavalieri, e pennoncelli e stendardi di qualsiasi genere». All´improvviso, il mondo era diventato una festa, alla quale tutti partecipavano.
Il Saladino e il mondo arabo amavano Riccardo Cuor di Leone: come Riccardo Cuor di Leone e il mondo cristiano amavano il Saladino, sebbene si combattessero a vicenda. «Era di gran coraggio e alto animo», scriveva Baha Ad-Din. Solo qualcuno avanzava riserve: molto più saggi dei franchi, gli arabi pensavano che essi apprezzassero troppo il valore guerriero: «quanto più un cavaliere è alto e slanciato, scrisse Usama ibn Munqidh, tanto più essi lo ammirano, e nessuno ha preminenza fuori dai cavalieri». Anche Saladino pensava che Riccardo mancasse di «saggezza e di moderazione». Ma quando Riccardo andava all´assalto, chi poteva resistergli? Come Kagemusha, Saladino guardava dall´alto di una collina: la cavalleria cristiana si precipitava contro i turchi con fragore di tuono; e in testa, con gli svolazzanti capelli rossi, c´era sempre Riccardo, montato su un possente destriero, che caricava le fila saracene con la lancia abbassata, fino a quando la sua asta di frassino si spezzava in schegge intrise di sangue. Allora snudava la spada e si avventava sui fuggiaschi. Sembrava che «avanzasse irraggiando bagliori». Una volta, mentre Riccardo guidava la carica, il suo cavallo fu colpito, e il Saladino, pieno di ammirazione, mandò nella mischia un servo con due cavalli, perché il re nemico continuasse la battaglia.
Spesso Riccardo, abituato ai teneri verdi e alle nebbie dell´Inghilterra, si ammalava: l´agosto palestinese lo prostrava; e il Saladino inviava al rivale pesche e pere e neve del monte Hemon per rinfrescare le sue bevande. Non importa che questa parte dell´Itinerario dei pellegrini e le imprese di re Riccardo, scritte tra il 1191 e il 1222, sembri composta a quattro mani da Walter Scott e Robert Louis Stevenson. Quello era Riccardo: quello era il Saladino, come li vedevano gli arabi, i turchi, i crociati, e soprattutto gli scrittori: quella era la leggenda che si trascinavano dietro come un manto di seta; e non è il caso di dimenticarla.
Riccardo dovette tornare in Inghilterra: non vide mai Gerusalemme, che non aveva saputo conquistare: stese una tregua di tre anni, anzi un «inviolabile accordo di pace» col Saladino. Poi ripartì, in incognito, per l´Inghilterra. A Vienna fu preso prigioniero da Leopoldo d´Austria, che aveva offeso in Terrasanta per ragioni frivolissime. Cadde nelle mani dell´imperatore Enrico VII e, solo dopo aver pagato un enorme riscatto, nel 1194 ritornò a casa. Né il Saladino né lui avrebbero vissuto a lungo. Mentre il Saladino era agli estremi, lo sheikh gli recitava il Corano: quando giunse al versetto: «Egli è l´unico Dio, conoscitore del Mistero e di ciò che si vede», il Saladino sorrise, e il volto gli si illuminò e rese l´anima ad Allah, il misericordioso. Quanto a Riccardo, non avrebbe mai potuto morire durante la lettura di un libro sacro. Combatté gli intrighi di suo fratello Giovanni e gli assalti di Filippo di Francia. Il 26 marzo 1199 assaliva un castello ribelle nel Limousin, quando una freccia, guidata dalla volontà o dal caso, colpì in fronte, «il fiore della prodezza, il vertice della cavalleria».
[***]
Tra i molti misteri dell´animo femminile, che non finiscono di inquietarmi, ce n´è uno al quale nessuno ha mai risposto. Perché le donne non sanno comporre libri di storia? Meravigliose scrittrici di memorie, di diari, di confidenze, di pettegolezzi, di chiacchiere, la storia non sembra appartenere al loro orizzonte. Non hanno Erodoto né Tucidide né Tacito né Procopio né Psello né Machiavelli né Guicciardini né Gibbon né Tocqueville né Taine né Burckhardt né Bloch né Scholem. Forse pensano che la storia non esista, né quella divina né quella profana: o almeno non si possa raccontarla. Nei fatti non si trova quel filo conduttore, che la ingenua innocenza dei maschi crede di riconoscere. Ci sono eventi separati, briciole di memorie, suoni, profumi, parole, lampi che per un momento colpiscono lo sguardo, e poi subito fuggono via. Credo a ragione, le donne non vedono altro.
Eppure una grandissima storica esistette, e proprio negli anni delle Crociate, a Bisanzio. Era Anna Comnena, figlia dell´imperatore Alessio Commeno. Nacque a Costantinopoli il 2 dicembre 1083, venne «allevata nella porpora», leggeva Aristotele e Platone, Omero, Tucidide e Erodoto, volumi di teologia, di matematica e di astrologia. Scrisse un capolavoro storiografico, l´Alessiade, «col pudore - sosteneva - che conviene a una donna e a una principessa di sangue imperiale». Il libro ha una bellissima nobiltà di stile, e un occhio, un intuito, un genio psicologico, che attraversano la realtà, la traforano, la denudano davanti ai nostri occhi. Leggendola, si ha la sensazione che solo i grandi storici suscitano: il miracolo si è compiuto, abbiamo attraversato all´indietro i secoli, e percorriamo i palazzi e le strade di Costantinopoli e le contrade della Grecia e dell´Anatolia. La realtà è qui, per sempre.
Nel suo grande libro, Anna Comnena compose due ritratti di Normanni, due degli antichi Vichinghi, Roberto il Guiscardo, che aveva conquistato l´Italia meridionale, e il figlio Boemondo, che cercò di conquistare la terra, dovunque posasse i suoi occhi azzurri e indomabili. Malgrado il «pudore» imperiale, il ritratto di Boemondo sembra dipinto da una donna affascinata o innamorata al primo sguardo. Come ammira quella statura altissima, che «supera di un braccio gli uomini più alti», le spalle e il petto largo, la vita stretta e sottile, quasi femminile: le grandi mani robuste: la pelle bianchissima, da bambino, del volto, con un lieve tocco roseo: la barba leggera, appena una spuma pelosa: gli occhi azzurri, gli occhi-lampi; e il naso e le narici che respiravano con forza l´aria sottile che percorre il mondo, e lo facevano vivere più intensamente degli altri uomini. Ma quell´uomo bellissimo aveva qualcosa di duro, di sinistro, di spaventoso, che la faceva rabbrividire. Persino il suo riso inquietava. Era versatile, ambiguo e astuto come Ulisse, ma senza la cautela di Ulisse. Da quelle spalle, da quegli occhi, da quelle narici emanava il selvaggio spirito di distruzione, che fra poco avrebbe abbattuto i palazzi, i monasteri, le chiese, le icone, la religione di Costantinopoli. Tutto ciò che Anna Comnena amava, stava per essere trascinato via come una festuca. Non c´era salvezza.
Così, per un secolo, la civiltà bizantina e quella celta (come la chiamava Anna Comnena) si osservarono attraverso il ritratto di Boemondo d´Antiochia. I Normanni guardavano i Greci, i Greci i Normanni. E mai, credo, nella storia due civiltà si odiarono così profondamente. Si ha l´impressione, a volte, che tutti quei Roberti, Boemondi, Tancredi e Baldovini fossero scesi verso il Mediterraneo per occupare Costantinopoli non Gerusalemme - dove c´era soltanto il sepolcro di un dio morto. I franchi adoravano la forza, che per loro era la droiture feudale: niente era più bello delle spade, dei gonfaloni, dei cavalli, delle aste, del rosso sangue della guerra. Per i bizantini, almeno per quelli dell´undecimo e dodicesimo secolo, la guerra era qualcosa di vergognoso: bisognava coltivare tutte le arti della diplomazia, del compromesso, dell´astuzia e della corruzione, pur di evitare lo scontro sul campo. Amavano gli squisiti fiori della retorica, il miele delle Muse: non c´era altra verità che nella parola, che incanta e affascina per tutta la notte, per tutte le notti. Così i due popoli si rivolgevano accuse sanguinose, malgrado la comune fede cristiana. Per i bizantini, i franchi erano testardi, violenti, ambiziosi, ardenti e focosi, avidi di denaro, incostanti, insaziabili chiacchieroni. Non conoscevano né la misura né la rinuncia: ciò che gli dèi della Grecia e il dio cristiano ci hanno insegnato. Per i franchi, i bizantini erano pavidi, vili, ipocriti, doppi, ingannevoli, traditori - perché la parola non è altro che tradimento e inganno. Anche senza la sordida astuzia dei Veneziani, franchi e bizantini sarebbero giunti allo scontro definitivo.
Attesero un secolo. L´8 novembre 1202 cominciò allegramente la quarta crociata, che puntò verso Costantinopoli. Il sepolcro di Cristo non interessava quasi a nessuno. La partenza da Venezia fu una festa di suoni e di colori: «la più bella cosa che mai fosse dal principio del mondo», disse Robert de Clari, un povero crociato di Amiens, quando tornò in Francia. «C´erano infatti ben cento paia di trombe, in argento o in bronzo, che presero tutte a squillare alla partenza, e tanti timpani e tamburi e altri strumenti che erano una meraviglia rara. Quando furono in mare aperto ed ebbero spiegato le vele e alzato sui castelli delle navi le loro imprese e le loro insegne, sembrò davvero che il mare fosse un vasto brulichio, tutto infiammato dalle navi che conducevano e dalla gran gioia che mostravano». La flotta oltrepassò Pola, conquistò Zara, scivolò lungo la Grecia, passò davanti ai castelli e alle chiese di Monemvasia. Quando giunse a Costantinopoli, risalì il Braccio di san Giorgio, fiorito di navi e di galee: arrivò a santo Stefano; e finalmente vide Costantinopoli in tutta la sua ampiezza, ancorandosi nel porto. «Nessuno poteva immaginare che potesse esserci nel mondo - scrisse Geoffroy de Villehardouin - una città tanto ricca, quando videro quelle alte mura e quelle torri possenti, dalle quali era chiusa tutt´intorno in cerchio, e quei ricchi palazzi in così gran numero e quelle alte chiese, e nessuno avrebbe potuto crederlo se non l´avesse visto con i suoi occhi». Tutti provarono un intenso stupore. «L´illustre e venerabile città brillava stranamente di una infinità di meraviglie». Intanto gli abitanti di Costantinopoli salirono sulle mura e sui tetti delle case per ammirare gli splendori della flotta crociata.
La meraviglia reciproca non durò a lungo. I crociati assediarono da terra e dal mare: macchine da guerra, petriere, mangani; e il 17 luglio 1203 avvenne l´assalto. La città fu conquistata. Nel maggio 1204 Baldovino di Fiandra fu eletto imperatore del nuovo impero latino. I grandi signori crociati occuparono i palazzi di marmo abbandonati, i biaus palés marberins lungo le rive del mare e tra i giardini, indossando le preziose vesti di porpora degli antichi signori di Costantinopoli. I sergenti, i garzoni, i contadini di Francia e di Lombardia inscenavano grottesche mascherate lungo le strade di Costantinopoli. Avevano infilato le sontuose vesti senatorie, e calcavano le mitre di lino sulle teste dei loro cavalli. Altri crociati portavano in mano penne, calamai e libri, dileggiando i burocrati, i letterati e la letteratura: l´anima di Bisanzio, la forma, che essi ignoravano o detestavano. Poi tutti insieme mangiavano i bolliti. «Trascorrevano tutto il giorno mangiando e bevendo, contenti del loro consueto alimento composto di spalle bovine messe in paiuoli, di salati porcini bolliti in farina di fave, con salsa di agli e succhi prodotti da un miscuglio di altri agri liquori», annotava disgustato il raffinatissimo e coltissimo Niceta Coniate.
A terra era sceso anche Robert de Clari, vassallo di Pierre d´Amiens, che possedeva un feudo di sei ettari e mezzo: quasi un contadino. Non sapeva scrivere: amava le storie cavalleresche e quelle degli antichi. Forse non aveva mai visto nessuna delle nuove, bellissime cattedrali di Francia, né Notre-Dame, né Reims, né Chartres. Aveva visto soltanto le vecchie chiese medievali di Amiens. Ma la grande cattedrale di Amiens, ammirata da Ruskin e da Proust, non era stata ancora costruita; e così Roberto non conosceva le grandi vetrate trasparenti, d´oro verde e di fiamma, né la Vergine dorata colla sua «parure» squisita e semplice di biancospini: né, sulla facciata occidentale, il formicolio dentellato delle statue: «questo mondo di santi, queste generazioni di profeti, questo gruppo di apostoli, questa sfilata di peccatori, quest´assemblea di giudici, questo volo d´angeli «che guardavano la città dall´altro delle nicchie e dal bordo delle gallerie. Era un uomo semplice, perennemente meravigliato davanti allo spettacolo delle cose, che non capiva nulla della storia ufficiale, quella che piaceva tanto al solenne maresciallo Geoffroy de Villehardouin, grandissimo diplomatico, che scrisse anche lui una Conquista di Costantinopoli. Quando Robert de Clari racconta, la storia diventa sempre una deliziosa farsa plebea, piena di sergenti, di garzoni e di contadini.
Costantinopoli lo affascinò e lo possedette completamente, risvegliando la sua curiosità e il suo stupore, come se la sua vera patria fosse la città d´oro e di marmo, e non i suoi fangosi sei ettari e mezzo di terreno in Piccardia, o l´irraggiungibile sepolcro di Cristo. Senza saperlo, immerso in quel radioso celeste, imparò cosa erano la bellezza e le opere d´arte, e si doleva di non saperle descrivere con precisione, come molti secoli più tardi Bernard Berenson e Roberto Longhi, che probabilmente disprezzavano il loro modesto antenato. Costantino il grande aveva riempito le strade e le piazze della città di capolavori statuari strappati alla Grecia. Robert contemplava i mosaici d´oro, le colonne di diaspro e di porfido, i pavimenti così brillanti da sembrare di cristallo, le reliquie della Vera Croce, la fiala di cristallo col sangue di Cristo, la sua tunica, la sua corona di giunchi marini pungenti, un lembo della veste della Madonna, le corone degli imperatori, i drappi di seta ricamati d´oro, Santa Sofia, le sue colonne, che possedevano ciascuna un diverso potere curativo, il ciborio e i cento lampadari, la statua bronzea di Giustiniano, dove gli aironi facevano il nido, la porta chiamata Mantello d´oro, due elefanti di bronzo, un cocchio d´oro a quattro ruote, degli automi guasti o che credette guasti. Tutto era fastoso, luminoso e sacro, e lui era felice.
Nel Foro di Costantino vide una statua di bronzo alta trenta piedi. Non sapeva che era, probabilmente, la statua di Atena Promaos («combattente in prima fila»), di Fidia, che Costantino aveva trafugato dalle pendici dell´Acropoli di Atene. Non sapeva chi fosse Atene né Fidia né Atena né l´Acropoli né la Grecia: degli dèi di allora aveva una vaghissima idea romanzesca: forse per lui erano i parenti o i genitori di Alessandro Magno; il passato del mondo era scivolato via come acqua nella sua mente di contadino. La bellissima statua non aveva nulla di guerriero: Robert de Clari non sapeva che la cintura intorno ai fianchi era dedicata ad Ares, che la testa della Gorgone sul petto doveva incutere terrore, e la strana coda di cavallo che ondeggiava sulla testa lo meravigliò. Guardò la veste di bronzo a pieghe che arrivava ai piedi, per proteggere dagli sguardi umani tutte le membra divine. Com´era bella quella figura misteriosa! Il capo era quietamente inclinato, il collo nudo e lungo, il corpo si chinava mollemente, vene modulavano appena la fronte, i capelli intrecciati e legati dietro il capo sfuggivano all´elmo, ciocche scendevano sulla fronte, gli occhi gettavano dardi, la mano sinistra sollevava le pieghe della veste. Il bronzo imitava ogni particolare del corpo, si piegava, si modulava, diventava viso, collo, capelli, vesti; e a tratti sembrava trasformarsi in voce e parlargli. Tutta la figura senza vita fioriva di vita, «facendo fluire negli occhi tutta la forza dell´ardore». Robert non aveva mai visto una donna di così «invincibile dolcezza».
All´improvviso, una turba di ubriachi si scagliò contro la statua, e la fece a pezzi, accusandola di attirare con gli occhi le navi dei crociati. Tutto precipitò. I crociati appiccarono fuoco alle case di Costantinopoli, e le fiamme divamparono per una notte e un giorno divorando ogni cosa: niente resistette all´incendio, nemmeno le case lontane; le fiamme divorarono le colonne di diaspro e di porfido. I soldati uccisero migliaia di cittadini in fuga, stuprarono, saccheggiarono, penetrarono nelle chiese, gettando a terra le icone e le reliquie, frantumarono gli altari, fecero entrare nelle chiese muli, che coprirono di escrementi i chiari pavimenti di cristallo. Poi il bottino fu portato in un´abbazia. «Il bottino, che era ricchissimo - scriveva Robert de Clari ingenuamente - comprendeva una tale quantità di vasellame pregiato d´oro e d´argento, di tessuti tramati d´oro e di gioielli preziosi che era davvero una meraviglia: dalla creazione del mondo mai si vide né si conquistò un simile tesoro, così splendido e opimo, né ai tempi di Alessandro né all´epoca di Carlo Magno». Costantinopoli era colpita a morte, sebbene sopravvivesse per qualche secolo.
Nel 1205 Robert de Clari ritornò in patria. Senza la statua di bronzo e la sua «invincibile dolcezza», non amava più Costantinopoli: quei prepotenti signori feudali, che avevano indossato la finta veste dei Crociati, lo infastidivano. Portò con sé molte reliquie, tra le quali una parte della cintura e del velo della Vergine; e le donò all´abbazia di Corbie, vicino al suo poderetto di sei ettari e mezzo. Non sappiamo cosa facesse nel resto della vita: se viaggiò ancora, nella Francia delle cattedrali. Certo in un anno ignoto, forse nel suo piccolo feudo di Cléry-les-Pernois, dettò a uno scrittore sconosciuto quello che aveva visto «nell´illustre e venerabile città, che brillava stranamente di un´infinità di meraviglie»: una delle gemme più umili e preziose, che siano mai passate attraverso le fitte maglie della storia universale.

