martedì 4 novembre 2003


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la sesta edizione di
BAMBINO DONNA E TRASFORMAZIONE DELL'UOMO
oltre che a ROMA, alla libreria AMORE E PSICHE
è adesso disponibile anche
da STRATAGEMMA a Firenze
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un laboratorio per musicisti a Roma

Saint Louis College of Music
www.slmc.it


Giovedì 6 novembre ore 15.00 in Via Cimarra 19/B

Incontro ad accesso libero con Tony Carnevale per la presentazione del

Laboratorio di Ideazione e Produzione Applicata
(già “Laboratorio di applicazioni industriali della musica”)


Sviluppo delle capacità creative e relazionali in ambito professionale: ideazione, composizione, arrangiamento, pre-produzione midi/audio, produzione (registrazione, mix e mastering) nella moderna industria multimediale.

Due parole per riassumere la storia del laboratorio in oggetto.
Molte cose sono cambiate da quando – era il 2001 - è iniziata questa avventura didattica presso il Conservatorio L. Refice di Frosinone, che ha accolto con lungimiranza questa proposta: il laboratorio è andato sempre più trasformandosi in direzione di un vero e proprio centro di produzione musicale caratterizzato da un grande fermento di idee e da una gran voglia di realizzarle.
Si è creato un solido gruppo di partecipanti che ha sviluppato collaborazioni anche – ed era uno degli obiettivi – al di fuori delle aule del Conservatorio; sono stati realizzati circa una trentina di progetti originali, alcuni dei quali hanno trovato applicazione nell’industria multimediale trasformandosi da progetti di studio in veri e propri “lavori” (vincendo anche dei premi).
Un importante istituto artistico-culturale nazionale ha risposto - nel 2002 e nel 2003 - alla richiesta di contribuire allo sviluppo di queste iniziative, concedendo delle “borse di studio” da utilizzare per la realizzazione di progetti musicali nati all’interno del laboratorio stesso, per permettere cioè la realizzazione di tali progetti in un vero e proprio studio di produzione, dando la possibilità di raggiungere un altro degli obiettivi: eliminare le distanze tra il mondo “teorico” della didattica ed il mondo “pratico” del lavoro.
Il terzo ciclo di attività, che si è svolto presso la sede della Artonica 96, ha permesso di consolidare innanzitutto il metodo: il cardine del laboratorio è rappresentato dalla produzione musicale di progetti originali dei partecipanti, seguendo un percorso che parte dall’idea ed arriva alla definitiva realizzazione su master, cosa che permette di affrontare tutte le fasi della lavorazione e le relative tecniche che si sono sviluppate in questi ultimi anni nell’ambito dell’industria musicale.


Tra i vari argomenti trattati (e supportati da intensa attività pratica) vale la pena ricordare:

- aspetti formali e sintattici della composizione industriale, relativamente ai progetti proposti dai partecipanti ma anche in senso analitico generale
- tecnica e pratica di arrangiamento ed orchestrazione moderna
- uso delle tecnologie e dei software più in uso nella moderna industria musicale
- problematiche connesse alle diverse applicazioni della musica, con specifici approfondimenti su cinema, televisione, discografia, danza.
- aspetti pratici e psicologici della prassi professionale


Da rilevare la piena riuscita del metodo collettivo: ogni partecipante discute con tutti gli altri il proprio progetto durante la realizzazione dello stesso, traendone stimolazioni e suggerimenti (ovviamente guidati dal docente), spesso arrivando a vere e proprie collaborazioni che si sono sviluppate, come già detto, anche al di fuori della sede didattica.
E’ importantissimo sottolineare il carattere interdisciplinare del laboratorio che tende ad utilizzare, per la realizzazione dei progetti in esso sviluppati, le risorse interne della scuola in cui ha sede, permettendo agli allievi degli altri corsi di sviluppare anche un’esperienza di produzione musicale vera a propria.

Un prospetto tecnico degli argomenti per offrire maggiori dettagli:

- Aspetti creativi della composizione: l’ideazione del progetto
- Ascolto analitico e commento di lavori musicali applicati
- Rapporto tra musica e immagine, musica e movimento
- Tecniche di composizione: strutture e stili, dalla semplice “song” (testi compresi) al sinfonismo moderno.
- Tecniche di arrangiamento, orchestrazione e pre-produzione: strutturazione di parti ritmiche, strumentali e vocali in vari stili, stesura delle stesse al computer, editing e stampa.
- Midi e computer: gestione creativa di software e generatori di suono.
- Tecniche di registrazione: ripresa microfonica di strumenti e voci, registrazione analogica e digitale, Editing.
- Elementi di fonica ed elaborazione del suono
- Aspetti tecnici e organizzativi di una produzione musicale: dall’ideazione alla realizzazione di un Master, pianificazione ed ottimizzazione del lavoro.
- Aspetti tecnici e psicologici del rapporto con le varie figure professionali dell’industria multimediale
- Aspetti legali dell’attività musicale: il diritto d’autore, i diritti degli artisti interpreti esecutori, le Royalties, i contratti etc.


E’ opportuno precisare che tutto ciò è indicativo in quanto il vero fulcro del laboratorio è comunque il rapporto di continua stimolazione che viene a crearsi tra i partecipanti sotto la guida del docente.

- Frequenza: quindicinale
- Durata: 5 ore per ogni incontro (gli incontri sono collettivi)
- Giorno: da concordare
- Numero massimo di allievi: 10 effettivi + eventuali uditori (partecipano come gli altri ma non propongono un proprio progetto originale). Sarà necessario un colloquio di ammissione nel quale sarà valutato un lavoro originale presentato dall’allievo, preferibilmente su supporto audio (CD o altro), oppure su carta.


Il Laboratorio è diretto da Tony Carnevale: per eventuali informazioni visitate il sito http://digilander.libero.it/artonica

Contattare: Saint Louis College of Music – tel 06 4870017

lunedì 3 novembre 2003

psicologia forense: l'Università di Torino ha avuto un'idea...

La Repubblica ed. di Torino 3.10.03 Pagina II
Si aprono le iscrizioni per un corso unico in Italia che prepara veri specialisti del Foro
Nasce lo psicologo legale
Un master per gli esperti della macchina della verità
di Ottavia Giustetti


George W. Bush e Al Gore si sottoposero alla macchina della verità in campagna elettorale per dimostrare che ciò che promettevano agli americani era vero. Il secondo vinse il test e non le elezioni ma entrambi con il loro show soddisfecero un recondito desidero umano, quello di possedere uno strumento scientifico infallibile capace di smascherare chi sta mentendo. Così anche il lavoro di avvocati e giudici sarebbe rivoluzionato se la macchina della verità potesse entrare nelle aule dei tribunali e rivelare le segrete intenzioni degli assassini. In qualche stato Usa è così. In Italia invece il dibattito è aperto ma nel frattempo l´apparecchio è approdato all´Università di Torino, alla facoltà di Psicologia dove proprio in questi giorni si sono aperte le iscrizioni al primo master universitario di secondo livello in psicologia forense.
Se il genere cinematografico del legal thriller non passa mai di moda e anzi, arricchisce sempre di nuovi affascinanti particolari l'immaginario dei giovani aspiranti avvocati e giudici, la realtà dei processi italiani è ben diversa e lo si nota facilmente entrando in un'aula di tribunale. Le fluenti arringhe dei bellocci attori americani è talvolta rimpiazzata da imbarazzanti balbettii dell'avvocato difensore, gli interrogatori del pubblico ministero sono solo la brutta copia di quello sfoggio di abilità retorica cui ci ha abituato il grande schermo e le convincenti arringhe che concludono i processi fanno acqua da tutte le parti. Ma non solo: è nata in questi anni l'esigenza di formare in Italia specialisti del Foro (avvocati, psicologi, criminologi, magistrati e periti) con competenze aggiornate e innovative accanto a quelle tradizionali. Per far fronte alle nuove sfide, all'adattamento delle tradizionali competenze, come richiesto dal processo penale moderno, l'Università di Torino, con la cattedra di Psicologia giuridica del professor Gugliemo Gulotta, ha dato vita a questo master unico nel suo genere in Italia.
La cronaca quotidiana evidenzia un mutamento continuo della tendenza criminale: ha già una propria letteratura il cyber crime, è in aumento il numero di ragazzi, sempre più giovani, coinvolti in assassini brutali, dilaga il fenomeno delle baby gang di pari passo con la crescita del disagio giovanile. E poi ancora aumenta l'esigenza di comprendere una realtà in evoluzione: il dramma silenzioso delle violenze psicologiche in famiglia; il malessere nelle condizioni di mobbing e molestie sul lavoro; la pedofilia e la difficile gestione dei conflitti nei casi di divorzio e affidamento dei figli. La figura dello psicologo è chiamata a intervenire con competenze sempre più specialistiche nel campo forense e agli avvocati e ai giudici e è richiesta una crescente competenza in materia psicologica.
Nell'arco di un anno di lezioni, concentrate nei fine settimana, professori ordinari e associati oltre a numerosi professionisti del foro metteranno a disposizione gli strumenti utili per affrontare l´evoluzione del processo moderno. Il master è strutturato in 500 ore di attività formativa di cui 300 ore di didattica e 200 ore di lezioni interattive, di studio individuale guidato e con l'assistenza di tutor. Particolarmente efficaci alcune metodologie di apprendimento che prevedono il coinvolgimento diretto dei partecipanti, come l'utilizzo di una stanza con specchio unidirezionale simile a quella dei più avvincenti thriller cinematografici, esercitazioni con la macchina della verità e simulazioni di processi videoregistrate.

alla libreria AMORE E PSICHE
in visione la cassetta della lezione
di Marco Bellocchio

La cassetta della lezione di Marco Bellocchio
alla Facoltà di lettere di Roma di Mercoledì 29 ottobre
è visibile a richiesta in libreria


presso la libreria è anche disponibile la sesta edizione di
BAMBINO DONNA E TRASFORMAZIONE DELL'UOMO
di Massimo Fagioli


via s. caterina da siena, 61 - Roma
info: 06/6783908
amorepsiche2003@libero.it
vi ricordiamo i nostri orari:
lun. 15-20
mart-dom. 10-20

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...per chi non è a Roma
l'audio è disponibile anche sul web


Il solo audio (2h 25') della medesima lezione
di MARCO BELLOCCHIO
si può ascoltare anche in rete
sul sito di mawivideo.it


dove si trovano anche le immagini dell'AFFRESCO di Massimo Fagioli
e la registrazione di tutte le precedenti emissioni audio e video

cliccare QUI
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domenica 2 novembre 2003

(informazione ricevuta da Annalina Ferrante)

Lucia Fusco segnala un'intervista a Marco Bellocchio
su Vanity Fair in edicola

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da La Stampa di Roma:
Marco Bellocchio alla "Sapienza"

LA STAMPA VIVEREROMA
venerdì 31 Ottobre 2003

INCONTRO ALLA SAPIENZA
Due ore col regista Marco Bellocchio
Seicento studenti lo interrogano
di LICIA PASTORE


