giovedì 21 ottobre 2004

sinistra
il libro di Armando Cossutta

Repubblica 21.10.04
IL LIBRO-INTERVISTA DI ARMANDO COSSUTTA
COMUNISTA SENZA ABIURE
NELLO AJELLO

Una storia comunista di Armando Cossutta e Gianni Montesano viene presentato oggi a Roma presso la Sala del Cenacolo (vicolo Valdina 3a) alle ore 17 da Massimo D´Alema, Ciriaco De Mita e Oliviero Diliberto. Presiede Eugenio Scalfari
«Sono stato e sono ancora un comunista, senza vergogne e senza abiure», è il motto che Armando Cossutta adotta per riassumere la propria biografia, intitolata, appunto, Una storia comunista e redatta in collaborazione con Gianni Montesano (Rizzoli, pagg. 288, euro 15,50). La definisce «una piccola cronaca senza grandi pretese», ma non può sfuggirne l´intensa passionalità. Attraversa sessant´anni della sinistra italiana, visti da una distanza temporale che non ne attenua anzi sembra accrescerne l´impatto emotivo e la carica polemica.
Il punto di osservazione iniziale è la Lombardia operaia, anzi ciò che a lungo se ne è considerato la «cittadella»: Sesto San Giovanni. Lì Cossutta, nato a Milano nel 1926, iniziò la carriera politica, dopo aver militato nelle file della Resistenza ed aver subìto il carcere. Segretario della sezione comunista della «Stalingrado d´Italia», vi incontra i massimi dirigenti del partito: da Togliatti, alla cui lezione si professerà fedele, a quel Luigi Longo, del quale appena può tesse l´elogio. Del primo, Togliatti, apprezza la razionale freddezza, la perseveranza con la quale privilegiò, nei fatti, «la strada della democrazia» rispetto a quella dell´«insurrezione»: l´occupazione della Prefettura di Milano, nell´autunno del ´47, da parte di «una fiumana» di militanti del Pci sotto la guida di Giancarlo Pajetta - un topos della nostra narrativa politica - viene riproposta in queste pagine con vivacità e a completo onore del segretario del Pci che ne intuì a prima vista l´inutilità operativa (al punto, testimonia Cossutta, che in quelle ore «l´irritazione di Togliatti era ben più forte di quella di Scelba e De Gasperi»).
Di Longo, Cossutta ricorda la perentoria semplicità: alla vigilia di quel 28 aprile del ´45, quando il comandante partigiano Walter Audisio incaricato di giustiziare Mussolini manifesta qualche comprensibile esitazione, Longo lo gela per telefono: «Senti Valerio, o tu fucili Mussolini o noi fuciliamo te». Un episodio che sembra sfumare in una truce oleografia. Meno epici risultano certi tratti del carattere di Longo che Cossutta rievoca con leggerezza. Come quando, per troncare dibattiti che si preannunziano inesauribili, il successore di Togliatti posa sul tavolo di riunione il proprio cappello invitando i compagni a deporvi ciascuno un bigliettino con il suo voto: contiamoci e non se ne parli più. Così, nel dicembre del ´64, venne scelto, in qualità di candidato comunista al Quirinale, Saragat al posto di quel Fanfani che taluni - fra i quali Pietro Ingrao - patrocinavano. Decisioni ben più sofferte Longo aveva assunto rendendo pubblico il memoriale togliattiano di Jalta e si sarebbe accollato criticando con asprezza l´invasione sovietica della Cecoslovacchia (agosto 1968).
L´aura mitologica che aleggia su questi episodi sembra intorbidarsi nel periodo successivo, quando Cossutta passa all´opposizione nel partito, diventando capo della corrente denominata, all´ingrosso, «filosovietica». E ciò determinerà uno stop alla sua carriera, che aveva conosciuto un´ascesa continua fino a sfociare, nel 1966, nell´incarico di coordinatore dell´ufficio di segreteria e nella funzione di «sovrintendente all´amministrazione» del partito. Per farla breve, almeno fino al 1974, fu lui a procurare al Pci i finanziamenti che provenivano dall´Unione Sovietica: il cosiddetto «oro di Mosca».
Bersagliato per decenni dagli avversari politici, Cossutta non ha mai nascosto quel suo ruolo, rivendicandone anzi la legittimità in un universo bipolare, in cui ciascuna delle parti in lotta aveva i suoi finanziatori internazionali: la Dc gli Stati Uniti, il Pci l´Urss. Anche quando, sulla metà degli anni Settanta, i finanziamenti di provenienza moscovita si affievoliscono o cessano del tutto, egli continua a percepire contributi, magari modesti, di provenienza sovietica, stavolta a vantaggio di iniziative giornalistiche facenti capo alla sua «area» all´interno del partito o comunque predisposte verso Mosca.
Moralmente ineccepibile in quanto persona, l´ex agitatore di Sesto San Giovanni è ormai una sorta di manager internazionale di partito. E questa funzione collima con la sua visione politica generale. Sotto Berlinguer, egli sarà favorevole al compromesso storico come intuizione di fondo, ma assai critico verso i governi di solidarietà nazionale appoggiati dal Pci. Considererà «infelice» l´intervista con la quale, nell´estate del ´76, Berlinguer afferma di «sentirsi più al sicuro» sotto la protezione della Nato. Per non parlare della dichiarazione in cui lo stesso leader, alla fine del 1981, dichiarerà esaurita la «capacità propulsiva» della rivoluzione di Ottobre. Riviste oggi, le tesi berlingueriane gli sembrano anticipare quella «mutazione genetica» del partito di Togliatti e di Longo che condurrà al cambio del nome. D´altronde, già a partire dai tardi anni Settanta, il «caso Cossutta» era andato accentrando intorno a sé il dissenso comunista.
«Atto distruttivo» e «suicida», manifestazione di «pentitismo politico», «recisione delle radici», «nuovismo a tutti i costi»: così, in questa Storia comunista, si parla della "Bolognina" e del cambio di nome e di collocazione politica dell´ex Pci: colpevoli i «quarantenni scalpitanti guidati da Occhetto e da Massimo D´Alema». Cossutta si colloca alla testa dei comunisti del «no» e degli oppositori di quella «Cosa» che sarà poi il Pds e l´attuale Ds.
La nascita del partito della Rifondazione comunista, nel maggio del ´91, avrà proprio in Cossutta il massimo artefice: e, tre anni più tardi, sarà opera sua la stessa scelta di Fausto Bertinotti - un dirigente sindacale non di gran nome, all´epoca - come segretario.
È nel destino dell´anziano dirigente lombardo assistere a continui strappi che compromettono i suoi ideali originari. Il partito della Rifondazione comunista, da lui concepito come una formazione «unitaria» a sinistra, con Bertinotti cambia passo. Viene percorso da «un´accelerazione estremista», s´ispira a un «comunismo ribellistico che io definisco "dannunziano"». Nell´ottobre di sei anni fa, «in quelli che annovero fra i giorni più amari della mia vita», cade in parlamento il governo presieduto da Romano Prodi. Responsabile di questo capolavoro alla rovescia è il partito che proprio Cossutta ha creato e che Bertinotti ora dirige.
Tutto daccapo. Cossutta se ne va, inventa un nuovo partito, i Comunisti italiani, destinato a rappresentare «la sinistra del centrosinistra». È finora, l´ultima sua incarnazione politica. Ha già settantadue anni, in quel 1998, l´ex dirigente di base di Sesto San Giovanni. E può ben dire, parlando di sé al plurale come in un´epigrafe: «Andiamo lontano perché veniamo da lontano».

monito del Presidente della Corte Costituzionale

Repubblica 21.10.04
Davanti a Ciampi l'appello del presidente della Consulta
"Riforme da ponderare bene"
Primo intervento di Onida mentre il testo sta per approdare al Senato. "Sono in gioco equilibri essenziali"
SILVIO BUZZANCA

ROMA - State attenti a quello che fate con le riforme costituzionali. E se proprio volete cambiare la Costituzione, cercate di farlo coinvolgendo tutti coloro che possono dare un contributo. Valerio Onida, neo presidente della Corte Costituzionale, approfitta della prima occasione pubblica - la consegna, alla presenza di Carlo Azeglio Ciampi, del premio Chiarelli al predecessore Gustavo Zagrebelsky - per lanciare un appello alla riflessione a partiti e istituzioni. Onida parla chiaramente da presidente della Consulta, dice che «la Corte costituzionale ben consapevole del suo ruolo di guardiana della Costituzione, che le spetta insieme alle altre istituzioni di garanzia e in particolare al capo dello Stato». Il presidente della Consulta rievoca i quasi 60 anni di vita della Corte e si augura che «questa casa comune», venga «rispettata come merita».
Onida spiega che è proprio «la consapevolezza della natura delicata e cruciale dei meccanismi della giustizia costituzionale» che lo induce «ad esprimere, sommessamente, l´auspicio che prima di mettere mano, con decisioni definitive, a modifiche degli equilibri essenziali assicurati da questi meccanismi, come è per la composizione stessa della Corte Costituzionale, si ponderino bene le possibili conseguenze». Onida aggiunge che non basta riflettere sulle conseguenze. Bisogna anche scegliere un metodo che coinvolga «intorno al Parlamento, che è la fonte, insieme eventualmente al corpo elettorale, del potere di revisione costituzionale, il più ampio arco di istanze istituzionali e di sedi di riflessione». Un invito alla riflessione condiviso da Zagrebelsky che nel suo intervento ha difeso il ruolo super partes della Consulta. Secondo il presidente merito la Corte non può diventare un campo di battaglia fra gli schieramenti politici trasformandosi in una sorta di "terza Camera". Altrimenti, conclude, «la giustizia costituzionale si trasformerebbe in farsa costituzionale».
[...]

Repubblica 21.10.04
LE IDEE
Quei quindici giudici custodi della Carta
giustizia, politica e costituzione

Questa è forse la funzione principale al di sopra delle contese di parte
Fissare i principi sostanziali della vita comune e le regole di esercizio del potere
Il massimo tradimento dei chierici che noi siamo sarebbe quello di trasformarci in una sorta di terza Camera
Un organismo costituzionale schierato meriterebbe di essere soppresso: non se ne capirebbe l'utilità
È improprio parlare di maggioranza e minoranza tra di noi : l'obbiettivo è la soluzione più condivisa
GUSTAVO ZAGREBELSKY

