sabato 6 marzo 2004

la storia della sinistra secondo Salvadori
rivoluzione o riforme?

Repubblica 6.3.04
Storia di un concetto e delle sue divisioni interne
QUELLA SINISTRA ITALIANA PRIMA E DOPO IL CROLLO

Per circa due secoli, socialisti, anarchici e comunisti, si sono identificati con il movimento operaio e i relativi partiti
Le lotte, le scissioni, gli anatemi e poi la grande disillusione per un capitalismo che non crollava Oggi tutto questo sembra preistoria
di MASSIMO L. SALVADORI


Il destino della "sinistra" - il cui nome deriva dalla disposizione topografica assunta nel 1790 dai rivoluzionari rispetto ai difensori della monarchia collocatisi a destra nell´Assemblea nazionale francese - è stato da un lato di aver costituito una delle forze che hanno dominato la storia contemporanea, dall´altro di avere cambiato i propri connotati in relazione sia ai propri scopi sia ai mezzi per raggiungerli e di essersi divisa in diverse componenti giunte all´estremo a combattersi in maniera anche distruttiva. In vero, ogni formazione politica ha avuto la sua "sinistra"; ma a caratterizzare quest´ultima, dopo l´emergere in tutta la sua portata della "questione sociale", sono state in primo luogo le strategie di lotta nei confronti del capitalismo e della proprietà privata e la progettazione di una nuova società, con il seguito di divisioni tra i rivoluzionari di diversa corrente, uniti contro il capitalismo di cui si aspettava il crollo, e i riformisti fautori di una trasformazione graduale. Per circa due secoli la sinistra - socialisti, anarchici, comunisti - ha avuto la sua più forte identificazione con il movimento operaio e le sue organizzazioni e i suoi partiti.
Ma una cosa era la volontà di combattere il capitalismo e le sue istituzioni; un´altra trovare i mezzi appropriati; e un´altra ancora individuare il modello della società post-capitalistica. La sinistra era mossa nel suo insieme dall´ideale di una società egualitaria; sennonché anche i modi di intendere l´uguaglianza erano tutt´altro che scontati. Questi i grandi nodi da sciogliere: bisognava attendere il crollo del capitalismo oppure cercare di trasformarlo? Seguire la via della rivoluzione o quella delle riforme? Passare attraverso la dittatura dei rivoluzionari e abbattere le istituzioni parlamentari oppure mantenere l´eredità del liberalismo? Dare all´economia pianificata strutture centralizzate dominate dallo Stato oppure puntare su un sistema decentrato, cooperativistico, autogestito?
Il progetto pianificatore, centralistico, statalistico, elaborato da Marx ed Engels (che rinviarono alla realizzazione del comunismo la fine di ogni forma di costrizione politica e sociale) prevalse nella seconda metà dell´Ottocento. Ma, verso la fine del secolo, l´atteso crollo del capitalismo non arrivava; e Bernstein, il padre di tutti i riformisti socialisti, lanciò la sua sfida. Attaccato dai marxisti come un revisionista che svendeva il patrimonio di Marx, egli teorizzò che occorreva unire le forze dei socialisti e dei liberali progressisti per strappare i miglioramenti possibili, che la democrazia liberale andava preservata, che il Parlamento era la palestra positiva della lotta politica e sociale. Il confronto tra rivoluzionari e riformisti dominò la scena per un ventennio prima del 1914. Ma lo spirito rivoluzionario aveva ad Oriente una grande riserva vergine. Bernstein esortava al riformismo nei paesi economicamente sviluppati dove esistevano le libertà politiche e civili. In Russia non vi erano né un capitalismo moderno né libertà né parlamentarismo. E da quel paese il bolscevico Lenin, preso il potere nel 1917 con la rivoluzione di Ottobre, diresse il suo attacco al riformismo.
La prima guerra mondiale, la rivoluzione russa, la devastante crisi sociale ed economica in Europa, il consolidamento del potere sovietico fecero dilagare da Mosca un duplice messaggio: che la guerra imperialistica aveva dato inizio all´era del crollo del capitalismo e che la via del riformismo era fallimentare, mentre la via rivoluzionaria aveva portato al sorgere del primo Stato socialista. Il leninismo dilaniò come mai prima il movimento operaio internazionale. I socialdemocratici guardarono con avversione alla dittatura sovietica considerata una forma di dispotismo intollerabile; i comunisti e i loro sostenitori considerarono i socialdemocratici alla stregua dei più pericolosi nemici. La contrapposizione tra comunisti e socialdemocratici - con vicende che videro momenti di relativa intesa alternarsi al riaccendersi dei contrasti - è continuata per un´intera epoca storica: gli uni aventi come obiettivo principale l´espansione del "campo socialista", gli altri essendo impegnati nelle riforme e nello sviluppo della loro principale creatura: lo "Stato del benessere" (nato dalla convergenza con la sinistra liberale e cristiano-sociale e appoggiato "in via provvisoria" dai comunisti occidentali).
In questo generale contesto si è collocata la vicenda della sinistra italiana, segnata nel Novecento: prima del 1915 dal fallito tentativo della corrente riformista di assumerne la guida; tra il 1919 e il 1925 dal gonfiarsi e sgonfiarsi del massimalismo, dalle lotte intestine tra socialisti e comunisti, dalla comune sconfitta ad opera della fascismo; dopo il 1945, trascorsa la fase dell´unità "socialcomunista" conclusasi nel 1956, da un socialismo minoritario divenuto "governativo" ma incapace di elaborare una coerente e adeguata cultura riformistica di governo e da un comunismo rimasto sino al 1989 ad oscillare tra "riformismo pratico" e una tradizione rivoluzionaria sempre più stanca e inconcludente.
Ora la sinistra europea, crollato il sistema sovietico ed entrato in una crisi via via più profonda il Welfare, deve trovare le sue risposte di fronte a un´economia qualitativamente diversa da quella fondata sul capitalismo delle grandi fabbriche e sugli eserciti operai, che avevano costituito il fondamento della sua azione per due secoli; deve misurarsi con l´emergere di nuovi strati sociali, di nuove forme di produzione e di scambio e di una "questione sociale" dal volto non assimilabile a quello di un tempo. E dunque: quale sinistra? Quali i suoi compiti? Quali i suoi scopi? Quali le sue forme organizzative? Il riformismo ha vinto infine la sua battaglia. Ma anche qui: che cosa distingue il riformismo degli uni da quello degli altri?

Cina

Repubblica 6.3.04
Cina, la "rivoluzione economica"
Stop alla crescita selvaggia, spazio a chi è rimasto indietro
Il premier Wen Jiabao annuncia aiuti per i contadini e investimenti in scuole e sanità
È un cambiamento radicale in una ricetta di sviluppo finora centrata solo su bassi costi e alti profitti
di RENATA PISU


Abbandonare la cieca adorazione del Dio Prodotto Nazionale Lordo, raffreddare la crescita economica, preoccuparsi delle condizioni di vita nelle campagne, ridurre il fardello delle tasse che gravano sulle spalle dei contadini. E poi riconoscere la proprietà privata, i diritti umani. Questo ed altro ha proposto ieri a Pechino, all´apertura dei lavori dell´Assemblea Nazionale del Popolo, il premier Wen Jiabao. Un discorso lungo due ore che ha tenuta viva l´attenzione dei tremila deputati di quello che sarebbe il Parlamento della Cina, dove le sessioni si svolgono sempre senza imprevisti, in un´atmosfera sonnacchiosa e compunta, da grande messa cantata.
Ma ieri le franche parole di Wen Jiabao hanno dato la scossa, mutando l´annosa coreografia rimasta invariata dall´epoca di Mao nonostante in Cina tutto sia ormai cambiato. Sono cambiati anche i leader del partito unico che ha guidato il paese nel processo di crescita più dinamico della storia recente e Wen Jiabao, al cui fianco si trovava il presidente Hu Jintao, rappresenta la nuovissima leva, in carica da poco più di un anno, una generazione che si è fatta le ossa alla scuola dell´economia ma che si è resa conto della necessità che in Cina si tornasse a parlare concretamente anche di politica.
Riconoscere, come ha fatto Wen Jiabao, che la rapida crescita industriale ha peggiorato le condizioni di milioni e milioni di contadini nelle campagne, è, infatti, fare un discorso politico; promettere di investire nella scuola e nella sanità per anni trascurate è, ancora, parlare da politico, come lo è impegnarsi a garantire una gestione sempre più democratica, a tutti i livelli della pubblica amministrazione.
Ma come raffreddare l´economia? Come riuscire ad abbassare il tasso di sviluppo dal 9,1 per cento dell´anno scorso al 7 per cento nel 2004? La prima misura, indicata da Wen, è restringere il credito, controllare il sistema bancario assai debole, molte altre misure sono allo studio: saranno aumentati nella misura del 20 per cento gli investimenti nell´agricoltura e che la pressione fiscale sui contadini, oggi estremamente pesante e spesso aggravata dall´imposizione di stravaganti imposte da parte dei dirigenti delle zone rurali, verrà gradualmente ridotta fino a sparire nel 2009. Così i nuovi leader cinesi si aspettano di ridurre il divario sempre più oltraggioso tra città e campagne che minaccia la stabilità sociale, con settecento milioni di persone della Cina interna che arrancano dietro ai più fortunati abitanti delle fasce costiere.
Wen Jiabao non ha fatto un discorso politico diretto, non ha parlato di giustizia sociale: vi ha però alluso. I suoi consiglieri sono più espliciti. Il Quotidiano del Popolo ieri riferiva il parere di un funzionario della provincia dello Henan. «Dobbiamo pensare alla crescita economica da un altro punto di vista, dobbiamo essere fieri se il governo investe sugli anelli più deboli della società». Una volta si chiamavano "proletari", comunque sono gli stessi. E´ tuttavia significativo che Wen Jiabao nel suo discorso che per molti versi suona "rivoluzionario", abbia insistito sulla necessità di adottare il "concetto scientifico dello sviluppo" senza ricorrere a retoriche vetero o neo proletarie.
Ora non si sa se "l´economia al primo posto", modifica di un vetero-slogan maoista che suonava "la politica al primo posto", abbia fatto male o bene alla Cina. Ad ogni modo l´ha fatta crescere e maturare fino al punto in cui si può di nuovo affrontare questi temi sui quali per almeno due decenni è stata messa ufficialmente la sordina. C´è un´altra opinione che vale la pena di citare, riportata ieri dal Quotidiano del Popolo. Un funzionario del Guandong, provincia costiera dove il tasso di crescita è stato l´anno scorso del 17 per cento - e come si farà mai a ridurlo? Come si può far calare questa febbre? - ha detto: «Certo, il tasso di crescita è importante, ma mi sembra più importante cosa la gente ci guadagna, quale è la ricaduta sociale. Io direi che una crescita del 7 per cento, combinata con misure appropriate a risolvere certi problemi, sia sufficiente». Bravo. E´ stata orchestrata una campagna a favore della filosofia dello sviluppo dal volto umano che Wen Jiabao ha ieri proposto? Probabile. Ad ogni modo Wen il politico, non il burocrate, ieri ha detto quello che la maggioranza dei cinesi speravano che fosse finalmente detto.

una segnalazione di Sergio Grom:

Repubblica 6.3.04
Shangai da Mao al lusso

La città dove il Pcc tenne il primo congresso è diventata un esperimento post-industriale
Shanghai, l´Asia di domani da Mao al trionfo del lusso
Una generazione di figli unici che spesso decide di non creare una famiglia propria
Una metropoli di venti milioni di abitanti: si prepara a essere la New York del XXI secolo
Niente più biciclette, ora le vie sono intasate da automobili costose E il solo "diritto alla targa" può costare 5000 dollari al mese
DAL NOSTRO INVIATO
FEDERICO RAMPINI


