una segnalazione di Sergio Grom
La Repubblica 10.12.03
Se I filosofi svelano il quadro
Esce oggi il saggio di Brandt
L'enigmatico dipinto di Giorgione raffigura tre sapienti o forse addirittura i tre Magi
Un raffinato storico delle idee in una serie di illuminanti interpretazioni mostra come in alcuni grandi capolavori artistici bellezza e verità si tocchino
Sulle immagini può cadere il divieto religioso o il fraintendimento culturale: dialogare con esse può aiutare a scoprire un senso nascosto, una relazione col pensiero razionale
"Las meninas" suscita numerosi interrogativi: potrebbe essere un gioco di specchi
Il punto più alto dell'incontro tra pittura e pensiero si ha con Velázquez
Rubens raffigura Eraclito che piange e Democrito come il pensatore che ride
di ANTONIO GNOLI E FRANCO VOLPI
Dal volume di Reinhard Brandt, "Filosofia della pittura", che esce oggi nelle edizioni Bruno Mondadori (pagg. 500, € 33,00), anticipiamo parte della prefazione di Le immagini quelle visive soprattutto, ci sovrastano. Un flusso continuo e caotico inonda la società, abbatte confini, distrugge gerarchie, confonde saperi. Le immagini sono il tutto e il niente. È la ragione per cui lo sguardo è diventato opaco. Incontra solo la sua ombra. Una povertà oftalmica regola ormai la vista. Certo, noi continuiamo a vedere. Ma che cosa vediamo? L'occhio guarda, e nel sovrabbondare dell'osservabile diventa inappetente.
Walter Benjamin notava che allo straniamento del flâneur contribuisce il passo che vagabonda nei dilatati confini della metropoli. Si direbbe che quanto accade nel primo Novecento al «camminare» in questi ultimi decenni coinvolga il «guardare». Si guarda con infinita casualità. O meglio: si è guardati. Con infinito sospetto. Non resta che ritrarsi dall'immagine, come da un campo di battaglia: gli oggetti, i volti, le nuvole sostituiscono o si aggiungono ai morti. Non c'è etica o estetica che tenga a questa molle deriva circolare sulla quale si producono immagini a mezzo di immagini.
La loro invadenza, il loro eccesso, la loro sovraesposizione provocano una cecità provvisoria. Versiamo in un curioso paradosso: tutto ciò che è visibile ci è reso indifferente dal troppo vedere. Non è della qualità dell'immagine che si sta parlando. Ma della quantità.
Nella qualità le immagini mostravano un destino sottilmente predestinato. Qualcosa - un motivo iconografico, una storia, un'allusione simbolica, un'allegoria - prima o poi perdeva vigore. Come un organismo animale, cresceva, trasmettendo i suoi caratteri, e poi senza un'apparente ragione peggiorava il proprio stato di salute. Fino a diventare evanescente. Soprattutto Aby Warburg ed Erwin Panowsky; e con loro Fritz Saxl, Edgard Wind, hanno inseguito i fili invisibili che legano immagine a immagine. Hanno colto il fulgore e il tramonto della loro storia: la vita, il declino, la morte. Ci hanno consegnato, come nel caso di Warburg, uno straordinario percorso per immagini. Ciò che Mnemosyne mostra è il vertiginoso tentativo di sottrarle alla loro decadenza. Le immagini non muoiono solo se restano aperte. Uno degli impliciti significati della warburghiana Pathosformel risiede in questa idea di apertura. Che è incompiutezza e movimento. Le immagini di Mnemosyne sono tutt'altro che immobili. Rimandano alla sottile arte del montaggio cinematografico.
Nella quantità le immagini non muoiono, perché è come se fossero da sempre già morte. Non stiamo alludendo alla loro riproducibilità, ma al canone insolito che regola la loro presunta unicità. Le immagini che ci sovrastano pretendono un'esclusiva che spaventa. Mirano a produrre non già stupore, o non solo quello, ma panico. Richiedono non già attenzione ma sottomissione.
Sulle immagini può cadere il divieto religioso, il fraintendimento culturale. Negazione e rimozione sono le armi che la storia predilige per combatterle. Come pure può usarle in quanto arma di propaganda. Le immagini contano molto più di ciò che vi sta dietro o sopra o sotto.
