Corriere della Sera 21.5.05
Parlano i protagonisti del «processo televisivo» sull’omicidio di Samuele Lorenzi E sul mistero l’ombra di un’altra Cogne
Cristina Marrone
«Qui è come Cogne. Capisco la paura di sbagliare, ma meglio non ripetere gli stessi errori. Mi sembra che i tempi siano maturi per fare qualcosa che è inevitabile, altrimenti vengono meno anche i diritti della difesa». E’ il criminologo Francesco Bruno a ricordare la tragedia valdostana. A Casatenovo ci sono un bimbo morto, una madre in lacrime, gli investigatori che sospettano di lei. Gli elementi del giallo che ha dominato il dibattito mediatico su Cogne ci sono tutti. E lo pensano anche i protagonisti di quel «processo al processo» celebrato nei salotti tv. Con analogie e differenze. Bruno non è convinto della versione raccontata dalla madre di Mirko: «Fa acqua da tutte le parti. Neppure il più crudele dei rapinatori farebbe annegare in bimbo di 5 mesi, rischiando una condanna all’ergastolo per quattro soldi. Tanto più che un bambino così piccolo non può essere neppure un testimone. E poi le urla. Possibile che nessuno abbia sentito nulla? Una madre che vede morire il proprio figlio fa qualunque cosa per salvarlo». Francesco Viglino, il medico legale che per primo vide Samuele, avverte: «Sono ancora pochi gli elementi conosciuti, ma in un delitto del genere è chiaro che si cerca molto nella sfera familiare. La cosa importante sono i primi interrogatori: meglio andare subito a tamburo battente». E’ della stessa idea Paolo Crepet : «Meglio pensare il peggio possibile, poi sono gli elementi raccolti che eventualmente lo faranno cadere». Lo psicologo non è così pessimista sulla soluzione del caso: «Non è Cogne due e non lo sarà. Si risolverà molto prima perché qui abbiamo un movente: quello di un’aggressione per rapina. Che magari risulterà falso o poco credibile. Ma almeno c’è. E gli investigatori raccoglieranno elementi per capire se è vero o falso. Per Cogne invece siamo ancora qui che ci chiediamo perché Samuele è stato ucciso e cosa è successo». I dubbi sono gli stessi sottolineati dal criminologo Bruno: le urla che nessuno sente, una donna che assiste impotente alla morte del figlio e, pur legata, non riesce a fare niente per salvarlo. «Perdere un figlio in questo modo è la cosa peggiore che può capitare a una madre, quindi reagisce e ricorda in uno stato emotivo molto particolare, con poca lucidità. E quella donna, dicono, è svenuta: circostanza che può portare all’amnesia, quindi a una ricostruzione degli eventi che può risultare parziale».
L’ex presidente della Camera Irene Pivetti mette davanti a tutto il rispetto per le persone: «Come si fa a sapere chi è stato? Ora la figura chiave è il padre di quel bambino: non è poi così scontato che difenda per sempre la moglie. Non dimentichiamoci che ha perso un figlio». E la giornalista Barbara Palombelli invita alla cautela: «Mi sembra che Cogne e Casatenovo abbiano reagito allo stesso modo, con scetticismo di fronte all’aggressione di uno sconosciuto. Ma attenzione a non creare un caso».
«Cosa volete sapere?» sbotta l’avvocato Carlo Taormina , difensore di Annamaria Franzoni. «C’è solo da sperare che non succeda quello che è capitato a Cogne, ma che si raggiunga la verità. Che non sia un secondo calvario giudiziario». E l’ex sindaco di Cogne, Osvaldo Ruffier ha un unico desiderio: «Ci auguriamo che gli abitanti di Casatenovo non debbano vivere quello che abbiamo passato noi. Devono pretendere la verità. Subito. Senza l’ombra di mostri che girano per il paese».
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
sabato 21 maggio 2005
staminali e referendum
Corriere della Sera 21.5.05
Embrioni clonati da cellule umane adulte
Dopo la Corea, l’annuncio dalla Gran Bretagna.
L’ira di Bush: mai negli Usa, pronto a usare il veto
Mario Pappagallo
Non si tratterebbe di veri embrioni e nemmeno di ovuli femminili fecondati, ma la distinzione è sottile. A 24 ore dall’annuncio coreano arriva la notizia della clonazione a fini terapeutici realizzata da ricercatori di Newcastle. E subito si sono riaccese le polemiche: guai alla clonazione umana. In realtà, né a Seul né a Newcastle sarebbero stati clonati embrioni umani. E’ stata usata una tecnica che riporta «indietro» una normale cellula adulta di un malato fino al suo stadio iniziale, cioè di agglomerato di cellule staminali «tabula rasa»: in grado di diventare tutto a seconda della via verso cui vengono indirizzate. Queste cellule vanno poi «coltivate», aumentate di numero fino a poterle iniettare (trapiantare) nel malato stesso da cui è stata prelevata la cellula adulta iniziale. Qui, secondo quanto già visto nei topi dopo 30 anni di studi, riparano il danno causa della malattia: i topi sono guariti. Per l’uomo è tutto da vedere.
L’ESPERIMENTO - I fatti: un’équipe dell’università di Newcastle upon Tyne , guidata da Alison Murdoch e Miodrag Stojkovic, è riuscita a riportare allo stato iniziale di embrione umano cellule adulte di malati, nell’ambito di una ricerca finalizzata a trovare una cura per malattie degenerative come il morbo di Parkinson e l’Alzheimer. Ricerca di «clonazione a fini terapeutici» autorizzata lo scorso anno dall’autorità britannica competente: la Human Fertilitisation and Embryology Authority. Gli scienziati di Newcastle sono riusciti a creare per il momento tre blastocisti, cioè l’equivalente del primo stadio di un embrione, un ammasso di cellule più piccolo della punta di uno spillo. L’annuncio è arrivato meno di 24 ore dopo quello fatto da un gruppo di scienziati sudcoreani che hanno prodotto le prime linee di cellule staminali tratte sempre da cloni di cellule adulte.
I TRE BLASTOCISTI - Quello inglese però è stato un semi-successo perché i tre blastocisti ottenuti sono durati solo 5 giorni, troppo poco. Che cosa hanno fatto gli inglesi? Da 36 ovuli non fecondati, donati da 11 donne che si erano sottoposte a un trattamento di fertilizzazione in vitro (come è noto sia gli ovuli sia gli spermatozoi possono essere congelati) è stato tolto il nucleo (quello con il patrimonio genetico della donna) ed è stato sostituito con il nucleo della cellula adulta prelevata, come nel caso coreano, da un malato. Gli ovuli sono stati quindi trattati con fattori di crescita e stimolati con una piccola scossa elettrica per avviare il processo di suddivisione cellulare: il clone. Da 10 ovuli i ricercatori sono stati in grado di creare tre blastocisti, cioè gli pseudo-embrioni. «L’esperimento - hanno spiegato gli inglesi - serviva a provare che da ovuli non fecondati si possono produrre cloni». Al contrario i ricercatori sudcoreani, guidati da Hwang Woo Suk, sono riusciti a realizzare (secondo Science) le prime linee di cellule staminali embrionali «su misura» a partire da cellule adulte di 11 pazienti colpiti da diabete giovanile, lesioni del midollo spinale e immunodeficienza.
LA CASA BIANCA - Dagli Stati Uniti arriva la condanna della Casa Bianca. «Il presidente George W. Bush - ha fatto presente il portavoce Trent Duffy - porrebbe certamente il veto a qualsiasi proposta di legge che tentasse in qualche modo di allentare le restrizioni federali sulla sperimentazione su cellule staminali embrionali».
«Non abbiamo violato alcuna legge del nostro Paese - replica alle polemiche il sudcoreano Hwang Woo Suk -. Abbiamo anzi ritardato di molto l’annuncio per essere sicuri di essere nella piena legalità». Hwang ha anche messo in guardia dai facili entusiasmi: «Ci sono ancora ostacoli formidabili da superare». I progressi però sono stati più rapidi del previsto: in appena 7 anni si è passati dalla scoperta delle cellule staminali embrionali umane alla possibilità di ottenere linee di queste cellule per studiare gravi malattie. Le cellule staminali embrionali dell’uomo sono state infatti isolate per la prima volta nel 1998 dal genetista britannico Martin Bobrow e la prima clonazione a fini terapeutici è stata annunciata nel febbraio 2004 dallo stesso gruppo di Woo Suk Hwang.
LE APERTURE - Spagna e Germania hanno invece accolto positivamente gli annunci di Seul e Newcastle. Il ministro della sanità spagnolo, Elena Salgado, ritiene che ci sia appoggio sociale sufficiente nel Paese per giungere ad una legislazione che consenta la clonazione delle cellule, ma solo a fini terapeutici. E oggi il titolo di prima pagina del tedesco Sueddeutsche Zeitung sarà: «Dopo i successi in Inghilterra e in Corea del Sud il cancelliere Schroeder vuole facilitare la ricerca sulla clonazione».
Corriere della Sera 21.5.05
ROMA - «Mi si permetta la rude semplificazione: non si ...
Giovanna Cavalli
ROMA - «Mi si permetta la rude semplificazione: non si possono mettere le mutande alla scienza», osserva Alfredo Biondi , vicepresidente della Camera. «Questa è la prova che Cristoforo Colombo vedeva più lontano dei sapienti di Salamanca». E sottoscrive quanto sostenuto sul Corriere dal professor Edoardo Boncinelli dopo la produzione di cellule staminali da embrioni clonati eseguita dall’equipe coreana. Ha scritto il direttore del Sissa (Scuola internazionale di studi avanzati): «Il mondo va avanti e quando l’applicazione pratica di queste scoperte diverrà realtà sarà difficile non tenerne conto e impedire a chi soffre di andare a farsi curare dove è possibile». E ancora: «Le decisioni prese nel nostro Paese sono destinate ad essere annacquate da quelle degli altri. Con buona pace dei referendum».
La scienza dunque è più veloce della politica. «I fatti si confermano più forti di ragionamenti e pregiudizi, specie se si confonde la scienza con la fede», continua Biondi, schierato per 4 sì. «Il sapere non può essere imbrigliato. Come ho sostenuto il giorno che mi alzai in piedi e nel silenzio dei miei colleghi di Forza Italia dissi che lo Stato non può negare alle donne il diritto di essere madri». Vero che le scoperte scientifiche «bruciano» le leggi. «Ma proprio per questo serve votare sì al referendum sulla fecondazione», obietta Katia Zanotti dei Ds. «Dobbiamo abrogare un divieto che ci tiene fuori dal mondo, fare una legge più leggera, da rivedere ogni 4 o 5 anni. Altrimenti sì che restiamo indietro». Aggiunge la collega Gloria Buffo: «La scienza andrà sempre più veloce di noi. Ma almeno cerchiamo di salvare vite umane visto che in una scala di valori condivisi la salute e la vita sono più importanti dell’etica».
Ne dibatte il fronte del sì. Boncinelli «ha ragione» esulta Daniele Capezzone, segretario dei Radicali italiani. «Difatti gli avversari del referendum fanno una battaglia lunare. Come reagiranno di fronte alla prima guarigione clamorosa? Protesteranno? Dobbiamo evitare di scrivere leggi che tra un anno o una settimana verranno superate dalla realtà. Su 180 Paesi, soltanto il Costarica ha norme più restrittive».
Descrive la legge 40 sulla fecondazione come «un ircocervo» Margherita Boniver, sottosegretario agli Esteri. «Mai dubitato che la scienza proceda più velocemente della politica. Siamo di fronte alla più importante scoperta di questa generazione. Ma servono regole. Perciò mi unisco all’appello dei 77 premi Nobel per coniugare la libertà di ricerca con la dignità umana». Propone di affidarci alla scienza il senatore della Margherita Antonio Gaglione, cardiochirurgo, che in controtendenza col partito voterà «quattro bei sì». Spiega: «Il progresso non si può fermare, se queste cellule curano malattie ben venga la sperimentazione. Siamo tutti geneticamente modificati nei secoli. Mica sono uguale all’uomo di duemila anni fa».
La scienza ci supera? «Ecco perché bisogna fermarla, specie quando interviene in maniera invasiva sulla salute umana», argomenta il verde Paolo Cento. «Non si può accettare passivamente ogni scoperta, non quando si parla di clonazione. Il liberismo sulla vita mi fa paura». Condivide Ramon Mantovani di Rifondazione comunista: «La ricerca va regolamentata. Ma qui non c’entra la scienza. Qui c’è la volontà di trasformare uno Stato laico in uno Stato confessionale».
La Stampa 21 Maggio 2005
GERMANIA
Schroeder replica
«Io la liberalizzo»
Il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung ha aperto ieri la prima pagina con la notizia appresa da fonti governative secondo cui Gerhard Schroeder intenderebbe liberalizzare la ricerca sulle cellule staminali in Germania. Secondo il giornale di Amburgo la notizia del successo ottenuto dai ricercatori sudcoreani nella clonazione di cellule staminali su misura ha consolidato la convinzione del Cancelliere di modificare gradatamente le norme restrittive attualmente in vigore in Germania. La «Faz» anticipa che nel discorso che terrà il 14 giugno, in occasione del ricevimento di una laurea honoris a Gottinga, Schroeder si pronuncerà a favore della «clonazione terapeutica» e di una ricerca sulle cellule staminali senza più vincoli. In base alle norme attuali solo nove équipe di ricercatori sono autorizzate a portare avanti questo tipo di ricerca, e solo su cellule staminali importate dall'estero. Le indiscrezioni riportate dalla «Faz» sul problema della ricerca biologica liberalizzata sono state smentite dalle fonti ufficiali interessate.
Embrioni clonati da cellule umane adulte
Dopo la Corea, l’annuncio dalla Gran Bretagna.
L’ira di Bush: mai negli Usa, pronto a usare il veto
Mario Pappagallo
Non si tratterebbe di veri embrioni e nemmeno di ovuli femminili fecondati, ma la distinzione è sottile. A 24 ore dall’annuncio coreano arriva la notizia della clonazione a fini terapeutici realizzata da ricercatori di Newcastle. E subito si sono riaccese le polemiche: guai alla clonazione umana. In realtà, né a Seul né a Newcastle sarebbero stati clonati embrioni umani. E’ stata usata una tecnica che riporta «indietro» una normale cellula adulta di un malato fino al suo stadio iniziale, cioè di agglomerato di cellule staminali «tabula rasa»: in grado di diventare tutto a seconda della via verso cui vengono indirizzate. Queste cellule vanno poi «coltivate», aumentate di numero fino a poterle iniettare (trapiantare) nel malato stesso da cui è stata prelevata la cellula adulta iniziale. Qui, secondo quanto già visto nei topi dopo 30 anni di studi, riparano il danno causa della malattia: i topi sono guariti. Per l’uomo è tutto da vedere.
L’ESPERIMENTO - I fatti: un’équipe dell’università di Newcastle upon Tyne , guidata da Alison Murdoch e Miodrag Stojkovic, è riuscita a riportare allo stato iniziale di embrione umano cellule adulte di malati, nell’ambito di una ricerca finalizzata a trovare una cura per malattie degenerative come il morbo di Parkinson e l’Alzheimer. Ricerca di «clonazione a fini terapeutici» autorizzata lo scorso anno dall’autorità britannica competente: la Human Fertilitisation and Embryology Authority. Gli scienziati di Newcastle sono riusciti a creare per il momento tre blastocisti, cioè l’equivalente del primo stadio di un embrione, un ammasso di cellule più piccolo della punta di uno spillo. L’annuncio è arrivato meno di 24 ore dopo quello fatto da un gruppo di scienziati sudcoreani che hanno prodotto le prime linee di cellule staminali tratte sempre da cloni di cellule adulte.
I TRE BLASTOCISTI - Quello inglese però è stato un semi-successo perché i tre blastocisti ottenuti sono durati solo 5 giorni, troppo poco. Che cosa hanno fatto gli inglesi? Da 36 ovuli non fecondati, donati da 11 donne che si erano sottoposte a un trattamento di fertilizzazione in vitro (come è noto sia gli ovuli sia gli spermatozoi possono essere congelati) è stato tolto il nucleo (quello con il patrimonio genetico della donna) ed è stato sostituito con il nucleo della cellula adulta prelevata, come nel caso coreano, da un malato. Gli ovuli sono stati quindi trattati con fattori di crescita e stimolati con una piccola scossa elettrica per avviare il processo di suddivisione cellulare: il clone. Da 10 ovuli i ricercatori sono stati in grado di creare tre blastocisti, cioè gli pseudo-embrioni. «L’esperimento - hanno spiegato gli inglesi - serviva a provare che da ovuli non fecondati si possono produrre cloni». Al contrario i ricercatori sudcoreani, guidati da Hwang Woo Suk, sono riusciti a realizzare (secondo Science) le prime linee di cellule staminali embrionali «su misura» a partire da cellule adulte di 11 pazienti colpiti da diabete giovanile, lesioni del midollo spinale e immunodeficienza.
LA CASA BIANCA - Dagli Stati Uniti arriva la condanna della Casa Bianca. «Il presidente George W. Bush - ha fatto presente il portavoce Trent Duffy - porrebbe certamente il veto a qualsiasi proposta di legge che tentasse in qualche modo di allentare le restrizioni federali sulla sperimentazione su cellule staminali embrionali».
«Non abbiamo violato alcuna legge del nostro Paese - replica alle polemiche il sudcoreano Hwang Woo Suk -. Abbiamo anzi ritardato di molto l’annuncio per essere sicuri di essere nella piena legalità». Hwang ha anche messo in guardia dai facili entusiasmi: «Ci sono ancora ostacoli formidabili da superare». I progressi però sono stati più rapidi del previsto: in appena 7 anni si è passati dalla scoperta delle cellule staminali embrionali umane alla possibilità di ottenere linee di queste cellule per studiare gravi malattie. Le cellule staminali embrionali dell’uomo sono state infatti isolate per la prima volta nel 1998 dal genetista britannico Martin Bobrow e la prima clonazione a fini terapeutici è stata annunciata nel febbraio 2004 dallo stesso gruppo di Woo Suk Hwang.
LE APERTURE - Spagna e Germania hanno invece accolto positivamente gli annunci di Seul e Newcastle. Il ministro della sanità spagnolo, Elena Salgado, ritiene che ci sia appoggio sociale sufficiente nel Paese per giungere ad una legislazione che consenta la clonazione delle cellule, ma solo a fini terapeutici. E oggi il titolo di prima pagina del tedesco Sueddeutsche Zeitung sarà: «Dopo i successi in Inghilterra e in Corea del Sud il cancelliere Schroeder vuole facilitare la ricerca sulla clonazione».
Corriere della Sera 21.5.05
ROMA - «Mi si permetta la rude semplificazione: non si ...
Giovanna Cavalli
ROMA - «Mi si permetta la rude semplificazione: non si possono mettere le mutande alla scienza», osserva Alfredo Biondi , vicepresidente della Camera. «Questa è la prova che Cristoforo Colombo vedeva più lontano dei sapienti di Salamanca». E sottoscrive quanto sostenuto sul Corriere dal professor Edoardo Boncinelli dopo la produzione di cellule staminali da embrioni clonati eseguita dall’equipe coreana. Ha scritto il direttore del Sissa (Scuola internazionale di studi avanzati): «Il mondo va avanti e quando l’applicazione pratica di queste scoperte diverrà realtà sarà difficile non tenerne conto e impedire a chi soffre di andare a farsi curare dove è possibile». E ancora: «Le decisioni prese nel nostro Paese sono destinate ad essere annacquate da quelle degli altri. Con buona pace dei referendum».
La scienza dunque è più veloce della politica. «I fatti si confermano più forti di ragionamenti e pregiudizi, specie se si confonde la scienza con la fede», continua Biondi, schierato per 4 sì. «Il sapere non può essere imbrigliato. Come ho sostenuto il giorno che mi alzai in piedi e nel silenzio dei miei colleghi di Forza Italia dissi che lo Stato non può negare alle donne il diritto di essere madri». Vero che le scoperte scientifiche «bruciano» le leggi. «Ma proprio per questo serve votare sì al referendum sulla fecondazione», obietta Katia Zanotti dei Ds. «Dobbiamo abrogare un divieto che ci tiene fuori dal mondo, fare una legge più leggera, da rivedere ogni 4 o 5 anni. Altrimenti sì che restiamo indietro». Aggiunge la collega Gloria Buffo: «La scienza andrà sempre più veloce di noi. Ma almeno cerchiamo di salvare vite umane visto che in una scala di valori condivisi la salute e la vita sono più importanti dell’etica».
Ne dibatte il fronte del sì. Boncinelli «ha ragione» esulta Daniele Capezzone, segretario dei Radicali italiani. «Difatti gli avversari del referendum fanno una battaglia lunare. Come reagiranno di fronte alla prima guarigione clamorosa? Protesteranno? Dobbiamo evitare di scrivere leggi che tra un anno o una settimana verranno superate dalla realtà. Su 180 Paesi, soltanto il Costarica ha norme più restrittive».