Due sono le nozioni di politica e possono entrare in rapporto. La prima è la cooperazione tra alleati, per creare convivenza e inclusione sociale, cioè, secondo Aristotele, amicizia. La seconda è conflitto tra avversari per il sopravvento, dove conquista ed esercizio del potere pubblico sono la posta in gioco. Teniamo per ora sullo sfondo questa duplicità: convivenza e competizione. Sarà presto utile.
Tra le ragioni della giustizia costituzionale, cioè del controllo giudiziario su procedure e contenuti delle decisioni collettive - le leggi, in primo luogo - c'è quella che vado a esporre.
In un´ideale società rigorosamente omogenea, composta di esseri umani identici per capacità, ideali, interessi, gusti e aspirazioni, l´adozione delle decisioni collettive potrebbe essere affidata indifferentemente - per passare da un estremo all´altro - a un´assemblea che delibera all´unanimità o a un singolo che decide in generale, da solo e per tutti. Chi faccia parte dell´assemblea o chi sia questo solitario legislatore sarebbe, poi, del tutto indifferente; onde costoro potrebbero anche scegliersi a caso, tirarsi a sorte. Situazioni di questo genere si sono realizzate nel tempo della mitologia costituzionale classica (alludo alla Costituzione degli Ateniesi di Aristotele), in società che non conoscevano (o celavano piuttosto le) differenze ed erano perciò felicissime (o, più verosimilmente, infelicissime).
Non è evidentemente così nelle tormentate società democratiche del nostro tempo, segnate da differenze e divisioni d´ogni genere. Qui sono oggetto della cura più attenta le procedure di selezione dei governanti, poiché esse comportano selezione di interessi, ideali e prospettive di vita collettiva. La deliberazione all´unanimità, poi, è esclusa per l´evidente ragione che l´assenza di omogeneità la renderebbe impossibile.
La delega casuale a un unico soggetto, infine, è scartata per il carattere totalmente arbitrario che essa assumerebbe in una società divisa. Non resta che fare ricorso alla regola della maggioranza. Ma ciò comporta, come è stato detto, che i regimi democratici celino una proprietà della quale non si ama parlare volentieri: impongono alla minoranza di piegarsi e accettare le decisioni della maggioranza.
Può questa imposizione essere incondizionata? Possono ammettersi decisioni della maggioranza totalmente ripulsive per la minoranza?
Il problema si pone con acutezza nelle odierne società democratiche, pluraliste e non omogenee. Perché possa accettarsi il governo della maggioranza occorre che in particolare la parte minoritaria sia rassicurata sulla circostanza che, quale che sia l´esito del voto popolare, non ne deriveranno conseguenze esiziali per il perdente. Senza questa rassicurazione, di fronte al rischio di soppressione o persecuzione da parte del "vincitore democratico", ogni elezione sarebbe una battaglia all´ultimo sangue: l´esatto contrario di quel che vuole essere la democrazia, cioè una via pacifica e consensuale per risolvere divergenze e conflitti.
Qui si mostra una, forse la principale, funzione della Costituzione: fissare i presupposti della convivenza fra tutti, cioè i principi sostanziali della vita comune e le regole di esercizio del potere pubblico accettati da tutti, posti perciò al di fuori, anzi, al di sopra della contesa politica; principi e regole sui quali - in una parola - non si vota. O meglio, non si vota più, una volta iscritti in una Carta costituzionale. Per riprendere antiche e venerabili concezioni, si può dire che la Costituzione fissa il pactum societatis, con il quale ci si accorda sulle condizioni dello stare insieme, nel reciproco rispetto che protegge dal conflitto all´ultimo sangue. Sulla base di questo primo accordo, può essere stipulato il pactum subiectionis, con il quale ci si promette reciprocamente di ubbidire - di assoggettarsi - alle decisioni del governo legittimo, cioè del potere della maggioranza che agisce secondo le regole e nel rispetto dei principi contenuti nel pactum societatis. È facile comprendere come le due nozioni di politica enunciate all´inizio - la politica come cooperazione e la politica come conflitto - hanno a che vedere, la prima, con il pactum societatis e, la seconda, con il pactum subiectionis: nozioni entrambe necessarie, perché l´unione senza soggezione è impotente e la soggezione senza unione è tirannica.
Sono distinzioni, schemi teorici, privi di aggancio con la vita politica concreta, dove tutto si mescola indistintamente? Per nulla. In democrazia, i governanti resi saggi dalla lezione dell´esperienza, fatta spesso a loro spese, sanno che il rispetto del pactum societatis, cioè della Costituzione, è garanzia di un minimo comune denominatore di omogeneità politica e che ciò è la condizione indispensabile per il governo. Il primo compito della Costituzione, l´integrazione in questo minimo di unità, viene prima di quello, altrettanto essenziale ma secondo, di organizzare le istituzioni e i procedimenti di governo. Ogni uomo politico democratico che si preoccupi della cosiddetta governabilità, cioè (contro l´uso corrente del termine) delle condizioni che rendono la società suscettibile di essere governata, è consapevole che il mantenimento delle condizioni di omogeneità costituzionale, cioè il rispetto della Costituzione e, ancor prima, la fiducia nell´altrui lealtà costituzionale sono la principale di queste condizioni. In mancanza, verrebbe meno la disponibilità della minoranza ad accettare come legittime le decisioni della maggioranza. Nel caso estremo, il conflitto si risolverebbe fuori della democrazia: o con il rovesciamento del governo o con il soffocamento della minoranza. Entro questi due casi-limite, sta comunque il logoramento del governo e la perdita di efficacia della sua azione. Perciò, contro l´apparenza - o, meglio, guardando oltre l´illusione - si può dire che la Costituzione, con i suoi vincoli e i suoi limiti, anzi: proprio per i vincoli e i limiti, svolgendo un´imprescindibile funzione d´integrazione, è strumento di governabilità, non ostacolo o impaccio per il governo. Ove prevale l´opinione opposta, ivi c´è incoscienza o spirito d´avventura.
* * *
Passo ora, dall´empireo dei fondamenti dello Stato costituzionale, qualcuno potrebbe dire - sbagliando - dalle nuvole dei concetti, scendere ai problemi della giustizia costituzionale.
La discesa è ovvia: una Corte che non è e deve temere di essere o anche solo di apparire (la descrizione si intreccia con la prescrizione; l´essere con il dover essere; la constatazione con l´esigenza; la realtà con l´apparenza) organo della e nella politica come conflitto, cioè organo politico del secondo tipo. Siamo invece e dobbiamo essere organo politico del primo tipo, politico dunque non nel senso in cui lo sono il parlamento, il governo, i partiti politici, i comportamenti elettorali.
La giustizia costituzionale non è prosecuzione in altra forma della contesa che si svolge in questi luoghi. Il massimo tradimento di questi chierici che noi siamo (o siamo stati) sarebbe quello di trasformarci in una terza camera dove continua per interposte persone il confronto tra le parti del conflitto politico. Una Corte costituzionale politicamente (sempre nel secondo significato) schierata meriterebbe di essere soppressa, perché, se a favore della maggioranza, non se ne capirebbe l´utilità se non come copertura e inganno della pubblica opinione; se contro, se ne capirebbe l´utilità ma mancherebbe totalmente di legittimità. Il massimo danno che possiamo fare, da noi stessi, all´istituzione di cui facciamo parte è operare, e dare l´impressione di operare come quinta colonna.
La Corte costituzionale è custode del pactum societatis, garanzia delle condizioni d´insieme minime della vita collettiva. A essa spetta la difesa dei principi costituzionali sui quali "non si può votare". Il massimo affronto non è quello di sentirci dire: sbagliate!, ma di essere trattati come attori del conflitto politico. Il che è quanto talora, anzi frequentemente avviene a opera di un´informazione politico-giudiziaria incapace di cogliere le differenze, con la gratuita e pregiudiziale distribuzione tra i giudici di appartenenze politiche. Essa alimenta in modo acritico e rozzo l´idea che tutto e in tutte le sedi (anche nelle stanze dei loro giornali?) si riduca a lotta tra partiti.
Si comprende allora quel certo disagio che avvertiamo se la soluzione di un caso costituzionale coincide con quella auspicata, per i suoi fini, da una parte politica (di maggioranza o di opposizione, non cambia), anche se è sorretta dalle più incontrovertibili delle ragioni costituzionali: disagio che deriva dal rischio di confusione tra i due distinti ordini di ragioni. Consciamente o inconsciamente, e aggiungo: conformemente al ruolo della Corte, avvertiamo la preferibilità, ove possibile, di soluzioni che non siano quelle né di una né dell´altra parte. Non credo di ingannarmi se segnalo una certa tendenza psicologica alla "terza via", nei dispositivi e nelle motivazioni delle nostre decisioni, soprattutto sui temi più controversi politicamente. Penso a cause pendenti di grande rilievo politico e culturale, su temi che dividono le opinioni. La "terza via" che eventualmente venga escogitata dalla Corte l´espone normalmente all´accusa di ambiguità "politica" e consente spesso alle parti contrapposte di cantare, pro parte, vittoria; ma si tratta appunto della politica del secondo tipo, alla quale la Corte, giustificatamente, cerca di sfuggire.
Si dirà: eppure alla Corte ci si conta, si vota, e si vota proprio per decidere questioni, come quelle costituzionali, sulle quali "non si dovrebbe votare". Se non sono lecite maggioranze e minoranze tra gli elettori o tra i rappresentanti in Parlamento, come può accadere che votino i quindici giudici della Corte; che proprio tra di loro ci si divida? Dove vanno a finire i nostri buoni propositi, se col voto, una parte schiaccia l´altra?
Queste domande pongono una questione seria. In effetti, esiste tra noi una certa ritrosia a "passare ai voti". Non rivelo certo segreti dicendo che, sulle questioni più importanti, quelle di vero diritto costituzionale, si cerca di non votare o, meglio, di decidere senza che sia necessario ricorrere al voto o di renderlo una semplice formalità. È saggezza della Corte darsi tempo, non forzare i tempi. È un´elementare constatazione di psicologia che, in un collegio, la prima volta ci si schiera, e quindi ci si divide, anche profondamente; la seconda volta, prevale l´esigenza della composizione, e dunque ci si dispone a comprendere le ragioni altrui. Prima si milita, poi si coopera. È buona cosa che la Corte italiana, a differenza di organi suoi omologhi di altri ordinamenti, non sia costretta a vincoli temporali di decisione.
L´optimum sarebbe l´unanimità. L´obbiettivo realistico è la soluzione più condivisa.
Ma, si dirà ancora, la Corte nelle sue decisioni esprime degli indirizzi. Sì, ma non certo nel senso dell´indirizzo politico di un governo o di una maggioranza parlamentare. Ogni causa è a sé. Non esiste maggioranza precostituita alle singole decisioni né elaborazione di indirizzi generali, che richiedano attuazione. Un programma che si frapponesse tra la singola decisione e la Costituzione sarebbe in contrasto con il dovere di fedeltà alla Costituzione in generale, dovere che esclude ogni vincolo particolare, come un programma di parte.
Se di indirizzo di politica giudiziaria si può parlare, è solo in senso retrospettivo, come bilancio a posteriori di un operato che non ubbidisce a disegni prefigurati. In Parlamento, invece, esiste una maggioranza che deve durare in funzione di un programma. Se si divide, venendo meno la continuità d´azione, non ha più ragione di esistere. Perciò, in un organo parlamentare è normale che le decisioni siano prese sempre dalla stessa maggioranza fino a quando una maggioranza diversa non sostituisca la precedente. Presso la Corte non è così. Le decisioni si prendono giorno per giorno e in relazione a ogni singola questione. Nella medesima giornata, le aggregazioni da cui scaturiscono le decisioni sono le più variabili. In Parlamento, la minoranza accetta di essere tale, in attesa di qualche ribaltamento elettorale, per diventare a sua volta maggioranza. Ma qui? Pensate che ci siano giudici che accetterebbero di restare a far parte di un organo alla formazione del cui indirizzo sono stabilmente, magari per l´intero mandato, esclusi? O che accetterebbero di non contare nulla fino a un´eventuale ma non certo prevedibile mutamento di equilibri interni? Del resto, se presso la Corte esistesse un indirizzo politico, non sarebbe naturale che il Presidente ne fosse l´espressione e il garante? Ma è notorio che il criterio primo che ne determina l´elezione è l´anzianità: non la politica, dunque, ma la natura.
Ma, si dirà infine, alla Corte siedono pur sempre persone con un passato politico (nel secondo senso della parola). Così è infatti, conformemente al sistema della loro nomina e elezione (uno dei meno politici, comunque, tra quelli che il diritto comparato registra). Ma occorre valutare, oltre alla durata novennale del mandato (il più lungo tra tutti quelli previsti dalla Costituzione) e alle garanzie di totale indipendenza, la condizione psicologica dei giudici: il rispetto di sé e l´amor proprio.
I chiamati alla carica di giudice costituzionale sono di norma forti personalità con un degnissimo passato, anche politico, da difendere. È necessario che sia così, non solo per ragioni lapalissiane, ma anche e soprattutto perché è garanzia di indipendenza dalla politica contingente. Tutto è meglio dei tiepidi o dei Nicodemi che non hanno o nascondono le loro fedeltà. Essi, le mezze figure, non hanno motivo di rispetto di sé e possono essere più facilmente di altri indotti a cedere ad altri rispetti.
L´amor di sé, infine, spinge chiunque, e anche i giudici costituzionali a voler valere, fino magari alla presidenza della Corte stessa. Ma, per valere, occorre conquistarsi la fiducia dei colleghi. Ogni camera di consiglio, per nove anni, è perciò un esame. Qui, il passato conta per il solo nostro foro interno (il rispetto di sé), non per gli altri. Non siamo interessati da dove vengano i nostri colleghi. Questo riguarda chi li nomina o li elegge. Conta invece, e conta molto, quel che si è si fa nel collegio, nella diuturna opera del giudicare. Se un giudice si esponesse nel lavoro quotidiano alla critica, tra noi distruttiva, di essere longa manus politica sarebbe perduto. L´amor di sé sarebbe presto costretto a ricredersi.
* * *
Per queste ragioni è possibile definire in breve e in sintesi la Corte un´omeòstasi, un equilibrio che si forma quasi automaticamente tra forze autoregolative che la mantengono sulla rotta e la preservano dagli sbandamenti.
La Corte, come ho cercato di mostrare, è il frutto congiunto sia di ragioni giuridiche che di atteggiamenti spirituali e motivi psicologici. Le une hanno influito sugli altri e viceversa. L´equilibrio è fragilissimo e può essere facilmente spezzato e dobbiamo esserne consapevoli. Spirito e psicologia orientati al superiore interesse della protezione della Costituzione dalle turbolenze della contesa politica sono affare dei giudici. I presupposti giuridici sono affare del legislatore. Siamo certi, vogliamo essere certi che, al primo posto di tante sue cure riformatrici, c´è il mantenimento della Corte, salda nel luogo costituzionale che le compete.
L´ultima garanzia, tuttavia, non sta né nei giudici né nella maggioranza legislatrice. Sta oltre e riguarda tutti. Riprendo dall´inizio. Sta nel bisogno diffuso, in una generale volontà di Costituzione: intendo dire della costituzione come pactum societatis, presupposto per una convivenza civile, pacifica e costruttiva. Qualora quel bisogno e quella volontà andassero perduti, prevalendo nel nostro Paese l´idea diabolica (da repubblica dei diavoli) della costituzione come campo di battaglia e sopraffazione, la politica di parte spirerà incontrastata anche in queste stanze e la giustizia costituzionale si trasformerà in una farsa costituzionale.

