sabato 23 ottobre 2004

al Festival di Montpellier
omaggio a Marco Bellocchio

www.filmdeculte.com
FESTIVAL: LE CINéMA MéDITERRANéEN S'AFFICHE à MONTPELLIER

Après une soirée d’ouverture ce vendredi 22 octobre, placée sous le signe de l'Espagne, le 26e festival international du cinéma méditerranéen s’installe pour toute la semaine au Corum de Montpellier.

Au programme une sélection officielle rassemblant longs métrages, courts métrages, et documentaires venus des quatre coins du pourtour méditerranéen. Des zoom sur des courants parfois oubliés (Films du jeune cinéma algérien, Publicité et Méditerranée, Expérimental et arts numériques – Panorama des productions récentes en méditerranée, Films d’animation...).

Le tout est complété de rétrospectives thématiques: hommage à Marco Bellocchio [...]

vendredi 22 octobre 2004

19 h 00 Corum - Opéra Berlioz
Projection en présence de Marco Bellocchio
Radio West (fm.97), de Alessandro Valori (Italie, 2004)

20 h 00 Corum - Salle Einstein
En présence de Marco Bellocchio
M. Bellocchio Sogni infranti
Sogni infranti : ragionamente e deliri, de Marco Bellocchio (Italie, 1995)
La Contestation (épisode Discutiamo, discutiamo), de Marco Bellocchio (Italie, 1969)
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Scalfari risponde a proposito di embrioni

testi ricevuti da Tonino Scrimenti

Venerdì di repubblica 8 ottobre 2004


L'embrione è un progetto non ancora una persona

Domanda: La recente proposta referendaria sulla procreazione assistita avrebbe dovuto scatenare sui media un dibattito su una questione fondamentale: l’identificazione o se vogliamo la vera a propria definizione di chi sia questo embrione. Si. perché se dovremo essere chiamati ad usare responsabilmente il mezzo referendario e pronunciarci su una questione che, cattolici o laici, coinvolge tutti, dovremo avere le idee un po' più chiare.
Dovremo capire chi sia esattamente questo embrione, se è già vita o non lo è, e se non lo è quando lo diventa? Perché fondamentalmente è di lui, dell'embrione, che potremmo essere chiamati a decidere e personalmente ritengo che al di la delle posizioni legittime o meno legittime sulla libertà della donna o libertà della scienza, che un dibattito dovrebbe tentare di rispondere.
LUCIA MAGRO e mail

Risposta: L’embrione è esattamente l’incontro di due cellule, una femminile l'altra maschile, che a quel punto sono in condizione di creare un feto e infine la completa persona del nascituro. Lei chiede se l'embrione è vita o non lo è.
Rispondo: si, l'embrione è vita, materia organica. Anche la singola cellula è vita. La vita sul nostro pianeta ha infatti avuto come prima espressione esseri unicellulari. Posso porre io una domanda? La formica è vita? La rosa è vita? La crisalide è vita? Certo che si, anche un filo d'erba è vita. A maggior ragione è vita l'embrione che contiene un progetto di persona.
Attenzione, signora Lucia Magro: un progetto di persona. Non ancora una persona. Da questo punto di vista anche lo spermatozoo è vita, essendo l'elemento maschile fecondatore senza il quale neanche il progetto di vita potrebbe aver luogo; e anche l'ovulo femminile non ancora fecondato è vita, poiché senza di esso il seme maschile non avrebbe materia da fecondare. Dunque si può dire che l'embrione è vita capace di produrre un progetto di persona, ma none ancora una persona.
Questa non è un'opinione ma una pura e semplice constatazione. Da qui in avanti si hanno soltanto opinioni. La mia opinione è questa: un elemento vitale che non è ancora una persona non può godere gli stessi diritti d'una persona ed anzi in certi casi prevalere su di essi. Una non persona non è titolare dl diritti.
Non so se lei sarà d'accordo con me, ma quella era la sua domanda e questa è la mia risposta.

Venerdì 22 ottobre 2004

L'embrione è un progetto o già l'inizio di una vita?

Domanda: Caro Scalfari , mi permetta di tornare sull'argomento se l’embrione sia una persona o solo un progetto. Il progetto è qualcosa che precede la costruzione. L’embrione invece è un'entità di cellule che sta evolvendo per la costruzione della persona. all'inizio della persona stessa. La costruzione inizia dal momento della fecondazione dell'ovulo da parte dello spermatozoo. L'uomo può porre fine a questo inizio di costruzione di una persona? penso che sia un grandissimo problema etico.

Risposta: L’argomento e molto complesso ed è stato già più volte affrontato in questa mia rubrica. Ma torniamoci ancora poiché questo è II nodo di tutto il dibattito in corso sulla legge numero 40 sulla fecondazione assistita. Cercherò di essere ti più chiaro possibile.
1) Anzitutto: a nessuno - dico a nessuno - è mai venuto in mente di aprire una crociata per la distruzione degli embrioni. Lo dico e lo ripeto perché a volte chi è favorevole all'abrogazione della legge viene presentato caricaturalmente come un killer dedito ad una vera e propria caccia agli embrioni.
2) Nella grandissima quantità dei casi l'embrione prende forma attraverso un normale accoppiamento tra uomo e donna e segue la sua evoluzione naturale nel ventre materno fino alla nascita vera e propria.
3) Ci sono persone affette da problemi di sterilità. Se hanno il legittimo desiderio di aver figli le tecnologie disponibili consentono di tentare una fecondazione assistita attraverso la produzione di embrioni al di fuori del ventre materno, che vengono poi impiantati nell'utero della donna. Per ottenere un risultato, non sempre favorevole, bisogna impiantarne più d'uno.
Ne risulta che per poter ottenere un essere vivente occorre sacrificare alcuni embrioni. Ci si può astenere da questa pratica col risultato di non far nascere nessuna nuova persona. Da ciò deduco che la fecondazione assistita è una pratica rivolta ad ottenere una nuova vita e non già una pratica tendente a promuovere morte.
4) Che cos'è l'embrione? Un progetto di persona, non ancora una persona. In quale momento un gruppo di cellule fecondate diventa una persona? Rispondo: nel momento in cui si forma il cervello. Del resto, quando in una persona il cervello cessa di funzionare la scienza medica dichiara che quella persona e clinicamente morta anche se la sua vita vegetativa prosegue.
5) Se l'embrione è considerato già persona a tutti gli effetti e quindi portatrice di diritti di pari dignità con tutte le altre persone, è evidente che la sua distruzione equivale ad un assassinio. I cattolici la pensano in questo modo ed anche alcuni non cattolici e quindi faranno bene a non praticare la fecondazione assistita; nessuno li obbliga, così come nessuno è obbligato ad abortire contro la sua volontà. Ma non si vede perché si voglia obbligare chi non ritiene the l'embrione sia già persona, a rinunciare alla possibilità di avere un figlio.
6) L'adozione consente di avere un figlio nato geneticamente da altri genitori. Ne deduco the la fecondazione cosiddetta eterologa, purché con II consenso della coppia genitoriale, equivale ad una adozione per cui non si vede perché debba essere vietata.

sinistra
Rossana Rossanda: religione e politica

ricevuto da Roberto Altamura

Il Manifesto 23.10.04

FEDE D’ASSALTO
ROSSANA ROSSANDA

«Votate Gesù, vostro salvatore e signore, è buon investimento», recita un cartellone all’ingresso di una cittadina dell’Alabama. E si moltiplicano negli Usa, specie nel Middle West e negli stati del Sud, sfilate di fondamentalisti cristiani che esigono l’iscrizione dei dieci comandamenti sui palazzi di Giustizia o si incatenano in giacca e cravatta sui gradini dei giudici che vi si oppongono. Teleprediche e cortei contro l’aborto, i gay, il matrimonio fra gay e financo i jeans a vita bassa, in un empito di puritanesimo che agguanta la bibbia e la agita come Alfa e Omega di quel che deve essere la vita pubblica, Alcune immagini ricordano persino gli arcaici rituali sui quali indagava Ernesto De Martino. Ma non sono forme affatto arcaiche Sono l’approdo della post-post modernità. Negli Usa dio non è mai mancato corre perfino su ogni dollaro, ma l’era di Gorge W. Bush – salvato dalla scapestrataggine, racconta lui stesso, dall’incontro a 40’ anni con Gesù Cristo - ha enfatizzato l’utilizzo politico della fede. Anzi la totale confusione fra scelte pubbliche, interne e internazionali e religiosità. Il terreno c’era se è vero che nel 2001 su 208 milioni di statunitensi adulti, 51 milioni si dichiaravano cattolici e oltre 70 milioni protestanti di varie chiese, fra le quali quella tradizionale e più mite era in calo rispetto al crescere dei cosiddetti «evangelici», soprattutto battisti, ma anche pentecostali, cui vanno aggiunti i testimoni di Geova, i mormoni, gli avventisti e chiese minori; Se si considera che professano di essere praticanti quasi 3 milioni di ebrei, e un po’ di più di un milione di mussulmani e 1 di buddisti, bisogna ammettere che pochi stati al mondo conoscono un così intenso pullulare di chiese e che è in esse che avviene il massimo della partecipazione dei cittadini e della formazione di un pensiero anche politico militante. Questo forse spiega perché il duello delle presidenziali si basi, più che un coinvolgimento sul che cosa e come fare, sulle battute mediaticamente più efficaci o emozionali. La democrazia è diventata una ben strana cosa, e qualche rilettura di Offe e anche di Luhmann sulle società complesse, un tempo portati alle stelle, sarebbe utile. Non colpisce infatti che i neocons si fondino sulle più integraliste di queste fedi, ma che questa sia diventata la trama del discorso politico. E’ vero che la confusione sta già in quella che gli americani chiamano «religione civile» e su cui tutti, non credenti inclusi, giurano: essa appoggia sul culto per i padri fondatori, sul primato della fede e della preghiera, sulla certezza dell’America perché dio la benedice, sul ruolo messianico che ne deriva, il tutto coronato dal più rigido individualismo. Noam Chomsky ci ha recentemente detto che no, che il popolo americano è mite e pacifico, non si sente superiore agli altri e volentieri si sottoporrebbe al Tribunale Penale Internazionale, ma forse – questi dati alla mano – sarebbe meglio cessare di credere alle masse innocenti deviate dai dirigenti pessimi. E Anche all’innocenza dell’offensiva religiosa che oggi si offre come unica portatrice di senso a un mondo senza cuore. Essa è partita anche in Europa; davanti alla inaspettata risolutezza con la quale il governo Zapatero sta mettendo fine alla millenaria ingerenza della chiesa in Spagna, il Vaticano prima si è infuriato, poi è passato all’attacco. Dunque non bastava la pervasiva rete paraecclesiastica dell’Opus Dei, creata proprio a Barcellona e che aveva infiltrato persino la presidenza del Fondo monetario internazionale nella persona di Michel Camdessus. La proposta di un notorio integralista come Buttiglione, a capo di uno dei dicasteri politicamente più delicati della Commissione europea non è stata casuale: con lui si sono congratulati Giovanni Paolo II e il cardinal Ruini. E certo non si attendevano la reazione del Parlamento europeo che per la prima volta ha alzato la voce. Non è accidentale la vasta attività epistolare del cardinale Ratzinger che dopo essersi diffuso sul genio femminile che consiste nel rimanere le donne quel che sono sempre state, adesso sta vergando un ampio catechismo non più per i fedeli – quello era stato aggiornato qualche anno fa – ma per l’azione politica in genere, nel quale ribaltando abilmente il «Non expedit», il Vaticano stabilisce quel che parlamenti, stati e governi possono o non possono, debbono o non debbono fare al di fuori delle leggi finanziarie, la Chiesa ponendosi come detentrice delle verità morali e delle regole di vita ultime e prime. Non era successo neanche quando la Democrazia cristiana ha rasentato in Italia il 40% dei voti. Perché succede ora? Perché il mutare dei costumi e delle culture sarebbe così intriso della razionalità illuminista che la povera chiesa cattolica, come piange Buttiglione, si sente discriminata e in pericolo? Al contrario. Avviene perché un’etica pubblica e laica non è mai stata così debole come ora, pareva che la caduta del muro di Berlino le desse mille argomenti e concedesse anche alla sinistra una espansione piena. Invece sembra che non sappia più che cosa dire, dove attaccarsi, si ritira, si scusa, balbetta. Non è certo lei a chiamare centinaia di migliaia di giovani in cerca di senso, sono Comunione e Liberazione e l’Azione politica. Non c’è più una posizione politica aconfessionale sulla donna, la famiglia, la sessualità, l ’embrione, sui quali impazzano solo i patriarcati ecclesiastici e profani, Sono soltanto i radicali che osano prendere la parola, bisogna riconoscerglielo. Gli altri se la cavano con una alzata di spalle, nei Parlamenti ognuno voti secondo le proprie coscienze, perché la sinistra di sue coscienze specifiche non ne ha. Anzi riconosce quella del papa come la sola autorità morale dei nostri tempi. Un importante gruppo di femministe ha trovato magnifica la lettera di Ratzinger. Gli ex comunisti si sono commossi della generosità con la quale Wojtila li ha distinti dai nazisti: siamo stati un male necessario, grazie grazie. Lasciamo perdere l’assai discutibile questione del «male necessario» - necessario a chi, a che cosa? Permesso da dio? A quale misterioso scopo? – che dal libro di Giobbe ad Aushwitz ha fatto scorrere fiumi di inchiostro teologico e letterario. Sembra che ne abbiano contezza soltanto Filippo Gentiloni da noi e Mario Pirani su Repubblica. Limitiamoci a osservare come l’etica laica, ammesso che ci sia, in merito non ha avuto niente da dire. Ma con questo finisce anche di offrire una sponda alle parti più progressive del cristianesimo e dell’ebraismo. La sponda i laici la stanno offrendo alle destre religiose, vedi il Giordano Bruno Guerri e il Ferrara su La 7. Si intendono meglio, E pazienza se fossero in ginocchio soltanto i leader, tutti intenti a «far politica». Stanno diventando pensosamente pii anche i più degli e delle intellettuali. Hanno scoperto di colpo che la laicità non possiede gli abissi sapienziali delle religioni rivelate e forse neanche altrettanta conoscenza delle pieghe dell’animo umano. E’ vero. Ma non l’ha mai preteso. Non è una filosofia, è – era – la persuasione che le regole dell’umana convivenza sono terrestri e devono basarsi sull’assioma che ogni essere umano è libero e deve avere ugualissimo potere di decisione su di sé e sugli altri: Questa e non altra è la «égalité en droits». Principio semplice ma molto difficile da praticare, che fra l’altro è il solo cardine su cui basare il rifiuto della guerra: Sarebbe anche il vero legame fra cristianesimo e modernità. Non chiesa e modernità, perché nessuna chiesa lo ha mai fatto suo preferendo benedire le guerre «giuste» - non se ne è salvato neanche Giovanni Paolo II per la guerra jugoslava – e difendere le gerarchie della famiglia e degli altri ordini costituiti. Senza quel principio non c’è infatti grande differenza fra le crociate dei cristiani e quelle dell’Islam che si fanno da reciproco specchio. Al fondo dell’attuale crisi della politica c’è questa «afasia morale» ogni tanto a quelli come me –siamo rimasti in quattro gatti – che chiedono alla sinistra di darsi una botta di risveglio e dire quale idea di società propone, arriva il rimprovero o il sospetto di volere «come sempre», pane, olio, sale e salario per i poveri. Ignorando da volgari economicisti come siamo sempre stati il bisogno di spiritualità, simboli e senso che invece le chiese capiscono così bene. Non resta ai quattro gatti che mettersi le mani nei capelli. Intanto per dire che per definire la sinistra come essenzialmente economicista, bisogna aver letto pochi libri e aver dimenticato anche quelli. In secondo luogo tentare di avanzare un patto: proponiamo alle sinistre italiane qualche fondamento non solo materiale per un suo programma. Per noi il primo è quel principio dell’etica laica che dicevo e che è anche il nucleo della democrazia non formale, il filo dal quale si sono dipanati speranze e sconfitte del Novecento e che questo inizio stupido e crudele del ventunesimo secolo ha perduto. Vogliamo finirla di stare in ginocchio e provarci?

