L'Arena Martedì 2 Dicembre 2003
L’Islam in libreria
Uno sguardo ai saggi che ci introducono alla storia del mondo musulmano per una conoscenza più approfondita che può arginare i nostri timori e correggere alcuni pregiudizi
Jihad in arabo significa slancio, sforzo di purificazione. Una parola che in origine non aveva nulla di quel senso di minaccia che inevitabilmente le attribuiamo oggi, soprattutto dopo che il terrorismo ha portato il lutto anche tra le famiglie italiane. L'inquietudine, ormai, ci fa guardare con sospetto i musulmani che vivono nelle nostre città, sul cui volto temiamo di veder affiorare lo stesso odio che ha spinto alcuni loro correligionari a commettere quell'eccidio in Iraq. Per fugare o almeno dominare questi timori non c'è niente di meglio che la conoscenza approfondita di ciò che tanta diffidenza suscita in noi, di quella religione e civiltà che in passato ebbe momenti di splendore e oggi sembra precipitata in una spirale di ignoranza e fanatismo, e dei motivi che possono essere all'origine della sua degenerazione nei fenomeni dell'integralismo e del terrorismo. Una puntata in libreria ci offrirà tutti i mezzi per discernere tra verità e pregiudizi secolari e orientarsi nell'intricato scenario internazionale : sono infatti moltissimi i testi dedicati all'Islam e al fondamentalismo. Cominciamo col libro di Emanuele Severino, "Dall'Islam a Prometeo" (Rizzoli), nel quale il filosofo va oltre lo schema dello "scontro di civiltà" dimostrando come anche l'Islam faccia parte a pieno titolo della civiltà occidentale, poiché condivide con essa uno dei suoi caratteri fondanti: la fiducia nella tecnica. Come l'Occidente ha dovuto confrontarsi, sin dai tempi di Eschilo, con la razionalità tecnico-scientifica, così anche il mondo islamico, nonostante il suo apparente rifiuto della modernità, è destinato a incamminarsi verso la civiltà della tecnica, verso quel "paradiso dell'Apparato" che incarna l'originaria fede dell'Occidente in quella che Nietzsche chiamò "l'innocenza del divenire".
Le radici occidentali del nuovo Islam sono anche al centro del saggio di Olivier Roy, "Global Muslim" (Feltrinelli), nel quale lo studioso inglese mostra come alla base della "reislamizzazione" delle società musulmane ci siano fenomeni tipici della civiltà occidentale: globalizzazione e individualismo, bricolage di dottrine e comportamenti settari.
È un confronto tra l'Islam e il mondo ebraico, invece, l'ultimo libro di Pietro Citati, che in "Israele e l'Islam" (Mondadori) ricostruisce i rapporti tra le due grandi religioni monoteiste : dopo aver individuato nelle pagine della Genesi l'origine comune delle due confessioni, Citati rievoca la convivenza pacifica tra arabi ed ebrei a Baghdad e al Cairo, rilegge i grandi scrittori ebrei del Novecento e ricostruisce le origini dell'antisemitismo cristiano e musulmano.
Arabi, ebrei e cristiani convissero invece in pace nel regno di Al-Andalus, fondato in Spagna dagli Omayyadi nell'VIII secolo, edificando una civiltà affascinante e vitale, descritta da Maria Rosa Menocal in "Principi, poeti e visir" (Il Saggiatore). Uno scenario evocato anche da Richard Fletcher, che in "Cristianesimo e Islam a confronto" (Corbaccio) ricorda come i sovrani spagnoli, quando nel 1492 presero possesso di Granada, celebrarono la vittoria indossando abiti moreschi: un particolare che dimostra come i frequenti scontri fra arabi e cristiani non abbiano mai impedito l'osmosi culturale tra i due mondi.
Un volto inedito dell'Islam è quello che ci mostra la raccolta "Ti amo di due amori". Le più belle poesie della tradizione araba, persiana, turca ed ebraica scelte e introdotte da Bernard Lewis (Donzelli), che ci parla di una storia di contaminazioni e sincretismi che hanno portato alla caleidoscopica realtà dell'Islam, perfettamente descritta, nel suo passato trionfale e nel suo travagliato presente, da Pier Giovanni Donini nel saggio "Il mondo islamico" (Laterza): un mondo dai numerosi volti, dogmatico o tollerante, colto o popolare, militante o anagrafico.
In esso oggi alligna e cresce rigoglioso il fondamentalismo. È vero che l'uso dogmatico dei dettami della fede, come ci dice il teologo tedesco Klaus Kienzler in "Fondamentalismi religiosi . Cristianesimo, Ebraismo, Islam" (Carocci), è una tentazione che accomuna le tre religioni figlie di Abramo, ma non c'è dubbio che questo virus oggi infetta in particolare quella maomettana. È la "Malattia dell'Islam" (Bollati Boringhieri) che il poeta tunisino Abdelwahab Meddeb denuncia nel suo omonimo saggio - che tante polemiche ha suscitato nell'ambiente musulmano, - e che si diffonde nel pianeta grazie alla fitta trama di connessioni e complicità tessuta da individui che si pongono al di fuori del bene e del male : non solo Osama Bin Laden, ma anche tutti quei "Nuovi sciacalli" (Bompiani) sulle cui tracce si è messo il giornalista inglese Simon Reeve per scrivere il suo libro-inchiesta sulle nuove leve del fondamentalismo islamico e del terrorismo.
E' un esercito segreto davvero terrorizzante quello che da due anni a questa parte ha improvvisamente rivelato la sua capacità di azione e la sua virulenza, non limitandosi più a compiere attentati sanguinosi in Paesi come l'Algeria o l'Egitto, ma colpendo ovunque e a freddo. L'Occidente, però, nel tentativo di difendersene deve evitare di perdere la testa e tradire i propri principi: è quanto esorta a fare il sociologo americano Michael Walzer nel libro "La libertà e i suoi nemici nell'età della guerra al terrorismo" (Laterza), che denuncia le violazioni dei diritti civili di cui l'America si è macchiata dopo l'11 settembre e nega che esistano guerre "giuste".
Forse c'è una sola "guerra giusta", sembrano dire molti pensatori: quella che ognuno di noi può combattere per favorire il più possibile il dialogo con i musulmani nelle nostre società sempre più multietniche. Passa dall'Europa, secondo Bassam Tibi, autore di "Euro-Islam" (Marsilio), la strada di un incontro fecondo tra l'Islam e la cultura liberale occidentale, che ha il compito di perseguire l'integrazione se non vuole che la nuova immigrazione produca ghetti d'insoddisfazione. Un pericolo in agguato anche per l'Italia, dove vivono almeno 800.000 musulmani e l'Islam è ormai la seconda religione.
Nel saggio "Islam italiano" (Einaudi) il sociologo Stefano Allievi ci conduce alla scoperta di questa parte poco conosciuta della nostra società, spaziando dai ricordi della dominazione araba della Sicilia agli odierni immigrati, con il loro desiderio di integrazione e le loro rivendicazioni della propria diversità.
Dialogare con questo "Islam della porta accanto" sarà più facile se riusciremo a costruire la "Società cosmopolita" (Mulino) invocata da Ulrich Beck nel suo ultimo saggio: in un mondo il cui ordine tradizionale è stato scardinato dalla globalizzazione e dalla diffusione del rischio come cifra dell'esistenza, solo una forma più consapevole di cosmopolitismo, avverte il sociologo tedesco, può portare a un nuovo assetto mondiale. E in questo processo l'Europa, con la sua sovranità transnazionale, può avere un ruolo fondamentale. Quell'Europa nella quale Cristianesimo e Islam si scrutano con attrazione e diffidenza da quattordici secoli.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
mercoledì 3 dicembre 2003
martedì 2 dicembre 2003
l'arte, «una perdita della ragione»,
«un'emersione incontrollata dell'inconscio»
La Stampa 02 Dicembre 2003
IL FILOSOFO PAUL AUDI
Anche l’arte ha bisogno d’ebbrezza
di Edoardo Bruno
«PERCHÉ l'arte esista, perché esista un qualsiasi fare e contemplare estetico, è indispensabile un presupposto fisiologico preliminare: l'ebbrezza». Così inizia il paragrafo 8 del Crepuscolo degli dei, dove Nietzsche ritorna sul concetto dell'apollineo e del dionisiaco, precisandoli entrambi come forma di ebbrezza, come eccitazione della volontà di trasfigurazione, trasformazione e creazione dell'arte. Partendo da queste premesse il filosofo Paul Audi, nel suo ultimo libro L'ivresse de l'art, sviluppa e approfondisce un'analisi sul concetto dell'ebbrezza e sull'importanza che l'eccitazione, la sessualità e l'ubriachezza, proprio nello squilibrio che provocano, hanno nell'arte, eccitando una maggiore sensibilità e «quel più» di soggettività, che crea la forma. È un modo di richiamarsi alla necessità di trasgredire l'interdetto, di cogliere, nel culmine di una esperienza portata all'estremo, ciò che Bataille esaltava di più nell'erotismo, il senso estatico. Un uscire da sé, quindi, un viaggiare nell'empireo della sovrapotenza, in uno stato di rapimento che rasenta il metafisico, e un senso di accrescimento smisurato del proprio io, come scriveva Van Gogh, «colpito o rapito dalla morte e dall'immortalità».
Questa effusione dell'io, in un sovraccarico di affettività, questo arricchimento di sensibilità, accompagnato da una perdita della ragione, sono per Audi virtù essenziali per accedere all'arte, e raggiungere la pienezza di una espressività altrimenti trattenuta e mortificata dall'equilibrio. Ma l'esaltazione di una soggettività esasperata, e, in un certo senso, la stessa emersione incontrollata dell'inconscio, liberate dallo stato di eccitazione dell'ebbrezza, non sono che elementi di scelta di un ordito che va selezionato e composto. Altrimenti l'uscita da sé, propria dell'estasi, rischia di mettere in questione la padronanza dell'io, di far smarrire, sia pure momentaneamente, la forza del pensiero e della ragione, e perdere il controllo della soggettività. E se è vero che questa padronanza non appare sempre essenziale e che la funzione dell'io, in quanto immaginaria, lascia libera una certa oscillazione tra lo stato di veglia e lo stato di ebbrezza, è anche vero che «il luogo filosofico» richiede un'articolazione di discorso, dove il confine tra soggetto e non soggetto, costituisca la regola di un retto ragionare.
IL FILOSOFO PAUL AUDI
Anche l’arte ha bisogno d’ebbrezza
di Edoardo Bruno
«PERCHÉ l'arte esista, perché esista un qualsiasi fare e contemplare estetico, è indispensabile un presupposto fisiologico preliminare: l'ebbrezza». Così inizia il paragrafo 8 del Crepuscolo degli dei, dove Nietzsche ritorna sul concetto dell'apollineo e del dionisiaco, precisandoli entrambi come forma di ebbrezza, come eccitazione della volontà di trasfigurazione, trasformazione e creazione dell'arte. Partendo da queste premesse il filosofo Paul Audi, nel suo ultimo libro L'ivresse de l'art, sviluppa e approfondisce un'analisi sul concetto dell'ebbrezza e sull'importanza che l'eccitazione, la sessualità e l'ubriachezza, proprio nello squilibrio che provocano, hanno nell'arte, eccitando una maggiore sensibilità e «quel più» di soggettività, che crea la forma. È un modo di richiamarsi alla necessità di trasgredire l'interdetto, di cogliere, nel culmine di una esperienza portata all'estremo, ciò che Bataille esaltava di più nell'erotismo, il senso estatico. Un uscire da sé, quindi, un viaggiare nell'empireo della sovrapotenza, in uno stato di rapimento che rasenta il metafisico, e un senso di accrescimento smisurato del proprio io, come scriveva Van Gogh, «colpito o rapito dalla morte e dall'immortalità».
Questa effusione dell'io, in un sovraccarico di affettività, questo arricchimento di sensibilità, accompagnato da una perdita della ragione, sono per Audi virtù essenziali per accedere all'arte, e raggiungere la pienezza di una espressività altrimenti trattenuta e mortificata dall'equilibrio. Ma l'esaltazione di una soggettività esasperata, e, in un certo senso, la stessa emersione incontrollata dell'inconscio, liberate dallo stato di eccitazione dell'ebbrezza, non sono che elementi di scelta di un ordito che va selezionato e composto. Altrimenti l'uscita da sé, propria dell'estasi, rischia di mettere in questione la padronanza dell'io, di far smarrire, sia pure momentaneamente, la forza del pensiero e della ragione, e perdere il controllo della soggettività. E se è vero che questa padronanza non appare sempre essenziale e che la funzione dell'io, in quanto immaginaria, lascia libera una certa oscillazione tra lo stato di veglia e lo stato di ebbrezza, è anche vero che «il luogo filosofico» richiede un'articolazione di discorso, dove il confine tra soggetto e non soggetto, costituisca la regola di un retto ragionare.
"Contro l'amore"
La Repubblica 02.12.03
Dagli Stati Uniti alla Francia la tendenza è dimostrare quanti e quali sono gli inconvenienti dei sentimenti troppo intensi
Colpo di fulmine, che paura: no all'amore che stravolge la vita
Carriera e passioni: inconciliabili. L'allarme degli psichiatri
Sono le donne a essere più impressionate dalla perdita delle proprie coordinate emotive
"Perdere la testa" sembra quasi una trasgressione d'altri tempi, da cui guardarsi
di VERA SCHIAVAZZI
ROMA - Ricordate il colpo di fulmine? Quel sentimento improvviso di perdita di controllo e di emozione, di abbandono e di tremore? Bene, se non l'avete mai provato, da oggi potete ufficialmente smettere di cercarlo, o di sentirvi in colpa perché la cosa non vi interessa più di tanto. Sociologi e ricercatori ne hanno decretato l'incompatibilità - salvo trasgressioni e resurrezioni sempre possibili - con l'attuale modo di vivere occidentale. Solo psichiatri e sessuologi lo difendono strenuamente, e d'altra parte la loro professionalità verrebbe messa in crisi dalla scomparsa di questo avvenimento, o del senso di inferiorità di chi se ne sente ingiustamente privato. Il primo colpo di piccone al mito del colpo di fulmine o, se si preferisce, la prima ondata di nostalgia arriva dalle colonne di "Le Monde", che a questo fenomeno dedica addirittura un´"autopsia" sotto forma di inchiesta. E riporta gli ultimi risultati raggiunti da due sociologhe, Marie-Noelle Schurmans e Loraine Dominicé, che dopo aver raccolto centinaia di testimonianze e passato al setaccio l'abbondantissima letteratura sull'argomento hanno stilato una sentenza in tre punti: il colpo di fulmine non si può provocare; il sentimento al quale si avvicina di più è quello della paura, o almeno dello stupore; il caso ha un ruolo fondamentale. Il che equivale a dire, per le due studiose francesi, che l'evento è ormai raro in una società ossessionata dalla programmazione.
Ma negli Stati Uniti le cose non vanno meglio. Un'altra sociologa, Laura Kipnis (sarà un caso se sono le donne a voler dire "basta" all'amore romantico?) sta scalando le classifiche col suo "Against Love", ovvero "Contro l'amore". Con una serie di paradossi, accompagnati da robuste statistiche e da altrettante testimonianze, Kipnis cerca di dimostrare come l'innamoramento, con tutto ciò che ne consegue, si riveli in 9 casi su 10 nocivo prima di tutto alle donne. «L'amore - scrive la ricercatrice americana - non è in grado di mantenere le sue promesse. E una single cinese è più libera di una donna sposata americana: non può lasciare il suo paese, ma esce di casa senza dare spiegazioni a nessuno». Non appena si incrociano gli sguardi con un tenebroso sconosciuto, allora, meglio voltare la faccia e ripassare mentalmente un futuro fatto di delusioni, incomprensioni, intollerabili limiti. E nei manuali di "educazione sociale" di alcune università americane compare il velato invito a fare "sesso sicuro", evitando, almeno in così giovane età, "coinvolgimenti romantici" dannosi alla concentrazione.
Romantici di tutto il mondo, arrendetevi? Raffaele Morelli, psichiatra e direttore di "Riza Psicosomatica", si ribella: «A cancellare la possibilità del colpo di fulmine, di un innamoramento vero e fuori controllo, non è la società, ma ciascuno di noi, con i suoi sciocchi distinguo: al primo appuntamento, stiamo lì a chiederci se chi abbiamo di fronte è vestito come dovrebbe, la pensa come noi, ha le nostre stesse idee politiche. Dopo, decidiamo a che ora fare sesso e come, e stabiliamo se si tratti di una relazione di "solo sesso", di "sesso più amore". Peccato che l'innamoramento autentico avvenga al contrario: senza troppe parole, senza obiettivi, senza progetti. Non ci vuole un manager, per l'amore, basta smettere di giudicare e restare un po' in silenzio».
Dagli Stati Uniti alla Francia la tendenza è dimostrare quanti e quali sono gli inconvenienti dei sentimenti troppo intensi
Colpo di fulmine, che paura: no all'amore che stravolge la vita
Carriera e passioni: inconciliabili. L'allarme degli psichiatri
Sono le donne a essere più impressionate dalla perdita delle proprie coordinate emotive
"Perdere la testa" sembra quasi una trasgressione d'altri tempi, da cui guardarsi
di VERA SCHIAVAZZI
ROMA - Ricordate il colpo di fulmine? Quel sentimento improvviso di perdita di controllo e di emozione, di abbandono e di tremore? Bene, se non l'avete mai provato, da oggi potete ufficialmente smettere di cercarlo, o di sentirvi in colpa perché la cosa non vi interessa più di tanto. Sociologi e ricercatori ne hanno decretato l'incompatibilità - salvo trasgressioni e resurrezioni sempre possibili - con l'attuale modo di vivere occidentale. Solo psichiatri e sessuologi lo difendono strenuamente, e d'altra parte la loro professionalità verrebbe messa in crisi dalla scomparsa di questo avvenimento, o del senso di inferiorità di chi se ne sente ingiustamente privato. Il primo colpo di piccone al mito del colpo di fulmine o, se si preferisce, la prima ondata di nostalgia arriva dalle colonne di "Le Monde", che a questo fenomeno dedica addirittura un´"autopsia" sotto forma di inchiesta. E riporta gli ultimi risultati raggiunti da due sociologhe, Marie-Noelle Schurmans e Loraine Dominicé, che dopo aver raccolto centinaia di testimonianze e passato al setaccio l'abbondantissima letteratura sull'argomento hanno stilato una sentenza in tre punti: il colpo di fulmine non si può provocare; il sentimento al quale si avvicina di più è quello della paura, o almeno dello stupore; il caso ha un ruolo fondamentale. Il che equivale a dire, per le due studiose francesi, che l'evento è ormai raro in una società ossessionata dalla programmazione.
Ma negli Stati Uniti le cose non vanno meglio. Un'altra sociologa, Laura Kipnis (sarà un caso se sono le donne a voler dire "basta" all'amore romantico?) sta scalando le classifiche col suo "Against Love", ovvero "Contro l'amore". Con una serie di paradossi, accompagnati da robuste statistiche e da altrettante testimonianze, Kipnis cerca di dimostrare come l'innamoramento, con tutto ciò che ne consegue, si riveli in 9 casi su 10 nocivo prima di tutto alle donne. «L'amore - scrive la ricercatrice americana - non è in grado di mantenere le sue promesse. E una single cinese è più libera di una donna sposata americana: non può lasciare il suo paese, ma esce di casa senza dare spiegazioni a nessuno». Non appena si incrociano gli sguardi con un tenebroso sconosciuto, allora, meglio voltare la faccia e ripassare mentalmente un futuro fatto di delusioni, incomprensioni, intollerabili limiti. E nei manuali di "educazione sociale" di alcune università americane compare il velato invito a fare "sesso sicuro", evitando, almeno in così giovane età, "coinvolgimenti romantici" dannosi alla concentrazione.
Romantici di tutto il mondo, arrendetevi? Raffaele Morelli, psichiatra e direttore di "Riza Psicosomatica", si ribella: «A cancellare la possibilità del colpo di fulmine, di un innamoramento vero e fuori controllo, non è la società, ma ciascuno di noi, con i suoi sciocchi distinguo: al primo appuntamento, stiamo lì a chiederci se chi abbiamo di fronte è vestito come dovrebbe, la pensa come noi, ha le nostre stesse idee politiche. Dopo, decidiamo a che ora fare sesso e come, e stabiliamo se si tratti di una relazione di "solo sesso", di "sesso più amore". Peccato che l'innamoramento autentico avvenga al contrario: senza troppe parole, senza obiettivi, senza progetti. Non ci vuole un manager, per l'amore, basta smettere di giudicare e restare un po' in silenzio».
una domandina semplice semplice
La Repubblica 02.12.03
Un'occhiata e si scatenano gli ormoni
Un cataclisma per corpo e mente
di CLAUDIA DI GIORGIO
ROMA - Psicologi e psichiatri catalogano le storie d'amore tra gli stress positivi, cioè gli eventi che, pur turbando l'equilibrio, tutto sommato fanno più bene che male. Ma che si tratti di un turbamento, anzi di uno sconvolgimento in piena regola, non c'è dubbio. Dopo anni di indagini sui meccanismi dell'innamoramento, oggi gli scienziati sono in grado di ricostruirne quasi tutti i passaggi biochimici. E la descrizione che emerge dalle loro ricerche è quella di un vero e proprio cataclisma, che non risparmia né il corpo né la mente.
Con buona pace di chi preferirebbe evitarlo, l'amore a prima vista non è un'invenzione di Hollywood. A scatenare le sostanze chimiche che aprono la strada a Cupido può infatti bastare un'occhiata o uno sfiorar di mani. Se lo stimolo è gradito (vale a dire se lo giudica gradito la corteccia frontale, la parte del nostro cervello deputata a valutare gli stimoli ricevuti dai sensi), ecco iniziare la produzione di dopamina, un neurotrasmettitore legato al piacere e all´euforia. Contemporaneamente un´altra regione cerebrale, l'ipotalamo, scatena una serie di cambiamenti corporei: le pupille si dilatano, il cuore pompa più sangue, e quindi il viso si arrossa, la pelle si copre di un leggerissimo sudore che la rende più luminosa, il respiro diventa breve e affannoso. In poche parole, il nostro corpo segnala eccitazione, rivelando all'altro che ne siamo attratti.
Via via che il rapporto prosegue, aumenta l'intensità della tempesta biochimica. Crescono ancora i livelli di dopamina, e, assieme ad essi, quelli dei neurotrasmettitori noradrenalina e PEA. Il risultato è uno stato di vertigine ed ipereccitazione, simile a quello provocato da una dose leggera di anfetamine.
Ma si abbassa la produzione di serotonina, un neutrasmettitore legato all'ansia e alla depressione, i cui scarsi livelli favoriscono l´instaurarsi di quel sentimento di ossessione che talvolta accompagna le passioni. E poi? Se la storia va avanti e il rapporto si fa più profondo, ecco che entrano in campo nuove sostanze chimiche: l'ossitocina, un ormone che crea sentimenti di tenerezza, la cui produzione è aumentata dallo scambio di baci e carezze, e la vasopressina, che spinge alla fedeltà. C'è una cosa, però, che gli scienziati ancora non ci sanno dire: sono le varie sostanze a scatenare l'amore, o è l'amore che scatena le sostanze?
Un'occhiata e si scatenano gli ormoni
Un cataclisma per corpo e mente
di CLAUDIA DI GIORGIO
ROMA - Psicologi e psichiatri catalogano le storie d'amore tra gli stress positivi, cioè gli eventi che, pur turbando l'equilibrio, tutto sommato fanno più bene che male. Ma che si tratti di un turbamento, anzi di uno sconvolgimento in piena regola, non c'è dubbio. Dopo anni di indagini sui meccanismi dell'innamoramento, oggi gli scienziati sono in grado di ricostruirne quasi tutti i passaggi biochimici. E la descrizione che emerge dalle loro ricerche è quella di un vero e proprio cataclisma, che non risparmia né il corpo né la mente.