dal VI secolo ac?
le basi della storia del pensiero cinese

il manifesto 20.10.04
Il Grande Tutto in cinquemila parole
Un rinnovato confronto con un grande classico del pensiero cinese, uno dei libri più letti e amati nel mondo, Laozi. Genesi del Daodejing, a cura di Attilio Andreini per Einaudi
AMINA CRISMA

«Senza nome (wu ming) è dei Diecimila esseri il cominciamento / Ha nome (you ming) quel che dei Diecimila esseri è la Madre». E' la forza di un linguaggio enigmatico e paradossale, intessuto di audaci accostamenti di contrari e proteso a misurarsi con l'indicibile, a costituire la cifra stilistica del Laozi, o Daodejing («Classico della Via e della Virtù», o «Classico della Via e della sua Potenza»), e a fare di questo testo del pensiero cinese uno dei libri più letti e amati. Secondo solo alla Bibbia per numero di traduzioni, ha avuto nel corso del tempo versioni nelle lingue più svariate e su di esso si è esercitata un'imponente esegesi; e tuttavia, nonostante la molteplicità di letture e interpretazioni a cui ha dato luogo, sembra resistere alla presa, come se quell'insondabile fondo a cui sovente allude - il «mistero oltre il mistero», «l'arcano degli arcani», segreta unità del Grande Tutto - si irradiasse sulle cinquemila parole che lo compongono, conferendovi una sorta di perdurante inafferrabilità. Non meno enigmatica e fascinosa è la figura dell'autore a cui la tradizione lo attribuisce, Laozi («il Vecchio Maestro»), indicato dalla leggenda come l'iniziatore del taoismo. Di Laozi, che sarebbe vissuto fra il VI e il V secolo a.C., in realtà non si sa nulla di certo, neppure se sia veramente esistito. Una favola vuole che abbia composto l'opera prima di sparire misteriosamente, andandosene a Occidente; e questa storia conoscerà una rinnovata fortuna con l'introduzione del buddhismo in Cina nei primi secoli dell'era volgare, allorché si diffonderà la tendenza a presentare il Buddha come Laozi reincarnato.
°°°
Il Dao (la Via), da cui prende il nome la cosiddetta scuola taoista (daojia), vocabolo chiave del Laozi, è un termine definibile se non in via negationis («Incerta cosa, e vaga, è la Via! ...»). Già presente nella lingua cinese, con il significato di «via», «metodo», «procedimento», «regola di vita», qui invece assume una peculiare accezione che si può delineare ricorrendo alle parole di Isabelle Robinet: il Dao si configura come «'Verità ultima', una, trascendente, invisibile, impercettibile, situata al di là di qualsiasi rapporto di differenziazione, di qualsiasi giudizio e di qualsiasi antagonismo», «fonte di qualsiasi vita, estensiva e universale». Il Dao evoca la totalità come realtà unitaria, come eterna processualità che si dispiega nella dialettica di «non esserci» (wu) ed «esserci» (you), di latente e manifesto - una relazione che sarà al centro, nel III secolo d.C., della riflessione della cosiddetta «scuola del mistero» (xuanxue) e che nel commento al Laozi di Wang Bi (226-249) troverà una delle sue più significative formulazioni. Il suo grembo inesauribilmente fecondo è il vuoto - invisibile fondo d'immanenza da cui promana la molteplicità visibile; la sua potenza («virtù», de) sta nel «non agire» (wu wei), nella sovrana efficacia della spontaneità del divenire: «il Dao ha la sua costanza nel non agire, eppure per suo tramite tutto si compie».
°°°
E' dunque un movimento di ritorno verso l'origine, di ricongiunzione alla fertile sorgente dell'unità del Tutto che il libro configura: un percorso a ritroso, per «succhiare il latte al seno della Madre», che si attua nel polemico capovolgimento di quelli che appaiono come i valori umani a cui s'ispira l'educazione confuciana: «Praticare lo studio è sempre più accrescersi, praticare il Dao è sempre più decrescere». Lasciandosi alle spalle ogni artificiosa imposizione derivante dalla civiltà e dalla cultura, si tratta di far ritorno a una semplicità analoga a quella del legno grezzo, di ritrovare l'intatta energia vitale (qi) che pervade la mollezza del corpo del neonato. E come il ritorno costituisce il movimento stesso del Dao, così la debolezza rappresenta la paradossale modalità in cui si esprime la sua incomprimibile forza - un paradosso che nell'opera è sovente illustrato con l'immagine dell'acqua, della quale «nulla al mondo è più cedevole» e, tuttavia, «niente la supera nell'intaccare ciò che è duro e forte».
°°°
Propone un rinnovato confronto con questo grande classico, impervio quanto seducente, l'edizione del Laozi a cura di Attilio Andreini che appare ora da Einaudi (Laozi. Genesi del Daodejing, pp. XLII-253, € 22,50) -, e che si connota innanzitutto per una precisa scelta stilistica, volta a restituire l'intensa qualità poetica del testo e la forza espressiva del suo arduo linguaggio. Questa non è peraltro l'unica sorpresa per il lettore che abbia familiarità con le traduzioni correnti, poiché quest'edizione non si attiene all'ordinamento convenzionale del testo, ma a quello della più antica redazione completa del Laozi finora in nostro possesso, il manoscritto su seta rinvenuto a Mawangdui nel 1973, e risalente circa al 200 a.C., nel quale le due sezioni del libro (Daojing, Classico della Via, e Dejing, Classico della Virtù) sono invertite rispetto al textus receptus. Essa assume inoltre a riferimento un'ancor più antica stesura parziale dell'opera, il cosiddetto Laozi di Guodian, manoscritto su bambù scoperto nel `93 e risalente al 350-300 a.C. - e nell'imponente apparato critico di corredo, assumono un ruolo di rilievo gli ultimi sviluppi della cospicua esegesi - cinese e occidentale - su questo importante ritrovamento.
°°°
In questa prospettiva, che mette a frutto le acquisizioni più recenti dell'indagine filologica, si viene radicalmente a riformulare la percezione stessa del testo: si ha a che fare qui con il processo del suo farsi, con quella fluida gestazione che lo configurava come opera aperta, circolante in più redazioni e varianti, ben prima che il filtro delle biblioteche imperiali e la codificazione del II e III secolo d.C. intervenissero a fissarne la versione canonica, tramandata dalla tradizione successiva.
°°°
Come ricorda il saggio introduttivo di Maurizio Scarpari, il problema della formazione del Laozi si inscrive nella più ampia questione dello e concerne lo statuto della testualità nella Cina pre-imperiale, ossia in quella fertile epoca di libero dibattito, dal V al III secolo a.C., che costituì l'autentica età assiale del Paese di Mezzo, e alla quale pose fine la fondazione (221 a.C.) dell'impero centralizzato. Rispetto alla cultura dell'epoca aspramente conflittuale quanto creativa che l'aveva preceduto, l'impero degli Han (206 a.C.-220 d.C.) si rappresentò come erede, ma in un certo senso ne fu anche l'esecutore testamentario. Si raccolse e si organizzò entro il nuovo quadro istituzionale il lascito intellettuale del passato: collazionando sparsi e disparati insiemi di listarelle di bambù legate da fragili lacci di corda si costruirono i libri in quanto texti recepti, e, parallelamente, si procedette anche a costruire la classificazione delle «scuole filosofiche». Pressoché esclusivamente attraverso tale mediazione, fino a poco tempo fa, potevamo metterci in contatto con il pensiero antico, e che cosa tale mediazione avesse comportato - che cosa in essa fosse andato rimaneggiato, perduto o dimenticato - poteva essere solo argomento di congettura.
°°°
Ma il coperchio apposto in età imperiale al retaggio dell'epoca degli Stati Combattenti si va ora sollevando, per effetto delle scoperte, di dirompente portata, degli ultimi anni, e delle quali si è ancora lontani dall'aver tratto tutte le implicazioni. Dai manoscritti su seta emersi negli anni `70 dalle tombe di Mawangdui nello Hunan alle centinaia di listarelle di bambù dissepolte a Guodian nello Hubei nel '93 e sulle quali ancora si sta lavorando - e già molto si va disputando -, i reperti ci restituiscono un universo di scritti magmatico e in larga misura sconosciuto, in cui compaiono, insieme a sorprendenti versioni di testi già noti, opere di cui s'era persa ogni traccia e memoria, come inedite cosmogonie - Taiyi sheng shui, «Il Supremo Uno genera l'acqua» - e stupendi frammenti. Quest'universo è ancora in buona parte da decifrare e interpretare, ma una cosa risulta già chiara: esso appare ben poco corrispondente alle ordinate tassonomie in cui l'hanno tradotto e ridotto i solerti letterati dell'età imperiale. Fra le classificazioni da loro operate e la proteiforme congerie di scritti che gli ultimi ritrovamenti ci rivelano si disegna uno iato cospicuo, che induce a revocare in dubbio molte delle consolidate certezze su cui riposavano finora le interpretazioni invalse del pensiero antico.
°°°
Sono le nozioni stesse di «libro» e di «scuola» a divenire ora oggetto di una radicale problematizzazione: i «libri» appaiono fluidi aggregati dai labili confini, le «scuole» appaiono etichette appiccicate a posteriori a realtà non univoche né chiaramente delimitabili, ma plurali, multiformi, intrecciate. E' probabile che dovremo presto disfarci di molti degli schemi che ci sono consueti, di molte convenzionali etichettature. Una prospettiva che potrà apparire iconoclasta a chi è affezionato alle abituali catalogazioni, ma se si provasse a farne a meno, si potrebbe anche scoprire che la sua aura solenne non ne risulterebbe affatto intaccata, e forse anzi un diverso ascolto si offrirebbe al suo imponente, suggestivo, maestoso proferire.

