domenica 29 maggio 2005

Stefano Rodotà

una segnalazione di Dia Battioni

Repubblica 28.5.05 prima pagina
LE IDEE
La Costituzione e i fondamentalisti
STEFANO RODOTA

ERA prevedibile, ed era stato detto, che la legge sulla procreazione assistita sarebbe stata utilizzata come apripista per mettere in discussione, peraltro in modo improprio, le norme sull´aborto. Qualche difensore della legge 40 aveva sostenuto che questo non era vero, probabilmente preoccupato d´una possibile reazione, in particolare delle donne, ricordando che la legge sull´aborto era stata confermata con un massiccio 88,4% dei votanti in occasione del referendum del 1981.
Ma ora dall´interno della maggioranza vengono esplicite dichiarazioni in quel senso. È bene, quindi, rendersi conto del fatto che il voto del 12 giugno serve anche a respingere questa tentazione.
In realtà, l´intera vicenda della legge sulla procreazione assistita è nata, si è sviluppata e si svolge all´insegna di una regressione istituzionale, e ormai ha assunto i caratteri di una inequivocabile, anche se indiretta, messa in discussione della stessa Costituzione. È un segnale inquietante, che scavalca la legge in discussione, e che quindi esige da tutti una valutazione approfondita che vada oltre l´occasione referendaria.
Potrebbe sembrare il contrario se si considerano i richiami che molti sostenitori del no e dell´astensione fanno alla Costituzione, sottolineando che assicura tutela al concepito, e alla Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea, sottolineando che il suo articolo 2 riconosce il diritto alla vita. Ma è proprio il modo in cui sono fatti questi richiami a mostrare subito come il quadro costituzionale venga profondamente e pericolosamente distorto.
Il riferimento alla tutela del concepito è tratto dalla sentenza con la quale, nel 1975, la Corte costituzionale dichiarò parzialmente illegittimo l´articolo del codice penale che puniva chi interrompeva la gravidanza di una donna consenziente, avviando così quella depenalizzazione dell´aborto che avrebbe poi trovato pieno riconoscimento nella legge n. 194 del 1978. Ma che cosa dice davvero quella sentenza, pronunciata da una Corte presieduta non da un pericoloso relativista laico, ma da un rigoroso esponente dei giuristi cattolici, Francesco Paolo Bonifacio? Parla sì di un fondamento costituzionale per la tutela del concepito, ma immediatamente dopo aggiunge: "questa premessa va accompagnata dall´ulteriore considerazione che l´interesse costituzionalmente protetto relativo al concepito può venir in collisione con altri beni che godano pur essi di tutela costituzionale e che, di conseguenza, la legge non può dare al primo una prevalenza totale ed assoluta, negando ai secondi adeguata protezione". E, con assoluta nettezza, conclude così: "non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell´embrione che persona deve ancora diventare".
Letta nella sua interezza, quella decisione va dunque nella direzione opposta rispetto a quella verso la quale i sostenitori della legge vorrebbero forzarla. È inammissibile quella sorta di dittatura dell´embrione, che ispira l´intera legge, perché all´interesse del concepito non può darsi una tutela assoluta che travolga ogni altro interesse in gioco e perché l´embrione non può essere considerato persona. Attenzione: il discorso della Corte è tanto più forte in quanto, pur usando termini come concepito e embrione, in realtà si riferisce al feto, dunque ad un embrione in uno stadio molto più avanzato e già impiantato nel corpo materno. A maggior ragione, quindi, esso vale per embrioni nei loro stadi iniziali e ancora non impiantati.
Altrettanto netta è la distorsione operata con il riferimento all´articolo 2 della Carta dei diritti, corrispondente allo stesso articolo della Convenzione europea dei diritti dell´uomo. Ora, proprio la Corte europea dei diritti dell´uomo, con una sentenza del luglio dell´anno scorso, ha constatato che "non v´è consenso a livello europeo sulla definizione scientifica e giuridica su che cosa sia l´inizio della vita"; di conseguenza, sull´inizio della vita si decide a livello nazionale; e, in conclusione, si possono riconoscere tutele all´embrione "senza considerarlo persona con diritto alla vita secondo l´articolo 2". Di nuovo, una corretta lettura dell´articolo 2 della Carta fornisce piuttosto argomenti a chi osserva come non vi sia alcun principio che imponga di identificare l´inizio della vita con il concepimento e di considerare l´embrione come una persona.
Caduto questo maldestro tentativo di dare fondamento costituzionale al modo in cui la legge sulla procreazione assistita definisce lo statuto dell´embrione, risaltano con evidenza ancora maggiore le forzature che essa contiene, vere e proprie cancellazioni di principi e valori che stanno alla base della prima parte della Costituzione, dove si disciplinano libertà e diritti fondamentali. È ignorato il principio di dignità nel momento in cui la donna non è considerata nel suo particolarissimo rapporto con chi solo attraverso di lei può nascere, ma viene ridotta a puro contenitore. Viene negata l´eguaglianza dei cittadini davanti alla legge attraverso una serie di irragionevoli divieti all´accesso delle donne alle tecniche procreative. Si comprime così il diritto alla salute, il cui carattere "fondamentale" è affermato dalla Costituzione e ripetutamente ribadito dalla Corte costituzionale. Si sottopone a controllo il corpo della donna e si cancella la soggettività femminile.
Siamo di fronte ad un disegno perseguito con determinazione, ignorando le molte osservazioni che, in tempi non sospetti, avevano messo in guardia contro questa deriva, questo abbandono di una solida fondazione costituzionale di una legge che incide pesantemente sulla vita delle persone. È necessario, allora, interrogarsi sulla cultura che sostiene questa impresa, sugli obiettivi perseguiti, sulla durezza con cui si difende anche l´indifendibile.
Siamo di fronte ad una operazione analoga a quella realizzata con la riforma che ha alterato principi ed equilibri della seconda parte della Costituzione. Emerge ora la volontà di distaccarsi anche dai valori contenuti nella prima parte, sostituendoli con riferimenti che cancellano principi condivisi (dignità, eguaglianza, salute) e che propongono in modo autoritario un´idea di natura astratta da cultura, storia, scienza. Questo tentativo è ancor più pericoloso di quello perseguito con la riforma costituzionale, perché questa volta si toccano le libertà e i diritti fondamentali.
La ragione dell´asprezza dello scontro di queste settimane sta proprio qui. L´attuale legge sulla procreazione assistita è ormai percepita come il primo atto di una contesa che ha come posta l´occupazione dello spazio costituzionale da parte di diversi fondamentalismi. Si può ben dire che su questo terreno i nostrani teocon stanno facendo con impegno le loro prove. Avanza un´altra idea di Stato e di società ed emerge, con caratteri inediti, la Chiesa cattolica come vero soggetto politico.
Si è aperto un conflitto destinato a proiettarsi nel futuro. E questo accade perché è stato abolito il filtro costruito pazientemente intorno allo Stato costituzionale dei diritti, anche come strumento di coesione sociale e di reciproco riconoscimento tra persone e gruppi.
Ma questo non sta forse avvenendo perché il mondo cattolico, a differenza di quello laico, è oggi l´unico capace di esprimere valori forti? Le cose stanno davvero così? Si abbia la pazienza di guardare ai valori intorno ai quali è stata costruita la Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea: dignità, libertà, eguaglianza, solidarietà, cittadinanza, giustizia. È questo il regno del relativismo, della debolezza, o sono deboli la cultura e la convinzione con cui troppi laici hanno guardato a quel nuovo quadro costituzionale e, prigionieri d´un vecchio pregiudizio che vede il mondo cattolico più attrezzato per le questioni etiche, hanno finito con il cadere nella trappola di chi continua a sostenere che la fondazione dell´Europa è debole perché non ha voluto parlare delle sue radici cristiane?
Oggi ci troviamo su un crinale molto sottile, in bilico tra Stato democratico e Stato etico, tra libertà e autoritarismo. Per uscire da questa difficile situazione non ci si può più affidare alla sola libertà di coscienza dei parlamentari. Per molti motivi. Anzitutto perché, trincerandosi dietro questo argomento, non ci si accorge che, quando si interviene sulla vita, si rischia di negare la libertà di coscienza degli altri, di tutti i cittadini. E poi perché si rimane chiusi in un´idea di legislazione, di produzione delle norme, ignara della necessità di una paziente costruzione di consenso sociale quando si tratta di passare dall´etica al diritto. Altrimenti la legge, che dovrebbe chiudere il conflitto, lo incentiva, esponendosi al rifiuto dei cittadini, all´aggiramento da parte di chi ha risorse culturali ed economiche per farlo. Così le leggi falliscono e il loro autore, il Parlamento, viene delegittimato, o addirittura cade nel discredito.
Forse bisognerebbe riflettere sulle sagge sentenze ricordate all´inizio, che non negano tutela giuridica all´embrione, ma indicano come la via corretta per farlo non sia quella dell´orgoglio ideologico, ma della sobrietà democratica. Che non impone impossibili equiparazioni, ma si impegna nel distinguere e nell´offrire discipline differenziate, permettendo pure quel confronto continuo che, solo, può consentire la nascita di posizioni comuni, come stava accadendo prima dell´improvvido intervento legislativo.
È troppo tardi per tornare su questa strada, per fermare la decostituzionalizzazione ideologica dell´intera Costituzione? La discussione sui referendum dovrebbe aver aperto gli occhi di molti. Dopo il voto, e quale che ne sia l´esito, verrà il momento per rivendicare con forza, contro risse e forzature, le ragioni di una politica colta e appassionata. A condizione di saperlo fare.

