venerdì 5 settembre 2003

Buongiorno, notte: L'Eco di Bergamo

L'Eco di Bergamo 5.9.03
Le «Br» di Bellocchio, più in trappola di Moro
I terroristi, nel film sul rapimento dello statista, visti nella quotidianità. E senza indulgenza
Il regista Marco Bellocchio con gli attori Maya Sansa e Luigi Lo Cascio alla presentazione del film Buongiorno, notte
di Marco Dell'Oro

VENEZIA Dieci minuti di applausi scroscianti, nel sottofinale, con la musica dei Pink Floyd che accompagna Aldo Moro fuori dalla prigione, liberato in un sogno impossibile, straziante e dolente. E ancora applausi sui titoli di coda, con le immagini dei telegiornali d'epoca, i funerali di Stato, i primi piani di politici, ministri e sindacalisti, Ingrao, Almirante, Lama, Cossiga e Zaccagnini impietriti dal dolore, Craxi, Andreotti, Leone.
Buongiorno, notte è un film che colpisce come un colpo secco di fucile: spietato faccia a faccia con il nostro passato, chiamata obbligatoria davanti alla febbre del dolore e del ricordo. Marco Bellocchio corre per il Leone d'oro con un'opera che vi tiene sempre in allerta per l'incombere di frementi inquietudini, e alla fine vi lascia un sordo malessere, come un'oscura ferita. Il titolo è tratto da una poesia di Emily Dickinson, che in verità si chiama: Buongiorno, Mezzanotte . La poetessa immagina di essere stata scacciata dal Giorno, cui aveva chiesto ospitalità, e quindi è costretta a tornare a vivere nella Notte. «Buongiorno, Mezzanotte, tu non sei così bella. Io avevo scelto il Giorno, ma ti prego accetta la bambina che lui ha cacciato lontano da sé».
Luce e buio, ragione e torto, coraggio e paura. Centrifugati dentro un'atmosfera claustrofobica come il covo di via Montalcini, i tormenti interiori agitano le veglie insonni della notte della ragione. È notte anche di giorno, nella prigione invisibile del leader Dc. Bellocchio, che nel 1965 aveva terremotato il cinema italiano con il suo lungometraggio d'esordio, I pugni in tasca , adesso «rifiuta» la Storia. Naturalmente si è documentato, ha letto le lettere di Moro e il libro di Anna Laura Braghetti (fu lei che acquistò l'appartamento in via Montalcini dove Moro venne tenuto prigioniero). Ma al di là del fatto che nel libro sono descritti episodi che poi nel film ha liberamente sviluppato e ampiamente tradito, conta lo spirito della pellicola e il suo equilibrio emozionale tra verità storica e finzione cinematografica. Bellocchio elude la cronaca per concentrarsi sull'interiorità dei personaggi. Prende dalla cronaca quel che gli serve per costruire la «sua» tragedia. Aveva bisogno di una forza di movimento, che limasse certezze per lasciare il posto a scintille di contraddizione, reazione, ribellione. L'ha trovata inventando un personaggio femminile straordinario.
Il cuore del film non è Moro, ma i sommovimenti dell'anima dei suoi carcerieri. Bellocchio ammette di essersi voluto inventare qualcosa di «falso», di «infedele». La differenza con Paolo Benvenuti, di cui abbiamo ancora negli occhi i suoi Segreti di Stato , è evidente. Uno fa i conti con controversi retroscena della Storia (pur senza mai dimenticare che di mestiere fa il regista, non lo storico), l'altro scandaglia i recessi dell'animo umano.
In Buongiorno, notte tutto è visto con gli occhi di una donna, Chiara (ispirata ad Anna Laura Braghetti, ha il volto di Maya Sansa), giovane terrorista e giovane idealista che nutre una sincera fiducia nella rivoluzione. Quel che vediamo di Moro e dei suoi carcerieri lo vediamo attraverso il suo sguardo, talvolta perso, spesso impaurito, inconsapevolmente (o consapevolmente, chissà) miope sulla realtà che la circonda. Sta commettendo un delitto eppure, di contro, è chiamata a vivere la normalità del quotidiano con i suoi ritmi di sempre: ufficio, colleghi e un ragazzo che sembra leggerla nel profondo, più di quanto lei stessa riesca a fare.
Combatte anche lei, certo, ma combatte con le sue emozioni e non è facile come nella lotta di classe. Si scopre in conflitto con i suoi compagni. La forza del passato non basta più per tenere insieme le crepe del presente. L'utopia rivoluzionaria ha perso il suo fascino e si sbriciola a contatto con il nemico, se il nemico è un prigioniero inerme e il prigioniero e lì, in casa con te, mangia la minestra che gli prepari tu, e scrive lettere alla moglie che poi tu leggi senza riuscire a trattenere le lacrime perché ti ricordano quelle che ti faceva leggere tuo padre, quando eri bambina, le lettere dei condannati a morte della Resistenza. Perché quelli erano gli anni, e non altri, erano gli anni Settanta, rivoluzionari a modo loro, non il modo migliore, beninteso, ma uno dei tanti e possibili per chi non voleva sceglierne altri. Guarda caso Bertolucci, proprio qui a Venezia, ha detto che il '68 è finito nel 1978: «Con la morte di Moro è finito un sogno». Una delle cose che più fanno impressione, nel film, sono le parole. Più ancora che il taglio dei pantaloni e delle giacche, sono le parole a dare la misura del tempo che è passato da allora, trent'anni come trecento. I brigatisti, soprattutto Moretti (che ha il volto di Luigi Lo Cascio) usano un vocabolario e una sintassi di pensiero che a molti giovani d'oggi potrebbe far pensare, forse, a un reperto da museo. Chi nel '78 aveva 20 o 40 anni, e a quel tempo ragionava in un certo modo, magari può capire. Ma che cosa dirà, oggi, un ragazzo di vent'anni, ascoltando questa frase: «Noi, presidente Moro, la uccidiamo per difendere gli operai delle fabbriche». Bellocchio è bravissimo a mostrare che lo scollamento c'era anche allora. Mostra i telegiornali d'epoca, il famoso comizio in cui Lama nega che si stia vivendo una guerra civile e accusa i brigatisti di essere assassini: i sequestratori, gli occhi incollati alla televisione, ascoltano increduli, e ancora più increduli, quasi sgomenti, ascoltano gli applausi a Lama da parte degli operai: «Ma come, applaudono?!». Le risposte del capo brigatista alle debolezze dei compagni (poter uscire dal covo per vedere la fidanzata, i dubbi sulla sorte del prigioniero) sono sempre risposte intimidatorie, il gesto di chi esclude dal tempio i profanatori. È proprio la pietas che a quel tempo si voleva fortissimamenente sopprimere: per sostituirla con qualcosa d'altro, chissà che cosa, di certo una cosa dura come l'algebra. Torbido inganno, schermo invisibile o impossibile difesa dai soprassalti del rimorso? Se ci è concessa una citazione fuori moda, e senza scandalizzare nessuno, anche il dottor Zivago all'inizio è entusiasta della rivoluzione. Ma quando, cento pagine dopo, l'illusione s'è dissolta, ammette: «Con la violenza non si ottiene niente. Al bene si deve giungere attraverso il bene». Bellocchio non ha uno sguardo indulgente sui carcerieri, no davvero. Meglio tenerli in tasca, i pugni, piuttosto che usarli per stringere pistole. Ricordando sempre che perdonare non è un dovere, ma una risorsa da scovare nel più intimo di sé.

I familiari sono divisi la critica è favorevole
di Alessandra Magliaro

VENEZIA La rappresentazione della tragedia finita il 9 maggio '78 con il corpo di Moro a via Caetani e la finzione del percorso umano di un personaggio che contraddice scelte e sogni. Marco Bellocchio tenta di allontanare cronaca e politica e riportare tutto al cinema con il «suo» sequestro Moro di Buongiorno notte. «L'oggetto del mio film non è la verità storica. Non mi ha interessato, pur essendo argomento di fondamentale importanza, capire chi c'era dietro i terroristi, affrontare quel dibattito sul complotto che per anni ci siamo portati dietro». Da lì, spiega il regista, «l'invenzione di Chiara, il personaggio interpretato da Maya Sansa, che ad un certo punto reagisce, come invece non è avvenuto nella storia vera».
Bellocchio svela che nelle prime stesure di sceneggiatura Moro non si doveva neppure vedere, «si doveva ascoltare solo la sua voce. Volevo fare quello che mi è più congeniale, girare dentro le case, filmare questa finta vita di famiglia e poi rischiare di guardare dentro la cella del prigioniero». Si aspetta polemiche politiche? Risponde con una battuta Bellocchio: «Qualcuna sì, ma più da sinistra che da destra. Magari mi rimprovereranno di aver trattato male i terroristi». Fra i tanti a congratularsi col regista, il figlio di Aldo Moro, Giovanni. «Si tratta della questione di come mai, in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi né cercare seriamente di liberare il prigioniero»: così, sottolineando il cuore del problema, si conclude la lettera che Giovanni Moro ha scritto all'amministratore delegato di Rai Cinema Giancarlo Leone per ringraziarlo del film.
Di diverso parere invece era stata nei primi giorni del Festival la figlia dello statista Maria Fida: «A tutti non posso che ripetere quello che vado dicendo da 25 anni: Basta, pietà». Maria Fida Moro si era lamentata con il regista e la produzione per i ritardi con cui la famiglia era stata informata delle riprese, e ancora: «Ho capito che il film era collegato al libro di Anna Laura Braghetti ed è stato questo che ha provocato quello che ora non so se definire rammarico, rabbia, profondo dolore o tutto insieme: non è possibile che chiunque, tranne noi, possa parlare del caso Moro. In particolare, non è possibile che chi ha sequestrato e ucciso mio padre possa scrivere libri, fare film, partecipare a dibattiti televisivi, ottenere interviste».

Buongiorno, notte: il Resto del Carlino

il Resto del Carlino 5.9.03
Nella prigione di Moro
l'incubo dell'Italia
di Andrea Martini

VENEZIA — Scandaloso nel senso evangelico di fertile e coraggioso portatore di novità (e non in quello abusato di trasgressione) "Buongiorno, notte" di Marco Bellocchio, terzo e ultimo film italiano in concorso alla Mostra, salutato al termine della proiezione da prolungati applausi, è sorprendentemente libero di suggestioni ideologiche, assolutamente estraneo a ragionamenti politici e si propone come riflessione su individui, soggetti, menti e cuori del più sconvolgente e tragico avvenimento nazionale dell'ultimo quarto di secolo.
Marco Bellocchio racconta, con semplicità assoluta, rigore formale, e partecipazione emotiva i giorni del sequestro Moro trattando l'argomento come se tutti gli aspetti storico-mediatici che ci hanno perseguitato e ci perseguitano (perché Moro?, chi dietro le BR? quali complicità?) non lo riguardassero e così facendo riesce a riportare il fatto nel suo vero ambito: un intreccio di atrocità e banalità.
Diciamolo subito: è questo uno dei rari casi in cui un'opera cinematografia, lo voglia o no, contribuisce alla comprensione di un avvenimento storico. Dalla proiezione del film si esce turbati e consapevoli di aver vissuto o rivissuto la trama non necessariamente identica alla realtà ma sicuramente vera di un incubo.
Sulle tracce delle lettere di Moro, di molti altri atti e testi, ma anche del libro memoria della carceriera Anna Laura Braghetti, "Buongiorno, notte" (titolo indovinato come pochi, da un verso di Emily Dickinson) ci introduce nella prigione covo in cui il presidente della Dc fu nascosto dal mattino del sequestro a quello della sua morte. Cominciamo dal finale. Bellocchio ce ne propone uno doppio: accanto a quello dell'odiosa esecuzione (non vista) osserviamo Moro (Roberto Herlitzka) infilarsi un soprabito e abbandonare, indisturbato, il covo in una fresca alba di primavera. E' il frutto del sogno a occhi aperti della carceriera Chiara, una Maya Sansa perfetta nell'adombrare il conflitto personale di una ventenne sempre più estranea, giorno dopo giorno, alla geometrica razionalità dei militanti. Ma la sequenza è anche una sorta di riconoscimento alla libertà interiore e politica di Moro, capace di intimidire i suoi persecutori ma non l'intera classe dei politici italiani i cui volti rivediamo impietriti, al momento del funerale, in uno dei filmati d'archivio.
Il film (da oggi nelle sale italiane) si basa sul quotidiano di prigioniero e carcerieri nel ridotto perimetro di un medio appartamento borghese adattato alla bisogna. In questa sorta di Grande Fratello ante litteram il tempo scorre nella ritualità scontata di una famiglia interrotta solo dall'attesa di notizie (la sollevazione del proletariato, lo scambio di prigionieri) che non arrivano e non possono arrivare. Chiusi nel fortino, molto più di quanto Moro non lo sia nella piccola cella, i brigatisti incarnano i prigionieri di un labirinto ideologico che schiaccia innanzitutto proprio le loro esistenze. Non a caso è Chiara, l'unica che affianca una vita normale a quella di militante, a ribellarsi come può alla banalità del male.
Con "Buongiorno, notte" Marco Bellocchio ci regala una toccante radiografia «infedele» della storia Moro di grande forza, come quasi mai i racconti della politica sono sullo schermo. Occorre un grazie sentito anche perché solo attraverso simili occasioni è possibile rendere conto di una vicenda la cui storia vera, ormai sembra certo, non conosceremo mai.