depressione a Torino

Repubblica 23.10.04
Oggi a Torino sarà presentato un cd con i consigli di venti esperti. Precarietà del lavoro e congiuntura "pesano" sui disturbi

Una ricetta contro la depressione
In Piemonte 800mila pazienti: ma solo uno su quattro si cura
DANIELE DIENA

Cresce la depressione sotto la Mole. E con lei i disturbi d´ansia. Le fasce sociali più deboli, gli anziani e le casalinghe le vittime più frequenti. E´ il nuovo, duro prezzo della congiuntura e della precarietà del lavoro, due fattori che a Torino vanno ad aggravare quel senso d´insicurezza che serpeggia un po´ in tutto il paese anche per le preoccupazioni del terrorismo internazionale.
Lo dice uno studio dell´Associazione per la Ricerca sulla Depressione che ha recentemente cercato di capire il perché degli 800 mila malati piemontesi, 500 mila dei quali depressi e 300 mila con i cosiddetti "disturbi d´ansia". Una ventina di specialisti dell´associazione, che ha la sua sede in via Belfiore 72, hanno studiato gli appunti compilati in un anno di sedute di 400 pazienti, dei 200 mila che vivono sotto la Mole. Bene, dai racconti del lettino di Freud è emersa evidente la forte incidenza della componente sociale tra i fattori scatenanti dei disturbi. In particolare l´erosione del potere d´acquisto, le preoccupazioni per la precarietà del lavoro e per l´insicurezza, problemi registrati soprattutto nella grande area occupazionale che si collega direttamente o indirettamente alla crisi della Fiat e del suo indotto.
Ma c´è un altro problema: solo 1 malato su 4 si cura, per i forti pregiudizi nei confronti dei disturbi psichici che persistono nella società. Per contribuire al superamento di queste barriere l´Associazione per la Ricerca sulla Depressione, oggi in convegno all´Unione Industriali, ha realizzato un cd, di 110 minuti, che spiega tutto ciò che bisogna sapere su depressione e disturbi ansiosi. Si trova sul sito dell´associazione www.depressione-ansia.it (250 pagine scaricabili).
Cosa c´è dietro il problema? «Nell´immaginario collettivo lo psichiatra è il "medico dei matti"» dice deciso Salvatore Di Salvo, presidente dell´Associazione, puntando anche il dito contro i medici di famiglia che spesso tendono a fare da soli. Di qui la difficoltà a rivolgersi allo specialista ed a usare gli psicofarmaci. Un altro pregiudizio diffuso? «La convinzione che basti la volontà per guarire: è importante, ma non basta». Il risultato del comportamento scorretto è il crescente abuso di ansiolitici: nel 2003 (dati ministero Salute), sono state vendute 60 milioni di scatole, per ben 410 milioni di euro che i malati hanno pagato di tasca loro, perché non sono coperti dalla mutua.

oggi il convegno di Fermo
e stasera la rappresentazione
di «DIVINA PROPORZIONE»

Repubblica 23.10.04
Storia della stella a cinque punte
La "divina proporzione" di questa figura affascinò Leonardo, Piero della Francesca e persino le Brigate Rosse
Pochi simboli hanno avuto fortuna come quello elaborato dall'antico filosofo e matematico
Si tiene oggi a Fermo un convegno dedicato alla sezione aurea
Dodecaedro e icosaedro estasiarono tutti gli addetti per la loro bellezza
PIERGIORGIO ODIFREDDI

Nell'ambito delle iniziative del convegno avrà luogo questa sera la rappresentazione di «DIVINA PROPORZIONE» di Francesca Angeli con Elda Alvigini
(leggi tutte le informazioni su SPAZI)

Si tiene oggi, all´Auditorium San Martino di Fermo, un convegno dal titolo "La sezione aurea" affiancato alla mostra di poliedri "Il numero e le sue forme". Intervengono il filosofo Giulio Giorello, il biologo Aldo Fasolo, l´architetto Giuliano Grisleri, il musicologo Piero Marconi. In questa pagina, anticipiamo la relazione introduttiva del matematico Pochi simboli hanno avuto, nella storia, il potere d´attrazione della stella pitagorica: di quella figura a cinque punte, cioè, che si ottiene tracciando le diagonali di un pentagono regolare. In Italia oggi noi l´associamo automaticamente alle Brigate Rosse, ma il suo utilizzo rivoluzionario ha radici lontane: essa non è infatti altro che la famosa Stella rossa sulla Cina dell´omonimo libro di Edgar Snow, ed è stata adottata in periodi diversi dall´Armata Rossa, dalle Brigate Garibaldi, dai Vietcong e dai Tupamaros.
Leggendo le loro memorie si scopre che i primi brigatisti, da Franceschini a Moretti, non riuscivano mai a disegnarla bene: veniva sempre un po´ squilibrata verso l´alto, quando addirittura non ci scappava una stella di David a sei punte. E con buone ragioni, perché la costruzione di un pentagono regolare non è immediata come quella di un triangolo, un quadrato o un esagono regolari, e coinvolge, implicitamente o esplicitamente, la divisione di un segmento in «divina proporzione» o «sezione aurea».
Naturalmente, i roboanti aggettivi suggeriscono che in quella proporzione sia coinvolto qualcosa di sublimemente estetico, e infatti così pensavano i pitagorici che la scoprirono. Cosa ci sia di divino, o di aureo, nella stella pitagorica, è difficile da intuire a prima vista: certo non il fatto che essa, avendo tante punte quante sono le lettere del nome Jesus, possa impaurire il demonio, come succede a Mefistofele nel Faust di Goethe.
Ma una volta che si cominci ad apprezzare l´equilibrio del rapporto tra la diagonale e il lato del pentagono regolare, si scoperchia una vera cornucopia. Anzitutto, il «rettangolo aureo» avente i due segmenti per lati ha una magica proprietà, illustrata dalla divisione in due scene della Flagellazione di Cristo di Piero della Francesca: togliendo il quadrato costruito sul lato minore, rimane un rettangolo che è simile a quello di partenza. Al quale, naturalmente, si può riapplicare lo stesso procedimento, e così via, innescando un inarrestabile processo che costituisce una delle prime immagini storiche dell´infinito.
Un´altra immagine dell´infinito, ancora più evidente, si ottiene notando che i lati della stella pitagorica formano al centro una figura che non è altro che un nuovo pentagono regolare. Dentro al quale, naturalmente, si può costruire un´altra stella pitagorica, e così via. La successione telescopica di pentagoni e stelle, simile a un esercito senza fine di bambole russe contenute una nell´altra, suggerisce che la diagonale e il lato del pentagono siano grandezze fra loro incommensurabili.
Ed è probabile che proprio questo sia stato il primo esempio di quelle grandezze irrazionali, la cui scoperta mise in crisi il credo pitagorico che «tutto è numero»: una delusione profonda, che scavò un solco fra la razionalità scientifica che si poteva esprimere attraverso l´aritmetica, e l´irrazionalità artistica di cui la sezione aurea rappresentava l´esempio primordiale.
A scanso di equivoci, in origine «irrazionalità» non significava altro che «incommensurabilità», sia in greco che in latino: l´impossibilità, cioè, di misurare esattamente la diagonale e il lato del pentagono con una stessa unità di misura, perché una misura intera di una delle due grandezze esclude una misura intera dell´altra. Una specie di «principio di indeterminazione» geometrico, dunque, che precede di 2500 anni quello fisico scoperto da Heisenberg nel Novecento per la posizione e la velocità di una particella.
L´aspetto interessante della crisi pitagorica è che entrambi i termini del dilemma hanno continuato ad esercitare la loro indipendente attrazione, come poli opposti di una stessa calamita. Da un lato, il motto «tutto è numero» è rimasto l´ispirazione principale della scienza, opportunamente aggiornato nella forma «tutto è matematica», a includere non soltanto i numeri dell´aritmetica, ma anche, via via, le figure della geometria, le funzioni dell´analisi e le strutture dell´algebra e della topologia. Attraverso l´Armonia del mondo di Keplero la sua influenza si è propagata fino ai nostri giorni, e la sua versione più aggiornata e compiuta è oggi la teoria delle stringhe, che dovrebbe fornire la spiegazione ultima e finale dell´universo in linguaggio matematico.
Dall´altro lato, anche l´attrazione estetica della sezione aurea è rimasta immutata nei secoli. Il primo campo in cui essa si è mostrata è stata la matematica: dagli Elementi di Euclide alla Divina proporzione di Luca Pacioli, gli addetti ai lavori si sono estasiati di fronte alla bellezza del dodecaedro e dell´icosaedro, ottenuti l´uno mettendo insieme dodici pentagoni regolari, e l´altro congiungendo i dodici vertici di tre rettangoli aurei incastrati perpendicolarmente fra loro.
E quando si parla di addetti ai lavori, non ci si limita ai matematici: anche gli artisti hanno subíto il fascino di questi oggetti, da Leonardo a Dalí. Le illustrazioni del primo per il libro di Luca Pacioli hanno fatto storia, nelle loro versioni piene e vacue, e si possono ora ammirare realizzate in legno da Romano Folicaldi nella mostra di Fermo «Il numero e le sue forme», insieme a una varietà di altri poliedri. E nei Cinquanta segreti dell´artigianato magico il secondo ha discusso non soltanto i disegni di Leonardo, ma anche il proprio personale uso della stella pitagorica nell´impianto della Leda atomica, e del dodecaedro nella struttura de L´ultima cena».
Se in pittura la sezione aurea si presenta come paradigma di proporzione estetica, non stupisce ritrovarla anche nella scultura e in architettura, da Fidia a Le Corbusier. Addirittura, spesso il rapporto numerico tra diagonale e lato del pentagono viene appunto indicato con Phi, in onore del primo (oltre che di Fibonacci, che sta per entrare in scena). Quanto al secondo, il suo Modulor prende significativamente il nome da «module d´or», e utilizza la sezione aurea per determinare due serie, una rossa e una blu, di dimensioni armoniche a misura d´uomo, da utilizzare nella progettazione non solo degli edifici, ma anche dei mobili e degli oggetti di casa.
Anche nella musica la sezione aurea ha giocato un ruolo importante, da Bach a Bela Bartok. Il primo popolarizzò nei 48 preludi e fughe del Clavicembalo ben temperato il sistema di temperamento equabile tuttora in uso, che consiste nella divisione dell´ottava in dodici semitoni uguali fra loro, e che matematicamente corrisponde a una «spirale aurea» (per inciso, la «divisione aurea» dell´ottava corrisponde all´incirca alla sesta minore, cioè all´intervallo mi-do). Il secondo invece era così affascinato dalla sezione aurea, che la usò ripetutamente per equilibrare le parti della Musica per archi, percussioni e celesta e della Sonata per due pianoforti e percussioni.
Ma l´aspetto forse più stupefacente della sezione aurea, è che essa compare in innumerevoli fenomeni naturali, spesso approssimata dal rapporto fra due termini successivi di una sequenza di numeri scoperta nel 1202 da Leonardo da Pisa, detto Fibonacci, nel suo Libro dell´abaco, come soluzione di un problema relativo alla riproduzione dei conigli. La successione parte da 0 e 1, e a ogni passo procede sommando i due numeri precedenti: la sequenza continua dunque con 2, 3, 5, 8, 13, eccetera, e in questi giorni la si può ammirare, illuminata al neon, sulla Mole Antonelliana di Torino, in un´opera di Mario Mertz.
Le apparizioni, spesso inaspettate e insospettate, della sequenza di Fibonacci in natura sono talmente ubique, da riempire da anni i numeri della rivista quadrimestrale The Fibonacci Quaterly. Altrettanto vale per le altre manifestazioni della sezione aurea, descritte nei classici Crescita e forma di D´Arcy Thompson e Le curve della vita di Theodore Cook, e compendiate nel recente La sezione aurea di Mario Livio. Ben vengano dunque, una mostra e un congresso che si soffermano sulle variegate applicazioni dell´unico essere per il quale l´aggettivo «divino» non suona ridicolo o sacrilego, e cioè un numero.