Con buona pace di chi preferirebbe evitarlo, l'amore a prima vista non è un'invenzione di Hollywood. A scatenare le sostanze chimiche che aprono la strada a Cupido può infatti bastare un'occhiata o uno sfiorar di mani. Se lo stimolo è gradito (vale a dire se lo giudica gradito la corteccia frontale, la parte del nostro cervello deputata a valutare gli stimoli ricevuti dai sensi), ecco iniziare la produzione di dopamina, un neurotrasmettitore legato al piacere e all´euforia. Contemporaneamente un´altra regione cerebrale, l'ipotalamo, scatena una serie di cambiamenti corporei: le pupille si dilatano, il cuore pompa più sangue, e quindi il viso si arrossa, la pelle si copre di un leggerissimo sudore che la rende più luminosa, il respiro diventa breve e affannoso. In poche parole, il nostro corpo segnala eccitazione, rivelando all'altro che ne siamo attratti.
Via via che il rapporto prosegue, aumenta l'intensità della tempesta biochimica. Crescono ancora i livelli di dopamina, e, assieme ad essi, quelli dei neurotrasmettitori noradrenalina e PEA. Il risultato è uno stato di vertigine ed ipereccitazione, simile a quello provocato da una dose leggera di anfetamine.
Ma si abbassa la produzione di serotonina, un neutrasmettitore legato all'ansia e alla depressione, i cui scarsi livelli favoriscono l´instaurarsi di quel sentimento di ossessione che talvolta accompagna le passioni. E poi? Se la storia va avanti e il rapporto si fa più profondo, ecco che entrano in campo nuove sostanze chimiche: l'ossitocina, un ormone che crea sentimenti di tenerezza, la cui produzione è aumentata dallo scambio di baci e carezze, e la vasopressina, che spinge alla fedeltà. C'è una cosa, però, che gli scienziati ancora non ci sanno dire: sono le varie sostanze a scatenare l'amore, o è l'amore che scatena le sostanze?
mamme...
italiasalute.it
L’ECCESSO DI ATTENZIONI DELLA MAMMA VERSO IL BAMBINO
Di Johann Rossi Mason
(da Mente & Cervello di nov-dic 2003)
Nonostante i molteplici libri sulla gravidanza, manuali di puericultura, e gli studi su come essere genitori "quasi perfetti" (Bettelheim) o "sufficientemente buoni" (Bowlby), la psicologia della maternità è ancora poco indagata.
L’eccessiva medicalizzazione dell’evento gravidanza e più ancora il parto ha sviato l’attenzione dal vissuto psicologico della donna che si prepara a diventare madre. Un vissuto che non sempre è lineare come amiamo pensare. Anche in assenza di una patologia sappiamo, grazie anche alla quantità di studi psicoanalitici che hanno approfondito il ruolo delle madri, che le cure materne possono avere valenze quanto mai sfaccettate e varie.
La gravidanza è innanzitutto un evento psichico molto importante che produce delle modificazioni non solo nell’esperienza ma anche permanenti nuove connessioni neuronali che modificheranno per sempre la struttura cerebrale della madre. E la gestazione ha effetti diretti anche sul cervello e sugli altri organi del bambino, in quanto recenti ricerche hanno dimostrato che il feto è sensibile ad ogni modificazione umorale e ormonale della madre. Un recente studio apparso su Developmental and Behavioral Pediatrics ha confermato che il livello di sviluppo del cuore fetale può essere influenzato negativamente quando la madre soffra di ansia cronica e situazioni stressanti che modificano i parametri cardiocircolatori, come la pressione sanguigna.
Quello che fare i figli sia un dato talmente acquisito, naturale da non aver bisogno di essere indagato è un equivoco culturale. E l’equivoco non si ferma qui dato che nell’opinione comune si sottolinea la mancanza di cure come comportamento criticabile, mentre le eccessive attenzioni materne sono giudicate positive.
Una stessa donna può vivere gravidanze diverse nel corso della sua vita, dal punto di vista del vissuto emotivo, che cambia a seconda del rapporto con la famiglia di origine, del rapporto col partner, del supporto sociale di cui gode, del lavoro, delle aspirazioni e ambizioni, delle relazioni con altri figli, aborti, ecc. ecc.
Non c’è dubbio che ogni gestazione porti con se aspettative elevatissime, sul figlio che sarà, sul fatto che stabilizzerà il rapporto di coppia o che al contrario arrivi in un momento inopportuno, che si sia pensato a rinunciarci, che il partner o la donna stessa non lo desideri, che sia frutto di una passione, di un amore consolidato o di una violenza. Per ciascuna di queste situazioni c’è una madre diversa e un bambino assolutamente unico che in parte è figlio della situazione e della temperatura emotiva in cui viene al mondo. La stessa madre non ama i diversi figli nello stesso modo e su ciascuno di essi investe in misura differente.
Molti studiosi dell’evoluzione ritengono che il piccolo dell’essere umano venga al mondo ancora immaturo e per tale ragione ha bisogno di lunghe cure materne prima di essere indipendente, cure che durano più a lungo di qualsiasi altro mammifero sulla terra. Il "costo" è quello di una estrema dipendenza dalla madre, che lo deve allattare e nutrire, con una dedizione che qualsiasi primipara definirà molto faticosa. Ma questo programma funziona grazie ad un processo chiamato "attaccamento".
Come abbiamo detto, la madre che preoccupa è quella che mostra di non aver sviluppato un attaccamento nei confronti del bambino, quella che lo ignora, che non prova alcun legame, alcun sentimento, o al contrario, ha repulsione. Non lo attacca al seno e in alcuni gravi casi nega di averlo partorito.
Al contrario, la madre che sta occhi negli occhi col neonato, lo allatta più volte al giorno e soddisfa ogni sua richiesta è, agli occhi del mondo, una buona madre che si dedica al bambino con abnegazione.
Come spesso accade però le cose non sono sempre ciò che sembrano e molto di questo rapporto è determinato dai sentimenti della madre.
La parola chiave per parlare di eccesso di attenzioni materne, quello che chiamerei “ipermaternage” e che gli anglosassoni definiscono “over-protection” è BISOGNO. Infatti se un atteggiamento materno equilibrato mette al centro dell’attenzione i bisogni del neonato prima e del bambino poi, un rapporto diadico sbilanciato invece tiene conto dei bisogni della madre prima di tutto.
Sentite cosa dice la professoressa Marisa Malagoli Togliatti prof.ordinario di Psicodinamica dello Sviluppo e delle Relazioni Familiari e Psicoterapeuta familiare: “Il neonato dalla nascita è in grado di costruire relazioni interpersonali. La professoressa Elizabeth Fivaz dell’Università di Losanna ha dimostrato che i bambini già a tre mesi sono capaci di costruire interazioni significative che comprendono oltre la madre altre figure significative, come il padre o i nonni o chi si assume il ruolo di caregiver. Esplorare il mondo attraverso le relazioni interpersonali è un processo evolutivo fondamentale per un corretto sviluppo. Ci sono madri che manipolano il processo di attaccamento orientando l’attaccamento del bambino solo verso se stesse e impedendo di fatto che il neonato “esplori” altre possibili relazioni. Si tratta, in genere, di donne che soffrono di insicurezza e ansia, che temono di essere giudicate ‘cattive’ o inadeguate, che hanno bisogno di rispondere ad un ruolo o di assumere quello di madre come compito unico, secondo uno stereotipo sociale Ma può trattarsi anche di donne insicure della propria femminilità oppure che hanno problemi col partner e allora si legano al neonato in modo esclusivo”.
È noto che la gravidanza e la nascita di un bambino crea un certo “scompiglio” in una coppia, si rende necessaria una riorganizzazione dei ruoli e delle relazioni sia all’interno della coppia che della famiglia estesa. Tale riorganizzazione è fisiologica e necessaria, ma in talune situazioni diventa problematica nel caso in cui il rapporto col figlio sia basato sulla soddisfazione di bisogni di dipendenza affettiva in modo in modo simbiotico. In questi casi la madre sembra "usare" il bambino per essere rassicurata, ribaltando i ruoli.
“In genere” continua Malagoli “queste donne hanno avuto a loro volta, madri iperprotettive dalle quali hanno ‘ereditato’ un modello di comportamento. Altra fattispecie è quella di donne che hanno avuto genitori non adeguati o abusanti in senso sia fisico che psicologico. O ancora donne che non tollerano la solitudine, che inseguono un impossibile desiderio di essere “amate” o meglio di essere sempre al centro dell’attenzione”.
Il modello di comportamento è ‘totalizzante”, queste donne si ritengono le uniche in grado di capire il bambino, le uniche destinate al dialogo con lui, le uniche destinate a “salvarlo” dai pericoli del mondo. Se “esagerano” a lungo in tali comportamenti possono inibire nel figlio la possibilità di esplorare il mondo ovvero i rapporti sociali.
L’allattamento prolungato, oltre i canonici sei mesi sino a due, tre ma anche quattro anni è un ‘sintomo’ piuttosto comune di un atteggiamento ipermaterno. Se anticamente era considerato un mezzo anticoncezionale e quindi il metodo aveva un suo razionale, dimostratosi poi privo di efficacia, oggi si riscontra spesso in soggetti con personalità anoressica che tentano di esercitare un controllo sul comportamento alimentare del bambino proprio come hanno fatto o farebbero con loro stesse.
In altri casi l’allattamento prolungato è una forma di autogratificazione, di narcisismo: l’allattamento è mediato da sostanze chimiche uguali a quelle dell’orgasmo e può dare sensazioni molto gratificanti affini al piacere sensuale, anche se molte donne non sono disposte ad ammetterlo.
Riprendiamo il discorso con la professoressa Malagoli: “Il bambino sottoposto a queste ‘attenzioni’ diventa spesso aggressivo, possessivo, ipercinetico oppure ‘evitante’ cerca di sfuggire a questo controllo che da rassicurante diventa opprimente e angoscioso. Mette in atto insomma un tentativo non organizzato di sfuggire a queste attenzioni ma è destinato a scontrarsi con i propri sensi di colpa e le minacce di abbandono della madre. Sono minacce talora sottili ma arrivano e raggiungono il segno: il messaggio che si veicola è la punizione negando l’amore, la madre minaccia di abbandonarlo, di andare via. Il figlio è condannato ad una dipendenza che non prevede emancipazione né fisica né psichica.
Che adulti saranno bambini che hanno vissuto e introiettato simili madri? Il messaggio della professoressa Malagoli è ottimistico:” I bambini tendono naturalmente verso la sanità mentale, è bene che in situazioni simili l’altro genitore non sia complice o connivente, ma sostenga la madre nel suo difficile compito, impegnandosi a tutelare la coppia madre-bambino da una parte e dall’altra rafforzando il legame affettivo all’interno della coppia per rompere rapporti simbiotici madre-figlio eccessivi. Molti padri colludono, sono assenti psicologicamente e fisicamente o delegano la funzione genitoriale completamente alla madre in una fiducia che non è cieca ma stolta e rischiosa”.
Box: Sindrome di Munchausen per procura
L’amore materno può assumere forme perverse e patologiche. Si tratta di situazioni estreme che si riconducono alla Sindrome di Munchausen, in cui i pazienti si procurano ripetutamente e volontariamente delle lesioni. Vagano da un ospedale all’altro in cerca di cure(non di rado di interventi invasivi) e di attenzioni che catturano con il racconto di storie fantastiche, spesso false, costellate di menzogne e di un numero impressionante di ricoveri (proprio come il barone nato dalla fantasia di Rudolf Raspe).
Secondo il Trattato italiano di Psichiatria (Masson 1992) ne è nata una variante peculiare. La Sindrome di Munchausen per procura (MSbP), è di osservazione in ambito pediatrico. In questo caso è la madre a simulare la malattia del figlio o, peggio, a procurargli i sintomi allo scopo di ottenere un trattamento medico. Lo spettro dei comportamenti ha un vario livello di gravità e modalità. Una prima dinamica prevede che la madre provochi dei sintomi e faccia ai sanitari ripetute richieste di cura. Tali madri sono donne ansiose e depresse che si attendono che il medico le sostenga o le sollevi dalla responsabilità genitoriale. Una volta” scoperte” non sempre accettano di essere aiutate con un supporto psicoterapico.
In altri casi la struttura di personalità vira verso la paranoia: la madre si convince che il figlio sia malato e per avvalorare la propria tesi non esita a falsificare le cartelle cliniche o ad inventare sintomi fittizi come reazioni allergiche o convulsioni.
Il caso più grave è quello in cui la madre provoca volontariamente sintomi drammatici (specialmente in neonati o bambini molto piccoli) mediante somministrazioni ripetute (e spesso negate)di psicofarmaci o lassativi, o iniezioni settiche o maltrattamenti. Queste persone, talora affette loro stesse dalla MS, arrivano ad alterare e falsificare esami di laboratorio. La psicosi e la depressione che caratterizzano un quadro così terrificante può avere come esito la morte del bambino. Un paradosso, se si pensa che tramite queste manovre i genitori tentano di manipolare il rapporto con i medici e allo stesso tempo desiderano apparire come genitori eccezionalmente devoti.
La patologia non è poi così rara, tanto che in alcuni ospedali americani hanno dotato i reparti di neonatologia e di terapia intensiva pediatrica di telecamere a circuito chiuso per prevenire situazioni analoghe.
Negli ultimi due casi, quando la causa reale della malattia del bambino viene scoperta, la madre o la coppia spariscono col bambino per cercare un altro ospedale o altri medici con i quali mettere in atto la propria ‘rappresentazione’.
L’assetto psichico di questi soggetti si riconduce a coppie ‘disfunzionali’ o disturbate, altamente “asimmetriche”: in genere il padre è assente (anche solo psicologicamente) e la madre sviluppa un legame ‘simbiotico’ nei confronti del figlio. La figura del medico e l’attenzione che presta loro, è solo uno strumento per legittimare e confermare tale devozione.
In realtà questi soggetti non hanno come scopo di nuocere ai figli. Nella loro storia si riscontrano, paradossalmente, eccessive preoccupazioni riguardo la malattia o la morte e un estremo bisogno di protezione e attenzione.
Bibliografia:
Trattato italiano di Psichiatria – Masson 1992
C. Eliacheff N. Heininch – Madri e figlie – Einaudi 2003
Naouri, Aldo – Le figlie e le loro madri – Grandi Tascabili Einaudi 1999
Salvo, Anna – Madri e Figlie. Legami e conflitti tra due generazioni – Mondadori 2003
Montecchi F. Maltrattamenti e abusi ai bambini, Franco Angeli, Milano 1998
L’ECCESSO DI ATTENZIONI DELLA MAMMA VERSO IL BAMBINO
Di Johann Rossi Mason
(da Mente & Cervello di nov-dic 2003)
Nonostante i molteplici libri sulla gravidanza, manuali di puericultura, e gli studi su come essere genitori "quasi perfetti" (Bettelheim) o "sufficientemente buoni" (Bowlby), la psicologia della maternità è ancora poco indagata.
L’eccessiva medicalizzazione dell’evento gravidanza e più ancora il parto ha sviato l’attenzione dal vissuto psicologico della donna che si prepara a diventare madre. Un vissuto che non sempre è lineare come amiamo pensare. Anche in assenza di una patologia sappiamo, grazie anche alla quantità di studi psicoanalitici che hanno approfondito il ruolo delle madri, che le cure materne possono avere valenze quanto mai sfaccettate e varie.
La gravidanza è innanzitutto un evento psichico molto importante che produce delle modificazioni non solo nell’esperienza ma anche permanenti nuove connessioni neuronali che modificheranno per sempre la struttura cerebrale della madre. E la gestazione ha effetti diretti anche sul cervello e sugli altri organi del bambino, in quanto recenti ricerche hanno dimostrato che il feto è sensibile ad ogni modificazione umorale e ormonale della madre. Un recente studio apparso su Developmental and Behavioral Pediatrics ha confermato che il livello di sviluppo del cuore fetale può essere influenzato negativamente quando la madre soffra di ansia cronica e situazioni stressanti che modificano i parametri cardiocircolatori, come la pressione sanguigna.
Quello che fare i figli sia un dato talmente acquisito, naturale da non aver bisogno di essere indagato è un equivoco culturale. E l’equivoco non si ferma qui dato che nell’opinione comune si sottolinea la mancanza di cure come comportamento criticabile, mentre le eccessive attenzioni materne sono giudicate positive.
Una stessa donna può vivere gravidanze diverse nel corso della sua vita, dal punto di vista del vissuto emotivo, che cambia a seconda del rapporto con la famiglia di origine, del rapporto col partner, del supporto sociale di cui gode, del lavoro, delle aspirazioni e ambizioni, delle relazioni con altri figli, aborti, ecc. ecc.
Non c’è dubbio che ogni gestazione porti con se aspettative elevatissime, sul figlio che sarà, sul fatto che stabilizzerà il rapporto di coppia o che al contrario arrivi in un momento inopportuno, che si sia pensato a rinunciarci, che il partner o la donna stessa non lo desideri, che sia frutto di una passione, di un amore consolidato o di una violenza. Per ciascuna di queste situazioni c’è una madre diversa e un bambino assolutamente unico che in parte è figlio della situazione e della temperatura emotiva in cui viene al mondo. La stessa madre non ama i diversi figli nello stesso modo e su ciascuno di essi investe in misura differente.
Molti studiosi dell’evoluzione ritengono che il piccolo dell’essere umano venga al mondo ancora immaturo e per tale ragione ha bisogno di lunghe cure materne prima di essere indipendente, cure che durano più a lungo di qualsiasi altro mammifero sulla terra. Il "costo" è quello di una estrema dipendenza dalla madre, che lo deve allattare e nutrire, con una dedizione che qualsiasi primipara definirà molto faticosa. Ma questo programma funziona grazie ad un processo chiamato "attaccamento".
Come abbiamo detto, la madre che preoccupa è quella che mostra di non aver sviluppato un attaccamento nei confronti del bambino, quella che lo ignora, che non prova alcun legame, alcun sentimento, o al contrario, ha repulsione. Non lo attacca al seno e in alcuni gravi casi nega di averlo partorito.
Al contrario, la madre che sta occhi negli occhi col neonato, lo allatta più volte al giorno e soddisfa ogni sua richiesta è, agli occhi del mondo, una buona madre che si dedica al bambino con abnegazione.
Come spesso accade però le cose non sono sempre ciò che sembrano e molto di questo rapporto è determinato dai sentimenti della madre.
La parola chiave per parlare di eccesso di attenzioni materne, quello che chiamerei “ipermaternage” e che gli anglosassoni definiscono “over-protection” è BISOGNO. Infatti se un atteggiamento materno equilibrato mette al centro dell’attenzione i bisogni del neonato prima e del bambino poi, un rapporto diadico sbilanciato invece tiene conto dei bisogni della madre prima di tutto.
Sentite cosa dice la professoressa Marisa Malagoli Togliatti prof.ordinario di Psicodinamica dello Sviluppo e delle Relazioni Familiari e Psicoterapeuta familiare: “Il neonato dalla nascita è in grado di costruire relazioni interpersonali. La professoressa Elizabeth Fivaz dell’Università di Losanna ha dimostrato che i bambini già a tre mesi sono capaci di costruire interazioni significative che comprendono oltre la madre altre figure significative, come il padre o i nonni o chi si assume il ruolo di caregiver. Esplorare il mondo attraverso le relazioni interpersonali è un processo evolutivo fondamentale per un corretto sviluppo. Ci sono madri che manipolano il processo di attaccamento orientando l’attaccamento del bambino solo verso se stesse e impedendo di fatto che il neonato “esplori” altre possibili relazioni. Si tratta, in genere, di donne che soffrono di insicurezza e ansia, che temono di essere giudicate ‘cattive’ o inadeguate, che hanno bisogno di rispondere ad un ruolo o di assumere quello di madre come compito unico, secondo uno stereotipo sociale Ma può trattarsi anche di donne insicure della propria femminilità oppure che hanno problemi col partner e allora si legano al neonato in modo esclusivo”.
È noto che la gravidanza e la nascita di un bambino crea un certo “scompiglio” in una coppia, si rende necessaria una riorganizzazione dei ruoli e delle relazioni sia all’interno della coppia che della famiglia estesa. Tale riorganizzazione è fisiologica e necessaria, ma in talune situazioni diventa problematica nel caso in cui il rapporto col figlio sia basato sulla soddisfazione di bisogni di dipendenza affettiva in modo in modo simbiotico. In questi casi la madre sembra "usare" il bambino per essere rassicurata, ribaltando i ruoli.
“In genere” continua Malagoli “queste donne hanno avuto a loro volta, madri iperprotettive dalle quali hanno ‘ereditato’ un modello di comportamento. Altra fattispecie è quella di donne che hanno avuto genitori non adeguati o abusanti in senso sia fisico che psicologico. O ancora donne che non tollerano la solitudine, che inseguono un impossibile desiderio di essere “amate” o meglio di essere sempre al centro dell’attenzione”.
Il modello di comportamento è ‘totalizzante”, queste donne si ritengono le uniche in grado di capire il bambino, le uniche destinate al dialogo con lui, le uniche destinate a “salvarlo” dai pericoli del mondo. Se “esagerano” a lungo in tali comportamenti possono inibire nel figlio la possibilità di esplorare il mondo ovvero i rapporti sociali.
L’allattamento prolungato, oltre i canonici sei mesi sino a due, tre ma anche quattro anni è un ‘sintomo’ piuttosto comune di un atteggiamento ipermaterno. Se anticamente era considerato un mezzo anticoncezionale e quindi il metodo aveva un suo razionale, dimostratosi poi privo di efficacia, oggi si riscontra spesso in soggetti con personalità anoressica che tentano di esercitare un controllo sul comportamento alimentare del bambino proprio come hanno fatto o farebbero con loro stesse.
In altri casi l’allattamento prolungato è una forma di autogratificazione, di narcisismo: l’allattamento è mediato da sostanze chimiche uguali a quelle dell’orgasmo e può dare sensazioni molto gratificanti affini al piacere sensuale, anche se molte donne non sono disposte ad ammetterlo.
Riprendiamo il discorso con la professoressa Malagoli: “Il bambino sottoposto a queste ‘attenzioni’ diventa spesso aggressivo, possessivo, ipercinetico oppure ‘evitante’ cerca di sfuggire a questo controllo che da rassicurante diventa opprimente e angoscioso. Mette in atto insomma un tentativo non organizzato di sfuggire a queste attenzioni ma è destinato a scontrarsi con i propri sensi di colpa e le minacce di abbandono della madre. Sono minacce talora sottili ma arrivano e raggiungono il segno: il messaggio che si veicola è la punizione negando l’amore, la madre minaccia di abbandonarlo, di andare via. Il figlio è condannato ad una dipendenza che non prevede emancipazione né fisica né psichica.
Che adulti saranno bambini che hanno vissuto e introiettato simili madri? Il messaggio della professoressa Malagoli è ottimistico:” I bambini tendono naturalmente verso la sanità mentale, è bene che in situazioni simili l’altro genitore non sia complice o connivente, ma sostenga la madre nel suo difficile compito, impegnandosi a tutelare la coppia madre-bambino da una parte e dall’altra rafforzando il legame affettivo all’interno della coppia per rompere rapporti simbiotici madre-figlio eccessivi. Molti padri colludono, sono assenti psicologicamente e fisicamente o delegano la funzione genitoriale completamente alla madre in una fiducia che non è cieca ma stolta e rischiosa”.
Box: Sindrome di Munchausen per procura
L’amore materno può assumere forme perverse e patologiche. Si tratta di situazioni estreme che si riconducono alla Sindrome di Munchausen, in cui i pazienti si procurano ripetutamente e volontariamente delle lesioni. Vagano da un ospedale all’altro in cerca di cure(non di rado di interventi invasivi) e di attenzioni che catturano con il racconto di storie fantastiche, spesso false, costellate di menzogne e di un numero impressionante di ricoveri (proprio come il barone nato dalla fantasia di Rudolf Raspe).