SHANGAI. «HO vissuto a Los Angeles e a Parigi, oggi non ho dubbi: il centro del mondo si è spostato qui a Shanghai» dice Liu Tao, che per gli occidentali si americanizza il nome in Teddy Liu. 28 anni, giornalista del Jiefang Daily, Liu ha tutti i tratti della nuova middle class urbana che sta cambiando la storia della Cina. La moglie che lavora per una investment bank. La Chevrolet spider. La spesa all´ipermercato francese Carrefour. E l´orgoglio tipico dello "shanghainese", cittadino di una metropoli di 20 milioni di abitanti che secondo Time avrà nel XXI il ruolo che fu di New York nel secolo scorso
Dal bar panoramico all´87° piano del Grand Hyatt Hotel dove incontro Liu, non è difficile credere a quella profezia. Attorno a noi la New York dell´Asia ha già superato in audacia il modello originale. Il quartiere direzionale di Pudong con i suoi quattro milioni di metri quadri di spettacolari grattacieli elevati in soli dieci anni, fa sembrare gli Stati Uniti un continente antico. Gli stessi americani appaiono soggiogati dal fascino di questa sfida: il magazine di moda del New York Times fa indossare le nuove collezioni alla top model Qi Qi, la Linda Evangelista cinese, sullo sfondo dei paesaggi futuristici di Pudong. Il Wall Street Journal intitola il suo supplemento turistico "Shanghai Chic" ed elenca gli ultimi hotel a cinque stelle inaugurati di recente: Marriott, Four Seasons, Ritz-Carlton, St.Regis.
Armani, Bulgari, Louis Vuitton o Rolls Royce, nessuna firma del lusso può permettersi di non avere negozi a Shanghai, e gli Universal Studios per sfruttare l´afflusso turistico dal mondo intero costruiscono qui la replica del loro parco attrazioni di Hollywood. Alle ore di punta le Audi hanno sostituito le biciclette nel creare ingorghi asfissianti sulle grandi arterie metropolitane, e a pochi mesi dal suo primo Gran Premio di Formula Uno questa città deve contingentare il traffico con soluzioni audaci: le nuove immatricolazioni vengono messe all´asta, un massimo di seimila al mese. Per poter comprare una macchina nuova il solo «diritto alla targa» può salire fino a 5.000 dollari al mese. Quasi in un lampo Shanghai ha cancellato decenni di austerità comunista e si è riconquistata il posto che aveva negli anni Venti. La Parigi dell´Asia, si diceva allora (alcune tracce di quel lusso non sono mai scomparse dal quartiere coloniale francese, nel centro storico sull´altra riva del fiume Huangpu), quando la ballerina Margot Fonteyn decantava la raffinatezza dell´Astor House Hotel. Cosmopolita, raffinata, e spietata. La città delle diseguaglianze sociali più stridenti, dove il partito comunista di Mao tenne il suo primo congresso. Come ottant´anni fa, oggi Shanghai non rappresenta tutta la Cina però le indica un futuro possibile. A Pudong hanno costruito l´hotel più alto del pianeta, il grande magazzino più immenso, la torre della tv più elevata, il treno più veloce. L´obiettivo è superare il mondo, cioè l´America.
La vita privata di Teddy Liu rivela una società che si è trasformata bruciando le tappe. Un secolo di evoluzione sociale europea o americana sembra compresso nella storia di una generazione cinese, balzata in pochi anni dai problemi di un paese emergente a quelli di una società post-industriale. A cominciare dal nucleo fondamentale della vita sociale, la famiglia. Sia Liu che sua moglie sono figli unici, come molti loro coetanei. Uno sconfinato esercito di giovani cinesi non ha fratelli né sorelle. Sono il risultato di una severa politica di controllo delle nascite, quando il partito comunista dichiarò guerra all´esplosione demografica e impose sanzioni dure alle coppie che facevano più di un figlio. Ma l´economia di mercato ha fatto ancora di più. Liu e sua moglie hanno deciso, senza che nessuno li costringesse, di non avere neanche un figlio. Non sono una eccezione. Per le coppie della loro età e al loro livello di reddito, la scelta «zero figli» dilaga. Dal 1990 a oggi, in coincidenza con l´esplosione del capitalismo le nascite sono crollate del 30 per cento. In parte è una reazione speculare alla vita dei genitori cinquantenni, che la politica del figlio unico aveva reso protettivi oltre misura: troppi sacrifici, troppa dedizione al prezioso discendente. E´ anche l´altra faccia del disimpegno che ha accompagnato il decollo economico degli anni '90, dopo la repressione dei moti studenteschi della Piazza Tienanmen nel 1989. Liu ne è la prova. «Prima facevo il giornalista politico, ora preferisco scrivere di business, è più eccitante. Sì, credo che questo spostamento di interessi sia generale tra i miei coetanei». «Ho molti di questi ragazzi tra i miei collaboratori, in quella classe di età divenuta adulta dopo Tienanmen - conferma Victor Ho, un avvocato d´affari di Shanghai tornato in patria dopo anni di lavoro a Hong Kong -; la loro è una generazione di individualisti, edonisti, vogliono conquistarsi una fetta più alta del benessere materiale il più presto possibile». L´economista Liu Xin dell´università di Shanghai descrive i suoi studenti «pervasi da un cinismo profondo, perché dall´età di dieci anni hanno studiato su manuali di propaganda, arrivati a diciott´anni sanno che è tutto falso e non credono a niente, non leggono niente, vogliono solo un diploma, i soldi, la carriera».
Nella Shanghai di oggi, competitiva e ambiziosa, allevare un bambino costa caro se questo figlio deve essere un "vincitore". La scuola pubblica non garantisce un futuro di successo. Esplode il business delle istituzioni private che offrono insegnanti di inglese madrelingua e corsi intensivi di matematica fin dalla tenera infanzia, per preparare candidati ai master nelle università americane. L´iscrizione al "3+3 Kindergarten", una scuola materna privata e bilingue in un ricco sobborgo residenziale di Shanghai, costa 3.000 dollari all´anno. E´ l´intero salario di un insegnante e quasi il doppio del reddito medio degli abitanti di Shanghai. Per i super-ricchi, i tycoon del neocapitalismo che abbondano a Shanghai, sono spiccioli; ma per il ceto medio il sacrificio è serio. «Come è possibile pagare rette scolastiche simili? Semplice: sei membri di una famiglia si tassano e contribuiscono coi risparmi di una vita, per finanziare l´istruzione di un solo bambino», spiega Sam Wu, presidente del 3+3 Kindergarten, gestito da una società privata di Taiwan. Al liceo Dulwich College, proprietà di imprenditori locali e di una rinomata scuola privata di Londra, le famiglie pagano fino a 12.000 dollari di retta all´anno «e nessuno ha mai obiettato sul costo», secondo Fritz Libby, fondatore della joint venture anglo-cinese.
Chi può pagare senza difficoltà queste somme per un´istruzione di lusso abita probabilmente in un quartiere che si chiama Palm Springs o Long Beach, Park Avenue, Napa Valley. Sono i nomi dei condomini di lusso che spuntano come funghi, contendono il terreno edificabile alla speculazione immobiliare dei grattacieli per uffici. Per comprare un appartamento il prezzo medio è 800.000 dollari. Le spese di condominio includono le guardie private: protetti dalla vigilanza 24 ore su 24, i proprietari vivono dietro muri e cancelli blindati. Un esercito sottoproletario si sposta dalle campagne per venire ad accudire questi nuovi ricchi. La donna di servizio - un mestiere impensabile per l´ideologia ufficiale comunista di vent´anni fa - oggi è un piccolo lusso alla portata di molti. Con l´equivalente, in yuan, di 50 dollari al mese più vitto e alloggio una ragazza di campagna è a disposizione a casa dei padroni per sette giorni alla settimana, dieci ore al giorno.
Il divario tra le due Shanghai, quella di Armani e quella del lumpenproletariat rurale, è un metro di misura della distanza percorsa dalla nuova Cina. Ancora vent´anni fa questo era un paese austero, dai consumi razionati, ma con diseguaglianze sociali fra le più basse del mondo. Oggi gli stessi studiosi cinesi riconoscono che il dislivello di reddito tra i più ricchi e i più poveri ha superato quello degli Stati Uniti e - forse ancora più incredibile - dell´India. «Il capitalismo oggi è l´unica risposta al nostro bisogno di sviluppo, che è ancora forte - dice l´economista Liu Xin -, era sbagliato pensare che l´equità sociale potesse avere la precedenza finché eravamo un paese povero in attesa del decollo. Ma la Cina di oggi è ancora prigioniera di una sorta di illusione marxista: l´idea che l´economia è onnipotente, che lo sviluppo cura e risolve tutto. Così siamo passati dal totalitarismo comunista a un capitalismo autoritario sul modello di Singapore. Forse le aspirazioni alla giustizia sociale si prenderanno una rivincita presto, non appena saremo una società più matura». Per ora regge la tregua tra le due Shanghai, quella della Formula Uno, degli yuppies senza figli, dei college bilingui, e quella delle giovani serve venute da lontano che parlano dialetti strani: con 50 dollari di stipendio al mese, i tre milioni di lavoratori immigrati dall´entroterra riescono ancora a mandare a casa dei risparmi. Per i familiari rimasti in campagna quell´assegno che arriva dalla lontana Shanghai è il nuovo benessere cinese.
(1 - continua)

il manifesto 6.3.04
La seconda rivoluzione cinese
Rispetto dei diritti umani e inviolabilità della proprietà privata: nel suo discorso all'assemblea del popolo, il premier Wen Jiabao ufficializza la svolta della Repubblica popolare. E suggerisce: arricchitevi, ma non così in fretta
di ANGELA PASCUCCI


La necessità di mettere un freno alla corsa dell'economia, la situazione di drammatica povertà delle campagne, il divario crescente della ricchezza tra province, le diseguaglianze economiche e sociali sempre più accentuate, l'iscrizione nella Costituzione dell'inviolabilità della proprietà privata con un emendamento che parla di rispetto dei diritti umani, timidi accenni alla riforma del sistema politico. L'Assemblea del popolo cinese potrà anche non decidere nulla che non sia già stato stabilito dai vertici del Partito, ma i suoi raduni annuali diventano sempre più densi e interessanti, per l'agenda di discussione che la leadership, pressata dalla realtà, impone. E quest'anno, rischiano di non bastare ai 3.000 delegati i 10 giorni canonici dedicati alla riunione annuale plenaria annuale, che si è aperta ieri a Pechino. Il discorso di apertura del premier Wen Jiabao è di quelli destinati a far discutere per i contenuti e le proposte che prefigurano ancora una volta cambiamenti notevoli per la Cina, ma ormai anche per il resto del mondo, nel quale l'antico Impero di mezzo si è profondamente innestato, rappresentando oggi la sesta economia mondiale e l'unica che ancora avanza a tutta velocità.

Nel discorso di un'ora e 50 minuti di relazione sullo stato del paese, molti i punti di rilievo. Tra i più importanti, l'esortazione a tirare le redini all'economia che, dopo 25 anni di corsa, rischia di far venire l'infarto all'intero sistema socio-economico-ambientale, che questa velocità non regge. Tutto va dunque ridimensionato, a partire dal tasso di crescita, che per il 2004 è fissato al 7%, quando quello del 2003 aveva toccato il 9,2%. Di pari importanza, la questione dei contadini, 900 milioni di persone messe da parte dall'attuale politica economica e dal tipo di sviluppo privilegiato finora. Una forza enorme e destabilizzante, sia quando rimane nelle campagne e si ribella alla propria condizione di miseria e alle vessazioni fiscali, sia quando invade le le ricche città, delle quali sostiene la crescita ma nelle quali viene sfruttata ed emarginata.

Affrontare questo problema «è la parte più cruciale di tutto il nostro lavoro» ha detto Wen Jiabao, che non è stato reticente nel dipingere la situazione. L'economia soffre di investimenti eccessivi e decisi in modo casuale, di un settore delle costruzioni ridondante, di un sistema bancario gravato da 250 miliardi di dollari di crediti pressoché inesigibili, di scarsità di fonti di energia e di materie prime, di una caduta della produzione di grano e dell'appropriazione illegale delle terre. Nel mentre che la società è messa sotto pressione da un tiro incrociato di problemi: «i redditi rurali crescono troppo lentamente; il compito di accrescere l'occupazione e la sicurezza sociale è arduo, lo sviluppo delle differenti regioni del paese è squilibrato, il divario dei redditi tra i diversi strati sociali è troppo vasto e la pressione sulle risorse e l'ambiente sta montando». In gioco è la stessa governabilità della Cina, e la legittimità dell'attuale leadership e del Partito, anche se questo il premier non lo dice.

Il tempo a venire si preannuncia dunque duro, ma lo sarà certo di più qualora Pechino non corresse ai ripari. Di fronte alla portata delle questioni centrali, tutto il resto del discorso impallidisce. Eppure non è da poco. Wen Jiabao ha parlato di Taiwan, per dire che Pechino è ponta a riprendere il dialogo, purché si parli sotto il segno di «una Cina». Il che equivale a ribadire una posizione immutata che non tiene conto di quel che accade dall'altra parte dello Stretto, dove sta montando la fronda anti Pechino e si prepara un referendum contro i missili. Il premier ha anche promesso lotta dura contro il crimine organizzato e la corruzione interna, ma la battaglia «più profonda» sarà quella contro «i culti». E poi quell'accenno alle riforme politiche sul quale gli esperti eserciteranno il loro acume, per capire come vada tradotta la frase: «Concreti e prudenti sforzi saranno fatti per promuovere la ristrutturazione politica». Comunque è certo che, alla fine di tutto, il 14 marzo, la Costituzione cinese conterrà due novità non da poco: il rispetto e la garanzia dei diritti umani da parte dello stato e l'inviolabilità della proprietà privata ottenuta con mezzi legittimi. Con il che si apre un' ulteriore contraddizione, stavolta nominalistica, per il Partito comunista che nella sua denominazione cinese «gongchan dang» significa «partito della proprietà pubblica». Ma, quanto a contraddizioni, non è la certo prima, e non sarà l'ultima.

il manifesto 6.3.04
Contrordine compagni: «rettifichiamo» Deng
La quarta generazione lancia un nuovo modello di sviluppo «sostenibile»: una decelerazione economica per evitare la catastrofe
Fame di energia Pechino rischia il collasso da iperattività. Lo dimostrano i frequenti black out e i continui razionamenti idrici
di A. PA.