150 opere di Antonio Ligabue

L'Arena Domenica 29 Maggio 2005
Ligabue, espressionismo tragico
Due mostre celebrano il grande pittore naif italiano a quarant’anni dalla morte
  • A Reggio Emilia e a Gualtieri la più grande antologica mai realizzata prima, con 270 quadri, finalizzata a documentare in modo esaustivo l’intero percorso creativo dell’artista, mirando a sottolinearne il valore al di là delle etichette riduttive. A Cencenighe Agordino esposti 150 lavori, tra dipinti, disegni e sculture, e in vendita il Catalogo Generale Ragionato delle opere
Due mostre, una aperta l’altro ieri a Cencenighe Agordino, nel Bellunese, l’altra inaugurata ieri a Reggio Emilia e a Gualtieri, celebrano i quarant’anni dalla morte di Ligabue, il grande pittore svizzero-padano.
Quella allestita a Palazzo Mignani di Reggio Emilia e a Palazzo Bentivoglio di Gualtieri fino al 28 agosto è la più grande antologica mai realizzata prima sull’arte di Ligabue, presenta 270 opere e s’intitola , «Antonio Ligabue. Espressionismo tragico».
Curata da Sergio Negri e Sandro Parmiggiani, l’esposizione allestisce nella sede reggiana 110 dipinti, tra cui molti di grandi dimensioni, mentre in quella di Gualtieri (dove nel 1965 Ligabue è morto ed è stato sepolto) si può ammirare un’ampia raccolta di opere su carta (60 disegni e 30 incisioni originali) e 70 sculture, tra terrecotte e bronzi. La selezione compiuta dai curatori è finalizzata a documentare in modo esaustivo l’intero percorso creativo dell’artista, mirando comunque a sottolinearne il grande valore al di là delle etichette riduttive che l’hanno a lungo travisato e penalizzato.
L’obiettivo è far conoscere un Ligabue non «naif», bensì esponente sanguigno e tragico del filone «primitivo» ed espressionista del ’900 non solo italiano, protagonista indiscusso del panorama artistico internazionale. La mostra si pone quindi, proprio in base al numero e alla qualità delle opere scelte, come un rinnovato punto fermo nella valutazione critica e nella comprensione dell’artista. Mentre spesso ci si limita alle tristi vicende che accompagnarono l’intera vita di Antonio Ligabue, nato nel 1899 a Zurigo, dalla madre operaia (e padre sconosciuto), Elisabetta Costa, che si sposa dopo due anni con Bonfiglio Leccabue, di Gualtieri, che gli da il nome.
È proprio nel comune della Bassa reggiana che fa ritorno a vent’anni, dopo un’infanzia di sofferenze e miseria, il successivo affidamento (alla morte della madre, nel 1913) a un istituto rieducativo di Marbach e quindi, nel 1917, il ricovero nel manicomio di Psafers.
Espulso dalla Svizzera per la sua vita turbolenta arriva così a Gualtieri nel 1919, scortato dai carabinieri come un malavitoso, straniero in terra straniera perchè d’italiano ha il nome, ma parla unicamente tedesco. Il municipio gli assegna un letto al Ricovero di mendicità Carri, una modesta sovvenzione e la possibilità di lavorare presso qualche contadino o nella costruzione degli argini del Po. Preso da nostalgia per la sua prima patria, Ligabue cerca di fuggire più volte per rientrare clandestinamente in Svizzera, ma viene sempre fermato e non vi farà mai più ritorno.
I primi dipinti dell’artista risalgono alla fine degli anni venti, quando entra in contatto con uno dei fondatori della Scuola Romana, Marino Renato Mazzacurati che insegna a quell’uomo ridotto a vivere come un selvaggio nei boschi e nelle golene del Po l’uso dei colori a olio.
Il genio di Ligabue esplode nei cromatismi che plasmano «atmosfere incantate, scene idilliache, piante lussureggianti, animali in lotta», scrive nel catalogo pubblicato da Skira Giuseppe Amadei, suggestioni di un’infanzia per sempre vagheggiata passando da un ospedale psichiatrico all’altro. «Dileggiato in vita», il reietto Ligabue viene osannato dopo la morte. Lui lo sapeva, e a chi lo scherniva rispondeva: «A me faranno un film, quando sarò morto, a me faranno una grande mostra a Parigi, a me faranno un monumento, perchè sono un grande artista, avete capito?».
Una sorta di ritorno alle origini a quarant'anni dalla morte: potrebbe essere definita così la grande mostra antologica di Ligabue a Cencenighe Agordino che rimarrà aperta fino al 25 settembre.
In realtà tra i monti del Veneto Ligabue non c'è mai stato: vi era nata la madre Elisabetta Costa che, emigrata, lo metterà alla luce in Svizzera per poi morire tre anni dopo. Forse in quei primi tre anni di vita questa mamma semplice, attaccata come tutti gli emigranti alla nostalgia della sua terra, gli avrà parlato dei monti e gli avrà sussurrato le nenie agordine. Forse…. di certo Ligabue, destinato (o condannato) a vivere per buona parte della sua vita in una pianura piatta come l'olio, avrà sempre un rapporto speciale con le montagne, che fossero svizzere o quelle ancestrali del Veneto.
E speciale possiamo definire il rapporto tra le genti della montagna e Ligabue, a giudicare dall'enorme successo che ebbe la prima mostra a Cencenighe nel ventennale della morte: quasi 100.000 visitatori, con personaggi in pellegrinaggio dalla vicina Cortina del calibro di Barilla, Montanelli, Casaroli. Un record rimasto imbattuto.
Il secondo motivo che rende quest'occasione davvero speciale è la presentazione e messa in vendita in mostra del Catalogo Generale Ragionato delle opere di Ligabue a cura di Augusto Agosta Tota e Marzio Dall'Acqua, con la prefazione di Vittorio Sgarbi. Si può definire senza dubbio "ufficiale", a contare gli attestati, i patrocinii e i riconoscimenti che l'erede di Ligabue, lo Stato Italiano, ha conferito all'opera: a partire dall'Alto Patronato del Presidente della Repubblica per arrivare ai patrocini della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero per i Beni e Attività Culturali. Promosso dal Comune di Gualtieri e dal Museo Documentario di Ligabue, è indispensabile per gli amanti dell'artista, e per tutti coloro che vogliono avere un punto di riferimento scientifico chiaro e sicuro sulla sua opera.
La rassegna, a cura di Augusto Agosta Tota, comprende 150 opere -110 dipinti, 23 disegni e 17 sculture - tutti capolavori selezionati e reperiti in Italia e all'estero tra la miglior produzione artistica di Ligabue.

Giovanni Sartori

Corriere della Sera 29.5.05
Contraddizioni dei sostenitori della legge 40
L’EMBRIONE E LA PERSONA

di GIOVANNI SARTORI

La legge 40 che sarà sottoposta tra poco (il 12-13 giugno) a referendum è una legge su che cosa? Ufficialmente è una legge sulla «fecondazione artificiale», o assistita, anche detta, seppur impropriamente ed erroneamente, sulla fecondazione eterologa. In verità è molto molto di più. È una legge che stabilisce che l’embrione è già vita umana, e che perciò correda l’embrione di «diritti». Ora, nessuno contesta che l’embrione sia vita. Un sasso non ha vita; ma tutto ciò che nasce, si sviluppa e muore, è vita. Le piante sono vita, gli animali sono vita. E da un punto di vista biologico il genoma (i geni) di uno scimpanzé è quasi eguale - al 99,5% - a quello di un essere umano. Eppure la differenza tra uno scimpanzé e un homo sapiens è immensa. Qual è? Perché l’embrione umano va protetto e quello dello scimpanzé no? Se dobbiamo proteggere la vita, allora di questa «vita e basta» esistono miliardi di miliardi di specie e di varietà. Ma se ci interessa specificamente la protezione della vita umana, allora la dobbiamo definire, allora dobbiamo stabilire quale vita è umana e perché. Fino a circa mezzo secolo fa, lo sapevamo. Grosso modo (ci sono eccezioni) per la Chiesa e per la fede l’uomo è caratterizzato dall’anima, e l’«anima razionale», per dirla con San Tommaso, arriva tardi, non certo con il concepimento. Invece per la filosofia, o per la riflessione razionale, l’uomo è caratterizzato dalla ragione, dalla autocoscienza o quanto meno da stati mentali e psicologici coscienti. Per Locke, per esempio, la persona è «un essere consapevole di sé», e «senza coscienza non c’è persona» ( Saggio , II, 27). Ma ecco che d’un tratto, la Chiesa cattolica dimentica l’anima (e con essa tutta la sua teologia) e si affida alla biologia, alla quale fa dire che tra il mio embrione e me non c’è differenza: vita umana la sua, vita umana la mia. Ma purtroppo la differenza c’è; ed è anche addirittura a mio danno. Se, come mi augura un simpatico lettore, io fossi stato ucciso in embrione io non me ne sarei accorto e nemmeno avrei sofferto; invece io come persona umana so che dovrò morire e forse anche soffrire. E il discorso serio, l’argomento logico, è questo: che se un embrione sarà una persona, ancora non lo è come embrione. E sfido qualsiasi ruiniano a fornire una definizione di «persona umana» che si applichi all’embrione.
Passo ai risvolti pratici e agli aspetti concreti della questione. Un primo argomento dei sostenitori della 40 è che proteggere l’embrione è proteggere il più debole, la vita più debole. Ma da questo punto di vista gli embrioni non se la stanno cavando tanto male. I testi di demografia di quando nascevo prevedevano per il 2000 una popolazione di 2 miliardi; invece siamo addirittura più di 6 miliardi e si prevede che saliremo fino a 9. Ne risulta un eccesso di successo degli embrioni: una sovrappopolazione che porta alla distruzione della Terra, del pianeta Terra, e così anche al suicidio tendenziale del genere umano. In questo contesto, il diritto alla vita si capovolge in una straziante condanna a morte per i già nati, i viventi in eccesso.
Un altro argomento è che la 40 tutela la donna. Questa poi. Se l’embrione è sacro e inviolabile, anche la pillola (contraccettiva) del giorno dopo deve essere proibita. Così centinaia di milioni di minorenni inesperte o anche violentate si devono tenere un bambino indesiderato o altrimenti ricorrere all’aborto. Che però dovrà essere anch’esso lestamente proibito, perché se passa la 40, la legge 194/78 sull’aborto non potrà essere mantenuta: la contraddizione non lo consente. E così torneremo alle «mammane» clandestine che spesso massacrano e ammazzano le loro clienti. Davvero una bella tutela.

«la fede non è un argomento»