Secondo il Trattato italiano di Psichiatria (Masson 1992) ne è nata una variante peculiare. La Sindrome di Munchausen per procura (MSbP), è di osservazione in ambito pediatrico. In questo caso è la madre a simulare la malattia del figlio o, peggio, a procurargli i sintomi allo scopo di ottenere un trattamento medico. Lo spettro dei comportamenti ha un vario livello di gravità e modalità. Una prima dinamica prevede che la madre provochi dei sintomi e faccia ai sanitari ripetute richieste di cura. Tali madri sono donne ansiose e depresse che si attendono che il medico le sostenga o le sollevi dalla responsabilità genitoriale. Una volta” scoperte” non sempre accettano di essere aiutate con un supporto psicoterapico.
In altri casi la struttura di personalità vira verso la paranoia: la madre si convince che il figlio sia malato e per avvalorare la propria tesi non esita a falsificare le cartelle cliniche o ad inventare sintomi fittizi come reazioni allergiche o convulsioni.
Il caso più grave è quello in cui la madre provoca volontariamente sintomi drammatici (specialmente in neonati o bambini molto piccoli) mediante somministrazioni ripetute (e spesso negate)di psicofarmaci o lassativi, o iniezioni settiche o maltrattamenti. Queste persone, talora affette loro stesse dalla MS, arrivano ad alterare e falsificare esami di laboratorio. La psicosi e la depressione che caratterizzano un quadro così terrificante può avere come esito la morte del bambino. Un paradosso, se si pensa che tramite queste manovre i genitori tentano di manipolare il rapporto con i medici e allo stesso tempo desiderano apparire come genitori eccezionalmente devoti.
La patologia non è poi così rara, tanto che in alcuni ospedali americani hanno dotato i reparti di neonatologia e di terapia intensiva pediatrica di telecamere a circuito chiuso per prevenire situazioni analoghe.
Negli ultimi due casi, quando la causa reale della malattia del bambino viene scoperta, la madre o la coppia spariscono col bambino per cercare un altro ospedale o altri medici con i quali mettere in atto la propria ‘rappresentazione’.
L’assetto psichico di questi soggetti si riconduce a coppie ‘disfunzionali’ o disturbate, altamente “asimmetriche”: in genere il padre è assente (anche solo psicologicamente) e la madre sviluppa un legame ‘simbiotico’ nei confronti del figlio. La figura del medico e l’attenzione che presta loro, è solo uno strumento per legittimare e confermare tale devozione.
In realtà questi soggetti non hanno come scopo di nuocere ai figli. Nella loro storia si riscontrano, paradossalmente, eccessive preoccupazioni riguardo la malattia o la morte e un estremo bisogno di protezione e attenzione.
Bibliografia:
Trattato italiano di Psichiatria – Masson 1992
C. Eliacheff N. Heininch – Madri e figlie – Einaudi 2003
Naouri, Aldo – Le figlie e le loro madri – Grandi Tascabili Einaudi 1999
Salvo, Anna – Madri e Figlie. Legami e conflitti tra due generazioni – Mondadori 2003
Montecchi F. Maltrattamenti e abusi ai bambini, Franco Angeli, Milano 1998
Stefano Pallanti (lo ricordate?):
«è vero, sono pericolosi, ma sì agli psicofarmaci ai bambini»
kataweb Salute
Adolescenti depressi, come aiutarli?
di Stefano Pallanti
(docente di Psichiatria all'Università di Firenze, direttore dell’Istituto di Neuroscienze di Firenze, e visiting associate professor alla Mount Sinai Hospital School of Medicine di New York)
Mio figlio ha sedici anni, e da circa un anno è cambiato. Molto cambiato. Era un ragazzo un po' timido ma con pochi amici assai fidati ed affezionati. A scuola se la cavava bene e con noi era affettuoso ed attento. Poi è cambiato. All’inizio andava ancora a scuola ma con fatica evidentemente crescente e con un rendimento peggiore. La notte ore e ore attaccato ad Internet oppure con la sua musica. Sempre più cupa. Adesso sono due mesi che non va più neanche a scuola: dice che non ce la fa. I medici mi dicono che è depresso. Siamo andati da uno specialista: soffre di depressione, una malattia vera e propria. Lo capisco adesso. Me l’hanno spiegato, senza drammi ma con una lacerante pena. Ha iniziato una psicoterapia e ci va due volte la settimana. Sono già tre mesi, ma le cose vanno peggio; oramai e l’ultima cosa che fa. Non esce e si fa negare al telefono quando qualche amico ancora lo cerca; sempre meno perché poi i ragazzi fanno presto a cancellarti dal giro. Di recente il medico mi ha anche proposto di iniziare una cura con farmaci antidepressivi. Ma è così giovane ed io sono perplessa. Ma davvero la depressione è una malattia da curare con le medicine anche in un adolescente? Grazie.
Stare vicino a chi soffre non è mai facile. Certamente essere il genitore di un adolescente che soffra di depressione è tra le esperienze più dure. E soprattutto volere bene ed assistere frustrati a questo penoso distacco dalla vita e continuare a voler bene, nonostante la rabbia per l’impotenza e la pena della sofferenza condivisa, è una delle prove più difficile alle quali si possa sottostare. Sono situazioni che spesso minano l’intera struttura della famiglia, sia quando coinvolgano tutti i componenti sia quando qualcuno se ne tragga fuori non condividendo il carico di infelicità.
Il nostro amore non serve, ed è necessario affidarsi a terapeuti esperti (anche se ci sembra di lasciargli un po’ del nostro ruolo) che ci diano indicazioni chiare. Ed è certamente complicato avere idee chiare. Anche a causa delle molte informazioni non fondate e non documentate che comunque ci rimbalzano intorno. La televisione in genere, e specialmente i “chat-show”, non ci rendono un gran servizio.
Esiste comunque una consistente letteratura controllata che incoraggia ad intraprendere cure farmacologiche.
Perché se si dovesse dare una risposta chiara e stringata, questa è SI.
Sì, la depressione, quando sia così grave come sembra dalla descrizione della sua lettera, è davvero una malattia, e dopo aver provato con una psicoterapia per tre mesi si deve, anche se si tratta di un adolescente, pensare ed intraprendere una cura con medicine.
E' anche vero che esistono differenze, sia per quanto riguarda il disturbo che la risposta alle cure tra la depressione nei bambini ed adolescenti e quella degli adulti.
Infatti già la diagnosi è più difficile, ed i sintomi vengono speso confusi con un “cambiamento di carattere” legato all’età. E poi il tono dell’umore più frequentemente è rabbioso che malinconico ed il comportamento è, conseguentemente, di rivolta o di ricerca di sensazioni rischiose. E talora questa ricerca del rischio malcela una inespressa disaffezione alla vita stessa: un'inconsapevole ricerca di morte. Altre volte, questa ricerca, queste idee sono esplicite. Su questo punto, la presenza di idee di morte ed i pensieri di suicidio, bisogna cercare di sapere il più possibile. Solo così si può prevenire il peggio. Spesso il giovane incontra prima le sostanze e lo sballo, piuttosto che qualcuno che lo ascolti.
Ma quando sia stabilita la diagnosi è anche giusto provare con interventi psicoterapeutici, che spesso coinvolgono anche i familiari.
Le linee guida per la cura della depressione negli adolescenti sono improntate ad una ragionevole cautela. E’ vero infatti che gli studi sino qui compiuti hanno documentato un'efficacia che è certamente inferiore a quella che si ha con gli adulti.
E molte sono ancora le cose che non si conoscono ancora. Ad esempio sino quando continuare la cura quando sia stata efficace, oppure quali siano gli effetti a lunghissimo termine sullo sviluppo di un sistema nervoso ancora in crescita.
Riassumendo, il punto attuale è questo: gli studi controllati con farmaci per la depressione nei bambini ed adolescente ci sono già, e sono abbastanza convincenti da fare sì che le linee guida delle maggiori associazioni scientifiche, in Usa come in Australia, abbiano recentemente posto le cure farmacologiche della depressione negli adolescenti in prima linea.
Ma poiché alcuni aspetti relativi agli effetti di queste cure restano da chiarire, emergono voci contrastanti. Maggiormente sulla stampa non specializzata piuttosto che su quella più propriamente scientifica. Ma gli stessi organismi ministeriali USA hanno predisposto misure che impongono, per ogni nuovo farmaco antidepressivo, la sua verifica ed efficacia anche in bambini ed adolescenti.
Ci son voluti questi provvedimenti poiché l’industria, al contrario di quello che si dice, non era molto incline ad impegnarsi in questo tipo di ricerca poiché potenzialmente rischiosa in termini di immagine. Sì, perché ogni volta che un farmaco viene, dopo prove sicure, approvato per l’uso nei giovanissimi, immediatamente, e ad orologeria, si scatena una campagna di stampa contraria.
Sicchè le industrie si son dette: meglio starne fuori. Ma il problema è troppo serio: il suicidio in USA (dove i dati sono accessibili) è la terza causa di morte tra gli adolescenti!
E quindi, con molto senso di responsabilità, gli organismi governativi anziché fare lo struzzo, pretendono maggiore chiarezza al fine di poter effettivamente poter contare, anche per quanto riguarda i giovanissimi, su di un presidio di prevenzione del suicidio e di cura della depressione che, almeno negli adulti, è il più effiace: i farmaci antidepressivi.
Quindi SI all’uso dei farmaci nei giovanissimi, ma si raccolgano ancora altre informazioni.
La stessa azione a livello dell’ormone della crescita (GH ) non è del tutto chiarita.
E’ infatti in corso una ricerca che coinvolge i maggiori centri specializzati in USA e finanziata dal governo americano, per chiarire tutti questi aspetti.
In questa ricerca il farmaco impiegato è la fluoxetina, il più vecchio tra i nuovi serotoninergici, ed anche quello che nel tempo, più ha fornito prove documentate di efficacia a breve termine, già molto convalidanti, ed ha già ricevuto l’approvazione dalla Food and Drug Administration (FDA) e può essere prescritto per i bambini ed adolescenti in USA.
A suo tempo la fluoxetina era stata oggetto di attacchi e squalifiche legate ad una presunta azione di “assopimento della volontà”, la cosiddetta Sindrome avolizionale nei bambini.
Successivamente si è documentato che questa riduzione dell’attività volontaria talora riportata nel corso della cura di giovanissimi non comportava rischi ed era del tutto reversibile con la sospensione della cura.
Adesso altre ombre riguardano la paroxetina, altro serotoninergico per il quale è stato riportato un incremento delle idee autolesive, in alcuni casi di giovani pazienti depressi. Idee per altro, come abbiamo già detto, purtroppo già spontaneamente presenti in corso di depressione; e non è facile capire se venga prima l’una o l’altra cosa.
Bisogna dire che in Italia poi la situazioine è ancora più complessa, non ci sono farmaci approvati per la depressione dei bambini ed adolescenti, a parte la sertralina, che però è approvata per alcuni disturbi d’ansia.
Quindi la decisione di curare un adolescente depresso con farmaci richiede una condivisione, delle informazioni prima e della scelta poi, ampia e documentata.
Ma, ripeto, quando si sia di fronte ad una forma depressiva maggiore, con sofferenza soggettiva, scadimento delle prestazioni educative e ricreative, ritiro sociale, certamente da fare.
Un solido sostegno alla cura con medicine della depressione tra i giovanissimi, che ancora una volta va contro la corrente del pettegolezzo mediatico, viene da un recentissimo articolo pubblicato sugli Archives of General Psychiatry, la maggiore rivista scientifica di Psichiatria, (Olfson et al. Arch Gen Psych 2003 Oct; 60 (10):978-982. che ha documentato come in quelle aree del paese in cui sia cresciuta negli ultimi 10 anni la prescrizione di farmaci antidepressivi per la cura della depressione degli adolescenti, i tassi di suicidio si siano ridotti. E non è davvero poco. Da questo importante e complesso lavoro scaturisce l’indicazione all’uso degli antidepressivi negli adolescenti depressi, soprattutto se maschi e di famiglie con reddito modesto.
La notizia è rimbalzata anche sulla prime pagine del New York Times, ma da noi se ne è parlato poco, troppo poco.
Adolescenti depressi, come aiutarli?
di Stefano Pallanti
(docente di Psichiatria all'Università di Firenze, direttore dell’Istituto di Neuroscienze di Firenze, e visiting associate professor alla Mount Sinai Hospital School of Medicine di New York)
Mio figlio ha sedici anni, e da circa un anno è cambiato. Molto cambiato. Era un ragazzo un po' timido ma con pochi amici assai fidati ed affezionati. A scuola se la cavava bene e con noi era affettuoso ed attento. Poi è cambiato. All’inizio andava ancora a scuola ma con fatica evidentemente crescente e con un rendimento peggiore. La notte ore e ore attaccato ad Internet oppure con la sua musica. Sempre più cupa. Adesso sono due mesi che non va più neanche a scuola: dice che non ce la fa. I medici mi dicono che è depresso. Siamo andati da uno specialista: soffre di depressione, una malattia vera e propria. Lo capisco adesso. Me l’hanno spiegato, senza drammi ma con una lacerante pena. Ha iniziato una psicoterapia e ci va due volte la settimana. Sono già tre mesi, ma le cose vanno peggio; oramai e l’ultima cosa che fa. Non esce e si fa negare al telefono quando qualche amico ancora lo cerca; sempre meno perché poi i ragazzi fanno presto a cancellarti dal giro. Di recente il medico mi ha anche proposto di iniziare una cura con farmaci antidepressivi. Ma è così giovane ed io sono perplessa. Ma davvero la depressione è una malattia da curare con le medicine anche in un adolescente? Grazie.
Stare vicino a chi soffre non è mai facile. Certamente essere il genitore di un adolescente che soffra di depressione è tra le esperienze più dure. E soprattutto volere bene ed assistere frustrati a questo penoso distacco dalla vita e continuare a voler bene, nonostante la rabbia per l’impotenza e la pena della sofferenza condivisa, è una delle prove più difficile alle quali si possa sottostare. Sono situazioni che spesso minano l’intera struttura della famiglia, sia quando coinvolgano tutti i componenti sia quando qualcuno se ne tragga fuori non condividendo il carico di infelicità.
Il nostro amore non serve, ed è necessario affidarsi a terapeuti esperti (anche se ci sembra di lasciargli un po’ del nostro ruolo) che ci diano indicazioni chiare. Ed è certamente complicato avere idee chiare. Anche a causa delle molte informazioni non fondate e non documentate che comunque ci rimbalzano intorno. La televisione in genere, e specialmente i “chat-show”, non ci rendono un gran servizio.
Esiste comunque una consistente letteratura controllata che incoraggia ad intraprendere cure farmacologiche.
Perché se si dovesse dare una risposta chiara e stringata, questa è SI.
Sì, la depressione, quando sia così grave come sembra dalla descrizione della sua lettera, è davvero una malattia, e dopo aver provato con una psicoterapia per tre mesi si deve, anche se si tratta di un adolescente, pensare ed intraprendere una cura con medicine.
E' anche vero che esistono differenze, sia per quanto riguarda il disturbo che la risposta alle cure tra la depressione nei bambini ed adolescenti e quella degli adulti.
Infatti già la diagnosi è più difficile, ed i sintomi vengono speso confusi con un “cambiamento di carattere” legato all’età. E poi il tono dell’umore più frequentemente è rabbioso che malinconico ed il comportamento è, conseguentemente, di rivolta o di ricerca di sensazioni rischiose. E talora questa ricerca del rischio malcela una inespressa disaffezione alla vita stessa: un'inconsapevole ricerca di morte. Altre volte, questa ricerca, queste idee sono esplicite. Su questo punto, la presenza di idee di morte ed i pensieri di suicidio, bisogna cercare di sapere il più possibile. Solo così si può prevenire il peggio. Spesso il giovane incontra prima le sostanze e lo sballo, piuttosto che qualcuno che lo ascolti.
Ma quando sia stabilita la diagnosi è anche giusto provare con interventi psicoterapeutici, che spesso coinvolgono anche i familiari.
Le linee guida per la cura della depressione negli adolescenti sono improntate ad una ragionevole cautela. E’ vero infatti che gli studi sino qui compiuti hanno documentato un'efficacia che è certamente inferiore a quella che si ha con gli adulti.
E molte sono ancora le cose che non si conoscono ancora. Ad esempio sino quando continuare la cura quando sia stata efficace, oppure quali siano gli effetti a lunghissimo termine sullo sviluppo di un sistema nervoso ancora in crescita.
Riassumendo, il punto attuale è questo: gli studi controllati con farmaci per la depressione nei bambini ed adolescente ci sono già, e sono abbastanza convincenti da fare sì che le linee guida delle maggiori associazioni scientifiche, in Usa come in Australia, abbiano recentemente posto le cure farmacologiche della depressione negli adolescenti in prima linea.
Ma poiché alcuni aspetti relativi agli effetti di queste cure restano da chiarire, emergono voci contrastanti. Maggiormente sulla stampa non specializzata piuttosto che su quella più propriamente scientifica. Ma gli stessi organismi ministeriali USA hanno predisposto misure che impongono, per ogni nuovo farmaco antidepressivo, la sua verifica ed efficacia anche in bambini ed adolescenti.
Ci son voluti questi provvedimenti poiché l’industria, al contrario di quello che si dice, non era molto incline ad impegnarsi in questo tipo di ricerca poiché potenzialmente rischiosa in termini di immagine. Sì, perché ogni volta che un farmaco viene, dopo prove sicure, approvato per l’uso nei giovanissimi, immediatamente, e ad orologeria, si scatena una campagna di stampa contraria.
Sicchè le industrie si son dette: meglio starne fuori. Ma il problema è troppo serio: il suicidio in USA (dove i dati sono accessibili) è la terza causa di morte tra gli adolescenti!
E quindi, con molto senso di responsabilità, gli organismi governativi anziché fare lo struzzo, pretendono maggiore chiarezza al fine di poter effettivamente poter contare, anche per quanto riguarda i giovanissimi, su di un presidio di prevenzione del suicidio e di cura della depressione che, almeno negli adulti, è il più effiace: i farmaci antidepressivi.
Quindi SI all’uso dei farmaci nei giovanissimi, ma si raccolgano ancora altre informazioni.
La stessa azione a livello dell’ormone della crescita (GH ) non è del tutto chiarita.
E’ infatti in corso una ricerca che coinvolge i maggiori centri specializzati in USA e finanziata dal governo americano, per chiarire tutti questi aspetti.
In questa ricerca il farmaco impiegato è la fluoxetina, il più vecchio tra i nuovi serotoninergici, ed anche quello che nel tempo, più ha fornito prove documentate di efficacia a breve termine, già molto convalidanti, ed ha già ricevuto l’approvazione dalla Food and Drug Administration (FDA) e può essere prescritto per i bambini ed adolescenti in USA.
A suo tempo la fluoxetina era stata oggetto di attacchi e squalifiche legate ad una presunta azione di “assopimento della volontà”, la cosiddetta Sindrome avolizionale nei bambini.
Successivamente si è documentato che questa riduzione dell’attività volontaria talora riportata nel corso della cura di giovanissimi non comportava rischi ed era del tutto reversibile con la sospensione della cura.
Adesso altre ombre riguardano la paroxetina, altro serotoninergico per il quale è stato riportato un incremento delle idee autolesive, in alcuni casi di giovani pazienti depressi. Idee per altro, come abbiamo già detto, purtroppo già spontaneamente presenti in corso di depressione; e non è facile capire se venga prima l’una o l’altra cosa.
Bisogna dire che in Italia poi la situazioine è ancora più complessa, non ci sono farmaci approvati per la depressione dei bambini ed adolescenti, a parte la sertralina, che però è approvata per alcuni disturbi d’ansia.
Quindi la decisione di curare un adolescente depresso con farmaci richiede una condivisione, delle informazioni prima e della scelta poi, ampia e documentata.
Ma, ripeto, quando si sia di fronte ad una forma depressiva maggiore, con sofferenza soggettiva, scadimento delle prestazioni educative e ricreative, ritiro sociale, certamente da fare.
Un solido sostegno alla cura con medicine della depressione tra i giovanissimi, che ancora una volta va contro la corrente del pettegolezzo mediatico, viene da un recentissimo articolo pubblicato sugli Archives of General Psychiatry, la maggiore rivista scientifica di Psichiatria, (Olfson et al. Arch Gen Psych 2003 Oct; 60 (10):978-982. che ha documentato come in quelle aree del paese in cui sia cresciuta negli ultimi 10 anni la prescrizione di farmaci antidepressivi per la cura della depressione degli adolescenti, i tassi di suicidio si siano ridotti. E non è davvero poco. Da questo importante e complesso lavoro scaturisce l’indicazione all’uso degli antidepressivi negli adolescenti depressi, soprattutto se maschi e di famiglie con reddito modesto.
