mercoledì 27 luglio 2005

"LA REPUBBLICA" DEL 27.7

Repubblica 27.7.05
Prodi presenta "Il progetto per l'Italia": diventerà un programma di legislatura che impegnerà tutti
"Successo se supererò il 12%"
Bertinotti lancia la campagna per le primarie dell'Unione
(f.b.)

ROMA - Sono tanti, almeno trecento. Ascoltano per un´ora e mezza il verbo di Fausto dagli schermi allestiti fuori dalla libreria "Amore e Psiche". Applaudono, esultano, ridono e si beano delle citazioni di Rosa Luxemburg, Constantinos Kavafis, Walter Benjamin. Tanto che il loro "guru", lo psicanalista Massimo Fagioli, al termine dell´incontro sussurra in un orecchio a Bertinotti: «Ho tentato di conquistarli in tanti anni, ma ora sono tutti tuoi...». E´ la presentazione della candidatura di Fausto Bertinotti alle primarie dell´Unione, un evento cultural-mondano che richiama centinaia di ammiratori e (soprattutto) di "fagiolini" nella libreria di riferimento, a due passi dal Pantheon. L´apertura di una campagna di comunicazione aggressiva, curata dall´agenzia Proforma - la stessa che portò Niki Vendola alla vittoria in Puglia -, centrata su uno slogan molto semplice: «Voglio». Cosa? Ciascuno potrà suggerirlo nei post-it virtuali sul sito www. faustobertinotti.it, per dar vita a un collage di desideri da trasformare in programma elettorale.
L´obiettivo, spiega il segretario di Rifondazione, è quello di superare il 12 per cento di voti: «Considerando solo gli elettori dell´Unione, il 6% di Rifondazione vale il doppio. Quindi sotto il 12% si è sconfitti, arrivare al 12% significa prendere i tuoi, sopra il 12% è andata bene. Sopra il 50% si vince». L´ambizione del leader del Prc non arriva a tanto ed egli stesso ammette che a vedere scritto "Bertinotti presidente" sui volantini gli «scappa da ridere». Il traguardo è infatti un altro: «Dimostrare che l´Unione, come accaduto in Puglia, può essere guidata da un uomo o una donna di sinistra. E poi, far crescere un popolo di sinistra nel più grande popolo dell´Unione, far uscire questo popolo di sinistra dallo stato di minorità in cui finora è stato tenuto».
Impegni pesanti, per raggiungere i quali Bertinotti lancia alcuni temi capaci di solleticare il «popolo della sinistra»: anzitutto la pace, la lotta alla precarietà, l´abrogazione della legge-Biagi, della riforma Moratti e della Bossi-Fini sull´immigrazione. Oltre a questo il segretario comunista propone, «la restituzione del maltolto», ovvero «la sottrazione al mercato di alcuni beni comuni inalienabili», come l´acqua e la casa.
L´intera impostazione programmatica risente di una sorta di «messianesimo» politico («conta il tempo che resta, non quello che viviamo»), nella convinzione che «il tema della felicità non può essere espunto dalla politica» e che «la politica si è attorcigliata su se stessa, riducendosi a governabilità». Il segretario tuttavia non pone aut-aut agli alleati: «Quelli che propongo, a parte il rifiuto della guerra, non sono punti irrinunciabili. Il nostro scopo è la ricerca di un´intesa nell´Unione». Una cosa però Bertinotti ci tiene a chiarirla, ovvero che il vincitore delle primarie non potrà avere carta bianca sul programma: «Capisco che ci sia una pressione per risolvere con un colpo di scure questioni complicate, ma il programma si deciderà tutti insieme». Un piccolo risultato simbolico Bertinotti intanto l´ha già portato a casa. La folla assiepata di fronte alla libreria "Amore e Psiche" ha impedito ieri il transito della Lancia Thesis di Massimo D´Alema, costringendo il presidente dei Ds a scendere dall´auto e proseguire a piedi.
Romano Prodi ha annunciato invece che aprirà la sua campagna domani a Reggio Emilia. Ieri il leader dell´Unione ha presentato il "Progetto per l´Italia", la «carta d´identità» della coalizione (in otto capitoli) che dovrà essere sottoscritta da chi vorrà votare alle primarie.

Repubblica 27.7.05
IL PERSONAGGIO
Il lancio della candidatura nella libreria dello psicanalista Fagioli tra gli applausi di militanti e fan
Fausto abbraccia il Guru e s'affida alla Provvidenza rossa
Per il leader del Prc una grande cornice mediatica: il rituale di applausi, grida festose e foto scattate con i telefonini
Adorato dalle signore dei salotti
Dice di lui Suni Agnelli: "Si ama la politica e si finisce per innamorarsi di Bertinotti"

Filippo Ceccarelli


Dio li fa e poi li accoppia. Anche applicato a non credenti, o a persone «in ricerca», come potrebbero essere l´onorevole Fausto Bertinotti e il professor Massimo Fagioli, il vecchio proverbio non solo conferma la propria inesorabile certezza, ma si preoccupa pure di gestire l´accoppiamento, lo rende visibile, gli dà una cornice mediatica, gli monta attorno un rituale fatto di applausi, grida festose e foto scattate con i telefonini tanto dai rifondatori quanto dalla gran massa dei «fagiolini», come ormai da un quarto di secolo vengono chiamati nella sinistra romana i seguaci di Fagioli.
Con il che si va ad allestire la scena, usciti sgocciolanti come sommergibilisti dalla libreria-sauna "Amore e Psiche", sotto lo schioppo del sole, il Leader e lo Psicoterapeuta si abbracciano. Una, due volte, per la comodità dei fotografi. I vigili urbani hanno addirittura chiuso la strada. Bertinotti è pelato e indossa un abito chiaro, Fagioli ha una chioma fluente, autorevole, ma è vestito più sciolto, una camicia azzurra e occhiali da sole un po´ cattivi.
Le lingue lunghe della politica dicono che c´è lui, già guru di Marco Bellocchio, dietro la svolta neo-esistenzialista e non violenta di Bertinotti, e la riprova starebbe nel fatto che per lanciare - con accaldata scomodità, invero - la sua candidatura alle primarie, abbia scelto proprio quella libreria che Fagioli, cui i fans attribuiscono un genio quasi leonardesco, ha addirittura progettato e realizzato con archi e scale in legno chiaro, piuttosto elegante.
Fagioli, infatti, è un guru, un classico guru. Giovane e luminosa promessa della psicanalisi freudiana, già negli anni sessanta ne scosse le fondamenta guadagnandosi la disagevole, ma esaltante fama di eretico, che in seguito estese anche al marxismo. Fu scacciato dalla Spi e malvisto dall´ortodossia comunista, ma dalla sua aveva esperienza, fascino e carisma. Fece ricerca per conto suo, alla metà degli anni settanta ebbe un successo travolgente tra i giovani di sinistra, molti in via di disperato disincanto, che lo inseguivano in cliniche psichiatriche, università e conventi occupati, a migliaia, per farsi interpretare i sogni.
Era l´Analisi Collettiva, o psicoterapia di folla (gratuita, comunque), in pratica l´evoluzione dell´assemblea in senso introspettivo. I «fagiolini», imploranti, alzavano la mano e il Maestro sceglieva a quale domanda dare corso. Per dire il successo di quelle atmosfere, a un certo punto venne fuori pure una radio «fagiolina», con conferenze e telefonate in diretta. Arrivò la gloria, naturalmente, ma anche una stagione di polemiche. Ai tempi de «Il diavolo in corpo» Bellocchio fu duramente contestato dal produttore perché si portava Fagioli sempre sul set, come regista del regista, lasciandogli mettere bocca anche sul montaggio.
Vera, falsa o enfatizzata che fosse, la venerazione di parecchi pazienti, pure ribattezzata «massimo-dipendenza», finì per alimentare attorno a Fagioli e ai suoi fans una qualche sulfurea nomea di setta. Ma di tutto, com´è noto, i guru possono preoccuparsi, meno che di quella. Così, nel tempo, il Maestro ha continuato a scrivere sceneggiature per Bellocchio, come pure ha seguitato adoratissimo a guarire, a insegnare, a editare pubblicazioni, a disegnare mobili e ispirare architetti; si è pure fatto celebrare in un paio di convegni, uno dei quali divenuto autocentrico documentario; quindi ha girato un film tutto suo, «Il cielo della luna», per il quale ha scelto le musiche e recitato la parte di un barbone, per quanto muto, lasciando il ruolo dei protagonisti a due «fagiolini». E infine - qui viene il bello - Massimo Fagioli ha incontrato Bertinotti.
Il bello sta nella fantastica circostanza che anche Bertinotti è un po´ un guru. Certo: rispetto allo psicanalista se lo può permettere di meno, con sei correnti, tre solo trotzkiste, nel suo partito. C´è però da dire che «il Grande Fausto», come l´ha chiamato Liberazione il giorno del suo compleanno, è un santone a suo modo poliedrico, un seduttore adattabile, un poetico cacciatore di anime che sa sempre cogliere il momento.
Così, più che con gli impervi trotzkisti, vale la pena di vederlo all´opera nella sua intensa vita mondana: cortese, elegante, telegenico, pacato, con tanto di erre moscia e civettuola bustina portaocchiali. Come tale invitatissimo «prezzemolino», insieme con la simpatica moglie signora Lella, record di presenze a Porta a porta, premio Oscar del Riformista: «Si ama la politica - ha detto di recente Suni Agnelli - e si finisce per innamorarsi per Bertinotti».
Le signore, specie quelle dei salotti-spettacolo di una Roma al tempo stesso prestigiosa e sgangheratissima, vanno pazze per lui: e lui lo sa. E non c´è niente di male, non è reato frequentarle, tantomeno è peccato ritrovarsi con i reduci del Grande Fratello. E´ solo un po´ buffo, o surreale, o straniante, come in un film di Bunuel, veder così spesso Bertinotti in foto al fianco di Donna Assunta Almirante, o a Maria Pia Dell´Utri, sorridente con Valeriona Marini, Cecchi Gori, Romiti, Sgarbi e Marione D´Urso; oppure intervistato sulla fede da don Santino Spartià, comunque assiduo a casa Suspisio, immancabile a villa «La Furibonda» di Marisela Federici. E insomma tutto bene, ci mancherebbe altro, però il giorno dopo è curioso sentirlo parlare del «popolo», parola desueta, parola potente. Chissà se il popolo si divertirebbe pure lui a «La Furibonda» o a «La Città del Gusto».
Ad "Amore e Psiche", intanto, lo Psicologo è rimasto nobilmente in platea a fare sì-sì con la testa non appena il Politico dava segno di aver assorbito un linguaggio che si nutre ormai di «felicità», «premonizione», «desiderio», «promessa», «liberazione», «attesa». A un dato momento, deposti i vecchi attrezzi lessicali vetero-marxisti, Bertinotti ha pure invocato la «Provvidenza rossa». Fuori, dietro le vetrine, la gran massa degli adepti animava la strada con sorrisi e applausi. Dopo l´abbraccio, c´è il tempo per un´ultima domanda, con la speranza che non suoni troppo indisponente: «Scusi, Fagioli, ma chi è più guru: lei o Bertinotti?». E il Maestro, senza fare una piega: «E´ più guru Bertinotti». Ma forse, per una risposta più articolata, potrebbe non bastare un seminario.

sul web: APRILE on line

segnalato da Pino Di Maula

aprileonline.info 27,7.05

Bertinotti presenta le sue primarie
Centrosinistra. Il leader di Rifondazione spiega ragioni e contenuti della sua politica nell'Unione
Angelo Notarnicola


