martedì 28 dicembre 2004

archeologia
tra 3000 e 1800 anni fa, in Perù, visse una cività complessa

L'Unità 27.12.04
SCOPERTA IN PERÙ LA PIÙ ANTICA CIVILTÀ "COMPLESSA"
di Francesca Conti

La più antica civiltà complessa nell'emisfero occidentale è stata scoperta in tre valli a nord della capitale peruviana Lima.
La scoperta, pubblicata sulla rivista "Nature", è frutto del lavoro di un team di archeologi del Field Museum di Chicago, coordinati da Jonathan Haas.
Gli esperti sapevano gjà da tempo dell'esistenza, in queste valli, di un popolo noto come Norte Chico. Fino a oggi però non si pensava che si trattasse di una cultura particolarmente sofisticata. Anche perché, nel corso deli anni '70 e '80 del Novecento era stata sostenuta con vigore dagli archeologi la teoria che le prime grandi civiltà Amerinde fossero fiorite sulle rive del mare e non all'interno del continente.
Gli scavi peruviani dei mesi scorsi hanno però inaspettatamente portato alla luce sistemi architettonici raffinati che comprendono piramidi in pietra e strutture cerimoniali risalenti a un periodo compreso tra il 3000 e il 1800 avanti Cristo. Ben prima di altre civiltà complesse vissute nel Nuovo Mondo. Durante gli scavi sono stati individuati circa 20 centri residenziali, di varie forme e dimensioni con un'estensione variabile tra i 10 e più di 100 ettari.
Secondo quanto emerso dalle ricerche, sembra si possa ipotizzare l'esistenza di un certo grado di competizione tra i centri abitati. Ciascuno, infatti, mirava alla realizzazione degli edifici più alti. Il record assoluto era stato raggiunto da una struttura di circa 26 metri, paragonabile in altezza a un moderno palazzo di 8 piani.
Alcuni edifici sembrano inoltre presentare alla loro sommità quelle che sembrano vere e proprie terrazze.
Le costruzioni erano disposte intorno a grandi piazze circolari e forse dalle terrazze se ne godeva la vista. Oltre ai grandi edifici, gli archeologi hanno portato alla luce anche statuine e altri oggetti che avevano un valore religioso o cerimoniale.
Secondo lo studio, il popolo di Norte Chico praticava una agricoltura basata essenzialmente sulla produzione di cotone, che poi veniva scambiato con il pesce proveniente dai villaggi costieri. Il cotone prodotto nelle valli era prezioso per i pescatori che lo utilizzavano per la fabbricazione delle reti da pesca.
Per la coltivazione del cotone il popolo di Norte Chico aveva realizzato una serie di canali d'irrigazione molto articolati, anche quelli rinvenuti grazie agli scavi. Misteriosamente dopo il 1800 avanti Cristo, questi insediamenti vennero abbandonati e la cività si spostò altrove, portando probabilmente con sé le conquiste culturali ottenute.
Non è ben chiaro perché ci sia stata questa migrazione, ma forse il motivo va ricercato nella maggiore produttività dei suoli delle valli situate a Nord o a Sud del Norte Chico.

lunedì 27 dicembre 2004

l'articolo di Adele Cambria su L'Unità
e un altro, "storico", del 1978 sul Giorno

SULLA PRIMA PAGINA
DELLA CRONACA DI ROMA
DELL'UNITÀ DEL 21.12


è apparso un articolo
di Adele Cambria:

"I SEGUACI DI FAGIOLI,
DAL DRAMMA DEL 1977
ALLA SCELTA NON VIOLENTA"



L'Unità Roma 21.12.04
I SEGUACI DI FAGIOLI, DAL DRAMMA DEL 1977 ALLA SCELTA NON VIOLENTA
di Adele Cambria

Fu quel giorno che Gisella Burinato, allora moglie di Marco Bellocchio, si alzò in piedi nel gruppo che costituiva uno dei quattro seminari di Massimo Fagioli, e con la sua vocetta graziosa, proprio da bambina che vuole far vedere al Maestro quanto è stata brava, raccontò: "Massimo, l'altro giorno avevo un provino a Cinecittà. Sono uscita da casa che il bambino piangeva. Mi sono fermata a metà strada, per telefonare da un bar (ndr, all'epoca non esistevano ancora i cellulari): la baby sitter mi ha detto che mio figlio continuava a piangere. Allora ho girato la macchina e sono tornata indietro. Ho fatto bene o ho fatto male?". Tutto il gruppo - centocinquanta, duecento persone - trattenne il fiato aspettando la risposta di Massimo.
Dopo tanti anni - circa tre decenni - non posso ricordarla testualmente, ma basterebbe andare a riprendersi uno dei suoi libri, "Bambino, donna e trasformazione dell'uomo", o "Psicoanalisi della nascita e castrazione umana", per ritornare a sapere che "l'inconscio mare calmo", come lo chiama Fagioli, ovvero il liquido amniotico in cui nuota il bambino nel grembo materno, è la materia prima che garantisce ad ogni essere umano di nascere "psichicamente sano e fornito di una fantiasia-ricordo, quella dell'esperienza di profondissima corrispondenza armonica, tra se stesso e la realtà esterna". Bellissime poetiche immagini, (confermate fra l'altro dai ricordi che Pasolini asseriva di conservare del tempo in cui stava nella pancia della madre).
Ma, mi chiedevo io, "realtà esterna" non è anche quella della donna, nel caso l'attrice, (Gisella, ne "Il gabbiano" di Cecov-Bellocchio era meravigliosa), che pur essendo diventata madre continua ad aver voglia di esprimersi come persona nel mondo?
Quel giorno uscii dal gruppo di via di Villa Massimo: una sede distaccata dell'Istituto di Psichiatria dell'Università "La Sapienza", dove Massimo Fagioli era stato invitato a tenere un seminario di supervisione di casi clinici, riservato a psichiatri, psicoanalisti e psicoterapisti. Ma in pochi mesi il seminario si era aperto a chiunque volesse parteciparvi e si era moltiplicato per quattro: ricordo le file sotto il sole pomeridiano di maggio, in mezzo a una quantità di ragazzi dei movimenti extraparlamentari: nel 1976 s'era sciolta Lotta Continua, prima ancora Potere Operaio era sceso in clandestinità, il '77 fu poi l'anno dei cortei, e sono persuasa - e non sono la sola a crederlo - che molti furono sottratti proprio da quei seminari alla lotta armata, come s'usava dire, e/o come minimo alla droga.
Non ho mai perso i contatti con "i fagiolini": così erano chiamati, all'epoca, con ironia sprezzante e come minimo "corporativa", nel circuito degli "addetti ai lavori" (cattedratici, psicoanalisti freudiani, e persiuno qualche junghiano) i seguaci più fedeli dello psichiatra "rivoluzionario": tra i quali però si annoveravano artisti famosi come Marco Bellocchio e, per un certo periodo, mi sembra, anche Bernardo Bertolucci....
Cura, formazione, ricerca. Sono queste le tre parole che costituiscono i pilastri della Scuola Romana di Scienza della Psiche ed Analisi Collettiva aperta da Massimo Fagioli in un locale di sua proprietà a Trastevere nel 1981. La Scuola è improvvisamente tornata a fare notizia per l'esplosiva appassionata contaminazione con la politica, nell'assemblea organizzata a Villa Piccolomini dalla libreria "Amore e Psiche", ospiti d'onore Pietro Ingrao e Fausto Bertinotti. Tema dell'incontro la non-violenza per la prima volta assunta come impegno politico da due leaders che hanno alle spalle una parte della storia della sinistra italiana.
"Sia la non-violenza l'inizio di questa costruzione di un sogno", conclude tra gli applausi Fausto Bertinotti. Ma non ci sono soltanto applausi... Mi hanno appena consegnato il libro dove sono registrate le fasi salienti dell'assemblea. Ad una prima scorsa delle 157 pagine, direi che entrambi i leaders hanno fatto, davanti a quella platea che Bertinotti ha definito "competente e attenta", una gran professione di umiltà.
Ficcanti, tra le altre, le domande di Giulia Ingrao: che chiede di "andare oltre", e di superare, anche nella politica, la scissione sempre proposta tra realtà materiale e realtà psichica". Ma già nel lontanissimo 1924, Antonio Gramsci, scrivendo a Giulia Schucht, di cui si era innamorato, rifletteva: "Quante volte mi sono domandato se legarsi a una massa era possibile quando non si è mai voluto bene a nessuno.... Se era possibile amare una collettività se non si era amato profondamente delle singole creature umane... Non avrebbe ciò isterilito e ridotto a un puro fatto intellettuale la mia qualità di rivoluzionario?"

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Adele Cambria, il 20 gennaio del 1978, aveva pubblicato sul Giorno di Milano un articolo intervista su Massimo Fagioli e l'Analisi collettiva.
Lo ri-pubblichiamo qui di seguito, per chiunque avesse la curiosità di leggerlo (o di ri-leggerlo):