(3 - fine)

"psicologia sperimentale":
perché amiamo la musica...

Yahoo! Notizie Venerdì 21 Maggio 2004, 19:58
PSICOLOGIA:
LA MATEMATICA SVELA I SEGRETI DELLE EMOZIONI IN MUSICA

(ANSA) - ROMA, 21 MAG - E' stato dissolto dall'implacabile scure della matematica il segreto nascosto sotto la magia delle emozioni in musica: sono certe caratteristiche tecniche associate a ciascun brano a far affiorare in chi l'ascolta determinate emozioni, almeno secondo quanto dedotto dallo psicologo Emery Schubert dell'Universita' del New South Wales in Australia.
Le emozioni suscitate dalle note di un brano, dalla felicita' alla tristezza, dalla sensazione di briosita' a quella di vero e proprio fremito, o semplicemente la noia, sembrano potersi ricondurre al fragore, al temperamento del brano stesso e, in minor misura, al suo ritmo. Si tratta del primo studio che esamina matematicamente l'impatto della musica sulle emozioni, spiega Schubert in un articolo in via di pubblicazione sulla rivista Music Perception.
La felicita' all'ascolto per esempio, sostiene lo psicologo, cresce al crescere dell'altezza dei suoni e del numero di strumenti usati per produrre la musica. Le sue conclusioni derivano da un esperimento musicale su un campione di 67 persone. Queste dovevano ascoltare quattro diversi brani: l'opera numero 46 di Anton Dvorak, il Concerto de Arunquez di Joaquin Rodrigo, il Pizzicato Polka di Johan Strauss Jr and Josef Strauss e il 'Mattino' di Edvard Grieg.
Ogni volta che la musica suscitava in loro delle emozioni, gli ascoltatori dovevano muovere un mouse ed indicare sullo schermo di un computer quale fosse l'emozione suscitata tra la gamma riportata sullo schermo stesso. Il tutto avveniva sotto l'occhio dello psicologo, mentre il computer registrava secondo dopo secondo ogni mossa dell'ascoltatore, mettendola in relazione con le proprieta' della musica nell'istante stesso in cui il mouse era in movimento.
Ma niente paura, rassicura lo psicologo, nessun musicista potra' essere, almeno per ora, tanto furbo da rubare la 'formula matematica' vincente per comporre musica col potere di manipolare le nostre emozioni. Queste affiorano solo per complesse interazioni tra la musica e chi l'ascolta, anche se la ricerca evidenzia che certi parametri musicali permettono di fare previsioni parziali sulle emozioni che essa suscitera'. Esiste insomma la possibilita', conclude lo psicologo, di localizzare e quantificare le emozioni in musica con discreta precisione sulla base di parametri tecnici. (ANSA).

venerdì 21 maggio 2004

ancora sulla tortura

Zefiro n. 5 del 19 maggio

Variazioni sul tema
di Paolo Izzo


In questi giorni ci sconvolgono le immagini strazianti delle torture inflitte ai prigionieri di guerra. Guerra, sì: perché di guerra si tratta e non di missioni di pace. Qualcuno tenta maldestramente di addurre motivazioni all’orrore che arriva di fronte ai nostri occhi e di generalizzarlo, tirando in ballo il Male insito nell’uomo…


Ma niente


Non cede. Non parla. Si capisce che soffre, ma non ammette nessuna delle nostre tesi. Gli abbiamo fornito le prove: gli abbiamo fatto ascoltare le registrazioni di quello che dicono i suoi compagni, le loro confessioni… spontanee. Gli abbiamo fatto capire in ogni modo che, in certe condizioni, tutti agirebbero così. Ma niente. Gli abbiamo mostrato le foto della sua casa demolita. Le ha contemplate scuotendo la testa, sembrava lì lì per cedere. Persino una lacrima sembrava affacciarsi nel suo silenzio. Ma ancora niente. L’abbiamo picchiato! È stato un impulso a cui non abbiamo saputo resistere: vederlo con quell’aria strafottente, assolutamente non collaborativa, ci dava sui nervi. Gli abbiamo spaccato la faccia, avevamo minacciato che l’avremmo fatto… Se ne stava lì con un occhio nero e un paio di denti penzoloni… e ha continuato a rispondere di no. “No”, capisci? Il suo rifiuto ci faceva impazzire, ci sembrava di essere noi sotto accusa, quando era lui il prigioniero. L’abbiamo spogliato, punzecchiato, umiliato. Gli proponevamo continuamente una via di scampo. Ma niente. Sembrava un verme silenzioso: gli abbiamo giurato che se continuava così gli avremmo tagliato la lingua: non abbiamo eseguito soltanto perché dobbiamo sentire la sua voce quando ce lo dirà. Da sette giorni non mangia perché lo teniamo a digiuno, non dorme perché lo teniamo sveglio, beve soltanto perché lo vogliamo tenere vivo. Ieri ha pronunciato una sola frase incomprensibile: “Io sono sano”. Nient’altro. Continueremo con le urla improvvise, con l’elettricità, con le botte… Non ci arrenderemo: abbiamo intenzione di provarle tutte. Fino a che non ci dirà che anche lui l’avrebbe fatto. Fino a che non ammetterà che anche lui, se fosse nei nostri panni, torturerebbe un altro essere umano.

lettere sulla malattia mentale

Repubblica 21.5.04
La malattia mentale scaricata sulle famiglie
di CORRADO AUGIAS


Gentile dottor Augias, grazie per avere pubblicato la lettera dello "psichiatra di campagna" Luciano Delzotti. Grazie per aver avuto il coraggio di pubblicare una lettera onesta e sincera, anche se politicamente non corretta! Da 20 anni convivo con un figlio molto malato, ho fondato nel 1987 un'associazione di familiari e volontari che è divenuta la più importante e diffusa del Piemonte, confederata con associazioni di tutta Italia, soprattutto ho ascoltato in 18 anni di attività centinaia e centinaia di famiglie e di operatori.
Da sempre mi reputo di sinistra ma mi sono sempre domandata perché la sinistra non vuole comprendere che la psichiatria può e deve essere migliorata non snaturando la 180, ma con mirate integrazioni che tengano conto dei malati non consapevoli e sovente non gestibili in famiglia. Abbiamo un documento di 18 punti firmato da 25 associazioni italiane che abbiamo anche portato alla commissione Affari sociali, ma sono sicura resterà lettera morta.
Anche la tragedia dei malati di mente e delle loro famiglie viene strumentalizzata dalle forze politiche. La lettera del dottor Delzotti, così coraggiosa, giusta e umana, mi ha ridato un po' di speranza; esiste una fascia di malati gravi, non collaborativi, non curabili che ipocritamente non vengono considerati dalla normativa, di fatto sia loro che le loro famiglie sono abbandonati. Sono tanto stanca e angosciata.
Maria Luisa Gentile
Associazione difesa malati psichici - Piemonte


