martedì 1 giugno 2004

gli arabi e la scrittura

Repubblica ed. di Palermo 1.6.04
LETTERA DALL´IRAN
Noi, gli arabi e la scrittura
di Marcella Croce


STRANI re furono gli Altavilla, normanni ma affascinati dai bizantini, cristiani ma stregati dai musulmani. La pietra, materiale principe dell´architettura islamica, era particolarmente adatta al lavoro dei calligrafi; molte moschee erano interamente rivestite anche da mattonelle, mattoni o intarsi con epigrafi sacre. A Palermo, durante le ristrutturazioni del XV secolo, con il consueto uso del materiale di risulta, un´iscrizione coranica andò a finire perfino su una delle colonne esterne della Cattedrale, e vi si trova tuttora, mentre un´altra che, sempre in caratteri arabi, esaltava le virtù dei re normanni, fu crudelmente spezzata a intermittenza per ritagliare i merli a coronamento del palazzo della Zisa e così trasformare l´edificio in "castello".
A completare il quadro cosmopolita della Palermo medievale, sulla parete estrena della chiesa che oggi popolarmente chiamiamo Martorana, Giorgio di Antiochia, il famoso Ammiraglio di Re Ruggero, volle invece caratteri greci per un´iscrizione che altrimenti richiama in tutto e per tutto quelle islamiche. Un´iscrizione trilingue (latino, greco e arabo) segnala ancora un ingegnoso orologio ad acqua a Palazzo dei Normanni, mentre al museo della Zisa è esposto un epitaffio quadrilingue (con l´aggiunta dell´ebraico).
In Iran si sono toccati i vertici dell´arte calligrafica, ci fu anche chi cercò di diffondere idee eretiche con la scrittura, come Mir Imad, grande calligrafo della moschea dell´Imam ad Isfahan, ma il sovrano safavide Shah Abbas, grande mecenate e protettore delle arti, ma anche fervente sciita, non esitò a fargliela pagare caramente, ed egli fu imprigionato e ucciso. L´insuperabile artista Abu Bakr Muhammad, chiamato Ravandi dal nome dell´omonima cittadina presso Kashan che nel 12? secolo era un famoso centro calligrafico, aveva studiato 10 anni con il grande maestro Taj Ad Din Ahmad, suo zio materno. Si dice che fosse in grado di usare ben 70 diversi stili, e che avesse elaborato una teoria secondo la quale le lettere arabe fossero evoluzioni del cerchio e della linea retta, identificati con il mondo e l´equatore. Dall´apparente durezza dello stile cufico alla fluidità del naskh ("sostituzione", giacché esso sostituì tutti i precedenti caratteri), dall´esagerata altezza del sols ("un terzo" forse a causa della misura del pennino), al decadente sentimentalismo dello shekaste ("rotto", cioè scivolato), che appunto per tale motivo risulta di difficilissima lettura: le sensuali forme dell´alfabeto arabo, derivato da quello aramaico, si prestano in modo particolare ad ogni possibile virtuosismo.
Il naskh fu il primo stile non più perfettamente verticale, le variazioni di inclinazione delle lettere e gli angoli che esse formano con le linee orizzontali, sono state paragonati alle posture del corpo umano nella danza. Il massimo della fantasia (e anche un unicum mondiale) è costituito da una teiera, oggi all´Ermitage di Leningrado, celebre per essere stata incisa con lettere arabe che finiscono in facce umane e animali.
Le iscrizioni più elaborate sono quelle su carta che possono combinare fino a sei o sette diversi stili e ciascuno di essi può variare per forma, movimento, peso, enfasi, colore e scala. Intrecciati a palmette ed ornamenti vegetali, circondati da splendide cornici di motivi floreali (tazhib cioè "abbellimento"), questi ineffabili capolavori sono vere sinfonie della penna, c'è chi li ha definiti "orchestrazioni di cori muti". Quando sono presenti i vari segni di punteggiatura (introdotti dal califfo Abdul-Malik per distinguere i diversi suoni di una stessa lettera, gli sciiti ritengono invece che siano dovuti all´intervento personale dell´Imam Alì), c'è meno spazio per gli elementi vegetali. Può inoltre variare sia lo spessore del tratto che il profilo della forma delle singole lettere, ciascuna delle quali è regolata da precise e complesse proporzioni matematiche. In numerosissimi casi, per esempio su alcune tombe arabe rinvenute in Sicilia, gli stessi caratteri sono ripetuti in scala più piccola sopra o sotto l´iscrizione principale.
"Leggi, il Signore misericordioso ha insegnato l´uso della penna, ha insegnato all´uomo ciò che non sapeva" (sura 96 versi 3-5): il Corano abbonda di incoraggiamenti all´uso della scrittura, e molti capitoli, ad esempio il 68, iniziano con l´invocazione: "Per la penna e ciò che essa scrive". In Iran erano stati i magi, sacerdoti zoroastriani, ad usare per primi l´inchiostro d´oro per le trascrizioni dell´Avesta. Secoli più tardi, i calligrafi fecero grande uso di materiali preziosi, e il Corano veniva spesso copiato con sottotitoli in persiano, così da permettere a tutti la conoscenza della parola divina. Come i padri cristiani, i teologi musulmani più tradizionalisti sollevavano obbiezioni alle vocali dorate e colorate, ma alla fine l´amore per il lusso e per la bellezza prevalse su queste riserve: lo possiamo dedurre dalla quantità di copie miniate che ci sono arrivate, al museo del santuario dell´Imam Reza a Mashhad ve ne sono esposti molti splendidi esemplari.
In Iran si riteneva che il Corano fosse fondamentale per propiziare la buona riuscita di ogni viaggio: se ne trascrivevano anche di piccolissimi in modo che non fossero di ingombro alle persone in cammino e si riteneva che ogni viaggiatore in partenza dovesse passare sotto una copia del sacro libro. A Shiraz fu costruita a tale scopo la Porta del Corano, che esiste tuttora anche se sotto non ci passa più nessuno, giacché proprio accanto è stata costruita una strada molto più ampia che si adatta maggiormente al traffico moderno.
Ma non fu solo il Corano ad ispirare i calligrafi persiani, molti di essi si sono dilettati anche con i versi dei loro amatissimi poeti, che, per lo più scritti in quartine (chiamate dobeiti o rubayat a secondo della diversa intonazione), venivano trascritti con una pronunciata e leziosa inclinatura. Le iscrizioni sulle stoviglie in ceramica, delle quali è sempre stato prodotto gran numero in Iran, sono invece non di rado illeggibili: molti ceramisti persiani non sapevano leggere e scrivere, e spesso copiavano malamente l´arabo, una lingua che non capivano.

l'arte di Dante
una mostra a Firenze

Repubblica, ed. di Firenze 1.6.04
Riuniti all´Accademia 64 capolavori del 1250-1300 alcuni ornavano piccole chiese del contado
L'ARTE DI DANTE
E Firenze inventò la cultura italiana
La fioritura di Giotto fu preparata "fiutando" fermenti dall´Europa e dall´Oriente


Sono tornate a Firenze opere di Coppo di Marcovaldo, Maestro della Sant´Agata, Maestro della Maddalena, Corso di Buono, Grifo di Tancredi, Maestro di Varlungo, Arnolfo di Cambio, Cimabue e Giotto. I maestri del tempo di Dante, quelli che magari con i loro capolavori ornavano gli altari di chiese e pievi della campagna toscana. E´ il racconto dell´arte italiana al tempo di Dante Alighieri attraverso una grande mostra, «L´arte a Firenze nell´età di Dante 1250-1300» che apre oggi e proseguirà fino al 29 agosto alla galleria dell´Accademia: l´ha organizzata la Soprintendenza al polo museale di Firenze, Angelo Tartuferi e Mario Scalini sono i curatori.
1250-1300: le due date segnano gli estremi di un cinquantennio epocale per la cultura italiana. Dante inventava la lingua letteraria degli italiani, mentre Giotto di Bondone gettava le basi di una nuovissima lingua figurativa, fondata sulla scoperta del vero naturalistico e psicologico, nella certezza dello spazio misurabile. L´esposizione mette in luce la continuità, l´omogeneità stilistica, la capacità di assimilare e rileggere pulsioni culturali artistiche da Inghilterra, Francia, Bisanzio preparando così il terreno per la grande arte trecentesca, una coerenza quasi progettuale e soprattutto la grande modernità di una «scuola pittorica» pienamente affermata sul territorio alcuni decenni prima della comparsa del genio di Giotto, e che sulla sua opera ebbe fortissimi influssi.
64 le opere esposte. Il genio innovatore di Arnolfo di Cambio nella scultura e nell´architettura sarà testimoniato dall´Annunciazione che lascia per la prima volta il Victoria & Albert Museum di Londra, da parti inedite dell´antico complesso di Santa Maria del Fiore e di Santa Croce, identificate nei fondi della neoacquisita raccolta Bardini. Il Dossale di Parigi del Maestro della Maddalena, il trittico del Metropolitan Museum di New York dello stesso artista, il trittico di Grifo di Tancredi conservato nei Musei di Berlino, tornano anch´essi per la prima volta a Firenze, così come sarà possibile scoprire personalità sinora non abbastanza evidenziate, come il Maestro della formella di Costa San Giorgio o l´autore della Maestà del Carmine, degne di stare al pari dei più grandi contemporanei, come Cimabue e Giotto. Tra i capolavori di fattura straniera sono esposti un crocifisso di produzione inglese dalla rara iconografia cristiana conservato in Santa Maria Novella, una spada vichinga arrivata in Toscana per tragitti complessi da Costantinopoli, la «Croce santa» donata da Luigi IX di Francia ai frati francescani di Castiglion Fiorentino.

La mostra sarà aperta dal martedì alla domenica con orario 8.15-18.50, chiusa il lunedì, il catalogo è pubblicato da Giunti. Info e prenotazioni 055. 2654321.

tre brevi dal web

ricevute da P. Cancellieri

Adnkronos Salute Lunedì 31 Maggio 2004, 18:56
Psichiatria: 'Cinema-Terapia', In Un Libro Esperienze e Analisi


Roma, 31 mag. (Adnkronos Salute) - Il cinema per 'curare' le persone che soffrono di un disturbo mentale, portandole a guardare dentro se stesse, a confrontarsi con emozioni e affetti spesso inconfessati. E' la 'sfida' lanciata negli ultimi trent'anni da un'area della psichiatria che ha aperto le porte alle esperienze artistiche, impiegate nel processo di cura, al di la' dei trattamenti tradizionali come psicofarmaci e psicoterapie. A proporre esperienze e analisi sull'argomento Luciana De Franco e Mariella Cortese nel libro 'Ciak, si vive. Grande schermo e piccoli gruppi', appena pubblicato dalle edizioni Magi nella collana 'Immagini dall'inconscio'. Nel testo le esperte illustrano il Progetto Immagine, avviato a partire dal 1995 da Luciana De Franco, analista didatta Aipa (Associazione Italiana di Psicologia Analitica) all'interno del Centro di salute mentale Cassia 5 (Asl Rm/E). Come spiega nel libro la psicologa Mariella Cortese che collabora da anni al Progetto, ''la relazione a livelli profondi con l'immagine artistica, partecipata e animata dalla presenza del gruppo, permette di cominciare, timidamente e discretamente, a risvegliare il mondo emozionale dei pazienti''. Ciak si vive prende in esame, grazie anche agli interventi di psicologi, psicoanalisti, registi, critici cinematografici, giornalisti e docenti, il percorso della mente che si confronta con le immagini cinematografiche. E spiega come vedere un film e discutere insieme ad altre persone aiuta ad attivare le parti sane di chi soffre di un disturbo psichico, favorendo l'uscita dall'isolamento dei pazienti psichiatrici. Si disegna cosi' un percorso nuovo rispetto a quello seguito tradizionalmente nelle psicoterapie di gruppo: il 'grande schermo', secondo le autrici, diventa dispensatore di emozioni e sentimenti, strumento di conoscenza e di incontro con gli altri e si mette a servizio della relazione terapeutica. (Com-Ram/Adnkronos Salute)

SaluteEuropa.it 31/05/2004
Emergenza depressione: appello di STRADE al Ministro della Salute