Due ore e venticinque minuti di una lunga ed appassionata intervista collettiva con Marco Bellocchio. Nell’aula uno, stracolma, della facoltà di Lettere de La Sapienza, ieri pomeriggio erano in oltre 600. Studenti, docenti, personalità del mondo accademico, hanno preso parte all’incontro organizzato con il coordinamento scientifico di Michela Costantino dell’Irre, il Dipartimento di Italianistica e Spettacolo dell’Università La Sapienza e l’Adi, sui rapporti tra cinema e letteratura.
Per questa manifestazione conclusiva del ciclo iniziato ai primi di ottobre con i Taviani e Rosi, il regista di «Buongiorno notte» Bellocchio è stato intervistato da Paolo Bertetto, ordinario di filmologia alla Sapienza e docente di Analisi del Film al Centro sperimentale di Cinematografia di Roma. «Grazie per il profondo senso di liberazione che trasmettono le sue immagini» ha detto una studentessa intervenendo sulla storia delle brigate rosse. Il tema è ancora caldo e l’interesse tra i giovani per quel periodo, è stato confermato dalle richieste e dalle emozioni che il film "non documentario" ha suscitato: «Il mio film non è la storia delle brigate rosse. Ho voluto rappresentare quello che è gran parte della mia vita».
Il regista piacentino indicato da Bertetto «come chi nel cinema non si arrende», ha raccontato di nascere come pittore e pur rivendicando la sua libertà artistica, ha sottolineato l’esperienza ventennale con l’Analisi Collettiva e con lo psichiatra Massimo Fagioli. «Riconosco una posizione di ribellione, di rifiuto - ha ribadito Bellocchio - ma usando strumenti diversi che mi sono venuti attraverso l’approccio complesso con i seminari di analisi collettiva. Nel film arrivo alla rappresentazione di un discorso di libertà e di cambiamento di quest’uomo che passeggia libero per le strade di Roma». Una ricerca complessa che ha portato in aula un clima di grande emozione per gli elementi di riflessione emersi nel corso dell’incontro terminato con una standing ovation.

Marco Bellocchio intervistato sull'Unità di Venerdì 31.10

l'Unità venerdì 31.10.03, pag. 20
Cinema e realtà
BELLOCCHIO L'isola delle Br


I terroristi? Oggi peggio di allora, quando fu ucciso Moro.
«Sono folli e isolati», commenta il regista di «Buongiorno, notte». «Si sono perduti in un deserto buio»

«La fermezza di Bush contro il terrorismo mi ricorda quella mostrata dallo Stato italiano davanti al caso Moro»


di Gabriella Gallozzi


ROMA «Se già le Br di vent'anni fa avevano un rapporto con la realtà difettoso e disumano, quelle di oggi sembrano così scolIegate dal mondo da apparire sperdute nel deserto».
Marco Bellocchio interviene a caldo sulle ultime vicende di cronaca segnate dal «blitz antiterrorismo» che ha portato agli arresti degli esponenti delle cosidette nuove Brigate Rosse.
E lo fa, da regista che ha puntato la sua lente sul caso Moro con Buongiorno, notte, un film che ha spiazzato molti - soprattutto per il finale in cui si immagina un Aldo Moro liberato -, ha ricevuto critiche e commenti entusiasti da destra e sinistra e, soprattutto, si è rivelato un successo al botteghino con oltre tre milioni di euro di incassi. La pellicola di Bellocchio ha inoltre riacceso il dibattito sugli anni di piombo, «occupando» oltre che i media anche le università italiane dove Buongiorno, notte è «invitato» dagli studenti e dai professori per accese discussioni in aul. «Ancora l'altro giorno - racconta il regista - sono stato alla Sapienza di Roma. Nell'aula magna di Lettere sembrava di essere tornati nel '68: tantissimi studenti, una folla incredibile e una discussione tesissima. Segno che il caso Moro è un tema che non. tocca solo la generazione che ha vissuto quegli anni, ma anche i giovani di oggi che allora non erano neanche nati».

Nel suo film, ispirato al romanzo della Braghetti, i brIgatisti più volte dicono di aspettarsi un'insurrezione popolare a seguito dei loro interventi armati. Quali attese si immagina possano avere i brigatisti di oggi?

Beh, ci sono gradi di follia che hanno un loro percorso particolare.
Oggi ho come l'impressione che a livello simbolico i nuovi brigatìsti siano precipitati in un buio profondo. Già vent'anni fa credevano di essere l'avanguardia di un movimento e invece erano gli ultimi.
Ora nel 2003 la loro posizione appare ancor più scollata dalla reaItà, tanto da mostrarli perduti nel deserto. Certo, l'ingiustizía e la diseguaglianza sociali che spinsero una minoranza alla lotta armata esistono ancora. Allora, però, i riferimenti, erano legati alla Resistenza, a tutta una serie di movimenti in corso, dalla rivoluzione culturale cinese alle lotte di liberazione di Che Guevara, un enorme calderone di temi e ideali importanti. È vero che le Br di allora non godevano dell'appoggio dell'opinione pubblica e tantomeno dei sindacati o del Pci, eppure molti giovani, come ha raccontato Mario Moretti, bussavano alle porte delle Br. In certi ambienti ci sono stati persino dei brindisi alla notizia dell'omicidio di Aldo Moro. Il contesto di quegli anni era molto complesso. Il mondo diviso in blocchi, la P2, la Cia. Non so se si sia trattato del grande complotto, ma credo senz'altro che alla base del caso Moro sia pesata l'apertura ai comunisti. Per cui oggi l'isolamento delle nuove Br appare ancora più evidente: gli scenari del presente si sono ampliati e modificati.

Cioè?

Oggi l'orizzonte è dominato dai pericoli della globalizzazione, dagli Stati Uniti che fanno da padroni nel mondo, basta vedere le ultime vicende in Iraq. Ecco, Ia fermezza di Bush l'isolamento delle nuove Br appare mi sembra quella che seguì lo Stato italiano nella vicenda Moro.

La «fermezza» di Bush nella lotta al terrorismo, però, tutti sanno che serve a coprire l'espansione politica ed economica degli Stati Uniti. E la guerra preventiva in Iraq ne è stato l'esempio più illuminante

È vero ma io penso alla parola fermezza, a quel senso di ineluttabilítà che si porta dietro. Per tutti non c'era niente da fare, sia per Moretti, sia per lo Stato. E al centro Aldo Moro come agnello sacrificale. È stata una, strada quella della fermezza che ha lasciato solo perdenti: le Br dopo l'omicidio Moro sono implose e per lo Stato è cominciata la crisi che ha portato poi alla seconda Repubblica.

La cosa che colpisce in questi giorni di fronte agli arresti dei nuovi brigatisti è la strumentalizzazione che ne stanno facendo la destra e il governo colpendo soprattutto il sindacato...

Certo è una strana coincidenza che proprio il giorno dello sciopero generale si compia il bliz antiterrorismo e nella conferenza stampa i massimi vertici dello Stato sottolineino ad uso mediatico la denominazione Comunisti combattenti. Che alcuni di questi, poi, possano essere stati nel sindacato non mi sembra certo una notizia, dovevano forse provenire da Confindustria? Semmai per chi ama la dietrologia mi sembra più interessante la figura di questo Mezzasalma che poteva accedere in qualche modo ad informazioni secretate. Ritroviamo, insomma i servizi segreti nello scenario legato al terrorismo

A giorni il nostro giornale porterà in edicola una serie di film di Silvano Agosti dedicati al decennio '68-'78, quello di tante lotte e battaglie politiche. Gli anni, in qualche modo, che hanno preparato al «mistero» Moro. Che cosa crede sia scaturito da quel decennio?

Il Sessantotto è stato un momento di vitale e allegro spontaneismo, ma già allora si intravedeva quello che successivamente sarebbe stato lo scontro frontale, con l'avversario. In quegli. anni io militavo col gruppo maoista-leninista Servire il Popolo, che, come tanti altri gruppi della sinistra extraparIamentare aveva come obiettivo la realizzazione di una repubblica socialista. Per tutti la fine della società borghese era ineluttabile. Si trattava solo di una questione di tempo. Le Br, imbracciando le armi, pensavano di poterla realizzare subito. Oggi, certo, tutto questo appare assurdo e folle. Così come l'ho mostrato in Buongiorno notte, dove, pur raccontando di allora ho voluto parlare del presente. Quella passeggiata finale di Moro per la città non è solo un'utopia di libertà, ma un desiderio di speranza di fronte ai tempi bui che stiamo vivendo. Bui anche per la politica, tanto che la sinistra si trova a vivere il paradosso di dover compiere una battaglia per difendere le istituzioni, poíché questo governo fa quello che vuole e non ha alcun senso dello Stato.

inoltre, sull'Unità di pochi giorni fa, Piero Sansonetti iniziava così il suo articolo dal titolo "Accuse Contundenti":

«Le Brigate Rosse non c’entrano niente con il movimento sindacale. Non c’entrano con Epifani e Cofferati. C’è bisogno di spiegarlo? No, basta la storia della Cgil e dei suoi dirigenti a rendere chiare certe cose. Da una trentina d’anni la Cgil e i suoi dirigenti sono in prima fila contro le Br. Lo avete visto il film di Bellocchio? Avete visto chi riempì le piazze d’Italia dieci minuti dopo il rapimento di Aldo Moro? Il sindacato, la Cgil.
Quello che parlava dal palco di San Giovanni era Luciano Lama, il maestro di Cofferati: non era Berlusconi.
[...]»

anoressia e bulimia

La Repubblica domenica 2 novembre 2003 Pagina 28 - Cronaca
A Todi il primo centro pubblico per la cura dei disturbi alimentari che accetta minori di quattordici anni. Perché le vittime sono sempre più giovani
La clinica delle baby anoressiche "Così si guarisce dal mal di cibo"
La struttura ha aperto a maggio: dieci posti letto, tre dei quali già occupati da bambine
La terapia dura fino a cinque mesi, in un caso su tre si esce dall´incubo per sempre
dal nostro inviato SILVANA MAZZOCCHI


