dal Messico:
Sorry for the delay, here is, as promised, the review of the live album. Please congratulate Tony on my behalf, as this is one of the best albums we have received and definitely one of the best I've heard in long while.
Regards and please keep us informed in whatever Tony is doing.
Sincerest regards from a true fan.
Chuy J.D. Diaz
Tony Carnevale "Live - Rock Symphonic Concert" 2003
Quadri (12:11), Fuoco E Ferro (7:36), Le memorie Dalla Scogliera (9:41), Onde (6:31), Isabeau (11:03), Igrayne (6:33), Danza Sul Vulcano (10:03), Quello Che Gli Altri Non Sanno (4:24), La Vita Che Grida (9:09)
Lo he dicho más de una vez y lo sostengo, cuando se trata de rock progresivo sinfónico cargado de emotividad y lírica no hay como los italianos. Cuando se quiere que las cosas se pongan épicas, pomposas y si, para algunos es así, pretenciosas hay que llamar a los ítalos. Aquí esta la última prueba que tenido el privilegio de escuchar. Tony Carnevale es un virtuoso tecladista con estudios formales en música coral, composición y piano. Ha publicado tres discos en estudio, hecho varias composiciones para coreografías, televisión y teatro y con "Live - Rock Symphonic Concert" nos presenta su primera grabación en vivo. Es decir, Tony tiene una amplia experiencia no solo en el ámbito de la música, sino también del movimiento cultural de su país y eso se muestra en sus composiciones. El arranque es con Quadri, que es una revisión de "cuadros en exibición" de Mussorgski, con lo que seguramente muchos esperarán algo similar a lo hecho por ELP, pero no, esta versión es mucho más que eso. Una vez instalados en este viaje, iremos escuchando guitarras agresivas, pasajes quietos de piano, frenéticos acordes de órgano, saxofones y violines. No se puede exigir más de lo que aquí nos entregan, sencillamente fabuloso. Para no ir corte por corte, me bastará decir con que el disco llega a su cúspide con la canción que cierra: "la vita che grida" donde participan los grandísimos Rodolfo Maltese (guitarra) y Franceso di Giacomo (voz) de Banco del Mutuo Socorsso.
De lo mejor del año, un gran, gran disco.
Calificación: ***** (5 de 5)
dalla Francia:
Tony Carnevale
Live - Rock Symphonic Concert - 79':37"
En dépit de son immense talent, ce musicien italien demeure injustement méconnu hors de son pays natal. En fait, il était jusqu'à présent victime de la diversité de son inspiration, tentant de faire cohabiter entre autres avec la plus grande radicalité, un classicisme brillant et une modernité toute progressive.
Un peu à l'image des premiers After crying, il y manquait sans aucun doute une cohérence globale. C'est chose faite avec cet album live, où la sélection des titres, la tonalité énergique ou l'ambiance d'une salle surchauffée (le musicien semble avoir une certaine popularité en Italie) ajoute à la qualité des compositions, un fil conducteur miraculeux. Bref, l'album idéal pour qui veut découvrir un Tony Carnevale plus proche que jamais des Suédois du Pärh Lind Project.
Laurent Metayer
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
sabato 1 novembre 2003
GIORGIONE. "Le maraviglie dell'arte"
Venezia, Gallerie dell’Accademia
Dal 1 novembre 2003 al 22 febbraio 2004
Vienna, Kunsthistorisches Museum
Da marzo a giugno 2004
(per altre informazioni, cliccare QUI)
“Egli appare piuttosto come un mito che come un uomo. Nessun destino di poeta è comparabile al suo, in terra. Tutto, o quasi di lui s’ignora, e taluno giunge a negare la sua esistenza. Il suo nome non è scritto in alcuna opera; e taluno non gli riconosce alcuna opera certa…”
G. D’Annunzio, Il fuoco, 1898
Dal 1 novembre le Gallerie dell’Accademia di Venezia ospitano uno straordinario evento espositivo dedicato a Zorzi da Castelfranco, detto Giorgione, tra i maestri più affascinanti e misteriosi della pittura rinascimentale. L’occasione è offerta dalla presentazione della Pala del Duomo di Castelfranco dopo l’esemplare restauro eseguito nei laboratori del museo a cura della Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Veneziano, la Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico e Demoetnoantropologico del Veneto e l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze.
Esponendo la Pala alle Gallerie, naturalmente all’interno di una speciale teca climatizzata, non si poteva non accostarla alle altre opere presenti nel museo: la Tempesta, la Vecchia, la Nuda , e insieme a queste il Cristo portacroce della Scuola Grande di San Rocco, unico altro dipinto rimasto in città e ormai concordemente assegnato all’artista. E’ sembrato conseguente aggiungere alla Nuda, frammento superstite della grande decorazione del Fondaco dei Tedeschi, quel Putto alato recentemente ricomparso in collezione privata inglese, che John Ruskin aveva acquistato a Venezia nella seconda metà dell’Ottocento, anch’esso restaurato, e mai esposto prima in pubblico.
A fronte di questo progetto il Kunsthistorisches Museum di Vienna ha consentito allo straordinario prestito dei Tre filosofi e della Laura che, dopo la mostra del 1955, non si sono più potuti vedere accostati.
Inoltre il museo Boijmans van Beuningen di Rotterdam, proprio per la presenza contemporanea della Tempesta e dei Tre filosofi (condizione che aveva posto come sine qua non), ha eccezionalmente concesso in prestito l’unico disegno certo di Giorgione, "Veduta di Castel San Zeno a Montagnana e figura seduta", che presenta diverse analogie con i due dipinti. Per ragioni di conservazione il prezioso disegno potrà rimanere in mostra solo per quattro settimane ed essere visibile solo per alcune ore al giorno (negli intervalli rimarrà al buio e coperto).
Il Comune di Castelfranco, a sua volta, è inserito nel percorso espositivo con il famoso fregio di casa Marta Pellizzari, che riapre al pubblico per l’occasione dopo il restauro e con un nuovo impianto di illuminazione, e la cui visita sarà gratuita per i possessori del biglietto della mostra.
Essere riusciti a raccogliere nove opere fondamentali dell’artista, che presenta un corpus non superiore a 25 titoli, è un’impresa eccezionale che da oltre cinquant’anni non riusciva a realizzarsi.
Studiosi di fama internazionale hanno collaborato alla stesura del catalogo Marsilio con saggi, schede, una bibliografia aggiornatissima, completato da una sezione relativa alle analisi stratigrafiche, radiografiche e riflettografiche, con particolare attenzione ai risultati del restauro della Pala. Non mancano le novità: sul piano iconografico, sulla complessa creazione delle opere, sulla storia della loro circolazione. Tra queste le tracce di disegni evidenziate dalle riflettografie persino nella Tempesta e la scoperta che la Pala eseguita essenzialmente a tempera, mentre, la Tempesta e la Vecchia sono realizzate con una tecnica mista: a tempera e a olio. Ma se la tecnica è meno innovativa di quanto si fosse creduto in passato, completamente nuovi sono la resa del paesaggio, i soggetti e la stupefacente sensibilità cromatica.
Corriere della Sera 3.11.03
RINASCIMENTO Venezia: esposta alle Gallerie dell’Accademia la Pala di Castelfranco recentemente restaurata e altri nove dipinti
Giorgione: doppio mistero insoluto
Dell’artista morto di peste a 33 anni non si conoscono ancora tutte le opere e la loro simbologia
di Carlo Bertelli
Una rassegna di 10 dipinti, ma le tensioni che una mostra di Giorgione (1477/8-1510) provoca, fra prestiti ottenuti, negati e discordie fra gli esperti, sono tali che un progetto precedente, per Palazzo Grassi, poi abortito, costò la salute a Paolo Viti, uno dei più geniali ideatori e organizzatori di esposizioni che vanti l'Italia. Prendo in mano il catalogo di una celebre mostra, Giorgione e i giorgioneschi, del 1955, e colgo a volo le enormi differenze. Come oggi, mancavano all'appello opere cardine, come la Venere di Dresda e la Giuditta dell’Hermitage, ma un’altra ventina di opere erano lì per reclamare il visto d’entrata nel catalogo di Giorgione.
Oggi la discussione si è molto spostata dal dilemma «Giorgione-non Giorgione»: 74 pagine del catalogo (Marsilio) sono dedicate alla discussione sui dipinti esposti, 29 all'esame tecnico e ai restauri, 100 al dibattito iconologico, che può svolgersi benissimo in assenza delle opere, tanto che uno dei saggi verte su due piccole opere (le due tavolette degli Uffizi con storie bibliche) non pervenute e improbabili come opere di Giorgione.
Così l’esposizione diventa il paradigma della incapacità attuale della storia dell'arte di pronunciarsi. Concretezza dell'analisi scientifica e della ricerca d'archivio, sgomento di chi deve manifestare un'opinione conclusiva fra tesi discordanti, vanità dell'iconologia.
La grande occasione della mostra è stata offerta dal restauro della Pala di Castelfranco, la cui datazione da tempo è stata anticipata a circa il 1500, rispetto al 1504 che era dato come riferimento sicuro. Non sono piccoli spostamenti, per un artista nato tra il 1477 e il 1478 e morto di peste pochi giorni prima del 7 novembre 1510.
Una vita breve, affreschi eseguiti e perduti, dunque un catalogo ristrettissimo, che gli studi dell' ultimo decennio hanno ancora diminuito, attribuendo opere ritenute sicure ora a Tiziano, ora a Sebastiano del Piombo. Un solo dipinto chiaramente datato: la Laura, qui esposto, che ha sul retro la data 1506; del Ritratto virile di San Diego in California, non esposto, la data è stata letta 1506 o 1510.
Quando dipinse Laura, Giorgione aveva già incontrato Leonardo, che nel 1500 fu per breve tempo a Venezia. I tre filosofi, qui esposti, contengono altre sottili allusioni a Leonardo: nel filosofo giovane, che rammenta il san Matteo della Cena; nei ciottoli visti sotto il pelo dell'acqua, che fanno pensare alla Vergine delle Rocce.
La Pala di Castelfranco viene prima di tutto questo, il suo incanto è tutto e soltanto di Giorgione, ed Emilio Gadda vi colse la malinconia e «la vista, dagli archi del sontuoso tempietto, sui sereni colli e sfondo dei lor alberi e cielo».
E Gadda metteva queste riflessioni in bocca a una contadina veneta inurbata a Milano, scoprendo così un aspetto profondo della pittura di Giorgione come iniziatore della grande epopea della pittura veneziana del Cinquecento: la capacità di trasmettere sentimenti profondi al di là di ogni barriera.
Gli sforzi per dare una lettura intellettualistica delle opere di Giorgine si scontreranno sempre con la realtà di una pittura che ha il mistero come suo ineliminabile ingrediente.
A cominciare dalla Tempesta, che innumerevoli e sudati sforzi hanno cercato e cercano di banalizzare. Il rischio è di togliere a Giorgione la sua posizione di innovatore e costringerlo dentro la camicia stretta della normativa letteraria e filosofica, pur non avendo basi sufficienti per farlo e quando il colore di Giorgione, proprio per la sua densità e per il suo predominio assoluto sul disegno, annulla simili disquisizioni.
La mostra evita gli scogli attributivi, ma con la sua selezione rigorosa si allontana anche dal rischio di includere nel catalogo giorgionesco opere che vi sono entrate soltanto perché offrivano lo spunto a dissertazioni sociologiche.
Giorgione, Gallerie dell’Accademia, Venezia, sino al 22 febbraio. Tel. 041/5200345
La Repubblica 3.11.03
La struggente malinconia di un mito del Rinascimento
nuovi saggi di Gentili, Settis e Aikema
In mostra anche i "tre filosofi"
Un artista di cui si conoscono 25 opere
Alle Gallerie dell'Accademia di Venezia nove capolavori del pittore scomparso a 33 anni
di ANTONIO PINELLI
Negli ultimi anni abbiamo assistito all'infittirsi di rassegne così gremite di opere d'arte da ingenerare un principio di nausea perfino nel più bulimico dei visitatori. Da questo punto di vista, la mostra che si è inaugurata nelle Gallerie dell´Accademia è in netta controtendenza, essendo composta da solo 9 opere (Giorgione. Le maraviglie dell'arte, a cura di G. Nepi Sciré, fino al 22 febbraio). Beninteso, non 9 opere qualsiasi, ma altrettanti capolavori di Giorgione, un pittore stroncato dalla peste a circa 33 anni e di cui conosciamo non più di 25 dipinti. Ecco perché, sebbene così esigua, la mostra odierna ha tutti crismi di un evento da non perdere, cui però è consigliabile accostarsi con l´atteggiamento di chi è invitato ad un banchetto in cui assaporare le pietanze senza fretta, perché è la qualità e non la quantità a farla da padrone.
L'iniziativa nasce per festeggiare la fine del restauro della Pala di Castelfranco. Eseguito nel laboratorio dell'Accademia con la consulenza dell'Opificio delle Pietre Dure di Firenze, l'intervento conservativo ha messo in sicurezza la pala con un sofisticatissimo restauro del suo fragile supporto ligneo, restituendole nel contempo l'incanto luminoso della superficie pittorica. Prima che torni nella sua sede originaria, la mostra offre l'opportunità rara di osservare da vicino il dipinto restaurato di fresco, ma per l'occasione è riuscita anche a riunire intorno alla pala altre 8 opere di Giorgione.
Per quattro di esse, la Tempesta, la Vecchia, la Nuda e il Cristo portacroce, non si è dovuti andare lontano, ma è invece eccezionale il doppio prestito da Vienna dei Tre filosofi e della Laura, così come la presenza in mostra dell'unico disegno attribuito concordemente a Giorgione, il cosiddetto Pastore in un paesaggio proveniente da Rotterdam, e del frammento di affresco con un Putto alato che rappresenta, di fatto, la più recente acquisizione allo scarno catalogo giorgionesco. Si tratta di un frammento staccato dalla facciata del Fondaco dei Tedeschi, che fu affrescata da Giorgione nel 1508 e di cui si credeva fosse rimasto solo il frammento della Nuda, staccato nel 1937 quando ormai non era altro più che un'evanescente reliquia corrosa dalla salsedine. Il nuovo frammento è anch'esso gravemente danneggiato, ma risulta assai più leggibile della Nuda, offrendoci informazioni preziose sull'affresco eseguito da Giorgione a due anni dalla morte. Rappresenta un putto alato che si arrampica su un ramo frondoso e colmo di frutti, fu acquistato nell´800 a Venezia da Ruskin ed è da poco ricomparso in una raccolta privata inglese.
Come tutti i personaggi di spicco morti anzitempo, Giorgione fu immediatamente avvolto dall'aureola abbagliante del mito. Il che aumentò il fascino delle sue opere, ma contribuì anche, in passato, ad alimentare un fiorente mercato di falsi e, ai giorni nostri, a moltiplicare le controversie attributive, per non dire del proliferare di dotte e talora astruse interpretazioni dei suoi dipinti. Grazie anche alle indagini riflettografiche e radiografiche appositamente condotte, l'odierna mostra è un´ottima occasione per fare il punto su alcune delle questioni più controverse, cui il catalogo offre un contributo critico prezioso. Augusto Gentili, ad esempio, schizza un vivace e anticonformista ritratto di Giorgione, mettendo il dito sulla piaga di certe debolezze della sua produzione giovanile in fatto di correttezza anatomica e di scioltezza nelle pose delle sue figure. Un impaccio che però sparisce nelle opere tarde, in cui emerge un «far grande» che valse all´artista le prime, importanti commissioni pubbliche. Più difficile è seguire Gentili nelle sue congetture sull'identità ebraica (o comunque culturalmente filoebraica) di Giorgione, che seppur basandosi sull'innegabile frequenza di personaggi vetero-testamentari nella sua opera, si fondano principalmente sul rilancio di una vecchia e implausibile interpretazione della Tempesta come Ritrovamento di Mosè e sulle identificazioni di uno dei Tre Filosofi di Vienna come l'Anticristo e del pastore nel disegno di Rotterdam come Elia, ipotesi che lasciano, a dir poco, perplessi.
Del tutto convincente, invece, è la lettura proposta da Settis della Pala di Castelfranco, che consente di datarla al 1504 o poco dopo. Riallacciandosi ad una dimenticata descrizione risalente al 1803, Settis interpreta come sarcofago di porfido il parallelepipedo scuro su cui poggia il trono marmoreo della Vergine. Si tratta insomma di una concreta allusione al vero sarcofago con le spoglie del giovane soldato Matteo Costanzo, morto nel 1504, che è situato nella cappella. In tal modo si spiega non solo la ragione del singolare verticalismo della composizione, ma soprattutto della palpabile mestizia che pervade l'intera pala, per evaporare come nebbia al sole soltanto nella quieta serenità del paesaggio. Una mestizia che induce la Vergine e il Bambino a rivolgere gli occhi verso il sepolcro sottostante, vela lo sguardo accorato di S. Francesco e proietta l'ombra dell'elmo sugli occhi del giovane santo soldato.
Vero è che la tristezza è quasi sempre di casa nei quadri di Giorgione, la cui carica di innovazione è proprio da cercare nel timbro espressivo del suo Stimmungsbild improntato ad una dolce ma struggente malinconia, e che volle autoeffigiarsi come malinconicissimo David, in perfetta sintonia con l'immagine topica dell'artista saturnino, proprio come avrebbe fatto un secolo dopo Caravaggio.