Bellocchio: «Il mio scopo?
Analizzare quella follia»
dall'inviato Silvio Danese

VENEZIA — Nella standing ovation per il film di Marco Bellocchio (nella foto a destra), ieri in concorso, si può leggere il bisogno di medicare una delle grandi ferite collettive della storia contemporanea italiana via rito cinematografico? Del diciannovesimo lungometraggio di Bellocchio, "Buongiorno, notte", già nel novero delle nomination per il Leone d'oro, al pubblico è restata l'impressione di un film necessario: «L'oggetto del mio film, però, non è la verità storica — ha precisato Bellocchio —. Per me era più importante analizzare la follia di quel delitto, e per questo, nel rispetto del mio stile e di quella tragedia, dovevo affermare un'infedeltà storica, non potevo fare diversamente. So che è di fondamentale importanza, ma non era nel mio obiettivo capire chi c'era dietro i terroristi, affrontare quel dibattito sul complotto che per anni ci siamo portati dietro. Ho puntato sull'invenzione di Chiara, il personaggio interpretato da Maya Sansa, che ad un certo punto reagisce, non ci sta, come invece non è avvenuto nella storia vera».
Bellocchio, che tradisce il piacere del consenso, proprio quando si schermisce, si aspetta reazioni politiche: «Qualcuna sì, ma più da sinistra che da destra. Finirà che mi rinfaccerano di aver trattato male i terroristi. Comunque non mi preoccupo: in fondo ho affrontato un film su una vicenda fondamentale della storia italiana soltanto perchè ho avuto la possibilita di raccontarla in libertà, altrimenti non avrei accettato. Questo è un film su commissione. Me lo ha proposto Rai Cinema, non l'ho scelto io. Semmai sono più preoccupato dalla reazione degli spettatori: il distributore, la 01, ha creduto nel film, al punto che esce oggi in 170 sale. Se va bene ok, ma se va male passeranno anni perchè io possa farne un altro».
Nella rilettura del caso Moro, che incrementa il numero dei film di Venezia sul mito del padre (dal dramma russo "Il ritorno" al comico americano "Anythings Else" di Allen), echeggia l'inquieto mito della resistenza: «Ai tempi del delitto Moro una parte della sinistra criticava i partiti di sinistra perchè avevano "annacquato" lo spirito della resistenza, riducendolo a puro cerimoniale. Ecco allora il segno della croce che i brigatisti fanno prima dell'esecuzione, che mostra come fossero più religiosi degli stessi democristiani. Il film è stato visto anche dal segretario di Moro, Guerzoni, secondo il quale l'ultima scena che mostra Moro vivo in giro per la città ci ricorda come la sua tragedia non sia cancellabile. Ho dedicato questo film a mio padre perchè mentre giravo, guardavo Herlitzka sul set e mi veniva in mente la personalità di mio padre. Morì che ero adolescente e in qualche modo lo annullai. Ricordo la sua onestà come conservatore». Ed è lo stesso Roberto Herlitzka che dopo Bellocchio prende la parola: «C'è stata una precisa intenzione di non salvare Moro», dichiara l'attore che critica duramente la decisione di non trattare ai tempi del rapimento dello statista dc. «Moro — dice Herlitzka — doveva essere eliminato, lo volevano i russi e gli americani».

Giovanni Moro: «Ma perché solo nel caso di mio padre lo Stato non volle trattare?»
di Giovanni Bogani

VENEZIA — Aveva vent'anni, quel giorno. A suo padre disse appena un ciao e uscì. Non sapeva che non lo avrebbe visto più, che le Br lo avrebbero sequestrato e poi ucciso. Giovanni Moro oggi ha quarantacinque anni. Più volte in passato ha manifestato la sua amarezza, la sua rabbia. Ieri Giovanni Moro ha detto la sua su "Buongiorno, notte". Ha scritto a Giancarlo Leone, figlio del presidente della Repubblica di allora, e adesso amministratore delegato di Rai Cinema. «Caro dottore — scrive Moro — desidero ringraziarla per l'invito che mi ha rivolto a vedere in anteprima il film che Marco Bellocchio ha dedicato alla vicenda di mio padre. L'invito non era dovuto, in quanto il film non richiedeva alcun visto o imprimatur da parte della famiglia. Né, d'altra parte, l'eventuale consenso o dissenso dei familiari nei confronti del film avrebbe potuto aggiungere o togliere nulla al suo valore». Fin qui le premesse. Poi il giudizio: «Desidero dirle che ho molto apprezzato il film. Trovo che Bellocchio, scegliendo di riflettere sull'esperienza dell'uomo Aldo Moro in carcere, senza vincoli o ambizioni di ricostruizione storica o di fedeltà all'insieme dei fatti noti, abbia davvero illuminato aspetti importanti di quella vicenda. Mi viene da dire che questo è un caso in cui una creazione artistica è stata capace, proprio restando tale, di accrescere la conoscenza della realtà». Moro parla del «nodo, ancora non sciolto, di quella vicenda». E stacca l'ultima frase: «Si tratta della questione di come mai, in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi né di cercare seriamente di liberare il prigioniero». Anche Lucia Annunziata, presidente della Rai, che ha voluto il film e chiamato Bellocchio a dirigerlo, manifesta il suo entusiasmo: «Il film mi è piaciuto moltissimo. Trovo liberatorio che Bellocchio abbia lasciato sullo sfondo tutto quel dibattito dietrologico su Cia, Kgb e complotti su cui molti di noi si incagliarono e si persero», spiega.

Buongiorno, notte: Libertà

Libertà (di Piacenza) 5.9.03
MOSTRA DI VENEZIA
Il regista piacentino con “Buongiorno, notte” sul caso Moro si candida al Leone d'oro
Bellocchio, trionfo e commozione
L'occhio privato sul delirio brigatista, con un grande Herlitzka
di Daniela Bisogni

VENEZIA Un lungo, lunghissimo applauso ha scandito tutti i titoli di coda di Buongiorno, notte, durante la proiezione stampa del film di Marco Bellocchio, la prima visione pubblica della Mostra di Venezia, dove è stato presentato ieri, nel concorso ufficiale. L'opera, molto attesa, sugli schermi da oggi con 170 copie (a Piacenza sarà in programmazione all'Iris, Cinestar e Jolly), è dedicata al caso Moro visto attraverso gli struggimenti di una brigatista. Bellocchio sembra aver scritto e realizzato questo film in uno stato di grazia: per aver “tradito” la storia recente ma allo stesso tempo averne restituito con fedeltà le atmosfere, le verità, come mai prima. Il regista piacentino infatti ha superato un problema tipico di questi film sulla nostra storia recente: è riuscito a documentare senza annoiare, a raccontare senza esporre dei fatti, a far rivivere senza mettere in bocca ai personaggi troppe parole, coinvolgendo mentre propone una storia emozionante. Ci aveva provato anche Renzo Martinelli con Piazza delle Cinque Lune, in cui mescolava realtà e fiction sul caso Moro, ma per lui - a differenza di Bellocchio - la necessità di denuncia e di indagine aveva preso il sopravvento sull'esigenza di raccontare una storia e pertanto i suoi personaggi erano solo dediti a lunghe esposizioni verbali. Qui il punto di vista della brigatista Chiara (la bravissima Maya Sansa), che ha aderito alla lotta armata delle Brigate Rosse, coinvolta nel processo Moro ma sempre più a disagio nel ruolo di carceriera, sembra restituire anche la visione personale del regista. Egli infatti con il film si interroga “sull'assurda coerenza” dell'impegno politico estremista di quegli anni, per «cercare di cambiare il mondo, prendere una pistola e ammazzare la gente, secondo una logica non giustificabile in alcun modo». Chiara è l'unica donna del gruppo di brigatisti che tengono sequestrato Moro, in un anonimo appartamento di città. Con lei ci sono anche Mariano (Luigi Lo Cascio), il più determinato del gruppo, Ernesto (Pier Giorgio Bellocchio), Primo (Giovanni Calcagno). Nel contempo lei vive la normalità del quotidiano, con i suoi ritmi di sempre: il lavoro in ufficio, dove incontra un collega, Enzo (Paolo Briguglia), che sembra leggerle nel cuore più di quanto lei stessa immagini. Nonostante lei sia l'unica a non comunicare con il prigioniero, “il Presidente”, ne subisce progressivamente e involontariamente il fascino, l'integrità morale, la logica schiacciante delle sue risposte che mettono in luce l'assurdità dei loro propositi, mentre nel frattempo l'utopia rivoluzionaria sembra non riuscire più a placare i suoi dubbi idealisti. Bellocchio ha costruito l'intreccio del film su un doppio piano: il percorso personale di Chiara, da una parte, e le ambientazioni d'epoca dall'altra: queste si rivelano attraverso i notiziari dei telegiornali, i quotidiani, le scritte sui muri, le immagini d'epoca di repertorio. Bellocchio è riuscito a inserire questi dati storici nel film in maniera non invasiva, cioè in modo apparentemente casuale nella vita dei personaggi, oppure nei sogni della protagonista. E' la scelta vincente, che non appesantisce il fliure della storia ma allo stesso tempo la restituisce alla sua epoca con grande verosimiglianza. Per questo si capisce che Bellocchio ha svolto un grandissimo lavoro di ricerca su telegiornali Rai, su documenti storici ma anche sui reperti dell'epoca di Stalin, che tradiscono lo smalto della più forte propaganda. Il titolo del film, Buongiorno, notte è tratto da una poesia di Emily Dickinson che, secondo il regista, rende giustizia alle ambiguità dell'epoca, in quanto «contiene una contraddizione e un contrasto che evoca quel periodo (del terrorismo, ndr) notturno, angosciante, oscuro». Attori bravissimi, intensi e misurati nei loro ruoli. A partire da Roberto Herlitzka che, per restituire il personaggio di Moro, ha lavorato per sottrazione. Un volto noto storico è sempre il problema maggiore di questI film. Si rischia di discostarsi troppo dal reale o di non renderlo credibile. Qui si crede fin dal primo momento alla sua incarnazione di Moro. Bravissimi anche tutti gli altri attori: Maya Sansa, Luigi Lo Cascio, Pier Giorgio Bellocchio, Giovanni Calcagno e Paolo Briguglia. In un cameo anche l'attore-feticcio del regosta, il bobbiese Gianni Schicchi.

Il regista: «Non mi interessava la verità della tragedia di Moro»
Il cineasta: questo assurdo omicidio a freddo mi ha ricordato le immagini dell'assassinio dei partigiani in “Paisà”
di d.bis.

Venezia. Meritati e calorosissimi applausi per Marco Bellocchio e il suo cast alla conferenza stampa al Lido affollatissima come poche. I giornalisti, di solito avari di pubbliche esternazioni, hanno applaudito lungamente ciascuno dei membri del cast, quando ne è stato fatto il nome. Lo stesso Bellocchio è rimasto sorpreso da una tale accoglienza.
«Non mi aspettavo una conferenza stampa così - ha detto il regista piacentino - sono umano, mi fa piacere di essere applaudito». Tra gli attori il più applaudito è risultato Roberto Herlitzka, seguito da Maya Sansa. Con loro anche Luigi Lo Cascio, Pier Giorgio Bellocchio, Giovanni Calcagno, Paolo Briguglia e Sergio Pelone, coproduttore. Buongiorno, notte è anche il primo film italiano coprodotto da Sky tv. A Venezia Bellocchio ha risposto alle nostre domande con la disponibilità di sempre. Bellocchio, come mai un film politico, in un momento in cui si producono molte opere sulla nostra storia recente? «Per la prima volta ho realizzato un film su commissione, da RaiCinema, una sfida che mi ha coinvolto. Ma dovevo affermare una mia infedeltà nei confronti della tragedia, rispetto ad altri film che cercano verità storiche. Certamente non mi interessava di indagare su chi sono i responsabili, se la Cia o il Kgb. Volevo qualcosa che traducesse la realtà tragica di questo momento». Come mai ha dedicato il film a suo padre? «Mi hanno sempre chiesto perché non c'era il padre nei miei film, penso soprattutto a I pugni in tasca. La figura di Herlitzka mi ricordava molto mio padre, che ho perso da adolescente, un ricordo poi rimosso. Per il sogno in cui lui passeggia nell'appartamento mi sono ispirato alle passeggiate di mio padre, che guardava noi bambini mentre dormivamo». Come pensa che possa reagire il pubblico che allora non c'era e chi, invece, ancora ricorda? «Chi allora non era nato mi ha dato dei sorprendenti segnali di emozioni. Mi sento a posto, perché non ho realizzato il film per chiudere i conti con qualcuno: volevo solo coinvolgere chi quel periodo non l'ha vissuto. Alcuni potrebbero arrabbiarsi, più quelli di sinistra che di destra». All'epoca di Moro lei era politicamente impegnato? «La mia stagione politica è finita nel '69. Dopo ho solo bordeggiato la politica. Però la freddezza di questo assassinio mi sembrava comunque intollerabile». Ha basato la sua ricostruzione prevalentemente sul libro Il prigioniero di Anna Laura Braghetti? «Dal momento che la Rai mi ha chiesto di realizzare il film mi ha anche suggerito il libro. Mi sono basato anche sul libro di Sciascia e su altri documenti storici». Nel film ci sono confronti su fede e comunismo, nei discorsi tra Moretti e Moro, che Sciascia negava. «Moro dice: siamo cattolici all'acqua di rose, mentre voi siete molto più determinati di noi. Infatti le Crociate sono finite da seicento anni». Come mai nel film si vedono immagini di «Paisà»? «Ci sono anche altri film. La Braghetti nel suo libro si rimproverava di non essersi ribellata. Il film va in una direzione diversa: la cosa più assurda è questo assassinio a freddo, che mi ha ricordato le immagini di Paisà sull'assassinio dei partigiani nel fiume». Nel film si narra anche del rifiuto del “partito della fermezza”. «Una delle due idee dominanti fu espressa da Andreotti che sosteneva come, davanti alla tragedia, ci si dovesse comportare così, non trattando con i terroristi. Sostenevano che quelle lettere non le avesse scritte lui: c'era una dimensione ipocrita e difensiva da parte dei politici. In questo senso accolgo in pieno il pensiero di Sciascia sulla manipolazione». Qual è la sua posizione sulla vicenda Moro? «Penso che lasciar uccidere quest'uomo sia stato un grande errore politico. L'opportunità di cedere, in quel caso, sarebbe stato un segnale più forte. Una scelta solo apparentemente di maggior debolezza». Non c'è il rischio che la Braghetti qui appaia troppo umana? «E' un falso storico. Circa un anno dopo, infatti, sparò freddamente a Bachelet. In questo senso i pentimenti del libro sono molto ambigui. Noi abbiamo assunto il libro liberamente». E' soddisfatto di come ha rappresentato Moro? «Confesso che non mi sarei aspettato tanta pietà e tanta simpatia nei confronti della figura di Moro. Con Herlitzka mi sono dovuto ricredere, perché noi registi di cinema abbiamo sempre dei pregiudizi nei confronti degli attori di teatro. Sarebbe stato un errore imitare Moro, facendolo parlare in pugliese: infatti Herlitzka ha mantenuto il suo torinese. Il segretario di Moro, Guerzoni, mi ha rivelato di essere rimasto molto impressionato, in quanto Herlitzka usa le mani come Moro». Anche a lei Moro ha suscitato tanta pietà? «Io mi adeguo».