D ottor Augias, rispondendo al dottor Delzotti lei non è entrato nel merito "per manifesta incompetenza". Le faccio presente che la pratica dell'elettrochoc (più diffusa di quanto non si creda) viene eseguita senza anestesia in pazienti non solo non consenzienti ma recalcitranti e presi con forza come animali da macellare. Una violenza ripugnante, definibile solo come tortura. Quanto all'aspetto più interessante, quello psicodinamico, il dottor Delzotti parla di miglioramenti clinici che noi sappiamo dovuti alla barbarie praticata che ha soddisfatto le parti più malate del paziente, la voglia di essere punito, colludendo con esse e non aiutandolo a comprendere che il più doloroso disagio psichico è un modo masochista di vivere la propria realtà e sadico nei confronti degli altri (ad esempio, parenti).
Il sadismo non è mai terapeutico e la soluzione non è il numero degli operatori (se sadici) ma la loro qualità; il trattamento delle psicopatologie è scienza e richiede formazione e maturità personale molto elevate da trasferire a pazienti da crescere come propri figli, non lo dico per retorica ma per prassi quotidiana.
Antonio De Rosa
Dipartimento Salute mentale, Lecce


Di fronte a opinioni così lontane posso solo ribadire la mia incompetenza nel merito. So però, anche per dolorose vicende di persone vicine, quanto sia difficile la situazione di una famiglia con un malato mentale in casa. Lo conferma con fermezza la stessa signora Gentile. Sono convinto della buona fede e delle ottime intenzioni degli psichiatri e la parola elettrochoc è spaventosa. Se però devo scegliere tra l'opinione dei medici e quella di una madre di famiglia opto per la madre di famiglia. Non per demagogia ma perché a nessuno dovrebbe essere imposto un tale carico di responsabilità e di pena.

psicologi:
nuove frontiere della deontologia

Yahoo Notizie Giovedì 20 Maggio 2004, 18:18
WEB E VIDEOFONINO,TECNOLOGIA AL POSTO LETTINO PSICOLOGO/ANSA


(ANSA) - ROMA, 20 MAG - Sono gia' un migliaio circa gli psicologi che lavorano su Internet e che attraverso la rete offrono assistenza distanza. Quintuplicati nel giro di un paio di anni saranno presto molti di piu' i terapeuti che faranno tesoro delle possibilita' offerte dai videotelefonini.
Questi ultimi, utilizzati per ora solo da qualche pioniere, permettono infatti consulti a distanza, soprattutto in situazioni di emergenza, dando la possibilita' allo psicologo di vedere in faccia il paziente, la sua espressione e la postura, elementi fondamentali per la diagnosi.
Sono molti infatti i pazienti che chiedono assistenza al telefono ma fino a ora il codice deontologico di categoria metteva fuori legge questa pratica. Niente consulti a distanza che pero' nei fatti erano diventati una realta'.
L'ordine degli psicologi per questa ragione ha approvato le linee guida che autorizzano la categoria ad operare l'assistenza a distanza senza problemi di etica. Presentate oggi nel corso del secondo congresso nazionale degli psicologi italiani, le linee guida chiedono a questi professionisti, fra l'altro, di essere sempre riconoscibili, di specificare l'iscrizione all'ordine, di garantire l'anonimato delle persone che ne fanno richiesta.
Il consulto arriva gia' via Internet per migliaia di pazienti, ha spiegato Fulvio Frati, coordinatore dell'osservatorio nazionale sulla deontologia dell'ordine degli psicologi, ma non e' ancora chiaro quanti siano gli operatori che utilizzano la rete per lavorare. Con le linee guida gli ordini provinciali dovranno preparare degli speciali registri che permetteranno di capire le dimensioni di questo fenomeno che si sta estendendo a macchia d'olio coinvolgendo anche le istituzioni sanitarie. Alcune Asl dell'Emilia Romagna hanno infatti organizzato, ad esempio, sistemi di consulto su internet.
I rischi, non nascondono gli stessi psicologi, sono infatti molti, e lo sforzo dell'ordine e' proprio quello di rendere questi servizi trasparenti e sicuri, con due attenzioni particolari: quello che riguarda l'identificazione degli psicologi e l'identificazione degli utilizzatori.
Queste sono solo alcune delle indicazioni approvate dall'ordine, utili da conoscere anche per capire se lo psicologo che si propone su Internet offre qualche garanzia di serieta'.
1 - Lo psicologo deve essere riconoscibile: il paziente deve poterne conoscerne l'identita' e il domicilio.
2 - Quando il consulto sulla rete e' offerto da piu' psicologi questo deve essere chiaramente specificato e in ogni caso bisogna poter conoscere sempre l'identita' dell'autore della prestazione.
3 - Grande attenzione poi quando si tratta di terapie che riguardano i minori e maggiori misure di sicurezza.(ANSA).

psicofarmaci

ricevuto da P.Cancellieri

galileonet.it venerdì 21 maggio 2004
PSICOFARMACI
Gli italiani fanno il pieno
di Raffaella Marino


Cresce in Italia il consumo di psicofarmaci, soprattutto tra le donne e gli anziani. In soli tre anni, dal 2000 al 2003, l'uso di questo tipo di farmaci è aumentato del 75 per cento, mentre nel corso dell'ultimo anno più del sei per cento della popolazione ha ricevuto la prescrizione di almeno un antidepressivo. Sono questi i numeri diffusi dall'Istituto superiore di sanità (Iss) nel corso del convegno "Farmaci e salute mentale" che ha disegnato lo stato dell'arte dell'utilizzo terapeutico degli psicofarmaci e una mappa nazionale e internazionale sul loro consumo.
Dati che sorprendono, ma non allarmano. Soprattutto se confrontati con quelli internazionali. "In Italia il consumo generale di psicofarmaci, e quindi di ansiolitici, antipsicotici e antidepressivi, è in linea con la media europea", afferma Giuseppe Traversa, epidemiologo dell'Iss. "Nello specifico i farmaci a base di benzodiazepine, che curano disturbi come l'ansia o l'insonnia e che sono completamente a carico del privato, vengono utilizzati in misura pari circa a una confezione l'anno per ogni italiano". Un dato questo che risulta costante nell'arco dell'ultimo dieci anni. "Anche l'assunzione di antipsicotici", continua Traversa, "pari circa a due confezioni ogni dieci abitanti l'anno, non registra significativi aumenti negli ultimi anni. Diverso il discorso per gli antidepressivi, ai quali ogni anno ricorre una persona su due e il cui consumo, soprattutto negli ultimi tre anni, risulta notevolmente incrementato".
"Un aumento così sensibile", va avanti il ricercatore, "è essenzialmente dovuto a due cause: innanzitutto fino al '99 molti antidepressivi, come gli inibitori della ricaptazione della serotonina, l'ormone che agisce sull'umore, dovevano essere acquistati completamente a spese del privato. Dal 2000 sono, invece, divenuti a carico del Servizio sanitario nazionale, perciò prescrivibili gratuitamente e rimborsabili. Inoltre nel 2001 sono state abolite le note stabilite dalla Commissione unica del farmaco, che riportavano limitazioni all'uso degli antidepressivi. Perciò nel giro di pochi anni questi farmaci sono diventati, innanzitutto rimborsabili e in secondo luogo senza limitazioni. È chiaro che i due effetti combinati hanno prodotto un allargamento dell'uso".
È indubbio, poi, che le industrie farmaceutiche rivestano un ruolo chiave in questo aumento. Queste influenzano e spingono i medici alla prescrizione di psicofarmaci anche laddove gli effetti collaterali connessi alla loro assunzione superano i benefici terapeutici. "Un risultato reso ancora più facile dal fatto che, quando si parla di salute mentale, i criteri con cui poter stabilire l'esistenza di una patologia sono necessariamente fumosi". E a pagarne maggiormente le conseguenze sono le proprio le categorie più deboli, come anziani e bambini. "Soprattutto negli ultimi anni è aumentata la tendenza a trattare i bambini e gli adolescenti come soggetti adulti", afferma lo studioso, "somministrando loro psicofarmaci quando, invece, sarebbe forse più opportuno il trattamento con terapie psico-comportamentali. Di modo che quei fenomeni che la somministrazione di psicofarmaci dovrebbe ridurre si allargano: suicidi, comportamenti aggressivi o autolesionisti, depressione e isolamento sociale".
Il pianeta psico-farmaci, dunque, si "americanizza": "sebbene a farne uso in Italia sia l'uno per cento dell'intera fascia degli adolescenti, contro il due per cento degli Stati Uniti", prosegue Traversa, "è indubbio che attualmente ci si muova lungo una strada che tende alla medicalizzazione del bambino. Sempre più spesso semplici disturbi della personalità vengono scambiati per vere e proprie malattie neuro-psichiche". Il caso dell'Attention deficit hyperactivity disorder (Adhd) in America ne è un esempio. Tristemente nota per aver portato negli ultimi trent'anni all'apertura di scuole differenziali per i bambini più vivaci e disattenti del normale, si tratta di una malattia che oggi si stenta a riconoscere.
Ancora più controversa la terapia farmacologia prescritta, che prevede la somministrazione del Ritalin, un farmaco che agisce con potenti effetti sul sistema nervoso centrale e che è stato incluso dall'Organizzazione mondiale della sanità in una lista di 300 sostanze ritenute pericolose. Il rischio che si corre in tutti questi casi è quello di costringere a stare buoni con una pillola bambini semplicemente "colpevoli" di essere un po' troppo esuberanti e che magari avrebbero solo bisogno di canalizzare in modo appropriato la loro vivacità e vitalità.
David Cohen, uno dei massimi esperti in materia di psicofarmaci e docente presso l'Università internazionale della Florida, intervenuto a termine del convegno ha affermato "il Ritalin negli Stati Uniti viene normalmente somministrato a numerosi bambini 'ritenuti' affetti da Adhd. Ora dopo trent'anni riteniamo che non sia servito assolutamente a niente, ma oramai è entrato nella quotidianità delle famiglie americane, che non ne riescono più a fare a meno". Un'affermazione inquietante, soprattutto se si tiene presente che la maggior parte degli psichiatri dichiara di aver visto al massimo un caso di Adhd in tutta la propria vita.