Forse è proprio la Tempesta il quadro giorgionesco meno malinconico, anche se alle spalle dell'arcadico idillio tra il «pastore» che osserva complice la «zingara che allatta» si addensano, non viste, le nubi squarciate dalla folgore. Su questo dipinto, che con la Flagellazione di Piero della Francesca e la Primavera di Botticelli condivide il primato assoluto di tentativi ermeneutici inesorabilmente falliti, va segnalato l'interessantissimo saggio di Bernard Aikema in catalogo che ha, a mio giudizio, soprattutto il merito di collegare il ruolo innovativo di Giorgione al suo dialogo con Dürer (che fu a Venezia dal 1505 al 1507) e, più in generale con i pittori e incisori della Germania meridionale. Riconducendo la Tempesta nell'ambito di opere che evocano lo stato primordiale dell'umanità, Aikema coglie a mio avviso nel segno, anche se a me pare che l'accento vada posto soprattutto sul contrasto tra un'arcadica età dell'oro ignara delle minacce che la stanno per travolgere, piuttosto che sull'affermazione ideologica di una superiorità della civiltà veneta su quella tedesca.
Dal 1 novembre 2003 al 22 febbraio 2004
Vienna, Kunsthistorisches Museum
Da marzo a giugno 2004
(per altre informazioni, cliccare QUI)
“Egli appare piuttosto come un mito che come un uomo. Nessun destino di poeta è comparabile al suo, in terra. Tutto, o quasi di lui s’ignora, e taluno giunge a negare la sua esistenza. Il suo nome non è scritto in alcuna opera; e taluno non gli riconosce alcuna opera certa…”
G. D’Annunzio, Il fuoco, 1898
Dal 1 novembre le Gallerie dell’Accademia di Venezia ospitano uno straordinario evento espositivo dedicato a Zorzi da Castelfranco, detto Giorgione, tra i maestri più affascinanti e misteriosi della pittura rinascimentale. L’occasione è offerta dalla presentazione della Pala del Duomo di Castelfranco dopo l’esemplare restauro eseguito nei laboratori del museo a cura della Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Veneziano, la Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico e Demoetnoantropologico del Veneto e l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze.
Esponendo la Pala alle Gallerie, naturalmente all’interno di una speciale teca climatizzata, non si poteva non accostarla alle altre opere presenti nel museo: la Tempesta, la Vecchia, la Nuda , e insieme a queste il Cristo portacroce della Scuola Grande di San Rocco, unico altro dipinto rimasto in città e ormai concordemente assegnato all’artista. E’ sembrato conseguente aggiungere alla Nuda, frammento superstite della grande decorazione del Fondaco dei Tedeschi, quel Putto alato recentemente ricomparso in collezione privata inglese, che John Ruskin aveva acquistato a Venezia nella seconda metà dell’Ottocento, anch’esso restaurato, e mai esposto prima in pubblico.
A fronte di questo progetto il Kunsthistorisches Museum di Vienna ha consentito allo straordinario prestito dei Tre filosofi e della Laura che, dopo la mostra del 1955, non si sono più potuti vedere accostati.
Inoltre il museo Boijmans van Beuningen di Rotterdam, proprio per la presenza contemporanea della Tempesta e dei Tre filosofi (condizione che aveva posto come sine qua non), ha eccezionalmente concesso in prestito l’unico disegno certo di Giorgione, "Veduta di Castel San Zeno a Montagnana e figura seduta", che presenta diverse analogie con i due dipinti. Per ragioni di conservazione il prezioso disegno potrà rimanere in mostra solo per quattro settimane ed essere visibile solo per alcune ore al giorno (negli intervalli rimarrà al buio e coperto).
Il Comune di Castelfranco, a sua volta, è inserito nel percorso espositivo con il famoso fregio di casa Marta Pellizzari, che riapre al pubblico per l’occasione dopo il restauro e con un nuovo impianto di illuminazione, e la cui visita sarà gratuita per i possessori del biglietto della mostra.
Essere riusciti a raccogliere nove opere fondamentali dell’artista, che presenta un corpus non superiore a 25 titoli, è un’impresa eccezionale che da oltre cinquant’anni non riusciva a realizzarsi.
Studiosi di fama internazionale hanno collaborato alla stesura del catalogo Marsilio con saggi, schede, una bibliografia aggiornatissima, completato da una sezione relativa alle analisi stratigrafiche, radiografiche e riflettografiche, con particolare attenzione ai risultati del restauro della Pala. Non mancano le novità: sul piano iconografico, sulla complessa creazione delle opere, sulla storia della loro circolazione. Tra queste le tracce di disegni evidenziate dalle riflettografie persino nella Tempesta e la scoperta che la Pala eseguita essenzialmente a tempera, mentre, la Tempesta e la Vecchia sono realizzate con una tecnica mista: a tempera e a olio. Ma se la tecnica è meno innovativa di quanto si fosse creduto in passato, completamente nuovi sono la resa del paesaggio, i soggetti e la stupefacente sensibilità cromatica.
Corriere della Sera 3.11.03
RINASCIMENTO Venezia: esposta alle Gallerie dell’Accademia la Pala di Castelfranco recentemente restaurata e altri nove dipinti
Giorgione: doppio mistero insoluto
Dell’artista morto di peste a 33 anni non si conoscono ancora tutte le opere e la loro simbologia
di Carlo Bertelli
Una rassegna di 10 dipinti, ma le tensioni che una mostra di Giorgione (1477/8-1510) provoca, fra prestiti ottenuti, negati e discordie fra gli esperti, sono tali che un progetto precedente, per Palazzo Grassi, poi abortito, costò la salute a Paolo Viti, uno dei più geniali ideatori e organizzatori di esposizioni che vanti l'Italia. Prendo in mano il catalogo di una celebre mostra, Giorgione e i giorgioneschi, del 1955, e colgo a volo le enormi differenze. Come oggi, mancavano all'appello opere cardine, come la Venere di Dresda e la Giuditta dell’Hermitage, ma un’altra ventina di opere erano lì per reclamare il visto d’entrata nel catalogo di Giorgione.
Oggi la discussione si è molto spostata dal dilemma «Giorgione-non Giorgione»: 74 pagine del catalogo (Marsilio) sono dedicate alla discussione sui dipinti esposti, 29 all'esame tecnico e ai restauri, 100 al dibattito iconologico, che può svolgersi benissimo in assenza delle opere, tanto che uno dei saggi verte su due piccole opere (le due tavolette degli Uffizi con storie bibliche) non pervenute e improbabili come opere di Giorgione.
Così l’esposizione diventa il paradigma della incapacità attuale della storia dell'arte di pronunciarsi. Concretezza dell'analisi scientifica e della ricerca d'archivio, sgomento di chi deve manifestare un'opinione conclusiva fra tesi discordanti, vanità dell'iconologia.
La grande occasione della mostra è stata offerta dal restauro della Pala di Castelfranco, la cui datazione da tempo è stata anticipata a circa il 1500, rispetto al 1504 che era dato come riferimento sicuro. Non sono piccoli spostamenti, per un artista nato tra il 1477 e il 1478 e morto di peste pochi giorni prima del 7 novembre 1510.
Una vita breve, affreschi eseguiti e perduti, dunque un catalogo ristrettissimo, che gli studi dell' ultimo decennio hanno ancora diminuito, attribuendo opere ritenute sicure ora a Tiziano, ora a Sebastiano del Piombo. Un solo dipinto chiaramente datato: la Laura, qui esposto, che ha sul retro la data 1506; del Ritratto virile di San Diego in California, non esposto, la data è stata letta 1506 o 1510.
Quando dipinse Laura, Giorgione aveva già incontrato Leonardo, che nel 1500 fu per breve tempo a Venezia. I tre filosofi, qui esposti, contengono altre sottili allusioni a Leonardo: nel filosofo giovane, che rammenta il san Matteo della Cena; nei ciottoli visti sotto il pelo dell'acqua, che fanno pensare alla Vergine delle Rocce.
La Pala di Castelfranco viene prima di tutto questo, il suo incanto è tutto e soltanto di Giorgione, ed Emilio Gadda vi colse la malinconia e «la vista, dagli archi del sontuoso tempietto, sui sereni colli e sfondo dei lor alberi e cielo».
E Gadda metteva queste riflessioni in bocca a una contadina veneta inurbata a Milano, scoprendo così un aspetto profondo della pittura di Giorgione come iniziatore della grande epopea della pittura veneziana del Cinquecento: la capacità di trasmettere sentimenti profondi al di là di ogni barriera.
Gli sforzi per dare una lettura intellettualistica delle opere di Giorgine si scontreranno sempre con la realtà di una pittura che ha il mistero come suo ineliminabile ingrediente.
A cominciare dalla Tempesta, che innumerevoli e sudati sforzi hanno cercato e cercano di banalizzare. Il rischio è di togliere a Giorgione la sua posizione di innovatore e costringerlo dentro la camicia stretta della normativa letteraria e filosofica, pur non avendo basi sufficienti per farlo e quando il colore di Giorgione, proprio per la sua densità e per il suo predominio assoluto sul disegno, annulla simili disquisizioni.
La mostra evita gli scogli attributivi, ma con la sua selezione rigorosa si allontana anche dal rischio di includere nel catalogo giorgionesco opere che vi sono entrate soltanto perché offrivano lo spunto a dissertazioni sociologiche.
Giorgione, Gallerie dell’Accademia, Venezia, sino al 22 febbraio. Tel. 041/5200345
La Repubblica 3.11.03
La struggente malinconia di un mito del Rinascimento
nuovi saggi di Gentili, Settis e Aikema
In mostra anche i "tre filosofi"
Un artista di cui si conoscono 25 opere
Alle Gallerie dell'Accademia di Venezia nove capolavori del pittore scomparso a 33 anni
di ANTONIO PINELLI
Negli ultimi anni abbiamo assistito all'infittirsi di rassegne così gremite di opere d'arte da ingenerare un principio di nausea perfino nel più bulimico dei visitatori. Da questo punto di vista, la mostra che si è inaugurata nelle Gallerie dell´Accademia è in netta controtendenza, essendo composta da solo 9 opere (Giorgione. Le maraviglie dell'arte, a cura di G. Nepi Sciré, fino al 22 febbraio). Beninteso, non 9 opere qualsiasi, ma altrettanti capolavori di Giorgione, un pittore stroncato dalla peste a circa 33 anni e di cui conosciamo non più di 25 dipinti. Ecco perché, sebbene così esigua, la mostra odierna ha tutti crismi di un evento da non perdere, cui però è consigliabile accostarsi con l´atteggiamento di chi è invitato ad un banchetto in cui assaporare le pietanze senza fretta, perché è la qualità e non la quantità a farla da padrone.
L'iniziativa nasce per festeggiare la fine del restauro della Pala di Castelfranco. Eseguito nel laboratorio dell'Accademia con la consulenza dell'Opificio delle Pietre Dure di Firenze, l'intervento conservativo ha messo in sicurezza la pala con un sofisticatissimo restauro del suo fragile supporto ligneo, restituendole nel contempo l'incanto luminoso della superficie pittorica. Prima che torni nella sua sede originaria, la mostra offre l'opportunità rara di osservare da vicino il dipinto restaurato di fresco, ma per l'occasione è riuscita anche a riunire intorno alla pala altre 8 opere di Giorgione.
Per quattro di esse, la Tempesta, la Vecchia, la Nuda e il Cristo portacroce, non si è dovuti andare lontano, ma è invece eccezionale il doppio prestito da Vienna dei Tre filosofi e della Laura, così come la presenza in mostra dell'unico disegno attribuito concordemente a Giorgione, il cosiddetto Pastore in un paesaggio proveniente da Rotterdam, e del frammento di affresco con un Putto alato che rappresenta, di fatto, la più recente acquisizione allo scarno catalogo giorgionesco. Si tratta di un frammento staccato dalla facciata del Fondaco dei Tedeschi, che fu affrescata da Giorgione nel 1508 e di cui si credeva fosse rimasto solo il frammento della Nuda, staccato nel 1937 quando ormai non era altro più che un'evanescente reliquia corrosa dalla salsedine. Il nuovo frammento è anch'esso gravemente danneggiato, ma risulta assai più leggibile della Nuda, offrendoci informazioni preziose sull'affresco eseguito da Giorgione a due anni dalla morte. Rappresenta un putto alato che si arrampica su un ramo frondoso e colmo di frutti, fu acquistato nell´800 a Venezia da Ruskin ed è da poco ricomparso in una raccolta privata inglese.
Come tutti i personaggi di spicco morti anzitempo, Giorgione fu immediatamente avvolto dall'aureola abbagliante del mito. Il che aumentò il fascino delle sue opere, ma contribuì anche, in passato, ad alimentare un fiorente mercato di falsi e, ai giorni nostri, a moltiplicare le controversie attributive, per non dire del proliferare di dotte e talora astruse interpretazioni dei suoi dipinti. Grazie anche alle indagini riflettografiche e radiografiche appositamente condotte, l'odierna mostra è un´ottima occasione per fare il punto su alcune delle questioni più controverse, cui il catalogo offre un contributo critico prezioso. Augusto Gentili, ad esempio, schizza un vivace e anticonformista ritratto di Giorgione, mettendo il dito sulla piaga di certe debolezze della sua produzione giovanile in fatto di correttezza anatomica e di scioltezza nelle pose delle sue figure. Un impaccio che però sparisce nelle opere tarde, in cui emerge un «far grande» che valse all´artista le prime, importanti commissioni pubbliche. Più difficile è seguire Gentili nelle sue congetture sull'identità ebraica (o comunque culturalmente filoebraica) di Giorgione, che seppur basandosi sull'innegabile frequenza di personaggi vetero-testamentari nella sua opera, si fondano principalmente sul rilancio di una vecchia e implausibile interpretazione della Tempesta come Ritrovamento di Mosè e sulle identificazioni di uno dei Tre Filosofi di Vienna come l'Anticristo e del pastore nel disegno di Rotterdam come Elia, ipotesi che lasciano, a dir poco, perplessi.
Del tutto convincente, invece, è la lettura proposta da Settis della Pala di Castelfranco, che consente di datarla al 1504 o poco dopo. Riallacciandosi ad una dimenticata descrizione risalente al 1803, Settis interpreta come sarcofago di porfido il parallelepipedo scuro su cui poggia il trono marmoreo della Vergine. Si tratta insomma di una concreta allusione al vero sarcofago con le spoglie del giovane soldato Matteo Costanzo, morto nel 1504, che è situato nella cappella. In tal modo si spiega non solo la ragione del singolare verticalismo della composizione, ma soprattutto della palpabile mestizia che pervade l'intera pala, per evaporare come nebbia al sole soltanto nella quieta serenità del paesaggio. Una mestizia che induce la Vergine e il Bambino a rivolgere gli occhi verso il sepolcro sottostante, vela lo sguardo accorato di S. Francesco e proietta l'ombra dell'elmo sugli occhi del giovane santo soldato.
Vero è che la tristezza è quasi sempre di casa nei quadri di Giorgione, la cui carica di innovazione è proprio da cercare nel timbro espressivo del suo Stimmungsbild improntato ad una dolce ma struggente malinconia, e che volle autoeffigiarsi come malinconicissimo David, in perfetta sintonia con l'immagine topica dell'artista saturnino, proprio come avrebbe fatto un secolo dopo Caravaggio.
Forse è proprio la Tempesta il quadro giorgionesco meno malinconico, anche se alle spalle dell'arcadico idillio tra il «pastore» che osserva complice la «zingara che allatta» si addensano, non viste, le nubi squarciate dalla folgore. Su questo dipinto, che con la Flagellazione di Piero della Francesca e la Primavera di Botticelli condivide il primato assoluto di tentativi ermeneutici inesorabilmente falliti, va segnalato l'interessantissimo saggio di Bernard Aikema in catalogo che ha, a mio giudizio, soprattutto il merito di collegare il ruolo innovativo di Giorgione al suo dialogo con Dürer (che fu a Venezia dal 1505 al 1507) e, più in generale con i pittori e incisori della Germania meridionale. Riconducendo la Tempesta nell'ambito di opere che evocano lo stato primordiale dell'umanità, Aikema coglie a mio avviso nel segno, anche se a me pare che l'accento vada posto soprattutto sul contrasto tra un'arcadica età dell'oro ignara delle minacce che la stanno per travolgere, piuttosto che sull'affermazione ideologica di una superiorità della civiltà veneta su quella tedesca.
venerdì 31 ottobre 2003
"Addio al passato" di Marco Bellocchio
anche a Firenze e a Napoli
Libertà venerdì 31.10.03
"Addio del passato" - Il documentario girato a Piacenza verrà distribuito nei cinema italiani
Bellocchio: il film su Verdi in tour
di Daniela Bisogni
"Addio del passato", il documentario di Marco Bellocchio girato a Piacenza, in varie località cittadine (tra le quali il Teatro Municipale, la zona Infrangibile, e Villa Sant'Agata) tra gli amanti de La Traviata. Soprattutto, l'operazione ha visto protagonisti molti artisti, musicisti e addetti ai lavori piacentini. Il film è stato presentato al Festival di Venezia 2002 e sta godendo di una inaspettata e dignitosa distribuzione nelle sale. Lo hanno già proiettato il cinema Lumière di Bologna, il Politecnico Fandango di Roma, l'Anteo di Milano mentre al Massimo di Torino si vedrà a partire dalla fine di novembre.
«Il film di Bellocchio - ha rivelato Fabrizio Grosoli di Fandango, tra i promotori dell'iniziativa - rientra nella distribuzione di 25 documentari in una ventina sale italiane, che sono in continuo aumento. Abbiamo chiesto a Sergio Pelone della Filmalbatros di darci le copie del documentario di Bellocchio, concludendo un accordo in base alla percentuale degli incassi, senza minimi garantiti, come per la quasi maggioranza delle altre produzioni: cioè non non ci guadagnamo quasi nulla, proprio per promuovere l'iniziativa».