in mostra a Napoli
Michelangelo Merisi da Caravaggio
gli ultimi anni

Repubblica 23.10.04
I capolavori degli ultimi anni di vita
Diciotto tele del maestro ed altre cinque che ora gli vengono attribuiti da grandi critici
Da oggi a Napoli un'esposizione con le opere dipinte tra il 1606 e il 1610
PAOLO VAGHEGGI

NAPOLI. Fare cultura, ripartire dalla cultura. E´ questa l´idea da cui nasce Caravaggio. L´ultimo tempo 1606-1610 che apre questa sera nelle sale di Capodimonte, all´interno del percorso museale, dedicata agli ultimi quattro anni di vita e di lavoro del grande artista, «spirito più agitato che non il mare di Messina con le sue precipitose correnti», come ebbe a scrivere il suo biografo Francesco Susinno. Quattro anni tumultuosi ricostruiti attraverso diciotto dipinti di mano del maestro, segnati da angoscianti luminazioni cariche di ombre e di luci - da La cena in Emmaus alla Flagellazione, dall´ Amorino dormiente a due versioni di Salomè con la testa del Battista, ai tre dipinti siciliani riuniti insieme per la prima volta - a cui vanno aggiunte cinque nuove proposte, cinque tele attribuite a Caravaggio da Mina Gregori, sir Denis Mahon e Ferdinando Bologna, nonché cinque copie antiche di opere perdute.
E´ un viaggio nella fuga di un Caravaggio consciamente o inconsciamente alla ricerca di una salvazione resa palpabile dall´ombra, che diventa materia e simbolo dell´approssimarsi della morte, in quel tempo trascorso tra Napoli, Malta e la Sicilia dopo che, nell´estate del 1606, per avere ucciso in una lite di gioco Ranuccio Tomassoni, suo compagno di strada, era stato costretto a fuggire da Roma.
Nicola Spinosa, soprintendente al polo museale napoletano, curatore di questa mostra che andrà avanti fino al 23 gennaio e che dalla primavera sarà trasferita alla National Gallery di Londra, avverte con foga e passione: «E´ una vera esposizione di studi sull´ultimo periodo dell´artista, per mettere a fuoco i rapporti con l´area mediterranea, Napoli, Malta e la Sicilia, luoghi che trasformarono completamente il suo modo di fare arte, il suo punto di vista rispetto allo spazio, alla luce, all´essere e all´esistere dell´uomo».
Fu così forte e determinante l´incontro con l´area mediterranea, è così diverso l´ultimo Caravaggio?
«Ci fu un cambiamento profondo, completo. Fino all´arrivo a Napoli era ancora legato a una visione fortemente rinascimentale e in qualche modo umanistica. L´incontro con Napoli e l´area mediterranea progressivamente sconvolse una concezione che fino ad allora era stata, tutto sommato, classica e composta. L´impatto con una città densamente affollata dove la vita si svolgeva in vicoli stretti e bui con squarci di luce improvvisi trasformò il suo modo di fare arte. Per capirlo basta guardare Le opere della misericordia dove tutto avviene in un piccolo vicolo. Cambia il concetto di spazio che si dilata sempre più ma che non è misurabile in termini reali, geometricamente o prospetticamente definibile, perché la misura è data dall´uomo e dal tempo dell´azione dell´uomo, dal gesto. In questo senso il dipinto più significativo è il Martirio di Sant´Orsola dove lo spazio apparentemente quasi non esiste, è dato dal movimento del tiranno che scocca la freccia, dalla donna ferita, dalla mano di un uomo che cerca di bloccare il dardo senza riuscirci. E´ un frenetico susseguirsi di eventi ma neppure un gesto d´amore riesce a fermare il destino. Solo il fare arte si pone sopra il tempo estremamente limitato dell´esistere».
Il fare arte è la chiave di lettura dell´ultimo Caravaggio?
«Il fare arte è l´unico strumento che lo può riscattare, che prevarica il tempo dell´uomo, la condizione effimera della vita. E negli ultimi anni Caravaggio dipinse moltissimo, in quattro anni non meno di quaranta quadri anche se ne sono arrivati a noi la metà. In poche settimane a grande velocità eseguì opere di grandissime dimensioni: a Napoli, Le opere della Misericordia, a Malta la Decollazione del Battista, a Siracusa il Seppellimento di Santa Lucia, a Messina la Resurrezione di Lazzaro, a Palermo la Natività e poi torna a Napoli... Ha una grande voglia di fare perché il fare pittura è l´unico strumento che lo riscatta, che lo fa sentire capace di andare al di là delle contingenze umane. Questo fino al momento in cui seppe da Scipione Borghese che forse stava per essere perdonato dal Papa. Non arrivò a Roma ma ancora una volta riaffermò il potere dell´arte. Sulla feluca aveva tre dipinti che voleva donare a Scipione Borghese: il San Giovannino che ora è alla galleria Borghese, presente in mostra, una Maddalena di cui si sono perse le tracce di cui esponiamo una copia, un San Giovannino alla sorgente che forse abbiamo identificato e che è tra le nuove proposte dell´esposizione di Capodimonte. Proviene dalla Svizzera. Altra cosa importante è il confronto con Tiziano».
Tiziano?
«Quando andò a Genova dai Doria, Caravaggio vide il Cristo alla colonna di Tiziano. A lungo dato per perduto è stato ritrovato da Ferdinando Bologna. Lo esponiamo accanto alla Flagellazione di Caravaggio. Fu il suo precedente più illustre».
Il San Giovannino, Tiziano...ma non sono troppe le attribuzioni?
«Nelle prime sale presentiamo le opere certe mentre la seconda parte è riservata alle nuove proposte che finalmente si trovano a confronto con autentici capolavori. Da questo confronto si potranno capire molte cose. Il San Giovannino potrebbe essere davvero di Caravaggio, dipinto rapidamente con una pittura molto essenziale».
Ci sono nuove ipotesi anche sulla morte di Caravaggio?
«No. Caravaggio frequentava le osterie, il popolo, la realtà più vera e cruda. Fu ferito durante una rissa in un´osteria e non guarì mai. Quando durante il ritorno verso Roma fu fermato a Palo e fu costretto a tornare a piedi verso Porto Ercole morì. Forse per la fatica, forse per la malaria che lo colpì nelle paludi che attraversò. Ma aveva già consumato la sua esistenza, il fare arte e nel Martirio di Sant´Orsola aveva scritto il suo testamento: anche l´amore non blocca un destino di morte».

Repubblica 23.10.04
IL GRAN PITTORE DI CRUDE REALTÀ
Quando il maestro salpò sulla feluca che lo portò all'appuntamento con la morte, aveva con sé una "Maddalena" e due "San Giovanni"
Nell'ottobre del 1606 Caravaggio è a Napoli dove riceve una pioggia di commissioni che gli fanno accelerare i suoi già rapidi tempi di esecuzione
Capolavori. Questa è una rassegna di eccezionale intensità per come documenta gli ultimi quattro anni
La tecnica. L´artista rinunciò allo splendore cromatico della maturità in favore di un linguaggio più scarnificato
Tutti quadri eseguiti da quando il pittore fuggì precipitosamente da Roma per sottrarsi ad una condanna per omicidio
ANTONIO PINELLI