TODI - Entri e ti arriva un pugno nello stomaco. Eppure la costruzione è di grande bellezza, con stanze luminose e finestre che affacciano su un giardino radioso. Il pugno è nella sofferenza che intuisci, che senti nell'aria, che vedi negli occhi delle ragazze, e delle bambine, che al «Centro per la riabilitazione dei disturbi alimentari» cercano di riprendersi il futuro. Una sofferenza a due facce: anoressia e bulimia, parole di origine greca che significano «completa mancanza d´appetito» l'una e «fame da bue» l'altra. Ma che grondano dolore e rischio e che sono «un cancro dell'anima che colpisce il corpo», come dice la mamma di Gaia, 20 anni, da cinque in preda all´ossessione di diventare sempre più magra perché, anche a 32 chili di peso si vede «così grassa» da non volersi vestire con niente. Una percezione, un'idea di se stesse e del proprio corpo che nulla ha a che fare con la realtà. Lo urla alla psicoterapeuta Giulia, 11 anni, quando davanti a una sua foto di qualche tempo prima che la ritrae sorridente e appena in carne, assicura che «fa schifo» e che «non sarà mai più così». Lei che in ospedale è arrivata con la crescita ossea bloccata, per gravissima malnutrizione.
Il Centro di Todi è la prima struttura pubblica in Italia che accoglie le bambine al di sotto dei 14 anni. Ha aperto nel maggio scorso e già ha ospitato nelle sue stanze tre piccolissime pazienti. «La diffusione di questi disturbi nella preadolescenza è una realtà», conferma Laura Dalla Ragione, psichiatra e responsabile del Centro. «Negli ultimi due anni la proporzione delle giovanissime che soffrono di disturbi dell'alimentazione è molto aumentata e continua ancora a crescere.» Le bambine sono la punta estrema di un fenomeno in continua espansione: due milioni di malati soltanto in Italia, 55.000 nuovi casi l'anno di anoressia e 70.000 di bulimia ogni anno, con esiti di mortalità del 10-15%». Patologie che insidiano soprattutto le donne nella fascia d'età tra i 12 e i 25 anni (il 10%), ma che non escludono i maschi, la cui proporzione è ormai da uno a dieci ed è in costante espansione.
In Umbria, la residenza per le bambine è un segmento, la punta di diamante di un intervento sanitario pubblico modulato in quattro livelli. L'ambulatorio a Perugia, il day hospital e il ricovero ospedaliero a Todi, l'ospitalità a palazzo Francisci, per la riabilitazione. «Inutile negarlo, questo tipo di disturbi (spesso le malate trasmigrano da una patologia all'altra) sono favoriti da una società che impone modelli di corpi magri e scattanti. E il problema è ormai tanto diffuso da poter parlare di epidemia» precisa Dalla Ragione.
Pietro Alleri è pediatra e internista. Offre una possibile lettura dell'insorgenza delle malate-bambine. «È come se il mondo» dice «avesse subìto un'accelerazione improvvisa. Come se le pressioni mediatiche, sempre più prepotenti avessero stravolto il ruolo della famiglia rendendola spesso inadeguata a riequilibrare e a insegnare». E sempre più spesso le famiglie, disperate, sono costrette a rivolgersi alla struttura pubblica. Per chiedere aiuto, per apprendere a gestire la malattia delle figlie e dei figli, per imparare a organizzare i cibi, a somministrarli come fossero medicine. Per trovare la forza di chiudere a chiave dispense e frigoriferi.
Al Centro, dieci posti letto, le ragazze restano da tre a cinque mesi. Seguono un programma, spesso iniziato in ospedale dove in équipe si formula la diagnosi e si studia la cura. Cercano di raggiungere un peso accettabile e di correggere il comportamento patologico. Nel tempo libero seguono corsi di inglese, di artigianato. Anche se la cura resta il fulcro di tutto. E dunque, il cibo, rifiutato o divorato. Tra un pasto e l'altro le cucine vengono chiuse a chiave per evitare le abbuffate. E i bagni rimangono sigillati per due ore, un deterrente per le bulimiche e il vomito indotto.
«I pasti sono assistiti», racconta Giuseppe Passeri, psicologo «e prima di mangiare teniamo dei gruppi di autoaiuto». Serve a diminuire l'ansia e lo stress. L'anoressica spezzetta il cibo, è lentissima e, attraverso il controllo esasperato, cerca di essere sempre più magra. La bulimica ha comportamenti disordinati, non resiste all'impulso di abbuffarsi (in una sola volta può ingerire anche 10.000 calorie), ma poi vomita ed elimina. «E spesso ingoia diuretici e lassativi, fino a farsi male». Interviene Raffaele Ruocco, nutrizionista, colonna del Centro: «L'anoressica ha fame, ma si rafforza con la capacità di controllarsi. È questa la cifra della sua autostima, del suo valore. Anche la bulimica ha il corpo al centro delle sue preoccupazioni. Lei ha un peso normale, non ha i sintomi della fame da digiuno, ma si guadagna l'autostima con il controllo del proprio peso. A tutti i costi».
Di anoressia e di bulimia si può anche morire e spesso il disturbo ritorna o diventa cronico. Ma, ad alimentare la speranza, c'è che, almeno in un caso su tre, se ne può uscire del tutto. «Per me è ormai solo un ricordo, da incubo» conferma Carla, 28 anni, che ce l'ha fatta a liberarsi da una bulimia che l'ha invasa a 16 anni. «Mi rimpinzavo, fino a star male. Poi vomitavo. Ogni volta mi sentivo a terra, uno straccio». Conclude Irene, 24 anni, già avanti nel cammino terapeutico: «Dopo aver vomitato, la disistima di me mi prostrava. Piangevo, mi vergognavo. Ora spero di esserne fuori. Per sempre».

La Repubblica domenica 2 novembre 2003 Pagina 28 - Cronaca
LA STORIA
Le abbuffate di nascosto in cucina, la sensazione di essere tollerata a fatica dalle consorelle. Alla fine l´Ordine l´ha sospesa
Bulimia, il calvario di suor Lucia costretta a lasciare la vita in convento
Ora lavora alla Caritas e segue una psicoterapia. Vuole curarsi e "rinascere"


PERUGIA - Grandi abbuffate nella cucina del convento. Dolci, merendine, i resti delle mense. Tutto ingoiato in fretta e di nascosto e, subito dopo, due dita in bocca e via. Vomitare era un'ansia, uno stress, ma anche uno stimolo incontenibile, una liberazione. E poi, puntuale, quel senso di colpa invasivo e ingovernabile. Per aver messo al centro di se stessa la propria immagine, il suo essere terrena. Lei, una suora, una che aveva preso i voti per scelta e per convinzione, una che aveva scelto la fede e la spiritualità. Suor Lucia riesce a confessarlo soltanto dopo tre mesi di psicoterapia: «Il suo corpo non le piace».
Suor Lucia ha 29 anni ed è bulimica da quando di anni ne aveva ventiquattro. È sottopeso, ma si vede troppo grassa, grazie a quella non percezione reale di sé che accompagna il disturbo. Durante la psicoterapia, Lucia ricorda di quando era ragazza, prima dei voti. Anche allora aveva sofferto di bulimia. In seguito si era sentita in pace, guarita. Mentre «il mostro» era soltanto addormentato. E si risveglia quando l'adolescente di un tempo diventa suor Lucia. Mangia e vomita, si vergogna e si dispera. In comunità c'è una suora delegata a occuparsi dei problemi psicologici delle consorelle. Le sta vicino e la aiuta, ma presto si rende conto di non farcela da sola e decide di rivolgersi alla struttura specialistica.
Suor Lucia arriva in ambulatorio all'inizio dell'anno, accompagnata dalla consorella. E inizia un trattamento integrato. Pasti assistiti e colloqui con lo psicoterapeuta. Il cammino intrapreso è lungo e richiede tempo e impegno. Lei ce la mette tutta, vuole guarire, ma sente che la comunità non accetta il suo disturbo. Capta un atteggiamento ostile, si rende conto che il suo male viene vissuto più come un peccato, come un vizio più che come una patologia. Torna ad abbuffarsi, e a vomitare.
Soffre ma non cede suor Lucia. Continua la cura e tre mesi dopo, finalmente, tira fuori il rospo. Vuole dominare il proprio corpo. E mangia e vomita perché «non si piace grassa» come lei si vede. Ammette con la psicoterapeuta ciò che non aveva mai osato confessare prima, neanche a se stessa. E si sente meglio. Si è tolta un peso, migliora. È intelligente, ha una buona cultura ed è intenzionata a guarire. Il convento è tutto per lei, la sua casa e la sua famiglia. Ma non sono passati cinque mesi dall'inizio della cura che, improvvisamente, viene sospesa dal suo Ordine. Non può più essere una suora nella sua comunità, almeno per il momento. «Una decisione estrema» secondo Laura Della Ragione che di religiosi e religiose con disturbi psichiatrici anche gravi ne ha curati tanti.
Suor Lucia ha dovuto accettare la sospensione dall'Ordine. Ora vive in una grande città del centro Italia e lavora alla Caritas. È stata affidata a psicoterapeuti del luogo. Vuole ancora guarire. Per rinascere. (s.mz.)

L'Unità 30.10.03
Un nuovo centro residenziale per l'anoressia
di Laura Dalla Ragione


I Disturbi del Comportamento Alimentare (Anoressia e Bulimia) rappresentano attualmente in Italia un problema di notevole gravità, con un incremento costante nella fascia compresa tra la prima adolescenza e l'età prepuberale. I dati nazionali di prevalenza di questi disturbi indicano un aumento di questa patologia tra la popolazione femminile tra i 10 e 25 anni, che ha assunto le caratteristiche di una vera e propria epidemia sociale (in questa fascia di età intorno al 10%).
Di fronte ad un problema così complesso la USL 2 della Regione dell'Umbria è la prima in Italia ad avere costruito un percorso assistenziale completo per i Disturbi del comportamento alimentare. Il programma ambulatoriale, parte centrale del trattamento, è svolto a Perugia in un ambulatorio integrato specifico per questi disturbi sorto dalla collaborazione tra l'U.O. Dietetica dell'Azienda Ospedaliera di Perugia e USL2. Presso l'Ospedale di Todi è attivo un servizio di Day Hospital e di degenza ospedaliera per i casi acuti, e sempre nel centro di Todi, è sorta la prima struttura residenziale pubblica italiana per l'anoressia e la bulimia della USL 2.
La struttura si trova all'interno di un antico palazzo di Todi circondato da un parco di alberi secolari dove una equipe di personale specializzato della USL2 (psicologi,pediatri, nutrizionisti psichiatri, fisioterapisti, infermieri, dietiste) svolge un programma integrato che affronta in maniera intensiva la patologia. Tale struttura può rappresentare o il proseguimento terapeutico in ambiente protetto di una degenza ospedaliera acuta o una alternativa al ricovero stesso che, soprattutto per ragazze molto giovani, a volte bambine, può determinare gravi effetti secondari. Accoglie ragazze/i da tutta Italia anche sotto i 14 anni. La durata della degenza varia dai 3 ai 5 mesi ed è tale da consentire un recupero ponderale e la costruzione di una consapevolezza della patologia che possa essere accettata dalla paziente.
Per informazioni rivolgersi a: Residenza Palazzo Francisci USL2 Todi 075-8943302. Posta elettronica: dca.umbria@ausl2.umbria.it

sabato 1 novembre 2003

due recensioni di "Live", di Tony Carnevale

dal Messico:
Sorry for the delay, here is, as promised, the review of the live album. Please congratulate Tony on my behalf, as this is one of the best albums we have received and definitely one of the best I've heard in long while.
Regards and please keep us informed in whatever Tony is doing.
Sincerest regards from a true fan.