Saddam Hussein

Repubblica 21.10.04
Nel carcere superprotetto la visita del ministro iracheno Amin
"Saddam è depresso e vede lo psichiatra"
DAL NOSTRO INVIATO

AMMAN - Saddam Hussein è depresso, cupo e soffre di insonnia. Le ultime notizie sull´ex dittatore iracheno arrivano dal ministro per i Diritti umani, Bekhtiar Mohammad Amin. Lo ha incontrato nel carcere superprotetto, allestito dagli americani vicino all´aeroporto internazionale di Bagdad. Una visita breve, poco più di mezz´ora che, stando alle dichiarazioni riportate dalla stampa irachena, avrebbe colpito lo stesso ministro. «L´ho trovato molto depresso», ha riferito Amin, «giù di morale e non riesce a dormire la notte. Ho saputo che Saddam viene visitato due volte al giorno da un medico e che ogni due settimane riceve la visita di una psichiatra».
Vigilato 24 ore su 24, rinchiuso in un luogo tenuto segretissimo, l´ex raìs può usufruire di tre ore d´aria al giorno, consuma tre pasti regolari, ottiene tutte le medicine di cui ha bisogno. Ma, stando al ministro dei Diritti umani, non si abitua all´idea di aver chiuso con la storia. Essere prigioniero non è certo una condizione esaltante. Ma quello che pesa di più sul morale dell´ex dittatore sono l´assenza di notizie dall´esterno e l´incertezza sul suo futuro. Sa bene che presto verrà processato e teme di essere condannato a morte; ha paura di trovarsi, per una volta, dall´altra parte dello scranno e di fare la fine che lui stesso, spesso con grande disinvoltura e una ferocia unica, decretava per altri.
Le notizie sullo stato d´animo di Saddam Hussein sono piuttosto ricorrenti in Iraq. Fanno parte delle leggende che si rincorrono da un capo all´altro del paese. Lo stesso premier Iyad Allawi, tre mesi fa, disse di averlo trovato depresso, tremante, ossessionato dall´idea di essere giudicato e condannato a morte. Svelò di aver ricevuto almeno cinque richieste di grazia dallo stesso Saddam. Eppure, quando l´ex dittatore approdò nell´aula del giudice che gli comunicò i capi d´imputazione del suo processo, tutto il mondo ebbe una sensazione ben diversa. Il raìs tirò fuori la sua classica grinta, si mostrò combattivo, tenne testa al magistrato, si dichiarò ancora presidente dell´Iraq e rifiutò di apporre qualsiasi firma sui documenti che considerava illegittimi. Un gioco delle parti. Con un Saddam depresso e cupo, ogni due settimane dallo psichiatra, nella solitudine della sua cella. E un Saddam che lancia il suo sguardo di terrore davanti alle tv irachene e del mondo.
(d. m.)

mercoledì 20 ottobre 2004

mondi tolemaici
Emilio Servadio, freudiano e parapsicologo, davvero un "coraggioso pioniere"?!

il manifesto 19 ottobre 2004
Un pioniere della psicoanalisi italiana
Oggi, a Roma, l'Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani ricorda Emilio Servadio con una giornata di studio

«Soffermiamoci sulle circostanze in cui è apparso "Istino di morte e conoscenza".
Freud, Federn, Weiss, Musatti, Perrotti, Servadio... un ramo della genealogia freudiana si snoda anche in Italia. L'orientamento di questo ramo rifletteva quello del maestro viennese e dei suoi immediati seguaci. Ne esprimeva e riproduceva lo scetticismo, la dichiarata e razionalizzata rinuncia a curare, la resa nei confronti della psicosi, l'abdicazione ai suoi meccanismi»

citato in "Storia della psicoanalisi in Italia dal 1971 al 1996", pag.122, come ripreso da "Il pappagallo dei pirati", pag 6. Entrambe opere di L.A.Armando (1997 e 1976) Ndr


L'Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani coglierà, oggi, l'occasione dei dieci anni dalla morte e dei cento anni dalla nascita di Emilio Servadio, per ospitare una giornata a lui dedicata, in cui si ripercorreranno i legami profondi tra la cultura italiana e la psicoanalisi. Nella figura di Servadio sono rintracciabili le caratteristiche dei primi «pionieri», in genere uomini e donne di grande cultura letteraria, poliglotti e viaggiatori. Redattore capo di tutte le voci delle Opere attinenti alla psicologia, a partire dall'Enciclopedia Italiana delle scienze, lettere e arti del 1930, fino alla «Piccola Treccani» del 1994 concepì il suo progetto con l'intento politico e pedagogico di dare unità e attualità alla cultura nazionale dell'epoca; e una volta raggiunto lo scopo rimase un convinto assertore dell'utilità della divulgazione scientifica, che almeno in ambito psicologico ha avuto in lui un rappresentante insuperato. Va letta in questo senso anche la coraggiosa operazione iniziale attraverso cui riuscì ad introdurre il pensiero psicoanalitico in Italia, inserendolo «trasversalmente», tra la filosofia e le scienze che si contendevano il campo. La particolarità attribuita agli studi di Servadio riguarda prevalentemente l'interesse per i fenomeni irrazionali - le cosiddette percezioni extrasensoriali e quelle telepatiche - trattati con gli strumenti consueti della psicoanalisi. Precursore degli studi fondamentali sul transfert e sul controtransfert, ha anticipato le riflessioni più attuali sulla coscienza, oggi di strettissima attualità, tracciando un percorso di conoscenza che la giornata odierna riprenderà tracciare l'evoluzione del pensiero psicoanalitico, soprattutto in ambito italiano. La giornata si svolgerà a Roma, (Palazzo Mattei di Paganica, piazza della Enciclopedia Italiana) con i contributi di Francesco Paolo Casavola, Renata De Benedetti Gaddini, Carlo V. Todesco, Domenico Chianese, Jorge Canestri, Simona Argentieri, Simona Baglivo, Giovanni De Riu, Enzo Siciliano, Patrizia De Clara e Biancamaria Puma.

Giorgio Colli, lo "scopritore" di Nietzsche

La Stampa 20.10.04
UN GRANDE STUDIOSO INGIUSTAMENTE DIMENTICATO
Colli, la durezza dell’inattualità
Eccelso filologo
e storico della filosofia,
tra Nietzsche
e la sapienza greca
Estraneo al cattolicesimo
come al marxismo, e pure
al liberalismo: esce la sua
«biografia intellettuale»
di Angelo d’Orsi

NEGLI ambienti accademici torinesi l'espressione «maestro dei maestri» si riferisce a Gioele Solari, titolare di Filosofia del diritto dal 1918 fino al 1948, quando la cattedra passò al suo allievo prediletto Bobbio. Ma la «covata» di Solari è numerosa quanto prestigiosa: dai primi suoi laureati nell'estate del 1922 (Piero Gobetti e Alessandro Passerin d'Entrèves) a Luigi Bulferetti, Felice Balbo, Dante Livio Bianco, Luigi Firpo, Ettore Passerin d'Entrèves, Filippo Barbano... Fra loro, laureatosi nel 1939 con una tesi su Platone, Giorgio Colli. Nato nel 1917 - suo padre, Giuseppe, era stato amministratore della Stampa, licenziato dal fascismo, per poi essere reintegrato nel dopoguerra, prima di concludere nello stesso ruolo al Corriere: dunque l'antifascismo era di casa - Colli era stato allievo di un altro luogo «obbligato» della torinesità, il Liceo D'Azeglio. Dopo la laurea, fu per un paio d'anni assistente di Solari, per poi passare all'insegnamento nella scuola superiore, finendo a Lucca, dove tra i suoi allievi vi fu Mazzino Montinari, che avrebbe avuto a sodale e continuatore nella straordinaria impresa dell'edizione critica di tutte le opere di Friedrich Nietzsche.
Il grande pensatore tedesco, da una parte, la sapienza greca - da Zenone ad Aristotele - furono i due filoni di lavoro principali di Giorgio Colli, negli anni della maturità, e su entrambi egli avviò lavori di peso, sempre rigorosi quanto originali. Strappato al lavoro e alla vita da una morte improvvisa quanto precoce (all'inizio del 1979, a poco più di 61 anni), benché oggetto di attenzione in sedi specialistiche, Colli rimane un personaggio caduto nell'oblio: assai ingiustamente, perché fu davvero fuori del comune. Arriva ora un libro (Federica Montevecchi, Giorgio Colli, Bollati Boringhieri, pp. 174, e18,00) a riportarlo all'attenzione, e anche se il sottotitolo di «biografia intellettuale» appare francamente inadeguato: la biografia intellettuale di Giorgio Colli deve ancora arrivare. L'autrice, filosofa di professione, ma priva degli strumenti storiografici che sono indispensabili per una «biografia intellettuale», offre comunque un sensibile percorso di lettura interno all'opera di Colli, che non è stato solo un eccelso filologo e storico della filosofia, ma anche un filosofo, la cui originalità è ad abundantiam sottolineata dalla Montevecchi, mossa qua e là da uno spirito polemico i cui destinatari non sempre risultano chiari. Certo, se si riflette a un dato, la polemica è più che legittima. Colli, libero docente nel 1948, non andò mai oltre il ruolo di professore incaricato (di Storia della filosofia antica), che tenne con onore, sebbene con pochissimi studenti, a Pisa, dal '49 alla morte: una delle tante vergogne della storia universitaria italiana. E Torino, in particolare, sembra piuttosto dimentica di siffatto personaggio, che sotto la Mole fu attivissimo operatore culturale, prima nell'Einaudi, quindi nella Boringhieri, dove diresse, insieme con Montinari, una bellissima Enciclopedia di autori classici (90 titoli in 9 anni!): pagine fondamentali, spesso poco note, della cultura occidentale - da Aristotele a Pascal, da Voltaire a Newton, da Leibiniz a Darwin - ma anche testi-base delle grandi culture d'Oriente, in uno sforzo volto a dare un panorama mondiale e sempiterno della classicità. L'orizzonte di una cultura non destinata, come scrisse Montinari, al consumo ideologico immediato.
Torino, ingrata patria, sia con l'Università, sia con l'attività editoriale, dunque? Sembra di poterlo dire, anche se qualche elemento conoscitivo in più sarebbe stato utile: il libro, qua e là allusivo, risulta alla fine elusivo. Sta di fatto che, anche sul piano editoriale, le due grandi proposte, quella sull'opera omnia di Nietzsche e quella altrettanto gigantesca e originale sulla Sapienza greca, Colli fu costretto a portare altrove il suo talento; nel caso editoriale, le sue proposte vennero accolte dalla casa Adelphi, grazie al suo fondatore Luciano Foà, conosciuto ai tempi dell'Einaudi.
Con i suoi limiti, il libro è interessante, se non altro per la vivida passione che la Montevecchi mostra per il suo autore, di cui ci disvela i percorsi solitari della mente, tra Eraclito e Schopenhauer, tra Aristotele e Nietzsche. Ma fino a quando qualcuno non tornerà sulla sua vita, oltre che sul suo pensiero, carte alla mano, non capiremo mai la verità, che qui possiamo solo intuire, dell'opinione di Colli in merito al tema doloroso dell'«inattualità»: essa, scrisse, accomuna «tutti coloro che parlano al presente con vera durezza». Per comprendere la durezza di Colli (uomo estraneo tanto al cattolicesimo quanto al marxismo, ma neppure inquadrabile nelle varie versioni del liberalismo laico), e dunque avere documentata una chiave di lettura della sua inattualità - che può rappresentare un segno infallibile della grandezza di un autore - dovremo attendere altri studi. Intanto, seguendo il tragitto che questo ci propone, con «simpatia» (nel senso letterale, greco della parola), possiamo arrivare ai testi di Colli: egli ci insegnò, a proposito di Nietzsche - che fu davvero il «suo» filosofo - che per capire un autore occorre sottrarlo al gioco delle interpretazioni, e risalire ai testi, direttamente. Donde l'importanza ineludibile della filologia, che per Colli era - scrive la Montevecchi - «la via d'accesso privilegiata al pensiero e alla corretta impostazione con il passato».

ancora sui linguaggio delle donne in Cina

Ilsecoloxix.it
20 ottobre 2004
Il linguaggio delle donne

«La grande domanda alla quale non sono riuscito a rispondere, nonostante trent'anni di ricerche sull'anima femminile, è: "Che cosa vuole una donna?"». Forse Sigmund Freud non sapeva che le donne comunicano con un altro linguaggio, un linguaggio segreto da cui i maschi sono irrimediabilmente esclusi. Perlomeno in Cina, dove per secoli si è parlato il nushu, una vera lingua con cui si scrivevano poesie, romanzi, canzoni i cui manoscritti venivano poi distrutti per mantenere il segreto. Oggi però questo codice, tramandato di madre in figlia da 2.500 anni, rischia di scomparire per sempre con la morte di Yang Huanyi, 98 anni, analfabeta in cinese e ultima donna che sapeva leggere e scrivere in nushu. La lingua delle donne, proibita dal partito comunista cinese fino al 1982, veniva utilizzata per raccontare sogni, speranze, dolori. Ogni ragazza, il terzo giorno dopo il matrimonio, riceveva un "Libro del terzo giorno", in cui le "sorelle" avevano trascritto il loro dispiacere per la "perdita" dell'amica. Metà del libro era lasciato in bianco, a disposizione dei pensieri più intimi della sposa, che il marito non avrebbe mai potuto leggere

Tg2.rai.it 20 ottobre 2004

La scomparsa del Nushu. Si chiamava Yang Huanyi, ed aveva 98 anni. La sua morte, avvenuta nei giorni scorsi nella provincia cinese di Hunan, segna la scomparsa dell'ultima persona ancora in grado di parlare la lingua "nushu", utilizzata per secoli in Cina esclusivamente dalle donne. Il 'nushu', scoperto nel 1982 da una linguista cinese, era l'unica lingua esclusivamente femminile del mondo, i cui manoscritti sono estremamenmte rari, visto che tradizionalmente venivano bruciati o sepolti insieme alle defunte. Vistesi private per secoli di un'educazione formale, le donne della provincia di Hunan svilupparono una forma di scrittura particolare per poter comunicare fra di loro. I messaggi venivano trasmessi spesso ricamando i caratteri su dei pezzi di stoffa, data la mancanza di carta, e sfruttando la decorazione dei bordi: per questo si scrive in colonne verticali ed i caratteri, ispirati agli ideogrammi cinesi, sono più stilizzati per permetterne il ricamo. Il vocabolario del 'nushu' era formato da circa 1.500 parole: con la morte di Yang, unici testimoni della lingua scomparsa rimangono una serie di diari manoscritti

credenze
il Limbo sta per scomparire...