IL GIORNO - Venerdì 20 gennaio 1978
La psicoanalisi da privilegio per pochi ad attività terapeutica di gruppo
Freud non è più lusso
di Adele Cambria
I giovani della nuova sinistra, in rottura con la psichiatria tradizionale, si riuniscono sempre più numerosi a Roma intorno a un transfuga della Società Psicoanalitica Italiana, il professor Massimo Fagioli - L'analisi non si fa più individualmente, è una ricerca collettiva degli equilibri perduti - Terapia scientifica o psicodramma? - Parla il promotore del nuovo movimento
"Si potrebbe dire - scriveva Gramsci nei "Quaderni del carcere" - che l'inconscio incomincia solo dopo tante decine di migliaia di lire di rendita". Insomma, per Gramsci l'inconscio ce l'avevano i ricchi, i poveri no. Problemi di lusso, quindi, i problemi dell'inconscio, e già Lenin del resto nelle sue conversazioni con Clara Zetkin (1921), s'era riferito alla psicoanalisi come a qualcosa che "fiorisce con esuberanza sul terriccio della società borghese".
Dopo sessant'anni, oggi nessuno potrebbe sostenere quelle tesi. Il bisogno di investigazione di sé, si conoscenza e di aiuto è diventato, se non bisogno di massa, certo una domanda che avanza e si fa drammatica, specie tra i giovani e le donne; le risposte istituzionali sono largamente inadeguate: da una parte, e nei casi più gravi, la psichiatrizzazione (manicomio o clinica per malattie mentali) e dall'altra psicofarmaci più o meno rimborsati dalle mutue, qualche CIM (Centro di Igiene Mentale) assediato da richieste cui non può rispondere, e le sedute di analisi individuale, inabbordabili da chi, pur proletario o proletarizzato (operai, disoccupati, studenti, donne), l'inconscio che l'ha, ma non ha i soldi per occuparsene. Nel silenzio delle istituzioni nascono allora i gruppi, più o meno spontanei, più o meno "selvaggi", in cui la gente si aggrega e parla di sé.
Come esempio e campione, traverso il quale svolgere questo primo tema, mi pare cronisticamente corretto scegliere una realtà terapeutica che emerge, nel paesaggio a volte confuso della "analisi di gruppo", con caratteristiche non ordinarie. Alcune di esse sono percettibili, per così dire, ad occhio nudo: la gratuità assoluta e il numero dei partecipanti, complessivamente valutabile a circa seicento persone, divise in tre gruppi, che si riuniscono in tre giorni diversi della settimana, con lo stesso analista. La qualità dei partecipanti pur non essendo esclusiva di questa situazione è, qui, sottolineata da una forte omogeneità; è quello che, a partire dal febbraio scorso, si definisce come il "Movimento", a formare la popolazione di base in questa sede (una piccola aula dell'Istituto di Psichiatria dell'Università di Roma, diretto dal professor Giancarlo Reda). È dunque la folla giovanile - maschi e femmine - diventata protagonista, anche drammaticamente, della scena politica italiana negli ultimi dieci mesi.
Su questo strato di fondo si innestano poi iscritti al PCI (ma sempre giovani), molte donne, alcuni medici (non soltanto psichiatri o psicoanalisti) qualche "nome" del mondo dello spettacolo, ovviamente più politicizzato (il regista Marco Bellocchio, la sua compagna, l'attrice Gisella Burinato).
Fin qui gli elementi esteriori che pure distinguono questo gruppo dagli altri. Gli elementi invece più profondi di diversità sono da rintracciare nella persona dell'analista, Massimo Fagioli, e nel fatto che in questa sede si sperimenta una teoria che Fagioli rivendica come originale. Qui non si fa analisi secondo Freud, Jung, Lacan, ecc.. o attraverso una miscellanea di teorie e pratiche diverse: si fa analisi secondo quanto è scritto nei testi di Massimo Fagioli, che sono tre: "Istinto di morte e conoscenza", "Psicanalisi della nascita e castrazione", "La marionetta e il burattino".
Per capire serve intanto sapere chi è Massimo Fagioli. Buon rieducatore o guru?
Professionalmente ha tutte le carte in regola, Medico psichiatra, prime esperienze "manicomiali" a Venezia e quindi a Padova, primi tentativi (metà degli anni Sessanta) di gestione diversa del manicomio, poi trasferimento in Svizzera, nella clinica dell'antropsichiatra Ludwig Binswanger, dove vive per un anno in una comunità terapeutica (malati di mente, medici, infermieri).
Tornato in Italia costituisce egli stesso una comunità di questo tipo, ed incomincia a fare analisi didattica con il freudiano Nicola Perrotti. Ammesso nella Società Psicoanalitica Italiana (Spi), esercita la professione privata, e comincia ad elaborare le teorie oggi contenute nei suoi testi, attraverso le quali si pone come "eretico" rispetto a tutt'intera la tradizione e la prassi psicoanalitica (con l'esclusione parziale di Wilhelm Reich, come l'unico che abbia tentato la saldatura tra psicoanalisi e politica).
Scrive "Istinto di morte e conoscenza" e nel cerchio chiuso dei freudiani ortodossi viene allora considerato un talento; Franco Fornari, tra gli altri, parla di "scoperta" nella psicoanalisi (Congresso di Vietri 1971). Dal momento in cui il libro è pubblicato sopravviene l'ostracismo: nel febbraio del 1976 lo si costringe ad uscire dalla Spi. Già alla fine del '75, però, erano incominciati i suoi seminari.
Sentiamo, adesso, ciò che dice Massimo Fagioli.
Si può essere psicoanalisti e non freudiani (né junghiano, né lacaniani)?
«Non è nuova la psicoanalisi, è nuovo Freud. Così come non era nuova l'America, era nuovo Colombo". Questo lo scriveva il romanziere Arthur Schnitzler, nel primo decennio del secolo. Oggi, a quarant'anni dalla morte di Freud, si può e si deve dire la verità: non era nuovo neanche Freud. La psicoanalisi è sempre esistita: è esistita in Shakespeare, nella tragedia greca. Si tratta di tradurre in scienza, utilizzabile da tutti, ciò che per gli artisti è intuizione».
Ci sono alcuni concetti-chiave della teoria che tu hai formulata, e che pratichi nei gruppi di analisi collettiva. Essi sono, mi pare, quelli di "Istinto di morte, fantasia di sparizione, inconscio mare calmo, investimento sessuale", tutto un meccanismo, se ho capito bene, che si mette in moto nell'istante della nascita e poi, ancora, "invidia e bramosia". Puoi spiegare di che si tratta?
«Dell'istinto di morte Freud ha parlato tardi, nel 1920: ma, oltre ad essere stato preceduto, su questo argomento, almeno da due dei suoi allievi, Adler e Steckel (il "furto", in Freud, è sempre presente), c'è da dire che, ancora una volta, non si inventava nulla: l'istinto di morte appartiene al nichilismo russo, si profila già nell'Ottocento. Per me istinto di morte, non è necessariamente, tendenza negativa, distruttività: è piuttosto la prima pulsione del neonato a tornare da dove è venuto, nell'utero materno...»
Ma perchè, nascendo, si dovrebbe avere voglia di tornare indietro? Perchè dare per scontata questa situazione di "pessimismo esistenziale"?
«È una questione di pura e semplice sopravvivenza: Il contatto con la realtà esterna, la realtà inanimata (luce, freddo, ecc.) è ostile al bambino, che finallora se n'è rimasto immerso beatamente nel liquido amniotico.
Il contatto sessuale, stabilito attraverso la cute, con il corpo della madre, produce nel bambino appena nato, il ricordo di ciò che io chiamo inconscio mare calmo. Il meccanismo della nascita è il seguente: il bambino nasce e in lui opera immediatamente l'istinto di morte, come pulsione a ritornare nel ventre della madre: per sopravvivere, egli ha bisogno di annullare la realtà esterna, ostile, che lo circonda (fantasia di sparizione): però, nello stesso momento, si forma in lui il ricordo dell'inconscio mare calmo, e il bambino, esprimendo la propria libido, cerca un investimento sessuale nel rapporto umano: cerca la madre, il seno materno.
Se questo primo rapporto fallisce, fallisce anche l'uomo come essere sociale (secondo la definizione di Marx). Quindi depressione, schizofrenia, ecc.
Ma con questa teoria non ti pare di rafforzare la pressione che l'intera cultura dominante (maschile) ha fatto fino ad oggi sopra la donna, responsabilizzando soltanto lei dell'eventuale infelicità del figlio? L'inconscio mare-calmo, il seno materno ... Tutto dipende da noi, l'aborto - come del resto aveva scritto Pasolini - è un'aggressione all'Eden pre-natale, al tuo, quindi, "inconscio mare calmo..." O no?
L'aborto è comunque un fallimento, ma il rapporto col corpo della madre è qualcosa che si stabilisce gradualmente - non prima, senza dubbio, del 180esimo giorno dal concepimento - e, ci tengo a sottolinearlo, ha importanza soltanto dopo la nascita del bambino. In questo, davvero, siamo tutti uguali, e tutti, quindi, potenzialmente felici , al contrario di ciò che diceva Freud, perchè tutti disponiamo di un identico inconscio-mare-calmo, al sicuro da qualsiasi aggressione, anche dalle eventuali nevrosi delle madri incinte...»
E il rapporto col seno materno, come primo rapporto da cui dipenderanno tutti gli altri?
«Non è importante che la madre allatti, è importante l'investimento sessuale della madre nei confronti del figlio: perciò una maternità felice è soltanto quella della donna realizzata sessualmente, che conosce il piacere del proprio corpo, che gioca col proprio corpo e con quello del bambino».
"Invidia, bramosia, frustrazione positiva" sono altre nozioni portanti della tua teoria. Che significano?
«L'invidia non ha niente a che fare col desiderio, come diceva Freud. Ha a che fare con l'odio: la bramosia è il voler introiettare l'altro, mangiarlo, divorarlo: amore come possesso e distruzione, e quindi non-amore. La frustrazione positiva è invece un atteggiamento da assumere da parte di chiunque voglia, o debba, "fare l'analista" nei confronti di un altro: e significa saper dire no all'altro, nel suo stesso interesse. Esempio: quando il bambino infila le dita nella presa di corrente, tu lo strappi via dal pericolo; lo fai nel suo interesse, e gli dimostri, così, di avere interesse per lui».
Tu infatti l'adoperi nei tuoi gruppi di analisi collettiva; qual è l'obiettivo di questa attività?
«L'analisi ha sempre come obiettivo la cura della psiche; è la trasformazione della psiche, che sottintende, nella maggior parte dei casi, la cura di essa. L'analisi è: interpretazione (strumento) - trasformazione (obiettivo) - cura (effetto)».
Che significa per te "interpretazione"?
«Significa che io, analista, debbo interpretare, cioè rendere esplicito il significato di ciò che tu mi porti in analisi: sogni, associazioni di idee, fatti tuoi, ecc.»
Ma questo rigore - interpretare e basta, non dar consigli, non intervenire - non è in contraddizione con la tua polemica contro gli analisti che ascoltano, tacciono e intascano l'onorario del paziente?
«Ma quelli non ascoltano neppure. Ricevono telefonate, pensano ai fatti proprio. Fanno, insomma, fantasie di sparizione sulla persona che hanno davanti. E questo succede perchè l'analista, spesso, è più malato del paziente: malato di invidia, di bramosia, di istinto di morte/annullamento. L'analisi buona è quella che realizza interamente il rapporto umano, per incominciare, tra analista ed analizzando...»
Un altro dogma freudiano che tu stai abbattendo è quello del pagamento. I tuoi gruppi sono gratuiti. Allora non è vero quello che diceva Freud che, se non si paga, l'analisi non funziona, non riesce?
«Il fatto del pagamento ha attinenza con la cura soltanto quando il rifiuto di pagare - se se ne hanno i mezzi - esprime la bramosia del paziente nei riguardi dell'analista. Se tu guadagni tre milioni al mese, e mi vuoi dare mille lire a seduta, questa tua bramosia va frustata, e me ne devi dare venti. Nella società di domani, comunque, l'analista dovrebbe essere retribuito dalla collettività e quindi, gradatamente, scomparire».
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Marco Bellocchio sul New York Post

NEW YORK POST online edition
THE FILM YEAR IN REVIEW
By V.A. MUSETTO
December 26, 2004

'TIS the season to rank the year's best movies. While lists are supposed to cover the entire year, they usually end up containing just major movies released after Thanksgiving.
Cine File, as usual, strives to be different.
Here are his favorite films (big or small) of 2004, in alphabetical order, going all the way back to January.