Magazine, 28 maggio 2004 © Galileo

cultura dominante:
Dacia Maraini, il «piccolo mostro» che c’è in ogni bambino

Corriere della Sera 21.5.04
Ci vuole poco per creare la soldatessa torturatrice
di DACIA MARAINI


È stato detto che in ciascun essere umano abita un aguzzino. Possiamo crederci? Lo dice anche Bettelheim quando vuole spiegare la crudeltà delle fiabe: esse aiuterebbero a esorcizzare il «piccolo mostro» che c’è in ogni bambino. Il pericolo che questo mostro, nel bambino diventato adulto, cresca e metta le unghie sta nelle circostanze. Insomma, date a un uomo una giustificazione, mettetelo nella condizione di dominare altri uomini, ditegli che quei corpi sono nemici e alieni, suggeritegli che sono oggetti spregevoli e non esseri umani, e verrà fuori l’aguzzino, il torturatore. Ecco, il sadismo: nessuno può dire di esserne totalmente immune, dal bambino che dà fuoco alla coda del gatto per vederlo scappare terrorizzato, alla ragazzina che si diverte a tiranneggiare un fratellino, l’essere umano porta in sé la capacità di schiavizzare e opprimere l’altro. Basta dirgli che è lecito, farlo sentire sicuro e appoggiato. Pensiamo al nazismo, quando sembrava normale inveire, insultare, perseguitare gli ebrei solo perché erano tali, e chi non era d’accordo taceva, per paura di ritorsioni. Pensiamo all’Argentina dei militari. La maggioranza era composta da bravi soldati, buoni padri di famiglia. Ci vuole così poco per trasformare un tranquillo cittadino in un persecutore. Pensiamo alla Russia di Stalin, alla distorsione sistematica del sentimento morale. Kundera racconta, in una bella intervista di Philip Roth, pubblicata da Einaudi, che Paul Eluard, quando seppe che il suo più caro amico, Zavis Kalandra, era stato arrestato e condannato all’impiccagione da Stalin, «accantonò i propri sentimenti di amicizia in nome di ideali astratti e dichiarò pubblicamente di approvare la condanna a morte. Il boia uccideva mentre il poeta cantava».
E’ la consapevolezza che fa sublimare l’atavico istinto sadico, sono la cultura, il controllo interno prima di quello esterno, l’abitudine a riflettere sulle proprie azioni, a controllarle e guidarle, la pratica del rispetto verso l’altro, tanto insistita nell’educazione da farla diventare una seconda natura. E naturalmente, in un clima di conformismo razzista, bisogna essere pronti a subire l’ostracismo, il ridicolo e spesso anche la punizione, se non si sta al gioco. Per questo la soldatessa americana che si fa fotografare con il guinzaglio al collo di un prigioniero iracheno fa solo pena. La ragazza e il suo uomo a braccia conserte, felice di mostrarsi in mezzo ai corpi nudi e umiliati dei prigionieri, esprimono soprattutto idiozia e ignoranza. E’ chiaro che qualcuno ha fatto loro sapere che potevano e forse anche dovevano infierire, altrimenti si sarebbero nascosti, non si sarebbero esposti con tanta imbecille naturalezza.
La responsabilità è di quei superiori che, guarda caso oggi negano e si nascondono, proprio perché sapevano che ciò che si compiva in quei carceri era grave e inumano. Ma ad essi serviva che fosse così. E che fossero altri a compiere i bassi servizi suggerendo loro che quei corpi sono nemici del loro paese, espressioni di una civiltà inferiore, «tu infierisci pure, farai bene», è stato questo il suggerimento. E siccome il sadismo ha sempre una componente sessuale, alla fine tutte le torture finivano con un gesto di morbosità erotica.
Il solo rimedio è la trasparenza: non si possono accettare segreti dove qualcuno detiene un potere straordinario su degli esseri umani inermi. Tutto deve essere esposto alla luce del giorno, conosciuto e controllabile. Altrimenti la lotta al terrorismo in nome della ragione, della democrazia e della tolleranza, diventa una pura buffonata.

Citati: la «guerra santa» dei cristiani

Repubblica 21.504
LE IDEE
Quando la guerra santa era fatta dai cristiani

Nei Meridiani esce un volume sulle Crociate con i testi più belli e divertenti del dodicesimo e tredicesimo secolo
Nel 1096 folle di pellegrini si misero in movimento, guidati da Pietro l´Eremita che cavalcava un asino a piedi nudi
Le reliquie dovevano produrre miracoli guarigioni, esorcismi ma avevano soprattutto il compito di sacralizzare il mondo
Fu Costantino il Grande a riportare alla luce i luoghi sacri e qualche decennio più tardi furono ritrovate le tre croci
L´imperatore Adriano aveva distrutto la città dove Gesù era stato crocifisso e tutto ciò che lo riguardava era scomparso
di PIETRO CITATI