"La mancanza di ipotesi di intervento per affrontare il problema della depressione è una grave lacuna del nuovo Piano Sanitario Nazionale, una lacuna che è necessario colmare e sulla quale l'Associazione Strade ha preparato una proposta concreta e un piano triennale dettagliato" . Questo il messaggio preciso lanciato da Antonio Picano, Presidente di Strade (la Onlus sullo Studio e il Trattamento della Depressione), un messaggio che si trasforma in una vera e propria richiesta rivolta direttamente al Ministro della Salute, Girolamo Sirchia: "chiediamo una posizione politica precisa sul problema della depressione - continua Picano - con l'istituzione di una Commissione Ministeriale ad hoc e la valutazione e definizione di un programma di intervento. A questo scopo, Strade mette a disposizione la propria competenza ed i propri mezzi".
La proposta è stata presentata nei giorni scorsi a Roma dal dott. Antonio Picano nel corso di un incontro dedicato al tema della depressione, durante il quale il sen. Francesco Cossiga ha tenuto una Lezione Magistrale sul tema "Emergenza depressione: il ruolo del medico di famiglia".
Proprio ai medici di famiglia è dedicato un progetto specifico del "Piano strategico 2005-2007 sulla depressione" messo a punto dall'Associazione Strade: "si tratta di argomento importantissimo - ha precisato Picano - in quanto spesso i medici di famiglia vengono lasciati da soli ad affrontare il problema. Diventa fondamentale, dunque, la creazione di un sistema efficiente di consulenza da parte del servizio pubblico e di gestione condivisa del paziente".
Quello del servizio pubblico è un altro passaggio importante che accende il campanello di allarme di Strade: il problema della depressione, infatti, viene trattato marginalmente dalla psichiatria pubblica, che focalizza la sua attenzione e le sue risorse principalmente sui pazienti psicotici gravi. A tutto ciò si aggiunge l'esistenza di una grave ingiustizia sociale: le risorse destinate al trattamento della depressione nei servizi pubblici sono assolutamente marginali e non offrono alcuna garanzia ai 5 milioni di pazienti depressi che si vedono costretti a rivolgersi all'assistenza psichiatrica privata, a patto che possano permetterselo economicamente.
Il piano strategico di Strade affronta il problema della depressione nella sua complessità, proponendo una riflessione sull'importanza e la necessità dei centri di eccellenza, dell'approccio integrato, dei costi e delle risorse come forma di investimento sul futuro del paese, e presentando piani di intervento specifici per ogni forma di depressione: perinatale, giovanile, del mondo dello sport, del lavoro, delle carceri, dell'immigrazione, sottolineandone anche la correlazione con la malattia coronarica che provoca attualmente in Italia 60 mila morti ogni anno.
Rilevanti le esperienze internazionali: Strade ha attivato diverse collaborazioni con alcune organizzazioni di eccellenza operanti nei Paesi occidentali, in modo particolare negli USA, in Australia, in Belgio. Non ultimo un esplicito invito alle Regioni ad attivare singole commissioni specifiche che si occupino del problema della depressione, in linea con gli accordi sulla devolution.

SaluteEuropa.it 31/05/2004
Società Italiana Di Neuropsicofarmacologia: XIV Congresso Nazionale


Si aprirà domani al Palazzo dei Congressi di Bologna Il XIV Congresso Nazionale della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia (SINFP). Duemila medici psichiatri italiani, fino al 4 giugno, si confronteranno sulle frontiere della ricerca genetica, farmacologica, psicoterapeutica per contrastare le malattie mentali, purtroppo in aumento.
Presenti tutti i grandi nomi della medicina psichiatrica, il congresso sarà l'occasione per una messa a punto dello stato di salute psichica e mentale degli italiani. E contemporaneamente sarà una vetrina scientifica degli studi più recenti sul cervello - molti dei quali a firma italiana - della evoluzione delle tecniche adottate per l'impiego dei nuovi mezzi diagnostici (specie la diagnostica per immagini, RMN e PET), delle nuove risorse terapeutiche e farmacologiche.
In primo piano tra i temi del congresso:
•La paura del terrorismo: una nuova psicosi che prima non c'era
•La depressione è donna, specie in gravidanza
•Già a 13/14 anni si fanno i conti con anoressia e bulimia
•Quel piccolo "pestifero" in realtà è malato
•Schizofrenia: solo uno su tre può uscirne. Tra 250 e 650 mila gli schizofrenici in Italia
•Aumentano i disturbi psichici indotti da cause ambientali: dalla minaccia della violenza urbana all'inquinamento, alle droghe da competitività o da sballo, si osservano disturbi e patologie che sono veri e propri campanelli d'allarme sullo stato di salute psichica della popolazione italiana.

Cina

ricevuto da P. Cancellieri

Il Mattino 1 giugno 2004
Dall’Archeologico al Museo di Pechino
L’impero romano a piazza Tien An Men
Carlo Avvisati


La grandeur di Roma imperiale testimoniata in Cina attraverso cento settanta reperti archeologici provenienti in ampia maggioranza dagli scavi di Pompei ed Ercolano.
I pezzi, una selezione tra quelli più belli e significativi conservati nei depositi della Soprintendenza Archeologica di Napoli, dal 9 giugno andranno a far bella mostra nelle sale del Muso Nazionale Archeologico di Pechino, in piazza Tien An Men.
L’esposizione, titolata «Antica Civiltà» resterà vistabile sino al 1° novembre di quest’anno per poi spostarsi nelle sale del Museo Henan, a Zhenghzou, dal primo dicembre al 31 marzo. Quindi, dal 20 aprile al 20 luglio del 2005 sarà allo «Shanxi History Museu» di Xian.
La rassegna, che per la prima volta in assoluto vedrà reperti antichi italiani esposti al Museo Nazionale di Pechino - è l’equivalente dell’Archeologico di Napoli, per importanza e fama - è stata allestita nell’ambito degli scambi culturali attivati dalle diplomazie delle due nazioni.
L’esposizione, che sarà in futuro ricambiata a Napoli e con reperti dei periodi cinesi più interessanti, si sarebbe dovuta tenere già tempo addietro, però i contatti, a causa dell’epidemia di Sars, furono interrotti in attesa di tempi migliori.
«La mostra - spiega Maria Rosaria Borriello, direttore del Museo Archeologico di Napoli - dovrà dare l’idea concreta di come si sia sviluppata la civiltà romana a partire dal periodo arcaico della città sino alla potenza di Roma imperiale».
Per questo motivo, alcuni dei reperti arriveranno direttamente dai depositi dei musei romani e dalle Soprintendenze capitoline.
In particolare si tratta di vasi corinzi, trovati in corredi tombali risalenti all’era arcaica, e diversi plastici (visibili, in genere, al Museo della Civiltà romana) che ripropongono le ricostruzioni del Tempio dedicato a Giove Capitolino o gli edifici termali.
Le costruzioni, curate sin nei minimi particolari, dovranno illustrare lo sviluppo delle architetture e le funzioni pubbliche e religiose a cui erano destinati i diversi edifici. Sette saranno le sezioni in cui si articolerà l’esposizione per la quale è prevista la stampa di un catalogo bilingue: inglese e cinese. I diversi settori illustreranno, rispettivamente, «Le origini», con un’anfora attica, a figure nere, che mostra la scena della fuga da Troia di Enea con il padre Anchise e il figlio Ascanio. Quindi, i plastici per l’età arcaica. Poi, l’ampliamento del potere su tutto il Mediterraneo con, tra gli altri, un busto in marmo di Pirro.
A seguire, «L’impero romano e il segno del potere» attraverso i reperti pompeiano - ercolanesi: i busti di Tiberio, Claudio, Galba, il ”rilievo di Telefo”, da Ercolano, i sesterzi d’oro con i volti di Nerone e Poppea, Tito e Domiziano. Ancora, per la «Vita pubblica», serviranno gli affreschi che mostrano il Foro, pitture di maschere e templi, statue di attori e attrici, elmi da combattimento di gladiatori e servizi da bagno con strigili, aryballos e coppette.
«Insomma - riprende l’archeologa - mostreremo tutto quanto possa essere utile a dare a un popolo così lontano geograficamente e culturalmente l’esatta dimensione di quel grande fenomeno storico, culturale, civile e sociale che fu Roma».
Numerosi saranno anche gli oggetti d’oro: collane, bracciali, orecchini, che testimonieranno il livello nella lavorazione del metallo da parte degli orafi campani.

fallimento del trattamento farmaceutico delle depressioni

Yahoo! Notizie Martedì 1 Giugno 2004, 17:09
Quasi la metà delle terapie anti-depressione fallisce
Di Italiasalute.it


Molte persone sottoposte a terapie standard contro la depressione ancora soffre dal disturbo fino a due anni dopo il trattamento.
A scoprirlo è un nuovo studio, condotto in 46 centri sanitari negli Stati Uniti, che ha coinvolto più di 1.200 pazienti cui era stata diagnosticata la depressione. Lo studio ha osservato che quasi metà di coloro che hanno ricevuto terapie minime ritenute appropriate contro la depressione non è migliorato.
I tipi di cura presi in considerazione in 542 casi sono stati quelli con durata superiore a sei mesi, con almeno quattro sessioni di terapia oppure due mesi o più di trattamenti con antidepressivi. Dopo due cicli di tale terapia 261 non sono riusciti a recuperare.
I risultati indicano che, malgrado la disponibilità di terapie che sono state efficace testate, rimane un gruppo di pazienti per i quali la depressione è molto difficile da curare. A sostenerlo è Catherine Sherbourne dell'organizzazione di ricerca RAND Corporation di Santa Monica, in California.
Secondo la Sherbourne, la cui ricerca è stata pubblicata su General Hospital Psychiatry, ciò di cui c'è bisogno è maggiore sforzo nel condurre la ricerca su questo gruppo di pazienti.
Secondo i ricercatori, non è l'insufficiente attenzione nel portare avanti le terapie a poter decretare il fallimento della metà dei tentativi di trattamento.
Si tratta, invece, di pazienti con una depressione persistente che non rispondono neanche alle terapie più aggressive.
In tali casi, il paziente, e il medico che li cura, sembrano essere alla ricerca di soluzioni diverse rispetto a quelle convenzionali, e secondo gli autori dello studio, potrebbero avere bisogno di una combinazione di farmaci e di terapie, di continue valutazioni della risposta del paziente da parte del medico o, meglio, dello specialista.
I ricercatori hanno potuto osservare che ci sono tre caratteristiche ricorrenti nei pazienti e che potrebbero avere un ruolo nel fallimento della terapia: tendenza al suicidio, disoccupazione e mancata aderenza dei pazienti alla cura prescritta.
La presenza di pensieri tendenti al suicidio denotano una forma di depressione più grave e lo stato di disoccupazione potrebbe essere un segnale di difficoltà nell'affrontare la vita quotidiana. Infine, interrompere la cura prima del dovuto, notano i ricercatori, può dare luogo ad effetti secondari deleteri sul decorso dello stato depressivo.
Tutti questi fattori possono rendere la depressione difficile da trattare.
Secondo i ricercatori autori dello studio, i medici dovrebbero tenere bene d'occhio la vasta gamma di fattori relativi alla salute fisica, mentale e allo stress della vita quotidiana che possono compromettere l'efficacia la terapia antidepressiva.

lunedì 31 maggio 2004

contestazione del linguaggio razionale nel mondo vittoriano
Alice, di Lewis Carroll

La Stampa 31.5.04 - 31 Maggio 2004
IL CAPOLAVORO DI LEWIS CARROLL
In viaggio con Alice nel paese del nonsense

Esperto di matematica e di scienze occulte, lo scrittore racconta una favola per mettere in discussione il linguaggio
di Claudio Gorlier