[...]

* "Good Morning, Night": Italian auteur Marco Bellocchio's stunning, fictionalized account of the kidnapping and murder of Prime Minister Aldo Moro by Red Brigade terrorists in 1978. Screened at BAM in March, it deserves a release here in 2005.

[...]
[è l'unico film italiano compreso in questa lista
di una decina di titoli in tutto. ndr]

OMS: Chronic Fatigue Syndrome
sindrome da stanchezza cronica

Repubblica 27.12.04
Negli Stati Uniti colpisce 500.000 persone, in Italia più di centomila. Una malattia provocata da "stanchezza cronica": ne soffrono soprattutto le donne

Giovani, colti e in carriera stanchissimi senza motivo
Le cause sono sconosciute, anche se si suppone che c'entri lo stress e il superlavoro. Ma il fenomeno continua a crescere in tutto il mondo occidentale
Dieci anni fa vennero riconosciuti i sintomi della nuova malattia. Che ora viene classificata dall'Oms come una vera entità clinica
EMILIO PIERVINCENZI

ROMA - Non si conosce con certezza quante persone colpisce. Ma si sa che ne colpisce tante. Solo in Italia, da 100 a 200mila (circa mezzo milione negli Stati Uniti). Non si conosce la causa scatenante, né - quindi - la cura. Non si ha nemmeno un quadro clinico esatto né una «radiografia» epidemiologica. Perfino il nome, di questa ancora misteriosa malattia, sa un po' di Cagliostro: Sindrome da stanchezza cronica. Quanti di voi ne hanno sentito parlare (a parte chi ne è colpito)?
Eppure il fenomeno continua a crescere, dice il professor Umberto Tirelli, il solo italiano che ad Atlanta, Stati Uniti, nell'ormai lontano 15 dicembre 1994, partecipò alla stesura della nuova e attuale definizione della malattia. E solo da allora l'Organizzazione mondiale della sanità considera la Cfs (Chronic Fatigue Syndrome)un'entità clinica. Dieci anni, da allora, ma nulla è cambiato. O, meglio, sono cambiati i numeri. «Diciamo che allora non se ne sapeva niente e che ora la malattia emerge perché si hanno maggiori informazioni sanitarie e sociali. E il quadro che ne esce è francamente preoccupante, perché si intreccia con l'evoluzione della nostra società, che va verso situazioni sempre meno sopportabili di stress, il super lavoro, la non capacità al riposo e in questo quadro si inserisce un ruolo sempre più dominante e centrale delle donne». Donne, che c'entrano le donne? «Perché - spiega Tirelli - le donne rappresentano il 70% dei malati da sindrome di stanchezza cronica».
E allora facciamo un passo indietro. Gli americani, che spesso in medicina e scienza sono invece un passo avanti, la malattia l'hanno ribattezzata «influenza dello yuppy». Definizione generica, ma significativa. Lavorare troppo stanca? Si insinuano battute, rispunta l'elogio della lentezza, scatta la voglia di riscatto dei cinquantenni, che si sentono il fiato sul collo dei rampantissimi - e certamente più guizzanti - trentenni. Infatti la Cfs, che colpisce sovente dopo un´influenza o comunque un calo delle difese immunitarie, aggredisce persone di cultura medio-alta, soprattutto donne bianche tra i 30 e i 40 anni, è del tutto assente negli ultra sessantenni. Se di malattia sociale si tratta, è una malattia da alta società.
I racconti di chi è stato colpito si assomigliano un po' tutti, quello che muta è la gravità della sindrome. «Sono sempre stata una donna molto attiva, facevo ginnastica, consumavo tanta cultura. Ma ecco che un giorno ho dovuto lasciare lo sport, mi sono ritrovata a non utilizzare i biglietti per il teatro che avevo già. E quando arrivavo a casa, la sera dopo il lavoro, non avevo più nemmeno la forza di togliermi il cappotto. Me ne stavo sdraiata sul divano, a guardare davanti a me e a domandarmi: ma che succede?»: così spiega Teresa Arnanz, 41 anni, Madrid, al «Pais». In Spagna sono preoccupati. I malati accertati di Cfs sono circa centomila, così la settimana scorsa le varie associazioni di pazienti si sono riunite nell'ospedale universitario «La Princesa» per discutere un documento che definisca le necessità socio-sanitarie dei pazienti, tenendo presente che l'anno prossimo sarà avviato all'Istituto Carlos III un gruppo interdisciplinare per lo studio della Sindrome da fatica cronica.
In Italia siamo ancora un po' indietro, anche se i numeri sono perfino più preoccupanti di quelli spagnoli. E anche se già ai tempi di Ippocrate (337 a.C.), considerato il padre della medicina, venivano descritte situazioni cliniche caratterizzate da «febbricola e fatica persistente di origine non precisata», e se e ora si tendono ad accostare casi di Cfs ai militari che parteciparono alla Guerra del Golfo del '91, visto che anch'essi presentano un quadro sintomatologico simile, la Sindrome da fatica cronica resta un mondo tutto da scoprire. «Si pensa - spiega Tirelli - che la stanchezza e lo stato di spossatezza che quei militari avvertono sia dipeso dal grande numero di vaccinazioni cui sono stati sottoposti, che hanno pesantemente coinvolto il loro sistema immunitario. Ma anche qui siamo ancora nel campo delle ipotesi».

sinistra?
consueta complicità dell'attuale direzione ds con i criminali del Vaticano

Repubblica 27.12.04
Papa Wojtyla on line per i Ds

ROMA - Natale con Giovanni Paolo II per la Quercia. Sul sito dei Ds campeggia la foto del papa con il testo integrale del messaggio di Wojtyla per la celebrazione mondiale della pace. Titolo: "Il male non si vince con il male". Per gli auguri del 2005, il sito sceglie invece una citazione dal poeta francese Apollinaire: "Ora è arrivato il tempo di riaccendere le stelle".

tsunami

Repubblica 27.12.04
Paradiso e povertà
di FEDERICO RAMPINI

[...]
Lo scienziato Waverly Person, del centro nazionale di informazioni sui terremoti presso lo Us Geological Survey, ha dichiarato: «La maggior parte delle persone poteva essere salvata, se le regioni colpite avessero avuto un sistema di misurazione delle onde e di allerta sull'arrivo degli tsunami». La scienza della previsione dei terremoti deve fare ancora molta strada per proteggerci efficacemente. Ma anche in assenza di previsioni affidabili, la prevenzione dei danni ha fatto progressi immensi, e dà risultati importanti anche se il sisma colpisce all´improvviso e senza preavviso. Il Giappone è il modello esemplare di un paese soggetto a terremoti e maremoti, che da anni riesce a mantenere bassissimo il livello delle vittime. Questo non succede per caso.
È la conseguenza degli investimenti nelle tecnologie antisismiche, insieme con i dispositivi di allerta rapida e i periodici addestramenti alle evacuazioni. Per la notevole distanza percorsa dalla muraglia delle onde - dall'epicentro di Sumatra fino alle coste più lontane - nella notte fra il 25 e il 26 dicembre c'era il tempo per avvistare il mortale tsunami e lanciare l´allarme. Anche pochi minuti possono bastare per una fuga lontano dalla spiaggia, e quindi per salvare tante vite umane. È sconcertante pensare alla concentrazione di tecnologie moderne che si addensa ormai su quelle isole: quanti telefonini gsm e satellitari, quanti computer portatili, quanti modem per i collegamenti Internet perfettamente funzionanti nei resort di lusso sulle spiagge di Phuket, delle Maldive o dello Sri Lanka. E nulla del nostro progresso tecnologico è rimasto depositato, a vantaggio di quelle zone, sotto forma di investimenti per la sicurezza e la protezione della vita umana.
[...]

Margherita Hack vs Antonio Mazzi

da ateismo@yahoogroups.com
Margherita Hack vs Antonio Mazzi
di Marcus Prometheus

«Non so quanti di voi hanno dato un occhiata alla trasmissione di Piero Chiambretti su La7, Markette, ieri sera Mercoledi 22 (replica di una puntata di novembre). Invitato a parlare di un suo libro don Mazzi è stato la vittima sacrificale di se stesso, e di quel modo di pensare che contraddistingue la chiesa cattolica e i farabutti come lui. Per farvela breve, dopo aver discusso con Chiambretti sulle apparizioni tv del nostro e di altri personaggi analoghi, il colpo di scena. In collegamento appare la Prof.ssa Hack; Chiambretti, conoscendo bene la nostra, gli chiede se per lei esista l'altro mondo.La Hack dice che non solo l'atro mondo non esiste,ma che non esiste l'anima e che dio e' un'INVENZIONE dell'uomo per la paura che questi aveva ed ha della morte! Il furbo, saccente, impostore, don Mazzi interviene e comincia a dire che la Hack rifiutando dio, non sarebbe capace di provare quei nobili sentimenti che un buon cristiano prova nella sua comunione con il macellaio di Sodoma e Gomorra. La Hack, anche un po' complice Chiambretti (voto 10), non lo lascia nemmeno finire che decisa e un po "incazzata" gli risponde per le rime: "Io credo nella Liberta', nella Giustizia, nella Solidarieta', ma di certo non c'e' bisogno di credere in un dio per esserne consapevoli" [...] E don Mazzi direte voi? Il nostro inutile omuncolo, sanguinava copiosamente come il suo padrone sulla croce, abbassando la testa come si conviene ad un servo del dio padrone, tante erano state le bastonate, randellate, mazzate che aveva ricevuto in poco meno di cinque minuti».

una mostra a Roma
«i colori degli antichi»