La nuova leadership cinese, quella della cosiddetta Quarta Generazione non ha certo aspettato l'Assemblea del popolo riunita a Pechino per cominciare a cambiare rotta. Già a febbraio ha organizzato una settimana di studi per gli alti quadri delle province e dei ministeri allo scopo di «rettificare» la politica di riforme che dai tempi di Deng Xiaoping, il suo architetto, non è stata mai toccata. Quale dovrebbe dunque essere la nuova direzione di marcia? Basta col restare incollati ai tassi di crescita a tutti i costi del Pil, bisogna pensare a uno sviluppo «che abbia al centro la gente, e dunque inclusivo, coordinato, sostenibile». Non è un proclama neo global, ma il discorso tenuto dal vice presidente Zeng Qinghong all'apertura del seminario, il 16 febbraio scorso (riportato dal South China Morning Post del 18 febbraio). L'enunciato non è certo farina del suo sacco, ma fa parte del cosiddetto «concetto scientifico di sviluppo» che sarebbe al centro del pensiero della nuova leadership, rappresentata dal presidente Hu Jintao e dal premier Wen Jiabao. Se così fosse, per l'economia cinese si prepara ufficialmente una fase di decelerazione dalle caratteristiche inedite, dopo la corsa a rotta di collo che, tra fasi alterne, dura ormai da 25 anni e ha cambiato faccia al paese. Una fase necessaria, avvertono ormai da mesi gli osservatori attenti di questa crescita abnorme, che suscita meraviglia, visti i tempi grami, e speranze di traino per le economie a rimorchio. Ma che produce anche preoccupazione per il malessere e le storture che genera nel corpo della società cinese e gli squilibri che induce nell'economia globale. Una sorta di bulimia da arrestare prima che tutti ne restino avvelenati. L'avvertimento lanciato ieri dal premier Wen Jiabao è stato in questo molto chiaro.

Dietro il trionfale tasso di crescita del 9,1% nel 2003, per alcuni persino sotto stimato, ci sono infatti eccessi di ogni genere. Essendo che il dio Pil è stato, almeno finora, il totem e il metro di misura universale per giudicare la validità delle azioni intraprese, per essere promossi i quadri locali si sono dati a vere follie. Più di 20 province hanno oggi nei loro piani di sviluppo impianti di assemblaggio per la produzione di automobili. Ormai si produce qualunque cosa a ruota libera senza che, nella maggior parte dei casi, sia certo lo sbocco di mercato. Con effetti devastanti, in termini di spreco di fondi e di risorse, di sovrapproduzione, di surriscaldamento dell'economia da una parte e di deflazione dall'altra, di crediti inesigibili, che ormai costituiscono una mina vagante per il sistema bancario cinese. Intanto, il paese è diventato il secondo importatore mondiale di petrolio, dopo gli Usa, e copre la metà del consumo mondiale di cemento.

Ma la sua fame insaziata di energia, rivelata dai frequenti black out elettrici e dai razionamenti di acqua nelle grandi città, gli fa toccare con mano i limiti strutturali della propria crescita. Oltre a porgli la necessità di ripensare al proprio ruolo nello scacchiere geopolitico mondiale. Per non parlare del disastro ambientale che già ora si profila in tutta la sua ampiezza.

Le città invase dalle campagne

Un'iperattività che, tirate le somme finali, registra un saldo particolarmente negativo in termini di progresso sociale e ricchezza comune. Le ineguaglianze continuano ad approfondirsi. Tra le zone costiere e quelle dell'interno, fra campagna e città. Lo scorso anno, dicono i dati dell'Ufficio nazionale di statistiche, i redditi dei residenti urbani sono aumentati del 9,3% (a 1025 dollari di media) ma per gli abitanti delle campagne l'incremento è stato del 4,3% (317 dollari di media). L'uno il triplo dell'altro, dunque. Uno dei divari più grandi del mondo, come ha confermato un recente studio dell'Accademia delle Scienze sociali il cui curatore, il professor Li Shi, ammette anche che le cifre probabilmente non rendono la reale ampiezza delle diseguaglianze. Tali ormai che il governo ha deciso infine di intervenire per tamponare la falla, destinando quest'anno l'equivalente di 18 miliardi di dollari a investimenti per le zone rurali.

C'è poi la campagna che irrompe nelle città, dove la frattura si riproduce in modi anche più drammatici. La celebrazione del Capodanno è diventata in questo senso un evento rivelatorio. In quei giorni le cronache erano piene di storie di contadini migranti (ormai tra i 100 e i 200 milioni di persone) e operai che non ricevono il salario da mesi e dunque non possono tornare a casa per le feste. Secondo Feng Lanrui, esperto del lavoro dell'Accademia delle scienze sociali, i migranti, che contribuiscono al 40% del reddito rurale, devono avere oggi l'equivalente di 12 miliardi di dollari in arretrati (New York Times, 10 gennaio). Le narrazioni di abusi, violenze e prepotenze feudali sono all'ordine del giorno. Come è cronaca quotidiana quella delle rivolte e delle proteste sempre più frequenti.

Le falle del «socialismo di mercato»

E' come se il nastro della storia si stesse riavvolgendo all'indietro. Persino nel Guangdong, la «fabbrica del mondo», la provincia meridionale dei record di sviluppo (oltre 10% in media nell'ultimo decennio) il salario medio di un operaio oscilla tra 50 e 70 dollari al mese, non superiore al livello del 1993. Solo che oggi la vita è molto più cara, perché si paga tutto, dalla scuola alla casa alla sanità. La Cina produce sì una montagna di nuova ricchezza, ma il «socialismo di mercato» non la ridistribuisce equamente. Come afferma la corrente dei nuovi marxisti, che sta prendendo sempre più piede e voce in Cina e che accusa la leadership di aver colonizzato i propri cittadini.

Le contraddizioni interne si riflettono a livello internazionale. Con la sua corsa, la Cina sta trainando l'Asia fuori dal pantano del 1997. E' di alcuni giorni fa la notizia che la bilancia commerciale del Giappone ha registrato un attivo record, in aumento del 393% rispetto allo stesso mese dell'anno scorso. Tutto frutto dell'export verso l'Asia, in primis verso la Cina, la cui bilancia commerciale invece comincia ogni tanto a lampeggiare.

Ma se Tokyo ride, Washington piange. Al cuore della campagna elettorale per le presidenziali americane, la fuga dei posti di lavoro verso oriente infiamma i comizi, soprattutto negli stati colpiti dal declino industriale e dal ritrarsi della new economy. Concorrenza sleale, mancato rispetto degli standard di lavoro e retributivi. Tutto vero. Ma chi si è preso la briga di andare a osservare il funzionamento della realtà (come il Wall Street Journal dell'1 febbraio scorso) ne conclude che le compagnie straniere contano per più dei tre quarti dell'export d'alta tecnologia dalla Cina. Per esemplificare: la Logitech, compagnia svizzero-americana basata in California, produce a Suzhou un mouse senza fili che vende negli Stati uniti a 40 dollari, dei quali ne restano in Cina solo 3, a coprire salari, energia, trasporti. Quanto poi al profitto effettivo che le multinazionali ricavano dalle loro attività cinesi, è «difficile da accertare», afferma il breviario del capitalismo globale, visto che molte i propri guadagni li registrano «a Hong Kong o in altre destinazioni off-shore dove le imposte sono basse». La Cina invece reinveste le riserve incassate dal surplus commerciale (103 miliardi quello registrato nel 2003 verso gli Stati uniti) in buoni del Tesoro americano. Attualmente, ne detiene 120 miliardi di dollari ed è entrata a tutti gli effetti nel rango di sostenitore primario del circo americano, che si nutre di debiti.

Grande è dunque la confusione sotto il cielo. Chi semplifica, mistifica. Ma pare proprio di poter dire che le vittime del sistema, sia a Oriente che a Occidente, si trovino tutte dalla stessa parte. Non resta che aspettare che la Quarta Generazione di leader cinesi dia attuazione alla sua ultima pensata e riesca a quadrare un cerchio che, con tutta evidenza, non sta stringendo solo i cinesi.

Corriere della Sera 6.3.04
L’enorme sviluppo dell’interscambio si riflette sui trasporti. Con effetti a catena negli scali internazionali
E il boom del gigante asiatico manda in tilt i porti mondiali
Attese di mesi per caricare le merci, con i costi che si moltiplicano
di Danilo Tain


Il primo ministro cinese ha detto ieri che la crescita del Paese è troppo accelerata, che occorre rallentare. Wen Jiabao ha giustificato la scelta con ragioni interne alla Cina, ma il resto del mondo non può che essere d'accordo: il boom dell'Impero di Mezzo, infatti, è una delle forze che trascinano la crescita globale, ma allo stesso tempo è anche la ragione di distorsioni spettacolari nei meccanismi che fanno funzionare l'economia del pianeta. L'emergenza che è maturata negli ultimi mesi ed è esplosa nei giorni scorsi riguarda i porti: il volume di merci, soprattutto materie prime, dirette verso la Cina è così consistente che i principali scali internazionali sono congestionati a un livello tale da causare ritardi mai visti e una crescita dei costi senza precedenti. «Si sta creando un effetto a catena nei porti del mondo», dice Harash Channa, vicepresidente per le operazioni portuali a Hong Kong del Noble Group, uno dei maggiori trasportatori marittimi dell'Asia.
Channa sostiene che nei porti indiani, ormai, i navigli devono attendere fino a un mese per fare un carico di minerali di ferro, la base per l'acciaio che la Cina produce a ritmi impressionanti (è la numero uno al mondo). Ma la situazione è di emergenza quasi ovunque nel mondo: ovviamente negli scali cinesi ma anche nei porti australiani (dove le attese arrivano a dieci giorni), africani, sudamericani e, in qualche caso, europei. Calcoli realizzati da alcuni esperti del settore e resi noti dall'agenzia Reuters dicono che il 25% della capacità mondiale di trasporti marittimi è in questi giorni "in coda", in attesa di poter accedere alle strutture di qualche porto.
Dal momento che l'affitto di una nave da 120-200 mila tonnellate è attorno ai centomila dollari al giorno, il costo aggiuntivo di un'attesa di un mese può arrivare a tre milioni di dollari. Che vanno ad aggiungersi ai costi già in forte rialzo - sempre grazie alla domanda cinese - delle materie prime. I noli dall'America alla Cina per trasporti di grano sono passati da 18 a 70 dollari a tonnellata in due anni. E gli effetti sono pesanti anche su acciaio, soia e petrolio. Il Baltic Dry Index, un indice dei noli marittimi di cargo che trasportano grano o minerali, l'anno scorso è cresciuto del 170% e nei primi due mesi del 2004 di un altro 10%. I noli per il trasporto di container, per parte loro, sono balzati del 30% nel 2003 e di un altro 10% quest'anno.
La situazione peggiore, ovviamente, è in Cina, dove il traffico portuale complessivo è cresciuto del 18% l'anno scorso e probabilmente aumenterà ancora di più quest'anno. Allo scalo di Beilun, vicino a Shanghai, i cargo devono aspettare attorno a un mese, prima di caricare. Hong Kong è sotto pressione. Al porto di Shenzen, in una delle zone più dinamiche della Cina - la foce del Fiume delle Perle - le cose vanno un po' meglio grazie agli investimenti massicci che hanno raddoppiato la capacità portuale negli ultimi due anni. Nel complesso, comunque, la situazione è pesantissima e, soprattutto, non si vedono miglioramenti a breve: nuovi scali e nuove navi sono in costruzione, ma prima che il loro impatto si possa fare sentire bisognerà aspettare almeno un paio d'anni, durante i quali la situazione potrebbe peggiorare.
La crisi è resa più drammatica dalla situazione dei trasporti interni alla Cina. Nelle regioni costiere, le strade sono così congestionate che le centrali elettriche rischiano il blackout perché il carbone dal nord non arriva in tempo. In alcuni porti, montagne di minerali di ferro scaricate dalle navi non sono trasportate a destinazione perché mancano i camion. E la situazione è peggiorata da speculatori che, vista la continua crescita dei prezzi, lasciano l'acciaio il più a lungo possibile nei porti sperando in prezzi sempre migliori.
Insomma, siamo all'incubo logistico, in Cina ma anche nel resto del mondo, una situazione senza precedenti. Con il rischio, dicono nel settore, che si creino due bolle, una di prezzi e una che finirà tra qualche anno in un eccesso di capacità portuali e di cargo. Ogni rallentamento della corsa indotto da Wen e dai mandarini di Pechino è benvenuto

Ansa.it 06/03/2004 - 08:51
Cina: aumentano dell'11% le spese militari
Rapporto presentato all'Assemblea Nazionale del Popolo