Per questo la filosofia riscopre un ruolo che credeva perduto. Dialoga con le immagini, con oggetti muti da riportare in vita. C'è una filosofia delle immagini e ci sono le immagini della filosofia. C'è il mito della caverna e c'è un pensiero che ha ripreso a lavorare sulle immagini. A comprenderne presenza e sparizione. Non tutto quello che vediamo è davvero sotto gli occhi. Dopotutto, se la filosofia si scontra con l'ineffabile, l'immagine può lottare con l'invisibile, strapparlo alla sua intima assenza, quasi un gioco di prestigio, una mera illusione. È questa che ci avvolge davanti a un'immagine? Proviamo a formulare meglio la questione. Di fronte a un quadro, a un'opera pittorica, che cosa guardiamo? Che cosa proviamo? L'esaltazione del lavoro percettivo non usurpa il suo potere? Non lo altera? Il ricorso alla filosofia dovrebbe servire a questo: a stabilire un senso, una direzione, un legame fra ciò che è dipinto e ciò che è pensato.
È fatale che la relazione tra arte e filosofia sia stata declinata nelle forme più diverse secondo le epoche, le situazioni e le temperie culturali. Siamo in presenza di una sinergia che ha alimentato la storia dello spirito, le sue aperture di senso e le sue realizzazioni; di un intreccio su cui, da Platone ai nostri giorni, il pensiero occidentale sempre è tornato e sempre ritornerà. Se l'arte - come la religione - rappresenta una risorsa simbolica vitale, quale rapporto intrattiene con il pensiero razionale? Che cosa la lega a - e che cosa la separa da - ciò che accade nell'orizzonte della filosofia? Qual è la magica danza che il Bello conduce intorno al Vero, e il Vero intorno al Bello?
Di Reinhard Brandt, raffinato pensatore e storico delle idee, il lettore italiano già conosce La lettura del testo filosofico (Laterza, 1998), un'ineccepibile lezione di metodo «oggettivo», e D'Artagnan o il quarto escluso (Feltrinelli, 1999), un'intrigante perlustrazione del principio del Quattro, ricorrente nella storia del pensiero e della cultura europei. Con questo libro Brandt apre una nuova prospettiva da cui guardare e indagare il rapporto tra arte e filosofia. In una serie di illuminanti interpretazioni egli mostra come in alcune eminenti opere d'arte l'elemento materiale raffiguri e renda visibile un pensiero; come bellezza e verità, immagine e concetto, visione e astrazione, intuizione e ragionamento si avvicinino, si sfiorino, si tocchino.
Prendiamo la celebre Scuola di Atene dipinta da Raffaello nelle Stanze Vaticane. La lettura filosofica dell'affresco è talmente evidente e nota, che quasi non c'è bisogno di illustrarla. Eppure dietro il risaputo, molte sono le questioni che ancora attendono una risposta soddisfacente. Che cosa comunica e da quali pensieri è ispirata la raffigurazione pittorica di quel consesso filosofico? Chi sono esattamente le cinquantotto figure che vi partecipano? Perché manca un filosofo importantissimo come Plotino? E manca davvero? Molto è stato scritto per rispondere a questi e altri interrogativi. Eloquente è ciò che capitò al grande teorico dello storicismo, Wilhelm Dilthey, che racconta di avere sognato La scuola di Atene. Nel sogno ai pensatori greci si erano via via aggiunti i filosofi cristiani e poi quelli dell'età moderna: Kant, Schiller, Schelling, Hegel e, infine, a coronare il tutto, Goethe. Brandt scopre qui il denso sfondo di implicazioni e riferimenti storici, iconologici e simbolici che fanno parte del dipinto e della sua fortuna.
Prendiamo un altro celebre ed enigmatico dipinto, e chiediamoci: chi sono i personaggi ritratti da Giorgione nei Tre filosofi, che alcuni identificano con Tre sapienti, altri con I tre Magi? Quale misterioso sapere esoterico simboleggiano, così riuniti in quel luogo, di fronte a una caverna scavata nella scura terra, con la loro postura, il loro abbigliamento e i loro gesti? Anche in questo caso scopriamo con Brandt che quel quadro è in qualche modo un'opera riconducibile nell'alveo della filosofia.
Un legame così dichiaratamente esplicito tra arte e filosofia si può estendere ad altri capolavori. Perché Rubens per esempio raffigura Eraclito nell'atto di piangere e Democrito come il filosofo che ride? Che cosa si nasconde dietro questo longevo stereotipo? E Rembrandt, che cosa vuole comunicare quando dipinge Aristotele e il busto di Omero? Altro fascinoso esempio: quale arcanum filosofico contiene Et in Arcadia ego di Nicolas Poussin, intorno a cui tanto, e tanto contraddittoriamente, si è speculato?