Repubblica 27.12.04
UNA MOSTRA SULLA POLICROMIA DELLE STATUE ROMANE
I COLORI DEGLI ANTICHI
DI GIUSEPPE DELLA FINA

«Il colore contribuisce alla bellezza, ma non è la bellezza» e ancora «un bel corpo sarà allora tanto più bello quanto più è bianco». Tali affermazioni si trovano nella Storia dell'arte dell'antichità di Johann Joachim Winckelmann e sono alla base di come abbiamo immaginato e continuiamo ad immaginare la scultura antica e, attraverso di essa, gli ideali di bellezza del mondo greco-romano. Ma, in buona parte, ci troviamo di fronte ad un equivoco: i Greci e i Romani non apprezzavano il bianco, ma al contrario la policromia.
Ora il tema è riproposto, alla luce di nuove indagini portate avanti ricorrendo a tecniche fotografiche a luce radente e a luce ultravioletta nonché ad analisi chimiche e mineralogiche, nella mostra I colori del bianco. Mille anni di colore nella scultura antica allestita all'interno dei Musei Vaticani (sino al 31 gennaio 2005). L'esposizione, curata da Paolo Liverani, illustra i risultati delle ricerche condotte nei laboratori degli stessi Musei Vaticani, della Gliptoteca di Monaco e della Gliptoteca Ny Carlsberg di Copenaghen.
La nostra attenzione si può soffermare su alcune delle antichità esposte, quali, ad esempio, la celebre Kore con il peplo e l'ancora più noto Augusto di Prima Porta, vale a dire su due statue databili rispettivamente intorno al 520 a. C. e in epoca augustea e quindi molto lontane cronologicamente e stilisticamente l'una dall'altra.
Le indagini hanno mostrato che le due opere erano in origine policrome, la ricostruzione della policromia della prima ha portato addirittura a rivederne l'interpretazione: sappiamo ora che ci troviamo di fronte non ad una fanciulla, ma ad una dea, ad Atena o, forse, ad Artemide. Le tracce del colore individuate mostrano infatti che la figura femminile indossava una sopravveste, l'ependytes, insegna del potere.
Il confronto diretto tra l'originale dell'Augusto di Prima Porta e una sua copia realizzata per l'occasione e policroma è ai nostri occhi «neoclassici» quasi sconvolgente, ma assai istruttiva dell'uso che si faceva della colorazione. La corazza, ad esempio, è lasciata bianca per consentire l'enfatizzazione delle scene, rese a colori, che la decoravano: si riferivano ad un avvenimento al quale l'imperatore attribuiva grande rilievo, ovvero la restituzione a Marte delle insegne militari di cui i Parti si erano impadroniti nella battaglia di Carrhae, una delle pagine più nere per la storia militare di Roma.
L'uso del colore andò ben oltre l'età di Augusto e lo testimonia bene un sarcofago, restaurato appositamente per la mostra, databile attorno al 300 d. C.: la fronte presenta il Buon Pastore e un'articolata scena pastorale. Su di esso si notano pennellate di rosso, di azzurro e di giallo, ma soprattutto una doratura di molte delle sue parti come il vello degli agnelli.

la "teoria" cattolica in breve
in che cosa diversa dal freudismo?

La Stampa 27.12.04
L’OMELIA DEL CARDINALE
«Combattiamo quell’ateismo tutto nostrano»
Giuseppe Sangiorgio

Ha domandato il cardinale Severino Poletto: «Le polemiche sul Natale cristiano (ad esempio le critiche ai presepi, ndr) emerse in queste settimane, non vi sembrano rivelatrici di un nostrano ateismo serpeggiante che può spingere qualcuno a prendere a pretesto una sua sensibilità e rispetto verso persone di altre religioni per mascherare le proprie chiusure nei confronti di Dio e di Gesù Cristo?».
Un interrogativo che l’Arcivescovo ha posto ai fedeli all’omelia, durante la Messa di Mezzanotte, celebrata in Duomo. Un’occasione per riflettere e far riflettere. E il Cardinale l’ha voluto sottolineare. Affermando: «Poniamoci seriamente questa domanda di fondo: senza Dio Creatore, Padre e Salvatore, quale idea di uomo riusciamo a proporre, quale società riusciamo a costruire? La storia dell’umanità è una prova che, se è vero che talvolta si è strumentalizzato Dio per propri fini di egoismo e di prepotenza sugli altri, è altrettanto vero che, quando si cancella Dio, l’uomo in realtà cancella anche se stesso e diventa vittima delle proprie passioni. Le quali, quando prevalgono, finiscono col seminare distruzione su noi stessi e sugli altri»
[...]

domenica 26 dicembre 2004

IL 25 E IL 26 DICEMBRE I GIORNALI NON ESCONO
A CAUSA DELLA CELEBRAZIONE
- CHE PERALTRO NON COINVOLGE AFFATTO "SEGNALAZIONI" -
DI UNA ANTICHISSIMA FESTIVITÀ
CONNESSA AL SOLSTIZIO D'INVERNO

NON DA SEMPRE, MA DA MOLTO TEMPO
ESPROPRIATA PER I SUOI SCOPI
DALLA RELIGIONE CRISTIANA

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Ohio State University
«più piccoli sono i bambini più in loro l'udito è dominante sulla vista»

http://www.sciencedaily.com/releases/2004/12/041219142212.htm


Source:
Date:
2004-12-24





Infants, Children Prefer Sounds Over Pictures And Only Slowly Become Visually Oriented, Studies Find

COLUMBUS, Ohio -- New research provides the strongest evidence to date that infants and young children – unlike adults -- are more drawn to sounds than they are to visuals in their environment.


Infants Have Keen Memory For Learning Words (September 26, 1997) -- Experimental psychologists have discovered that babies as young as 8 months are good at learning and remembering ... > full story

What Color Is That Sound? (November 24, 2004) -- Imagine being able to see or taste sounds, as well as hearing them. Sound like science fiction? For some people, it's reality. This blending of the senses occurs in a rare condition called ... > full story

Educational Lag For Premature Infants Persists Into AdulthoodBy the time they reached adulthood, very-low-birth-weight (VLBW) infants born in the late 1970s lagged behind their normal birth weight counterparts in I.Q. scores and educational achievement, ... > full story

Babies Have A Different Way Of Hearing The World By Listening To All Frequencies Simultaneously (May 30, 2001) -- The world apparently sounds very different to infants than it does to adults. Sometimes it's filled with a cacophony of sounds that makes it difficult for babies to distinguish a single sound ... > full story



and stationary. This preference for sounds makes sense in the case of learning language. If infants and young children didn’t favor sounds, it is difficult to explain how they could pick up language.”
Sloutsky recently published two related papers on this research. One article, co-authored with Ohio State graduate student Amanda Napolitano, appears in the December 2004 issue of Child Development. A second paper, in the September 2004 issue of Child Development, was co-authored with post- doctoral researcher Christopher Robinson.
In the two published papers, the researchers report on 11 different experiments involving 8-, 12-, and 16-month-olds and 4-year-old children and adults.
In the experiment involving 8-month-olds, the infants were videotaped while sitting on a parent’s lap in front of a large projection screen. They were then repeatedly presented a certain combination of a picture and sound to familiarize them with that combination. Previous work had shown that when infants become familiar with a picture, they look at it significantly less.
During the testing phase, the infants were sometimes presented with a different picture or a different sound from the sound-picture combination they were familiar with. By observing children and later reviewing the videotape, the researchers were able to see whether the infants turned their heads toward a new sound or a new picture.
The results showed that the infants did not look significantly longer at new visuals when they were paired with the familiar sounds – indicating that the new pictures did not capture their attention. However, they did look significantly longer at pictures – whether new or old – when they were paired with new sounds.
“Of all the groups we studied, infants were the most likely to attend to sounds over visuals,” Sloutsky said.
In previous research, Sloutsky had found that 4-year-olds also preferred sounds to visuals. In this new study, he extended that work to see whether this auditory dominance remains in effect in all conditions.
The results showed that the children paid more attention to sounds when they were presented with unfamiliar pictures. But when they were presented with familiar pictures and unfamiliar sounds, children paid more attention to the pictures.
“More familiar stimuli are likely to overshadow those stimuli that children don’t have experience with,” he said.
The research showed that the relative complexity of the visuals did not play a role in whether children paid more attention to them or not – familiarity was the important factor.
The pull of sounds over visuals can be powerful, Sloutsky said. In one experiment, the 4-year-olds were shown a picture of a geometric shape paired with a sound and asked to remember it. The researchers told the children explicitly to pay attention to the shape: “Don’t forget, you have to remember the picture!”
They were then shown a second shape-sound combination and asked if it was the same as the first. Results showed that the children were not accurate in pointing out new shapes if they were paired with the familiar sounds. They were much more accurate at noticing new sounds.
Other experiments showed that the children could accurately tell when the shapes were changed, if the visuals were presented alone. This means they have no problem finding differences in visuals. It is only when visuals are competing with sounds that children no longer pay as much attention to the visuals.
“This suggests that children are automatically drawn to sounds over visuals,” Sloutsky said. “It is not something they can control.”

The research was supported by the National Science Foundation.

Editor's Note: The original news release can be found here.


This story has been adapted from a news release issued by Ohio State University.


legge del mercato
sempre meno "clienti", chiese in vendita

agenzia swissinfo 20 dicembre 2004 17.57 :
Troppe chiese per Gesù Bambino
Meno fedeli, meno preti e pastori, meno soldi: molti edifici sacri sono vuoti. A San Gallo, la comunità evangelica ha deciso di mettere in vendita una chiesa
di Doris Lucini

Il fenomeno delle chiese trasformate in teatro, museo, galleria o altro sta diventando una realtà anche in Svizzera.
A metà ottobre, un'inserzione alquanto curiosa ha attirato l'attenzione dell'opinione pubblica svizzera: «Vendesi chiesa storica». L'oggetto in questione è la chiesa evangelica di San Leonardo, costruita in stile neogotico alla fine dell'Ottocento, quando la città di San Gallo, con i suoi pizzi e i suoi ricami, si trovava in pieno boom economico.
Un simbolo di benessere, dunque, e un omaggio a Dio con una torre campanaria che s'innalza in segno di ringraziamento. Ma col tempo, oltre alla situazione economica, è mutata anche la situazione religiosa della Svizzera. Nel corso degli ultimi trent'anni, il numero di fedeli che ha abbandonato le due principali chiese del paese, quella cattolica e quella evangelica, si è decuplicato.

Chiesa mia quanto mi costi
Molti degli edifici sacri costruiti in passato sono oggi superflui. «Nel centro di San Gallo ci sono sei chiese» spiega Karl Gabler, presidente della comunità evangelica che ha messo in vendita l'edificio neogotico. «Ormai da anni, non celebriamo più il culto in quella di San Leonardo».
In effetti, la chiesa viene usata per iniziative culturali e umanitarie da un'associazione indipendente. «Fra poco, però, saranno necessari degli investimenti importanti per il restauro dell'edificio», aggiunge Karl Gabler.
Solo per la facciata, i costi dovrebbero aggirarsi intorno ai 4,5 milioni di franchi. «Non ci sembra di poter chiedere alla comunità di spendere buona parte del suo capitale per riattare una chiesa che non usa più».