L'Unità 29 Maggio 2005
La fede non è un argomento
Paolo Flores d’Arcais

Stimato cardinal Ruini,
con tutta l’autorevolezza che le viene dall’essere presidente della Conferenza Episcopale Italiana (Cei) e Vicario delle diocesi di Roma (quasi un «vice Papa», insomma) non solo lei è intervenuto sistematicamente nelle vicende politiche italiane, non solo ha teorizzato il diritto a tale «presenza» politica delle gerarchie ecclesiastiche, ma ne ha sostenuto addirittura la necessità. Per il bene della democrazia stessa.
Qualche mese fa Eugenio Scalfari ha sostenuto - con dovizia di riferimenti testuali - che i suoi interventi violano le norme del Concordato, e quindi la Costituzione italiana. Non entro nel merito, ma solo perché voglio spingermi oltre, e domandare se i suoi interventi, malgrado il paternalistico abbraccio alla democrazia («per il suo bene») non rinverdiscano invece ostilità e sospetti tradizionali nella Chiesa di Roma nei confronti della democrazia stessa, ancora orgogliosamente rivendicati da papa Pacelli e felicemente attenuati e posti in sordina durante la stagione (evidentemente assai breve) del cattolicesimo conciliare.
Valga il vero. Converrà certamente anche lei che una società democratica è tale perché in essa ciascuno partecipa in modo eguale alla comune sovranità, ha eguale titolo a determinare ogni decisione. Credente o non credente che sia. Ma tale decisione ha poi carattere vincolante per tutti, anche per chi non la ha condivisa.
(...) L'unico “fondamento” della convivenza democratica, insomma, è solo un diffuso e saturante ethos democratico. L'abc del quale - davvero minimo e irrinunciabile - è che ad ogni decisione si arrivi attraverso un processo deliberativo in cui ciascuno ha il dovere di rivolgersi a tutti gli altri cittadini, e argomentare, per convincerli della propria opinione.
Poniamo che una persona X, debitamente eletta in parlamento, voglia introdurre una legge che consente la poligamia. Se ne dovrà discutere. Cioè ciascuno dovrà addurre argomenti. Pro e contro.
Argomenti. Cioè valori democratici, fatti empirici accertabili, logica. Potrà, l’on. X, partire ad esempio dal valore democratico della libera scelta, e allora la poligamia, se consensuale, perché no? Gli si potrà ampiamente obiettare, gli argomenti "contro" non mancano. Non entro nel merito. Mi interessa solo sottolineare quelle che non potrebbero essere considerate argomentazioni (democratiche) a favore della poligamia. Non si potrebbe, ad esempio, pretendere di introdurre la poligamia solo per gli uomini. Violerebbe il principio di eguaglianza. E a tale obiezione non si potrebbe replicare: ma lo dice il Corano, che esprime la volontà di Dio.
Dio non può essere un argomento, insomma, perché non può essere mai convincente - in linea di principio - per chi non è credente, per chi creda in un Dio diverso, per chi creda nello stesso Dio ma ritenga che la Sua Parola vada interpretata differentemente. Non può, in linea di principio, diventare fattore di un dia-logos fra cittadini. Anzi: annulla dia-logos, argomentazione raziocinante, persuasione reciproca, dunque deliberazione democratica, nella regressione dello scontro tra dogmi.
Prendiamo altri due esempi. Il signor Y, debitamente eletto in parlamento, vorrebbe stabilire per legge la proibizione del preservativo, e la signora W, sua collega, la proibizione per legge delle trasfusioni di sangue. Dovranno argomentare. Il che, ovviamente, non ha nulla a che fare con la disponibilità personale e soggettiva a rinunciare, nella loro vita, all'uso del preservativo o delle trasfusioni.
(...) Tutto questo è noto da secoli come il fondamento della convivenza laica (precondizione di quella democratica). Che recita: Etsi Deus non daretur. Una legge, proprio perchè dovrà vincolare tutti, credenti e miscredenti (e ogni credente è miscredente rispetto ad un diverso credente) deve essere proposta, discussa, decisa, ricorrendo solo ed esclusivamente ad argomenti che, in linea di principio, non discriminino. Mentre la fede, per definizione, è un dono. Appartiene a pochi. Comunque non a tutti (diversamente dalla ragione, per ipotesi).
La propria fede non è un argomento, insomma. Non può essere mai invocata in quanto tale nell'argomentazione per la legge, dunque. Altrimenti l'islamico potrà invocare la volontà del suo Dio, e così l'ebreo e il gentile, e il cattolico e il testimone di Geova. E all'interno di ogni fede poi, secondo un pluralismo ermeneutico che rende ciascuno eretico all'altro. Ecco perché, in democrazia, la fede deve restare privata. L'opinione di ciascuno, per farsi pubblica, per farsi valere, per essere valore che si propone come legge, deve partire da valori comuni (cioè quelli non in contrasto con una costituzione democratica), e dai fatti accertabili, e dalla logica.
Questo lascerà ampio margine all'incertezza nella reciproca persuasione e nella decisione (ampi margini anche alla scelta irrazionale, se vogliamo: degli interessi). Ma se ammettessimo che Dio può valere come argomento, non potremmo che piombare nel contenzioso teologico-dogmatico, e della logica dell'anatema reciproco.
Del resto, anche nelle recenti polemiche sul referendum che riguarda la legge sulla procreazione assistita, personalità cattoliche note per il loro integralismo non fanno che ribadire che la loro posizione è perfettamente argomentabile in termini e logica puramente umani, a prescindere da ogni convinzione di fede. Di nuovo: non entro nel merito se tali argomenti siano davvero di peso o assolutamente claudicanti. Sotto il profilo del metodo è invece certo che si tratti dell’unico approccio compatibile con la democrazia. Un "argomento" che facesse riferimento alla fede, cioè a qualcosa di cui, per definizione, alcuni cittadini sono privi, violerebbe quell'abc dell'ethos democratico di cui abbiamo parlato.
Eppure, è proprio quello che lei ha fatto, ripetutamente. Lei infatti non si è rivolto agli italiani in quanto prof. Ruini, utilizzando tutti gli argomenti empiricamente e razionalmente possibili per rifiutare il referendum. Lei ha parlato in quanto card. Ruini, presidente dei vescovi italiani, e si è rivolto ai cattolici in quanto cattolici. Lei cioè ha intimato, in nome di una fede religiosa - non della comune ragione umana - una linea di comportamento politico. E con ciò, lei si è allineato, sul piano del metodo, con l'eventuale testimone di Geova che intendesse far proibire per legge le trasfusioni di sangue o il futuro deputato islamico che volesse per legge consentire la poligamia (solo per gli uomini). Ma il piano del metodo è qui cruciale, perché mette in gioco la logica, la sostanza, l'ethos della democrazia stessa.
Delle due l'una, infatti. O i suoi argomenti possono, almeno in linea di principio, rivolgersi ad ogni coscienza raziocinante, e allora lei deve parlare a tutti noi (quando si tratti di leggi dello Stato e di politica) in quanto prof. Ruini, in quanto cittadino Ruini. O i suoi "argomenti" sono invece costituiti dalla fede in un Dio e nella Sua Volontà interpretata secondo la "tradizione apostolica" della Chiesa di Roma, e allora è comprensibile che lei parli da cardinale ai fedeli.
Ma in tal modo sancisce un principio: che Dio possa diventare "argomento" nello scontro politico. E se il suo Dio, allora inevitabilmente anche il Dio della Torah in tutte le sue interpretazioni, e il Dio di Maometto (anche in ermeneutica fondamentalista), e accanto ad Allah Geova, e infine ogni Dio che una qualsiasi religione (vecchia o nuova) voglia adorare, e la cui Volontà voglia rendere "argomento".
In una società pluralista, insomma, ci sono solo due vie possibili: o tutte le fedi rinunciano alla tentazione di far valere i propri principi erga omnes (cioè di farli diventare leggi dello Stato), e dunque si limitano a proporre quanto delle loro convinzioni è argomentabile anche a prescindere dalla fede, o tutte le fedi hanno un eguale diritto a tentare di far diventare legge i valori della propria fede (etici, sociali, eccetera) in quanto fede.
E sarebbe risposta risibile quella del cattolico che sostenesse che le sue norme morali (che vietano la poligamia, il divorzio, il preservativo, l'aborto, l'eutanasia) sono norme naturali, dunque argomentabili in modo semplicemente umano (basandosi su logica, fatti accertabili, valori democratici), mentre quelle dell'islamico che volesse consentire la poligamia o del testimone di Geova intenzionato a proibire le trasfusioni devono far ricorso al dogma delle rispettive religioni, poiché infondate sul piano semplicemente naturale, razional-umano (argomentabile a prescindere dalla fede). Perché, se davvero è così, sarebbe logico e coerente (e magari anche utile per la Chiesa) che - quando si tratta di politica e di leggi - lei si esprimesse solo e sempre in quanto prof. Ruini e mai in quanto cardinale e vescovo.
Temo invece che l'antica e antidemocratica pretesa della chiesa di imporre al secolo le norme morali desunte dal dogma stia conoscendo una nuova stagione di fioritura opulenta. Ma questa volta più pericolosa e contraddittoria che mai. (...)
C'è poco da illudersi. Se non si esce radicalmente dalla pretesa di far valere qualcosa (ogni fede e ogni Dio) che esuli dal mero argomentare umano (e lei da tale pretesa non esce, anzi la riafferma, ogni volta che parla di politica e di leggi in quanto card. Ruini) saranno tutte le fedi, ciascuna con il proprio Dio, a voler decidere la norma penale e civile, in uno scontro interreligioso micidiale, oltre che in una tracimante ostilità alla logica della convivenza laica e democratica. Moltissimi anni fa sostenni che due capisaldi "irrinunciabili" della politica vaticana, l'8 per mille e il finanziamento alle scuole private confessionali, in un paio di generazioni si sarebbero rivelati dei tragici boomerang anche dal punto di vista della Chiesa. Non è passato ancora il tempo di una sola generazione, e già ci siamo: per quanto anni ancora si riuscirà e mantenere l'islam italiano (nelle sue diverse componenti) incostituzionalmente fuori dall'8 per mille? E le scuole private ispirate ad Allah e sostenute da finanziamento pubblico non sono ormai all'ordine del giorno?
(...) Infine, un accenno al merito dei suoi interventi. Lei, nella sua veste di card. Ruini, ha intimato ai fedeli di non andare a votare nel prossimo referendum. Tecnicamente, per chi vuole sconfiggerne i promotori, è la scelta più "furba". Poiché un'astensione del 30% in un referendum è ormai fisiologica, basta convincere due italiani su dieci a restare a casa e il referendum è sconfitto. Il referendum in quanto strumento, però, non solo il sì a questo referendum. Ma è sicuro che questa scelta "furba", che affossa di fatto l'istituto (perché in futuro tutti agiranno nello stesso modo, e convincere il 20% è alla portata di quasi tutti), sia anche lungimirante? Ha forse dimenticato che a voler l'introduzione del referendum fu proprio la sua Chiesa, per poter abrogare la legge che introduceva il divorzio? E se domani una maggioranza parlamentare introducesse altre leggi in contrasto con il diritto "naturale" (posto che come tale riesca ad argomentarlo, da professor Ruini, non da cardinale) non sarà il referendum uno strumento di tutela anche per il cittadino Ruini?

sabato 28 maggio 2005



Paolo Izzo
propone un'altra conversazione sui referendum. È la volta di Maria Pace Ottieri.

Questo è il link:

http://www.quaderniradicali.it/agenzia/index.php?op=read&nid=3479


"iperattività"

Brescia Oggi Sabato 28 Maggio 2005
Seminario di approfondimento in Cattolica. Il disturbo colpisce il 4% della popolazione scolastica
Bimbi iperattivi, dibattito aperto
Gli esperti: «Disturbo neurologico». Ma è scontro sull’uso di psicofarmaci
l.c.

Impulsivi, irrequieti, disattenti, tanto da compromettere la loro vita di relazione e scolastica. Sono i bambini che erroneamente vengono descritti come «quelli che fanno soffrire ma che non soffrono». Una lettura superficiale del disturbo da deficit di attenzione e iperattività, che in tempi recenti è stata ribaltata, di pari passo con una tardiva presa di coscienza del problema a livello clinico, pedagogico e sociale. Oggi l’attenzione è puntata proprio sui bambini, personalità condannate a essere sempre fuori luogo e a disagio, inadeguate, incapaci di frenarsi. Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (definito Adhd dall’acronimo inglese) è oggi un problema che interessa il 4% della popolazione scolastica, e rappresenta il più comune disturbo comportamentale infantile. Una patologia cui l’Università Cattolica, con il corso di laurea in Scienze della Formazione primaria, e con Aifa, Associazione italiana famiglie Adhd, ha dedicato un seminario di approfondimento.
Fra i più frequenti disturbi neuropsichiatrici dell’età evolutiva, l’Adhd può essere individuato già dai 3 anni, anche se l’età classica in cui viene «scoperto» è i 6 anni, con l’ingresso in prima elementare e la difficoltà a stare seduti e concentrarsi. «Quando affiorano questi sintomi - ha spiegato Enzo D’Alessandro, psichiatra del Royal College of Canada e consulente del Gaslini di Genova - è fondamentale che la diagnosi venga fatta con un approccio multimodale, cioè clinico, psicologico, pedagogico. Questo proprio per escludere possibili altre patologie come i disturbi dell’apprendimento che sono altra cosa rispetto all’Adhd, ma che comunque, nel 60-70% dei casi comporta anche disturbi di apprendimento, come difficoltà a leggere, scrivere e fare i calcoli». Bambini (il rapporto maschi-femmine colpiti è 10 a 1) incapaci di selezionare gli stimoli, di controllare impulsi, di pianificare azioni «con il futuro in testa». Bambini il cui disturbo, secondo gli studi più recenti, sembrerebbe legato a fattori di tipo biologico e nello specifico neurologico, «una ipo-irrorazione della corteccia prefrontale del cervello, e a livello biochimico un’alterazione di un neurotrasmettitore, la dopamina» ha aggiunto D’Alessandro, introducendo il grande scontro politico oltre che scientifico sui diversi trattamenti da usare, in particolare l’approccio agli psicofarmaci. «Il trattamento d’elezione - ha detto - è quello cognitivo comportamentale, per lavorare col coinvolgimento di famiglia e scuola sull’attenzione, l’impulsività e il rinforzo dell’autostima, dal momento che la difficoltà a socializzare li rende spesso frustrati. L’uso dei farmaci deve essere il rimedio estremo, da riservare ai casi gravi, tenendo conto che 3 su 4 sono comunque lievi».
L’Adhd è una patologia che può essere trattata con successo, ma che non può essere trascurata, come si tendeva a fare, quale problema marginale che si risolve con l’età: al bivio dell’adolescenza, infatti, il 50% dei casi vengono risolti dalla naturale maturazione cerebrale, ma nella restante metà permangono atteggiamenti oppositivo-provocatori destinati a tradursi in disturbi della condotta e disagi dell’adattamento sociale, come personalità devianti, che trovano rifugio nell’abuso di sostanze e sono a rischio di depressione. «Per questo è essenziale intervenire per tempo - ha detto Astrid Gollner, mamma che ha conosciuto da vicino il problema con il proprio figlio -. Tutti gli insegnanti dovrebbero avere le conoscenze e gli strumenti per cogliere il problema. Cosa che oggi, purtroppo, non accade».

bulimia e anoressia nel Lazio

Il Messaggero Sabato 28 Maggio 2005
Nel Lazio 30.000 colpiti da bulimia e anoressia

Trentamila giovani nel Lazio, di età compresa tra i 12 e i 25 anni, soffrono di disturbi del comportamento alimentare. Si tratta di patologie come anoressia nervosa, bulimia nervosa, disturbo da alimentazione incontrollata e disturbi del comportamento alimentare. Di questi circa 2.200 (il 24% del totale) soffre di bulimia nervosa e 7.300 (7,5%) di anoressia nervosa.

il voto in Francia e l'Europa

Aprile on line 28.5.05
Il Trattato europeo è nelle mani della Francia. E intanto l'urna di ''aprileonline'' ci dice...
Europa. Fiato sospeso per il referendum che divide destra e sinistra dando in vantaggio il ''no''. Anche in Italia le opinioni sono controverse: lo dimostra il nostro sondaggio
A. G.