La notizia è rimbalzata anche sulla prime pagine del New York Times, ma da noi se ne è parlato poco, troppo poco.
lunedì 1 dicembre 2003
l'articolo di Bernardo Valli citato da Federico Masini
sabato, nell'incontro in Libreria sulla donna e l'Islam
La Repubblica 29.11.03
Mezzo secolo dopo l'occupazione delle truppe di Mao, la Cina continua a favorire l'immigrazione degli han
Matrimoni misti e quiz televisivi così Pechino ha cancellato il Tibet
L'integrazione tra questi due popoli è l'ultima arma per annullare la cultura millenaria del paese sul tetto del mondo La capitale somiglia oggi a qualsiasi città di provincia, ricostruita dopo la svolta capitalistica degli anni Ottanta
DAL NOSTRO INVIATO BERNARDO VALLI
LHASA - La signora Cui Yuying non ha dubbi sulla doppia natura del quattordicesimo Dalai Lama: come religioso è un Buddha, come politico è un reazionario. Perché un reazionario? Perché rifiuta l'unità del paese. Altri interrogativi non sarebbero superflui. Potrei chiedere ad esempio, alla signora Cui Yuying, se Cina e Tibet non siano due terre distinte. Non è una forzatura parlare di una stessa nazione? Dovrei chiederle ancora se su questo altopiano, tanto vicino al cielo e tanto lontano dal resto del mondo, religione e politica non si confondano. Se cosi è, il Dalai Lama non è forse un capo spirituale e temporale, come dice la tradizione teocratica dell'antico Tibet che sopravvive? Ma sarebbero bestemmie. Pure provocazioni. Del resto, con un'occhiata, senza venire meno a una condiscendente cortesia, la signora Cui Yujing taglia corto. Chiude l'argomento. E subito nel ristorante dove avviene l' incontro (e dove invitanti odori annunciano arrosti di yak e teste di montone lesse) l'atmosfera si distende. Dignitari, giornalisti e interpreti, testimoni del dialogo tra il rappresentante del potere e l'ospite straniero, tirano un sospiro di sollievo. Il tema del Dalai Lama crea tensione. Lo sguardo della signora Cui Yuying rivela l'abitudine al comando. Il personaggio è di rilievo. è vice presidente della Provincia autonoma del Tibet, secondo personaggio nella gerarchia del potere, ed anche una donna che riassume la storia recente di questo popolo. è nata da un padre han, vale a dire cinese, e da una madre tibetana, una cinquantina d'anni fa, quindi subito - o poco - dopo l'invasione e l' annessione alla Repubblica Popolare. è lei stessa a dirmelo quando esprimo il mio scetticismo sulle statistiche ufficiali, secondo le quali soltanto il cinque per cento della popolazione sarebbe cinese. Percentuale che smentirebbe il «genocidio culturale», perpetrato, si dice, anche attraverso l'immigrazione cinese orchestrata da Pechino, al fine di diluire, e col tempo cancellare, l'identità tibetana di questa terra. Ho fatto notare alla signora Cui Yuying che per le strade di Lhasa si incontrano soprattutto cinesi, e lei replica che gli stranieri sono tratti in inganno dal gran numero di figli e figlie di matrimoni misti. «Come me», scandisce, guardandomi negli occhi con una fissità che sento sulla pelle quasi fosse uno schiaffo. Una sfida. Poi distoglie lo sguardo, si gira lentamente, e alza il mento, con un leggero movimento del capo. E io ho l'impressione che si metta di profilo per esibire i tratti somatici dei due popoli che convivono in lei. Ma soltanto la gente del posto può distinguere nei suoi lineamenti le tracce tibetane (l'occhio più aperto, quasi latino, e la pelle un po' scura) dalle impronte cinesi che prevalgono in modo netto. Prepotente. Suggestionato dalla tragica storia di questo paese, il cui ricordo ti accompagna ad ogni passo, do un significato profondo al quasi impercettibile, orgoglioso gesto che penso di avere colto nell' atteggiamento della signora Cui Yuying. Non mi ha forse fatto capire che lei è la prova, in carne ed ossa, della fusione tra Cina e Tibet? Un'unità indissolubile, ormai nel sangue, contro la quale il Dalai Lama in esilio, e il resto del mondo, non possono più nulla da un pezzo. Altri interlocutori mi hanno dichiarato, con uguale drammatico orgoglio, il loro sangue misto, cinese-tibetano, per denunciare l'abbaglio di cui saremmo vittime noi stranieri. A Lhasa, e in generale nei centri urbani, vediamo soprattutto cinesi, e immaginiamo che i tibetani siano relegati nelle zone rurali. Zhang Jiam, direttore della Tv locale, mi spiega che tanti commercianti del grande mercato, di Tromzikhang, sono cinesi come lui. E anche lui, come la signora Cui, viene da una famiglia mista. È un tibetano di padre cinese. E pure lui si presenta quale esempio dell' integrazione, anzi dell'unità carnale, tra il Tibet e la Cina. Dopo l'invasione i due popoli, che nella loro lunga storia si sono raramente amati, spesso detestati, e più volte combattuti, avrebbero cominciato a unire il loro sangue, secondo un piano che ha cambiato il panorama umano delle città. Nel dramma di questa terra ci sono tante storie inquietanti. C'è tanta passione. è comunque una terra in cui arrivo con grande ritardo. Un ritardo di cui mi rendo subito conto alle porte di Lhasa, quando (proveniente dall' aeroporto di Gonggar, dopo un'ora d'autostrada, in una splendida valle lunare) mi inoltro nei grandi, anonimi rettilinei tracciati dagli urbanisti cinesi. E la magia iniziale va in fumo, svanisce, si trasforma in delusione lungo gli ampi, interminabili viali, identici a quelli che mi sono lasciato alle spalle, nelle città ricostruite dopo la svolta capitalistica degli anni Ottanta. Viali che tagliano quartieri geometrici, delimitati da reggimenti di edifici, come ne trovi in tutti i centri di provincia della Repubblica Popolare. Strade addobbate con miriadi di cartelli su cui campeggiano ideogrammi cinesi che annunciano ristoranti cinesi o negozi di telefoni cellulari fabbricati in Cina o centri di karaoke con ragazze tibetane e cinesi. Insieme al sangue dei matrimoni misti, la Cina ha portato il vetro e il cemento del paesaggio urbano standardizzato che ormai prevale dall' Oceano Pacifico al deserto del Gobi. Ha portato le abitudini, vizi e virtù, dell' impero comunista che predica l'economia di mercato e promuove la cultura di massa, teleromanzi e quiz televisivi. Arrivare troppo tardi significa ritrovare le stesse cose che hai appena lasciato. In Cina accade spesso. Rincorri la vecchia Cina e non la trovi più. Le città del boom economico sono tutte uguali. Neanche te ne accorgi quando passi dall' una all'altra. Con qualche rara eccezione, sembrano ricostruite con un stampo. Lhasa non sfugge alla regola. Il vecchio Tibet è sparito. Resta l'incanto della natura. Il cielo è una cappa di cristallo di un azzurro mai visto. A quasi quattro mila metri l'aria è povera di ossigeno (al punto che senti il bisogno di aspirarne un po' dalla bottiglia a portata di mano) ma è di una purezza che ti stordisce. La luce rimbalza sulle montagne calve che incorniciano Lhasa e ti investe accecandoti. Invidio i turisti giovani che percorrono a piedi il Tibet, che arrivano a tappe dal Nepal. Penso proprio che Alexandra David-Néel, prima donna occidentale ad avere messo piede nel Tibet segreto e proibito, avesse ragione quando negli anni Venti rimpiangeva il fatto che, invece di violarlo con la modernità, non si creasse su questo altopiano un grande parco naturale, con le sue vette innevate, le sue immense steppe, i suoi laghi freddi di un colore blu intenso, come l'acqua dei fiumi. La pensava così probabilmente anche il grande tibetologo Giuseppe Tucci (del quale mi accompagnano alcuni libri) che amava il Tibet e l'Oriente, e detestava l'Occidente moderno e industrializzato. La descrizione idilliaca del paesaggio, non si applicava certo alla città di Lhasa scoperta dai visitatori nei primi anni del secolo scorso. Francis Yonghusband, comandante delle truppe inglesi arrivate nel 1904, trovò le anguste strade della capitale ingombre di immondizie; invase da topi e cani randagi; percorse da fogne scoperte che servivano da latrine a donne e uomini accovacciati; e gremite da legioni di mendicanti. La Lhasa descritta da Alexandra David-Néel alcuni decenni dopo non è molto diversa. Né la società sorpresa dall'invasione cinese, a metà del secolo, era quella immaginata dai romantici cultori del Tibet. Era piuttosto una società feudale, mercantile e stagnante. L'aspetto mistico riguardava un ristretto numero di monaci, di grande cultura filosofica e religiosa, animatori del lamaismo monastico, ben distinto dalla pratica religiosa popolare. Lhasa aveva nel '49 circa trentamila abitanti, e contava in più sedicimila monaci nei grandi monasteri di Sera e Drepung. Oggi gli abitanti sono duecento cinquanta mila e vivono in una città moderna, dove il reddito, mi dice la signora Cui Yuying, è ventotto volte quello di quarant'anni fa. Giuseppe Tucci e Alexandra David-Néel (che pure auspicava un po' di modernità cinese nel Tibet) non riconoscerebbero più la loro terra promessa. Il miracolo cinese farebbe inorridire Tucci e lascerebbe perplessa Alexandra. Hai l'impressione che quel miracolo abbia cancellato il Tibet. Ma non è cosi. Il Tibet lo ritrovo nelle strade del quartiere di Barkor, attorno al tempio di Jockang. Ed è con sollievo che mi lascio trascinare dal fiume di pellegrini provenienti dai più remoti angoli del paese. Una folla in cui prevalgono i contadini, in abiti tradizionali, intenti a sgranare i rosari e a bisbigliare giaculatorie. Una folla di tibetani che pregano stesi a terra, senza inibizioni, con grida e gesti antichi. Uno spettacolo che mi libera dall'angoscia in cui mi avevano precipitato gli incontri per me estremamente drammatici nonostante la cortesia, il garbo dei miei interlocutori, con i tibetani-cinesi. Non tanto per loro, quanto per il significato che assume la loro identità. Una doppia identità che sembra destinata a enfatizzare una faccia e a cancellare l' altra. Quest'ultima, l'identità minacciata, mi spunta invece davanti all' improvviso, in apparenza intatta, qui nel quartiere di Barkor, e attorno al tempio di Jockang (che significa Casa del Signore). Un'isola tibetana nella città cinese. Mi guida nel tempio, il più santo di tutto il Tibet, un monaco di rango medio. La ressa e la scarsa luce mi impediscono a volte di distinguere i visitatori dalle numerose statue di dimensioni umane di celebri lama defunti. L'odore di incenso, il brusio e i racconti di straordinari miracoli sussurratimi all' orecchio mi stordiscono. E al tempo stesso mi sento appunto sollevato, come se toccassi con mano la sopravvivenza del Tibet. Il mio compagno di viaggio cinese, ormai un amico, sorride della mia emozione. Lui, ateo, non si lascia commuovere da questo spettacolo medievale. Ma per me è anzitutto un modo di esprimere la propria identità nazionale e culturale. Mezzo secolo dopo l' invasione cinese, ritmato da insurrezioni e repressioni, e dopo la chiusura totale di templi e monasteri per dieci anni (durante la Rivoluzione culturale), il Tibet è rimasto fedele alle sue tradizioni. Il potere consente adesso che vengano celebrate, a condizione che non diventino dimostrazioni nazionaliste. Di immagini del Dalai Lama non se ne vedono. Circola ufficialmente soltanto una fotografia in cui appare a fianco di Mao. Risale a prima del '59, l'anno in cui fuggi in India. Dal terrazzo del tempio, dove saliamo per vedere la città, il monaco-guida mi indica l'immenso palazzo di Potala, dove viveva il Dalai Lama. E mi dice: «Adesso è un museo. L'hanno persino restaurato». i lamaisti Sono i seguaci del buddhismo che viene praticato in Tibet e in alcuni paesi limitrofi, quali il Bhutan. Hanno una rigida struttura gerarchica che vede il Dalai Lama e il Panchen Lama a capo della chiesa.
Mezzo secolo dopo l'occupazione delle truppe di Mao, la Cina continua a favorire l'immigrazione degli han
Matrimoni misti e quiz televisivi così Pechino ha cancellato il Tibet
L'integrazione tra questi due popoli è l'ultima arma per annullare la cultura millenaria del paese sul tetto del mondo La capitale somiglia oggi a qualsiasi città di provincia, ricostruita dopo la svolta capitalistica degli anni Ottanta
DAL NOSTRO INVIATO BERNARDO VALLI
LHASA - La signora Cui Yuying non ha dubbi sulla doppia natura del quattordicesimo Dalai Lama: come religioso è un Buddha, come politico è un reazionario. Perché un reazionario? Perché rifiuta l'unità del paese. Altri interrogativi non sarebbero superflui. Potrei chiedere ad esempio, alla signora Cui Yuying, se Cina e Tibet non siano due terre distinte. Non è una forzatura parlare di una stessa nazione? Dovrei chiederle ancora se su questo altopiano, tanto vicino al cielo e tanto lontano dal resto del mondo, religione e politica non si confondano. Se cosi è, il Dalai Lama non è forse un capo spirituale e temporale, come dice la tradizione teocratica dell'antico Tibet che sopravvive? Ma sarebbero bestemmie. Pure provocazioni. Del resto, con un'occhiata, senza venire meno a una condiscendente cortesia, la signora Cui Yujing taglia corto. Chiude l'argomento. E subito nel ristorante dove avviene l' incontro (e dove invitanti odori annunciano arrosti di yak e teste di montone lesse) l'atmosfera si distende. Dignitari, giornalisti e interpreti, testimoni del dialogo tra il rappresentante del potere e l'ospite straniero, tirano un sospiro di sollievo. Il tema del Dalai Lama crea tensione. Lo sguardo della signora Cui Yuying rivela l'abitudine al comando. Il personaggio è di rilievo. è vice presidente della Provincia autonoma del Tibet, secondo personaggio nella gerarchia del potere, ed anche una donna che riassume la storia recente di questo popolo. è nata da un padre han, vale a dire cinese, e da una madre tibetana, una cinquantina d'anni fa, quindi subito - o poco - dopo l'invasione e l' annessione alla Repubblica Popolare. è lei stessa a dirmelo quando esprimo il mio scetticismo sulle statistiche ufficiali, secondo le quali soltanto il cinque per cento della popolazione sarebbe cinese. Percentuale che smentirebbe il «genocidio culturale», perpetrato, si dice, anche attraverso l'immigrazione cinese orchestrata da Pechino, al fine di diluire, e col tempo cancellare, l'identità tibetana di questa terra. Ho fatto notare alla signora Cui Yuying che per le strade di Lhasa si incontrano soprattutto cinesi, e lei replica che gli stranieri sono tratti in inganno dal gran numero di figli e figlie di matrimoni misti. «Come me», scandisce, guardandomi negli occhi con una fissità che sento sulla pelle quasi fosse uno schiaffo. Una sfida. Poi distoglie lo sguardo, si gira lentamente, e alza il mento, con un leggero movimento del capo. E io ho l'impressione che si metta di profilo per esibire i tratti somatici dei due popoli che convivono in lei. Ma soltanto la gente del posto può distinguere nei suoi lineamenti le tracce tibetane (l'occhio più aperto, quasi latino, e la pelle un po' scura) dalle impronte cinesi che prevalgono in modo netto. Prepotente. Suggestionato dalla tragica storia di questo paese, il cui ricordo ti accompagna ad ogni passo, do un significato profondo al quasi impercettibile, orgoglioso gesto che penso di avere colto nell' atteggiamento della signora Cui Yuying. Non mi ha forse fatto capire che lei è la prova, in carne ed ossa, della fusione tra Cina e Tibet? Un'unità indissolubile, ormai nel sangue, contro la quale il Dalai Lama in esilio, e il resto del mondo, non possono più nulla da un pezzo. Altri interlocutori mi hanno dichiarato, con uguale drammatico orgoglio, il loro sangue misto, cinese-tibetano, per denunciare l'abbaglio di cui saremmo vittime noi stranieri. A Lhasa, e in generale nei centri urbani, vediamo soprattutto cinesi, e immaginiamo che i tibetani siano relegati nelle zone rurali. Zhang Jiam, direttore della Tv locale, mi spiega che tanti commercianti del grande mercato, di Tromzikhang, sono cinesi come lui. E anche lui, come la signora Cui, viene da una famiglia mista. È un tibetano di padre cinese. E pure lui si presenta quale esempio dell' integrazione, anzi dell'unità carnale, tra il Tibet e la Cina. Dopo l'invasione i due popoli, che nella loro lunga storia si sono raramente amati, spesso detestati, e più volte combattuti, avrebbero cominciato a unire il loro sangue, secondo un piano che ha cambiato il panorama umano delle città. Nel dramma di questa terra ci sono tante storie inquietanti. C'è tanta passione. è comunque una terra in cui arrivo con grande ritardo. Un ritardo di cui mi rendo subito conto alle porte di Lhasa, quando (proveniente dall' aeroporto di Gonggar, dopo un'ora d'autostrada, in una splendida valle lunare) mi inoltro nei grandi, anonimi rettilinei tracciati dagli urbanisti cinesi. E la magia iniziale va in fumo, svanisce, si trasforma in delusione lungo gli ampi, interminabili viali, identici a quelli che mi sono lasciato alle spalle, nelle città ricostruite dopo la svolta capitalistica degli anni Ottanta. Viali che tagliano quartieri geometrici, delimitati da reggimenti di edifici, come ne trovi in tutti i centri di provincia della Repubblica Popolare. Strade addobbate con miriadi di cartelli su cui campeggiano ideogrammi cinesi che annunciano ristoranti cinesi o negozi di telefoni cellulari fabbricati in Cina o centri di karaoke con ragazze tibetane e cinesi. Insieme al sangue dei matrimoni misti, la Cina ha portato il vetro e il cemento del paesaggio urbano standardizzato che ormai prevale dall' Oceano Pacifico al deserto del Gobi. Ha portato le abitudini, vizi e virtù, dell' impero comunista che predica l'economia di mercato e promuove la cultura di massa, teleromanzi e quiz televisivi. Arrivare troppo tardi significa ritrovare le stesse cose che hai appena lasciato. In Cina accade spesso. Rincorri la vecchia Cina e non la trovi più. Le città del boom economico sono tutte uguali. Neanche te ne accorgi quando passi dall' una all'altra. Con qualche rara eccezione, sembrano ricostruite con un stampo. Lhasa non sfugge alla regola. Il vecchio Tibet è sparito. Resta l'incanto della natura. Il cielo è una cappa di cristallo di un azzurro mai visto. A quasi quattro mila metri l'aria è povera di ossigeno (al punto che senti il bisogno di aspirarne un po' dalla bottiglia a portata di mano) ma è di una purezza che ti stordisce. La luce rimbalza sulle montagne calve che incorniciano Lhasa e ti investe accecandoti. Invidio i turisti giovani che percorrono a piedi il Tibet, che arrivano a tappe dal Nepal. Penso proprio che Alexandra David-Néel, prima donna occidentale ad avere messo piede nel Tibet segreto e proibito, avesse ragione quando negli anni Venti rimpiangeva il fatto che, invece di violarlo con la modernità, non si creasse su questo altopiano un grande parco naturale, con le sue vette innevate, le sue immense steppe, i suoi laghi freddi di un colore blu intenso, come l'acqua dei fiumi. La pensava così probabilmente anche il grande tibetologo Giuseppe Tucci (del quale mi accompagnano alcuni libri) che amava il Tibet e l'Oriente, e detestava l'Occidente moderno e industrializzato. La descrizione idilliaca del paesaggio, non si applicava certo alla città di Lhasa scoperta dai visitatori nei primi anni del secolo scorso. Francis Yonghusband, comandante delle truppe inglesi arrivate nel 1904, trovò le anguste strade della capitale ingombre di immondizie; invase da topi e cani randagi; percorse da fogne scoperte che servivano da latrine a donne e uomini accovacciati; e gremite da legioni di mendicanti. La Lhasa descritta da Alexandra David-Néel alcuni decenni dopo non è molto diversa. Né la società sorpresa dall'invasione cinese, a metà del secolo, era quella immaginata dai romantici cultori del Tibet. Era piuttosto una società feudale, mercantile e stagnante. L'aspetto mistico riguardava un ristretto numero di monaci, di grande cultura filosofica e religiosa, animatori del lamaismo monastico, ben distinto dalla pratica religiosa popolare. Lhasa aveva nel '49 circa trentamila abitanti, e contava in più sedicimila monaci nei grandi monasteri di Sera e Drepung. Oggi gli abitanti sono duecento cinquanta mila e vivono in una città moderna, dove il reddito, mi dice la signora Cui Yuying, è ventotto volte quello di quarant'anni fa. Giuseppe Tucci e Alexandra David-Néel (che pure auspicava un po' di modernità cinese nel Tibet) non riconoscerebbero più la loro terra promessa. Il miracolo cinese farebbe inorridire Tucci e lascerebbe perplessa Alexandra. Hai l'impressione che quel miracolo abbia cancellato il Tibet. Ma non è cosi. Il Tibet lo ritrovo nelle strade del quartiere di Barkor, attorno al tempio di Jockang. Ed è con sollievo che mi lascio trascinare dal fiume di pellegrini provenienti dai più remoti angoli del paese. Una folla in cui prevalgono i contadini, in abiti tradizionali, intenti a sgranare i rosari e a bisbigliare giaculatorie. Una folla di tibetani che pregano stesi a terra, senza inibizioni, con grida e gesti antichi. Uno spettacolo che mi libera dall'angoscia in cui mi avevano precipitato gli incontri per me estremamente drammatici nonostante la cortesia, il garbo dei miei interlocutori, con i tibetani-cinesi. Non tanto per loro, quanto per il significato che assume la loro identità. Una doppia identità che sembra destinata a enfatizzare una faccia e a cancellare l' altra. Quest'ultima, l'identità minacciata, mi spunta invece davanti all' improvviso, in apparenza intatta, qui nel quartiere di Barkor, e attorno al tempio di Jockang (che significa Casa del Signore). Un'isola tibetana nella città cinese. Mi guida nel tempio, il più santo di tutto il Tibet, un monaco di rango medio. La ressa e la scarsa luce mi impediscono a volte di distinguere i visitatori dalle numerose statue di dimensioni umane di celebri lama defunti. L'odore di incenso, il brusio e i racconti di straordinari miracoli sussurratimi all' orecchio mi stordiscono. E al tempo stesso mi sento appunto sollevato, come se toccassi con mano la sopravvivenza del Tibet. Il mio compagno di viaggio cinese, ormai un amico, sorride della mia emozione. Lui, ateo, non si lascia commuovere da questo spettacolo medievale. Ma per me è anzitutto un modo di esprimere la propria identità nazionale e culturale. Mezzo secolo dopo l' invasione cinese, ritmato da insurrezioni e repressioni, e dopo la chiusura totale di templi e monasteri per dieci anni (durante la Rivoluzione culturale), il Tibet è rimasto fedele alle sue tradizioni. Il potere consente adesso che vengano celebrate, a condizione che non diventino dimostrazioni nazionaliste. Di immagini del Dalai Lama non se ne vedono. Circola ufficialmente soltanto una fotografia in cui appare a fianco di Mao. Risale a prima del '59, l'anno in cui fuggi in India. Dal terrazzo del tempio, dove saliamo per vedere la città, il monaco-guida mi indica l'immenso palazzo di Potala, dove viveva il Dalai Lama. E mi dice: «Adesso è un museo. L'hanno persino restaurato». i lamaisti Sono i seguaci del buddhismo che viene praticato in Tibet e in alcuni paesi limitrofi, quali il Bhutan. Hanno una rigida struttura gerarchica che vede il Dalai Lama e il Panchen Lama a capo della chiesa.
storie dell'uomo
Le Scienze 29.11.2003
L'autenticità della mappa di Vinland
Nel 2002 alcuni ricercatori avevano affermato che si tratta di una contraffazione
Le recenti conclusioni secondo cui la celebre mappa di Vinland sarebbe un abile falso sono basate su interpretazioni errate dei dati: lo sostiene una ricercatrice dello Smithsonian Institution, in uno studio pubblicato sul numero del primo dicembre della rivista "Analytical Chemistry". L'anno scorso, altri ricercatori avevano messo in dubbio l'autenticità della mappa, ma secondo Jacqueline Olin gli stessi risultati possono essere usati per confermare la validità delle sue origini medievali.
La mappa di Vinland, che riproduce l'Islanda, la Groenlandia e le coste nord-orientali dell'America del Nord, viene fatta risalire alla metà del quindicesimo secolo, suggerendo così che alcuni esploratori vichinghi avessero cartografato il Nord America molto prima di Cristoforo Colombo. La mappa, che fa discutere gli storici sin dalla sua scoperta negli anni cinquanta del ventesimo secolo, è custodita nella biblioteca dell'Università di Yale e il suo valore viene valutato superiore ai 20 milioni di dollari.
Nel 2002, erano stati pubblicati due studi contraddittori: il primo, sulla rivista "Radiocarbon", datava la mappa al 1434 circa usando la datazione al carbonio; l'altro, sulla rivista "Analytical Chemistry", sosteneva che la mappa fosse una contraffazione risalente al ventesimo secolo, realizzata su pergamena medievale.
Olin, che aveva collaborato alla prima ricerca, ha ora risposto agli autori della seconda dimostrando che anche l'inchiostro utilizzato risale al medioevo: a causa dei metodi di produzione di quell'epoca, infatti, conterrebbe rame, alluminio e zinco, completamente assenti negli inchiostri moderni.
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.
L'autenticità della mappa di Vinland
Nel 2002 alcuni ricercatori avevano affermato che si tratta di una contraffazione
Le recenti conclusioni secondo cui la celebre mappa di Vinland sarebbe un abile falso sono basate su interpretazioni errate dei dati: lo sostiene una ricercatrice dello Smithsonian Institution, in uno studio pubblicato sul numero del primo dicembre della rivista "Analytical Chemistry". L'anno scorso, altri ricercatori avevano messo in dubbio l'autenticità della mappa, ma secondo Jacqueline Olin gli stessi risultati possono essere usati per confermare la validità delle sue origini medievali.
La mappa di Vinland, che riproduce l'Islanda, la Groenlandia e le coste nord-orientali dell'America del Nord, viene fatta risalire alla metà del quindicesimo secolo, suggerendo così che alcuni esploratori vichinghi avessero cartografato il Nord America molto prima di Cristoforo Colombo. La mappa, che fa discutere gli storici sin dalla sua scoperta negli anni cinquanta del ventesimo secolo, è custodita nella biblioteca dell'Università di Yale e il suo valore viene valutato superiore ai 20 milioni di dollari.