(ANSA) - PECHINO, 6 MAR - Nel 2004 la Cina aumentera' dell'11,6% le spese militari, secondo il rapporto presentato oggi all'Assemblea Nazionale del Popolo. L'aumento e' significativo perche' avviene in un momento nel quale gli sforzi sono concentrati sulla sicurezza sociale e sulla riduzione degli squilibri tra citta' e campagna creati dall'impetuoso sviluppo economico degli anni passati.
copyright @ 2004 ANSA

venerdì 5 marzo 2004

ateismo

il manifesto 5.3.04
Religiosamente corretto? Basta

Crollano in Francia le pratiche religiose islamica e cristiana. E come fa il papa a vantare le radici cristiane della nostra civiltà e reclamarne la menzione nella Costituzione d'Europa. La nostra civiltà laica appare con il Rinascimento, quando il cristianesimo, scosso dalla Riforma, perde il controllo sociale. Separazione dei poteri, suffragio universale, libertà di coscienza, eguaglianza dell'uomo e della donna, decolonizzazione non derivano dal cattolicesimo, che li ha a lungo combattuti
MICHEL-ANTOINE BURNIER *


Arriva un momento in cui noi, i non credenti, maggioritari in questo paese, ci sentiamo veramente virtuosi per aver sopportato le recenti mascherate sul velo, la barba, le croci, le stelle, le richieste cattoliche di introdurre dio nella Costituzione europea, i giorni festivi, i sabati con o senza scuola e i tabù alimentari nelle mense. Ecco che, dopo cinque anni o cinque mesi di dibattiti e una legge per proibire il foulard in una scuola che, cinquant'anni fa, aveva proscritto la più piccole medaglia di battesimo, la Francia ritrova i problemi che aveva creduto risolvere un secolo fa: cos'è una religione, quali sono i suoi diritti, fino a che punto puo' ficcare il naso nel dominio pubblico - cosa che è la sua tendenza naturale - cosa puo' imporre ai suoi fedeli, cosa non puo' imporre loro? Vogliamo secolarizzare l'islam? Permettiamogli di costruire le moschee come le altre credenze hanno le loro chiese, i loro templi, le loro sinagoghe. Non è corretto che la maggioranza dei musulmani preghi nelle cantine o in strada. L'islam, finché rispetta le leggi della Repubblica e non è strumentalizzato dall'esterno - come è successo in altri tempi per il cattolicesimo romano - ha diritto a un'eguaglianza di trattamento. Si tratta della seconda religione di Francia.

Il valore della non credenza

Ma, giustamente, non si tratta che di questo: una religione. Poiché la principale convinzione dei francesi si chiama, bisogna ripeterlo, la non credenza: le osservanze, di qualsiasi culto, vengono solo dopo. E' vero per il cristianesimo: la pratica religiosa del nostro paese è calata dal 40% degli anni `50 all'8% oggi. Questo comincia ad essere vero per l'islam: sui 3,7 milioni di persone «possibilmente musulmane», il 79% non frequenta la moschea o ciò che ne fa le veci, anche se sono altrettanto numerosi a definirsi credenti (inchiesta Ifop-Le Monde, settembre 2001). Nelle giovani generazioni, un terzo dei ragazzi e delle ragazze di famiglia immigrata algerina si dice senza religione (Ined, 1999).

La Repubblica garantisce la libertà religiosa per il fatto che garantisce più ampiamente la libertà di coscienza e quindi, sullo stesso piano, la libertà di non credere. Ma questa libertà, di cui molti tra noi fanno uso con indifferenza, è stata il frutto di una lunga, coraggiosa e sanguinosa conquista. Da poco la storia delle religioni viene insegnata nelle scuole. Perfetto. Ma dove viene insegnata la storia delle loro vittime, come il rovescio delle sante epopee, quella delle idee preseguitate, dell'ateismo e, in Francia, della lotta per spezzare il soffocante settarismo della religione unica?

Che cosa si impara in classe, d'altronde? Qualche rudimento di dogma e la saga falsificata delle grandi credenze e dei grandi miti. Si livella per non choccare: del religiosamente corretto.

In Europa, la chiesa cattolica ha avuto il monopolio della mente durante più di mille anni. In Francia, fino al XVIII secolo e oltre, ha perseguitato ogni idea deviante. Contro di essa, appoggiandosi sui testi greci e latini, si è forgiata una lunga ribellione a volte aperta, a volte discreta, che alla fine ha trionfato.

Non ci sono professori per insegnare la vita e le idee di Etienne Dolet, impiccato e bruciato a Parigi nel 1546 perché aveva tradotto Platone e dubitato dell'immortalità dell'anima? Quella di Giordano Bruno, bruciato vivo a Roma nel 1600 per eresia e panteismo? Quelle di Cyrano de Bergerac che, a metà del XVII secolo, non ha osato far pubblicare i suoi trattati sul Sole e sulla Luna per paura di essere perguitato come irreligioso? Quando, nel 1633, l'Inquisizione costringe Galileo a negare la rotazione della terra, Cartesio stesso rinuncia, per prudenza, a pubblicare il Trattato del mondo. Tutta l'opera di Molière si erge, e a che rischio, contro l'ipocrisia della morale e l'avanzata dei devoti.

La vera storia è l'irreligione

Lo sviluppo dell'irreligione nel XVIII secolo, inseparabile dalla corruzione ecclesiatica, merita propria una lezione. Non soltanto Voltaire e Diderot in letteratura, ma anche Marmontel, il tollerante, e per questo condannato dalla facoltà di teologia, l'uomo che aveva scritto: «Non si rischiarano le menti alla fiamma dei roghi». E poi i grandi atei dell'Illuminismo, Helvetius, di cui vengono bruciate le opere su mandato dell'arcivescovo di Parigi, e il barone d'Holbach che, per aggirare la censura, ha pubblicato i suoi libri sotto il nome di un accademico cristiano morto dieci anni prima. Tutti costoro valgono bene i santi del Paradiso, soprattutto se aggiungiamo il Voltaire dell caso Calas e il cavaliere de La Barre, lo sfortuinato giovane torturato e decapitato nel 1776 con l'accusa di aver profanato un crocifisso. Quest'ultimo orrore ha avuto luogo un primo luglio, ed è per questo che i lettori di Le Monde hanno di recente suggerito di dedicare l'anniversario di quel giorno alla celebrazione delle vittime dell'intolleranza.

Quando si ascolta il papa vantare le radici cristiane della nostra civiltà e reclamare che la menzione vi figuri nella futura Costituzione dell'Europa, siamo imbarazzati.

La nostra civiltà urbana, laica, moderna appare con il Rinascimento, cioè in un momento in cui il cristianesimo, scosso dalla Riforma, comincia a perdere il controllo sull'organizzazione sociale. A questo titolo, l'Europa del commercio e della democrazia deve di più ai greci e ai romani che ai padri della chiesa. La Repubblica, la separazione dei poteri, il suffragio universale, la laicità, la libertà di coscienza, la decolonizzazione, l'eguaglianza dell'uomo e della donna non derivano dal cattolicesimo, che li ha a lungo combattuti, e del resto le chiese, in diciotto secoli, non hanno avuto l'idea di abolire la schiavitù, cosa che fecero la I e la II Repubblica francese nel 1794 e nel 1848.

Il cattolicesimo, per arrivare alla moderazione contemporanea, ha dovuto fare una lunga deviazione. E' stato necessario costringerlo: questo è stato, alla fine, l'immenso beneficio della legge del 1905 sulla separazione delle chiese dallo stato, di cui celebreremo tra breve il centenario. Sarebbe opportuno ricordare in questa occasione come una chiesa antisemita, ultrareazionaria e ancora segnata dalla nostalgia del regno abbia resistito con accanimento per conservare le proprie posizioni a scuola, i propri beni e le sue cariche sociali. Non dimentichiamo che nel 1903 e nel 1904 la Francia ha finito per proibire di insegnare agli ordini religiosi e ha chiuso i loro istituti. I gendarmi hanno espulso le congregazioni: migliaia di monaci e suore hanno dovuto abbandonare i loro sai e i loro veli o andare in esilio - misura molto più energica della recente legge sul foulard.

Nel 1905, la legge di separazione, ben accolta dai protestanti e dagli ebrei, ha dato luogo a centinaia di scontri con la folla cattolica che rifiutava che venisse fatto l'inventario delle chiese, proprietà dello stato. C'è stata una sorta di fermento di guerra civile ed è stata necessaria tutta l'abilità e l'intelligenza di Aristide Briand, ex socialista e relatore della legge, per portare a termine questo compito intrapreso fin dal Rinascimento e proseguito dall'Illuminismo. Sottolineiamo che oggi la chiesa di Francia ha un solo timore: che ci sia una modifica di questa legge di separazione che aveva tanto maledetto e che in fondo l'avvantaggia ancora.

La libertà oltre il blasfemo

I cittadini vi hanno guadagnato una libertà che va fino al blasfemo: la chiesa ha ucciso troppi uomini e donne sotto questo pretesto, per una parola, un libro o un'accusa. E' cosi' che è stato inquietante vedere le religioni cattolica, protestante ed ebrea accordarsi, per fortuna a diverso titolo, per condannare le affermazioni di Salman Rushdie e dei suoi Versetti satanici, come se i dogmi avessero il diritto di sfuggire all'immaginazione letteraria, all'humour o alla refutazione. Ci sono licei e scuole medie intitolate a Georges Brassens o a Jacques Prévert. Bisogna però sapere che il primo si definiva miscredente e lo cantava con forza e che il secondo aveva scritto il celebre poema che inizia con «padre nostro che sei nei cieli/ restaci». La religione musulmana non sfuggirà a critiche simili e, per quanto scandalizzati siano alcuni suoi fedeli, dovrà sopportarlo. In contropartita dei mezzi per praticare il culto, che dovremmo assicurargli nell'equità e con maggiore generosità, subirà, come gli altri, degli attacchi alla sua ideologia e ai suoi costumi. I tribunali non avranno nulla da obiettare.

Non molto tempo fa, quando i parroci erano ancora in sottana e le suore con la cornetta, c'erano sovente dei ragazzini - o anche degli adulti - che si mettevano a seguirli e a gridare loro dietro «croa croa», mentre i passanti ridevano. Una donna velata ha rivelato qualche giorno fa il proprio malessere in strada: la guardano, sente una disapprovazione negli sguardi. Normale.

Perché le credenze dovrebbero ancora imporsi come se fossero la norma? E' irritante, in questo senso, che l'insegnamento scolastico si fermi allo studio delle grandi religioni. Delle lezioni sull'agnosticismo e sull'ateismo? Sì. Diranno che è impossibile, troppo choccante e che il cristianesimo e l'islam non lo accetteranno mai. Ma la Gran Brtetagna, paese comunitarista dove il capo dello stato è capo della chiesa, ha appena inscritto - abbiamo difficoltà a crederlo - lo studio delle «convinzioni non religiose», tra cui l'ateismo, nei suoi programmi scolastici.

* Scrittore, giornalista (il suo ultimo libro pubblicato: La Voix des spectres, chroniques de "Libération", Juillard, 2003).Copyright Libération/il manifesto

Marco Müller designato direttore
della Mostra del cinema di Venezia
invitò "Il cielo della luna" a Locarno

un articolo ricevuto da Peppe Cancellieri

Giornale del Popolo, Quotidiano della Svizzera Italiana 5.3.04
Successione De Hadeln
Dopo i leopardi Marco Müller affronterà i leoni


Il consiglio di amministrazione della Biennale di Venezia ha designato Marco Müller come direttore della Mostra del cinema per quattro anni, ma con verifica dopo il primo anno. La decisione, a quanto si apprende, è stata sofferta ed è arrivata dopo una lunga discussione. Sul nome di Müller, è stato spiegato, non c'è stata una vera votazione perché era chiaro, dopo il dibattito, che non ci sarebbe stata l'unanimità voluta da alcuni consiglieri. Il consiglio ha così deciso di accogliere la proposta del presidente Croff pur con la clausola della verifica allo scadere del primo anno. Sinologo, esperto di cinamatografie orientali, Marco Müller è stato per nove anni direttore del festival di Locarno, incarico che ha lasciato nel 2000. Negli ultimi anni si è dedicato alla produzione, anche come produttore esecutivo, realizzando per Fabrica Cinema (società Benetton) film di successo come «No man's Land» del bosniaco Danis Tanocich (Oscar due anni fa, per il miglior film straniero), «Il voto è segreto» dell'iraniano Babek Pajami, «Diciassette anni» del cinese Zhang Yuan. Già nel 2002 Müller, fortemente sostenuto da Vittorio Sgarbi, era stato contattato per la direzione della Mostra di Venezia prima che l'incarico venisse offerto a Moritz De Hadeln. In quell'occasione dette la sua disponibilità, a condizione che il contesto fosse «favorevole al cinema indipendenteche ho sempre promosso e che produco».

giovedì 4 marzo 2004

il prof. Boncinelli:
«giù le mani da Darwin, signori creazionisti!»