Uno dei punti più densi nella storia del fecondo intreccio di arte e filosofia si raggiunge, come è noto, con Velàzquez. Qual è il soggetto della sua celebre tela Las meninas, ovvero La familia de Felipe IV? Apparentemente l'infanta con le damigelle di corte e la famiglia reale. Oppure il soggetto è l'evento stesso della genesi del quadro? O ancora: l'intero quadro è forse dipinto come se fosse uno specchio? In questo gioco di riflessi si rende visibile il grande problema filosofico della modernità, che nasce letteralmente dalla pittura: perché e che cos'è il subjectum?
Se poi arriviamo ai giorni nostri, constatiamo che sono numerosi i pittori che nella filosofia vedono un modo per entrare nel mondo simbolico del dipinto. Basterà ricordare De Chirico, che nel suo celebre Autoritratto, variando un detto di Schopenhauer e di Nietzsche, dipinge la frase: Et quid amabo nisi quod rerum metaphysica est? Da ultimo esempio degli esempi di pictor philosophus: Magritte, l'ideatore di provocazioni pittorico-filosofiche talmente «orecchiabili», che ci chiediamo se egli stesso non abbia una qualche responsabilità nell'abuso che ne è stato fatto.
Munch, il suo grido è un vulcano
La testa dell'uomo è ridotta ad un teschio, le narici a due fori, gli occhi sono sbarrati, la bocca è aperta e lancia un grido disperato e selvaggio, che si propaga attraverso la natura: un fiordo oleoso e un cielo infuocato riprendono il movimento serpentino della figura. È uno dei quadri più celebri al mondo: Il grido di Edvard Munch, un dipinto che ritrae uno stato mentale dell'artista. Il dramma è interno anche se il soggetto è legato alla topografia di Oslo: la vista è quella che si ammira da Nordstrand.
Ora c'è chi lega la genesi del capolavoro di Munch a un fatto reale: un'esplosione vulcanica. Il New York Times ha pubblicato la tesi di Donald Olson, astronomo dell'università del Texas, secondo cui i colori de Il grido furono ispirati da un cielo carico di rossi causati dall'eruzione del vulcano dell'isola indonesiana di Krakatoa, avvenuta nell'agosto 1883.
Una nube di polveri attraversò il mondo intero. Olson sostiene che Munch fu segnato da questa visione: gli restò così impressa nella memoria da ricordarsene dieci anni più tardi, nel 1893, quando realizzò Il grido. E una celebre annotazione nel diario dell'artista, che è del 22 gennaio 1893, sarebbe un'evocazione. Scrisse Munch: «Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò. Il cielo si tinse all'improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un recinto. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c'erano sangue e lingue di fuoco... io tremavo ancora di paura, sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura».
Per Olson non è esistenzialismo espressionista ma il bagliore di una vera tragedia, tesi che per ora ha un solo riconoscimento: "intrigante". Un sigaro e una medaglia non si negano a nessuno.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
mercoledì 10 dicembre 2003
la distribuzione nei multiplex
La Repubblica 10.12.03
IL DISTRIBUTORE
Carlo Macchitella di 01
"È un fatto: gli americani tirano di più"
Nei multiplex funziona il blockbuster targato Hollywood
ROMA - «Per il cinema italiano, il nodo della distribuzione non è stato ancora del tutto risolto». Ne conviene anche Carlo Macchitella, presidente di 01 e direttore generale di Rai Cinema, «ma il vero problema riguarda la scarsa visibilità della produzione nazionale nei multiplex, dove i nostri film vengono spesso smontati, anche quanto ottengono risultati positivi, per far posto ai titoli delle majors. "Caterina va in città", per citare un caso, è stato un successo, ma avrebbe potuto fare ancora meglio. Il fatto è che a determinare i grandi successi nei multiplex sono ogni anno quei 7/8 blockbusters hollywoodiani e, per accaparrarseli in molte copie, i multiplex sono costretti a programmare anche gli altri prodotti del listino».
Come si esce dall'impasse?
«Diventando sempre più forti e competitivi e affiancando al cinema italiano qualche buon film americano che serva da traino al resto del listino. È quanto cerca di fare 01».
Non avete esagerato privilegiando i multiplex, a scapito del circuito tradizionale, dove i film d'autore vanno meglio?
«Non abbiamo fatto questo: semplicemente abbiamo cercato di portare certi film, come quelli di Avati, Bellocchio, Virzì, anche nei multiplex per avvicinare il prodotto di qualità a un pubblico che altrimenti non l'avrebbe mai scelto».
Tuttavia gli autori italiani si lamentano per la scarsa attenzione nei loro confronti.
«È un´accusa che respingo: Rai Cinema e 01 hanno offerto a tutti i film italiani prodotti o distribuiti le condizioni minime indispensabili per affrontare il mercato. Alessandro Benvenuti ha lanciato accuse feroci, ma "Ti spiace se bacio mamma?" è uscito con 65 copie, lo sforzo distributivo è stato evidente. Ma se il pubblico, a torto o a ragione, rifiuta un titolo non c'è nulla da fare».