Fausto Bertinotti ha inaugurato ieri, in conferenza stampa presso la libreria "Amore & Psiche" del Prof. Fagioli, il suo primo comitato come candidato alle primarie dell’Unione.
Fuori dalla libreria più di 600 persone hanno atteso l’arrivo del segretario di Rifondazione Comunista, mentre all’interno erano presenti, oltre ad un cospicuo numero di giornalisti e ai ragazzi della "Proforma" (l'agenzia di comunicazione barese che ha firmato il successo di Nichi Vendola), alcuni parlamentari di Rifondazione, tra cui Franco Giordano, Roberto Musacchio, Elettra Deiana e Titti De Simone. Sopra la testa di Darwin Pastorin, editorialista del "Manifesto" che, seduto alla sua scrivania, attendeva Bertinotti per introdurre la conferenza stampa, era posizionato un post-it gigante con al centro, scritto in corsivo, un appariscente "Voglio" di colore nero. Sono circa 12,5 milioni i post-it, di dimensioni autentiche, sui quali chiunque avrà modo di scrivere il proprio desiderio. I bigliettini, come ha preferito definirli Bertinotti, saranno distribuiti in tutta Italia a partire da settembre dai comitati per le primarie e dalle federazioni provinciali del partito di Rifondazione comunista.
L’idea generata dallo staff di Proforma ha voluto simbolicamente sostituire in modo molto originale e poco dispendioso l’invadenza dei 6x3, finendo però per promuovere una campagna tanto simpatica quanto demagogica.
In attesa del proprio segretario nazionale, Franco Giordano e Titti De Simone si sono lasciati andare ad alcuni commenti: "Sono tutti terrorizzati", rideva sornione il parlamentare barese mentre parlava con un compagno; "Hanno paura di perdere" diceva, tra stupore e orgoglio, la giovanissima deputata.
In un clima di attesa messianica da parte della maggioranza dei presenti e di caldo appiccicoso per tutti, è apparso il segretario, senza giacca, con una camicia celeste, una cravatta chiara, abbronzato e sorridente. Bertinotti si è seduto accanto a Darwin Pastorin, ha dispensato sorrisi e scuse a Rina Gagliardi, si è sbottonato il colletto della camicia, ha allentato il nodo della cravatta, si è alzato le maniche e con alcuni cenni del capo ha fatto comprendere a tutti di essere pronto.
Dopo una breve introduzione di Pastorin, Bertinotti ha dato inizio alla sua retorica: "Uno dei rischi della politica è che si delinei una soglia, un punto di non ritorno tra l’élite e il popolo. Le primarie sono un’occasione per attraversare questa soglia. Piuttosto che le oligarchie è meglio che sia il popolo a decidere chi debba guidare una battaglia politica".
L’immagine del popolo che attraversava la voragine che lo divideva dalle élite per il solo mezzo del voto alle primarie è stata quanto meno suggestiva e accattivante, anche se un po’ troppo populista.
Bertinotti ha, poi, voluto ricordare l’importanza strategica di alcune organizzazioni, finendo per esprimere l'auspicio che queste, compatte, votino il suo nome: "Le primarie non decidono il programma ma solo la leadership, perché forze come l’Arci, la Cgil, la Fiom, il Tavolo della Pace, in caso di sconfitta, non possono essere escluse dalla preparazione del programma".
Successivamente il segretario del Prc ha dettato i tre punti fondamentali del suo programma: "Il primo elemento programmatico è la Pace. Penso che il mondo sia a rischio di autodistruzione, due mostri hanno preso corpo sulla globalizzazione capitalistica: la guerra e il terrorismo".
"A questo - ha proseguito Bertinotti - c’è solo una risposta possibile, quella della pace, di trasformare la guerra in un tabù. Su questa base ci si deve opporre all’avversario, non con le sue stesse armi, ma cambiando il paradigma della lotta, perciò siano la non violenza e il pacifismo l’orizzonte primo della nostra politica". "Cominciamo da qui – ha continuato il segretario di Rifondazione - dall’articolo 11 della Costituzione che vuol dire ritiro immediato delle truppe dall’Iraq". Non è forse debole una politica che fa di un metodo d'azione il primo orizzonte politico...?
Poi, Bertinotti ha detto: "Il secondo punto è desumibile dal fallimento delle politiche neoliberiste. Occorre costruire un nuovo corso, partendo dalla lotta alla precarietà, contro l’idea del primato del mercato, per un primato dell’ambiente, delle persone. Infine, per restituire ciò che le politiche neoliberiste hanno tolto, è necessaria la ricostruzione di uno spazio pubblico in cui gli individui possano contribuire a determinare il proprio destino".
Continuando il segretario del Prc ha parlato di diritto alla casa, della cancellazione della legge 30, della riforma Moratti, della legge Bossi-Fini e della riforma della giustizia se questa riuscisse a compiere l’intero iter legislativo.
Stuzzicato dall’intervento di un giornalista, Bertinotti ha affondato: "Competo per vincere, questa è una regola della competizione. Noi confidiamo nella provvidenza rossa". Fuori dalla celia, Bertinotti ha spiegato i suoi numeri: "Sopra il 12% è andata bene, sopra il 50% abbiamo vinto".
Il meglio di sé però lo ha riservato alla fine, quando stimolato dal romantico intervento di una giovane compagna, Bertinotti ha concluso con un inno alla rinascita del comunismo: "Il comunismo sconfitto nel ‘900 si ripropone perché quello che sembrava chiuso nel secolo scorso con la vittoria assoluta e schiacciante del capitalismo si è riaperto con il delirio, a cui ha portato la globalizzazione e con la nascita dei movimenti".
Si è chiusa così, tra due ali festanti di popolo che, post-it in mano ben compilato, ha pensato di colmare il divario che lo divide dall'élite partecipando alle primarie e di dare vita ad un nuovo comunismo votando Bertinotti. Evviva Fausto, il dispensatore di sogni di sinistra.

ANCHE "IL GIORNALE"...

Il Giornale 27.7.05
In mille per lanciare le primarie di Bertinotti
Roberto Scafuri

Roma. Sarà parolaio rosso o pifferaio magico, così sostengono i suoi detrattori. Ma il bello di Fausto Bertinotti, il segreto che ne fa il polo d'attrazione della sinistra, sta nel suo «volare alto». Non effetto involontario, ma oggi piuttosto perseguito e riconvertito dal leader rifondatore nel nocciolo duro della sua politica. Anzi, di una politica di sinistra che si proponga come forza di governo senza complessi di «minorità». Da possibile atteggiamento intellettualoide e distante, che ne potrebbe scaturire, esso diventa invece motivo profondo di vicinanza con la gente. Fausto «vola alto» e tocca i sentimenti di un popolo rosso che lo ascolta e lo comprende, anche a prescindere dai narcisismi dialettici e dalla miriade di citazioni colte. Fausto gioca d'astuzia e raffinatezza, gigioneggia, e l'uditorio ne percepisce a pelle l'afflato «alto», l'orizzonte non comune. L'apprezza.
Far toccare con mano l'emozione della ragione, ecco l'alchimia. Bertinotti la propone per le primarie dell'Unione, e non poteva che raffigurarla in una libreria del centro di Roma dal nome appropriato, «Amore e Psiche». Uno scontato incontro con i giornalisti che diventa inconsueta «occupazione» di suolo pubblico da parte di un migliaio di curiosi e passanti, di amici della libreria e simpatizzanti di Fausto. I vigili costretti a chiudere il tratto di strada e le ragazze sedute sul selciato di fronte a una vetrina. Un professore psichiatra, Massimo Fagioli, fa il padrone di casa, e due schermi diffondono per strada le domande del pubblico che ha deciso di fare la sauna assieme al segretario all'interno.

SUL "CORSERA" DI OGGI

Corriere della Sera 27.7.05
Niente bandiere rosse ma post-it
Con Fausto l’«eretico» Fagioli
Fabrizio Roncone


ROMA - Questa bisogna raccontarla dalla fine, da quando Fausto Bertinotti esce fuori a benedire la folla - «inattesa, giuro: inattesa» - dei militanti che hanno ascoltato e visto sui megaschermi, certi pure davvero in ginocchio, sui sampietrini di piazza della Minerva, nel catino di umidità e passione politica che avrebbe stroncato chiunque ma non loro, nelle due ore che il segretario di Rifondazione comunista s’è preso per spiegare a tutti la sua candidatura alle primarie dell’Unione. Bertinotti con la cravatta slacciata, con la camicia zuppa di sudore eppure sempre molto sicuro, non stanco, sempre molto sorridente e con accanto addirittura Massimo Fagioli, psicanalista eretico e discusso, affascinante, provocatorio e misterioso: uno che negli anni Settanta seppe intercettare le disperazioni di molti studenti e intellettuali delusi dai sogni rivoluzionari, uno che dopo aver invitato a smascherare «quell’imbecille chiamato Freud», adesso, sulla porta della libreria «Amore e Psiche», da lui ideata e voluta tra questi vicoli del centro storico, sorride alla folla e urla: «Votatelo! È vostro!».
La folla, che ha costretto i vigili urbani a una chiusura imprevista del traffico, ondeggia: ci sono fischi di euforia e grida di evviva, anche se si nota - e certo la noterà pure lo stesso segretario - l’assenza di pugni chiusi, di bandiere rosse e insomma di quell’atmosfera tipica di certe riunioni della base di Rifondazione. Lo sguardo scorre sui ranghi delle signore abbronzate e così, nel piccolo trionfo di camicie di lino e Lacoste scolorite, sembra di intuire che a questa «festa di candidatura comunista» sia presente anche buona parte del popolo girotondino orfano di Nanni Moretti.
Per questo è stato opportuno cominciare dalla scena finale: per capire meglio certi calcoli, non casualmente ottimistici, di Bertinotti. «Come finiranno le primarie? Sotto il 12%, mi sentirei sconfitto. Sopra il 50%? Beh, avrei vinto». Tutti però capiscono che lui, a vincere, non ci pensa per niente e invece è forse a un 20% pieno, che mira. E ci mira ignorando gli altri candidati e sfoggiando un’idea mediatica sorprendente: Bertinotti chiama ciascun elettore a riempire il vuoto che c’è su ognuno dei due milioni di post-it - i foglietti adesivi gialli che vengono comunemente usati per prendere appunti - che verranno distribuiti e sui quali c’è scritto: «Voglio». Campagna elettorale senza tanti comizi e con la richiesta di frequentare il sito www.faustobertinotti.it. Gestisce l’agenzia Pro-forma. Il direttore creativo, Giovanni Sasso: «Abbiamo già fatto vincere Vendola in Puglia...».
Aggressivi, positivi e giovani. Nessun volto antico neppure in platea, se si escludono quelli autorevoli di Giulia Ingrao, sorella di Pietro, e del regista Citto Maselli. Bertinotti dice che con Prodi «non ci sono problemi: come lui sa, le primarie influenzeranno il programma dell’Unione, ma certo non lo faranno».
Altri applausi e Darwin Pastorin, il giornalista sportivo chiamato a moderare la conferenza stampa, chiude come aveva iniziato: «Fausto continua a sembrarmi Obdulio Varela». Questo Varela era il capitano dell’Uruguay, ai mondiali di calcio del 1950. Il giorno che dovettero giocarsela con il Brasile, con un Brasile pazzesco, davanti a centomila tifosi nello stadio Maracanà di Rio de Janeiro, fu appunto Varela a decidere di provarci. «Siamo meno forti, ma possiamo vincere». Vinsero 2 a 1.