Chuy J.D. Diaz


Tony Carnevale "Live - Rock Symphonic Concert" 2003

Quadri (12:11), Fuoco E Ferro (7:36), Le memorie Dalla Scogliera (9:41), Onde (6:31), Isabeau (11:03), Igrayne (6:33), Danza Sul Vulcano (10:03), Quello Che Gli Altri Non Sanno (4:24), La Vita Che Grida (9:09)
Lo he dicho más de una vez y lo sostengo, cuando se trata de rock progresivo sinfónico cargado de emotividad y lírica no hay como los italianos. Cuando se quiere que las cosas se pongan épicas, pomposas y si, para algunos es así, pretenciosas hay que llamar a los ítalos. Aquí esta la última prueba que tenido el privilegio de escuchar. Tony Carnevale es un virtuoso tecladista con estudios formales en música coral, composición y piano. Ha publicado tres discos en estudio, hecho varias composiciones para coreografías, televisión y teatro y con "Live - Rock Symphonic Concert" nos presenta su primera grabación en vivo. Es decir, Tony tiene una amplia experiencia no solo en el ámbito de la música, sino también del movimiento cultural de su país y eso se muestra en sus composiciones. El arranque es con Quadri, que es una revisión de "cuadros en exibición" de Mussorgski, con lo que seguramente muchos esperarán algo similar a lo hecho por ELP, pero no, esta versión es mucho más que eso. Una vez instalados en este viaje, iremos escuchando guitarras agresivas, pasajes quietos de piano, frenéticos acordes de órgano, saxofones y violines. No se puede exigir más de lo que aquí nos entregan, sencillamente fabuloso. Para no ir corte por corte, me bastará decir con que el disco llega a su cúspide con la canción que cierra: "la vita che grida" donde participan los grandísimos Rodolfo Maltese (guitarra) y Franceso di Giacomo (voz) de Banco del Mutuo Socorsso.
De lo mejor del año, un gran, gran disco.
Calificación: ***** (5 de 5)

dalla Francia:
Tony Carnevale
Live - Rock Symphonic Concert - 79':37"


En dépit de son immense talent, ce musicien italien demeure injustement méconnu hors de son pays natal. En fait, il était jusqu'à présent victime de la diversité de son inspiration, tentant de faire cohabiter entre autres avec la plus grande radicalité, un classicisme brillant et une modernité toute progressive.
Un peu à l'image des premiers After crying, il y manquait sans aucun doute une cohérence globale. C'est chose faite avec cet album live, où la sélection des titres, la tonalité énergique ou l'ambiance d'une salle surchauffée (le musicien semble avoir une certaine popularité en Italie) ajoute à la qualité des compositions, un fil conducteur miraculeux. Bref, l'album idéal pour qui veut découvrir un Tony Carnevale plus proche que jamais des Suédois du Pärh Lind Project.
Laurent Metayer

GIORGIONE. "Le maraviglie dell'arte"

Venezia, Gallerie dell’Accademia
Dal 1 novembre 2003 al 22 febbraio 2004

Vienna, Kunsthistorisches Museum
Da marzo a giugno 2004


(per altre informazioni, cliccare QUI)

“Egli appare piuttosto come un mito che come un uomo. Nessun destino di poeta è comparabile al suo, in terra. Tutto, o quasi di lui s’ignora, e taluno giunge a negare la sua esistenza. Il suo nome non è scritto in alcuna opera; e taluno non gli riconosce alcuna opera certa…”
G. D’Annunzio, Il fuoco, 1898


Dal 1 novembre le Gallerie dell’Accademia di Venezia ospitano uno straordinario evento espositivo dedicato a Zorzi da Castelfranco, detto Giorgione, tra i maestri più affascinanti e misteriosi della pittura rinascimentale. L’occasione è offerta dalla presentazione della Pala del Duomo di Castelfranco dopo l’esemplare restauro eseguito nei laboratori del museo a cura della Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Veneziano, la Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico e Demoetnoantropologico del Veneto e l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze.
Esponendo la Pala alle Gallerie, naturalmente all’interno di una speciale teca climatizzata, non si poteva non accostarla alle altre opere presenti nel museo: la Tempesta, la Vecchia, la Nuda , e insieme a queste il Cristo portacroce della Scuola Grande di San Rocco, unico altro dipinto rimasto in città e ormai concordemente assegnato all’artista. E’ sembrato conseguente aggiungere alla Nuda, frammento superstite della grande decorazione del Fondaco dei Tedeschi, quel Putto alato recentemente ricomparso in collezione privata inglese, che John Ruskin aveva acquistato a Venezia nella seconda metà dell’Ottocento, anch’esso restaurato, e mai esposto prima in pubblico.
A fronte di questo progetto il Kunsthistorisches Museum di Vienna ha consentito allo straordinario prestito dei Tre filosofi e della Laura che, dopo la mostra del 1955, non si sono più potuti vedere accostati.
Inoltre il museo Boijmans van Beuningen di Rotterdam, proprio per la presenza contemporanea della Tempesta e dei Tre filosofi (condizione che aveva posto come sine qua non), ha eccezionalmente concesso in prestito l’unico disegno certo di Giorgione, "Veduta di Castel San Zeno a Montagnana e figura seduta", che presenta diverse analogie con i due dipinti. Per ragioni di conservazione il prezioso disegno potrà rimanere in mostra solo per quattro settimane ed essere visibile solo per alcune ore al giorno (negli intervalli rimarrà al buio e coperto).

Il Comune di Castelfranco, a sua volta, è inserito nel percorso espositivo con il famoso fregio di casa Marta Pellizzari, che riapre al pubblico per l’occasione dopo il restauro e con un nuovo impianto di illuminazione, e la cui visita sarà gratuita per i possessori del biglietto della mostra.

Essere riusciti a raccogliere nove opere fondamentali dell’artista, che presenta un corpus non superiore a 25 titoli, è un’impresa eccezionale che da oltre cinquant’anni non riusciva a realizzarsi.
Studiosi di fama internazionale hanno collaborato alla stesura del catalogo Marsilio con saggi, schede, una bibliografia aggiornatissima, completato da una sezione relativa alle analisi stratigrafiche, radiografiche e riflettografiche, con particolare attenzione ai risultati del restauro della Pala. Non mancano le novità: sul piano iconografico, sulla complessa creazione delle opere, sulla storia della loro circolazione. Tra queste le tracce di disegni evidenziate dalle riflettografie persino nella Tempesta e la scoperta che la Pala eseguita essenzialmente a tempera, mentre, la Tempesta e la Vecchia sono realizzate con una tecnica mista: a tempera e a olio. Ma se la tecnica è meno innovativa di quanto si fosse creduto in passato, completamente nuovi sono la resa del paesaggio, i soggetti e la stupefacente sensibilità cromatica.

Corriere della Sera 3.11.03
RINASCIMENTO Venezia: esposta alle Gallerie dell’Accademia la Pala di Castelfranco recentemente restaurata e altri nove dipinti
Giorgione: doppio mistero insoluto
Dell’artista morto di peste a 33 anni non si conoscono ancora tutte le opere e la loro simbologia
di Carlo Bertelli


Una rassegna di 10 dipinti, ma le tensioni che una mostra di Giorgione (1477/8-1510) provoca, fra prestiti ottenuti, negati e discordie fra gli esperti, sono tali che un progetto precedente, per Palazzo Grassi, poi abortito, costò la salute a Paolo Viti, uno dei più geniali ideatori e organizzatori di esposizioni che vanti l'Italia. Prendo in mano il catalogo di una celebre mostra, Giorgione e i giorgioneschi, del 1955, e colgo a volo le enormi differenze. Come oggi, mancavano all'appello opere cardine, come la Venere di Dresda e la Giuditta dell’Hermitage, ma un’altra ventina di opere erano lì per reclamare il visto d’entrata nel catalogo di Giorgione.
Oggi la discussione si è molto spostata dal dilemma «Giorgione-non Giorgione»: 74 pagine del catalogo (Marsilio) sono dedicate alla discussione sui dipinti esposti, 29 all'esame tecnico e ai restauri, 100 al dibattito iconologico, che può svolgersi benissimo in assenza delle opere, tanto che uno dei saggi verte su due piccole opere (le due tavolette degli Uffizi con storie bibliche) non pervenute e improbabili come opere di Giorgione.
Così l’esposizione diventa il paradigma della incapacità attuale della storia dell'arte di pronunciarsi. Concretezza dell'analisi scientifica e della ricerca d'archivio, sgomento di chi deve manifestare un'opinione conclusiva fra tesi discordanti, vanità dell'iconologia.
La grande occasione della mostra è stata offerta dal restauro della Pala di Castelfranco, la cui datazione da tempo è stata anticipata a circa il 1500, rispetto al 1504 che era dato come riferimento sicuro. Non sono piccoli spostamenti, per un artista nato tra il 1477 e il 1478 e morto di peste pochi giorni prima del 7 novembre 1510.
Una vita breve, affreschi eseguiti e perduti, dunque un catalogo ristrettissimo, che gli studi dell' ultimo decennio hanno ancora diminuito, attribuendo opere ritenute sicure ora a Tiziano, ora a Sebastiano del Piombo. Un solo dipinto chiaramente datato: la Laura, qui esposto, che ha sul retro la data 1506; del Ritratto virile di San Diego in California, non esposto, la data è stata letta 1506 o 1510.
Quando dipinse Laura, Giorgione aveva già incontrato Leonardo, che nel 1500 fu per breve tempo a Venezia. I tre filosofi, qui esposti, contengono altre sottili allusioni a Leonardo: nel filosofo giovane, che rammenta il san Matteo della Cena; nei ciottoli visti sotto il pelo dell'acqua, che fanno pensare alla Vergine delle Rocce.
La Pala di Castelfranco viene prima di tutto questo, il suo incanto è tutto e soltanto di Giorgione, ed Emilio Gadda vi colse la malinconia e «la vista, dagli archi del sontuoso tempietto, sui sereni colli e sfondo dei lor alberi e cielo».
E Gadda metteva queste riflessioni in bocca a una contadina veneta inurbata a Milano, scoprendo così un aspetto profondo della pittura di Giorgione come iniziatore della grande epopea della pittura veneziana del Cinquecento: la capacità di trasmettere sentimenti profondi al di là di ogni barriera.
Gli sforzi per dare una lettura intellettualistica delle opere di Giorgine si scontreranno sempre con la realtà di una pittura che ha il mistero come suo ineliminabile ingrediente.
A cominciare dalla Tempesta, che innumerevoli e sudati sforzi hanno cercato e cercano di banalizzare. Il rischio è di togliere a Giorgione la sua posizione di innovatore e costringerlo dentro la camicia stretta della normativa letteraria e filosofica, pur non avendo basi sufficienti per farlo e quando il colore di Giorgione, proprio per la sua densità e per il suo predominio assoluto sul disegno, annulla simili disquisizioni.
La mostra evita gli scogli attributivi, ma con la sua selezione rigorosa si allontana anche dal rischio di includere nel catalogo giorgionesco opere che vi sono entrate soltanto perché offrivano lo spunto a dissertazioni sociologiche.