Descrive la legge 40 sulla fecondazione come «un ircocervo» Margherita Boniver, sottosegretario agli Esteri. «Mai dubitato che la scienza proceda più velocemente della politica. Siamo di fronte alla più importante scoperta di questa generazione. Ma servono regole. Perciò mi unisco all’appello dei 77 premi Nobel per coniugare la libertà di ricerca con la dignità umana». Propone di affidarci alla scienza il senatore della Margherita Antonio Gaglione, cardiochirurgo, che in controtendenza col partito voterà «quattro bei sì». Spiega: «Il progresso non si può fermare, se queste cellule curano malattie ben venga la sperimentazione. Siamo tutti geneticamente modificati nei secoli. Mica sono uguale all’uomo di duemila anni fa».
La scienza ci supera? «Ecco perché bisogna fermarla, specie quando interviene in maniera invasiva sulla salute umana», argomenta il verde Paolo Cento. «Non si può accettare passivamente ogni scoperta, non quando si parla di clonazione. Il liberismo sulla vita mi fa paura». Condivide Ramon Mantovani di Rifondazione comunista: «La ricerca va regolamentata. Ma qui non c’entra la scienza. Qui c’è la volontà di trasformare uno Stato laico in uno Stato confessionale».
La Stampa 21 Maggio 2005
GERMANIA
Schroeder replica
«Io la liberalizzo»
Il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung ha aperto ieri la prima pagina con la notizia appresa da fonti governative secondo cui Gerhard Schroeder intenderebbe liberalizzare la ricerca sulle cellule staminali in Germania. Secondo il giornale di Amburgo la notizia del successo ottenuto dai ricercatori sudcoreani nella clonazione di cellule staminali su misura ha consolidato la convinzione del Cancelliere di modificare gradatamente le norme restrittive attualmente in vigore in Germania. La «Faz» anticipa che nel discorso che terrà il 14 giugno, in occasione del ricevimento di una laurea honoris a Gottinga, Schroeder si pronuncerà a favore della «clonazione terapeutica» e di una ricerca sulle cellule staminali senza più vincoli. In base alle norme attuali solo nove équipe di ricercatori sono autorizzate a portare avanti questo tipo di ricerca, e solo su cellule staminali importate dall'estero. Le indiscrezioni riportate dalla «Faz» sul problema della ricerca biologica liberalizzata sono state smentite dalle fonti ufficiali interessate.
un'intervista de "La Stampa" a Edoardo Boncinelli
La Stampa 21 Maggio 2005
I DUBBI DEL BIOLOGO: NON SONO RIUSCITI A ESTRARRE CELLULE STAMINALI
intervista
Boncinelli: gara di visibilità ma il risultato è modesto
Piero Bianucci
DA ieri l’obiettivo di una fabbrica di organi umani di ricambio sviluppati in laboratorio partendo da poche cellule è più vicino. Dopo i sudcoreani capeggiati da Woo Suk Hwang, anche gli inglesi guidati da Miograd Stojkovic sono riusciti a creare embrioni umani a scopo terapeutico, ad appena 9 mesi dall’autorizzazione concessa dalla Human Fertilisation and Embryology Autority, l’ente britannico preposto al controllo su queste ricerche.
Nella clonazione a fini terapeutici si estrae un ovulo da una donatrice e lo si priva del suo patrimonio genetico, quello materno. Poi si prende il nucleo di una singola cellula del corpo del paziente per il quale occorrono tessuti o organi sani e lo si mette dentro l’ovulo. L’embrione che ne deriverà avrà quindi esattamente il patrimonio genetico del paziente. Le cellule dell’embrione, dette staminali, possono trasformarsi in ogni organo o tessuto (pelle, ossa, sangue, sistema nervoso). Si tratta di pilotarne lo sviluppo fino a ottenere l’organo desiderato e poi di innestarlo nel paziente: non ci sarà rigetto perché organo coltivato e paziente hanno gli stessi geni.
A che punto siamo in questa impresa? Ne parliamo con Edoardo Boncinelli, biologo che ha fatto importanti scoperte sullo sviluppo embrionale, professore di biologia generale all’Istituto San Raffaele di Milano e autore di fortunati libri divulgativi.
Professor Boncinelli, in poche ore due notizie sulla clonazione di embrioni umani: l’annuncio del gruppo inglese dell’Università di Newcastle è arrivato subito dopo la pubblicazione del gruppo coreano. L’impressione è di assistere a una corsa...
«L’annuncio inglese sembra fatto proprio per rispondere alla pubblicazione dei coreani su “Science-express”: traspare la ricerca di visibilità».
In effetti il gruppo inglese è stato molto veloce: dal settembre 2004 ad oggi ha prodotto tre blastociti dai 36 ovuli messi a diposizione da 11 donne.
«Diciamo che gli inglesi hanno fatto un bello sprint ma il frutto della corsa è modesto: non sono riusciti a estrarre cellule staminali, come invece hanno fatto i coreani».
Di solito i biologi prima lavorano per produrre linee di cellule ben stabilizzate e uniformi. Quando questo materiale biologico è ottenuto, tutti i laboratori del mondo utilizzano quelle stesse linee cellulari. Si può quindi prevedere che, superata la fase iniziale, in futuro non sarà più necessario creare nuovi embrioni umani a scopo di ricerca, superando così le polemiche che dividono scienziati e opinione pubblica?
«Nel caso delle cellule di topo è stato così. A regime, si lavora su linee cellulari standard fornite da laboratori che funzionano un po’ come banche biologiche. Ma non sappiamo ancora se e quando ciò sarà possibile con cellulle embrionali umane».
Qual è il messaggio che possiamo ricavare dai due annunci?
«La cosa più importante è ora che due laboratori possono confrontare i loro risultati. Nel campo scientifico il fatto che ci siano più gruppi a lavorare sulle stesse cose è sempre un fattore di controllo e di accelerazione degli studi».
In Italia in vista del referendum dell’11-12 giugno, ma in generale in tutti i Paesi, si discute se per ottenere cellule staminali sia proprio necessario clonare embrioni umani oppure si possano ottenere gli stessi risultati partendo dalle cellule del cordone ombelicale o da quelle piccole popolazioni di cellule staminali che hanno anche le persone adulte: qual è la sua posizione su questo dibattito?
«Le cellule del cordone ombelicale hanno applicazioni limitate, non mi farei troppe illusioni. Le staminali adulte sono più promettenti ma anche qui il lavoro è tutto da fare. C’è il vantaggio però che queste cellule non pongono problemi etici».
Possiamo dire che il primo passo, ottenere cellule staminali da embrioni umani, è compiuto. Ora si deve imparare a pilotare lo sviluppo di queste cellule in modo che si trasformino negli organi di cui i medici hanno bisogno per curare malattie come il diabete, il Parkinson e così via. Questi passi ulteriori sono più difficili rispetto al primo passo?
«Sono problemi di natura molto diversa. Bene o male c’è una certa esperienza di clonazione ma come si induca una cellula staminale a maturare nella direzione desiderata è ancora da capire. Bisognerà esporre le cellule staminali a una grande varietà di sostanze e vedere come reagiscono fino a individuare le sostanze adatte per ogni tipo di tessuto che vogliamo ottenere. Può darsi che in alcuni casi la soluzione sia abbastanza facile, in altri potrebbero essere necessari decenni o si potrebbe anche non riuscirci mai».
I DUBBI DEL BIOLOGO: NON SONO RIUSCITI A ESTRARRE CELLULE STAMINALI
intervista
Boncinelli: gara di visibilità ma il risultato è modesto
Piero Bianucci
DA ieri l’obiettivo di una fabbrica di organi umani di ricambio sviluppati in laboratorio partendo da poche cellule è più vicino. Dopo i sudcoreani capeggiati da Woo Suk Hwang, anche gli inglesi guidati da Miograd Stojkovic sono riusciti a creare embrioni umani a scopo terapeutico, ad appena 9 mesi dall’autorizzazione concessa dalla Human Fertilisation and Embryology Autority, l’ente britannico preposto al controllo su queste ricerche.
Nella clonazione a fini terapeutici si estrae un ovulo da una donatrice e lo si priva del suo patrimonio genetico, quello materno. Poi si prende il nucleo di una singola cellula del corpo del paziente per il quale occorrono tessuti o organi sani e lo si mette dentro l’ovulo. L’embrione che ne deriverà avrà quindi esattamente il patrimonio genetico del paziente. Le cellule dell’embrione, dette staminali, possono trasformarsi in ogni organo o tessuto (pelle, ossa, sangue, sistema nervoso). Si tratta di pilotarne lo sviluppo fino a ottenere l’organo desiderato e poi di innestarlo nel paziente: non ci sarà rigetto perché organo coltivato e paziente hanno gli stessi geni.
A che punto siamo in questa impresa? Ne parliamo con Edoardo Boncinelli, biologo che ha fatto importanti scoperte sullo sviluppo embrionale, professore di biologia generale all’Istituto San Raffaele di Milano e autore di fortunati libri divulgativi.
Professor Boncinelli, in poche ore due notizie sulla clonazione di embrioni umani: l’annuncio del gruppo inglese dell’Università di Newcastle è arrivato subito dopo la pubblicazione del gruppo coreano. L’impressione è di assistere a una corsa...
«L’annuncio inglese sembra fatto proprio per rispondere alla pubblicazione dei coreani su “Science-express”: traspare la ricerca di visibilità».
In effetti il gruppo inglese è stato molto veloce: dal settembre 2004 ad oggi ha prodotto tre blastociti dai 36 ovuli messi a diposizione da 11 donne.
«Diciamo che gli inglesi hanno fatto un bello sprint ma il frutto della corsa è modesto: non sono riusciti a estrarre cellule staminali, come invece hanno fatto i coreani».
Di solito i biologi prima lavorano per produrre linee di cellule ben stabilizzate e uniformi. Quando questo materiale biologico è ottenuto, tutti i laboratori del mondo utilizzano quelle stesse linee cellulari. Si può quindi prevedere che, superata la fase iniziale, in futuro non sarà più necessario creare nuovi embrioni umani a scopo di ricerca, superando così le polemiche che dividono scienziati e opinione pubblica?
«Nel caso delle cellule di topo è stato così. A regime, si lavora su linee cellulari standard fornite da laboratori che funzionano un po’ come banche biologiche. Ma non sappiamo ancora se e quando ciò sarà possibile con cellulle embrionali umane».
Qual è il messaggio che possiamo ricavare dai due annunci?
«La cosa più importante è ora che due laboratori possono confrontare i loro risultati. Nel campo scientifico il fatto che ci siano più gruppi a lavorare sulle stesse cose è sempre un fattore di controllo e di accelerazione degli studi».
In Italia in vista del referendum dell’11-12 giugno, ma in generale in tutti i Paesi, si discute se per ottenere cellule staminali sia proprio necessario clonare embrioni umani oppure si possano ottenere gli stessi risultati partendo dalle cellule del cordone ombelicale o da quelle piccole popolazioni di cellule staminali che hanno anche le persone adulte: qual è la sua posizione su questo dibattito?
«Le cellule del cordone ombelicale hanno applicazioni limitate, non mi farei troppe illusioni. Le staminali adulte sono più promettenti ma anche qui il lavoro è tutto da fare. C’è il vantaggio però che queste cellule non pongono problemi etici».
Possiamo dire che il primo passo, ottenere cellule staminali da embrioni umani, è compiuto. Ora si deve imparare a pilotare lo sviluppo di queste cellule in modo che si trasformino negli organi di cui i medici hanno bisogno per curare malattie come il diabete, il Parkinson e così via. Questi passi ulteriori sono più difficili rispetto al primo passo?
«Sono problemi di natura molto diversa. Bene o male c’è una certa esperienza di clonazione ma come si induca una cellula staminale a maturare nella direzione desiderata è ancora da capire. Bisognerà esporre le cellule staminali a una grande varietà di sostanze e vedere come reagiscono fino a individuare le sostanze adatte per ogni tipo di tessuto che vogliamo ottenere. Può darsi che in alcuni casi la soluzione sia abbastanza facile, in altri potrebbero essere necessari decenni o si potrebbe anche non riuscirci mai».
un altro articolo su «L'ora di religione» del "Philadelphia Inquirer"
Philadelphia Inquirer Posted on Fri, May. 20, 2005
"My Mother" filled with religious, moral intrigue
By SONO MOTOYAMA
sono@phillynews.com
If nothing else, Italian provocateur Marco Bellocchio's "My Mother's Smile" demonstrates the pervasiveness of the Catholic Church in everyday Italian - or at least Roman - life. Even for nonbelievers who are running for their lives.
Ernesto (Sergio Castellitto), a successful painter and illustrator, gets a knock on the door one morning. It's a papal emissary, with some startling news: His deceased mother is being considered for sainthood. He is expected to testify on her behalf during an audience with a cardinal the following day.
This is a problem for Ernesto for two reasons: a) He hated his mother; and b) he is an atheist.
As played by Castellitto, with his mournful face and baggy Al Pacino eyes, Ernesto is a sympathetic character at a crossroads in his life. He is separated from his wife, Irene (Jacqueline Lustig), but extremely devoted to his son, Leonardo (Alberto Mondini). He is committed to his artwork but also does illustrations for a publisher he dislikes. He hated his mother (and by extension, her religiosity), whom he describes flatly as "stupid," but finds he has inherited her supercilious smile. "I never want to smile again!" he yells in frustration at one point.
The bombshell about his mother forces him to confront his beliefs - especially since his young son has begun asking questions about God - and his family. And what a doozy of a family it is. We gradually find out in horror, along with Ernesto, that his family, including his estranged wife, has been quietly plotting behind his back to get his mother canonized for three years - and for the most cynical reasons. (Bellocchio has apparently called his movie "a very odd thriller.")
In a chilling meeting with his Aunt Maria (a scarily pragmatic Piera Degli Esposti), who is no more a believer than he, Ernesto learns that she expects him go along with lies about the circumstances of his mother's death so she can be canonized. His mother, who was murdered by one of his brothers, the insane Egidio (Donato Placido), must have been pleading with her son not to blaspheme at the time of her murder, and she must have forgiven her murderer before her death, in order to become a saint.
Aunt Maria also would like Ernesto to use his influence with Egidio - who has refused to speak - to "confess" to the circumstances of the murder. And she wants Ernesto to convert. In return, his mother's beatification will restore what she perceives to be the well-to-do family's lost prestige.
Maria, like other characters in the film, views the practice of Catholicism as an "insurance policy." And the characters continually stress the material benefits of having a saint in the family. No doubt these factors led the real-life church to deem the film blasphemous.
"My Mother's Smile" is stalled but not derailed by some odd, surrealistic moments - concerning a count who challenges Ernesto to a duel and a beautiful, mysterious woman who may or may not have been planted by his family and/or the church. Despite these moments - and despite the church's views - the 2002 film's long-delayed U.S. release is a blessing, partly because of Catellitto's strong performance but also for Pasquale Mari's rich cinematography of this engrossing story.
In Italian, with English subtitles. Produced by Marco Bellocchio and Sergio Pelone, directed by Marco Bellocchio, written by Marco Bellocchio, music by Riccardo Giagni, distributed by New Yorker Films.
"My Mother" filled with religious, moral intrigue
By SONO MOTOYAMA
sono@phillynews.com
If nothing else, Italian provocateur Marco Bellocchio's "My Mother's Smile" demonstrates the pervasiveness of the Catholic Church in everyday Italian - or at least Roman - life. Even for nonbelievers who are running for their lives.
Ernesto (Sergio Castellitto), a successful painter and illustrator, gets a knock on the door one morning. It's a papal emissary, with some startling news: His deceased mother is being considered for sainthood. He is expected to testify on her behalf during an audience with a cardinal the following day.
This is a problem for Ernesto for two reasons: a) He hated his mother; and b) he is an atheist.
As played by Castellitto, with his mournful face and baggy Al Pacino eyes, Ernesto is a sympathetic character at a crossroads in his life. He is separated from his wife, Irene (Jacqueline Lustig), but extremely devoted to his son, Leonardo (Alberto Mondini). He is committed to his artwork but also does illustrations for a publisher he dislikes. He hated his mother (and by extension, her religiosity), whom he describes flatly as "stupid," but finds he has inherited her supercilious smile. "I never want to smile again!" he yells in frustration at one point.
The bombshell about his mother forces him to confront his beliefs - especially since his young son has begun asking questions about God - and his family. And what a doozy of a family it is. We gradually find out in horror, along with Ernesto, that his family, including his estranged wife, has been quietly plotting behind his back to get his mother canonized for three years - and for the most cynical reasons. (Bellocchio has apparently called his movie "a very odd thriller.")
In a chilling meeting with his Aunt Maria (a scarily pragmatic Piera Degli Esposti), who is no more a believer than he, Ernesto learns that she expects him go along with lies about the circumstances of his mother's death so she can be canonized. His mother, who was murdered by one of his brothers, the insane Egidio (Donato Placido), must have been pleading with her son not to blaspheme at the time of her murder, and she must have forgiven her murderer before her death, in order to become a saint.
Aunt Maria also would like Ernesto to use his influence with Egidio - who has refused to speak - to "confess" to the circumstances of the murder. And she wants Ernesto to convert. In return, his mother's beatification will restore what she perceives to be the well-to-do family's lost prestige.
Maria, like other characters in the film, views the practice of Catholicism as an "insurance policy." And the characters continually stress the material benefits of having a saint in the family. No doubt these factors led the real-life church to deem the film blasphemous.
"My Mother's Smile" is stalled but not derailed by some odd, surrealistic moments - concerning a count who challenges Ernesto to a duel and a beautiful, mysterious woman who may or may not have been planted by his family and/or the church. Despite these moments - and despite the church's views - the 2002 film's long-delayed U.S. release is a blessing, partly because of Catellitto's strong performance but also for Pasquale Mari's rich cinematography of this engrossing story.
In Italian, with English subtitles. Produced by Marco Bellocchio and Sergio Pelone, directed by Marco Bellocchio, written by Marco Bellocchio, music by Riccardo Giagni, distributed by New Yorker Films.
venerdì 20 maggio 2005
il Corriere: «clonate cellule staminali su misura»
...ma per Unità e Repubblica non è cosa da prima pagina...
Corriere della Sera 20.5.05 PRIMA PAGINA, titolo principale d'apertura
SCIENZA PIU’ VELOCE DEL REFERENDUM
Edoardo Boncinelli
Potrebbe essere una data storica. I ricercatori hanno prodotto 11 linee stabilizzate di cellule staminali embrionali umane dotate di un’identità genetica predeterminata. Potrebbe essere l'inizio dell'era della produzione di tessuti ed organi «su ordinazione» con la garanzia di poterli trapiantare con successo su specifici individui che ne hanno bisogno. Da qualche anno si parla di questa opportunità. La via da percorrere è relativamente chiara. Si prende una cellula-uovo fecondata e se ne elimina il nucleo, che viene sostituito con un altro nucleo prelevato da cellule adulte dell'individuo che dovrà usufruire del trapianto. Si fa sviluppare fino ad un certo stadio l'embrione precoce derivante dalla cellula così ottenuta, fino a che se ne può prelevare una quantità sufficiente di cellule staminali che vengono messe a crescere in coltura.
Per definizione queste avranno la stessa identità genetica dell’individuo che deve ricevere il trapianto, così che i tessuti e gli organi formati con queste cellule staminali non potranno non essere accettati dall’individuo stesso, senza pericoli di rigetto. A parte le obiezioni di natura etica e sociale che alcuni sollevano verso questa procedura, però, esistono molti problemi tecnici, primo fra tutti quello che riguarda la possibilità di produrre prontamente cellule staminali ogni volta che lo si desidera partendo da nuclei prelevati da individui di ogni tipo, magari malati, come saranno coloro che in futuro potranno usufruire di tale opportunità terapeutica. Un anno fa un gruppo di ricerca formato di coreani e statunitensi aveva comunicato di essere riuscito per la prima volta a produrre cellule staminali embrionali umane usando questa procedura. Si trattava di un solo caso e l’efficienza non era troppo alta. Quello che è stato annunciato oggi dagli stessi ricercatori è un risultato molto più consistente e promettente. Sono state prodotte linee di cellule staminali embrionali con una discreta efficienza e partendo dai nuclei prelevati da persone diverse, portatrici di patologie diverse, alcune di natura congenita, altre acquisite per incidenti o malattie sopraggiunte durante la loro vita. Le prospettive per la medicina di domani sono a dir poco esaltanti, come ho già detto altre volte. Ma come ho già puntualizzato in ogni circostanza, questo è solo l’inizio. Occorre infatti garantire una elevata efficienza e affidabilità del processo e soprattutto occorre lavorare ancora molto per trovare tutte le sostanze e le procedure necessarie per indirizzare le cellule staminali che vengono prodotte di volta in volta verso la formazione di tutti quei tessuti e organi di cui abbiamo e avremo bisogno. Occorre in sostanza ancora tanta ricerca, ma la via è segnata. Le obiezioni di natura etica rimangono intatte, almeno per ora, ma il raggiungimento dell’obiettivo terapeutico si avvicina e diviene sempre più concreto. Il mondo insomma va avanti e quando l’applicazione pratica di queste scoperte diverrà una realtà sarà piuttosto difficile non tenerne conto e impedire ai potenziali utenti di andare a farsi curare dove questo è possibile. Anche in Paesi stranieri. Ed è bene tenere conto che anche l’Italia non è sospesa nel vuoto ma fa parte di una comunità internazionale sempre più integrata. Le decisioni prese all’interno del nostro Paese sono destinate dunque a essere annacquate e messe in secondo piano da quelle degli altri Paesi. Con buona pace dei referendum.
di cosa si parla:
Clonazione, staminali sane da pazienti malati
L’annuncio di una équipe coreana: per la prima volta creata una scorta genetica.