UN viaggio nel nonsense, è stato definito Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll, apparso nel 1855. Nonsense è una parola intraducibile, a indicare il controsenso, l’assurdità, l’illogico. Nella letteratura inglese costituisce un vero e proprio genere, un filone soprattutto in versi, di cui è autore proverbiale e celebrato Edward Lear. Con Alice, Carroll seppe portarlo ai vertici, creando un libro assolutamente unico, una riuscita e un modello senza pari.
Carroll era lo pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson, un signore timido, afflitto da balbuzie, modesto diacono e professore a Oxford, amico del poeta Alfred Tennyson. Aspetto non trascurabile della sua personalità, Carroll eccelleva nella matematica, ma si interessava pure alle scienze occulte. Ci racconta egli stesso che, nel 1832, raccontò a una fanciullina, figlia di amici, «una storia fantastica» da lui scritta. La ragazzina ne fu entusiasta, e lo incoraggiò a pubblicarla.
Ora, il passaggio tra la realtà quotidiana e il fantastico scatta, all’inizio, proprio mentre la protagonista «moriva di noia» sbirciando il libro che stava leggendo la sorella, senza «figure né dialoghi», e pensando che non serve a nulla un libro senza figure né dialoghi. Proprio allora sbuca un coniglio davvero singolare, visto che estrae un orologio dal taschino del panciotto. Il coniglio «bianco dagli occhi rosa» mormora «Ohimè! Ohimè! Farò tardi, troppo tardi!».
Su questo primo, sbalorditivo episodio, i critici si sono sbizzarriti: non stupitevi, Alice è stata sottoposta a una valanga di interpretazioni. Dunque: il coniglio simboleggerebbe l’urgenza del tempo per così dire industriale. In piena età vittoriana, non esiste più tempo libero: bisogna investirlo per lavorare, per produrre. Ma quello che conta riguarda l’iniziativa di Alice, che segue il coniglio nella sua tana, letteralmente sprofondando in un mondo altro, del tutto surreale, il paese delle meraviglie, del fantastico, ove l’incredibile si trasforma in concreta realtà. Intanto, ad Alice si allunga innaturalmente il collo, mentre la caduta non sembra mai avere fine, magari fino al centro del mondo, riflette Alice, diligente studentessa.
Il nonsense acquista la dimensione della favola, in una cultura come quella inglese, curiosamente scarsa di tradizione favolistica in senso stretto, anche se annovera, per fare un caso lampante, gli swiftiani Viaggi di Gulliver. Il libro si popola di animali parlanti, ciascuno con caratteristiche assai peculiari. Ad esempio il Topo, di considerevoli dimensioni, si rivela una sorta di professore, e impartisce agli altri una pedante lezione di storia inglese; il Gatto del Cheshire, regione nota per i suoi felini, ovviamente detestato dal Topo, si distingue per la sua capacità di fare ampi sorrisi. Ognuno dei numerosi animali possiede una definita, spesso imprevedibile, personalità.
Si afferra qui un altro degli aspetti fondamentali del nonsense di Carroll, vale a dire il perenne gioco sul linguaggio in prosa e in versi, messo continuamente in discussione, non meno del modo di ragionare. Ad esempio il Gatto spiega, che, al contrario di un cane, lui ringhia quando è contento e dimena la coda quando è arrabbiato. «Perciò», aggiunge, «io sono matto». Come si vede, Carroll introduce la categoria della follia per spezzare la concezione del mondo come razionalità. Il Cappellaio, una delle poche apparizioni di tipo umano che compaiono in Alice è, per definizione, Matto. E si trova perfettamente a suo agio con il Leprotto Marzolino e il Ghiro, tanto da prendere il tè con loro. Se rimanessero dei dubbi, è stato proprio il Gatto a scioglierli: «Siamo tutti matti qui. Io sono matto. Tu sei matta... Devi esserlo, altrimenti non saresti venuta qui».
La razionalità si esprime in un suo linguaggio, e allora Carroll scompagina il linguaggio, smonta i meccanismi verbali. In una simile prospettiva, acquista una particolare importanza la reversione, alimentata spesso dagli indovinelli. Ecco, ad esempio, il Cappellaio domandare ad Alice perché un corvo assomiglia a una scrivania. Lei pensa di saper rispondere, ma Cappellaio e Leprotto la mettono in guardia, chiarendo che non si dice necessariamente ciò che si intende dire, e viceversa. Altrimenti, dire «Vedo ciò che mangio» è la stessa cosa che dire «Mangio quello che vedo». Il gioco linguistico, lo stravolgimento del banale significato, non si arresta più.
Per chiudere il cerchio, si arriva alla suprema autorità, la Regina e il Re. La Regina è autoritaria e crudele: vorrebbe far tagliare la testa a tutti quelli che le stanno antipatici. Il Re, bonario e legalitario, si appella al verdetto. Qui l’ironia di Carroll tocca il vertice, poiché il suo rifiuto dell’autorità, oltre che il suo noto antifemminismo, che privilegia le adolescenti, opera l’ultimo colpo di scena. I due monarchi sono Regina di Cuori e Re di Cuori. «Un mazzo di carte!» esclama sollevata Alice. Il mazzo di carte vola via, e Alice si risveglia da quello che le è sembrato un sogno, come spiega alla sorella. Qui sopravviene l’interpretazione che ha preso corpo nel Novecento, quella freudiana. Ma si tratta di una semplificazione, e lo dicevo a proposito della fretta del Coniglio. Che Alice abbia viaggiato nel subconscio, si può lecitamente accettare, ma è riduttivo a fronte della complessità del libro. La favola, intanto, resiste in quanto tale. In secondo luogo, più di un critico ha giustamente sottolineato che Carroll, nel montare il suo nonsense, si attiene a una logica interna, una logica matematica, anticipando postulazioni novecentesche.
Ancora: che cosa intende Carroll quando, negli ultimi capoversi, scrive che la sorellina, a sua volta, ha imparato a sognare e sa che, se riaprisse gli occhi, si ritroverebbe nell’«opaca realtà di sempre»? Più di un commentatore ha affermato che Carroll, a somiglianza del radicale Thomas Carlyle, esprimeva la sua inquietudine di fronte alla crisi del rapporto tra individuo e società. La sua Alice che qualcuno esagerando ha paragonato alla Lolita di Nabokov, cerca di superare quella inquietudine. Ma il timido Carroll-Dodgson, morto nel 1898, non era un rivoluzionario, e riporta Alice nell’«opaca realtà». Salvo concederle una nuova fuga con Attraverso lo specchio, l’altro suo capolavoro, con almeno tre personaggi divenuti proverbiali, si tratta di Humpty Dumpty, mezzo umano e mezzo uovo simbolo dell’equilibrio instabile a livello esistenziale e espressivo e della coppia Tuidoldàm Tuidoldii, gli ometti che incarnano la fraterna contraddizione. Si può ancora sognare.

due articoli:
la cultura italiana a New YorK
e la "irriducibilità" del manifesto

due articoli ricevuti da P. Cancellieri

Gazzetta del Sud - lunedì 31 maggio 2004
La cultura italiana conquista New York
di Lester People


«La cultura italiana sta vivendo un momento affascinante negli Stati Uniti, non solo a New York, ma anche a Boston, a Filadelfia e in particolare a Miami», dove s'è già svolto un festival cinematografico con il film di Giuseppe Tornatore «Nuovo cinema Paradiso». Lo dice Claudio Angelini, volto della Rai, da sei mesi direttore dell'Istituto italiano di Cultura di New York. «Stiamo lavorando con grande passione – racconta Angelini – e quest'estate il nostro impegnò non potrà che aumentare. Per tutta la stagione, sarà aperta al Jewish Museum la mostra di Amedeo Modigliani. Terremo manifestazioni di contorno, con la rappresentazione teatrale alla Fondazione Primo Levi intitolata "Lettere a Modì", una performance in cui attori leggeranno lettere scritte a Modigliani ad altri personaggi». Spazio anche ai libri su Modigliani, con il giornalista e scrittore Corrado Augias, autore de «L'ultimo romantico», una biografia del grande pittore livornese. A giugno, sarà la volta di Cristina Mondadori e del suo «Le mie famiglie», saga di una delle più importanti dinastie del mondo della letteratura italiana. «Tra i nostri ospiti – aggiunge Angelini – anche Federico Rampini, corrispondente della "Repubblica" da San Francisco, che presenterà "La paura dell'America", scorrevolissimo e affascinante saggio sugli Stati Uniti del dopo l'11 settembre. Sarà un'anticipazione della settimana della lingua italiana che si svolgerà a ottobre e che in buona parte sarà dedicata alla letteratura, e in particolare a Mario Luzi». Con il grande poeta fiorentino, sono stati invitati a New York Magrelli, la LaMarque, Zeichen, Weiss e Calabrò ed alcuni poeti italiani che vivono in America come Ballerini e Tusiani. Tornando alle attività di quest'estate, ai primi di luglio scatterà la settimana della televisione italiana, con adesioni di due noti solisti tv come Bruno Vespa e Maurizio Costanzo e di Giovanni Floris, conduttore di una delle più importanti trasmissioni di Raitre. «Ci saranno, inoltre – prosegue Angelini – Fabrizio Del Noce, direttore di Raiuno, Mauro Mazza, direttore del Tg2, Massimo Magliaro, direttore di Rai International, Giovanni Minoli, direttore di Rai Educational, Roberto di Russo direttore di Rai Trade, Roberto Morrione, direttore di Rai News 24, e Gianfranco Comanducci, direttore delle Risorse umane della Rai. Siamo anche in contatto con Rupert Murdoch, che rappresenta il polo di Sky News. Ci sarà, infine, come controparte, Paolo Occhipinti, direttore di "Oggi", una delle riviste che ha dedicato maggiore spazio alla tv in questi ultimi anni». Ai primi di settembre ci sarà la presentazione di un evento molto importante per la cultura italiana. «Firmeremo il contratto con la casa editrice Random House per la versione in inglese de "I promessi sposi" di Alessandro Manzoni – dice Angelini –. Il compito di tradurre questa opera colossale, un po' trascurata negli Usa, toccherà a Michael Moore, un intellettuale di New York che ha già tradotto Ceronetti e De Luca. La scoperta del Manzoni in America potrebbe aprire le porte a tanti altri nostri classici e contemporanei. Per questo, siamo in contatto con altri editori che si stanno impegnando per fare conoscere meglio la nostra narrativa». Per il direttore dell'Istituto, promuovere nei suoi primi sei mesi, la cultura italiana a New York è stata un'attività affascinante, anche se faticosa. «Abbiamo puntato soprattutto sull'arte, sul cinema e sulla musica – afferma Angelini –. Con il Guggenheim Museum abbiamo organizzato una mostra di disegni di Federico Fellini e una retrospettiva dei suoi film. Con lo stesso museo, abbiamo proposto al pubblico americano quel genio del futurismo che fu Boccioni. Abbiamo aperto ad Umbria Jazz, che ci ha portato, grazie anche alla presenza di Renzo Arbore, un pubblico nuovo e giovane. Siamo stati i padrini di "The Dreamers", l'ultimo film di Bernardo Bertolucci, di cui abbiamo riproposto l'intera opera, così come per Gassman, la Archibugi e Bellocchio». Angelini sottolinea il ruolo dell'Istituto all'interno delle attività culturali della Grande Mela. «Abbiamo lavorato duramente per costruire un legame solido con i centri culturali istituzionali di New York – conclude – come il Guggenheim Museum, il Metropolitan Museum, il Lincoln Center, il Jewish Museum, la Columbia e la New York University, attraverso i quali siamo riusciti a dare maggior respiro e rilievo alla grande varietà dell'offerta culturale proveniente dal nostro Paese».

il manifesto - 30 maggio 2004
La morale del controllo sociale

Presentato a Milano il volume di Michel Foucalut «Il potere psichiatrico»
Al Paolo Pini Le politiche «amorali» di repressione del disagio psichico e sociale a trentanni dal seminario del filosofo francese
di GIANNI ROSSI BARILLI