Giorgione, Gallerie dell’Accademia, Venezia, sino al 22 febbraio. Tel. 041/5200345

La Repubblica 3.11.03
La struggente malinconia di un mito del Rinascimento

nuovi saggi di Gentili, Settis e Aikema
In mostra anche i "tre filosofi"
Un artista di cui si conoscono 25 opere
Alle Gallerie dell'Accademia di Venezia nove capolavori del pittore scomparso a 33 anni
di ANTONIO PINELLI


Negli ultimi anni abbiamo assistito all'infittirsi di rassegne così gremite di opere d'arte da ingenerare un principio di nausea perfino nel più bulimico dei visitatori. Da questo punto di vista, la mostra che si è inaugurata nelle Gallerie dell´Accademia è in netta controtendenza, essendo composta da solo 9 opere (Giorgione. Le maraviglie dell'arte, a cura di G. Nepi Sciré, fino al 22 febbraio). Beninteso, non 9 opere qualsiasi, ma altrettanti capolavori di Giorgione, un pittore stroncato dalla peste a circa 33 anni e di cui conosciamo non più di 25 dipinti. Ecco perché, sebbene così esigua, la mostra odierna ha tutti crismi di un evento da non perdere, cui però è consigliabile accostarsi con l´atteggiamento di chi è invitato ad un banchetto in cui assaporare le pietanze senza fretta, perché è la qualità e non la quantità a farla da padrone.
L'iniziativa nasce per festeggiare la fine del restauro della Pala di Castelfranco. Eseguito nel laboratorio dell'Accademia con la consulenza dell'Opificio delle Pietre Dure di Firenze, l'intervento conservativo ha messo in sicurezza la pala con un sofisticatissimo restauro del suo fragile supporto ligneo, restituendole nel contempo l'incanto luminoso della superficie pittorica. Prima che torni nella sua sede originaria, la mostra offre l'opportunità rara di osservare da vicino il dipinto restaurato di fresco, ma per l'occasione è riuscita anche a riunire intorno alla pala altre 8 opere di Giorgione.
Per quattro di esse, la Tempesta, la Vecchia, la Nuda e il Cristo portacroce, non si è dovuti andare lontano, ma è invece eccezionale il doppio prestito da Vienna dei Tre filosofi e della Laura, così come la presenza in mostra dell'unico disegno attribuito concordemente a Giorgione, il cosiddetto Pastore in un paesaggio proveniente da Rotterdam, e del frammento di affresco con un Putto alato che rappresenta, di fatto, la più recente acquisizione allo scarno catalogo giorgionesco. Si tratta di un frammento staccato dalla facciata del Fondaco dei Tedeschi, che fu affrescata da Giorgione nel 1508 e di cui si credeva fosse rimasto solo il frammento della Nuda, staccato nel 1937 quando ormai non era altro più che un'evanescente reliquia corrosa dalla salsedine. Il nuovo frammento è anch'esso gravemente danneggiato, ma risulta assai più leggibile della Nuda, offrendoci informazioni preziose sull'affresco eseguito da Giorgione a due anni dalla morte. Rappresenta un putto alato che si arrampica su un ramo frondoso e colmo di frutti, fu acquistato nell´800 a Venezia da Ruskin ed è da poco ricomparso in una raccolta privata inglese.
Come tutti i personaggi di spicco morti anzitempo, Giorgione fu immediatamente avvolto dall'aureola abbagliante del mito. Il che aumentò il fascino delle sue opere, ma contribuì anche, in passato, ad alimentare un fiorente mercato di falsi e, ai giorni nostri, a moltiplicare le controversie attributive, per non dire del proliferare di dotte e talora astruse interpretazioni dei suoi dipinti. Grazie anche alle indagini riflettografiche e radiografiche appositamente condotte, l'odierna mostra è un´ottima occasione per fare il punto su alcune delle questioni più controverse, cui il catalogo offre un contributo critico prezioso. Augusto Gentili, ad esempio, schizza un vivace e anticonformista ritratto di Giorgione, mettendo il dito sulla piaga di certe debolezze della sua produzione giovanile in fatto di correttezza anatomica e di scioltezza nelle pose delle sue figure. Un impaccio che però sparisce nelle opere tarde, in cui emerge un «far grande» che valse all´artista le prime, importanti commissioni pubbliche. Più difficile è seguire Gentili nelle sue congetture sull'identità ebraica (o comunque culturalmente filoebraica) di Giorgione, che seppur basandosi sull'innegabile frequenza di personaggi vetero-testamentari nella sua opera, si fondano principalmente sul rilancio di una vecchia e implausibile interpretazione della Tempesta come Ritrovamento di Mosè e sulle identificazioni di uno dei Tre Filosofi di Vienna come l'Anticristo e del pastore nel disegno di Rotterdam come Elia, ipotesi che lasciano, a dir poco, perplessi.
Del tutto convincente, invece, è la lettura proposta da Settis della Pala di Castelfranco, che consente di datarla al 1504 o poco dopo. Riallacciandosi ad una dimenticata descrizione risalente al 1803, Settis interpreta come sarcofago di porfido il parallelepipedo scuro su cui poggia il trono marmoreo della Vergine. Si tratta insomma di una concreta allusione al vero sarcofago con le spoglie del giovane soldato Matteo Costanzo, morto nel 1504, che è situato nella cappella. In tal modo si spiega non solo la ragione del singolare verticalismo della composizione, ma soprattutto della palpabile mestizia che pervade l'intera pala, per evaporare come nebbia al sole soltanto nella quieta serenità del paesaggio. Una mestizia che induce la Vergine e il Bambino a rivolgere gli occhi verso il sepolcro sottostante, vela lo sguardo accorato di S. Francesco e proietta l'ombra dell'elmo sugli occhi del giovane santo soldato.
Vero è che la tristezza è quasi sempre di casa nei quadri di Giorgione, la cui carica di innovazione è proprio da cercare nel timbro espressivo del suo Stimmungsbild improntato ad una dolce ma struggente malinconia, e che volle autoeffigiarsi come malinconicissimo David, in perfetta sintonia con l'immagine topica dell'artista saturnino, proprio come avrebbe fatto un secolo dopo Caravaggio.
Forse è proprio la Tempesta il quadro giorgionesco meno malinconico, anche se alle spalle dell'arcadico idillio tra il «pastore» che osserva complice la «zingara che allatta» si addensano, non viste, le nubi squarciate dalla folgore. Su questo dipinto, che con la Flagellazione di Piero della Francesca e la Primavera di Botticelli condivide il primato assoluto di tentativi ermeneutici inesorabilmente falliti, va segnalato l'interessantissimo saggio di Bernard Aikema in catalogo che ha, a mio giudizio, soprattutto il merito di collegare il ruolo innovativo di Giorgione al suo dialogo con Dürer (che fu a Venezia dal 1505 al 1507) e, più in generale con i pittori e incisori della Germania meridionale. Riconducendo la Tempesta nell'ambito di opere che evocano lo stato primordiale dell'umanità, Aikema coglie a mio avviso nel segno, anche se a me pare che l'accento vada posto soprattutto sul contrasto tra un'arcadica età dell'oro ignara delle minacce che la stanno per travolgere, piuttosto che sull'affermazione ideologica di una superiorità della civiltà veneta su quella tedesca.

venerdì 31 ottobre 2003

"Addio al passato" di Marco Bellocchio
anche a Firenze e a Napoli

Libertà venerdì 31.10.03
"Addio del passato" - Il documentario girato a Piacenza verrà distribuito nei cinema italiani
Bellocchio: il film su Verdi in tour
di Daniela Bisogni


"Addio del passato", il documentario di Marco Bellocchio girato a Piacenza, in varie località cittadine (tra le quali il Teatro Municipale, la zona Infrangibile, e Villa Sant'Agata) tra gli amanti de La Traviata. Soprattutto, l'operazione ha visto protagonisti molti artisti, musicisti e addetti ai lavori piacentini. Il film è stato presentato al Festival di Venezia 2002 e sta godendo di una inaspettata e dignitosa distribuzione nelle sale. Lo hanno già proiettato il cinema Lumière di Bologna, il Politecnico Fandango di Roma, l'Anteo di Milano mentre al Massimo di Torino si vedrà a partire dalla fine di novembre.
«Il film di Bellocchio - ha rivelato Fabrizio Grosoli di Fandango, tra i promotori dell'iniziativa - rientra nella distribuzione di 25 documentari in una ventina sale italiane, che sono in continuo aumento. Abbiamo chiesto a Sergio Pelone della Filmalbatros di darci le copie del documentario di Bellocchio, concludendo un accordo in base alla percentuale degli incassi, senza minimi garantiti, come per la quasi maggioranza delle altre produzioni: cioè non non ci guadagnamo quasi nulla, proprio per promuovere l'iniziativa».
Le altre sale italiane che, a partire da fine novembre, proietteranno il film di Bellocchio sono: l'Abc di Bari, l'Ariston di Catania, lo Spaziouno di Firenze, il Sivori di Genova, l'Astra di Padova, il Modernissimo di Napoli, il Cinema Zero di Pordenone, l'Azzurra e l'Ariston di Trieste, il Giorgione di Venezia, il Santa Lucia di Lecce, la sala Truffaut di Modena, il Fulgor di Rimini e il Nuovo Filmstudio di Savona.
[...]

dal Ticino: effetti del Ritalin sui bambini

Ticino.news.ch (quotidiano online)
Farmaci ai bambini
Le nuove droghe delle multinazionali


Nel 1986, nel Massachussets, un ragazzo di 14 anni uccide a mazzate (da baseball) un suo compagno di scuola. Rod, questo il nome del ragazzo, era sotto effetto della stimolante droga psicotropa Ritalin, che prendeva da ben 7 anni. Sia i genitori di Rod che il loro avvocato erano certi che l’omicidio era una diretta conseguenza degli effetti collaterali del Ritalin. Si trattava dell’ennesimo bambino diagnosticato con “problemi mentali” alle quale i soliti addetti ai lavori hanno prescritto farmaci discutibili, molto discutibili. Un trend che sino ad oggi non ha dato cenni di voler terminare.

Il Ritalin è classificato dall’Amministrazione americana dei Cibi e dei Farmaci (Food and Drug Administration) sotto la stessa categoria di cocaina, morfina, e oppio (anfetamina). Questa classificazione, conosciuta come Scheda 2, di cui il Ritalin fa parte, viene indicata dalla FDA come “di alto potenziale per abusi” e che un “abuso di questa sostanza può portare a seria dipendenza”. Le droghe della Scheda 2 che possono essere legalmente prescritte, sono tra le più pericolose. Non è un caso che in Stati Uniti il Ritalin, usato in combinazione con il Talwin, in alcune città è maggiormente responsabile di crimini comuni che qualsiasi altra droga. Nonostante l’ammissione del fatto che si tratti di uno psicofarmaco pericoloso, viene comunemente prescritto anche alle nostre latitudini. Se alcuni pensassero che vi è una relazione diretta tra l’assunzione di psicofarmaci da parte di bambini e ragazzi, e le purtroppo famose stragi nelle scuole, beh, non sarebbe un peccato mortale..

A George e al suo fratello gemello di 11 anni fu prescritto di prendere lo psicofarmaco Ritalin, nel 1973, dopo che furono diagnosticati iperattivi. George disse che molto presto cominciò a sperimentare degli effetti collaterali, e dopo un mese smise semplicemente di prenderlo senza dirlo a nessuno. “Mi sentivo come uno zombi”, diceva, “dovevo semplicemente smettere”. Il fratello invece continuò a prendere il Ritalin per due anni, e George disse: “Mio fratello Jerry cominciava davvero ad essere depresso”. Poco tempo dopo, Jerry si impiccò. George disse che questò suicidio, addebitabile al Ritalin, creò notevole sconforto ai suoi 3 fratelli minori e alla familia. L’intera familia è stata resa vittima dalla psichiatria. Ed oggi non si è da meno, psichiatri per bambini, dottori che dovrebbero ristudiarsi la medicina, quella vera, e aitanti pedagoghi nelle scuole, si adoperano nello spacciare droghe per farmaci ai nostri bambini.