Repubblica 20.10.04
LIMBO
Quella terra dove siamo sospesi
la chiesa cattolica vuole abolirlo
Istituita una commissione teologica per studiarne la soppressione
La storia religiosa e simbolica di una metafora dell'oggi
GIOVANNI FILORAMO

Giovanni Filoramo insegna storia del cristianesimo all´Università di Torino di recente ha pubblicato Che cos´è la religione (Einaudi).

Qualche giorno fa Giovanni Paolo II ha ricevuto la Commissione teologica internazionale e l´ha invitata a ripensare la questione del limbo e dei bambini morti senza battesimo «in nome di una prassi pastorale più illuminata». E può sembrar strano, oggi che a quanto pare la nozione di limbo si appresta ad andare in pensione, che vi sia stato un tempo, neppure troppo lontano, in cui attorno alla sua natura si accendevano fieri dibattiti teologici, che potevano anche avere, come nel famoso caso del Sinodo di Pistoia del 1786, non irrilevanti ricadute politiche. Come capita con le nozioni-limite (limbus, in latino, significa "bordo", "limite"), terra di nessuno, zona grigia di confine in cui si stemperano i conflitti senza che con questo essi perdano la loro virulenza, anche il concetto di limbo, tipico della tradizione cattolica, è, per così dire, un luogo residuale, dove sono confluiti i problemi salvifici ed escatologici che non trovavano una soluzione soddisfacente né nel predestinazionismo agostiniano e nella sua peculiare ed elitaria concezione della salvezza né nel suo gemello speculare, il pelagianesimo, con il suo concetto di una natura umana non macchiata fin dalle origini dal peccato e, dunque, aperta a vie salvifiche più universali.
Quale era il destino finale - domanda decisiva in ogni religione di salvezza che si rispetti - di tutti coloro che non avevano potuto conoscere l´annuncio salvifico del Cristo e della sua Chiesa? Interrogativo che, tradotto nel linguaggio di questa particolare economia salvifica, diventava: è possibile salvarsi senza essere battezzati in re e cioè senza aver potuto avere accesso ai codici di ingresso che la Chiesa cattolica aveva elaborato come fattore decisivo della propria identità? Se era vero che al di fuori della Chiesa non vi era salvezza, quale era allora il destino di tutti coloro, dai bambini morti senza battesimo alla schiera, destinata ad accrescersi in modo incontrollabile in epoca moderna, di tutti coloro che non erano stati raggiunti dal suo annuncio salvifico?
La risposta fu, appunto, il limbo, un luogo non ben precisato nella geografia dell´aldilà, che presentava il vantaggio, nella sua indeterminatezza, di poter essere visto come anticamera dei due luoghi escatologici "forti": l´inferno e il paradiso. Cristo, con la sua passione, morte e risurrezione, aveva sconfitto definitivamente le potenze infernali, anche se, nella prospettiva di storia della salvezza propria del messaggio protocristiano, la realizzazione concreta di questo regno, con il preludio di un interregno millenario, si sarebbe avuta soltanto alla fine dei tempi. Come preannuncio di questa sconfitta, egli era disceso agli inferi dove aveva liberato i giusti dell´antico patto, dai patriarchi ai profeti, che non avevano potuto conoscere direttamente il suo annuncio, ma che, in questo modo, potevano, seppur indirettamente, pregustarne gli esiti finali (ben presto, a questi si aggiunsero i giusti pagani). Nel tentativo teologico decisivo, che sta alla base del costituirsi stesso dell´identità del cristianesimo, di rileggere le scritture ebraiche secondo la prospettiva del compimento, i giusti dell´antico patto si trovarono così collocati, come luogo escatologico, nel "seno di Abramo", considerato un´anticamera del paradiso: una prefigurazione del limbo dei fanciulli inventato da Agostino.
Questo secondo tipo di limbo, anticamera dell´inferno, rispondeva, in un periodo in cui il nemico prevalente di una chiesa ormai imperiale era diventato il nemico interno, l´eretico che ne minacciava l´unità - dai donatisti a Pelagio - a una esigenza intraecclesiale decisiva, che si incontrava, nell´Agostino dottore implacabile di una dottrina della grazia tanto audace quanto impietosa, con l´esigenza di fondare una concezione di chiesa in grado di realizzare il modello disegnato nella Città di Dio, imperniato sulla dottrina del peccato originale e di una salvezza conseguibile soltanto attraverso l´imperscrutabile intervento della grazia divina. A tutela di questo bastione della fede Agostino pose una concezione del battesimo e del suo valore intrinsecamente salvifico, che aveva come inevitabile corollario l´esclusione dalla salvezza e dalla visione beatifica di Dio, che ne costituiva l´essenza, tutti coloro, a partire dai bambini non battezzati, che non avessero potuto conoscere la mediazione salvifica dell´istituzione ecclesiastica.
Sono note le fortune medievali di questo modello, che trovò un´espressione sapiente nella Summa teologica di Tommaso, per rinascere a nuova vita con la Conquista: il limbo doveva essere un luogo veramente capiente per poter accogliere tutti gli uomini giusti che, non certo per cattiva volontà, erano morti non solo prima di Cristo, ma anche dopo la propagazione di un messaggio che ora si rivelava, di fronte all´estensione dei nuovi mondi, tremendamente circoscritto. Di qui un fiume di disquisizioni teologiche, talora di altissimo livello, che trovarono nuovo alimento nel giansenismo e nelle sue polemiche virulente con tutte quelle posizioni, come quelle dei nuovi ordini missionari, i gesuiti in testa, che concedevano troppo alla natura umana, per di più di popolazioni selvagge, natura irrimediabilmente corrotta dal peccato originale e di per sé incapace di salvarsi.
La storia del limbo cattolico è, dunque, la storia di un luogo teologico in cui si intrecciano, in modo soltanto a prima vista paradossale, più che nel caso dei due luoghi escatologici per antonomasia, il paradiso e l´inferno, nodi e conflitti teologici di grande momento, che investono alla fine la volontà redentrice di Dio e i limiti dell´azione salvifica della Chiesa. Pensato inizialmente come luogo per risolvere le aporie del destino finale di quei giusti, dell´antico patto come del paganesimo precedente all´incarnazione, che non avevano potuto conoscere il Cristo, esteso poi, in seguito al trionfare del dogma del peccato originale, ai bambini morti senza battesimo, come il suo precedente biblico, lo sheol, esso dovette la sua secolare fortuna al fatto di poter accogliere tutte quelle figure residuali che, come ombre prive ormai di vera realtà teologica, non rientravano nei quadri salvifici saldi e sicuri della Chiesa di tipo costantiniano.
È la crisi di questo tipo di chiesa, manifestata dal Concilio Vaticano II, ad aver in fondo gettato le premesse per l´attuale liquidazione. La volontà salvifica universale di Dio e l´altrettanto universale capacità di mediazione del Cristo rendono obsoleta una nozione che alla fine minaccia la stessa onnipotenza divina e, in particolare, la sua misericordia, come del resto ricorda indirettamente l´unico breve cenno presente nel catechismo della Chiesa cattolica (1261). Priva di evidenti riscontri evangelici e di una sicura tradizione ecclesiastica, la nozione di limbo, col suo esclusivismo religioso, sembra ormai non più in grado di essere difesa con convinzione da una Chiesa che ha fatto dei diritti umani la sua bandiera: non ha, in fondo, ogni uomo in quanto tale, se non è cattolico, il diritto di non essere predestinato al limbo?

Repubblica 20.10.04
STORIA DELL'ALDILÀ
SIAMO UN PAESE A METÀ CHE AI COLORI DECISI PREFERISCE IL PASTELLO
L'ITALIA CHE DEL LIMBO HA FATTO LA SUA FORZA
rischi: Se si abolisse il limbo si finirebbe per abolire noi italiani che ne abbiamo fatto un luogo d'elezione, noi che siamo gli eroi della civiltà dello zero a zero, da sempre sospesi tra pace e guerra
Francesco Merlo