In Italia la tecnica è vietata
ROMA - «Se qualcosa è possibile, è certo che prima o poi la scienza la realizzerà». Così diceva ieri mattina Umberto Veronesi nel presentare il convegno organizzato a settembre dalla sua Fondazione a Venezia. Mentre l’oncologo parlava, a Londra e negli Stati Uniti, in contemporanea, un gruppo di sudcoreani annunciavano di aver concretizzato uno di quei progetti dati solo per «possibili» pochi anni fa. Hanno prodotto le prime linee di cellule staminali, in tutto undici, tratte da embrioni clonati.
SU MISURA - Due le particolarità. La pubblicazione del lavoro su Science-express. E, soprattutto, il fatto che la clonazione terapeutica ha riguardato pazienti colpiti da malattie gravi e attualmente senza cura, diabete giovanile, lesioni del midollo e immunodeficienze. Se l’esperimento continuasse (ma per ora le nuove linee resteranno nel chiuso dei laboratori) le cellule madri, pluripotenti, capaci di differenziarsi nei tessuti che compongono l’organismo umano, potrebbero essere trapiantate nel paziente dal quale sono state generate per andare in teoria a moltiplicarsi e ricostituire le parti distrutte. In pratica per la prima volta si sono create cellule staminali tagliate su misura e pronte ad essere trapiantate in pazienti malati. Prospettiva lontana per l’Italia che si appresta a sottoporre al giudizio dei cittadini, con il referendum, la legge sulla fecondazione artificiale dove tutte le tecniche concernenti la manipolazione dell’embrione, e tanto più la clonazione per fini terapeutici, sono vietate.
WOO SUK HWANG - Primo autore dello studio di Science il coreano ormai abbonato alle scoperte rivoluzionarie, Woo Suk Hwang, veterinario all’università di Seul. Già nel 2004 aveva clonato l’embrione, facendolo fino allo stadio di blastocisti, ma a donare cellule e ovociti erano state donne sane. Tra i firmatari, dopo numerosi nomi coreani, chiude la lista l’americano Gerald Schatten, dipartimento di ginecologia e riproduzione a Pittsburgh. La clonazione è avvenuta col metodo utilizzato in Scozia da Ian Wilmut per duplicare la pecora Dolly nel ’97. In questi anni la tecnica si è raffinata, ha raggiunto un’efficienza maggiore.
I ricercatori hanno prelevato cellule adulte dalla pelle di malati tra 2 e 56 anni. Il nucleo è stato trasferito in ovociti, 185 in tutto, donati da 18 volontarie, a loro volta svuotati. In coltura l’ovocita, rimaneggiato ma non fecondato, ha dato vita a blastocisti, embrioni di poche cellule che sono risultate «pluripotenti, normali dal punto di vista cromosomico e conformi al Dna» dei rispettivi proprietari oltre che istocompatibili. Acrobazie simili in Europa sarebbero possibili solo in Inghilterra dove lo stesso Wilmut ha chiesto e ottenuto l’autorizzazione di procedere alla clonazione terapeutica.
COMMENTI - Una vera svolta? Sta diventando sul serio realtà il sogno di curare molte di quelle malattie che assillano l’uomo come Parkinson e Alzheimer? Non tutti sono d’accordo. Commenti ottimisti si alternano a prese di posizione più caute. «Nulla di nuovo, la ricerca ha un valore simbolico perché è la somma di esperimenti già fatti», la sminuisce Claudio Bordignon, direttore scientifico del San Raffaele di Milano.
Entusiasta invece Carlo Alberto Redi, direttore del laboratorio Biologia dello sviluppo all’università di Pavia: «Lavoro fondamentale: è la prima volta che si ottengono staminali così pulite, ora bisognerà vedere come differenziarle per arrivare alla terapia». Marco Cappato, presidente dell’Associazione Luca Coscioni, non perde occasione per denunciare l’«arretratezza» dell’Italia «dove i coreani finirebbero in carcere. Invece c’è da felicitarsi».
CAUTELA - Veronesi commenta favorevolmente ma avverte: «Una strada da battere, però occorre usare cautela». Angelo Vescovi, San Raffaele, esprime scetticismo sulla clonazione terapeutica: «Un progresso che lascia ancora molti dubbi etici. Per ottenere questo risultato sono stati distrutti blastocisti».
...e i cattolici , ovviamente, "rosicano":
La protesta dei cattolici: «E’ abominevole e inutile»
Monsignor Sgreccia: così si sopprimono gli embrioni. Bobba delle Acli: assurdo uccidere una vita per salvarne altre
MILANO - «Abominevole». «E ancora più grave perché inutile». Il giudizio del mondo cattolico sul nuovo esperimento di Seul non lascia margini di interpretazione possibili. E anche se interlocutori e parole cambiano, il concetto è molto chiaro e costante: «È sempre una clonazione, seguita dalla soppressione di uno o più embrioni». E a chi sostiene le ragioni «terapeutiche» dell’esperimento rispondono con ragioni non solo etiche ma pratiche: «Le staminali adulte hanno già dimostrato un’efficacia che qui comunque non si intravede. E fare a pezzi una vita per salvarne un’altra resterà sempre un’aberrazione inaccettabile». Monsignor Elio Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, non si scompone né si sorprende: «Stando alle sintetiche notizie riportate dalle agenzie, mi pare che ancora una volta siamo di fronte a quella che viene chiamata clonazione terapeutica multipla. È una tecnica che in fin dei conti consiste sempre nel trasferimento di nucleo di cellule somatiche in ovuli, e che poi comporta la soppressione di questi embrioni clonati allo stadio di blastocisti per poterne prelevare le cellule. In altre parole la soppressione di un essere umano si può esprimere solo un giudizio: inaccettabile».
E non a caso, sottolinea Sgreccia, anche questo esperimento è avvenuto in Corea e non negli Usa: «Quel che hanno fatto è una cosa che l’Onu ha dichiarato illecita da tempo e con grande fermezza. Purtroppo quella dell’Onu resta, da un punto di vista concreto, solo una dichiarazione di principio. Il che è già importantissimo, ci mancherebbe: quel che manca sono le sanzioni per i trasgressori, e la conseguenza è che chi vuol fare esperimenti di questo tipo li fa».
Roberto Colombo, direttore del Laboratorio di Biologia Molecolare e Genetica Umana dell'Università Cattolica di Milano, è ancora più duro: «L'esperimento condotto a Seul in collaborazione con ricercatori americani di Pittsburgh è umanamente abominevole, e nessuna ragione scientifica o clinica può giustificarlo». Spiega perché: «Sono stati sacrificati oltre un centinaio di embrioni umani, ottenuti intenzionalmente per questo scopo da 185 ovociti di donna, al fine di produrre 11 linee di cellule staminali embrionali da destinare alla sperimentazione». E conclude: «L'uomo all'inizio della sua vita è stato strumentalizzato e distrutto sull'altare di certa scienza biomedica che pretende di possedere e manipolare la vita umana. Come anche altri e numerosi studiosi di genetica e di biologia molecolare non mi riconosco in questo modo irresponsabile e disumano di fare ricerca, e mi auguro che nel nostro Paese ciò non sia mai consentito».
Come rispondere però ai malati che anche da ricerche come questa si attendono comunque una speranza? «Per esempio Dicendo loro con chiarezza - afferma Luigi Bobba, presidente delle Acli - che una speranza vera qui non c’è. Questo è lo stesso gruppo che un anno fa aveva clonato l’uomo: ma il fatto è che allo stato, con le staminali embrionali, gli scienziati non sono in grado di far niente. diverso il discorso per le staminali adulte, o tratte dai cordoni ombelicali, con cui si possono già curare decine di malattie: perché non investire tutto su questo? La scienza ha come obiettivo di proteggere la vita, se decide di farne a pezzi una per salvarne altre non è scienza ma scientismo. E infine: siamo già diffidenti sugli Ogm per un chicco di grano, possibile che si ritenga accettabile toccare un embrione?».
Francesco D’Agostino, presidente del Comitato nazionale di Bioetica, ribadisce che «sulla clonazione terapeutica il Comitato ha già espresso la sua contrarietà. L'unico paese in Europa che ha autorizzato questa pratica e che, conseguentemente non ha firmato la convenzione, è l'Inghilterra di Tony Blair».
ANSA Venerdì 20 Maggio 2005, 12:29
STAMINALI:
COREA DEL SUD, HWANG DIFENDE LA SUA RICERCA
(ANSA) - SEUL, 20 MAG - Hwang Woo Suk, il capo del team di ricercatori sudcoreani sulla bocca di tutto il mondo per aver realizzato le prime linee di cellule staminali embrionali 'su misura', prelevate da embrioni clonati a partire da cellule adulte di 11 pazienti colpiti da diabete giovanile, lesioni del midollo spinale e immunodeficienza, difende a spada tratta oggi la sua ricerca.
"Non abbiamo violato alcuna legge del nostro paese - ha detto in un'intervista all'agenzia di stampa sudcoreana 'Yohnap' in risposta a chi lo accusa di aver ottenuto embrioni umani clonati, sacrificati in nome della scienza - Abbiamo anzi ritardato di molto l'annuncio per essere sicuri di essere nella piena legalità. Ci siamo consultati con esponenti del governo, ricevendo il via libera. Capisco le perplessità di chi considera gli embrioni già essere umani. Ma in questo campo la competizione è tremenda e allora e meglio affrontare il problema con regole certe e condivise".
Il governo sudcoreano è stato uno dei primi al mondo a far approvare una legge che consente agli scienziati di condurre ricerche a scopi terapeutici sugli embrioni umani, mettendo al bando però transazioni commerciali su spermatozoi e ovociti.
Hwang ha messo in guardia, nello stesso tempo, dai facili entusiasmi di chi crede che ora sia vicinissimo il giorno in cui si potranno guarire, con le cellule staminali, malattie finora incurabili. "Ci sono ancora ostacoli formidabili da superare - ha spiegato - prima di riuscire a far crescere le cellule staminali così ottenute in cellule e tessuti specifici da sostituire a quelli malati".
"Ma ora la strada è aperta - ha concluso - Aver creato cellule staminali su misura per persone di entrambi i sessi e di tutte le età è un passo avanti da giganti. Occorre adesso una collaborazione a livello internazionale per scambio di informazioni e tecniche. Noi siamo pronti ad aprire i nostri laboratori e sono certo che il governo sudcoreano fornirà l'assistenza necessaria. Un grande servizio per l'intera umanità".(ANSA).
ricevuto da Franco Pantalei
Agi Roma, 14:34
PANNELLA, SE L'EMBRIONE E' VITA, MASTURBARSI E' OMICIDIO
"Se gli embrioni sono figli, fratelli, persone vive, allora hanno una mamma e un papà che sono gli spermatozoi e gli ovuli. Quindi la masturbazione è l'omicidio di milioni di possibili genitori". E' quanto ha affermato Marco Pannella durante un dibattito sulla fecondazione assistita al liceo Mamiani di Roma, a cui ha partecipato insieme al giornalista Giuliano Ferrara.
"La masturbazione - ha aggiunto Pannella - in questa logica altro non è che uno spreco di spermatozoi, quindi lo sterminio di genitori degli embrioni. Bisognerà farsi carico anche di questo", ha concluso il leader radicale.
SCIENZA PIU’ VELOCE DEL REFERENDUM
Edoardo Boncinelli
Potrebbe essere una data storica. I ricercatori hanno prodotto 11 linee stabilizzate di cellule staminali embrionali umane dotate di un’identità genetica predeterminata. Potrebbe essere l'inizio dell'era della produzione di tessuti ed organi «su ordinazione» con la garanzia di poterli trapiantare con successo su specifici individui che ne hanno bisogno. Da qualche anno si parla di questa opportunità. La via da percorrere è relativamente chiara. Si prende una cellula-uovo fecondata e se ne elimina il nucleo, che viene sostituito con un altro nucleo prelevato da cellule adulte dell'individuo che dovrà usufruire del trapianto. Si fa sviluppare fino ad un certo stadio l'embrione precoce derivante dalla cellula così ottenuta, fino a che se ne può prelevare una quantità sufficiente di cellule staminali che vengono messe a crescere in coltura.
Per definizione queste avranno la stessa identità genetica dell’individuo che deve ricevere il trapianto, così che i tessuti e gli organi formati con queste cellule staminali non potranno non essere accettati dall’individuo stesso, senza pericoli di rigetto. A parte le obiezioni di natura etica e sociale che alcuni sollevano verso questa procedura, però, esistono molti problemi tecnici, primo fra tutti quello che riguarda la possibilità di produrre prontamente cellule staminali ogni volta che lo si desidera partendo da nuclei prelevati da individui di ogni tipo, magari malati, come saranno coloro che in futuro potranno usufruire di tale opportunità terapeutica. Un anno fa un gruppo di ricerca formato di coreani e statunitensi aveva comunicato di essere riuscito per la prima volta a produrre cellule staminali embrionali umane usando questa procedura. Si trattava di un solo caso e l’efficienza non era troppo alta. Quello che è stato annunciato oggi dagli stessi ricercatori è un risultato molto più consistente e promettente. Sono state prodotte linee di cellule staminali embrionali con una discreta efficienza e partendo dai nuclei prelevati da persone diverse, portatrici di patologie diverse, alcune di natura congenita, altre acquisite per incidenti o malattie sopraggiunte durante la loro vita. Le prospettive per la medicina di domani sono a dir poco esaltanti, come ho già detto altre volte. Ma come ho già puntualizzato in ogni circostanza, questo è solo l’inizio. Occorre infatti garantire una elevata efficienza e affidabilità del processo e soprattutto occorre lavorare ancora molto per trovare tutte le sostanze e le procedure necessarie per indirizzare le cellule staminali che vengono prodotte di volta in volta verso la formazione di tutti quei tessuti e organi di cui abbiamo e avremo bisogno. Occorre in sostanza ancora tanta ricerca, ma la via è segnata. Le obiezioni di natura etica rimangono intatte, almeno per ora, ma il raggiungimento dell’obiettivo terapeutico si avvicina e diviene sempre più concreto. Il mondo insomma va avanti e quando l’applicazione pratica di queste scoperte diverrà una realtà sarà piuttosto difficile non tenerne conto e impedire ai potenziali utenti di andare a farsi curare dove questo è possibile. Anche in Paesi stranieri. Ed è bene tenere conto che anche l’Italia non è sospesa nel vuoto ma fa parte di una comunità internazionale sempre più integrata. Le decisioni prese all’interno del nostro Paese sono destinate dunque a essere annacquate e messe in secondo piano da quelle degli altri Paesi. Con buona pace dei referendum.
di cosa si parla:
Clonazione, staminali sane da pazienti malati
L’annuncio di una équipe coreana: per la prima volta creata una scorta genetica.
In Italia la tecnica è vietata
ROMA - «Se qualcosa è possibile, è certo che prima o poi la scienza la realizzerà». Così diceva ieri mattina Umberto Veronesi nel presentare il convegno organizzato a settembre dalla sua Fondazione a Venezia. Mentre l’oncologo parlava, a Londra e negli Stati Uniti, in contemporanea, un gruppo di sudcoreani annunciavano di aver concretizzato uno di quei progetti dati solo per «possibili» pochi anni fa. Hanno prodotto le prime linee di cellule staminali, in tutto undici, tratte da embrioni clonati.
SU MISURA - Due le particolarità. La pubblicazione del lavoro su Science-express. E, soprattutto, il fatto che la clonazione terapeutica ha riguardato pazienti colpiti da malattie gravi e attualmente senza cura, diabete giovanile, lesioni del midollo e immunodeficienze. Se l’esperimento continuasse (ma per ora le nuove linee resteranno nel chiuso dei laboratori) le cellule madri, pluripotenti, capaci di differenziarsi nei tessuti che compongono l’organismo umano, potrebbero essere trapiantate nel paziente dal quale sono state generate per andare in teoria a moltiplicarsi e ricostituire le parti distrutte. In pratica per la prima volta si sono create cellule staminali tagliate su misura e pronte ad essere trapiantate in pazienti malati. Prospettiva lontana per l’Italia che si appresta a sottoporre al giudizio dei cittadini, con il referendum, la legge sulla fecondazione artificiale dove tutte le tecniche concernenti la manipolazione dell’embrione, e tanto più la clonazione per fini terapeutici, sono vietate.
WOO SUK HWANG - Primo autore dello studio di Science il coreano ormai abbonato alle scoperte rivoluzionarie, Woo Suk Hwang, veterinario all’università di Seul. Già nel 2004 aveva clonato l’embrione, facendolo fino allo stadio di blastocisti, ma a donare cellule e ovociti erano state donne sane. Tra i firmatari, dopo numerosi nomi coreani, chiude la lista l’americano Gerald Schatten, dipartimento di ginecologia e riproduzione a Pittsburgh. La clonazione è avvenuta col metodo utilizzato in Scozia da Ian Wilmut per duplicare la pecora Dolly nel ’97. In questi anni la tecnica si è raffinata, ha raggiunto un’efficienza maggiore.
I ricercatori hanno prelevato cellule adulte dalla pelle di malati tra 2 e 56 anni. Il nucleo è stato trasferito in ovociti, 185 in tutto, donati da 18 volontarie, a loro volta svuotati. In coltura l’ovocita, rimaneggiato ma non fecondato, ha dato vita a blastocisti, embrioni di poche cellule che sono risultate «pluripotenti, normali dal punto di vista cromosomico e conformi al Dna» dei rispettivi proprietari oltre che istocompatibili. Acrobazie simili in Europa sarebbero possibili solo in Inghilterra dove lo stesso Wilmut ha chiesto e ottenuto l’autorizzazione di procedere alla clonazione terapeutica.
COMMENTI - Una vera svolta? Sta diventando sul serio realtà il sogno di curare molte di quelle malattie che assillano l’uomo come Parkinson e Alzheimer? Non tutti sono d’accordo. Commenti ottimisti si alternano a prese di posizione più caute. «Nulla di nuovo, la ricerca ha un valore simbolico perché è la somma di esperimenti già fatti», la sminuisce Claudio Bordignon, direttore scientifico del San Raffaele di Milano.
Entusiasta invece Carlo Alberto Redi, direttore del laboratorio Biologia dello sviluppo all’università di Pavia: «Lavoro fondamentale: è la prima volta che si ottengono staminali così pulite, ora bisognerà vedere come differenziarle per arrivare alla terapia». Marco Cappato, presidente dell’Associazione Luca Coscioni, non perde occasione per denunciare l’«arretratezza» dell’Italia «dove i coreani finirebbero in carcere. Invece c’è da felicitarsi».
CAUTELA - Veronesi commenta favorevolmente ma avverte: «Una strada da battere, però occorre usare cautela». Angelo Vescovi, San Raffaele, esprime scetticismo sulla clonazione terapeutica: «Un progresso che lascia ancora molti dubbi etici. Per ottenere questo risultato sono stati distrutti blastocisti».
...e i cattolici , ovviamente, "rosicano":
La protesta dei cattolici: «E’ abominevole e inutile»
Monsignor Sgreccia: così si sopprimono gli embrioni. Bobba delle Acli: assurdo uccidere una vita per salvarne altre
MILANO - «Abominevole». «E ancora più grave perché inutile». Il giudizio del mondo cattolico sul nuovo esperimento di Seul non lascia margini di interpretazione possibili. E anche se interlocutori e parole cambiano, il concetto è molto chiaro e costante: «È sempre una clonazione, seguita dalla soppressione di uno o più embrioni». E a chi sostiene le ragioni «terapeutiche» dell’esperimento rispondono con ragioni non solo etiche ma pratiche: «Le staminali adulte hanno già dimostrato un’efficacia che qui comunque non si intravede. E fare a pezzi una vita per salvarne un’altra resterà sempre un’aberrazione inaccettabile». Monsignor Elio Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, non si scompone né si sorprende: «Stando alle sintetiche notizie riportate dalle agenzie, mi pare che ancora una volta siamo di fronte a quella che viene chiamata clonazione terapeutica multipla. È una tecnica che in fin dei conti consiste sempre nel trasferimento di nucleo di cellule somatiche in ovuli, e che poi comporta la soppressione di questi embrioni clonati allo stadio di blastocisti per poterne prelevare le cellule. In altre parole la soppressione di un essere umano si può esprimere solo un giudizio: inaccettabile».