Napoli. Mettiamo subito le cose in chiaro. Quella che si apre in questi giorni a Napoli non è una mostra che pronuncia il nome di Caravaggio invano. Non è, in altre parole, una delle tante rassegne occasionali, che in mezzo ad uno stuolo di quadri eseguiti da comprimari e comparse, introducono un paio di tele del grande pittore lombardo, per potersi fregiare del suo nome nel titolo e sfruttarne l´irresistibile capacità di richiamo sul pubblico. Questa è, al contrario, una rassegna imperdibile e di eccezionale intensità, perché non divaga dal suo assunto, che è quello di documentare al meglio gli ultimi quattro anni di vita di Caravaggio, e lo fa nel modo più concreto, asciutto ed eloquente, e cioè esibendo, uno accanto all´altro, una ventina di suoi capolavori autografi: tutti quadri eseguiti durante quel breve, angoscioso ma incredibilmente fecondo periodo, che ebbe inizio il 28 maggio 1606, quando il pittore fuggì precipitosamente da Roma per sottrarsi ad una condanna per omicidio. Quattro anni vissuti febbrilmente tra Napoli, Malta, Siracusa, Messina, Palermo, e poi ancora Napoli, in un alternarsi sempre più concitato di luci e di ombre, proprio come nei suoi quadri, che si fanno sempre più vuoti e cupi, ma sferzati da lampi che fendono il buio e incendiano i colori. Quattro anni in fuga, conclusisi tragicamente in quel torrido luglio del 1610, quando il pittore fu ghermito dalla morte sul malarico litorale della Maremma, dov´era sbarcato in attesa di una grazia papale, che sarebbe beffardamente arrivata quando ormai non serviva più.
Le venti tele caravaggesche in mostra costituiscono praticamente l´intero catalogo tardo dell´artista giunto fino a noi, tranne poche eccezioni che si possono contare sulle dita di una mano, come il San Girolamo e la Decollazione del Battista di Malta, o la Natività, che purtroppo non è più ricomparsa da quando fu trafugata, più di trent´anni fa, privando della sua gemma più preziosa quel meraviglioso scrigno del Barocco siciliano che è l´Oratorio di San Lorenzo a Palermo.
A questa eccezionale concentrazione di capolavori, la mostra napoletana aggiunge un prezioso gruppo di antiche copie, che surrogano l´assenza di alcuni originali di cui si è persa la traccia, e cinque tele, che rappresentano altrettante nuove proposte attributive al catalogo delle opere estreme dell´artista. Proposte che innescheranno senza dubbio il consueto, vivace dibattito tra gli specialisti, ma che comunque possiedono tutti i crismi per essere prese in seria considerazione.
Passiamoli allora velocemente in rassegna questi quattro ultimi anni di vita di Caravaggio, con l´aiuto delle opere in mostra. Siamo nel maggio 1606: Caravaggio, trentacinquenne, è all´apice della fama, ma il suo carattere turbolento lo tradisce ancora una volta. Durante il «gioco della racchetta», per un futile diverbio su un fallo si accende una rissa, nel corso della quale l´artista ferisce a morte Ranuccio Tomassoni. Il mattino dopo il pittore fugge, trovando riparo tra Zagarolo, Paliano e Palestrina, feudi di quel Marzio Colonna che è imparentato con Costanza Sforza Colonna, feudataria del paese lombardo da cui il pittore proviene e trae il soprannome. Forte di queste protezioni, in poche settimane Caravaggio dipinge una Maddalena svenuta, che è probabilmente la stessa che portava con sé nel suo ultimo, tragico viaggio alla volta di Roma, e di cui restano un numero considerevole di repliche, nessuna delle quali è però riuscita ad imporsi come l´originale autografo senza sollevare corpose obiezioni da più parti. Risale probabilmente a questo periodo anche il S. Francesco in meditazione di Carpineto, di cui le indagini scientifiche hanno confermato l´autografia, degradando a copia il dipinto di identico soggetto che è nella chiesa romana dei Cappuccini.
L´altra opera in mostra che risale a questi mesi trascorsi nel Basso Lazio è la Cena in Emmaus di Brera, che qui a Napoli può essere confrontata con il dipinto londinese di egual soggetto, che Caravaggio aveva dipinto qualche anno prima. Un paragone illuminante per constatare la progressiva economia di mezzi conquistata dall´artista, che presto rinunciò allo splendore cromatico e al nitore illusivo del suo stile maturo, in favore di un linguaggio più scarnificato, che riduce all´osso la forma.
Ai primi di ottobre del 1606 Caravaggio è a Napoli, dove riceve una pioggia di commissioni, cui fa fronte accelerando i suoi già rapidi tempi di esecuzione. In otto mesi escono dal suo pennello la pala con le Sette Opere di Misericordia, sconvolgente esempio di sintesi spaziale e di concentrato realismo, in cui l´artista infonde tutta l´urgenza morale di un sentimento della fede imperniato sulla pietà per gli umili e sulla concretezza di una misericordia corporale di schietta impronta lombarda. Seguono la Flagellazione per S. Domenico Maggiore, forse conclusa durante il secondo soggiorno napoletano (come suggerisce F. Bologna), e la Crocifissione di S. Andrea, tela che alcuni preferiscono posticipare al secondo periodo napoletano.
Ma è tempo per il pittore di mettersi di nuovo in viaggio, questa volta per Malta, dove sbarca nel luglio 1607. Segue poco più di un anno di relativa serenità e colmo di soddisfazioni. Il Gran Maestro Alof de Wignacourt si serve del pittore come artista di corte e ottiene la deroga papale per ammetterlo nell´Ordine. Caravaggio dipinge una serie di capolavori, tra cui spicca la Decollazione del Battista, un´opera cupa e opprimente, di violenta intensità emotiva, che il pittore ha voluto firmare ricavando il proprio nome dalla pozza di sangue che sgorga dal tronco del Santo decollato. Risale al periodo maltese anche un San Giovannino alla fonte, di cui la mostra propone due versioni, una sola delle quali, a mio parere, può aspirare ad essere ritenuta autografa: quella che si concentra sul busto del santo, che si protende nell´atto di abbeverarsi.
Ma ancora una volta, nell´agosto 1608, il pittore partecipa ad una rissa, è imprigionato e, senza attendere la sentenza che lo espellerà dall´Ordine, fugge con una corda dal carcere e approda avventurosamente a Siracusa. Per un anno circa il pittore sosta in Sicilia, lasciando a Siracusa, Messina e Palermo tele in cui ormai il buio dilaga, inghiottendo gran parte della scena, e l´azione si condensa in un unico, intensissimo attimo, bloccata come in un fotogramma, dove volti, corpi, espressioni sono colti di sorpresa da sciabolate di luce battente: la realtà rivelata nella sua nuda e attimale fenomenicità, nel suo accadere «qui e ora», sorpresa in flagrante.
Ma è tempo ormai di tornare a Napoli, dove nell´ottobre del 1609 il pittore subisce una misteriosa aggressione in un´osteria, ma senza che questo pregiudichi più di tanto la sua prodigiosa fertilità creativa: nascono, una dopo l´altra, opere come l´Annunciazione di Nancy, il David e il Battista Borghese, note da tempo, ed altre che sono state acquisite dagli studi solo di recente, come la Negazione di Pietro, venuta in prestito dal Metropolitan di New York o Il martirio di Sant´Orsola. Tele che erano ancora fresche di vernice, quando Caravaggio, portando con sé una Maddalena e due San Giovanni Battista, salpa sulla feluca che lo porterà all´ultimo, fatale appuntamento con la morte sul litorale di Port´Ercole. Un epilogo amarissimo, cui non mancherà neppure il sinistro volteggiare degli avvoltoi, perché i rapaci protettori del pittore si disputeranno senza risparmio di colpi quei suoi tre ultimi quadri.

venerdì 22 ottobre 2004

Edoardo Boncinelli:
pochi geni, immensi risultati biologici

Corriere della Sera 22.10.04
Pensavamo di averne 100 mila, invece sono 20 mila. L'importante è la combinazione
L'uomo ha meno geni del rospo, ma li usa meglio
di EDOARDO BONCINELLI

«Il cervello è più grande del cielo - dice Emily Dickinson - perché lo contiene senza sforzo e, in aggiunta, contiene anche te». Il nostro cervello è il gioiello dell'evoluzione biologica, la perla più pura emersa dalla creta originaria, contenente tanta acqua e una certa quantità di detriti inorganici. Eppure sembra che il nostro cervello, in tutta la sua potenza, non sia che il prodotto di ventimila geni.
Ventimila geni, più o meno quanti ne ha il vermiciattolo Caenorhabditis elegans, il cui corpo è costituito di solo mille cellule, e decisamente meno di quanti ne abbia una piantina alta una diecina di centimetri, la Arabidopsis. Insomma, il romanzo del nostro patrimonio genetico non ha più di ventimila capitoli. Quindici anni fa pensavamo di averne centomila; tre anni fa capimmo di averne circa trentamila; la valutazione finale, pubblicata adesso sulla rivista Nature, dice più o meno ventimila.
Ci dobbiamo preoccupare? Ci dobbiamo sentire umiliati? Dobbiamo cominciare ad adorare i rospi, il frumento o il riso, che ne hanno almeno cinquanta volte tanti? Nemmeno per idea. Ventimila possono bastare, se utilizzati giudiziosamente, ovvero se la relativa scarsezza di geni è compensata da una grande ricchezza, se non un'esuberanza, di processi regolativi. Un gene specifica la struttura di un prodotto biologico, in genere una proteina. Ma poi occorre stabilire quanta farne, in che tessuti farla e quando farla. I circuiti regolativi, che a questo punto ci aspettiamo sempre più complessi e interconnessi, servono proprio a specificare questi parametri. Sapevamo che anche la differenza fondamentale fra noi e gli scimpanzé risiedeva primariamente in una diversa capacità regolativa dei circuiti genici, decisamente più alta in noi che in loro, e il dato odierno non fa che rafforzare questa impressione.
Quanti e quali sono questi meccanismi regolativi? Una concisa ma aggiornatissima esposizione di tali temi si può trovare in un libro pubblicato da poco negli Stati Uniti e che uscirà il 28 di questo mese in traduzione italiana da Codice Edizioni. Si tratta de La nascita della mente. Come un piccolo numero di geni crea la complessità della mente del ricercatore della New York University Gary Marcus, che il 31 sarà al Festival della Scienza di Genova. Il problema che il nostro autore si pone è proprio quello di cui stiamo parlando: le poche migliaia di geni che possediamo sono sufficienti a formare, oltre al nostro corpo, anche un cervello funzionante, dotato di tutte le sue facoltà mentali, o dobbiamo al contrario invocare meccanismi diversi? Fermo restando che meccanismi diversi possono sempre essere dietro l'angolo e comparire da un momento all'altro, ci sono buone ragioni per ritenere che se ne possa anche fare a meno. I geni che abbiamo possono in sostanza benissimo bastare. E Marcus ci spiega perché, basandosi su ciò che sappiamo oggi sulla regolazione genica e sullo sviluppo embrionale degli animali superiori e dell'uomo. Attraverso quali vie, in sostanza, le istruzioni genetiche contenute nel nostro genoma e le vicende della nostra vita giungono a formare e modellare la nostra mente, nei suoi aspetti conoscitivi e razionalizzanti e in quelli più propriamente emotivi? La domanda ha una storia molto lunga. Si tratta del famoso dilemma innato-appreso, che nei Paesi di lingua inglese prende il nome di dilemma nature-nurture, che possiamo rendere con «natura o educazione?».
Come accade per tutte le domande di grande momento, si tende a proporre risposte basate su convinzioni a priori. Alcuni tendono ad affermare che tutto dipende dai geni che un individuo possiede; altri tendono ad attribuire tutto il merito alle sue esperienze di vita, come se i geni contassero poco o niente. Nell’uno e nell'altro campo si giunge spesso ad affermazioni assurde. Alcuni autori, fra cui il nostro, affrontano invece il problema in maniera seria e informata.
Non sono mai riuscito veramente a capire perché secondo alcuni trentamila (o ventimila) geni sono pochi. Su quale criterio si basa questa affermazione? Per coloro che credono che la mente sia una cosa diversa dal cervello, per produrla non basterebbero neppure un milione di geni. Per coloro che invece credono che i geni abbiano un ruolo nella costruzione della mente, non vedo perché ventimila dovrebbero essere pochi. Quanti dovrebbero essere per essere abbastanza? Il nostro autore salta a piè pari questa domanda e fa del suo meglio per persuaderci del fatto che partendo da un numero non grandissimo di geni si può giungere alla formazione di un numero enorme di caratteristiche biologiche, nel corpo e nel cervello.
Leggendo quest'opera ci si rende conto che quello che viene detto della formazione e del funzionamento del cervello potrebbe essere detto, quasi parola per parola, della formazione e del funzionamento di qualsiasi struttura biologica o parte del nostro corpo. I geni non «sanno» se stanno facendo un cervello o una milza. I meccanismi sono assolutamente gli stessi e spiegare come si forma il cervello è solo un pochino più complicato che spiegare come si forma la milza. Marcus avrebbe potuto parlare alla stesso modo della formazione di un arto o di un capillare, ma non c'è dubbio che sarebbe stato meno interessante. Dobbiamo comunque apprezzare lo sforzo di questo e di pochi altri autori per fare arrivare al grande pubblico almeno il sapore delle più recenti scoperte della biologia molecolare dello sviluppo dei mammiferi, un campo nel quale sono state fatte più scoperte negli ultimi venticinque anni che in tutta la storia precedente. E questo non per magia o per una supposta superiorità dei contemporanei, ma semplicemente perché ci sono oggi nel mondo più persone che si dedicano alla ricerca in questo campo di quante ce ne siano state mai in tutte le epoche passate messe insieme. La ricerca la fanno gli uomini, anche se l'apporto di apparecchiature e metodologie nuove è d'importanza fondamentale, e gli uomini sono più numerosi che mai. Chi ignora a bella posta e con compiacimento quello che la biologia moderna sta scoprendo, «perché tanto non potrà poi essere così importante», che cosa direbbe se gli facessero notare che in questo momento stanno operando tre Aristotele, due Platone, quattro Galileo, cinque Pascal e una manciata di Malpighi e di Spallanzani?