Il problema è che certi film per farsi conoscere avrebbero bisogno di tempi più lunghi.
«Vero. Il consumo di film in sala si è molto velocizzato, ma temo che indietro non si torni. Ma mentre una volta la vita di un film si esauriva in sala, oggi i successivi sfruttamenti si sono moltiplicati. Ci sono film che recuperano sul mercato video o su quello tv. "Ti spiace se bacio, mamma?" è un film che probabilmente funzionerà di più nel consumo sul piccolo schermo».
IL DISTRIBUTORE
Carlo Macchitella di 01
"È un fatto: gli americani tirano di più"
Nei multiplex funziona il blockbuster targato Hollywood
ROMA - «Per il cinema italiano, il nodo della distribuzione non è stato ancora del tutto risolto». Ne conviene anche Carlo Macchitella, presidente di 01 e direttore generale di Rai Cinema, «ma il vero problema riguarda la scarsa visibilità della produzione nazionale nei multiplex, dove i nostri film vengono spesso smontati, anche quanto ottengono risultati positivi, per far posto ai titoli delle majors. "Caterina va in città", per citare un caso, è stato un successo, ma avrebbe potuto fare ancora meglio. Il fatto è che a determinare i grandi successi nei multiplex sono ogni anno quei 7/8 blockbusters hollywoodiani e, per accaparrarseli in molte copie, i multiplex sono costretti a programmare anche gli altri prodotti del listino».
Come si esce dall'impasse?
«Diventando sempre più forti e competitivi e affiancando al cinema italiano qualche buon film americano che serva da traino al resto del listino. È quanto cerca di fare 01».
Non avete esagerato privilegiando i multiplex, a scapito del circuito tradizionale, dove i film d'autore vanno meglio?
«Non abbiamo fatto questo: semplicemente abbiamo cercato di portare certi film, come quelli di Avati, Bellocchio, Virzì, anche nei multiplex per avvicinare il prodotto di qualità a un pubblico che altrimenti non l'avrebbe mai scelto».
Tuttavia gli autori italiani si lamentano per la scarsa attenzione nei loro confronti.
«È un´accusa che respingo: Rai Cinema e 01 hanno offerto a tutti i film italiani prodotti o distribuiti le condizioni minime indispensabili per affrontare il mercato. Alessandro Benvenuti ha lanciato accuse feroci, ma "Ti spiace se bacio mamma?" è uscito con 65 copie, lo sforzo distributivo è stato evidente. Ma se il pubblico, a torto o a ragione, rifiuta un titolo non c'è nulla da fare».
Il problema è che certi film per farsi conoscere avrebbero bisogno di tempi più lunghi.
«Vero. Il consumo di film in sala si è molto velocizzato, ma temo che indietro non si torni. Ma mentre una volta la vita di un film si esauriva in sala, oggi i successivi sfruttamenti si sono moltiplicati. Ci sono film che recuperano sul mercato video o su quello tv. "Ti spiace se bacio, mamma?" è un film che probabilmente funzionerà di più nel consumo sul piccolo schermo».
martedì 9 dicembre 2003
citato al Lunedì
La Repubblica 8.12.03
"Ti spiace se bacio mamma?" del regista toscano non ha avuto il tempo materiale di farsi strada. Ma non è il solo.
Tolte le eccezioni di Bertolucci, Bellocchio e Virzì, i film italiani mandati allo sbaraglio
Alessandro Benvenuti è grato per l´interessamento, ma non lo avrebbe mai sollecitato lui («non sono uno che si piange addosso»). Ma non c´è quasi bisogno di fargli domande, ha chiari in mente i sassi da togliersi dalle scarpe. Il suo Ti spiace se bacio mamma? non ha avuto il tempo materiale di farsi strada. Come dalla ripresa autunnale è capitato a tutti i film italiani tranne tre eccezioni: Bellocchio, Bertolucci e Virzì. Ecco la lista (parziale) dei sacrificati: Scacco pazzo di Haber e Il fuggiasco sulla storia di Massimo Carlotto, Prendimi e portami via con Valeria Golino e Ora o mai più di Pellegrini sul G8 di Genova, Segreti di Stato di Paolo Benvenuti, Gli indesiderabili di Pasquale Scimeca, Liberi di Tavarelli e Prima dammi un bacio con Stefania Rocca, Io no di Tognazzi-Izzo e Mio cognato con Rubini e Lo Cascio, Per sempre con Francesca Neri, Il miracolo di Winspeare, Al cuore si comanda con Gerini e Favino. Ma perfino ai maestri Olmi e Scola non è andata bene. La grande espansione del numero di schermi non ha portato nuovo pubblico ed ha aggravato la sperequazione tra campioni d'incasso e tutto il resto, non ha portato diversificazione e maggior protezione per le opere bisognose di passaparola, ha spinto al limite la logica del tutto subito.