E non a caso, sottolinea Sgreccia, anche questo esperimento è avvenuto in Corea e non negli Usa: «Quel che hanno fatto è una cosa che l’Onu ha dichiarato illecita da tempo e con grande fermezza. Purtroppo quella dell’Onu resta, da un punto di vista concreto, solo una dichiarazione di principio. Il che è già importantissimo, ci mancherebbe: quel che manca sono le sanzioni per i trasgressori, e la conseguenza è che chi vuol fare esperimenti di questo tipo li fa».
Roberto Colombo, direttore del Laboratorio di Biologia Molecolare e Genetica Umana dell'Università Cattolica di Milano, è ancora più duro: «L'esperimento condotto a Seul in collaborazione con ricercatori americani di Pittsburgh è umanamente abominevole, e nessuna ragione scientifica o clinica può giustificarlo». Spiega perché: «Sono stati sacrificati oltre un centinaio di embrioni umani, ottenuti intenzionalmente per questo scopo da 185 ovociti di donna, al fine di produrre 11 linee di cellule staminali embrionali da destinare alla sperimentazione». E conclude: «L'uomo all'inizio della sua vita è stato strumentalizzato e distrutto sull'altare di certa scienza biomedica che pretende di possedere e manipolare la vita umana. Come anche altri e numerosi studiosi di genetica e di biologia molecolare non mi riconosco in questo modo irresponsabile e disumano di fare ricerca, e mi auguro che nel nostro Paese ciò non sia mai consentito».
Come rispondere però ai malati che anche da ricerche come questa si attendono comunque una speranza? «Per esempio Dicendo loro con chiarezza - afferma Luigi Bobba, presidente delle Acli - che una speranza vera qui non c’è. Questo è lo stesso gruppo che un anno fa aveva clonato l’uomo: ma il fatto è che allo stato, con le staminali embrionali, gli scienziati non sono in grado di far niente. diverso il discorso per le staminali adulte, o tratte dai cordoni ombelicali, con cui si possono già curare decine di malattie: perché non investire tutto su questo? La scienza ha come obiettivo di proteggere la vita, se decide di farne a pezzi una per salvarne altre non è scienza ma scientismo. E infine: siamo già diffidenti sugli Ogm per un chicco di grano, possibile che si ritenga accettabile toccare un embrione?».
Francesco D’Agostino, presidente del Comitato nazionale di Bioetica, ribadisce che «sulla clonazione terapeutica il Comitato ha già espresso la sua contrarietà. L'unico paese in Europa che ha autorizzato questa pratica e che, conseguentemente non ha firmato la convenzione, è l'Inghilterra di Tony Blair».
ANSA Venerdì 20 Maggio 2005, 12:29
STAMINALI:
COREA DEL SUD, HWANG DIFENDE LA SUA RICERCA
(ANSA) - SEUL, 20 MAG - Hwang Woo Suk, il capo del team di ricercatori sudcoreani sulla bocca di tutto il mondo per aver realizzato le prime linee di cellule staminali embrionali 'su misura', prelevate da embrioni clonati a partire da cellule adulte di 11 pazienti colpiti da diabete giovanile, lesioni del midollo spinale e immunodeficienza, difende a spada tratta oggi la sua ricerca.
"Non abbiamo violato alcuna legge del nostro paese - ha detto in un'intervista all'agenzia di stampa sudcoreana 'Yohnap' in risposta a chi lo accusa di aver ottenuto embrioni umani clonati, sacrificati in nome della scienza - Abbiamo anzi ritardato di molto l'annuncio per essere sicuri di essere nella piena legalità. Ci siamo consultati con esponenti del governo, ricevendo il via libera. Capisco le perplessità di chi considera gli embrioni già essere umani. Ma in questo campo la competizione è tremenda e allora e meglio affrontare il problema con regole certe e condivise".
Il governo sudcoreano è stato uno dei primi al mondo a far approvare una legge che consente agli scienziati di condurre ricerche a scopi terapeutici sugli embrioni umani, mettendo al bando però transazioni commerciali su spermatozoi e ovociti.
Hwang ha messo in guardia, nello stesso tempo, dai facili entusiasmi di chi crede che ora sia vicinissimo il giorno in cui si potranno guarire, con le cellule staminali, malattie finora incurabili. "Ci sono ancora ostacoli formidabili da superare - ha spiegato - prima di riuscire a far crescere le cellule staminali così ottenute in cellule e tessuti specifici da sostituire a quelli malati".
"Ma ora la strada è aperta - ha concluso - Aver creato cellule staminali su misura per persone di entrambi i sessi e di tutte le età è un passo avanti da giganti. Occorre adesso una collaborazione a livello internazionale per scambio di informazioni e tecniche. Noi siamo pronti ad aprire i nostri laboratori e sono certo che il governo sudcoreano fornirà l'assistenza necessaria. Un grande servizio per l'intera umanità".(ANSA).
ricevuto da Franco Pantalei
Agi Roma, 14:34
PANNELLA, SE L'EMBRIONE E' VITA, MASTURBARSI E' OMICIDIO
"Se gli embrioni sono figli, fratelli, persone vive, allora hanno una mamma e un papà che sono gli spermatozoi e gli ovuli. Quindi la masturbazione è l'omicidio di milioni di possibili genitori". E' quanto ha affermato Marco Pannella durante un dibattito sulla fecondazione assistita al liceo Mamiani di Roma, a cui ha partecipato insieme al giornalista Giuliano Ferrara.
"La masturbazione - ha aggiunto Pannella - in questa logica altro non è che uno spreco di spermatozoi, quindi lo sterminio di genitori degli embrioni. Bisognerà farsi carico anche di questo", ha concluso il leader radicale.
storia
Ilaliani brava gente?
Liberazione 19.5.05
Italiani brava gente,
lo stereotipo che inganna
In nome di questo falso mito sono stati cancellati dalla memoria collettiva i crimini peggiori compiuti dal colonialismo nostrano. Come quelli commessi in Jugoslavia ricostruiti dallo storico Costantino Di Sante
Tonino Bucci
Per un paese come l'Italia che ha avuto una costruzione nazionale debole e un'unificazione tardiva, la parola identità ha rappresentato spesso un campo vuoto da riempire, di volta in volta, con contenuti artificiosi. Non solo la storia passata del nostro paese non presenta esperienze collettive condivise - non lo è stata certo il Risorgimento - ma ogni volta che sono state presentate letture concilianti, queste hanno avuto segno conservatore e regressivo. Immagini unificanti come quella di patria o di "italiani in fondo brava gente" sono state utilizzate per rimuovere pagine imbarazzanti della nostra storia come il colonialismo e il fascismo; oppure per sminuire i conflitti sociali e politici, la Resistenza in primo luogo, da cui è nata l'Italia repubblicana.
Queste visioni concilianti a dispetto di ogni memoria antagonista si sono, non a caso, intrecciate, negli ultimi anni, con il revisionismo storico. Ogni volta che il ceto politico della destra italiana ha provato ad azzerare le ragioni politiche dell'antifascismo, si è fatta strada nel dibattito storiografico - o presunto tale - una visione relativizzante delle differenze tra Salò e la Resistenza, equiparando ambedue a opera di minoranze contrapposte. Il concetto di patria - o di identità nazionale condivisa - è stato invocato come orizzonte ulteriore all'interno del quale far sparire qualsiasi opposizione tra fascismo e antifascismo, ormai considerati come retaggi storici superati. Mai come al momento della nascita della cosiddetta Seconda Repubblica lo slogan della riconciliazione ha trovato così tanto credito, quando dare per superata la contrapposizione fascismo-antifascismo significava dare il via libera allo smantellamento della costituzione resistenziale e della democrazia dei partiti di massa. Più i processi materiali andavano in direzione del maggioritario, del rafforzamento dell'esecutivo, del presidenzialismo, del federalismo e del primato del mercato; più nella cultura si faceva strada l'immagine conciliante degli "italiani brava gente", rimasti immuni a grande maggioranza dagli odii degli opposti estremismi, dal fascismo e dall'antifascismo, considerati opera di minoranze esigue da rigettare senz'altro tra gli anacronismi superati dalla storia.
Ma di quale pasta sono fatti gli stereotipi che dovrebbero spazzare il terreno da ogni residuo di memorie inconciliate e antagoniste? Qual è il "materiale" rimosso dalle letture pacificatrici della storia italiana? Quali pagine del colonialismo nostrano sono state cancellate in nome del bravo italiano, sempre generoso e dotato di gran cuore, modesto eppure capace di piccoli atti eroici? Non si può negare che, nonostante il lavoro meritorio di alcuni storici come Angelo Del Boca, il mito della brava gente abbia rimosso molti dei crimini commessi dall'esercito italiano in Libia e in Etiopia, ma anche nei territori dei Balcani occupati durante la Seconda guerra mondiale. «Come tutti gli stereotipi, il mito del "bravo italiano" si è fondato su un nucleo di verità (ad esempio, l'aiuto prestato su larga scala agli ebrei) e al contempo su una radicale rimozione di altri aspetti della realtà imbarazzanti per la coscienza nazionale» che potrebbero mettere in crisi una lettura conciliante della nostra storia: come questo dispositivo abbia cancellato dalla memoria collettiva i crimini delle avventure coloniali e belliche, lo analizza Costantino Di Sante, un ricercatore dell'istituto regionale per la storia del movimento di Liberazione delle Marche e autore del volume Italiani senza onore. I crimini in Jugoslavia e i processi negati (1941-1951) (edizioni Ombre Corte, pref. di Filippo Focardi, pp. 272, euro 18,00).
Se non fosse per lavori sporadici come questo ci sarebbe un silenzio assoluto sul passato colonialista dell'Italia in Africa. Ancor meno si potrebbero affrontare domande imbarazzanti sul reale consenso che c'era, ad esempio, nel nostro paese al momento dell'ingresso nel secondo conflitto mondiale al fianco della Germania nazista. E, senza dubbio, nessuna traccia rimarrebbe dei crimini commessi soprattutto durante l'occupazione militare nei Balcani, elusa completamente negli attuali dibattiti collettivi - impegnati perlopiù a rimestare nelle foibe, nella riabilitazione più o meno esplicita della Repubblica di Salò, di cui si celebra il sangue versato, e finanche nella criminalizzazione di alcuni settori della Resistenza.
«La politica italiana di espansione nei Balcani - scrive Di Sante - come ormai documentato dalla ricerca storica più avvertita, venne contraddistinta da inaudite violenze, che non furono episodi isolati o eccessi di singoli, ma componenti essenziali della strategia di dominio territoriale dell'Italia». Dopo la capitolazione della Jugoslavia - l'attacco contro di essa era scattato il 6 aprile 1941- gli italiani parteciparono alla spartizione dei territori insieme a Germania, Bulgaria, Ungheria e Albania, mentre Croazia e Montenegro (quest'ultimo un protettorato di Roma) divennero due stati indipendenti. Gli italiani si annessero le città di Spalato e di Cattaro, allargarono il governatorato di Dalmazia ad alcuni comuni dell'interno. A Fiume si aggiunsero dei territori tra la Slovenia e la Croazia, mentre venne creata la provincia di Lubiana in Slovenia. L'esercito occupò anche altre zone della Bosnia, l'intera Erzegovina, il Sangiacatto e parte della Croazia.
Le zone occupate furono teatro di violenze, repressioni antipartigiane, crimini contro la popolazione civile, «eppure a partire dal 1945, terminate le ostilità, quei crimini, come altri analoghi di cui si erano rese responsabili truppe italiane nei territori via via invasi, sarebbero stati destinati a svanire, corroborando lo stereotipo del "bravo italiano" che, alimentato dall'oblio, si è depositato in una memoria parziale ed edulcorata degli eventi. Una memoria che, riprodotta ampiamente dalla memorialistica e dal cinema, restituisce un'immagine degli italiani come esclusivamente vittime e mai agenti di violenza». Nonostante nell'immediato dopoguerra la Jugoslavia di Tito avesse istituito appositamente una commissione d'inchiesta sui misfatti compiuti dalle truppe italiane, nessuna delle richieste di estradizione dei criminali per poterli processare trovò risposta positiva da parte delle autorità italiane. Quest'ultime riuscirono a evitare che si svolgessero i processi per quei crimini grazie a una «intensa attività diplomatica» e ad alcuni dossier approntati dallo Stato maggiore del nostro esercito - raccolti tra la documentazione allegata al volume di Di Sante. Proprio quei dossier - dati alla mano - offrirono il mezzo per contrastare le accuse jugoslave, ricorrendo spesso alle «inattendibili testimonianze rilasciate da molti protagonisti di quei crimini». Generali, ufficiali, semplici soldati, poliziotti, carabinieri e funzionari civili italiani che si erano macchiati di gravi misfatti non furono mai puniti, «evitando così quella che è stata chiamata la possibile "Norimberga italiana"». E va sottolineato che «la loro protezione venne ottenuta con l'importante complicità degli Alleati impegnati a difendere i propri interessi strategici». Non solo: anche coloro che collaborarono con le autorità fasciste sfuggirono a qualsiasi processo. «Diversi criminali (ustascia, cetnici soprattutto), che avevano prestato la loro opera di collaborazione con i regimi fascisti, trovarono un sicuro rifugio in Italia».
Italiani brava gente,
lo stereotipo che inganna
In nome di questo falso mito sono stati cancellati dalla memoria collettiva i crimini peggiori compiuti dal colonialismo nostrano. Come quelli commessi in Jugoslavia ricostruiti dallo storico Costantino Di Sante
Tonino Bucci
Per un paese come l'Italia che ha avuto una costruzione nazionale debole e un'unificazione tardiva, la parola identità ha rappresentato spesso un campo vuoto da riempire, di volta in volta, con contenuti artificiosi. Non solo la storia passata del nostro paese non presenta esperienze collettive condivise - non lo è stata certo il Risorgimento - ma ogni volta che sono state presentate letture concilianti, queste hanno avuto segno conservatore e regressivo. Immagini unificanti come quella di patria o di "italiani in fondo brava gente" sono state utilizzate per rimuovere pagine imbarazzanti della nostra storia come il colonialismo e il fascismo; oppure per sminuire i conflitti sociali e politici, la Resistenza in primo luogo, da cui è nata l'Italia repubblicana.
Queste visioni concilianti a dispetto di ogni memoria antagonista si sono, non a caso, intrecciate, negli ultimi anni, con il revisionismo storico. Ogni volta che il ceto politico della destra italiana ha provato ad azzerare le ragioni politiche dell'antifascismo, si è fatta strada nel dibattito storiografico - o presunto tale - una visione relativizzante delle differenze tra Salò e la Resistenza, equiparando ambedue a opera di minoranze contrapposte. Il concetto di patria - o di identità nazionale condivisa - è stato invocato come orizzonte ulteriore all'interno del quale far sparire qualsiasi opposizione tra fascismo e antifascismo, ormai considerati come retaggi storici superati. Mai come al momento della nascita della cosiddetta Seconda Repubblica lo slogan della riconciliazione ha trovato così tanto credito, quando dare per superata la contrapposizione fascismo-antifascismo significava dare il via libera allo smantellamento della costituzione resistenziale e della democrazia dei partiti di massa. Più i processi materiali andavano in direzione del maggioritario, del rafforzamento dell'esecutivo, del presidenzialismo, del federalismo e del primato del mercato; più nella cultura si faceva strada l'immagine conciliante degli "italiani brava gente", rimasti immuni a grande maggioranza dagli odii degli opposti estremismi, dal fascismo e dall'antifascismo, considerati opera di minoranze esigue da rigettare senz'altro tra gli anacronismi superati dalla storia.
Ma di quale pasta sono fatti gli stereotipi che dovrebbero spazzare il terreno da ogni residuo di memorie inconciliate e antagoniste? Qual è il "materiale" rimosso dalle letture pacificatrici della storia italiana? Quali pagine del colonialismo nostrano sono state cancellate in nome del bravo italiano, sempre generoso e dotato di gran cuore, modesto eppure capace di piccoli atti eroici? Non si può negare che, nonostante il lavoro meritorio di alcuni storici come Angelo Del Boca, il mito della brava gente abbia rimosso molti dei crimini commessi dall'esercito italiano in Libia e in Etiopia, ma anche nei territori dei Balcani occupati durante la Seconda guerra mondiale. «Come tutti gli stereotipi, il mito del "bravo italiano" si è fondato su un nucleo di verità (ad esempio, l'aiuto prestato su larga scala agli ebrei) e al contempo su una radicale rimozione di altri aspetti della realtà imbarazzanti per la coscienza nazionale» che potrebbero mettere in crisi una lettura conciliante della nostra storia: come questo dispositivo abbia cancellato dalla memoria collettiva i crimini delle avventure coloniali e belliche, lo analizza Costantino Di Sante, un ricercatore dell'istituto regionale per la storia del movimento di Liberazione delle Marche e autore del volume Italiani senza onore. I crimini in Jugoslavia e i processi negati (1941-1951) (edizioni Ombre Corte, pref. di Filippo Focardi, pp. 272, euro 18,00).
Se non fosse per lavori sporadici come questo ci sarebbe un silenzio assoluto sul passato colonialista dell'Italia in Africa. Ancor meno si potrebbero affrontare domande imbarazzanti sul reale consenso che c'era, ad esempio, nel nostro paese al momento dell'ingresso nel secondo conflitto mondiale al fianco della Germania nazista. E, senza dubbio, nessuna traccia rimarrebbe dei crimini commessi soprattutto durante l'occupazione militare nei Balcani, elusa completamente negli attuali dibattiti collettivi - impegnati perlopiù a rimestare nelle foibe, nella riabilitazione più o meno esplicita della Repubblica di Salò, di cui si celebra il sangue versato, e finanche nella criminalizzazione di alcuni settori della Resistenza.
«La politica italiana di espansione nei Balcani - scrive Di Sante - come ormai documentato dalla ricerca storica più avvertita, venne contraddistinta da inaudite violenze, che non furono episodi isolati o eccessi di singoli, ma componenti essenziali della strategia di dominio territoriale dell'Italia». Dopo la capitolazione della Jugoslavia - l'attacco contro di essa era scattato il 6 aprile 1941- gli italiani parteciparono alla spartizione dei territori insieme a Germania, Bulgaria, Ungheria e Albania, mentre Croazia e Montenegro (quest'ultimo un protettorato di Roma) divennero due stati indipendenti. Gli italiani si annessero le città di Spalato e di Cattaro, allargarono il governatorato di Dalmazia ad alcuni comuni dell'interno. A Fiume si aggiunsero dei territori tra la Slovenia e la Croazia, mentre venne creata la provincia di Lubiana in Slovenia. L'esercito occupò anche altre zone della Bosnia, l'intera Erzegovina, il Sangiacatto e parte della Croazia.
Le zone occupate furono teatro di violenze, repressioni antipartigiane, crimini contro la popolazione civile, «eppure a partire dal 1945, terminate le ostilità, quei crimini, come altri analoghi di cui si erano rese responsabili truppe italiane nei territori via via invasi, sarebbero stati destinati a svanire, corroborando lo stereotipo del "bravo italiano" che, alimentato dall'oblio, si è depositato in una memoria parziale ed edulcorata degli eventi. Una memoria che, riprodotta ampiamente dalla memorialistica e dal cinema, restituisce un'immagine degli italiani come esclusivamente vittime e mai agenti di violenza». Nonostante nell'immediato dopoguerra la Jugoslavia di Tito avesse istituito appositamente una commissione d'inchiesta sui misfatti compiuti dalle truppe italiane, nessuna delle richieste di estradizione dei criminali per poterli processare trovò risposta positiva da parte delle autorità italiane. Quest'ultime riuscirono a evitare che si svolgessero i processi per quei crimini grazie a una «intensa attività diplomatica» e ad alcuni dossier approntati dallo Stato maggiore del nostro esercito - raccolti tra la documentazione allegata al volume di Di Sante. Proprio quei dossier - dati alla mano - offrirono il mezzo per contrastare le accuse jugoslave, ricorrendo spesso alle «inattendibili testimonianze rilasciate da molti protagonisti di quei crimini». Generali, ufficiali, semplici soldati, poliziotti, carabinieri e funzionari civili italiani che si erano macchiati di gravi misfatti non furono mai puniti, «evitando così quella che è stata chiamata la possibile "Norimberga italiana"». E va sottolineato che «la loro protezione venne ottenuta con l'importante complicità degli Alleati impegnati a difendere i propri interessi strategici». Non solo: anche coloro che collaborarono con le autorità fasciste sfuggirono a qualsiasi processo. «Diversi criminali (ustascia, cetnici soprattutto), che avevano prestato la loro opera di collaborazione con i regimi fascisti, trovarono un sicuro rifugio in Italia».