Le altre sale italiane che, a partire da fine novembre, proietteranno il film di Bellocchio sono: l'Abc di Bari, l'Ariston di Catania, lo Spaziouno di Firenze, il Sivori di Genova, l'Astra di Padova, il Modernissimo di Napoli, il Cinema Zero di Pordenone, l'Azzurra e l'Ariston di Trieste, il Giorgione di Venezia, il Santa Lucia di Lecce, la sala Truffaut di Modena, il Fulgor di Rimini e il Nuovo Filmstudio di Savona.
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"Addio del passato" - Il documentario girato a Piacenza verrà distribuito nei cinema italiani
Bellocchio: il film su Verdi in tour
di Daniela Bisogni
"Addio del passato", il documentario di Marco Bellocchio girato a Piacenza, in varie località cittadine (tra le quali il Teatro Municipale, la zona Infrangibile, e Villa Sant'Agata) tra gli amanti de La Traviata. Soprattutto, l'operazione ha visto protagonisti molti artisti, musicisti e addetti ai lavori piacentini. Il film è stato presentato al Festival di Venezia 2002 e sta godendo di una inaspettata e dignitosa distribuzione nelle sale. Lo hanno già proiettato il cinema Lumière di Bologna, il Politecnico Fandango di Roma, l'Anteo di Milano mentre al Massimo di Torino si vedrà a partire dalla fine di novembre.
«Il film di Bellocchio - ha rivelato Fabrizio Grosoli di Fandango, tra i promotori dell'iniziativa - rientra nella distribuzione di 25 documentari in una ventina sale italiane, che sono in continuo aumento. Abbiamo chiesto a Sergio Pelone della Filmalbatros di darci le copie del documentario di Bellocchio, concludendo un accordo in base alla percentuale degli incassi, senza minimi garantiti, come per la quasi maggioranza delle altre produzioni: cioè non non ci guadagnamo quasi nulla, proprio per promuovere l'iniziativa».
Le altre sale italiane che, a partire da fine novembre, proietteranno il film di Bellocchio sono: l'Abc di Bari, l'Ariston di Catania, lo Spaziouno di Firenze, il Sivori di Genova, l'Astra di Padova, il Modernissimo di Napoli, il Cinema Zero di Pordenone, l'Azzurra e l'Ariston di Trieste, il Giorgione di Venezia, il Santa Lucia di Lecce, la sala Truffaut di Modena, il Fulgor di Rimini e il Nuovo Filmstudio di Savona.
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dal Ticino: effetti del Ritalin sui bambini
Ticino.news.ch (quotidiano online)
Farmaci ai bambini
Le nuove droghe delle multinazionali
Nel 1986, nel Massachussets, un ragazzo di 14 anni uccide a mazzate (da baseball) un suo compagno di scuola. Rod, questo il nome del ragazzo, era sotto effetto della stimolante droga psicotropa Ritalin, che prendeva da ben 7 anni. Sia i genitori di Rod che il loro avvocato erano certi che l’omicidio era una diretta conseguenza degli effetti collaterali del Ritalin. Si trattava dell’ennesimo bambino diagnosticato con “problemi mentali” alle quale i soliti addetti ai lavori hanno prescritto farmaci discutibili, molto discutibili. Un trend che sino ad oggi non ha dato cenni di voler terminare.
Il Ritalin è classificato dall’Amministrazione americana dei Cibi e dei Farmaci (Food and Drug Administration) sotto la stessa categoria di cocaina, morfina, e oppio (anfetamina). Questa classificazione, conosciuta come Scheda 2, di cui il Ritalin fa parte, viene indicata dalla FDA come “di alto potenziale per abusi” e che un “abuso di questa sostanza può portare a seria dipendenza”. Le droghe della Scheda 2 che possono essere legalmente prescritte, sono tra le più pericolose. Non è un caso che in Stati Uniti il Ritalin, usato in combinazione con il Talwin, in alcune città è maggiormente responsabile di crimini comuni che qualsiasi altra droga. Nonostante l’ammissione del fatto che si tratti di uno psicofarmaco pericoloso, viene comunemente prescritto anche alle nostre latitudini. Se alcuni pensassero che vi è una relazione diretta tra l’assunzione di psicofarmaci da parte di bambini e ragazzi, e le purtroppo famose stragi nelle scuole, beh, non sarebbe un peccato mortale..
A George e al suo fratello gemello di 11 anni fu prescritto di prendere lo psicofarmaco Ritalin, nel 1973, dopo che furono diagnosticati iperattivi. George disse che molto presto cominciò a sperimentare degli effetti collaterali, e dopo un mese smise semplicemente di prenderlo senza dirlo a nessuno. “Mi sentivo come uno zombi”, diceva, “dovevo semplicemente smettere”. Il fratello invece continuò a prendere il Ritalin per due anni, e George disse: “Mio fratello Jerry cominciava davvero ad essere depresso”. Poco tempo dopo, Jerry si impiccò. George disse che questò suicidio, addebitabile al Ritalin, creò notevole sconforto ai suoi 3 fratelli minori e alla familia. L’intera familia è stata resa vittima dalla psichiatria. Ed oggi non si è da meno, psichiatri per bambini, dottori che dovrebbero ristudiarsi la medicina, quella vera, e aitanti pedagoghi nelle scuole, si adoperano nello spacciare droghe per farmaci ai nostri bambini.
Il Ritalin viene solitamente prescritto dagli psichiatri ai bambini diagnisticati iperattivi. Il “manuale” psichiatrico di diagnosi indica come sintomi iperattivi qualsiasi normale comportamento che un qualsiasi bambino ha e ha sempre avuto: 1. 2. ha difficoltà a restare seduto quando gli è richiesto, 3. viene facilmente distratto da stimoli esterni, 4. è impaziente nell’attendere il suo turno durante un gioco o in situazioni di gruppo, 5. spesso risponde alle domande prima che siano terminate del tutto, 6. ha difficoltà nel seguire insegnamenti dati da altri.., 7. ha difficoltà nel concentrare la sua attenzione giocando, 8. spesso va da un’attività incompleta all’altra, 9. ha difficoltà nel giocare quietamente, 10. spesso parla troppo, 11. spesso interrompe o invade attività di altri, o giochi di altri bambini, 12. spesso sembri non ascoltare quello che gli viene detto, 13. spesso perde cose utili ai suoi giochi o per la scuola, o per la casa, [...]
Il Manuale di diagnosi psichiatrico (DMS) indica che il bambino che ha otto o più di queste caratteristiche è un bambino iperattivo. A questo punto il Ritalin viene preso in considerazione per la “cura”. L’unica cosa che non viene presa in considerazione è che queste caratteristiche corrispondono al 99% dei bambini di questo mondo!
A cura di Lucio La Chimia
info@kulturapop.com
www.kulturapop.com
Farmaci ai bambini
Le nuove droghe delle multinazionali
Nel 1986, nel Massachussets, un ragazzo di 14 anni uccide a mazzate (da baseball) un suo compagno di scuola. Rod, questo il nome del ragazzo, era sotto effetto della stimolante droga psicotropa Ritalin, che prendeva da ben 7 anni. Sia i genitori di Rod che il loro avvocato erano certi che l’omicidio era una diretta conseguenza degli effetti collaterali del Ritalin. Si trattava dell’ennesimo bambino diagnosticato con “problemi mentali” alle quale i soliti addetti ai lavori hanno prescritto farmaci discutibili, molto discutibili. Un trend che sino ad oggi non ha dato cenni di voler terminare.
Il Ritalin è classificato dall’Amministrazione americana dei Cibi e dei Farmaci (Food and Drug Administration) sotto la stessa categoria di cocaina, morfina, e oppio (anfetamina). Questa classificazione, conosciuta come Scheda 2, di cui il Ritalin fa parte, viene indicata dalla FDA come “di alto potenziale per abusi” e che un “abuso di questa sostanza può portare a seria dipendenza”. Le droghe della Scheda 2 che possono essere legalmente prescritte, sono tra le più pericolose. Non è un caso che in Stati Uniti il Ritalin, usato in combinazione con il Talwin, in alcune città è maggiormente responsabile di crimini comuni che qualsiasi altra droga. Nonostante l’ammissione del fatto che si tratti di uno psicofarmaco pericoloso, viene comunemente prescritto anche alle nostre latitudini. Se alcuni pensassero che vi è una relazione diretta tra l’assunzione di psicofarmaci da parte di bambini e ragazzi, e le purtroppo famose stragi nelle scuole, beh, non sarebbe un peccato mortale..
A George e al suo fratello gemello di 11 anni fu prescritto di prendere lo psicofarmaco Ritalin, nel 1973, dopo che furono diagnosticati iperattivi. George disse che molto presto cominciò a sperimentare degli effetti collaterali, e dopo un mese smise semplicemente di prenderlo senza dirlo a nessuno. “Mi sentivo come uno zombi”, diceva, “dovevo semplicemente smettere”. Il fratello invece continuò a prendere il Ritalin per due anni, e George disse: “Mio fratello Jerry cominciava davvero ad essere depresso”. Poco tempo dopo, Jerry si impiccò. George disse che questò suicidio, addebitabile al Ritalin, creò notevole sconforto ai suoi 3 fratelli minori e alla familia. L’intera familia è stata resa vittima dalla psichiatria. Ed oggi non si è da meno, psichiatri per bambini, dottori che dovrebbero ristudiarsi la medicina, quella vera, e aitanti pedagoghi nelle scuole, si adoperano nello spacciare droghe per farmaci ai nostri bambini.
Il Ritalin viene solitamente prescritto dagli psichiatri ai bambini diagnisticati iperattivi. Il “manuale” psichiatrico di diagnosi indica come sintomi iperattivi qualsiasi normale comportamento che un qualsiasi bambino ha e ha sempre avuto: 1. 2. ha difficoltà a restare seduto quando gli è richiesto, 3. viene facilmente distratto da stimoli esterni, 4. è impaziente nell’attendere il suo turno durante un gioco o in situazioni di gruppo, 5. spesso risponde alle domande prima che siano terminate del tutto, 6. ha difficoltà nel seguire insegnamenti dati da altri.., 7. ha difficoltà nel concentrare la sua attenzione giocando, 8. spesso va da un’attività incompleta all’altra, 9. ha difficoltà nel giocare quietamente, 10. spesso parla troppo, 11. spesso interrompe o invade attività di altri, o giochi di altri bambini, 12. spesso sembri non ascoltare quello che gli viene detto, 13. spesso perde cose utili ai suoi giochi o per la scuola, o per la casa, [...]
Il Manuale di diagnosi psichiatrico (DMS) indica che il bambino che ha otto o più di queste caratteristiche è un bambino iperattivo. A questo punto il Ritalin viene preso in considerazione per la “cura”. L’unica cosa che non viene presa in considerazione è che queste caratteristiche corrispondono al 99% dei bambini di questo mondo!
A cura di Lucio La Chimia
info@kulturapop.com
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Margherita Hack:
«la maggioranza della gente in Italia se ne frega della religione»
l'Unità 30.10.2003
«Il principio della laicità dello Stato non è mai stato rispettato»
FIRENZE La decisione di togliere il crocifisso dalle scuole del giudice dell’Aquila ha dato inizio a una serie di reazioni a catena che sembrano non trovare fine. Con un generale sdegno del provvedimento che trova approvazione un po’ in tutte le parti politiche. Tra le voci contro c’è invece la scienziata Margherita Hack, tra l’altro membro del comitato di presidenza dell’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti. Per lei il provvedimento è un atto dovuto.
Perché?
«Ma perché mi pare che l’Italia sia uno stato laico e dunque è ovvio che non ci debba essere nessuno simbolo religioso nelle scuole: non c’è una religione di stato e dunque non ce ne deve essere nemmeno una preferita a un’altra. Tutt’al più ci dovrebbe essere una storia comparata di tutte le religioni, ma certamente non l’ora di religione cattolica. Oggi la società è cambiata, è diventata multietnica e multirazziale e non è un fatto che può essere ignorato».
Ma il crocifisso è il simbolo della nostra cultura.
«E questo cosa vuol dire! Anche se questa è la nostra cultura non si cancella mica se viene tolto un crocifisso. La cultura rimane, è qualcosa che viene assimilata fin da piccoli e rimane il fatto che a scuola si insegnano altre cose. Poi, se qualcuno vuole mandare i bambini a catechismo, o a scuole di religione, lo può sempre fare, non a caso gli ebrei e i musulmani hanno la loro scuola».
E i cattolici?
«Se la facciano. Ripeto, in Italia non esiste una religione di stato e non ci si può rifare a leggi del 1924 che poi sono state superate dal Concordato successivo e da altri articoli. Senza contare che la diversità della società di oggi rende impossibile qualsiasi raffronto con il passato. Oggi non c’è nessun motivo perché ci debba essere un simbolo religioso. Come succede in Francia, del resto, senza provocare lo sdegno di nessuno».
Piena solidarietà al giudice dunque.
«Assoluta. Ha agito benissimo e trovo assurde tutte queste critiche, così come trovo pazzesco che il ministro Castelli lo vada a sottoporre a un provvedimento disciplinare. È una vera pazzia».
C’è chi ci vede una questione di rispetto.
«Proprio non capisco. Nessuno vieta a chi è cristiano di rispettare il crocifisso, liberissimo di farlo, ma perché si deve imporre anche a chi non ci crede? Sono delusa anche per i politici che si sono affrettati subito a contestare questa decisione. Anche dai Ds mi aspettavo una reazione diversa».
Anche il presidente Ciampi ha preso una posizione netta.
«Sì, ma questo ormai non mi stupisce più. Con tutto il rispetto, il presidente Ciampi ha dimostrato più volte di essere debole di fronte a certi avvenimenti. Mi riferisco anche alla legge Cirami e al lodo Schifani. Che bisogno aveva di firmare subito?».
Comunque gli italiani che vanno all’estero rispettano la cultura del paese in cui si trovano.
«Già, ma questa gente lavora e vive qua. Questa è una questione di principio e in uno stato laico non ci devono essere simboli religiosi. Finché c’era una singola religione come nel ‘24 il crocifisso non dava noia a nessuno: tutta la popolazione era italiana, il 99% era cattolica e l’1% che rimaneva era comunque cristiano. Ma ora ci sono sempre più islamici, ebrei, buddisti, induisti e questa storia del simbolo religioso non ha più senso.
È vero che questa polemica è nata in un momento particolare.
«Esattamente. Questo tizio, poi, sembra anche abbastanza antipatico e arrogante. Ma il fatto in sé non deve distogliere dal problema reale che si pone».
Che fa nascere manifestazioni e dibattiti in tutto il paese.
«Mi sembra tutto così ridicolo, tanto più che la maggioranza della gente in Italia se ne frega della religione. Mi sembra piuttosto un’occasione per dare adito al razzismo, un pretesto che permette di scatenare le antipatie contro il diverso. E da questo punto di vista questo Smith non ha certo fatto un buon servizio alla sua comunità. Quanto meno lo poteva dire in un altro modo, ma almeno un vantaggio c’è stato».
Quale?
«Che finalmente è stato messo nero su bianco su un punto fondamentale: non è mai stato fatto rispettare il principio della laicità dello stato».
«Il principio della laicità dello Stato non è mai stato rispettato»
FIRENZE La decisione di togliere il crocifisso dalle scuole del giudice dell’Aquila ha dato inizio a una serie di reazioni a catena che sembrano non trovare fine. Con un generale sdegno del provvedimento che trova approvazione un po’ in tutte le parti politiche. Tra le voci contro c’è invece la scienziata Margherita Hack, tra l’altro membro del comitato di presidenza dell’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti. Per lei il provvedimento è un atto dovuto.
Perché?
«Ma perché mi pare che l’Italia sia uno stato laico e dunque è ovvio che non ci debba essere nessuno simbolo religioso nelle scuole: non c’è una religione di stato e dunque non ce ne deve essere nemmeno una preferita a un’altra. Tutt’al più ci dovrebbe essere una storia comparata di tutte le religioni, ma certamente non l’ora di religione cattolica. Oggi la società è cambiata, è diventata multietnica e multirazziale e non è un fatto che può essere ignorato».
Ma il crocifisso è il simbolo della nostra cultura.
«E questo cosa vuol dire! Anche se questa è la nostra cultura non si cancella mica se viene tolto un crocifisso. La cultura rimane, è qualcosa che viene assimilata fin da piccoli e rimane il fatto che a scuola si insegnano altre cose. Poi, se qualcuno vuole mandare i bambini a catechismo, o a scuole di religione, lo può sempre fare, non a caso gli ebrei e i musulmani hanno la loro scuola».
E i cattolici?
«Se la facciano. Ripeto, in Italia non esiste una religione di stato e non ci si può rifare a leggi del 1924 che poi sono state superate dal Concordato successivo e da altri articoli. Senza contare che la diversità della società di oggi rende impossibile qualsiasi raffronto con il passato. Oggi non c’è nessun motivo perché ci debba essere un simbolo religioso. Come succede in Francia, del resto, senza provocare lo sdegno di nessuno».
Piena solidarietà al giudice dunque.
«Assoluta. Ha agito benissimo e trovo assurde tutte queste critiche, così come trovo pazzesco che il ministro Castelli lo vada a sottoporre a un provvedimento disciplinare. È una vera pazzia».
C’è chi ci vede una questione di rispetto.
«Proprio non capisco. Nessuno vieta a chi è cristiano di rispettare il crocifisso, liberissimo di farlo, ma perché si deve imporre anche a chi non ci crede? Sono delusa anche per i politici che si sono affrettati subito a contestare questa decisione. Anche dai Ds mi aspettavo una reazione diversa».
Anche il presidente Ciampi ha preso una posizione netta.
«Sì, ma questo ormai non mi stupisce più. Con tutto il rispetto, il presidente Ciampi ha dimostrato più volte di essere debole di fronte a certi avvenimenti. Mi riferisco anche alla legge Cirami e al lodo Schifani. Che bisogno aveva di firmare subito?».