SE DOVESSI indicare a un lettore italiano di oggi un libro divertentissimo: un libro dove perdersi, piangere, ridere, inorridire, meravigliarsi, non smarrire per un istante il filo dell´attenzione, non avrei il minimo dubbio: "Le Crociate" (Meridiani, Classici dello Spirito, a cura di Gioia Zaganelli, Nora Tigges Mazzone, Cristina Nardella, Eugenio Burgio, Alvaro Barbieri, pagg. LXXVI 1932, euro 49), dove sono raccolti con scrupolo i testi più belli scritti sulle Crociate nel XII e XIII secolo.
Capisco di stupire qualcuno: le Crociate non raccontano una tragica passione religiosa? Il loro vero protagonista non è il sepolcro di Gesù Cristo ? il luogo dove ha posato le sue membra provvisorie per un momento? Noi leggiamo di battaglie, massacri, follie e furori religiosi, luoghi sacri, avventure, scorrerie, amicizie cavalleresche, viaggi per mare e per terra, franchi, bizantini, arabi, turchi, ebrei. Questa è la storia che purtroppo noi conosciamo anche troppo bene, col suo terribile carico di sangue. Eppure, appena abbiamo sfogliato una decina di pagine di questo libro, la storia diventa immaginazione fantastica, invenzione romanzesca, come nel grande ciclo di Alessandro Magno, l´unico al quale il ciclo delle crociate si possa paragonare. Per questo, le Crociate piacciono (o piacevano) tanto ai bambini, e Walter Scott e Robert Louis Stevenson le adoravano. Anche i crociati non sanno mai bene se abitano nella realtà o nell´immaginazione. Il nostro spazio non è il loro. Stanno sempre per scivolare di là, nel mondo dei cieli o in un ciclo cavalleresco. E, per questo, quasi tutti non si preoccupano affatto di raccontare la verità ? questa cosa noiosa. Sia loro sia i narratori dimenticano cosa è accaduto, inventano, ingannano coscientemente o senza saperlo, dicono menzogne, sebbene portino sul petto il segno del Dio della Vera Croce.
La storia delle Crociate era cominciata nel quarto secolo dopo Cristo. Dopo la seconda insurrezione ebraica, l´Imperatore Adriano aveva distrutto l´antica città ebraico-cristiana, dove Gesù era stato crocifisso: tutto era scomparso, i segni della condanna, della morte e della resurrezione, delle lacrime e della gioia; e sopra la rovina aveva edificato una superba città pagana, Aelia Capitolina, con un santuario di Zeus, un tempio di Afrodite e un cimitero. Dopo il 325, Costantino il Grande fece radere al suolo Aelia Capitolina e i templi pagani, e trascinare via, oltre i confini del paese, «l´impura e contaminata» massa di pietre e di legname che portava in ogni molecola il segno dell´empietà. Una religione scompariva: un´altra ne prendeva trionfalmente il posto. Lì sotto, tra le pietre e le rovine, riapparve la città degli ebrei e di Cristo: il Golgotha, il Monte degli Ulivi, e il sepolcro scavato nella roccia dove Giuseppe d´Arimatea, secondo il Vangelo, aveva portato il cadavere sanguinante di Cristo, avvolto in un lenzuolo pulito e intriso di aromi. Come disse Eusebio, «il luogo più sacro che esista sulla terra» tornò nuovamente alla luce: il mondo intero possedeva nuovamente un centro.
Qualche decennio più tardi, furono ritrovate le tre croci: secondo una leggenda, una specie di atto magico permise di identificare la Vera Croce. Durante la settimana santa, una croce veniva innalzata sul Golgotha, adorna d´oro e di pietre preziose. Il vescovo sedeva su uno scanno: davanti a lui stava una tavola coperta da un lino, dove il legno della Vera Croce veniva chiuso in un cofanetto d´argento dorato. Il cofanetto veniva aperto: giungevano i fedeli, si chinavano, toccavano colla fronte e gli occhi il legno, lo baciavano con fervore pieno di lacrime. Sebbene fosse proibito toccarlo, qualcuno cercava di morderlo, di strapparne violentemente un frammento, come se volesse consacrare e salvare la propria vita.
Lì intorno, Costantino fece costruire alcuni grandi edifici: la chiesa del Santo Sepolcro, consacrata nel 336 con solennità inaudite, la Basilica della Resurrezione, «che s´innalzava fino a raggiungere un´altezza vertiginosa», una lunga teoria di porticati. Tutto era splendore, trionfo, esaltazione: mosaici, marmi preziosi, cortine di seta ricamate d´oro e d´argento, candelabri e lampade che versavano onde di chiarore brillante, incensieri che colmavano di profumi la tomba e la basilica. E poi ori, ori, ori, che scintillavano e gettavano luce dai cassettoni della chiesa. La Gerusalemme ebraica di Cristo, con quegli alberi, quelle palme, quei somarelli, quell´aria di sobrietà ascetica era scomparsa sotto l´oro. L´oro è luce: luce scesa dal più alto dei cieli; ma la Gerusalemme di Gesù era stata anche ombra, tenebra, sofferenza, umiliazione, desolazione, che la nuova Gerusalemme cristiano-romana rischiava di dimenticare.
Nel quarto secolo si moltiplicarono i pellegrinaggi verso il Santo Sepolcro: pellegrini da oriente e da occidente, attraverso la Spagna e la Russia, per mare e per terra, di poveri e ricchi, di pii e peccatori. Qualcuno aveva in mente la guarigione, la purificazione, l´espiazione. Ma, per molti, la meta era infinita: abbandonare le ricchezze, la patria, la famiglia, i vicini; e diventare stranieri. Ripercorrevano il viaggio che gli ebrei avevano compiuto lasciando l´Egitto: ma in un modo che gli ebrei non avevano conosciuto. Gli ebrei possedevano un tempo continuo: i cristiani chiedevano a Dio soltanto un viatico, giorno per giorno, momento per momento, istante per istante, senza nessuna certezza di domani - una collezione di frammenti, di passi che si susseguivano sulle terre e sui mari. Qualcuno voleva molto di più: lasciare la patria, per morire nei luoghi stessi dove era morto Gesù, tra il Golgotha, il sepolcro nella roccia, e il Monte degli Ulivi, entrando subito in cielo, con l´anima «intatta e raggiante di felicità». A volte la preghiera veniva ascoltata; e il pellegrino moriva, la sera stessa dell´arrivo a Gerusalemme, nel suo ospizio, appena finita la cena.
Per molti pellegrini del quarto secolo, la religione era soprattutto un luogo. A Gerusalemme, Gesù aveva lasciato tracce dovunque, segnando le pietre con la sua presenza: il pellegrino poteva scorgere l´impronta del suo piede nella chiesa di Santa Sofia, dove era rimasto in piedi di fronte a Pilato, o l´impronta del suo corpo - persino il viso, il mento e il naso - su una colonna del Monte Sion alla quale si era sostenuto durante la flagellazione. Il luogo supremo era il sepolcro nella roccia. Paola, un´aristocratica romana, entrava nel sepolcro, baciava la pietra che l´angelo aveva rimosso e «come se nella sue fede fosse assetata di acque desiderate», lambiva il punto dove il corpo del Signore era stato disteso. Quali lacrime, quale dolore, quali gemiti, quale fervore - ripeteva molti secoli dopo san Bernardo, che non fu mai a Gerusalemme. Paola vedeva cogli occhi dell´anima cosa era successo allora: la pietra rimossa dall´angelo, il corpo disteso e profumato di aromi. Non poteva scorgere la resurrezione che nemmeno il Vangelo osava rappresentare: ma si identificava per qualche attimo senza tempo con quelle membra ferite. Gerusalemme cristiana era unica: soltanto il Cristianesimo - né l´Ebraismo né l´Islam - poteva offrire ai suoi fedeli luoghi divini.
Così Gerusalemme - Gerusalemme d´oro, di rame e di luce, come scrive Franco Cardini - era il centro, l´ombelico della terra, come Delfi era stato l´ombelico della Grecia; e tutti i viaggi che i pellegrini compivano a Gerusalemme, scendendo dall´Irlanda o dalla Russia, erano un viaggio nel centro, nel luogo del fondamento. Là era accaduto tutto, letteralmente tutti gli eventi simbolici che segnano la storia del mondo. Sopra una roccia, chiusa nel Tempio ebraico, Dio aveva creato la terra; là Dio aveva piantato gli alberi dell´Eden: Adamo aveva peccato: Adamo era stato sepolto sotto la collina del Golgotha, e lavato e resuscitato dal sangue di Cristo che, goccia a goccia, cadeva dalla Croce: là Abramo aveva tentato di sacrificare Isacco: Salomone fondato il suo tempio: là era stata innalzata la Croce, e scavato il sepolcro. Là, infine, i morti sarebbero risorti, radunandosi nella nuova Gerusalemme celeste. Come dimenticarla? Come non volgere i passi verso di lei? «Se ti dimentico, Gerusalemme - diceva un Salmo - si dissecchi la mia destra; mi si attacchi la lingua al palato, se non penso più a te, se non metto Gerusalemme al culmine della mia gioia».
A Gerusalemme, tutto era sacro: perché ogni angolo di terra grondava di reliquie. In primo luogo, la Vera Croce, poi la pietra del Santo Sepolcro, le ciocche dei capelli della Vergine, il sangue di Cristo, i peli della barba di Cristo, la corona di spine, la lancia che spezzò il costato, le ossa di Stefano, i ciottoli raccolti nell´orto del Getsemani, le foglie d´ulivo del Monte, l´olio delle lampade del Santo Sepolcro, - e poi, molto più lontano, sulla strada verso l´Egitto, il balsamo miracoloso sceso dall´albero sotto il quale avevano sostato Giuseppe e Maria e il Bambino. Certo, queste reliquie dovevano produrre miracoli, guarigioni, esorcismi. Ma avevano un compito molto più importante: quello di sacralizzare il mondo, rendendo un doppio del cielo Gerusalemme e tutti i luoghi, a Costantinopoli, in Francia o in Italia o in Spagna, dove le reliquie venivano festosamente e trionfalmente disperse, intere o frantumate in ossicini, foglie o gocce.
Noi, che viviamo millesettecento anni dopo, ridiamo davanti alle sciocchezze dei nostri lontani antenati cristiani. Come? Non si accorgevano che tutte le reliquie erano dei falsi? Che la Vera Croce era un qualsiasi pezzo di legno acquistato dal boscaiolo? Che i ciottoli del Getsemani erano stati raccolti nel greto di casa? Che i peli della barba di Cristo venivano dal barbiere? Dubito molto che i nostri antenati cristiani, che leggevano i Vangeli, san Paolo e Platone mentre noi leggiamo Oriana Fallaci, fossero più sciocchi di noi. Non gli importava molto che le reliquie fossero o non fossero false, perché sapevano (come noi non sappiamo più) che l´immaginazione religiosa è così ricca e feconda che può trasformare un minimo pezzo di legno o una scheggia di pietra o una goccia di ribes nel più grande dei simboli.
Malgrado moltitudini di pellegrini arrivassero a Gerusalemme, il pellegrinaggio cristiano non aveva lo stesso rilievo di quello islamico alla Mecca, dove la Ka´ba, illuminata da una falce di luna, «assomiglia a una giovane sposa che si è tolta il velo e viene condotta in Paradiso circondata dagli ambasciatori». Molti padri della Chiesa, tra cui Gerolamo, Gregorio di Nissa e Agostino, erano contrari ai pellegrinaggi. «Non oserei chiudere l´onnipotenza di Dio in confini troppo stretti, oppure chiudere in una piccola località terrestre Colui che il cielo non può contenere». Ciò che importava - si sarebbe detto più tardi - era la peregrinatio animae. Gerusalemme sta dentro di noi: noi portiamo dentro il cuore l´immobile e mobilissimo centro del mondo: la Vera Croce, il Santo Sepolcro, la lancia che ferisce e guarisce, e persino le gocce del balsamo miracoloso scese dall´albero della Fuga in Egitto, sono immagini della nostra mente, che riproducono i luoghi irraggiungibili.
[* * *]
Passarono molti secoli. Nel febbraio 638, il califfo Omar conquistò Gerusalemme, penetrando in città sopra un cammello bianco e indossando i suoi abiti di tela rozza, tutta sudata e rappezzata, mentre i generali bizantini sconfitti ostentavano gli abiti più brillanti e sontuosi. La maggior parte della popolazione cristiana esultò, afflitta dall´imperiosissima teologia e dalla paurosa tassazione bizantina. I pellegrini continuarono a giungere, sebbene in numero minore. Alla fine del millennio, diventò califfo un pazzo sciita, Al-Hakim - uno dei pazzi che sopravvengono ogni tanto, come sinistre meteore, nella storia araba - : nel 1003 distrusse una chiesa, poi bruciò croci, perseguitò e lapidò ebrei e musulmani, proibì il Ramadan, e nel settembre 1009 ordinò di radere al suolo la Basilica della Resurrezione e fare a pezzi la roccia del Golgotha e il sepolcro di Gesù, del quale rimase intatto solo un frammento: infine proclamò di essere un´incarnazione di Allah, sostituendo il proprio nome al Suo nelle preghiere del venerdì. Una notte, nel 1021, uscì a cavallo dalla città verso il deserto, dove si perse per sempre.
Quattro anni prima dell´invasione cristiana, un viaggiatore spagnolo raccontò con quale fervore i dotti musulmani, ebrei e cristiani discutevano insieme le loro religioni, così simili, così dissimili. Tra i musulmani si diffuse una leggenda. Nel giorno del giudizio, la Mecca e la Ka´ba e la Pietra Nera, col suo piccolo punto brillante, avrebbero abbandonato il suolo dell´Arabia, discendendo lentamente vicino a Gerusalemme: come la chiamavano gli arabi, Al-Quds. Anche il Paradiso si sarebbe posato con dolcezza presso Gerusalemme: la terra aveva ormai un solo centro, per ebrei, cristiani e musulmani.
Nello stesso periodo, racconta Rodolfo il Glabro, un irrequieto e fuggiasco monaco cluniacense, i pellegrinaggi occidentali verso il sepolcro si moltiplicarono. «Era una folla immensa come mai nessuno prima d´allora aveva osato sperare. Vi andarono rappresentanti della bassa plebe poi delle classi medie, in seguito tutti i grandi, re conti marchesi vescovi e infine, come non era mai accaduto, molte donne della nobiltà insieme con altre più povere». Quelle moltitudini partivano per mare e per terra verso la Terrasanta, perché (Rodolfo il Glabro diceva) attendevano l´avvento dell´Anticristo. Come annuncia l´Apocalisse, un angelo aveva liberato Satana dall´abisso, dove era stato incatenato per mille anni. Ora Satana aveva preso il volto di Maometto: ingannava le nazioni di Gog e Magog e gli ebrei: assediava Gerusalemme, giungeva a sedersi nel tempio di Dio; finché un fuoco disceso dal cielo lo avrebbe gettato in uno stagno di fuoco e di zolfo per i secoli dei secoli. Allora scomparirà il mare, il sole e la luna. Discenderà dal cielo la città santa, la Gerusalemme celeste: con splendide mura di diaspro, un fiume di acqua viva, e l´albero della vita - l´albero del Paradiso terrestre del quale non abbiamo mai gustato il frutto.
Verso gli inizi dell´undicesimo secolo, nell´Europa occidentale si sviluppò l´idea della guerra santa, il gihad cristiano, che culminò nella prima crociata. Monaci, sacerdoti e papi immaginarono l´idea dei milites Christi: espressione fino allora dedicata ai monaci. Il miles Christi era il vero pellegrino: il nuovo popolo eletto che cercava la Terra Promessa, dove era scavato il sepolcro di Cristo; se moriva in battaglia, quali fossero i suoi peccati, veniva assunto in cielo, come gli antichi martiri della fede. Tutto gli era, in realtà, consentito: l´uccisione, il bottino, la spoliazione del nemico. Solo la Chiesa d´Oriente rifiutò tenacemente quest´idea. All´inizio della Canzone d´Antiochia, la guerra santa cristiana assume un aspetto particolarmente sinistro. Il poeta immagina che il buon ladrone, sulla croce, dice a Gesù: «Se sei Dio, vendicati di tutte le pene che questi perfidi giudei ti fanno subire». Cristo risponde che, sì, egli vuole, egli attende vendetta: ma questa vendetta dovrà attendere ancora mille anni, quando il suo popolo, «i guerrieri di Francia, i cavalieri famosi e i duchi, i principi, i signori, e tutti i baroni, verranno a vendicarlo con le loro spade e i loro spiedi aguzzi». La vendetta di Cristo! Parola orribile: mentre nei Vangeli le torture di Cristo facevano parte di un piano provvidenziale voluto da Dio, e il sangue e la morte di Gesù venivano riscattati dalla luminosa resurrezione.
I mille anni della vendetta attribuita a Cristo si compirono. Nel 1096, folle di pellegrini si misero in movimento. «Tutto l´Occidente - scrisse Anna Comnena, figlia dell´imperatore bizantino - e tutte le tribù barbare che si trovano oltre l´Adriatico e fino alle colonne d´Ercole si stanno muovendo tutte insieme attraverso l´Europa verso l´Asia, portando con sé l´intera famiglia». Li guidava Pietro l´Eremita, che raccontava alle folle di «una lettera caduta dal cielo»: cavalcava un asino a piedi nudi: aveva vestiti laceri e sporchi; la folla gli si schiacciava intorno e strappava i peli dell´asino come reliquie. I sacerdoti impugnavano lo scudo e la spada, divenendo, dicevano raccapricciando gli storici bizantini, «uomini di sangue». Le donne indossavano vesti da uomo: cavalcavano come maschi, stando «spudoratamente a cavalcioni». Tutti portavano palme e croci. Li accompagnavano (almeno nell´immaginazione) animali: sciami di cavallette, che divoravano le viti, rane, rospi, farfalle, uccelli, come se tutto il cosmo volesse redimere ed essere redento. Ogni tanto, apparivano nel cielo santi a cavallo: san Giorgio, san Demetrio, san Dionigi; e moltitudini di angeli su cavalli bianchi e preceduti da stendardi bianchi. Croci si imprimevano miracolosamente nei visi. I pellegrini rubavano, saccheggiavano, bruciavano; e quasi tutti vennero massacrati, dal re cristiano di Ungheria e dai Turchi in Anatolia.
Più tardi si mossero i nobili e i cavalieri, coi verdi elmi splendenti, le croci di seta e d´oro intessute sulle spalle e sui mantelli. La lunghissima marcia si arrestava, quando i crociati andavano in processione, confessavano i peccati, si comunicavano nel corpo e nel sangue di Cristo, distribuivano elemosine. Quando giunsero in Anatolia, ebbero una grande ammirazione per i loro avversari: i Turchi Selgiuchidi. Una leggenda faceva discendere franchi e turchi dalla medesima razza. Qualche volta, i franchi ebbero l´impressione che i turchi fossero i loro doppi: ne esaltavano la prodezza, il coraggio, la distinzione nel portamento, la straordinaria fierezza: quell´insieme di violenza e di follia così simile alla loro; e temevano l´abilità e le finte fughe della loro cavalleria. «Se fossero stati cristiani, sarebbero stati la più splendida delle razze». Tuttavia li massacrarono ferocemente: ad Antiochia trassero fuori dalle moschee i cadaveri dei soldati turchi e li gettarono in una fossa comune, dopo averne mozzato le teste «per conoscere il numero esatto dei nemici uccisi».
I crociati massacrarono soprattutto gli ebrei: dopo averli derubati, volevano costringerli a battezzarsi, giacché il battesimo degli ebrei era uno dei segni della fine dei tempi; ma gli ebrei della Renania rifiutarono, sgozzandosi gli uni cogli altri, in un olocausto sacrificale. Qualche decennio prima, un cronista aveva scritto: «Per consenso unanime i cristiani decisero di liberare radicalmente dai Giudei la loro terra e le loro città. Così essi vennero tutti presi in odio, espulsi dalle città, talora trafitti con la spada, talaltra affogati nei fiumi o uccisi in diverse maniere: alcuni giunsero a togliersi la vita con vari mezzi. Dopo quella giusta vendetta ben pochi ne rimasero nel mondo latino». Questa era, dunque, la giusta vendetta, che nella Canzone di Antiochia Gesù aveva annunciato mille anni prima al buon ladrone.
Il venerdì 15 luglio 1099, i Crociati entrarono a Gerusalemme. Era - dissero - lo stesso momento nel quale «Gesù Cristo nostro Signore accettò di subire per noi il tormento della Croce». Per qualche ora avevano atteso fuori dalle mura, piangendo di commozione e di gioia: da lontano il Tempio mandava luce; finché lo spettro di un soldato sconosciuto, secondo una cronaca provenzale, apparve sul Monte degli Ulivi, incoraggiando i Crociati. Il massacro non ebbe limiti, come mille anni prima durante la distruzione del Tempio ebraico di Gerusalemme da parte dei Romani. Sebbene Tancredi d´Altavilla avesse promesso la sua protezione, circa diecimila persone, fuggite sul tetto della moschea di Omar, furono uccise. Tutte le piazze erano piene di cadaveri. Non si poteva camminare per le strade senza calpestare corpi. Gli ebrei furono arsi vivi nelle sinagoghe: o venduti schiavi in Italia. «Se dirò la verità - scrisse Raymond d´Aguiles - essa supererà la vostra capacità di credere. E quindi vi basti questo: nel Tempio e nel portico di Salomone si cavalcava nel sangue fino alle ginocchia e alle briglia. Senza dubbio, fu una punizione divina giusta e splendida il fatto che questo luogo fosse riempito del sangue dei non credenti, poiché per tanto tempo aveva sofferto dei loro atti empi». Poi i crociati si lavarono le membra, cancellarono il sangue che la vendetta aveva richiesto, ed andarono al Santo Sepolcro. Dopo le distruzioni di Al-Hakim, era rimasta solo una parte della grotta scavata da Giuseppe d´Arimatea, o costruita da Costantino. Non vi lasciarono «polvere, pagliuzze, sporcizia o ramoscelli o putridume», mentre piangevano di gioia recitando l´ufficio della Resurrezione.
Cinque mesi dopo, quando Fulcherio di Chartres arrivò a Gerusalemme per le feste di Natale, molti cadaveri erano ancora sparsi per le piazze e le strade della città. Incostanti e volubili come sempre, i crociati si erano annoiati: non avevano avuto voglia di raccogliere tutti i corpi e di bruciarli in un grande rogo. La città, che aveva avuto quasi centomila abitanti, era vuota: poche centinaia di ombre atterrite si aggiravano per le strade, dove qualche decennio prima gli ebrei, i cristiani e i musulmani avevano cercato di fondere la Gerusalemme d´oro, di rame e di luce. Un fetore intollerabile di putrefazione prese Fulcherio di Chartres alla gola, mentre penetrava nelle chiese e nelle moschee.
Poi il fetore scomparve. La città si ripopolò sotto il regno dell´intelligente Baldovino I, fratello di Goffredo di Buglione, sebbene né ebrei né musulmani potessero stabilirsi dietro le mura. Gli abitanti del regno latino di Gerusalemme non furono molti: mai più di centoquarantamila persone, divisi in una lunga fascia di terra lungo il mare, e circondati da milioni di arabi e di turchi. Per lo più venivano dalla Francia. Appartenevano alla piccola nobiltà: non amavano che i grandi feudatari si stabilissero in Terrasanta; e non erano colti, nemmeno i prelati, colle loro vesti sontuose, che indignavano i severi monaci d´Occidente. A poco a poco, si integrarono. Nacque una razza nuova, i franchi d´Outremer. «Noi che eravamo occidentali - scrisse l´incantevole Fulcherio di Chartres - ora siamo orientali. Chi era romano o francese, in questa terra è divenuto galileo o palestinese. Chi era di Roma o di Chartres è ora diventato cittadino di Tiro o di Antiochia. Abbiamo già dimenticato i luoghi in cui siamo nati: molti di noi non li conoscono neppure o non ne hanno mai sentito parlare». Amavano gli strani uccelli d´Oriente, e i corpi leggeri, dorati e lo spirito vivace degli arabi li attraevano, forse, più dei grandi corpi robusti dei guerrieri e delle dame del Nord. Sposarono siriane, armene o perfino arabe, purché queste ultime «avessero ricevuto la grazia del battesimo». Secondo un viaggiatore arabo, Ibn Jubayr, trattavano i contadini del luogo assai meglio degli antichi padroni musulmani.
Costruirono case ricche, mentre nel nord della Francia la vita era semplice e austera: con tappeti e tappezzeria damascata, tavole e scrigni elegantemente intagliati e intarsiati, biancherie immacolate, servizi d´oro e d´argento, porcellane cinesi. Portavano abiti orientali: il burnus di seta, il turbante, il kefieh arabo sull´elmo: le donne il velo e la giacca corta, ricamata da fili d´oro e pietre preziose. Impararono a fare il bagno, consolando le narici una volta disgustate degli arabi. Col soccorso di artigiani bizantini, siriaci ed arabi, ornarono di mosaici i loro palazzi. Quando un inviato dell´imperatore romano-germanico scese a Beirut, ammirò il pavimento marmoreo di una casa, che pareva mosso da una brezza leggera: ebbe l´impressione di sentire sotto i piedi la sabbia del mare. Il soffitto era dipinto coi colori del cielo: sembrava di vedere le nuvole vaganti, il soffio dello zefiro e i pianeti in movimento. La piscina, intarsiata con pietre di varii colori, rappresentava innumerevoli fiori, che si dissolvevano davanti allo sguardo appena li si fissava con attenzione. Né i franchi né l´inviato tedesco sapevano dove abitavano: quella era Grecia e Roma ellenistica, Pompei, rinate sotto l´ombra di Cristo.
Malgrado queste squisitezze arabo-classiche, i franchi non dimenticavano di vivere nei luoghi della Bibbia: immersi nei colori e nei profumi e nelle montagne e nel verde dei libri sacri. Tutto era Bibbia: Bibbia ebraica, cristiana, islamica, fuse in un paesaggio solo. C´erano le grandi tombe ebraiche: le sepolture di Abramo e di Sara, di Rebecca, Giacobbe e Lea, Giona e Jetro, della famiglia regale di Davide; e la sinagoga di Mosé, il palazzo di Salomone, i magazzini di Giuseppe, le stalle di Assalonne, la fontana di Sara. C´era - l´avevano appena ritrovato - il luogo dove Pietro aveva tradito tre volte Gesù: avevano costruito una chiesa, quella di Pietro in Gallicantu: c´era la pietra dove era caduta una goccia del latte di Maria mentre allattava Gesù; il calice verde dell´ultima cena che poi aveva raccolto il sangue sgorgato dal costato del Signore. E poi c´era la Bibbia secondo l´Islam: le vestigia del tronco di palma, dove Maria ebbe le doglie del parto; la moschea sotterranea dove era nato Gesù, con l´impronta delle dita di Maria nella pietra. Come distinguere, come scegliere tra quei luoghi che a volte si contraddicevano? Quali erano i luoghi veramente cristiani? Qualcuno dei franchi, che abitava da più tempo la Terrasanta, pensò che non si poteva, non si doveva scegliere. Tutto profumava di Bibbia, anche i pensieri.
(1 - continua)