"Diavolo in Corpo" all'Accademia di Francia di Roma
L'Unità 20 Maggio 2005
DAL 6 GIUGNO I FILM DELLA CROISETTE
CON UN PROLOGO D’AUTORE DAL 24 MAGGIO
Silvia Galieti
Aprirà i battenti il 24 maggio la decima retrospettiva del Festival di Cannes che proporrà i «vecchi» film proiettati negli anni durante il celebre appuntamento cinematografico francese. Mentre il 6 giugno sarà la volta delle anteprime nazionali provenienti dalle diverse sezioni del festival. Da martedì a venerdì l’appuntamento è con i dodici film italiani tra i più noti della storia della «Quinzaine des Réalisatures» e de «La Semaine internationale de la Critique», le due principali iniziative cinematografiche parallele del festival. Verranno proiettati nella splendida cornice dell'Accademia di Francia a Villa Medici «I nuovi angeli» di Ugo Gregoretti, «Pelle viva» di G. Fina, «I Cannibali» di L. Cavani, «Diavolo in corpo» di Bellocchio e tanti altri. La retrospettiva mira a consacrare i dieci anni di «Le Vie Cinema da Cannes a Roma», anni densi di proiezioni, anteprime e cortometraggi provenienti da tutte le sezioni del festival.
Inizierà invece il 6 giugno «Le Vie del Cinema da Cannes a Roma», che presenterà in anteprima nazionale i film più prestigiosi provenienti dalla selezione ufficiale della 58ma edizione del festival francese. I film, in versione originale con sottotitoli in italiano, regaleranno alle notti romane un po’ di quella magica atmosfera che regna sulla Croisette, avvicinando il pubblico al grande cinema. Le rassegne si preannunciano interessanti: presenteranno opere di straordinario spessore artistico e coinvolgeranno lo spettatore in incontri con registi e attori.
DAL 6 GIUGNO I FILM DELLA CROISETTE
CON UN PROLOGO D’AUTORE DAL 24 MAGGIO
Silvia Galieti
Aprirà i battenti il 24 maggio la decima retrospettiva del Festival di Cannes che proporrà i «vecchi» film proiettati negli anni durante il celebre appuntamento cinematografico francese. Mentre il 6 giugno sarà la volta delle anteprime nazionali provenienti dalle diverse sezioni del festival. Da martedì a venerdì l’appuntamento è con i dodici film italiani tra i più noti della storia della «Quinzaine des Réalisatures» e de «La Semaine internationale de la Critique», le due principali iniziative cinematografiche parallele del festival. Verranno proiettati nella splendida cornice dell'Accademia di Francia a Villa Medici «I nuovi angeli» di Ugo Gregoretti, «Pelle viva» di G. Fina, «I Cannibali» di L. Cavani, «Diavolo in corpo» di Bellocchio e tanti altri. La retrospettiva mira a consacrare i dieci anni di «Le Vie Cinema da Cannes a Roma», anni densi di proiezioni, anteprime e cortometraggi provenienti da tutte le sezioni del festival.
Inizierà invece il 6 giugno «Le Vie del Cinema da Cannes a Roma», che presenterà in anteprima nazionale i film più prestigiosi provenienti dalla selezione ufficiale della 58ma edizione del festival francese. I film, in versione originale con sottotitoli in italiano, regaleranno alle notti romane un po’ di quella magica atmosfera che regna sulla Croisette, avvicinando il pubblico al grande cinema. Le rassegne si preannunciano interessanti: presenteranno opere di straordinario spessore artistico e coinvolgeranno lo spettatore in incontri con registi e attori.
Inoltre Libertà pubblica oggi la notizia che a Marco Bellocchio è stato assegnato il Lion's d'Oro.
Non ne sappiamo di più perché, non essendo abbonati, non abbiamo accesso tramite Internet all'edizione di oggi di questo quotidiano
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una davvero curiosa recensione americana di «L'ora di religione» uscita oggi sul "Philadelphia Inquirer"
philly.com - Philadelphia,PA,USA
Faith comes knocking on atheist's door
Carrie Rickey
Philadelphia Inquirer
Published: Friday, May 20, 2005
Though Marco Bellocchio's My Mother's Smile announces itself as critical of the pieties of the Vatican and motherhood, it is a riveting, rich portrait of an atheist who thinks he's resistant to faith but may be in the throes of a feverish conversion.
The movie centers on Ernesto (the marvelous Sergio Castellitto, an actor with the face of John Turturro and the force of Al Pacino). Ernesto is a celebrated Roman artist estranged from his wife and from his family of origin.
It might be said that God reconnects Ernesto with his son and his siblings. But not in the ways you might guess. In this film, deemed blasphemous by the Roman Catholic Church, Ernesto is Doubting Thomas as reimagined by Kafka.
On the same day that Ernesto learns that his 10-year-old son has been talking to God, the painter also receives news that his mother is a candidate for canonization. Clearly, someone is trying to tell him something.
Employing light and shadow in old-masterly arrangements, Bellocchio frames Ernesto in vaulted interiors, like the Virgin Mary in an Annunciation. The film's painterly light and sacred music are weapons in a holy war for Ernesto's hardened heart.
His wry smile and skeptical eyes don't completely armor Ernesto from his son's comely religion instructor and a Vatican emissary.
Castellitto, writer-director of the recent film Don't Move, is an actor of enormous resources. He proceeds through the film in a state of slack-jawed incredulity that makes his Ernesto equally comic and dramatic.
When he hears his wife suggest that it might be useful for their son to have a saint for a grandmother, it confirms Ernesto's religious cynicism. But when he encounters the man who claims that his mother miraculously healed him, who is Ernesto to say it isn't so? Still, thinks the son who didn't much like the mother whose smirk he has inherited, how could a dumb cow of a creature manifest miraculous powers?
Throughout the film, Bellocchio maintains a quizzical tone. It is possible to see Ernesto as a petulant man in denial, a nonbeliever with good reason, and a postulant about to affirm belief.
In the end, Bellocchio suggests in this spiritual thriller that perhaps faith is the dream from which we do not awaken.
Faith comes knocking on atheist's door
Carrie Rickey
Philadelphia Inquirer
Published: Friday, May 20, 2005
Though Marco Bellocchio's My Mother's Smile announces itself as critical of the pieties of the Vatican and motherhood, it is a riveting, rich portrait of an atheist who thinks he's resistant to faith but may be in the throes of a feverish conversion.
The movie centers on Ernesto (the marvelous Sergio Castellitto, an actor with the face of John Turturro and the force of Al Pacino). Ernesto is a celebrated Roman artist estranged from his wife and from his family of origin.
It might be said that God reconnects Ernesto with his son and his siblings. But not in the ways you might guess. In this film, deemed blasphemous by the Roman Catholic Church, Ernesto is Doubting Thomas as reimagined by Kafka.
On the same day that Ernesto learns that his 10-year-old son has been talking to God, the painter also receives news that his mother is a candidate for canonization. Clearly, someone is trying to tell him something.
Employing light and shadow in old-masterly arrangements, Bellocchio frames Ernesto in vaulted interiors, like the Virgin Mary in an Annunciation. The film's painterly light and sacred music are weapons in a holy war for Ernesto's hardened heart.
His wry smile and skeptical eyes don't completely armor Ernesto from his son's comely religion instructor and a Vatican emissary.
Castellitto, writer-director of the recent film Don't Move, is an actor of enormous resources. He proceeds through the film in a state of slack-jawed incredulity that makes his Ernesto equally comic and dramatic.
When he hears his wife suggest that it might be useful for their son to have a saint for a grandmother, it confirms Ernesto's religious cynicism. But when he encounters the man who claims that his mother miraculously healed him, who is Ernesto to say it isn't so? Still, thinks the son who didn't much like the mother whose smirk he has inherited, how could a dumb cow of a creature manifest miraculous powers?
Throughout the film, Bellocchio maintains a quizzical tone. It is possible to see Ernesto as a petulant man in denial, a nonbeliever with good reason, and a postulant about to affirm belief.
In the end, Bellocchio suggests in this spiritual thriller that perhaps faith is the dream from which we do not awaken.
le riviste di medicina sono veramente indipendenti?
Le Scienze 18.05.2005
Riviste di medicina sotto accusa
Dipenderebbero in modo eccessivo da inserzionisti e finanziatori
"Le riviste di medicina costituiscono un estensione del braccio del marketing delle compagnie farmaceutiche": lo sostiene Richard Smith, ex curatore del British Medical Journal e ora direttore generale di UnitedHealth Europe, in un provocatorio editoriale pubblicato sulla rivista "PLoS Medicine".
L'esempio più evidente della dipendenza delle riviste mediche dall'industria farmaceutica è la quantità di denaro che ricevono dalle pubblicità di farmaci, ma secondo Smith si tratterebbe della "forma meno corrotta di dipendenza", in quanto le inserzioni "possono essere viste e criticate da tutti".
Il problema maggiore, invece, è quello della pubblicazione di trail clinici finanziati dall'industria. "Per una compagnia farmaceutica - spiega - uno studio favorevole vale più di migliaia di pagine di inserzioni pubblicitarie. Ecco perché le aziende spendono a volte milioni di dollari per ristampare e diffondere in tutto il mondo i risultati delle ricerche". A differenza delle pubblicità, l'affidabilità degli studi viene percepita dai lettori in maniera più positiva.
"Fortunatamente per le compagnie farmaceutiche che hanno finanziato questi studi, ma non altrettanto per la credibilità delle riviste che li pubblicano, i trial raramente producono risultati sfavorevoli per i prodotti della compagnia stessa". Citando esempi da 86 diversi studi, Smith dimostra che i risultati dei trial sono influenzati da chi li finanzia.
Riviste di medicina sotto accusa
Dipenderebbero in modo eccessivo da inserzionisti e finanziatori
"Le riviste di medicina costituiscono un estensione del braccio del marketing delle compagnie farmaceutiche": lo sostiene Richard Smith, ex curatore del British Medical Journal e ora direttore generale di UnitedHealth Europe, in un provocatorio editoriale pubblicato sulla rivista "PLoS Medicine".
L'esempio più evidente della dipendenza delle riviste mediche dall'industria farmaceutica è la quantità di denaro che ricevono dalle pubblicità di farmaci, ma secondo Smith si tratterebbe della "forma meno corrotta di dipendenza", in quanto le inserzioni "possono essere viste e criticate da tutti".
Il problema maggiore, invece, è quello della pubblicazione di trail clinici finanziati dall'industria. "Per una compagnia farmaceutica - spiega - uno studio favorevole vale più di migliaia di pagine di inserzioni pubblicitarie. Ecco perché le aziende spendono a volte milioni di dollari per ristampare e diffondere in tutto il mondo i risultati delle ricerche". A differenza delle pubblicità, l'affidabilità degli studi viene percepita dai lettori in maniera più positiva.
"Fortunatamente per le compagnie farmaceutiche che hanno finanziato questi studi, ma non altrettanto per la credibilità delle riviste che li pubblicano, i trial raramente producono risultati sfavorevoli per i prodotti della compagnia stessa". Citando esempi da 86 diversi studi, Smith dimostra che i risultati dei trial sono influenzati da chi li finanzia.
© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.
un riferimento al "Fu Mattia Pascal"
una segnalazione di Dina Battioni
Repubblica 19.5.05
L´AMANTE DI LADY PRIVACY
Un libro-intervista di Paolo Conti a Stefano Rodotà
Nuovi diritti in un mondo che cambia di continuo
la sordità della sinistra a questi temi
L'Italia esibizionista del grande fratello
Un bilancio e insieme un'analisi di una disciplina in gran parte da esplorare del Garante "per la protezione dei dati personali"
NELLO AJELLO
UNA PICCOLA SCHIERA DI PERSONAGGI MEMORABILI - da Greta Garbo a William Faulkner, da Jean Jacques Rousseau, quello delle Fantasticherie del passeggero solitario, al Balzac del romanzo Modesta Mignon - abitano il Pantheon di ciò che oggi chiamiamo la «privacy». Ne sono gli antenati. I missionari. Gli eroi. Ne hanno suggerito lo spirito, pur senza addentrarsi in una normativa giuridica. Ad essi rende onore il giurista Stefano Rodotà nell'Intervista su privacy e libertà che pubblica da Laterza, a cura di Paolo Conti (pagg. 154, 10 euro), nell'atto di lasciare la carica di Garante per la protezione dei dati personali. Aveva inaugurato quest'ufficio nel 1997, vi si era identificato con una foga spinta fino alla dedizione.
Ancora in anni recenti, questa nuova disciplina, la «privacy», era un terreno da esplorare non senza difficoltà. Venivano esaltati, nel concetto che la designa, una serie di Valori (sia consentito ricorrere, una volta tanto con ragione, a questo abusato termine maiuscolo) non ancora largamente sentiti come tali. Spesso, anzi, negletti fino a farne una parodia. Il diritto all´oblio, la libertà di essere lasciati soli, l´istinto a sottrarsi alle ossessive sorveglianze - burocratiche ed elettroniche, ormai gemellate - l´aspirazione a preservare qualche zona d´ombra nell´identità e nei comportamenti personali erano considerati poco meno che bizzarrie. Nell´emergere «in piena luce» dell´uomo moderno non si scorgevano, come sarebbe stato opportuno, dei precedenti quanto meno angosciosi: né l´insidia totalitaria che era stata dispiegata sia dal nazismo - l´«uomo di vetro» era il suddito ideale del III Reich - né quel sistema poliziesco che s´era incardinato nei gulag sovietici. Per distrazione o ignoranza storica s´immaginava che la tutela del proprio «privato» fosse un appannaggio di raffinate minoranze, una richiesta avanzata da ristrette cerchie di Vip (uso con disagio l´invadente acronimo) oppresse dalla curiosità pubblica. La difesa della propria intimità sembrava un rito praticato in esclusiva nel salotto di Lady Privacy. L´ansia di apparire, la coltivazione di quella «Velina» o di quella «Letterina» che sonnecchia ormai nell´inconscio di ogni essere vivente, predisponeva i più a esecrare la sola idea che il privato delle persone venisse tutelato magari per legge. Sembrava - ripeto - che il ricorrere a simili cautele fosse un espediente usato dalla gente già nota per impedire, magari, che si allargasse la propria cerchia: una rivalsa sociale a tutela dei ricchi e dei potenti. Un lusso giuridico. Un elegante diritto.
L´emergere del narcisismo di massa - l´Italia del Grande Fratello non è incline a privilegiare una psicologia che ricordi Il fu Mattia Pascal di Pirandello - congiurava contro la privacy. L´ostentazione del proprio io, anche se minimo, appariva un modo di partecipazione alto e ambito. Quel diritto al clamore che è una distorsione della modernità veniva presentata come un portato ultra-legittimo della democrazia. Ogni invito alla discrezione nel rappresentarsi in pubblico era interpretato come censura, o almeno istigazione alla reticenza. Per tutto questo, l´attività cui Rodotà si è dedicato dal 1997 in poi appare - e così egli la descrive - una battaglia.
Il terreno dello scontro era tuttavia in parte dissodato. La sordità delle sinistre rispetto agli imperativi della privacy aveva trovato un primo rimedio nella proverbiale vicenda delle schedature cui gli operai della Fiat vennero sottoposti a fini politicamente discriminatorii nei decenni infuocati della guerra fredda. Certi slogan risalenti alla fase eroica del femminismo - «Il privato è politico», prima di tutti - avevano contribuito, dal canto loto, a far riflettere sulla natura non necessariamente classista dei tentativi di riappropiazione della vita personale di cui l´Ufficio del Garante era il prodotto e lo strumento. Da utensile statuale indebito, chiamato a preservare il cittadino da un genere di attentati che egli non riconosceva come tali, quell´ufficio cominciò ad apparire come uno scudo contro l´invadenza del Potere.
L´ostracismo decretato dai «media» - Rodotà parla di capannelli di giornalisti davanti alla sede dell´Autorità, considerata una minaccia alla libertà di stampa - e l´inimicizia professata dalle banche, che si sentivano memomate nella loro azione ispettiva nei riguardi della clientela, andarono ridimensionandosi, anche perché l´ufficio preposto alla privacy alternava sforzi di convinzione a più energici interventi a termini di legge.
Nelle redazioni, benché scottate da un passato in cui la censura si ammantava di artificiose preoccupazioni sociali, l´inopportunità di certi titoli di cronaca - Rodotà ne indica uno: «Architetto omosessuale ferito in un incidente d´auto», in cui le preferenze affettive del malcapitato sono una chiosa indifendibile - la privacy venne vista sempre meno come un´avversaria professionale, una rompiscatole o una Cassandra con la faccia da Cerbero. In questo quadro, vanno giustamente moltiplicandosi le apparizioni di imputati con il volto «sfumato», o visti di nuca, e sui quotidiani o settimanali i protagonisti dei fatti di cronaca meno lusinghieri sono indicati con le semplici iniziali anagrafiche. E suscitano sempre più scandalo gli espedienti per aggirare sia la legge che il codice deontologico dell´informazione. Rodotà e Conti citano il caso di una ragazza siciliana affetta del morbo della «mucca pazza»: di lei i giornali parlarono, tenendone bensì nascoste le generalità ma descrivendola con particolari così lampanti - paese d´origine, attività commerciale svolta dalla famiglia, università in cui studiava, luogo da lei scelto per le vacanze - da renderla pienamente riconoscibile ed esporla alla discriminazione. L´Autorità della privacy intervenne, in quel caso, con molta fermezza.
Se numerosi successi vanno registrati, non si tratta di una battaglia vinta per sempre. La tecnologia, procedendo senza sosta sulla sua legittima strada, accoppia in sé ovvi vantaggi sociali e molteplici insidie. Telefonini, portali elettronici, carte di credito, sistemi di video-sorveglianza, cartelle cliniche non sufficientemente «segretate» a tutela dei pazienti di cui esplorano il Dna: ecco soltanto un assaggio delle casistiche in cui può configurarsi, ai danni di chiunque, un «furto d´identità» o un´indebita sottrazione di notizie. Ecco lacerata quella cultura del rispetto che risale, per grandi linee, all´«Habeas corpus» del 1215. Ma - insistendo giustamente nello spaventarci - Rodotà fa notare che oggi il nostro «corpo fisico» è assai meglio tuletato del nostro «corpo elettronico», cioè dell´enorme massa di informazioni che esistono su di noi e possono contro di noi essere utilizzate. Per cui a quell´antico e benemerito «Habeas corpus» andrebbe accompagnato un nuovissimo «Habeas data». La promessa della Magna Charta - non metteremo mano su di te - dev´essere estesa e aggiornata. Ciascuno di noi deve poter controllare tutto ciò che su di lui si scrive e si conserva.
Sempre in bilico sul palcoscenico della Storia, lady Privacy è indifesa di fronte agli imprevisti. La realtà può attentare ai suoi danni. Fra le vittime dell´11 settembre americano figura anche lei, nella sua essenza incorporea ma tutt´altro che trascurabile. L´imperativo della sicurezza generale, che è risuonato nel paese ha indubbiamente giocato contro la difesa dei singoli e del loro «vissuto». Al pari di ogni legislazione di emergenza, il Patriot Act rischia di considerare miope ogni preoccupazione individuale, e di farne giustizia rimandando a un indefinibile «dopo» il ritorno alla normalità costituzionale. A partire dall´11 settembre di quattro anni fa, «tutto sembra lecito a gran parte degli americani».
Ma il libro di Rodotà e Conti non si limita a questa denuncia. Si addentra anche nella sproporzione tra sforzi e risultati cui è approdata l´azione degli investigatori. Su otto milioni e mezzo di persone che sono state controllate negli Stati Uniti in seguito all´attentato delle Twin Towers, i veri sospettati sono in tutto 281, e nessuno lo è per reati di terrorismo. Nella grande democrazia americana la Privacy, oggi depressa, aspetta di sgranchirsi. E di riprendere la sua marcia.
Repubblica 19.5.05
L´AMANTE DI LADY PRIVACY
Un libro-intervista di Paolo Conti a Stefano Rodotà
Nuovi diritti in un mondo che cambia di continuo
la sordità della sinistra a questi temi
L'Italia esibizionista del grande fratello
Un bilancio e insieme un'analisi di una disciplina in gran parte da esplorare del Garante "per la protezione dei dati personali"
NELLO AJELLO
UNA PICCOLA SCHIERA DI PERSONAGGI MEMORABILI - da Greta Garbo a William Faulkner, da Jean Jacques Rousseau, quello delle Fantasticherie del passeggero solitario, al Balzac del romanzo Modesta Mignon - abitano il Pantheon di ciò che oggi chiamiamo la «privacy». Ne sono gli antenati. I missionari. Gli eroi. Ne hanno suggerito lo spirito, pur senza addentrarsi in una normativa giuridica. Ad essi rende onore il giurista Stefano Rodotà nell'Intervista su privacy e libertà che pubblica da Laterza, a cura di Paolo Conti (pagg. 154, 10 euro), nell'atto di lasciare la carica di Garante per la protezione dei dati personali. Aveva inaugurato quest'ufficio nel 1997, vi si era identificato con una foga spinta fino alla dedizione.