Corriere della Sera 4.3.04
Il testamento dello «scienziato umanista» scomparso, autore di opere divulgative tradotte in tutto il mondo
Giù le mani da Darwin, signori creazionisti
di EDOARDO BONCINELLI


La teoria dell'evoluzione biologica, originariamente proposta da Darwin più o meno 150 anni fa, gode di ottima salute, nonostante i ripetuti drammatici annunci di una sua fine imminente e si presenta capace di fornire una valida cornice teorica a un'enorme varietà di fenomeni biologici. Negli anni precedenti alla seconda guerra mondiale la teoria ha raggiunto una formulazione pressoché definitiva, arricchita e affinata dall'apporto delle fondamentali scoperte della genetica dell'epoca. Da allora solo due sono stati i contributi veramente significativi all'edificio. Uno di essi si deve a Stephen Jay Gould, in collaborazione e consonanza con Niles Eldredge. L'anno scorso Gould se ne è andato, ancora relativamente giovane, lasciando un grande vuoto nella comunità scientifica e non solo in quella. La profondità e la ricchezza del suo ingegno lo avevano, infatti, imposto all'attenzione generale come grandissimo divulgatore e appassionato polemista, a volte anche violento ma sempre onesto; un tratto, quest'ultimo, che lo differenzia nettamente da altri polemisti della nostra epoca. Le sue opere divulgative principali sono state tradotte in tutte le lingue e hanno un grande seguito anche nel nostro Paese. Altre stanno uscendo adesso. La più recente è quella intitolata "I fossili di Leonardo e il pony di Sofia" (pp. 448, € 19), edita dal Saggiatore. Si tratta di una raccolta di articoli comparsi negli anni su una rivista internazionale di storia naturale. L'autore vi si definisce un naturalista umanista, lasciando chiaramente intendere che le cose non stiano sempre in questi termini. Del naturalista ha l'amore per i fenomeni della natura e per ogni dettaglio, anche il più minuto, del mondo vivente, nonché il rigore dello scienziato. Dell’umanista ha una premurosa attenzione per gli aspetti umani delle vicende naturali e per la storia delle idee, come pure il puntiglio del filologo per ricostruire documenti e carteggi e ricondurli al loro Zeitgeist, al loro spirito del tempo.
Gould è certamente nel suo centro quando descrive e commenta un fenomeno naturale, girandolo e rigirandolo, per coglierne tutti gli aspetti e comunicarli con rara efficacia al lettore, sia che parli di acquari o di rizocefali, del dodo estinto o del bradipo, del collo della giraffa o di quello dell'avvoltoio, delle pitture rupestri o dei canali di Marte. Ma rivela la stessa passione e lo stesso rigore quando analizza un'enciclica papale o uno scritto seicentesco del grande fisico Robert Boyle. Gould è un appassionato e appassionante difensore della teoria dell'evoluzione, della quale pure ha criticato alcune esagerazioni e un certo manierismo melenso.
E' interessante notare a questo proposito la differenza che corre tra l'opposizione alla teoria stessa nel mondo anglosassone e nel nostro. In questi anni si è assistito al sorgere soprattutto negli Stati Uniti del movimento creazionista, il quale è riuscito a imporre in alcuni Stati che nelle scuole si insegni, oltre alla teoria della evoluzione, l’opposta visione del mondo. I creazionisti rigettano completamente la ricostruzione degli eventi che hanno condotto alle specie attuali sulla base della teoria evoluzionistica e sostengono che tutto è avvenuto, alla lettera, come è scritto nel Vecchio Testamento. La loro argomentazione fondamentale è che, poiché la teoria dell'evoluzione non sa spiegare certe cose, non ha alcun titolo per essere imposta come reale versione dei fatti.
Si tratta, fa notare l’autore, di «un fenomeno locale della storia socioculturale americana», che affonda le sue radici in un certo fondamentalismo protestante. Da noi le cose sono diverse. Al di là della posizione ufficiale della chiesa di Roma, che è giunta a una faticosa accettazione delle affermazioni della teoria evoluzionista, a patto che non si parli di un'origine materiale dell'anima umana, prevale nella gente un atteggiamento di diffidenza e sostanziale ignoranza nei riguardi della teoria, come del resto di quasi tutte le idee della moderna biologia. Molti ne dubitano apertamente, altri se ne dicono convinti assertori e ridicolizzano magari i creazionisti americani, ma mostrano chiaramente di non conoscerla o di non conoscerne le implicazioni. Soprattutto se si tratta della specie umana e della sua storia. Personalmente preferisco chi la avversa a chi la ignora.
Di ben diverso taglio è invece il volume "La struttura della teoria dell’evoluzione" (pp. 1732, € 58, Codice edizioni). Si tratta dell'ultima opera, completata poco prima della morte, una sorta di testamento scientifico. Sentendosi prossimo alla fine, Gould ha voluto consegnare ai posteri una summa della sua visione dei vari aspetti della teoria. Vi si può trovare una brillante esposizione di quelli che sono i punti fondamentali di questa scienza e dei suoi capisaldi, esaminati nei diversi momenti della loro evoluzione concettuale.

"Buongiorno, notte" su La Libre Belgique

La Libre Belgique 3.3.04
Buongiorno, notte ***
Voyage au bout de la nuit
Marco Bellocchio signe un film admirable autour de l'enlèvement d'Aldo Moro
par Jean-François Pluijgers


Rome, 1978. Les Brigades Rouges enlèvent Aldo Moro, le chef de la Démocratie chrétienne, sur le point, selon toute vraisemblance, de conclure une alliance de gouvernement avec les communistes, alliance qui les aurait définitivement marginalisées. Dans l'appartement où l'otage est installé sous bonne garde, le temps s'étire. Soit un horizon atone où, entre les réflexions des ravisseurs et l'écho de l'extérieur que leur renvoient les médias, plane l'ombre d'Aldo Moro, confiné dans une cache, mais dont la présence devient bientôt obsédante...

LA FIN D'UNE UTOPIE

C'est ce quotidien, morne et affolant, que restitue «Buongiorno, notte», de Marco Bellocchio, un film inspiré des souvenirs de Laura Braghetti, une ancienne «brigadiste» qui avait pris part à l'enlèvement. Soit la chronique blafarde d'un drame humain qui conduira à l'exécution de Moro après 55 jours de captivité; aboutissement de la confrontation de deux logiques aussi absurdes qu'antagonistes.

Impossible de ne pas faire le lien entre ce film et «The Dreamers», de Bernardo Bertolucci, sorti il y a huit jours. Comme si, là où ce dernier célébrait l'utopie soixante-huitarde et l'éventail de possibilités qu'elle ouvrait, Bellocchio, lui, venait fermer le ban avec «Buongiorno, Notte». Dix ans plus tard, en effet, l'enlèvement de Moro et son assassinat consacrent la fin d'un rêve et la plongée dans les années de plomb - un traumatisme dont l'Italie continue de mesurer les effets. Pour preuve, l'accueil réservé à ce film à la récente Mostra de Venise - dont on l'aurait bien vu repartir avec le Lion d'or plutôt qu'avec un curieux Prix de la meilleure contribution artistique, d'ailleurs.

Rouvrant une tragique page d'histoire - mais en donnant une libre interprétation, le film n'est aucunement un docu-drame -, Bellocchio, s'il en souligne la complexité et en pose divers enjeux (non sans dénoncer tout autant l'extrémisme vain des terroristes que les expédients douteux du pouvoir), privilégie pourtant l'aspect humain des événements. Le pivot du film, c'est, au-delà de Moro bien sûr et de son éprouvante agonie, Chiara (Maya Sansa, que l'on retrouve, remarquable, après sa prestation de «La Meglio Gioventu»), jeune femme ayant épousé la cause des Brigades, mais dont les convictions sont bientôt mises à mal au contact de l'otage.

AU-DELA DE L'HISTOIRE

Etrange rapport, du reste, que celui s'instituant entre ce dernier et ses ravisseurs, Moro (Roberto Herlitzka) multipliant les réflexions et jouant à fond d'une autorité somme toutes paternelle pour insinuer le doute dans les esprits, celui de sa géôlière en particulier. Débute alors pour elle un délicat voyage intérieur, que met admirablement en scène Bellocchio en fondant réalisme plat et onirisme - ajoutant au huis clos étouffant des échappées fantasmées par Chiara, parmi lesquelles la libération d'Aldo Moro.

On sait, toutefois, ce qu'il en advint... Si bien qu'au terme de ce drame psychologique doublé d'un intime voyage au bout de la nuit, se greffe, au deuil des illusions personnelles, la perspective d'un irrémédiable basculement.

Si «Buongiorno, notte» alimente un indispensable et difficile travail de mémoire, l'habileté de Bellocchio réside dans sa capacité à s'être dégagé du carcan de l'Histoire. Que les motivations des uns et des autres apparaissent, à la lumière du film, nébuleuses et surtout dérisoires, voilà qui ne fait pas l'ombre d'un doute. Au-delà de ce constat, c'est sur une réflexion plus vaste que débouche ce film, alimentant un débat qui, en ces temps de polarisation extrême, trouve une résonance toute particulière. Admirable et bouleversante, d'une incontestable pertinence également, une oeuvre venue confirmer, après «Le sourire de ma mère», le retour au tout premier plan du réalisateur des «Poings dans les poches» et autres «Saut dans le vide»; ce qui a tout lieu de nous réjouir.

© La Libre Belgique 2004

attacchi di panico, l'approccio organicistico

Yahoo! Notizie Mercoledì 3 Marzo 2004, 0:36
Attacchi di panico: nei giovani possono essere sintomo di disagio sociale
Di Italiasalute.it


Recenti ricerche hanno confermato che l'attacco di panico è legato a fattori genetici. Il fatto che il sintomo si presenta in maniera sempre più frequente anche in giovane età fa pensare ad un'importante incidenza di fattori ambientali.
A fornire argomenti interessanti per l'origine genetica degli attacchi di panico avevano già contribuito i ricercatori dell'Istituto di biologia medica e molecolare di Barcellona uno studio pubblicato sulla rivista New Scientist. Nello studio si arrivava alla conclusione che lo scatenamento degli attacchi di panico ha alla base un'anomalia genetica. Come responsabile di questa vulnerabilità i ricercatori individuarono una piccola regione del cromosoma 15, che appare raddoppiata nei pazienti colpiti.
Una ricerca più recente (di poco più di un mese fa) conferma la possibilità che ci sia una spiegazione genetica agli attacchi di panico, infatti le persone che ne soffrono hanno ridotte quantita' di una molecola in alcuni circuiti cerebrali connessi con la genesi dell'ansia. Molecola che si trova in alcuni circuiti cerebrali connessi con la genesi dell'ansia. La molecola in deficit e' il recettore della serotonina 5-HT1A, noto per essere il bersaglio farmacologico di alcuni tra i piu' famosi ansiolitici. Autori della scoperta sono Alexander Neumeister e Wayne Drevets, del National Institute of Mental Health (NIMH) e a riferirlo è stata la rivista Journal of Neuroscience.
Si calcola che l'attacco di panico è un problema che affligge il 2% della popolazione mondiale.
Una ricerca su 'Disagio giovanile e attacchi di panico' realizzata a Torino dall'Associazione per la ricerca sulla depressione parla di dati molto più allarmanti: il 33% dei giovani tra i 18 e i 25 anni soffrirebbe di attacchi di panico.
Un dato così elevato fa pensare che se una predisposizione genetica è alla base dell'insorgenza dell'attacco di panico, il fattore ambientale, ed in particolare sociale, ha un ruolo determinante nel manifestarsi di quella predisposizione o nell'insorgenza tout-court del disturbo.
Nei giovani la solitudine, l'incomunicabilita', le situazioni familiari critiche e le difficolta' nell'approccio con il mondo del lavoro possono esprimersi con il ricorso ad alcol o stupefacenti, con atteggiamenti a volte violenti e aggressivi. In questo quadro, gli attacchi di panico diventano un'ulteriore mezzo di espressione psichica del malessere e del disagio, dicono gli esperti. Lo studio clinico piemontese, che sara' presentato ufficialmente mercoledi' prossimo alle 11 nella sede dell'associazione in via Belfiore 72 a Torino, ha coinvolto un campione di persone che si sono rivolte al Servizio di ascolto dell'Associazione, con la richiesta di un colloquio informativo di orientamento. Si tratta di un incontro di 45 minuti che si tiene in presenza di uno psicologo, durante il quale si parla dei propri problemi e si ricevono indicazioni personalizzate sui percorsi di cura. Nel periodo di osservazione, tutto il 2003, l'attenzione si e' concentrata prevalentemente sul vissuto soggettivo del disturbo, sulle risposte dell'ambiente familiare e amicale nei confronti della malattia e sul rapporto esistente tra disagio giovanile e disturbo da attacchi di panico.
L'attacco di panico è il modo in cui, senza altri segni premonitori, può manifestarsi l'ansia.
E' caratterizzato da un improvviso senso di terrore acuto e violento, angoscia e timore di perdere il controllo, talvolta accompagnate da paura di morire, palpitazioni, affanno, tremori, sudorazione, senso di soffocamento, dolori al torace o all'addome, bisogno disperato di aiuto.
Pur durando pochi minuti lascia un profondo senso di malessere e disagio, ma soprattutto la paura che esso possa ripetersi. Dopo un periodo di relativo benessere l'attacco di panico si ripete con frequenza creando di solito la paura di allontanarsi dal luogo o dalla situazione in cui ci si sente sicuri, si cerca la compagnia di una persona di fiducia e si tende a stare a casa e se si decide di uscire lo si fa con paura e si seguono percorsi prefissati limitandosi ai luoghi conosciuti. Questa condizione è nota come agorafobia e spesso segue l'attacco di panico. La persona colpita spesso tende a non parlare del proprio disturbo e a non si rivolgersi al medico.
L'attacco di panico è di solito associato all'ansia, ma le persone che soffrono di depressione possono facilmente trovarsi di fronte ad un attacco di panico. Probabilmente in questi casi, è la stessa disposizione rispetto alla propria vita che genera l'una e l'altra condizione. Questo nesso è particolarmente importante, poiché nella vita della persona depressa, quando cioè la depressione è uno stato costante, l'attacco di panico può presentarsi, paradossalmente, come l'unica vera forma di emotività intensa, entro un quadro di vita caratterizzato dall'ipercontrollo sulle proprie emozioni.
Finora, se si escludono le ipotesi qui formulate, non sono noti i fattori scatenanti. C'è chi ha ipotizzato come causa l'attivazione di alcuni nuclei ipotalamici connessi allo stress, e la liberazione di alcuni neurotrasmettitori, detti catecolamine, dando per scontata la presenza di problemi di personalità alla base. Tra i fattori considerati anche l'”iperfunzionamento” della tiroide.