Comunque gli italiani che vanno all’estero rispettano la cultura del paese in cui si trovano.
«Già, ma questa gente lavora e vive qua. Questa è una questione di principio e in uno stato laico non ci devono essere simboli religiosi. Finché c’era una singola religione come nel ‘24 il crocifisso non dava noia a nessuno: tutta la popolazione era italiana, il 99% era cattolica e l’1% che rimaneva era comunque cristiano. Ma ora ci sono sempre più islamici, ebrei, buddisti, induisti e questa storia del simbolo religioso non ha più senso.
È vero che questa polemica è nata in un momento particolare.
«Esattamente. Questo tizio, poi, sembra anche abbastanza antipatico e arrogante. Ma il fatto in sé non deve distogliere dal problema reale che si pone».
Che fa nascere manifestazioni e dibattiti in tutto il paese.
«Mi sembra tutto così ridicolo, tanto più che la maggioranza della gente in Italia se ne frega della religione. Mi sembra piuttosto un’occasione per dare adito al razzismo, un pretesto che permette di scatenare le antipatie contro il diverso. E da questo punto di vista questo Smith non ha certo fatto un buon servizio alla sua comunità. Quanto meno lo poteva dire in un altro modo, ma almeno un vantaggio c’è stato».
Quale?
«Che finalmente è stato messo nero su bianco su un punto fondamentale: non è mai stato fatto rispettare il principio della laicità dello stato».
giovedì 30 ottobre 2003
Lidia Menapace: crocefissi e fondamentalismi
Liberazione giovedì 30.10.03
Cristo strumentalizzato per resuscitare nazionalismo, fondamentalismo ed emozioni inconsulte
Sul crocefisso, scontro di inciviltà
di Lidia Menapace
Molti mi sembrano i segni inquietanti di un progressivo scivolamento fuori dalla legalità costituzionale democratica. Cito alla rinfusa: la consuetudine - vere prove generali di presidenzialismo - da parte di Berlusconi di interloquire direttamente e senza possibilità di contraddittorio, dagli schermi televisivi, in questioni ancora da decidere: con ciò si cancella il parlamento, le varie giurisdizioni dei poteri e la formazione dell'opinione pubblica, alla faccia dello sbandierato principio di sussidiarietà e l'importanza dei corpi intermedi, non parliamo poi di federalismo! Ancora a caso: la assoluta mancanza di proporzioni tra le notizie. Dieci milioni di lavoratori e lavoratrici che scioperano sono subito cancellati e nessuno li intervista o rappresenta, perché scoppia la questione del crocefisso e del resto anche la puntualissima inchiesta sulle nuove Br (a una appassionata lettrice di gialli - come sono - le coincidenze sono sempre un po' sospette). Infine il voto di fiducia posto su una questione cruciale come la finanziaria, che strangola il dibattito parlamentare, alla faccia del proclamato "liberalismo" del presidente!
Per capire la faccenda del crocefisso bisogna tenere conto di un processo che vuole e per il quale è necessario suscitare ondate di nazionalismo, di fondamentalismo religioso e di emozioni inconsulte allo scopo di favorire sia leggi restrittive sia un diffuso malessere e sentimento di insicurezza, cancellare le facce dei veri crocefissi contemporanei uomini donne bambine bambini immigrati: insomma intorbidire le acque. Se Bush chiederà armi e soldi e uomini per la sua illegale guerra e occupazione dell'Iraq l'opinione teledipendente già allenata ai condoni fiscali ed edilizi sarebbe forse abbastanza incline a dire di sì al condono bellico.
Si tratta peraltro di uno scontro di "inciviltà": la prova pericolosamente evidente è l'appoggio che il "fronte cattolico libanese" dà alla crociata a favore del crocefisso. Come è noto i falangisti cattolici libanesi sono violenti terroristi e fondamentalisti. Averne la solidarietà è pura vergogna.
Ciò detto veniamo ai fatti: su richiesta di un signore musulmano noto per essere un vero provocatore e assai poco rappresentativo degli islamici che vivono nel nostro paese, ma molto intervistato nelle TV, il magistrato ordina che sia rimosso il crocefisso in un'aula di scuola elementare di un piccolo centro abruzzese, aula frequentata dal figlio del citato signore. Non invidio il bambino, costretto a sopportare le bizze del padre e probabilmente oggetto di curiosità indiscrete e pesanti: il primo dovere delle autorità scolastiche e amministrative è di garantire il massimo di serenità ai bambini, il che si fa, tra l'altro, non sbandierando per giorni a ogni telegiornale meriti e virtù dei crocefissi. Tuttavia la vicenda illustra bene la "cultura" del nostro paese. L'ultima scoperta non è che bisogna ristabilire un clima di convivenza e amicizia nelle scuole, ma che forse il crocefisso è di proprietà del Vaticano e quindi non si potrebbe rimuoverlo senza il benestare del confinante stato confessionale. Ma come mai le leggi di uno stato confessionale hanno vigore e applicazione in uno stato laico? resta vera la rabbiosa definizione dell'Italia che dava un noto laico d'altri tempi: «Questa repubblica monarchica di preti!».
Trovo di esemplare equilibrio la parola di Scialoja che rappresenta molti musulmani del nostro paese quando dichiara che non avrebbe sollevato la questione, ma adesso una risposta gli è dovuta. Le risposte sono arrivate, ma non capisco perché tutti quelli e quelle che sono a favore della laicità dello stato italiano e vorrebbero cogliere l'occasione per levare i crocefissi dalle aule delle scuole pubbliche magari su richiesta, gradualmente, con discussione e non d'imperio, arrivino tutte e solo a me, anche quelle che portano in cima la dizione "Comunicato stampa", tanto da intasarmi la e-mail e nessuna, nemmeno mezza, arrivi ai Tg. Mah! sembrerebbe una censura, o no? E dire che i più indignati sono credenti associazioni cattoliche gruppi di insegnanti cristiani della scuola repubblicana, cattolici singoli giuristi teologi personaggi di fede, mentre persone sulla cui conformità alle norme più note ed elementari della morale cattolica si può dubitare perché le loro posizioni sono note, si stracciano le vesti e piangono calde lacrime di coccodrillo a tutela dell'esposizione dei crocefissi.
Da un po' di tempo l'ostentazione di croci d'oro e diamanti (o similoro e cristalli) sul petto di signore dedite all'intrattenimento mi dava un po' fastidio, meno le croci e crocette appese a un orecchio a mo' di ornamento, magari insieme a mezzalune o a simboli magici, da una cultura giovanile che esprime simbolicamente indifferenza o curiosità generica per il fenomeno religioso. Tutto ciò dimostra una progressiva laicizzazione e banalizzazione dei simboli religiosi, fenomeno cui non si risponde con superstizione rilanci di integrismi e altre sciocchezze pericolose o ordinanze e rilanci a comando. Dirò allora che in uno stato laico i luoghi pubblici non debbono mostrare nessun simbolo religioso di nessuna religione (o sennò di tutte), che informazioni religiose di tipo storico è giusto che vengano trasmesse con atteggiamento critico e non catechistico. Ad esempio la lettura e conoscenza dell'Antico Testamento, un libro di grandissimo valore storico estetico religioso è scarsa in Italia perché, secondo la tradizione cattolica non era ammessa la lettura diretta e il "libero esame" del testo. Sarebbe ora di avviare un liberissimo esame, che allargherebbe gli orizzonti e le cognizioni.
In ogni caso mi auguro che riusciamo a fare argine alle ondate di fondamentalismo che ci arrivano e che albergano anche dentro di noi. Il fondamentalismo è molto infettivo e bisogna difendersene fin da subito, mai rispondendo sullo stesso piano. E' meglio cogliere il tono conciliante e critico di Scialoja, imparare che nell'Islam, come nel Cristianesimo, che sono fenomeni di proporzioni e durata millenarie, vi sono moltissime varianti e sfumature, per trovare ambiti di discorso e di comprensione. Altrimenti si rischia di rimanere travolti da una irrazionalità crescente che produce minacce razzismi esclusioni. Insomma davvero: evitiamo scontri di inciviltà.
Cristo strumentalizzato per resuscitare nazionalismo, fondamentalismo ed emozioni inconsulte
Sul crocefisso, scontro di inciviltà
di Lidia Menapace
Molti mi sembrano i segni inquietanti di un progressivo scivolamento fuori dalla legalità costituzionale democratica. Cito alla rinfusa: la consuetudine - vere prove generali di presidenzialismo - da parte di Berlusconi di interloquire direttamente e senza possibilità di contraddittorio, dagli schermi televisivi, in questioni ancora da decidere: con ciò si cancella il parlamento, le varie giurisdizioni dei poteri e la formazione dell'opinione pubblica, alla faccia dello sbandierato principio di sussidiarietà e l'importanza dei corpi intermedi, non parliamo poi di federalismo! Ancora a caso: la assoluta mancanza di proporzioni tra le notizie. Dieci milioni di lavoratori e lavoratrici che scioperano sono subito cancellati e nessuno li intervista o rappresenta, perché scoppia la questione del crocefisso e del resto anche la puntualissima inchiesta sulle nuove Br (a una appassionata lettrice di gialli - come sono - le coincidenze sono sempre un po' sospette). Infine il voto di fiducia posto su una questione cruciale come la finanziaria, che strangola il dibattito parlamentare, alla faccia del proclamato "liberalismo" del presidente!
Per capire la faccenda del crocefisso bisogna tenere conto di un processo che vuole e per il quale è necessario suscitare ondate di nazionalismo, di fondamentalismo religioso e di emozioni inconsulte allo scopo di favorire sia leggi restrittive sia un diffuso malessere e sentimento di insicurezza, cancellare le facce dei veri crocefissi contemporanei uomini donne bambine bambini immigrati: insomma intorbidire le acque. Se Bush chiederà armi e soldi e uomini per la sua illegale guerra e occupazione dell'Iraq l'opinione teledipendente già allenata ai condoni fiscali ed edilizi sarebbe forse abbastanza incline a dire di sì al condono bellico.
Si tratta peraltro di uno scontro di "inciviltà": la prova pericolosamente evidente è l'appoggio che il "fronte cattolico libanese" dà alla crociata a favore del crocefisso. Come è noto i falangisti cattolici libanesi sono violenti terroristi e fondamentalisti. Averne la solidarietà è pura vergogna.
Ciò detto veniamo ai fatti: su richiesta di un signore musulmano noto per essere un vero provocatore e assai poco rappresentativo degli islamici che vivono nel nostro paese, ma molto intervistato nelle TV, il magistrato ordina che sia rimosso il crocefisso in un'aula di scuola elementare di un piccolo centro abruzzese, aula frequentata dal figlio del citato signore. Non invidio il bambino, costretto a sopportare le bizze del padre e probabilmente oggetto di curiosità indiscrete e pesanti: il primo dovere delle autorità scolastiche e amministrative è di garantire il massimo di serenità ai bambini, il che si fa, tra l'altro, non sbandierando per giorni a ogni telegiornale meriti e virtù dei crocefissi. Tuttavia la vicenda illustra bene la "cultura" del nostro paese. L'ultima scoperta non è che bisogna ristabilire un clima di convivenza e amicizia nelle scuole, ma che forse il crocefisso è di proprietà del Vaticano e quindi non si potrebbe rimuoverlo senza il benestare del confinante stato confessionale. Ma come mai le leggi di uno stato confessionale hanno vigore e applicazione in uno stato laico? resta vera la rabbiosa definizione dell'Italia che dava un noto laico d'altri tempi: «Questa repubblica monarchica di preti!».
Trovo di esemplare equilibrio la parola di Scialoja che rappresenta molti musulmani del nostro paese quando dichiara che non avrebbe sollevato la questione, ma adesso una risposta gli è dovuta. Le risposte sono arrivate, ma non capisco perché tutti quelli e quelle che sono a favore della laicità dello stato italiano e vorrebbero cogliere l'occasione per levare i crocefissi dalle aule delle scuole pubbliche magari su richiesta, gradualmente, con discussione e non d'imperio, arrivino tutte e solo a me, anche quelle che portano in cima la dizione "Comunicato stampa", tanto da intasarmi la e-mail e nessuna, nemmeno mezza, arrivi ai Tg. Mah! sembrerebbe una censura, o no? E dire che i più indignati sono credenti associazioni cattoliche gruppi di insegnanti cristiani della scuola repubblicana, cattolici singoli giuristi teologi personaggi di fede, mentre persone sulla cui conformità alle norme più note ed elementari della morale cattolica si può dubitare perché le loro posizioni sono note, si stracciano le vesti e piangono calde lacrime di coccodrillo a tutela dell'esposizione dei crocefissi.
Da un po' di tempo l'ostentazione di croci d'oro e diamanti (o similoro e cristalli) sul petto di signore dedite all'intrattenimento mi dava un po' fastidio, meno le croci e crocette appese a un orecchio a mo' di ornamento, magari insieme a mezzalune o a simboli magici, da una cultura giovanile che esprime simbolicamente indifferenza o curiosità generica per il fenomeno religioso. Tutto ciò dimostra una progressiva laicizzazione e banalizzazione dei simboli religiosi, fenomeno cui non si risponde con superstizione rilanci di integrismi e altre sciocchezze pericolose o ordinanze e rilanci a comando. Dirò allora che in uno stato laico i luoghi pubblici non debbono mostrare nessun simbolo religioso di nessuna religione (o sennò di tutte), che informazioni religiose di tipo storico è giusto che vengano trasmesse con atteggiamento critico e non catechistico. Ad esempio la lettura e conoscenza dell'Antico Testamento, un libro di grandissimo valore storico estetico religioso è scarsa in Italia perché, secondo la tradizione cattolica non era ammessa la lettura diretta e il "libero esame" del testo. Sarebbe ora di avviare un liberissimo esame, che allargherebbe gli orizzonti e le cognizioni.
In ogni caso mi auguro che riusciamo a fare argine alle ondate di fondamentalismo che ci arrivano e che albergano anche dentro di noi. Il fondamentalismo è molto infettivo e bisogna difendersene fin da subito, mai rispondendo sullo stesso piano. E' meglio cogliere il tono conciliante e critico di Scialoja, imparare che nell'Islam, come nel Cristianesimo, che sono fenomeni di proporzioni e durata millenarie, vi sono moltissime varianti e sfumature, per trovare ambiti di discorso e di comprensione. Altrimenti si rischia di rimanere travolti da una irrazionalità crescente che produce minacce razzismi esclusioni. Insomma davvero: evitiamo scontri di inciviltà.
Mark Rothko (*)
La Repubblica giovedì 30.10.03 Pagina 44 - Cultura
ROTHKO E LA TELA INFINITA
la mostra del centenario
A un secolo dalla nascita, una selezione di capolavori del pittore morto suicida che voleva rappresentare le emozioni
Voleva che lo spettatore si perdesse nei suoi quadri guardandoli da vicino
BASILEA
FABRIZIO D'AMICO
(*) informazioni e immagini su e di MARK ROTHKO possono essere viste QUI
Cade quest´anno il centenario della nascita di Mark Rothko: ed è ancora una volta la Fondazione Beyeler di Basilea, dopo la grande mostra del 2001, a dedicargli un ricordo, intenso ed emozionante: quattro sale raccolgono venticinque suoi dipinti, da un primo del 1938, Entrance to subway, a cui s´usa far risalire il primo snodo rilevante della sua ricerca, sino agli acrilici ultimi, datati fra '69 e '70, l´anno del suicidio. Contemporaneamente, alla Beyeler, è allestita una fin troppo ampia mostra sull´opera tarda di Paul Klee, relativa a quel suo ultimo decennio che lo vide rifugiato nella natia Svizzera dopo la condanna nazista dell´»arte degenerata»: un tempo in cui parte degli studi ha riconosciuto, fors´anche sull´onda emotiva di quell´esilio e della malattia che lo condurrà alla morte nel 1940, uno dei vertici dell´arte di Klee.
Ma è una non banale coincidenza, quest´omaggio parallelo a due fra gli artisti del secolo trascorso più intensamente amati prima di tutto dai loro colleghi pittori, d´ogni tempo e latitudine, sino ad oggi: due pittori che hanno poco o nulla, all´apparenza, da spartire, se non - cruciale - quella primazia riconosciuta da entrambi al pensiero sulla mano; e, assieme, quel rifuggire il messaggio univoco implicito nella propria opera, che pur volevano capace di parlare all´uomo. Klee dipinse, e scrisse sull´atto del dipingere, per insegnare a guardare il mondo, mai per narrarlo. Vent´anni dopo la sua morte, al culmine d´una fama divenuta presto universale, Rothko, che aveva da tempo abbandonato una rabdomantica e imperfetta figurazione surrealista per una pittura di pura effusione cromatica, dichiarò, paradossalmente, di «non essere un pittore astratto». Di essere disinteressato a sondare semplicemente una sintassi possibile di forme e di colori. «Quel che m´interessa è soltanto la rappresentazione delle emozioni fondamentali dell´uomo - tragedia, estasi, destino»; meglio: di suscitare nel riguardante, attraverso la sua opera, la percezione acuita di quelle emozioni.