La lettera
Grazie del film. Perché lo Stato non trattò?
di Giovanni Moro

Ecco il testo della lettera che il figlio di Aldo Moro, Giovanni, ha inviato all'amministratore delegato di Rai Cinema, Giancarlo Leone, a commento del film di Marco Bellocchio “Buongiorno notte”
Caro dottore, desidero ringraziarla per l'invito che mi ha rivolto a vedere in anteprima il film che Marco Bellocchio ha dedicato alla vicenda di mio padre. L'invito è stato tanto più gradito in quanto non dovuto, giacché il film non richiedeva alcun visto o imprimatur da parte della famiglia, e men che meno da parte di un suo singolo componente. Né, d'altra parte, l'eventuale consenso o dissenso dei familiari nei confronti del film, avrebbe potuto, aggiungere o togliere nulla al suo valore.
Fatte queste premesse, che mi sembrano necessarie alla luce di sgradevoli recenti precedenti, desidero dirle che ho molto apprezzato il film. Trovo che Bellocchio, scegliendo deliberatamente di riflettere sulla esperienza dell'uomo Aldo Moro in carcere senza vincoli o ambizioni di ricostruzione storica o di fedeltà all'insieme dei fatti e degli atti noti, abbia davvero illuminato aspetti importanti di quella vicenda. Non sono un critico cinematografico, ma mi viene da dire che questo è un caso in cui una creazione artistica è stata capace, proprio restando tale, di accrescere la conoscenza della realtà.
Penso che chi vedrá il film potrà cogliere il senso del dramma di un uomo posto di fronte a un destino tragico quanto insensato e non necessario, da lui vissuto in modo tanto più acuto quanto più era netta la sua percezione della incombente fine del mondo diviso in blocchi e della obsolescenza delle grandi ideologie che avevano improntato di sé il secolo.
Sono persuaso che la compresenza nel film di due opposte conclusioni - la libertà e la morte - corrisponda a quanto fu vissuto dal prigioniero e insieme metta in luce in modo pacato ma netto il nodo, ancora non sciolto, di quella vicenda anche dal punto di vista storico, politico e giudiziario. Si tratta, come più volte mi è capitato di dire, della questione di come mai in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise dì non trattare con i terroristi né di cercare seriamente di liberare il prigioniero.
Giovanni Moro

parlano i bravi protagonisti
Il figlio del regista Pier Giorgio: una storia di persone Maya Sansa: il mio percorso in parte schizofrenico

VENEZIA (dabis)Tutti gli attori di Buongiorno, notte si sono fortemente immedesimati nella parte, studiando anche molto su libri e documenti dell'epoca. Per Maya Sansa è stato un «lavoro graduale, iniziato con un incontro con Bellocchio, che all'inizio voleva capire se potevo non essere più “la balia”. Ho cercato di tuffarmi nel periodo storico: è stato un viaggio introspettivo, un percorso in parte schizofrenico. Per il mio personaggio era la prima missione da brigatista, per la prima volta lei si confrontava con realtà dei fatti, come per esempio cosa significhi tenere un prigioniero in casa. Molti di loro fuggivano dopo essere passati all'azione, perché avevano le loro fragilità. Non li considero dei mostri ma degli esseri umani che si sono violentati per seguire questa astrazione». Luigi Lo Cascio, per la prima volta in un ruolo negativo, incarna Moretti, il leader del gruppo, il più intransigente e anche colui che dialoga con Aldo Moro. «Partendo da un dato storico - ha rivelato l'attore - ho cercato di lavorare sugli aspetti emotivi. Mariano è stato coinvolto negli avvenimenti ma è talmente controverso nei suoi giudizi con gli altri, una sfinge, che sarebbe stato complicato per me puntare su questo. Ho preferito lavorare sulla sua leadership un po' a rischio e sul suo rapporto con il prigioniero, una conversazione con degli aspetti inconciliabili, almeno fino a quando non lavora insieme a Moro per scardinare il blocco della fermezza. Dunque non ho pensato in termini di cattivo: piuttosto ho puntato sul suo allontanamento dalle coordinate umane, per un obiettivo che si rivela contraddittorio. Sono talmente assurde le cose che dice Mariano che, se la gente che guarda il film non è incline al male, si rende immediatamente conto che sono deliranti». Maya Sansa avrebbe voluto incontrare la brigatista ma «la Braghetti non ha voluto rivangare il passato». Pier Giorgio Bellocchio è il solo ad aver «incontrato alcuni dei rapitori di Moro, come la Faranda, l'unica del gruppo che dubitava». Roberto Herlitzka è invece rimasto «colpito - ha detto - che alcuni abbiano associato la mia gestualità a quella di Moro. Perché non ho lavorato per imitare lui, ho solo visto alcuni spezzoni minimi di telegiornale e letto alcune sue lettere. Ho puntato soprattutto sul suo lucido tentativo di salvarsi la vita, aggrappandomi ai sentimenti sinceri che provava per la famiglia». Per il figlio del regista, che interrpeta Germano Maccari, l'uccisore materiale di Moro, all'epoca «la fermezza dei politici era un atteggiamento di comodo per dare spazio all'ipocrisia». Il merito di Buongiorno, notte, la chiave nuova per leggere il caso Moro, secondo Pier Giorgio, sta «nel non parlarne come giallo, come una spy story, ma come una storia di persone: Moro non è uno statista ma un uomo, un padre e i brigatisti sono uomini disperati e distrutti, non solo dei mostri».

i commenti degli ex brigatisti
Gallinari si ribella, il sì di Morucci

VENEZIA Buongiorno, notte, il film di Bellocchio su Moro, ovviamente non lo ha visto, anche se ne ha sentito parlare. Dalla sua casa in Emilia Prospero Gallinari, uno dei brigatisti che fu protagonista del sequestro Moro, esordisce: «Si tratta di un film di fronte al quale ognuno può pensare e sentire quello che crede; i fatti sono una cosa, l'arte è un'altra». Ma senza mezzi termini contesta il fatto che fossero, loro del gruppo di br, carcerieri di Moro, deliranti e avulsi dalla realtà: «E' storicamente falso sostenere che fossimo “chiusi”. Come organizzazione politica osservavamo, calcolavamo ed eravamo radicati nei quartieri, nelle fabbriche, sapevamo dunque quello che la gente pensava». «Mi auguro che il film di Bellocchio sia un film d'autore cioè si preoccupi finalmente di raccontare le emozioni, la vicenda e le contraddizioni umane». Valerio Morucci, ex br tra gli autori del sequestro Moro, è perentorio. Il film ovviamente non lo ha visto, ma non esclude che potrebbe andarlo a vedere. Se il film non pretende di raccontare la verità storica, «ben venga, ne sono contento. Sui fatti si scrivono documentari».

FARECINEMA
Nell'ambito del laboratorio guidato da Bellocchio dal 9 al 20 ecco gli “Incontri con gli autori”
A Bobbio quasi un festival del cinema
Ospiti con i loro film Ciprì & Maresco, Winspeare, Battiato
di Oliviero Marchesi

Ci sarà - ed era prevedibile - Buongiorno, notte, il nuovo film del grande regista piacentino Marco Bellocchio sul caso Moro (accolto in questi giorni dagli osanna dei critici alla Mostra del Cinema di Venezia). Ci saranno (accompagnati dai rispettivi autori) altri film italiani proiettati nei giorni scorsi al Lido e assai apprezzati: uno è Il ritorno di Cagliostro, terzo lungometraggio di Daniele Ciprì e Franco Maresco (Cinico TV, Lo zio di Brooklyn, Totò che visse due volte), atteso dai cinefili come la manna dal cielo; l'altro è Il miracolo, lirica e intensa fiaba salentina, opera matura di Edoardo Winspeare (Sangue vivo). Ci saranno classici del cinema d'autore italiano, come Salto nel vuoto dello stesso Bellocchio e lo splendido La strategia del ragno di Bernardo Bertolucci. Ci saranno le pubbliche “Lezioni di cinema” dello scrittore Vincenzo Cerami (che ha firmato, tra le altre, la sceneggiatura di un film premio Oscar come La vita è bella di Roberto Benigni) e del montatore Roberto Perpignani. Ci saranno gioielli degli anni 2000 come Fango di Dervis Zaim e L'angelo della spalla destra di Djamshed Usmonov. Ci sarà il produttore Marco Müller, già direttore di edizioni assolutamente indimenticabili del Festival di Locarno e ora demiurgo di Fabrica Cinema: uno degli sguardi più aperti al mondo (Terzo Mondo compreso) della scena cinematografica contemporanea. Ci saranno il regista Riccardo Milani e Claudio Santamaria (attore nel suo Il posto dell'anima). E ci sarà il maggiore musicista pop italiano vivente, Franco Battiato: presenterà Perduto amore, il film che ha segnato il suo felice, personale debutto dietro la macchina da presa. C'è davvero molta carne al fuoco nelle anticipazioni del calendario di quella che si annuncia come l'edizione più forse preziosa dell'ormai non breve storia di “Incontri con gli autori”, la rassegna estiva di cinema (non solo bei film, ma anche dibattiti coi loro autori e protagonisti) che si terrà al cinema Le Grazie di Bobbio da martedì 9 a sabato 20 sotto la direzione artistica di Bellocchio. Si tratta, com'è noto, di una fortunata “costola” del laboratorio Farecinema, che Bellocchio tiene da sette edizioni nel capoluogo dell'Alta Valtrebbia e che viene organizzato dal Comune di Bobbio e dal Centro Itard di Piacenza in collaborazione con Regione, Provincia, Fondazione di Piacenza e Vigevano, Filmalbatros di Roma e Lanterna Magica di Bobbio. Tutte le proiezioni (con relativi incontri) si terranno alle 21.15 e saranno a ingresso gratuito. Ecco, a seguire, le date già fissate. Martedì 9 sarà proiettato Fango di Dervis Zaim, seguito da un incontro pubblico con l'autore, il produttore Müller e la montatrice Daniela Calvelli. Mercoledì 10, proiezione di Perduto amore e incontro con Franco Battiato. Giovedì 11: proiezione di Salto nel vuoto di Marco Bellocchio e incontro con Vincenzo Cerami, sceneggiatore della pellicola (il suo intervento rientra nel mini-ciclo “Lezioni di cinema” alla voce “la sceneggiatura”). Venerdì 12 sarà proiettato il mediometraggio A un millimetro dal cuore di Iole Natoli (affermata segretaria di edizione che ha lavorato, tra gli altri, con Ettore Scola e lo stesso Bellocchio, che da alcuni anni si è avvicinato alla regia), insieme con quattro video girati da allievi di passate edizioni di Farecinema: Mentre tu aspetti (mediometraggio diretto da Katjuscia Fantini e prodotto da Matteo Lugli per il progetto Sicurezza stradale sostenuto dall'istituto comprensivo di Borgonovo) e i cortometraggi Local habitation di Luca Giberti, La rosa più bella del nostro giardino di Massimo Orzi e Dove sei di Jacqueline Valenti. Dopo la pausa di riposo di sabato 13 e domenica 14, lunedì 15 la rassegna riprenderà con la proiezione di Il miracolo e l'incontro con Edoardo Winspeare. Martedì 16 toccherà a Il posto dell'anima di Riccardo Milani e all'incontro con Milani e Claudio Santamaria. Venerdì 19, il classico La strategia del ragno di Bertolucci (ospite Roberto Perpignani per la “Lezione di cinema” sul tema “il montaggio”). Ancora da definire le date di tre proiezioni-incontri particolarmente interessanti (che saranno distribuite tra mercoledì 17, giovedì 18 e il gran finale di sabato 20): L'angelo della spalla destra, struggente pellicola del tagiko Djamshed Usmonov, la cui proiezione bobbiese sarà accompagnata dall'incontro col produttore Müller; Il ritorno di Cagliostro, con la partecipazione “live” della geniale coppia Ciprì & Maresco; e naturalmente Buongiorno notte, col padrone di casa Bellocchio protagonista dell'incontro annuale col pubblico di quella Bobbio da lui tanto amata.