"Ti spiace se bacio mamma?" del regista toscano non ha avuto il tempo materiale di farsi strada. Ma non è il solo.
Tolte le eccezioni di Bertolucci, Bellocchio e Virzì, i film italiani mandati allo sbaraglio
Alessandro Benvenuti è grato per l´interessamento, ma non lo avrebbe mai sollecitato lui («non sono uno che si piange addosso»). Ma non c´è quasi bisogno di fargli domande, ha chiari in mente i sassi da togliersi dalle scarpe. Il suo Ti spiace se bacio mamma? non ha avuto il tempo materiale di farsi strada. Come dalla ripresa autunnale è capitato a tutti i film italiani tranne tre eccezioni: Bellocchio, Bertolucci e Virzì. Ecco la lista (parziale) dei sacrificati: Scacco pazzo di Haber e Il fuggiasco sulla storia di Massimo Carlotto, Prendimi e portami via con Valeria Golino e Ora o mai più di Pellegrini sul G8 di Genova, Segreti di Stato di Paolo Benvenuti, Gli indesiderabili di Pasquale Scimeca, Liberi di Tavarelli e Prima dammi un bacio con Stefania Rocca, Io no di Tognazzi-Izzo e Mio cognato con Rubini e Lo Cascio, Per sempre con Francesca Neri, Il miracolo di Winspeare, Al cuore si comanda con Gerini e Favino. Ma perfino ai maestri Olmi e Scola non è andata bene. La grande espansione del numero di schermi non ha portato nuovo pubblico ed ha aggravato la sperequazione tra campioni d'incasso e tutto il resto, non ha portato diversificazione e maggior protezione per le opere bisognose di passaparola, ha spinto al limite la logica del tutto subito.
Marco Bellocchio
premiato dalla critica sabato sera a Berlino
con l'Oscar Europeo
premiato dalla critica sabato sera a Berlino
con l'Oscar Europeo
Inoltre:
www.LoSpettacolo.it [News] - 7 dicembre 2003 (h.10:40)
BUONGIORNO NOTTE VENDUTO IN 12 PAESI
Continua il successo per il film di Marco Bellocchio
citato al Lunedì
Aumentano i paesi stranieri che manifestano il loro interesse nei confronti di Buongiorno, Notte.
Dopo la delusione per la mancata vittoria a Venezia, Marco Bellocchio può ritenersi soddisfatto: il film è stato infatti venduto attraverso la “Celluloid Dreams”, in ben 12 Paesi.
Dopo gli apprezzamenti ricevuti a Toronto, New York, Villerupt, Annecy, "Buongiorno, notte" e' stato venduto in Spagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Russia, Portogallo, Polonia, Francia e Svizzera.
Particolarmente significative le vendite fuori dai confini europei in Israele, Messico e persino in Giappone.
ansa.it
Cinema: Bellocchio tra vincitori Valentino d'oro
07/12/2003 - 19:07
(ANSA) - LECCE, 7 DIC - [...] Marco Bellocchio [...] riceverà a Lecce il premio 'Valentino d'oro'. [...] Realizzato in Puglia nel 1972, il premio "Valentino d'oro" e' giunto alla sua XXIX edizione. Nel 1982 fu trasferito a Los Angeles, dove si e' svolto sino al 1995. Dal 1996 e' ritornato in Europa con edizioni a Berlino, Parigi, Londra, Madrid e Roma.
copyright @ 2003 ANSA
La Repubblica 8.12.03
L'OSCAR EUROPEO
Nessun trofeo a Giordana, i critici scelgono "Buongiorno, notte"
Rivincita di Bellocchio "Film non solo italiano"
Wenders: negli ultimi anni le opere europee sono note e vendute in tutto il mondo
di MARIA PIA FUSCO
citato al Lunedì
BERLINO - «Ha vinto un film che parla di riunificazione e di pacificazione, sentimenti che sono alla base dell'Accademia europea». È Wim Wenders, che dell'Accademia è presidente, a tracciare un primo bilancio della 16ma edizione del premio del cinema europeo, al temine di una piacevole serata svoltasi nell'Arena, una sede - voluta da Wenders - decisamente in tema, una gigantesca struttura industriale nel cuore dell´ex Berlino est, un tempo officina e garage per i vagoni della metropolitana, oggi spazio per concerti ed eventi artistici. «Sedici anni fa l'Accademia e il premio nacquero per l'entusiasmo europeistico di quaranta cineasti, guidati da Ingmar Bergman, oggi i membri sono 1600, in rappresentanza di 47 paesi e di 64 lingue diverse, una molteplicità che crea problemi di comunicazione, ma è anche una ricchezza culturale preziosa e insostituibile», dice ancora Wenders e, dopo aver ricordato che «se agli inizi i titoli premiati spesso erano poco conosciuti, i film degli ultimi anni sono noti e venduti nel mondo, anche grazie al lavoro dell'Academy», conclude annunciando l'appuntamento a Barcellona per il 2004.