creatività delle donne

Repubblica, edizione di Bologna 4.3.04
LA RASSEGNA
A Modena, da oggi al 27 mostre e spettacoli al femminile
Dal dolore al disumano indagando la donna creativa


MODENA - Convegni, seminari, spettacoli, mostre per indagare la creatività al rosa, creatività che invade tanto la sfera del quotidiano quanto il mondo più fantastico delle arti in senso stretto. Torna da oggi al 27 marzo «Le donne intrecciano le culture», la rassegna progettata e diretta da Paola Nava, della società di ricerca Le Nove, e sostenuta da diversi entri tra i quali Provincia e Comune di Modena, Regione Emilia-Romagna, Università di Modena, Fondazione Carisbo della città, in collaborazione con il Centro di Documentazione Donna ed Emilia Romagna Teatro.
L´edizione di quest´anno, la seconda, metterà al centro le donne come persone che investono la loro creatività nella vita di tutti i giorni, tra la gestione familiare, il classico ruolo di cura dei bambini e la realizzazione professionale. Ma d´altra parte si analizzeranno le opportunità delle donne artiste, trasmesse dalle testimonianze di poetesse, attrici, musiciste e pittrici.
«Al centro di questa edizione - spiegano le organizzatrici - c´è l´idea di un percorso, o meglio di un labirinto che esemplifica la complessità della vita. Da questo labirinto si può uscire usando la creatività, intesa come sintesi tra sfera razionale ed emotiva, tra fantasia e concretezza. Il pensiero femminile contribuisce ai processi creativi, elaborando strategie per fronteggiare le difficoltà e il dolore della vita».
Il programma nel concreto parte questa sera alle 17 al Centro Documentazione Donna (via Canaletto 88) con l´inaugurazione della mostra «Il corpo disUmano in un poker d´arte» a cura di Vittoria Surian. Domani e sabato 6 al Teatro Storchi ci sarà il convegno «Diamo la parola al dolore» con Vittorino Andreoli, Gianna Schelotto, Ernesto Caffo e Salvatore Veca. E sempre venerdì alla Facoltà di lettere si potranno ascoltare le voci della poesia contemporanea Elisa Biagini, Mariangela Gualtieri e Vivian Lamarque.
Tra gli eventi spettacolari in cartellone ci sono Giovanna Marini «La torre di Babele» sabato al Teatro delle Passioni, «Atipica» di Tita Ruggeri, per lunedì 8 marzo al Teatro Storchi, «Non - Splendore rock» con Mariangela Gualtieri in scena il 9 e il 10 al Teatro delle Passioni e «La dodicesima notte o quel che volete» al Teatro Storchi dall´11 al 14 marzo.
(p. n.)

mercoledì 3 marzo 2004

Marco Bellocchio prepara "Rigoletto"
la prima: venerdì 19 marzo

Libertà 3.3.04
Riunione del cast con il regista piacentino, il 19 la “prima” verdiana
Bellocchio è all'opera
«Rigoletto anni '50, ma senza trasgressioni»


Sono iniziate ieri al Municipale [di Piacenza], con la riunione del cast, le grandi manovre di avvicinamento all'attesissimo debutto del Rigoletto di Verdi messo in scena da Marco Bellocchio. Si tratta della nuova produzione del teatro piacentino. L'opera sarà in scena venerdì 19 marzo alle 20.30 (turno A) con repliche domenica 21 in matinée alle 15.30 (fuori abbonamento) e martedì 23 alle 20.30 (turno B). Il baritono Roberto Gazale sarà Rigoletto. Il cantante capitanerà un gruppo di giovani artisti con già diverse esperienze in quest'opera. Gazale è ben noto al pubblico del Municipale per essere stato tra i protagonisti della Battaglia di Legnano e Stiffelio. «Rigoletto - dice - mi porta fortuna, l'ho cantato alla Scala, all'Arena, a Firenze, due volte secondo la tradizione e poi con regie anche stravaganti. Con il regista Bellocchio sarà sicuramente un'esperienza importante per mettere a fuoco il personaggio secondo un approccio più interiorizzato. E poi è sempre un piacere tornare a cantare in questo bel teatro». Il soprano Gladys Rossi, romagnola, è una giovanissima Gilda. Ha già affrontato il ruolo nell'edizione della Fondazione Toscanini a Busseto. «E' emozionante lavorare con un regista così importante come Bellocchio - dice - in un ruolo che mi piace tantissimo. E' stato il mio debutto assoluto e, senza essere superstiziosa, sono legata in modo particolare al personaggio». Il basso Riccardo Zanellato è chiamato a fare Sparafucile. Zanellato è una vecchia conoscenza dei piacentini. «L'ultima volta è stato in Aida - dice -facevo Ramfis. E' un piacere ritornare, ritrovare amici come Gazale, la piacentina Beretta e giovani colleghi con cui è stimolante lavorare, perché i giovani hanno più voglia di fare, di imparare. Mi interessa come lavora Bellocchio, un regista che viene dal cinema. Mi aspetto molto da questa nuova esperienza». Il soprano Giovanna Beretta vestirà i panni della Contessa di Ceprano. «E' una parte che conosco, l'ho già fatta a Busseto in una edizione originale, eravamo tutti quanti trasformati in uccelli. Con Bellocchio ho avuto il piacere di lavorare in occasione della realizzazione del film omaggio a Verdi Addio del passato. E' stata un'esperinza indimenticabile e sono felice di ritrovarmi a seguire i suoi insegnamenti». Nel ruolo di Marullo è chiamato il baritono Stefanos Koroneos, appena smessa la divisa di marinaio del Ballo in maschera. «Ho già affrontato il ruolo - dice - nella produzione di Busseto con la regia di Vittorio Sgarbi. Qui sarà tutto diverso, mi piace fare questa nuova esperienza da cui mi attendo molto». Il tenore David Miller vestirà invece i panni del Duca di Mantova, Rossana Rinaldi sarà Maddalena, Lorena Scarlata vestirà i panni di Giovanna, Andrea Patucelli sarà Montenerone, Antonio Petracco Borsa, Alessandro Battiato Ceprano. Dirigerà l'Orchestra della Fondazione Toscanini il maestro Gunter Neuhold, più volte sul podio al Municipale. Il Coro del Municipale sarà diretto, come sempre, dal maestro Corrado Casati. Marco Bellocchio racconta la sua visione d'insieme della storia sintetizzata da Francesco Maria Piave nel libretto dal romanzo di Victor Hugo Il re si diverte. «Ho scelto un'ambientazione più vicina a noi - anticipa il regista - per non ripetere gli stereotipi dell'opera lirica, per restituire piuttosto una dimensione domestica, nella quale lo spettatore si possa riconoscere. Anni Cinquanta, clima padano, un segno che non vuole avere il carattere della provocazione - raccomanda Bellocchio - un canto meno a “petto in fuori”». Il regista cita I Vitelloni di Fellini per dare immagini al suo dire, ai giovani interpreti. Cita certe atmosfere cittadine, il Carnevale quand'erano gli adulti ad andare in maschera. Marco Dentici, scenografo, ha una lunga collaborazione con il regista, in particolare negli ultimi film girati, La Balia, L'ora di religione E Buongiorno notte. «Si vuole evitare la frammentazione delle scene - dice - dare allo spettatore il senso della continuità temporale. Per questo abbiamo previsto cambi di scena a vista, passaggi veloci da esterno a interno, il gioco delle luci e dell'ombra a creare i piani. Insomma si vuole evitare la convenzione, però con soluzioni lineari, discrete, d'una modernità riconoscibile». In palcoscenico fervono i lavori, è montato un grande spazio a due livelli su cui si innestano gli elementi verticali. Ancora una volta una sfida contro il tempo, per questa festa a cui lo stesso Duca di Mantova è invitato. Gian Carlo Andreoli

(c) 1998-2002 - LIBERTA'

Wagner, tra sogno e veglia

La Stampa 3.3.04
Wagner, la creatività
si sveglia dormendo
L’ARPEGGIO CHE DA’ L’AVVIO AL CICLO DELL’«ANELLO DEL NIBELUNGO» FU CONCEPITO DAL COMPOSITORE DURANTE IL SONNO. STRETTO LEGAME TRA SOGNO E PENSIERO
di Sandro Cappelletto


UNA traversata da Genova a La Spezia, un mar Ligure inclemente; Richard Wagner - il 5 settembre 1853 - sbarca sfinito, cerca un alloggio comodo, trova soltanto una locanda, non riesce a dormire, inizia una lunga camminata nei boschi, che lo strema. Torna alla locanda, si allunga su un divano "duro e scomodo", entra in uno stato di dormiveglia e sente, dentro di sé, "l'accordo di mi bemolle maggiore risonante e ondeggiante in arpeggi ininterrotti" che darà l’avvio al ciclo dell'"Anello del Nibelungo". Torna a Genova, si rimette in viaggio verso Zurigo, inizia a comporre. Racconta subito l'episodio in una lettera alla prima moglie Minna; anni dopo, dettando alla seconda moglie Cosima la "Mia vita", così ricorda quel pomeriggio: «Riconobbi che il motivo del preludio dell'Oro del Reno mi si era a un tratto rivelato, quale da tempo avevo in mente, senza che però fino allora fossi riuscito a dargli forma». «Il momento dell'intuizione creativa è uno degli eventi più misteriosi della natura umana, soprattutto quando avviene nel sonno», scriveva Andrea Albini all'inizio dell'articolo dedicato al rapporto tra stato onirico e creatività, apparso l'11 febbraio su «Tuttoscienze». L'episodio narrato da Wagner ribadisce la necessità del rapporto tra sonno, sogno e formalizzazione del gesto creativo che Marcel Proust porrà a fondamento della sua "Recherche". Anche in questo caso la dichiarazione dell'autore è posta nelle prime righe dell'opera, come un indispensabile passo d'avvio: «Un uomo che dorme tiene in cerchio attorno a lui il filo delle ore, l'ordine degli anni e dei mondi. Lo consulta con chiarezza svegliandosi e in un attimo vi legge il punto della terra che occupa, il tempo che è fluito (écoulé) fino al suo sogno». Fluire: Proust sceglie un verbo «acquatico» per indicare il transitare del tempo. La scena iniziale della Tetralogia wagneriana è ambientata sulle rive del Reno ed è concepita come un'immagine della sacralità intatta di quelle profondità arcaiche. Il motivo del Reno ritornerà più volte durante la lunga narrazione e alla fine del percorso, come un compiersi ciclico. E' l'acqua, e le immagini simboliche e reali che ci consente, l'elemento indispensabile all'attività onirica e alle sue capacità di associazione? La riflessione di Wagner stabilisce un nesso diretto tra rivelazione durante il sogno e successiva organizzazione di quella intuizione. L'intero sistema creativo, musicale e linguistico, del compositore si presenta in un'unità inseparabile tra la fase onirica e quella razionale del pensiero. Non c'è una sola scena dell'"Anello del Nibelungo" in cui qualche personaggio non sogni, non dorma, non si risvegli, non ricordi, non associ il presente al passato, non immagini, non evochi. La sequenza più evidente - straordinaria nella sua chiarezza, mezzo secolo prima de "L'interpretazione dei sogni" di Sigmund Freud - accade nella prima scena del terzo atto di "Sigfrido"; Wotan, il signore degli dei, ma ora un uomo del tutto smarrito, privato dell'oro e dell'anello, ansioso di recuperarli perché crede garantiscano il potere e la ricchezza, privato anche dell'amore della prediletta figlia Brunilde, va a trovare Erda, la grande madre degli dei. La chiama a lungo, la invoca come "donna eterna" che tutto sa, fino a quando il suo canto sveglia la dea. "Io ti faccio uscire dal sonno - la apostrofa Wotan - perché tu possa accrescere la mia conoscenza". Erda subito replica all'accusa di dormire sempre quando c'è bisogno di lei: "Mein Schlaf ist Träumen - mein Traümen ist Sinnen - mein Sinnen Walten des Wissens" (Il mio dormire è sognare, il mio sognare pensare, il mio pensare è governare il sapere). Il rapporto tra sonno, sogno e conoscenza diventa esplicito anche nella musica: esattamente su queste parole l'orchestra ripropone, non in primo piano, ma come sottotraccia, stratificato, il tema iniziale del Reno, del fluire dell'acqua. Chi può capire lo ascolti, sembra dirci Wagner. Erda e Wotan non si intendono: lui vuole certezze per agire, lei parla abitando ormai le distanze del "sonno eterno". Wotan la rinnega, si allontana da lei per sempre e da quel momento si perde, si condanna definitivamente alla passività del proprio agire. Il segnale è chiaro: a chi non è in grado di intendere l'inconscio, sfugge il senso del proprio operare. Come la musica, anche la lingua di Wagner risponde all'esigenza di non separare il momento del sapere consapevole dalle associazioni meno rigide, ma non meno illuminanti, del pensiero che immagina: i suoi libretti - nessuna informazione, nessun documento ci autorizza a pensare che siano nati in fase onirica - sono un "panta rei" della parola che suona. I primi versi dell’"Anello" propongono una serie di vocali, nel predominio della "a", e di consonanti liquide e sfuggenti: "Weia, waga, Walhalla". Il significato di questi “canti” è nel loro essere un'invocazione rituale, insistendo su quella doppia W che nella sua stessa immagine grafica vuole ricordare l'andamento di una Welle, di un'onda. Gaston Bachelard, in «L'acqua e i sogni. Saggio sull'immaginazione della materia» scrive che la vocale "a" è il fonema della creazione attraverso l'acqua (ancora l'acqua!): la a designa una materia primigenia, è la lettera iniziale del poema universale. E' la lettera del riposo dell'anima nella mistica tibetana". E' la vocale prediletta dall'inconscio che crea? Wagner sognava spesso, e ricorrente era un incubo: non riuscire a dirigere la Nona di Beethoven, doversi fermare un attimo prima di salire sul podio, mentre l'orchestra era già seduta, pronta a iniziare, e il pubblico non aspettava che lui. Il sogno gli consentiva di creare, e solo il sogno era in grado di porre un limite al suo smisurato senso di onnipotenza. Il suo sognare significava davvero governare il sapere.