Il modo in cui lo spettatore avrebbe fruito della sua pittura è sempre stato al centro delle preoccupazioni di Rothko (che ha con ciò anticipato un´attitudine poi divenuta canonica in ambito concettuale); al punto che attraverso l´evolversi delle sue indicazioni e dei suoi interventi relativi all´allestimento delle sue mostre o delle sale museali a lui dedicate (quella, ad esempio, della Tate Gallery di Londra con i Seagram murals) si può seguire, e talora anticipare, l´evoluzione stessa della sua pittura, che proprio dal rapporto che avrebbe cercato con il mondo sarebbe stata influenzata. Raccomandò ad esempio, partecipando nel 1952 alla mostra 15 Americans al Museum of Modern Art di New York, una disposizione molto ravvicinata delle sue tele e un´illuminazione, per esse, forte e clamorosa. In occasione della sua prima retrospettiva (1961, sempre al Moma), alla quale sovrintese personalmente e con grande impegno d´energie mentali, volle invece un´illuminazione molto bassa, così che le opere, anche adesso l´un l´altra ravvicinate, apparissero come fuochi di luce baluginanti nel buio. Già allora dunque, pur esponendo tele datate dal '45 al '60, e dunque di differente temperatura stilistica, s´era affacciata in lui l´idea che la sua opera dovesse mirare ad essere un organismo plastico unitario, dotato di vita e di capacità di parola autonoma rispetto agli elementi da cui era costituito.
Nella sua pittura, voleva che ci si perdesse: raccomandava perciò una visione ravvicinatissima dei suoi grandi dipinti - «a 45 centimetri»: cosa di fatto oggi purtroppo impossibile, per un allarme che scatta o un custode che ti guarda in cagnesco - così che l´occhio giungesse a smarrire i confini esatti del dipinto: rinunziando così ad un´esperienza puramente estetica, o lucidamente cognitiva, per attingerne una emotiva, esistenziale, interamente coinvolgente. Per questo, ancora, dopo l´esperienza dell´antologica di New York, Rothko fu soprattutto interessato a rispondere a poche, grandi commissioni che prevedessero la possibilità di immaginare ampie serie di suoi dipinti stabilmente collocati in spazi pubblici: sin quando, alla maggiore di quelle commissioni, riguardante una cappella - che egli volle multiconfessionale - a Houston, Rothko destinò ogni sua energia dal '64 al '67, ed oltre: sino al tempo, praticamente, in cui le condizioni di salute non gli impedirono di continuare quel lavoro sulla grande dimensione che ormai prediligeva. In quella cappella, inaugurata appena dopo la sua morte, Rothko aveva cercato quella che Dore Ashton chiamerà «un´espressione della divinità senza un Dio»; e in essa darà figura compiutamente a quel luogo che cercava, creato dal colore - rosso, bruno, nero - e svelato dalla poca luce che lentamente lo avvolge e lo trascina nello spazio della contemplazione, affine ma più complesso di quello unicamente pertinente alla pittura.
A metà del suo ultimo decennio, e in coincidenza con il lavoro per la cappella di Houston, Rothko, partito dalla pittura e senza tradirla, giunge dunque ad immaginare una spazialità che concettualmente esorbita dai suoi canonici confini, e tanto più da quella nozione di superficie commentata da linee e colori che una ormai antica coscienza moderna le aveva attribuito. È entro quel suo tempo che, forse, trova una plausibile giustificazione la sua volontà d´essere qualcosa di diverso da «un pittore astratto»; ed è per quel suo tempo, che l´ha portato lontano da quel colore respirante che era stato il suo straordinario tesoro negli anni Cinquanta, che egli rimane ancora oggi, ad oltre trent´anni dalla morte, e in un´epoca che sembra aver rinunciato così vastamente alla specificità del linguaggio pittorico, così attuale, così universalmente amato.
Ma Rothko non s´è fermato su quello spalto, assalito da un´ansia che lo trascinava in qualche misura al di là della pittura. È vero invece che negli ultimi anni - amari, tormentati: nonostante la fama crescente - Rothko torna a ragionare sui termini più casti, e fin più agri, della sua prassi antica. E vengono, in numero ristretto, i Black on Gray Paintings: diciotto dipinti in tutto, sei dei quali sono oggi raccolti a Basilea in un´ultima, strepitosa sala che ripete, con ancora maggior respiro, quella finale della grande mostra di Washington, New York e Parigi del 1998-´99. Sono immagini che dicono, nel pittore non più giovane e malato, l´insorgere di una lucida volontà di un nuovo avvio: stavolta rigorosamente ancorato alla superficie, lontano da quell´intento di frastornarne la nuda apparenza che aveva innescato la sua pittura d´un tempo, ansimante fra un fondo profondissimo dell´immagine e una prima pelle emozionata, e quasi ferita, del dipinto. I colori di un tempo, il giallo e l´arancio, l´azzurro ed il verde, già sopiti dal montare dei bruni scurissimi, dei rossi intrisi di nero, dei viola annottati degli anni Sessanta, scompaiono. E insieme s´eclissano quelle forme imperfettamente geometriche, quei rettangoli smangiati che sembravano galleggiare come in un amnio nel manto del colore tremante del fondo. Solo, adesso, un grigio o un bruno sormontato da un corpo unito e sordo di nero. Un filo appena percepibile di bianco margina appena l´immagine; un´altra sottile strusciata di pennello designa la linea di demarcazione fra i due corpi cromatici. È l´orizzonte: di questi che altro non sono, altro non potrebbero nominarsi, se non paesaggi dell´anima. Nudi, spogli paesaggi, tirati in una grande dimensione che ormai non aspira più al monumentale, che non cerca vertigini o brusche impennate d´orgoglio. Ed è come se Rothko, in questi quadri ciechi di profondità e di spessori, avesse persino rinunciato a cercare, come aveva fatto per tanti anni, un rapporto con l´altro; quadri costruiti da un nulla, sublime e muto; quadri che davvero annunciano una morte.
ROTHKO E LA TELA INFINITA
la mostra del centenario
A un secolo dalla nascita, una selezione di capolavori del pittore morto suicida che voleva rappresentare le emozioni
Voleva che lo spettatore si perdesse nei suoi quadri guardandoli da vicino
BASILEA
FABRIZIO D'AMICO
(*) informazioni e immagini su e di MARK ROTHKO possono essere viste QUI
Cade quest´anno il centenario della nascita di Mark Rothko: ed è ancora una volta la Fondazione Beyeler di Basilea, dopo la grande mostra del 2001, a dedicargli un ricordo, intenso ed emozionante: quattro sale raccolgono venticinque suoi dipinti, da un primo del 1938, Entrance to subway, a cui s´usa far risalire il primo snodo rilevante della sua ricerca, sino agli acrilici ultimi, datati fra '69 e '70, l´anno del suicidio. Contemporaneamente, alla Beyeler, è allestita una fin troppo ampia mostra sull´opera tarda di Paul Klee, relativa a quel suo ultimo decennio che lo vide rifugiato nella natia Svizzera dopo la condanna nazista dell´»arte degenerata»: un tempo in cui parte degli studi ha riconosciuto, fors´anche sull´onda emotiva di quell´esilio e della malattia che lo condurrà alla morte nel 1940, uno dei vertici dell´arte di Klee.
Ma è una non banale coincidenza, quest´omaggio parallelo a due fra gli artisti del secolo trascorso più intensamente amati prima di tutto dai loro colleghi pittori, d´ogni tempo e latitudine, sino ad oggi: due pittori che hanno poco o nulla, all´apparenza, da spartire, se non - cruciale - quella primazia riconosciuta da entrambi al pensiero sulla mano; e, assieme, quel rifuggire il messaggio univoco implicito nella propria opera, che pur volevano capace di parlare all´uomo. Klee dipinse, e scrisse sull´atto del dipingere, per insegnare a guardare il mondo, mai per narrarlo. Vent´anni dopo la sua morte, al culmine d´una fama divenuta presto universale, Rothko, che aveva da tempo abbandonato una rabdomantica e imperfetta figurazione surrealista per una pittura di pura effusione cromatica, dichiarò, paradossalmente, di «non essere un pittore astratto». Di essere disinteressato a sondare semplicemente una sintassi possibile di forme e di colori. «Quel che m´interessa è soltanto la rappresentazione delle emozioni fondamentali dell´uomo - tragedia, estasi, destino»; meglio: di suscitare nel riguardante, attraverso la sua opera, la percezione acuita di quelle emozioni.
Il modo in cui lo spettatore avrebbe fruito della sua pittura è sempre stato al centro delle preoccupazioni di Rothko (che ha con ciò anticipato un´attitudine poi divenuta canonica in ambito concettuale); al punto che attraverso l´evolversi delle sue indicazioni e dei suoi interventi relativi all´allestimento delle sue mostre o delle sale museali a lui dedicate (quella, ad esempio, della Tate Gallery di Londra con i Seagram murals) si può seguire, e talora anticipare, l´evoluzione stessa della sua pittura, che proprio dal rapporto che avrebbe cercato con il mondo sarebbe stata influenzata. Raccomandò ad esempio, partecipando nel 1952 alla mostra 15 Americans al Museum of Modern Art di New York, una disposizione molto ravvicinata delle sue tele e un´illuminazione, per esse, forte e clamorosa. In occasione della sua prima retrospettiva (1961, sempre al Moma), alla quale sovrintese personalmente e con grande impegno d´energie mentali, volle invece un´illuminazione molto bassa, così che le opere, anche adesso l´un l´altra ravvicinate, apparissero come fuochi di luce baluginanti nel buio. Già allora dunque, pur esponendo tele datate dal '45 al '60, e dunque di differente temperatura stilistica, s´era affacciata in lui l´idea che la sua opera dovesse mirare ad essere un organismo plastico unitario, dotato di vita e di capacità di parola autonoma rispetto agli elementi da cui era costituito.
Nella sua pittura, voleva che ci si perdesse: raccomandava perciò una visione ravvicinatissima dei suoi grandi dipinti - «a 45 centimetri»: cosa di fatto oggi purtroppo impossibile, per un allarme che scatta o un custode che ti guarda in cagnesco - così che l´occhio giungesse a smarrire i confini esatti del dipinto: rinunziando così ad un´esperienza puramente estetica, o lucidamente cognitiva, per attingerne una emotiva, esistenziale, interamente coinvolgente. Per questo, ancora, dopo l´esperienza dell´antologica di New York, Rothko fu soprattutto interessato a rispondere a poche, grandi commissioni che prevedessero la possibilità di immaginare ampie serie di suoi dipinti stabilmente collocati in spazi pubblici: sin quando, alla maggiore di quelle commissioni, riguardante una cappella - che egli volle multiconfessionale - a Houston, Rothko destinò ogni sua energia dal '64 al '67, ed oltre: sino al tempo, praticamente, in cui le condizioni di salute non gli impedirono di continuare quel lavoro sulla grande dimensione che ormai prediligeva. In quella cappella, inaugurata appena dopo la sua morte, Rothko aveva cercato quella che Dore Ashton chiamerà «un´espressione della divinità senza un Dio»; e in essa darà figura compiutamente a quel luogo che cercava, creato dal colore - rosso, bruno, nero - e svelato dalla poca luce che lentamente lo avvolge e lo trascina nello spazio della contemplazione, affine ma più complesso di quello unicamente pertinente alla pittura.
A metà del suo ultimo decennio, e in coincidenza con il lavoro per la cappella di Houston, Rothko, partito dalla pittura e senza tradirla, giunge dunque ad immaginare una spazialità che concettualmente esorbita dai suoi canonici confini, e tanto più da quella nozione di superficie commentata da linee e colori che una ormai antica coscienza moderna le aveva attribuito. È entro quel suo tempo che, forse, trova una plausibile giustificazione la sua volontà d´essere qualcosa di diverso da «un pittore astratto»; ed è per quel suo tempo, che l´ha portato lontano da quel colore respirante che era stato il suo straordinario tesoro negli anni Cinquanta, che egli rimane ancora oggi, ad oltre trent´anni dalla morte, e in un´epoca che sembra aver rinunciato così vastamente alla specificità del linguaggio pittorico, così attuale, così universalmente amato.
Ma Rothko non s´è fermato su quello spalto, assalito da un´ansia che lo trascinava in qualche misura al di là della pittura. È vero invece che negli ultimi anni - amari, tormentati: nonostante la fama crescente - Rothko torna a ragionare sui termini più casti, e fin più agri, della sua prassi antica. E vengono, in numero ristretto, i Black on Gray Paintings: diciotto dipinti in tutto, sei dei quali sono oggi raccolti a Basilea in un´ultima, strepitosa sala che ripete, con ancora maggior respiro, quella finale della grande mostra di Washington, New York e Parigi del 1998-´99. Sono immagini che dicono, nel pittore non più giovane e malato, l´insorgere di una lucida volontà di un nuovo avvio: stavolta rigorosamente ancorato alla superficie, lontano da quell´intento di frastornarne la nuda apparenza che aveva innescato la sua pittura d´un tempo, ansimante fra un fondo profondissimo dell´immagine e una prima pelle emozionata, e quasi ferita, del dipinto. I colori di un tempo, il giallo e l´arancio, l´azzurro ed il verde, già sopiti dal montare dei bruni scurissimi, dei rossi intrisi di nero, dei viola annottati degli anni Sessanta, scompaiono. E insieme s´eclissano quelle forme imperfettamente geometriche, quei rettangoli smangiati che sembravano galleggiare come in un amnio nel manto del colore tremante del fondo. Solo, adesso, un grigio o un bruno sormontato da un corpo unito e sordo di nero. Un filo appena percepibile di bianco margina appena l´immagine; un´altra sottile strusciata di pennello designa la linea di demarcazione fra i due corpi cromatici. È l´orizzonte: di questi che altro non sono, altro non potrebbero nominarsi, se non paesaggi dell´anima. Nudi, spogli paesaggi, tirati in una grande dimensione che ormai non aspira più al monumentale, che non cerca vertigini o brusche impennate d´orgoglio. Ed è come se Rothko, in questi quadri ciechi di profondità e di spessori, avesse persino rinunciato a cercare, come aveva fatto per tanti anni, un rapporto con l´altro; quadri costruiti da un nulla, sublime e muto; quadri che davvero annunciano una morte.
Edoardo Sanguineti su Ulisse
Il Giornale di Brescia mercoledì 29.10.03
Edoardo Sanguineti al S. Barnaba
L’ARCAICO ULISSE CHE VIENE DAL NORD
COLLEZIONI DISPERSE
di Alberto Ottaviano
Inutile cercare in Ulisse anticipazioni dell’uomo moderno occidentale, scorgere nell’eroe di Omero l’interprete di una prima razionalità che tenta di emanciparsi dal mito, vedere nell’Odissea il prototipo del romanzo borghese. Le vicende omeriche avvengono in realtà in un mondo pre-logico, dove ancora non c’è coscienza dell’unità del soggetto; non c’è nulla di razionale nella metis (l’astuzia) di Ulisse, nulla che abbia a che fare con la logica. Addirittura - secondo l’ipotesi avanzata in un recente saggio - le vicende cantate da Omero sarebbero racconti di aedi scandinavi trasposti nel mondo mediterraneo: quanto di più lontano possibile quindi dalla linea di pensiero greco-romana poi sfociata nella razionalità dell’uomo dei nostri giorni. A stroncare qualsiasi valorizzazione della modernità di Ulisse è stato Edoardo Sanguineti, che ha tenuto ieri il quarto incontro dei Pomeriggi in San Barnaba dedicati all’eterno ritorno del mito. Con una densa relazione mantenuta decisamente su toni alti, il poeta e studioso - già protagonista della neo-avanguardia - ha compiuto una cavalcata lungo i sentieri delle interpretazioni di Ulisse, soffermandosi in particolare sul modo in cui l’eroe è stato proposto negli stessi poemi omerici, in Dante e in Joyce. Alla conclusione della conversazione di martedì della scorsa settimana, quando Eva Cantarella aveva parlato di Penelope, avevamo colto in qualche ascoltatore del San Barnaba una certa delusione, perché la relatrice - con alcune battute sulla fedeltà di Ulisse, con le sue ipotesi sugli ambigui comportamenti di Penelope - era parsa banalizzare la vicenda raccontata da Omero: insomma la Cantarella sarebbe stata troppo facile. Potremmo dire che quegli ascoltatori sono stati ieri accontentati: saltando da Adorno a Defoe, da Petronio a Pound, da De Sanctis a Giordano Bruno - e leggendo lunghe citazioni - Sanguineti ha messo a dura prova l’attenzione del foltissimo pubblico (qualcuno ha lasciato la sala in anticipo) con una conversazione di cui è decisamente difficile riferire tutti i passaggi. Il relatore comincia col confutare l’interpretazione che dell’Ulisse di Omero hanno dato Adorno ed Horkheimer: per i due esponenti della Scuola di Francoforte l’eroe sarebbe un anticipato trionfo del logos , l’espressione dell’illuminismo colto nel suo primo concretarsi, qualcuno che mette in crisi il mondo del mito; l’Odissea sarebbe così vicina al settecentesco romanzo di avventura. Ma una lettura romanzesca di Omero è assolutamente deformante, contesta Sanguineti; non si può guardare a Ulisse come a un Robinson Crusoe. C ome parlare di moderno eroe della razionalità se nel mondo omerico ancora c’è un’assoluta inconsistenza del soggetto: soltanto a partire da Aristotele nascono
nell’antica Grecia le categorie razionali e muore il mondo magico. Dante poi, sottolinea Sanguineti, nel proporre il suo Ulisse
suscita nel lettore un meccanismo devastante e perfido, lo stesso meccanismo che si verifica per Francesca da Rimini nel celebre episodio. Il lettore finisce per commuoversi di fronte all’Ulisse del «fatti non foste a viver come bruti» e per essere anch’egli trascinato a superare le colonne d’Ercole, a violare i limiti per fondarsi sulle sole forze umane. Joyce, da parte sua, è interessato alla struttura del mito, ma del contenuto non resta quasi più nulla. L’Ulisse dello scrittore è in realtà un anti-Ulisse privo ormai di qualsiasi nostalgia per il mito omerico. Con Joyce, nota Sanguineti, l’eterno ritorno del mito si conclude per sempre. Il relatore chiude riferendo della suggestiva ipotesi, cui accennavamo all’inizio, avanzata nello studio di un ingegnere nucleare sulla geografia omerica: è una geografia che non corrisponde al mondo mediterraneo; è inutile cercare dov’era Troia. Il sospetto è che Ulisse venga dal Nord: Omero sarebbe l’espressione nel mondo greco di leggende della Scandinavia. Una conferma potrebbe venire dall’archeologia, ma scavando a Nord, dove aveva vita un mondo arcaico.