Il Ritalin viene solitamente prescritto dagli psichiatri ai bambini diagnisticati iperattivi. Il “manuale” psichiatrico di diagnosi indica come sintomi iperattivi qualsiasi normale comportamento che un qualsiasi bambino ha e ha sempre avuto: 1.  2. ha difficoltà a restare seduto quando gli è richiesto, 3. viene facilmente distratto da stimoli esterni, 4. è impaziente nell’attendere il suo turno durante un gioco o in situazioni di gruppo, 5. spesso risponde alle domande prima che siano terminate del tutto, 6. ha difficoltà nel seguire insegnamenti dati da altri.., 7. ha difficoltà nel concentrare la sua attenzione giocando, 8. spesso va da un’attività incompleta all’altra, 9. ha difficoltà nel giocare quietamente, 10. spesso parla troppo, 11. spesso interrompe o invade attività di altri, o giochi di altri bambini, 12. spesso sembri non ascoltare quello che gli viene detto, 13. spesso perde cose utili ai suoi giochi o per la scuola, o per la casa, [...]
Il Manuale di diagnosi psichiatrico (DMS) indica che il bambino che ha otto o più di queste caratteristiche è un bambino iperattivo. A questo punto il Ritalin viene preso in considerazione per la “cura”. L’unica cosa che non viene presa in considerazione è che queste caratteristiche corrispondono al 99% dei bambini di questo mondo!  

A cura di Lucio La Chimia
info@kulturapop.com
www.kulturapop.com

Margherita Hack:
«la maggioranza della gente in Italia se ne frega della religione»

l'Unità 30.10.2003
«Il principio della laicità dello Stato non è mai stato rispettato»


FIRENZE La decisione di togliere il crocifisso dalle scuole del giudice dell’Aquila ha dato inizio a una serie di reazioni a catena che sembrano non trovare fine. Con un generale sdegno del provvedimento che trova approvazione un po’ in tutte le parti politiche. Tra le voci contro c’è invece la scienziata Margherita Hack, tra l’altro membro del comitato di presidenza dell’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti. Per lei il provvedimento è un atto dovuto.
Perché?
«Ma perché mi pare che l’Italia sia uno stato laico e dunque è ovvio che non ci debba essere nessuno simbolo religioso nelle scuole: non c’è una religione di stato e dunque non ce ne deve essere nemmeno una preferita a un’altra. Tutt’al più ci dovrebbe essere una storia comparata di tutte le religioni, ma certamente non l’ora di religione cattolica. Oggi la società è cambiata, è diventata multietnica e multirazziale e non è un fatto che può essere ignorato».
Ma il crocifisso è il simbolo della nostra cultura.
«E questo cosa vuol dire! Anche se questa è la nostra cultura non si cancella mica se viene tolto un crocifisso. La cultura rimane, è qualcosa che viene assimilata fin da piccoli e rimane il fatto che a scuola si insegnano altre cose. Poi, se qualcuno vuole mandare i bambini a catechismo, o a scuole di religione, lo può sempre fare, non a caso gli ebrei e i musulmani hanno la loro scuola».
E i cattolici?
«Se la facciano. Ripeto, in Italia non esiste una religione di stato e non ci si può rifare a leggi del 1924 che poi sono state superate dal Concordato successivo e da altri articoli. Senza contare che la diversità della società di oggi rende impossibile qualsiasi raffronto con il passato. Oggi non c’è nessun motivo perché ci debba essere un simbolo religioso. Come succede in Francia, del resto, senza provocare lo sdegno di nessuno».
Piena solidarietà al giudice dunque.
«Assoluta. Ha agito benissimo e trovo assurde tutte queste critiche, così come trovo pazzesco che il ministro Castelli lo vada a sottoporre a un provvedimento disciplinare. È una vera pazzia».
C’è chi ci vede una questione di rispetto.
«Proprio non capisco. Nessuno vieta a chi è cristiano di rispettare il crocifisso, liberissimo di farlo, ma perché si deve imporre anche a chi non ci crede? Sono delusa anche per i politici che si sono affrettati subito a contestare questa decisione. Anche dai Ds mi aspettavo una reazione diversa».
Anche il presidente Ciampi ha preso una posizione netta.
«Sì, ma questo ormai non mi stupisce più. Con tutto il rispetto, il presidente Ciampi ha dimostrato più volte di essere debole di fronte a certi avvenimenti. Mi riferisco anche alla legge Cirami e al lodo Schifani. Che bisogno aveva di firmare subito?».
Comunque gli italiani che vanno all’estero rispettano la cultura del paese in cui si trovano.
«Già, ma questa gente lavora e vive qua. Questa è una questione di principio e in uno stato laico non ci devono essere simboli religiosi. Finché c’era una singola religione come nel ‘24 il crocifisso non dava noia a nessuno: tutta la popolazione era italiana, il 99% era cattolica e l’1% che rimaneva era comunque cristiano. Ma ora ci sono sempre più islamici, ebrei, buddisti, induisti e questa storia del simbolo religioso non ha più senso.
È vero che questa polemica è nata in un momento particolare.
«Esattamente. Questo tizio, poi, sembra anche abbastanza antipatico e arrogante. Ma il fatto in sé non deve distogliere dal problema reale che si pone».
Che fa nascere manifestazioni e dibattiti in tutto il paese.
«Mi sembra tutto così ridicolo, tanto più che la maggioranza della gente in Italia se ne frega della religione. Mi sembra piuttosto un’occasione per dare adito al razzismo, un pretesto che permette di scatenare le antipatie contro il diverso. E da questo punto di vista questo Smith non ha certo fatto un buon servizio alla sua comunità. Quanto meno lo poteva dire in un altro modo, ma almeno un vantaggio c’è stato».
Quale?
«Che finalmente è stato messo nero su bianco su un punto fondamentale: non è mai stato fatto rispettare il principio della laicità dello stato».

giovedì 30 ottobre 2003

Lidia Menapace: crocefissi e fondamentalismi

Liberazione giovedì 30.10.03
Cristo strumentalizzato per resuscitare nazionalismo, fondamentalismo ed emozioni inconsulte
Sul crocefisso, scontro di inciviltà
di Lidia Menapace


Molti mi sembrano i segni inquietanti di un progressivo scivolamento fuori dalla legalità costituzionale democratica. Cito alla rinfusa: la consuetudine - vere prove generali di presidenzialismo - da parte di Berlusconi di interloquire direttamente e senza possibilità di contraddittorio, dagli schermi televisivi, in questioni ancora da decidere: con ciò si cancella il parlamento, le varie giurisdizioni dei poteri e la formazione dell'opinione pubblica, alla faccia dello sbandierato principio di sussidiarietà e l'importanza dei corpi intermedi, non parliamo poi di federalismo! Ancora a caso: la assoluta mancanza di proporzioni tra le notizie. Dieci milioni di lavoratori e lavoratrici che scioperano sono subito cancellati e nessuno li intervista o rappresenta, perché scoppia la questione del crocefisso e del resto anche la puntualissima inchiesta sulle nuove Br (a una appassionata lettrice di gialli - come sono - le coincidenze sono sempre un po' sospette). Infine il voto di fiducia posto su una questione cruciale come la finanziaria, che strangola il dibattito parlamentare, alla faccia del proclamato "liberalismo" del presidente!

Per capire la faccenda del crocefisso bisogna tenere conto di un processo che vuole e per il quale è necessario suscitare ondate di nazionalismo, di fondamentalismo religioso e di emozioni inconsulte allo scopo di favorire sia leggi restrittive sia un diffuso malessere e sentimento di insicurezza, cancellare le facce dei veri crocefissi contemporanei uomini donne bambine bambini immigrati: insomma intorbidire le acque. Se Bush chiederà armi e soldi e uomini per la sua illegale guerra e occupazione dell'Iraq l'opinione teledipendente già allenata ai condoni fiscali ed edilizi sarebbe forse abbastanza incline a dire di sì al condono bellico.

Si tratta peraltro di uno scontro di "inciviltà": la prova pericolosamente evidente è l'appoggio che il "fronte cattolico libanese" dà alla crociata a favore del crocefisso. Come è noto i falangisti cattolici libanesi sono violenti terroristi e fondamentalisti. Averne la solidarietà è pura vergogna.

Ciò detto veniamo ai fatti: su richiesta di un signore musulmano noto per essere un vero provocatore e assai poco rappresentativo degli islamici che vivono nel nostro paese, ma molto intervistato nelle TV, il magistrato ordina che sia rimosso il crocefisso in un'aula di scuola elementare di un piccolo centro abruzzese, aula frequentata dal figlio del citato signore. Non invidio il bambino, costretto a sopportare le bizze del padre e probabilmente oggetto di curiosità indiscrete e pesanti: il primo dovere delle autorità scolastiche e amministrative è di garantire il massimo di serenità ai bambini, il che si fa, tra l'altro, non sbandierando per giorni a ogni telegiornale meriti e virtù dei crocefissi. Tuttavia la vicenda illustra bene la "cultura" del nostro paese. L'ultima scoperta non è che bisogna ristabilire un clima di convivenza e amicizia nelle scuole, ma che forse il crocefisso è di proprietà del Vaticano e quindi non si potrebbe rimuoverlo senza il benestare del confinante stato confessionale. Ma come mai le leggi di uno stato confessionale hanno vigore e applicazione in uno stato laico? resta vera la rabbiosa definizione dell'Italia che dava un noto laico d'altri tempi: «Questa repubblica monarchica di preti!».

Trovo di esemplare equilibrio la parola di Scialoja che rappresenta molti musulmani del nostro paese quando dichiara che non avrebbe sollevato la questione, ma adesso una risposta gli è dovuta. Le risposte sono arrivate, ma non capisco perché tutti quelli e quelle che sono a favore della laicità dello stato italiano e vorrebbero cogliere l'occasione per levare i crocefissi dalle aule delle scuole pubbliche magari su richiesta, gradualmente, con discussione e non d'imperio, arrivino tutte e solo a me, anche quelle che portano in cima la dizione "Comunicato stampa", tanto da intasarmi la e-mail e nessuna, nemmeno mezza, arrivi ai Tg. Mah! sembrerebbe una censura, o no? E dire che i più indignati sono credenti associazioni cattoliche gruppi di insegnanti cristiani della scuola repubblicana, cattolici singoli giuristi teologi personaggi di fede, mentre persone sulla cui conformità alle norme più note ed elementari della morale cattolica si può dubitare perché le loro posizioni sono note, si stracciano le vesti e piangono calde lacrime di coccodrillo a tutela dell'esposizione dei crocefissi.