la religione degli americani/6
parla Elie Wiesel

Repubblica 3.3.04
LA MIA FEDE FERITA
"Per la mia generazione il rapporto con Dio non può non essere sofferto, ma, dice il chassidismo, nessun cuore è intero come un cuore spezzato"
"Non ho un´immagine di Dio, costituirebbe un limite. Il mistero è parte dell´infinita grandezza"
"Credo fin da bambino anche se ho avuto dei momenti di crisi. E prego costantemente"
di ANTONIO MONDA


NEW YORK. Elie Wiesel mi riceve nel suo studio dell´Upper East Side in un giorno dall´improvvisa temperatura primaverile. Prima di iniziare a discutere del suo rapporto personale con Dio guarda a lungo i colori che si riflettono sui grattacieli dorati del tramonto. Sorride in silenzio, come se quella fosse già una prima risposta, poi mi chiede notizie sulla situazione politica del nostro paese «misteriosa per chi non vive in Italia». E´ appena tornato da un lungo viaggio all´interno degli Stati Uniti, e sta per ripartire per una serie di conferenze nelle quali tratterà anche alcuni dei temi di cui dobbiamo discutere. «Alla fine dei conti l´esistenza di Dio è l´unico problema autentico» mi dice con uno sguardo severo «...nel quale tutti gli altri problemi sono riassunti e minimizzati. A volte penso che parliamo sempre di Dio senza rendercene conto».
Tra i tanti filosofi che hanno affrontato questo argomento, Blaise Pascal ha parlato esplicitamente dell´esistenza di un Dio nascosto.
«Pascal è uno dei pensatori che ammiro maggiormente, e che mi stimola costantemente a confrontarmi con i massimi problemi. Non è stato tuttavia il primo a parlare di un Dio nascosto. La stessa Bibbia parla di Dio che si copre il volto. E io interpreto - consapevole di non essere in solitudine - che Dio si copre il volto perché non riesce a sopportare quello che vede, quello che facciamo noi uomini».
Nei Pensieri Pascal scrive, interpretando il pensiero di Dio, «non mi cercheresti se non mi avessi già trovato».
«Mi sembra che sia una frase che spiega bene l´importanza della scelta all´interno della fede».
Lei crede in Dio, professor Wiesel?
«Sì, certo».
Posso chiederle come se lo immagina?
«Può certamente chiedermelo, ma io devo risponderle che non me lo immagino».
Derek Walcott mi ha detto che non riesce a prescindere dall´immagine con cui è stato educato in infanzia: un uomo anziano di razza bianca dall´espressione saggia.
«Capisco la battuta di Walcott, ed è ovviamente un´esemplificazione molto umana a cui è difficile sottrarsi. Tuttavia penso che ogni immagine rappresenti un limite, e che il mistero sia parte della infinita grandezza».
Ha sempre creduto in Dio?
«Sin da bambino, ma ho avuto i miei momenti di crisi».
E com´era il Dio dell´infanzia?
«Non molto diverso da quello della maturità. Posso dirle che era nei miei sogni, nelle mie preghiere, in ogni aspetto di un´esistenza altrimenti inconcepibile».
I suoi genitori erano credenti?
«Sì, erano persone estremamente religiose».
Quanto è dovuto a loro la sua fede?
«Certamente devo ai mio padre Shlomo e mia madre Sarah l´educazione e l´esempio. Ma come succede a tutti anche la mia fede ha vissuto un fondamentale momento di scelta. Altrimenti non la si potrebbe definirla fede».
Lei parla di scelta. Qualcuno parlerebbe di grazia...
«Non ho problemi se vuole definirla così. Purché non si minimizza la libertà della scelta, e le conseguenze che si assumono nel momento in cui si crede».
Lei ha studiato filosofia alla Sorbona. Ritiene che quegli studi abbiano influenzato la sua fede?
«Direi di no. La filosofia mi ha dato la terminologia, il metodo e la possibilità di articolare in maniera più rigorosa il rapporto con i problemi dell´esistenza».
Un frase ricorrente in queste conversazioni sulla fede è la battuta di Dostoevskj: «se Dio non esiste, è possibile tutto».
«E´ una constatazione tragica, che mi sento di condividere».
Come concepisce l´esistenza senza la fede?
«Il mondo ne ha avuto esperienza evidente e recente: gli orrori del secolo appena terminato sono stati perpetrati da una dittatura pagana come il nazismo e atea come il comunismo. Questo non vuol dire ovviamente che in nome di Dio non siano state commesse delle mostruosità: è lunga la lista dei credenti che si sono macchiati di infamie. Tuttavia l´assenza programmatica di un Dio, o quanto meno l´illusione di combatterne la presenza, porta sistematicamente all´orrore».
Lei crede fermamente in Dio, ma vive in un mondo dove esistono il dolore, l´ingiustizia ed il sopruso.
«E´ il grande tormento della mia intera esistenza. La domanda a cui non so rispondere e credo alla quale nessuno possa rispondere. Ma anche in quei momenti terribili non vedo una assenza, ma piuttosto un´eclisse».
Crede che Dio possa permettere una guerra?
«Io credo che sia più probabile che i governanti utilizzino Dio e la religione per scatenare delle guerre. E vedo che questo succede costantemente, ma nessuno può, ne mai potrà dimostrare che una guerra è combattuta per volere di Dio. Se non fosse un argomento così tragico sarebbe da chiedere scherzosamente ogni volta un attestato notarile che certifica che la guerra che sta per essere scatenata è voluta espressamente dall´Onnipotente».
La politica di questi tempi fa ricorso sempre più spesso alla preghiera.
«Anche questo non rappresenta nulla di nuovo. Come non è nuova la presenza di atteggiamenti ipocriti, strumentali e molto spesso anche sinceri. E´ importante sottolineare come i rischi possono essere enormi in ognuno dei casi citati».
Lei prega?
«Sì, costantemente e semplicemente».
Quando ha iniziato?
«Da bambino. Ma come accade spesso, il mio primo istinto è stato quello di emulazione: non volevo essere l´ultimo della mia famiglia a mettermi in fila nelle orazioni».
Ed ha pregato sempre?
«No, ho avuto i miei momenti di crisi, che mi hanno indotto a studiare e a confrontarmi, a volte drammaticamente, con Dio».
Come definirebbe oggi la sua fede?
«Userei l´aggettivo ferito, che credo sia valido per tutte le persone della mia generazione. Il chassidismo insegna che "nessun cuore è intero come un cuore spezzato", e io dico che nessuna fede è solida come una fede ferita».
Gli uomini di fede individuano proprio nella preghiera il momento più alto della spiritualità.
«La preghiera è un aspetto fondamentale, tuttavia io dedico gran parte della mia esistenza all´azione: credo che sia un modo di interpretare la propria spiritualità».
Cosa intende?
«Che ci sono dei momenti in cui bisogna interferire con quello che succede nella storia. Ad esempio, quando la vita e la dignità umana sono messe a rischio, le differenti culture divengono irrilevanti. Nel momento in cui una persona è perseguitata per la propria razza, la religione o per le sue idee politiche, diventa - per chi ritiene di avere uno spirito religioso - il centro dell´universo».
Un altro scrittore che è stato citato in maniera ricorrente in questa riflessione sulla religione è Isaac Bashevis Singer, il cui romanzo La famiglia Moskat termina con le parole «Il Messia è la morte».
«Conoscevo bene Singer e credo che sia giusto collocarlo tra gli scrittori che si sono interrogati in maniera più efficace su questo tipo di problemi. Ma non è possibile decontestualizzare il finale della Famiglia Moskat: si tratta di una conclusione a effetto, che coincide con l´ascesa del nazismo e la fine non solo di una famiglia ma di una intera esperienza culturale e religiosa».
Non crede che questa sia la più grande delle ferite?
«Certo, ma parlare di morte sembra negare la fede. E io fin lì non arrivo: anzi credo nel contrario».
Può citarmi un artista che ammira, e che vive apertamente una fede diversa della sua?
«Ho il massimo rispetto per chiunque abbia una fede, qualunque essa sia. Anche per chi è ateo, e crede fermamente nell´inesistenza di Dio».
Possiamo dedurne che è contrario ad ogni tipo di fondamentalismo?
«Nella maniera più assoluta. Il fanatismo è un pericolo, sia nel caso dei musulmani, che dei cristiani o degli ebrei. E il rispetto per la fede altrui, nella quale credo sinceramente, esige uguale rispetto dall´interlocutore. Pensando alla mia esperienza personale mi viene in mente come esempio luminoso François Mauriac. Io, ebreo, devo ad un cattolico fervente come lui, che si dichiarava innamorato di Cristo, il fatto di essere diventato uno scrittore».
Ritiene che il Dio in cui credeva Mauriac sia diverso da quello in cui lei crede?
«No. Ma so come possono essere diversi i nostri sguardi, ed il nostro approccio. Una volta Mauriac mi dedicò un libro scrivendo "ad Eli Wiesel, bambino ebreo che fu crocefisso". In un primo momento la presi male, ma poi compresi che era il suo modo di farmi sentire il suo amore».