Con i quattro premi al suo "Good bye, Lenin!", Wolfgang Becker è il trionfatore della serata: «Nessuno di noi si aspettava il successo del film, che abbiamo girato tra mille difficoltà economiche. Secondo me è andato bene perché oltre all'ironia sulla riunificazione, che ha attratto il pubblico tedesco, c'è il rapporto forte tra madre e figlio, un tema universale. Quando il film fu presentato alla Berlinale, Bush preparava la guerra in Iraq con le giustificazioni di molti media internazionali e anche le bugie e le mistificazioni dei media, altro elemento del film, sono un tema universale».
Quattro premi a un film tedesco hanno un sapore decisamente nazionalistico, ma la serata non ha avuto contestazioni né polemiche. Qualche delusione tra gli italiani, si sperava in almeno una delle tre candidature per "La meglio gioventù" - la regia di Giordana, la sceneggiatura di Rulli e Petraglia, l'interpretazione di Luigi Lo Cascio - ma la presenza del nostro cinema è stata di tutto rispetto, con la standing ovation per Carlo Di Palma (premio alla carriera) salutato in video da Woody Allen e il lungo applauso a Marco Bellocchio, per il quale il riconoscimento della critica internazionale è stata una piccola rivincita: «A Venezia molti intellettuali dicevano che "Buongiorno, notte" non avrebbe superato la barriera delle Alpi. Invece è stato venduto in 15 paesi, tra i quali Russia e Giappone, e questo premio significa che il film non racconta una storia che solo gli italiani possono capire», dice il regista.
Per il premio del cinema d'Europa è inevitabile il raffronto con la sontuosità mediatica dell'Oscar. «Una differenza è che qui si beve e si fuma», scherza il produttore inglese Nick Powell, vicepresidente dell'Academy, che aveva aperto la serata raccontando una barzelletta su Berlusconi. «L'avevo preparata per l'edizione dello scorso anno a Roma, ma il discorso del ministro della cultura italiana fu così lungo che fui costretto a tagliare i miei interventi», dice.
I soldi sono uno spunto importante per Claude Chabrol, altro premio alla carriera. Arguto e vitale come sempre, il maestro francese, convinto europeista, ricorda «il tempo degli "europudding", quando con i soldi di diversi paesi mettevano un po' di soldi ciascuno, si scriveva una storia adatta ad attori di varie nazionalità e veniva fuori un pudding che nessuno gustava. Il mio sogno invece è una grande banca europea per finanziare il cinema a prescindere dalla nazionalità dell´autore, libero di girare il suo film».
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www.LoSpettacolo.it [News] - 7 dicembre 2003 (h.10:40)
BUONGIORNO NOTTE VENDUTO IN 12 PAESI
Continua il successo per il film di Marco Bellocchio
citato al Lunedì
Aumentano i paesi stranieri che manifestano il loro interesse nei confronti di Buongiorno, Notte.
Dopo la delusione per la mancata vittoria a Venezia, Marco Bellocchio può ritenersi soddisfatto: il film è stato infatti venduto attraverso la “Celluloid Dreams”, in ben 12 Paesi.
Dopo gli apprezzamenti ricevuti a Toronto, New York, Villerupt, Annecy, "Buongiorno, notte" e' stato venduto in Spagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Russia, Portogallo, Polonia, Francia e Svizzera.
Particolarmente significative le vendite fuori dai confini europei in Israele, Messico e persino in Giappone.
ansa.it
Cinema: Bellocchio tra vincitori Valentino d'oro
07/12/2003 - 19:07
(ANSA) - LECCE, 7 DIC - [...] Marco Bellocchio [...] riceverà a Lecce il premio 'Valentino d'oro'. [...] Realizzato in Puglia nel 1972, il premio "Valentino d'oro" e' giunto alla sua XXIX edizione. Nel 1982 fu trasferito a Los Angeles, dove si e' svolto sino al 1995. Dal 1996 e' ritornato in Europa con edizioni a Berlino, Parigi, Londra, Madrid e Roma.