Quale sarà il risultato del referendum francese sul Trattato di Costituzione europea? Per molte settimane i sondaggi hanno dato in testa il "no", poi hanno dato in risalita il "sì". Poi ancora è ritornato il "no" a primeggiare, anche se la fascia degli indecisi – coloro che decideranno poco prima di recarsi ai seggi nella giornata di domenica – è molto alta e sarà sicuramente decisiva.
Sono scesi in campo tutti i leader francesi. Il presidente Chirac ha provato a far pesare la sua autorità. E' tornato a tenere comizi perfino l'ex premier socialista Jospin, andato in pensione dopo la sua sconfitta alle presidenziali, che in caso di vittoria dei "sì" potrebbe essere tentato di riprovare la scalata all'Eliseo. Ma "sì" e "no" sono tutti trasversali. A sinistra pesano le divisioni dei socialisti: l'ex primo ministro Fabius è per il "no", il neo segretario del partito Hollande la pensa all'opposto. A destra, Le Pen è ovviamente per il "no" ma chiracchiani e seguaci dell'ex presidente Giscard d'Estaing la pensano in modo contrario. A sinistra, i comunisti dell'inossidabile Pcf e la miriade di gruppi della nuova sinistra – trotzkista o no – sono tutti schierati per il "no". Insomma, prevedere cosa accadrà il 29 maggio a Parigi assomiglia a un rompicapo o al gioco del lotto.
Come "aprileonline", abbiamo provato a tastare gli umori dei nostri lettori pubblicando un questionario molto semplice ma articolato in varie opzioni. Ringraziamo gli oltre 750 lettori che hanno voluto farci sapere come la pensano. Il risultato, con il 42 per cento, fa vincere l'opinione di chi voterebbe "no" perché auspica una Costituzione migliore (solo il 5 per cento è decisamente contraria a qualsiasi idea di unità politica dell'Europa).
Il 26 per cento sceglie un "sì" convinto. Il 27 per cento, invece, voterebbe "sì" perché si rende conto che se in Francia vincessero i "no" sarebbe a rischio l'intera impalcatura politica dell'Europa. La somma di questi due "sì" dà un 53 per cento, quindi la maggioranza di coloro che hanno partecipato al nostro sondaggio. Non bisogna però dimenticare che sono due "sì" con motivazioni diverse e quindi sarebbe consolatorio sommarli.
E' quel 42 per cento che vorrebbe un Trattato di Costituzione migliore che deve farci riflettere. Non ce la possiamo cavare dicendo che l'eventuale vittoria dei "no" a Parigi avrebbe l'effetto di una brusca frenata su tutti i processi di integrazione europea, proprio ora che l'Europa ha deciso di allargarsi a molti paesi dell'Est e finanche alla Turchia. Sventolare il male minore non sempre produce l'effetto voluto, e soprattutto non convince.
Il problema è che in Italia c'è un deficit di confronto sul destino dell'Europa. Da noi, il Trattato è stato ratificato da Camera e Senato pressoché in sordina. Le stesse elezioni europee di un anno fa non sono servite a far discutere sul serio sui problemi del vecchio continente (come sempre, a casa nostra, ha prevalso la politica nazionale). E' questo il grande tema a cui ci dovremmo applicare: come fare informazione e dibattito intorno alla questione cruciale dell'Europa politica nel contesto del mondo globalizzato e dell'unipolarismo dettato dagli Stati Uniti, non solo sugli scenari delle guerre in Iraq e Afghanistan.
Il Trattato su cui ora pende il referendum francese come fosse una ghigliottina di cui sono esperti i parigini da due secoli a questa parte, ma altri ce ne saranno in altri paesi dell'Unione (la Spagna ha già votato "sì", l'Olanda si appresta a votare "no"), è indubbiamente farraginoso, complesso, poco attento ai diritti sociali e di cittadinanza anche se ha un'ispirazione laica e in qualche articolo progressista. Il Trattato è indubbiamente frutto di una mediazione logorante (l'iter di discussione è stato lunghissimo). Ed è anche vero che se quello stesso Trattato venisse buttato nel cestino sarebbe difficile ritrovare un cammino unitario, e comunque i tempi di un salto di qualità dell'idea di un'Europa politicamente più unita si allungherebbero all'infinito. Insomma, è molto difficile orientarsi in questo labirinto di pro e contro. Quello che è certo, è che l'Italia risulta il fanalino di coda di questa discussione anche perché abbiamo un governo poco europeista, anzi il meno europeista d'Europa dopo la bruciante sconfitta di Aznar in Spagna.
Ieri, su "Liberazione", Fausto Bertinotti ha scritto un impegnato articolo dal titolo "La Francia vota per tutti noi". Secondo il leader di Rifondazione, non è più solo "Sinistra europea" (la formazione transnazionale presieduta proprio da Bertinotti) a essere schierata per il "no": il fronte si è molto allargato, come dimostrerebbe la situazione francese. Di qui la riproposizione di una scelta nettamente contraria al Trattato di Costituzione europea per favorire un'altra idea di Europa, con al centro il rifiuto della guerra, la difesa dei diritti del lavoro, la piena occupazione e l'accoglienza solidale ai migranti.
Bertinotti non ci ha convinto del tutto, come non ci convincono del tutto i tanti entusiasti del Trattato che abitano nei Ds. Il destino dell'Europa è intanto nelle mani della Francia. A noi italiani non è concesso il lusso di poterci esprimere, perché – ma le opinioni sono controverse – le nostre normative in materia referendaria impediscono referendum su materie internazionali. Un handicap che si aggiunge agli altri e che certo non ci aiuta a conquistare l'opinione pubblica tricolore ai colori della bandiera europea.
La Stampa Tuttolibri 28.5.05
Squillano i telefonini, tace la ricerca: l’Italia della scienza negata
Ermanno Bencivenga

ENRICO Bellone è uno storico della scienza. Uno di quelli, è importante aggiungere, che sanno di scienza quanto di storia; ed è anche una persona profondamente preoccupata del destino culturale dell'Italia. Trent'anni fa, ricorda in apertura e in chiusura del suo La scienza negata, Giuliano Toraldo Di Francia definì il nostro un Paese in via di sottosviluppo; e da allora la situazione è molto peggiorata. Siamo terzi al mondo per la diffusione dei telefoni cellulari ma quarantacinquesimi per capacità di innovazione (preceduti dalla Tunisia e dalla Giordania) e quarantottesimi per interventi pubblici in imprese coinvolte nella ricerca (stime fornite dal World Economic Forum). «Siamo così giunti al bivio», conclude Bellone: «O investiamo risorse finanziarie e umane nella ricerca di base, oppure ci trasformiamo in una appendice turistica del mondo civile». In certa misura, il problema è politico, e Bellone dedica la prima (ahimè, troppo corta) parte del libro a spiegare come governi d'ogni risma, per almeno un secolo, abbiano costantemente mortificato le aspettative di scienziati e ricercatori e anzi tentato di screditarli. Tipica la situazione degli Anni Sessanta del Novecento, con i poteri occulti di destra impegnati a «frenare quelle modernizzazioni del Paese che erano in contrasto con ben precisi interessi economici sui fronti dell'energia e dei farmaci» e legati da una «strana alleanza» con i «punti di vista che, da sinistra, raffiguravano le università come strumenti ideologici della borghesia e gli enti di ricerca come strumenti del dominio tecnologico del capitale». C'è anche, però, un aspetto intellettuale della questione - se poi «intellettuale» è il termine giusto in questo caso. Ci sono, e ci sono stati per decenni, in Italia chiacchieroni dall'aria intensa e ispirata che di scienza sanno pochino ma in compenso ne parlano a ogni piè sospinto, di solito per stigmatizzarne la disumanità, la denaturalizzazione, la crudeltà e per metterci in guardia contro i pericoli connessi a questa sciagurata attività. E, quando gli indigeni non bastano, ci facciamo in quattro per importare autorevoli giudizi dall'estero; ecco allora, per esempio, il sociologo Edgar Morin informarci che «la razionalizzazione astratta e unidimensionale» genera «catastrofi umane» e «catastrofi naturali», che si tratta di «un'intelligenza nello stesso tempo miope, presbite, daltonica, monocola, che finisce il più delle volte per essere cieca». Che fare con personaggi del genere? Scrollare le spalle sembra un atteggiamento irresponsabile: si tratta di autori che hanno un grande seguito, che straparlano davanti a folle oceaniche, che opinionano su giornali e riviste di alta tiratura, che sembrano offrire un'ancora di salvezza a un pubblico desolato dall'idiozia dominante. Come non dire a questo pubblico che spesso l'ancora gli viene appesa al collo e lo trascina a fondo? E, d'altra parte, a che pro argomentare con cogenza e precisione contro l'assurdo? Che cosa si può rispondere a Galimberti quando afferma che l'età della tecnica mette a nudo ciò che è nascosto in ogni operazione razionale: la tensione mirata a eliminare l'ignoto, «fonte originaria dell'angoscia»? O a Severino quando osserva sagace che «la previsione scientifica riesce a dominare realmente il divenire, al di fuori del sortilegio in cui l'immutabile dissolve il divenire»? O a Gargani quando critica «l'atteggiamento razioide, che è proprio della ragione sobria, economica, angusta e un po' codarda che è interessata soprattutto alla verifica, al controllo ripetitivo e inesorabile della verità e delle conoscenze»? Da che parte si comincia a controbattere «tesi» del genere? Bellone è esterrefatto, e non trova soluzione migliore che elencare una lunga serie di simili perle accompagnate da commenti sarcastici. In questa seconda parte, il suo libro ricorda i florilegi composti da alcuni insegnanti, che un po' sadicamente annotano le più sublimi scemenze prodotte dai loro allievi. È però, purtroppo, una soluzione insoddisfacente - e dico «purtroppo» in tutta onestà, perché sottoscrivo fino in fondo lo sdegno di Bellone, perché ritengo di essere dalla sua stessa parte. La soluzione è insoddisfacente per due motivi. Primo, cade facilmente nel qualunquismo. Di scemenze ne dicono tutti, anche i migliori; ma c'è una bella differenza tra Husserl e Galimberti, o tra Marcuse e Di Trocchio. Da un lato ci sono profondi ingegni che presentano conclusioni magari controverse ma fondate su una visione coerente del mondo; dall'altro ci sono appunto dei chiacchieroni. E il peggio che potrebbe capitare è che questi ultimi chiudano un libro così sentendosi tutti dei Marcuse o degli Husserl. Secondo, il sarcasmo è a ben vedere il riconoscimento di una sconfitta: avendo deciso che il convento non passa di meglio, non ci resta che farci quattro risate. Ma non bisogna considerarsi sconfitti; bisogna continuare testardamente a lottare per dare un'immagine alternativa e in positivo della scienza. La domanda chiave si ripropone, dunque: che fare? Non ho ricette o bacchette magiche; posso solo raccomandare l'ovvio. Cioè una seria e chiara opera di comunicazione scientifica, aperta e franca nei confronti dei rischi della ricerca tanto quanto informativa delle sue promesse e dei suoi vantaggi, attenta nel valutare priorità e nell'identificare possibili condizionamenti, e insieme affascinante come solo sa essere lo studio dei segreti dell'universo. Non è facile, ma quando riusciamo a spiegare bene la relatività generale o la fisiologia del cervello, la struttura di un nucleo o l'ultimo teorema di Fermat, nessuno che ci abbia seguiti saprà più che farsene dei chiacchieroni.