Il Paolo Pini, ex manicomio di Milano, è un posto giusto per parlare di buone e cattive pratiche della psichiatria contemporanea. Lo spunto, venerdì pomeriggio, l'ha fornito la pubblicazione del volume Il potere psichiatrico, traduzione in italiano del corso su questo argomento tenuto da Michel Foucault al Collège de France nell'anno 1973-74 (Feltrinelli pp.408, € 40). Su invito del laboratorio di sociologia dell'azione pubblica «Sui generis» (università di Milano-Bicocca), si sono ritrovati a discutere studiosi, psichiatri ed esponenti di associazioni appartenenti al «Forum per la salute mentale». La riflessione di Foucault nelle lezioni ora tradotte, ha osservato Giovanna Procacci, docente all'università di Milano, si presta bene a stimolare un'analisi «in concreto» perché è incentrata sull'aspetto pratico-politico della critica della psichiatria tradizionale. Il tema qui non è tanto la follia come concetto quanto il rapporto tra i medici e i loro pazienti, il dispositivo di potere che crea e plasma i modelli teorici nel vivo dei corpi dei folli allo scopo di ricondurli alla norma. È qui che nasce il trattamento morale per ricondurre le passioni nei loro «giusti limiti». Ed è qui che si qualifica come uno scontro, che dati i metodi di coercizione utilizzati dagli psichiatri ricorda da vicino la guerra, e per inciso anche quella ultramoderna.
Foucault ha contribuito come pochi altri a smascherare la truffa politica incorporata nel binomio follia/norma e a rendere «ovvia» la condanna morale della psichiatria basata sull'uso della forza fisica e ideologica. Ma gli psichiatri di cui parlava lui, come ha puntualizzato la coordinatrice del dibattito Ota De Leonardis, fornivano almeno delle (per quanto ridicole) giustificazioni scientifiche di quel che facevano. Oggi le pratiche coercitive ancora utilizzate nelle strutture psichiatriche (e anche ben oltre) «non hanno alcuna pretesa di giustificazione scientifica, tanto meno terapeutica: sono, semplicemente, una reazione punitiva a un disturbo dell'ordine costituito». Dal trattamento morale insomma siamo passati a quello «amorale» che «nemmeno pretende giustificazioni, discorsi di verità, legami tra il vero e il giusto, per quanto discutibili, per quanto disciplinari e disciplinanti. Si giustifica solo per stato di necessità e si realizza semplicemente come prova di forza». Una rozzezza di intenti del tutto in linea con lo spirito dei tempi.
La beata falsa coscienza di una volta, comunque, non è del tutto scomparsa. Alcune recenti proposte legislative della destra al governo, citate come esempi dallo psichiatra Luigi Benevelli, usano un linguaggio arcaico e rispondono «a una domanda di terapia morale che è ancora forte nella società». Basti pensare alla legge sulle tossicodipendenze (che tratta per l'appunto «la droga» come un pericolo morale minacciando trattamenti coatti in comunità per tutti i consumatori di qualunque sostanza illegale) o, per passare all'ambito più strettamente psichiatrico, a proposte che in nome della «cura» escogitano tutta una serie di percorsi obbligatori e giustificano forme di controllo forzoso. Magari con l'aiuto della tecnologia, come nel caso di un proposto monitoraggio elettronico in tempo reale dei «pazienti rischio». Il potere psichiatrico, nei progetti della destra, è restaurato in tutto il suo antico splendore. Secondo una proposta della Lega Nord (2001), ci sono persone che necessitano di un trattamento sanitario obbligatorio costante. Anche fuori dall'ospedale, mediante un affidamento a terzi a discrezione dei medici e subordinato all'osservanza delle terapie prescritte. Un progetto di «riforma» della legge 180 firmato da Maria Burani Procaccini (Fi) nello stesso anno descrive percorsi terapeutici con lavoro o perfino fitness obbligatori. E il Burani-Procaccini-bis, dell'anno successivo, ipotizza un circolo virtuoso in cui l'eventuale salario corrisposto ai pazienti-lavoratori vada a coprire le spese delle strutture psico-alberghiere che li ospitano.
La moralità dell'uso della forza, anche in questo caso, è però una foglia di fico molto trasparente di processi di espansione «amorale» della filosofia del controllo sociale basata sul concetto di «sicurezza». Qui, appunto, bando alle chiacchiere: si tratta, ha spiegato il criminologo Adolfo Ceretti, di individuare il potenziale rischio e di scatenare la lotta contro i gruppi di popolazione che lo rappresentano. Va da sé che in queste circostanze perennemente eccezionali ogni deroga è valida, icentri di permanenza temporanea per gli immigrati sono un esempio abbastanza chiaro in proposito. Il discorso si allarga al circuito penale, che ha peraltro parecchi punti di contatto con quello psichiatrico perché il carcere e l'ospedale non sono esperienze incompatibili nella realtà. In entrambi i casi si è assistito negli ultimi decenni a un aumento del numero delle persone da controllare, leggibile nel modo più semplice, in Italia, con la costante tendenza alla crescita della popolazione carceraria (il ministro Castelli, per mantenere il trend , ha annunciato la costruzione di 24 nuove carceri). La domanda di terapia o punizione va al rialzo secondo la strategia di eliminazione del rischio, in cui le persone diventano oggetti da neutralizzare. Questo potrebbe far rimpiangere le relazioni di potere ancora «tra esseri umani» dei manicomi narrati da Foucault.

culture tolemaiche:
i farmaci antidepressivi e la fecondazione

Yahoo! Notizie Lunedì 31 Maggio 2004, 10:02
Cicli di fecondazione in donne che assumono e non assumono farmaci antidepressivi
Di FecondazioneOnline.net (Chiara Poggi)


(Xagena) - La depressione affligge le donne con un’incidenza quasi doppia rispetto agli uomini, e gli antidepressivi vengono prescritti frequentemente a donne in età fertile.
Benché molte donne interrompano il trattamento antidepressivo al momento di intraprenderne uno per la cura della sterilità, molte altre continuano ad assumere antidepressivi per mantenere un equilibrio emotivo.
Alcuni medici di Chicago hanno condotto uno studio su questo argomento, con lo scopo di determinare se vi siano differenze significative negli esiti della fecondazione in vitro (IVF) tra le donne che assumono antidepressivi durante i cicli di IVF, rispetto a quelle che non ne fanno uso.
Lo studio abbraccia un periodo che va dal 1999 al 2002 inclusi, e mette a confronto in modo retrospettivo due gruppi di donne sovrapponibili per caratteristiche cliniche ed età, per un totale di 698 cicli di IVF.
Il primo gruppo (i casi) comprende 25 donne , che assumono come terapia antidepressiva un inibitore del reuptake della serotonina (SSRI), paragonabili per età, tipo di diagnosi, presenza di fattore maschile di sterilità e storia riproduttiva, con altre 50 donne che non fanno uso di antidepressivi, appartenenti quindi al secondo gruppo (i controlli).
I dati sono stati raccolti per ogni donna a partire dal primo ciclo di IVF.
Gli esiti dei cicli di IVF sono poi stati paragonati tra i due gruppi in base a diverse variabili: il picco dell’estradiolo, il numero degli ovociti prelevati, il numero di quelli fecondati, la percentuale degli zigoti sviluppatisi da uno stadio embrionale di 8 cellule il terzo giorno a quello di blastocisti il quinto giorno, il numero di embrioni trasferiti, il giorno del trasferimento (3° o 5°), il tipo di embrioni trasferiti (< 8 cellule, 8 cellule, blastocisti), il valore sierico di beta-HCG l’11° e il 13° giorno, il numero di embrioni congelati e gli esiti in termini di gravidanza.
L’età media è risultata sovrapponibile tra i due gruppi: 36.8 nel gruppo “casi”, 35.7 nel gruppo “controlli”. Tra le donne del primo gruppo, il 52% assumeva Sertralina, il 40% Fluoxetina e il restante 8 % il Citalopram.
In merito alla diagnosi di sterilità, il 26% delle donne aveva ricevuto diagnosi di disfunzione ovulatoria, per il 36% non era stato possibile individuare una causa, il 10% presentava un fattore tubarico di sterilità, al 16% era stata diagnosticata un’endometriosi, al 4% una sindrome dell’ovaio policistico e all’8% altre cause.
Le storie riproduttive individuali sono risultate simili in entrambi i gruppi: il 52% delle donne del primo gruppo ed il 70% di quelle del secondo erano nullipare; l’80% e l’88% rispettivamente, non avevano in precedenza raggiunto un’epoca vitale per il feto.
La concentrazione di spermatozoi e la loro motilità nell’eiaculato del partner non presentavano differenze significative tra i due gruppi.
I risultati registrati in base alle variabili stabilite in precedenza sono stati i seguenti: nessuna differenza significativa nei picchi di estradiolo, né nel numero di ovociti prelevati e fecondati il 1° giorno del ciclo.
Non si sono riscontrate differenze neppure nella percentuale degli zigoti che hanno raggiunto lo stadio di 8 cellule il 3° giorno e quello di blastocisti il 5° giorno, nel giorno del trasferimento dell’embrione, né nei livelli di beta-HCG l’11° e il 13° giorno: entrambi i gruppi di donne, infatti, hanno ricevuto in media 2,6 trasferimenti embrionali, mentre sono stati congelati mediamente 2,8 embrioni.
Infine, in merito ai tassi di gravidanza: nel 56% delle donne in terapia antidepressiva il ciclo di IVF non è esitato in una gravidanza; il 28% delle donne ha presentato una gravidanza con feto singolo, il 12% gemellare e il 4% un aborto spontaneo.
Nel gruppo dei controlli, il 37% delle donne non ha ottenuto una gravidanza, il 41% invece ha presentato una gravidanza con feto singolo, il 10% gemellare, mentre si è registrato un 12% di aborti.
Tali differenze nei tassi di gravidanza, benché non statisticamente significative (p<0.34), potrebbero essere di interesse clinico.
In conclusione, questi dati preliminari suggeriscono, secondo gli Autori, che non esistono differenze statisticamente significative nei cicli di IVF tra donne sottoposte a terapia antidepressiva e donne che non ne fanno uso, benché un minor numero di pazienti che assume questi farmaci riesca ad ottenere una gravidanza. (Xagena 2004)

domenica 30 maggio 2004

il film di Incerti su Marco Bellocchio

Repubblica, ed. di Napoli 30.5.04
CINEMA
Il nuovo lavoro del regista: "Stessa rabbia stessa primavera"
Incerti racconta gli anni ribelli "Film dedicato a Bellocchio"
di ANTONIO TRICOMI


Generazioni a confronto. Stefano Incerti presenterà il suo nuovo film Stessa rabbia stessa primavera il 19 giugno al "Napoli Film Festival". Si tratta di un lavoro interamente dedicato a Marco Bellocchio: dopo l´anteprima napoletana, il documentario uscirà in dvd insieme a Buongiorno notte, ultimo lavoro del maestro emiliano. Bellocchio sarà anche il produttore del prossimo film di Incerti, che il 38enne regista napoletano ha appena cominciato a scrivere e sul quale osserva il più stretto riserbo.
Come nasce, Incerti, l´idea di Stessa rabbia stessa primavera?
«Mentre Bellocchio girava Buongiorno notte, i produttori Dario Formisano e Sergio Velone mi chiesero se ero interessato a realizzare un making of, uno di quei documentari che si girano sui set dei film. Accettai a patto che il lavoro evolvesse in un progetto più complesso, in cui a partire da Buongiorno notte si potesse raccontare l´opera del maestro attraverso alcuni suoi film e la rievocazione del clima storico da cui erano ispirati».
Per esempio?
«L´opera prima di Bellocchio, I pugni in tasca, si dice abbia anticipato il ?68: le immagini di quel film sono montate insieme a materiali di repertorio sui moti studenteschi di quegli anni. Lo stesso accade per Matti da slegare e il movimento dell´antipsichiatria, Marcia trionfale e i casi di nonnismo in caserma, Buongiorno notte e il terrorismo degli anni '70».
Una rilettura della storia recente del nostro paese?
«Non solo. Ci sono anche pagine più intime. Quasi nessuno sa che più di vent´anni fa il fratello gemello di Bellocchio si suicidò. Subito dopo Marco girò il film Gli occhi la bocca, segretamente ispirato a quel doloroso episodio. Il segreto lo ha rivelato per la prima volta davanti alla mia telecamera, in lacrime: mi ha chiesto di tagliare quel passaggio e io lo stavo facendo, ma poi lui stesso ci ha ripensato. E´ una delle sequenza più forti del mio film».
Chi le ha ispirato il titolo?
«Da un verso di Fabrizio De André, contenuto nella canzone che conclude il suo disco più politico, Storia di un impiegato. Mi sembrava il titolo più adatto per un omaggio a un regista sessantenne che ha più rabbia e freschezza di tanti suoi giovani colleghi».
Con Capuano, Corsicato, De Lillo e Martone lei ha firmato nel '97 il film a episodi I vesuviani: un´esperienza che ripeterebbe?
«Anche subito. Allora la cosa non andò benissimo, la Mikado che distribuiva il film decise di mandarlo in concorso alla Mostra di Venezia contro la nostra volontà. E si sa, i film a episodi a Venezia non hanno mai avuto fortuna. Oggi a vivere a Napoli siamo rimasti soltanto io, Capuano e Corsicato: il primo sta preparando un nuovo film, mentre so che il secondo è in pausa di riflessione. Ma, dovessero verificarsi le condizioni, io sono disponibile a nuove intese».

su L'espresso in edicola:
colloquio con Marco Bellocchio

una segnalazione di Dina Battioni

L’Espresso n.22 anno L, in edicola
Cultura
Ciak, è tornata l’avanguardia

“Dopo Mezzanotte”, “Radio West”, “La spettatrice.
Il cinema italiano riscopre il film d’autore.
E il regista dei “Pugni in tasca” l’analizza e gli dà le pagelle
colloquio con Marco Bellocchio di Alessandra Mammì


Sì. Qualcosa è cambiato. All’improvviso è scomparso l’aggettivo carino che aveva invaso cronache e recensioni. Qualcosa è davvero cambiato nel nuovo cinema d’autore italiano. Se non altro siamo usciti dalla carineria...
Parola di Marco Bellocchio che non apprezza molto la “carineria”. Ma apprezza invece molte di quelle opere prime e seconde che hanno coniato un’altra definizione: la rinascita del film d’autore italiano. Opere a volte bizzarre, a volte a bassissimo budget, altre provocatorie. Piccoli film che conquistano il pubblico, trovano sale che li difendono e soprattutto raccontano storie nostre. Come la poetica cinefilia del guardiano del museo del cinema di Torino, una sorta di Quasimodo rinchiuso nella Mole Antonelliana ‘”Dopo Mezzanotte” di Davide Ferrario). L’incapacità di vivere di una giovane interprete (Adele H postmoderna più ossessione che passione) che segue da Torino a Milano un uomo visto da una finestra (“La spettatrice” di Paolo Franchi). Amori e rapine sullo sfondo di nordiche periferie marginali e multietniche (“A/R. Andata+ritorno” di Marco Ponti). O infine lo stordimento di una pattuglia di soldati italiani in Kosovo a cui sono state insegnate tutte le più avanzate tecniche belliche, ma niente della cultura del paese che dovrebbero pacificare. È “Radio West” di Alessandro Valori con Marco Bellocchio che firma la sceneggiatura insieme al regista e a Francesco Colangelo. Ordine alfabetico e il massimo dell’understatement.
Lo stesso che usa quando parla della sua scuola, sia quella che fa ogni estate a Bobbio sia i corsi più estemporanei qua e là per l’Italia, da cui nascono sempre cortometraggi realizzati insieme agli studenti. Laboratori che raccolgono giovani attori, aspiranti registi, apprendisti sceneggiatori, debuttanti direttori della fotografia.
Quindici giorni per “Fare cinema” accanto a un regista che si rifiuta di insegnare, ma preferisce far vedere quel che sa fare: un film. Non da solo. Perché a Bobbio sbarcano ogni anno giovani colleghi da Edoardo Winspeare a Ciprì e Maresco chiamati a lavorare in bottega. Perché forse è proprio da botteghe così che parte il Rinascimento del cinema italiano.