L'ARTICOLO DELLA "STAMPA" DI OGGI

La Stampa 27 Luglio 2005
Antonella Rampino


ROMA.«Sono un uomo che non ha mai messo la cravatta prima dei cinquant’anni...». Ecco, la frase d’inizio dell’autobiografia senza rete alla quale Fausto Bertinotti sta lavorando e che sarà diffusa in tutte le edicole d’Italia, vera arma segreta durante le primarie - stesso autore, Cosimo Rossi, stesso editore, la Manifesto Libri, che fecero il successo di Nichi Vendola in Puglia -, è la più lampante, visiva differenza con Romano Prodi. Un leader che toglie la cravatta solo quand’è sotto sforzo, in bici o per fare pedalare i segretari della sua (sin qui) litigiosa coalizione. E difatti, uno stava in giacca e cravatta tra gli stucchi rococò di Piazza Santi Apostoli per aprire la campagna per le sue primarie sventolando lo scalpo più ambito, la «carta d’identità dell’Unione», il programma-quadro sottoscritto da tutti i segretari del centrosinistra. L’altro, Bertinotti, accaldato al limite della polmonite nella calca festosa di una particolare libreria del Pantheon, «Amore e Psiche», dove si radunano i «fagiolini», ovvero i seguaci dello psicoterapeuta Massimo Fagioli, un coltissimo signore ispiratore di Marco Bellocchio, ma capace di alzare le spalle se sente parlare di Freud o Basaglia, «mica son modi di curare la malattia mentale, quelli». Bertinotti fra i «fagiolini» va fortissimo: è l’unico capace si sostenere le loro conversazioni a base di Marx e Psiche.
Era uno spettacolo, ieri, vedere la contemporanea partenza delle primarie, che l’uno, Prodi, chiama al singolare, calcando l’omogeneità col prototipo americano (infatti il regolamento d’attuazione sembra un capitolo di carta costituzionale). E l’altro, invece, al plurale. Per sottolineare che di candidati non ce n’è uno solo, il vincitore atteso, ma più di due: «Sennò, che primarie sono?». Per carità, Bertinotti è politico visionario, ma non si fa illusioni: «Il 12 per cento è il minimo. Sopra, vado bene. Sotto, ho perso. Se faccio il 50, ho vinto. che dire, spero nella provvidenza rossa...». Da Prodi, ovviamente, nessuna previsione. Anzi, l’atteso vincitore chiariva: «Mi muoverò con cautela, adesso, da leader dell’Unione, così la competizione alla primaria sarà vera per tutti i competitori». Che come è noto sono Prodi, Bertinotti, Di Pietro, Pecoraro Scanio, i cui nomi l’elettore delle primarie troverà sulla scheda in un ordine che uscirà da un sorteggio. E intanto, per carità non per oscurare Prodi a Santi Apostoli, ieri c’era in campo pure Rutelli: da giorni, indossa un bel paio di calzoni rossi, e da Largo del Nazareno, contestualmente a quanto accadeva a Santi Apostoli e dalle parti del Pantheon, annunciava «massima mobilitazione della Margherita per Prodi», aprendo più seggi possibili. E ricordando al cronista che all’ultima discussione, quella al conclave di San Martino giovedì scorso, s’era alzata la voce proprio di Rutelli e del mastelliano Fabris: «Non sarà mica che si vota solo nelle sezioni della Quercia...».
E dunque, a quel che s’è capito, la campagna per le primarie di Prodi vedrà i fuochi d’artificio a chi farà di meglio e di più tra Margherita e Quercia, mentre Rifondazione giocherà la carta del minimalismo di concetto: campagna «post-it» quella di Bertinotti, che non riesce in verità nemmeno a ricordare il nome del foglietto giallo incolla-e-scolla sul quale ieri ha invitato tutti i suoi sostenitori a scrivere cosa vorrebbero nel programma dell’Unione. Poiché è «voglio» il lay-out, il messaggio forte che gli han trovato i suoi spin-doctor, convinti che di desideri e bisogni politici, a sinistra, ce ne siano a bizzeffe. Bertinotti ha accettato, forse anche perché, come si dice, l’erba voglio non cresce neanche del giardino del re, è il massimo dell’ambizione, insomma. Ma su quanti di quei «voglio» finiranno davvero nel programma per ora è un dubbio fugato: Prodi ha detto chiaro e tondo che «il programma si fa insieme». A dicembre, come stabilito. Ma dentro la «cornice» della carta d’identità dell’Unione. Che finalmente ieri è stata data alle stampe e alla stampa, anche se se ne sapeva già tutto. La Costituzione va tutelata, ma adeguata alla modernità. L’euro e l’Europa non si toccano. I diritti civili di tutti van rispettati, e anche ampliati (con i pacs, che però non si nominano). E via dicendo. Però Bertinotti continua a sperare nel voto agli immigrati, anche per le primarie. Ed è un po’ deluso: «E’ vero che nel documento c’è la difesa della laicità dello Stato. Ma quella discussione tra noi su questo punto, arrivata a lambire perfino divorzio e aborto, quella proprio non me l’aspettavo». Il segretario allarga le braccia: speriamo bene...

martedì 26 luglio 2005

sul web
"ITALIA-TV": un'Ansa nella notte del 26.7

http://www.italiatv.it/storacetv/comunicati/vediitatv.php?id=4944

italiatv.it 26.7.05 - 23:57
BAGNO DI FOLLA APRE CAMPAGNA PRIMARIE DI BERTINOTTI
ansa -


Guarda una bambina in braccio al padre e fissandola negli occhi le dice: ''Mi rivolgo a te, tu rappresenti il nostro futuro''. Poi rivolgendosi alla folla che non smette di applaudire lancia una provocazione: ''Meglio di cosi' non poteva andare, se considero questo allora posso anche dichiarare chiuse le primarie''. E' visibilmente commosso Fausto Bertinotti, segretario di Rifondazione Comunista, uscendo dalla libreria 'Amore e Psiche' l'originale palcoscenico da cui il leader del Prc lancia la sua candidatura alle primarie dell'Unione. La strada viene chiusa al traffico, alcuni maxi schermi sono posizionati all'ingresso della libreria e una folla di militanti, sfidando il caldo e la lunga attesa, rimane in piedi solo per sentire il Segretario. ''Siete venuti qui per ascoltare come si svolgera' la campagna elettorale? Per sapere quali sono i temi ed il programma? - chiede Bertinotti alla folla - In realta' oggi qui avverra' il contrario, sono io qui ad ascoltare voi, i vostri suggerimenti quello che 'volete' e non che 'vorreste' ''. Non e' un gioco di parole, ma il leit motiv della campagna elettorale con cui il leader del Prc si prepara a ''sfidare'' gli altri candidati, primo tra tutti Romano Prodi. Sara' dunque un ''work in progress'', un crescendo di suggerimenti. Ma come fare a far sentire la propria voce? Nessun problema, per i nostalgici dei suggerimenti scritti sui bigliettini bastera' prendere un post it giallo (le istruzioni sono spiegate nel sito www.faustobertinotti.it) e scrivere cio' che si vuole, oppure per i seguaci della tecnologia sara' possibile inviare sms e mms direttamente ai numeri messi a disposizione dal comitato organizzativo. Per chi invece non sa cosa scrivere, no problem. E' lo stesso segretario che incalzato dalle domande dei giornalisti presenti all'incontro getta le fondamenta su cui si costruira' il programma per le primarie. Un Bertinotti che parla a 360 gradi di programma dell'Unione, immigrazione, alleati e che poi, allontanandosi dai temi prettamente politici, quasi in modo accademico, si sofferma a parlare di religione, stupendosi 'di come ormai si sostituisca alla politica''. ''Credevo che l'epoca delle ideologie si fosse conclusa con la fine degli anni 70 - riflette Bertinotti - ed invece mi rendo conto che oggi si cerca di sostituirle alle idee politiche. Ma dove sta andando lo Stato e la sua organizzazione?''. Parla di religione, cita Marx e Rosa Luxemburg per discutere dell'alienazione della politica ma poi, riferendosi ai temi piu' attuali, Bertinotti, non usa metafore, punta direttamente il dito sulle leggi approvate dall'attuale Governo. ''Come si fa a risolvere il problema dell'immigrazione con una legge come la Bossi-Fini'', si interroga, ''e poi pensiamo alla precarieta' dei nostri lavoratori ed a quello che ha fatto Berlusconi... se bisogna fare una lista delle priorita' allora direi che i primi tre punti sono: abolizione della riforma Moratti, della Bossi - Fini e la legge 30''. Parole che si confondono con l'applauso della folla, uno dei piu' lunghi, ma niente in confronto al plauso che appoggia le critiche rivolte dal segretario di Rifondazione alla riforma Castelli fresca di promulgazione da parte del Capo dello Stato. ''Ciampi ha fatto il suo dovere - chiosa il segretario - e' stato coraggioso, ma sul tema della giustizia noi dovremo ricominciare da capo, pensare alla situazione dei detenuti e considerare l'amnistia come una soluzione al problema''. L'ultimo affondo e' per il pacchetto sicurezza varato dal Governo giudicato''contro le liberta' democratiche'', ''il terrorismo - incalza Bertinotti - si combatte con la difesa dello stato di diritto''. E poi, prima di andar via, l'ultima provocazione ''candidiamo Giulia Ingrao alle primarie'', solo un pretesto che il leader del Prc usa per ringraziare Pietro Ingrao promotore di un appello rivolto ai militanti affinche', scrive l'ex direttore dell'Unita' ''con Bertinotti vincitore nell'Unione si torni a parlare ''la lingua della sinistra''.

MARTEDÌ 26 LUGLIO, alla Libreria "AMORE E PSICHE"
i due articoli citati durante l'incontro con Fausto Bertinotti

Liberazione di Domenica 24.7.05
Lettere
«Perché volete tornare al comunismo?»
Per mantenere una promessa che non è stata mantenuta

Onorevole Bertinotti, sono una ricercatrice universitaria, madre di quattro figli, che nei giorni scorsi si è trovata a parlare con i due più piccoli (10 e quasi 8 anni) di alcuni avvenimenti della storia del nostro paese, della guerra e della pace, del nazismo, del fascismo e del comunismo, nei modi e nei termini più semplici e comprensibili per una bambina e un bambino dell'età dei miei. Alla fine della chiacchierata mi stato chiesto quali sono e a che cosa servono i partiti politici (o meglio "le persone che litigano sempre in televisione") e al momento di nominare il partito del quale lei è segretario, la domanda secca e dura, come solo la logica ferrea dei bimbi sa formulare, è stata: «perché vogliono tornare al comunismo?». Ho subito pensato di tagliare la testa al toro con un perentorio «perché non hanno saputo o voluto ascoltare l'insegnamento della storia», ma poi ne sono venuta fuori proponendo di girare la domanda a lei che, per semplificare al massimo, ho descritto come una sorta di "capoclasse di turno". Devo dire che i bambini si sono esaltati all'idea: abbiamo cercato insieme su internet il suo indirizzo e-mail ed eccoci qua in attesa della "sua" risposta (ingenuamente con e come i miei figli voglio sperare che non sarà quella del "bidello di turno") che mi auguro arrivi perché, altrimenti, i bambini, uomini e donne del futuro, non solo continueranno a pensare che i politici sono "quelli che litigano sempre in tv", ma anche quelli che non sanno dare risposte e poi… cosa altro mi dovrei inventare per giustificare il silenzio del "capoclasse"?
Francesca Lardicci, Clelia e Edoardo Pisanti Pisa

Care e cari Clelia, Edoardo e Francesca, anch'io avrei la tentazione di rispondere alle vostre domande tutto d'un fiato, con una sola frase, come questa "vogliamo tornare al comunismo per mantenere una promessa che non è stata mantenuta". La frase non è mia e non è la prima volta che la uso. L'ho presa a prestito da un filosofo contemporaneo che abbiamo molto amato e che ci ha lasciato recentemente, Paul Ricoeur. La utilizzo spesso perché la filosofia quando è veramente grande si fa capire anche da un bambino. Il filosofo francese soleva dire che rifondare significa cercare di mantenere una promessa che è stata delusa. Il nostro partito si chiama Rifondazione comunista. E' nato e si è dato quel nome proprio per cercare di mantenere quella promessa. Quella frase perciò condensa in una mirabile sintesi la nostra vocazione e il nostro programma di fondo.

Ma so bene che non me la posso cavare così. Questa è solo una giusta premessa, ma la risposta è più complicata. Lei, Francesca, ma anche voi, Clelia ed Edoardo, avete ragione: ci sono state delle repliche della storia, anche molto dure. Perché dunque continuare ad insistere? Non potrebbe darsi, in altre parole, che la promessa non sia stata mantenuta perché non poteva essere mantenuta, perché era una cattiva promessa? Perché il comunismo era un'idea fin dal suo inizio sbagliata o irrealizzabile? Sono domande che valgono una vita e non di una persona sola, ma di intere generazioni ed io non posso e non voglio sottrarmi ad esse.