Buongiorno, notte: L'Unione Sarda

L'Unione Sarda 5.9.03
Giancarlo Leone, amministratore delegato di Rai Cinema, l’ha letta dopo la proiezione veneziana dell’opera
«Un bel film sul destino tragico di mio padre»
Con una lettera Giovanni Moro ha ringraziato pubblicamente il regista

«Si tratta di una sola questione: come mai, in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi né cercare seriamente di liberare il prigioniero»: così, sottolineando il cuore del problema, si conclude la lettera che il figlio di Aldo Moro, Giovanni, ha scritto all’amministratore delegato di Rai Cinema Giancarlo Leone per ringraziarlo del film di Marco Bellocchio Buongiorno, notte dedicato al sequestro di suo padre. È stato lo stesso Leone a leggerla ieri alla stampa.
Nella lettera Giovanni Moro ringrazia per aver visto in anteprima il film: «Un invito tanto più gradito in quanto non dovuto giacché il film non richiedeva alcun visto o imprimatur da parte della famiglia», ha scritto: «Né d’altra parte l’eventuale consenso o dissenso dei familiari avrebbe potuto aggiungere o togliere nulla al suo valore». «Ho molto apprezzato il film», prosegue Giovanni Moro, «trovo che Bellocchio scegliendo deliberatamente di riflettere sull’esperienza dell’uomo Aldo Moro in carcere, senza vincoli o ambizioni di ricostruzione storica o di fedeltà all’insieme dei fatti, abbia davvero illuminato aspetti importanti di quella vicenda». Moro sottolinea che il film «è un caso in cui una creazione artistica è stata capace, proprio restando tale, di accrescere la conoscenza della realtà». E aggiunge: «Penso che chi vedrà Buongiorno, notte potrà cogliere il senso del dramma di un uomo posto di fronte a un destino tragico quanto insensato e non necessario, da lui vissuto in modo tanto più acuto quanto più era netta la sua percezione della incombente fine del mondo diviso in blocchi».
A proposito della compresenza nel film di due opposte conclusioni - la libertà e la morte -, Giovanni Moro conclude: «Sono persuaso che corrisponda a quanto fu vissuto dal prigioniero e insieme metta in luce, in modo pacato ma netto, il nodo ancora non sciolto di quella vicenda anche dal punto di vista storico, politico e giudiziario. Si tratta della questione di come mai, in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi né cercare seriamente di liberare il prigioniero».
Un’altra reazione alla notizia del film aveva avuto qualche mese fa Maria Fida, figlia di Aldo Moro, che si era lamentata con il regista e la produzione («Poteva almeno avvisarci con una lettera»), ricordando di aver saputo che il film sul padre sarebbe uscito solo a metà agosto da un trailer passato in tv. «Non ce l’ho con il libro né con il film che potrebbe anche essere un’opera d’arte», aveva precisato Maria Fida: «Non ce l’ho nemmeno con Bellocchio che poteva almeno scrivere una lettera come gesto di cortesia. Il mio rammarico nasce da altro: non è possibile che chiunque - tranne noi - possa parlare del caso Moro».

Buogiorno, notte: Alto Adige (Trento)

Alto Adige 5.9.03
Ora Bellocchio è in corsa con Inarritu
Totoleoni

VENEZIA. Dopo il consenso della stampa (inattesa standing ovation, raramente riservata) e soprattutto degli operatori stranieri che lo hanno già prenotato per i prossimi festival di Toronto, New York e Londra, Marco Bellocchio e il suo "Buongiorno, notte" dedicato al caso Moro, puntano dritto al Leone d'oro. In un Totoleoni, necessariamente parziale visto che manca l'atteso "21 grammi" di Alejandro Gonzalez Inarritu con un bel cast formato da Sean Penn, Benicio Del Toro e Naomi Watts, Bellocchio è senz'altro tra i favoriti, anche se forse più che il Leone potrebbe avere il Gran Premio della giuria o il premio speciale per la regia, mentre un riconoscimento tra i suoi attori spetterebbe a Roberto Herlitzka che interpreta Moro.
Tra l'altro Bellocchio non ha mai vinto a Venezia. Bellocchio, secondo le indiscrezioni raccolte ieri, se la sta giocando con il russo "Il ritorno" (che ha in più la triste storia del protagonista bambino morto dopo le riprese) di Andrej Zvjagintsev, che ha avuto grandi consensi ovunque. Se Monicelli e i suoi giurati si ricorderanno di quello che è accaduto a Cannes quest'anno con "Uzak", c'è l'eventualità di una Coppa Volpi ex aequo tra i due ragazzi, Vladimir Garin e Ivan Dobronravov).
Però, pare la giuria stia considerando anche un'altra eventualità, quella di premiare l'efficace "Zatoichi" di Takeshi Kitano, film ironico e di grande qualità visiva. Kitano potrebbe in mancanza di altri premi avere la coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile.
Restano in zona premi il polacco "Pornografia" di Jan Kakub Kolski tratto da un romanzo di Witold Gombrowicz, il cui protagonista è in odore di Coppa Volpi, poi "Il miracolo" di Edoardo Winspeare, piaciuto ai critici e buon compromesso per un eventuale giuria divisa. In una rosa si possono includere il caotico condominio di Amos Gitai che con "Alila" potrebbe ottenere la Coppa Volpi per l'attrice Ronit Elkabetz; il maestro portoghese Manoel de Oliveira con il suo "Un film parlato"; la tedesca Margarethe Von Trotta, il cui ritorno al cinema sotto il segno di "Rosenstrasse", storia di una piccola resistenza tedesca al nazismo potrebbe aver centrato i tempi. Nonostante le attese della vigilia resta escluso (più che altro è una speranza) il film di Bruno Dumont "Twentynine Palms", noioso nella sua sessualità meccanica.
Il merito di "Buongiorno, notte" sta nel non parlarne come giallo, come una spy story, ma come una storia di persone: Moro non è uno statista ma un uomo.

BELLOCCHIO e la fine di Aldo Moro
"Buongiorno, notte" convince perché entra nei sentimenti più che nella cronaca
IN CONCORSO Pubblico e critica plaudono al ritorno del regista
di Stefano Giordano

VEENZIA. "Buongiono, notte" era sicuramete il film in concorso più atteso di questo finale di festival. Da una parte per la trasposizione cinematografica delle drammatiche vicende del sequestro Moro; dall'altra per l'attesa di una conferma di questa nuova fase del regista che, con il precedente "L'ora di religione", aveva ritrovato consenso di critica e pubblico. L'attesa era dunque anche per vedere quale posizione avrebbe preso il regista nel confronto dei delle vicende a distanza di 25 anni. Quale ricostruzione storiaca in questa fase di bisogno di memoria e pressione revisionista? Senza badare troppo allo specifico della cronaca, dei fatti, dei personaggi, il regista ha incentrato il film sulle dinamiche dei rapproti tra i protagonisti, Moro e i brigatisti, nei giorni del sequestro. In una forse eccessiva semplificazione emerge subito chiara la figura di uno statista interamente dedicato alla politica, in nome di una tensione etica e di profonde convinzioni religiose. Un personaggio mite e profondamente umano (vedi le citazioni delle lettere ai parenti), quasi stilizzato in questa incarnazione della vittima sacrificale. Dall'altra i brigatisti, determinati da ideologie assolute, imparate a memoria, da rigidi dogmatismi; ma poi anche incerti e divisi.
Il film procede tra le varie fasi e situazioni del sequestro, annunciate da un televisione perennemente accesa, e la quotidianità dei sequestratori, i loro ricordi, i sogni, i dubbi. La conclusione è nota, ma nel film, dopo l'uscita dal covo e l'avvio alla morte, creato su un crescendo musicale dei Pink Floyd (incredibilmente riuscito), Aldo Moro si ritrova libero a camminare per le strade. La metafora è chiara, lo spirito, il pensiero, l'esempio, il sacrificio non muoiono e gli sconfitti storici sono inevitabilmente i carnefici. Ancora dunque una pagina di storia per un film italiano presentato al festival. Dopo il '48 della strage di Portella della Ginestra di Paolo Benvenuti in "Segreti di Stato", dopo il'68 di Bernardo Bertolucci di "The dreamers", il '78 del sequestro Moro di Marco Bellocchio.
Perchè questo interesse per la storia dei nostri cineasti? Il cinema è diventato forse il media più popolare per la sua ricostruzione, la sua diffusione, la necessità della memoria? Una volontà di contrapporsi alla televisione che spettacolarizza sempre più il documentario? Può esserci un'esigenza etico-didattica, una voglia di raccontare un passato vissuto e conosciuto. Può esserci altro, per esempio i film che hanno vinto i festival importanti degli ultimi anni ("Il pianista", "La vita è bella"...). Ma il cinema resta sempre e soprattutto fiction, per questo dalla storia si possono realizzare ricostruzioni molto differenti a seconda delle finalità. Così se Benvenuti cerca la ricostruzione fedele a sostegno della denuncia, Bertolucci quella romantico evocativa di incitamento alle nuove generazioni, Bellocchio è interessato alle spinte interiori e al confronto dell'azione etico-politico portata agli estremi. Il rischio è la stilizzazione, ma, come il film di Bertolucci, anche questo non è forse dedicato agli over 40, che certe storie le hanno seguite in diretta, al tempo, ma ai giovani che di certe vicende sanno poco o niente e necessitano indirizzi. Poi, la lettura del passato, la selezione dei fatti importanti da rendere storia, inevitabilmente riducendoli, è un processo imprescindibile della contemporaneità.
Il film dunque, dalle buone qualità formali (ritmo, interpretazione, fotografia), piacerà o no a seconda di chi avrà voglia di leggerne gli intenti secondo quelli del regista, più che per altri elementi cinematografici.

Buongiorno, notte: La Provincia

La Provincia 5.9.03
Cinema
Acclamato «Buongiorno, notte», sul sequestro dello statista visto attraverso gli occhi dei brigatisti
«Che errore far uccidere Moro»
Bellocchio: «Lo penso col senno di poi. Ma il film non ha tesi»
di Nicola Falcinella

Applausi e commozione. Miglior accoglienza non poteva avere Marco Bellocchio con il suo «Buongiorno, notte». Il penultimo giorno di proiezioni ha presentato uno dei grandi pretendenti al Leone d’oro che sarà assegnato domani sera. Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro raccontati dal covo di via Montalcini, i terroristi visti come delle persone con le loro illusioni e le loro follie terribili. Tante ombre, atmosfere, sguardi, sogni, ricordi, partendo da ciò che si sa di quei giorni per poi creare quattro sequestratori (non hanno i nomi dei veri Br per evitare che finzione e realtà storica si confondano) che vivono giorno per giorno la situazione, fra i dubbi. «Buongiorno, notte» ha tanti momenti forti, commuoventi: il funerale degli agenti di scorta visto in tv, la lettera a Papa Paolo VI che Moro legge ai brigatisti per ricevere consigli, le epistole del prigioniero ormai destinato a morte che si sovrappone, nella mente della giovane, a quelle dei partigiani fucilati dai nazisti e dalla X Mas (con frammenti di «Paisà» di Rossellini). Bellocchio evoca con le musiche di Verdi, Schubert e dei Pink Floyd, con sogni di utopie visualizzati da «Tre canti di Lenin» di Dziga Vertov, fa sentire vicini e distanti ai quattro terroristi che nel crescente isolamento, colmi di una follia efferata, nascondono un uomo (che ha il volto di Roberto Herlitzka), lo processano e lo uccidono. Quale interpretazione ha dato del sequestro di Aldo Moro da parte delle Br? Per la prima volta – racconta Bellocchio – ho fatto un film su commissione, per la Rai, che mi ha lasciato molta libertà. E’ stata una sfida che mi ha progressivamente coinvolto. Ho scelto come strada quella di affermare delle infedeltà rispetto a come andarono le cose. Non mi interessavano tesi o discorsi ideologici o ipotesi come quelle di un ruolo della Cia o del Kgb. Non mi interessava sapere chi erano i responsabili ma capire se fosse possibile evitare la fatalità tragica di quel che avvenne. Il personaggio di Chiara ha nel film possibilità d’uscita che nella realtà la Braghetti non ebbe. E’ tutto giocato sull’interno, sulla vita nel covo. Perchè? Mi è congeniale girare negli appartamenti. Prima ho raccontato la finta vita di famiglia, dove i personaggi mettono le fedi al dito prima di uscire e le tolgono appena rientrate per passarsi come una giovane coppia. Poi la scoperta del prigioniero come persona. Ho concentrato il film, per non essere troppo lungo o noioso sull’interno, accennando al resto con pochi tratti. Inizialmente Moro non lo si doveva vedere, doveva essere solo una voce. Poi il ruolo è cresciuto. Non conobbi il Moro reale, ma approfondendolo non credevo suscitasse tanta pietà e simpatia in tutti quanti. Perché mostrare le immagini di “Paisà”? La resistenza è accennata nel libro della Braghetti, Il prigioniero , che ho usato come traccia di partenza. Lei si rimprovera di non aver reagito, anche se è difficile credere che ci sia stato un reale pentimento. Credo che la cosa più folle sia stata l’uccisione a freddo di Moro, ingiustificabile, terribile, soprattutto dopo che si sono parlati e conosciuti. Mi è venuto spontaneo l’accostamento con le immagini dei partigiani uccisi, anche in contrasto alla mitizzazione della resistenza che i brigatisti avevano fatto. Nel film si vedono tanti uomini politici in immagini di repertorio, come li ha scelti? Non ho fatto calcoli politici. Per esprimere la linea della fermezza ho messo il famoso comizio di Luciano Lama perché simboleggiava tanto e per le parole potenti. Non volevo fare film a tesi, come lo fu quello di Ferrara dal libro di Sciascia. Nel finale emerge un rifiuto di questa linea della fermezza... Per me, con il senno di poi, fu un errore politico lasciare uccidere Moro. Non c’è una controprova, ma penso che uno Stato che avesse mostrato la forza di cedere si sarebbe mostrato comunque più forte dei terroristi, e si sarebbe salvato un uomo. Non sono uno storico, ma credo che a volte le scelte di maggior debolezza o più impopolari si rivelino alla lunga le più forti. Guardiamo ora al caso Sofri che non vogliono liberare. Ha dedicato il film a suo padre. Perchè? Mi hanno sempre rimproverato la mancanza del padre nei miei film. E’ successo che durante le riprese Herlitzka mi abbia più volte ricordato mio padre che ho perso quando ero adolescente. Avevo rimosso perché fu una perdita grave.