Anselma Dell'Olio e altre "femminista" per il Sì

Corriere della Sera 28.5.05
IL DIBATTITO
Le femministe: la scienza ci fa paura ma scegliamo 4 sì
Alessandro Trocino

MILANO - «Vista l’ignoranza e il livello di propaganda che c’è in giro, non andrò neanche a votare». Un’eccezione, si dirà, quella di Anselma Dell’Olio , scrittrice femminista, nonché moglie di Giuliano Ferrara. Eppure, proprio ieri Letizia Paolozzi , sul quotidiano bertinottiano Liberazione , invitava caldamente le femministe «dissidenti» - «che diffidano di una scienza invasiva ed autoritaria» e «sentono il freddo alla schiena di fronte ai passi precipitosi del progresso» - ad andare comunque a votare. Perché, «come ha accennato l’ex ministro Urbani, possono votare scheda bianca». Un modo per non cancellare i propri dubbi nell’urna e sottrarsi «al gioco truccato» del mancato quorum. Un articolo indicativo del timore che tra le femministe possa esserci qualche defezione. Che le tecniche di fecondazione assistita, con tutto il loro portato di «riduzionismo biologico del corpo femminile», spaventino le femministe, è una sensazione diffusa. «Non siamo certo entusiaste del figlio ad ogni costo e della medicalizzazione - spiega Lidia Campagnano , dell’«Unione donne in Italia» - ma invitiamo a votare quattro sì per cancellare una legge offensiva, che individuando nell’embrione un soggetto di diritto, ha spezzato l’unità tra il corpo della donna e l’embrione». «Sono perplessa sull’onnipotenza della scienza - aggiunge Gabriella Gribaudo , storica del femminismo - e sappiamo bene che la paternità e l’identità incerta possono rappresentare un problema. Ma, prima di tutto, bisogna restituire alle donne il controllo del proprio corpo». D’accordo Carmen Leccardi , docente di Sociologia alla Bicocca: «Nessuno, se non la donna stessa, può decidere come quando e perché mettere al mondo un figlio». Ma questa è un’occasione per rimettersi in discussione: «Il femminismo degli anni ’70 aveva messo al centro una donna che vedeva nell’adesione ai ruoli materni tradizionali un limite alle possibilità di espressione - spiega la Leccardi -. Ora le cose sono cambiate, i dati sull’infertilità sono drammatici. Una volta fuori dalla pressione di una legge sbagliata, dobbiamo interrogarci sul significato della maternità».
Nell’ultimo numero di Carta , periodico vicino ai movimenti, Lidia Menapace e Giancarla Codrignani chiedono di votare sì, anche per il timore di aprire la strada alla revisione della 194 sull’aborto.
Più complessa l’opinione di Grazia Zuffa , psicologa e direttrice di Fuoriluogo : «Questa legge asseconda la reificazione della madre e sancisce simbolicamente un obbligo di maternità. Mettere al mondo significa molto di più che offrire un utero». La Zuffa sostiene quattro sì «anche perché l’illusione proibizionista è perniciosa e non funziona». Ma dopo sarà il caso di ridiscuterne: «Perché lo scenario tecnologico inquieta, soprattutto sul piano simbolico, e allontana la sessualità dalla procreazione: la tecnica fa scomparire i corpi».
Molto più drastica la Dell’Olio che se la prende con «il mammismo delle ignoranti femministe italiane», che tollerano «la medicalizzazione della maternità» e «non conoscono i risultati disastrosi dei bombardamenti ormonali». E aggiunge: «Noi femministe ci siamo battute perché non fosse necessario fare figli per essere donne. E ora dobbiamo lasciare che massacrino il nostro corpo per lucrare con il desiderio di maternità?».

venerdì 27 maggio 2005

venerdì 27 Maggio a Roma
UNA INIZIATIVA DI "AVVENIMENTI" SUI REFERENDUM

OGGI
venerdì 27 maggio:

Tutti pazzi per gli embrioni

presentazione del numero speciale di "Avvenimenti"

alle ore 16
presso la Casa delle Culture
via S. Crisogono 45


interverranno

Giovanni Berlinguer
Livia Turco
Carlo Flamigni
Gabriella Gatti
Francesco Dall'Olio
Federico Orlando
Marco Cappato
Adalberto Minucci

coordina Simona Maggiorelli
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il numero speciale di "AVVENIMENTI"
con il dossier referendum sulla fecondazione assistita
sarà in edicola a Roma e a Milano il 26 Maggio
e il 27 maggio in tutte le edicole del Paese
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brevi dal web

La Stampa 27 Maggio 2005
LECCO: IL BIMBO E’ STATO AFFOGATO PER RISENTIMENTO
La madre assassina
«Odiavo Mirko io non lo volevo»

«Prima di lui ero una bella ragazza: facevo tv. La gravidanza mi ha
sfigurato».
Nella messinscena è stata tradita da alcuni particolari
Brunella Giovara
inviata a CASATENOVO (Lecco)

C'è stata una spinta d'odio, c'è stato un «momento di esplosione» che «è partito tanto tempo fa», spiega un investigatore. Mirko Magni, cinque mesi di vita appena, è morto affogato dalla sua mamma perché lei non sopportava più di dover fare la mamma, e di non poter fare altro. La vita che faceva prima, probabilmente. Prima del matrimonio, prima della nascita del primogenito. Le comparsate in televisione, le foto da aspirante velina, una carriera solo sognata, e chissà se davvero, concretamente realizzabile.
Nella testa di Mery Patrizio, 29 anni e un'accusa di omicidio aggravato e di simulazione di reato sulla testa, c'era tutto questo turbine di sentimenti in contrasto: odio e amore, «lo odio, questo bambino», aveva confidato ad una persona del suo cerchio famigliare (che lo ha riferito agli inquirenti), «Mirko è tutta la mia vita» (frase che ripeteva a tutti, sempre, in ogni occasione). C'era un risentimento che una volta le ha fatto dire «io questo bambino non lo volevo, poi è arrivato...». «Prima di Mirko ero una bella ragazza, poi mi sono ritrovata sfigurata dalla gravidanza». C'era una depressione vera, una sindrome «post partum» diagnosticata e curata prima al consultorio del suo paese, poi da uno specialista di Milano. Con che esiti, lo si è visto.
Questa è Mery Patrizio, ieri unica protagonista di una conferenza stampa al comando provinciale dei carabinieri di Lecco, dove il procuratore Anna Maria Delitala spiegava che molti elementi hanno portato all'incriminazione della donna, e così elencava: «Il contrasto tra le dichiarazioni rese dall'indagata nell'immediatezza - che già di per sé ponevano dei dubbi sul reale svolgimento dei fatti - con quanto trovato sulla scena del crimine». E poi: «Le contraddizioni tra le dichiarazioni rese dalla mamma e quelle fornite dai suoi parenti». E «l'autopsia sul bambino, e gli esperimenti sulla vaschetta in cui era immerso il corpo». E «gli esami sulle lesioni presenti sul corpo della mamma al fine di verificare la loro compatibilità con l'asserita aggressione». E «accertamenti di natura biologica e genetica sui reperti». E le dichiarazioni rese dall'indagata in sede di interrogatorio, del tutto contrastanti con quelle rese precedentemente, e costitenti una parziale ma sostanziale confessione».
Tradotto in parole povere, Mery è stata «tradita» - nella tragica messinscena che lei stessa ha completamente confessato - da alcuni particolari che nella sua «lucida follia» (espressione anche questa di uno degli inquirenti impegnati sul campo) non ha preso in considerazione. Primo: il rotolo di scotch usato per autolegarsi mani e piedi. Un rotolo che era in casa (prima dell'omicidio era custodito in un armadietto, dopo è stato trovato vicino al bidet), sul quale sono state rilevate le sue impronte. I carabinieri del Ris di Parma hanno anche esaminato i legacci che imprigionavano la donna, e hanno rilevato le tracce della sua saliva (attraverso l'esame del Dna), e di nessun altro. Il nastro risulta strappato con i denti, i denti di Mery, appunto.
Secondo elemento: l'autopsia eseguita sul cadavere di Mirko ha permesso di rilevare un ematoma all'altezza dello sterno, compatibile con una forte pressione esercitata sulla schiena del bambino. E combaciante con un bordo della vaschetta di plastica in cui Mirko veniva lavato. Nel laboratorio del Ris di Parma, sotto la supervisione diretta del colonnello Luciano Garofano, è stato condotto un esperimento (con un pupazzo dello stesso peso e misure di Mirko) per accertare che il bambino non poteva scivolare accidentalmente in avanti, e annegare. Ci voleva un intervento esterno, era necessaria una volontà omicida, per costringere Mirko a morire.
E poi: le orme rilevate in casa. Quelle di Mery, del marito Kristian, del suocero Gianluigi, dei carabinieri accorsi a Valaperta di Casatenovo, dei soccorritori del «118». Nessun'altra impronta, non c'era un intervento estraneo, un rapinatore che ha aggredito la donna e ha provocato la morte del figlio. Infine: la chiave della porta del bagno, ritrovata all'esterno del bagno. Un esperimento balistico ha permesso di accertare che è possibile chiudersi in quel locale, e poi gettare la chiave all'esterno facendola passare da sotto la porta. Insomma, una messinscena. Ingenua e disperata, ma sempre messinscena.

tgcom.it
"La mamma che uccide ha la psicosi"
Esperta: non e' depressione post-partum
Barbara Songia