La cosa più facile da spiegare è perché continuiamo ad insistere. Basterebbe guardare il mondo di oggi. Avete parlato tra di voi di guerra e di pace. Mentre vi scrivo sono tempestato dalle terribili notizie che giungono da quella famosa località turistica dell'Egitto, dove il numero dei morti si allunga di minuto in minuto. Dietro quell'attentato, e quello di due settimane fa di Londra, e quello di un anno fa a Madrid, e quello dell'11 settembre a New York e altri ancora, vi è un disegno politico, quello del terrorismo, che agita strumentalmente la credenza nell'Islam e la condizione di miseria nella quale vivono tantissime persone in Asia o in Africa, per provocare distruzioni e uccisioni, per condurre una guerra contro l'umanità.

Ma prima ancora che il terrorismo portasse i suoi terribili colpi e indipendentemente da esso, il mondo non viveva in pace. Anzi era, ed è, percorso da una guerra infinita, che non aspetta neppure un pretesto - Paride che rapisce la bella Elena o un giovane studente serbo che uccide un arciduca austriaco -, fatta di molte guerre lontane e vicine, nelle quali a differenza di un passato che voi, bambini, potete conoscere solo sui libri, non muoiono soldati o guerriglieri, ma, per oltre il 95% dei casi, persone civili, tra cui molte della vostra stessa età. Un mondo nel quale oltre due miliardi di persone vivono con meno di un euro al giorno. Nel quale molte popolazioni sono prive di cibo e di acqua, non possono mandare i loro figli a scuola né curarli da malattie, anzi sono costrette a inviarli al lavoro, quando ce n'è. Nel quale tre persone possiedono più ricchezza di quanta ne possa produrre un intero stato africano popolato da milioni e milioni di persone (ho detto tre persone, non mi sono sbagliato; una di queste è quella che possiede i diritti dei sistemi che permettono al computer di casa vostra ed al mio di funzionare). All'inizio del secolo scorso, il Novecento, la differenza tra i paesi più poveri del mondo e quelli più ricchi era di uno a tre, ora è di uno a settanta e oltre, se non ricordo male. Ma se non mi credete, e non mi offendo affatto, cercate su internet, visto che ne siete espertissimi, cosa vi dice il Rapporto sullo sviluppo umano redatto dall'Organizzazione delle Nazioni Unite e lì troverete cifre e analisi ancora più precise sulle grandi ingiustizie sociali del nostro tempo.

Queste guerre, queste ingiustizie sociali, queste inconcepibili differenze che segnano la nostra epoca non sono il prodotto del comunismo. Anzi quest'ultimo ha cercato di cancellarle, e casomai gli si può imputare di non esservi riuscito o di averlo fatto solo in parte creando al contempo altri problemi. Se il mondo è così mal formato questa è responsabilità del sistema dominante, il capitalismo, la globalizzazione capitalistica, la logica dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, sull'ambiente e sulla natura per la ricerca di guadagno. Ora che il cosiddetto sistema comunista è crollato, questo è più evidente di prima.

Ecco allora perché insistiamo, perché non possiamo tollerare che la spirale tra la guerra e il terrorismo metta a rischio il pianeta e la vita delle generazioni presenti e future, perché non possiamo accettare che la logica della sopraffazione costringa alla sofferenza, alla povertà, all'assenza di diritti e di libertà la stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Non siamo soli a pensarla così e ad agire di conseguenza. Nel mondo e in ogni paese c'è un grande movimento contro la guerra e il neoliberismo, che pratica la pace e si oppone a ogni forma di terrorismo. Da quel movimento ci aspettiamo le risposte al futuro dell'umanità. Assieme vogliamo costruire un'altra società, un altro mondo nei quali a tutte e a tutti siano date le stesse possibilità di vita e dove non si possano determinare simili abissali disuguaglianze e sopraffazioni, fino alla distruzione fisica delle persone e dove invece la libertà di ognuno non finisca dove comincia quella dell'altro, ma si sviluppi assieme a quella dell'altro. Non riesco a trovare un altro termine che non sia quello di comunismo per definire tutto ciò.

Tuttavia comprendo che voi mi potreste incalzare con un'altra domanda. Ma se il comunismo che c'è stato anziché creare ciò che tu dici ha provocato altri guai, non era forse sbagliato fin dall'inizio? E allora, forse, non dovremmo percorrere altre strade per cambiare un mondo che non ci piace?

Certamente la storia del tentativo di realizzare il comunismo - quello che spesso chiamo con un'altra espressione presa a prestito: il tentativo dell'assalto al cielo - è segnata da molti errori, alcuni fatali. Le donne e gli uomini che l'hanno percorsa hanno pensato di potere conquistare il potere nello stato e attraverso questo di cambiare la società. E' successo il contrario, cioè che la logica del potere ha cambiato quegli uomini, spesso spingendoli a governare in modo autoritario e violento. Quella esperienza ci ha anche dimostrato che non basta la libertà da, cioè dal bisogno, dalla fame, dalla miseria, ma ci vuole anche la libertà di, cioè di esprimere il meglio di sé stessi, di costruire delle nuove esperienze di vita sociale, di praticare concretamente la libertà per tutti. Ci ha dimostrato che non si possono separare i mezzi dai fini, non si può pensare di essere i liberatori dell'umanità e però nel frattempo soffocare quella di chi ci sta accanto. Ci ha dimostrato che non esiste una verità assoluta alla quale uniformare la vita degli uomini secondo uno schema predefinito, ma che la ricerca della giustizia e della libertà avviene ogni giorno e ogni giorno avviene rimuovendo resistenze e ostacoli, a cominciare dalle nostre debolezze e dalle nostre pigrizie. Per questo la definizione di comunismo che amo di più è quella celebre di Marx che lo definiva come il movimento che abbatte lo stato di cose presente. Il che significa che esso non potrà mai esaurirsi con l'instaurazione di un nuovo ordine sociale e statuale, ma sarà sempre una tensione costante di tutti gli uomini verso la giustizia sociale e la pace.

Per questo si può essere comunisti solo se si nutre una grande fiducia nell'umanità nel suo complesso e contemporaneamente un sano scetticismo nei confronti di sé stessi. Se si è generosi con gli altri ma severi con sé. Ma per avere fiducia nell'umanità bisogna imparare a conoscerla. A conoscerla concretamente, voglio dire.

Questo è il piccolo grande insegnamento che ci viene dalla straordinaria esperienza degli zapatisti del Chiapas. Essi ci dicono che bisogna camminare domandando. Cioè, fuori di metafora, che non ci si può fidare delle grandi idee, ma bisogna metterle alla prova nel confronto con la realtà, sempre e continuatamene, e sapere che questa non è materia inerte ma fatta dei sentimenti, delle aspirazioni, dei desideri delle persone che ci circondano. Se noi vogliamo che la nostra ricerca di un nuovo comunismo non finisca in polvere o che si risolva nel suo contrario, dobbiamo abitare senza riserve e senza risparmio la società del nostro tempo e non rifugiarci mai sulla torre dei nostri ideali.

Cari Clelia ed Edoardo voi avete la fortuna di essere nati in una famiglia che vi apre una finestra sul mondo. Potete fin da piccoli discutere di grandi cose e non siete distratti dal problema di come fare a mangiare tutti i giorni. E' una buona condizione di partenza. Il mio augurio è che non la sentiate né come un privilegio né come una colpa, ma come il punto d'avvio per un lungo cammino per costruire un mondo diverso e possibile. Non saranno né i bidelli né i capoclasse a dirvi dove e come andare, ma la vostra stessa capacità di entrare in sintonia con le sofferenze e le speranze delle persone intorno a voi.

Liberazione Domenica 24.7.05
Prima pagina
Il Fenomeno ZP, un socialista senza marxismo, un europeo che dice no alla chiesa e agli Usa
Viaggio nella Spagna governata da José Luis Rodriguez Zapatero
In un anno e mezzo di governo sono già tante le leggi innovatrici approvate.
Quasi tutte riforme a costo zero, ma indicazioni forti, decisioni simboliche e concrete
Il "socialismo" gentile di Rodriguez Zapatero
Ritanna Armeni


Madrid. Se ascoltiamo i discorsi o leggiamo le interviste di Zapatero non troveremo mai un accenno alle classi o alla lotta di classe; non scopriremo una parola contro la borghesia o l'aristocrazia, né un accenno al proletariato. Non lo sentiremo mai parlare di sfruttamento. Niente di tutto questo. Il socialista José Luis Rodriguez Zapatero, figlio di antifascisti, nipote di un oppositore ucciso dal regime, premier spagnolo, inaspettato, ma oggi solido e amato, non pronuncia le parole della tradizione, e appare infastidito da ogni domanda ideologica. Lui non si pone il problema di riforme che superino più o meno gradualmente l'economia di mercato. Né pensa che questa in sé sia una brutta cosa. Le sue priorità, le sue discriminanti sembrano scartare rispetto alla tradizione del socialismo europeo e mondiale. La aggirano. Lui dice che le questioni si trattano volta per volta, senza giudizi preventivi. Senza ideologie che ne precostituiscano le soluzioni.
Da qui, da queste elementari constatazione bisogna partire per cercare di capire che cosa è il socialismo del leader spagnolo.

Qual è l'idea centrale del socialismo di Zp, come il premier viene chiamato dai giornali spagnoli? E soprattutto sopravvive in lui un'idea di socialismo? E' evidente che il socialismo che mette al suo centro l'economia e la struttura per criticarla e superarla non fa parte del suo bagaglio culturale. Anzi rispetto a quel socialismo Zp è piuttosto critico. La sua idea forza appare piuttosto la "Democrazia" strumento fondamentale per ridurre, ridimensionare, riportare a sopportabilità e, se è possibile, cancellare le forme di dominio presenti nella società. Perché questo è il problema. Nella società esistono molte forme di dominio a cominciare da quella degli uomini sulle donne e queste si possono superare solo con un continuo, costante e incessante processo democratico.

In una intervista a Le Monde, concessa nei mesi successivi alla sua designazione a primo ministro, ha detto: "La sinistra ha dimenticato la società e il funzionamento democratico. Ogni passo verso una maggiore democratizzazione per la parità fra i sessi o per una maggiore partecipazione, per esempio nelle organizzazioni non governative, nel dominio delle decisioni politiche ed economiche apre la possibilità di società più giuste. E questa la grande sfida del socialismo del 21esimo secolo. " E ha concluso per rendere più chiaro il pensiero: " E' più efficace fare dei programmi di discriminazione positiva per avere più donne scienziate, che aumentare le tasse o ridurre l'orario di lavoro a 35 ore".

C'è chi pensa fra gli intellettuali che circondano il primo ministro e ne approvano la politica che il socialismo sarà un approfondimento, un passo ulteriore e successivo a quello della piena democrazia. Che esso verrà in un futuro e che, così come non c'è socialismo senza democrazia, inevitabilmente non possa esserci democrazia senza socialismo. Può darsi. Sta di fatto che per ora Rodriguez Zapatero preferisce puntare tutto sulla prima.

Se nei discorsi e nelle proposte del premier spagnolo non appaiono più le parole della tradizione quali sono quelle nuove che disegnano il socialismo senza marxismo di ZP? Non è difficile trovarle. Sono declinate e ripetute con enfasi, convincimento e passione nei suoi discorsi. Ma soprattutto - questa la grande novità nella politica e fra gli uomini politici del pianeta - sono praticate con una ossessiva coerenza. Democrazia si è detto. E poi parità e laicità. E ancora libertà, pluralismo, solidarietà, protezione dei deboli, dialogo. E pace.