Professor Bellocchio...
«No, professore non lo sarò mai. Non sono portato».

E la scuola, gli allievi, i corsi ogni estate a Bobbio?
«Non è una scuola. È un lavoro pratico. Un tempo il cinema era arte elitaria, ora c’è un proliferare di questi corsi a ogni livello, europeo, regionale, cittadino. Evidentemente molti giovani vogliono farei registi. cosa misteriosa perché mi sembra che oggi riservi più gratificazioni partecipare a un reality show».

Non è stato sempre così diffuso tra i giovani l’amore per il cinema?
«Quando mi sono iscritto al Centro Sperimentale, tra cinema e televisione non c’era nessuna relazione. Il cinema aveva una totale autonomia tecnica ed economica. Fare film era un privilegio, un'arte aristocratica. Ora i confini tra cinema, tv, videoclip sono molto più labili. Le tecnologie si sono popolarizzate e tutti sono in grado di fare un film. Ho visto una trasmissione dove anonimi turisti mostravano filmini girati durante i viaggi. Era sorprendente quanto fossero tecnicamente corretti. Sapevano girare una scena e orientarsi nello spazio e nel tempo. Chiunque ha ormai una tale educazione all’immagine da poter prendere in mano una macchina da presa. O un telefono, visto che si fanno i film anche con il telefonino».

E allora cosa c’è da insegnare?
«Di certo non la tecnica. Quasi tutti i ragazzi che arrivano a frequentare un corso hanno già girato un loro piccolo film. Da questo punto di vista non ho nulla da insegnare. Quello che fa la differenza è lavorare in gruppo, partecipare alla ricerca di immagini originali. Uscire dalla superficialità televisiva e riflettere sull’immagine. Si è già cominciato a farlo, dopo anni di deserto in cui il cinema italiano si divideva tra film carini e la triste inclinazione a imitare i padri e i nonni. Ora invece vedo molti registi che seguono ricerche personali sperimentando modelli innovativi».

E quali fra questi giovani registi sono quelli che la interessano di più?
«Sicuramente Edoardo Winspeare, Matteo Garrone, Roberta Torre, Vincenzo Marra e soprattutto Ciprì e Maresco visivamente i più originali, capaci di utilizzare il cinema in modo più provocatorio. Ed è interessante il fatto che questi giovani autori riescano a conquistare il pubblico con tutti i rischi che questo comporta. Perché il successo di pubblico per un regista esordiente è sempre un rischio. Induce a ripetere il film e dunque a sbagliare. È difficile raddoppiare il successo e difendere al tempo stesso la propria strada, la propria fantasia, la propria immaginazione. Sono abbastanza cresciuto per aver visto passare nel nostro cinema decine di meteore, partite con grandi successi e subito scomparse. Non si deve mai dimenticare che la cosa più importante è la fedeltà alla propria identità artistica».

In tanto cambiamento tecnologico che ruolo ha svolto la tecnologia?
«Un ruolo rivoluzionario. Un tempo si diceva che essere registi significa trovare soldi. Ora questa moltiplicazione di film e di talenti è anche dovuta al fatto che si può girare in digitale senza pellicola, montare il film in casa, partecipare alle miriadi di festival dedicati ai video e corti. Essere in poche parole padrone dei propri mezzi di produzione. Fare un film diventa sempre più simile a fare musica riunendosi in cantina con una piccola band».

Ma bisogna anche avere buone storie. Uno dei difetti che è stato rimproverato al nostro cinema è di rinchiudersi nell’intimismo o nel minimalismo e non riuscire più a raccontare la realtà del paese.
«Questo non riguarda solo il cinema. La caduta catastrofica delle grandi utopie negli anni ‘70 e ‘80 ha fatto deserto della coscienza civile e dell’interesse per la storia. È stato il fallimento di un progetto, la morte di una parola fondamentale come trasformazione. Sono rimaste le parole d’ordine della religione: carità e assistenza. E oggi gli ex marxisti hanno solo la bandiera dell’assistenzialismo. La storia come trasformazione è scomparsa».

Eppure lei, in “Buongiorno, notte” racconta una dolorosa pagina della nostra storia
«Non solo io. I francesi si sono stupiti di rivedere dopo anni la storia italiana in film come il mio o come “La meglio gioventù” di Giordana. Ma anche “Caterina” di Virzì, sia pure con accenti leggeri ed evasivi, racconta l’attuale storia. Qualcosa, come ho già detto, sta cambiando».

Dalla storia ai classici. Nei corti realizzati con i suoi allievi ricorrono autori come Pascoli o Checov. Anche questo è un modo per allontanarsi dalla superficialità televisiva?
«Non è un passaggio obbligato leggere Checov, ma di certo aiuta a costruire la profondità di un’immagine. Drammi, tragedie, lieto fine sono sempre gli stessi. Io non so se un giovane sappia riconoscere nella rabbia dei “Pugni in tasca”la sua rabbia. Come non credo all’eternità delle passioni umane. Ma ci sono delle costanti che ci legano tanto alla Russia di Checov che alla Grecia di Eschilo, e che possiamo ritrovare nelle nostre vite. O nel nostro cinema».

Un corto lungo un festival

Dai corti alla celebrità. Così fu per l'utarchico Moretti con "Come parli frate2 e per l'anglo-salentino Winspeare che presentò la sua breve opera prima "A Toilet Short Story" al Festival Arcipelago nel 1989. Festival sui generis dedicato a film brevi e brevissimi che in sette giorni produceoltre 200 titoli firmati da studenti di scuole e corsi d'ogni pare d'Europa, più retrospettive e repêchage dei cordi esordi di registi dalla carriera lunghissima. Quest'anno, dal 4 al 10 giugno, nelle tre sale del cinema Intrastevere a Roma, Arcipelago presenterà sia i lavori della scuola di Bobbio di Bellocchio (con incontro con il regista l'8 giugno alle 18) sia i primi lavori e dolori del giovane Winspeare, ma soprattutto una panoramica dei talenti emergenti in Italia (sezione ConCorto), con tanto di premio offerto da Sky e due commossi omaggi: a jacques Tati e ai suoi imperdibili film brevi e a François Truffaut con l'intervista inedita per l'Italia girata nel 1971 dalla tv franco-canadese Radio Canada.

storia del tempo:
dal 1582: il calendario di papa Gregorio XIII

Corriere della Sera 30.5.04
IL NOSTRO CALENDARIO
Nel 1582 il Papa volle la riforma con decorrenza immediata. Ma per secoli si rischiò il caos
Così Gregorio XIII fece litigare l’Europa


L’ultimo laico che in Occidente riuscì a realizzare una riforma duratura del calendario fu Giulio Cesare. Plutarco scrive che «chiamò a raccolta i migliori matematici e filosofi dell’epoca». Tra essi spicca Sosigene, l’astronomo alessandrino che discusse della cosa direttamente con il condottiero in Egitto. Poi il tempo cominciò a modificare anche questo ordine dei giorni. Al Concilio di Nicea del 325, ad esempio, si fissò l’equinozio il 21 marzo, mentre al tempo di Cesare era fatto cadere tra il 25 e il 26 di quel mese. Tolomeo, intanto, nel 130 aveva già messo il suo autorevole becco in quel conteggio, diminuendo di qualche ora la durata dell’anno. Altri calcoli li propose Ibn Jabir al-Battani nel IX secolo, basandosi sulla trigonometria indiana: corresse di poco Tolomeo. E dal gioco non restò fuori Copernico, che si accanì con i decimali in una storia lunga da raccontare. Quando nel 1582 Gregorio XIII decise di dare un ordine al calendario, l’equinozio cadeva l’11 marzo. La data della Pasqua era completamente sbagliata: in sostanza ogni 4 secoli si anticipava di 3 giorni. La cristianità chiedeva da tempo questa riforma e il papa era l’unico, grazie alla sua autorità, che la potesse realizzare. Diremo inoltre che del gran numero di persone, che si interessarono alla nuova sistemazione del tempo, tre meritano di essere ricordate. È grazie ad esse se possiamo dire che ci troviamo nel tal giorno del tale anno.
Cominciamo con la prima. Si chiamava Aloysius Lilius o, meglio, in italiano Luigi Lilio. Non sappiamo esattamente quando nacque: pare il 1510, comunque un anno non lontano da questo. Famiglia modesta, studi di astronomia e medicina a Napoli, un soggiorno a Verona, un insegnamento a Perugia. L’unica cosa certa è che in vecchiaia tornò nella nativa Cirò, non lontano dai luoghi della tradizione pitagorica, dove giunse alla soluzione del problema del calendario. Un uomo isolato che porta a compimento la sua idea sulla costa ionica della Calabria, senza una grande biblioteca a disposizione. Morì - alcune testimonianze sostengono a Roma - prima che la sua proposta potesse essere presentata nel 1576 alla commissione papale. Fu il fratello Antonio, medico esperto di astronomia ma incline a pasticciare, che sostenne il progetto e ne ricavò gli utili. Diremo soltanto che il papa gli revocò ben presto il privilegio della stampa per il testo del nuovo computo, perché non riusciva a tirare le copie sufficienti alle richieste, tanto che ci furono giorni in cui la riforma rischiò di naufragare a causa della sua lentezza.
Il secondo personaggio è un gesuita: Christopher Clavius (1538-1612). Fu lui che prese le difese di Lilio tra le acque infide delle controversie scientifiche ed ecclesiastiche. Si adoperò come nessun altro per diffondere il nuovo calendario, anche oltre quei pochi Paesi che l’avevano accettato subito. Oggi il suo nome dice poco, ma al tempo dei fatti che stiamo narrando Clavius godeva di alta considerazione, tanto che Galileo disse di lui: «Degno di immortale fama». Va precisato che il sommo pisano si recò dal gesuita, che era tolomaico convinto, per trovare un sostegno dopo le sue osservazioni astronomiche effettuate con il telescopio. Si scrisse: «È l’Euclide del nostro tempo»; poi lentamente scomparve, anche se la sua effigie è rimasta alla base della statua di Gregorio XIII in San Pietro. Furono comunque i suoi studi a consolidare la riforma del calendario, a convincere l’Europa ad applicare le nuove regole. Certo, qualcuno non era d’accordo, come il poeta John Donne. In una ingenerosa satira contro i gesuiti, Ignatio His Conclave, trovò lo spazio per infilare anche Clavius e le sue idee sul conteggio dei giorni, spedendolo all’inferno - siamo nel 1611 - prima ancora che morisse.
Il terzo personaggio è papa Gregorio, al secolo Ugo Boncompagni (1502-1585), giurista, bolognese. Condusse nei suoi verdi anni vita disinvolta (tra l’altro, ebbe un figlio), ma poi - grazie all’incontro con Carlo Borromeo - la tramutò in austera. È bello notare che Marc’Antonio Ciappi, nella biografia che dedicò al pontefice, Compendio delle heroiche et gloriose attioni, uscita a Roma nel 1596, scrive a pagina 96 una frase che riassume la sua indole: «Soprattutto teneva gran parsimonia del tempo». Insomma, soltanto un papa senza tempi morti poteva mettere in sesto il conto dei giorni. Aggiungiamo che Gregorio XIII fu anche coinvolto nella Notte di san Bartolomeo, celebre per il massacro degli ugonotti. Per essa fece celebrare un Te Deum in Santa Maria Maggiore e ripetere tre giorni dopo in San Luigi dei Francesi. Si coniarono anche delle medaglie commemorative: una di esse recava la scritta: «Pietas excitavit justitiam», ovvero: «La pietà risvegliò la giustizia».
Con la bolla Inter gravissimas del 13 febbraio 1582, papa Gregorio promulgò la riforma a tutto il mondo; si decise di sopprimere i giorni che erano di troppo (il giorno successivo a giovedì 4 ottobre 1582 sarebbe diventato venerdì 15 ottobre), di eliminare un bisestile alla fine di ciascun secolo la cui cifra non fosse divisibile per 4.
Detto così tutto sembra semplice, ma è difficile immaginare il vespaio che ne nacque. Già dopo il 5 gennaio 1578, giorno in cui veniva pubblicato il Compendium di Lilio, cominciarono ad arrivare in Vaticano osservazioni, emendamenti, proteste e insulti. Certo, in molti erano d’accordo, ma il matematico di corte del duca di Savoia, tale Giovan Battista Benedetti, voleva già correggere il calendario di 21 giorni, in modo da far cadere il solstizio d’inverno il 1° gennaio. E, siccome si era in ballo, chiedeva di modificare i mesi per farli coincidere con la presenza del Sole in ognuno dei 12 segni zodiacali. Enrico III di Francia acconsentì, ma soltanto a dicembre. Filippo II di Spagna si sottometteva, ma suggeriva di far cadere l’equinozio il 21 marzo in modo da rispettare le decisioni del Concilio di Nicea (e si sarebbe anche risparmiato perché non si doveva modificare la data su messali e breviari). Rodolfo II accettò ma prese tempo e decise di rendere attiva la riforma soltanto il 4 settembre 1583. La Germania protestante la rifiutò e si dovette attendere il 1775 per vederla applicata pienamente. La Gran Bretagna respinse la deliberazione papale: in tal caso, occorre saltare sino al 1752, anno in cui anche le colonie americane si adeguarono. Il parlamento inglese, tuttavia, per non imitare il papa, eliminò i giorni a settembre. E così di seguito: il Giappone ci arrivò nel 1873, la Russia nel 1917, la Cina nel 1949.
Per dar l’idea di qual polverone causò la riforma del calendario, basterà ricordare che molti villaggi si sollevarono temendo una vendetta sul raccolto dei santi eliminati in quei giorni di ottobre e chi prestava soldi volle gli interessi come se il mese usato per la riforma avesse avuto 31 giorni. Immaginatevi i debitori. Curioso è il comportamento di tal Thomas Stokes, un mercante inglese che arrotondava i propri introiti facendo la spia, le cui lettere di informazione conservate ancora a Londra recano la doppia data. Michel de Montaigne riassume i malumori degli scettici: «Stringo i denti ma la mia mente è sempre dieci giorni avanti oppure dieci giorni indietro; sento di continuo un sussurro alle orecchie: "Questo aggiustamento riguarda quelli che non sono ancora nati"».
Terminiamo ricordando che il secolo dei Lumi ebbe un sussulto laico e cercò a sua volta delle riforme. Le quali, però, durarono talmente poco da trasformarsi in curiosità. Ad esempio, nel 1756 Linneo pubblicò un calendario in cui a ogni giorno dell’anno era abbinato, al posto di un santo, il fiore che sboccia in quella data, oppure una indicazione relativa a partenze o arrivi di uccelli migratori o la muta delle piume di alcuni volatili o ancora taluni accoppiamenti dei pesci o i lavori agricoli. Cambiò anche il nome dei mesi: gennaio diventò «glacialis», agosto «messis», ecc. Da qui prese le mosse il calendario promulgato dalla Rivoluzione francese, che cominciava il suo complicato conteggio repubblicano dal 22 settembre 1792. Napoleone lo soppresse il 1° gennaio 1806. Aveva altro a cui pensare.