Nel 2002, erano stati pubblicati due studi contraddittori: il primo, sulla rivista "Radiocarbon", datava la mappa al 1434 circa usando la datazione al carbonio; l'altro, sulla rivista "Analytical Chemistry", sosteneva che la mappa fosse una contraffazione risalente al ventesimo secolo, realizzata su pergamena medievale.
Olin, che aveva collaborato alla prima ricerca, ha ora risposto agli autori della seconda dimostrando che anche l'inchiostro utilizzato risale al medioevo: a causa dei metodi di produzione di quell'epoca, infatti, conterrebbe rame, alluminio e zinco, completamente assenti negli inchiostri moderni.
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.
domenica 30 novembre 2003
poesia araba oggi
«La donna abita ogni cellula del mio corpo e io la respiro»
La Repubblica, edizione di Palermo 30.11.03
L´INTERVISTA
Parla Adonis, vincitore per l'opera straniera
DALLA SIRIA CON AMORE
La donna abita ogni cellula del mio corpo e io la respiro per cercare me stesso
L'oppressione nel mondo arabo produce estremismi che non rispecchiano il volto della società
di SALVATORE FERLITA
È Ali Ahmad Sa'id Esber il vero nome del poeta siriano Adonis, autore della raccolta "Cento poesie d´amore" (Guanda) e vincitore quest'anno del premio Mondello, nella sezione autore straniero. Nato in un villaggio siriano nel 1930 da una famiglia di origine contadina, Adonis ha studiato filosofia in Siria, per poi trasferirsi a Beirut e, successivamente, insegnare all'Università di Damasco e alla Sorbonne di Parigi. Tra le sue opere tradotte in italiano "Desiderio che avanza nelle mappe della materia, Libro delle metamorfosi" e "Nella pietra e nel vento". Adonis oggi è considerato uno dei più grandi poeti arabi viventi, forse il massimo rappresentante della modernità letteraria araba. «È una grande responsabilità, se dobbiamo credere a quello che si dice in giro? afferma il poeta, che verrà premiato oggi pomeriggio alle 17 all'hotel Palace di Mondello - In verità mi considero uno dei tanti poeti del mondo, faccio parte della poesia universale. Il poeta, a mio avviso, è sempre un allievo che impara in continuazione. La situazione della poesia ci insegna che non si può orientare, guidare il mondo, senza prima imparare dal mondo stesso».
La sua raccolta premiata è un moderno canzoniere d'amore, il periplo di un'avventura amorosa. Cos'è per lei la donna?
«La donna per me non è solo un oggetto per scrivere poesie d'amore. Essa abita ogni cellula del mio corpo. Io respiro la donna, al punto che comincio ad ascoltare me stesso per trovare la mia parte maschile e quella femminile. Se l'uomo non possiede una parte femminile nel suo essere, la sua stessa virilità rimane incompleta. Anche per la donna, s'intende, vale lo stesso principio. A questo proposito, io credo fortemente in quello che disse Platone: la donna e l'uomo sono un unico essere».
È quello che ha sostenuto anche de Unamuno nel suo romanzo "Nebbia"?
«È vero, però tengo a precisare che Platone lo ha sostenuto prima».
Se dovesse in poche parole spiegare cosa sia oggi l'universo arabo, al centro della sua riflessione nella raccolta di saggi "La preghiera e la spada", cosa direbbe?
«Anzitutto direi che non è possibile identificare il potere politico e la società, perché si rischierebbe di vedere gli arabi solo attraverso un regime collettivo. La stessa cosa succede per l'Italia: non possiamo guardare al vostro paese solo attraverso Berlusconi. La società araba è una cosa, il sistema politico un'altra. Credo che la società abbia molte potenzialità, e possa vantare un gran numero di artisti e intellettuali. Però va detto che il sistema politico e la condizione storica hanno paralizzato queste potenzialità. Oggi la situazione di oppressione vigente non produce altro che radicalismi ed estremismi, che di sicuro non rispecchiano il vero volto della società araba».
E la religione?
«Quelli che parlano attraverso la religione non fanno altro che diffondere una chiusa, asfittica ideologia, invece che aprirsi a un orizzonte aperto. Da qui gli aspetti di natura violenta che essa spesso assume. L'ideologia non uccide soltanto la società, ma anche la religione. È un po' quello che è successo con il fondamentalismo cristiano e quello ebraico».
Qual è allora oggi la funzione della poesia? Fu detto che dopo i campi di sterminio non sarebbe stato più possibile scrivere versi.
«Certo, i campi di sterminio, e qualsiasi altra manifestazione di odio e violenza in questo senso, rappresentano un'esperienza tremenda da condannare con tutte le forze, una sorta di punto di non ritorno. Eppure il problema è un altro: dopo tragedie del genere va preso atto che non è più possibile praticare e tollerare lo sterminio. Ma tutto ciò non può che indurre a scrivere altri versi, a praticare ancora la poesia. Dai campi di sterminio, e oggi dalle stragi sempre più cruente che la televisione e i giornali ci mostrano, ci viene questa lezione: bisogna fermare la mano che uccide».
La poesia, in questo senso, cosa può fare?
«È la poesia che ci dà proprio questa sensazione»
L´INTERVISTA
Parla Adonis, vincitore per l'opera straniera
DALLA SIRIA CON AMORE
La donna abita ogni cellula del mio corpo e io la respiro per cercare me stesso
L'oppressione nel mondo arabo produce estremismi che non rispecchiano il volto della società
di SALVATORE FERLITA
È Ali Ahmad Sa'id Esber il vero nome del poeta siriano Adonis, autore della raccolta "Cento poesie d´amore" (Guanda) e vincitore quest'anno del premio Mondello, nella sezione autore straniero. Nato in un villaggio siriano nel 1930 da una famiglia di origine contadina, Adonis ha studiato filosofia in Siria, per poi trasferirsi a Beirut e, successivamente, insegnare all'Università di Damasco e alla Sorbonne di Parigi. Tra le sue opere tradotte in italiano "Desiderio che avanza nelle mappe della materia, Libro delle metamorfosi" e "Nella pietra e nel vento". Adonis oggi è considerato uno dei più grandi poeti arabi viventi, forse il massimo rappresentante della modernità letteraria araba. «È una grande responsabilità, se dobbiamo credere a quello che si dice in giro? afferma il poeta, che verrà premiato oggi pomeriggio alle 17 all'hotel Palace di Mondello - In verità mi considero uno dei tanti poeti del mondo, faccio parte della poesia universale. Il poeta, a mio avviso, è sempre un allievo che impara in continuazione. La situazione della poesia ci insegna che non si può orientare, guidare il mondo, senza prima imparare dal mondo stesso».
La sua raccolta premiata è un moderno canzoniere d'amore, il periplo di un'avventura amorosa. Cos'è per lei la donna?
«La donna per me non è solo un oggetto per scrivere poesie d'amore. Essa abita ogni cellula del mio corpo. Io respiro la donna, al punto che comincio ad ascoltare me stesso per trovare la mia parte maschile e quella femminile. Se l'uomo non possiede una parte femminile nel suo essere, la sua stessa virilità rimane incompleta. Anche per la donna, s'intende, vale lo stesso principio. A questo proposito, io credo fortemente in quello che disse Platone: la donna e l'uomo sono un unico essere».
È quello che ha sostenuto anche de Unamuno nel suo romanzo "Nebbia"?
«È vero, però tengo a precisare che Platone lo ha sostenuto prima».
Se dovesse in poche parole spiegare cosa sia oggi l'universo arabo, al centro della sua riflessione nella raccolta di saggi "La preghiera e la spada", cosa direbbe?
«Anzitutto direi che non è possibile identificare il potere politico e la società, perché si rischierebbe di vedere gli arabi solo attraverso un regime collettivo. La stessa cosa succede per l'Italia: non possiamo guardare al vostro paese solo attraverso Berlusconi. La società araba è una cosa, il sistema politico un'altra. Credo che la società abbia molte potenzialità, e possa vantare un gran numero di artisti e intellettuali. Però va detto che il sistema politico e la condizione storica hanno paralizzato queste potenzialità. Oggi la situazione di oppressione vigente non produce altro che radicalismi ed estremismi, che di sicuro non rispecchiano il vero volto della società araba».
E la religione?
«Quelli che parlano attraverso la religione non fanno altro che diffondere una chiusa, asfittica ideologia, invece che aprirsi a un orizzonte aperto. Da qui gli aspetti di natura violenta che essa spesso assume. L'ideologia non uccide soltanto la società, ma anche la religione. È un po' quello che è successo con il fondamentalismo cristiano e quello ebraico».
Qual è allora oggi la funzione della poesia? Fu detto che dopo i campi di sterminio non sarebbe stato più possibile scrivere versi.
«Certo, i campi di sterminio, e qualsiasi altra manifestazione di odio e violenza in questo senso, rappresentano un'esperienza tremenda da condannare con tutte le forze, una sorta di punto di non ritorno. Eppure il problema è un altro: dopo tragedie del genere va preso atto che non è più possibile praticare e tollerare lo sterminio. Ma tutto ciò non può che indurre a scrivere altri versi, a praticare ancora la poesia. Dai campi di sterminio, e oggi dalle stragi sempre più cruente che la televisione e i giornali ci mostrano, ci viene questa lezione: bisogna fermare la mano che uccide».
La poesia, in questo senso, cosa può fare?
«È la poesia che ci dà proprio questa sensazione»
Theodor W. Adorno
La Repubblica 30.11.03
EPISTOLARI
Il filosofo ha lasciato migliaia di pagine che ancora attendono di essere pubblicate
Solo quando giunse a New York si accorse pienamente di che cosa fosse il nazismo
Attinse al "Dramma barocco" di Benjamin senza rendergli il giusto riconoscimento
Per il centenario della sua nascita si moltiplicano celebrazioni e varie iniziative editoriali
Scrisse di musica, filosofia, sociologi e saggistica letteraria. A volte il tono della sua prosa disturbava
ADORNO. La sua fama di intellettuale oscurata da una certa doppiezza
di GEORGE STEINER
Si può definire "l'estate di Adorno" questa appena trascorsa, a Francoforte e altrove nel mondo letterario ed accademico di lingua tedesca. Francoforte ha intitolato una piazza al maestro. Settembre ha visto un congresso internazionale - assente, purtroppo, Bernard Williams. All'Adorno compositore e teorico musicale rendono omaggio rappresentazioni delle suo opere, delle opere della seconda Scuola di Vienna, culla della sua filosofia musicale, e presentazioni dei suoi arrangiamenti di Trakl, Brecht e Stefan George sia dal punto di vista poetico che musicale. Traduttori francesi, italiani e inglesi si incontrano per discutere pubblicamente delle difficoltà che implica rendere il linguaggio proprio di Adorno, notoriamente oscuro e peculiare. Mostre, dibattiti, recital si protrarranno fino a dicembre per culminare in una tavola rotonda di poeti chiamati a confrontarsi con il famoso detto di Adorno, di norma erroneamente citato ,che non può esistere, che non dovrebbe esistere poesia lirica dopo Auschwitz, una dichiarazione che egli smentì alla luce (se il termine è appropriato) del genio di Paul Celan.
In questo centenario è essenziale il ruolo della casa editrice Suhrkamp. Indefesso oratore accademico, saggista, autore di conferenze radiofoniche, di notazioni ai programmi musicali e articoli di critica, Theodor W. Adorno lasciò una massa di testi postumi paragonabile quanto a volume a quella di Heidegger (le analogie tra antagonisti sono profonde). Editori devoti, Rolf Tiedeman in testa, sostenuto dal generoso supporto tecnico e dal prestigio della Suhrkamp, pubblicano tutto, volume dopo volume. Sono usciti i volumi su Beethoven e la riproduzione musicale, quindi il saggio su Schelling e la sua analisi del concetto di libertà. Abbiamo poi il pensiero di Adorno sulla metafisica, la sua introduzione alla sociologia, le sue lezioni sulla dialettica negativa. Devono ancora uscire cinque volumi di "osservazioni" filosofiche, un'epistemologia, un'introduzione generale alla filosofia, un'attesissima sthetik - il fantasma di Lukács - due volumi di "lezioni improvvisate", tre di incontri letterari e interviste e, tra tutti il più intrigante, un volume dal titolo Poetische Versuche.
In tandem Suhrkamp ha pubblicato la colossale corrispondenza di Adorno: con Walter Benjamin, con Ernst Krenek, con Alban Berg. Ad oggi è disponibile il primo volume, che copre il decennio 1927-37, della corrispondenza tra Adorno e Max Horkeimer, suo mecenate e partner intellettuale, nonché principale esponente della Scuola di Francoforte. Attendono la pubblicazione altre centinaia, forse migliaia di epistole di uno scambio ideologico e critico tra i più rilevanti del secolo. Dalla quasi totale distruzione dell'esistenza ebraica tedesca emerge un'enorme mole di dibattito e di presenza umana. Questo diluvio che cade sui venti volumi di scritti già pubblicati conferma o aiuta a comprendere la statura di Adorno? È prova dell'ammirevole accuratezza e generosità con cui si pubblicano opere serie in Germania o piuttosto di una maniacale aspirazione alla totalità hegeliana - tanto più ironica nel caso di un pensatore che proclamò che "tutto ciò che è completo è falso" e definì la modernità come era del frammento?
Emergono un certo numero di aspetti decisivi. Adorno fa parte dei pochissimi, tra cui Rousseau e Nietzsche, che hanno posto la lingua scritta in rapporto con la musica, che hanno scritto di composizione musicale, del significato dei suoi significati, dell'esecuzione musicale, con intelligenza contemporaneamente filosofica e tecnica. Gli scritti di Adorno su Mahler, su Berg, su Wagner, su Beethoven nella monografia postuma incompleta, costituiscono un'impresa monumentale. Andando oltre i suoi rari predecessori inoltre Adorno pose le basi di una sociologia della musica, di un inserimento della musica nel tessuto dinamico della storia sociale, dell'ideologia e dei media. Basterebbero le Klangfiguren e i saggi successivi su Schoenberg e Webern a garantire ad Adorno un posto nella storia dell´estetica e, cosa più importante, nel tormentato rapporto tra parola e musica. È giusto che una delle festose celebrazioni dedicate al maestro a Francoforte si intitoli "La musica, la seconda lingua di Theodor W. Adorno".
Ma ciò che questa sequela di testi postumi va decretare è il valore di Adorno come filosofo, come illustre voce in campo ontologico, epistemologico, nell'esplorazione della metafisica. I "Minima Moralia", la "Dialettica dell'illuminazione", e l´attacco ad Heidegger in Jargon der Eigentlichkeit sono stati esempio del ruolo eminente di "critico culturale" che Adorno ha rivestito. In tedesco il termine è più incisivo, attiene sia ai philosophes francesi che all'aura della Kritik di derivazione kantiana. Nell'ambito dell'eredità tedesca e centroeuropea il Kulturkritiker, da Lessing a Karl Kraus occupa una nicchia essenziale. Le opere di Adorno che spaziano dalla critica letteraria e musicale alla politica dell'istruzione, lo collocano tra i testimoni decisivi del turbolento spirito dell'epoca.
Nelle sue lezioni sulla metafisica del 1965 (pubblicate nel 1998), Adorno si domanda se sia possibile vivere dopo Auschwitz. Ho vissuto personalmente il tormento di sogni ricorrenti in cui ho la sensazione di non essere più realmente vivo ma una semplice emanazione dei desideri di una delle vittime di Auschwitz.
Il suicidio va evitato, aggiunge Adorno, solo in quanto farebbe il gioco dei macellai. Ma il percorso verso questa intuizione, destinata a dominare le opere successive di Adorno, ebbe inizio solo quando si ebbe vere e propria notizia della Shoah nel 1944-45. Fino ad allora le cose erano state più fuorvianti.
Potendo contare su un'agiata posizione economica familiare, Adorno, a differenza di Walter Benjamin, che fu perseguitato dalla miseria, poté permettersi di portare avanti un doppio apprendistato, in campo musicale e filosofico. Studiò composizione con Schoenberg e Berg, ottenne quindi l'Habilitation, il più elevato titolo accademico tedesco, sotto l'egida di Paul Tillich nel 1931. A quell'epoca era già stato accettato presso l'Istituto per la Ricerca Sociale diretto da Max Horkheimer ed era entrato a far parte dell'élite ebraico-tedesca di Francoforte. Benché privato del diritto all'insegnamento nel 1933, Adorno dimostrò stranamente una scarsa perspicacia e una certa leggerezza (la madre era di origine italiana e cattolica). Nella sua macabra cecità insistette perché Benjamin si candidasse ad entrare a far parte della nuova "Associazione Nazionale degli Scrittori", istituzione totalmente nazista. Nel giugno 1934 Adorno pubblicò nella rivista Die Musik un'appassionata recensione dell'adattamento delle poesie di Baldur von Schirach, uno dei più brutali criminali hitleriani. Benché ora con una certa apprensione T. W. Wiesengrund-Adorno nel 1938 si recava ancora in visita nel Reich. Fu solo a New York, dove emigrò quell´anno, che Adorno divenne pienamente consapevole del proprio stato di esiliato e dell'ipoteca che la catastrofe tedesca poneva su di lui.
Questo primo volume della corrispondenza tra Adorno e Horkheimer disegna un ampio scenario psicologico e concreto di quel periodo. Un certo numero di lettere hanno le dimensioni di breve saggio filosofico e sociologico. Horkheimer si spostava tra Ginevra, dove l'Istituto da lui diretto aveva trovato inizialmente rifugio, e Manhattan, ove ben presto venne rifondato in collegamento con la Columbia University. Tutto questo richiese una profusione di lettere. Passati gli anni critici, i rapporti tra i due mutarono impercettibilmente ma decisamente. Al principio Adorno si mostrava deferente di fronte alla posizione e all'anzianità del suo corrispondente. Nelle missive la forma di cortesia non cedette il passo al "caro Max" e al "Caro Teddy" prima del settembre 1937. Di indole prudente e mondana Horkheimer, che era in grado di dispensare favori vitali, non cedette immediatamente alle esortazioni e ai progetti di Adorno. Mirava a distogliere il suo geniale accolito da interessi puramente epistemologici e metafisici, soprattutto in riferimento alla proposta esegesi del pensiero di Husserl. Vedeva con favore l'impegno di Adorno nella musicologia, spingendolo però verso interessi sociologici, come ad esempio il ruolo del jazz nella crisi dei valori culturali. Gradualmente tuttavia la forza pura delle analisi di Adorno, il modo in cui seppe sviluppare tutto ciò che nel programma di Horkheimer era vago e incerto, si imposero. Le lusinghe furono sempre meno necessarie. La nomina ufficiale a membro dell'Istituto nel 1938 (un atto formale che avrebbe potuto salvare la vita a Benjamin) conferì ad Adorno autorità magistrale. Ne risultò un partnerariato straordinariamente produttivo.
Nonostante tutto l'interesse e i pettegolezzi suscitati nell'ambiente intellettuale, Briefwechsel, l'epistolario, è un libro deprimente. La condizione di profugo nel labirinto di visti, permessi di lavoro o sussidi di beneficenza risulta macabra persino in presenza, come nel caso di Adorno, di disponibilità di mezzi. L'ostracismo derivante dalla propria lingua mistifica persino i rapporti intimi. La necessità di blandire, compiacere, chi è in grado di aiutarti, può farsi mendace. Elogiare gli scritti di Horkheimer, accentuare il proprio obbligo nei suoi confronti era un imperativo per Adorno. Ma oltre alla generale fausse situation, emergono aspetti del carattere di Adorno niente affatto attraenti. Benché dovesse a Tillich il titolo accademico scrisse di lui ad Horkheimer con malcelato disprezzo. Cercò di convincere Horkheimer del "fascismo" di Marcuse sulla base del complesso rapporto di quest'ultimo con Heidegger. Ma la cosa più triste è il ruolo di Walter Benjamin in questa corrispondenza.
Come contestatogli dallo stesso Benjamin, nello studio su Kierkegaard Adorno aveva attinto, abbondantemente e senza renderne riconoscimento alcuno, all'estetica e alla teoria del dramma di Benjamin. Col peggiorare della situazione e la conseguente sempre più pesante dipendenza di Benjamin dallo scarno sostegno offertogli da Horkheimer e dal suo legame marginale con l'Istituto, Adorno iniziò a fargli da patrono. (I dettagli di questa squallida vicenda vengono ripresi in esame nel numero di maggio del periodico francese Lignes, intitolato "Adorno e Benjamin"). Le critiche mosse da Adorno al saggio di Benjamin su Baudelaire, al progetto Passagen, al pensiero di Benjamin sull'industrialismo e la decadenza dell'aura estetica, sono spesso acute e validamente motivate. È il tono che disturba, lo sfoggio di potere nei confronti di un individuo sempre più disperato e bisognoso di comprensione. L'aspetto peggiore è rappresentato dalla doppiezza, forse inconscia, nelle osservazioni destinate a Horkheimer. Benjamin è, fuor di dubbio, un pensatore e un allegorista di straordinaria originalità, tuttavia nei suoi scritti molto necessita delle benevole revisioni dispensate da Oxford e da New York. Indubbiamente Benjamin merita sostegno materiale, ma nei suoi metodi di ricerca, nella sua vicinanza a Brecht, nel suo marxismo messianico, molto necessita di un'attenta osservazione e dei benefici della disapprovazione.
L'orrenda fine di Benjamin mutò radicalmente la situazione. Adorno si trasformò nell'indefesso paladino e divulgatore dell'eredità di Benjamin. Né lui né Horkheimer nascosero il debito delle proprie opere nei confronti dell´intuizione capitale di Benjamin che alla base di tutta l'arte e la cultura elevata c'è uno zoccolo di barbarie e inumanità. Sarà questo il tema dei "Minima Moralia" e della "Dialettica Negativa". Negli anni abbracciati dall'epistolario però, e in quelli precedenti al 1941, la storia è una storia triste.
Adorno provava al contempo fascino e repulsione nei confronti di Heidegger, era in soggezione di fronte alla sua statura e rabbiosamente determinato a smascherarla come fondamentalmente fittizia. Tuttavia tra i due esiste una sorprendente analogia. Entrambi nelle proprie opere pubblicate fecero della prosa un mezzo contorto, spesso quasi impenetrabile, mentre le lezioni accademiche, oggi rese disponibili post mortem, sono modelli di lucidità, di attento ritmo e metodo pedagogico. Il che risulta ancor più intrigante laddove Adorno fa propri i principali temi di Heidegger. Le ventitré lezioni su Ontologie und Dialektik furono tenute tra il novembre del 1960 e la fine di febbraio del 1961. Rappresentano un modello di retorica e mostrano il professor T. W. Adorno al massimo delle sue capacità di docente, ironico ma equanime.
Una sorta di tabù, una "specie di terrorismo" circondano la magia del linguaggio di Heidegger e il suo postulato della priorità dell´essere sugli esseri. Ironicamente l´esaltazione del linguaggio ad assoluta supremazia, ad autonoma singolarità, trova un parallelo nella scuola filosofica più in antitesi col pensiero di Heidegger, quella del positivismo logico e della logica linguistica anglo-americana. Gli spiriti benigni invocati da Adorno saranno quelli di Aristotele, e di Kant, di Hegel e Husserl. Enfatizzare l'indefinibile, purissimo, Sein di Heidegger come se il mero termine portasse in sé garanzia mistica di significato esistenziale vuol dire cadere nella trappola dell´autismo metafisico, del bluff auto-referenziale. Vuol dire fuggire l'interrogativo, vecchio quanto il "Parmenide" di Platone, se sia affatto possibile una comprensione dell´essere nel senso rapito di Heidegger.