Cultura al posto dei culti
I banchi e le casse delle chiese svizzere non sono ancora vuoti al punto da rendere drammatica la situazione. La messa in vendita di San Leonardo potrebbe però segnare un primo passo in direzione dello sviluppo che si è avuto in Inghilterra e in Olanda, dove numerose chiese sono state trasformate in discoteche, uffici, supermercati o ristoranti. Come il "tempio" del gourmet che lo chef svizzero Anton Mosimann ha aperto in una ex chiesa presbiteriana di Londra, costruita nel 1830.
Ma a San Gallo non sono disposti a vendere a chiunque. La chiesa resta un luogo dal profondo simbolismo e Karl Gabler sottolinea che per la comunità «è importante l'uso che si farà dell'edificio: non dovrebbe essere qualcosa di totalmente estraneo ai principi della chiesa».
La comunità sangallese vedrebbe di buon occhio delle manifestazioni culturali. E "cultura" sembra essere la parola d'ordine anche negli altri casi di chiese adibite a funzioni diverse da quella originale, come il tempio ugonotto della Neuveville, trasformato in caffè teatro, ma ancora di proprietà della comunità, o la cappella Wesley di Berna. Quest'ultima è stata venduta dalla Chiesa metodista al fotografo Christoph Hoigné, che ne ha fatto un piccolo teatro.

Un tema poco attuale per la Chiesa cattolica
Anche la Chiesa cattolica è confrontata con problemi finanziari, ma secondo Hans Ellenberger, portavoce del vescovo della diocesi di Basilea, «al momento non ci sono chiese vuote».
In ultima istanza, la decisione di sconsacrare una chiesa per abbatterla o destinarla ad altre attività spetta al vescovo e quello di Basilea «non ha ricevuto alcuna richiesta» che vada in questo senso. «Più che un problema di chiese in esubero e di finanze poco abbondanti, nella nostra diocesi c'è un problema di personale: mancano i preti e questo obbliga a raggruppare due o più parrocchie».
L'idea di vendere una chiesa non è però un tabù. «Se la destinazione della chiesa è accettabile, anche i cattolici possono pensare di cedere i loro edifici. Certo, per ora ci sembra improponibile l'idea di trasformare una chiesa in un ristorante, ma in futuro le cose potrebbero cambiare».
In ambito culturale, gli esempi di chiese cattoliche destinate ad altri usi non mancano. «Qualche anno fa, abbiamo spogliato degli arredi sacri una vecchia cappella di Soletta, la Josefkirche, e l'abbiamo ceduta ad una fondazione che ne ha fatto una galleria», racconta Ellenberger.
A metà Ottocento, a Boswil, si è costruita una nuova chiesa. Si è deciso però di non abbattere il vecchio edificio sacro. Nel corso del Novecento è diventato parte integrante di un centro culturale che organizza soprattutto corsi di formazione musicale. C'è poi il caso di Wohlenschwil, dove la vecchia chiesetta è stata trasformata in Museo contadino.

Città e campagna
I fedeli sono pochi e qualche chiesa è di troppo? La decisione sul da farsi non è condizionata solo da fattori economici, ma anche dal valore storico e artistico degli edifici. La chiesa messa in vendita a San Gallo e il tempio di La Neuveville, ad esempio, sono stati registrati nella lista del patrimonio nazionale e la loro struttura architettonica non può subire delle modifiche di rilievo. Un dato di fatto che limita il raggio d'azione dei proprietari.
La situazione in Svizzera - è importante ripeterlo - non è grave. «Il caso di La Neuveville, che ha due chiese protestanti per 3.500 abitanti», commenta il pastore Devaux, «è un'eccezione. La maggior parte dei villaggi ha una sola chiesa, quando ne ha una. Certo, il problema si porrà nelle città, dove gli edifici sacri sono più numerosi».
Un'osservazione condivisa dal portavoce della diocesi di Basilea. «In campagna», constata Hans Ellenberger, «la gente ha un rapporto più forte con la sua chiesa e difficilmente accetterà che venga usata per scopi non religiosi. Spesso la chiesa è al centro del villaggio, la gente la vede come simbolo, fa parte della storia, della società, del senso d'appartenenza ad una comunità. In città questi aspetti vanno in parte persi».

una conferenza dell'Oms e la psichiatria come business

segnalazioni di Paola Franz

www.epicentro.iss.it

PIANO D’AZIONE EUROPEO PER LA SALUTE MENTALE

Rivedere lo status della malattia mentale in Europa, promuovere l’accesso alle cure, identificare le barriere che impediscono l’integrazione dei malati a scuola e nei posti di lavoro, suggerire soluzioni efficaci nell’ambito di politiche sostenibili e coinvolgere tutti i possibili portatori di interesse, dai medici fino alle associazioni dei familiari. Ecco gli obiettivi della Conferenza ministeriale dell’Oms, in calendario a Helsinki dal 12 al 15 gennaio prossimi. Consulta anche il rapporto di Health Evidence Network sull’efficacia degli interventi di base per la diagnosi e la gestione delle crisi depressive.

villaaurea.it
Comunicato stampa, 18 Dicembre 2004
Il mal di vivere? Lo gestisco in cooperativa
Nasce a Cortona un rivoluzionario centro antistress. Super lux, super professionale, super avanzato. Obiettivo: insegnare a prendere la vita per il verso giusto

Cortona (Arezzo) – Nel mondo dei centri benessere e della lotta al logorio della vita moderna si materializza la rivoluzione Villa Aurea. Mentre altrove ci si concentra sul corpo con massaggi, ginnastiche, fanghi e bagni di ogni tipo, nella convinzione di anestetizzare per via muscolare il mal di vivere, qui si lavora sulla mente. E il direttore scientifico Marco Bertelli (38 anni, psichiatra, libero docente all’Università di Firenze e membro del consiglio direttivo della sezione Salute Mentale dell’Organizzazione Mondiale di Psichiatria) insiste sulla differenza tra “qualità di vita” e “qualità della vita” per enunciare il concetto eterno, ed eternamente riscoperto, che ben spiega il segreto del suo metodo: “Non c’è ansia, disagio o logorio se impariamo a conoscere noi stessi e a prendere la vita per il verso giusto”.

Siamo ai confini tra Toscana e Umbria, tra colline boscose, vigneti e ulivi, lungo la strada che da Cortona conduce a Mercatale. La settecentesca Villa Aurea, con parco ombroso e sequoia centenaria stile Via col vento, apre ufficialmente i battenti domenica 19 dicembre in versione Hotel de Luxe a 4 stelle. Con molte autorità (il sottosegretario al welfare Grazia Sestini, i parlamentari Rosi Bindi e Giuseppe Fanfani, il prefetto di Arezzo Anna Maria Sorge, il sindaco di Cortona Andrea Vignini) e molte novità anche nella gestione, essendo la prima volta che la cooperazione si cimenta con il wellness e con i suoi piacevoli misteri. E’ una sfida che ha comportato fin qui 3,5 milioni d’investimenti, ma che ha intanto assicurato all’area un progetto economico/culturale d’alto profilo e numerosi posti di lavoro assai qualificati.

La coop in questione è l’Ante Laborem di Castiglion Fiorentino (fa capo all’ Unci, Unione Nazionale Cooperative Italiane) e al presidente Marcello Roggi preme sottolineare l’aspetto innovativo della new entry insieme ai benefici per il territorio. “Tralasciando le cifre dell’indotto”, spiega, “l’iniziativa è importante, perché offre a Cortona e un inedito soggetto economico di bella immagine e prestigio e ai soci cooperatori posti di lavoro stabili e di grande qualità professionale”.

In totale 25 addetti (psicologi e terapeuti vari, oltre agli specializzati alberghieri, tutti multilingue). La struttura è invece immersa in un parco di 3 ettari ed è composta dalla villa padronale con due dependance (ospitano 20 camere, 13 già operative), ristorante, piscina con vasca idromassaggio e talassoterapia, solarium, campo da tennis, giardino aromatico, percorsi defaticanti con laghetti e grotta naturale. In altre parole, l’ambiente ideale per imparare ad affrontare, con ritrovate energie, le non sempre facili vie dell’esistenza.

“Lo stress di per sé non ha colore.”, ricorda, tornando al metodo, Bertelli, “Non è negativo, ne’ positivo. Tutto dipende da come il soggetto interpreta l’evento. Quindi è al soggetto, alla personalità, al carattere che occorre rivolgersi quando entra in crisi il rapporto con il sé e l’ambiente. Ovviamente Villa Aurea non è una clinica, ne’ tratta casi gravi quanto, piuttosto, il generico malessere che colpisce molti e che altera in negativo la visione del mondo, induce al pessimismo, spinge a sospettare inesistenti pericoli dovunque e costringe perciò il corpo in perenne posizione di combattimento. Ecco lo stress cattivo, il di-stress che causa palpitazioni, sudorazioni, rinuncia al cibo o rifugio nel cibo, nel fumo e in una moltitudine di analoghi illusori sollievi”.