cultura tolemaica:
"disturbi bipolari", farmaci, effetti indesiderati...

Yahoo! Notizie Sabato 29 Maggio 2004, 14:37
Trattamento del disturbo bipolare di tipo 1 secondo il NICE
Di PsichiatriaOnline.net


(Xagena) - Il NICE (National Institute for Clinical Excellence) ha emesso un parere positivo sull’impiego di due nuovi farmaci nel trattamento della mania acuta associata a disturbi bipolari di tipo 1.
La scelta del trattamento dell’episodio maniacale acuto dovrebbe essere fatta dal medico sentendo il parere del paziente sulla base dei benefici e degli effetti indesiderati di ciascun farmaco.
Il disturbo bipolare è una malattia psichiatrica cronica, caratterizzata dall’alternanza di episodi maniacali e di depressione.
Si distinguono principalmente due tipi di disturbi bipolari: disturbo bipolare di tipo 1 e di tipo 2.
Il disturbo bipolare di tipo 1 è caratterizzato da un decorso clinico con episodi maniacali o misti, dove gli episodi maniacali sono gravi e causano danni funzionali e frequentemente richiedono l’ospedalizzazione del paziente.
Nel disturbo bipolare di tipo 2 prevale l’ipomania.
L’ipomania è distinta dalla mania dall’assenza di sintomi psicotici e minor danno funzionale.
I soggetti con ipomania di norma non richiedono l’ospedalizzazione.
Il rischio di suicidio negli individui con disturbo bipolare varia tra il 15 ed il 19%.
Gli uomini presentano un maggiori rischio di suicidio rispetto alle donne, e questo avviene più frequentemente durante un episodio depressivo.
Comunemente gli individui con disturbo bipolare presentano disturbi psichiatrici concomitanti o fanno abuso di sostanze stupefacenti o di alcool.
Alcuni farmaci impiegati nel trattamento del disturbo bipolare di tipo 1 agiscono sia sugli episodi maniacali che nella prevenzione delle recidive.
I farmaci che sono impiegati per trattare la fase maniacale acuta vengono anche assunti durante la remissione con lo scopo di prevenire o ritardare la comparsa delle recidive.
I sali di Litio sono stati per molto tempo i farmaci di prima scelta nel trattamento e nella profilassi della mania, della malattia maniaco-depressiva e delle recidive di depressione.
Tuttavia il Litio non presenta un buon profilo di sicurezza, e richiede frequenti aggiustamenti del dosaggio.
Gli anticonvulsivanti come il Valproato e la Carbamazepina sono impiegati come alternativa al Litio.
Riguardo all’episodio maniacale acuto non c’è consenso su quale sia il trattamento più appropriato.
L’impiego dei farmaci per la profilassi può avvenire sia singolarmente che in combinazione.
Questi farmaci possono essere assunti in modo concomitante con un farmaco che controlla i sintomi acuti della mania.
Una strategia alternativa è quella di iniziare il farmaco profilattico una volta che l’umore del paziente è stato stabilizzato da un farmaco antimaniacale.
Le benzodiazepine sono spesso impiegate negli stadi iniziali della fase acuta della mania.
Gli antipsicotici possono essere suddivisi in due classi: i più vecchi antipsicotici, detti “tipici” ed i più nuovi o “atipici” (es. Olanzapina).
Tutti gli antipsicotici sono associati ad effetti indesiderati.
Gli effetti indesiderati comprendono i sintomi extrapiramidali (come parkinsonismo, distonia, acatisia, discinesia tardiva) effetti autonomici ( come offuscamento visivo, aumento della pressione intraoculare, secchezza della fauci ed oculare, costipazione e ritenzione urinaria ), aumentati livelli di prolattina, convulsioni, sedazione, alterazioni elettriche del cuore ed aumento di peso.
Un grave effetto indesiderato con l’uso degli antipsicotici è la discinesia tardiva ( movimenti involontari del tronco ed orofacciali ), che può essere irreversibile e può peggiorare sospendendo il trattamento.
Sebbene l’incidenza degli effetti indesiderati sia associata alla dose somministrata, gli antipsicotici atipici in generale presentano una più bassa incidenza di sintomi extrapiramidali rispetto agli antipsicotici tipici.
Secondo il NICE l’Olanzapina (Zyprexa) ed il Valproato semisodico dovrebbero essere considerati come opzioni nel trattamento dei sintomi acuti della mania associati al disturbo bipolare di tipo 1. (NICE -Xagena)

sabato 29 maggio 2004

antidepressivi e «ideazione suicidaria»
anche la Food and Drug Administration invita alla massima cautela

Yahoo! Notizie Sabato 29 Maggio 2004, 14:25
Cautela nell'uso dei farmaci antidepressivi per il possibile rischio di suicidio
Di PsichiatriaOnline.net


(Xagena) - Il disturbo depressivo maggiore che colpisce i giovani pazienti di età inferiore ai 18 anni è una grave condizione patologica per la quale esistono poche opzioni farmacologiche.
Negli Usa solo la Fluoxetina (Prozac) è stata approvata nel trattamento della depressione in pazienti pediatrici.
L’FDA (Food and Drug Administration) ha appena completato una revisione, preliminare, di 8 farmaci antidepressivi: Citalopram, Fluoxetina, Fluvoxamina, Mirtazapina, Nefazodone, Paroxetina, Sertralina e Venlafaxina.
Dai dati in possesso all’FDA non si evince una chiara associazione tra l’impiego di questi farmaci antidepressivi e l’ideazione suicidaria o i tentativi di suicidio da parte dei pazienti in età pediatrica.
Il 19 giugno 2003, la Paroxetina (in Usa: Paxil; in Italia: Sereupin, Seroxat) era stata oggetto di un “talk paper” da parte dell’FDA.
L’Agenzia Federale Usa sul controllo dei farmaci aveva avvisato di aver dato inizio ad un esame dei dati sull’impiego della Paroxetina nei pazienti d’età inferiore ai 18 anni, affetti da disturbo depressivo maggiore.
L’FDA in mancanza di dati certi sul possibile presentarsi di ideazione suicidaria o tentativi di suicidio tra i pazienti con depressione che fanno uso di farmaci antidepressivi, richiama i medici ed i pazienti alla massima cautela nell’uso di questi farmaci, sia negli adulti che nei bambini. (FDA - Xagena)

«il modello riduzionista in biologia riceve un altro duro colpo»

il manifesto 29.5.04
notiziario
La lunga strada dell'evoluzione umana


La sequenza completa del genoma umano aveva fatto emergere, tra gli altri, un risultato sorprendente: la sostanziale identità genetica tra esseri umani e scimpanzé. I due organismi sono diversissimi per capacità, comportamenti e fisiologia, ma hanno Dna simili al 98-99%. Tuttavia, uno studio pubblicato sull'ultimo numero della rivista «Nature» mostra che le conseguenze biologiche di queste differenze genetiche anche minime sono molto più complesse di quanto speculato finora. Gli studiosi hanno comparato il cromosoma 22 di uno scimpanzé con la sua controparte umana, il cromosoma 21. Confrontando 231 geni simili tra loro, l'83 per cento presenta differenze sostanziali, e il 20 per cento dà luogo a esiti strutturali completamente diversi. Se questa scoperta valesse per tutti i cromosomi entrerebbe in crisi l'ipotesi che le funzioni cognitive tipiche dell'essere umano siano riconducibili a poche diversità genetiche chiave ben individuabili. Capire quali sono i cambiamenti che ci hanno impedito di rimanere scimmie è da oggi più arduo, ma possibile. E il modello riduzionista in biologia riceve un altro duro colpo.

violenza in famiglia contro le donne
il caso di Verona

L'Arena sabato 29 Maggio 2004
Dal primo luglio il Comune attiverà una linea telefonica
La violenza colpisce in casa Vittima una donna su cinque
L’assessore: «Fenomeno trasversale, interessa anche i ceti alti»

(p.col.)