"E’ difficile che la depressione post-partum possa causare un delitto. Gli infanticidi spesso sono causati dalla psicosi puerperale, che è descritta come una forma di depressione grave, ma in realtà rientra nella sintomatologia psichiatrica. La donna con la nascita del bimbo va incontro a un disturbo di allucinazioni o delirio" ha detto al Tgcom Rosalba Trabalzini, psicologa e psichiatra dell'Associazione Guida Genitori.
Il 12-15% delle neomamme (soprattutto alla prima gravidanza) soffre di depressione post-partum, il 70-80% di baby-blues, lo 0,2% della ben più grave psicosi puerperale. "Tutte le donne in gravidanza dovrebbero fare un paio di colloqui con uno psichiatra, per conoscere meglio se stesse e affrontare il parto serenamente". Rosalba Trabalzini, madre di due bambine, ha fondato nel marzo del 1999 il sito Internet GuidaGenitori.it per realizzare una sorta di piazza virtuale in cui scambiarsi informazioni, suggerimenti e consigli. In questo contesto è nata l’idea, sostenuta dalla Fondazione Johnson&Johnson, di realizzare e distribuire al personale medico e alle neo-mamme la guida "Depressione post-partum: come evitarla, come sconfiggerla". Fino ad oggi sono state distribuite gratuitamente ben 210mila copie del volumetto.
Come distinguere la depressione post-partum dai comuni cambiamenti di umore che seguono al parto?
Nei 2-3 giorni successivi alla nascita del proprio figlio molte mamme soffrono di baby-blues, ovvero una estrema stanchezza dovuta alla fatica del parto e ai cambiamenti ormonali che ne sono seguiti. Il baby-blues si risolve spontaneamente dopo 10 giorni dal parto. La depressione post-partum compare dopo 10-12 settimane dalla nascita del bambino e si protrae fino a 8-10 mesi.
Quali sono i campanelli d’allarme della depressione post-partum?
La donna è più triste, piange spesso, ha un senso di fatica intenso, dorme poco, è insofferente al pianto del bambino. I campanelli d’allarme ci sono, ma solo chi conosce a fondo la sintomatologia capisce che si tratta di depressione. Per questo è meglio rivolgersi subito a uno psichiatra che è il medico abilitato a riconoscere la malattia e a curarla. Fare due chiacchiere con uno psichiatra serve a conoscere meglio se stessi, a riflettere.
Quali sono i fattori scatenanti?
In realtà non esistono dei veri e propri fattori scatenanti, ma un insieme di condizioni. C’è una componente fisiologica: ormoni tiroidei alterati, ridotta concentrazione plasmatica di progesterone, carenza di livello di estrogeni. C’è la componente personale: molto importante è il vissuto della donna (ad esempio se prima di rimanere incinta aveva sofferto di depressione o se c’è familiarità o conflitto con il partner o se la gravidanza non è stata deliberata). Si aggiungono poi le variabili psico-sociali e il contesto nel quale la donna vive. Alla prima gravidanza subentra anche l’inesperienza o la solitudine.
Si può evitarla?
Lo psichiatra riconosce subito i sintomi della depressione e può offrire oltre al supporto psicoterapeutico anche quello farmacologico. Da soli è difficile uscirne, perché ognuno di noi manca di obiettività verso di sé. Il sito Guidagenitori.it offre una consulenza gratuita per tutte le neomamme. Basta scrivere una mail ed entro 48 ore i medici valutano i problemi e sono in grado di indirizzare le neomamme nel modo migliore.
Come curarla?
Dalla depressione post-partum si guarisce in 10 mesi se non si ha un aiuto psicologico, in meno di due mesi se invece ci si rivolge a uno psichiatra. Ben diverso il caso della psicosi puerperale. Con il parto si scatena il delirio. La donna è stabilizzata rispetto alla realtà, che vede distorta. E’ difficile che la depressione post-partum possa causare un infanticidio, mentre è più facile che crei disturbi al bambino che, non essendo stato accudito durante l’infanzia nel modo migliore, da grande potrebbe a sua volta soffrire di depressione. Gli infanticidi spesso sono causati dalla psicosi puerperale. La donna con la nascita del bambino va incontro a un disturbo di allucinazioni o delirio, a sfondo mistico-religioso, politico o tecnologico. La psicosi deve essere curata con farmaci anti-psicotici.
Si guarisce completamente?
Dalla depressione post-partum sì, la psicosi, invece, va tenuta sempre sotto controllo perché può ricapitare un episodio delirante. La medicina, però, viene in aiuto: i farmaci moderni sono in grado di tenere sotto controllo la malattia mentale nell’85% dei casi. Queste donne però rimangono comunque delle mine vaganti, sempre a rischio di ricadute.
Suggerimenti utili per gli uomini?
Il compagno-marito dalla nascita del figlio si sente isolato e trascurato, ma deve stare vicino alla compagna-moglie il più possibile. Deve aiutare la donna, soprattutto nelle incombenze domestiche. La madre sente il proprio figlio come un’appendice che dipende completamente da lei. Il marito deve aiutarla, sollevarla dai problemi della casa, coccolarla. Nel momento in cui la vede trasandata, triste, senza sorriso, deve chiedere subito un colloquio con uno psichiatra. Quello che apparentemente sembra solo un momento di stanchezza della donna non va sottovalutato. Meglio rivolgersi subito a un medico, dare alla mamma più sostegno possibile, comprenderla e aiutarla a superare insieme le difficoltà della maternità.

lagazzettadelmezzogiorno.it 27 maggio 2005
Una neomamma su 5 ha la depressione

ROMA«Una mamma su cinque soffre di depressione post-partum con sintomatologie spesso gravi che ci impongono di trovare una soluzione e di organizzare una forte rete di assistenza». Lo afferma l'on. Maria Burani Procaccini, presidente della Commissione Bicamerale per l'infanzia. La parlamentare non vuole entrare nel merito della vicenda di Mirko, il bimbo di cinque mesi morto a Lecco, che definisce «vicenda giudiziaria drammatica» ma, spiega che «è importante che la classe politica sappia cogliere» nella frequenza di questo disturbo «un grido d'allarme diffuso». «La depressione post-partum - prosegue - ha spesso componenti psicotiche, ma è felicemente curabile nell'ambito di una capacità di pronta accoglienza del disagio. Spesso i sintomi si scorgono già nella gravidanza». E il trauma del parto «va saldato con un assistenza psicoterapeutica adatta». «Vittima dei falsi miti della tv» - «Il piccolo Mirko è vittima innocente del consumismo e dei falsi miti propagandati soprattutto dalle televisioni che mostrano una società in cui diventare veline oppure far parte di un reality show diventa l'obiettivo più importante da raggiungere». Lo afferma Francesca Martini, capogruppo per la Lega Nord della commissione affari sociali della Camera. «Il gravissimo epilogo della vicenda dice Martini - che si è conclusa con la confessione della madre infanticida Maria Patrizio, caduta in depressione post partum e che forse non ha mai accettato la gravidanza e l'essere diventata mamma, apre grandi interrogativi sulla necessità di non lasciare bambini - conclude - nelle mani di genitori depressi o comunque instabili». «Serve supporto alle neo-mamme» - «È l'ennesima tragedia che vede piccole vittime innocenti. Ormai è un bollettino di guerra. Ci battiamo per la vita ma che cosa facciamo per i piccoli nati vivi che vengono abbandonati o uccisi dalle proprie mamme?»: lo afferma Anna Maria Leone, capogruppo Udc in Commissione Affari Sociali della Camera. «È necessaria una rete di assistenza per le donne che dopo il parto sono sole o si sentono tali. È necessario aiutarle e a fare loro superare il conflitto in atto tra la vita antecedente all'arrivo di un figlio e a quella di neomamma. Evidentemente - sottolinea - c'è un disagio profondo e la depressione post-partum è una sintomatologia che porta a volte a conseguenze gravissime»

Il Gazzettino Venerdì, 27 Maggio 2005
L'on. Burani Procaccini: «La sanità organizzi una rete di assistenza»

«Una mamma su cinque soffre di depressione post-partum con sintomatologie spesso gravi che ci impongono di trovare una soluzione e di organizzare una forte rete di assistenza». Lo afferma l'on. Maria Burani Procaccini, presidente della Commissione Bicamerale per l'infanzia. La parlamentare spiega che «è importante che la classe politica sappia cogliere» nella frequenza di questo disturbo «un grido d'allarme». «Chiederò al ministro Storace - conclude Burani - di inserire nella conferenza Stato-Regioni il protocollo sanitario che consenta il potenziamento dei servizi psicologici nelle degenze di ostreticia».

corriereadriatico.it 27 maggio 2005
Se ne parla stasera
Adolescenti depressione e suicidio

SENIGALLIA - Si svolgerà nella giornata di oggi il quarto e ultimo degli incontri organizzati al Centro di Aggregazione Giovanile "Bubamara" con il titolo "Vita da adolescenti". Gli appuntamenti sono curati dal centro Ricerche e Studi "Nostos", diretto dal dottor Marcucci, e si rivolgono in particolare ai genitori di ragazzi adolescenti. Non ne sono esclusi comunque gli stessi giovani, tanto che si è scelto come sede delle assemblee proprio un luogo di aggregazione giovanile, che è spazio per riflettere e partecipare.
L'obiettivo di questo ciclo di incontri è stato quello di discutere i grandi temi della gioventù, affrontando così le relazioni affettive, i comportamenti, le trasformazioni, le crisi e naturalmente la crescita. Il tema dell'ultimo confronto è particolarmente delicato, poiché dopo avere affrontato gli aspetti psicologici delle relazioni affettive, la costruzione dei legami familiari e i disturbi del comportamento, si parlerà questa volta di "Depressione e suicidio nell'adolescenza". Come gli altri, anche l'appuntamento di stasera avrà inizio alle 21 e sarà naturalmente aperto alla partecipazione di chiunque abbia interesse. Ricordiamo in proposito che il Centro di Aggregazione "Bubamara" si trova in Via Abbagnano, che si trova proprio accanto al Centro Commerciale "Il Molino".

corriere.it 27 maggio 2005
Nel fogliletto illustrativo del medicinale sanno inserite nuove avvertenze
Il Viagra può provocare rari casi di cecità
Lo ammette la Pfizer, la casa produttrice americana. Dopo la diffusione della notizia il titolo a Wall Street ha perso il 3%

CHICAGO - Alla fine la Pfizer ha dovuto ammetterlo: sì, in alcune rare occasioni il Viagra ha provocato casi di cecità. La casa farmaceutica americana ha infatti annunciato di aver avviato contatti con la Food and drug administration (Fda) per introdurre un'avvertenza anche su questo rischio nelle istruzioni per l'uso. Denunce di casi di cecità erano emerse negli ultimi anni, ma la Pfizer aveva sempre insistito che non vi fosse alcuna prova di un collegamento con l'assunzione di Viagra. Dopo la diffusione della notizia il titolo della Pfizer a Wall Street ha perso circa il 3%.
Il tipo di cecità che il Viagra è sospettato di provocare è la «neuropatia ottica ischemica anteriore non-arteriosa» (Naion), che si manifesata in pazienti affetti da diabete o disturbi cardiaci, patologie che possono essere favorite dall’uso del Viagra. Secondo la Fda, i casi di Naion accertati sono una cinquantina su circa 23 milioni di uomini che assumono il Viagra.

reuters.com, 27.5.05
Pfizer, 38 casi cecità tra chi ha usato Viagra

WASHINGTON (Reuters) - La Fda ha ricevuto segnalazioni di 38 casi di cecità tra gli utilizzatori del Viagra, ma non ha accertato che la causa sia l'utilizzo del farmaco antimpotenza.
Pfizer, che produce il Viagra, aveva detto in precedenza di star discutendo con la Fda per alcuni cambiamenti al foglio illustrativo del Viagra, dopo i casi di cecità riscontrati.
L'agenzia federale ha aggiunto di aver ricevuto anche quattro rapporti per casi di cecità tra gli utlizzatori del Cialis e uno relativo al Levitra.
Pfizer allarga le perdite e cede il 2,28% alle 17,10 ora italiana, mentre l'indice Dow Jones è negativo dello 0,02%.
Positivi gli altri titoli coinvolti: Eli Lilly e Icos che commercializzano il Cialis. Il Levitra è venduto dalla tedesca Bayer e da GlaxoSmithKline.

news.soldionline.it 27.5.05
Pfizer in difficoltà a Wall Street

Pfizer in affanno a Wall Street, dove il titolo perde, quasi allo scoccare della prima ora di contrattazioni, il 2,18% a 28,27 dollari per azione dopo la notizia di una richiesta avanzata da parte della Food and Drug Administration di riscrivere il “bugiardino” del farmaco Viagra, sospettato di essere causa di cecità in un numero molto limitato di casi. Secondo i media americani Pfizer avrebbe finora ricordato come i test clinici abbiano fin qui dimostrato la non pericolosità del farmaco contro l’impotenza maschile per la salute e che i casi segnalati di cecità potrebbero essere legati ad altri fattori come il diabete, un’elevata pressione arteriosa o alti livelli di colesterolo.

Bobbio (Piacenza)
"Farecinema di Marco Bellocchio, dal 18 al 31 Luglio

Libertà 27.5.05
Bobbio, estate fa rima con cultura
L'estate di Bobbio si colora di cultura.