L’intervista
L’ottima Maya Sansa interpreta la Braghetti
«Chiara, divisa dai dubbi»
In ascesa Maya Sansa
di N. Fal .

Porta negli occhi il peso di un film difficile e il tormento di una persona che non è la terrorista fredda e tutta d’un pezzo ma una giovane donna che ha scelto la rivoluzione armata, ma perseguendola recupera scampoli di umanità. «Se il film proseguisse – racconta Maya Sansa, protagonista di “Buongiorno, notte” – credo che il mio personaggio, Chiara, abbandonerebbe la lotta armata. Anche se, nella realtà, Laura Braghetti che ha ispirato il mio ruolo, non ebbe crisi e circa un anno dopo uccise Vittorio Bachelet. Forse una volta che non si è avuto il coraggio di opporsi a una decisione così fredda e crudele come l’uccidere il prigioniero fa entrare in una morsa dalla quale è difficile uscire». La giovane attrice sta vivendo, dopo «La meglio gioventù» e «Il vestito da sposa», un momento molto felice della sua carriera, con ruoli importanti, il principale dei quali nel film di Bellocchio dove interpreta la donna componente del gruppo che tenne prigioniero Aldo Moro. Come si è preparata a questo personaggio? La prima volta che ho parlato con Bellocchio, con il quale avevo recitato ne La balia , non c’era ancora copione, dovevamo vedere se potessi trasformarmi in una terrorista. Ho letto molto, le lettere di Moro ma soprattutto i libri di ex terroristi: Il prigioniero della Braghetti, ma anche Morucci, Moretti, Faranda. Quando il regista mi ha detto che il mio personaggio si staccava dalla persona reale mi sono buttata sulla sceneggiatura cercando di capire la schizofrenia di Chiara. All’inizio ha fiducia nella missione di cambiare le cose, poi cambia, si confronta con cosa significhi tenere un uomo prigioniero in una stanza di un metro e mezzo. Che cosa pensa di quei giovani che si diedero alla lotta armata? Leggere i loro racconti li rende umani, si capisce come la passione così utopistico li porti a inseguirlo con una modalità tanto assurda. Mi sembrano persone che si sono fatte del male da sole. Erano giovani che si sono trovati giustificazioni per l’azione e molti si tirarono indietro prima. Alcuni si trasformarono in soldati, altri andarono in frantumi. Non li considero dei mostri, ma persone che si sono violentate dentro per seguire degli ideali fino alla follia. Follia e schizofrenia sono molto evidenti, anche nel film: nella casa covo aleggia un’atmosfera di morte e oppressione, anche se non mancano piccoli momenti di umanità. Uno dei personaggi tiene i canarini: nella realtà Prospero Gallinari aveva gli uccellini.

I commenti / La vicenda resta «un nodo non ancora sciolto»
I figli: Giovanni plaude, Maria Fida critica
di P. Pa.

«Si tratta della questione di come mai, in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi né cercare seriamente di liberare il prigioniero»: così, sottolineando il cuore del problema, si conclude la lettera che il figlio di Aldo Moro, Giovanni, ha scritto all’amministratore delegato di Rai Cinema Giancarlo Leone per ringraziarlo del film di Marco Bellocchio «Buongiorno, notte» dedicato al sequestro di suo padre, definito «un nodo non ancora sciolto». «Ho molto apprezzato il film - prosegue Giovanni Moro - trovo che Bellocchio scegliendo deliberatamente di riflettere sull’esperienza dell’uomo Aldo Moro in carcere, senza vincoli o ambizioni di ricostruzione storica o di fedeltà all’insieme dei fatti, abbia davvero illuminato aspetti importanti di quella vicenda». E aggiunge: «Penso che chi vedrà il film potrà cogliere il senso del dramma di un uomo posto di fronte a un destino tragico quanto insensato e non necessario, da lui vissuto in modo tanto più acuto quanto più era netta la sua percezione della incombente fine del mondo diviso in blocchi». Di opposto tenore, all’inizio della Mostra, erano state invece le valutazioni di Maria Fida, figlia dello statista e sorella di Giovanni, che si era lamentata con il regista («Poteva almeno avvisarci con una lettera»), aggiungendo uno sfogo: «Non ce l’ho con il libro nè con il film. Il mio rammarico nasce da altro: non è possibile che chiunque - tranne noi - possa parlare del caso Moro». E sull’onda del film, il 17 ottobre uscirà da Feltrinelli il libro di Anna Laura Braghetti e Paola Tavella «Il prigioniero», da cui è liberamente tratto «Buongiorno, notte».

giovedì 4 settembre 2003

una telefonata, molto emozionata, ricevuta alle 23, all'uscita della proiezione ufficiale nella Sala Grande del Palazzo del cinema di Venezia:

«Alla fine della proiezione c'è stata una standing ovation, VENTI minuti di applausi! La sala che è capace di ospitare 1360 persone ha tributato un successo davvero clamoroso al film e al regista, anch'esso emozionatissimo. Dovunque si vedono volti commossi e felici. L'aria è davvero molto positiva, molto buona. Qua e là nella sala sono stati esposti degli striscioni di carta, con sopra scritto a mano: "È l'ora del Leone", "Il Leone è vicino", "Il Leone è in tasca". Adesso ha inizio una grande festa all'Hotel Des Bains dove sono scesi fin da ieri Marco Bellocchio e tutto il cast»

il testo del servizio del TG 1 delle 20

(ricevuto da Francesca Iannaco)

«Venezia: applausi e commozione per l'anteprima di Buongiorno, notte il film di Marco Bellocchio su Aldo Moro coprodotto da Rai cinema
Vincenzo Mollica:
...il film di Marco Bellocchio, Buongiorno notte, un film bello, rigoroso, che farà riflettere, un film che racconta i giorni del sequestro Moro in quel cupo appartamento dove lo statista venne tenuto prigioniero dalle Brigate rosse. Questa è la prospettiva con cui Bellocchio ha fatto il film:
Marco Bellocchio:
Chiaramente non un film a tesi. Non un film che dice i colpevoli sono questi, dietro questi ci sono questi altri, né però c'è un' idea di assolvere...; il ragazzo fuori dice ad un certo punto "mi fanno paura perchè sono stupidi e folli"
Vincenzo Mollica:
Veramente toccante nel film la figura di Aldo Moro interpretato magistralmente da Roberto Herlitzka.
Per Bellocchio Moro è stato:
Marco Bellocchio
Un conservatore, un moderato, però con una umanità e con una discrezione che sono delle qualità che io
ammiro molto
Vincenzo Mollica:
Giancarlo Leone amministratore delegato di RAI cinema produttore del film ha reso noto una lettera in cui Giovanni Moro, figlio dello statista esprime apprezzamento per il film e dice "è stato capace di accrescere la conoscenza della realtà", e il presidente della RAI Lucia Annunziata aggiunge:
Lucia Annunziata:
E' un film che ha il coraggio di rimettere, dopo 30 anni, sullo sfondo la politica e in primo piano la vicenda individuale del terrorismo che poi a ben vedere, come dire, questo è stato il terrorismo, insomma, un gruppo di individui che poi abbiamo scoperto che non erano nè i più intelligenti nè i migliori della mia generazione»
Corriere della Sera on line, ore 19.40 4.9.03
La critica applaude «Buongiorno, notte», personale racconto dell'omicidio Moro
Maya Sansa: «Io, brigatista divisa in due»
di Paolo Ottolina


VENEZIA – Dopo la strage di Portella della Ginestra («Segreti di Stato») e il Sessantotto («The Dreamers»), tocca a Marco Bellocchio chiudere una sorta di ideale trilogia festivaliera sulla Storia del dopoguerra. Lo fa con «Buongiorno, notte», personalissimo racconto del sequestro Moro, diviso tra precisa ricostruzione storica e ossessioni autoriali che deformano il racconto con sogni, visioni kafkiane, spezzoni in bianco e nero sui partigiani di «Paisà» o su sfilate comuniste nella Piazza Rossa. Un personalissimo racconto di Aldo Moro, destinato a far discutere perché qualcuno vi leggerà un’eccessiva indulgenza nella descrizione di una terrorista (Maya Sansa), decisamente umanizzata e problematica. Per ora, vera standing ovation per Bellocchio e il suo cast da parte della stampa: nell’applausometro della mostra, nettamente battuti Bertolucci e Kitano.

ERRORE, NON FATALITA' - Per smorzare eventuali polemiche, il produttore Giancarlo Leone ha letto una missiva in cui Giovanni Moro, figlio dello statista ucciso, tesse le lodi del film: «Non c'era bisogno di alcun visto o imprimatur da parte della famiglia, ma ho molto apprezzato il film. Bellocchio, scegliendo deliberatamente di riflettere sull’esperienza dell’uomo Aldo Moro in carcere, senza vincoli di ricostruzione storica o fedeltà, ha illuminato aspetti importanti di quella vicenda. La creazione artistica è stata capace, restando tale, di accrescere la conoscenza della realtà». Marco Bellocchio ribadisce invece quella che è la tesi storica di un film anti-storico: «Lasciare uccidere un uomo come Aldo Moro è stato un errore politico. Lo Stato sarebbe stato più forte se avesse trattato, anche se avrebbe dovuto affrontare critiche e attacchi. Guardate quello che succede su Sofri. Ma questi, sono discorsi che si fanno col senno di poi».

IL REGISTA - A chi gli chiede perché quest'ondata di film italiani storico-politici, Marco Bellocchio risponde così: «In verità è un film commissionato, un invito a raccontare il caso Moro arrivato da Rai Cinema. La sfida mi ha progressivamente coinvolto, ma io ben presto ho capito che rispetto a quella tragedia dovevo affermare un’infedeltà, diversamente da altre ricerche storiche o filmiche. Non mi ha mai interessato in questo film capire chi c’era dietro al sequestro, se solo i terroristi, la Cia, il Kgb. Questione che pure resta importante. Ma io ho voluto capire se in questa tragedia ci fosse una traccia che andasse in senso contrario al dramma. E questa traccia è affidata al personaggio di Maya Sansa, alla reazione che in lei nasce a un certo punto».

IL SORRISO DI MAYA - Un racconto del sequestro in cui, pian piano, si insinuano i sogni, anche ad occhi aperti, di Chiara, la brigatista liberamente ispirata ad Anna Laura Braghetti: «Il lavoro sul personaggio è stato graduale – spiega Maya Sansa con lo stesso sorriso che la illuminava in "La meglio gioventù" - perché quando ho incontrato Bellocchio la prima volta non c’era ancora un copione e come unico riferimento mi ha dato il libro della Braghetti («Il prigioniero», ndr). In quella fase iniziale mi sono avvicinato moltissimo a lei, ma poi, con la sceneggiatura in mano, ho scoperto che c’erano molte differenze e ho abbandonato tutto ciò che era conoscenza storico-politica, libri, giornali, e mi sono tuffata nel copione. Che è un viaggio introspettivo e in parte schizofrenico tra fiducia nell’ideologia e scoperta della realtà, quando Chiara capisce cosa vuol dire tenere segregato per settimane un uomo in una cella di un metro e mezzo».

HERLITZKA - «Siamo partiti da molto lontano – aggiunge Bellocchio - dal di fuori dell’appartamento. Poi, una volta costruito l’alloggio, ci siamo arrischiati a guardare dentro la cella. Anzi, in una prima sceneggiatura, Aldo Moro non si doveva vedere, doveva essere solo una voce. Il libro della Braghetti ci è stato utile perché vi abbiamo preso episodi che poi abbiamo cambiato e trasformato». Un Aldo Moro reso da un intenso e applauditissimo Roberto Herlitzka, mattatore a teatro che ogni tanto si presta al cinema: «E’ stata un’esperienza interiore, ho sposato fin dall’inizio la sceneggiatura, che dà un’impronta del film senza nulla di indagatorio, di politico. Ma che piuttosto vuol rendere un’atmosfera, un sentimento, una partecipazione emotiva a una tragedia personale».