A Villa Aurea l’equipe di Bertelli affronta di petto la questione e, per prima cosa, conduce per mano l’ospite/paziente in approfonditi esami di coscienza. “Individuare l’origine del di-stress e capire come si sviluppa”, dice lo psichiatra, “è l’inizio di un percorso che si può poi continuar da soli. La seconda tappa è imparare a gestire il disagio, a trasformare il di-stress in eu-stress, cioè in energia utile e positiva”. E’ un metodo che si applica tanto a chi si sente frustrato in ufficio, quanto ai rapporti d’ amore o familiari, e che si allarga, ovviamente, alla cura del corpo, in virtù delle molte tecniche che anche Villa Aurea schiera (terapie con fango, ossigeno, piante, del respiro, oltre a quelle rigorosamente in lingua inglese: cardiofitness, bio feedback, healing music, fitness and so on).
la pubblicità del nuovo libro delle
Nuove Edizioni Romane

è apparsa giovedì 23.12
al centro
di
Liberazione

con tutti i suoi affascinanti colori
e in un formato più grande!
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CHI NON L'AVESSE VISTA
PUÒ SCARICARE L'IMMAGINE DEL PAGINONE SUL QUALE ESSA È STATA PUBBLICATA
DAL SITO DEL GIORNALE

(cliccando su "Versione PDF" e poi su "il paginone pagg 12-13")


O RICHIEDERLA A "SEGNALAZIONI" CON UNA E-MAIL:
LA RICEVERÀ PRESTO NELLA PROPRIA CASELLA DI POSTA
(in un .pdf di ca. 132 K)
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le
Nuove Edizioni Romane
comunicano che essa
apparirà di nuovo
su Liberazione
MARTEDÌ 28 dicembre

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Serena Casini comunica:

«Bertinotti e Villa Piccolomini
sono il libro del momento
alla Feltrinelli di Firenze»

...e un'altra compagna scrive, da Roma:

«un funzionario di Feltrinelli
,
dopo aver visto il libro su Villa Piccolomini
ha detto che quel libro doveva assolutamente essere presente

in tutte le librerie Feltrinelli d'Italia.
Infatti ieri sono andata da Feltrinelli e l'ho visto
in bella mostra insieme al quarto libro.»
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un articolo di Flore Murard e Luca Bonaccorsi
SUL LAOS

Tra gli sminatori nei villaggi dove tutto è fatto con residui bellici e gli ordigni hanno un valore. Durante la guerra di Indocina, gli Usa bombardavano 24 ore al giorno
Laos, viaggio nella terra
delle bombe inesplose
di Flore Murard e Luca Bonaccorsi

Muang Noi, Laos del Nord nostro servizio
Si arriva al villaggio solo in canoa, risalendo il Nam Ou, un affluente del Mekong. Mancano pochi chilometri al confine con Cina e Vietnam. Il panorama delle montagne mozza il fiato. Sono davvero blu. Il villaggio è patetico. Venti, forse trenta capanne di legno. Bimbi (bellissimi) scalzi sporchi e scapigliati che giocano con i cani per terra. Una delle capanne ha un'insegna improbabile ‘BAR RESTAURANT, WELCOME'. Entriamo per comprare una coca e scambiare due chiacchiere col proprietario.

In piedi sulla soglia me ne accorgo: sono in piedi su una bomba. E' lunga un metro e mezzo circa, mezzo metro di diametro. Tra le scarpe leggo "LOADED 3/69". Lo strano zerbino è perfettamente tagliato a metà, longitudinalmente. Era una bomba a grappolo, si è aperta in due a circa cento metri e dalla pancia sono uscite centinaia di ‘bombette' che a nuvola hanno colpito terreno, case, persone in un raggio di oltre 500 metri.

Il villaggio delle bombe
Muang Noi è davvero incredibile, basta guardarsi intorno e lo si capisce subito. Lo stipite della porta, il vaso dei fiori, il sostegno della balaustra della terrazza… sono tutte bombe americane svuotate e riciclate. Siamo qui perché questa è una delle zone più bombardate dagli americani durante la guerra segreta ed illegale condotta in Laos dalla Cia tra il 1964 ed il 1973. Per nove anni, tutti i santi giorni, la Cia ha bombardato le aree lungo il sentiero di Ho Chi Minh - il percorso che seguivano i rifornimenti di armi e mezzi provenienti dalla Cina per il Vietnam. I bombardamenti erano così intensi che la popolazione si era trasferita nelle caverne sulle montagne che circondano il villaggio.

La bomba sotto i nostri piedi appartiene alle due milioni di tonnellate (!) di bombe lanciate dagli Americani in quei nove anni. Durante la guerra di Indocina, gli Americani hanno effettuato una delle campagne di bombardamento aereo più massiccie della storia: più di 581mila missioni, gettando sul Laos l'equivalente di un intero carico di bombe ogni otto minuti, 24 ore su 24. Questo costò al contribuente americano due milioni di dollari al giorno. Tra i ‘regali' scaricati dal cielo si contano più di 80 milioni di ‘bombies', una bomba anti-uomo mortale, e usi massicci di defolianti (il famoso ‘agente Orange', sull'impatto del quale, per ambiente e persone, non si è ancora fatto nessuno studio serio). Il risultato dei bombardamenti aerei, combinati alle battaglie sul campo tra il Pathet Lao e l'esercito Lao sostenitore del Partito reale (the Royal Lao Army), è una eredità mista di munizioni d'artiglieria, mine, granate, ordigni inesplosi (UXO, bombe pesanti da 500, 750 e mille libbre), razzi, mortai.

Più del trenta per cento di questi ordigni sono rimasti inesplosi, ponendo minaccie quotidiane sul territorio. Il Laos ha un solo, triste, primato: quello di essere il paese che ha ‘ricevuto' più bombe pro-capite nel mondo. Trent'anni dopo il Laos si trova con due terzi del territorio contaminato e dieci province su diciotto nella categoria ‘severamente contaminate'.

I bambini e le bombe giocattolo
Di recente, gli incidenti legati agli UXO si sono moltiplicati. I motivi dietro l'aumento degli incidenti sono vari: crescita della popolazione e necessità di nuovi campi, spostamento volontario o ‘organizzato' dal governo di villaggi di montagna a valle, e non ultima la ‘caccia' agli esplosivi. Con una popolazione che raddoppia ogni 35 anni, i bisogni di nuove terre arabili sono sempre crescenti, e spingono i contadini ad estendere i terreni agricoli con la deforestazione o lo sfruttamento dei terreni ai margini delle risaie. Operazioni quotidiane, mortali in Laos.

Usati come pilastri, soglie per le case, eliche o barche, mangiatoie per gli animali, o oggetti domestici, vasi, utensili da cucina, lampade, coltelli: l'ingeniosità della popolazione a riciclare i gusci svuotati delle clusters bombs o bombies è infinita. Questa familiarità quotidiana con armi e oggetti di guerra ha creato un complesso di credenze popolari e atteggiamenti riguardo la sicurezza di questi residui bellici che variano da una comunità ad un altra; un misto di paure, e di nuovi bisogni e utilità. Il fatto che le bombe siano così comuni e che rappresentino una potenziale risorsa, costituisce una potente barriera al tentativo di ridurre il numero degli incidenti. La maggiore parte degli incidenti sono infatti legati a pratiche volontarie e contatti deliberati con le UXO: contatti dei bambini che sono attratti da questi oggetti gialli e brillanti, simili ad una palla - le bombies-, e la raccolta e riciclaggio abusivo del metallo e degli espolosivi organizzato dagli stessi villaggi.

La povertà gioca un ruolo importante in questa tragedia. Le bombe hanno un valore economico. Per il metallo, che viene riciclato per gli usi più vari, ma soprattutto per gli esplosivi che possono essere o utilizzati nella vita di tutti i giorni nella pesca, nella caccia, nelle cave di pietra per ottenere materiali da costruzione. Oppure si possono vendere sul mercato nero, la domanda dal Vietnam è forte. Si può vendere il TNT a 10,000 kip (1$ circa) al kg. Il prezzo ufficiale è di 6.5 $. Questo vuole dire che in un paese povero come il Laos trovare una ‘grossa' bomba nella propria risaia equivale a trovare un piccolo tesoro. Ed infatti di solito la popolazione le cerca le bombe, con metal detector da due lire di fabbricazione vietnamita. Una volta trovata una bomba si chiama l'esperto ‘locale', che per una ‘giusta' parcella viene a disinnescare l'ordigno. A Maggio in un villaggio della provincia di Luang Prabang erano in due o tre ad armeggiare sul detonatore di una grande bomba, intorno una decina dei soliti curiosi. L' artificiere del villaggio però ha sbagliato qualcosa, e la bomba ha spazzato via tutti. Una ricorrenza piuttosto comune, e poco denunciata ovviamente.

La giornata di uno sminatore.
Siamo venuti a conoscere e documentare questa realtà poco fotogenica, quella della lotta quotidiana contro una eredità triste della guerra: le bombe.
Il governo del Laos ha istituito nel 1996 la UXO (UneXploded Ordnance) LAO, che ha come obiettivo la bonifica del territorio dagli ordigni.
Il Laos è un paese di una povertà impressionante, uno dei dieci paesi più poveri al mondo. Solo il 50% dei laotiani hanno accesso all'acqua potabile, solo il 25% a qualche forma di assistenza sanitaria. Il 70% non ha servizi igienici.
UXO LAO è finanziata dalla comunità internazionale e si avvale della consulenza tecnica di agenzie internazionali (Mines Advisory Group, Handicap International, Gerbera). Il lavoro da fare è immenso, al ritmo attuale di bonifica è stato stimato che ci vorrebbero duecento anni per ripulire il paese!

Ci siamo uniti al team UXO Lao per raccontarvi la giornata tipica dello ‘sminatore'. Si comincia prestissimo. Partiamo per un villaggio della provincia, più a Nord. Tre ore di Jeep tra le montagne. La nostra destinazione è un sito, una specie di cava, dove si fanno brillare le bombe trovate sul territorio che si possono trasportare. E' un team numeroso, almeno 15 persone, tutti Lao meno i due tecnici tedeschi della Gerbera, la società che si occupa della consulenza tecnica: Siegfried Block e Jurgen Hinderlich. Nella buca che hanno scavato stanno deponendo 50 proiettili d'artiglieria da 75mm. Ognuno di quelli se esplode può spazzare tutta la zona, e tutti noi. Loro sono tranquillissimi, è routine. Li preparano per bene. Mettono l'esplosivo in maniera da causare una sola grande esplosione. Coprono le bombe con sacchi di terra. Resta scoperto il pezzo di esplosivo dove verrà inserito il detonatore che attaccato ai fili elettrici servirà a far brillare la carica. Quello, inserire il detonatore nell'esplosivo, è l'ultimo gesto. E' un gesto che l'artificiere fa da solo. Non ha senso rischiare la vita dei suoi colleghi. Chiede di sgomberare la zona. Il gruppo deve posizionarsi su di una collina ad un chilometro di distanza per godersi l'esplosione in tutta sicurezza. Lui, l'artificiere, si nasconderà in un anfratto nella roccia a 50 metri circa e brillerà le cariche con la classica manovella. Questa volta però noi rimaniamo, per documentare il processo. Il responsabile parte con il suo gruppo un po' perplesso. Un giornalista morto non è certo la migliore pubblicità per il governo laotiano. Cinque minuti dopo la radio ci dà il via libera. Il detonatore affonda nell'esplosivo. Srotoliamo il cavo miccia fino alla micro caverna. Si entra a quattro zampe. Jurgen mi passa la scatola della dinamo a manovella e si mette le mani tra le gambe. Io giro, uno, due giri… boom. Trema tutto. Poi un gran silenzio, fuori inizia a piovere. Sono detriti, terra, pietra e migliaia di frammenti di proiettile rossi di calore. Una pioggia da evitare. Dura un minuto circa, il tempo di una sigaretta con Jurgen. Usciamo finalmente da quel buco. C'è un bel sole fuori e al posto delle 50 bombe-proiettili una grande buca. E' una bella sensazione. Prima o poi qualcuno rastrellando, o vangando, o dissodando un nuovo campo ci avrebbe sbattuto contro. Ma il pensiero di sollievo è scacciato presto dall'arrivo di una camionetta della UXO. Un altro carico di piccole bombe e proiettili, si ricomincia.