Edoardo Sanguineti al S. Barnaba
L’ARCAICO ULISSE CHE VIENE DAL NORD
COLLEZIONI DISPERSE
di Alberto Ottaviano
Inutile cercare in Ulisse anticipazioni dell’uomo moderno occidentale, scorgere nell’eroe di Omero l’interprete di una prima razionalità che tenta di emanciparsi dal mito, vedere nell’Odissea il prototipo del romanzo borghese. Le vicende omeriche avvengono in realtà in un mondo pre-logico, dove ancora non c’è coscienza dell’unità del soggetto; non c’è nulla di razionale nella metis (l’astuzia) di Ulisse, nulla che abbia a che fare con la logica. Addirittura - secondo l’ipotesi avanzata in un recente saggio - le vicende cantate da Omero sarebbero racconti di aedi scandinavi trasposti nel mondo mediterraneo: quanto di più lontano possibile quindi dalla linea di pensiero greco-romana poi sfociata nella razionalità dell’uomo dei nostri giorni. A stroncare qualsiasi valorizzazione della modernità di Ulisse è stato Edoardo Sanguineti, che ha tenuto ieri il quarto incontro dei Pomeriggi in San Barnaba dedicati all’eterno ritorno del mito. Con una densa relazione mantenuta decisamente su toni alti, il poeta e studioso - già protagonista della neo-avanguardia - ha compiuto una cavalcata lungo i sentieri delle interpretazioni di Ulisse, soffermandosi in particolare sul modo in cui l’eroe è stato proposto negli stessi poemi omerici, in Dante e in Joyce. Alla conclusione della conversazione di martedì della scorsa settimana, quando Eva Cantarella aveva parlato di Penelope, avevamo colto in qualche ascoltatore del San Barnaba una certa delusione, perché la relatrice - con alcune battute sulla fedeltà di Ulisse, con le sue ipotesi sugli ambigui comportamenti di Penelope - era parsa banalizzare la vicenda raccontata da Omero: insomma la Cantarella sarebbe stata troppo facile. Potremmo dire che quegli ascoltatori sono stati ieri accontentati: saltando da Adorno a Defoe, da Petronio a Pound, da De Sanctis a Giordano Bruno - e leggendo lunghe citazioni - Sanguineti ha messo a dura prova l’attenzione del foltissimo pubblico (qualcuno ha lasciato la sala in anticipo) con una conversazione di cui è decisamente difficile riferire tutti i passaggi. Il relatore comincia col confutare l’interpretazione che dell’Ulisse di Omero hanno dato Adorno ed Horkheimer: per i due esponenti della Scuola di Francoforte l’eroe sarebbe un anticipato trionfo del logos , l’espressione dell’illuminismo colto nel suo primo concretarsi, qualcuno che mette in crisi il mondo del mito; l’Odissea sarebbe così vicina al settecentesco romanzo di avventura. Ma una lettura romanzesca di Omero è assolutamente deformante, contesta Sanguineti; non si può guardare a Ulisse come a un Robinson Crusoe. C ome parlare di moderno eroe della razionalità se nel mondo omerico ancora c’è un’assoluta inconsistenza del soggetto: soltanto a partire da Aristotele nascono
nell’antica Grecia le categorie razionali e muore il mondo magico. Dante poi, sottolinea Sanguineti, nel proporre il suo Ulisse
suscita nel lettore un meccanismo devastante e perfido, lo stesso meccanismo che si verifica per Francesca da Rimini nel celebre episodio. Il lettore finisce per commuoversi di fronte all’Ulisse del «fatti non foste a viver come bruti» e per essere anch’egli trascinato a superare le colonne d’Ercole, a violare i limiti per fondarsi sulle sole forze umane. Joyce, da parte sua, è interessato alla struttura del mito, ma del contenuto non resta quasi più nulla. L’Ulisse dello scrittore è in realtà un anti-Ulisse privo ormai di qualsiasi nostalgia per il mito omerico. Con Joyce, nota Sanguineti, l’eterno ritorno del mito si conclude per sempre. Il relatore chiude riferendo della suggestiva ipotesi, cui accennavamo all’inizio, avanzata nello studio di un ingegnere nucleare sulla geografia omerica: è una geografia che non corrisponde al mondo mediterraneo; è inutile cercare dov’era Troia. Il sospetto è che Ulisse venga dal Nord: Omero sarebbe l’espressione nel mondo greco di leggende della Scandinavia. Una conferma potrebbe venire dall’archeologia, ma scavando a Nord, dove aveva vita un mondo arcaico.
Emanuele Severino su filosofia e politica
Corriere della Sera giovedì 30.10.03
Cari democratici,
diffidate dei filosofi
di EMANUELE SEVERINO
A quanti non sopportano l’aria di superiorità di buona parte del pensiero filosofico consiglierei la lettura di "Verità e progresso" del filosofo americano Richard Rorty (Feltrinelli). Per lui la democrazia è il bene supremo dell’uomo. Se gli intellettuali non servono a rafforzarla, si faccian da parte. Poiché soprattutto i filosofi hanno contribuito a indebolirla, l’invito va rivolto soprattutto a essi. Anche scienza e tecnica, per Rorty, debbono stare al servizio della democrazia. Le preoccupazioni di Rorty sono motivate. Dopo la sconfitta del totalitarismo di destra e sinistra, sta facendosi innanzi anche una profonda delegittimazione della politica democratica. Non intendo quella (deprecabile, che però non è la fine del mondo) dovuta al comportamento degli avversari politici che, come in Italia, si delegittimano a vicenda.
Mi riferisco invece alla delegittimazione costituita dalla tendenza, deprecata da Rorty, dove la competenza tecnico-scientifica mira a guidare le comunità democratiche - e dalla quale, aggiungo, quelle islamico-teocratiche si illudono ancora di non essere guidate.
Gli Stati Uniti mostrano un sintomo significativo di tale tendenza planetaria. Si servono sempre più della loro ricchezza per essere potenti; mentre prima si servivano della loro potenza per difendere la loro ricchezza. Dalla volontà di esser forti per portare la democrazia nel mondo, alla volontà di portare la democrazia nel mondo per esser forti.
Ma una democrazia che si serve della tecno-scienza e la guida è qualcosa di essenzialmente diverso da una democrazia che è al servizio della tecno-scienza e ne è guidata. La delegittimazione autentica della politica democratica è appunto il passaggio di quest’ultima dal ruolo di guida a quello di servitore. Quando una struttura sociale (come il capitalismo democratico) deve la propria sopravvivenza a un certo strumento (come l’apparato scientifico-tecnologico), è inevitabile che tale struttura eviti di indebolirlo e anzi ne accresca sempre di più la potenza per resistere e prevalere sui propri avversari - che ieri erano, per le democrazie, i totalitarismi e oggi sono il terrorismo e, alla base di esso, la povertà di gran parte dei popoli. A questo punto tale struttura non assume più come scopo i propri valori, ma il potenziamento indefinito del proprio strumento.
Tuttavia questo rovesciamento può avvenire solo se scienza e tecnica sanno che la crescita della loro potenza non ha davanti a sé alcun limite assoluto; e questo sapere esse non se lo possono dare da sole, ma lo ricevono dall’esterno, cioè dal risultato essenziale della filosofia contemporanea. Che nella totalità della realtà quel limite non possa esistere - che non esista alcun ordine immutabile al di sopra del divenire del mondo - non può essere la scienza a dirlo: lo dice la filosofia del nostro tempo.
I democratici alla Rorty hanno ragione di diffidare dei filosofi, perché costoro, dopo aver evocato i fondamenti del totalitarismo politico, hanno evocato anche quel senso della realtà che legittima la scienza e la tecnica a oltrepassare ogni limite e a porsi alla guida (anche) della democrazia capitalistica, che in tal modo resta delegittimata: nella misura in cui pretende di stare essa alla guida di tutto il resto.
In questa situazione, preoccuparsi della democrazia significa incominciare a domandarsi che cosa essa possa essere quando, da scopo e guida, diventa mezzo e strumento per il crescente potenziamento della tecnica legittimata dalla filosofia. Diventa pertanto sempre più obsoleto chiedersi che cosa possono fare gli intellettuali per salvaguardare la sovranità e l’autonomia della politica democratica. Certo, gli «intellettuali» che si limitano a ereditare la superficie della filosofia del nostro tempo, e che non sanno nulla della relazione profonda tra scienza, tecnica e filosofia, fanno ben poco per vincere le battaglie di retroguardia in favore della politica democratica.
Di questi intellettuali è giusto dire, come è stato detto su queste colonne, che hanno un ruolo conservatore e che si accodano a quelli che essi ritengono gli orientamenti politici prevalenti. Ma chi ha portato alla luce gli «orientamenti» - politici e non politici -, se non i veri intellettuali?
E, anche qui, quale grande concezione politica non è riconducibile al sapere che è stato portato alla luce da quegli intellettuali che sono i filosofi autentici? Pericle non parla forse agli Ateniesi dando ascolto ad Anassagora? L’illuminismo non sta alla radice della rivoluzione americana e francese? Il marxismo, che è uno sviluppo di quest’ultima, non è la base della rivoluzione sovietica?
Socrate e Gesù (anche il suo messaggio è profonda filosofia) sono dei conservatori rispetto alle società che li hanno condannati, o non sono anch’essi grandi anticipatori dei tempi? Tutto questo non significa che la filosofia non sia dannosa. Perfino Gesù diceva di essere venuto a portare la spada.
In un certo senso la filosofia sta alla radice di tutto ciò che è dannoso. Ma chi sono i danneggiati se non gli «orientamenti» che, guidati anch’essi dalla filosofia, non hanno saputo resistere al suo evolversi? Che cosa sono se non le forme perdenti rispetto a quelle vincenti della volontà di potenza?
Cari democratici,
diffidate dei filosofi
di EMANUELE SEVERINO
A quanti non sopportano l’aria di superiorità di buona parte del pensiero filosofico consiglierei la lettura di "Verità e progresso" del filosofo americano Richard Rorty (Feltrinelli). Per lui la democrazia è il bene supremo dell’uomo. Se gli intellettuali non servono a rafforzarla, si faccian da parte. Poiché soprattutto i filosofi hanno contribuito a indebolirla, l’invito va rivolto soprattutto a essi. Anche scienza e tecnica, per Rorty, debbono stare al servizio della democrazia. Le preoccupazioni di Rorty sono motivate. Dopo la sconfitta del totalitarismo di destra e sinistra, sta facendosi innanzi anche una profonda delegittimazione della politica democratica. Non intendo quella (deprecabile, che però non è la fine del mondo) dovuta al comportamento degli avversari politici che, come in Italia, si delegittimano a vicenda.
Mi riferisco invece alla delegittimazione costituita dalla tendenza, deprecata da Rorty, dove la competenza tecnico-scientifica mira a guidare le comunità democratiche - e dalla quale, aggiungo, quelle islamico-teocratiche si illudono ancora di non essere guidate.
Gli Stati Uniti mostrano un sintomo significativo di tale tendenza planetaria. Si servono sempre più della loro ricchezza per essere potenti; mentre prima si servivano della loro potenza per difendere la loro ricchezza. Dalla volontà di esser forti per portare la democrazia nel mondo, alla volontà di portare la democrazia nel mondo per esser forti.
Ma una democrazia che si serve della tecno-scienza e la guida è qualcosa di essenzialmente diverso da una democrazia che è al servizio della tecno-scienza e ne è guidata. La delegittimazione autentica della politica democratica è appunto il passaggio di quest’ultima dal ruolo di guida a quello di servitore. Quando una struttura sociale (come il capitalismo democratico) deve la propria sopravvivenza a un certo strumento (come l’apparato scientifico-tecnologico), è inevitabile che tale struttura eviti di indebolirlo e anzi ne accresca sempre di più la potenza per resistere e prevalere sui propri avversari - che ieri erano, per le democrazie, i totalitarismi e oggi sono il terrorismo e, alla base di esso, la povertà di gran parte dei popoli. A questo punto tale struttura non assume più come scopo i propri valori, ma il potenziamento indefinito del proprio strumento.
Tuttavia questo rovesciamento può avvenire solo se scienza e tecnica sanno che la crescita della loro potenza non ha davanti a sé alcun limite assoluto; e questo sapere esse non se lo possono dare da sole, ma lo ricevono dall’esterno, cioè dal risultato essenziale della filosofia contemporanea. Che nella totalità della realtà quel limite non possa esistere - che non esista alcun ordine immutabile al di sopra del divenire del mondo - non può essere la scienza a dirlo: lo dice la filosofia del nostro tempo.
I democratici alla Rorty hanno ragione di diffidare dei filosofi, perché costoro, dopo aver evocato i fondamenti del totalitarismo politico, hanno evocato anche quel senso della realtà che legittima la scienza e la tecnica a oltrepassare ogni limite e a porsi alla guida (anche) della democrazia capitalistica, che in tal modo resta delegittimata: nella misura in cui pretende di stare essa alla guida di tutto il resto.
In questa situazione, preoccuparsi della democrazia significa incominciare a domandarsi che cosa essa possa essere quando, da scopo e guida, diventa mezzo e strumento per il crescente potenziamento della tecnica legittimata dalla filosofia. Diventa pertanto sempre più obsoleto chiedersi che cosa possono fare gli intellettuali per salvaguardare la sovranità e l’autonomia della politica democratica. Certo, gli «intellettuali» che si limitano a ereditare la superficie della filosofia del nostro tempo, e che non sanno nulla della relazione profonda tra scienza, tecnica e filosofia, fanno ben poco per vincere le battaglie di retroguardia in favore della politica democratica.
Di questi intellettuali è giusto dire, come è stato detto su queste colonne, che hanno un ruolo conservatore e che si accodano a quelli che essi ritengono gli orientamenti politici prevalenti. Ma chi ha portato alla luce gli «orientamenti» - politici e non politici -, se non i veri intellettuali?
E, anche qui, quale grande concezione politica non è riconducibile al sapere che è stato portato alla luce da quegli intellettuali che sono i filosofi autentici? Pericle non parla forse agli Ateniesi dando ascolto ad Anassagora? L’illuminismo non sta alla radice della rivoluzione americana e francese? Il marxismo, che è uno sviluppo di quest’ultima, non è la base della rivoluzione sovietica?
Socrate e Gesù (anche il suo messaggio è profonda filosofia) sono dei conservatori rispetto alle società che li hanno condannati, o non sono anch’essi grandi anticipatori dei tempi? Tutto questo non significa che la filosofia non sia dannosa. Perfino Gesù diceva di essere venuto a portare la spada.
In un certo senso la filosofia sta alla radice di tutto ciò che è dannoso. Ma chi sono i danneggiati se non gli «orientamenti» che, guidati anch’essi dalla filosofia, non hanno saputo resistere al suo evolversi? Che cosa sono se non le forme perdenti rispetto a quelle vincenti della volontà di potenza?
mercoledì 29 ottobre 2003
a Venezia, sembra tanto tempo fa...
(una segnalazione di Emiliano Eusepi)
cineuropa.org, settembre 2003
due brevi video - uno con stralci degli interventi di Marco Bellocchio e di Roberto Herlitzka alla Sala Grande del Festival del cinema di Venezia in occasione della prima presentazione di "Buongiorno, notte", l'altro con Pier Giorgio Bellocchio - ed una scheda sul film sono reperibili su questo sito.
Per i video occorre avere Real Player installato sulla propria macchina (disponibile anche in versione gratuita sulla rete: all'indirizzo www.real.com)
Per raggiungere la pagina dove si trovano questi materiali si può cliccare QUI
cineuropa.org, settembre 2003
due brevi video - uno con stralci degli interventi di Marco Bellocchio e di Roberto Herlitzka alla Sala Grande del Festival del cinema di Venezia in occasione della prima presentazione di "Buongiorno, notte", l'altro con Pier Giorgio Bellocchio - ed una scheda sul film sono reperibili su questo sito.
Per i video occorre avere Real Player installato sulla propria macchina (disponibile anche in versione gratuita sulla rete: all'indirizzo www.real.com)
Per raggiungere la pagina dove si trovano questi materiali si può cliccare QUI
nell'aula 1 di Lettere e Filosofia:
Bellocchio e la letteratura
Corriere dela Sera, ed di Roma 29.10.03
LA SAPIENZA
Bellocchio e la letteratura
Quarto appuntamento nell’ambito del seminario su «Cinema e letteratura». Alle 16 incontro con Marco Bellocchio (foto) sul tema «Letteratura, cinema, televisione». Il regista di «Buongiorno, notte» sarà intervistato da Paolo Bertetto.
LA SAPIENZA
Bellocchio e la letteratura
Quarto appuntamento nell’ambito del seminario su «Cinema e letteratura». Alle 16 incontro con Marco Bellocchio (foto) sul tema «Letteratura, cinema, televisione». Il regista di «Buongiorno, notte» sarà intervistato da Paolo Bertetto.
martedì 28 ottobre 2003
"Buongiorno, notte" in Sudafrica ed in India
IL CINEMA ITALIANO "VOLA" ALL'ESTERO
(AGI) - Washington, 28 ott. - Il cinema italiano piace in tutto il mondo. A testimoniare il momento d'oro sono le vendite all'estero delle pellicole di casa nostra e la partecipazione ai festival internazionali. Tra i film più amati, spicca "Il cuore altrove", di Pupi Avati, che è stato richiesto anche in Brasile, Canada, Hong Kong e Australia. Trionfo condiviso con "La meglio gioventù", di Marco Tullio Giordana, che parteciperà ai festival di Ghent, in Belgio, di Haifa, Londra e Stoccolma.