DEDICATO AL PADRE - Un Aldo Moro a cui si sovrappone la figura del padre di Marco Bellocchio, a cui il film è dedicato: «Una dedica aggiunta da poco – dice il regista -, perché pian piano ho capito che la figura di Herlitzka andava ad assomigliare a quella di mio padre. Che ho perso adolescente e che avevo rimosso, dimenticato, perché si trattava di un dolore troppo grande». Aggiungge ancora Bellocchio: «Nel film ci sono due sogni, in cui Moro passeggia libero per l’appartamento e la brigatista Chiara vorrebbe liberarlo. Ma poi si blocca quando vede che il pianerottolo è pieno di poliziotti. Scene che danno il senso dello stile spezzato, per nulla realistico del film. Ma che nello stesso tempo sono autobiografiche, perché mi ricordano le passeggiate di mio padre quando ero bambino. Lui ci guardava mentre dormivamo, noi aprivamo gli occhi e vedevamo questa figura quasi irreale».

Il testo del servizio del TG 3 delle 19 sul film di Marco Bellocchio

«Roberto Herlitzka:
Mi sono basato proprio sull'impressione di statura umana che si riceve proprio leggendo le lettere di Moro.
Teresa Marchesi:
Roberto Herlitzka è Aldo Moro per Marco Bellocchio in questo Buongiorno, notte che rilegge una piaga aperta della storia italiana, quei tragici 55 giorni del '78, con un coraggio degno del Leone d'oro.
Applausi grandi alla Mostra per il film e per la lettera di Giovanni Moro che ringrazia Bellocchio e Rai Cinema che lo ha prodotto perché, dice "accresce la conoscenza della realtà".
Coraggioso Buongiorno notte perché sceglie la quotidianeità del sequestro e il conflitto di una brigatista, Maya Sansa nel film, che alla tragedia vorrebbe ma non sa ribellarsi.»
Maya Sansa:
Io ho letto tantissimi libri per cercare di documentarmi e di capire meglio il momento storico. Non ce n'è uno che non abbia avuto dei dubbi...
Luigi Lo Cascio:
Si parte da un dato storico, ma non è un film che vuole certificare una certa verità piuttosto che altre.
Teresa Marchesi:
Nel montaggio Bellocchio avvicina Moro ai partigiani uccisi di Paisà e raggela l'impotenza dei politici nelle vere sequenze dei funerali di Stato, più chiare di ogni finzione.
Sta ai giovani che non ricordano, come gli attori del film, confrontare l'utopia imbarbarita del terrorismo con una forza umana e morale, quella del Moro privato, più vicina e più universale della figura politica.»

cervello e clonazione umana

Repubblica 4.4.03
L´INTERVISTA
Ranieri Cancedda, (Società europea sull´ingegneria dei tessuti umani)
"Il cervello è una scatola nera oggi è la nostra grande sfida"
costi elevati Le operazioni sono coperte dal servizio sanitario
uomo bionico Non riesco a immaginare la ricostruzione del corpo

GENOVA - Professor Ranieri Cancedda, se siamo in grado di ricostruire la pelle, le cornee, i tessuti del cuore, le cellule del cervello, allora siamo già arrivati a fabbricare il clone umano?
«Assolutamente no. Se vediamo con serenità quello che si sta facendo, direi che è molto poco. Parliamo dell´ingegneria dei tessuti, non di clonaggio dei gameti. Qui si prendono cellule staminali del paziente e si coltivano ed espandono, sia in vitro, sia in loco. Tutto questo non è nulla di trascendentale».
Se spingiamo l´immaginazione, però, riusciamo a pensare un essere umano integralmente ricostruito?
«No. Ripeto, siamo in grado di rigenerare un numero limitato di tessuti umani, anche se in un prossimo futuro dalle cellule staminali sarà possibile ottenere ghiandole endocrine, come il pancreas. Ma non riesco ad immaginare la ricostruzione del corpo umano».
Trent´anni fa tutto questo era impensabile?
«Oggi siamo in grado di lavorare, anche in modo sofisticato, con la rigenerazione dei tessuti. Agli organi completi si arriverà in futuro: esistono fegato e reni artificiali, ma sono sistemi meccanici dove si possono inserire cellule animali che purificano il sangue».
L´innesto di un osso, di un´intera cornea o di parte di cellule cardiache potrebbe scatenare paure inconsce, rigetti psicologici?
«Macché. È come applicare una protesi: il problema sarebbe se ricostruissimo il cervello, parti che trasmettono stimoli nervosi e sensazioni, ma attualmente questo non è pensabile. Chi si sottopone a un trapianto di cuore non cambia la sua personalità, tantomeno chi rigenera la sua pelle».
Attualmente, ci sono dei settori del corpo umano completamente al buio?
«Il cervello è ancora una scatola nera: sia per il suo funzionamento, sia come base biologica del pensiero; ci sono delle intuizioni, ma nulla di concreto e di dimostrato; anche se si sono fatti passi da gigante nella coltura delle cellule nervose. D´altra parte, solo negli anni Settanta si è iniziata la coltivazione delle cellule e solo a metà degli anni Cinquanta si è saputo che il Dna è il materiale genetico».
Torniamo alle cose che si possono fare, alla rigenerazione dei tessuti. Quanto costa al paziente?
«Nella maggior parte dei casi nulla, è coperta dal Servizio Sanitario Nazionale. Ma le tecnologie hanno costi elevatissimi, perciò occorre fare delle valutazioni sui costi-benefici: sulla qualità di risultato e di vita del paziente. Sebbene la ricostruzione dei tessuti, in genere, accorci i tempi di degenza in ospedale».
In Italia cosa succede rispetto alle altre nazioni?
«Si investe poco sulla ricerca biomedica e non si hanno i meccanismi che consentono di individuare le eccellenze e puntare su quelle. In questo senso siamo una società che scientificamente si autoreferenzia».
Lei, prima di tornare a Genova, dieci anni fa, è stato a lungo in Nigeria e negli Stati Uniti. Perché?
«Mi dispiace vedere come in Italia si stia lasciando disperdere un patrimonio: la ricerca si fa con i ricercatori».
(g.fil.)

Alberto Crespi sull'Unità on line

(trascrizione di un audio disponibile sulla rete)

«Alberto Crespi dal Lido di Venezia per la Mostra del cinema, per dirvi che Marco Bellocchio ha fatto di nuovo centro. Dopo L'ora di religione, imperniato sul Giubileo, sul cristianesimo, sulla fede problematica, con Buongiorno, notte Marco Bellocchio ci ri-racconta, a suo modo, la storia del sequestro Moro, e la racconta in un modo intimo, straordinario, descrivendo la quotidianeità banale, con dei rituali quasi piccolo-borghesi, dei quattro brigatisti che tennero prigioniero Moro nel covo di via Gradoli. È molto un film visto dalla parte dei brigatisti, nel senso... con gli occhi dei brigatisti, soprattutto dalla parte di una donna, dell'unica donna del gruppo, che si ispira liberamente al personaggio di ANNA Laura Braghetti, ed è un film che descrive appunto la normalissima quotidianeità di queste persone alle prese con un destino enormemente più grande di loro.
Aldo Moro è interpretato stavolta da Roberto Herlitzka, dopo le due straordinarie prove di Gian Maria Volontè nel Caso Moro di Ferrara e in Todo modo di Petri, e Roberto Herlitzka si conferma, in questa prova, come uno dei più grandi attori italiani.
Un film psicologico e spirituale, più che politico, esattamente come L'ora di religione. Un film assolutamente da vedere.
Da domani nei cinema, tra l'altro.

Marco Bellocchio scrive sulla Stampa

La Stampa 4.9.03
IL REGISTA MARCO BELLOCCHIO RACCONTA IL SUO «BUONGIORNO, NOTTE»
«Mi riconosco la libertà di riscrivere la storia»
di Marco Bellocchio

«BUONGIORNO, notte» è un verso di Emily Dickinson che ho letto tempo fa, o forse ho solo sentito. Il titolo esatto della poesia, in realtà è «Buongiorno - Mezzanotte», ma ripensando a quel verso mi è sembrato che centrasse bene il clima del film, che ne cogliesse la profondità.
Inizialmente, nell’elaborazione del soggetto, il punto di partenza era tutto esterno, come se l’attentato, non fosse mai visto di fronte, ma vissuto attraverso una serie di altri personaggi coinvolti indirettamente nel fatto. Per esempio c’era l’episodio del nipote di Moro che giocava all’asilo, poi arrivava la polizia e lo prelevava. Però mi sembrava che questa strada non fosse sufficiente e che mi interessava di più osservare dall’interno la vita quotidiana dei carcerieri. Questa vita quasi di famiglia, con le sue ripetizioni, le ritualità, la «normalità», passati i primi momenti, poteva offrirmi delle occasioni di immagini. Ma questa piattezza, lo scandire tragico e sempre ripetitivo della storia, per me non era ancora sufficiente. A questo punto si è innestata la figura della donna, della brigatista, con tutte le sue contraddizioni. Proprio attraverso di lei, il film racconta anche la possibilità di un rapporto umano tra Moro e i suoi carcerieri ma questa contraddizione non va scambiata con uno sguardo indulgente nei confronti dei terroristi.
La figura della terrorista donna era assolutamente necessaria perché la contrapposizione tra il prigioniero e i suoi carcerieri non era sufficiente, non mi bastava. A me non interessa, non essendo uno storico, cercare di scoprire la verità, io ho voluto cercare all’interno di questa tragedia un movimento che non fosse solo apparente.
Mi sono detto: non posso subire così la storia, la verità storica – ammesso che ci sia una verità definitiva nella tragedia di Moro. Devo inventarmi qualcosa di nuovo di «falso» di «infedele». Mi riconosco questa libertà e contemporaneamente riconosco anche come sono andate a finire le cose. Queste due immagini convivono nel film. E poi oggi c’è anche un’esigenza civile e morale, non solo artistica, di «tradire» la storia, nel senso di non subirla fatalmente. Non è vero che la storia è così e sarà sempre così.
Per mia formazione e per ricerca, non simpatizzavo per le Br, e ho avuto orrore per la conclusione della vicenda, mi sembrava un’azione prima di tutto folle: ammazzare una persona così, a freddo, significa proprio non avere un rapporto con la realtà. Ci si può azzuffare, scontrare, ma non si può prendere una pistola e ammazzare una persona. Nell’immaginare il personaggio di Moro, spesso mi è venuta in mente la figura di mio padre, che è morto quando ero piccolo. Mi è stato detto: ma insomma, la figura del padre non c’è mai nei tuoi film. Già nell’«Ora di religione» c’è il padre, Castellitto è un padre, anche se pur sempre quasi un ragazzo. In questo film rappresento per la prima volta «un padre» rispetto a dei giovani, a dei «figli degeneri».
Naturalmente per fare il film mi sono anche documentato, su materiali vari. Il libro di Flamigni, le lettere di Moro, e per quella che è stata la «cronaca» interna della prigionia mi è stato utile «Il prigioniero» della Braghetti. Lì sono descritti alcuni fatti che poi nel film ho liberamente sviluppato e ampiamente tradito. Lo spirito del film è tutt’altro. Non ho quasi mai parlato con i brigatisti: ho avuto un unico incontro breve con Lanfranco Pace quando morì Maccari e venne fuori la versione che Maccari avrebbe ucciso materialmente Moro, perché Gallinari si era messo a piangere e a Moretti si era inceppato il mitra. Pace mi confermò – la notizia era già apparsa sui giornali – che Maccari non voleva uccidere Moro, lo fece per ubbidienza per disciplina militare e subito dopo sparì dalle Br.
Allora c’era una passione forte per la politica. I ragionamenti – anche i più folli – arrivavano a delle conclusioni «coerenti». C’era una sorta di «assurda coerenza» tra il pensare di cambiare il mondo e prendere una pistola e ammazzare la gente, secondo una logica non giustificabile in alcun modo. Adesso questi, le Br di oggi, mi paiono ancor più fuori dal mondo e dalla realtà e non credo che abbiano molta acqua in cui nuotare. Al tempo stesso, la storia oggi propone un terrorismo mondiale, in cui tutto si moltiplica, la vittima diventa migliaia di vittime.
Quando ci fu l’11 settembre ero già alle prese con il progetto di questo film e il dramma mi suggerì di cercare delle strade di racconto diverse. Ho anche seguito un’idea che provava a mettere in relazione tutti questi orfani, i figli dei poliziotti, quelli delle Torri, il nipote di Moro. Ma poi ho lasciato perdere, vedevo il rischio di un parallelismo schematico, mentale...
Repubblica on line 4.9.03, ore 15.00

Grandi applausi e consensi per il film del regista in concorso
"Mi interessava raccontare la storia delle persone"

Bellocchio: "Non è un film storico
ho raccontato Moro e i terroristi"

Standing ovation di 5 minuti durante la conferenza stampa
Apprezzamenti sono arrivati anche dai parenti delle statista

dal nostro inviato Alessandra Retico

VENEZIA - Un applauso lungo e commosso, come quello che ieri sera è scrosciato alla fine della proiezione riservata ai giornalisti, ha accompagnato l'ingresso in conferenza stampa di Marco Bellocchio e del cast di "Buongiorno notte", in concorso alla Mostra di Venezia. Una standing ovation durata oltre cinque minuti e che sembrava riportare l'eco di uguali applausi che ieri sera hanno salutato sui titoli di coda il film, mentre scorrevano sullo schermo le immagini di repertorio del funerale di Aldo Moro con il Papa Paolo VI e la classe politica schierata, da Craxi a Berlinguer, da Andreotti a Lama, da Zaccagnini ad Almirante.