La violenza è di casa in casa. Una drammatica realtà si cela dietro il facile gioco di parole. Al punto che l’assessorato comunale alle Pari opportunità ha ritenuto di prestare la necessaria attenzione «a un fenomeno trasversale che oggi nella nostra città interessa anche i ceti medio-alti», precisa l’assessore (nonché avvocato) Stefania Sartori. I pochi dati disponibili sulla violenza domestica sono datati (si riferiscono a un’indagine svolta nel 1994 dal Comune e dall’Ulss 20 in collaborazione con l’istituto di Statistica dell’Università), ma purtroppo rischiano di essere sottostimati. Allora, il 20% di tremila donne intervistate ammise di aver subito violenza sessuale nel corso della propria vita (il 17,1% in casa, il 10,4% sul luogo di lavoro), mentre il 14,4% dichiarò di aver subito percosse e maltrattamenti fisici (di queste, l’84% li aveva subiti, ripetutamente, in famiglia). Aspetto rilevante della questione, il 50% delle donne vittime di violenza sessuale e il 62% delle vittime di maltrattamenti non aveva parlato con nessuno del suo dramma personale. Quanto all’uomo violento, nella maggior parte dei casi è un uomo "normale", non affetto da patologie psichiatriche o dipendenze, ha un livello culturale medio e un lavoro regolare. L’alcol, in certi casi, può però peggiorare la situazione. Oggi le cose non vanno diversamente, se è vero - come spiega Laura Castagna, presidente di Telefono Rosa, «è minima la percentuale di donne che chiedono sostegno e consulenza alla nostra associazione».
Non mancano i motivi, dunque, per alzare il livello di guardia e mettere in atto una strategia contro la violenza domestica. «Un tema molto delicato», puntualizza l’assessore Sartori, «che esplode anche in ambienti insospettabili e che, purtroppo, poche donne sono decise a denunciare». «Siano esse casalinghe», conferma Castagna di Telefono Rosa, «o professioniste laureate». In tutte, scatta il blocco psicologico, conseguenza del lavaggio del cervello di cui il partner le fa oggetto: sei una cattiva madre, una pessima moglie. Se dici qualcosa ti porto via i bambini...
Ricatti dai quali è difficile liberarsi. «Ma dobbiamo provarci, dobbiamo offrire alle donne vittime di violenza un’opportunità», dice l’assessore alle Pari opportunità. La risposta si chiamerà progetto Petra, che sta per «pratiche, esperienze, teorie, relazioni antiviolenza». «Il primo luglio», conferma l’assessore Sartori, «verrà aperto un centro cui le donne veronesi che vivono situazioni d violenza potranno rivolgersi per avere ascolto, consulenza legale e psicologica, affiancamento e sostegno nell’identificazione di un proprio percorso di uscita dal disagio. Al centro, di cui non forniremo l’indirizzo per garantire la riservatezza delle donne, si accederà previo appuntamento, che sarà preso chiamando il numero verde 800392722 ».
«Il progetto Petra», puntualizza l’assessore, «è rivolto alla donna veronese in difficoltà in genere, non è mirato alla donna immigrata. Ma qualora emergessero numerosi casi anche nelle famiglie straniere, siamo pronti a rimodulare le risposte per essere in grado di superare anche le differenze culturali e religiose».
Il progetto Petra è stato ieri oggetto di un corso di formazione per assistenti sociali e volontari all’Ater.

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«abusi contro i minori, l'inferno è in casa»
il caso di Lecce

La Gazzetta del Mezzogiorno 29.5.04
Un'indagine della Fondazione Semeraro, presentata ieri in un convegno, ha fotografato il mondo dei maltrattamenti nel Leccese
Abusi sui minori, l'inferno è in casa
Il 98,31 per cento delle violenze fisiche e morali ha per teatro le mura domestiche
di Daniela Pastore


Picchiati, violentati, abbandonati a se stessi: nell'87,11 per cento dei casi dai genitori biologici, da chi li ha messi al mondo. Nel 98,31 per cento dei casi tra le pareti domestiche, nelle loro camerette, in quello che dovrebbe essere il loro nido, la protezione del mondo esterno. Un inferno che riguarda 1703 bambini salentini.
La cruda fotografia, rilevata da un'indagine di «Solidarietà Salento» della Fondazione Rico Semeraro, è stata presentata ieri all'hotel Tiziano, nell'ambito del convegno «Minori e disagio». Una ricerca realizzata assieme all'Istituto degli innocenti di Firenze ed al Cismai, il coordinamento italiano dei servizi all'infanzia, che ha scandagliato gli 80 servizi sociali dei comuni salentini ed i 46 consultori familiari (23 della Asl Le 1 ed altrettanti della Asl Le 2). Due anni di lavoro, tra il 2002 ed il 2003, per mettere assieme centinaia di questionari compilati dagli operatori sanitari e comunali, e delineare così il quadro del disagio dei minori in provincia di Lecce.
Su una popolazione di 158.646 minori, i bambini presi a carico dai consultori familiari sono 1241, mentre dai servizi sociali 462: un tasso di violenza rispettivamente del 7,8 su mille e del 2,9 su mille (la media italiana è del 2,5, quella europea del 6 per mille). Il totale dei maltrattamenti è però 4.657: ciò significa che in media un bambino su tre subisce più tipi di violenze. Tra i maltrattameni, i più diffusi sono la trascuratezza (ossia il lasciare il bambino abbandonato a se stesso): ne risulta vittima il 59 per cento dei minori seguiti dai consultori e l'82 per cento di quelli seguiti dai servizi sociali; ed il maltrattamento psicologico (il 64 per cento rilevato dai consultori ed il 55 per cento dai servizio sociali). Le sevizie fisiche riguardano il 6 per cento delle segnalazioni dei consultori ed il 10 per cento dei servizi sociali. Subisce abusi sessuali il quattro per cento dei bambini seguiti dai consultori ed il tre per cento di quelli assistiti dai servizi sociali. Tra i maltrattamenti vi è anche l'ipercura, ossia l'eccessiva protettività, che crea disagi nel 24 per cento dei piccoli seguiti dai consultori e nel 19 per cento di quelli seguiti dai servizi sociali. Infine, il 79 per cento dei casi segnalati dai consultori ed il 44 per cento dai servizi sociali riguardano minori a rischio di maltrattamento, che vivono in situazioni di disagio familiare, ed un 65 per cento (66 nei servizi sociali) riguarda bambini che hanno assistito a violenze all'interno della casa.
E' la casa il teatro privilegiato dei maltrattamenti: nel 98,31 per cento dei casi percosse, violenze sessuali ed umiliazioni avvengono tra le pareti domestiche. I maltrattamenti extradomestici rappresentano appena lo 0,64 per cento, mentre per l'1,05 per cento dei bambini avvengono sia in casa che all'esterno.
Al padre il triste primato di «orco cattivo» rispetto a cinque tipologie di violenza: maltrattamento psicologico (nel 63 per cento dei casi, la madre nel 30), incuria (nel 53 per cento dei casi, nel 45 la madre), maltrattamento fisico (nel 50 per cento dei casi, la madre nel 40). L'ipercura, l'eccessiva protezione, è invece esercitata dalla madre in più del 65 per cento dei casi (dal padre nel 23 per cento). Per la violenza sessuale l'«orco cattivo» è invece più frequentemente una persona esterna al nucleo familiare (nel 30 per cento dei casi). Ci sono poi gli zii (23 per cento), il padre (20 per cento) ed il genitore adottivo o il convivente della madre (12 per cento).
Il rischio di maltrattamento è poi dovuto nel 70 per cento dei casi al comportamento violento del padre contro un 32 per cento dovuto alla madre. Le problematiche del contesto familiare in cui avvengono le violenze riguardano nel 72 per cento dei casi conflitti fra i coniugi e nel 62 per cento il reddito precario, insufficiente o del tutto assente. Seguono l'isolamento sociale della famiglia (47 per cento), gravi interferenze dei parenti dei genitori nella vita familiare (34 per cento), condizioni abitative molto degradate (33 per cento). Ed ancora, convivenze difficili sotto lo stesso tetto con parenti o estranei (31 per cento), consumo di alcol (23 per cento), pendenze penali (22 per cento), patologie psichiatriche (20 per cento), consumo di stupefacenti (15 per cento).
Nell'87,11 per cento dei casi sono i genitori biologici a maltrattare i figli, valore che scende al 5,64 per cento nelle famiglie monoparentali. Il 5 per cento delle violenze avviene nelle famiglie ricostituite, lo 0,32 nelle famiglie affidatarie, e l'1,69 nelle famiglie con nonni o parenti che vivono nella stessa casa.
Le fonti delle segnalazioni? Nella maggioranza dei casi (47,86 per cento) sono la Procura ed il Tribunale dei minori, seguono gli operatori dei servizi sociali (13,78 per cento), i genitori (11,39) e la scuola (5,72 per cento).
«Dati che fanno riflettere - commenta Valeria Vicanolo, direttore della cooperativa Solidarietà Salento - è infatti grave che la violenza sui bambini si consumi tra le pareti domestiche, che venga perpetrata soprattutto dai genitori. Quello che invece è confortante è che crescono le denunce e le segnalazioni: ciò significa che il fenomeno viene pian piano a galla ed è dunque più facile intervenire, aiutare il minore a venire fuori dall'incubo».
L'ultima giornata del convegno, oggi, a partire dalle 9, con gli interventi di psicologi, neuropsichiatri e magistrati.

psichiatria britannica

Yahoo! Notizie Venerdì 28 Maggio 2004, 15:15
Psichiatria: i pazienti raramente commettono atti di violenza


Londra, 28 mag. (Adnkronos Salute) - Al contrario di quanto si creda, raramente i pazienti psichiatrici dimessi da strutture di salute mentale commettono atti di violenza. Lo sottolineano i ricercatori dell'istituto di Psichiatria di Londra diretti da Anthony Maden, in uno studio pubblicato sul British Medical Journal. Nell'indagine sono stati raccolti e confrontati i dati relativi a 957 pazienti dimessi da unità di media sicurezza in Inghilterra e Galles tra il '97 e il '99. Ebbene, nei due anni successivi solo il 6% dei soggetti aveva commesso un atto violento. Un tasso cosi' basso, commentano i ricercatori, che non c'è molto spazio di miglioramento. Mentre sarebbe utile riuscire ad indentificare i pazienti a più alto rischio. Si è visto, infatti, che l'abuso di sostanze stupefacenti e una storia di abusi sessuali sono associati a un maggior rischio di aggressivita'. (Mal/Adnkronos Salute)

le affermazioni della "farmacologia psichiatrica"
a proposito di schizofrenia e di "disturbo bipolare"...

ItaliaSalute.it 27.5.04
SCHIZOFRENIA E DISTURBO BIPOLARE: 1 SU 3 PUÒ USCIRNE


Oggi si gioca la carta genetica per bloccare la trasmissione ereditaria della schizofrenia e del disturbo bipolare.
Disordini mentali e comportamentali affliggono circa il 10% della popolazione adulta mondiale. Una famiglia su quattro ha dovuto fare l’esperienza di gestire un congiunto psicotico o nevrotico. Tra 250 e 600 mila persone in Italia soffrono di schizofrenia. L’oscillazione dei dati statistici è dovuta al fatto che, come sempre, si conteggiano solo i numeri dei casi portati all’attenzione del sistema sanitario e si stimano quelli che appartengono a un sommerso diagnostico più o meno visibile. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il numero di nuovi casi per anno sono tra 7 e 14 per 100 mila abitanti, in età tra i 15 e i 54 anni.
Purtroppo è una malattia che colpisce gente giovane, ma oggi non è più una malattia inguaribile. Una persona su tre ne può uscire sostanzialmente guarita; un’altra avrà bisogno di cure e di tempo e subirà una parziale limitazione della cosiddetta vita normale; solo la terza purtroppo si cronicizzerà e avrà difficoltà crescente nel mantenersi sulla soglia di un normale sistema di relazioni sociali. La malattia che “sottrae dieci anni di vita” a chi ne è colpito ha un indice di mortalità attorno al 10% e spesso la morte è dovuta a suicidio. Costituisce un problema importante e comporta costi notevoli per il sistema sociale: tra costi diretti e perdita di produttività, negli Stati Uniti – dove questo aspetto è stato meglio approfondito – il costo della schizofrenia è superiore ai 65 miliardi di dollari l’anno.
Schizofrenia e disturbo bipolare sono indagati contestualmente per capire se è fondato il dubbio su una sorta di continuità tra questi due gravi disturbi psichiatrici, o se invece, nonostante i numerosi punti di contatto tra le due patologie, siano prevalenti gli elementi di discontinuità. Se studi farmacologici e di neurobiologia stanno a indicare che la schizofrenia e il disturbo bipolare non costituiscono un’unica patologia, sia pure con differenze, le alterazioni neuroanatomiche riscontrate sono invece identiche nell’uno e nell’altro caso. Recenti studi di genetica hanno consentito di identificare collegamenti tra cromosomi, che in alcuni casi sembrerebbero coinvolti nell’una e nell’altra patologia. Del resto, coincidenze nel malfunzionamento dei neurotrasmettitori interessati erano già state individuate, offrendo un sostegno all’ipotesi di una continuità tra i due disturbi. Sul piano terapeutico, alcuni farmaci di recente impiego hanno mostrato una sorta di bivalenza su entrambi i fronti.
I ricercatori si muovono dunque oggi su tre percorsi: a) disturbo bipolare e schizofrenia presentano un grado elevato di trasmissibilità genetica e certi marker di suscettibilità risultano collocati su gli stessi cromosomi; b)entrambi i disturbi presentano similitudini per quanto concerne le alterazioni dei neurotrasmettitori; c) molti antipsicotici di nuova generazione, approvati inizialmente per il trattamento della schizofrenia, si sono dimostrati efficaci anche nel trattamento del disturbo bipolare. E’ tuttavia da questo parallelismo imperfetto dei dati della ricerca che ci si attendono risposte importanti per la prevenzione e per la cura, che resta solidamente fondata sulle risorse farmacologiche. Al Congresso della Sinpf verranno presentate le più recenti acquisizioni sulle opzioni terapeutiche del disturbo bipolare.
L’efficacia del trattamento antipsicotico continuativo è stata confermata da ricerche sul rapporto tra esito e trattamento farmacologico, con criteri di valutazione clinici, derivati dall’osservazione diretta dei pazienti da parte degli psichiatri e da valutazioni delle annotazioni presenti sulle cartelle cliniche. Fino all’inizio degli anni ‘90 l’efficacia del trattamento antipsicotico continuativo dei disturbi schizofrenici è stata valutata attraverso ricerche sui sintomi positivi (98%) e sui sintomi negativi (19%); ma il punto di vista soggettivo del paziente o dei suoi familiari è stato preso poco in considerazione, solamente nel 13% degli studi controllati. È indubbio quindi che le esperienze soggettive delle persone affette da disturbi schizofrenici durante il trattamento farmacologico antipsicotico vengono raramente riportate nelle ricerche e vengono raramente utilizzate per valutare l’efficacia e la tollerabilità di un farmaco antipsicotico. In particolare, le esperienze soggettive delle persone affette da disturbi schizofrenici durante il trattamento farmacologico vengono raramente utilizzate per valutare la compatibilità del trattamento farmacologico con gli interventi riabilitativi, con la possibilità di un funzionamento sociale autonomo e di un’accettabile qualità della vita.
Non esiste, attualmente, una cura specifica per il disturbo bipolare. Un trattamento adeguato, tuttavia, permette di ridurre i tassi di morbilità e di mortalità ad esso associati. Gli obiettivi generali del trattamento del disturbo bipolare consistono nel valutare e trattare le esacerbazioni acute, prevenire le recidive, migliorare il funzionamento interepisodico e fornire assistenza, informazioni e supporto al paziente e alla sua famiglia.
Oggi gli obiettivi del trattamento farmacologico, alla luce delle esperienze sempre più diffuse di “community psychiatry” vanno oltre la riduzione del rischio di riacutizzazioni sintomatologiche. Si punta piuttosto alla riduzione della severità degli episodi di riacutizzazione e al progressivo miglioramento delle caratteristiche del decorso. I progressi compiuti nella integrazione tra interventi farmacologici ed interventi psicosociali rendono inevitabile la ricerca di ulteriori obiettivi, che sono: una interazione favorevole con gli interventi riabilitativi, un progressivo miglioramento del funzionamento sociale e della capacità lavorativa e, conseguentemente, una auspicata riduzione dei costi diretti ed indiretti della malattia.
Al XIV Congresso Nazionale della SINFP, a Bologna, 1- 4 giugno, un corso speciale affronterà il tema: “Schizofrenia e Disturbo bipolare: continuità o discontinuità?”