Parigi. Da circa un mese la Commissione Teologica Internazionale, presieduta dal solito cardinale Ratzinger, sta seriamente studiando l´abolizione del Limbo, una vera rivoluzione per il cielo, ma soprattutto per la terra dove verrebbe infatti cancellato uno dei quadri concettuali più confortevoli per la nostra fragile vita, quello dell´incertezza e del dubbio. Speriamo dunque che anche questa Commissione si impantani, si areni, italianamente si insabbi nel suo limbo perché qui rischiamo d´essere aboliti propri noi italiani che del limbo in terra abbiamo fatto il nostro luogo d´elezione, sempre al di qua delle scelte forti, nette e definitive, noi che siamo gli eroi della civiltà dello zero a zero, e da sempre siam sospesi: tra pace e guerra, tra lotta e governo, tra Inferno e Paradiso.
Per quel che riguarda il cielo, gli alti prelati del Vaticano potrebbero in fondo cavarsela con una maxi sanatoria, una sorta di condono dove l´una tantum da pagare, non osiamo immaginare in che forma, dovrebbe ovviamente essere uguale per tutte le anime da traslocare in Paradiso: per i bimbi morti senza battesimo, per gli adulti virtuosi che vissero prima di Cristo, come Platone e Virgilio, ma anche per tutte quelle persone per bene decedute sì in epoca cristiana, ma in luoghi lontani da Cristo, come era l´America sino al 1492, prima cioè che vi arrivassero i missionari conquistatori spagnoli.
E però lasciando a Ratzinger e alla sua Commissione tutta la responsabilità di definire questo avanzamento di carriere celesti, su di noi ricadranno le conseguenze terrene dell´abolizione del limbo. Perché eliminare il limbo non significa solo modificare il passato dell´umanità, ma anche il presente. Sparisce o, se preferite, viene messa ad esaurimento, per decisionismo teologale, la figura dell´indeciso, e dunque il momento dell´indecisione, la fase della preparazione della decisione e perciò, alla fine, il ragionamento, che in Italia non significa solo bizantinismo. Il limbo è stato ed è il limite ma anche il pregio di noi italiani, con le nostre virtù cristiane praticate nella dolcezza dei precristiani, noi che non accettiamo i toni accesi del fanatismo ma viviamo naturalmente i valori della religione, noi che vogliamo bene al Crocifisso anche quando non ci crediamo e comunque senza troppe pratiche spagnole, senza celebrazioni ed esibizioni fondamentaliste alla Buttiglione, noi che siamo caritatevoli ma non andiamo a messa, stiamo con la civiltà ebraica occidentale ma flirtiamo con il terzomondismo degli arabi, siamo stati comunisti ma dentro la Nato, a fianco degli americani ma corteggiando Gheddafi, noi atlantici e mediterranei, noi sempre sul lembo del mondo, noi abitanti del limbo.
Abolire il limbo significa abolire l´Italia che al rosso fuoco infernale o al giallo del Paradiso preferisce il pastello, le sfumature tenui la cui forza sta nella durata, nella sobrietà, nella discrezione. Del resto, anche da morti, il limbo ci si addice di più del Paradiso con tutte quelle sue accecanti beatitudini. Sarebbe in fondo molto meglio per noi soggiornare nel limbo, senza troppi eccessi mistici, «sitting on the fence» come dicono gli inglesi, sedendo nel recinto tra due giardini. Beati sì ma con quel tanto di malinconia, di tristezza e "di mancanza", di cui lungamente disquisirono i teologi del Concilio di Trento, una malinconia che sempre ci pare necessaria alla felicità, magari passeggiando con i peripatetici, discutendo di potenza con Aristotele o parlando di Iraq con Pericle o spiegando a Mosé che anche ai suoi tempi c´era già chi attraversava il mare, senza miracoli, con le barche e con le navi, con i remi e con le vele e senza neppure bagnarsi la barba.
Come si sa, i teologi medievali inventarono il limbo, che è appunto il lembo, vale a dire l´orlo dell´Aldilà, la parte più estrema, l´anticamera, non pensando tanto alle anime dei bimbi che morirono quando erano ancora innocentemente infettati dal peccato originale né certamente a quelle dei non-nati, degli aborti, degli embrioni e degli ovuli appena fecondati che oggi preoccupano il ministro Sirchia, il governo Berlusconi, l´onorevole Rutelli e tutti i don Abbondio che hanno paura dei referendum. Come spiega Jeffrey Burton Russel nella sua autorevole Storia del Paradiso, più ancora che per le anime dei bimbi i teologi medievali erano preoccupati per la sorte «dei loro colleghi filosofi pagani che sembravano aver riconosciuto tante parti di Verità». Insomma l´invenzione del Limbo fu un salvataggio corporativo, un riconoscimento per la categoria dei Professori di Verità. E infatti Dante nel limbo incontra Omero e Orazio, Ovidio e Lucano, e poi Enea, Anchise, Elettra, Ettore, Cesare, la regina delle Amazzoni Pantasilea e, in sereno e signorile isolamento, persino il Saladino, sultano d´Egitto, celebrato per le virtù cavalleresche e per la sua liberalità. Dunque oggi l´abolizione del limbo sarebbe il perfezionamento di quel salvataggio dei Professori di Verità, proprio come vorrebbero fare i sindacati più corporativi all´università: passaggi di carriera senza concorso.
Certo, l´abolizione del limbo creerebbe fenomeni di immigrazione controllata che muterebbero anche la composizione anagrafica del Paradiso, innanzitutto infantilizzandolo, ma anche imbottendolo di dottrina. Perciò il nuovo segretario della Commissione Teologica, padre Luis Ladaria, intervistato domenica scorsa dal quotidiano Avvenire, ha detto che il problema è enorme e che non si possono «anticipare le conclusioni di un lavoro che è appena cominciato, che coinvolge teologi di tutti i continenti e che chiama in causa la Teologia dogmatica, lo studio della Bibbia, la stessa storia della Teologia, al punto che non sarà possibile pronunciarsi prima di due o tre anni».
Qualora davvero abolisse il limbo «come condizione intermedia, senza sofferenze, ma anche senza la gioia della visione beatifica di Dio», la Commissione dovrebbe infatti mettere mano alla ristrutturazione del Paradiso, e non solo innalzandone gli standard di recettività. Il Paradiso, oltre ad essere un luogo fisico sia pure non immaginabile, è anche una sostanza per godere la quale bisogna avere la grazia. Ma l´ope legis trasporta e non trasforma, promuove ma non surroga competenze. Le anime del limbo passeranno in Paradiso ma «non avendo avuto la grazia di vedere Dio, non possono goderne». Starebbero dunque in Paradiso come beati a metà tra beati completi, proprio come quei professori che sono andati in cattedra per concessione ministeriale e non per scienza comprovata da un concorso superato.
Attenzione: questa volta il problema non è burocratico, né si tratta di un paradosso dell´ironia, è invece un rebus teologico, e non di poco conto. C´è infatti il rischio che il Nuovo Paradiso diventi a più livelli, come uno stadio, con le gradinate e la tribuna vip, un Paradiso insomma un pochino infernale.
Del resto anche in Terra l´Inferno guadagnerebbe terreno. Niente più Limbo in Terra significherebbe infatti l´Inferno per i problematici, l´assimilazione del dubbioso nell´ignavo. Basta con i cacadubbi, con color che son sospesi. Alla fine dunque sarebbe un beneficio per i morti ma un danno per i vivi le cui scelte sarebbero obbligate e affrettate, e tutti i gattini diventerebbero ciechi. Pensateci: senza limbo muterebbe l´antropologia, si trasformerebbero anche la politica e la geopolitica. Non ci sarebbero più i neutrali e Dio entrerebbe in rotta di collisione con i moderni terzisti, che ci sono particolarmente cari, perché nell´Italia di oggi, pur commettendo tanti errori, occupano il luogo della preparazione della decisione, si sospendono dai luoghi noti e si appendono in quelli ignoti, e non per ignavia ma per formare, sotto traccia, nuovi codici. Nel limbo non ci sono i Né-Né e neppure i pavidi, gli opportunisti e i cerchiobottisti che sono tutti destinati all´Inferno. Nel limbo stanno quelli che si mettono in confidenza con il nuovo, si aprono con curiosità verso dati pregiudicati. Il limbo è il luogo dove si prepara la scelta, dove domina la sfumatura. C´è un bel racconto di Borgese, scritto nel 1921 quando l´Italia era prossima alla guerra civile. Borgese, che sarebbe diventato limpidamente antifascista senza mai darsi al comunismo racconta la storia di Rubè, un giovane avvocato siciliano che assiste con sgomento e con tormento alla lotta di classe, anche lui sitting on the fence, cercando nel Limbo il suo Virgilio, la guida che vi incontrò Dante. Ebbene per caso a Rubè capita di morire a Milano incidentalmente travolto da una carica della polizia intervenuta a reprimere una rivolta popolare. Rubè morì da eroe. Ma di quale delle due parti opposte?
«Rubè - scrisse poi Borgese nel 1934 quando era in esilio in America - è un mio libro fortunato, nel senso che ebbi senza merito la fortuna di scoprire un mito. Rubé è l´Italia di oggi, è il mondo di oggi, fascista-comunista, con due tessere in tasca...». Borgese nel '21 stava nel limbo, la maniera più pericolosa di stare sopra le macerie delle appartenenze che sotto invece erano (e sono) abitate dai topi. Ed è, quello stare senza starci, la qualità migliore degli intellettuali italiani. Basta pensare a Montanelli, che stava con la sinistra pur essendo di destra, o a Lucio Colletti, che stava con la destra pur essendo di sinistra, o a Norberto Bobbio che stava con i socialisti pur essendo anticraxiano. Lo stare senza starci, la malinconia del Limbo, consente il distacco ma anche l´ironia, l´allegria sapida persino, la libertà della critica acuta e corrosiva più verso il proprio campo che contro quello degli avversari: il limbo come partcepazione civile, ma senza le beatitudini paradisiache del tifo. E´ il Limbo il terzismo teorizzato da Paolo Mieli? Certo è luogo di pensatori e di filosofi. Dante incontra anche Democrito, Anassagora, Eraclito e Zenone nel luogo dei cacadubbi che costretti ad abolirsi probabilmente finirebbero quasi tutti all´Inferno. Forse per questo lavora Ratzinger? Per mandare all´Inferno i nostri poveri terzisti?

Repubblica 20.10.04
INTERVISTA A MARC AUGÉ
COSÌ È NATO IL NON LUOGO
FABIO GAMBARO

Marc Augé, antropologo, è Directeur d´études presso l´École des hautes etudes di Parigi. Tra le sue opere, Nonluoghi (Eletheura) e Rovine e macerie (Bollati Boringhieri).

Parigi. «Nell´immaginario religioso», dice Marc Augé, «l´aldilà è sempre legato a una definizione spaziale con una sua precisa iconografia. Ciò vale soprattutto per l´inferno e per il paradiso, ma anche per il purgatorio. Il limbo invece resta uno spazio indefinito e senza un´identità precisa. E´ uno spazio non rappresentabile».
L´antropologo Marc Augé è il teorico dei "nonluoghi". Quegli spazi sradicati da un contesto, nei quali non v´è nulla che simbolizzi un´identità specifica o una relazione con la storia. Sono gli aeroporti, i supermercati, le stazioni di servizio sempre uguali ai quattro angoli del pianeta. Per Augé, nei nonluoghi gli individui si spogliano della loro identità e della loro storia, restano come sospesi a mezz´aria, svincolati dal passato come dal futuro, senza radici e senza relazioni. Si tratta di una condizione molto particolare, il cui archetipo può essere individuato proprio nell´idea di limbo.
Dante parla di "foresta di spiriti spessi"...
«Sono ombre che tra di loro non comunicano. Il limbo in fondo nasce da un compromesso che permette di salvare dall´inferno gli innocenti non battezzati, i quali però sono condannati all´assenza di paradiso e soprattutto all´assenza di relazioni. Nel cristianesimo essere separati da Dio significa essere separati dagli altri. Quella del limbo quindi è una condizione di solitudine. Da questo punto di vista, esso è certamente un nonluogo in cui si vive una sospensione infinita che allontana per sempre dalla felicità. Purtroppo ciò accade anche nella nostra realtà, all´interno dei limbi sociali».
A cosa si riferisce?
«Attorno a noi vivono persone che, non usufruendo dei diritti elementari, sono di fatto relegate in una sorta di limbo sociale. La loro è una condizione negativa, il cui statuto è definito da una privazione. Sono i non aventi diritto, i senza documenti, i senza fissa dimora. Sono persone, che pur senza essere incolpate di nulla, si trovano in uno stato di emarginazione sociale senza sbocchi».
E di attesa infinita...
«Purtroppo sì. Il trascorrere del tempo è vivibile solo in presenza di un passato e di un futuro. L´attesa indefinita è negazione della temporalità. Queste persone hanno spesso reciso i legami con il loro passato e le loro radici, pur non avendo futuro né speranza. Di conseguenza, nel loro tempo non ci sono più punti di riferimento. L´immigrato che sbarca sulle coste europee, finendo in un centro di accoglienza, vive spesso questa situazione. Spera di essere entrato in un purgatorio, ma poi scopre di essere rinchiuso per sempre in un limbo».
Come accade al protagonista di Terminal, l'ultimo film di Steven Spilberg?
«Esatto. Per altro il film racconta la storia vera di un iraniano bloccato da molti anni all´aeroporto di Parigi, un non luogo per eccellenza dominato dalla desimbolizzazione della vita e dalla desocializzazione delle relazioni. Il legame sociale è un legame simbolico fondamentale, che, se inserito in una dimensione spazio-temporale precisa, ci consente di autorappresentarci la realtà. Se tale legame viene meno, ci troviamo invischiati in un universo incomprensibile e senza contorni, vale a dire in una sorta di limbo moderno».
L´eternità senza tempo del limbo mal si concilia con l´accelerazione spazio-temporale che domina la nostra società, non crede?
«Il nonluogo inteso come limbo è il negativo, in senso fotografico, della realtà in cui viviamo. E´ un presente senza immagini in un mondo dominato dalla spettacolarizzazione. E´ un momento di sospensione, che, se temporaneo, può anche essere paradossalmente positivo».
Nel limbo dei nonluoghi c´è infatti chi prova un senso di libertà. Capita anche a lei?
«Sì, ma a patto che si tratti di un limbo provvisorio. Una parentesi nel flusso continuo della vita. In aereo, ad esempio, mi sento sempre molto bene, perché sono in una condizione d´isolamento, lontano dal mondo e dalle relazioni. Lì, mi riposo dalla fatica della mia identità sociale. E´ una sensazione molto piacevole, ma solo perché è provvisoria».
Il limbo ha anche a che fare con l´oblio?
«Sì. Viviamo in una realtà dominata dalla memoria, ma sappiamo benissimo che non possiamo ricordare tutto, altrimenti rischiamo la saturazione. E´ importante saper dimenticare. E innanzitutto saper dimenticare se stessi, che poi significa dimenticare anche gli altri. Naturalmente, non si tratta di un atteggiamento da adottare sempre. Può però essere una condizione necessaria quando abbiamo bisogno di una di tregua nella battaglia della vita. E naturalmente è molto più facile dimenticare e dimenticarsi quando si è nel limbo dei nonluoghi. Oppure nel limbo del sonno».
Insomma, da un punto di vista metaforico, il limbo è ancora un'idea produttiva...
«Sì. In fondo, quando siamo d´umore uggioso, trasformiamo il mondo in un limbo, procedendo a una sorta di detemporalizzazione della realtà che ci circonda. Il che vale anche sul piano collettivo. Oggi, ad esempio, siamo in una situazione di questo tipo. Parliamo volentieri di fine della storia e delle grandi narrazioni. E ci percepiamo come prigionieri di un mondo senza futuro, anche se l´evoluzione rapidissima della scienza sembrerebbe indicare il contrario. Insomma, abbiamo la sensazione di vivere in un´epoca da cui non ci aspettiamo nulla. Ecco perché la nostra vita ci appare a volte come un limbo quotidiano. Un limbo che non ha più nulla a che fare con la teologia».

psicologia dell'adolescenza e la polemica sui teenager

Repubblica 20.10.04
Ragazzi straordinari, con un problema: "l'obbligo" del consenso. Così li vedono psichiatri e psicologi
Ecco la generazione-paradiso "Ma chi fallisce rischia il crollo"
Allenati al dialogo, nemici del pregiudizio ma hanno una missione da portare a termine
Charmet: "Con un alto ideale di amicizia, hanno reinventato il galateo dell'amore"
Cresciuti in ambienti protetti, si trovano inadeguati a affrontare giudizi negativi
MARIA STELLA CONTE