Adorno definisce la condizione di Heidegger e del suo discepolo ammaliato come di chi "trema per timore di sporcarsi le mani", trema per timore di impegnarsi nell'essenza materiale, storica, sensoriale, dell´esperienza umana. Una simile posizione è figlia delle tradizioni occidentali dell'irrazionalismo come le troviamo in Nietzsche e Bergson. Le elevate astrazioni di Sein und Zeit hanno come risultato un anti-intellettualismo sistematico. L'io razionale è negato in nome del suo essere posseduto dal mistero dell'essere persino quando gli strumenti umani del linguaggio vengono confusi dal famoso detto di Heidegger secondo cui "è il linguaggio che parla". Questo imperativo inesplicabile permette ad Heidegger di eludere gli interrogativi circa ciò che più conta per l'uomo: l'esistenza di dio e il tema della libertà. Così nella dottrina di Heidegger, come già nella sua politica, è presente un'arcaica sottomissione ai misteri fuori da qualsiasi portata dialettica individuale. Da qui la convinzione fondamentale di Adorno che non possiamo elidere dalla filosofia di Heidegger, per quanto sembri sopraffarci e ipnotizzarci, "cosiddette stravaganze e aberrazioni politiche".
Man mano che la polemica si avvia alla conclusione, Adorno fornisce importanti intuizioni circa le proprie convinzioni magiche. L’esperienza musicale comunica un'abbondanza di contenuti specifici inaccessibile però al pensiero concettuale. Spiegare questo problema è compito essenziale dell'estetica, di un’ermeneutica filosofica (la decostruzione e il postmodernismo attuali hanno abdicato a questa sfera assolutamente centrale.) Nella ventunesima lezione Adorno si appella alla tesi dell'"aura" di Benjamin e a tesi storico-filosofiche. Pensare in maniera responsabile, afferma Adorno, equivale a "de-mitologizzare", abolire gli elementi iconici nella coscienza, l’idolatria inseparabile dalle immagini. Il pensiero dialettico è uso alle contraddizioni e all'ardire del mondo. Equivale a ripudiare una teologia, persino una teologia negativa, quale quella che ossessiona Heidegger. Il vero pensiero implica un riconoscimento della corporeità, una disperata ma lucida immanenza quale troviamo in Becket. Essa non comporta alcun almanaccare sulla morte o quella fuga nell´abisso che troviamo persino in Kafka. È l’impensabile, le nostre vite dopo quella mezzanotte della storia di cui Martin Heidegger fu parte in causa, che esige soprattutto riflessione.
(Traduzione di Emilia Benghi)
EPISTOLARI
Il filosofo ha lasciato migliaia di pagine che ancora attendono di essere pubblicate
Solo quando giunse a New York si accorse pienamente di che cosa fosse il nazismo
Attinse al "Dramma barocco" di Benjamin senza rendergli il giusto riconoscimento
Per il centenario della sua nascita si moltiplicano celebrazioni e varie iniziative editoriali
Scrisse di musica, filosofia, sociologi e saggistica letteraria. A volte il tono della sua prosa disturbava
ADORNO. La sua fama di intellettuale oscurata da una certa doppiezza
di GEORGE STEINER
Si può definire "l'estate di Adorno" questa appena trascorsa, a Francoforte e altrove nel mondo letterario ed accademico di lingua tedesca. Francoforte ha intitolato una piazza al maestro. Settembre ha visto un congresso internazionale - assente, purtroppo, Bernard Williams. All'Adorno compositore e teorico musicale rendono omaggio rappresentazioni delle suo opere, delle opere della seconda Scuola di Vienna, culla della sua filosofia musicale, e presentazioni dei suoi arrangiamenti di Trakl, Brecht e Stefan George sia dal punto di vista poetico che musicale. Traduttori francesi, italiani e inglesi si incontrano per discutere pubblicamente delle difficoltà che implica rendere il linguaggio proprio di Adorno, notoriamente oscuro e peculiare. Mostre, dibattiti, recital si protrarranno fino a dicembre per culminare in una tavola rotonda di poeti chiamati a confrontarsi con il famoso detto di Adorno, di norma erroneamente citato ,che non può esistere, che non dovrebbe esistere poesia lirica dopo Auschwitz, una dichiarazione che egli smentì alla luce (se il termine è appropriato) del genio di Paul Celan.
In questo centenario è essenziale il ruolo della casa editrice Suhrkamp. Indefesso oratore accademico, saggista, autore di conferenze radiofoniche, di notazioni ai programmi musicali e articoli di critica, Theodor W. Adorno lasciò una massa di testi postumi paragonabile quanto a volume a quella di Heidegger (le analogie tra antagonisti sono profonde). Editori devoti, Rolf Tiedeman in testa, sostenuto dal generoso supporto tecnico e dal prestigio della Suhrkamp, pubblicano tutto, volume dopo volume. Sono usciti i volumi su Beethoven e la riproduzione musicale, quindi il saggio su Schelling e la sua analisi del concetto di libertà. Abbiamo poi il pensiero di Adorno sulla metafisica, la sua introduzione alla sociologia, le sue lezioni sulla dialettica negativa. Devono ancora uscire cinque volumi di "osservazioni" filosofiche, un'epistemologia, un'introduzione generale alla filosofia, un'attesissima sthetik - il fantasma di Lukács - due volumi di "lezioni improvvisate", tre di incontri letterari e interviste e, tra tutti il più intrigante, un volume dal titolo Poetische Versuche.
In tandem Suhrkamp ha pubblicato la colossale corrispondenza di Adorno: con Walter Benjamin, con Ernst Krenek, con Alban Berg. Ad oggi è disponibile il primo volume, che copre il decennio 1927-37, della corrispondenza tra Adorno e Max Horkeimer, suo mecenate e partner intellettuale, nonché principale esponente della Scuola di Francoforte. Attendono la pubblicazione altre centinaia, forse migliaia di epistole di uno scambio ideologico e critico tra i più rilevanti del secolo. Dalla quasi totale distruzione dell'esistenza ebraica tedesca emerge un'enorme mole di dibattito e di presenza umana. Questo diluvio che cade sui venti volumi di scritti già pubblicati conferma o aiuta a comprendere la statura di Adorno? È prova dell'ammirevole accuratezza e generosità con cui si pubblicano opere serie in Germania o piuttosto di una maniacale aspirazione alla totalità hegeliana - tanto più ironica nel caso di un pensatore che proclamò che "tutto ciò che è completo è falso" e definì la modernità come era del frammento?
Emergono un certo numero di aspetti decisivi. Adorno fa parte dei pochissimi, tra cui Rousseau e Nietzsche, che hanno posto la lingua scritta in rapporto con la musica, che hanno scritto di composizione musicale, del significato dei suoi significati, dell'esecuzione musicale, con intelligenza contemporaneamente filosofica e tecnica. Gli scritti di Adorno su Mahler, su Berg, su Wagner, su Beethoven nella monografia postuma incompleta, costituiscono un'impresa monumentale. Andando oltre i suoi rari predecessori inoltre Adorno pose le basi di una sociologia della musica, di un inserimento della musica nel tessuto dinamico della storia sociale, dell'ideologia e dei media. Basterebbero le Klangfiguren e i saggi successivi su Schoenberg e Webern a garantire ad Adorno un posto nella storia dell´estetica e, cosa più importante, nel tormentato rapporto tra parola e musica. È giusto che una delle festose celebrazioni dedicate al maestro a Francoforte si intitoli "La musica, la seconda lingua di Theodor W. Adorno".
Ma ciò che questa sequela di testi postumi va decretare è il valore di Adorno come filosofo, come illustre voce in campo ontologico, epistemologico, nell'esplorazione della metafisica. I "Minima Moralia", la "Dialettica dell'illuminazione", e l´attacco ad Heidegger in Jargon der Eigentlichkeit sono stati esempio del ruolo eminente di "critico culturale" che Adorno ha rivestito. In tedesco il termine è più incisivo, attiene sia ai philosophes francesi che all'aura della Kritik di derivazione kantiana. Nell'ambito dell'eredità tedesca e centroeuropea il Kulturkritiker, da Lessing a Karl Kraus occupa una nicchia essenziale. Le opere di Adorno che spaziano dalla critica letteraria e musicale alla politica dell'istruzione, lo collocano tra i testimoni decisivi del turbolento spirito dell'epoca.
Nelle sue lezioni sulla metafisica del 1965 (pubblicate nel 1998), Adorno si domanda se sia possibile vivere dopo Auschwitz. Ho vissuto personalmente il tormento di sogni ricorrenti in cui ho la sensazione di non essere più realmente vivo ma una semplice emanazione dei desideri di una delle vittime di Auschwitz.
Il suicidio va evitato, aggiunge Adorno, solo in quanto farebbe il gioco dei macellai. Ma il percorso verso questa intuizione, destinata a dominare le opere successive di Adorno, ebbe inizio solo quando si ebbe vere e propria notizia della Shoah nel 1944-45. Fino ad allora le cose erano state più fuorvianti.
Potendo contare su un'agiata posizione economica familiare, Adorno, a differenza di Walter Benjamin, che fu perseguitato dalla miseria, poté permettersi di portare avanti un doppio apprendistato, in campo musicale e filosofico. Studiò composizione con Schoenberg e Berg, ottenne quindi l'Habilitation, il più elevato titolo accademico tedesco, sotto l'egida di Paul Tillich nel 1931. A quell'epoca era già stato accettato presso l'Istituto per la Ricerca Sociale diretto da Max Horkheimer ed era entrato a far parte dell'élite ebraico-tedesca di Francoforte. Benché privato del diritto all'insegnamento nel 1933, Adorno dimostrò stranamente una scarsa perspicacia e una certa leggerezza (la madre era di origine italiana e cattolica). Nella sua macabra cecità insistette perché Benjamin si candidasse ad entrare a far parte della nuova "Associazione Nazionale degli Scrittori", istituzione totalmente nazista. Nel giugno 1934 Adorno pubblicò nella rivista Die Musik un'appassionata recensione dell'adattamento delle poesie di Baldur von Schirach, uno dei più brutali criminali hitleriani. Benché ora con una certa apprensione T. W. Wiesengrund-Adorno nel 1938 si recava ancora in visita nel Reich. Fu solo a New York, dove emigrò quell´anno, che Adorno divenne pienamente consapevole del proprio stato di esiliato e dell'ipoteca che la catastrofe tedesca poneva su di lui.
Questo primo volume della corrispondenza tra Adorno e Horkheimer disegna un ampio scenario psicologico e concreto di quel periodo. Un certo numero di lettere hanno le dimensioni di breve saggio filosofico e sociologico. Horkheimer si spostava tra Ginevra, dove l'Istituto da lui diretto aveva trovato inizialmente rifugio, e Manhattan, ove ben presto venne rifondato in collegamento con la Columbia University. Tutto questo richiese una profusione di lettere. Passati gli anni critici, i rapporti tra i due mutarono impercettibilmente ma decisamente. Al principio Adorno si mostrava deferente di fronte alla posizione e all'anzianità del suo corrispondente. Nelle missive la forma di cortesia non cedette il passo al "caro Max" e al "Caro Teddy" prima del settembre 1937. Di indole prudente e mondana Horkheimer, che era in grado di dispensare favori vitali, non cedette immediatamente alle esortazioni e ai progetti di Adorno. Mirava a distogliere il suo geniale accolito da interessi puramente epistemologici e metafisici, soprattutto in riferimento alla proposta esegesi del pensiero di Husserl. Vedeva con favore l'impegno di Adorno nella musicologia, spingendolo però verso interessi sociologici, come ad esempio il ruolo del jazz nella crisi dei valori culturali. Gradualmente tuttavia la forza pura delle analisi di Adorno, il modo in cui seppe sviluppare tutto ciò che nel programma di Horkheimer era vago e incerto, si imposero. Le lusinghe furono sempre meno necessarie. La nomina ufficiale a membro dell'Istituto nel 1938 (un atto formale che avrebbe potuto salvare la vita a Benjamin) conferì ad Adorno autorità magistrale. Ne risultò un partnerariato straordinariamente produttivo.
Nonostante tutto l'interesse e i pettegolezzi suscitati nell'ambiente intellettuale, Briefwechsel, l'epistolario, è un libro deprimente. La condizione di profugo nel labirinto di visti, permessi di lavoro o sussidi di beneficenza risulta macabra persino in presenza, come nel caso di Adorno, di disponibilità di mezzi. L'ostracismo derivante dalla propria lingua mistifica persino i rapporti intimi. La necessità di blandire, compiacere, chi è in grado di aiutarti, può farsi mendace. Elogiare gli scritti di Horkheimer, accentuare il proprio obbligo nei suoi confronti era un imperativo per Adorno. Ma oltre alla generale fausse situation, emergono aspetti del carattere di Adorno niente affatto attraenti. Benché dovesse a Tillich il titolo accademico scrisse di lui ad Horkheimer con malcelato disprezzo. Cercò di convincere Horkheimer del "fascismo" di Marcuse sulla base del complesso rapporto di quest'ultimo con Heidegger. Ma la cosa più triste è il ruolo di Walter Benjamin in questa corrispondenza.
Come contestatogli dallo stesso Benjamin, nello studio su Kierkegaard Adorno aveva attinto, abbondantemente e senza renderne riconoscimento alcuno, all'estetica e alla teoria del dramma di Benjamin. Col peggiorare della situazione e la conseguente sempre più pesante dipendenza di Benjamin dallo scarno sostegno offertogli da Horkheimer e dal suo legame marginale con l'Istituto, Adorno iniziò a fargli da patrono. (I dettagli di questa squallida vicenda vengono ripresi in esame nel numero di maggio del periodico francese Lignes, intitolato "Adorno e Benjamin"). Le critiche mosse da Adorno al saggio di Benjamin su Baudelaire, al progetto Passagen, al pensiero di Benjamin sull'industrialismo e la decadenza dell'aura estetica, sono spesso acute e validamente motivate. È il tono che disturba, lo sfoggio di potere nei confronti di un individuo sempre più disperato e bisognoso di comprensione. L'aspetto peggiore è rappresentato dalla doppiezza, forse inconscia, nelle osservazioni destinate a Horkheimer. Benjamin è, fuor di dubbio, un pensatore e un allegorista di straordinaria originalità, tuttavia nei suoi scritti molto necessita delle benevole revisioni dispensate da Oxford e da New York. Indubbiamente Benjamin merita sostegno materiale, ma nei suoi metodi di ricerca, nella sua vicinanza a Brecht, nel suo marxismo messianico, molto necessita di un'attenta osservazione e dei benefici della disapprovazione.
L'orrenda fine di Benjamin mutò radicalmente la situazione. Adorno si trasformò nell'indefesso paladino e divulgatore dell'eredità di Benjamin. Né lui né Horkheimer nascosero il debito delle proprie opere nei confronti dell´intuizione capitale di Benjamin che alla base di tutta l'arte e la cultura elevata c'è uno zoccolo di barbarie e inumanità. Sarà questo il tema dei "Minima Moralia" e della "Dialettica Negativa". Negli anni abbracciati dall'epistolario però, e in quelli precedenti al 1941, la storia è una storia triste.
Adorno provava al contempo fascino e repulsione nei confronti di Heidegger, era in soggezione di fronte alla sua statura e rabbiosamente determinato a smascherarla come fondamentalmente fittizia. Tuttavia tra i due esiste una sorprendente analogia. Entrambi nelle proprie opere pubblicate fecero della prosa un mezzo contorto, spesso quasi impenetrabile, mentre le lezioni accademiche, oggi rese disponibili post mortem, sono modelli di lucidità, di attento ritmo e metodo pedagogico. Il che risulta ancor più intrigante laddove Adorno fa propri i principali temi di Heidegger. Le ventitré lezioni su Ontologie und Dialektik furono tenute tra il novembre del 1960 e la fine di febbraio del 1961. Rappresentano un modello di retorica e mostrano il professor T. W. Adorno al massimo delle sue capacità di docente, ironico ma equanime.
Una sorta di tabù, una "specie di terrorismo" circondano la magia del linguaggio di Heidegger e il suo postulato della priorità dell´essere sugli esseri. Ironicamente l´esaltazione del linguaggio ad assoluta supremazia, ad autonoma singolarità, trova un parallelo nella scuola filosofica più in antitesi col pensiero di Heidegger, quella del positivismo logico e della logica linguistica anglo-americana. Gli spiriti benigni invocati da Adorno saranno quelli di Aristotele, e di Kant, di Hegel e Husserl. Enfatizzare l'indefinibile, purissimo, Sein di Heidegger come se il mero termine portasse in sé garanzia mistica di significato esistenziale vuol dire cadere nella trappola dell´autismo metafisico, del bluff auto-referenziale. Vuol dire fuggire l'interrogativo, vecchio quanto il "Parmenide" di Platone, se sia affatto possibile una comprensione dell´essere nel senso rapito di Heidegger.
Adorno definisce la condizione di Heidegger e del suo discepolo ammaliato come di chi "trema per timore di sporcarsi le mani", trema per timore di impegnarsi nell'essenza materiale, storica, sensoriale, dell´esperienza umana. Una simile posizione è figlia delle tradizioni occidentali dell'irrazionalismo come le troviamo in Nietzsche e Bergson. Le elevate astrazioni di Sein und Zeit hanno come risultato un anti-intellettualismo sistematico. L'io razionale è negato in nome del suo essere posseduto dal mistero dell'essere persino quando gli strumenti umani del linguaggio vengono confusi dal famoso detto di Heidegger secondo cui "è il linguaggio che parla". Questo imperativo inesplicabile permette ad Heidegger di eludere gli interrogativi circa ciò che più conta per l'uomo: l'esistenza di dio e il tema della libertà. Così nella dottrina di Heidegger, come già nella sua politica, è presente un'arcaica sottomissione ai misteri fuori da qualsiasi portata dialettica individuale. Da qui la convinzione fondamentale di Adorno che non possiamo elidere dalla filosofia di Heidegger, per quanto sembri sopraffarci e ipnotizzarci, "cosiddette stravaganze e aberrazioni politiche".
Man mano che la polemica si avvia alla conclusione, Adorno fornisce importanti intuizioni circa le proprie convinzioni magiche. L’esperienza musicale comunica un'abbondanza di contenuti specifici inaccessibile però al pensiero concettuale. Spiegare questo problema è compito essenziale dell'estetica, di un’ermeneutica filosofica (la decostruzione e il postmodernismo attuali hanno abdicato a questa sfera assolutamente centrale.) Nella ventunesima lezione Adorno si appella alla tesi dell'"aura" di Benjamin e a tesi storico-filosofiche. Pensare in maniera responsabile, afferma Adorno, equivale a "de-mitologizzare", abolire gli elementi iconici nella coscienza, l’idolatria inseparabile dalle immagini. Il pensiero dialettico è uso alle contraddizioni e all'ardire del mondo. Equivale a ripudiare una teologia, persino una teologia negativa, quale quella che ossessiona Heidegger. Il vero pensiero implica un riconoscimento della corporeità, una disperata ma lucida immanenza quale troviamo in Becket. Essa non comporta alcun almanaccare sulla morte o quella fuga nell´abisso che troviamo persino in Kafka. È l’impensabile, le nostre vite dopo quella mezzanotte della storia di cui Martin Heidegger fu parte in causa, che esige soprattutto riflessione.
(Traduzione di Emilia Benghi)
Macaluso sul comunismo
Corriere della Sera 30.11.03
«I conti col comunismo? Li abbiamo già fatti,
il Pci non era il Msi»
intervista con EMANUELE MACALUSO
ROMA - «L’autocritica l’abbiamo fatta, fino in fondo». Al ministro Gasparri, che esorta la sinistra a «fare i conti con la storia», dai gulag alle foibe, Emanuele Macaluso replica senza esitazioni: gli esami sono finiti da tempo. «I conti con il socialismo reale e con il comunismo, così come si incarnò nell’Unione Sovietica, li abbiamo fatti autocriticamente, dicendo con chiarezza che il socialismo democratico ha vinto la sfida contro quel comunismo».
Niente da rimproverare ai leader di Pci, Pds e ora Ds?
«Già Enrico Berlinguer prese le distanze da quel regime e la svolta della Bolognina segnò poi una vera e propria cesura. Togliendo dal nome del partito la parola "comunista" abbiamo preso le distanze in modo netto. E ricordo che nell’89, ai tempi di Tien-an-Men, il Pci andò a manifestare sotto l’ambasciata cinese».
Gasparri invita D’Alema e Bertinotti a visitare le foibe e i «luoghi degli eccidi della guerra civile».
«Il comunismo di Bertinotti non è quello di Stalin, ma quello ideale di Marx. Quanto a D’Alema... Stiamo attenti, il Pci non è il Msi. E’ stato una forza fondante della democrazia italiana, ha fatto la Resistenza e nella Costituzione c’è la firma di Terracini. Che poi ci siano state dopo la Resistenza uccisioni da parte di forze che si richiamavano ai comunisti...».
Le «volanti rosse», ad esempio.
«Abbiamo fatto una battaglia per ribadire che quei fatti furono opera di gruppi che si staccarono da quegli ideali. Chi dopo la Resistenza ha ucciso a sangue freddo anche un fascista, è un assassino».
Quindi la storia della Resistenza non va riscritta.
«Penso di no, anche se io non ho nulla contro il revisionismo».
Quanto a Salò, la sinistra rispetta quei morti?
«Non ho nulla da rimproverare alla sinistra, ma non mi si dica che quella causa era uguale a quella della Resistenza. Salò fu una lotta sbagliata, anche se fatta da molti in buona fede. La Resistenza fu la causa della Patria».
E i gulag?
«Nel ’56 il Pci fece il grave errore di non appoggiare la rivoluzione ungherese, ma la condanna dei gulag è stata netta e va sempre ribadita».
Fassino quindi non avrà la sua Gerusalemme.
«I gesti simbolici sono stati fatti tutti, nel 1988 Fassino andò sulla tomba di Nagy contro il governo ungherese. Piuttosto, il segretario deve avere fermezza contro il fondamentalismo islamico che tende a colpire le conquiste del socialismo democratico. Ed essere molto chiaro quando dovrà fare alleanze con chi, come Cossutta, sbaglia gravemente a non condannare con nettezza le fucilazioni del regime di Cuba».
«I conti col comunismo? Li abbiamo già fatti,
il Pci non era il Msi»
intervista con EMANUELE MACALUSO
ROMA - «L’autocritica l’abbiamo fatta, fino in fondo». Al ministro Gasparri, che esorta la sinistra a «fare i conti con la storia», dai gulag alle foibe, Emanuele Macaluso replica senza esitazioni: gli esami sono finiti da tempo. «I conti con il socialismo reale e con il comunismo, così come si incarnò nell’Unione Sovietica, li abbiamo fatti autocriticamente, dicendo con chiarezza che il socialismo democratico ha vinto la sfida contro quel comunismo».
Niente da rimproverare ai leader di Pci, Pds e ora Ds?
«Già Enrico Berlinguer prese le distanze da quel regime e la svolta della Bolognina segnò poi una vera e propria cesura. Togliendo dal nome del partito la parola "comunista" abbiamo preso le distanze in modo netto. E ricordo che nell’89, ai tempi di Tien-an-Men, il Pci andò a manifestare sotto l’ambasciata cinese».
Gasparri invita D’Alema e Bertinotti a visitare le foibe e i «luoghi degli eccidi della guerra civile».
«Il comunismo di Bertinotti non è quello di Stalin, ma quello ideale di Marx. Quanto a D’Alema... Stiamo attenti, il Pci non è il Msi. E’ stato una forza fondante della democrazia italiana, ha fatto la Resistenza e nella Costituzione c’è la firma di Terracini. Che poi ci siano state dopo la Resistenza uccisioni da parte di forze che si richiamavano ai comunisti...».
Le «volanti rosse», ad esempio.
«Abbiamo fatto una battaglia per ribadire che quei fatti furono opera di gruppi che si staccarono da quegli ideali. Chi dopo la Resistenza ha ucciso a sangue freddo anche un fascista, è un assassino».
Quindi la storia della Resistenza non va riscritta.
«Penso di no, anche se io non ho nulla contro il revisionismo».
Quanto a Salò, la sinistra rispetta quei morti?
«Non ho nulla da rimproverare alla sinistra, ma non mi si dica che quella causa era uguale a quella della Resistenza. Salò fu una lotta sbagliata, anche se fatta da molti in buona fede. La Resistenza fu la causa della Patria».