Ancora in anni recenti, questa nuova disciplina, la «privacy», era un terreno da esplorare non senza difficoltà. Venivano esaltati, nel concetto che la designa, una serie di Valori (sia consentito ricorrere, una volta tanto con ragione, a questo abusato termine maiuscolo) non ancora largamente sentiti come tali. Spesso, anzi, negletti fino a farne una parodia. Il diritto all´oblio, la libertà di essere lasciati soli, l´istinto a sottrarsi alle ossessive sorveglianze - burocratiche ed elettroniche, ormai gemellate - l´aspirazione a preservare qualche zona d´ombra nell´identità e nei comportamenti personali erano considerati poco meno che bizzarrie. Nell´emergere «in piena luce» dell´uomo moderno non si scorgevano, come sarebbe stato opportuno, dei precedenti quanto meno angosciosi: né l´insidia totalitaria che era stata dispiegata sia dal nazismo - l´«uomo di vetro» era il suddito ideale del III Reich - né quel sistema poliziesco che s´era incardinato nei gulag sovietici. Per distrazione o ignoranza storica s´immaginava che la tutela del proprio «privato» fosse un appannaggio di raffinate minoranze, una richiesta avanzata da ristrette cerchie di Vip (uso con disagio l´invadente acronimo) oppresse dalla curiosità pubblica. La difesa della propria intimità sembrava un rito praticato in esclusiva nel salotto di Lady Privacy. L´ansia di apparire, la coltivazione di quella «Velina» o di quella «Letterina» che sonnecchia ormai nell´inconscio di ogni essere vivente, predisponeva i più a esecrare la sola idea che il privato delle persone venisse tutelato magari per legge. Sembrava - ripeto - che il ricorrere a simili cautele fosse un espediente usato dalla gente già nota per impedire, magari, che si allargasse la propria cerchia: una rivalsa sociale a tutela dei ricchi e dei potenti. Un lusso giuridico. Un elegante diritto.
L´emergere del narcisismo di massa - l´Italia del Grande Fratello non è incline a privilegiare una psicologia che ricordi Il fu Mattia Pascal di Pirandello - congiurava contro la privacy. L´ostentazione del proprio io, anche se minimo, appariva un modo di partecipazione alto e ambito. Quel diritto al clamore che è una distorsione della modernità veniva presentata come un portato ultra-legittimo della democrazia. Ogni invito alla discrezione nel rappresentarsi in pubblico era interpretato come censura, o almeno istigazione alla reticenza. Per tutto questo, l´attività cui Rodotà si è dedicato dal 1997 in poi appare - e così egli la descrive - una battaglia.
Il terreno dello scontro era tuttavia in parte dissodato. La sordità delle sinistre rispetto agli imperativi della privacy aveva trovato un primo rimedio nella proverbiale vicenda delle schedature cui gli operai della Fiat vennero sottoposti a fini politicamente discriminatorii nei decenni infuocati della guerra fredda. Certi slogan risalenti alla fase eroica del femminismo - «Il privato è politico», prima di tutti - avevano contribuito, dal canto loto, a far riflettere sulla natura non necessariamente classista dei tentativi di riappropiazione della vita personale di cui l´Ufficio del Garante era il prodotto e lo strumento. Da utensile statuale indebito, chiamato a preservare il cittadino da un genere di attentati che egli non riconosceva come tali, quell´ufficio cominciò ad apparire come uno scudo contro l´invadenza del Potere.
L´ostracismo decretato dai «media» - Rodotà parla di capannelli di giornalisti davanti alla sede dell´Autorità, considerata una minaccia alla libertà di stampa - e l´inimicizia professata dalle banche, che si sentivano memomate nella loro azione ispettiva nei riguardi della clientela, andarono ridimensionandosi, anche perché l´ufficio preposto alla privacy alternava sforzi di convinzione a più energici interventi a termini di legge.
Nelle redazioni, benché scottate da un passato in cui la censura si ammantava di artificiose preoccupazioni sociali, l´inopportunità di certi titoli di cronaca - Rodotà ne indica uno: «Architetto omosessuale ferito in un incidente d´auto», in cui le preferenze affettive del malcapitato sono una chiosa indifendibile - la privacy venne vista sempre meno come un´avversaria professionale, una rompiscatole o una Cassandra con la faccia da Cerbero. In questo quadro, vanno giustamente moltiplicandosi le apparizioni di imputati con il volto «sfumato», o visti di nuca, e sui quotidiani o settimanali i protagonisti dei fatti di cronaca meno lusinghieri sono indicati con le semplici iniziali anagrafiche. E suscitano sempre più scandalo gli espedienti per aggirare sia la legge che il codice deontologico dell´informazione. Rodotà e Conti citano il caso di una ragazza siciliana affetta del morbo della «mucca pazza»: di lei i giornali parlarono, tenendone bensì nascoste le generalità ma descrivendola con particolari così lampanti - paese d´origine, attività commerciale svolta dalla famiglia, università in cui studiava, luogo da lei scelto per le vacanze - da renderla pienamente riconoscibile ed esporla alla discriminazione. L´Autorità della privacy intervenne, in quel caso, con molta fermezza.
Se numerosi successi vanno registrati, non si tratta di una battaglia vinta per sempre. La tecnologia, procedendo senza sosta sulla sua legittima strada, accoppia in sé ovvi vantaggi sociali e molteplici insidie. Telefonini, portali elettronici, carte di credito, sistemi di video-sorveglianza, cartelle cliniche non sufficientemente «segretate» a tutela dei pazienti di cui esplorano il Dna: ecco soltanto un assaggio delle casistiche in cui può configurarsi, ai danni di chiunque, un «furto d´identità» o un´indebita sottrazione di notizie. Ecco lacerata quella cultura del rispetto che risale, per grandi linee, all´«Habeas corpus» del 1215. Ma - insistendo giustamente nello spaventarci - Rodotà fa notare che oggi il nostro «corpo fisico» è assai meglio tuletato del nostro «corpo elettronico», cioè dell´enorme massa di informazioni che esistono su di noi e possono contro di noi essere utilizzate. Per cui a quell´antico e benemerito «Habeas corpus» andrebbe accompagnato un nuovissimo «Habeas data». La promessa della Magna Charta - non metteremo mano su di te - dev´essere estesa e aggiornata. Ciascuno di noi deve poter controllare tutto ciò che su di lui si scrive e si conserva.
Sempre in bilico sul palcoscenico della Storia, lady Privacy è indifesa di fronte agli imprevisti. La realtà può attentare ai suoi danni. Fra le vittime dell´11 settembre americano figura anche lei, nella sua essenza incorporea ma tutt´altro che trascurabile. L´imperativo della sicurezza generale, che è risuonato nel paese ha indubbiamente giocato contro la difesa dei singoli e del loro «vissuto». Al pari di ogni legislazione di emergenza, il Patriot Act rischia di considerare miope ogni preoccupazione individuale, e di farne giustizia rimandando a un indefinibile «dopo» il ritorno alla normalità costituzionale. A partire dall´11 settembre di quattro anni fa, «tutto sembra lecito a gran parte degli americani».
Ma il libro di Rodotà e Conti non si limita a questa denuncia. Si addentra anche nella sproporzione tra sforzi e risultati cui è approdata l´azione degli investigatori. Su otto milioni e mezzo di persone che sono state controllate negli Stati Uniti in seguito all´attentato delle Twin Towers, i veri sospettati sono in tutto 281, e nessuno lo è per reati di terrorismo. Nella grande democrazia americana la Privacy, oggi depressa, aspetta di sgranchirsi. E di riprendere la sua marcia.
giovedì 19 maggio 2005
su MAWIVIDEO
SONO DISPONIBILI:
le lezioni di venerdì 13
e di sabato 14 maggio 2005
all'Università di Chieti
14 maggio: la 6ª lezione del prof. Massimo Fagioli
13 maggio: la 5ª Lezione del Prof. Andrea Masini e della Prof. Francesca Fagioli
con gli interventi di Serena Pandolfi e di Massimo Fagioli
SONO DISPONIBILI:
le lezioni di venerdì 13
e di sabato 14 maggio 2005
all'Università di Chieti
14 maggio: la 6ª lezione del prof. Massimo Fagioli
13 maggio: la 5ª Lezione del Prof. Andrea Masini e della Prof. Francesca Fagioli
con gli interventi di Serena Pandolfi e di Massimo Fagioli
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ecco l'articolo dell'Unità del 21 novembre 2004
citato nella Lezione di Chieti di sabato 14 maggio 2005
citato nella Lezione di Chieti di sabato 14 maggio 2005
alle origini del Logos occidentale
L'Unità 21 Novembre 2004
Il papiro che spiega il mondo
Di Franco Farinelli
L'Unità 21 Novembre 2004
Il papiro che spiega il mondo
Di Franco Farinelli
l'articolo era illustrato da un'immagine:
chi volesse vederla può richiederla a "segnalazioni",
chi volesse vederla può richiederla a "segnalazioni",
è un piccolo jpg, lo riceverà per e.mail
Qaw el - Kebir, l’antica Anteopoli, si trova lungo il Nilo al confine tra l’alto e medio Egitto, proprio dove il maestoso fiume decide di allargare il suo corso per dar luogo alla massima inflessione verso occidente. Di qui proviene, presumibilmente, lo straordinario papiro depositato un mese fa dalla fondazione San Paolo presso il museo Egizio di Torino e noto come il papiro di Artemidoro, dal nome di un geografo di cui all’inizio dell’era volgare si era servito Strabone, ricavandone l’idea che geografia e filosofia sono inseparabili. Il papiro, lungo oltre due metri e mezzo, contiene non soltanto una parte del perduto testo di Artemidoro, ma anche, a sua illustrazione, una rappresentazione cartografica - una mappa - di quella che noi chiamiamo penisola iberica, e poi disegni di animali più o meno fantastici, copie di statue e di ritratti, profili di figure umane: nel complesso la testimonianza senza eguali della successiva attività delle officine e botteghe artistiche (magari di una sola di esse) d’epoca tardo ellenistica, una sorta di taccuino di lavoro che l’analisi paleografica certifica disegnato a più riprese tra il 50 a.C. e il primo secolo successivo. Trasformato alla fine in cartapesta, esso finì col servire da maschera funeraria, e soltanto dopo averla smontata si è adesso riusciti a ripristinare la forma originaria del rotulo. Ha scritto Edgar Morin che tutto quel che accade è sempre qualcosa di improbabile che però in un dato momento e in un dato luogo si muta in qualcosa di necessario. Sicché la domanda diventa: che cosa stabilisce un legame di necessità tra la funzione originaria del papiro di Artemidoro, nato come un’opera geografica e cartografica, e la sua destinazione finale, apparentemente così strana e casuale? Prepariamoci ad un largo giro, proprio come quello che il Nilo inizia a Qaw el-Kebir.
Un mito racconta l’origine del silenzio, gli orfici erano quelli che l’avevano più a cuore. Narra la storia che Dioniso, il fanciullo divino, venne sorpreso dai Titani mentre giocava, e fatto a pezzi. Il racconto poi continua, ma qui il seguito non importa: anche se appena all’inizio, esso è già fin troppo complicato. L’assalto dei giganti coglie un attimo, quello dello stupore di Dioniso nel veder riflesso sullo specchio con cui si trastulla non il suo volto ma la faccia della Terra. Bisogna però sapere che approfittando del suo sonno, i Titani avevano in precedenza cosparso di gesso il volto del dio. Se l’avessero ammazzato subito mentre dormiva dell’origine del silenzio non sapremmo nulla. Proprio perché invece essi non lo fanno ne sappiamo qualcosa, a segno che il senso della storia non riguarda la clamorosa (e provvisoria) morte di Dioniso ma la tacita nascita di un’altra cosa. Anche ammesso, come di solito si vuole, che la reazione di quest’ultimo all’inaspettata vista coincida con un moto di stupore, le condizioni di esercizio di quest’ultimo risultano indubitabilmente silenziose: che nella storia di questo silenzio non si parli significa soltanto che esso ha già iniziato a funzionare.
Ma di quale storia davvero si tratta? Nientemeno che della silenziosa origine del logos, del ragionamento. Sull’origine del logos la versione più seducente è quella dell’ultimo Borges, che racconta di come due uomini, incontrandosi in una piazza greca e dimentichi di miti e metafore, di preghiere e magie, scoprono che attraverso il dialogo possono arrivare ad una verità. La versione più sottile ed ambigua si deve invece a Giorgio Colli che distingue, a proposito di Talete, un ragionamento pubblico, un discorso, e un ragionamento interiore, ascetico, geometrico, appunto silenzioso insomma, il logos astratto. Dunque il logos si biforca, e lo stupore e il silenzio di Dioniso si situano proprio in corrispondenza di tale biforcazione. Il borbottio del fanciullo assorto nel gioco cessa all’improvviso quando, nel passare da un trastullo all’altro, egli prende in mano lo specchio e scorge non la sfera che si attende ma una superficie, non un tridimensionale globo ma una bidimensionale estensione. Il silenzio è così la reazione di chi per la prima volta scorge un viso, di chi scorge il primo viso, di chi per primo perciò riduce la testa ad un suo lato. Ora, anche per l’egiziano Tolomeo, che scrive in greco al tempo del massimo splendore dell’impero romano, la Terra è una testa, come si legge all’inizio della sua Geografia. E così come la sua Ottica è un inventario di trucchi visivi, così la sua Geografia è la spiegazione, in termini schematici e matematici, del silenzio di Dioniso: è l’illustrazione del procedimento per mezzo del quale è possibile sottrarre una dimensione al globo, ridurre la sfera al piano, come i moderni tradurranno. La geografia di Tolomeo è la razionalizzazione del silenzio dionisiaco, e insieme la spiegazione del suo significato e delle sue implicazioni, l’illustrazione così come delle sue conseguenze della sua gravità. Ma proprio da ciò deriva lo stupefatto ammutolimento di Dioniso: egli scorge allo specchio non la testa ma soltanto l’immagine di due sue dimensioni, dunque in definitiva la mappa di una sua parte. È di qui che nasce lo sbigottimento del dio, e la paralisi di tutti i suoi organi di senso ad eccezione della vista: il suo atteggiamento risulta mimetico rispetto a quello che egli vede, è la sua copia, ne assume il carattere rigido e statico, oltre che muto. Così il silenzio di Dioniso testimonia la nascita del rigore scientifico.
Quando si parla di rigore scientifico, ci si riferisce infatti proprio e soltanto alla rigidità del cadavere, che appunto sullo specchio di Dioniso si riflette per la prima volta. Ne facciamo quotidiana esperienza. Quando andiamo al cimitero a trovare i nostri morti, guardiamo la foto sulla tomba: mai ci viene in mente che quella foto sulla tomba non somigli al defunto. Mentre invece quando guardiamo altre foto, o meglio, quando guardiamo foto di qualcuno che non è ancora defunto, che non è ancora morto, noi diciamo spesso che non gli somiglia affatto o facciamo fatica a riconoscerlo. E allora la questione è: perché di fronte alla foto di un morto noi diciamo quasi sempre che proprio gli somiglia, che è proprio lui, che è addirittura «venuto bene»? Proprio perché noi sappiamo che, trattandosi di un morto, non c’è più contraddizione tra effigie fotografica e qualcosa dotato invece di vita, dunque irriducibile ad un insieme di segni; nella foto il morto invece è - finalmente - proprio lui appunto perché ad un insieme di segni, quelli che compongono il ritratto, corrisponde effettivamente un cadavere. La somiglianza di una foto, di un sistema così rigido come quello di un’immagine fotografica, dipende dal fatto che anche la persona cui la foto si riferisce ha finalmente adeguato il proprio essere al simulacro, ha assunto la forma del cadavere, la forma del segno, la rigidità: che è esattamente quella rigidità che ha fondato tutto ciò che noi chiamiamo scienza. Ed è qualcosa che i Greci sapevano molto bene. Per i Greci il massimo della diversità, dell’alterità possibile, coincideva con la testa di Medusa, che aveva lo straordinario potere di pietrificare chi la guardasse. Sotto tal riguardo Medusa è qualcosa che si comporta nei confronti degli uomini esattamente come gli uomini si comportano nei confronti di tutte le cose: è, per così dire, una cosa che rovescia sugli uomini il comportamento che gli uomini hanno normalmente, e che consiste nel tentativo di paralizzare tutto quel che si vede. Se vogliamo capire qualcosa, se vogliamo comprendere qualcosa del mondo, siamo costretti a farlo a pezzi, a irrigidirlo, letteralmente a pietrificarlo. L’arte di irrigidire la vita in un sistema di segni nasce con grande scandalo nel VII secolo a. C., con Anassimandro, quando la prima tavola geografica, la prima mappa, la prima rappresentazione geografica del mondo viene prodotta. Come dire che tutto il sapere occidentale è per natura geografico. E che è Tolomeo a svelarne il meccanismo fondamentale, che egli chiamava «modo di conoscenza» ma che i traduttori moderni chiameranno proiezione.
Se la Terra per Tolomeo è una testa, e il suo modo di descrizione è la geografia, la corografia è la descrizione di una parte della testa, come ad esempio l’occhio o l’orecchio: sono questo gli esempi che lo stesso Tolomeo sceglie. Egli intende con ciò indicare fin dall’inizio l’equivalenza funzionale tra testa e viso, tra globo e mappa, equivalenza di cui il suo manuale illustra la tecnica. E per Tolomeo la seconda sta al primo esattamente come i ritratti funebri della regione egiziana del Fayum, sostanzialmente analoghi alla maschera di cui il papiro di Artemidoro faceva parte, stanno al capo delle mummie cui sono sovrimposti. Non si ricorda più dove, in Egitto, Tolomeo fosse nato. Si sa soltanto che egli operò ad Alessandria tra il 127 e il 145 dopo Cristo, dunque al momento della piena e compiuta relazione tra le due culture, l’egiziana e la greco-romana, di cui tali celebri immagini funerarie sono espressione. E così come la cultura locale e quella dei dominatori non arrivarono mai a fondersi, ma soltanto a sovrapporsi, allo stesso modo la tavoletta dipinta, importata dai nuovi padroni, venne applicata sulla testa del cadavere imbalsamato secondo il costume locale: il rito funebre come metafora dello scontro-incontro tra civiltà, sorta di rappresentazione del suo esito, di materiale raffigurazione del loro rapporto. Per Jean-Cristophe Bailly i ritratti del Fayum sono volti che stanno sulla soglia, né di qua né di là, già nella morte e ancora nella vita, presentati come vivi alla morte. E questo è vero alla lettera: come le foto che stanno sulle nostre tombe essi erano realizzati quando il soggetto era ancora animato, mentre il modello era ancora vivente, e soltanto in seguito, a decesso avvenuto, venivano applicati sulla mummia. Di qui la loro natura di limite metafisico, nel «bilico fuori dal tempo che fonda tutti i tempi», come commenta Rocco Ronchi, per il quale essi possono essere eletti a paradigma della raffigurazione. E anche tale affermazione è da intendersi letteralmente, ma soltanto perché le figure di Fayum e le relative mummie costituiscono nel complesso il materiale paradigma della rappresentazione cartografica, dalla quale ogni altra raffigurazione dipende, nel senso che ne stabilisce a sua volta il paradigma. In tal modo il divino silenzio di Dioniso, improvviso e momentaneo, anticipa e prefigura quello eterno e fin troppo previsto di noi mortali, e allo stesso tempo ricapitola e definisce tutte le condizioni del nostro fragile e precario rapporto conoscitivo con il mondo. È lo stesso silenzio dei primi prospettici, che all’inizio del Quattrocento a Firenze riscoprono Tolomeo e danno con ciò inizio alla modernità, iniziando a tradurre il mondo in spazio: paralizzati come se fossero avvelenati dal curaro, spiegava Pavel Florenskji, ma anche evidentemente muti e stupiti dalla portentosa trasformazione. Il soggetto moderno nasce a Firenze sotto il Portico degli Innocenti del Brunelleschi, e non è l’Homo viator, il viaggiatore come fin qui ci hanno fatto credere, ma è invece un essere immobile, attonito e silenzioso, proprio come per un attimo Dioniso era stato. La modernità altro non è stata che l’imbalsamazione di quest’attimo. Come soltanto oggi possiamo iniziare a comprendere, perché soltanto oggi la mummia di quel silenzio è andata in pezzi. Esattamente allo stesso modo della maschera che ci ha restituito il papiro di Artemidoro perché la storia che qui finisce potesse essere raccontata.
libri
repubblica.it 19 maggio 2005
Bush, neocon e politica di dominio nel saggio dell'intellettuale del dissenso
Escono anche due saggi sul secolo cinese e la fuga in avanti del dragone
Libri, il nuovo j'accuse di Chomsky
"L'America imperiale e bugiarda"
Tra le novità l'Afghanistan del Grande gioco
di DARIO OLIVERO
Noam Chomsky
L'IMPERO AMERICANO
I libri di Chomsky sono una continua ricapitolazione. Ogni nuova uscita è un "dove eravamo rimasti?" Non fa eccezione questo Egemonia o sopravvivenza. Sottotitolo: I rischi del dominio globale americano (tr. it. B. Tortorella, Tropea, 18 euro). La tesi: l'inquilino della Casa Bianca e la sua amministrazione nascondono dietro la campagna per la libertà, la lotta al terrorismo e l'esportazione della democrazia un disegno di dominio imperiale globale seguito naturale della dottrina Usa da Wilson a Reagan. Per fare questo il governo ha bisogno di costruire una macchina di propaganda che convinca l'opinione pubblica e la tenga sotto controllo. Così come ha bisogno di nemici deboli e stremati ai quali dichiarare guerra e vincerla. Obiettivi arbitrari scelti con menzogne storiche come la falsa connection tra Bin Laden e Saddam o i mai trovati laboratori segreti delle armi di distruzione di massa irachene. In questo modo la dottrina americana obbliga il resto del mondo a difendersi dall'ingerenza Usa con una continua corsa agli armamenti nucleari. L'ordine mondiale si fonda sul terrore, la sopravvivenza del pianeta è oggettivamente a rischio a causa del vero e grande fattore destabilizzante che è quello che molti considerano ancora il garante della libertà.