Da sempre il capoluogo dell'Alta Valtrebbia è centro motore di iniziative didattiche di livello internazionale che puntualmente si ripropongono con grande qualità.
E anche per il 2005 nel settore della formazione professionale di indirizzo artistico sono diverse le iniziative di alto profilo che vanno dal cinema alla lirica, dalla musica classica al musical.
Insomma l'estate bobbiese pullulerà di iniziative di grande spessore didattico legate a momenti di spettacolo di intensa suggestione.
I progetti sono stato predisposti dal Comune di Bobbio e dal Centro Itard di Piacenza. Cinque le iniziative di grande respiro in cantiere.

Per quanto riguarda l'attività didattica al centro delle iniziative c'è sicuramente Farecinema, la masterclass di tecnica cinematografica proposta da Marco Bellocchio che sarà in programma, con il suo corollario, il festival cinematografico Incontri con gli autori, dal 18 al 31 luglio, in collaborazione con Filmalbatros, Provincia, Regione, Fondazione di Piacenza e Vigevano, Lanterna Magica di Bobbio.
A Farecinema c'è spazio, come al solito, per 20 allievi e le iscrizioni si ricevono fino al 15 giugno. Sia il parco docenti del laboratorio, sia il cartellone degli eventi del festival cinematografico sono in via di definizione.
(...)

truffe elettroniche per i depressi

aprileonline.info 27.5.05
Come arricchirsi non curando la depressione
Sanità. La Cyberonics lancia un ''miracoloso'' apparecchio elettronico stimolatore dell'umore. Crescono le quotazioni in borsa della compagnia, ma per i pazienti è solo l'ennesima bufala.
Stefano Rizzo

La depressione è una brutta malattia, ma è anche una malattia molto lucrativa; non per i pazienti, naturalmente, ma per le case farmaceutiche che producono una vasta gamma di farmaci detti antidepressivi, che non solo sono costosi, ma che devono essere assunti dal paziente per lunghi periodi di tempo. E’ anche una malattia sfuggente che, sul lato basso della sintomatologia sconfina con il malessere esistenziale, con la svogliatezza, o la difficoltà di concentrazione, mentre sul lato alto porta alla paralisi emotiva, alla mancanza di voglia di vivere e, troppo spesso, al suicidio.
Non esistono terapie sicure. La psicoterapia funziona nei casi più leggeri (spesso in associazione con cure farmacologiche), mentre in quelli più gravi vengono somministrate dosi massicce e prolungate di psicofarmaci, che tuttavia non assicurano la guarigione, ma costituiscono dei palliativi non sempre di sicura efficacia.
Allo stesso tempo, attraverso aggressive campagne pubblicitarie, con convegni “scientifici” in località turistiche e munifiche elargizioni alle università, le case farmaceutiche fanno credere ai pazienti che gli psicofarmaci siano la soluzione di tutti i loro mali, spingono i medici ad adottarli e cercano di allargarne il campo di utilizzo ai comportamenti più diversi, considerati borderline tra la normalità e la patologia, come l’aggressività, la mitomania, il narcisismo patologico. In questo quadro sono anche state inventate nuove sindromi, come quella, del tutto campata per aria, denominata ADS (Attention Deficit Syndrome), da cui sarebbero colpiti molti ragazzi americani in età scolare.
Fece scalpore, nell’autunno scorso, la notizia che, su autorizzazione della Food and Drug Administration, l’organismo federale che autorizza la messa in commercio dei farmaci e ne certifica l’utilità e la non pericolosità, venivano somministrati farmaci antidepressivi a milioni di bambini che mostravano, per le ragioni più diverse, anche solo svogliatezza o incapacità di concentrazione. La ragione dello scandalo stava nel fatto che si era manifestata un’impennata delle tendenze suicide (e dei casi effettivi di suicidio) tra i bambini e i ragazzi in conseguenza dell’assunzione di questi farmaci, che i medici somministravano più per venire incontro agli stati ansiosi dei genitori che per reali esigenze dei piccoli. La FDA dovette fare precipitosamente marcia indietro e revocare l’autorizzazione.
Oggi sembra volerci provare di nuovo. Visto che l’uso indiscriminato dei farmaci antidepressivi – la cosiddetta medicalizzazione del disagio mentale – viene criticato da settori sempre più ampi della comunità scientifica, e che i profitti, ancora ingentissimi, delle case farmaceutiche mostrano segni di diminuire, la FDA ha deciso di autorizzare l’impianto di un apparecchio elettronico, definito stimolatore dell’umore, che dovrebbe rappresentare la cura definitiva della depressione.
Si tratta di una sorta di pace-maker che viene impiantato nella parte alta del torace e che invia degli impulsi elettrici al cervello attraverso due fili che corrono lungo il collo del paziente e sono innestati nei rami laterali del nervo vago.
Sono già stati condotti vari esperimenti su diverse centinaia di pazienti. Dai primi risultati non sembra che il marchingegno abbia alcuna efficacia: secondo uno studio condotto su 235 pazienti affetti da depressione acuta solo 17 su 111 ne hanno tratto un qualche beneficio, ma lo stesso dicasi per 11 pazienti su 110 nei quali l’apparecchio era stato impiantato ma non attivato; la differenza tra i due gruppi sarebbe imputabile al margine di errore statistico. Lo studio riporta anche una serie di effetti collaterali particolarmente fastidiosi, come l’alterazione del tono della voce, bruciore alla gola, blocco della parola; inoltre, l’aumento o la diminuzione del numero degli impulsi inviati al nervo vago (e che il paziente può regolare autonomamente) può produrre ansia, tendenze suicide, iperattività motoria.
Se a questo punto vi domandate come mai l’autorevole FDA abbia dato parere favorevole alla messa in commercio di questo “miracoloso” stimolatore dell’umore, nonostante i risultati deludenti degli esperimenti, la complessità dell’operazione di impianto, la sua non reversibilità, dal momento che i fili rimangono comunque nel cervello, e il rischio di gravi effetti collaterali - la risposta è abbastanza semplice e deprimente: il costo dell’apparecchio è di 15.000 dollari per paziente, più il costo dell’intervento chirurgico, e i pazienti potenziali sono milioni. Nessuno sa se funzionerà, ma intanto le azioni della compagnia che lo produce, dal nome appropriatamente futuribile di Cyberonics, sono passate in due anni da 16,40 a 44,92 dollari l’una sulla borsa tecnologica del NASDAQ.
Una risposta che aumenterà la depressione anche in coloro che depressi non sono.

la famiglia e i suoi orrori

Corriere della Sera 27.5.05
L’INDAGINE: Un delitto ogni 10 giorni
I DELITTI «CASALINGHI» in Lombardia lo scorso anno. Milano è in testa con 19, seguita da Bergamo (5) e Brescia (4)
LA PERCENTUALE dei delitti commessi in cui la vittima e l’autore avevano una relazione di convivenza
Giuseppe Spatola

MILANO - Gli esperti di criminologia li definiscono «delitti casalinghi», omicidi che hanno come teatro le mura domestiche. E la Lombardia, con un assassinio ogni dieci giorni, è la regione in cui nell’ultimo anno si sono verificati più omicidi domestici: 35 su un totale di 62 nella regione. Donne, con un’età compresa tra i 18 e 30 anni, casalinghe o impiegate: è questo l’identikit delle vittime che emerge dallo studio dell’Eures (Centro europeo degli studi sociali). E’ la famiglia il luogo principale in cui avvengono i delitti, ma negli ultimi dodici mesi il fenomeno si presenta in calo (-9,9% rispetto al 2003). La città in cui si sono verificati più episodi è Milano, con 19 omicidi (pari al 9,5% del totale), seguita da Bergamo e Brescia con, rispettivamente, 5 e 4 fatti di sangue scoperti nell’ultimo anno. Dallo studio dell’Eures emerge come negli omicidi in famiglia prevalgano le vittime donne (69,9% contro 30,1% degli uomini) e che il maggior numero si registra tra gli over 64 (il 21,4% del totale). Analogo è il numero per la fascia 35-44 anni (il 20,9%), cui segue la fascia 25-34 anni (16, 4%) e quella 45-54 anni (13,9%). L’11,4% delle vittime hanno meno di 18 anni, mentre il 7% ha un’età compresa tra i 19 e i 24 anni.
Spiega Fabio Piacenti, responsabile del rapporto Eures: «E’ elevata la presenza di vittime tra le casalinghe (22,4%) e i pensionati (13,4%), seguiti da impiegati (10,5%), operai e bambini in età prescolare (7,5%). Nel 60,2% dei casi vittima e autore avevano una relazione di convivenza al momento del delitto, mentre nel 39,8% si tratta di delitti passionali. Nella maggior parte dei casi la vittima è il coniuge o il convivente (33,3%), seguono i figli come nell’ultimo caso di Lecco (16,4%) e gli ex partner (11,9%). Sono in calo, invece, gli omicidi tra fratelli». Il movente passionale si conferma come movente principale degli omicidi in famiglia. A ruota seguono il raptus, le liti e i disturbi psichici dell’assassino. L’Eures, che ha analizzato i 35 delitti casalinghi avvenuti in Lombardia nel 2004, ha sottolineato come gli autori di omicidi in famiglia sono soprattutto maschi (l’82,2%), con un età compresa tra i 35 e i 44 anni (23,4%).
Relativamente più giovani risultano invece le donne autrici di omicidio: il 37,8% è nella fascia 25-34 anni e il 21,6% in quella 35-44. La grave malattia fisica risulta, nel 38,9% dei casi, insieme all’handicap fisico la condizione più frequentemente rilevata tra le vittime di omicidio in condizioni di grave disagio. Seguono le situazioni di disagio mentale (16,7%) e l’abuso di alcool e droga (5,6%).
Concludono i ricercatori del centro studi sociali europeo: «Gli omicidi commessi contro persone in situazioni di disagio avvengono nel contesto familiare e quasi esclusivamente all’interno della relazione genitore-figlio. Le vittime nel periodo 2000-2004 sono in prevalenza donne (68,2%). L’ambito familiare è quello in cui si registra il maggior numero degli omicidi compiuti da autori con disturbi mentali (87,5%), mentre meno numerosi risultano quelli tra conoscenti (9,1%)».
Tra le vittime degli omicidi compiuti da autori con un disturbo psicologico o mentale, le percentuali più significative sono raggiunte da coloro che hanno un legame di parentela più «stretto». Secondo gli esperti dell’Eures la patologia più frequente è la depressione (63,3%), seguita da forme psicotiche o schizofreniche (16,7% dei casi) e dall’Alzheimer (5%).