copyright @ 2003 ANSA
La Repubblica 8.12.03
L'OSCAR EUROPEO
Nessun trofeo a Giordana, i critici scelgono "Buongiorno, notte"
Rivincita di Bellocchio "Film non solo italiano"
Wenders: negli ultimi anni le opere europee sono note e vendute in tutto il mondo
di MARIA PIA FUSCO
citato al Lunedì
BERLINO - «Ha vinto un film che parla di riunificazione e di pacificazione, sentimenti che sono alla base dell'Accademia europea». È Wim Wenders, che dell'Accademia è presidente, a tracciare un primo bilancio della 16ma edizione del premio del cinema europeo, al temine di una piacevole serata svoltasi nell'Arena, una sede - voluta da Wenders - decisamente in tema, una gigantesca struttura industriale nel cuore dell´ex Berlino est, un tempo officina e garage per i vagoni della metropolitana, oggi spazio per concerti ed eventi artistici. «Sedici anni fa l'Accademia e il premio nacquero per l'entusiasmo europeistico di quaranta cineasti, guidati da Ingmar Bergman, oggi i membri sono 1600, in rappresentanza di 47 paesi e di 64 lingue diverse, una molteplicità che crea problemi di comunicazione, ma è anche una ricchezza culturale preziosa e insostituibile», dice ancora Wenders e, dopo aver ricordato che «se agli inizi i titoli premiati spesso erano poco conosciuti, i film degli ultimi anni sono noti e venduti nel mondo, anche grazie al lavoro dell'Academy», conclude annunciando l'appuntamento a Barcellona per il 2004.
Con i quattro premi al suo "Good bye, Lenin!", Wolfgang Becker è il trionfatore della serata: «Nessuno di noi si aspettava il successo del film, che abbiamo girato tra mille difficoltà economiche. Secondo me è andato bene perché oltre all'ironia sulla riunificazione, che ha attratto il pubblico tedesco, c'è il rapporto forte tra madre e figlio, un tema universale. Quando il film fu presentato alla Berlinale, Bush preparava la guerra in Iraq con le giustificazioni di molti media internazionali e anche le bugie e le mistificazioni dei media, altro elemento del film, sono un tema universale».
Quattro premi a un film tedesco hanno un sapore decisamente nazionalistico, ma la serata non ha avuto contestazioni né polemiche. Qualche delusione tra gli italiani, si sperava in almeno una delle tre candidature per "La meglio gioventù" - la regia di Giordana, la sceneggiatura di Rulli e Petraglia, l'interpretazione di Luigi Lo Cascio - ma la presenza del nostro cinema è stata di tutto rispetto, con la standing ovation per Carlo Di Palma (premio alla carriera) salutato in video da Woody Allen e il lungo applauso a Marco Bellocchio, per il quale il riconoscimento della critica internazionale è stata una piccola rivincita: «A Venezia molti intellettuali dicevano che "Buongiorno, notte" non avrebbe superato la barriera delle Alpi. Invece è stato venduto in 15 paesi, tra i quali Russia e Giappone, e questo premio significa che il film non racconta una storia che solo gli italiani possono capire», dice il regista.
Per il premio del cinema d'Europa è inevitabile il raffronto con la sontuosità mediatica dell'Oscar. «Una differenza è che qui si beve e si fuma», scherza il produttore inglese Nick Powell, vicepresidente dell'Academy, che aveva aperto la serata raccontando una barzelletta su Berlusconi. «L'avevo preparata per l'edizione dello scorso anno a Roma, ma il discorso del ministro della cultura italiana fu così lungo che fui costretto a tagliare i miei interventi», dice.
I soldi sono uno spunto importante per Claude Chabrol, altro premio alla carriera. Arguto e vitale come sempre, il maestro francese, convinto europeista, ricorda «il tempo degli "europudding", quando con i soldi di diversi paesi mettevano un po' di soldi ciascuno, si scriveva una storia adatta ad attori di varie nazionalità e veniva fuori un pudding che nessuno gustava. Il mio sogno invece è una grande banca europea per finanziare il cinema a prescindere dalla nazionalità dell´autore, libero di girare il suo film».