"Ma non volevo fare un film politico o storico, non cercavo le motivazioni e le ragioni e del sequestro dello statista democristiano" spiega Bellocchio ai cronisti. "Mi interessava piuttosto la vicenda un umana, di Moro ma anche dei suoi carcerieri, in particolare la lotta interiore vissuta dal personaggio di Chiara (interpretata dalla brava Maya Sansa e il cui personaggio deriva dal libro di Anna Laura Braghetti, Il prigioniero, da cui il film è liberamente tratto) che pur credendo nelle ragioni della lotta armata si scopre a "sognare" la liberazione di un leader che sente anche persona e uomo e che tiene segregato in casa. Per raccontare questo ho dovuto tradire, essere infedele alla cronaca, smentire la tragica fatalità del sequestro e dell'uccisione barbara di Moro".

Legati alla loro missione ideologica, i carcerieri di Moro (interpretato da Roberto Herlitzka) raccontati da Bellocchio sono prigionieri loro stessi: di se stessi e di un sistema che vogliono rivoluzionare ma che li "usa". Un sequestro che è affare di Stato, ma che dalla prospettiva del tetro appartamento di via Gradoli dove i brigatisti detengono lo statista, tutto è insieme più piccolo e umano, la quotidianità della doppia vita dei carcerieri, attraversata dal sonno, il cibo, Raffaella Carrà alla tv, è persino "dolce" e insieme tragica. Chiara spia Moro, e lo sogna che libero passeggia per casa. "E' un ricordo legato alla mia infanzia - rivela Bellocchio - quando da piccolo vedevo mio padre (al quale il film è dedicato, ndr) che passeggiava in casa e vegliava sul nostro sonno". Moro che scrive lettere d'addio "alla dolcissima Noretta", che pensa al nipote Luca di due anni che non capirà il perché, che scrive a tutti, compreso al Papa Paolo VI, per "colpire" al cuore e invitare il governo a trattare ma che risponde con un ineluttabile "liberate Moro incondizionatamente".

Lo statista, uomo sereno e rassegnato, che riconosce nel gruppo dei brigatisti una donna ("l'ho capito da come sono piegati i calzini"), fa breccia nel tormento di Chiara che sul comodino tiene, accanto a Marx ed Engels, le "Lettere dei condannati a morte della Resistenza". "Quelle lettere sono una delle chiavi di interpretazione possibili del film - dice Bellocchio - per dire dell'uguale tragicità degli assassini dei partigiani e di Moro".

L'aria tormentata di quegli anni "l'ho evocata anche grazie alle musiche - spiega il regista - in particolare a quelle dei Pink Floyd: non appartenevano alla mia cultura, ma mi hanno spiegato che proprio in loro era racchiusa tutta la tragicità e la disperazione di quegli anni". Mariano (Luigi Lo Cascio), Ernesto (Pier Giorgio Bellocchio), Primo (Giovanni Calcagno) - ossia i brigatisti Maccari, Gallinari, Moretti - si fanno il segno della croce nell'ultima cena prima dell'esecuzione. Chiara intanto ha un altro sogno, Moro esce di casa, passeggia per le strade, si riprende la vita.

"Sono persuaso che la compresenza nel film di due opposte conclusioni - la libertà e la morte - corrisponda a quanto fu vissuto dal prigioniero e insieme metta in luce in modo pacato ma netto il nodo, ancora non sciolto, di quella vicenda anche dal punto di vista storico, politico e giudiziario" recita una lettera del figlio dello statista, Giovanni Moro, indirizzata a Giancarlo Leone, amministratore delegato di Rai Cinema, per ringraziarlo dell'invito all'anteprima del film "che ho apprezzato". "Non sono un critico cinematografico - continua la missiva - ma mi viene da dire che questo è un caso in cui una creazione artistica è stata capace, proprio restando tale, di accrescere la conoscenza della realtà".

Che la "storia" e la cronaca sia tutto sommato marginale, spiega ancora il regista, al film, lo dice il fatto "che siamo partiti da molto lontano, da fuori il covo di via Gradoli. Ciò non significa che non ci sia una documentazone alla base di Buongiorno notte: "Il libro della Braghetti, ma anche Flamini e Sciascia". Conferma il "tradimento" cronachistico Maya Sansa: "Non conoscevo chi sarebbe stata Chiara, la sceneggiatura è stata tenuta segreta fino all'ultimo. E io conoscevo poco di quel periodo, mi sono documentata ma alla fine ho capito che Chiara e la storia di Bellocchio sarebbe stata molto diversa da un'indagine storica. E' un viaggio introspettivo, un percorso , in parte schizofrenico quello del mio personaggio, che deve fare i conti con una grande passione rivoluzionaria e la quotidianità dolorosa del suo essere carceriera di un uomo che sogna libero".

"Un'esperienza interiore" per Roberto Herlitzka , "ho sposato subito l'impronta del film. Nulla di indagatorio e politico, ma d'atmosfera, sentimento, partecipazione emotiva a una tragedia personale. Mi sono emozionato sul momento e ho dato la mia partecipazione piccola e personale a una tragedia molto più grande di me".

Il testo del servizio del TG 3 delle 13.20 dopo l'anteprima di Buongiorno, notte di ieri sera

«Grandi applausi e tanta folla per il film di Marco Bellocchio dal titolo Buongiorno, notte dedicato al caso Moro, un film che si candida al Leon d'oro.
Teresa Marchesi:
Applausi interminabili, ma quello più atteso, il più importante, per Buongiorno, notte, l'opera emozionante di Marco Bellocchio sul caso Moro, arriva con una lettera di Giovanni, figlio dello statista assassinato, un grazie a Bellocchio e a Rai Cinema che lo ha prodotto. "Un film che illumina aspetti importanti della vicenda", dice la lettera, letta oggi in conferenza stampa, "è un caso in cui la creazione artistica è stata capace di accrescere la conoscenza della realtà".
Marco Bellocchio:
Un riconoscimento veramente straordinario da parte del figlio. Il riconoscere all'artista la libertà di essere infedele, anche, rispetto alla storia, e di andare per conto proprio, però ad accrescere una verità profonda, questo è straordinario, cioé dimostra una sensibilità, un'apertura in un uomo che è stato così colpito tragicamente da questa vicenda, veramente, che mi ha... emozionato.
Teresa Marchesi:
Venticinque anni dopo Bellocchio racconta in modo personalissimo quei tremendi cinquantacinque giorni, fra cronaca, sogno e documenti tv, come una doppia prigionia: quella di Aldo Moro, di cui Roberto Herlitzka esalta la forza umana e morale, prima acora che la statura politica, e quella dei brigatisti, ostaggi, essi stessi di un'utopia, estrema e violenta; un buio, una notte che Maya Sansa, la brigatista lacerata del film, riesce a spezzare solo sognando che Moro è libero e vivo.»

stasera Bellocchio (3): l'anteprima un grande successo

Corriere della Sera 4.9.03
Grande ressa alla proiezione di «Buongiorno, notte», ultimo titolo italiano in concorso
Bellocchio «libera» Moro, ma è un sogno
Applausi all’anteprima, la storia divisa tra ricostruzione psicologica e filmati d’epoca
di M. Po.

VENEZIA - Grande ressa ieri sera per la prima proiezione di Buongiorno, notte di Marco Bellocchio, riservata alla stampa che alla fine ha accolto il film con due lunghissimi applausi, uno dei quali ha finito per andare sulle immagini finali con la sfilata di tutti i capi democristiani nelle immagini documentarie del funerale di Moro. Ma poiché tutto il film è anche giocato tra la realtà degli eventi e la fantasia della brigatista che vorrebbe salvare la vita al prigioniero, vince nell’ultimissima sequenza l’immagine di Moro che se ne va per la strada finalmente liberato, sigla di un episodio che è sempre rimasto con un alone misterioso.
Ma è un sogno della brigatista Chiara (la brava Maya Sansa), personaggio inventato da Bellocchio, che percorre tutto il film con la sua basilare contraddizione: da una parte il fascino dell’utopia rivoluzionaria, dall’altra la pietà per un essere umano ridotto in cattività e kafkianamente processato dal tribunale proletario. Le due anime del film sono quindi proprio il suo lato documentario, attraverso la continua partecipazione di brani televisivi dell’epoca (si inizia con gli auguri di Montesano per il 1978) e la storia dell’incubo privato del personaggio inventato, ma verosimile, della terrorista.
Bellocchio ricostruisce puntigliosamente gli interni borghesi della prigione di Moro, dove la ragazza legge la sacra famiglia di Marx e Engels e le lettere dei condannati a morte della Resistenza, mentre sopra il letto dove sogna l’impossibile lieto fine c’è persino un crocefisso. La cella di Moro corrisponde all’iconografia ed è quasi sempre vista dal buco della serratura. Davanti al manifesto rosso con la stella br, lo statista, benissimo reso da Roberto Herlitzka, difende pacatamente e cristianamente la sua vita e, mentre la Carrà balla al sabato sera, egli parla della Dc come del partito della normalità, della tranquillità, del modesto benessere. E si intrattiene con i suoi carcerieri anche su questioni filosofiche come la paura della morte.
Lo si vede che scrive al Papa, Paolo VI, anch’egli fra le partecipazioni straordinarie del film, in cui non mancano neppure la famosa seduta spiritica per ritrovare lo statista rapito (accolta con qualche risata) e una serie di equivoci quotidiani che danno a tutta la storia il sapore di un match fra un gesto «straordinario» e disperato e la rivincita della vita di tutti i giorni che difficilmente sopporta gli eccessi di un gesto così perfido.
Oggi la presentazione ufficiale del film in concorso - che esce nelle sale domani ed è dedicato al padre di Bellocchio: nell’immaginare Moro ha spesso pensato al padre scomparso, un uomo tenace e conservatore -. Per stasera tutto esaurito ma senza mondanità e senza nessun familiare dello statista ucciso.

il Festival di Montreal

Il Mattino 4.4.03
CINEMA
Invasione italiana al festival di Montreal

Montreal. Con quasi 400 film nel carniere, una grande metropoli monopolizzata per 10 giorni nel segno della settima arte, registi, attori e compratori da tutto il mondo, il Festival di Montreal, che si inaugura oggi per concludersi il 14 settembre, promette di mantener fede alle attese che lo designano come il massimo evento nord-americano di cinema. In un ideale gemellaggio con Venezia, che gli passerà il testimone sabato, la rassegna si prepara a mettere in passerella moltissimi dei titoli scoperti e applauditi al Lido, ma garantisce anche succose anteprime d'autore come i nuovi film di Robert Altman, Jane Campion, Joel Schumacher. Per il cinema italiano si tratterà di una vetrina d'eccellenza in cui sarà rappresentata un'annata d'oro con tutti i «campioni» già beniamini del pubblico e degli altri festival.
Si comincia con l’anteprima mondiale di «E io ti seguo» di Maurizio Fiume, ispirato alla storia di Giancarlo Siani. Poi sarà la volta di Gabriele Salvatores (nella foto) con «Io non ho paura» e Pupi Avati con «Il cuore altrove»; Marco Tullio Giordana con «La meglio gioventù» e Ferzan Ozpetek con «La finestra di fronte»; Gabriele Muccino con «Ricordati di me» e Marco Bellocchio con «Buongiorno, notte». Ancora da Venezia verrà «Segreti di stato» di Paolo Benvenuti, mentre Nanni Moretti sarà presente con il suo corto, «The last customer».

stasera Bellocchio (2) «Lunghi e ripetuti applausi all'anteprima per la critica»

Il Mattino 4.4.03
IERI SERA LA PRIMA PROIEZIONE DI «BUONGIORNO, NOTTE»
Lunghi applausi al film di Bellocchio sul caso Moro

Venezia. Lunghi e ripetuti applausi nel finale e durante i titoli di coda per l'anteprima stampa, ieri sera, di «Buongiorno, notte», l'atteso film di Marco Bellocchio sul caso Moro, che passa oggi in concorso. Un pubblico di giornalisti ha seguito quasi con religioso silenzio le fasi finali del film con le immagini originali del funerale di Moro, Paolo VI e la classe politica schierata, da Craxi a Berlinguer, da Andreotti a Lama, da Zaccagnini ad Almirante, per terminare poi con un lungo applauso.
Bellocchio per «Buongiorno, notte» si èliberamente ispirato al libro «Il prigioniero» scritto da Anna Laura Braghetti. Il film racconta i due mesi di prigionia del presidente della Democrazia cristiana, scegliendo di seguire il percorso di Chiara (Maya Sansa), unica tra i brigatisti a mantenere un contatto con il mondo esterno con il suo lavoro d'impiegata, unica a sentire i commenti della gente che non capisce e soprattutto non si ribella. Unica a votare contro la condanna a morte.
Moro, interpretato da Roberto Herlitzka, è un uomo rassegnato e soprattutto incredulo: «Avete sbagliato persona, non ho alcun potere istituzionale», dice ai suoi carcerieri vittime, racconta Bellocchio, della loro stessa ideologia. Questa ideologia, in una scena finale del film che farà discutere, viene accumunata alla religione cattolica: i brigatisti nell'ultima cena prima dell'esecuzione si fanno il segno della croce.
Il regista è giunto al Lido nel pomeriggio di ieri rilasciando una laconica dichiarazione ai giornalisti che l’aspettavano: «Siamo molto emozionati, ma non parlo prima della proiezione». Assieme a lui c'erano gli attori, il figlio Pier Giorgio, Luigi Lo Cascio, Maya Sansa e Giovanni Calcagno. Ad attendere il gruppetto Giuliano Montaldo e Giancarlo Leone, presidente e amministratore delegato di Rai Cinema, coproduttrice del film. A Lo Cascio sono stati consegnati due Leoncini di pezza, premi assegnati da «Film tv». «Almeno» ha scherzato l’attore «un Leone ce l'ho già. Essere qui con un film come questo mi inorgoglisce».
«Penso - ha dichiarato Maya Sansa - che ognuno debba assumersi la responsabilità delle proprie azioni, ma dover adottare il punto di vista di una terrorista mi ha spinto anche a ricercare le motivazioni che possono indurre una persona a compiere un gesto estremo». E poi: «Mi sono documentata molto per interpretare questa parte, ma la mia vera Bibbia è stata la sceneggiatura. Bellocchio».