Avvenimenti da oggi in edicola
un'intervista a Fatema Mernissi

Avvenimenti n 41, da oggi in edicola

I NUOVI ARABI COSMOCIVICI
Intervista alla scrittrice e sociologa marocchina Fatema Mernissi, autrice di liberi su Sherazade e sulle donne nei paesi arabi. " Da noi - dice- è ci sono molti pacifisti, ma i vostri media non li vedono".
di Daniela Preziosi

In Marocco è in corso un “boom” della società civile. Un fenomeno enorme, in atto anche in altri paesi. Abbiamo 140 stazioni satellitari che ci mostrano quello che succede, ci avviamo a una vera cyberdemocrazia. Ma i vostri media non sono interessati. Hanno l’ossessione del terrorista, gli danno la caccia. E non vedono altro". Provocatoria come sempre, la scrittrice marocchina Fatema Mernissi. Sociologa, docente universitaria, studiosa del Corano e delle Mille e una notte, femminista, discendente di una genìa di donne vissute nell’harem. Che più? L’ultima volta che l’avevamo incontrata le avevamo chiesto, fra l’altro, se il velo per le islamiche non le sembrava un’imposizione patriarcale. Risposta: "E la vostra taglia 40 cos’è, una scelta di libertà femminista?". Esce in questi giorni il suo ultimo saggio Karawan. Dal deserto al web (Giunti, 250 pagine, 12 euro). Il mondo della globalizzazione, scrive Mernissi, è un mondo di gente che si sposta, dove il viaggiatore è "un magnifico potenziale" di conoscenza, di incontro di civiltà; rappresenta "la straordinaria possibilità, all’alba del XXI secolo, di scovare ai quattro angoli del mondo coloro che si battono per le stesse idee e cullano gli stessi sogni a proposito di un pianeta in cui i cittadini possano tessere mille dialoghi, un pianeta dove non ci sia posto per i terroristi". Karawan è una Carovana della società civile, un reportage su un ceto medio troppo spesso ignorato. Un viaggio nel Marocco dei villaggi che si autorganizzano per produrre artigianato, dei giovani che si inventano un’idea esportabile sul web, delle artiste tessitrici di tappeti, degli scrittori del deserto, degli insegnanti, dei medici. Lei sostiene che il “turismo civico” è la grande risorsa dei nostri tempi. Perché? Per guadagnarci da vivere ma più spesso per turismo tutti ormai debbono viaggiare. Al posto di passare attraverso le agenzia turistiche, che fanno marketing e pacchetti all inclusive, propongo di viaggiare attraverso le Organizzazione non governative. Viaggiare nel deserto con le associazioni civiche, per esempio quelle di Zagora, significa rendersi contro di quello che gli abitanti del posto hanno a cuore: non uccidere gli uccelli, non distruggere i palmeti. Si possono vedere le persone nella loro vita quotidiana, ci si può rendere conto, comunicando con loro, che questa gente ha gli stessi problemi vostri. Non è come andare in un hotel a quattro stelle, dove vi trattano a secondo del denaro che hai. Chi è quello che lei definisce il “ cittadino cosmocivico”? I sufi dicono che lo straniero è un riflesso nel proprio occhio, è il nostro specchio. Possiamo dire che lo straniero è una riflessione e per questo abbiamo bisogno di parlare con gli stranieri: perché è così che noi ci scopriamo. Il viaggio è la scoperta di sé parlando con il diverso. Il “cosmocivico” è chi sa che la differenza arricchisce. Pensiamo a un cowboy e a Sinbad:, per il cowboy lo straniero è il nemico e bisogna ucciderlo; per Sinbad lo straniero è l’occasione di scambio. Comprare i tappeti in un grande magazzino di Marrakesh non è la stessa cosa che comprarlo da un artigiano dell’Alto Atlante o del deserto. Tutto quello che ho indosso proviene dagli artigiani, mai del supermermercato. È più difficile scegliere i prodotti, ma lo stesso vestito ce l’ho da dieci anni, e parlare con gli artigiani è stato entrare in contatto con un altro ritmo di vita. A parte la dimensione commerciale, c’è lo scambio con l’altro. Viaggiando nel Marocco del sud per scrivere il mio libro ho imparato moltissime cose. Per esempio ho scoperto che la gente del Nord parla molto mentre nel Sud i mercanti non parlano molto. Non hanno l’energia da sprecare e quindi non mercanteggiano. Nel deserto bisogna essere sempre molto concentrati perché il pericolo può in qualsiasi momento coglierti di sorpresa. Così nel suq, quando stavo per iniziare un discorso, mi rendevo conto che il mio interlocutore non voleva parlare ma voleva capire quello che pensavo. E così anch’io ho imparato; ho cominciato a scegliere di parlare di meno per guardare la persona davanti a me e cercare di capire che cosa stava pensando. Lei descrive la società civile marocchina. Crede che lo stesso fenomeno si in atto anche negli altri del paesi arabi? Sì, e faccio un semplice esempio. Nel mondo arabo il satellite sta costruendo la cyber-democrazia. Prima del satellite e di internet gli Stati e i regimi controllavano l’informazione e censuravano i cittadini. Il satellite ha distrutto il controllo e la censura, e ha permesso ai cittadini di cominciare ad esprimersi. Oggi ci sono 140 satelliti arabi, e in ogni canale c’è un grande dibattito, e per ogni avvenimento c’è il capo dello Stato che esprime il suo commento ma anche il cittadino che prende in mano il telefono e dice la sua. Questo ha rovesciato i rapporti di potere. Oggi nel mondo arabo il popolo diventa sempre più forte. Il signor Bush dice che ci vuole portare la democrazia con le bombe: ma non è al corrente della rivoluzione che il mondo arabo vive dagli anni 90. Nella prima Guerra del Golfo si poteva solo vedere le bombe su Bagdad sulla Cnn. Oggi nessuno più guarda la Cnn, siamo più dipendenti dai media occidentali, gli arabi producono la loro informazione. Il signor Bush non lo sa, ma sarebbe utile che guardasse al Jazeera prima di bombardarla. Ma la diffusione del satellite significa anche che i terroristi hanno scelto i canali tv per farsi pubblicità e diffondere terrore. Il terrorista che manda in onda un filmato dove sta per tagliare la testa a qualcuno per un arabo è un criminale,un assassino. E soprattutto, ha già perso. I terroristi hanno già perso nel mondo arabo, diversamente da quello che pensano gli occidentali. Però per noi terroristi sono tutti quelli che uccidono, anche i soldati dello stato italiano o americano. Secondo le informazioni di fonte araba, nel settembre 2004, l’armata americana che il signor Bush ha inviato in Iraq ha perso mille uomini e ucciso 20mila iracheni. C’è nel mondo arabo il movimento pacifista più forte forse del mondo, perché gli arabi sono le vittime della violenza, quelli che ogni giorno rischiano di morire. Uccidere non è un atto che dà forza, è un atto criminale, e il miovimento pacifista musulmano condanna tutte le violenze, terroristi e militari. Ma diciamo anche che al confronto dei militari non c’è nessun terrorista che abbia ucciso 20mila persone, come invece hanno fatto i nordamericani. Nei nostri paesi da una parte ci sono gli uomini armati, dall’altra i cittadini disarmati. La soluzione è fermare tutti gli assassini. La mobilitazione della società civile e cosmocivica è una forza enorme che si sta manifestando nel mondo arabo, eppure voi con le vostre telecamere non la riprendete. Ma questo è un vostro problema, non nostro. I vostri media vedono solo i terroristi. Per questo credo nell’importanza del viaggio individuale: che ogni italiano debba trasformarsi in un Sinbad. Forza, viaggiate, vedete voi stessi, muovetevi per andare a scoprire. I media sono uno dei “nostri” problemi. Ma uno dei “vostri” problemi è: cosa nutre il terrorismo islamico? Il terrorismo arabo non è musulmano. Il terrorismo è legato al controllo del petrolio. Mettetevelo in testa. Dicendo musulmani si fa una divisione che non esiste. Proviamo a dire “petrolio musulmano”: tutti gli italiani consumano petrolio musulmano. Le compagnie vogliono controllare il petrolio e per farlo debbono uccidere la democrazia nel mondo arabo, perché la democrazia crea attori politici, e invece così poche persone possono decidere per tutto il petrolio arabo. Le compagnie petrolifere hanno creato il terrorismo che non è un fenomeno arabo: è un “fenomeno petrolifero”. Europei, superate la divisione infantile fra l’Islam e l’Occidente. Non c’è occidente: tutti i paesi che consumano petrolio arabo sono paesi musulmani. Che ne dite di cominciare a pensare che siete già nel mondo musulmano? Attenzione: l’idea non quella è di privare gli europei del petrolio ma di trattare. Questo è il futuro, non ci sono frontiere, l’insicurezza è per tutti, anche per noi arabi. La guerra dimostra che per avere il petrolio non si possono più ammazzare gli arabi. La società civile marocchina è piena di donne che si danno da fare. Perché? Perché le donne sono comunicatrici. Sharazade (la protagonista delle Mille e una notte, ndr) usa la parola per salvare la vita. Questo spiega anche la enorme presenza di donne nei media. Il modello marocchino, e cioè la costruzione di una rete della società civile, è esportabile agli altri paesi arabi, almeno a quelli moderati? Certo. Le Ong agiscono in tutto il mondo, ma da noi è forte la tradizione della autogestione delle comunità, che nel sud del Marocco, nelle montagne e nel deserto è ancora praticata. In questo momento nei paesi arabi, per esempio in Algeria e in Tunisia c’è il boom della società civile, anche se non la sente parlare. Il paese dove ci sono più Ong è la Palestina. Qual è l’atteggiamento della monarchia nei confronti dell’emergere della società civile? Il giovane re ha capito che il Marocco non ha il petrolio e che non può competere sui servizi. Così ha fatto una cosa intelligente: privatizzare Maroc Telecom. Questo ha permesso che ci fosse una competizione e che si abbassassero le tariffe di telefono e internet. La gente improvvisamente ha scoperto internet e si collegata con il mondo. Ed è stata una rivoluzione.