Anche "L'ora di religione", di Marco Bellocchio, parteciperà a diverse rassegne cinematografiche, tra cui quelle organizzate in Sudafrica e in India.
281011 OTT 03
(AGI) - Washington, 28 ott. - Il cinema italiano piace in tutto il mondo. A testimoniare il momento d'oro sono le vendite all'estero delle pellicole di casa nostra e la partecipazione ai festival internazionali. Tra i film più amati, spicca "Il cuore altrove", di Pupi Avati, che è stato richiesto anche in Brasile, Canada, Hong Kong e Australia. Trionfo condiviso con "La meglio gioventù", di Marco Tullio Giordana, che parteciperà ai festival di Ghent, in Belgio, di Haifa, Londra e Stoccolma.
Anche "L'ora di religione", di Marco Bellocchio, parteciperà a diverse rassegne cinematografiche, tra cui quelle organizzate in Sudafrica e in India.
281011 OTT 03
il premio Grinzane a Marco Bellocchio
libero.it 28.10.03 - 16:50
CINEMA: BELLOCCHIO PREMIATO A STRESA AL FESTIVAL GRINZANE
Stresa, 28 ott. (Adnkronos) - Anteprime, incontri con gli autori, convegni: si inaugura domani a Stresa la prima edizione del Festival Grinzane Cinema, organizzato dal Premio Grinzane Cavour d'intesa con l'Assessorato al Turismo della Regione Piemonte e il sostegno della Direzione Cinema del Ministero per i Beni e le Attivita' Culturali e della Martini Rossi. Sedi della manifestazione il Palazzo Congressi, il Grand Hotel del Iles Borromees, il Grand Hotel Regina Palace a Stresa e Villa Carlotta a Belgirate. ''Il Festival nasce per indagare i legami tra cinema e letteratura, due generi abituati a fondersi senza perdere ciascuno la propria identita' e indipendenza e per promuovere i rapporti tra cinema ed editoria'', dichiara Giuliano Soria, presidente del Premio Grinzane Cavour, che ha voluto al suo fianco per questa nuova iniziativa, come consulente artistico, Stefano Della Casa. Grinzane Cinema si concludera' sabato prossimo con l'assegnazione di due premi: uno per il miglior film italiano tratto da un libro e uno per la migliore opera letteraria trasposta su pellicola. Quest'anno la giuria cinematografica (Alain Robbe-Grillet, Liliana Cavani, Masolino D'Amico, Anna Galiena, Peter Lilienthal) premiera' il regista Marco Bellocchio per 'Buongiorno, notte' (2003), tratto dal romanzo di Anna Laura Braghetti e Paola Tavella 'Il prigioniero' (Feltrinelli, 2003). (Red/Pe/Adnkronos)
CINEMA: BELLOCCHIO PREMIATO A STRESA AL FESTIVAL GRINZANE
Stresa, 28 ott. (Adnkronos) - Anteprime, incontri con gli autori, convegni: si inaugura domani a Stresa la prima edizione del Festival Grinzane Cinema, organizzato dal Premio Grinzane Cavour d'intesa con l'Assessorato al Turismo della Regione Piemonte e il sostegno della Direzione Cinema del Ministero per i Beni e le Attivita' Culturali e della Martini Rossi. Sedi della manifestazione il Palazzo Congressi, il Grand Hotel del Iles Borromees, il Grand Hotel Regina Palace a Stresa e Villa Carlotta a Belgirate. ''Il Festival nasce per indagare i legami tra cinema e letteratura, due generi abituati a fondersi senza perdere ciascuno la propria identita' e indipendenza e per promuovere i rapporti tra cinema ed editoria'', dichiara Giuliano Soria, presidente del Premio Grinzane Cavour, che ha voluto al suo fianco per questa nuova iniziativa, come consulente artistico, Stefano Della Casa. Grinzane Cinema si concludera' sabato prossimo con l'assegnazione di due premi: uno per il miglior film italiano tratto da un libro e uno per la migliore opera letteraria trasposta su pellicola. Quest'anno la giuria cinematografica (Alain Robbe-Grillet, Liliana Cavani, Masolino D'Amico, Anna Galiena, Peter Lilienthal) premiera' il regista Marco Bellocchio per 'Buongiorno, notte' (2003), tratto dal romanzo di Anna Laura Braghetti e Paola Tavella 'Il prigioniero' (Feltrinelli, 2003). (Red/Pe/Adnkronos)
quanti sono i cattolici in Italia?
Franco Garelli, sociologo cattolico che insieme ad altri suoi coleghi ha curato una voluminosa indagine per la conferenza episcopale, prova a delimitare l'area di quanti possano dirsi veramente cattolici nell'Italia di oggi. «I credenti militanti» - spiega - «coloro che fanno parte di gruppi, associazioni, movimenti e danno grande rilevanza all'esperienza comunitaria della fede sono circa un 10 per cento. I praticanti assidui, che però non avvertono l'esigenza di una vita religiosa collettiva e di una visibilità, sono un altro 15-20 per cento.
(da un articolo di Marco Politi su Repubblica Cultura di qualche tempo fa)
...e nel mondo?
Secondo i dati percentuali tratti da una fonte cristiana (2001 World Christian Trends), nel mondo i cattolici sarebbero il 17,5%, il dato è simile a quanto sostiene anche l’annuario statistico della chiesa cattolica: tale cifra è però assolutamente inverosimile, basata com’è sul numero dei battezzati (accettando questo dato, per esempio, i cattolici in Italia risulterebbero 56 milioni!)
(dati reperibili QUI)
«O si pensa o si crede» (Arthur Schopenhauer)
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(da un articolo di Marco Politi su Repubblica Cultura di qualche tempo fa)
...e nel mondo?
Secondo i dati percentuali tratti da una fonte cristiana (2001 World Christian Trends), nel mondo i cattolici sarebbero il 17,5%, il dato è simile a quanto sostiene anche l’annuario statistico della chiesa cattolica: tale cifra è però assolutamente inverosimile, basata com’è sul numero dei battezzati (accettando questo dato, per esempio, i cattolici in Italia risulterebbero 56 milioni!)
(dati reperibili QUI)
«O si pensa o si crede» (Arthur Schopenhauer)
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MARCO BELLOCCHIO
MERCOLEDI 29 OTTOBRE
alla Facoltà di Lettere e Filosofia
della "Sapienza"
MERCOLEDI 29 OTTOBRE
alla Facoltà di Lettere e Filosofia
della "Sapienza"
Università degli Studi di Roma "La Sapienza" - MIUR
Dipartimento di Italianistica e Spettacolo - Ufficio Scolastico Regionale Lazio
Associazione degli Italianisti – Sezione Didattica - Istituto Regionale di Ricerca Educativa
Cinema e letteratura.
Incontri con gli autori
Università degli Studi “La Sapienza”, Facoltà di Lettere e Filosofia, Aula I
MIUR, Sala della Comunicazione, Viale Trastevere 76a (*)
Roma, 13, 22, 24, 29 ottobre 2003
Quarto incontro (dopo A.Camilleri, i Taviani e F.Rosi):
Mercoledì 29 ottobre - Facoltà di Lettere e Filosofia, Aula I
ore 16.00
MARCO BELLOCCHIO
intervistato da Paolo Bertetto
E' stato invitato Giovanni Profita – Direttore Generale Cinema, Ministero Beni Attività Culturali
seguirà una discussione
Gli incontri si svolgeranno anche in collegamento con Cinedays Europe 2003 ( 10-24 ottobre- sito web cinedays.org, raggiungibile cliccando QUI), iniziativa di valorizzazione del patrimonio cinematografico europeo promossa dalla Commissione Europea - Direzione Generale dell'Educazione e della Cultura.
Ha collaborato il Gruppo di studio e ricerca Irre-Scuola-Università “Linguaggi letterari”, con la partecipazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali-Direzione Generale PSAD, dell’ANAC, dell’Associazione Culturale “Ombre Elettriche”.
Coordinamento scientifico: Michela Costantino, Giulio Ferroni, Silvia Tatti.
Segreteria: IRRE del Lazio. Via Guidubaldo del Monte, 54 – 00197 Roma - Tel. 06-809671 - Fax 06-8070791 - e-mail: istituto@irre.lazio.it - web page: www.irre.lazio.it
Il programma è visibile sul sito dell’IRRE del Lazio
e sul sito del Dipartimento di Italianistica e Spettacolo
(*)L’accesso alla Sala della Comunicazione del MIUR sarà consentito soltanto a chi è iscritto al corso e risulta nell’elenco che l’IRRE del Lazio consegnerà al MIUR in data 22 ottobre (al momento dell’accesso sarà necessario esibire documento di riconoscimento).
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- Continua a PARMA fino al 5 novembre la mostra dei dipinti e dei disegni di
MARCO BELLOCCHIO
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le immagini dell'Affresco
di Massimo Fagioli
di Massimo Fagioli
sono adesso visibili in rete,
su mawivideo.it
clicca QUI
(segnalato da Silvia Iannaco)
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lunedì 27 ottobre 2003
anche alla Libreria AMORE E PSICHE
la registrazione video del dibattito
di martedì 21 ottobre
la registrazione video del dibattito
di martedì 21 ottobre
gli orari:
lunedì 15.00-20.00
dal martedì alla domenica 10.00-20.00
(segnalazione di Tonino Scrimenti)
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Class di ottobre
CLASS ottobre 2003, in edicola (€ 4,50)
con una fotografia di Massimo Fagioli
(ricevuto da Daniela Venanzi)
La psicoanalisi stimola o ditrugge la creatività? Per Bertolucci, Beckett o Fellini la terapia è stata una manna. Per Pasolini un Impaccio. E per Bellocchio...
SE IL GENIO FINISCE SUL LETTINO
di Alessandra Gaeta
Dopo anni di crisi creativa, Marco Bellocchio ha rotto il sortilegio l'anno scorso con L'ora di religione, considerato il miglior film italiano della passata stagione. Un successo bissato con il recente Buongiorno, notte.
Il regista, presente al Festival di Venezia, si è visto sfuggire il Leone d'oro, ma un premio più importante l'ha ottenuto: ha vinto su se stesso. Sul suo modo, cioé di essere uomo e artista chiuso, isolato e complesso, che lo ha costretto per anni a vivere nella penombra. Oggi, a sessant'anni compiuti, Bellocchio gode di una seconda giovinezza creativa: «Sento di avere raggiunto una maggiore libertà e se oggi sono quello che sono è anche grazie a un'esperienza che, al contrario di quello che molti hanno spesso sostenuto, non mi ha né soffocato né distrutto.
L'esperienza di cui parla Bellocchio è il suo rapporto con Massimo Fagioli, lo psicoanalista che lo ha aiutato a superare la depressione e che lo ha seguito fino al 1996, dopo dieci anni di terapia di gruppo. Il sodalizio tra i due era stato lungamente criticato da stampa e pubblico: in molti disapprovavano l'eccessivo coinvolgimento dell'analisi nella sua vita artistica e, dopo la partecipazione di Fagioli alla sceneggiatura del Diavolo in corpo, si era parlato di una vera e propria sopraffazione sul regista da parte del terapeuta. Bellocchio ha sempre respinto queste critiche, sostenendo che l'analisi aveva in realtà rivitalizzato la sua freschezza espressiva.
Sull'influenza, positiva o negativa della psicoanalisi sulla creatività possono testimoniare la loro esperienza personaggi come Bernardo Bertolucci, Federico Fellini, Gabriele Lavia, Ferdinando Camon, Andrea Zanzotto, Giorgio Manganelli, Umberto Saba, Woody Allen, Hermann Hesse, Samuel Beckett e molti altri scrittori, registi, attori, poeti e artisti. «L'analisi è un allenamento all'espressione», sostiene lo scrittore Ferdinando Camon, paziente di Cesare Musatti. «Chi passa la vita a scrivere, cioè a esprimere non può convivere con la repressione». Ecco dunque spiegati i motivi di tanta affluenza negli studi psicoanalitici da parte di personalità creative.
Per Sigmund Freud, l'uomo felice non fantastica, solo l'insoddisfatto lo fa. Secondo il padre della psicoanalisi, l'insoddisfatto è colui che isola e segrega nella propria interiorità le sue fantasie e i suoi sogni per paura di esternarli. La primitiva libertà di fantasticare di un bambino non è concessa all'adulto perché da lui non ci si attende più che continui a giocare, quindi a fantasticare, ma che agisca nella vita reale. Una tale segretezza di sentimenti, a lungo andare, provoca l'insorgere di nevrosi, dalle quali si può guarire solo confessando su un lettino i propri desideri insoddisfatti, che Freud chiama «le forze promotrici delle fantasie».
«Quando Samuel Beckett si presentò al dottor Wilfred Ruprecht Bion, aveva pesanti sintomi di angoscia, che egli stesso descrisse nella prima seduta: palpitazioni, aritmie cardiache, sudori notturni, tremito, panico, senso di soffocamento e, negli attacchi più acuti, paralisi totale». Nella sua biografia su Beckett, lo storico James Knowlson dà ampio spazio alla terapia dello scrittore e al suo rapporto con lo psicoanalista Bion. Grazie all'analisi riduttiva, un metodo che mira a scoprire i legami dinamici tra sintomi e cause scatenanti maturati nel passato, il drammaturgo dublinese riuscì a controllare alcuni dei suoi impulsi psichici più devastanti (frustrazione e violenza repressa) ma soprattutto a utilizzare fruttuosamente il suo solipsismo nel lavoro creativo.
Anche diversi grandi scrittori italiani si sono rivolti alla psicoanalisi. Umberto Saba, per esempio, dopo una forte depressione, ricorse all'allievo di Freud, Edoardo Weiss, che ebbe in cura anche Italo Svevo. Allo psicoanalista triestino, Saba dedicò 11 piccolo Berto, rac c opto fortemente caratterizzato da elementi freudiani, che interruppe un suo periodo di stasi creativa.
Un'esperienza analoga l'ha vissuta il poeta Andrea Zanzotto: dopo due anni di terapia, che lo hanno aiutato a stemperare angosce e fobie, è diventato un cultore della psicoanalisi. L'influenza di Lacan è stata fondamentale nella sua opera: «Tutto il formicolio di idee, incroci e ibridazioni lacaniane uri ha certo insegnato qualcosa, ed è stato all'orizzonte del allo fare», dichiara Zanzotto, «ma nello stesso tempo ho avvertito la necessità di prendere distanza da questo inghippo che aveva, insieme, l'aspetto roseo del surrealismo e l'aspetto negromantico di un certo tipo di esistenzialismo».
Uno dei più illustri allievi di Jung fu il tedesco Ernst Bernhard, che ebbe in cura il fior fiore del inondo intellettuale italiano. Esule volontario dalla Germania per il dilagare del nazismo, guidato da un sogno premonitore raccontato a Jung , riparò in Italia nel 1938. Nel dopoguerra riceveva nel suo studio romano di via Gregoriana 12, a Trinità dei Monti, Natalia Ginzburg, Bobi Bazlen, Giorgio Manganelli e Federico Fellini. Quest'ultimo, dietro consiglio dello psicoanalista tedesco, iniziò a tenere un diario dove riportava, sotto forma di disegni, tutti i suoi sogni. Quando Bernhard morì, Fellini gli dedicò Il viario di G. Mastorna, il soggetto di un film che però non riuscì mai a girare, ma che realizzò come libro a fumetti con l'aiuto di Milo Manara.
Anche il grande Alfred Hitchcock consacrò alla psicoanalisi vari film, tra i quali lo ti salverò, un giallo incentrato sui disturbi della niente, che nacque per volere del produttore David Selznick, da anni paziente freudiano, e dallo sceneggiatore Ben Hecht, anch'egli frequentatore di uno studio psicoanalitico.
Al teorico della comunicazione intrapsichica Franco Fornari deve molto invece Gabriele Lavia: a seguito dell'incontro con Fornari, il suo modo di accostarsi al teatro è molto cambiato: «La sua teoria koinemica mi aveva affascinato», spiega l'attore e regista teatrale, «per Fornari all'interno del linguaggio parlato intervengono unità di comunicazione intrapsichiche che possono essere anche inconsce, vuoi per chi parla, vuoi per chi ascolta. Bisogna riuscire a trovarle e a decodificarle per capire il piano psicologico a cui fare riferimento. I famosi koineimi sono nove: il padre, la madre, il bambino, gli organi sessuali, la castrazione, la nascita, la morte, il proprio corpo e la nudità. Essi determinano il ruolo o i ruoli che di volta in volta assumono colui che parla e colui che ascolta. La teoria ha la sua applicazione nel dialogo, nelle parole. E che cos'è il teatro se non dialogo, parole, gesti?».
Nonostante le innumerevoli testimonianze sugli effetti benefici della psicoanalisi nella vita creativa, sono molti gli artisti che la guardano con sospetto. Uno dei motivi principali, come spiega il filosofo Umberto Galimberti, è «la paura di ricordare e la ripetizione interiore dei conflitti traumatici del passato. Ma anche il timore di perdere il genio creativo». Eh, già. Saul Bellow ha confessato di aver dovuto interrompere l'analisi perché non riusciva più a scrivere una sola parola. Più traumatica è stata invece l'esperienza di Pier Paolo Pasolini, in cura da Cesare Musatti, raccontata dal suo amico Ferdinando Camon: «Pasolini resisté poche sedute, poi urtò contro il problema dell'omosessualità: Musatti lo portava ad affrontare l'omosessualità come cultura, Pasolini voleva lasciarla da parte come natura, e alla fine, piuttosto di entrare in crisi, si ritirò. La sua analisi finì e con essa, ne sono convinto, cominciò a finire la sua vita. Oso pensare che, se avesse continuato, oggi, forse, sarebbe qui». Ma qui, oggi, non c'è neppure una delle dive più amate del cinema, Marilyn Monroe. Non sono bastati cinque psicoanalisti (Anna Freud, Margaret Herz Hohenber, Marianne Rie Kris, Ralph S. Greenwood e Milton Wexler) per evitarle una tragica sorte. E non solo l'analisi non l'ha liberata dalla sofferenza, ma i periodi più intensi delle sue varie terapie coincidono con le sue peggiori interpretazioni cinematografiche.