chiarezza d'idee:
fascismo = antifascismo...

Repubblica 21.5.04
L'AMACA
di MICHELE SERRA
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La commissione Difesa del Senato ha stabilito che i soldati della Repubblica Sociale vanno considerati "militari belligeranti", alla stessa stregua dei militari dell´esercito badogliano. È un ulteriore passo verso l´equiparazione storica (e magari pensionistica, chissà) tra gli italiani che combatterono per la libertà e la democrazia e quelli che combatterono per difendere Mussolini e Hitler fino allo stremo.
In termini politici, ovviamente, ognuno può pensarla come preferisce. C´è anche chi - ancora oggi - è convinto che Salò fu un´onorevole ridotta dell´orgoglio patrio, e se sessant´anni non gli sono bastati a cambiare idea è inutile sprecare fiato. Ma in termini logici, il riconoscimento che questa democrazia concede a chi si batté contro la sua stessa nascita è totalmente grottesco. Perché un conto è il rispetto per chiunque abbia rischiato la pelle, o l´abbia lasciata, sul campo arroventato della seconda guerra e dintorni. Ben altro è la legittimazione politica e istituzionale della scelta filonazista di un manipolo di italiani, frontalmente opposta a quella dei militari regolari e dei partigiani che fecero la guerra per la democrazia. Sia eccesso di magnanimità o faziosa fregola di revisione storica, è in ogni modo l´ennesimo e pessimo gesto di svuotamento dell´identità e della dignità della Repubblica fu-antifascista

superiorità dell'«american way of life»:
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Le Scienze Ed it. dello Sientific American 20.05.04
Povertà e tumori
Un reddito basso sembra essere un fattore di rischio per i tumori cerebrali



Secondo uno studio pubblicato sul numero del 25 maggio della rivista "Neurology", le persone con redditi bassi hanno maggior probabilità di sviluppare un tumore del cervello. I ricercatori, guidati da Paula Sherwood della Michigan State University, hanno confrontato il tasso di tumori del cervello fra le persone che guadagnano di meno (ovvero quelle iscritte negli elenchi di Medicaid, un programma governativo che fornisce assistenza medica ai cittadini con un reddito basso) con quello generale dello stato del Michigan. La ricerca è stata condotta identificando tutti i nuovi casi di tumore del cervello che si sono verificati nel corso di un periodo di due anni nello stato del Michigan, escludendo quelli che riguardavano pazienti sotto i 25 anni e sopra gli 84 anni. In totale sono stati studiati 1.006 casi.
Il tasso generale di tumori del cervello è stato di 8,1 casi ogni 100.000 persone. Fra i lavoratori con reddito basso, si sono verificati 14,2 casi ogni 100.000 persone, contro soli 7,5 casi ogni 100.000 persone per tutti gli altri. La differenza è risultata maggiore fra i giovani. Gli uomini con reddito basso sotto i 44 anni di età sarebbero almeno quattro volte più a rischio di sviluppare un tumore rispetto a quelli con stipendi più elevati. Per le donne, il rischio è superiore di 2,6 volte.
Le ragioni di questi risultati non sono chiare, anche se i ricercatori sospettano che la povertà possa accelerare l'insorgere di tumori nelle persone già biologicamente predisposte a svilupparli. "Uno stato sociale di basso livello - spiega Sherwood - è anche associato a fattori ambientali come l'esposizione alle tossine o la qualità della nutrizione".

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giovedì 20 maggio 2004

Emanuele Severino:
«utopia ed eresia»

Corriere della Sera 20.5.04
ELZEVIRO
Da Moro a Campanella
Utopia ed eresia
di EMANUELE SEVERINO


Come titolo del convegno di Cosenza il teatro «Franco Parenti» di Andrée Ruth Shammah ha giustamente proposto «Utopia ed Eresia». Vengono evocati Telesio, Bruno, Campanella e, ancor prima, Gioacchino da Fiore. L’intreccio delle due parole è però ancora più profondo (e più ambiguo) di quello, già grandioso, che nel Rinascimento le ha unite. Già la parola «eresia» sorprende. Usata nella cultura cristiana per indicare una dottrina che si allontana dalla predicazione apostolica, «eresia» ( hàiresis ) è parola costruita sul verbo hairèin, che nell’antica lingua greca significa «prendere una cosa trattenendola nel proprio ambito e, quindi, togliendola via dal luogo in cui si trovava, sì che questo prendere è uno scegliere , avendo la forza di mandare a effetto ciò che è scelto». Per il cristianesimo l’«eresia» è la scelta con cui si toglie via, alterandola, una cosa che appartiene al messaggio autentico di Gesù. Ma, già prima di questo messaggio, gli uomini vivono per millenni nel mondo del mito, che domina e regola la loro esistenza. E sei secoli prima di Cristo il popolo greco, per la prima volta, prende le cose del mondo, togliendole via dal loro essere interpretate dal mito e le trattiene all’interno di una «sapienza» che non intende imporsi come abitudine sociale e istinto, ma per la sua «verità», cioè per l’impossibilità di essere negata dalla mente dell’uomo. La «scelta» di questa sapienza, che è libera da tutto ciò che non sia la verità, è l’«eresia» da cui nasce la civiltà occidentale e che ben presto prende il nome di «filosofia». La verità si impadronisce delle cose .
La filosofia è l’eresia originaria. Il Rinascimento ripropone, rispetto al mito cristiano, l’atteggiamento originario della filosofia. Telesio, Bruno, Campanella sono appunto accusati di «eresia» e la società cristiana prende posizione rispetto a essi in modo analogo a quello in cui la democrazia ateniese, ancora avvolta dal mito, condanna Socrate. Muoiono, Socrate e Bruno, per aver «scelto» di farsi guidare non dal mito, ma dalla verità.
Anche Tommaso Moro viene ucciso per lo stesso motivo. Egli è un santo della Chiesa cattolica. Ma la sua opera più celebre è intitolata Utopia - una parola da lui coniata per indicare che gli Stati esistenti, in particolare quello inglese, non sono ancora guidati dalla verità quale appare all’interno della sapienza filosofica. Solo se le leggi che guidano lo Stato sono leggi della verità, lo Stato può esistere realmente e non in apparenza. Stati apparenti quelli che appaiono nella storia. Non Stati, ma instabilità . Come stabilità resa possibile dalla verità, lo Stato, ancora, non esiste, non ha ancora luogo, è ancora «senza luogo». Tommaso Moro vuole esprimere in greco questo concetto e conia la parola «utopia», che egli ottiene unendo due parole dell’antica lingua greca: ou («non») e tòpos («luogo»). «Utopia» è il non aver ancora luogo, da parte della stabilità del vero Stato.
Anche Campanella e lo stesso Bruno procedono nella direzione di Tommaso Moro. Ma tutti insieme guardano e ripropongono il modo in cui il pensiero greco - sin dal suo inizio, e, nelle forme più splendenti e potenti, con Platone - intende il rapporto tra la verità e lo Stato. La vera potenza e stabilità dello Stato richiedono che esso - la pòlis - sia guidato dalla verità, non dai miti e dalle fedi, come invece di fatto accade, e che dunque l’essenziale «eresia» della filosofia, in cui la verità si manifesta, sia insieme la sua essenziale «utopia». Questo, l’intreccio profondo di eresia, utopia, filosofia. Scegliendo la verità come luce delle cose , ci si propone di dare un luogo, cioè di realizzare le cose della verità .
In questo intreccio, l’utopia non ha nulla a che vedere con la fantasia irrealizzabile. Si può dire che le stelle non si trovano in mezzo alle onde e alla sabbia - che tra le onde e la sabbia non c’è un luogo per le stelle - e che, tuttavia, la loro luce guida naviganti e carovane. Si può dirlo. Ma in questo modo si perde di vista che la «Repubblica» di Platone - la res publica, la «cosa pubblica» -, lungi dall’esser rimasta «senza luogo», semplice fantasia irrealizzabile di un «filosofo», è divenuta invece la grande Pòlis in cui l’Occidente, e ormai l’intero Pianeta, consiste. Nell’eresia-utopia della filosofia viene alla luce, una volta per tutte, il senso della parola più semplice ed essenziale - e più terribile - il senso presente in ogni luogo, il luogo di ogni luogo, il tòpos più decisivo per ogni pensiero e per ogni agire dell’Occidente: il senso della «cosa». La «cosa» è ciò di cui ci si impadronisce per dominarla. Non dunque «la guerra è madre di tutte le cose» come dice Eraclito, ma «la cosa è la madre di tutte le guerre».