Cina

Yahoo! Notizie 22.10.04
Cina: prosegue crescita economica

(ANSA)-PECHINO, 22 OTT - La Cina ha registrato nei primi novi mesi di quest'anno una crescita del 9,5%. Lo ha annunciato oggi l'Ufficio centrale per le statistiche. Il valore globale del Pil ha raggiunto 9.310 mililardi di yuan (un euro equivale a 10 yuan). Il valore della produzione industriale e' aumentato del 17%, gli investimenti fissi sono aumentati del 27,7%, ha detto Zheng Jingping, portavoce dell' Ufficio centrale per le statistiche.

sinistra
ancora sul libro di Armando Cossutta

Corriere della Sera 22.10.04
Cossutta e le mille storie del Pci
di PAOLO FRANCHI

Dopo Emanuele Macaluso, dopo Pietro Ingrao, anche Armando Cossutta ha voluto scrivere, per Rizzoli, la sua Storia comunista , presentata ieri a Roma, con la sapiente regia di Eugenio Scalfari, da Massimo D’Alema, Ciriaco De Mita e Oliviero Diliberto. E, ove mai ce ne fosse bisogno, anche il libro dell’Armando conferma quante e quanto diverse siano state, nel gruppo dirigente del Pci, le storie, le culture, le vicende politiche, intellettuali ed umane degli uomini che ne facevano parte. E’ quindi difficile dare torto a D’Alema quando, rispondendo a un quesito di Scalfari che si chiedeva come avrebbe potuto essere definito Cossutta nella geografia interna del vecchio partito, ha risposto semplicemente: cossuttiano. E si è limitato a rinviare quanti volessero capire meglio alla complessa (e poco indagata) storia del comunismo milanese nella seconda metà del Novecento, alla sua robusta destra riformista e a una sinistra interna altrettanto robusta, e a modo suo «responsabile», poco incline al movimentismo, cioè, ma anche poco curiosa dei cambiamenti dell’economia, della società, del costume, del gusto.
Cossutta, in realtà, è stato in qualche misura partecipe di entrambe. Ha interpretato cioè, come lo si poteva interpretare a Sesto San Giovanni operaia e a Milano, poi a Roma, il ruolo dell’uomo di centro, del togliattiano moderato e aperto ai ceti medi, in un Pci che dal centro era governato quasi per definizione. A questo ruolo è rimasto fedele fin quando è stato umanamente possibile. Con Palmiro Togliatti, e si capisce. E poi con Luigi Longo, al quale è stato particolarmente vicino. E anche con Enrico Berlinguer. Ma solo fino a un certo punto. Perché l’emarginazione politica di Cossutta non inizia nell’81, quando dà battaglia contro lo «strappo» (vero o presunto) di Berlinguer con l’Urss, ma alla metà degli anni Settanta. Quando Berlinguer lo estromette dalla segreteria del partito, di cui è stato fin lì il coordinatore, sostenendo che, negli anni, ha accumulato troppo potere, anche se, precisa, senza abusarne: e lo spedisce a occuparsi di enti locali.
Che di questo potere faccia parte integrante il rapporto diretto e privilegiato con Mosca, e che questo rapporto Berlinguer cerchi di reciderlo, o di attenuarlo, non è già allora, nel Pci, un mistero per nessuno. E dunque nessuno si stupisce più di tanto quando, sei anni dopo, il dirigente comunista che quasi per definizione ha rappresentato e governato con mano ferma l’ortodossia di apparato si ritrova, denunciando lo «strappo» e la «mutazione genetica» del partito che ne deriverebbe, nella parte dell’eretico che rivendica il diritto di organizzare i suoi in corrente, e viene accusato apertamente di dare man forte a un «lavorìo» sovietico per minare l’autonomia del Pci.
Di tutto questo, pur tra molte reticenze e molti non detti, c’è, nella «Storia comunista» di Cossutta, ampia traccia. E qui sta forse il suo principale motivo di interesse. Perché, da un punto di vista opposto, per esempio, a quello di Macaluso, aiuta a capire che è negli anni Ottanta, ben prima della caduta del Muro e della svolta di Occhetto, della nascita del Pds e di Rifondazione, e del successivo addio tra l’Armando e Fausto Bertinotti, che il Pci, ormai senza una leadership forte e riconosciuta, entra in agonia; e si dissolvono, assieme all’unità nella diversità del gruppo dirigente, anche i rapporti politici, e persino umani. E’ un paradosso. Ma di un minimo di buone maniere tra post, neo e veterocomunisti italiani si può, forse, cominciare a parlare solo adesso. Quando il vecchio Pci caro all’Armando non c’è più, e Fassino-D’Alema, Cossutta e Bertinotti se ne stanno, più o meno felicemente, ciascuno a casa propria.

Repubblica 22.10.04
Cossutta e la storia dei comunisti oltre il Pci D'Alema: separati andiamo più d'accordo

ROMA - Sessant´anni da comunista, sessant´anni quasi tutti dentro il Pci. Sono la vita e il lavoro militante di Armando Cossutta i temi del libro "Una storia comunista", scritto dal presidente del Pdci insieme al giornalista Gianni Montesano. Un libro presentato ieri da Massimo D´Alema, Ciriaco De Mita e Oliviero Diliberto, coordinati da Eugenio Scalfari. Uno Scalfari che mette subito in chiaro di non far parte della famiglia comunista e di collocarsi in un altro orizzonte politico-culturale. Gli replica Diliberto: non è vero - dice al fondatore di Repubblica - perché intorno al tavolo si ritrovano esponenti delle culture politiche che hanno dato vita al patto costituente del 1948.
Si parla di storia e politica nella sala del Cenacolo della Camera. Si parla di Togliatti, Longo e Berlinguer. Scalfari muove a Cossutta la critica di essere partito con l´intento di raccontare fatti e aver finito per dare giudizi. Sono un dirigente politico, replica il leader del Pdci, ed è inevitabile. Ed è giusto criticare anche mostri sacri come Togliatti. Secondo Cossutta, "il Migliore" sbagliò, per esempio, a non reagire con più forza alla rottura del patto antifascista e alla cacciata del Pci dal governo nel 1947. Si parla di Berlinguer. Ma D´Alema invita a «sottoscrivere una tregua» nello scontro sulla sua eredità. Ognuno di noi, dice, potrebbe rivendicare qualcosa di Berlinguer.
Meglio pensare invece che l´esperienza unitaria del Pci era finita e prolungarla sarebbe stato solo continuare nelle lotte intestine. La controprova, continua D´Alema, è che «da quando ci siamo separati, da quando ognuno ha trovato una sua casa, i rapporti fra gli ex comunisti sono sereni». Il leader ds spiega questa apparente contraddizione con il «senso di responsabilità verso il paese» degli ex comunisti. Un senso di responsabilità, continua D´Alema che nel momento drammatico di dover scegliere fra l´interesse del paese e l´interesse del partito ha portato «coloro che accusavano un gruppo di "giovanotti" di svendere il patrimonio storico del Pci a schierarsi i "giovanotti"». Piccola polemica sulla nascita del governo D´Alema del 1998 e sulla scissione in Rifondazione da cui nacque il Pdci. Ma D´Alema ha parole di apprezzamento anche per Bertinotti e Rifondazione. La scelte di Fausto, l´adesione e la nascita della Sinistra europea, spiega il presidente dei Ds, proiettano Rifondazione in un orizzonte post comunista. Scelte, dice D´Alema, che danno ragione alla svolta di Occhetto dell´89. Cossutta prende la palla al balzo. «Abbiamo litigato, ma deve sempre essere così la storia della sinistra? Non si può trovare un´intesa senza pretese di dominio? Adesso è Bertinotti a chiedere qualcosa di nuovo. Noi da tempo proponiamo la stessa cosa: una federazione della sinistra».

Liberazione 22.10.04

Il presidente del Pdci alla presentazione del libro "Una storia comunista"
Cossutta: giusta un'aggregazione a sinistra
di Tonino Bucci

«Sì, è vero, nella storia della sinistra abbiamo polemizzato, litigato, ci siamo divisi. Oggi ci sono tre formazioni, i Ds, noi del Pdci e poi Rifondazione comunista. Ma, mi chiedo, deve sempre rimanere così la storia della sinistra? E perché? Perché non si deve trovare tra le forze della sinistra una grande intesa nel rispetto delle differenze, delle distinzioni, senza pretese egemoniche e di dominio»? Armando Cossutta ha dedicato al presente e alle prospettive della sinistra italiana la chiusa dell'intervento alla presentazione del suo libro, Una storia comunista (in uscita per le edizioni Rizzoli, scritto con Gianni Montesano), pure completamente centrato sul «racconto», sulla «autobiografia politica», sulla «cronaca storica» - come è stato definito ieri a Roma, nel corso di una tavola rotonda fra Massimo D'Alema, Oliviero Diliberto, Ciriaco De Mita ed Eugenio Scalfari. Ma sia pure dentro la cornice narrativa del passato - dalla Resistenza, al Pci di Togliatti e Berlinguer, fino alla nascita di Rifondazione - non è mancato un accenno alla fase politica attuale da parte del presidente dei Comunisti italiani.
E lo ha fatto proprio con un riferimento al Prc. «Sono felice che anche Fausto Bertinotti riconosca che non c'è altra prospettiva in Italia al di fuori del centrosinistra: dell'alleanza, cioè, tra le forze della sinistra e forze che di sinistra non sono, ma sono forze democratiche. Che ci sia stato questo cambiamento è cosa positiva e importante. E ora Bertinotti sostiene anche la necessità di dare vita a una aggregazione delle forze della sinistra. Noi l'abbiamo da sempre sostenuto con la proposta della "confederazione", ma chiamiamola come vogliamo, fa lo stesso. Perché non dovremmo riuscire a dare vita a una aggregazione delle forze della sinistra dentro il centrosinistra? Senza questa alleanza tra forze della sinistra e forze democratiche non vi è speranza non solo di battere Berlusconi ma anche di governare validamente in Italia».
L'autobiografia politica di Cossutta tocca tutte le fasi salienti della storia italiana del dopoguerra, in particolare quelle del Pci. Sono nominati tutti i personaggi chiave, soprattutto Togliatti e Berlinguer, «su di essi - spiega Scalfari - prevale quasi sempre un giudizio duplice, fatto di condivisione ma anche di riserve». Una dopo l'altra si accumulano le questioni. Innazitutto, il dissenso con Berlinguer sullo strappo da Mosca: «riconosco che il suo giudizio era storicamente sbagliato, ma avevo ragione nel dire che era l'inizio di una mutazione genetica», si difende Cossutta. Poi, il significato da attribuire alla scelta della «rifondazione»: ricostruire il vecchio Pci o riconoscere la sconfitta del comunismo reale? «Fin dall'inizio mi sono battuto per il nome "Rifondazione comunista", cioè per la rifondazione di un pensiero e di una cultura comunista. Oggi il capitalismo ha vinto, domina - anche perché non c'è più, nel bene e nel male, un contrappeso - ma non può risolvere le proprie contraddizione. Ecco perché il bisogno di una prospettiva comunista risponde a un'esigenza reale, oggettiva».

i candidati alla magistratura:
matti, fino a prova contraria...

Il Gazzettino 22.10.04
MAGISTRATI
Introdotto un test psico-attitudinale. Anm boccia la riforma

Roma. Con un subemendamento al maxiemendamento presentato ieri sulla riforma della giustizia è stato introdotto un test psico-attitudinale obbligatorio per chi vuole diventare magistrato. Gli aspiranti giudici dovranno sottoporsi al test durante gli orali. A volerlo è stata Forza Italia, come ha dichiarato il suo responsabile giustizia, Giuseppe Gargani. Per quanto riguarda l'iter della riforma Castelli afferma che «potrebbe essere approvata entro l'anno», ma a questo punto sembra quasi sicuro il ricorso alla fiducia. L'Associazione magistrati ha ieri bocciato sia la riforma che il test psico-attitudinale.