La Provincia 27.5.05
I precedenti
Lungo l'elenco dei drammi familiari che hanno fatto notizia
Non solo Cogne, tanti infanticidi


ROMA. Un caso, quello della morte di Mirko, che è stato in questi giorni accostato a quello di Cogne, ancora aperto. Ecco un riepilogo dei casi più gravi o più recenti incentrati sull'accusa di infanticidio alle madri. cognE 30 gennaio 2002: a Cogne viene ucciso Samuele Lorenzi. I soccorritori, chiamati dalla madre, Annamaria Franzoni, lo trovano con gravissime ferite alla testa ed il bambino morirà poco dopo. Qualche giorno dopo viene accusata dell'omicidio la mamma. Il tribunale di Aosta la condanna a 30 anni di reclusione. Ma su Annamaria Franzoni, che ha sempre negato l'omicidio, sarà adesso la corte d' assise d'appello a pronunciarsi. OSTIA12 febbraio 1988: muoiono nella vasca da bagno in un appartamento di Ostia due fratellini, di uno e cinque anni. Tutto lascia supporre che si tratti di una disgrazia, ma il 9 marzo del '91, anche il terzo figlio di Apollonia Angiulli, di appena otto mesi, muore nelle medesime circostanze. La Angiulli, 39 anni, tenta il suicidio ingerendo una forte dose di barbiturici, ma si salva e viene incriminata. FIRENZE 29 giugno 1995: una nobildonna fiorentina uccide il figlio di cinque anni nella casa di famiglia, tagliandogli la gola. Poi tenta il suicidio. Sarà assolta in appello che l'ha giudicata non imputabile per vizio totale di mente FOGGIA 29 aprile 1997: a Foggia, una donna di 35 anni, che soffriva da tempo di crisi depressive, strangola i due figli di 5 e 8 anni, poi mette i loro corpi su un lettino con le mani congiunte, e si uccide impiccandosi. MAceraTA 30 agosto 1997: a Montecassiano (Macerata) una donna di 37 anni uccide i due figlioletti, un maschio di tre anni e una femmina di sei, strangolandoli e annegandoli e si suicida impiccandosi con una corda ad una ringhiera. caserta 11 agosto 2000: a Castel del Sasso una maestra di 36 anni in crisi depressiva, si uccide con le tre figlie di sei, due e un anno, saturando l'interno della macchina con i gas di scarico. roma 29 giugno 2001: a Palombara Sabina (Roma), una donna macedone di 36 anni, sposata con un italiano, colta da un raptus, uccide con 30 coltellate i suoi due figli, di 6 e 5 anni. sondrio 12 mag 2002: a Madonna dei Monti, frazione di Santa Catarina Valfurva (Sondrio), una donna di 31 anni uccide la figlia di otto mesi lasciandola annegare nella lavatrice. La donna è affetta da problemi psichici. AOSTA 24 giugno 2002: una donna di 31 anni, residente a Montjovet, uccide i figlioletti di 4 anni e di 21 giorni, annegandoli in un laghetto di Les Illes a Saint Marcel, nei pressi di Aosta. Il giorno dopo il delitto la madre confessa di avere annegato i due figli. desio 3 giugno 2003: una donna peruviana di 29 anni strangola e poi affoga in un water dell'ospedale di Desio la figlia di tre mesi, ricoverata il giorno prima per una caduta dalla carrozzina. foggia 7 luglio 2004: a Vieste (Foggia) Giuseppina Di Bitonto, 33 anni, casalinga, uccide i suoi due figli, una bambina di 5 anni e un maschietto di quasi 2, soffocandoli con del nastro adesivo e poi si suicida nello stesso modo.

Bertinotti: la mossa di Prodi...

Il Riformista 27.5.05
Bertinotti: la mossa di Prodi
è solo una cabala

Magari sarò smentito, ma io non posso credere che davvero i Ds scelgano di aderire a un ibrido privo di consistenza». Così Fausto Bertinotti in una intervista sul Riformista di domani. L’ibrido è la lista unitaria così come Prodi l’ha proposta due giorni fa al termine del vertice della federazione dell’Ulivo. «Quella di Prodi – dice il leader comunista - non si può nemmeno considerare una proposta politica, è una cabala, un puro azzardo. La Margherita gli ha buttato la palla nella sua metà di campo e lui ha scelto di ributtarla subito di là. Ma è evidente che non c’è nulla di costruttivo in questa proposta. In questo processo di riassetto del centrosinistra vedo ancora solo la pars destruens, non quella costruens». Aggiunge Bertinotti: «Stavolta i Ds sono davvero al bivio: o scelgono di collocarsi in competizione con la Margherita su una frontiera moderata, in una sorta di blairismo senza Blair, lasciando però praterie alla loro sinistra, oppure rilanciano l’identità socialista. Finora avevano potuto scansare il problema di declinare la loro identità politica grazie alla vaghezza della famiglia “riformista”. Finché la Margherita era dentro il processo di unificazione erano todos reformistas e tanto bastava per risparmiarsi il processo di definizione di se stessi. I Ds intendevano il progetto politico come De Gaulle l’intendenza: veniva dopo. Cioè dopo l’esigenza prioritaria di mettere fine al capitolo della loro esistenza sulla scena politica come forza figlia di un dio minore. E ora che fanno? Scelgono di colpo di tornare alla logica della Cosa, accettando di avere a destra una forza come la Margherita e quindi di fatto rimettendosi il trattino a fianco. Ripeto: non posso crederci». All’osservazione secondo cui la forzatura di Prodi, e la sponda offerta al leader dai Ds, sarebbero finalizzati a far rientrare la Margherita nei ranghi ulivisti, Bertinotti risponde cambiando verbo: «A questo non voglio credere. Se davvero qualcuno pensasse che la politica possa procedere così, per scommesse al buio, a colpi di azzardo, significherebbe che siamo destinati ad andare presto tutti a casa».

Severino, su Leopardi e la follia

Il Messaggero Venerdì 27 Maggio 2005
FILOSOFIA & SPETTACOLO AL PALLADIUM
Severino: «Leopardi? Maestro del nichilismo»
di RITA SALA

TOCCA a Leopardi. Il grande, il “dimenticato”. Per la rassegna Filosofia al Palladium, momenti d'oro della storia del pensiero (in collaborazione con la rivista Reset ), Emanuele Severino e Giancarlo Bosetti, oggi pomeriggio alle 18.30, si confronteranno sull’importanza del pensiero filosofico del poeta di Recanati. Massimo De Francovich (coadiuvato dalla regia di Piero Maccarinelli) leggerà brani poetici e prose leopardiane tratti dai Canti , dalle Operette morali e dallo Zibaldone («Non amo usare la parola Zibaldone dice Severino . Sono certo che anche Leopardi preferisse Pensieri »).
Di Leopardi, Severino è dichiarato estimatore. Lo considera auctor non soltanto di visioni profonde e poetiche della condizione umana, ma anche di un pensiero filosofico vasto e sistematico, che abbraccia l'intera sua opera e lo fa anticipatore del nichilismo novecentesco .
Professor Severino, pensa che al Leopardi filosofo venga data la giusta importanza?
«No, certo no. Personalmente, ritengo Leopardi immenso, nonché fondamentale nella storia del pensiero mondiale. La rilevanza filosofica della sua opera fu colta da Nietzsche, Schopenhauer, Wagner; in Italia, da De Sanctis. Rivalutazioni, negli ultimi anni, ne sono state fatte, ma, in generale, si rimane ancora lontani dal pieno apprezzamento della sua potenza e della sua radicalità. Una parte di responsabilità va anche alla critica letteraria, che ha spesso anteposto il Leopardi poeta al Leopardi filosofo».
Leopardi anticipatore di Nietzsche.
«Per Nietzsche la poesia è menzogna, ma è anche l’illusione che rende possibile la vita. Ebbene, un tema essenziale del pensiero di Leopardi. Secondo il quale, alla fine dell’età della tecnica, la poesia ha ancora una parola da dire, l’ultima, prima dell’annientamento definitivo dell’uomo. E poiché all’uomo, da sempre, ciò che importa è sapere se appartenga o meno al nulla, Leopardi gli indica come stiano le cose».
Dialoga da vicino, Leopardi, con il pensiero greco...
«Alla grande. Più di Hoelderlin . Benché non creda affatto, al pari di lui, nel ritorno degli dèi. Per Leopardi (prima che per Nietzsche) “Dio è morto”. Allora è la poesia ad avere il compito tragico di tenere in vita l’uomo prima che questi si spenga definitivamente. Questo è il nichilismo leopardiano».
Lei ha scritto molto del “genio” leopardiano , delle “opere di genio”.
« Nei Pensieri , Leopardi scrive: “Hanno questo di proprio le opere di genio, cioè le opere del genio, che quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia, ad un animo grande che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, servono sempre di consolazione”. Il discorso si perfeziona in un canto, forse il più grande, La ginestra , di cui stasera saranno letti dei bra ni: l’opera è del genio perché, pur vedendo la devastazione provocata dalla forza del fuoco, riesce a dare consolazione. E’ come il profumo del fiore del deserto (la stessa ginestra), che si solleva al di sopra della nullità prodotta dal fuoco devastatore e va verso il cielo, dove però non esistono dèi cui rivolgersi. Il profumo consola il deserto così come l’opera del genio consola l’animo che vive “in uno stato di estremo abbattimento” e disinganno. Tra il testo dei Pensieri e La ginestra c’è addirittura identità di termini: il fiore del deserto consola , l’opera del genio è di consolazione ».
Leopardi nostro contemporaneo?
«Alla base della cultura occidentale sta ormai la persuasione che le cose reali sono effimere. Gli dèi immutabili che danno stabilità al mondo non ci sono più. Tutto è nulla, nel senso che tutto esce dal nulla e va nel nulla. Leopardi, maestro del nichilismo, rappresenta la necessità di vedere se esista un’alternativa alla storia dell’Occidente: se l’Occidente comincia come è cominciato, la filosofia dell’Occidente è quella di Leopardi».
Lei definisce Leopardi “maestro della follia”.
«La follia, ossia l’identificazione dell’essere col nulla, è il tratto di fondo dell’Occidente. Leopardi lo mette in opera, manifestandolo nella sua essenza».

mente e corpo

La Provincia 27.5.05
Emozioni in laboratorio
La separazione tra mente e corpo è un concetto ormai parecchio lontano.

Ecco come la scienza si sta inoltrando nel delicato terreno dei sentimenti

La prospettiva neuroscientifica punta al recupero del sentire umano nelle sue molteplici dimensioni
Elena Salvaterra

«Non essere una testa calda», «conta fino a dieci prima di rispondere»: moniti che di secolo in secolo risalgono all'età classica. Germoglia infatti in Platone l'idea che le emozioni danneggino la ragione, un'idea che matura una delle più compiute espressioni in Cartesio. «È compito dell'anima - si legge in una didascalia a Le passioni dell'anima, celebre opera del filosofo francese - vincere le emozioni o almeno frenare quelle sollecitazioni sensibili che la distraggono dall'attività intellettuale. L'uomo - continua nell'opera il teorico del "dualismo mente e corpo" - non ha per guida le passioni ma la ragione che sola può valutare e quindi indurre ad accogliere o a respingere emozioni e sentimenti». L'esaltazione della "mente razionale", peraltro, pur avendo in Cartesio la propria magnificazione, trova eredi illustri in Hobbes, Kant fino ai contemporanei Engelhardt e Tooley, accomunati tutti da una passione divorante per la "mente ingegneristica". Ma l'idealizzazione del ragionamento logico e la speculare denigrazione degli affetti non è solo una "topica" della filosofia occidentale. Essa, fino alla fine dell'Ottocento, è una teoria scientifica ampiamente accolta. Testimoni James e Lange, fisiologo il primo, psicologo il secondo, che all'insaputa l'uno dall'altro, elaborano un modello dell'affettività centrato su una qualificazione primitiva delle emozioni e dei sentimenti, considerati risposte ancestrali dell'organismo umano agli stimoli provenienti dall'esterno e come tali relegati al ruolo di 'sobillatori' della ragione. Si deve alle neuroscienze e allo studio del comportamento umano attraverso l'interazione fra corpo e mente, fra "ragione" e "sentimento", la rivalutazione, in oggi più accreditata dalla scienza che dalla filosofia, dell'ésprit d'affettività: le emozioni. Con le neuroscienze ci si distacca dal dualismo cartesiano che separa la mente dal corpo, la ragione fredda dalle passioni viscerali e ci si incammina verso la ricomposizione dei fili che tessono la trama della condotta umana, in uno stretto intreccio che non fa distinzione fra refi dell'intelletto e refi dell'anima. Cuore della prospettiva neuroscientifica è il recupero del sentire umano nelle sue molteplici dimensioni, dai sentimenti - che in termini strettamente scientifici sono ciò che l'essere umano prova in automatico - alle emozioni - che in termini strettamente scientifici rappresentano ciò che l'essere umano sente attraverso una elaborazione cognitiva degli stimoli emotigeni. È a queste ultime che si deve il trompe-l'oeil sulla sottile distinzione fra paura e timore, fra gioia e felicità, fra tristezza e malinconia. Ed è a queste ultime che si deve, a volte, il vacillare della "ragione pura".