Ogni legge approvata dal parlamento spagnolo in questo anno e mezzo di legislatura è la messa in pratica di queste parole. Ritiro delle truppe dall'Iraq, legge contro la violenza sessuale, matrimonio gay, riforma della Tv pubblica e di quelle private, proposta di togliere la parola "guerra" dalla Costituzione, ridimensionamento del potere della Chiesa cattolica, legge sull'immigrazione, divorzio veloce. Quasi tutte riforme a costo zero, ma indicazioni forti, decisioni simboliche e concrete. Una declinazione inflessibile delle regole di una società in cui devono essere eliminate le forme di dominio. Regole che qualche volta sfiorano il mercato, ma che non intaccano mai quelle dure leggi dell'economia che anche in Spagna si fanno sentire. Regole che toccano però (eccome) altre odiose forme di dominio. Il socialismo per Zapatero non è soprattutto cambiamento della struttura economica di un paese. Anzi per il premier spagnolo chi la pensa così sbaglia ed è condannato all'immobilismo. Lui preferisce agire su altri terreni. Ce ne è abbastanza per definirlo - come fa parte della sinistra italiana - revisionista, moderato, illuso, radicale e magari anche pericoloso. Forse. Oggi, a solo un anno e mezzo dall'inizio del suo governo, ogni conclusione anche la più negativa, è ancora possibile. A patto di non dimenticare che questo moderato socialista non marxista ha rotto in nome dei principi e delle parole del suo "socialismo" con i due poteri forti del nostro pianeta: gli Usa e la Chiesa cattolica.

Né Blair, né Schroeder, né Jospin. E neppure Felipe
La sua "via" quella che ormai appare delineata non è né quella di Blair, né quella di Schroeder né quella di Jospin. E non è neppure quella di Felipe Gonzales che ha modernizzato, ma non completamente democratizzato la Spagna.

E' chiaro che Zp ritiene il socialismo francese perdente e i tentativi dell'ex primo ministro Jospin evidentemente falliti. Quel socialismo, che aveva tentato riforme importanti, che aveva cercato di salvaguardare le sicurezze dei cittadini francesi, ha perduto, aggredito dai grandi problemi dell'insicurezza sociale, della disoccupazione della globalizzazione.

E' evidente che Zp guarda con distacco e anche con malcelata critica a quel che rimane delle aspirazioni socialdemocratiche di Schroeder, frustrate nel ridimensionamento dello stato sociale, nella riduzione dei salari, nei cattivi rapporti col sindacato, nella caduta del consenso. E giudica quella socialdemocrazia troppo economicista, poco moderna, poco capace di comprendere le nuove realtà sociali e di rivolgersi al cittadino.

Quanto a Blair, il discorso è più complesso. Molti hanno voluto vedere una somiglianza fra i due leader, forse nella ricerca di una "terza via" che accetta l'economia di mercato, e vuole modernizzare il welfare e nella insofferenza nei confronti delle strade che i socialisti europei vorrebbero seguire nel tentativo di moderare la globalizzazione. Ma le somiglianze, pure importanti, si fermano qui. La "terza via" di Blair è il tentativo di adeguarsi alla globalizzazione nella convinzione che solo agevolandola anche attravero l'intervento dello stato essa possa progredire e quindi consentire una redistribuzione della ricchezza. Di qui il suo liberismo che però non rinuncia anzi pone al centro la questione sociale, il problema della redistribuzione della ricchezza. Il fatto che la "terza via" sia diventata di fatto la "prima" non cancella la tradizionale attenzione socialista nei confronti dei temi dell'economia. La sua concezione dell'Europa come un grande mercato, il suo atlantismo, il suo appoggio alla guerra come consapevole risposta alla crisi aperta dalla globalizzazione sono risposte sbagliate, ma coerenti con la ricerca di una risposta ai problemi sociali che la globalizzazione della Gran Bretagna e dell'Europa.

Zapatero dribbla, prende tempo, ostenta pragmatismo. Se il capitalismo globalizzato attacca gran parte del pianeta e la guerra ne è una dimostrazione, l'Europa ancora non risente dei drammi del mondo. Qui si può agire non contrapponendosi al mercato globale, ipotesi impossibile, ma aggirandolo, cercando di incidere sui diritti, salvaguardando le forme democratiche, e potenziandole in modo da rendere gli uomini e le donne più consapevoli dei propri diritti, e quindi meno soggetti al dominio e ai domini. Pretendendo parità, praticando laicità e pluralismo. Di qui l'importanza per Zp dell'Europa intesa come forma politica che non si oppone al mercato, ma il cui scopo non è, come invece è per Blair, estenderlo e rafforzarlo. Di qui l'opposizione alla guerra, la sua decisione di non collaborare alla guerra in Irak. Zapatero non è un pacifista, ma è convinto dell'inefficacia della guerra. Perché essa non risolve, anzi accentua, i problemi posti dalla globalizzazione al pianeta. Di qui la sua contrapposizione agli Usa. Essa è utile solo a rafforzare un dominio. E a portare anche nel vecchio continente quei problemi della globalizzazione che il premier spagnolo vorrebbe il più possibile tenere fuori dall'Europa.

Un Giddens per Zapatero
Zp come Blair ha un ispiratore, un filosofo nelle cui idee si è ritrovato e sulle quali ha costruito gran parte delle sue politiche. Il Giddens del primo ministero spagnolo si chiama Philip Pettit, è irlandese, vissuto in Australia, professore di Teoria politica e filosofia all'università di Princeton. Le sue idee sono contenute in un ponderoso volume, edito in Italia da Feltrinelli e fino a qualche tempo fa ricercato solo dagli esperti, che si intitola "Repubblicanesimo".

Zapatero lo ammira a tal punto che quanto il professore è venuto a Madrid è andato a incontrarlo e ad ascoltarlo nel Caffé delle Bellas Artes.

Che cosa dice Philip Pettit nelle 381 pagine del suo libro? Propone di superare le due teorie che hanno dominato la teoria politica del novecento: il comunitarismo e il liberalismo. In che modo? Attraverso il "repubblicanesimo", cioè un sistema di valori che ha al suo centro il concetto di libertà. Libertà - spiega il professore a - intesa come "non dominazione", anzi opposizione al dominio. Diversa quindi dall'idea di libertà "liberale" che si limita ad essere "non interferenza" nella vita e nelle opinioni degli altri.

Se il liberalismo in nome della libertà intesa come "non interferenza" accetta che alcuni possano dominare su altri e quindi si adegua ad una situazione di non parità, il repubblicanismo invece promuove tutte le forme di risposta democratica al dominio.

Pettit parla della società moderna come di una società complessa in cui i protagonisti non sono i gruppi sociali, (lavoratori, imprese, corporazioni, ceto medio, chiese) ma gli individui, cittadini tra i quali costruire nuove forme di dialogo e di eguaglianza. Tanto più forte è la consapevolezza di ciascuno, tanto più profonde sono le conoscenze del singolo tanto più si condiziona e si riduce il potere. Tanto più un cittadino è consapevole tanto più sollecita risposte del potere e lo circoscrive e limita. In una società moderna la possibilità di contestare il potere, la creazione di questa possibilità deve, secondo Pettit, sostituire quello che è stato invece l'obiettivo di una vecchia concezione della democrazia, cioè la ricerca del consenso.

Le domande senza risposta
Nella Spagna di Zapatero, che sta vivendo un momento di entusiamo e di vitalità sono comunque molte le domande inevase che si colgono nelle discussioni, fra gli intellettuali e le fondazioni di ricerca che appoggiano il premier. Si possono ridurre gli elementi di dominio senza mettere in discussione l'economia di mercato? Forse si può, ma fino a quando? Fino a quando l'economia non diventerà ostacolo allo sviluppo di quella democrazia così fondamentale nella concezione zapateriana della società? E' possibile pensare ad un rovesciamento di quell'esperienza storica del socialismo secondo cui prima si deve cambiare la struttura e da questo cambiamento deriveranno tutti gli altri? E' possibile pensare che all'opposto dai cambiamenti civili, dalla eliminazione delle forme di dominio non strettamente dipendenti dalla struttura economica si possa partire per arrivare a modificare il sistema economico? A queste domande per ora non è possibile dare risposta. C'è chi pensa che questa risposta si dovrà dare e presto. La crisi economica e i problemi esploderanno anche in Spagna in autunno, quando il governo dovrà presentare il piano economico per il 2006. Quei numeri e quelle cifre non saranno indicative solo di quel che il governo intende fare, ma anche di quali rapporti di forza intende spostare e quindi, inevitabilmente, saranno indicazione del "socialismo" di Rodriguez Zapatero. Sapremo allora se la via della democrazia, della parità, del non dominio, intacca, sia pure con prudenza il dominio delle forze economiche, se si cercheranno forme di parità anche per i più deboli. O se la democrazia lì metterà un confine. Col rischio molto realistico che torni indietro.

(1-continua)

L'ARTICOLO PUBBLICATO DA "LIBERAZIONE" MARTEDI' 26 MATTINA, il giorno dell'incontro con Fausto Bertinotti

Liberazione 26.7.05
Parte oggi nella storica libreria romana la campagna per le primarie del segretario di Rifondazione
Amore e Psiche per le primarie
Luca Bonaccorsi


In questa Roma bollente, estiva e semi-vuota non meravigliatevi se oggi pomeriggio a Piazza della Minerva vedrete una gran folla assediare la libreria capitolina: è qui che parte la campagna per le primarie del segretario di Rifondazione Comunista. Perché? Facciamo un passo indietro.

E' il 5 Novembre 2004, Fausto Bertinotti è invitato da una piccola libreria del centro di Roma ad un dibattito sulla non-violenza insieme a Pietro Ingrao. Entra in un enorme tendone allestito nel parco di una storica villa romana, Villa Piccolomini, ed è accolto dal fragore di un applauso caldo quanto inatteso. Il tendone è gremito, e fuori è stato allestito un maxi-schermo per chi non riesce ad entrare. Quasi duemila persone lo accolgono con un calore che lo colpisce subito, e viene di nuovo sommerso dagli applausi quando confessa: «... non mi capitava da molto tempo di essere così emozionato. Se ci riesco in seguito, durante la serata, provo a dirvi anche la ragione che adesso non capisco neanche bene». Quando entra Pietro Ingrao la scena si ripete: tutti in piedi per l'uomo-mito della sinistra Italiana.

I due leaders della sinistra si rendono conto presto che hanno davanti una moltitudine di persone che oltre all'affetto hanno da offrire molto di più: anni, anzi decenni di ricerca sulla psiche umana. E' l'Analisi Collettiva di Massimo Fagioli quella che hanno davanti.

Sono uomini e donne che vogliono dialogare a sinistra, pongono domande precise e difficili il cui senso può essere racchiuso in alcune semplificazioni: «... si, voi parlate di non-violenza, ma lo sapete da dove viene la violenza? Conoscete le dinamiche inconsce degli esseri umani? Vi rendete conto che vivete in un contesto culturale in cui l'uomo è falsamente descritto come naturalmente "corrotto" fin dalla nascita, un contesto culturale che non si è ancora liberato di Freud, e della religione?»

Domande profonde, frutto di un pensiero libero, rivoluzionario ed irriverente che da trent'anni si sviluppa con una modalità molto "comunista": quella delle sedute pubbliche e gratuite. Una prassi che rifiuta e ridicolizza la credenza che della psiche si può parlare solo tra "esperti" nel chiuso di studi privati. Che rifiuta la regola che vuole che il lavoro sull'inconscio sia il privilegio di pochi benestanti. Nell'assemblea ci sono giovani e meno giovani, architetti, avvocati, muratori, musicisti, economisti, artisti e, ovviamente, centinaia di psicoterapeuti. E tutti quanti, insieme a Fagioli, fanno "cura, formazione e ricerca".