L'Arena 22.10.04
L'Arena

[...]
È allarmato il segretario dell’Anm, Carlo Fucci: «Siamo di fronte a una delega in bianco al governo, visto che non si dice chi preparerà questi test, né i parametri da seguire, né chi dovrà valutarne l’esito. Di fatto, si dà all’esecutivo la libertà assoluta di stabilire chi può fare il magistrato e chi no. Il che in un Paese con una tradizione giuridica come la nostra, mi sembra paradossale». «È difficile giudicare con un test l’equilibrio di una persona», osserva il segretario di Magistratura democratica, Claudio Castelli. «E il messaggio che passa è il discredito verso chi è entrato in magistratura fino ad oggi». Ma anche al di là della questione dei test (che ora si propongono «psico»-attitudinali, mentre nella prima formulazione poi cassata erano soltanto «attitudinali»), i magistrati restano comunque compatti contro il maxi-emendamento alla riforma dell’ordinamento giudiziario: l’Anm ne trae il segno della chiusura della maggioranza a miglioramenti effettivi della riforma; e i consiglieri del Csm parlano di ritocchi di facciata, che non cambiano l’impianto preoccupante della riforma. Lo scenario rende sempre più concreta la prospettiva dello sciopero, che quasi certamente sarà attuato quando la riforma sarà approvata dal Senato; ma già mercoledì, ha stabilito la giunta dell’Anm, in tutti gli uffici giudiziari si terranno assemblee sulla «controriforma», con sospensione delle udienze per un’ora, dalle 12 alle 13. Nel frattempo, l’Anm - che rappresenta il novanta per cento dei novemila magistrati italiani - continua a lavorare al dossier che invierà ai parlamentari.
[...]

donne e politica

una segnalazione di Gianluca Cangemi

il manifesto 21.10.04

DONNE E UOMINI
Se l'amore entra nel lessico politico
Pratica politica. Come fare un passo indietro per fare posto all'altro
CLARA JOURDAN*

Pensare una politica dell'amore. È un'esigenza emersa al recente convegno di Sydney sull'influenza del pensiero radicale italiano nell'ultimo decennio, racconta Ida Dominijanni (Sotto il cielo della politica, "il manifesto", 28 settembre). Un'esigenza legata alla «consapevolezza che la potenza espropriante dell'amore è l'unica in grado di opporsi alla potenza espropriante della violenza, e di volgere la fragilità e l'esposizione delle nostre 'vite precarie', come le definisce Judith Butler, alla relazione con l'altro e non al suo annientamento». Sì, è proprio necessario. Che la fragilità si volga in violenza lo vediamo in continuazione, dai fatti di cronaca di molestatori di bambini che si scopre essere stati bambini molestati, alle enormi tragedie dell'umanità come lo sterminio di un popolo perpetrato da sopravvissuti allo sterminio del proprio popolo. A riprova, nella pagina a fianco dello stesso giornale del 28/9, un articolo di Manuela Cartosio sull'enigma terribile dei genocidi, a partire dalle interviste che l'inviato di Libération Jean Hatzfeld ha fatto a dieci contadini hutu esecutori della carneficina della popolazione tutsi in Ruanda nel 1994. Ma come pensare una politica dell'amore? Ci sono state nella storia significative indicazioni in questo senso: «ama il prossimo tuo come te stesso», «ama e fa' quel che vuoi», «fate l'amore, non la guerra»... Più recentemente, nel femminismo della differenza si è parlato dell'amore, e in particolare dell'amore femminile della madre, come pratica politica. Amore, in effetti, può essere un altro nome della relazione in cui consiste la politica delle donne che ha così tanto cambiato la condizione femminile nel Novecento da essere considerata una vera e propria rivoluzione. Che cosa manca allora? Certamente manca una politica dell'amore tra gli uomini, a cui però da donna non mi sento di dare un contributo. Ma manca anche una politica dell'amore nei e dei rapporti tra i sessi. Adriana Sbrogiò e l'associazione «Identità e differenza» di Spinea promuovono ogni anno un seminario di scambio tra donne e uomini sulla politica, che però resta un caso raro. Io per prima, lo ammetto, pur ammirando le donne che riescono a stabilire relazioni politiche con uomini, mi sono tenuta fuori da questa pratica, perché la percepivo (magari sbagliando) come mossa da amore materno per gli uomini, che io non sento. Ora mi rendo conto che può esserci altro. Nell'ultimo numero della rivista Via Dogana (settembre 2004), Lia Cigarini, a proposito dell'introduzione dell'amore nel lessico della politica, scrive: «Credo che sia il modo di toccare (o rianimare, direbbe qualcuna) il desiderio maschile di uscire dalla corazza che lo imprigiona e dalle sue pulsioni distruttive nei confronti delle donne. Se la differenza sessuale è il cuore della libido e del desiderio, come penso, ci potrebbe essere un interesse maschile affinché sia viva».
Ritornando alla fragilità che diventa distruzione, bisogna dire che la fragilità di cui si parla è in realtà fragilità maschile. Non va dato per scontato, né va negato dicendo che ci sono donne autrici di violenze efferate: è vero, ma è innegabile che la fragilità delle donne si esprime più spesso nel ripetere la soggezione alla violenza. Credo che un passaggio che può aprire alla potenza espropriante dell'amore in politica, sia il dare senso alle fragilità maschili e alle fragilità femminili, che vuol dire sì prendere atto che c'è differenza, ma anche lasciarle parlare davvero, le differenze.
Un esempio. Mi è capitato anni fa di ascoltare un uomo dire la sua dipendenza, e la dipendenza degli uomini, dalle donne: «Da una donna nasciamo; una donna, per lo più, desideriamo costantemente; una donna deciderà del nostro essere padri» (Alberto Leiss, Via Dogana n. 21/22, 1995). Questa consapevolezza di un uomo ha permesso a me, donna, di sentire un di più maschile, dato dalla grandezza del bisogno. E questo ha modificato il mio sentimento di fastidio verso la fragilità maschile, una fragilità che di solito mi si manifestava solo come suscettibilità infantile. Mi ha dato fiducia: riconoscere di dipendere dall'altra è già un vivere la fragilità in termini di relazione e non di annientamento. E porta a una relazione non come uguali ma come differenti. Anche in politica, come si può vedere oggi in diversi interventi maschili pubblicati nei siti internet DeA (www.donnealtri.it) e Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it).
Quanto alla fragilità femminile, si può dire sia già orientata alla relazione con l'altro/altra a causa del corpo femminile stesso: un corpo che ha «la capacità di essere due», dice la storica María Milagros Rivera Garretas. Non solo nella maternità: una figura estrema del primato femminile della relazione è secondo Rivera Garretas proprio la donna maltrattata, che rischia la vita pur di non rompere il legame. È forse discutibile, ma a me ha fatto capire qualcosa di importante della mia fragilità, una fragilità molto comune tra le donne anche quando non si arriva a quella situazione estrema. Non si tratta di approvare tale comportamento femminile, ma di dargli un senso, inquietante ma non scontato come quello della «mancanza di autostima», con cui spesso si offende la dignità della vittima delle violenze domestiche.
Nel primato della relazione si può vedere dunque una fragilità femminile, intesa come esposizione alle conseguenze della relazione stessa. Anche Cigarini nomina la fragilità, ma a proposito della sua pratica politica. Sente la necessità di un'esposizione di sé «in momenti e luoghi lontani dall'epicentro della mia attività. Certo, con il rischio di esporre agli occhi di tutti la fragilità della mia pratica di relazione. Ma qui si tratta di rendere viva la differenza femminile, non di custodirla con arte».
Che cosa è che rende fragile la pratica di relazione? Il fatto che non si sostiene con i soldi, le leggi, l'organizzazione, i posti di potere? Sì, la fragilità dipende dal fatto che è appunto una politica che esiste solo nella relazione. In altre parole: se sono state le relazioni tra donne ciò che ha portato a quell'enorme cambiamento della condizione sociale femminile che abbiamo nominato come fine del patriarcato, è la mancanza di relazioni nuove tra uomini e donne ciò che impedisce un altro cambio di civiltà, come potrebbe essere la fine della guerra e dell'idea che la guerra sia necessaria. Non possiamo fare tutto noi donne.
Ma a volte si presentano occasioni sintomatiche di un cambiamento già in atto. La scorsa estate (25 luglio) la pagina milanese del manifesto ha ospitato una lettera di Anna Leoni, professoressa del liceo Agnesi di Milano, che spiegava perché lei e le sue colleghe e colleghi avessero accettato la proposta di fare una classe omogenea di ragazze e ragazzi provenienti da una scuola islamica: «Abbiamo votato sì perché abbiamo interpretato questa disponibilità della comunità di via Quaranta come un grosso passo avanti, probabilmente molto sofferto, che meritava un nostro passo indietro». Alla fine la classe non si è fatta, hanno vinto le reazioni contrarie - xenofobe da una parte, laiciste dall'altra - scatenate dai giornali. Fragilità della pratica di relazione. Ma resta quell'indicazione del passo indietro. È così che inizia la mediazione: un passo indietro rispetto alle proprie idee, tradizioni, esperienze, per fare posto all'altro. Può essere così che inizia una politica dell'amore?

*Libreria delle donne di Milano

giovedì 21 ottobre 2004

un convegno in Liguria da domani a domenica
le streghe

Tg.Com 14.10.04
In Liguria le streghe son tornate
A Triora qualcuno le caccia ancora

A Triora le streghe son tornate. Nel paese in provincia di Imperia, che, tra il 1588 e il 1589, ne processò più di trenta, si torna infatti a parlare di loro. Dal 22 al 24 ottobre, nell’antico borgo montano del Ponente ligure si riuniscono i principali studiosi del fenomeno della stregoneria e delle antiche tradizioni. Non manca, in un ambiente suggestivo, la presentazione del libro "Le tre bocche del drago".
Triora, che ha sviluppato un flusso turistico di qualità grazie alla bellezza incontaminata dei luoghi e alla memoria delle donne accusate, imprigionate e torturate, ritorna su quest'ultima peculiarità della propria storia con la quarta edizione del convegno "La Via Occidentale Antiche tradizioni e caccia alle streghe nel chiostro alpino".
Sotto la direzione di Gian Maria Panizza, direttore dell’Archivio di Stato di Alessandria, e di Paolo Portone, della Società Storica Comense, entrambi ricercatori nell’ambito della storia del fenomeno stregoneria e della sua persecuzione in Italia, i principali studiosi del fenomeno saranno riuniti dal 22 al 24 ottobre nell'antico borgo. Tra gli ospiti ci saranno Massimo Centini, Pinuccia di Gesaro, Andrea Del Col, Michela Zucca, Laura Rangoni, Piercarlo Grimaldi, Oscar Di Simplicio, Franco Castelli.
I lavori verranno introdotti dal prof. Rainer Decker, direttore del dipartimento di Storia della scuola di formazione di Paderborn, celebre ricercatore e autore del recentissimo volume "I papi e le streghe", sintesi di anni di studi. Con la sua presenza si anticipa il prossimo convegno che sarà internazionale e coinciderà con la presentazione dei restauri dell’antico Palazzo Stella di Triora, dove verrà ospitato il Museo Etnografico e della Stregoneria e dove nascerà il Centro Internazionale di Studi sulla Storia della Stregoneria e dell’Inquisizione.
Tra i temi sul tavolo ci sarà l’ipotesi di una stregoneria delle montagne, spesso ripresa dagli storici ma anche molto criticata, e dei suoi rapporti con la cosiddetta western tradition: quel complesso e stratificato insieme di miti, credenze, culti e tradizioni che dovrebbe formare il nucleo della stregoneria occidentale. Nella prima giornata (venerdì 22 ottobre), si esaminerà il problema della precocità e della lunga durata della persecuzione italiana, che il revisionismo storiografico ritiene moderata. Nella seconda giornata (sabato 23 ottobre) il taglio critico sarà di carattere antropologico e verranno trattati e discussi gli argomenti connessi alle tradizioni culturali, alle forme di religiosità popolare, alla conoscenza ed alla pratica delle cure nella cerchia alpina, fino ad affrontare l’interessante problema della continuità o della reinvenzione della tradizione stregonica nelle nuove forme diffuse attualmente. La terza giornata (domenica 24 ottobre) sarà dedicata al problema della caccia alle streghe in Italia e culminerà con una tavola rotonda sulla cosiddetta tolleranza italiana tra verità e mistificazione apologetica.
Fra le iniziative collaterali, nella serata di sabato 23 ottobre, la presentazione - accanto al camino acceso in una delle sale dell’Albergo Colomba d’oro e precisamente in quella che fu la sagrestia dell’antico convento francescano di Triora - del romanzo "Le tre bocche del Drago", edito da Fabio Larcher e scritto in forma di veglia collettiva da alcuni autori molto noti nell’ambito della letteratura fantastica, gotica e horror (tra i quali Alan Altieri, Remo Guerrini, Gianfranco Nerozzi e Danilo Arona), dedicato e ambientato a Triora e alle sue storie di streghe, ricco di suggestioni di grande impatto emotivo. La presentazione del libro verrà fatta in forma di “veglia”. Si tratta di un esperimento di stregoneria estetica con gli scrittori che cercheranno di improvvisare una storia macabra, o di fantasmi, attingendola dal proprio vissuto o dalle proprie letture.

sinistra
Aldo Tortorella

Liberazione 21.10.04
Intervista a Aldo Tortorella, presidente dell'Associazione per il rinnovamento della sinistra
«Dare voce al pensiero critico presente in ogni cultura»