E i gulag?
«Nel ’56 il Pci fece il grave errore di non appoggiare la rivoluzione ungherese, ma la condanna dei gulag è stata netta e va sempre ribadita».
Fassino quindi non avrà la sua Gerusalemme.
«I gesti simbolici sono stati fatti tutti, nel 1988 Fassino andò sulla tomba di Nagy contro il governo ungherese. Piuttosto, il segretario deve avere fermezza contro il fondamentalismo islamico che tende a colpire le conquiste del socialismo democratico. Ed essere molto chiaro quando dovrà fare alleanze con chi, come Cossutta, sbaglia gravemente a non condannare con nettezza le fucilazioni del regime di Cuba».
brightlightsfilm.com dagli USA su "Buongiorno, notte"
uno stralcio da un articolo sul New York Film Festival, l'intero articolo è disponibile qui
This year's NYFF is a decidedly mixed bag of tricks
By Megan Ratner
[...]
In some ways, Good Morning, Night had a similar problem: too much exposition and the whole enterprise outweighed by the events themselves. In his take on the 1978 kidnapping of President Aldo Moro, Marco Bellocchio focuses on Chiara, the only female member of the terrorist cell, played with real verve by Maya Sansa. Some elements work extremely well: Bellocchio conveys the fear and suspicion of the cell members hiding out in an apartment purportedly inhabited by Chiara and her husband, who are as much prisoners as their hostage. But, for those not versed in this seminal episode of modern Italian history, Good Morning, Night is underwritten and lags in the middle. Though Bellocchio uses archival footage to great effect and the costuming and details are just right for 1978, the entire film is upstaged by the final news footage of the once-spry Pope John Paul II performing Moro's state funeral.
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This year's NYFF is a decidedly mixed bag of tricks
By Megan Ratner
[...]
In some ways, Good Morning, Night had a similar problem: too much exposition and the whole enterprise outweighed by the events themselves. In his take on the 1978 kidnapping of President Aldo Moro, Marco Bellocchio focuses on Chiara, the only female member of the terrorist cell, played with real verve by Maya Sansa. Some elements work extremely well: Bellocchio conveys the fear and suspicion of the cell members hiding out in an apartment purportedly inhabited by Chiara and her husband, who are as much prisoners as their hostage. But, for those not versed in this seminal episode of modern Italian history, Good Morning, Night is underwritten and lags in the middle. Though Bellocchio uses archival footage to great effect and the costuming and details are just right for 1978, the entire film is upstaged by the final news footage of the once-spry Pope John Paul II performing Moro's state funeral.
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venerdì 28 novembre 2003
libertà di espressione del pensiero:
censurato anche Paolo Rossi
Repubblica on line 28.11.03
Ecco il testo che ha bloccato la prevista partecipazione di Paolo Rossi a "Domenica in", trasmissione alla quale l'attore era stato ufficilmente invitato e alla quale aveva inviato - come da richiesta della Rai - il testo di quanto avrebbe detto, uno stralcio dal suo spettacolo "Il signor Rossi e la Costituzione"
Il bello della storia è che il testo che Paolo Rossi doveva leggere alle platee della domenica era nientemeno che un discorso di Pericle, il padre della democrazia, pronunciato 2450 anni fa!. Questi i passaggi incriminati:
"Qui ad Atene noi facciamo così. Il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi per questo è detto democrazia. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private. Ma in nessun caso si occupa delle pubbliche faccende per risolvere le sue questioni private. Qui ad Atene noi facciamo così, ci è stato insegnato a rispettare i magistrati e c'è stato insegnato a rispettare le leggi, anche quelle leggi non scritte la cui sanzione risiede soltanto nell'universale sentimento di ciò che è giusto e di buon senso. La nostra città è aperta ed è per questo che noi non cacciamo mai uno straniero. Qui ad Atene noi facciamo così" .
Ecco il testo che ha bloccato la prevista partecipazione di Paolo Rossi a "Domenica in", trasmissione alla quale l'attore era stato ufficilmente invitato e alla quale aveva inviato - come da richiesta della Rai - il testo di quanto avrebbe detto, uno stralcio dal suo spettacolo "Il signor Rossi e la Costituzione"
Il bello della storia è che il testo che Paolo Rossi doveva leggere alle platee della domenica era nientemeno che un discorso di Pericle, il padre della democrazia, pronunciato 2450 anni fa!. Questi i passaggi incriminati:
"Qui ad Atene noi facciamo così. Il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi per questo è detto democrazia. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private. Ma in nessun caso si occupa delle pubbliche faccende per risolvere le sue questioni private. Qui ad Atene noi facciamo così, ci è stato insegnato a rispettare i magistrati e c'è stato insegnato a rispettare le leggi, anche quelle leggi non scritte la cui sanzione risiede soltanto nell'universale sentimento di ciò che è giusto e di buon senso. La nostra città è aperta ed è per questo che noi non cacciamo mai uno straniero. Qui ad Atene noi facciamo così" .
Marco Bellocchio: un incontro con il pubblico a Piacenza
e la distribuzione di "Buongiorno, notte"
Libertà venerdì 28 novembre 2003
MARCO BELLOCCHIO
Il regista piacentino ospite alla multisala Iris con il suo film su Moro
La follia? Questione di normalità
«I terroristi di oggi sono isolati e senza organizzazione»
Accantonato il progetto del "Mercante di Venezia", imbastita una collaborazione col Municipale per "Rigoletto" (regia nel marzo 2004), Marco Bellocchio ha iniziato a dar forma alla sua nuova pellicola, "Il regista di matrimoni", un'opera che «si lega idealmente a "L'ora di religione" e che, con quest'ultima - dice il cineasta-, «avrà in comune il protagonista, Sergio Castellitto». Eppure "Buongiorno, notte" non ha ancora finito di far parlare di sé: infatti, se da un lato la sua recente premiazione con il riconoscimento della critica europea ha fornito al suo autore un ennesimo motivo di orgoglio e soddisfazione, dall'altro non ha fatto altro che aumentare il rammarico per il trattamento che lo stesso regista bobbiese ha ricevuto all'ultima Mostra di Venezia, dove si è preferito non premiare il suo lungometraggio ritenendolo troppo poco internazionale. E, invece, ben 12 Paesi, tra cui Messico, Russia e Giappone, hanno acquistato il film per distribuirlo nei rispettivi circuiti interni. L'incontro con il pubblico, tenutosi alla multisala Iris 2000 nel corso di una serata organizzata con il supporto del Comune e della Fondazione Cineteca Italiana, ha fornito a Bellocchio la possibilità di discutere di questo e altri argomenti con una folta schiera di spettatori. «Il film non si pone come primo intento la ricostruzione storica - ha sottolineato il cineasta - ma mira a sostenere che la Storia non ha una ineluttabilità. La libertà del personaggio di Moro serve a raccontare che la vita può andare in un altro modo. Negli ultimi 25 anni tante cose sono cambiate. Bisogna interpretare il fatto, non fermarsi in superficie». Già, tanti cambiamenti si sono susseguiti. Ma gli ultimi attacchi terroristici possono essere considerati figli di quelli degli anni '70? «Probabilmente sì - dice Bellocchio - ma è cambiata la mentalità. Un tempo c'era un'organizzazione, oggi credo che i terroristi siano rimasti in pochi». Tuttavia, il regista piacentino non ha mai nascosto di voler lasciare ai margini il connotato storico: «Io non riesco a entusiasmarmi a ciò che sta dietro al fatto». E con ciò si spiega anche quella particolare rappresentazione dei brigatisti che qualcuno ha ritenuto assolutoria: «Io ho voluto far vedere i quattro carcerieri nel loro vivere quotidiano. A me, artista, interessa la rappresentazione della normalità della follia, che è la più pericolosa. È quella di cui si legge sui giornali». E tutto ciò è in coerenza con la sua idea di immaginazione, elemento portante del film: «Per saper usare la fantasia senza far male al prossimo - dice Bellocchio - è necessario avere un buon rapporto affettivo con la realtà, non solo un rapporto razionale. Le Br erano orientate alla non-affettività: il loro rapporto con la realtà era lucido ma freddo». Leonardo Sciascia, nell'agosto 1978, scrisse: «Forse ancora oggi il giovane brigatista (cioè Mario Moretti, n.d.r.) crede si possa vivere di odio e contro la pietà: ma quel giorno, in quell'adempimento, la pietà è penetrata in lui come il tradimento in una fortezza. E spero che lo devasti». E proprio il libro di Sciascia, "L'affaire Moro", ha inciso non poco sul messaggio del film: «La brigatista Anna Braghetti sa che dovrà pagare per tutta la vita per l'uccisione di Moro: l'affermazione di Sciascia aderisce alle figure dei quattro carnefici protagonisti della mia pellicola» ha sottolineato Bellocchio. Nel corso del dibattito c'è stato spazio anche per un richiamo al '68: «Negli anni '70 i giovani erano orientati all'eliminazione della figura paterna. L'omicidio del padre era visto come passaggio dall'adolescenza all'età adulta». E anche l'assassinio di Moro ebbe, infatti, una valenza simbolica. «Con il '68 si viveva un atteggiamento antipaternalistico ma si contestava, non si ammazzava. Se ammazzi il padre non ti liberi di lui. Al tempo, comunque, non era vero che non ci fossero le figure paterne. C'erano altri padri, come Stalin. Non era anarchia, bensì conformismo ideologico».
millecanali.it 27 Novembre 2003
I buoni risultati del Mifed
Si è conclusa con successo nei giorni scorsi alla Fiera di Milano la 70ma edizione del Mifed, il notissimo Mercato Internazionale del Cinema. Compatta la partecipazione delle grandi compagnie, con una crescita di quelle di provenienza asiatica. Notevole, poi, l’attenzione da parte di tutti i maggiori buyers.
Si è conclusa con successo nei giorni scorsi alla Fiera di Milano la 70ma edizione del Mifed, il notissimo Mercato Internazionale del Cinema. Compatta la partecipazione delle grandi compagnie, con una crescita di quelle di provenienza asiatica. Notevole, poi, l’attenzione da parte di tutti i maggiori buyers, a cominciare dalle compagnie europee.
Ma veniamo ai numeri: 5163 i partecipanti, provenienti da 71 Paesi, con un incremento del 15,8% rispetto ai 4457 dello scorso anno. Si segnala un + 12% di visitatori provenienti appunto dall’Est Europeo e un + 10% dai Paesi asiatici. 244 espositori, tra diretti e indiretti, provenienti da 25 Paesi, hanno occupato una superficie espositiva di 8541 metri quadrati. In aumento anche il numero complessivo delle compagnie presenti al Mercato: 1760 (+ 6,2% ).
Incremento, altresì, dei buyers, balzati a 1936 con un + 19.9% rispetto ai 1614 registrati nella trascorsa edizione. 495 i titoli presentati, contro i 487 del 2002, per un totale di 810 proiezioni (+ 8.4%). Aumentate dell’11%, infine, le anteprime di mercato.
Sono state soprattutto le società francesi di vendita di film a dichiarare grande soddisfazione alla chiusura di questa edizione del Mifed. Tra queste, Celluloid Dreams, Gémini Films, StudioCanal e Wild Bunch. Sul fronte di casa nostra, da segnalare che la pellicola “Buongiorno, notte” di Marco Bellocchio è stata venduta dappertutto in Europa (Svezia, Regno Unito, Polonia, Russia, Belgio, Paesi Bassi) e le “negoziazioni” sono sulla buona strada buona anche per la Germania e la Spagna.
[...]
MARCO BELLOCCHIO
Il regista piacentino ospite alla multisala Iris con il suo film su Moro
La follia? Questione di normalità
«I terroristi di oggi sono isolati e senza organizzazione»
Accantonato il progetto del "Mercante di Venezia", imbastita una collaborazione col Municipale per "Rigoletto" (regia nel marzo 2004), Marco Bellocchio ha iniziato a dar forma alla sua nuova pellicola, "Il regista di matrimoni", un'opera che «si lega idealmente a "L'ora di religione" e che, con quest'ultima - dice il cineasta-, «avrà in comune il protagonista, Sergio Castellitto». Eppure "Buongiorno, notte" non ha ancora finito di far parlare di sé: infatti, se da un lato la sua recente premiazione con il riconoscimento della critica europea ha fornito al suo autore un ennesimo motivo di orgoglio e soddisfazione, dall'altro non ha fatto altro che aumentare il rammarico per il trattamento che lo stesso regista bobbiese ha ricevuto all'ultima Mostra di Venezia, dove si è preferito non premiare il suo lungometraggio ritenendolo troppo poco internazionale. E, invece, ben 12 Paesi, tra cui Messico, Russia e Giappone, hanno acquistato il film per distribuirlo nei rispettivi circuiti interni. L'incontro con il pubblico, tenutosi alla multisala Iris 2000 nel corso di una serata organizzata con il supporto del Comune e della Fondazione Cineteca Italiana, ha fornito a Bellocchio la possibilità di discutere di questo e altri argomenti con una folta schiera di spettatori. «Il film non si pone come primo intento la ricostruzione storica - ha sottolineato il cineasta - ma mira a sostenere che la Storia non ha una ineluttabilità. La libertà del personaggio di Moro serve a raccontare che la vita può andare in un altro modo. Negli ultimi 25 anni tante cose sono cambiate. Bisogna interpretare il fatto, non fermarsi in superficie». Già, tanti cambiamenti si sono susseguiti. Ma gli ultimi attacchi terroristici possono essere considerati figli di quelli degli anni '70? «Probabilmente sì - dice Bellocchio - ma è cambiata la mentalità. Un tempo c'era un'organizzazione, oggi credo che i terroristi siano rimasti in pochi». Tuttavia, il regista piacentino non ha mai nascosto di voler lasciare ai margini il connotato storico: «Io non riesco a entusiasmarmi a ciò che sta dietro al fatto». E con ciò si spiega anche quella particolare rappresentazione dei brigatisti che qualcuno ha ritenuto assolutoria: «Io ho voluto far vedere i quattro carcerieri nel loro vivere quotidiano. A me, artista, interessa la rappresentazione della normalità della follia, che è la più pericolosa. È quella di cui si legge sui giornali». E tutto ciò è in coerenza con la sua idea di immaginazione, elemento portante del film: «Per saper usare la fantasia senza far male al prossimo - dice Bellocchio - è necessario avere un buon rapporto affettivo con la realtà, non solo un rapporto razionale. Le Br erano orientate alla non-affettività: il loro rapporto con la realtà era lucido ma freddo». Leonardo Sciascia, nell'agosto 1978, scrisse: «Forse ancora oggi il giovane brigatista (cioè Mario Moretti, n.d.r.) crede si possa vivere di odio e contro la pietà: ma quel giorno, in quell'adempimento, la pietà è penetrata in lui come il tradimento in una fortezza. E spero che lo devasti». E proprio il libro di Sciascia, "L'affaire Moro", ha inciso non poco sul messaggio del film: «La brigatista Anna Braghetti sa che dovrà pagare per tutta la vita per l'uccisione di Moro: l'affermazione di Sciascia aderisce alle figure dei quattro carnefici protagonisti della mia pellicola» ha sottolineato Bellocchio. Nel corso del dibattito c'è stato spazio anche per un richiamo al '68: «Negli anni '70 i giovani erano orientati all'eliminazione della figura paterna. L'omicidio del padre era visto come passaggio dall'adolescenza all'età adulta». E anche l'assassinio di Moro ebbe, infatti, una valenza simbolica. «Con il '68 si viveva un atteggiamento antipaternalistico ma si contestava, non si ammazzava. Se ammazzi il padre non ti liberi di lui. Al tempo, comunque, non era vero che non ci fossero le figure paterne. C'erano altri padri, come Stalin. Non era anarchia, bensì conformismo ideologico».
millecanali.it 27 Novembre 2003
I buoni risultati del Mifed
Si è conclusa con successo nei giorni scorsi alla Fiera di Milano la 70ma edizione del Mifed, il notissimo Mercato Internazionale del Cinema. Compatta la partecipazione delle grandi compagnie, con una crescita di quelle di provenienza asiatica. Notevole, poi, l’attenzione da parte di tutti i maggiori buyers.
Si è conclusa con successo nei giorni scorsi alla Fiera di Milano la 70ma edizione del Mifed, il notissimo Mercato Internazionale del Cinema. Compatta la partecipazione delle grandi compagnie, con una crescita di quelle di provenienza asiatica. Notevole, poi, l’attenzione da parte di tutti i maggiori buyers, a cominciare dalle compagnie europee.
Ma veniamo ai numeri: 5163 i partecipanti, provenienti da 71 Paesi, con un incremento del 15,8% rispetto ai 4457 dello scorso anno. Si segnala un + 12% di visitatori provenienti appunto dall’Est Europeo e un + 10% dai Paesi asiatici. 244 espositori, tra diretti e indiretti, provenienti da 25 Paesi, hanno occupato una superficie espositiva di 8541 metri quadrati. In aumento anche il numero complessivo delle compagnie presenti al Mercato: 1760 (+ 6,2% ).
Incremento, altresì, dei buyers, balzati a 1936 con un + 19.9% rispetto ai 1614 registrati nella trascorsa edizione. 495 i titoli presentati, contro i 487 del 2002, per un totale di 810 proiezioni (+ 8.4%). Aumentate dell’11%, infine, le anteprime di mercato.
Sono state soprattutto le società francesi di vendita di film a dichiarare grande soddisfazione alla chiusura di questa edizione del Mifed. Tra queste, Celluloid Dreams, Gémini Films, StudioCanal e Wild Bunch. Sul fronte di casa nostra, da segnalare che la pellicola “Buongiorno, notte” di Marco Bellocchio è stata venduta dappertutto in Europa (Svezia, Regno Unito, Polonia, Russia, Belgio, Paesi Bassi) e le “negoziazioni” sono sulla buona strada buona anche per la Germania e la Spagna.
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Scalfari e Galimberti:
citato al Mercoledì e al Giovedi
La Repubblica 25-11-03
Sul nuovo numero di Micromega: i lumi la ragione i dittatori
Anticipiamo parte del dialogo tra Umberto Galimberti ed Eugenio Scalfari su "Illuminismo e totalitarismo" Scalfari: Il pensiero cristiano si biforca fin dall'inizio: da un lato la salvezza delle anime, dall’altro l'avvento del Regno sulla terra, la salvezza dei corpi e la resurrezione Galimberti: Quando dico che la ragione è un insieme di regole bisogna tener presente che tutte le cose sono ambivalenti, disponibili per significati anche opposti Scalfari: Anche sul versante comunista abbiamo sentito dire che l'illuminismo andava criticato per la sua astrattezza: per non parlare di quanto afferma la Scuola di Francoforte
(a cura di Stefano Velotti)
EUGENIO SCALFARI: "Si ha spesso l'impressione che il tema dell'illuminismo sia stato volutamente consegnato all'oblio, forse perché - paradossalmente - è stato oggetto di critica da sponde diverse e anche opposte: oggi, si dice, un papa come Wojtyla attacca l'illuminismo per la fiducia dei Lumi nella ragione, per la pretesa di rendere autonomi gli individui. Ma anche sul versante comunista abbiamo sempre sentito dire che l'illuminismo andava criticato per la sua "astrattezza". Per non parlare della Scuola di Francoforte, che addirittura identifica l'esito "dialettico" dell'illuminismo nei totalitarismi contemporanei, invece che leggervi un tradimento dei Lumi. "Questa rimozione dell'illuminismo costituisce comunque una latenza, perché ogniqualvolta si arriva ai nodi cruciali della cultura contemporanea, ecco che l'illuminismo ritorna puntualmente: come principale nemico. Come spiegarsi questa vitalità latente dell'illuminismo negli stessi critici che lo ritengono superato? Perché, insomma, viene individuato come il nemico? Tra le tante risposte possibili, vediamo innanzitutto quelle che si possono desumere dalle critiche che gli vengono mosse. "è il nemico per i cattolici, e non soltanto per l'attuale papa. Papa Wojtyla ha solo radicalizzato un'ostilità che ha dietro di sé una lunga tradizione. Per trovarne l’origine, occorre risalire almeno a Pio IX, e anche più indietro: a quando l'illuminismo si è rivelato come uno spartiacque culturale e politico tra l'ancien régime e la modernità. Questo suo ruolo di spartiacque tra due epoche - che ai miei occhi ne costituisce un pregio - è innegabile: sotto i colpi del nuovo pensiero dei Lumi cade l'ancien régime come struttura gerarchica, politica, ideologica; e cade il sacrum del Re, il corpo del Re. "E tuttavia, lo ribadisco, l'illuminismo è un nemico anche per coloro che non si riconoscono nell’ancien régime e che, anzi, in modi diversi, lo combattono. E questo è un paradosso. "L'attacco di papa Wojtyla - e nomino lui perché è il testimone tuttora in campo - è un attacco singolare, in quanto viene da qualcuno che contemporaneamente predica l'ecumenismo nei confronti degli ebrei, dei musulmani e perfino dei buddisti. Questo è senz'altro un atteggiamento nuovo, originale e apprezzabile. Quel che è più notevole, però, è l'attenzione dei cattolici per il rapporto con i non credenti, che costituiscono un vasto settore dell'opinione pubblica moderna. Nell'ambito di questo ecumenismo, i cattolici si preoccupano ora di mantenere con i non credenti un contatto, e di approfondirlo, se non altro sui temi della morale e del bene comune. "Tuttavia, a differenza di ciò che avviene nei rapporti con i credenti di religioni diverse, l'atteggiamento ecumenico allargato ai non credenti incontra un ostacolo, che è costituito proprio dalla presenza inassimilabile di un nucleo di pensiero che proviene dall’illuminismo. Oltre ad aver segnato lo spartiacque tra l'ancien régime e la modernità, l'illuminismo ha infatti messo in questione l'esistenza dell’assoluto: non soltanto come trascendenza, ma anche come verità. Quindi, per chi si basa sul presupposto di una trascendenza, che è depositaria della verità assoluta, l'illuminismo è il vero nemico. Le altre critiche vengono di solito da chi ha sostituito il paradiso in terra al paradiso in cielo, e cioè dalle ideologie totalitarie e totalizzanti, che riscoprono una forma di assoluto nella verità di cui ritengono di essere depositarie. "Si spiega, dunque, il paradosso da cui eravamo partiti, ossia il convergere, sull'illuminismo, di critiche provenienti da sponde diverse e perfino opposte: per un verso, da un certo cattolicesimo - ma potrei dire dal cattolicesimo in genere - e dalla destra hegeliana, che sfocia in fenomeni diversi, perfino nel nazismo; e, per altro verso, dalla sinistra hegeliana. "Detto molto approssimativamente: i regimi totalitari - nel Novecento, il nazismo e il comunismo - trovano sulla loro strada l'ostacolo di chi ha messo in discussione gli assoluti. Non c'è, dunque, una vera contraddizione nel fatto che l'illuminismo venga attaccato tanto da destra che da sinistra".