Da un po' di tempo l'ostentazione di croci d'oro e diamanti (o similoro e cristalli) sul petto di signore dedite all'intrattenimento mi dava un po' fastidio, meno le croci e crocette appese a un orecchio a mo' di ornamento, magari insieme a mezzalune o a simboli magici, da una cultura giovanile che esprime simbolicamente indifferenza o curiosità generica per il fenomeno religioso. Tutto ciò dimostra una progressiva laicizzazione e banalizzazione dei simboli religiosi, fenomeno cui non si risponde con superstizione rilanci di integrismi e altre sciocchezze pericolose o ordinanze e rilanci a comando. Dirò allora che in uno stato laico i luoghi pubblici non debbono mostrare nessun simbolo religioso di nessuna religione (o sennò di tutte), che informazioni religiose di tipo storico è giusto che vengano trasmesse con atteggiamento critico e non catechistico. Ad esempio la lettura e conoscenza dell'Antico Testamento, un libro di grandissimo valore storico estetico religioso è scarsa in Italia perché, secondo la tradizione cattolica non era ammessa la lettura diretta e il "libero esame" del testo. Sarebbe ora di avviare un liberissimo esame, che allargherebbe gli orizzonti e le cognizioni.

In ogni caso mi auguro che riusciamo a fare argine alle ondate di fondamentalismo che ci arrivano e che albergano anche dentro di noi. Il fondamentalismo è molto infettivo e bisogna difendersene fin da subito, mai rispondendo sullo stesso piano. E' meglio cogliere il tono conciliante e critico di Scialoja, imparare che nell'Islam, come nel Cristianesimo, che sono fenomeni di proporzioni e durata millenarie, vi sono moltissime varianti e sfumature, per trovare ambiti di discorso e di comprensione. Altrimenti si rischia di rimanere travolti da una irrazionalità crescente che produce minacce razzismi esclusioni. Insomma davvero: evitiamo scontri di inciviltà.

Mark Rothko (*)

La Repubblica giovedì 30.10.03 Pagina 44 - Cultura
ROTHKO E LA TELA INFINITA
la mostra del centenario
A un secolo dalla nascita, una selezione di capolavori del pittore morto suicida che voleva rappresentare le emozioni
Voleva che lo spettatore si perdesse nei suoi quadri guardandoli da vicino
BASILEA
FABRIZIO D'AMICO


(*) informazioni e immagini su e di MARK ROTHKO possono essere viste QUI

Cade quest´anno il centenario della nascita di Mark Rothko: ed è ancora una volta la Fondazione Beyeler di Basilea, dopo la grande mostra del 2001, a dedicargli un ricordo, intenso ed emozionante: quattro sale raccolgono venticinque suoi dipinti, da un primo del 1938, Entrance to subway, a cui s´usa far risalire il primo snodo rilevante della sua ricerca, sino agli acrilici ultimi, datati fra '69 e '70, l´anno del suicidio. Contemporaneamente, alla Beyeler, è allestita una fin troppo ampia mostra sull´opera tarda di Paul Klee, relativa a quel suo ultimo decennio che lo vide rifugiato nella natia Svizzera dopo la condanna nazista dell´»arte degenerata»: un tempo in cui parte degli studi ha riconosciuto, fors´anche sull´onda emotiva di quell´esilio e della malattia che lo condurrà alla morte nel 1940, uno dei vertici dell´arte di Klee.
Ma è una non banale coincidenza, quest´omaggio parallelo a due fra gli artisti del secolo trascorso più intensamente amati prima di tutto dai loro colleghi pittori, d´ogni tempo e latitudine, sino ad oggi: due pittori che hanno poco o nulla, all´apparenza, da spartire, se non - cruciale - quella primazia riconosciuta da entrambi al pensiero sulla mano; e, assieme, quel rifuggire il messaggio univoco implicito nella propria opera, che pur volevano capace di parlare all´uomo. Klee dipinse, e scrisse sull´atto del dipingere, per insegnare a guardare il mondo, mai per narrarlo. Vent´anni dopo la sua morte, al culmine d´una fama divenuta presto universale, Rothko, che aveva da tempo abbandonato una rabdomantica e imperfetta figurazione surrealista per una pittura di pura effusione cromatica, dichiarò, paradossalmente, di «non essere un pittore astratto». Di essere disinteressato a sondare semplicemente una sintassi possibile di forme e di colori. «Quel che m´interessa è soltanto la rappresentazione delle emozioni fondamentali dell´uomo - tragedia, estasi, destino»; meglio: di suscitare nel riguardante, attraverso la sua opera, la percezione acuita di quelle emozioni.
Il modo in cui lo spettatore avrebbe fruito della sua pittura è sempre stato al centro delle preoccupazioni di Rothko (che ha con ciò anticipato un´attitudine poi divenuta canonica in ambito concettuale); al punto che attraverso l´evolversi delle sue indicazioni e dei suoi interventi relativi all´allestimento delle sue mostre o delle sale museali a lui dedicate (quella, ad esempio, della Tate Gallery di Londra con i Seagram murals) si può seguire, e talora anticipare, l´evoluzione stessa della sua pittura, che proprio dal rapporto che avrebbe cercato con il mondo sarebbe stata influenzata. Raccomandò ad esempio, partecipando nel 1952 alla mostra 15 Americans al Museum of Modern Art di New York, una disposizione molto ravvicinata delle sue tele e un´illuminazione, per esse, forte e clamorosa. In occasione della sua prima retrospettiva (1961, sempre al Moma), alla quale sovrintese personalmente e con grande impegno d´energie mentali, volle invece un´illuminazione molto bassa, così che le opere, anche adesso l´un l´altra ravvicinate, apparissero come fuochi di luce baluginanti nel buio. Già allora dunque, pur esponendo tele datate dal '45 al '60, e dunque di differente temperatura stilistica, s´era affacciata in lui l´idea che la sua opera dovesse mirare ad essere un organismo plastico unitario, dotato di vita e di capacità di parola autonoma rispetto agli elementi da cui era costituito.
Nella sua pittura, voleva che ci si perdesse: raccomandava perciò una visione ravvicinatissima dei suoi grandi dipinti - «a 45 centimetri»: cosa di fatto oggi purtroppo impossibile, per un allarme che scatta o un custode che ti guarda in cagnesco - così che l´occhio giungesse a smarrire i confini esatti del dipinto: rinunziando così ad un´esperienza puramente estetica, o lucidamente cognitiva, per attingerne una emotiva, esistenziale, interamente coinvolgente. Per questo, ancora, dopo l´esperienza dell´antologica di New York, Rothko fu soprattutto interessato a rispondere a poche, grandi commissioni che prevedessero la possibilità di immaginare ampie serie di suoi dipinti stabilmente collocati in spazi pubblici: sin quando, alla maggiore di quelle commissioni, riguardante una cappella - che egli volle multiconfessionale - a Houston, Rothko destinò ogni sua energia dal '64 al '67, ed oltre: sino al tempo, praticamente, in cui le condizioni di salute non gli impedirono di continuare quel lavoro sulla grande dimensione che ormai prediligeva. In quella cappella, inaugurata appena dopo la sua morte, Rothko aveva cercato quella che Dore Ashton chiamerà «un´espressione della divinità senza un Dio»; e in essa darà figura compiutamente a quel luogo che cercava, creato dal colore - rosso, bruno, nero - e svelato dalla poca luce che lentamente lo avvolge e lo trascina nello spazio della contemplazione, affine ma più complesso di quello unicamente pertinente alla pittura.
A metà del suo ultimo decennio, e in coincidenza con il lavoro per la cappella di Houston, Rothko, partito dalla pittura e senza tradirla, giunge dunque ad immaginare una spazialità che concettualmente esorbita dai suoi canonici confini, e tanto più da quella nozione di superficie commentata da linee e colori che una ormai antica coscienza moderna le aveva attribuito. È entro quel suo tempo che, forse, trova una plausibile giustificazione la sua volontà d´essere qualcosa di diverso da «un pittore astratto»; ed è per quel suo tempo, che l´ha portato lontano da quel colore respirante che era stato il suo straordinario tesoro negli anni Cinquanta, che egli rimane ancora oggi, ad oltre trent´anni dalla morte, e in un´epoca che sembra aver rinunciato così vastamente alla specificità del linguaggio pittorico, così attuale, così universalmente amato.
Ma Rothko non s´è fermato su quello spalto, assalito da un´ansia che lo trascinava in qualche misura al di là della pittura. È vero invece che negli ultimi anni - amari, tormentati: nonostante la fama crescente - Rothko torna a ragionare sui termini più casti, e fin più agri, della sua prassi antica. E vengono, in numero ristretto, i Black on Gray Paintings: diciotto dipinti in tutto, sei dei quali sono oggi raccolti a Basilea in un´ultima, strepitosa sala che ripete, con ancora maggior respiro, quella finale della grande mostra di Washington, New York e Parigi del 1998-´99. Sono immagini che dicono, nel pittore non più giovane e malato, l´insorgere di una lucida volontà di un nuovo avvio: stavolta rigorosamente ancorato alla superficie, lontano da quell´intento di frastornarne la nuda apparenza che aveva innescato la sua pittura d´un tempo, ansimante fra un fondo profondissimo dell´immagine e una prima pelle emozionata, e quasi ferita, del dipinto. I colori di un tempo, il giallo e l´arancio, l´azzurro ed il verde, già sopiti dal montare dei bruni scurissimi, dei rossi intrisi di nero, dei viola annottati degli anni Sessanta, scompaiono. E insieme s´eclissano quelle forme imperfettamente geometriche, quei rettangoli smangiati che sembravano galleggiare come in un amnio nel manto del colore tremante del fondo. Solo, adesso, un grigio o un bruno sormontato da un corpo unito e sordo di nero. Un filo appena percepibile di bianco margina appena l´immagine; un´altra sottile strusciata di pennello designa la linea di demarcazione fra i due corpi cromatici. È l´orizzonte: di questi che altro non sono, altro non potrebbero nominarsi, se non paesaggi dell´anima. Nudi, spogli paesaggi, tirati in una grande dimensione che ormai non aspira più al monumentale, che non cerca vertigini o brusche impennate d´orgoglio. Ed è come se Rothko, in questi quadri ciechi di profondità e di spessori, avesse persino rinunciato a cercare, come aveva fatto per tanti anni, un rapporto con l´altro; quadri costruiti da un nulla, sublime e muto; quadri che davvero annunciano una morte.