stasera Bellocchio (1): «la ciliegina sulla torta»

La Provincia
Le Br e Moro: oggi la versione di Bellocchio
Interpreta Moretti Luigi Lo Cascio

Il ’68 e il ’78. Dopo «I sognatori» di Bernardo Bertolucci sull’anno delle grandi svolte sociali arriva oggi «Buongiorno notte» di Marco Bellocchio sul rapimento Moro e il punto più tragico degli anni di piombo. Alle 20 di stasera in Sala grande entreranno Bellocchio affiancato dai protagonisti Maya Sansa (interpreta Laura Braghetti) e Luigi Lo Cascio (Mario Moretti) per uno dei film più attesi del festival. Una storia intima più che politica, la prova del nove per il cinema italiano: se il regista piacentino avesse azzeccato la misura sarebbe la ciliegina sulla torta di una selezione abbondante, buona ma senza acuti.
(...)

Libertà 4.9.03
Nostro servizio, Venezia

Marco Bellocchio è arrivato ieri nel tardo pomeriggio al Lido di Venezia, dove alloggia all'Hotel Des Bains, con gli attori del film e il figlio Piergiorgio, produttore e interprete di Buongiorno notte . Il pubblico vedrà oggi il film del regista piacentino, che certamente è l'italiano più atteso del concorso con questa sua nuova opera che inquadra il caso Moro da una prospettiva quasi intimista. Un film su cui Bellocchio fino ad ora non ha voluto fare anticipazioni ma che certamente, come accade spesso con le pellicole del regista piacentino, è destinato ad aprire dibattiti e commenti.
(...)

L'articolo e i due lanci ADNKRONOS seguenti sono stati segnalati (con altri già presenti in questo blog) da Annalina Ferrante grazie anche a Nuccio

Il Messaggero, Giovedì 4 Settembre 2003
Applausi convinti ieri sera alla proiezione stampa per "Buongiorno, notte" che passa oggi in concorso. Herlitzka e Maya Sansa tra i protagonisti
L'utopia schiacciata dai suoi anni di piombo
Bellocchio racconta con la vicenda di Aldo Moro il fallimento del sogno rivoluzionario
di LEONARDO JATTARELLI

VENEZIA - Oltre la cronaca. La tragedia del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro con la lunga prigionia dello statista democristiano è tornata prepotentemente alla ribalta ieri sera, con la proiezione per la stampa dell'attesissimo film di Marco Bellocchio, Buongiorno, notte, terza ed ultima pellicola italiana che passa oggi ufficialmente in concorso qui alla Mostra del Cinema. Applausi convinti al termine della proiezione, giudizi positivi e commozione anche se con qualche riserva da parte di una platea sicuramente non divisa. Oltre la cronaca. Perchè il regista, reduce dal grande successo con il suo L'ora di religione , già "bacchettato" per Buongiorno, notte dalla figlia dello statista, Maria Fida («Poteva almeno inviarci una lettera,... provo rammarico, rabbia, profondo dolore») in disaccordo, più che con Bellocchio, con l'ennesimo progetto che riguarda una pagina tragica della sua famiglia e dell'Italia, sbatte in faccia al pubblico Moro e i suoi carcerieri. Il tutto, visto attraverso la lente intimistica di un racconto affidato agli sguardi, in particolare a quello della giovane brigatista Chiara (Maya Sansa). Uno sguardo talvolta impaurito, a volte incapace di osservare la realtà che la circonda e che mette a fuoco il mondo degli "anni di piombo", tra la normalità del quotidiano e il fascino dell'utopia con una tv che rimanda incessantemente telegiornali ed edizioni speciali, una sorta di altro occhio al quale i br non prestano troppa attenzione. Ciò che sta più a cuore a Bellocchio, ed è palese nel suo film, è raccontare il fallimento di una generazione e della sua utopia violenta. I brigatisti ritratti nella loro disarmante incapacità di trovare troppo spesso un perchè alla loro azione criminale e affascinati dal carisma di un Moro che già preannuncia quella che sarà più tardi la sconfitta del partito armato: «Se mi ucciderete non sarete degli eroi ma solo degli assassini, vi saranno tutti contro». Chiara si scopre in conflitto anche con i suoi compagni (nel cast Roberto Herlitzka nel ruolo di Aldo Moro, Luigi Lo Cascio, Pier Giorgio Bellocchio, Giovanni Calcagno e Paolo Briguglia) e in una situazione di disagio nel ruolo di militante combattente. Strutturalmente e "filosoficamente" diverso dall'ultima pellicola di Renzo Martinelli, Piazza delle Cinque Lune , sempre sul caso Moro uscito recentemente, il film di Bellocchio, come lui stesso afferma, parte da una angolazione diversa: «Un rapporto umano tra lo statista democristiano e i brigatisti ma nessuno sguardo indulgente verso il terrorismo». La pellicola scorre e prende corpo la struttura narrativa e la scelta "altra" di Bellocchio rispetto a letture già compiute del "caso" Moro. Oggi, dopo la proiezione per il pubblico e il confronto con regista ed attori, sapremo certo qui alla Mostra qualcosa di più su quella pagina oscura dell'Italia. Rimane negli occhi l'immagine che Bellocchio regala in un finale immaginario del film. Aldo Moro che riesce a fuggire, e s'incammina per strada, da solo, sotto la pioggia, stretto nel suo cappotto, nel traffico di una mattina qualsiasi.

AGENZIA ADN KRONOS
''Il film e' dedicato a mio padre'' Venezia, standing ovation per Bellocchio e il suo 'Buongiorno notte' Il regista: ''L'assassinio a freddo di Aldo Moro atto di pura follia''
Venezia, 4 set. di Marcello Giannotti (Adnkronos)

Marco Bellocchio e il cast di 'Buongiorno, notte' sono stati accolti da una standing ovation alla conferenza stampa di Buongiorno, notte, il film del regista in concorso alla Mostra del cinema di Venezia. I giornalisti presenti nella stampa del Lido hanno applaudito il regista e gli attori per circa cinque minuti. ''La cosa piu' impossibile, piu' puramente folle e' stato l'assassinio a freddo di Aldo Moro - ha detto il regista - che mi ha ricordato le immagini terribili dei tedeschi che buttavano i partigiani nel fiume''. Marco Bellocchio spiega cosi' Buongiorno, notte, il film accolto trionfalmente alla Mostra del Cinema di Venezia. ''Per la prima volta nella mia carriera si e' trattato di un film commissionato -spiega il regista- Rai Cinema mi ha chiesto se volevo fare un film su Moro. La sfida mi ha progressivamente coinvolto. Rispetto a quella tragedia sentivo che dovevo rappresentare l'infedelta'''. Bellocchio spiega di aver voluto sottolineare ''la reazione che a un certo punto la terrorista ha, una reazione che non e' avvenuta nella storia vera. Per il film - prosegue Bellocchio - mi sono ispirato al Prigioniero scritto dall'ex brigatista Maria Laura Braghetti che si rammarica di non aver reagito e di non essersi ribellata''. ''In un prima sceneggiatura - spiega Bellocchio - Moro neanche si doveva vedere, poi lo abbiamo svelato''. Bellocchio ha dedicato il film a suo padre. ''In tutti i film che ho fatto finora mi e' stato chiesto perche' non c'era la figura di mio padre a cominciare da 'I pugni in tasca'. Nell'elaborazione della sceneggiatura e poi nelle riprese la figura di Roberto Herlitzka (l'attore che interpreta Moro, ndr) mi ricordava mio padre che ho perso quando ero adolescente. L'avevo dimenticato e annullato perche', evidentemente, per me era stata una catastrofe troppo forte. Nel film - prosegue Bellocchio - ad un certo punto la terrorista sogna di liberare Moro che passeggia tranquillamente nella casa in cui e' tenuto prigioniero. Quelle passeggiate ricordano quelle che facevano mio padre nell'appartamento dove vivevamo, che ci guardava mentre dormivamo''. Nel film c'e' anche uno scherzo giocato a Bernardo Bertolucci: una sequenza ispirata alla vera seduta spiritica che si tenne il 2 aprile 1978 a Roma e dalla quale emerse il nome di Gradoli, quello della via dove era tenuto prigioniero Moro (ma le ricerche dello statista furono invece condotte nel paese di Gradoli). Intenzionalmente incurante della veridicita' storica, Bellocchio ha rimesso in scena in Buongiorno, notte la seduta spiritica. Sette-otto personaggi intorno ad un tavolo che evocano uno spirito e, seduto su una poltrona, lo stesso Bellocchio che osserva. Il medium che conduce la seduta evoca ''lo spirito di Bernardo'' e la risposta e' ''La luna'', il titolo del film di Bertolucci del 1979. Uno scherzo, una birichinata, come la definisce lo stesso medium nel film che invita lo spirito a non scherzare. E una birichinata, come spiega Bellocchio, fatta all'amico e collega che stima da anni.

VENEZIA: ANNUNZIATA, DA BELLOCCHIO UN FILM LIBERATORIO
''E' LA CHIUSURA DI UN CERCHIO, COLMA UN VUOTO''
di Antonella Nesi

Venezia, 4 set. - (Adnkronos) - ''Buongiorno, notte'' e' ''un film molto liberatorio''. A definire cosi' la pellicola sul rapimento Moro che Marco Bellocchio ha portato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e' il presidente della Rai, Lucia Annunziata che oggi presenziera' alla proiezione ufficiale ma che ha gia' visto il film ''ben tre volte''. ''Trovo liberatorio, quasi catartico che Bellocchio abbia rimesso sullo sfondo la politica e in primo piano la psicologia dei terroristi. Questo film -aggiunge- colma un vuoto nella nostra generazione, che ha scritto di tutti tranne che di Moro e del terrorismo. In fondo siamo stati presi tutti in ostaggio da una banda di persone, i terroristi, che erano meno bravi di noi, meno intelligenti di noi e che impressero un colpo fatale'', prosegue il presidente a margine della conferenza stampa del film, che ha seguito con attenzione in prima fila.
(Nex/Zn/Adnkronos)
04-SET-03
13:07

ancora su Le Monde e Bertolucci

Repubblica 4.4.03
LA POLEMICA
"Una strana miopia"
"Le Monde" stronca Bertolucci

VENEZIA - «Bernardo Bertolucci è partito alla ricerca del tempo perduto, ma non ha trovato niente»; «i dialoghi politici sono di una vacuità sconvolgente»; "Le Monde" boccia senza riserve "The Dreamers", il film sul ´68 diretto da Bernardo Bertolucci, sottolineando anche «che è stato fischiato il 31 agosto alla proiezione per la stampa», e rincarando la dose delle accuse dando addirittura del "voyeur" al regista italiano.
Bertolucci, regista acclamato ed amato in Francia sin dai suoi esordi e, soprattutto, per "Ultimo tango a Parigi", non ha ritrovato «nulla del tempo perduto», scrive Thomas Sotinel, inviato del giornale a Venezia, «ha tentato di resuscitare un momento della storia di Parigi (maggio '68) e del cinema (le grandi trasgressioni della fine di quel decennio).
Il quotidiano francese, in un articolo in cui mette a confronto "The Dreamers" e "Twentynine palms" di Bruno Dumont, per il modo in cui propongono temi e immagini legati al sesso, non risparmia critiche anche al regista francese.
Ma i giudizi più duri sono inequivocabilmente per Bertolucci: «Mentre in strada tuona la rivolta, Theo, Matthiew e Isabelle esplorano le frontiere del proibito. Almeno, è quello che vorrebbe far credere Bertolucci, che filma con concupiscenza questi giovani corpi nudi senza mai evocare un´altra trasgressione che il suo personale voyeurismo».
Non basta: il critico del quotidiano francese non se la prende solo con le scene di sesso, ma anche e soprattutto con i contenuti di "The Dreamers", accusato di essere troppo "leggero" e vuoto. «il film è ritmato da un piccolo gioco cinefilo e da dialoghi politici di una vacuità particolarmente sconvolgente per l´autore di "Prima della rivoluzione"», scrive ancora Sotinel, «lo sguardo del cineasta su un momento che ha vissuto e annunciato è di una strana miopia, come deformato da una nostalgia fangosa».