Pietro Ingrao raccoglie le suggestioni e propone che il contenuto della serata diventi libro, che la riflessione continui. Il libro, miracolo-lampo delle "Nuove edizioni romane", esce poco più di un mese dopo ma dentro c'è molto di più della trascrizione della serata. C'è anche un incredibile dialogo-carteggio tra Fagioli e Bertinotti dove emergono i punti cruciali del delicato, difficile ma irrinunciabile incontro tra psichiatria e sinistra. Il dialogo si conclude con Bertinotti che a pag. 107 scrive: «…nell'umano non c'è nulla di disumano ma la malattia che va curata, la teoria della nascita rende tutti gli uomini uguali» (ripetendo il testo della domanda di Fagioli ndr). Troviamo spunti di un filo di ragionamento che si connette. «Voi (l'Analisi Collettiva ndr) dite: la donna e l'uomo liberati dal peccato originale che li rende "naturalmente"cattivi consentono di mettere in discussione la società costruita per controllare/reprimere questa naturale "cattiveria" umana. La "violenza", come necessario corredo per costringere la naturale cattiveria umana ha radici antiche e profonde. Allo stesso modo è stato per i classici esegeti del capitalismo che hanno teso a "naturalizzare"questa determinata costruzione sociale fondata sullo sfruttamento e sull'alienazione. Tutte queste costruzioni hanno bisogno, per rendere eterno e connaturato il capitalismo, di considerare l'umanità come "naturalmente" spinta alla sopraffazione e allo sfruttamento e di costruire il Nemico come uscita dall'insicurezza della condizione dell'esistere e come rifugio dalla crisi di civiltà prodotta. L'Analisi Collettiva propone un approccio del tutto opposto e, per questo motivo profondo, mi sembra proponga una ricerca di liberazione. Qui i nostri percorsi si intrecciano, le nostre domande si incontrano, le risposte che andiamo proponendo ci interessano vicendevolmente. Al prossimo incontro. Il nesso tra realtà interna umana e prassi politica è fatto».

Torniamo ad oggi. Il "prossimo incontro" non c'è ancora stato, ma oggi la campagna elettorale per le primarie di Bertinotti inizia qui, nella libreria Amore e Psiche dove si crede che la rivoluzione bisogna farla prima "dentro". E dove non-violenza si pronuncia "inconscio sano".

Il segretario di Rifondazione parte chiaramente sfavorito in queste primarie, con la possente organizzazione Ds e la Margherita tutte tese a realizzare un plebiscito per Prodi, ma un po' di Amore per la Psiche, crediamo, gli porterà senz'altro bene.

DALLA LIBRERIA AMORE E PSICHE


OGGI POMERIGGIO
Martedi 26 luglio alle ore 15,00
la Libreria ospiterà la conferenza stampa
di apertura della campagna per le Primarie
dell’On. Fausto Bertinotti.


Per motivi di spazio l’ingresso sarà riservato esclusivamente a giornalisti e operatori televisivi.
Vi preghiamo di rimanere all’esterno dove saranno comunque assicurati sia il video che l’audio.
Inoltre sarà possibile vedere la registrazione dell’evento in differita su Mawivideo.it
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Vi informiamo che da sabato 23 luglio
sarà possibile vedere la trasmissione

"cominciamo bene estate" del 19.7 u.s.

con Annelore Homberg

esclusivamente alle ore 13,00 e alle ore 18,00,
e che la proiezione sarà sospesa
nei giorni Lunedi 25 e Martedi 26 Luglio


Libreria Amore e Psiche

via s. caterina da siena, 61 roma
info:06/6783908 amorepsiche2003@libero.it
i nostri orari: lunedi 15-20
dal martedi alla domenica 10-20
http://www.amorepsichelibreria.splinder.com/
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SU "LIBERAZIONE" NELLE EDICOLE OGGI, 26 LUGLIO 2005

pagina 5

un articolo di Luca Bonaccorsi

Parte oggi nella storica libreria romana la campagna per le primarie del segretario di Rifondazione

Amore e Psiche per le primarie

Oggi la campagna elettorale per le primarie di Bertinotti inizia qui, nella libreria dove si crede che la rivoluzione bisogna farla prima "dentro". E dove nonviolenza si pronuncia "inconscio sano".

(l'articolo sarà ripreso su "segnalazioni" quando sarà disponibile sulla rete, presumibilmente stasera o domani.
Ndr: questo articolo è poi stato pubblicato su questo blog alla data del 27.7.05, vedi sopra)

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ricevuto da Roberto Martina:


il comunicato del Prc:

PRIMARIE: MARTEDÌ A ROMA
PRESENTAZIONE DELLA CANDIDATURA DI BERTINOTTI


Martedì 26 luglio alle ore 15 a Roma,
presso la libreria "Amore e Psiche"
in Via Santa Caterina da Siena 61 (vicino Piazza del Pantheon) verrà presentata la candidatura di Fausto Bertinotti alle primarie dell’Unione dell’8 e 9 ottobre.

La presentazione sarà moderata dal giornalista Darwin Pastorin.

http://www.rifondazione.it/vm/cs/2005/0507211740.htm

_________________
la rivista
IL SOGNO DELLA FARFALLA 3/2005
è disponibile presso la Casa Editrice,

la libreria Amore e Psiche
e negli altri abituali punti vendita

Libreria Amore e Psiche
via s. caterina da siena, 61 roma
info:06/6783908 amorepsiche2003@libero.it
i nostri orari: lunedi 15-20
dal martedi alla domenica 10-20

scopri tutte le novità sul blog:

http://www.amorepsichelibreria.splinder.com/

la rivista è a Firenze, come sempre
da STRATAGEMMA
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Annelore Homberg all'Università di Foggia

Elio Carpitella comunica:


le registrazioni delle lezioni del corso sulle pari opportunità


"Il dramma del rapporto uomo donna"

tenute a Foggia dalla
prof.ssa Annelore Homberg

nelle seguenti date:

9-16-23 maggio 2005 6-13-20 giugno 2005

sono adesso tutte disponibili
sul sito dell'Università di Foggia

possno essere viste on line e scaricate sul proprio hard disk
collegandosi a questa pagina:

http://www.media.unifg.it/pariopportunita/popp.htm


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venerdì 22 luglio 2005

messaggi ricevuti:

Claudio Corvino ha pubblicato sul suo forum un'intervista (con qualche foto) a Marco Bellocchio ripresa da una rivista.

Ecco il link per vederla:

http://www.freeforumzone.com/viewmessaggi.aspx?f=17453&idd=3227
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in preparazione delle primarie di ottobre, Roberto Martina segnala questo sito che è stato appena aperto:

http://www.faustobertinotti.it/
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F.Ceccarelli invia questo testo tratto da doctornews.it e ripreso dal British Medical Journal

Psichiatria
Antidepressivi: efficacia esagerata?

I dati clinici pubblicati finora non sono sufficienti a supportare un beneficio clinicamente significativo della terapia antidepressiva. La trasformazione dei dati continui in dati categorici, la regressione alla media e la presentazione selettiva dei dati derivanti dagli studi sui farmaci possono spiegare i benefici finora indicati. Probabilmente un farmaco veramente in grado di alleviare specificamente la depressione non esiste, ed i cosiddetti antidepressivi sono farmaci che agiscono su altre cose, come la sedazione o la stimolazione di chi li assume. L'autrice si dice scettica sull'esistenza di una sindrome depressiva a livello biochimico, nonostante le affermazioni delle case farmaceutiche ed alcuni studi psichiatrici. La depressione dovrebbe essere dunque un problema da affrontare senza farmaci, in quanto i pazienti devono affrontarla con sé stessi. Secondo un'altra corrente di pensiero, invece, questo è un approccio sociologico radicale volto ad accettare qualsiasi compromesso per negare l'esistenza di patologie mediche che influenzano il cervello, come se quest'ultimo fosse inviolabile e le cerebropatie fossero impossibili, il che rappresenta un punto di vista notevolmente distorto. (BMJ 2005; 331: 155-7)
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ricevuto da I.D.

La Stampa 22.7.05
Semerano

il nemico giurato degli indoeuropei
MORTO A 94 ANNI IL GRANDE ETIMOLOGISTA
Maurizio Assalto

EMANUELE Severino ha definito i suoi libri «una festa dell’intelligenza», Massimo Cacciari ha riconosciuto che alle sue «straordinarie ricerche» doveva «moltissime indicazioni e suggestioni per tutta la dimensione etimologica» del proprio Arcipelago. Scelti, ma pochi - entusiasti - ammiratori. In parte si può spiegare con la difficoltà della materia, in parte no. La vicenda di Giovanni Semerano, morto la scorsa notte a Firenze, a 94 anni compiuti, è malinconicamente esemplare.
Studioso difficile da incasellare - filologo, linguista con una preponderante attenzione per le etimologie, nato a Ostuni ma fiorentino d’adozione, allievo di Bignone, Pasquali, Devoto, Migliorini - Semerano è risultato ancora più ostico al mondo dell’accademia, che gli ha inesorabilmente sbarrato le porte. Amaro destino di chi si pone fuori dai conformismi culturali, accetta di apparire fuori posto, fuori tempo - essendo forse in anticipo sui tempi. La sua opera è consegnata ai libri: il monumentale Le origini della cultura europea, quattro volumi frutto di quarant’anni di studi, pubblicati tra l’84 e il ‘94 da Olschki, e poi i più agili L’infinito: un equivoco millenario, Il popolo che sconfisse la morte e La favola dell’indoeuropeo, tutti usciti da Bruno Mondadori, l’ultimo pochi mesi fa.
Ed è emblematico che l’estrema sua fatica sia diretta ancora una volta, risolutamente, contro l’idolo polemico di una vita: l’indoeuropeo è per Semerano un fantasma linguistico senza riscontri nella storia, una creazione artificiale elaborata alla fine del ‘700, e da allora assunta a verità. Peccato che con l’ipotesi di un’origine indoeuropea che accomunerebbe gran parte degli idiomi, in Occidente e non solo, dall’antichità ai giorni nostri, molte etimologie restino oscure. E peccato che di una popolazione «indoeuropea» la storia e l’archeologia non conservino tracce, mentre ne sono rimaste, e abbondanti, dei latini e dei greci e degli ebrei e delle diverse genti che hanno abitato per millenni la Mesopotamia.
La Mesopotamia, ossia l’odierno Iraq: eccola la chiave per penetrare nel mistero delle lingue. Tutte le nostre parole avrebbero una aurorale origine nella terra tra i due fiumi, e attraverso le conquiste di Sargon il Grande, il fondatore dell’impero di Akkad, nel III millennio a. C., si sarebbero sparpagliate in lungo e in largo tra Europa e Asia, permeando il sentire, determinando le categorie mentali. Per esempio la parola Italia: non viene da vitulus, vitello - essendo la i di vitulus breve, mentre quella di Italia è lunga - ma dall’accadico atalu, terra del tramonto. Esattamente come Europa, dall’assiro erebu, erabu, offuscarsi, Occidente.
Su alcuni degli accostamenti proposti da Semerano si può discutere, così come di una certa eccessiva fiducia iperetimologista - quasi che il significato delle parole riposasse per sempre nella loro origine e non nell’uso che ne viene fatto dalla comunità dei parlanti, dalla loro presente «intenzione» comunicativa. Ma certo la lettura dei suoi libri, con il gioco mirabolante dei rimandi e l’ineguagliabile conoscenza linguistica che vi si riverbera, resta un piacere ricco di spunti. E la sua impresa, un titanico tentativo di reductio ad unum: quasi a contrastare gli effetti perversi di Babele.

martedì 19 luglio 2005



È stato da poco pubblicato e sarà disponibile
presso la libreria “Amore e Psiche”:


A.A.V.V. Dell’Apocalisse. Antropologia e psicopatologia in Ernesto de Martino (a cura di B. Baldacconi e P. Di Lucchio), Guida Editore, Napoli, 2005, pp. 152, € 10,20.

Un libro da leggere accuratamente per scoprire come tre psichiatri (Callieri, Jervis, Maldonato), due antropologi culturali (A. Buttitta, I. Chambers), un filosofo (F. Leoni), uno storico (E. Galli della Loggia) finiscano per riproporre nient’altro che un confuso “agglomerato” di proposizioni fritte e rifritte da decenni; mancando del tutto il bersaglio di individuare alcuni – seppur embrionali – “nuclei vitali” del pensiero del grande antropologo.
… sfugge loro del tutto che la celebre frase di K. Marx (nell’Introduzione ai Grundrisse), «L'anatomia dell'uomo fornisce una chiave per l'anatomia della scimmia», è pregnante anche rispetto al rapporto tra la teoria di Massimo Fagioli (“Scienza della psiche umana” – Analisi Collettiva) e le ricerche psicopatologico-antropologiche di Ernesto de Martino.