L'IMPERO CINESE
I cinesi sanno bene che il cielo tratta gli uomini come cani di paglia. Prima venerati per la grande festa sacrificale, poi bruciati e calpestati. E sanno che il punto di vista che devono avere gli uomini e in particolare gli imperatori è la calma indifferenza del cielo. In due libri si possono cogliere questi lanci in avanti di un colosso che non è solo economico ma che scandisce la sua storia in ere incompatibili con i nostri anni.
Il primo è Il secolo cinese di Federico Rampini, corrispondente di Repubblica (Mondadori, 15). E' una raccolta di storie che portano tutte verso un'unica direzione, la fuga in avanti appunto. Emblematica quella di Hu Jintao, l'ultimo grande timoniere in ordine di tempo. Hu non può dimenticare quanto subì il padre piccolo commerciante condannato dal furore della Rivoluzione culturale. Non può dimenticare il dolore né l'umiliazione di non averne potuto riscattare il ricordo. Emblematiche quelle dei cineasti che combattono la censura, degli studiosi che riscrivono la storia del mondo a cominciare dal primo vero scopritore dell'America, un cinese, dei contadini di villaggi sperduti ancora manodopera solo potenziale della locomotiva, delle lingue perdute, delle comunità isolate, della bellezza di Hong Kong e della sua dolorosa metamorfosi da locomotiva del capitalismo a laboratorio del modello cinese. Storie da basso impero, da cani di paglia che attendono il passare del tempo.
Il secondo è La sfida cinese a cura di Claudio Dematté e Fabrizio Perretti (Laterza,19). Il discorso qui è più diacronico: è un'analisi dell'impatto dell'economia cinese sul mercato internazionale ma soprattutto il contraccolpo su quello italiano e sul suo sistema d'impresa. La sfida ha dimensioni da allarme rosso: salario tredici volte inferiore rispetto a quello tedesco, dodici volte rispetto a quello statunitense e nove volte rispetto a quello italiano. Questo porta contrazione e migrazione di attività produttive dai paesi sviluppati in Cina, con evidenti effetti a breve termine sulla manodopera del paese d'origine e nel peggiore dei casi la scomparsa di interi settori produttivi. La fuga in avanti è il sistema di crescita adottato dal dragone e ci vorrà tempo per cogliere segnali di frenata.
AFGHANISTAN
Tornato drammaticamente nel cono di luce dell'opinione pubblica italiana, l'Afghanistan è e sarà anche nel prossimo secolo uno degli scacchieri strategici più importanti di quello che Kipling chiamò il Grande gioco. Due libri per non dimenticarlo.
Un giorno William Trevor Vollmann comprò una macchina fotografica, tre obiettivi e 40 rullini e partì per l'Afghanistan invaso dall'Unione Sovietica. Continuo a non capire perché vuoi andare in Afghanistan - chiese suo padre - Immagino che non lo capirò mai. "In verità era molto semplice. Volevo solo comprendere cosa era successo lì. Poi mi sarei messo al servizio di qualcuno. Intendevo essere buono, ed ero pronto a fare del bene". Voleva dare una mano. Finì che tra Pakistan, Afghanistan e le distese del Grande gioco passò anni interi riempiendo taccuini di impressioni, incontri, disegni, nomadi, cinesi, prostitute orientali, mendicanti, guerriglieri islamici. Gli appunti incominciano con un ragazzo americano disorientato, con la paura per un mondo sconosciuto e finiscono con un guscio che si scioglie nella grande impresa. Non salvare il mondo come il ragazzo si proponeva, ma, cosa ancora più difficile, guardarlo, raccontarlo, soffrire e e gioire della sua imperfezione. Il ibro si intitola Afghanistan Picture Show (tr. it. M. Birattari, Alet, 18).
Mentre Vollmann attraversava la frontiera di Peshawar, dall'altra parte del mondo e al riparo delle spesse mura delle commissioni parlamentari, il deputato texano Charlie Wilson coltivava la stessa ossessione per l'Afghanistan. Solo che Wilson sapeva bene come rendersi utile e cosa fare per contrastare l'invasione sovietica del 1979. Così avvenne quello che molti non sanno. L'oscuro deputato lavorò per tessere le fila attraverso gli schieramenti politici, creò un ponte di alleanze solidissimo che permise il travaso di finanziamenti occulti ai mujahiddin, mise le tende alla Cia e le sue arti diplomatiche persuasero una volta per tutte l'agenzia a puntare su quella partita, convinse il Pakistan a chiudere un occhio sui passaggi di armi che transitavano verso la guerriglia. Finì come sappiamo. Mentre Vollmann falliva e non riusciva a cambiare il mondo, Wilson portava a casa il più grande successo della Guerra fredda. Mentre Vollmann scriveva pagine memorabili che già indicavano quello che sarebbe accaduto, Wilson poneva le basi della tragedia afgana quando, estromessa l'ingerenza russa, il paese diventò prima teatro di una guerra civile poi dittatura della sharìa e arena di addestramento dei terroristi. Infine, zona strategica bombardata per importare democrazia ed esportare petrolio. Il libro si intitola Il nemico del mio nemico. La guerra segreta del deputato Wilson (tr. it. A. Magagnino, il Saggiatore, 22).
Bush, neocon e politica di dominio nel saggio dell'intellettuale del dissenso
Escono anche due saggi sul secolo cinese e la fuga in avanti del dragone
Libri, il nuovo j'accuse di Chomsky
"L'America imperiale e bugiarda"
Tra le novità l'Afghanistan del Grande gioco
di DARIO OLIVERO
Noam Chomsky
L'IMPERO AMERICANO
I libri di Chomsky sono una continua ricapitolazione. Ogni nuova uscita è un "dove eravamo rimasti?" Non fa eccezione questo Egemonia o sopravvivenza. Sottotitolo: I rischi del dominio globale americano (tr. it. B. Tortorella, Tropea, 18 euro). La tesi: l'inquilino della Casa Bianca e la sua amministrazione nascondono dietro la campagna per la libertà, la lotta al terrorismo e l'esportazione della democrazia un disegno di dominio imperiale globale seguito naturale della dottrina Usa da Wilson a Reagan. Per fare questo il governo ha bisogno di costruire una macchina di propaganda che convinca l'opinione pubblica e la tenga sotto controllo. Così come ha bisogno di nemici deboli e stremati ai quali dichiarare guerra e vincerla. Obiettivi arbitrari scelti con menzogne storiche come la falsa connection tra Bin Laden e Saddam o i mai trovati laboratori segreti delle armi di distruzione di massa irachene. In questo modo la dottrina americana obbliga il resto del mondo a difendersi dall'ingerenza Usa con una continua corsa agli armamenti nucleari. L'ordine mondiale si fonda sul terrore, la sopravvivenza del pianeta è oggettivamente a rischio a causa del vero e grande fattore destabilizzante che è quello che molti considerano ancora il garante della libertà.
L'IMPERO CINESE
I cinesi sanno bene che il cielo tratta gli uomini come cani di paglia. Prima venerati per la grande festa sacrificale, poi bruciati e calpestati. E sanno che il punto di vista che devono avere gli uomini e in particolare gli imperatori è la calma indifferenza del cielo. In due libri si possono cogliere questi lanci in avanti di un colosso che non è solo economico ma che scandisce la sua storia in ere incompatibili con i nostri anni.
Il primo è Il secolo cinese di Federico Rampini, corrispondente di Repubblica (Mondadori, 15). E' una raccolta di storie che portano tutte verso un'unica direzione, la fuga in avanti appunto. Emblematica quella di Hu Jintao, l'ultimo grande timoniere in ordine di tempo. Hu non può dimenticare quanto subì il padre piccolo commerciante condannato dal furore della Rivoluzione culturale. Non può dimenticare il dolore né l'umiliazione di non averne potuto riscattare il ricordo. Emblematiche quelle dei cineasti che combattono la censura, degli studiosi che riscrivono la storia del mondo a cominciare dal primo vero scopritore dell'America, un cinese, dei contadini di villaggi sperduti ancora manodopera solo potenziale della locomotiva, delle lingue perdute, delle comunità isolate, della bellezza di Hong Kong e della sua dolorosa metamorfosi da locomotiva del capitalismo a laboratorio del modello cinese. Storie da basso impero, da cani di paglia che attendono il passare del tempo.
Il secondo è La sfida cinese a cura di Claudio Dematté e Fabrizio Perretti (Laterza,19). Il discorso qui è più diacronico: è un'analisi dell'impatto dell'economia cinese sul mercato internazionale ma soprattutto il contraccolpo su quello italiano e sul suo sistema d'impresa. La sfida ha dimensioni da allarme rosso: salario tredici volte inferiore rispetto a quello tedesco, dodici volte rispetto a quello statunitense e nove volte rispetto a quello italiano. Questo porta contrazione e migrazione di attività produttive dai paesi sviluppati in Cina, con evidenti effetti a breve termine sulla manodopera del paese d'origine e nel peggiore dei casi la scomparsa di interi settori produttivi. La fuga in avanti è il sistema di crescita adottato dal dragone e ci vorrà tempo per cogliere segnali di frenata.
AFGHANISTAN
Tornato drammaticamente nel cono di luce dell'opinione pubblica italiana, l'Afghanistan è e sarà anche nel prossimo secolo uno degli scacchieri strategici più importanti di quello che Kipling chiamò il Grande gioco. Due libri per non dimenticarlo.
Un giorno William Trevor Vollmann comprò una macchina fotografica, tre obiettivi e 40 rullini e partì per l'Afghanistan invaso dall'Unione Sovietica. Continuo a non capire perché vuoi andare in Afghanistan - chiese suo padre - Immagino che non lo capirò mai. "In verità era molto semplice. Volevo solo comprendere cosa era successo lì. Poi mi sarei messo al servizio di qualcuno. Intendevo essere buono, ed ero pronto a fare del bene". Voleva dare una mano. Finì che tra Pakistan, Afghanistan e le distese del Grande gioco passò anni interi riempiendo taccuini di impressioni, incontri, disegni, nomadi, cinesi, prostitute orientali, mendicanti, guerriglieri islamici. Gli appunti incominciano con un ragazzo americano disorientato, con la paura per un mondo sconosciuto e finiscono con un guscio che si scioglie nella grande impresa. Non salvare il mondo come il ragazzo si proponeva, ma, cosa ancora più difficile, guardarlo, raccontarlo, soffrire e e gioire della sua imperfezione. Il ibro si intitola Afghanistan Picture Show (tr. it. M. Birattari, Alet, 18).
Mentre Vollmann attraversava la frontiera di Peshawar, dall'altra parte del mondo e al riparo delle spesse mura delle commissioni parlamentari, il deputato texano Charlie Wilson coltivava la stessa ossessione per l'Afghanistan. Solo che Wilson sapeva bene come rendersi utile e cosa fare per contrastare l'invasione sovietica del 1979. Così avvenne quello che molti non sanno. L'oscuro deputato lavorò per tessere le fila attraverso gli schieramenti politici, creò un ponte di alleanze solidissimo che permise il travaso di finanziamenti occulti ai mujahiddin, mise le tende alla Cia e le sue arti diplomatiche persuasero una volta per tutte l'agenzia a puntare su quella partita, convinse il Pakistan a chiudere un occhio sui passaggi di armi che transitavano verso la guerriglia. Finì come sappiamo. Mentre Vollmann falliva e non riusciva a cambiare il mondo, Wilson portava a casa il più grande successo della Guerra fredda. Mentre Vollmann scriveva pagine memorabili che già indicavano quello che sarebbe accaduto, Wilson poneva le basi della tragedia afgana quando, estromessa l'ingerenza russa, il paese diventò prima teatro di una guerra civile poi dittatura della sharìa e arena di addestramento dei terroristi. Infine, zona strategica bombardata per importare democrazia ed esportare petrolio. Il libro si intitola Il nemico del mio nemico. La guerra segreta del deputato Wilson (tr. it. A. Magagnino, il Saggiatore, 22).
l'astensione ai referendum
«liceità» non è «legittimità»
L'Unità 19 Maggio 2005
Astensione non fa rima con Costituzione
Anticipazione da Critica liberale n.114
Silvio Basile
Per essermi occupato per più di cinquant'anni di diritto pubblico, con particolare interesse per il diritto costituzionale comparato, credo di poter esprimere un'opinione non improvvisata sull'astensionismo organizzato allo scopo di far fallire un referendum.
Prima di tutto, non è una sottigliezza da giurista porsi la questione in questi termini: astenersi nel referendum, come del resto nelle elezioni, di sicuro è “lecito”, perché oggi come oggi non comporta nessun tipo di sanzione; ma con ciò è pienamente “legittimo” sul piano costituzionale? “Liceità”, cioè assenza di sanzione, è una cosa, “legittimità”, cioè presenza di esplicita tutela giuridica, è un'altra. In senso proprio, astenersi, sul piano costituzionale, non è pienamente “legittimo”, quanto meno perché, nella Costituzione, non solo nulla vieta, ma qualcosa implica che sia introdotta una qualche conseguenza giuridica (sia pure sicuramente non una sanzione penale) nei confronti di chi di proposito e ingiustificatamente non si reca alle urne. La Costituzione, infatti, non solo considera il voto un diritto, ma ne qualifica anche l'esercizio come un “dovere civico” (art. 48, 2° comma) e non distingue, sotto questo profilo, voto nelle elezioni da voto nel referendum. Nulla esclude sul piano costituzionale, faccio per dire, che la legge indichi nell'astensione ingiustificata un caso di “indegnità morale” (con gli effetti di cui all'art. 48, 3° comma).
D'altra parte, non andare a votare per ignavia o per disinteresse non è sicuramente la stessa cosa che organizzare la diserzione dalle urne al preciso scopo di mandare a vuoto una consultazione popolare. In quest'ultimo caso, si delegittima la partecipazione democratica, si “invita” sostanzialmente a votare “no” al quesito in modo palese (che nel paese delle mafie di cosca e di sottogoverno non è poi tanto poco) e si vanifica il funzionamento di un istituto che, fra l'altro, è anche costoso per l'erario. E, oggi come oggi, lo si fa senza assumersi nessuna responsabilità. Lo si faccia almeno, come sembra più che giusto, pagandone integralmente le spese, che gravano altrimenti sulle tasche di tutti i cittadini, ivi compresi quelli che compiono il loro “dovere civico”. Che senso ha altrimenti il considerare l'esercizio del voto come “dovere civico”?
E non basta: altro è organizzare da privato cittadino l'astensionismo, altro è organizzarlo da una carica pubblica. Questo è, per lo meno, scorretto. E se la carica pubblica è una di quelle che dovrebbero garantire soltanto il regolare funzionamento delle istituzioni, la scorrettezza è semplicemente scandalosa. Il riferimento a Pier Ferdinando Casini è, ovviamente, intenzionale.
Con riguardo poi agli argomenti usati dai fautori dell'astensionismo, è di sicuro una madornale sciocchezza asserire che siccome ha previsto il quorum, la Costituzione considera pienamente legittimo l'astensionismo nel referendum abrogativo. Ne deriverebbe, ragionando in coerenza con queste premesse, che, siccome non l'ha previsto anche per altri tipi di referendum, la Costituzione lo considera pienamente illegittimo e magari che autorizza la legge a considerarlo anche penalmente illecito nel referendum costituzionale. Che dicano certe cose le stesse persone che nel caso dell'ultimo referendum costituzionale fecero di tutto per non far sapere neppure che ci sarebbe stato, fa semplicemente ridere.
È vero che il sistema del quorum rende in concreto praticabile l'organizzazione dell'astensionismo nei referendum da parte di chi, altrimenti, ha fondato motivo di perdere. Ma questo significa solo che il sistema del quorum, introdotto dichiaratamente per altri motivi, è inopportuno, perché rischia di funzionare precisamente contro i motivi dichiarati in assemblea. I nostri costituenti, notoriamente, lo copiarono dalla Costituzione di Weimar, dove funzionò in modo pessimo, contribuendo non poco a favorire la delegittimazione di tutti gli istituti democratici fino alla “resistibile ascesa” di Hitler. È questo l'ideale di chi organizza l'astensionismo?
Con riguardo ai motivi che alla Costituente furono dichiarati (messi bene in rilievo da Michele Ainis in un articolo che gli ha procurato attacchi ingiustificati e volgari), il diritto costituzionale comparato offre modelli ben più adeguati. In particolare, il modello danese potrebbe essere utilmente imitato: quella Costituzione, con un sistema che, fra l'altro, invoglia tutti alla partecipazione piuttosto che all'astensione, esige che la maggioranza dei voti nel referendum sia almeno pari a un terzo del corpo elettorale. Probabilmente i nostri costituenti, attraverso il sistema infelice del quorum, pensavano in realtà ad almeno un voto in più di un quarto. Ebbene, lo si potrebbe utilmente stabilire in una revisione costituzionale, di sicuro molto più opportuna di quella, pessima, che si vuole ora introdurre a colpi di maggioranza blindata.
Il sistema del quorum, sarà bene notarlo come non mi risulta sia stato mai fatto, non lo garantisce per niente. A seconda di quanti non si recano neppure alle urne e di quanti vi si recano per lasciarvi scheda bianca o voto nullo, con il sistema dell'art. 75, può andare a vuoto un referendum con una proposta approvata, al limite, dal 100% dei voti validamente espressi ma “solo” dal 50% dell'intero corpo elettorale (la cui maggioranza è costituita dal 50% più uno!), mentre, fra un gran numero di schede nulle o bianche, potrebbe essere validamente abrogata una legge con una esigua maggioranza di voti validamente espressi anche molto inferiore al 25% del corpo elettorale.
Astensione non fa rima con Costituzione
Anticipazione da Critica liberale n.114
Silvio Basile
Per essermi occupato per più di cinquant'anni di diritto pubblico, con particolare interesse per il diritto costituzionale comparato, credo di poter esprimere un'opinione non improvvisata sull'astensionismo organizzato allo scopo di far fallire un referendum.
Prima di tutto, non è una sottigliezza da giurista porsi la questione in questi termini: astenersi nel referendum, come del resto nelle elezioni, di sicuro è “lecito”, perché oggi come oggi non comporta nessun tipo di sanzione; ma con ciò è pienamente “legittimo” sul piano costituzionale? “Liceità”, cioè assenza di sanzione, è una cosa, “legittimità”, cioè presenza di esplicita tutela giuridica, è un'altra. In senso proprio, astenersi, sul piano costituzionale, non è pienamente “legittimo”, quanto meno perché, nella Costituzione, non solo nulla vieta, ma qualcosa implica che sia introdotta una qualche conseguenza giuridica (sia pure sicuramente non una sanzione penale) nei confronti di chi di proposito e ingiustificatamente non si reca alle urne. La Costituzione, infatti, non solo considera il voto un diritto, ma ne qualifica anche l'esercizio come un “dovere civico” (art. 48, 2° comma) e non distingue, sotto questo profilo, voto nelle elezioni da voto nel referendum. Nulla esclude sul piano costituzionale, faccio per dire, che la legge indichi nell'astensione ingiustificata un caso di “indegnità morale” (con gli effetti di cui all'art. 48, 3° comma).
D'altra parte, non andare a votare per ignavia o per disinteresse non è sicuramente la stessa cosa che organizzare la diserzione dalle urne al preciso scopo di mandare a vuoto una consultazione popolare. In quest'ultimo caso, si delegittima la partecipazione democratica, si “invita” sostanzialmente a votare “no” al quesito in modo palese (che nel paese delle mafie di cosca e di sottogoverno non è poi tanto poco) e si vanifica il funzionamento di un istituto che, fra l'altro, è anche costoso per l'erario. E, oggi come oggi, lo si fa senza assumersi nessuna responsabilità. Lo si faccia almeno, come sembra più che giusto, pagandone integralmente le spese, che gravano altrimenti sulle tasche di tutti i cittadini, ivi compresi quelli che compiono il loro “dovere civico”. Che senso ha altrimenti il considerare l'esercizio del voto come “dovere civico”?
E non basta: altro è organizzare da privato cittadino l'astensionismo, altro è organizzarlo da una carica pubblica. Questo è, per lo meno, scorretto. E se la carica pubblica è una di quelle che dovrebbero garantire soltanto il regolare funzionamento delle istituzioni, la scorrettezza è semplicemente scandalosa. Il riferimento a Pier Ferdinando Casini è, ovviamente, intenzionale.