il valore di uno psicologo

Virgilio News 20/05/2004 - Ansa delle13:50
Una pagella allo psicologo per capire se e' affidabile
Ordine di categoria studia un modulo per valutare terapeuta


(ANSA) - ROMA, 19 MAG - Arrivera' presto la pagella dello psicologo per capire in che mani siamo. E' l'idea di un gruppo di lavoro dell'Ordine degli psicologi. Il giudizio questa volta a darlo saranno i pazienti. Rispetto della privacy, trasparenza sui titoli di studio e tariffario chiaro saranno tra gli elementi da tenere in considerazione. In un primo momento la check list sara' sperimentata solo in alcuni studi, poi verra' estesa a livello nazionale.
copyright @ 2004 ANSA

«disfunzione erettile»

La Gazzetta del Sud 20.5.04
LA PILLOLA DELL'AMORE
L'identikit dell'italiano con disfunzione erettile
Sposato e sovrappeso


MILANO – Ha 52 anni, è sposato, sovrappeso, fuma e beve moderatamente l'italiano medio con disfunzione erettile che utilizza le pillole dell'amore. Lo ha fotografato la prima indagine epidemiologica di questi tipo, eseguita su 527 pazienti seguiti per 12 settimane da 70 Centri distribuiti in tutto il territorio nazionale, dalla Val d'Aosta alla Sicilia. I dati finali sono stati resi noti ieri a Milano dall'urologo Vincenzo Mirone (Università Federico II di Napoli) durante un incontro con i giornalisti promosso da Bayer in occasione del milione di pillole di Vardenafil vendute, a un anno dal lancio della pillola arancione, contro la disfunzione erettile (DE). «Per la prima volta – ha detto Mirone – abbiamo uno spaccato certo dei 500 mila utilizzatori italiani (la stima è di circa 3 milioni di soggetti con DE) delle pillole dell'amore. Tra essi l'età media è di 51,8 anni, il 78,7% è sposato, ha un peso medio di 80 chili per una statura di 1,73 (quindi è sovrappeso, quando non obeso) e il 70% ha un'altra malattia concomitante e tra queste, il 30% è il diabete e il 25% l'ipertensione». Sono dati, secondo Mirone, che la dicono lunga sul tipo di malattia che è la DE: «Sfatano, innanzitutto – ha rilevato l'urologo – il fatto che sia un disturbo degli anziani. Oggi, 52 anni è un'età relativamente giovane, rispetto ai limiti di durata media della vita. E danno anche altre informazioni, quali il ruolo giocato dalla condizione di sovrappeso o obesità». Un altro elemento molto importante, secondo Mirone, è il fatto che il tempo di diagnosi medio è di 1,1 anni, ad almeno 2-3 anni dal momento dell'esordio della malattia. «Al di là del fatto che si tratta di un tempo di diagnosi estremamente lungo se confrontato a qualunque diagnosi ginecologica femminile, che ha un tempo medio di 2-3 mesi – ha commentato ancora l'urologo napoletano – i 2-3 anni dall'esordio della malattia significano che c'è un autoriconoscimento della DE ancora molto difficoltoso». La concomitanza frequente con diabete e ipertensione, poi, non fa che confermare il fatto che nella grande maggioranza dei casi, la disfunzione erettile è la spia di altre malattie. «In particolare – ha osservato Mirone – questo studio ha finalmente dato delle certezze sulla natura del disturbo: 10 anni fa si pensava che fosse un problema della mente, 5 anni fa si è riconosciuto che era un problema del corpo, oggi si sa che nella maggior parte dei casi è un problema misto. Infatti, dallo studio è emerso che nel 22,7% dei casi la DE è problema organico, nel 21,9 psicogeno, ma nel 55,3% ha una causa in parte organica e in parte psicogena». La persona con disfunzione erettile, nel 54,7% dei casi beve moderatamente alcolici e nella stessa identica percentuale fuma. Due dati che confermano quanto già si sapeva, cioè che amore non va d'accordo con alcol e che la nicotina, vasocostrittore, chiude le arterie che portano sangue al pene. Nel campione esaminato, inoltre, l'86,9% ha denunciato problemi nel riuscire a mantenere un'erezione sufficiente per tutta la durata del rapporto sessuale, e il 73,8% nell'avere un'erezione troppo debole per la penetrazione. Solo il 20,7% accusava eiaculazione precoce, dimostrando che questo è un problema completamente a parte, non attinente con la DE.

mercoledì 19 maggio 2004

AULA MAGNA
DEL 15 MAGGIO 2004

LA REGISTRAZIONE DELL'AULA MAGNA
DEL 15 MAGGIO 2004


È DISPONIBILE SUL SITO DI

MAWIVIDEO.IT


DALLA LIBRERIA AMORE E PSICHE

Vi informiamo che
l’intervista a Massimo Fagioli
che è andata in onda su Sky lo scorso Venerdì 14 maggio
è disponibile, per la visione, qui in libreria.

Sono inoltre in vendita
gli atti dell’Aula Magna del 24 Aprile 2004

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A FIRENZE
gli Atti dell'Aula Magna del 24 Aprile
sono in vendita, come sempre,
da STRATAGEMMA

MASSIMO FAGIOLI
L'INTERVISTA DI VENERDI SERA SU "A SCHIENA DRITTA"

l'intervista di Giancarlo Santalmassi a

MASSIMO FAGIOLI

registrata venerdì 7 maggio e trasmessa via satellite da NESSUNO TV Venerdì 14 maggio

È ADESSO VISIBILE ANCHE SU INTERNET
negli Archivi di "A SCHIENA DRITTA"

COLLEGANDOSI A QUESTA PAGINA:

http://www.nessuno.tv/site/it/aschienadritta/archivio_puntate2.asp

E, INDIVIDUATA LA PUNTATA IN QUESTIONE, CLICCANDO SU "GUARDA LA PUNTATA"

MARCO BELLOCCHIO
SU INTERNET

È POSSIBILE VEDERE SU INTERNET
LA REGISTRAZIONE AUDIO VIDEO DELLA PUNTATA DELL'11 MAGGIO di "A SCHIENA DRITTA"

CON L'INTERVISTA DI SANTALMASSI A MARCO BELLOCCHIO
COLLEGANDOSI A QUESTA PAGINA:

http://www.nessuno.tv/site/it/aschienadritta/archivio_puntate2.asp

E, INDIVIDUATA LA PUNTATA IN QUESTIONE, CLICCANDO SU "GUARDA LA PUNTATA"

secondo Le Scienze:
lo sviluppo della corteccia

Le Scienze 18.5.04
Immagini del cervello che matura
La MRI mostra graficamente le fasi del normale sviluppo cerebrale


Un nuovo studio ha rivelato graficamente che il centro cerebrale del ragionamento e della risoluzione dei problemi è fra le ultime parti del cervello a maturare. I ricercatori del National Institute of Mental Health (NIMH) degli Stati Uniti e dell'Università della California di Los Angeles (UCLA) hanno usato tecniche di risonanza magnetica (MRI) per analizzare il normale sviluppo del cervello, dall'età di 4 anni a quella di 21 anni, mostrando che i centri cerebrale di "ordine più elevato", come la corteccia prefrontale, non si sviluppano completamente fino all'età adulta.
Un filmato in 3-D che comprime in pochi secondi 15 anni di maturazione di un cervello umano, da 5 a 20 anni, mostra che la materia grigia - il tessuto attivo della corteccia cerebrale - diminuisce gradualmente, rispecchiando la potatura delle conessioni neuronali non utilizzate durante gli anni dell'infanzia. Le aree della corteccia si vedono maturare man mano che si verificano importanti sviluppi cognitivi e funzionali. La sequenza della maturazione, secondo i ricercatori, è più o meno parallela all'evoluzione del cervello dei mammiferi. Lo studio di Nitin Gogtay, Judith Rapoport, Paul Thompson e Arthur Toga è stato pubblicato online sulla rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences".

© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.

martedì 18 maggio 2004

brevi dal web: di tutti i colori

ricevute da P. Cancellieri

Yahoo! Notizie Lunedì 17 Maggio 2004, 18:22
Psicofarmaci: Usa, Esplode Spesa Per Bambini e Adolescenti


Milano, 17 mag. (Adnkronos Salute) - Esplode negli Stati Uniti la spesa per stimolanti e antidepressivi destinati al trattamento di giovani e giovanissimi. Secondo un nuovo studio, pubblicato oggi, tra il 2000 e il 2003 c'e' stata un'impennata del 77% nelle spese per farmaci mirati a curare problemi come iperattivita' o depressione. Lo testimoniano i dati raccolti su un campione di 300 mila bambini e ragazzi americani 'under 19', esaminati dalla Medco Health Solutions. I ricercatori hanno monitorato le ricette di questi farmaci, registrando un aumento di spesa, passata da 3,6 milioni di dollari a 6,4. Un trend controverso, ma in crescente aumento. Circa il 5% dei bambini coinvolti nella ricerca prendeva uno o piu' farmaci psichiatrici, e la crescita maggiore e' stata registrata dai medicinali per curare la sindrome da iperattivita' e deficit di attenzione (Adhd). Inoltre e' aumentata notevolmente anche la spesa per il trattamento di bambini di 4 anni. Dati significativi anche per i costi delle terapie per l'autismo e la depressione. (Mal/Adnkronos Salute)

Virgilio Notizie 18/05/2004 - 09:28
Sindrome affettiva stagionale, un aiuto dalle patate