Se la sinistra italiana ha un'anima critica, Aldo Tortorella è uno di quelli che la rappresenta al meglio. Niente tessere di partito in tasca, in compenso un attivismo politico lungo una vita intera. La sua Associazione per il rinnovamento della sinistra è un laboratorio aperto, un cantiere, uno spazio politico dove è possibile incontrare le mille anime di un movimento che si è ritrovato a manifestare in piazza contro la guerra e il neoliberismo, che chiede un altro mondo e un'altra Italia possibile.
C'è un'Italia di sinistra che è disgustata dalle politiche della destra, e che non capisce i tatticismi di una parte dell'opposizione. In altre parole, che non si ritrova nella federazione riformista, nel triciclo insomma. Cosa devono fare?
Penso che un'opinione abbastanza giusta sia arrivata da Asor Rosa, questa estate. C'è un problema di formazione di una cultura politica convergente. Manca un'analisi condivisa della realtà, e quindi non c'è l'indicazione di una prospettiva comune. Quello che chiamano il movimento per un altro mondo possibile ha fornito - anche attraverso il lavoro di numerosi ricercatori - molti temi di discussione. Bisogna lavorare su questo, insieme. Ci sono già tante cose che ci uniscono. A questo punto non ci si deve fermare a discutere di problemi organizzativi. Il lavoro comune può portare a una visione comune.
L'Associazione per il rinnovamento della sinistra cerca di unire le tessere del mosaico della sinistra italiana. Un'altra opposizione è possibile?
Quello che abbiamo cercato di fare, in piccolo e senza nessuna pretesa, è fornire qualche esempio di comportamento. Nella nostra associazione ci sono donne e uomini che appartengono a varie formazioni di sinistra, fanno iniziative e discutono insieme. Noi tentiamo di dare un'analisi diversa della realtà. La critica al liberismo è ormai abbastanza generalizzata, anche nei settori più moderati. Adesso si tratta di vedere se si conviene su una nuova critica del modello economico e sociale capitalistico. Il compromesso socialdemocratico si reggeva su una premessa: la redistribuzione delle risorse. La definizione dello sviluppo era affidata alle forze economicamente dominanti. Ora questo modello è in crisi. Le risorse naturali sono devastate, i consumi non possono aumentare all'infinito. E allora bisogna ripensare il tipo di compromesso: non si può pensare solo alla redistribuzione delle risorse, ma alla ridefinizione del modello di sviluppo.
Di qui la necessità di lavorare insieme, di aprire un cantiere per sviluppare nuove proposte, nuovi progetti politici.
L'esempio più valido e noto è quello della lotta per la pace. La posizione del movimento - fatta propria dalle sinistre politiche alternative - ha influenzato anche i moderati. Chi credeva di essere realista ha dimostrato di non esserlo. La lotta all'integralismo islamico non si fa contrapponendo un altro integralismo. C'è molto da lavorare su questo. Basta pensare al rigurgito fondamentalista con cui è stata concepita la legge sulla fecondazione assistita. Ci vuole una forza alternativa che abbia la capacità di parlare al mondo cristiano e mussulmano. Bisogna dar voce al pensiero critico presente in ogni cultura.
Che fare?
Io penso che in tutte le forze, nella Margherita come nei Ds, ci siano culture diverse. Certo, c'è poi una tendenza maggioritaria che spinge verso una coalizione di forze di tipo moderato, neocentrista. E questo va capito, non va demonizzato. Ma proprio per un motivo del genere bisogna cercare di ricomporre, non in forma schematica, un punto di vista critico, oppure alternativo. Io preferisco chiamarlo critico e costruttivo. Il fatto che Rifondazione comunista dica: noi non vogliamo fagocitare nessuno, non vogliamo ingrandire noi stessi ma siamo disponibili a esaminare una nostra partecipazione a un contenitore comune, è utile. Non per fare una babele di linguaggi, ma per cercare di costruire una strada nuova.
Molti studiosi della politica osservano che la forma partito è in crisi.
Molte delle esperienze partitiche sono deboli, non solo perché hanno obiettivi sbagliati. C'è anche una crisi del modo tradizionale di concepire i partiti. Penso che il pullulare di gruppi, sigle, iniziative a sinistra sia un sintomo di questa crisi. Può diventare un danno se non si riesce a stabilire una comunanza di obiettivi politici e a lavorare per una visione comune.
Facciamo due esempi concreti.
Uno, evidentissimo, è lo scasso della Costituzione repubblicana, che dipende anche dagli errori del centrosinistra. C'è troppo poco allarme. E' in ritardo una mobilitazione comune. Un altro esempio è la rappresentanza politica del lavoro: se ne parla ma non si vede ancora un'azione convergente.
Cosa vede Aldo Tortorella nella sua palla di vetro? Riuscirà la sinistra critica a ritrovarsi?
La capacità di rispondere uniti in una certa misura c'è già, e deve essere intensificata. L'abbiamo visto nella lotta contro la guerra, sull'articolo 18, per la difesa dello Stato di diritto. Più faticoso sarà il lavoro per la ricostruzione non solo degli obiettivi politici comuni ma di una visione comune della realtà e della prospettiva. In questo momento i partiti hanno i loro congressi. Le associazioni, le forze della sinistra sociale, i movimenti potrebbero più facilmente ritrovarsi insieme per aprire il cammino. Per quanto ci riguarda, questa è la direzione del nostro lavoro.

Frida Nacinovich
f. nacinovich@liberazione. it

sinistra
il libro di Armando Cossutta

Repubblica 21.10.04
IL LIBRO-INTERVISTA DI ARMANDO COSSUTTA
COMUNISTA SENZA ABIURE
NELLO AJELLO

Una storia comunista di Armando Cossutta e Gianni Montesano viene presentato oggi a Roma presso la Sala del Cenacolo (vicolo Valdina 3a) alle ore 17 da Massimo D´Alema, Ciriaco De Mita e Oliviero Diliberto. Presiede Eugenio Scalfari
«Sono stato e sono ancora un comunista, senza vergogne e senza abiure», è il motto che Armando Cossutta adotta per riassumere la propria biografia, intitolata, appunto, Una storia comunista e redatta in collaborazione con Gianni Montesano (Rizzoli, pagg. 288, euro 15,50). La definisce «una piccola cronaca senza grandi pretese», ma non può sfuggirne l´intensa passionalità. Attraversa sessant´anni della sinistra italiana, visti da una distanza temporale che non ne attenua anzi sembra accrescerne l´impatto emotivo e la carica polemica.
Il punto di osservazione iniziale è la Lombardia operaia, anzi ciò che a lungo se ne è considerato la «cittadella»: Sesto San Giovanni. Lì Cossutta, nato a Milano nel 1926, iniziò la carriera politica, dopo aver militato nelle file della Resistenza ed aver subìto il carcere. Segretario della sezione comunista della «Stalingrado d´Italia», vi incontra i massimi dirigenti del partito: da Togliatti, alla cui lezione si professerà fedele, a quel Luigi Longo, del quale appena può tesse l´elogio. Del primo, Togliatti, apprezza la razionale freddezza, la perseveranza con la quale privilegiò, nei fatti, «la strada della democrazia» rispetto a quella dell´«insurrezione»: l´occupazione della Prefettura di Milano, nell´autunno del ´47, da parte di «una fiumana» di militanti del Pci sotto la guida di Giancarlo Pajetta - un topos della nostra narrativa politica - viene riproposta in queste pagine con vivacità e a completo onore del segretario del Pci che ne intuì a prima vista l´inutilità operativa (al punto, testimonia Cossutta, che in quelle ore «l´irritazione di Togliatti era ben più forte di quella di Scelba e De Gasperi»).
Di Longo, Cossutta ricorda la perentoria semplicità: alla vigilia di quel 28 aprile del ´45, quando il comandante partigiano Walter Audisio incaricato di giustiziare Mussolini manifesta qualche comprensibile esitazione, Longo lo gela per telefono: «Senti Valerio, o tu fucili Mussolini o noi fuciliamo te». Un episodio che sembra sfumare in una truce oleografia. Meno epici risultano certi tratti del carattere di Longo che Cossutta rievoca con leggerezza. Come quando, per troncare dibattiti che si preannunziano inesauribili, il successore di Togliatti posa sul tavolo di riunione il proprio cappello invitando i compagni a deporvi ciascuno un bigliettino con il suo voto: contiamoci e non se ne parli più. Così, nel dicembre del ´64, venne scelto, in qualità di candidato comunista al Quirinale, Saragat al posto di quel Fanfani che taluni - fra i quali Pietro Ingrao - patrocinavano. Decisioni ben più sofferte Longo aveva assunto rendendo pubblico il memoriale togliattiano di Jalta e si sarebbe accollato criticando con asprezza l´invasione sovietica della Cecoslovacchia (agosto 1968).
L´aura mitologica che aleggia su questi episodi sembra intorbidarsi nel periodo successivo, quando Cossutta passa all´opposizione nel partito, diventando capo della corrente denominata, all´ingrosso, «filosovietica». E ciò determinerà uno stop alla sua carriera, che aveva conosciuto un´ascesa continua fino a sfociare, nel 1966, nell´incarico di coordinatore dell´ufficio di segreteria e nella funzione di «sovrintendente all´amministrazione» del partito. Per farla breve, almeno fino al 1974, fu lui a procurare al Pci i finanziamenti che provenivano dall´Unione Sovietica: il cosiddetto «oro di Mosca».
Bersagliato per decenni dagli avversari politici, Cossutta non ha mai nascosto quel suo ruolo, rivendicandone anzi la legittimità in un universo bipolare, in cui ciascuna delle parti in lotta aveva i suoi finanziatori internazionali: la Dc gli Stati Uniti, il Pci l´Urss. Anche quando, sulla metà degli anni Settanta, i finanziamenti di provenienza moscovita si affievoliscono o cessano del tutto, egli continua a percepire contributi, magari modesti, di provenienza sovietica, stavolta a vantaggio di iniziative giornalistiche facenti capo alla sua «area» all´interno del partito o comunque predisposte verso Mosca.
Moralmente ineccepibile in quanto persona, l´ex agitatore di Sesto San Giovanni è ormai una sorta di manager internazionale di partito. E questa funzione collima con la sua visione politica generale. Sotto Berlinguer, egli sarà favorevole al compromesso storico come intuizione di fondo, ma assai critico verso i governi di solidarietà nazionale appoggiati dal Pci. Considererà «infelice» l´intervista con la quale, nell´estate del ´76, Berlinguer afferma di «sentirsi più al sicuro» sotto la protezione della Nato. Per non parlare della dichiarazione in cui lo stesso leader, alla fine del 1981, dichiarerà esaurita la «capacità propulsiva» della rivoluzione di Ottobre. Riviste oggi, le tesi berlingueriane gli sembrano anticipare quella «mutazione genetica» del partito di Togliatti e di Longo che condurrà al cambio del nome. D´altronde, già a partire dai tardi anni Settanta, il «caso Cossutta» era andato accentrando intorno a sé il dissenso comunista.
«Atto distruttivo» e «suicida», manifestazione di «pentitismo politico», «recisione delle radici», «nuovismo a tutti i costi»: così, in questa Storia comunista, si parla della "Bolognina" e del cambio di nome e di collocazione politica dell´ex Pci: colpevoli i «quarantenni scalpitanti guidati da Occhetto e da Massimo D´Alema». Cossutta si colloca alla testa dei comunisti del «no» e degli oppositori di quella «Cosa» che sarà poi il Pds e l´attuale Ds.
La nascita del partito della Rifondazione comunista, nel maggio del ´91, avrà proprio in Cossutta il massimo artefice: e, tre anni più tardi, sarà opera sua la stessa scelta di Fausto Bertinotti - un dirigente sindacale non di gran nome, all´epoca - come segretario.
È nel destino dell´anziano dirigente lombardo assistere a continui strappi che compromettono i suoi ideali originari. Il partito della Rifondazione comunista, da lui concepito come una formazione «unitaria» a sinistra, con Bertinotti cambia passo. Viene percorso da «un´accelerazione estremista», s´ispira a un «comunismo ribellistico che io definisco "dannunziano"». Nell´ottobre di sei anni fa, «in quelli che annovero fra i giorni più amari della mia vita», cade in parlamento il governo presieduto da Romano Prodi. Responsabile di questo capolavoro alla rovescia è il partito che proprio Cossutta ha creato e che Bertinotti ora dirige.
Tutto daccapo. Cossutta se ne va, inventa un nuovo partito, i Comunisti italiani, destinato a rappresentare «la sinistra del centrosinistra». È finora, l´ultima sua incarnazione politica. Ha già settantadue anni, in quel 1998, l´ex dirigente di base di Sesto San Giovanni. E può ben dire, parlando di sé al plurale come in un´epigrafe: «Andiamo lontano perché veniamo da lontano».