Con riguardo poi agli argomenti usati dai fautori dell'astensionismo, è di sicuro una madornale sciocchezza asserire che siccome ha previsto il quorum, la Costituzione considera pienamente legittimo l'astensionismo nel referendum abrogativo. Ne deriverebbe, ragionando in coerenza con queste premesse, che, siccome non l'ha previsto anche per altri tipi di referendum, la Costituzione lo considera pienamente illegittimo e magari che autorizza la legge a considerarlo anche penalmente illecito nel referendum costituzionale. Che dicano certe cose le stesse persone che nel caso dell'ultimo referendum costituzionale fecero di tutto per non far sapere neppure che ci sarebbe stato, fa semplicemente ridere.
È vero che il sistema del quorum rende in concreto praticabile l'organizzazione dell'astensionismo nei referendum da parte di chi, altrimenti, ha fondato motivo di perdere. Ma questo significa solo che il sistema del quorum, introdotto dichiaratamente per altri motivi, è inopportuno, perché rischia di funzionare precisamente contro i motivi dichiarati in assemblea. I nostri costituenti, notoriamente, lo copiarono dalla Costituzione di Weimar, dove funzionò in modo pessimo, contribuendo non poco a favorire la delegittimazione di tutti gli istituti democratici fino alla “resistibile ascesa” di Hitler. È questo l'ideale di chi organizza l'astensionismo?
Con riguardo ai motivi che alla Costituente furono dichiarati (messi bene in rilievo da Michele Ainis in un articolo che gli ha procurato attacchi ingiustificati e volgari), il diritto costituzionale comparato offre modelli ben più adeguati. In particolare, il modello danese potrebbe essere utilmente imitato: quella Costituzione, con un sistema che, fra l'altro, invoglia tutti alla partecipazione piuttosto che all'astensione, esige che la maggioranza dei voti nel referendum sia almeno pari a un terzo del corpo elettorale. Probabilmente i nostri costituenti, attraverso il sistema infelice del quorum, pensavano in realtà ad almeno un voto in più di un quarto. Ebbene, lo si potrebbe utilmente stabilire in una revisione costituzionale, di sicuro molto più opportuna di quella, pessima, che si vuole ora introdurre a colpi di maggioranza blindata.
Il sistema del quorum, sarà bene notarlo come non mi risulta sia stato mai fatto, non lo garantisce per niente. A seconda di quanti non si recano neppure alle urne e di quanti vi si recano per lasciarvi scheda bianca o voto nullo, con il sistema dell'art. 75, può andare a vuoto un referendum con una proposta approvata, al limite, dal 100% dei voti validamente espressi ma “solo” dal 50% dell'intero corpo elettorale (la cui maggioranza è costituita dal 50% più uno!), mentre, fra un gran numero di schede nulle o bianche, potrebbe essere validamente abrogata una legge con una esigua maggioranza di voti validamente espressi anche molto inferiore al 25% del corpo elettorale.
Severino Antinori: sì ai referendum
Il Tempo 19.5.05
di SEVERINO ANTINORI
Scienziato
INNANZITUTTO una precisazione importante che è assolutamente necessaria perché oltre ad essere il presidente del comitato «Libertà e ricerca» per il sì al referendum parzialmente abrogativo della legge 40, che riunisce i più qualificati ricercatori del mondo della procreazione medicalmente assistita, sono anche il presidente della World Association of Reproductive Medicine che rappresenta ricercatori di 33 paesi. La scienza non è un’attività che progredisce soltanto in Italia, ma un continuum, che si sviluppa in tutto il mondo e che va avanti nonostante tutti i tentativi di bloccarla o di nasconderla. Il primo quesito referendario riguarda il divieto della ricerca clinica e sperimentale sugli embrioni. Se non venisse abrogato, questo articolo della legge, il primo risultato sarebbe quello di ritardare in maniera significativa la possibilità di cura con cellule staminali per milioni di persone che nel nostro paese sono affette da gravi malattie genetiche, degenerative o conseguenti a eventi traumatici. Adesso, inoltre, non possiamo eseguire la diagnosi genetica prima della nascita, con l’ovvia necessità di ricorrere all’aborto in caso di gravi malformazioni che verrebbero rilevate solo al quarto-quinto mese con l’amniocentesi. Per l’importanza che queste ricerche scientifiche rivestono mi sembra ovvio che dobbiamo dare il nostro sì a questa domanda referendaria. Il secondo quesito è quello relativo alla richiesta di abrogare il divieto di creare non più di tre embrioni in vitro e all’obbligo di impiantare nell’utero tutti quelli creati, evitando così la congelazione. Questa norma giuridica provoca un’importante diminuzione della percentuale di successi per ciclo di stimolazione e addirittura un significatico aumento del numero di gravidanze multiple con due o tre feti. La conseguenza è oltre che un aumento dei costi (molti andrebbero all’estero dove simili divieti non esistono sopportando maggiori spese) pesanti effetti collaterali per la donna sottoposta a terapie farmacologiche di stimolazione ovarica che dovrebbero essere ripetute più volte. Al contrario la possibilità di creare più embrioni utilizzandone solo una parte e congelando quelli in eccesso, consentirebbe di programmare gravidanze con un solo feto e nello stesso tempo con il congelamento di ripetere il tentativo senza dover ricorrere a nuovi cicli di stimolazione ovarica. In questa maniera sarebbe possibile compiere la diagnosi genetica su più embrioni utilizzando per l’impianto soltanto quelli che non sono affetti da patologie. Il terzo quesito è particolarmente importante perché si chiede un sì all’abrogazione del primo articolo della legge 40 che attribuisce eguali diritti ai genitori e all’embrione. Questo articolo suscita particolari emozioni perché molte persone parlano dell’embrione come di un bambino. In effetti, non è così. Bisogna tenere presente un fatto fondamentale: l’embrione potenzialmente potrà diventare una persona, mentre la madre è un individuo è una persona reale che vive con pienezza la sua esistenza con affetti e relazioni. Di conseguenza la madre ha un primato rispetto all’embrione il quale secondo una ricerca scientifica comincia ad assumere le caratteristiche individuali dal quattordicesimo giorno dopo il concepimento, quando si formano le caratteristiche conformazioni nervose. Io stesso ho condotto un esperimento, il filmato è a disposizione di tutte le televisioni, durante il quale dopo 18 ore ho sfilato completamente uno spermatozoo dall’ovocita ancora perfettamente integro e non fuso con il gamete femminile. Questo dimostra in maniera inconfutabile che la vita quantomeno non si forma fino alle 18 ore dopo la fusione dei due gameti. Nei primi 14 giorni è quindi possibile fare ricerche genetiche senza danneggiare l’embrione formato. Il quarto ed ultimo quesito sull’abrogazione del divieto alla fecondazione eterologa, vale a dire che permette l’utilizzo di ovociti, spermatozoi o con la donazione di embrioni, esterni alla coppia, non presenta particolari problemi dal punto di vista scientifico. L’utilizzo degli ovotici e spermatozoi al di fuori della coppia si rende necessario nei casi di sterilità grave per ragioni di carattere genetico oppure per ragioni di terapia medica. Pensiamo all’uso di farmaci antitumorali o di radiazioni ionizzanti ai testicoli e alle ovaie. In più la fecondazione eterologa consente il cosiddetto vissuto della gestazione che per la donna ha un valore particolarissimo. Personalmente ricordo che le mie ricerche sull’utilizzo degli spermatozoi ancora non completamente formati, hanno consentito di risolvere in grandissima parte casi di sterilità maschile più che evidente. Tuttavia mi rendo conto che ci possono essere delle obiezioni di carattere emozionale e culturale nei confronti di questo tipo di fecondazione assistita. Come tutti quelli che vivono nel mondo della procreazione medicalmente assistita anche io darò personalmente il mio sì anche a questo quesito referendario.
di SEVERINO ANTINORI
Scienziato
INNANZITUTTO una precisazione importante che è assolutamente necessaria perché oltre ad essere il presidente del comitato «Libertà e ricerca» per il sì al referendum parzialmente abrogativo della legge 40, che riunisce i più qualificati ricercatori del mondo della procreazione medicalmente assistita, sono anche il presidente della World Association of Reproductive Medicine che rappresenta ricercatori di 33 paesi. La scienza non è un’attività che progredisce soltanto in Italia, ma un continuum, che si sviluppa in tutto il mondo e che va avanti nonostante tutti i tentativi di bloccarla o di nasconderla. Il primo quesito referendario riguarda il divieto della ricerca clinica e sperimentale sugli embrioni. Se non venisse abrogato, questo articolo della legge, il primo risultato sarebbe quello di ritardare in maniera significativa la possibilità di cura con cellule staminali per milioni di persone che nel nostro paese sono affette da gravi malattie genetiche, degenerative o conseguenti a eventi traumatici. Adesso, inoltre, non possiamo eseguire la diagnosi genetica prima della nascita, con l’ovvia necessità di ricorrere all’aborto in caso di gravi malformazioni che verrebbero rilevate solo al quarto-quinto mese con l’amniocentesi. Per l’importanza che queste ricerche scientifiche rivestono mi sembra ovvio che dobbiamo dare il nostro sì a questa domanda referendaria. Il secondo quesito è quello relativo alla richiesta di abrogare il divieto di creare non più di tre embrioni in vitro e all’obbligo di impiantare nell’utero tutti quelli creati, evitando così la congelazione. Questa norma giuridica provoca un’importante diminuzione della percentuale di successi per ciclo di stimolazione e addirittura un significatico aumento del numero di gravidanze multiple con due o tre feti. La conseguenza è oltre che un aumento dei costi (molti andrebbero all’estero dove simili divieti non esistono sopportando maggiori spese) pesanti effetti collaterali per la donna sottoposta a terapie farmacologiche di stimolazione ovarica che dovrebbero essere ripetute più volte. Al contrario la possibilità di creare più embrioni utilizzandone solo una parte e congelando quelli in eccesso, consentirebbe di programmare gravidanze con un solo feto e nello stesso tempo con il congelamento di ripetere il tentativo senza dover ricorrere a nuovi cicli di stimolazione ovarica. In questa maniera sarebbe possibile compiere la diagnosi genetica su più embrioni utilizzando per l’impianto soltanto quelli che non sono affetti da patologie. Il terzo quesito è particolarmente importante perché si chiede un sì all’abrogazione del primo articolo della legge 40 che attribuisce eguali diritti ai genitori e all’embrione. Questo articolo suscita particolari emozioni perché molte persone parlano dell’embrione come di un bambino. In effetti, non è così. Bisogna tenere presente un fatto fondamentale: l’embrione potenzialmente potrà diventare una persona, mentre la madre è un individuo è una persona reale che vive con pienezza la sua esistenza con affetti e relazioni. Di conseguenza la madre ha un primato rispetto all’embrione il quale secondo una ricerca scientifica comincia ad assumere le caratteristiche individuali dal quattordicesimo giorno dopo il concepimento, quando si formano le caratteristiche conformazioni nervose. Io stesso ho condotto un esperimento, il filmato è a disposizione di tutte le televisioni, durante il quale dopo 18 ore ho sfilato completamente uno spermatozoo dall’ovocita ancora perfettamente integro e non fuso con il gamete femminile. Questo dimostra in maniera inconfutabile che la vita quantomeno non si forma fino alle 18 ore dopo la fusione dei due gameti. Nei primi 14 giorni è quindi possibile fare ricerche genetiche senza danneggiare l’embrione formato. Il quarto ed ultimo quesito sull’abrogazione del divieto alla fecondazione eterologa, vale a dire che permette l’utilizzo di ovociti, spermatozoi o con la donazione di embrioni, esterni alla coppia, non presenta particolari problemi dal punto di vista scientifico. L’utilizzo degli ovotici e spermatozoi al di fuori della coppia si rende necessario nei casi di sterilità grave per ragioni di carattere genetico oppure per ragioni di terapia medica. Pensiamo all’uso di farmaci antitumorali o di radiazioni ionizzanti ai testicoli e alle ovaie. In più la fecondazione eterologa consente il cosiddetto vissuto della gestazione che per la donna ha un valore particolarissimo. Personalmente ricordo che le mie ricerche sull’utilizzo degli spermatozoi ancora non completamente formati, hanno consentito di risolvere in grandissima parte casi di sterilità maschile più che evidente. Tuttavia mi rendo conto che ci possono essere delle obiezioni di carattere emozionale e culturale nei confronti di questo tipo di fecondazione assistita. Come tutti quelli che vivono nel mondo della procreazione medicalmente assistita anche io darò personalmente il mio sì anche a questo quesito referendario.
rendersi conto
ideologia dominante... ma non per sempre
La Stampa 19 Maggio 2005
SENSO DI COLPA E RESPONSABILITÀ
TUTTI SULLE ORME DI CAINO E EDIPO
Elena Loewenthal
MALGRADO la distanza, le due storie hanno molto in comune. Caino uccide il fratello in preda a un accesso di ira ma anche di ottusa, irrefrenabile gelosia. Prima ancora che lo scontro fra due civiltà primordiali, l'una pastorale e l'altra agricola, l'episodio biblico è il dramma di due fratelli. In un altro angolo del mondo, Edipo inconsapevole uccide il padre e sposa la madre: con ciò abbraccia un fato che è al tempo stesso demiurgo e tragica predestinazione. Questi due delitti sono all'origine dell'umanità, sono una specie di zoccolo duro delle emozioni, perennemente latente nell'inconscio.
Al di là della distanza che separa questi due eroi in negativo, c'è un tratto comune e fondamentale che li unisce: quando il Signore interroga Caino su dove sia suo fratello, questi ribatte, con una tremebonda alzata di spalle, «sono forse il custode di mio fratello?». Dal canto suo, nel momento in cui sa, in cui conosce il proprio destino, Edipo si acceca. Entrambi rifiutano la responsabilità, rinnegano ciò che è stato commesso, vuoi con le parole vuoi con un gesto terribile contro se stessi, che non è espiazione bensì rifiuto della realtà. Tale rifiuto è la radice del senso di colpa, che è il rovescio della medaglia della responsabilità.
A questo tema antico quasi quanto il mondo, ma così lento ad affiorare alla coscienza - ci son voluti millenni, e c'è voluta l'incoscienza coraggiosa dell'inventore della psicoanalisi... - è dedicato un corposo volume in uscita presso Bruno Mondadori. Si tratta di L’interpretazione della colpa, la colpa dell'interpretazione, a cura di Marco Francesconi. Il chiasmo del titolo richiama i due fronti di questa miscellanea: dapprima una rassegna interdisciplinare sul concetto di colpa nelle religioni e nelle teorie laiche, e poi due sezioni dedicate all'interpretazione della responsabilità e a quella della colpa.
Freud stesso, cita Paolo D'Alessandro nel suo saggio, sostiene che è «difficile dar conto in modo adeguato del fenomeno del sentimento di colpa. Si giunge ad averlo, perché si riconosce di aver fatto (o anche solamente pensato) qualche cosa di male, esprimendo un giudizio sulla scorta di una (presunta) capacità di discernere il bene dal male... Quel che matura come istanza interna ha poi una sua proiezione esterna, nel nome della legge e dell'autorità di un Dio». La psicoanalisi ci insegna, però, che il più delle volte il senso di colpa non è la conseguenza di un male commesso o pensato, ma sta invece a monte. È, in sostanza, il principio rimosso, il nucleo inconscio di un nostro modo di pensare o di agire. Che ha per conseguenza la violenza verso noi stessi e gli altri: scontando insomma le malefatte di Caino e Edipo, finiamo di ritrovarci sulle loro orme. E la colpa è davvero un modello ancestrale delle nostre emozioni, dal quale è arduo affrancarsi.
Per usare un linguaggio più acconcio, ricavato dalla psicoanalisi, la colpa è la manifestazione di quell'aggressività primaria cui l'uomo ha risposto, a un certo punto della sua storia, con l'invenzione del sacro. Ma è anche una costante storica, come rilevano alcuni dei saggi qui presentati: ne parlano ad esempio Luisa Accati e Mauro Pasqua. Giovanni Foresti pone invece l'accento sulla delicata distinzione fra peccato, sofferenza e colpa. «Se proprio dobbiamo parlare di male, sarebbe meglio distinguere almeno il male commesso dal male subito», che sono effettivamente due categorie ontologiche diverse, cui bisognerebbe anche trovare due nomi diversi. Anche la colpa è sofferenza, ma una sofferenza dalla natura del tutto particolare, distinta da quella che procura tanto il male subito quanto quello commesso (se mai).
Inutile? Dannoso? Liquidare il senso di colpa sarebbe comodo, e fors'anche provvidenziale. Ma esso è così radicato nelle culture e nella coscienza, che l'impresa ha un che di messianico. Forse bisognerebbe cominciare da una educazione al valore della responsabilità, che è il suo unico, efficace antidoto.
SENSO DI COLPA E RESPONSABILITÀ
TUTTI SULLE ORME DI CAINO E EDIPO
Elena Loewenthal
MALGRADO la distanza, le due storie hanno molto in comune. Caino uccide il fratello in preda a un accesso di ira ma anche di ottusa, irrefrenabile gelosia. Prima ancora che lo scontro fra due civiltà primordiali, l'una pastorale e l'altra agricola, l'episodio biblico è il dramma di due fratelli. In un altro angolo del mondo, Edipo inconsapevole uccide il padre e sposa la madre: con ciò abbraccia un fato che è al tempo stesso demiurgo e tragica predestinazione. Questi due delitti sono all'origine dell'umanità, sono una specie di zoccolo duro delle emozioni, perennemente latente nell'inconscio.
Al di là della distanza che separa questi due eroi in negativo, c'è un tratto comune e fondamentale che li unisce: quando il Signore interroga Caino su dove sia suo fratello, questi ribatte, con una tremebonda alzata di spalle, «sono forse il custode di mio fratello?». Dal canto suo, nel momento in cui sa, in cui conosce il proprio destino, Edipo si acceca. Entrambi rifiutano la responsabilità, rinnegano ciò che è stato commesso, vuoi con le parole vuoi con un gesto terribile contro se stessi, che non è espiazione bensì rifiuto della realtà. Tale rifiuto è la radice del senso di colpa, che è il rovescio della medaglia della responsabilità.
A questo tema antico quasi quanto il mondo, ma così lento ad affiorare alla coscienza - ci son voluti millenni, e c'è voluta l'incoscienza coraggiosa dell'inventore della psicoanalisi... - è dedicato un corposo volume in uscita presso Bruno Mondadori. Si tratta di L’interpretazione della colpa, la colpa dell'interpretazione, a cura di Marco Francesconi. Il chiasmo del titolo richiama i due fronti di questa miscellanea: dapprima una rassegna interdisciplinare sul concetto di colpa nelle religioni e nelle teorie laiche, e poi due sezioni dedicate all'interpretazione della responsabilità e a quella della colpa.
Freud stesso, cita Paolo D'Alessandro nel suo saggio, sostiene che è «difficile dar conto in modo adeguato del fenomeno del sentimento di colpa. Si giunge ad averlo, perché si riconosce di aver fatto (o anche solamente pensato) qualche cosa di male, esprimendo un giudizio sulla scorta di una (presunta) capacità di discernere il bene dal male... Quel che matura come istanza interna ha poi una sua proiezione esterna, nel nome della legge e dell'autorità di un Dio». La psicoanalisi ci insegna, però, che il più delle volte il senso di colpa non è la conseguenza di un male commesso o pensato, ma sta invece a monte. È, in sostanza, il principio rimosso, il nucleo inconscio di un nostro modo di pensare o di agire. Che ha per conseguenza la violenza verso noi stessi e gli altri: scontando insomma le malefatte di Caino e Edipo, finiamo di ritrovarci sulle loro orme. E la colpa è davvero un modello ancestrale delle nostre emozioni, dal quale è arduo affrancarsi.
Per usare un linguaggio più acconcio, ricavato dalla psicoanalisi, la colpa è la manifestazione di quell'aggressività primaria cui l'uomo ha risposto, a un certo punto della sua storia, con l'invenzione del sacro. Ma è anche una costante storica, come rilevano alcuni dei saggi qui presentati: ne parlano ad esempio Luisa Accati e Mauro Pasqua. Giovanni Foresti pone invece l'accento sulla delicata distinzione fra peccato, sofferenza e colpa. «Se proprio dobbiamo parlare di male, sarebbe meglio distinguere almeno il male commesso dal male subito», che sono effettivamente due categorie ontologiche diverse, cui bisognerebbe anche trovare due nomi diversi. Anche la colpa è sofferenza, ma una sofferenza dalla natura del tutto particolare, distinta da quella che procura tanto il male subito quanto quello commesso (se mai).
Inutile? Dannoso? Liquidare il senso di colpa sarebbe comodo, e fors'anche provvidenziale. Ma esso è così radicato nelle culture e nella coscienza, che l'impresa ha un che di messianico. Forse bisognerebbe cominciare da una educazione al valore della responsabilità, che è il suo unico, efficace antidoto.
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