Se cotte al vapore mantengono sostanze preziose
(ANSA) - SYDNEY, 18 MAG - Le patate cotte al vapore possono aiutare a combattere la sindrome affettiva stagionale, disturbo che si manifesta con la depressione.La cottura al vapore, dice la ricerca australiana, rende possibile una piu' alta ritenzione di aminoacidi. Il momento migliore per mangiare le patate cotte al vapore e' 3 ore dopo un pasto di proteine. Anche broccoli, pasta, riso integrale sono alcuni alimenti che aiutano la depressione, insieme ad una rete sociale di supporto e all'esposizione al sole.
copyright @ 2004 ANSA

sestopotere.com 17/5/2004 18:02
BAMBINI TROPPO VIVACI? CONVEGNO A CESENA


(Sesto Potere) - Cesena - 17 maggio 2004 - Un Convegno sull’iperattività infantile, tecnicamente chiamata Disturbo da Deficit dell’Attenzione ed Iperattività (ADHD), organizzato dall’Unità Operativa Neuropsichiatria Infantile dell’Azienda USL di Cesena, diretta dal Dott. Francesco Ciotti, in collaborazione con la Facoltà di Psicologia, in programma per domani martedì 18 Maggio 2004 alle ore 15 presso l’Aula Magna dell’Istituto Comandini di Cesena, in Via Boscone 200.
La sindrome del bambino iperattivo con disturbo di attenzione è una patologia psichiatrica, altamente diffusa anche nel nostro Paese. Essa si manifesta in età prescolare, condizionando lo sviluppo del bambino anche nelle successive fasi evolutive. In questi casi, i bambini appaiono costantemente distratti, evitano di svolgere attività che richiedano attenzione per i particolari o abilità organizzative, non riescono a concentrarsi e a mantenere l’attenzione a scuola, a casa o nel gioco. Non riescono a stare fermi, passano costantemente da un’attività all’altra senza concentrarsi mai su nessuna, difficilmente rispettano il loro turno in situazioni di gioco e/o di gruppo, non riescono cioè a controllare la loro impulsività nel parlare e nel muoversi.
Ci si trova di fronte, quindi, a bambini con grandi difficoltà di comportamento e di apprendimento scolastico e ciò mette in crisi sia i genitori che gli insegnanti. In questi casi, diagnosi e cura sono procedure complesse che richiedono grande competenza e professionalità. In particolare, il trattamento con psicofarmaci è quanto mai delicato da prescrivere e da controllare, anche da parte dei medici, specializzati nel trattamento di questo disturbo.
Il Convegno vedrà la partecipazione di uno dei maggiori esperti americani in iperattività infantile: William B. Carey, medico consultant presso l’Ospedale Pediatrico di Philadelfia ed autore di questionari, studiati specificatamente per l’individuazione del Disturbo da Deficit dell’Attenzione ed Iperattività.
Il Dottor Carey esporrà la sua relazione in italiano, ponendo soprattutto l’attenzione sulle difficoltà che incontrano i genitori e gli educatori di fronte ad un bambino iperattivo.(Sesto Potere)

Il Mattino martedi 18 maggio 2004
Svelati i segreti del cervello
di ROSSELLA GENTILE


Bambini e adolescenti a volte fanno cose ”senza cervello”? Come biasimarli, ora che le prime immagini tridimensionali dello sviluppo del cervello mostrano che i centri del ragionamento superiore, localizzati nella corteccia, si sviluppano molto tardi nella vita di un individuo, ossia nella prima fase dell’età adulta. Lo studio, condotto negli Stati Uniti, è pubblicato sulla rivista dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, Pnas. Per dieci anni l’evoluzione del cervello in 13 ragazzi sani è stata osservata e «fotografata» utilizzando una tecnica non invasiva come la risonanza magnetica funzionale per immagini.
Il lavoro, frutto della collaborazione tra l’Istituto nazionale per la salute mentale degli Stati Uniti (Nimh) e l’università della California a Los Angeles (Ucla), ha portato così a ottenere il primo vero e proprio filmato dello sviluppo del cervello. Le immagini raccolte negli anni sono state montate in un’unica sequenza veloce e spettacolare, che nell’arco di pochi minuti riassume ciò che accade nel cervello in anni e anni di crescita. I ricercatori, guidati da Judith Rapoport, ritengono che conoscere in dettaglio tempi e modi dello sviluppo del cervello non soltanto aiuterà a studiarne il processo di maturazione con un dettaglio senza precedenti, ma che potrebbe aiutare a comprendere le cause di alcune malattie neurologiche, come la schizofrenia o l’autismo, e a scoprirne precocemente i segni nel corso della maturazione del sistema nervoso centrale.
La materia grigia. Si forma un addensamento di materia grigia, ossia il tessuto destinato a formare la corteccia cerebrale. Questo stesso tessuto viene in parte riassorbito grazie a un complicato lavoro di scultura del sistema nervoso, nel quale le cellule sono spinte al suicidio dal processo della morte cellulare programmata (apoptosi). Grazie alla morte cellulare programmata, la materia grigia assume una forma definita e ed è così in grado di cominciare a funzionare. Il processo di scultura della materia grigia porta gradualmente a emergere zone più definite, che corrispondono alle aree destinate a controllare funzioni di base come quelle relative alla percezione sensoriale e al movimento. Queste aree corrispondono all’estremità della zona frontale e di quella posteriore.
L’orientamento. Sempre grazie al processo di scultura, nei lobi parietali si sviluppano le aree destinate a controllare il linguaggio e l’orientamento spaziale. Solo molto più tardi nella vita di un individuo, all’inizio della fase adulta, si forma la corteccia prefrontale, ossia l’area che controlla le funzioni cognitive superiori, come il ragionamento e la capacità di elaborazione.
Malattie neurologiche. Confrontando i nuovi elementi forniti dal film con i dati ottenuti da studi condotti in precedenza su individui malati, i ricercatori hanno individuato cospicue differenze nello sviluppo cerebrale di pazienti con malattie neurologiche come la schizofrenia e l’autismo. Nella schizofrenia, per esempio, si verifica un eccessivo riassorbimento di materia grigia prima della pubertà, mentre nei soggetti autistici la materia grigia non viene riassorbita in modo adeguato. Potrebbe essere dunque questo un importante passo in avanti per individuare anche possibili rimedi per una malattia che colpisce milioni di bambini nel mondo e per la quale non sono stati ancora individuati rimedi risolutivi ma soltanto di supporto, come piscoterapia e psicofarmaci.

storia:
le streghe nel Comasco

La Provincia di Como 18.5.04
STORIA
L'antica diocesi vide una «caccia» tra le più accanite e feroci COMO non perdonava le povere STREGHE
di Sara Cerrato


Como e la sua antica diocesi "terra d'elezione" per una caccia alle streghe tra le più accanite e feroci che la storia moderna d'Occidente ricordi. È questo il dato, sorprendente per i più, che emerge dagli atti di Streghe, diavoli e sibille, il convegno svoltosi a Como, il 18 e 19 maggio del 2001, ad approfondimento dell'importante mostra omonima allestita, al museo Giovio, tra marzo e giugno dello stesso anno. Il volume, recentemente edito dal Comune di Como Cultura Musei e Biblioteca, con Nodo Libri, fornisce un'interessante carrellata di saggi di studiosi italiani, che affrontano sotto molteplici aspetti, la storia delle "streghe" e delle persecuzioni terribili cui furono sottoposte. e parliamo con Paolo Portone, studioso e autore di numerose pubblicazioni. Portone, negli atti, ha curato il saggio Alcuni documenti inediti del Sant'Uffizio sulla caccia alle streghe nell'antica diocesi di Como durante il XVII secolo. L'esperto ha una predilezione per il nostro territorio, visto che già per la laurea, in Lettere moderne a La Sapienza di Roma, nell'84, discusse una tesi sulla persecuzione contro le streghe nella diocesi di Como. Professor Portone, dal suo intervento, si coglie come, nel XVII, secolo l'area della Lombardia e del Canton Ticino abbiano conosciuto una grave recrudescenza della persecuzione delle donne accusate di stregoneria. I persecutori furono attivissimi nel Comasco. Perché? Occorre fare un passo indietro. Como e il suo territorio dai secoli più remoti erano considerati luoghi di transito e passaggio. Più tardi, nel basso Medioevo, si assiste allo sviluppo potente di una cultura urbana e paleoborghese. Il fenomeno si riflette nella rappresentazione della religione che diventa più razionale e basata su una concezione positiva dell'uomo. Cosa c'entra questo con le streghe? In contrasto con questa religione "razionale" di stampo rinascimentale troviamo però, soprattutto nelle zone più impervie e lontane della diocesi, sacche di arcaico che permane. Si crea così una vera e propria "differenza di potenziale" che genera contrasto. Quindi, la tesi è che proprio nel momento di maggior splendore rinascimentale e come conseguenza di questa stagione, si scatenò la caccia alle streghe? È questa, in effetti, la teoria che ormai ha preso piede tra gli esperti in Europa. Per tutto il Medioevo, al contrario di quanto si crede comunemente, la stregoneria non viene perseguitata in modo sistematico. Esiste certo questo fenomeno, ma l'atteggiamento della Chiesa è sostanzialmente tollerante. Nel Canon Episcopi si scrive che le donne devote a Diana (antesignane delle streghe), fossero delle povere illuse, superstiziose. Questo dipende dalla contaminazione dell'ortodossia ufficiale con la religiosità popolare, a sua volta retaggio della civiltà morente dei "pagi". Cosa accade poi con il fiorire del Rinascimento? Il trasformarsi del rapporto con la religiosità fa in modo che la Chiesa guardi con occhi diversi i riti collettivi e popolari prima tollerati. Una fede ora individualistica e razionale (che per di più mette al centro l'uomo e emargina ancora di più la donna, custode dei segreti della natura e della creazione), porta all'intolleranza, e alla scelta di punire riti fuori dalla liturgia ufficiale. Nel pieno dell'era di Brunelleschi, Michelangelo, Leonardo da Vinci, si vive quindi una dimensione parallela oscura e antirinascimentale? Esattamente. È quello che si potrebbe chiamare il "buio della ragione" o l'ambiguo volto della modernità. Il tentativo di superare le incrostazioni pagane, che poterà anche al fenomeno della Riforma protestante, pone nel mirino la superstizione. Questo avviene anche a Como, che tra XIII e XIV secolo era in pieno sviluppo. Sulle montagne del lago e sulla linea dell'attuale confine italo - elvetico permanevano invece zone depresse e questo contrasto generò la virulenza. Nel XVI secolo il demonologo e inquisitore comasco Bernardo Rategno affermava che Como era già da un secolo e mezzo impegnata nella lotta contro le streghe. Ci sono documenti che dimostrano come a quest'epoca il fenomeno fosse incipiente in tutta la Lombardia. A Milano nel 1390 viene celebrato un processo a Sant'Eustorgio (luogo privilegiato a Milano per questi tristi atti giudiziari). Imputate sono due povere donne, Sibilla e Pierina. Prima vengono arrestate e rilasciate, avendo affermato di partecipare ad un "gioco" non sacrilego. Catturate una seconda volta, vengono torturate e non a caso, da qui compare sulla scena il "diavolo" che le corteggia e diventa loro amante. La sorte è il rogo. Da qui inizia quella che con una definizione esatta è stata identificata come la "fabbrica della strega", un terrificante processo di costruzione giuridica e teologica in cui il demonologo costruisce e l'inquisitore ratifica. Non a caso, nel XV secolo, viene pubblicato il Malleus Maleficarum scritto da due demonologhi inquisitori incaricati dal papa Innocenzo VIII di estirpare la piaga delle streghe in Renania. Cambia l'immagine della strega, rispetto al medioevo? Totalmente. Da illusa superstiziosa, la strega diventa la "quinta colonna del demonio". Personalmente ho una certa difficoltà a definire streghe delle povere donne che a vario titolo, ma sempre innocenti, caddero sotto una persecuzione crudele. Arriviamo dunque al XVII secolo. Lei ha studiato documenti inediti del Sant'Uffizio relativi a Como. Cosa ne è emerso? Va detto che in questo periodo abbiamo una forte differenza tra la zona comasca del territorio, dove la caccia alle streghe era gestita dall'inquisizione e la zona svizzera dove il braccio secolare passava dal clero al braccio secolare. Particolarmente colpite furono la Val Poschiavo e Bianzone, la zona di Lugano, Mendrisio, ma anche Chiavenna, Piuro. La persecuzione fu di virulenza inusitata anche se ormai era giunta l'ora del cambiamento. Cosa accadde a mutare questa condizione? Con l'avvento della Controriforma e la necessità di sconfiggere il protestantesimo, la stregoneria non era più il nemico numero uno. Certo, Carlo Borromeo fu ancora un grande persecutore e nel 1569 portò cinque donne di Lecco davanti all'Inquisizione di Milano a Santa Maria delle Grazie. L'aria però era cambiata e Borromeo, isolato dal Vaticano, non riuscì a esportare la sua lotta. Scipio De Biba, pure ferocissimo persecutore, lo obbligò infatti a trovare il "corpo del delitto". Come avrebbe potuto essere travato qualcosa che non esisteva? Era il momento del cambiamento e paradossalmente le superstizioni tanto temute diventeranno un "alleato" nell'età barocca della miracolistica e della meraviglia.