Edoardo Sanguineti su Ulisse

Il Giornale di Brescia mercoledì 29.10.03
Edoardo Sanguineti al S. Barnaba
L’ARCAICO ULISSE CHE VIENE DAL NORD
COLLEZIONI DISPERSE
di Alberto Ottaviano


Inutile cercare in Ulisse anticipazioni dell’uomo moderno occidentale, scorgere nell’eroe di Omero l’interprete di una prima razionalità che tenta di emanciparsi dal mito, vedere nell’Odissea il prototipo del romanzo borghese. Le vicende omeriche avvengono in realtà in un mondo pre-logico, dove ancora non c’è coscienza dell’unità del soggetto; non c’è nulla di razionale nella metis (l’astuzia) di Ulisse, nulla che abbia a che fare con la logica. Addirittura - secondo l’ipotesi avanzata in un recente saggio - le vicende cantate da Omero sarebbero racconti di aedi scandinavi trasposti nel mondo mediterraneo: quanto di più lontano possibile quindi dalla linea di pensiero greco-romana poi sfociata nella razionalità dell’uomo dei nostri giorni. A stroncare qualsiasi valorizzazione della modernità di Ulisse è stato Edoardo Sanguineti, che ha tenuto ieri il quarto incontro dei Pomeriggi in San Barnaba dedicati all’eterno ritorno del mito. Con una densa relazione mantenuta decisamente su toni alti, il poeta e studioso - già protagonista della neo-avanguardia - ha compiuto una cavalcata lungo i sentieri delle interpretazioni di Ulisse, soffermandosi in particolare sul modo in cui l’eroe è stato proposto negli stessi poemi omerici, in Dante e in Joyce. Alla conclusione della conversazione di martedì della scorsa settimana, quando Eva Cantarella aveva parlato di Penelope, avevamo colto in qualche ascoltatore del San Barnaba una certa delusione, perché la relatrice - con alcune battute sulla fedeltà di Ulisse, con le sue ipotesi sugli ambigui comportamenti di Penelope - era parsa banalizzare la vicenda raccontata da Omero: insomma la Cantarella sarebbe stata troppo facile. Potremmo dire che quegli ascoltatori sono stati ieri accontentati: saltando da Adorno a Defoe, da Petronio a Pound, da De Sanctis a Giordano Bruno - e leggendo lunghe citazioni - Sanguineti ha messo a dura prova l’attenzione del foltissimo pubblico (qualcuno ha lasciato la sala in anticipo) con una conversazione di cui è decisamente difficile riferire tutti i passaggi. Il relatore comincia col confutare l’interpretazione che dell’Ulisse di Omero hanno dato Adorno ed Horkheimer: per i due esponenti della Scuola di Francoforte l’eroe sarebbe un anticipato trionfo del logos , l’espressione dell’illuminismo colto nel suo primo concretarsi, qualcuno che mette in crisi il mondo del mito; l’Odissea sarebbe così vicina al settecentesco romanzo di avventura. Ma una lettura romanzesca di Omero è assolutamente deformante,  contesta Sanguineti; non si può guardare a Ulisse come a un Robinson Crusoe. C ome parlare di moderno eroe della razionalità se nel mondo omerico ancora c’è un’assoluta inconsistenza del soggetto: soltanto a partire da Aristotele nascono
nell’antica Grecia le categorie razionali e muore il mondo magico. Dante poi, sottolinea Sanguineti, nel proporre il suo Ulisse
suscita nel lettore un meccanismo devastante e perfido, lo stesso meccanismo che si verifica per Francesca da Rimini nel celebre episodio. Il lettore finisce per commuoversi di fronte all’Ulisse del «fatti non foste a viver come bruti» e per essere anch’egli trascinato a superare le colonne d’Ercole, a violare i limiti per fondarsi sulle sole forze umane. Joyce, da parte sua, è interessato alla struttura del mito, ma del contenuto non resta quasi più nulla. L’Ulisse dello scrittore è in realtà un anti-Ulisse privo ormai di qualsiasi nostalgia per il mito omerico. Con Joyce, nota Sanguineti, l’eterno ritorno del mito si conclude per sempre. Il relatore chiude riferendo della suggestiva ipotesi, cui accennavamo all’inizio, avanzata nello studio di un ingegnere nucleare sulla geografia omerica: è una geografia che non corrisponde al mondo mediterraneo; è inutile cercare dov’era Troia. Il sospetto è che Ulisse venga dal Nord: Omero sarebbe l’espressione nel mondo greco di leggende della Scandinavia. Una conferma potrebbe venire dall’archeologia, ma scavando a Nord, dove aveva vita un mondo arcaico.

Emanuele Severino su filosofia e politica

Corriere della Sera giovedì 30.10.03
Cari democratici,
diffidate dei filosofi
di EMANUELE SEVERINO


A quanti non sopportano l’aria di superiorità di buona parte del pensiero filosofico consiglierei la lettura di "Verità e progresso" del filosofo americano Richard Rorty (Feltrinelli). Per lui la democrazia è il bene supremo dell’uomo. Se gli intellettuali non servono a rafforzarla, si faccian da parte. Poiché soprattutto i filosofi hanno contribuito a indebolirla, l’invito va rivolto soprattutto a essi. Anche scienza e tecnica, per Rorty, debbono stare al servizio della democrazia. Le preoccupazioni di Rorty sono motivate. Dopo la sconfitta del totalitarismo di destra e sinistra, sta facendosi innanzi anche una profonda delegittimazione della politica democratica. Non intendo quella (deprecabile, che però non è la fine del mondo) dovuta al comportamento degli avversari politici che, come in Italia, si delegittimano a vicenda.
Mi riferisco invece alla delegittimazione costituita dalla tendenza, deprecata da Rorty, dove la competenza tecnico-scientifica mira a guidare le comunità democratiche - e dalla quale, aggiungo, quelle islamico-teocratiche si illudono ancora di non essere guidate.
Gli Stati Uniti mostrano un sintomo significativo di tale tendenza planetaria. Si servono sempre più della loro ricchezza per essere potenti; mentre prima si servivano della loro potenza per difendere la loro ricchezza. Dalla volontà di esser forti per portare la democrazia nel mondo, alla volontà di portare la democrazia nel mondo per esser forti.
Ma una democrazia che si serve della tecno-scienza e la guida è qualcosa di essenzialmente diverso da una democrazia che è al servizio della tecno-scienza e ne è guidata. La delegittimazione autentica della politica democratica è appunto il passaggio di quest’ultima dal ruolo di guida a quello di servitore. Quando una struttura sociale (come il capitalismo democratico) deve la propria sopravvivenza a un certo strumento (come l’apparato scientifico-tecnologico), è inevitabile che tale struttura eviti di indebolirlo e anzi ne accresca sempre di più la potenza per resistere e prevalere sui propri avversari - che ieri erano, per le democrazie, i totalitarismi e oggi sono il terrorismo e, alla base di esso, la povertà di gran parte dei popoli. A questo punto tale struttura non assume più come scopo i propri valori, ma il potenziamento indefinito del proprio strumento.
Tuttavia questo rovesciamento può avvenire solo se scienza e tecnica sanno che la crescita della loro potenza non ha davanti a sé alcun limite assoluto; e questo sapere esse non se lo possono dare da sole, ma lo ricevono dall’esterno, cioè dal risultato essenziale della filosofia contemporanea. Che nella totalità della realtà quel limite non possa esistere - che non esista alcun ordine immutabile al di sopra del divenire del mondo - non può essere la scienza a dirlo: lo dice la filosofia del nostro tempo.
I democratici alla Rorty hanno ragione di diffidare dei filosofi, perché costoro, dopo aver evocato i fondamenti del totalitarismo politico, hanno evocato anche quel senso della realtà che legittima la scienza e la tecnica a oltrepassare ogni limite e a porsi alla guida (anche) della democrazia capitalistica, che in tal modo resta delegittimata: nella misura in cui pretende di stare essa alla guida di tutto il resto.
In questa situazione, preoccuparsi della democrazia significa incominciare a domandarsi che cosa essa possa essere quando, da scopo e guida, diventa mezzo e strumento per il crescente potenziamento della tecnica legittimata dalla filosofia. Diventa pertanto sempre più obsoleto chiedersi che cosa possono fare gli intellettuali per salvaguardare la sovranità e l’autonomia della politica democratica. Certo, gli «intellettuali» che si limitano a ereditare la superficie della filosofia del nostro tempo, e che non sanno nulla della relazione profonda tra scienza, tecnica e filosofia, fanno ben poco per vincere le battaglie di retroguardia in favore della politica democratica.
Di questi intellettuali è giusto dire, come è stato detto su queste colonne, che hanno un ruolo conservatore e che si accodano a quelli che essi ritengono gli orientamenti politici prevalenti. Ma chi ha portato alla luce gli «orientamenti» - politici e non politici -, se non i veri intellettuali?
E, anche qui, quale grande concezione politica non è riconducibile al sapere che è stato portato alla luce da quegli intellettuali che sono i filosofi autentici? Pericle non parla forse agli Ateniesi dando ascolto ad Anassagora? L’illuminismo non sta alla radice della rivoluzione americana e francese? Il marxismo, che è uno sviluppo di quest’ultima, non è la base della rivoluzione sovietica?
Socrate e Gesù (anche il suo messaggio è profonda filosofia) sono dei conservatori rispetto alle società che li hanno condannati, o non sono anch’essi grandi anticipatori dei tempi? Tutto questo non significa che la filosofia non sia dannosa. Perfino Gesù diceva di essere venuto a portare la spada.
In un certo senso la filosofia sta alla radice di tutto ciò che è dannoso. Ma chi sono i danneggiati se non gli «orientamenti» che, guidati anch’essi dalla filosofia, non hanno saputo resistere al suo evolversi? Che cosa sono se non le forme perdenti rispetto a quelle vincenti della volontà di potenza?

mercoledì 29 ottobre 2003

a Venezia, sembra tanto tempo fa...

(una segnalazione di Emiliano Eusepi)

cineuropa.org, settembre 2003


due brevi video - uno con stralci degli interventi di Marco Bellocchio e di Roberto Herlitzka alla Sala Grande del Festival del cinema di Venezia in occasione della prima presentazione di "Buongiorno, notte", l'altro con Pier Giorgio Bellocchio - ed una scheda sul film sono reperibili su questo sito.

Per i video occorre avere Real Player installato sulla propria macchina (disponibile anche in versione gratuita sulla rete: all'indirizzo www.real.com)

Per raggiungere la pagina dove si trovano questi materiali si può cliccare QUI

nell'aula 1 di Lettere e Filosofia:
Bellocchio e la letteratura

Corriere dela Sera, ed di Roma 29.10.03
LA SAPIENZA
Bellocchio e la letteratura


Quarto appuntamento nell’ambito del seminario su «Cinema e letteratura». Alle 16 incontro con Marco Bellocchio (foto) sul tema «Letteratura, cinema, televisione». Il regista di «Buongiorno, notte» sarà intervistato da Paolo Bertetto.

martedì 28 ottobre 2003

"Buongiorno, notte" in Sudafrica ed in India

IL CINEMA ITALIANO "VOLA" ALL'ESTERO

(AGI) - Washington, 28 ott. - Il cinema italiano piace in tutto il mondo. A testimoniare il momento d'oro sono le vendite all'estero delle pellicole di casa nostra e la partecipazione ai festival internazionali. Tra i film più amati, spicca "Il cuore altrove", di Pupi Avati, che è stato richiesto anche in Brasile, Canada, Hong Kong e Australia. Trionfo condiviso con "La meglio gioventù", di Marco Tullio Giordana, che parteciperà ai festival di Ghent, in Belgio, di Haifa, Londra e Stoccolma.
Anche "L'ora di religione", di Marco Bellocchio, parteciperà a diverse rassegne cinematografiche, tra cui quelle organizzate in Sudafrica e in India.

281011 OTT 03