UMBERTO GALIMBERTI: "Prima di riprendere i punti stabiliti da Scalfari, vorrei aggiungerne uno preliminare: l'illuminismo è l'età della ragione. A questo punto dobbiamo accordarci sul significato di "ragione". Come Aristotele - che chiama il suo libro di logica Organon, cioè "strumento" - dobbiamo riferirci anche noi al suo senso più umile, strumentale: la ragione è un insieme di regole per poter convivere. Ed è questo il modo in cui anche l'illuminismo considera la ragione. Kant, infatti, intraprende una critica della ragione, non la sua apologia; va alla ricerca dei suoi limiti, non della sua espansione universale. "Quando dico che la ragione è un insieme di regole, bisogna tener presente che tutte le cose sono ambivalenti: per esempio, questo registratore, ora, svolge una sua funzione, ma io posso prenderlo e usarlo come un'arma impropria. Se non presupponessi regole d'uso e di linguaggio, dicendo "registratore" potrei riferirmi a questo apparecchio o a un'arma impropria. Tutte le cose, insomma, sono disponibili per tutti i significati. "La ragione procede per definizioni, che delimitano il significato di una cosa; mediante il principio di non contraddizione, che non consente di far oscillare la cosa tra una pluralità di significati. La si è inventata, insomma, mediante grandi regole, grazie a cui gli uomini possono comunicare e, dal punto di vista psicologico, ridurre l'angoscia. Altrimenti, se tutte le cose restassero indeterminate, nell’uso e nel commercio delle cose ci troveremmo sempre in uno stato ansiogeno. Pensiamo al "primitivo" che, fintanto che non codifica, rimane sempre in uno stato di allerta. "La ragione è un grande strumento che non dice la verità, ma dice le regole di convivenza. E arrivare a queste regole è un risultato importantissimo. Io non solleverei il concetto di ragione oltre questa misura, che è già sufficiente ad escludere i miti, le religioni, quell'eccesso di significato di cui si circondano tutti gli apparati simbolici, e a creare un regime di discorsività e di convivenza corretto che è la condizione per la fondazione della città. "Per Platone, la fondazione della polis presuppone, infatti, un'intesa linguistica. è questo il motivo per cui è necessario escludere dalla città i retori, che muovono la gente tramite gli affetti; i sacerdoti, che parlano ex autoritate; i poeti, che mentono troppo e lasciano oscillare i significati. Sono ammessi invece i filosofi, che parlano dopo aver definito le cose e si attengono alle regole. "L'illuminismo costituisce una ripresa di questo scenario greco. Il più grande illuminista, Kant, scrivendo una critica della ragion pura, è come se dichiarasse: non esageriamo con la ragione, vediamo che cosa può dire, con correttezza ed esattezza, e che cosa invece non può dire. Può trattare questioni matematiche e fisiche, ma non problemi metafisici, perché questi sorpassano i limiti dell'esperienza. "I custodi della ragione sono custodi che limitano l'apparato razionale: sanno che l'apparato razionale è forte solo se conosce i suoi limiti, se è consapevole della sua valenza strumentale e non, invece, totalizzante. "Sotto questo profilo, quindi, la ragione è l'antitotalitarismo per eccellenza, perché conosce il suo limite. Ed è lo stesso limite che vige nella pratica scientifica. Gli scienziati sono assolutamente persuasi di non dire cose vere, ma di dire semplicemente cose esatte: ex-actus, cioè "ottenuto dalle premesse di partenza". è questo, mi pare, il modo corretto di condurre la ragione. "Arriviamo ora ai punti toccati da Scalfari, che mi paiono decisivi. Il primo è che l'illuminismo mette fine alla gerarchia dell’ancien régime e inaugura la dimensione della libertà individuale; sottrae la sovranità all’ordine gerarchico precedente e la diffonde tra gli individui. Qui, però, bisogna fare attenzione: la ragione non si emancipa senza residui, ma gronda sempre di dimensioni antirazionali: penso, per esempio, a un Galileo che fa l'oroscopo per le figlie, o a un Newton che scrive un libro di demonologia. Anche il concetto di individuo è molto equivoco e, a mio parere, viene chiarito solo con l'illuminismo. Il concetto di individuo non esiste in Grecia, perché è una nozione fondamentalmente cristiana: mentre i greci antepongono la comunità al singolo, i cristiani colgono innanzitutto l'individuo grazie alla nozione di "anima". Per Platone, il singolo è giusto se è "aggiustato" addirittura con l’ordine cosmico. Per i cristiani, l'individuo ha come scopo innanzitutto la salvezza individuale, la salvezza dell'anima, appunto, che è affidata alla pratica religiosa e quindi alla Chiesa. La convivenza e il buon vivere civile passano in secondo piano. "Che cosa spetta alla comunità, dal punto di vista dei cristiani? Null’altro che la limitazione o l’eliminazione degli ostacoli che impediscono la salvezza dell'anima. Lo Stato ha solo il compito di togliere gli impedimenti che si frappongono tra gli individui e la pratica salvifica. La salvezza è individuale, non è comunitaria. L'individuo deve vedersela direttamente con Dio, che abita l'anima: in interiore animae habitat Deus, dice Agostino. E Rousseau, giustamente, ne conclude che "il cristiano non può essere un buon cittadino". Potrà magari esserlo di fatto, ma non di diritto, perché il suo scopo non è la buona convivenza, ma, come ho detto, la salvezza della sua anima. "L'illuminismo desume la nozione di individuo dal cristianesimo, ma la libera dalla categoria della salvezza e ne sposta l'obiettivo: un individuo è tale in quanto è in relazione di fratellanza e di uguaglianza con gli altri, in quanto è parte di una città, e non in quanto si salva l'anima. Questo spostamento ha un'importanza straordinaria: la società civile, infatti, nasce solo quando l'individuo viene pensato in vista dell'altro individuo, e non in vista della salvezza dell'anima. "Il secondo punto indicato da Scalfari è l'ecumenismo. L'ecumenismo, però, non è la tolleranza illuminista, è semplicemente un proposito di buona educazione: mentre un tempo avremmo fatto la guerra con chi la pensava diversamente da noi, oggi gli stringiamo la mano. Ma ciascuno resta del proprio parere. L'ecumenismo, dunque, è un atto pratico di buona educazione. La tolleranza illuminista, invece - almeno quale traspare dalle Lettere sulla tolleranza di Locke - ha una valenza teorica: io, nel mio pensiero, devo tollerare che forse tu, che sei il mio avversario, sei nella verità ad un gradiente maggiore del mio. Questa è l'autentica tolleranza. L’ecumenismo, quindi, non ha nulla a che fare con la tolleranza illuminista. "Se l'ecumenismo può esercitarsi nei confronti delle altre religioni, la miscredenza resta comunque il nemico. Oggi la Chiesa non ha più quella forza, che aveva nel Rinascimento, per poter impiccare i miscredenti. Oggi si limita a segnalarli o a emarginarli, o magari a dialogare con loro, come faceva Martini. Ma se avesse la forza necessaria li impiccherebbe tutti. La violenza è parte essenziale del sacro: chi presume di essere il depositario della verità è cieco e violento. La ragione, invece, è tale se conosce i suoi limiti, dunque non può mai essere assoluta: procede passo dopo passo, per prove ed errori, e non presume mai di disporre della verità unica. "Infine, c’è una differenza antropologica tra gli illuministi e gli uomini di religione - ai quali io accosterei, sotto questo profilo, anche i fascisti e i comunisti: gli uomini di religione, e i totalitaristi, vivono un tempo escatologico, mentre l’illuminismo vive un tempo progettuale. Il primo è pervaso da speranze di palingenesi e di salvezza; il secondo è molto più modesto, è un tempo volto esclusivamente al miglioramento della condizione attuale. "Il tempo escatologico è un tempo inscritto in un disegno, per cui la storia è sempre storia sacra, storia della salvezza. Questa concezione giudaico-cristiana del tempo prevede che alla fine della storia si realizzi quello che era stato annunciato all’inizio. "Anche il comunismo, d’altra parte, vive un tempo escatologico: nel passato c’è il male, nel presente la redenzione, nel futuro la salvezza. Marx usa le stesse espressioni che troviamo nella Bibbia a proposito del popolo ebraico: "La classe operaia ha fame e sete di giustizia". Poiché i totalitarismi, comunismo e fascismo, vivono un’escatologia, li considero alla stregua di forme religiose. L’illuminismo, invece, non vive un'escatologia, vive il progresso metodico della ragione".
EUGENIO SCALFARI: "Secondo un’analisi attenta, dunque, l’ispirazione dei movimenti totalitaristici, più che esser fatta risalire all’illuminismo, deve essere ricondotta a certe forme del pensiero cristiano ed operaio. Vorrei aggiungere, però, che il pensiero cristiano si biforca fin dall’inizio: da un lato, la salvezza delle anime; dall’altro, l’avvento del Regno sulla terra, la salvezza dei corpi e la resurrezione dei morti. è il pensiero apocalittico - parte fondante del pensiero cristiano - che comincia con Giovanni, e che caratterizza anche tutto il messianesimo ebraico: la felicità, il Regno di Dio, si realizzano alla fine dei tempi sulla terra. "Le radici dell’escatologia totalitaria affondano insomma nel pensiero apocalittico cristiano e nel pensiero messianico ebraico. Quest’ultimo, non a caso, è molto poco interessato a immaginare il paradiso o l’inferno, e alcune sue correnti negano perfino l’immortalità. "Il popolo eletto, così come la classe operaia per Marx, combatte e vive nel proprio tempo, ma è tuttavia un popolo che resta sempre in attesa. Abbiamo comunque a che fare con un pensiero escatologico mondano: alla fine dei tempi, con l’avvento del Regno e della felicità, comincerà un tempo immobile, la storia sarà finita; così come accadrà quando la razza superiore avrà prevalso su tutte le altre, o quando la classe operaia avrà abolito lo Stato e il comunismo sarà realizzato su tutta la terra. "Se cerchiamo il vero incunabolo di queste spinte totalitarie, troviamo le religioni monoteiste".
Sul nuovo numero di Micromega: i lumi la ragione i dittatori
Anticipiamo parte del dialogo tra Umberto Galimberti ed Eugenio Scalfari su "Illuminismo e totalitarismo" Scalfari: Il pensiero cristiano si biforca fin dall'inizio: da un lato la salvezza delle anime, dall’altro l'avvento del Regno sulla terra, la salvezza dei corpi e la resurrezione Galimberti: Quando dico che la ragione è un insieme di regole bisogna tener presente che tutte le cose sono ambivalenti, disponibili per significati anche opposti Scalfari: Anche sul versante comunista abbiamo sentito dire che l'illuminismo andava criticato per la sua astrattezza: per non parlare di quanto afferma la Scuola di Francoforte
(a cura di Stefano Velotti)
EUGENIO SCALFARI: "Si ha spesso l'impressione che il tema dell'illuminismo sia stato volutamente consegnato all'oblio, forse perché - paradossalmente - è stato oggetto di critica da sponde diverse e anche opposte: oggi, si dice, un papa come Wojtyla attacca l'illuminismo per la fiducia dei Lumi nella ragione, per la pretesa di rendere autonomi gli individui. Ma anche sul versante comunista abbiamo sempre sentito dire che l'illuminismo andava criticato per la sua "astrattezza". Per non parlare della Scuola di Francoforte, che addirittura identifica l'esito "dialettico" dell'illuminismo nei totalitarismi contemporanei, invece che leggervi un tradimento dei Lumi. "Questa rimozione dell'illuminismo costituisce comunque una latenza, perché ogniqualvolta si arriva ai nodi cruciali della cultura contemporanea, ecco che l'illuminismo ritorna puntualmente: come principale nemico. Come spiegarsi questa vitalità latente dell'illuminismo negli stessi critici che lo ritengono superato? Perché, insomma, viene individuato come il nemico? Tra le tante risposte possibili, vediamo innanzitutto quelle che si possono desumere dalle critiche che gli vengono mosse. "è il nemico per i cattolici, e non soltanto per l'attuale papa. Papa Wojtyla ha solo radicalizzato un'ostilità che ha dietro di sé una lunga tradizione. Per trovarne l’origine, occorre risalire almeno a Pio IX, e anche più indietro: a quando l'illuminismo si è rivelato come uno spartiacque culturale e politico tra l'ancien régime e la modernità. Questo suo ruolo di spartiacque tra due epoche - che ai miei occhi ne costituisce un pregio - è innegabile: sotto i colpi del nuovo pensiero dei Lumi cade l'ancien régime come struttura gerarchica, politica, ideologica; e cade il sacrum del Re, il corpo del Re. "E tuttavia, lo ribadisco, l'illuminismo è un nemico anche per coloro che non si riconoscono nell’ancien régime e che, anzi, in modi diversi, lo combattono. E questo è un paradosso. "L'attacco di papa Wojtyla - e nomino lui perché è il testimone tuttora in campo - è un attacco singolare, in quanto viene da qualcuno che contemporaneamente predica l'ecumenismo nei confronti degli ebrei, dei musulmani e perfino dei buddisti. Questo è senz'altro un atteggiamento nuovo, originale e apprezzabile. Quel che è più notevole, però, è l'attenzione dei cattolici per il rapporto con i non credenti, che costituiscono un vasto settore dell'opinione pubblica moderna. Nell'ambito di questo ecumenismo, i cattolici si preoccupano ora di mantenere con i non credenti un contatto, e di approfondirlo, se non altro sui temi della morale e del bene comune. "Tuttavia, a differenza di ciò che avviene nei rapporti con i credenti di religioni diverse, l'atteggiamento ecumenico allargato ai non credenti incontra un ostacolo, che è costituito proprio dalla presenza inassimilabile di un nucleo di pensiero che proviene dall’illuminismo. Oltre ad aver segnato lo spartiacque tra l'ancien régime e la modernità, l'illuminismo ha infatti messo in questione l'esistenza dell’assoluto: non soltanto come trascendenza, ma anche come verità. Quindi, per chi si basa sul presupposto di una trascendenza, che è depositaria della verità assoluta, l'illuminismo è il vero nemico. Le altre critiche vengono di solito da chi ha sostituito il paradiso in terra al paradiso in cielo, e cioè dalle ideologie totalitarie e totalizzanti, che riscoprono una forma di assoluto nella verità di cui ritengono di essere depositarie. "Si spiega, dunque, il paradosso da cui eravamo partiti, ossia il convergere, sull'illuminismo, di critiche provenienti da sponde diverse e perfino opposte: per un verso, da un certo cattolicesimo - ma potrei dire dal cattolicesimo in genere - e dalla destra hegeliana, che sfocia in fenomeni diversi, perfino nel nazismo; e, per altro verso, dalla sinistra hegeliana. "Detto molto approssimativamente: i regimi totalitari - nel Novecento, il nazismo e il comunismo - trovano sulla loro strada l'ostacolo di chi ha messo in discussione gli assoluti. Non c'è, dunque, una vera contraddizione nel fatto che l'illuminismo venga attaccato tanto da destra che da sinistra".
UMBERTO GALIMBERTI: "Prima di riprendere i punti stabiliti da Scalfari, vorrei aggiungerne uno preliminare: l'illuminismo è l'età della ragione. A questo punto dobbiamo accordarci sul significato di "ragione". Come Aristotele - che chiama il suo libro di logica Organon, cioè "strumento" - dobbiamo riferirci anche noi al suo senso più umile, strumentale: la ragione è un insieme di regole per poter convivere. Ed è questo il modo in cui anche l'illuminismo considera la ragione. Kant, infatti, intraprende una critica della ragione, non la sua apologia; va alla ricerca dei suoi limiti, non della sua espansione universale. "Quando dico che la ragione è un insieme di regole, bisogna tener presente che tutte le cose sono ambivalenti: per esempio, questo registratore, ora, svolge una sua funzione, ma io posso prenderlo e usarlo come un'arma impropria. Se non presupponessi regole d'uso e di linguaggio, dicendo "registratore" potrei riferirmi a questo apparecchio o a un'arma impropria. Tutte le cose, insomma, sono disponibili per tutti i significati. "La ragione procede per definizioni, che delimitano il significato di una cosa; mediante il principio di non contraddizione, che non consente di far oscillare la cosa tra una pluralità di significati. La si è inventata, insomma, mediante grandi regole, grazie a cui gli uomini possono comunicare e, dal punto di vista psicologico, ridurre l'angoscia. Altrimenti, se tutte le cose restassero indeterminate, nell’uso e nel commercio delle cose ci troveremmo sempre in uno stato ansiogeno. Pensiamo al "primitivo" che, fintanto che non codifica, rimane sempre in uno stato di allerta. "La ragione è un grande strumento che non dice la verità, ma dice le regole di convivenza. E arrivare a queste regole è un risultato importantissimo. Io non solleverei il concetto di ragione oltre questa misura, che è già sufficiente ad escludere i miti, le religioni, quell'eccesso di significato di cui si circondano tutti gli apparati simbolici, e a creare un regime di discorsività e di convivenza corretto che è la condizione per la fondazione della città. "Per Platone, la fondazione della polis presuppone, infatti, un'intesa linguistica. è questo il motivo per cui è necessario escludere dalla città i retori, che muovono la gente tramite gli affetti; i sacerdoti, che parlano ex autoritate; i poeti, che mentono troppo e lasciano oscillare i significati. Sono ammessi invece i filosofi, che parlano dopo aver definito le cose e si attengono alle regole. "L'illuminismo costituisce una ripresa di questo scenario greco. Il più grande illuminista, Kant, scrivendo una critica della ragion pura, è come se dichiarasse: non esageriamo con la ragione, vediamo che cosa può dire, con correttezza ed esattezza, e che cosa invece non può dire. Può trattare questioni matematiche e fisiche, ma non problemi metafisici, perché questi sorpassano i limiti dell'esperienza. "I custodi della ragione sono custodi che limitano l'apparato razionale: sanno che l'apparato razionale è forte solo se conosce i suoi limiti, se è consapevole della sua valenza strumentale e non, invece, totalizzante. "Sotto questo profilo, quindi, la ragione è l'antitotalitarismo per eccellenza, perché conosce il suo limite. Ed è lo stesso limite che vige nella pratica scientifica. Gli scienziati sono assolutamente persuasi di non dire cose vere, ma di dire semplicemente cose esatte: ex-actus, cioè "ottenuto dalle premesse di partenza". è questo, mi pare, il modo corretto di condurre la ragione. "Arriviamo ora ai punti toccati da Scalfari, che mi paiono decisivi. Il primo è che l'illuminismo mette fine alla gerarchia dell’ancien régime e inaugura la dimensione della libertà individuale; sottrae la sovranità all’ordine gerarchico precedente e la diffonde tra gli individui. Qui, però, bisogna fare attenzione: la ragione non si emancipa senza residui, ma gronda sempre di dimensioni antirazionali: penso, per esempio, a un Galileo che fa l'oroscopo per le figlie, o a un Newton che scrive un libro di demonologia. Anche il concetto di individuo è molto equivoco e, a mio parere, viene chiarito solo con l'illuminismo. Il concetto di individuo non esiste in Grecia, perché è una nozione fondamentalmente cristiana: mentre i greci antepongono la comunità al singolo, i cristiani colgono innanzitutto l'individuo grazie alla nozione di "anima". Per Platone, il singolo è giusto se è "aggiustato" addirittura con l’ordine cosmico. Per i cristiani, l'individuo ha come scopo innanzitutto la salvezza individuale, la salvezza dell'anima, appunto, che è affidata alla pratica religiosa e quindi alla Chiesa. La convivenza e il buon vivere civile passano in secondo piano. "Che cosa spetta alla comunità, dal punto di vista dei cristiani? Null’altro che la limitazione o l’eliminazione degli ostacoli che impediscono la salvezza dell'anima. Lo Stato ha solo il compito di togliere gli impedimenti che si frappongono tra gli individui e la pratica salvifica. La salvezza è individuale, non è comunitaria. L'individuo deve vedersela direttamente con Dio, che abita l'anima: in interiore animae habitat Deus, dice Agostino. E Rousseau, giustamente, ne conclude che "il cristiano non può essere un buon cittadino". Potrà magari esserlo di fatto, ma non di diritto, perché il suo scopo non è la buona convivenza, ma, come ho detto, la salvezza della sua anima. "L'illuminismo desume la nozione di individuo dal cristianesimo, ma la libera dalla categoria della salvezza e ne sposta l'obiettivo: un individuo è tale in quanto è in relazione di fratellanza e di uguaglianza con gli altri, in quanto è parte di una città, e non in quanto si salva l'anima. Questo spostamento ha un'importanza straordinaria: la società civile, infatti, nasce solo quando l'individuo viene pensato in vista dell'altro individuo, e non in vista della salvezza dell'anima. "Il secondo punto indicato da Scalfari è l'ecumenismo. L'ecumenismo, però, non è la tolleranza illuminista, è semplicemente un proposito di buona educazione: mentre un tempo avremmo fatto la guerra con chi la pensava diversamente da noi, oggi gli stringiamo la mano. Ma ciascuno resta del proprio parere. L'ecumenismo, dunque, è un atto pratico di buona educazione. La tolleranza illuminista, invece - almeno quale traspare dalle Lettere sulla tolleranza di Locke - ha una valenza teorica: io, nel mio pensiero, devo tollerare che forse tu, che sei il mio avversario, sei nella verità ad un gradiente maggiore del mio. Questa è l'autentica tolleranza. L’ecumenismo, quindi, non ha nulla a che fare con la tolleranza illuminista. "Se l'ecumenismo può esercitarsi nei confronti delle altre religioni, la miscredenza resta comunque il nemico. Oggi la Chiesa non ha più quella forza, che aveva nel Rinascimento, per poter impiccare i miscredenti. Oggi si limita a segnalarli o a emarginarli, o magari a dialogare con loro, come faceva Martini. Ma se avesse la forza necessaria li impiccherebbe tutti. La violenza è parte essenziale del sacro: chi presume di essere il depositario della verità è cieco e violento. La ragione, invece, è tale se conosce i suoi limiti, dunque non può mai essere assoluta: procede passo dopo passo, per prove ed errori, e non presume mai di disporre della verità unica. "Infine, c’è una differenza antropologica tra gli illuministi e gli uomini di religione - ai quali io accosterei, sotto questo profilo, anche i fascisti e i comunisti: gli uomini di religione, e i totalitaristi, vivono un tempo escatologico, mentre l’illuminismo vive un tempo progettuale. Il primo è pervaso da speranze di palingenesi e di salvezza; il secondo è molto più modesto, è un tempo volto esclusivamente al miglioramento della condizione attuale. "Il tempo escatologico è un tempo inscritto in un disegno, per cui la storia è sempre storia sacra, storia della salvezza. Questa concezione giudaico-cristiana del tempo prevede che alla fine della storia si realizzi quello che era stato annunciato all’inizio. "Anche il comunismo, d’altra parte, vive un tempo escatologico: nel passato c’è il male, nel presente la redenzione, nel futuro la salvezza. Marx usa le stesse espressioni che troviamo nella Bibbia a proposito del popolo ebraico: "La classe operaia ha fame e sete di giustizia". Poiché i totalitarismi, comunismo e fascismo, vivono un’escatologia, li considero alla stregua di forme religiose. L’illuminismo, invece, non vive un'escatologia, vive il progresso metodico della ragione".
EUGENIO SCALFARI: "Secondo un’analisi attenta, dunque, l’ispirazione dei movimenti totalitaristici, più che esser fatta risalire all’illuminismo, deve essere ricondotta a certe forme del pensiero cristiano ed operaio. Vorrei aggiungere, però, che il pensiero cristiano si biforca fin dall’inizio: da un lato, la salvezza delle anime; dall’altro, l’avvento del Regno sulla terra, la salvezza dei corpi e la resurrezione dei morti. è il pensiero apocalittico - parte fondante del pensiero cristiano - che comincia con Giovanni, e che caratterizza anche tutto il messianesimo ebraico: la felicità, il Regno di Dio, si realizzano alla fine dei tempi sulla terra. "Le radici dell’escatologia totalitaria affondano insomma nel pensiero apocalittico cristiano e nel pensiero messianico ebraico. Quest’ultimo, non a caso, è molto poco interessato a immaginare il paradiso o l’inferno, e alcune sue correnti negano perfino l’immortalità. "Il popolo eletto, così come la classe operaia per Marx, combatte e vive nel proprio tempo, ma è tuttavia un popolo che resta sempre in attesa. Abbiamo comunque a che fare con un pensiero escatologico mondano: alla fine dei tempi, con l’avvento del Regno e della felicità, comincerà un tempo immobile, la storia sarà finita; così come accadrà quando la razza superiore avrà prevalso su tutte le altre, o quando la classe operaia avrà abolito lo Stato e il comunismo sarà realizzato su tutta la terra. "Se cerchiamo il vero incunabolo di queste spinte totalitarie, troviamo le religioni monoteiste".
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