Roberto Altamura

citato al Lunedì
l'intervento del 18.7 sull'Unità del prof. Cancrini

l'Unità 18 Luglio 2005
Fanatismo normalità e follia
Luigi Cancrini

Leggo le storie degli attentatori kamikaze e mi chiedo: sono persone normali? L'appartenenza ad un gruppo può far perdere il senso della realtà fino a questo punto? Il fanatismo può essere considerato un problema individuale o dipende piuttosto da una pressione che si esercita dall'esterno?
Barbara Franchi

La questione è complessa. Nel suo celebre saggio sulla psicologia delle masse Sigmund Freud notava, quasi un secolo fa, gli effetti che la pressione del grande gruppo può esercitare sulla mente del singolo. La profondità della regressione che può determinarsi nella persona che vive immersa in una atmosfera di tensione e di violenza è esperienza comune, del resto, per ognuno di noi. Difficile pensare che fossero davvero tutti «malati di mente» i soldati tedeschi coinvolti nelle tragedie dei campi o nella messa in opera dei provvedimenti ispirati alle leggi antiebraiche. Così come è difficile (o troppo facile o troppo riduttivo) pensare, oggi, che siano tutti «matti» gli attentatori. Come è smentito, del resto, da quelli che li hanno conosciuti, che hanno vissuto accanto a loro, che avevano con loro (o pensavano di avere con loro) una relazione affettuosa o amicale. La verità è che, probabilmente, quello di cui abbiamo bisogno per capirne di più è un cambiamento profondo del nostro orientamento e del nostro giudizio in ordine alla normalità. Nel campo specifico della salute mentale (e in molti altri campi) l'idea di poter tracciare un limite netto fra normalità e follia, fra malattia e salute non è più in grado di guidarci nella comprensione del reale. Una distinzione più utile potrebbe essere forse quella fra comportamenti ragionevoli e comportamenti poco o per nulla ragionevoli, fra comportamenti sani e comportamenti pazzi. Fermo restando, però, che comportamenti di tutti e due i tipi possono continuamente essere messi in opera dalla stessa persona e che le persone differiscono fra loro non in rapporto ad una teorica appartenenza al gruppo dei normali o a quello dei pazzi ma solo in rapporto alla maggiore o minore facilità con cui si comportano in modo meno ragionevole e alla centralità che le condotte meno ragionevoli assumono, a volte, nella loro vita. Come se ognuno avesse una sua soglia per la regressione e come se l'esistenza di questa soglia permettesse all'osservatore di distinguerle quantitativamente invece che qualitativamente: anche se confrontando soggetti ai due estremi della scala che misura la soglia si può avere l'impressione di persone diverse anche qualitativamente.
Una chiave di lettura interessante per capirne di più è, a questo punto, quella offerta dagli studi moderni sui disturbi di personalità: del tipo istrionico o narcisistico, borderline, antisociale o misto. Caratterizzati tutti dalla facilità con cui chi ne soffre ragiona e/o si comporta in modo fastidioso o dannoso per sé e/o per gli altri in situazioni di tensione o di difficoltà, questi disturbi portano in un certo numero di casi alla richiesta d'aiuto psichiatrico (sotto forma, per esempio, di problemi legati alla tossicodipendenza, alla depressione o al cosiddetto disturbo bipolare) o alla necessità di un intervento repressivo (quando si rivelano con un reato e quando l'autore del reato viene identificato) ma restano, in molti altri casi, fuori da qualsiasi tipo di intervento correttivo: seminando infelicità e dolore in chi ne soffre e in chi ne patisce le conseguenze. Come ognuno di noi può verificare facilmente, del resto, quando assiste ad una lite di traffico, ad un incidente di stadio, ad una baruffa parlamentare o ad una separazione violenta: ad una di quelle situazioni, cioè, in cui la non ragionevolezza del comportamento non dà luogo a interventi di tipo psichiatrico o repressivo. In che senso gli studi sui disturbi di personalità ci possono aiutare, tuttavia, a capirne di più sulle follie che sconvolgono il mondo?
Torniamo, per un attimo, alla scala dei valori di soglia che abbiamo tracciato più sopra e che vede ai suoi estremi, per esempio a destra, le persone estremamente sagge che non hanno mai o quasi mai comportamenti non ragionevoli e, a sinistra, quelle «pazze» che ne hanno troppo spesso. Si tratta, come abbiamo detto, di una linea continua capace di segnalare differenze quantitative fra persona e persona. Ebbene, quello che noi possiamo dire oggi è: (a) che i disturbi di personalità possono essere diagnosticati, se si usano strumenti adeguati, nel 30% degli esseri umani: delle persone, cioè, collocate nel terzo di sinistra della nostra scala; (b) che, osservate nel tempo, le persone che si collocano nella parte centrale e comunque non troppo lontano da questo terzo possono ricevere la stessa diagnosi se le condizioni della loro vita si fanno più difficili; (c) che alcune delle persone che si trovano all'interno di questo terzo più patologico possono uscirne se vengono aiutate: dalla vita o dalla terapia.
Semplificando molto, quello che queste ricerche aggiungono alle osservazioni di Freud sulla follia del gruppo può essere sintetizzato in questo modo.
La pressione del grande gruppo attiva dei comportamenti anormali nelle persone in rapporto a quelli che sono i loro specifici valori di soglia. Tensioni sociali o politiche violente reclutano prima di tutto persone caratterizzate da un equilibrio incerto che trovano un modo semplice di canalizzare una loro difficoltà di affrontare in modo integrato e maturo la realtà della loro vita. Il rapporto ipotizzato da molti osservatori sul modo in cui le manifestazioni di odio razziale di Leeds hanno contribuito alla progettazione degli attentati di Londra probabilmente esiste, dunque, nella misura in cui fenomeni sociali di questo tipo innescano, da una parte e dall'altra, lo sviluppo di comportamenti sempre più irragionevoli nelle persone più esposte. L'immagine degli sleepers può essere utilizzata, dal punto di vista psicopatologico, anche per dire questo: che la costruzione nel tempo di un numero più o meno alto di «attentatori» dipende soprattutto dalla quantità di odio e di tensione che circola negli ambienti in cui vivono persone giovani in difficoltà. Mettendoci di fronte alla necessità di lavorare a quel livello se davvero vogliamo che le cose cambino. Anche se sono ancora pochi, mi pare, quelli che se ne accorgono davvero.

la legittimità della legge 40 al vaglio della Corte Costituzionale

ricevuto da Paolo Izzo:

Da Nuova Agenzia Radicale di oggi
Legge 40. La Corte Costituzionale si pronuncerà sull’art.13

Fallito il referendum, a pronunciarsi sulle contraddizioni della legge 40 sarà, come ampiamente previsto, la Corte Costituzionale, chiamata a dare un giudizio sulla legittimità dell’articolo 13, dopo che il Tribunale di Cagliari ha sollevato la questione.
"Era inevitabile che ciò accadesse", ha dichiarato Laura Pisano, presidente dell'associazione 'L'altra Cicogna' di Cagliari. Siamo stati tutti in prima linea per il referendum - aggiunge -, il mancato raggiungimento del quorum non significa che la battaglia contro la legge 40 sia finita, significa solo che alcuni italiani hanno scelto di non scegliere. Siamo fiduciosi, ora nella decisione della Consulta".
Filomena Gallo, presidente dell'associazione Amica Cicogna Onlus, e Gianni Baldini, consulente legale dell'associazione Madre Provetta, dichiarano: "Finalmente un magistrato che, in modo serio e scrupoloso, legge le contraddizioni della legge 40 che se da un lato vieta qualunque intervento sull'embrione, dall'altro ammette la ricerca clinica e sperimentale eseguita per ragioni terapeutiche e diagnostiche che tutelino la salute e lo sviluppo dell'embrione".
E, in questo caso - continua Baldini - la diagnosi non dovrebbe avere alcun limite.
Soprattutto, se a richiederla fosse una coppia legittimata a conoscere lo stato di salute dell'embrione, come nel caso della coppia di Cagliari portatori sani di beta talassemia".
red.

un orientamento nient'affatto rivoluzionario...
sperare nell'aikido?

ricevuto da Gianluca Cangemi

Liberazione 13.7.05
Violenza
Sulla natura umana

Sergio Morra
professore associato di Psicologia generale, Università di Genova

Cara "Liberazione", qualche giorno fa la lettera di una ragazza descriveva un episodio di violenza fascista cui aveva assistito e si chiedeva che gusto potesse esserci nel compiere azioni così stupidamente barbare. La condanna morale della crudeltà diventa predominante nella società moderna, ma la natura umana purtroppo ha profonde radici in milioni di anni di storia naturale dei mammiferi carnivori, degli ominidi, e infine delle prime società umane che della crudeltà facevano cemento politico, culturale e sociale (pensiamo ai circenses romani). E pur se è vero che la compassione è altrettanto radicata quanto la crudeltà nella natura umana, per noi persone civili non è facile estirpare da un giorno all'altro le abitudini e gli istinti crudeli dei nostri cospecifici. La crudeltà può sempre prevalere sulla compassione, specialmente in mancanza di un'educazione adeguata. Questi problemi sono ben analizzati in un articolo dello psicologo Victor Nell, intitolato "Cruelty's Rewards: The Gratifications of Perpetrators and Spectators", in corso di stampa su "Behavioral and Brain Sciences". A proposito dell'apprendere a gestire le proprie pulsioni aggressive, segnalo anche il libro di un grande maestro di aikido, André Cognard, "Vivre sans ennemi" (ed. du Relié, 2004). Egli sostiene che le arti marziali tradizionali orientali, e specialmente l'aikido, interpretate nella società "occidentale" contemporanea con un'operazione intelligentemente interculturale, possano avere un ruolo educativo notevole a questo riguardo. Segnalo questi testi all'autrice di quella lettera e agli altri lettori interessati. Purtroppo nessuno dei due è in italiano, ma se si vogliono idee non banali bisogna andare a cercarsele là dove sono.

lunedì 18 luglio 2005

è stato ospite della Libreria AMORE E PSICHE
Gianrico Carofiglio ha vinto il Premio Bancarella

Corriere della Sera 18.7.05
Premio Bancarella
Vince il giallo del pm Carofiglio

Il magistrato antimafia è al suo terzo romanzo: «Il mio nome dopo Hemingway, sono felicissimo»
Marco Gasperetti

PONTREMOLI (Massa Carrara) - Ha vinto la storia di un’amicizia borghese, struggente e oscura, ambientata in una Bari inquietante e di confine, in bilico tra modernità e tradizione. Il passato è una terra straniera di Gianrico Carofiglio (Rizzoli) si è aggiudicato ieri sera la 53° edizione del Premio Bancarella.
(...) Carofiglio, magistrato antimafia di Bari al terzo romanzo, pluripremiato e tradotto in tutto il mondo, (a ottobre su Canale 5 uscirà anche un serial tv dedicato all’avvocato Guido Guerrieri, protagonista dei due precedenti romanzi), non nasconde l’emozione. «Il primo Bancarella è stato assegnato a Ernest Hemingway, lo scrittore che più amo - dice -, per me è uno dei premi più prestigiosi al mondo. Sono felicissimo che sia stato questo mio ultimo romanzo a vincere. E’ un’opera di rottura, diversa da tutte le altre». Il passato è una terra straniera è l’opera più introspettiva di Carofiglio. Non è un giallo manicheo: i tre protagonisti, lo studente Giorgio, il prestigiatore baro Francesco e il tenente dei carabinieri Giorgio Chiti, vivono in mondi all’antitesi eppure trovano una solidarietà nei contraddittori sentimenti, di luce o di tenebra, che li attraggono nel dipanarsi dei fatti.
(...)