Intanto arriva una chiamata via radio. Una sentinella UXO ha ricevuto una segnalazione da un villaggio vicino al fiume a circa venti chilometri: due bombe al bordo di un campo vicino alle capanne abitate. Partiamo. E' un villaggio piccolo e poverissimo. Capanne di legno a palafitta, niente luce o acqua corrente. I soliti bambini scalzi (bellissimi) che giocano con i cani in mezzo alla terra.

Accanto alle capanne un campo coltivato, tra il campo ed un ruscello le due bombe, piccole, da diechi chili circa. Jurgen gli si sdraia accanto, le guarda bene: sono in buone condizioni forse le potrà caricare in macchina per portarle alla cava e distruggerle. Altrimenti deve far evacuare il villaggio, sai che noia, con tutti quei bambini curiosi che si nascondono dietro i cespugli. Insieme a lui c'è un'altra tecnica sminatrice: Chanthavone Inthavongsin. 24 anni, viso tondo, sguardo impenetrabile, questa ragazza fa la sminatrice da 6 anni e oramai training ed esperienza le valgono il titolo di sminatrice ‘senior'. E' un personaggio incredibile, unica donna sminatrice del Laos, è diventata un vero e proprio simbolo di questa organizzazione e della sua lotta. Chanthavone si muove con una calma ed una freddezza impressionante. Si avvicina alle bombe inesplose, le tocca, le muove lentamente, le disinnesca con sicurezza meccanica.

Più tardi, a pranzo le facciamo qualche domanda. Tra quelle professionali, inevitabilmente, arriva la banalissima: «ma, non hai mai paura?». «No, mai. Forse la prima bomba mi ha fatto un po' paura. Ora no.» Anche il tedesco Jurgen dice di non avere paura, dice scherzando (e le statistiche gli danno ragione) «è più pericoloso girare in macchina». Deve essere un meccanismo difensivo, è vero che ci sono tanti lavori pericolosi, ma nel loro ti è permesso un solo errore… in una carriera. Non ci pare il caso di sottolinearlo.

Il lascito delle guerre
Che senso ha parlare di questa guerra finita e dimenticata? Intanto perché non è finita visto che continua ad uccidere ogni giorno. Ma soprattutto perché viviamo in un tempo in cui la propaganda militarista dice al mondo che la guerra si può fare. Dicono che esistono guerre ‘giuste', che iniziano e finiscono nel tempo, con i loro bombardamenti ‘chirurgici'. Le bombe sono un male necessario ora, dicono, poi finita la guerra e stabilita la democrazia manderemo gli aiuti e ricostruiremo strade e scuole.

E allora raccontare la verità dei luoghi dove la guerra c'è stata ha il senso di svelare la bugia: la guerra non finisce con la fine delle operazioni militari. La guerra segna per generazioni, per sempre a volte, un paese, un popolo. La guerra altera il paesaggio, i rapporti tra le comunità, le possibilità di sviluppo future in maniera drammatica, radicale, creando una discontinuità. La guerra crea un ‘prima' ed un ‘dopo'. Nella terra e nell'acqua restano distruzione esplosivi e veleni per decenni, secoli. Ma è dentro le persone che restano i veri crateri, silenziosi.

Flore Murard Luca Bonaccorsi

da
LA LIBRERIA AMORE E PSICHE

La libreria Amore e Psiche resterà chiusa
sabato 25 e domenica 26 dicembre

Riapriremo a partire da lunedì 27 dicembre
con gli orari consueti

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la registrazione dell'incontro
di venerdì 10 dicembre presso
la fiera del libro "più libri più liberi"
può essere vista qui da noi

si può anche collegarsi
a
www.mawivideo.it

Un saluto

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è disponibile:

il nuovo libro delle Nuove Edizioni Romane


ANALISI COLLETTIVA INCONTRI
atti del 5 novembre 2004
villa Piccolomini
Ingrao
Bertinotti

(la pubblicità delle Nuove Edizioni Romane
è apparsa di nuovo domenica 19, per la terza volta, su

il manifesto

in prima pagina, e con una bellissima impaginazione
e giovedì 23 su
Liberazione)


è disponibile anche:

il video (vhs o dvd)
che documenta quell'incontro


e inoltre:

il CALENDARIO 2005

e l'agenda

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a Firenze

come sempre da STRATAGEMMA

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la religione americana

Da Il Gazzettino del NordEst - 24/12/2004 :
WASHINGTON Il 65% degli statunitensi si rivolge al Divino più d'una volta al giorno, anche davanti alla "Madonna delle autostrade", dove si fermano pure gli islamici. Natale o no, l'America si scopre religiosa e prega dove capita.

A Natale - ma non solo - l'America chiude gli occhi, china il capo e prega. In massa. Sempre di più e sempre più spesso si affida al divino: il 65% degli americani - rivela un sondaggio appena sfornato - prega il suo Dio, Buddha, Allah o Maometto, più di una volta al giorno. E lo fa senza nutrire dubbi: il 74% degli interpellati - dice il rilevamento condotto dal settimanale Us News & World report e da Beliefnet, il sito web della spiritualità frequentato da 65mila adepti - è convinto che se le preghiere non si avverano come auspicato è perchè «ciò non faceva parte dei piani del Sommo». In molti però hanno fortuna: il 42% ha giurato che le preghiere formulate hanno avuto la risposta richiesta. C'e' chi assicura di essere stato sull'orlo della bancarotta ed aver implorato il Divino che l'auto in pessime condizioni si mettesse a posto da sola ed ha ricevuto la benedizione: «Una mattina - ha confessato un anonimo - la macchina ha iniziato ad andare perfettamente».
Ci sono i miracolati: «Dovevo avere un'operazione alle arterie - ha detto un uomo - e il giorno dell'intervento i medici hanno scoperto durante l'ultima batteria di test che le mie arterie si erano "ripulite" completamente da sole».
Ecco allora che per qualsiasi ragione, supplica o ringraziamento, senza pudori o ritrosie, l'America prega ovunque si trova. Lo fa ad un angolo della battutissima "highway 95" tra Washington e Filadelfia dove c'è sempre coda: sono gli automobilisti in sosta di adorazione di fronte alla torreggiante statua di "Nostra Signora delle autostrade". Una Madonna del grande traffico, è stata infatti messa lì pochi anni orsono come ad un angolo di strada di un qualsiasi paesino d'Italia devoto al culto mariano, e ora attrae sciami di fedeli. Nel parcheggio gli adepti di religione battista esplicano complessi riti sacri sui mezzi di trasporto a quattroruote. Anche gli islamici ne approfittano, e li si vede spesso fermarsi per inchinarsi in direzione della Mecca. Sugli schermi tivù, inquadrati sui campi da baseball prima di ogni partita, i giocatori si prendono per i guantoni in circolo e pregano per vincere. Nei ristoranti, sugli autobus o in qualsiasi luogo pubblico, capita regolarmente di vedere signori dall'aria sino a quel momento normale fermarsi di botto e dare testate al primo muro che incontrano: sono gli ebrei ortodossi che replicano il rituale del Muro del Pianto.
In questi giorni tutti pregano per «i ragazzi al fronte». E con un presidente che non fa mistero dei suoi dialoghi quotidiani con Nostro Signore, gli Usa si avviano a diventare il Paese più credente del globo. Sia pure nel modo più contraddittorio immaginabile.
Nell'America delle grandi fedi individuali infatti il principio della separazione tra Chiese e Stato detta regola, raggiungendo situazioni paradossali durante le festività natalizie. L'ossessione del "politicamente corretto" sta infatti scatenando ondate di cause legali intentate dagli evangelici che, galvanizzati dalla recente vittoria politica, sfidano in tribunale le scelte laiche di molte comunità. Ecco allora che nelle scuole del New Jersey i bimbi hanno ricevuto la proibizione di cantare canzoncine Natalizie in cui si faccia menzione di Gesù; in quelle del Kansas le tradizionali festicciole (di Natale...) sono state ribattezzate di "Mezzo inverno" e sono stati banditi piattini di carta con i colori tipici della festività, ossia rossi e verdi; in una piazza della Florida è stata impedito l'allestimento di un presepe. Ma dopo l'intervento degli avvocati, ora tutto ciò verrà deciso dai giudici.

l'Unità trasloca poco oltre viale Trastevere:
non si trovava nulla di più vicino a S.Cosimato...

l'Unità on line 24.12.04
Dalle rotative partigiane ai turisti di via Due Macelli:

i traslochi de l'Unità
di Wladimiro Settimelli

la nuova sede è in via Benaglia 25 - 00153 Roma.
Il nuovo numero di telefono dell'Unità è 06 585571.