(6.Fine - Le precedenti puntate sono del: 18/1/2004, Saul Bellow; 26/1, Arthur Schlesinger; 2/2, Nathan Englander; 14/2, Derek Walcott; 25/2, Tony Morrison)

interpunzione

una segnalazione di Sergio Grom

Repubblica 3.3.04
Quel piccolo segno ha 500 anni
perché la punteggiatura torna di moda
Da Manuzio a Internet come cambia la scrittura
Un libro inglese sulla interpunzione vende 700 mila copie e diventa un caso. Parla l'autrice
In che modo quei simboli inventati in Italia ci possono aiutare a pensare e a scrivere meglio
di ENRICO FRANCESCHINI


LONDRA. Lynne Truss aveva fatto un po´ di tutto nel mondo della carta stampata: correttore di bozze, redattore letterario, giornalista sportivo, critico televisivo, columnist, scrittrice. I suoi tre romanzi avevano venduto, mediamente, 3 mila copie ciascuno. Non si aspettava più di diventare un´autrice di best-seller. Ancora meno avrebbe immaginato di dovere il successo alle virgole. Quelle che, piazzate nei punti sbagliati, danno un senso assurdo al titolo del volume che le ha dato la fama: "Eats, shoots & leaves" (alla lettera, Mangia, spara e se ne va - per il significato esatto, con le virgole al posto giusto, continuare a leggere). E più in generale, le virgole che, insieme ai punti e virgola, ai due punti, agli apostrofi, ai punti esclamativi e interrogativi, costituiscono l´argomento della sua opera: un manuale, per l´appunto, di punteggiatura.
Pubblicato da una piccola casa editrice londinese, la Profile Books, il libro della Truss è il caso dell´anno in Inghilterra. Ha venduto 700 mila copie e continuano le ristampe. Sta per uscire in Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti. Ha provocato recensioni entusiastiche, decine di interviste, una scia di dibattiti. Un fenomeno editoriale, forse non solo editoriale: la scoperta che la gente, nell´era di Internet, ha una smodata passione per la punteggiatura, potrebbe significare qualcosa.
Cosa, signora Truss?
«Confesso che all´inizio non trovavo una risposta. Il successo è stato del tutto inaspettato. Avevo tenuto un programma sulla punteggiatura alla radio. Il mio editore mi ha suggerito di trarne una specie di guida. Sulle prime ho risposto di no. Poi l´idea mi ha suggestionato e siamo partiti. Ma certo senza pensare di fare un best-seller».
Aveva qualche esperienza in materia?
«Non ho mai insegnato, ma è una vita che mi occupo di come si scrive. Ho avuto qualche buon maestro e un´ottima scuola nei manuali di stile che il Times distribuiva un tempo ai suoi redattori. Ammetto però che la punteggiatura non è era la mia ossessione».
E allora?
«Pensando al libro, mi è parso che la gente stesse disimparando a scrivere. Scrivere senza le virgole al posto giusto, o trascurando accenti e apostrofi, significa scrivere senza ritmo, senza tono, senza voce. Significa non sapersi esprimere correttamente. Non saper comunicare».
Qualcuno dirà che lei esagera.
«Prendiamo il titolo del libro. E´ ricavato da una storiella. Un panda entra in un bar, ordina da mangiare, spara una pistolettata in aria e torna da dove è venuto. Il barista gli corre dietro per avere spiegazioni e l´animale gli mostra un dizionario dalla punteggiatura sbagliata, dove alla voce ?panda´ si legge: ?Simile all´orso, nativo della Cina. Mangia, spara e se ne va´. Ma basta togliere quella virgola, e la frase assume il significato autentico: ?Mangia germogli e foglie´. E´ solo un esempio. Basta guardarsi intorno per cogliere le innumerevoli distorsioni, gli errori, le storpiature della punteggiatura e della grammatica, causate dalla pubblicità, dalla televisione, dai giornali».
Non è antiquato scrivere con un eccesso di virgole?
«Troppe, non piacciono neanche a me. Ma non va bene nemmeno troppo poche. C´è un anneddoto meraviglioso sulle discussioni tra il direttore del settimanale New Yorker e un suo redattore. Ad esempio, il redattore insiste per scrivere "i colori della bandiera americana sono rosso bianco e blu": altrimenti, sostiene, quella bandiera, appesantita dalle virgola dopo 'rosso´, non riuscirebbe a sventolare come si deve. Il direttore, a sua volta, si impunta per scrivere 'dopo cena, gli uomini si trasferirono in salotto´, sostenendo che quella virgola dopo la parola 'cena´ serve a dare loro il tempo di alzarsi in piedi e scostare la sedia, prima di andare nell´altra stanza. In sostanza: una virgola in più o in meno ha un peso considerevole».
Come definirebbe la virgola?
«Il cane da guardia delle parole. Il pastore che ne prende un gruppo, le fa stare insieme, separandole da un altro gruppo».
Il punto e virgola?
«Un´interruzione molto elegante, che sta purtroppo andando in disuso. L´avvertimento che un discorso sta prendendo una nuova direzione».
E i due punti?
«Ormai, almeno qui in Inghilterra, vengono usati quasi esclusivamente nella titolazione. Invece sono un mezzo insostituible per fare una pausa teatrale, drammatica, ed aggiungere qualcosa al discorso».
Cosa pensa delle e-mail e dei messaggi sms trasmessi con i telefonini cellulari, due modi di scrivere praticamente senza punteggiatura?
«Non mi reputo la sacerdotessa delle virgole, anche se qualcuno ora mi fa passare per tale. Capisco benissimo che il linguaggio si evolve, ed è giusto che sia così. E´ paradossale, tuttavia, che la gente smetta di scrivere correttamente proprio nel momento in cui sorgono due mezzi, e-mail ed sms, che incoraggiano di nuovo a usare la parola scritta. Il telefono sembrava avere ucciso la corrispondenza scritta. Ora e-mail e sms l´hanno rilanciata, al punto che molti, per comunicare a un amico, a un collega, al proprio amore, preferiscono scrivere un sms che parlare al telefono. Eppure mi domando se questo modo sgrammaticato di scrivere non avrà un´influenza negativa, a lungo andare, sulla comunicazione umana in senso assai più ampio».
Cosa vuol dire?
«Vede, la punteggiatura nacque praticamente in Italia, all´epoca dell´invenzione dei caratteri a stampa. Era necessario separare tutti quei caratteri, dare un ritmo alle parole. Così si svilupparono la virgola e poi via via tutti gli altri segni di interpunzione. Nel corso dei secoli, quei segni sono diventati la nostra grammatica interiore: indirizzano e stabiliscono il modo in cui parliamo, in cui ragioniamo, in cui pensiamo. Ecco, mi chiedo se riusciremmo lo stesso a pensare, nella stessa maniera di prima, se un po´ alla volta scomparissero le virgole dal nostro discorso scritto».
Da qualche parte sono già scomparse, senza danneggiare il pensiero umano. Non le piace il capitolo finale dell´Ulisse di Joyce, quel "flusso di coscienza" di settanta pagine di seguito senza un punto o una virgola?
«Il monologo di Molly Bloom è un capolavoro. Ma datemi retta: non scrivete così, se non siete James Joyce».

FRANCESCO MERLO:

Uno virgola tre periodico è un numero che ti fa impazzire perché è infinito, ma è più piccolo di due. Colui che «prende, parte e non si sente mai solo» diventa, perdendo la virgola, il suo contrario: «prende parte e non si sente mai solo». Sono virgole il vibrione del colera che uccide e lo spermatozoo che feconda. La virgola, che etimologicamente è una verga, ma piccola e graziosa, determina il senso delle parole, trasforma la realtà in significati, è il codice della strada lessicale. Capita spesso che il codice venga maltrattato, sino all´eversione carnascialesca di Totò che sparge virgole come coriandoli, o sino al complotto chirurgico di Joyce che le estirpa ad una ad una, svirgola le virgole cercando di sostituire l´universo delle distinzioni e delle identità con il flusso della coscienza, con l´utopia dell´uguaglianza. Il risultato è piattezza e inarticolazione o comico disordine. Tramare contro la virgola non paga mai. Bisogna invece amare la virgola sino alla virgolalatria, la virgola è pausa di ironia, scalo del marinaio, è il cielo in terra, la virgola ha umanizzato il mondo.
P.s: La virgolalatria non vi convince? E va bene: disinfettatela pure con le virgolette.

NEL CORSO DEI SECOLI È CAMBIATO IL MODO DI USARE LA PUNTEGGIATURA
LA STORIA MODERNA FRA VIRGOLE E PUNTI
di BICE MORTARA GARAVELLI


Prendiamo un testo antico, manoscritto o a stampa. La punteggiatura, se c´è, risponde a criteri in tutto o in parte differenti da quelli che adotteremmo oggi per lo stesso testo: diversa dunque la funzione, e anche la forma tipica dei segni, se si tratta di un manoscritto. Perfino la separazione delle parole può non corrispondere a quella che è in uso oggi. Ne abbiamo esempi dall´antichità classica alla fine del Cinquecento, in Italia. Per darne un solo campione: Michelangelo usava solo due segni, una sbarra obliqua semplice e una doppia, ignorava accenti e apostrofi e separava le parole mescolando criteri morfologici e fonetici. Come si vede in questo verso di uno dei suoi sonetti: «Di nanzi misallunga lachorteccia» (Dinanzi mi s´allunga la corteccia). Ci sono scritture dove le parole non sono mai distaccate l´una dall´altra da spazi bianchi o da altri elementi divisori: in questo caso siamo di fronte alla scriptio continua, largamente praticata nell´antichità, greca e latina, e ancora prevalente, secondo gli antropologi della comunicazione, in molte tradizioni grafiche attuali. Ma rimaniamo nell´ambito delle lingue europee. In principio ci furono «segni critici», alcuni dei quali funzionarono poi come interpunzioni. Segni critici sono, ad esempio, i tratti verticali uniti a puntini che distinguevano unità brevi del discorso in iscrizioni greche anteriori al V secolo a. C., o la lineetta orizzontale detta paragraphé "scritta a lato", che in papiri del sec. IV a. C. indicava l´inizio o la fine di un argomento. I primi segni di punteggiatura furono accorgimenti per la lettura ad alta voce; pochi di numero: i maggiori filologi ellenistici (III-II sec. a. C.) ne usarono solo due, mentre molti erano i segni critici da loro introdotti nelle edizioni di testi classici. A Roma, Cicerone diffidava delle interpunzioni segnate dai copisti: sosteneva, e quest´idea fece scuola, che per modulare nel modo giusto le cadenze del discorso si doveva fare assegnamento non su segnali esterni al testo, ma sulla comprensione della sua struttura, sintattica e ritmica.
Tre erano le «posizioni» classiche (in latino positurae o distinctiones) per le rispettive sezioni del discorso: per la minore (comma), la subdistinctio, indicata da un punto in basso; per la mediana (colon), la media distinctio, con un punto a metà altezza; per la maggiore (periodus), la distinctio, segnata da un punto a varie altezze. Grosso modo, le tre funzioni corrispondevano a quelle che sarebbero poi state attribuite, rispettivamente, alla virgola, al punto e virgola, e al punto. L´analogia è trasparente nella nomenclatura inglese, dove i tre segni conservano il nome delle partizioni antiche: comma (,) colon (:) e semicolon (;) period (.) detto anche full stop. Nei periodi tardo antico e medioevale variarono le denominazioni e soprattutto i segni grafici. Ancora più instabili furono per secoli le pratiche interpuntorie; fra i primi a introdurre una punteggiatura nella Bibbia fu San Gerolamo (tra il IV e il V sec.). Alla fine del sec. XIII l´inventario dei segni si è allungato: ha fatto la sua prima apparizione il punto interrogativo, qualche decennio dopo compare anche il punto ammirativo o esclamativo o enfatico. Ma nella pratica le interpunzioni normalmente usate o sono poche o differiscono l´una dall´altra secondo le abitudini degli scrittori o dei copisti: la difformità è la regola, non l´omogeneità delle forme e delle relative funzioni. Nel manoscritti del Canzoniere di Petrarca le interpunzioni sono ridotte a tre o quattro: il punto, una sbarra obliqua (detta virgula suspensiva) per la virgola, un punto intersecato da una virgula o posto sotto a questa per gli incisi. Oltre a questi, nell´autografo del Decameron troviamo il punto e virgola e i due punti come segno di pausa lunga, il semipunto per indicare interruzione di parola, il punto di domanda e qualche altro accorgimento grafico. L´uniformità nelle convenzioni interpuntive entrerà in gioco solo con l´avvento della stampa. È il grande stampatore veneziano Aldo Manuzio a dare origine a un sistema pressoché moderno nelle edizioni di opere di Pietro Bembo (a cominciare dal 1496): virgola nella stessa forma odierna, punto e virgola per una pausa minore di quella segnata dai due punti, punto fermo in chiusura di periodo e «punto mobile» alla fine di frasi interne al periodo, apostrofo e accento. Nel corso dei secoli il punto e virgola, o puntocoma, ha avuto attribuzioni problematiche: dall´introdurre il discorso diretto all´essere anteposto al pronome relativo, al racchiudere incisi. Con quest´ultimo valore è ancora usato da Leopardi.
Dal Cinquecento in poi fioriscono i trattati sul «modo di puntare» gli scritti; si complica la nomenclatura e si moltiplicano proposte che hanno scarso riscontro nella pratica degli scrittori, anche dei più grandi, come Machiavelli e Guicciardini. Ariosto, pur conoscendo i principali segni, li adopera pochissimo nello scrivere abituale. Nel Seicento di fa strada l´idea di una «punteggiatura per l´occhio», adatta a segnare non solo la durata delle pause nella lettura e le cadenze che danno colore al senso, ma anche a chiarire i nessi tra gli elementi del discorso: ciò che si intende per «punteggiatura logica». Le due funzioni, ritmica e logica, coesistono ancora, e spesso si scontrano, fonte di incoerenze tra gli usi indotti dalla prima e le norme suggerite dalla seconda. Nel Settecento la moda dello stile spezzettato in frasi brevi favorisce l´interpungere ritmico. Più che i contributi della trattatistica dal Sette al Novecento interessano le prese di posizione degli scrittori: Leopardi teorizza e applica una grande parsimonia interpuntiva, Manzoni, ugualmente accurato, abbonda specialmente nell´uso della virgola: la mette anche tra soggetto e verbo, quando dà informazioni del tipo «in quanto a...» («di tante belle parole Renzo, non ne credette una») oppure mette a fuoco il soggetto: «Voi, mi fate del bene...» (= siete voi che...). Nemico delle (troppe) virgole fu D´Annunzio; radicali nel sovvertire ogni tradizione interpuntoria i futuristi. Assenza o ridondanza di punteggiatura caratterizzano i movimenti letterari nel Novecento e oltre.