«Lo avevo detto io!», potrebbe gridare Vladimir Nabokov, uno dei più intransigenti critici di Freud e di qualsiasi tipo di psicoterapia. per lo scrittore russo, infatti, si tratta solo di < operazioni sciocche e disgustose che non potrei prendere in considerazione nemmeno per scherzo. Il freudismo, e tutto ciò che ha contaminato con le sue implicazioni e i suoi metodi grotteschi, mi sembra uno dei raggiri più ignobili che la gente possa praticare su se stessa e sugli altri. Lo respingo in blocco, insieme ad alcuni altri ingredienti medievali tuttora adorati dagli ignoranti, dai conformisti o dai malati gravi». Come dirlo a Woody Allen che dell'analisi ha fatto uno stile di vita e di lavoro?
Tra entusiasti e detrattori, però, si possono trovare anche delle vie di mezzo. Ambivalente e ricco di alti e bassi, per esempio, il rapporto tra due giganti della cultura del Novecento: Hermann Hesse e Carl Gustav jung. Lo scrittore che ha combattuto tutta la vita con diversi problemi personali e disturbi psicosomatici, trascorse nel 1916 un soggiorno di cura nella clinica Sonnmatt presso Lucerna, sottoponendosi a trattamento psicoterapeutico con Joseph B. Lang, discepolo di Jung. Attraverso di lui conobbe meglio le opere del padre della psicologia analitica, prima Trasformazione e simboli della libido e poi altri libri. Hesse continuò a leggere i saggi di Jung per alcuni anni, finché fu interessato alla psicologia del profondo. Si arrivò poi anche a incontri tra lo psicoterapeuta di Zurigo e lo scrittore che risiedeva a Montagnola. Jung riconosce che Hesse ha fatto proprio ed elaborato il suo pensiero in alcuni romanzi come Derniau, Siddharta, Il lupo della steppa e Narciso e Boccadoro.
Col tempo, però, il legame tra i due si allenta ed Hesse comincia ad avere seri dubbi sull'utilità dell'analisi nel processo creativo. Lo scrittore, in una lettera all'amico Emanuel Meier, ricorda un'impressione di quando, agli inizi degli anni 20, tenne una conferenza al Club di Zurigo e fece alcune sedute terapeutiche con Jung: «Fu allora che cominciai a capire che per gli analisti è davvero impossibile avere un rapporto autentico con l'arte, mancano tutti dell'organo necessario».
con una fotografia di Massimo Fagioli
(ricevuto da Daniela Venanzi)
La psicoanalisi stimola o ditrugge la creatività? Per Bertolucci, Beckett o Fellini la terapia è stata una manna. Per Pasolini un Impaccio. E per Bellocchio...
SE IL GENIO FINISCE SUL LETTINO
di Alessandra Gaeta
Dopo anni di crisi creativa, Marco Bellocchio ha rotto il sortilegio l'anno scorso con L'ora di religione, considerato il miglior film italiano della passata stagione. Un successo bissato con il recente Buongiorno, notte.
Il regista, presente al Festival di Venezia, si è visto sfuggire il Leone d'oro, ma un premio più importante l'ha ottenuto: ha vinto su se stesso. Sul suo modo, cioé di essere uomo e artista chiuso, isolato e complesso, che lo ha costretto per anni a vivere nella penombra. Oggi, a sessant'anni compiuti, Bellocchio gode di una seconda giovinezza creativa: «Sento di avere raggiunto una maggiore libertà e se oggi sono quello che sono è anche grazie a un'esperienza che, al contrario di quello che molti hanno spesso sostenuto, non mi ha né soffocato né distrutto.
L'esperienza di cui parla Bellocchio è il suo rapporto con Massimo Fagioli, lo psicoanalista che lo ha aiutato a superare la depressione e che lo ha seguito fino al 1996, dopo dieci anni di terapia di gruppo. Il sodalizio tra i due era stato lungamente criticato da stampa e pubblico: in molti disapprovavano l'eccessivo coinvolgimento dell'analisi nella sua vita artistica e, dopo la partecipazione di Fagioli alla sceneggiatura del Diavolo in corpo, si era parlato di una vera e propria sopraffazione sul regista da parte del terapeuta. Bellocchio ha sempre respinto queste critiche, sostenendo che l'analisi aveva in realtà rivitalizzato la sua freschezza espressiva.
Sull'influenza, positiva o negativa della psicoanalisi sulla creatività possono testimoniare la loro esperienza personaggi come Bernardo Bertolucci, Federico Fellini, Gabriele Lavia, Ferdinando Camon, Andrea Zanzotto, Giorgio Manganelli, Umberto Saba, Woody Allen, Hermann Hesse, Samuel Beckett e molti altri scrittori, registi, attori, poeti e artisti. «L'analisi è un allenamento all'espressione», sostiene lo scrittore Ferdinando Camon, paziente di Cesare Musatti. «Chi passa la vita a scrivere, cioè a esprimere non può convivere con la repressione». Ecco dunque spiegati i motivi di tanta affluenza negli studi psicoanalitici da parte di personalità creative.
Per Sigmund Freud, l'uomo felice non fantastica, solo l'insoddisfatto lo fa. Secondo il padre della psicoanalisi, l'insoddisfatto è colui che isola e segrega nella propria interiorità le sue fantasie e i suoi sogni per paura di esternarli. La primitiva libertà di fantasticare di un bambino non è concessa all'adulto perché da lui non ci si attende più che continui a giocare, quindi a fantasticare, ma che agisca nella vita reale. Una tale segretezza di sentimenti, a lungo andare, provoca l'insorgere di nevrosi, dalle quali si può guarire solo confessando su un lettino i propri desideri insoddisfatti, che Freud chiama «le forze promotrici delle fantasie».
«Quando Samuel Beckett si presentò al dottor Wilfred Ruprecht Bion, aveva pesanti sintomi di angoscia, che egli stesso descrisse nella prima seduta: palpitazioni, aritmie cardiache, sudori notturni, tremito, panico, senso di soffocamento e, negli attacchi più acuti, paralisi totale». Nella sua biografia su Beckett, lo storico James Knowlson dà ampio spazio alla terapia dello scrittore e al suo rapporto con lo psicoanalista Bion. Grazie all'analisi riduttiva, un metodo che mira a scoprire i legami dinamici tra sintomi e cause scatenanti maturati nel passato, il drammaturgo dublinese riuscì a controllare alcuni dei suoi impulsi psichici più devastanti (frustrazione e violenza repressa) ma soprattutto a utilizzare fruttuosamente il suo solipsismo nel lavoro creativo.
Anche diversi grandi scrittori italiani si sono rivolti alla psicoanalisi. Umberto Saba, per esempio, dopo una forte depressione, ricorse all'allievo di Freud, Edoardo Weiss, che ebbe in cura anche Italo Svevo. Allo psicoanalista triestino, Saba dedicò 11 piccolo Berto, rac c opto fortemente caratterizzato da elementi freudiani, che interruppe un suo periodo di stasi creativa.
Un'esperienza analoga l'ha vissuta il poeta Andrea Zanzotto: dopo due anni di terapia, che lo hanno aiutato a stemperare angosce e fobie, è diventato un cultore della psicoanalisi. L'influenza di Lacan è stata fondamentale nella sua opera: «Tutto il formicolio di idee, incroci e ibridazioni lacaniane uri ha certo insegnato qualcosa, ed è stato all'orizzonte del allo fare», dichiara Zanzotto, «ma nello stesso tempo ho avvertito la necessità di prendere distanza da questo inghippo che aveva, insieme, l'aspetto roseo del surrealismo e l'aspetto negromantico di un certo tipo di esistenzialismo».
Uno dei più illustri allievi di Jung fu il tedesco Ernst Bernhard, che ebbe in cura il fior fiore del inondo intellettuale italiano. Esule volontario dalla Germania per il dilagare del nazismo, guidato da un sogno premonitore raccontato a Jung , riparò in Italia nel 1938. Nel dopoguerra riceveva nel suo studio romano di via Gregoriana 12, a Trinità dei Monti, Natalia Ginzburg, Bobi Bazlen, Giorgio Manganelli e Federico Fellini. Quest'ultimo, dietro consiglio dello psicoanalista tedesco, iniziò a tenere un diario dove riportava, sotto forma di disegni, tutti i suoi sogni. Quando Bernhard morì, Fellini gli dedicò Il viario di G. Mastorna, il soggetto di un film che però non riuscì mai a girare, ma che realizzò come libro a fumetti con l'aiuto di Milo Manara.
Anche il grande Alfred Hitchcock consacrò alla psicoanalisi vari film, tra i quali lo ti salverò, un giallo incentrato sui disturbi della niente, che nacque per volere del produttore David Selznick, da anni paziente freudiano, e dallo sceneggiatore Ben Hecht, anch'egli frequentatore di uno studio psicoanalitico.
Al teorico della comunicazione intrapsichica Franco Fornari deve molto invece Gabriele Lavia: a seguito dell'incontro con Fornari, il suo modo di accostarsi al teatro è molto cambiato: «La sua teoria koinemica mi aveva affascinato», spiega l'attore e regista teatrale, «per Fornari all'interno del linguaggio parlato intervengono unità di comunicazione intrapsichiche che possono essere anche inconsce, vuoi per chi parla, vuoi per chi ascolta. Bisogna riuscire a trovarle e a decodificarle per capire il piano psicologico a cui fare riferimento. I famosi koineimi sono nove: il padre, la madre, il bambino, gli organi sessuali, la castrazione, la nascita, la morte, il proprio corpo e la nudità. Essi determinano il ruolo o i ruoli che di volta in volta assumono colui che parla e colui che ascolta. La teoria ha la sua applicazione nel dialogo, nelle parole. E che cos'è il teatro se non dialogo, parole, gesti?».
Nonostante le innumerevoli testimonianze sugli effetti benefici della psicoanalisi nella vita creativa, sono molti gli artisti che la guardano con sospetto. Uno dei motivi principali, come spiega il filosofo Umberto Galimberti, è «la paura di ricordare e la ripetizione interiore dei conflitti traumatici del passato. Ma anche il timore di perdere il genio creativo». Eh, già. Saul Bellow ha confessato di aver dovuto interrompere l'analisi perché non riusciva più a scrivere una sola parola. Più traumatica è stata invece l'esperienza di Pier Paolo Pasolini, in cura da Cesare Musatti, raccontata dal suo amico Ferdinando Camon: «Pasolini resisté poche sedute, poi urtò contro il problema dell'omosessualità: Musatti lo portava ad affrontare l'omosessualità come cultura, Pasolini voleva lasciarla da parte come natura, e alla fine, piuttosto di entrare in crisi, si ritirò. La sua analisi finì e con essa, ne sono convinto, cominciò a finire la sua vita. Oso pensare che, se avesse continuato, oggi, forse, sarebbe qui». Ma qui, oggi, non c'è neppure una delle dive più amate del cinema, Marilyn Monroe. Non sono bastati cinque psicoanalisti (Anna Freud, Margaret Herz Hohenber, Marianne Rie Kris, Ralph S. Greenwood e Milton Wexler) per evitarle una tragica sorte. E non solo l'analisi non l'ha liberata dalla sofferenza, ma i periodi più intensi delle sue varie terapie coincidono con le sue peggiori interpretazioni cinematografiche.
«Lo avevo detto io!», potrebbe gridare Vladimir Nabokov, uno dei più intransigenti critici di Freud e di qualsiasi tipo di psicoterapia. per lo scrittore russo, infatti, si tratta solo di < operazioni sciocche e disgustose che non potrei prendere in considerazione nemmeno per scherzo. Il freudismo, e tutto ciò che ha contaminato con le sue implicazioni e i suoi metodi grotteschi, mi sembra uno dei raggiri più ignobili che la gente possa praticare su se stessa e sugli altri. Lo respingo in blocco, insieme ad alcuni altri ingredienti medievali tuttora adorati dagli ignoranti, dai conformisti o dai malati gravi». Come dirlo a Woody Allen che dell'analisi ha fatto uno stile di vita e di lavoro?
Tra entusiasti e detrattori, però, si possono trovare anche delle vie di mezzo. Ambivalente e ricco di alti e bassi, per esempio, il rapporto tra due giganti della cultura del Novecento: Hermann Hesse e Carl Gustav jung. Lo scrittore che ha combattuto tutta la vita con diversi problemi personali e disturbi psicosomatici, trascorse nel 1916 un soggiorno di cura nella clinica Sonnmatt presso Lucerna, sottoponendosi a trattamento psicoterapeutico con Joseph B. Lang, discepolo di Jung. Attraverso di lui conobbe meglio le opere del padre della psicologia analitica, prima Trasformazione e simboli della libido e poi altri libri. Hesse continuò a leggere i saggi di Jung per alcuni anni, finché fu interessato alla psicologia del profondo. Si arrivò poi anche a incontri tra lo psicoterapeuta di Zurigo e lo scrittore che risiedeva a Montagnola. Jung riconosce che Hesse ha fatto proprio ed elaborato il suo pensiero in alcuni romanzi come Derniau, Siddharta, Il lupo della steppa e Narciso e Boccadoro.
Col tempo, però, il legame tra i due si allenta ed Hesse comincia ad avere seri dubbi sull'utilità dell'analisi nel processo creativo. Lo scrittore, in una lettera all'amico Emanuel Meier, ricorda un'impressione di quando, agli inizi degli anni 20, tenne una conferenza al Club di Zurigo e fece alcune sedute terapeutiche con Jung: «Fu allora che cominciai a capire che per gli analisti è davvero impossibile avere un rapporto autentico con l'arte, mancano tutti dell'organo necessario».
l’Istituto di Sessuologia Clinica di Roma
La Repubblica Salute 23.10.03
Più i maschi al telefono del sessuologo
Al ritmo di quasi 800 richieste d’aiuto l’anno, il servizio di consulenza telefonica dell’Istituto di Sessuologia Clinica di Roma (via Savoia 78, www.sessuologiaclinica.it) fa il punto dopo 5 anni di attività. E mentre nell’incontro dal titolo tutt’altro che immaginifico ("La sessuologia nei corsi di laurea in Psicologia. La sessualità tra normalità e patologia") si affrontano gli aspetti scientifici (integrazione delle figure di riferimento, formazione psicologica del sessuologo), vengono anche snocciolati alcuni dati sulle consulenze telefoniche.
Così si scopre che il 60,2% delle richieste viene dagli uomini (39,8% dalle donne), l’età media è 31 anni. Il 73,2% non ha mai richiesto una consulenza specialistica. Il 29,7% delle richieste riguarda le disfunzioni sessuali maschili, l’11,7 quelle femminili. Richieste di rassicurazione sulla propria normalità (34,7%), generiche informazioni (21,6%), problemi relazionali (18,2%), difficoltà psicologiche (9,5%) danno il quadro delle telefonate; il 26,4% vuole informazioni su problematiche mediche. Quali le principali disfunzioni? Nei maschi l’eiaculazione precoce (41,7%), la disfunzione erettile (40,9%), il calo di desiderio (8,4%); nelle donne la mancanza di orgasmo (coitale o completa: 45,8%), il vaginismo (21,8%), il calo del desiderio (19,2%).
I dati confermano quelli di un’indagine paneuropea (su 7 paesi, promossa dall’Inserm di Parigi) secondo cui i pazienti maschi si rivolgono al sessuologo per eiaculazione precoce e disfunzione erettile, le donne per difficoltà a raggiungere l’orgasmo e vaginismo.
Più i maschi al telefono del sessuologo
Al ritmo di quasi 800 richieste d’aiuto l’anno, il servizio di consulenza telefonica dell’Istituto di Sessuologia Clinica di Roma (via Savoia 78, www.sessuologiaclinica.it) fa il punto dopo 5 anni di attività. E mentre nell’incontro dal titolo tutt’altro che immaginifico ("La sessuologia nei corsi di laurea in Psicologia. La sessualità tra normalità e patologia") si affrontano gli aspetti scientifici (integrazione delle figure di riferimento, formazione psicologica del sessuologo), vengono anche snocciolati alcuni dati sulle consulenze telefoniche.
Così si scopre che il 60,2% delle richieste viene dagli uomini (39,8% dalle donne), l’età media è 31 anni. Il 73,2% non ha mai richiesto una consulenza specialistica. Il 29,7% delle richieste riguarda le disfunzioni sessuali maschili, l’11,7 quelle femminili. Richieste di rassicurazione sulla propria normalità (34,7%), generiche informazioni (21,6%), problemi relazionali (18,2%), difficoltà psicologiche (9,5%) danno il quadro delle telefonate; il 26,4% vuole informazioni su problematiche mediche. Quali le principali disfunzioni? Nei maschi l’eiaculazione precoce (41,7%), la disfunzione erettile (40,9%), il calo di desiderio (8,4%); nelle donne la mancanza di orgasmo (coitale o completa: 45,8%), il vaginismo (21,8%), il calo del desiderio (19,2%).
I dati confermano quelli di un’indagine paneuropea (su 7 paesi, promossa dall’Inserm di Parigi) secondo cui i pazienti maschi si rivolgono al sessuologo per eiaculazione precoce e disfunzione erettile, le donne per difficoltà a raggiungere l’orgasmo e vaginismo.
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