ROMA - È che sono molto lontani da come eravamo; è che sfuggono irriducibilmente all'ansia di definizione degli adulti; sono la generazione a intolleranza zero: adolescenti allenati al dialogo, cresciuti in famiglie premeditatamente a basso tasso di conflittualità; aperti, flessibili, nemici del pregiudizio. Generazione "rassegnata", "desolata", "impotente"? Non è così che la descrivono psicologi e psichiatri. Per loro, sono «straordinari» questi nostri giovani ai quali i genitori hanno dato una missione da compiere che non prevede alcun impegno etico: realizzare se stessi, diventare belle persone, ottenere consenso, essere felici. Operazione paradiso, insomma. Che se fallisci, può anche sprofondarti nell'abisso. Lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet, che ha curato con Alfio Maggiolini per la Franco Angeli il libro "Manuale di psicologia dell'adolescenza: compiti e conflitti", a giorni nelle librerie, questo sostiene. Che quelli di oggi «sono ragazzi e ragazze meravigliosi, solo che continuano ad essere giudicati secondo parametri che non li riguardano. Ciò che fanno - dice - è veramente importante: stabiliscono rapporti di gruppo solidali seguendo un altissimo ideale di amicizia; vivono la coppia secondo un galateo amoroso completamente reinventato basato su livelli di autonomia e reciproco rispetto impensabili ai nostri tempi; e il buon lavoro che stanno facendo, ci fa supporre che saranno in futuro ottimi genitori». Ma questo sentirsi "obbligati" a riscuotere consensi e a non deludere le aspettative della famiglia «li rende anche estremamente fragili. Cresciuti in situazioni protette, gli adolescenti si ritrovano inadeguati ad affrontare il giudizio negativo: essere respinti li espone a dolorose ferite narcisistiche. Tuttavia - spiega Charmet - essi non provano sensi di colpa di fronte al fallimento, ne restano semplicemente stupiti, storditi, sbigottiti. E vergognosi».
No. Non è vero che la loro massima aspirazione sia quella di vivere sotto le luci di un "grande fratello" qualsiasi. Non necessariamente aspirano a sfidare concorrenti in fiction televisive ad alto gradimento; non hanno la sensazione di esistere solo se... E´ proprio la loro vita di tutti i giorni a somigliare spesso ad un reality show dove alla fine o stai dentro o stai fuori; amato o ripudiato per quel che sei. Il pubblico sono i coetanei: il gruppo, gli amici: l´"altra famiglia", dalla quale sono assolutamente dipendenti. Gli obblighi della moda, la paura dell´anonimato nascono - sostengono gli studiosi - in questo contesto, lontano dai genitori, dalla "famiglia lunga" - come la definisce Charmet - che predispone ogni cosa affinché i figli, anzi il figlio unico, possa restare al suo interno quanto più desidera. Senza noie, senza strappi, senza conflitti. Una famiglia che ha privatizzato i figli - sostiene la psicoterapeuta Elena Rosci, autrice del recente "Fare male, farsi male" - proponendo di sé un modello non più normativo ma affettivo, protettivo, relazionale. «A questo diverso modello genitoriale, lo Stato risponde declinando valori perfettamente in sintonia con la nuova famiglia, senza individuare strategie che controbilancino la situazione, che valorizzino il ruolo pubblico e sociale dei giovani». Eppure, questi "figli privatizzati" che hanno un´esistenza così densa, apparentemente, di soli privilegi, rischiano di soffrire e di smarrirsi proprio per l´indefinitezza del loro ruolo sociale pubblico.
«Siamo noi - dice Charmet - che li abbiamo voluti così. Siamo noi che gli abbiamo detto: lotte, rivoluzioni, contestazioni sono stati affar nostro. Voi potete permettervi il lusso di un´esistenza che esprima la vostra unicità. Siamo stati molto bravi nel trasmettere questa mancanza di senso di responsabilità nei confronti dello Stato, dell´economia, degli impegni nazionali. Abbiamo fatto di tutto perché non credessero che ideologia e politica potessero essere una soluzione interessante per la loro vita e ci siamo riusciti».
Sedicenni con genitori-sponsor sempre al fianco; sedicenni che attraverso la manipolazione del corpo cercano di somigliare alla rappresentazione mentale di se stessi. Ragazzi e ragazze davvero speciali, gli adolescenti di oggi, per i quali tifa spassionatamente il professor Arnaldo Novelletto che proprio venerdì prossimo aprirà a Santa Margherita Ligure il "VI Convegno Nazionale di Psicoterapia dell´adolescenza". «Si parla spesso di depressione tra i giovanissimi, ma è un errore. Basterebbe, a volte, essere capaci di comunicare con loro: lasciarli parlare e saperli ascoltare. Non è qualcosa che si inventa su due piedi. Bisogna imparare a farlo. In realtà, questi nostri adolescenti se la cavano molto meglio di noi: maturano meglio, usano meglio le risorse che hanno a disposizione, sono più creativi. Vivono in famiglia a lungo, è vero: ma da queste famiglie entrano ed escono autonomamente in continuazione». Alla ricerca degli altri, alla ricerca di se stessi. Il paradiso - o l´inferno, dipende - potrebbe essere a due passi da qui.

Repubblica 20.10.04
La vita bassa dei teenager "stregati dai protagonisti tv"

Migliaia di e-mail sui giovani tra consensi e polemiche
L´intervento di Lodoli apre il dibattito sui ragazzi omologati per sentirsi vivi
Ma la moda stavolta non c'entra, si discute di valori e di aspirazioni mancanti
LAURA LAURENZI

ROMA - La vita bassa per essere qualcuno, per non lasciarsi risucchiare dall´anonimato. E´ andato a toccare un nervo scoperto l´articolo di Marco Lodoli uscito l´altro ieri su Repubblica. Infuriano le polemiche su quotidiani, in televisione, su internet, nelle scuole. Amaro, anzi tetro è il paesaggio umano sul cui sfondo si muove la quindicenne studentessa che dice al professore, a Lodoli: «Non ha capito che oggi solo pochissimi possono permettersi di avere una personalità? I cantanti, i calciatori, le attrici, la gente che sta in televisione... tutti gli altri non sono niente e non saranno mai niente... La nostra sarà una vita inutile». E ancora: «Noi possiamo solo comprarci delle mutande uguali a quelle di tutti gli altri, non abbiamo nessuna speranza di distinguerci».
Davvero un paio di mutande griffate, al quartiere Tuscolano di Roma come nel resto d´Italia, può fare la differenza fra essere e non essere, può rappresentare il salvacondotto e garantire una personalità anche se "usata" o "copiata"? Davvero a 15 anni si pensa di poter emergere dal "continente sommerso che mai vedrà la luce" solo aspirando a fare la velina o il calciatore o il Grande Fratello?
Lodoli è tornato a discuterne lunedì sera in tv nella rubrica del Tg3 "Primo piano" confrontandosi con Roberto D´Agostino, il quale ha sostenuto con veemenza tesi diametralmente opposte alle sue. «Lodoli è di un moralismo irritante - dice ora D´Agostino - per dieci anni abbiamo indossato una divisa ideologica con tanto di eskimo e ora andiamo a dire agli altri che non dobbiamo stare in divisa?»
Critiche arrivano anche dal Secolo d´Italia, quotidiano di An, che ieri scriveva: «Siamo alle solite, con i soliti professori para-girotondini che non riescono a trattenere il loro razzismo antropologico per la gente normale, per i ragazzi normali, per quel Paese normale che, pure, dicono di voler rappresentare». L´Avvenire sostiene che «non basta la tv a spiegare il raggelante nulla» dell´allieva di Lodoli: «Quel manifesto nichilista, tanto inconsapevole quanto lucente di vera disperazione, recitato in classe davanti a tutti, ha il senso di una domanda: che qualcuno mi veda, che mi riconosca, che qualcuno mi voglia bene».
Elisabetta Bolondi, insegnante di lettere all´Istituto Carlo Levi al Tuscolano, dunque collega e vicina di Lodoli, osserva che «non tutti gli studenti sono così. Sta agli adulti, agli insegnanti, ai genitori, tirargli fuori le cose che hanno dentro. E che i ragazzi tengono nascoste per desiderio di omologazione ma soprattutto per la paura di essere presi in giro, di essere l´oggetto di sarcasmo dei compagni».
Sul forum aperto da Repubblica. it sul tema "La vita bassa per essere qualcuno" si è riversata un´alluvione di oltre duemila messaggi, scritti soprattutto da adulti, genitori e insegnanti ma non solo. Qualche frase: «Mi sembrate un po´ bigotti! Ma uno sarà libero di vestirsi come gli pare?» «Una soluzione c´è: buttate il televisore... Orientate i vostri figli allo studio, alla ricerca, ai valori veri!!!». «Basta sottovalutarci e piangerci addosso... stiamo diventando un "branco" di patetici e di amorfi, forse coloro che si distinguono sono quelli che sanno ancora ridere». Le voci contro sono la maggioranza. «I cantanti, i calciatori, la gente che sta in tv, loro esistono veramente. Bella roba... e tutti gli altri non esistono? Io esisto, e dei famosi della televisione me ne strafrego...». «Gli adolescenti si sentono inutili e insignificanti perché la società continua a trasmettere valori insignificanti». Non mancano parole di speranza: «Alzate la testa ragazzi, non rinunciate al vostro futuro...». Così come non manca il sarcasmo: «Reintroduciamo le uniformi, ragazzi tutti in giacca e cravatta, ragazze con camicette e gonne». Ma l´omologazione a qualcuno sembra una via d´uscita tutto sommato onorevole: «Seguire una moda e scegliere di vestire come la maggior parte dei propri coetanei aiuta a sentirsi integrati in un gruppo».
Numerosissime anche le lettere al nostro quotidiano. Scrive Grazia Russo-Lassner: «Ho rimpiazzato la logica del "ho, dunque esisto", con quella del dare e progettare per sentirsi vivi». Ed esorta: «Professore, la prego, cerchi di diffondere messaggi di ottimismo ai nostri figli». Per Giampaolo Castellano «una ragazza che a quindici anni non sogna non è un modello di giovane di oggi». Carlo Molinaro sottolinea come «nell´adolescenza l´impulso di uniformarsi al gruppo o a un gruppo è fisiologica ed è così da secoli. Crescendo poi si impara, quasi sempre, la splendida unicità della propria irripetibile vita».

Repubblica 20.10.04
CHE PAURA ESSERE NESSUNO
Ma molti capiscono anche che certi sogni sono una trappola
MARCO LODOLI

Mercato, concorrenza, competitività: che i migliori emergano, che i forti prevalgano, che le belle si mostrino. Anche una ragazzina di quindici anni riceve ogni momento, in modo diretto o subliminale, questi messaggi dal piccolo schermo o dai cartelloni pubblicitari che invadono lo sguardo. E magari questa ragazzina vive in una borgata oltre il Raccordo, è alta un metro e cinquantotto ed è un po´ rotonda, frequenta una scuola professionale dove non c´è un computer né una biblioteca, e a casa non ha libri ma solo un televisore sempre acceso, e i suoi amici sono quelli della bisca in piazzetta. Magari a casa sente spesso il padre lamentarsi perché la vita è sempre più dura e più cara, mentre la madre tace preoccupata. Lei è intelligente e sensibile, e di colpo un giorno, accasciata sul divano davanti a quel televisore, capisce come funziona il nostro mondo. Pochi vincono e molti soccombono. Pochi avranno soldi, primi piani, applausi e molti avranno una vita anonima e senza luce. E lei amaramente intuisce che non sarà tra i pochi fortunati. Nella competizione spietata lei sarà tra i perdenti, gli esclusi, gli spettatori delle altrui fortune. Ha sufficiente coraggio e lucidità per permettersi un pensiero così terribile. E riesce a fare anche un altro passo in avanti nella sua atroce riflessione. Intuisce che solo i vincenti possono permettersi una personalità originale, opinioni da esprimere perché c´è sempre qualcuno che le sta ad ascoltare, desideri e capricci. I potenti possono tutto, prendere, lasciare, sproloquiare, battere i piedi, gli impotenti non possono niente. Di questi tempi anche una personalità e un carattere sono un lusso per pochi. Per tutti gli altri, per le infinite persone che vagano attorno a quel castello incantato, esiste solo il consumo impersonale. Mutande firmate, partite di calcio, pantaloni oggi a vita bassa e domani chissà come, piercing e birrette, pay tv e ipermercati dove riempire il carrello, se ci si riesce. La ragazzina vede chiaro, capisce l´aria che tira, dice la verità. Di sociologia non sa nulla, forse non comprende nemmeno il termine, ma della nostra società ha compreso molto. Non è certo una rivoluzionaria, anzi il suo sogno segreto sarebbe di far parte della Grande Festa, di avere un posto attorno a quella tavola sempre imbandita e una telecamera che la inquadri anche mentre dorme. Ma non ci conta per niente. Non conta nemmeno più sulle sue forze, non ha troppa voglia di studiare e sacrificarsi per diventare infermiera o maestra d´asilo, perché secondo lei sarebbe comunque una vita grama, lontana dal castello. O Cesare o nessuno, dunque nessuno. Un nessuno che rischia di passare la vita tra milioni di altri nessuno, lì sul bordo tra le vetrine della Tuscolana e il nulla. Questa è la situazione che in dieci minuti mi è stata raccontata da una ragazza allegra e malinconica, intelligente e pigra. Questa è l´infelicità a cui il nostro mondo sta consegnando tanti ragazzi e tanti adulti. Molti ci stanno dentro senza accorgersene, tra psicofarmaci e alcol, depressioni e rabbia. Ma alcuni, per fortuna, cominciano a capire come funziona la macchina infernale. Come la mia alunna, la osservano con attenzione, la studiano, cominciano a smontarne i pezzi.