«farmacologia repressiva»

Ticino.News.ch 29.5.04
(una lettera ricevuta dal quotidiano online svizzero)
MODERNA REPRESSIONE IN PILLOLE E CONTENZIONE FISICA
alla Clinica Psichiatrica Cantonale


Si potrebbe dire che la “moderna” psichiatria sia oramai divenuta una tecnica raffinata della repressione dei Diritti dell’Uomo tramite l’uso e abuso dei farmaci, pur continuando con la repressione e degradazione tramite la contenzione fisica (oltre 400 l’anno solo alla Clinica Psichiatrica Cantonale). Da questo punto di svolta siamo di fronte ad un capolavoro.
Ma allora a che serve togliere la camicia di forza, quando si continuano ad usare strumenti simili ed affini seppur diversi? Perché ostinarsi tanto nell’usare la contenzione sui letti con cinghie, quando oggi bastano forti dosi di psicofarmaci tramite una buona siringa?
La psichiatria illuminata ha preso sul serio questa seconda domanda e le ha dato una risposta. Diversi psichiatri, con buone PR, hanno conquistato troppo facilmente la fama di antipsichiatri e di democratici per il sol fatto di aver eliminato letti di contenzione e camicie di forza. Hanno etichettato la loro pratica quale psichiatria moderna, dopo aver lievemente criticato quella del passato affermando che “ora la psichiatria si era evoluta”..
Un’affermazione sin troppo gratuita, perché la psichiatria nella sua sostanza è una tecnica di repressione dei comportamenti e degli elementari Diritti dell’Uomo. Non saranno certamente l’abbandono di uno strumento antiquato e l’avvento di un ambiente più “sociale” e più “pulito”, insieme a psichiatri sorridenti, a stabilire se ci troviamo di fronte ad una reale evoluzione. Non vi è nessuna sostanziale evoluzione.
Ancora oggi si ricoverano coattamente in Ticino centinaia di persone ogni anno, circa il 60% dei ricoveri presso la Clinica Psichiatrica Cantonale avvengono tramite il ricovero coatto.
Una buona percentuale di questi vengono legati al letto (costrizione fisica); è un fatto che alla Clinica Psichiatrica Cantonale di Mendrisio (e sicuramente non solo) esistono ancora letti predisposti con le cinghie di contenzione.
Oggi, il progresso della farmacologia repressiva rende del tutto inutile, e tra l’altro faticoso, l’uso della contenzione fisica sul soggetto inquieto. L’uso della violenza fisica è un approccio appariscente e più rumoroso. È sempre possibile che venga considerato dai familiari o dalla stampa come qualcosa di barbaro e di scandaloso, appartenente ad epoche passate.
Ecco perchè preferibile una tecnica farmacologica, silenziosa, praticamente incontrollabile, facile da metabolizzare socialmente (…). Anche più assimilabile come auto-pratica: è molto più facile convincere qualcuno a prendere una manciata di pillole psichiatriche , che farsi legare a un letto.
Una contenzione farmacologica è un traguardo molto più semplice e socievole (…), un po’ come mettere il profumo di rose dentro la candeggina. Risultato? L’odore sgradevole resta ben nascosto.

Lucio La Chimia
info@kulturapop.com
www.kulturapop.com

venerdì 28 maggio 2004

l'istituto superiore di sanità:
i bambini e la «sindrome da iperattività/deficit di attenzione (ADHD)»

ricevuto da Paola Franz

http://www.epicentro.iss.it - Istituto superiore di sanità
ADHD, QUANDO L’IPERATTIVITA’ E’ TROPPA

Iperattività, impulsività, incapacità a concentrarsi. Sono tratti che caratterizzano la sindrome da deficit di attenzionee, nota anche con la sigla ADHD. E’ uno dei problemi di salute mentale che possono colpire in età pediatrica: su questo e sugli approcci terapeutici nel nostro Paese si è avviato un processo per un Registro nazionale per l’ADHD, primo esempio al mondo nel suo genere, che inizierà ad operare nel settembre 2004. Questo e molto di più nella nuova sezione completamente dedicata alla ADHD.
Sindrome da deficit di attenzione (ADHD)


Descritta per la prima volta nel 1845 dal medico Heinrich Hoffman in un libro intitolato "The Story of Fidgety Philip", un’accurata descrizione di un bambino iperattivo, ma riconosciuta come un problema medico solo nel 1902 in seguito a una serie di conferenze tenute da Sir George F. Still per il Royal College of Physicians inglese, la sindrome da iperattività/deficit di attenzione (ADHD) è fra i problemi di salute mentale pediatrica.
L’ADHD consiste in un disordine dello sviluppo neuro psichico del bambino e dell’adolescente, caratterizzato da iperattività, impulsività, incapacità a concentrarsi che si manifesta generalmente prima dei 7 anni d’età. La sindrome è stata descritta clinicamente e definita nei criteri diagnostici e terapeutici soprattutto dagli psichiatri e pediatri statunitensi, sulla base di migliaia di pubblicazioni scientifiche, nel "Diagnostic and Statistic Manual of Mental Disorders", il manuale pubblicato dalla American Psychiatric Association utilizzato come referenza psichiatrica a livello internazionale (DSM-IV).

Sintomi e diagnosi
Secondo il DSM, l’ADHD può essere quindi definita come "una situazione/stato persistente di disattenzione e/o iperattività e impulsività più frequente e grave di quanto tipicamente si osservi in bambini di pari livello di sviluppo". Questi sintomi finiscono con il causare uno stato di disagio e di incapacità superiore a quello tipico di bambini della stessa età e livello di sviluppo.
I sintomi chiave di questa condizione sono la disattenzione, l'iperattività e l’impulsività, presenti per almeno 6 mesi e comparsi prima dei sette anni di età.
I bambini con ADHD:
• hanno difficoltà a completare qualsiasi attività che richieda concentrazione
• sembrano non ascoltare nulla di quanto gli viene detto
• sono eccessivamente vivaci, corrono o si arrampicano, saltano sulle sedie
• si distraggono molto facilmente
• parlano in continuazione, rispondendo in modo irruento prima di ascoltare tutta la domanda
• non riescono ad aspettare il proprio turno in coda o in un gruppo di lavoro
• possono manifestare serie difficoltà di apprendimento che rischiano di farli restare indietro rispetto ai compagni di classe, con danni emotivi
La diagnosi di ADHD può essere formulata secondo il DSM in presenza di:
• 6 o più dei 9 sintomi di disattenzione
oppure di
• 6 o più dei 9 sintomi di iperattività\impulsività.
Utilizzando un criterio diagnostico più restrittivo, l’International Statistical Classification of Diseases and Related Health Problems (ICD-10) dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, definisce la presenza di "disordine ipercinetico" quando sono compresenti sintomi di iperattività, di comportamenti impulsivi e di deficit di attenzione.
Alla sindrome ADHD si può accompagnare, a seconda dei casi, lo sviluppo di altre forme di disagio: ansietà e depressione, disordini comportamentali, difficoltà nell’apprendimento, sviluppo di tic nervosi.

Le cause
Le cause che portano alla manifestazione della sindrome di ADHD non sono univoche, né ancora accertate completamente dai medici. Diverse ricerche identificano una certa familiarità nella presenza di ADHD, suggerendo una componente genetica nella sua trasmissione.
Alcuni studi vanno nella direzione di valutare gli effetti di alcool e fumo durante la gravidanza sullo sviluppo di ADHD. Da un punto di vista neurofisiologico, studi svolti su alcune aree del cervello dalla divisione di psichiatria pediatrica dei Servizi di salute mentale americani (NIMH), con tecniche di risonanza magnetica, Tac e con diversi tipi di tomografia hanno dimostrato che queste aree sono effettivamente più piccole in volume nei bambini con ADHD rispetto a quelli nei quali la sindrome non si è manifestata, cioè nei casi di controllo. Questo stesso studio indica che i parametri presi in considerazione sono normalizzati in bambini che sono sottoposti a trattamento rispetto a quelli che non subiscono alcun trattamento. Altri studi hanno invece evidenziato un deficit nella trasmissione dopaminergica.
Per quanto riguarda la possibile influenza di fattori ambientali, secondo una ricerca americana pubblicata sulla rivista Pediatrics, svolta su 2500 bambini, la TV e in particolare le ore trascorse quotidianamente dai bambini di fronte a essa dall’età di 0 fino ai sei anni influiscono significativamente sullo sviluppo di disordini dell’attenzione e iperattività. Secondo i ricercatori statunitensi non sarebbero i contenuti ma le immagini irreali e veloci di molti programmi ad alterare lo sviluppo del cervello.

Il trattamento
Il trattamento dell’ADHD può richiedere un approccio sia terapeutico, seguendo una terapia psico-dinamica, che farmacologico. Il farmaco più indicato dagli studi per il trattamento farmacologico è il metilfenidato (prodotto con il nome commerciale di Ritalin®), assieme a diversi tipi di anfetamine.
In ogni caso, l’approccio terapeutico ottimale deriva dalla capacità da parte dei medici e delle famiglie di riuscire a elaborare, nel corso di un follow-up prolungato, un corretto bilancio beneficio-rischio per lo sviluppo del bambino affetto da ADHD. E’ cioè determinante riuscire a distinguere se ai fini di questo sviluppo sia più favorevole un trattamento farmacologico prolungato con stimolanti oppure interventi terapeutici e comportamentali non farmacologici. Secondo gli NIH americani, tra il 70 e l’80 per cento dei bambini rispondono positivamente ai trattamenti, migliorando la propria capacità di concentrazione, di resa nell’apprendimento, di rapporto con gli altri bambini e con gli insegnanti, di controllo dei propri comportamenti impulsivi. Essenziale ai fini di un risultato positivo della terapia è un rapporto prolungato con lo psichiatra infantile, sia da parte del bambino che della famiglia, per sviluppare in modo concertato tecniche di gestione del comportamento.
Il ricorso al trattamento farmacologico, in ogni caso, dovrebbe essere il risultato di una attenta diagnosi, che si basa sull’esecuzione da parte del bambino di numerosi test, che permettono di valutare tutte le possibilità di ridurre al minimo il rischio del trattamento stesso e di stabilire l’appropriatezza terapeutica del farmaco.