Mamma mia il trasloco. Una faticaccia. Come spingere un autobus di linea rimasto senza carburante o far salire su uno sgabello l'elefante. Dunque, da Natale, siamo in via Benaglia al numero 25, tra Viale Trastevere e Porta Portese. Lasciamo la sede di via Due Macelli, a due passi da Piazza di Spagna, per tornare di nuovo in un rione essenzialmente popolare, di ceto medio e impiegatizio. Un po' come nella vecchia sede di via Taurini, in San Lorenzo, dove il giornale era piazzato tra ferrovieri, meccanici, operai e suore. Ma anche studenti universitari, insegnanti e bottegai di antico ceppo. Tutti, comunque, di sicura fede antifascista. La gente di San Lorenzo, come racconta la storia, fu l'ultima che si arrese alle squadracce di Mussolini, nei giorni della cosiddetta marcia su Roma.
Ognuno di noi ricorda i traslochi casalinghi e caserecci. Quelli personali, insomma. Sono una tragedia e, in fondo, lasciano tracce indelebili nel cuore e nel carattere.
I traslochi e i cambi di sede del giornale, hanno, ugualmente, sempre mille incredibili risvolti politici e umani. Semplicemente perché il giornale è una creatura viva, una "cosa" che non si ferma e non può fermarsi mai. Poi, nessuno come i giornalisti, gli amministratori, gli archivisti, i tipografi, i dimafonisti, la segreteria di redazione, i grafici e i creativi, riesce ad accumulare come pochi altri, in ogni sede, vere e proprie montagne di carte, cartelle, giornali, riviste, libri, documenti e materiali vari. Tutto, pare sempre straordinariamente importante, intoccabile, indefettibile, necessario, d'obbligo, non perdibile. Si, certo, come si diceva un tempo, tutti i "luoghi collettivi di lavoro", in caso di trasloco, hanno gli stessi problemi. Ma per il giornale, tutto pare mille volte più complicato, difficile, strano, aggrovigliato. È chiaro perchè: nelle diverse stanze sono stati vissuti, in diretta, avvenimenti indimenticabili, legati alla vita quotidiana, alla vita del mondo, minuto per minuto, ai fatti grandi e piccoli che riguardano tutti, ma che, all'interno del giornale, prendono forma, vengono "composti" e aggiornati fino all'ultimo momento possibile, per poi essere "consegnati" ai lettori. È il fascino della professione, del mondo dei giornali e dei mezzi di comunicazione di massa. "È la stampa bellezza", verrebbe da dire, rifacendosi alla celebre battuta di un celeberrimo film.
Le sedi de l'Unità? I traslochi del giornale? In fondo, a pensarci bene, non sono stati così tanti. Vediamo un po'.
Subito dopo la liberazione di Roma, la redazione viene organizzata e allestita in via IV Novembre dove c'è già una buona tipografia: quella dell'Uesisa. Nella stessa sede trovano posto anche le redazioni de Il Paese, Paese Sera e quella di un noto giornale umoristico. I redattori, sono compagni appena usciti dalla Resistenza. Alcuni hanno fatto parte dei Gap romani e altri sono appena tornati dai Gruppi di combattimento del nuovo esercito italiano. I giornalisti e i politici del Pci che dirigono il giornale, sono personaggi straordinari e coltissimi. Alcuni sono tornati dell'emigrazione antifascisti, altri sono appena usciti dalle carceri e dal confino. Il clima, all'interno del giornale, è di grande entusiasmo. Non esistono le "corte" (i riposi), lo stipendio è quello di un operaio metallurgico e, praticamente, si vive tutto il giorno nelle stanze del giornale. Si fa soltanto politica e tutto è rigoroso, intransigente, pieno di impegno ininterrotto. C'è anche tanta fame. La "causa" richiede questo e altro e non c'è nessuno che si tiri indietro.
Ed ecco, finalmente, nel 1956, la redazione viene trasferita in via dei Taurini 19, a due passi dall'Università, dalla stazione ferroviaria (il giornale veniva spedito con i treni e con i camioncini) e dalla grande caserma dell'aeronautica. Insomma, San Lorenzo. Lo stabilimento, grande ed elegantissimo, è, sulla carta, di proprietà della società Gate, ma appartiene al Pci, come il grande stabilimento della redazione milanese. Tutto è stato costruito con le grandi sottoscrizioni nazionali e con l'aiuto dei compagni di tutta Italia. Forse, come ha sempre detto qualcuno sottovoce, anche con qualche soldo arrivato da Mosca. Chi, come il sottoscritto, ha passato metà della vita nella sede di via Taurini, ha anche visto una bella rotativa arrivata in regalo dall'Unione Sovietica. Una rotativa mai montata e mai resa funzionante. Mancava sempre un pezzo che i compagnucci sovietici non mandavano e non hanno mai mandato perchè il Pci non voleva in alcun modo stare "allineato".
Ed è in via dei Taurini che la redazione e la tipografia sono rimaste fino al 1992. Un palazzo straordinario e incredibile, quello del giornale. All'ultimo piano c'era il barbiere e la mensa (erano i vecchi Bettalli che la gestivano) poi l'ambulatorio medico e sotto, al primo piano, il bar. Diciamolo: tutto era stato concepito e sistemato perchè i compagni giornalisti e i tipografi, potessero rimanere barricati a lungo nel palazzo, in qualunque circostanza. Allora, non c'erano i telefonini, niente computer, niente Internet. Le agenzie di stampa che arrivavano da tutto il mondo, venivano "battute" dalle telescriventi. Anche le foto arrivano e si componevano, ombra dopo ombra, su appositi apparecchi per le telefoto. I cronisti, ascoltavano le comunicazioni della polizia e dei carabinieri con una apposita radiolina, per essere "sul posto prima possibile". Il giornale veniva tutto scritto a macchina, composto dalle linotype su righe di piombo, a caldo e con la fusione. Quasi tutti i titoli erano composti a mano. Le telescriventi, nell'apposita sala, battevano tutto il giorno notizie, con un fracasso infernale. Articoli e notizie venivano dettati agli "stenografi" che "raccoglievano" in apposite cabine insonorizzate e poi traducevano e consegnavano il materiale ai giornalisti addetti.
Gli inviati in paesi lontani, per tanto tempo, hanno continuato a mandare i loro pezzi per telegramma. Un "servizio" veniva diviso in una ventina di telegrammi formulati in poche frasi. Il testo veniva poi "arricchito" e sistemato in redazione. Era un lavoro complesso e delicato. In redazione, i giornalisti lavoravano con le macchine da scrivere alte, grosse e pesanti. I titoli venivano scritti a mano su fogli in tre copie e mandati in tipografia. La tipografia... Un mondo indimenticabile fatto di sapori e di odori, di uomini bravissimi e rapidissimi. I tipografi erano capaci di prendere con le mani interi articoli trasformati in righe di piombo, poggiarli e sistemarli all'interno dei contenitori delle pagine, dove tutto veniva organizzato secondo i "menabò". Con quelle loro pinzette, i tipografi erano rapidissimi nel tagliare gli articoli troppo lunghi o "interlineare" i troppo brevi. Il rapporto con i tipografi era bellissimo: a volte di pieno accordo, a volte conflittuale. Poi c'era la grande rotativa: un mostro smisurato di tre piani di altezza, lunga quanto un peschereccio d'alto mare. A quella macchina, lavoravano tipografi del tutto particolari, addetti anche ai "flani", sui quali veniva "soffiato" il piombo fuso. Erano considerati come i fuochisti dei grandi transatlantici: un po' ribelli e un po'anarchici. Ma c'era il compagno Cima, un ex pugile, che sorvegliava l'andamento del lavoro. Erano tempi d'oro e il sabato e la domenica si "tirava" anche un milione di copie che gli "Amici dell'Unità" portavano in ogni angolo d'Italia e in ogni casa. Quando le tirature erano alte, la rotativa "partiva" verso le 18 e tutto il palazzo tremava per le vibrazioni di quella macchina gigantesca. Venivano in tanti a visitarla. Soprattutto delegazioni di compagni.
In via dei Taurini abbiamo vissuto grandi e piccoli avvenimenti, ma sempre straordinari e indimenticabili. Come quella volta che una delegazione di vietnamiti, piccoli, piccoli, aveva portato in regalo una bandiera da combattimento che era stata stesa sulla macchine della tipografia, tra applausi e abbracci. Il legame fra tutti i giornalisti, i direttori, i tipografi e gli amministrativi, era davvero strettissimo, anche se spesso conflittuale dal punto di vista politico. Quante volte, la notte, siamo scesi davanti al palazzo per difendere dagli assalti fascisti l'Unità e Paese Sera? Tante, tantissime volte. All'ingresso del giornale, c'era uno sportello pieno di bastoni. Il portiere suonava un campanello per avvertire dell'assalto squadrista e tutti correvamo fuori, giornalisti, tipografi e amministrativi, e respingevamo l'attacco fra pugni e bastonate. Anche i "brigatisti rossi" ci hanno assalito tante volte. In via dei Taurini, sono entrati Togliatti, i fratelli Pajetta, Enrico Berlinguer, direttori noti e meno noti, Luchino Visconti, Pier Paolo Pasolini, attori cinematografici e teatrali, grandi scrittori, Sartre, Neruda, Guttuso e perfino Claudio Villa che arrivava, sereno e sorridente, con la sua potentissima moto.
In via dei Taurini, ho visto, un giorno, Maurizio Ferrara saltare su un tavolo e gridare: "Hanno ammazzato Kennedy, hanno ammazzato Kennedy". In via dei Taurini abbiamo seguito la vittoria del Vietnam,la tragedia di Aldo Moro, le conquiste spaziali russe e americane, il terremoto in Irpinia, la strage alla Stazione di Bologna, quella dell'Italicus e quelle di mafia. Abbiamo seguito, minuto per minuto, l'invasione sovietica di Budapest e Praga, la morte di Stalin, quella di Tito e mille altre tragedie del mondo.
In via dei Taurini, dove passavamo intere giornate, il rapporto tra giornalisti e giornaliste era molto stretto. Ne nacquero matrimoni e grandi amori. Anche tragedie: un giorno la moglie del capo servizio dello sport, fece chiamare il marito in portineria. Quando lui arrivò, lei tirò fuori una pistola dalla borsetta e con tre o quattro colpi lo ammazzò come un cane.
Poi, il grande trasferimento in via Due Macelli, direttore Walter Veltroni. Il palazzo di via dei Taurini era stato venduto insieme alla rotativa. I ricordi di via Due Macelli? Tante e tante notizie e un fatto drammatico e angoscioso: la crisi e la chiusura del giornale. Poi, dopo mille problemi, il rilancio e la coraggiosa e straordinaria rinascita. In via Due Macelli, Veltroni, un giorno, prima della chiusura, aveva scritto e pubblicato un bell'articolo sul centro-sinistra, dando così il via ad una serie di incontri politici ad alto livello. Da quegli incontri e da quell'articolo, era nata, poi, una pianta straordinaria: l' Ulivo. Un grande ed esaltante esperimento politico, una cosa unica che aveva di nuovo coagulato passioni e vittorie.
La pianta era nata proprio nelle stanze della direzione del giornale, tra i fumi e gli odori della cucina cinese del pianterreno e il pubblico snob di Piazza di Spagna che camminava svelto per strada, imboccando spesso la galleria con l'ingresso della redazione. A stagioni alterne, per salire e sedersi alle scrivanie, toccava, a tutti, annaspare e nuotare in mezzo a torme di turisti giapponesi segaligni e frettolosi, ma sempre sorridenti. Certi giorni poi, in via Capo Le Case, bisognava evitare le provocazioni dei cattolici integralisti di "Cristo re", con i loro mantelli neri e le bandiere crociate. Spesso, stazionavano proprio sotto la casa nella quale, durante l'occupazione nazista, il gappista Fiorentini aveva messo a punto il piano di attacco contro la compagnia dei nazisti del "Bozen" che passavano, marciando e cantando, proprio in via Due Macelli, per poi andare ad infilarsi in via Rasella.
Qualcuno dice che il palazzo dove abbiamo "abitato" per diversi anni, non portasse per niente bene. Chissà! Noi, comunque, ce ne siamo andati.