l'articolo di Lodoli all'origine della polemica:

Repubblica 18.10.04
La polemica
La vita bassa a quindici anni
MARCO LODOLI

Insegnare a scuola mette in contatto con le verità del giorno: è come raccogliere uova appena fatte, ancora calde, magari con il guscio un po' sporco. Gli storici interrogano i secoli, ma in una classe di una qualsiasi periferia italiana si ascolta il battere dei secondi. Ebbene, oggi una ragazza di quindici anni, un' allieva che non aveva mai rivelato una particolare brillantezza, ha fatto una riflessione che mi ha lasciato a bocca aperta. Eravamo negli ultimi dieci minuti di lezione, quelli che spesso si spendono in chiacchiere con gli alunni. La ragazza raccontava di volersi comprare un paio di mutande di Dolce e Gabbana, con quei nomi stampati sull' elastico che deve occhieggiare bene in vista fuori dai pantaloni a vita bassa. Io le obiettavo che lungo la Tuscolana, alle sei di pomeriggio, passeggiano decine e decine di ragazze vestite così. Non è un po' triste ripetere le scelte di tutti, rinunciare ad avere una personalità, arrendersi a una moda pensata da altri? E da bravo professore un po' pedante le citavo una frase di Jung: «Una vita che non si individua è una vita sprecata. «Insomma, facevo la mia solita parte di insegnante che depreca la cultura di massa e invita ogni studente a cercare la propria strada, perché tutti abbiamo una strada da compiere. A questo punto lei mi ha esposto il suo ragionamento, chiaro e scioccante: «Professore, ma non ha capito che oggi solo pochissimi possono permettersi di avere una personalità? I cantanti, i calciatori, le attrici, la gente che sta in televisione, loro esistono veramente e fanno quello che vogliono, ma tutti gli altri non sono niente e non saranno mai niente. Io l' ho capito fin da quando ero piccola così. La nostra sarà una vita inutile. Mi fanno ridere le mie amiche che discutono se nella loro comitiva è meglio quel ragazzo moro o quell' altro biondo. Non cambia niente, sono due nullità identiche. Noi possiamo solo comprarci delle mutande uguali a quelle di tutti gli altri, non abbiamo nessuna speranza di distinguerci. Noi siamo la massa informe. «Tanta disperata lucidità mi ha messo i brividi addosso. Ho protestato, ho ribattuto che non è assolutamente così, che ogni persona, anche se non diventa famosa, può realizzarsi, fare bene il suo lavoro e ottenere soddisfazioni, amare, avere figli, migliorare il mondo in cui vive. Ho protestato, mettendo in gioco tutta la mia vivacità dialettica, le parole più convincenti, gli esempi più calzanti, ma capivo che non riuscivo a convincerla. Peggio: capivo che non riuscivo a convincere nemmeno me stesso. Capivo che quella ragazzina aveva espresso un pensiero brutale, orrendo, insopportabile, ma che fotografava in pieno ciò che sta accadendo nella mente dei giovani, nel nostro mondo. A quindici anni ci si può già sentire falliti, parte di un continente sommerso che mai vedrà la luce, puri consumatori di merci perché non c' è alcuna possibilità di essere protagonisti almeno della propria vita. Un tempo l' ammirazione per le persone famose, per chi era stato capace di esprimere - nella musica o nella letteratura, nello sport o nella politica - un valore più alto, più generale, spingeva i giovani all' emulazione, li invitava a uscire dall' inerzia e dalla prudenza mediocre dei padri. Grazie ai grandi si cercava di essere meno piccoli. Oggi domina un' altra logica: chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori per sempre. Chi fortunatamente ce l' ha fatta avrà una vita vera, tutti gli altri sono condannati a essere spettatori e a razzolare nel nulla. Si invidiano i vip solo perché si sono sollevati dal fango, poco importa quello che hanno realizzato, le opere che lasceranno. In periferia ho conosciuto ragazzi che tenevano nel portafoglio la pagina del giornale con le foto di alcuni loro amici, responsabili di una rapina a mano armata a una banca. Quei tipi comunque erano diventati celebri, e magari la televisione li avrebbe pure intervistati in carcere, un giorno. Questa è la sottocultura che è stata diffusa nelle infinite zone depresse del nostro paese, un crimine contro l' umanità più debole ideato e attuato negli ultimi vent' anni. Pochi individui hanno una storia, un destino, un volto, e sono gli ospiti televisivi: tutti gli altri già a quindici anni avranno solo mutande firmate da mostrare su e giù per la Tuscolana e un cuore pieno di desolazione e di impotenza.

sinistra
Bertinotti

Repubblica 20.10.04
IL CASO
La replica di Mussi: noi stiamo bene nella Quercia
Bertinotti al Correntone Ds "Insieme in un altro partito"
Chiti: "Battute di cattivo gusto dal segretario di Rifondazione"

ROMA - Bertinotti ci prova, e rilancia il sogno di una sinistra dell´Ulivo, una Cosa radical del 15 per cento. Passando per le primarie, dove Fausto punta a fare il pieno degli scontenti di Prodi. Solo una battuta, che il segretario rilascia in un´intervista a "Omnibus" che va in onda su La 7, ma basta per riaprire le polemiche. Il leader del Prc parlando dei rapporti con il correntone ds ipotizza che, domani, potrebbero magari far parte insieme di un «nuovo contenitore politico», e subito scatta la smentita del capo della sinistra diessina Mussi. «E´ un´ipotesi solo di Fausto Bertinotti - spiega - noi siamo e restiamo nella Quercia». Arriva anche la secca risposta della segreteria ds, con il coordinatore Chiti: «Le battute di cattivo gusto di Bertinotti sono come gocce nell´acciaio». Mai messa in discussione la «lealtà» di Mussi e compagni, mai confusa una battaglia politica con un presagio di scissione. Alla vigilia del congresso diessino la sortita di Bertinotti non poteva che irritare Fassino ma soprattutto la stessa opposizione ds, che non ha nessuna voglia di affrontare la battaglia interna con addosso il sospetto di una confluenza nel Prc. E infatti qualcuno nelle parole di Bertinotti ha visto il rischio di mettere in difficoltà proprio la minoranza diessina. Mussi quindi frena, «c´è un rapporto con Bertinotti ma noi affrontiamo il congresso come parte dei Ds. Sono convinto che nei partiti si resta anche quando ci sono spigolosità e conflitti». E Peppino Caldarola, deputato vicino a D´Alema, spiega che «noi Mussi ce lo teniamo stretto stretto, se vuole Bertinotti venga a fare la sinistra ds: siamo pronto ad accoglierlo».
Eppure a dichiarare che le parole del segretario del Prc esprimono una «esigenza reale, al di là del gioco delle smentite» è proprio uno come Achille Occhetto che è stato a lungo vicino agli uomini del correntone ds, prima di tentare l´avventura con Antonio Di Pietro. «Sono superare le divisioni della svolta - dice l´ex segretario del Pds - Bertinotti cerca una nuova via e il suo tentativo va incoraggiato. E´ arrivato il momento di una riorganizzazione complessiva della sinistra». La Cosa che il leader del Prc sogna è una sinistra radical che passa attraverso correntone ds, verdi, comunisti italiani, e movimenti no-global, con un´area elettorale che sulla carta dispone più o meno del quindici per cento. Da una parte l´ala riformista del listone, dall´altra la galassia di sinistra di Bertinotti, tutti sotto il tetto della Grande alleanza democratica. Passaggio decisivo del progetto, la candidatura del leader del Prc alle primarie di febbraio contro Prodi: un modo per coagulare la sua presa elettorale appunto a sinistra del Professore. Con Fassino, ancora di più adesso dopo l´uscita di Bertinotti, deciso a sbarrare il passo alla "scesa in campo" di Fausto nella consultazione uliviste. Sparano contro anche i comunisti italiani, «Bertinotti pensa alla sua Bolognina - spiega l´eurodeputato del Pdci Marco Rizzo - ma la questione comunista in Italia si ripropone».
E il correntone ds? Le sirene del nuovo partito non sembrano incantare la minoranza della Quercia, ma le difficoltà dentro il partito crescono. Il gruppo ha perso per strada i leader più prestigiosi. Veltroni, Bassolino e Cofferati si sono chiamati fuori dalla battaglia politica diretta nella Quercia. Lamentano spazi di confronti sempre più stretti, con una preoccupazione che gira nel correntone: «Qui alla fine ci vogliono cacciare». E con il segretario i rapporti sono tornati difficili. Folena se n´è volato con Bertinotti al Social Forum di Londra, a protestare contro i laburisti e la guerra in Iraq, giusto mentre Fassino ascoltava Blair a Budapest.
(u.r.)

una risata fa sempre bene...

Yahoo! Salute 20.10.04
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
Un sorriso aiuta il paziente. E lo psichiatra
di Paola Mariano

Terapia del sorriso anche sul lettino dello psichiatra? Perché no, un sorriso può aiutare il successo della psicoterapia e se paziente e terapista se lo regalano a vicenda il loro affiatamento genererà un'empatia positiva nelle sedute. Lo ha dimostrato un gruppo di psichiatri del Massachusetts General Hospital (MGH) dandone notizia sulla rivista The Journal of Nervous and Mental Diseases.
Ridere non significa solo manifestare umorismo e derisione, ha spiegato Carl Marci, ma più esattamente comunicare un'emozione e la sua intensità, come il punto esclamativo alla fine di una frase scritta. Questo studio che si inserisce in una ricerca più vasta e tuttora in corso sulla psicofisiologia e sull’empatia, ha dichiarato Marci, è la prima dimostrazione oggettiva dell’importanza del sorriso nella psicoterapia.
I ricercatori hanno preso in esame dieci coppie terapista-paziente registrando le sedute di terapia psicodinamica, un approccio che sfrutta il rapporto terapeutico per aiutare il paziente a guardare le proprie emozioni. I pazienti coinvolti soffrivano tutti di disturbi dell’umore e di ansia. Durante le sedute i ricercatori hanno monitorato con elettrodi il grado di conduttanza cutanea di terapista e paziente, la quale è indice dell’empatia del rapporto tra le persone come dimostrato in precedenti studi.
Nelle dieci sedute registrate i ricercatori hanno contato 145 episodi di “ilarità”, la maggior parte dei pazienti, ma anche dei terapisti. I ricercatori hanno dimostrato che il grado di empatia stimato (con le misure degli elettrodi) è massimo quando i due soggetti ridono insieme, ma è elevato anche quando è solo il paziente a ridere. Anche in quest’ultimo caso le misure di conduttanza dimostrano che il terapista, ha precisato Marci, stringe il legame col proprio paziente sentendolo ridere, anche se non risponde attivamente con una risata.
Il paziente dal canto suo, ha sostenuto Marci, ridendo dimostra che qualcosa sta cambiando nella maniera in cui gestisce le proprie emozioni. “Siamo rimasti sorpresi di quanto sia comune il riso nelle sedute”, ha dichiarato Marci. “È evidente che il paziente che ride sta cercando di dire qualcosa di più di ciò che esprime verbalmente.
Le implicazioni cliniche di questo studio sono rilevanti: dicono che il terapista deve prestare la massima attenzione al riso del paziente durante la psicoterapia. Inoltre la sua risposta al sorriso del paziente è altrettanto importante perché per il paziente significa la convalida delle emozioni che sta esprimendo”.