«la libertà sessuale delle donne è la cosa più importante»

Corriere della Sera 18.7.05
Ricerca della London School of Economics realizzato dall’italiana Pezzini
«La libertà della donna conquistata con la pillola»
Studio inglese: è stato il principale fattore di emancipazione
Alessandra Mangiarotti

Macché diritti di maternità e legge sul divorzio. E’ stata la pillola a rendere la donna davvero libera. Libera di scegliere se e quando avere un bambino. E quindi libera di studiare, lavorare, fare carriera, fare soldi ed essere felice. Insomma, è il controllo delle nascite il principale fattore di emancipazione dalla Seconda Guerra mondiale ad oggi. Lo dice uno studio inglese. Con tanto di numeri (e non slogan) alla mano.

LO STUDIO - I ricercatori della London School of Economics (Lse), coordinati dall’italiana Silvia Pezzini, hanno preso in considerazione i dati di 450mila donne inglesi e di 11 Paesi europei dal 1975. Quindi hanno incrociato il livello di soddisfazione delle ladies con le principali vittorie delle battaglie al femminile: leggi sull’aborto, contraccettivi, diritti di maternità e legge sul divorzio. Risultato: «Quello che ha reso davvero libere le donne è stato il controllo delle nascite. Mentre diritti di maternità e divorzio hanno avuto effetti trascurabili sul Welfare al femminile». Anzi: in alcuni casi «effetti negativi». Per intenderci: «Quello che le donne guadagnano grazie ai congedi maternità lo perdono sul piano dell’idoneità professionale», mette in guardia la Pezzini. Che va oltre: «L’obiettivo del governo Blair di portare il congedo pagato a 12 mesi difficilmente aiuterà la causa delle donne».

LIBERTÀ RAGGIUNTA - La pillola è stata introdotta in Inghilterra per le donne sposate nel 1961. E la responsabile dello studio libertà-uguale-pillola evidenzia: «Le ladies che all’epoca erano in età fertile hanno registrato un aumento del livello di benessere». Vale a dire: più donne laureate, più donne al lavoro e al lavoro con mansioni di responsabilità. E in Italia? La pillola è arrivata a fine Anni Sessanta. La legge sul divorzio nel ’70. Quella che tutela le madri sul luogo di lavoro nel ’71 e quella sull’aborto sette anni dopo. Tutti d’accordo sul fatto che lo studio inglese sancisca una sacrosanta verità. Ma guai ad incoronare la pillola regina di tutte le vittorie rosa.

IN ITALIA - E’ innegabile: «Riuscire a controllare la nascita di un bambino è fondamentale per pianificare la carriera, oggi uno dei principali metri di libertà», commenta «da economista e non da donna» Cristina Bombelli, coordinatrice del laboratorio «Armonia» alla Bocconi di Milano. «Sicuramente il divorzio ha un’incidenza minore sulla gestione della propria vita. E se in Inghilterra gli effetti del congedo maternità sono penalizzanti, nella permissiva Italia sono addirittura deleteri». Parola di imprenditore: «Soprattutto di piccolo e medio imprenditore (il 90%) che ammette senza veli di preferire assumere un uomo proprio per colpa di quei permessi rosa».

IL DIBATTITO - L’avvocato Mariagrazia Campari mette però le mani avanti: «Non facciamo sponsorizzazioni farmaceutiche: le conclusioni dello studio inglese sono sacrosante (non illuminanti). Ma tutte le battaglie hanno pari dignità». La psicoterapeuta Anna Salvo aggiunge: «E’ impossibile dire se è stata più la pillola del divorzio a dare libertà. Di sicuro il confetto rosa ha permesso alle donne di riappropriarsi del proprio corpo e del proprio tempo». E la sociologa Chiara Saraceno: «Da sola però non basta a dare libertà. Prima dei comportamenti sessuali le donne hanno cambiato la testa». Quanto ai diritti per le mamme lavoratrici: «Se i congedi maternità li possono prendere solo le donne, beh, questo le penalizza. Ma come dice un’indagine dell’Ocse proprio l’alta occupazione femminile, insieme a politiche flessibili, aiuta la fecondità». Perché va detto: «La pillola è importante così come lo sono l’accesso al lavoro (qualificato) e il riuscire a conciliare lavoro e famiglia, a essere mamma lavorando». Del resto gli effetti collaterali sono in agguato. Come quelli di cui l’attrice Jennifer Aniston è diventata l’emblema: ha rotto con il suo Brad Pitt e le malelingue giurano che la causa sia stata proprio la sua riluttanza a interrompere la carriera per diventare mamma.

Corriere della Sera 18.7.05
«No, la svolta iniziò con la lotta contro la famiglia tradizionale»
Mariolina Iossa

Scrive il Times: «Dimenticate le leggi sul divorzio e sull’aborto, è stata la pillola a rendere le donne libere». Davvero è così, davvero le battaglie delle donne, il movimento femminista, hanno contato assai meno, quasi nulla, lungo il cammino della emancipazione femminile? Davvero basta solo la contraccezione per far sentire una donna veramente libera? «Per carità - replica la storica Anna Bravo -. La pillola è stata, ed è importantissima. La pillola previene le gravidanze indesiderate e impedisce di dover ricorrere all’aborto. Ma io credo che sia solo una concausa. Forse le donne più giovani, quelle che hanno ereditato i risultati delle battaglie femministe, hanno risposto in questo modo al questionario perché guardano alla pratica. Ma chi riceve l’eredità deve comunque agire, deve mettersi in gioco, non può fermarsi lì». E allora guardiamo indietro, raccontiamo com’è andata. «Ci sono state le lotte, le battaglie di tante donne che rifiutavano un modello rigido imposto dalle famiglie. La pillola è del ’60 ma in Italia, fra l’altro, c’era una legge che vietava di propagandare i sistemi di controllo delle nascite e l’Aied, sorto già dal ’53, subì numerose denunce».
Dunque, il fermento, la voglia di riscatto parte ben prima della pillola. «Sì, certo, possiamo dire che la pillola si inserisce dentro una tendenza. Già le ragazze degli anni Cinquanta, e cito il saggio di Simonetta Piccone Stella, avevano voglia di cose nuove, lo dicevano in modo pasticciato, confuso, ma cercavano una propria strada, respingevano il modello di moglie, madre, lavoratrice perfetta. Un modello che richiedeva uno sforzo immenso». Ma che cosa volevano? «Cose diverse, viaggiare, ascoltare la musica, andare al cinema. Ma non volevano risolvere tutta la loro vita dentro la famiglia».
E dopo c’è stata la presa di coscienza, la lotta per una maggiore libertà, una lotta anche politica. «Una giovane donna non vuole crescere ossequiosa, rispettosa delle regole degli adulti. Così all’inizio litiga dentro la famiglia, nello sforzo di rompere i modelli chiusi. La pillola arriva dentro questa tendenza, e certamente contribuisce a dare maggiore sicurezza. Ma le leggi sul divorzio e sull’aborto, leggi sacrosante, sono quelle che hanno dato alle donne la possibilità di scelta. Io non penso che il divorzio e l’aborto siano qualcosa di rivoluzionario. Nell’esperienza personale significano anche lutto, dolore. Ma non si possono cancellare. Sono strumenti per creare le condizioni di libertà. Poi, nella pratica, ognuno si libera da solo. La libertà non è una cosa che si ottiene, che viene regalato, concesso o consegnato».

Spoletoscienza 2005

l'Unità 18 Luglio 2005
Spoletoscienza 2005
di Cristiana Pulcinelli

Tra soli trent'anni la vita di noi esseri umani potrebbe non essere più la stessa. Potremmo, ad esempio, aver spostato il momento della morte molto più avanti nel tempo: a cento anni e oltre. I nostri organi malati potrebbero venire sostituiti. Potremmo aver sconfitto malattie come il cancro e potremmo curarci inserendo nel nostro organismo geni e cellule. Potremmo anche progettare figli in modo che siano sicuramente sani, ma anche che abbiano qualche chance in più per cavarsela grazie alla manipolazione genetica dell'embrione.
Tutte queste cose, se si realizzassero, cambierebbero radicalmente non solo la nostra vita individuale, ma la società nel suo complesso. A tal punto che suscitano timore e, in qualcuno, anche voglia di fermare la ricerca, come si è visto in occasione del referendum sulla fecondazione assistita. Cosicché immaginare il futuro non è più solo un esercizio letterario, ma un obbligo morale.
A Spoletoscienza, l'incontro annuale organizzato dalla Fondazione Sigma Tau, sabato e domenica scorsi si è discusso proprio di come i progressi della genetica e della biologia potranno alterare il destino dell'umanità. C'è chi vede la situazione più rosea e chi invece avverte che i tempi saranno lunghi, la fatica immensa e le implicazioni non prive di rischi. Ma tutti sono d'accordo sul fatto che il futuro è già cominciato.
Tra i più ottimisti si annovera Aubrey De Grey, ingegnere elettronico e biologo inglese. De Grey è convinto che l'invecchiamento non sia inevitabile e che quindi vada evitato. Già conosciamo tutti i fattori che portano all'invecchiamento e presto scopriremo tecnologie per intervenire su questi fattori. Ma la cosa interessante, dice l'inglese, è il concetto di velocità di fuga: se tra trent'anni un uomo allungherà la vita di trent'anni, nei trent'anni successivi le terapie saranno ancora più avanzate e, quindi, l'uomo potrebbe avere altri trent'anni di vita da aggiungere ai primi trenta. Di trent'anni in trent'anni, si potrebbe giungere a vivere mille anni. Obiezioni? Pensiamo che queste ricerche non vadano portate avanti perché non vogliamo una società senza bambini o perché non vogliamo che i dittatori vivano in eterno, o perché pensiamo sia più giusto spendere soldi per salvare gli africani? Chi siamo noi - ribatte De Grey - per imporre i nostri valori sul futuro? Le decisioni spetteranno a chi avrà le terapie antiinvecchiamento.
Più problematico l'intervento di Gregory Stock, dell'Università della California. Stock è convinto che nei prossimi anni dovremo affrontare molte sfide: la possibilità di modificare la nostra biologia, di affidarci alla farmacologia per gestire le emozioni e, soprattutto, i progressi della biologia riproduttiva che cambieranno il modo di fare i figli. Tutte queste strade verranno percorse, dice Stock, perché abbiamo sempre usato la tecnologia per migliorare la nostra vita. Temiamo di abusare di queste tecnologie? Ebbene, sicuramente ne abuseremo. Abbiamo paura che modificheranno il significato di ciò che siamo? Sicuramente lo faranno. Ma proibirle non ha senso, perché qualcuno in qualche parte del mondo le farà lo stesso, in modo forse meno democratico.
Gli italiani sono rimasti più con i piedi per terra. Claudio Franceschi, immunologo esperto di invecchiamento, ha raccontato i risultati della sua ricerca sui centenari che sono sempre di più. Perché alcuni individui vivono molto più della media? Sembra che la risposta stia nella capacità di adattarsi agli stress e ai danni cui sono esposti, sia dal punto di vista biologico che mentale.
Giuseppe Macino, biologo cellulare, ha aperto una finestra sulle possibili applicazioni terapeutiche di una scoperta recentissima: i piccoli Rna. Sono molecole che hanno compiti importantissimi come controllare la proliferazione e la morte delle cellule. Studiarli ci potrebbe permettere in un futuro di curare malattie come il cancro.
E infine Giulio Cossu, direttore dell'Istituto di ricerca sulle cellule staminali del San Raffaele di Milano, ha spiegato quali sono progressi e difficoltà nella ricostruzione e nella riparazione degli organi e dei tessuti. Oggi siamo in grado di ricostruire epidermide, cornea, sangue, ossa. Per gli altri il lavoro sarà ancora lungo. Tuttavia, i problemi etici ed economici che queste ricerche comportano vanno affrontati ora. Perché una volta scoperte queste cure, sarebbe inammissibile che una società che si definisce civile non le fornisca.