dal Corsera, sulla schizofrenia: Paolo Pancheri
citato al Lunedì
segnalato da Sergio Grom
Corriere della Sera 8.12.03
Primi dati di una ricerca su 10 mila pazienti
Schizofrenia, maxi studio per la cura che offre la migliore qualità di vita
di Mario Pappagallo
La cura della schizofrenia in Italia sembra migliore che in altri Paesi occidentali. È uno dei risultati parziali di un ampio studio su tollerabilità ed efficacia dei diversi farmaci a disposizione degli specialisti. Uno studio internazionale coordinato da Paolo Pancheri, docente di psichiatria alla Sapienza di Roma e presidente della Fondazione italiana per lo studio della schizofrenia (Fis) che coinvolge centinaia di centri in 10 Paesi per un totale di 10 mila pazienti, tremila nella sola Italia con 130 centri impegnati. «Abbiamo analizzato i risultati dopo i primi dodici mesi (lo studio ha una durata di due anni, ndr) - spiega Pancheri - e abbiamo visto con sorpresa che da noi, a distanza di un anno, un elevatissimo numero di pazienti continua a partecipare alla ricerca. All’estero, invece, si sono registrate più defezioni. Questo è un dato importante perché la filosofia di questo lavoro è molto diversa da quella che si pratica quando un nuovo farmaco deve essere registrato. Il nostro è uno studio naturalistico in cui sono arruolati pazienti di ogni tipo, con situazioni diverse e che stanno attuando terapie diverse. Il medico prescrive il farmaco che ritiene migliore e la valutazione riguarda tollerabilità ed efficacia nel tempo, minimo due anni. Soprattutto rispetto alla qualità della vita del paziente schizofrenico. Non scordiamo infatti che i vecchi farmaci, quelli in uso dagli anni ’60 agli anni ’80, pur efficaci, erano mal tollerati: davano effetti collaterali pesanti, e spesso per i familiari di un malato di schizofrenia era una lotta riuscire a fargli prendere il medicinale. Poi negli anni ’80 è nata una nuova classe di molecole, i cosiddetti farmaci atipici, molto più tollerabili e senza effetti indesiderati. E’ stata una svolta, parallela ai cambiamenti nella cura delle malattie mentali a cominciare dalla chiusura degli ospedali psichiatrici». Lo studio «naturalistico» va oltre i confronti di efficacia e tollerabilità di un farmaco rispetto a un non farmaco (placebo): cerca di analizzare le differenze da malato a malato, l’influenza dell’ambiente sulla terapia, la qualità della vita. «Gli italiani malati o a rischio schizofrenia sono circa 500 mila, ma questa malattia di per sé coinvolge molte più persone: dai familiari agli amici - dice Pancheri -. Una cura efficace deve tener conto di tutto questo, del fatto che il farmaco va preso per anni e anni, che l’obiettivo è reinserire il malato nella società, nel mondo del lavoro».
Ma quali sono i farmaci che sembrano funzionare meglio anche nell’ottica dello studio in chiave naturalistica? «Ad un anno dall’inizio dello studio - risponde Pancheri - due molecole sembrano dare risultati migliori: la clozapina e la olanzapina. Prima di trarre conclusioni aspettiamo la fine dello studio».
Come agiscono i farmaci? «Oggi si ritiene che la schizofrenia abbia una componente genetica di base e che il disturbo possa manifestarsi anche precocemente. Senz’altro nella prima giovinezza. C’è una sostanza nel cervello, la dopamina, i cui livelli si sregolano: in certe aree va in eccesso, in altre in deficit. I farmaci riportano i suoi livelli nella normalità. Allucinazioni e deliri derivano da un eccesso, mentre l’apatia da un deficit».
E i timori che si hanno nei confronti di questi malati?
«Infondati. L’opinione pubblica dovrebbe informare meglio. E’ più violento un soggetto normale di uno schizofrenico. Il malato di solito reagisce quando ha paura, quando gli altri sono violenti o aggressivi con lui».
Corriere della Sera 8.12.03
Primi dati di una ricerca su 10 mila pazienti
Schizofrenia, maxi studio per la cura che offre la migliore qualità di vita
di Mario Pappagallo
La cura della schizofrenia in Italia sembra migliore che in altri Paesi occidentali. È uno dei risultati parziali di un ampio studio su tollerabilità ed efficacia dei diversi farmaci a disposizione degli specialisti. Uno studio internazionale coordinato da Paolo Pancheri, docente di psichiatria alla Sapienza di Roma e presidente della Fondazione italiana per lo studio della schizofrenia (Fis) che coinvolge centinaia di centri in 10 Paesi per un totale di 10 mila pazienti, tremila nella sola Italia con 130 centri impegnati. «Abbiamo analizzato i risultati dopo i primi dodici mesi (lo studio ha una durata di due anni, ndr) - spiega Pancheri - e abbiamo visto con sorpresa che da noi, a distanza di un anno, un elevatissimo numero di pazienti continua a partecipare alla ricerca. All’estero, invece, si sono registrate più defezioni. Questo è un dato importante perché la filosofia di questo lavoro è molto diversa da quella che si pratica quando un nuovo farmaco deve essere registrato. Il nostro è uno studio naturalistico in cui sono arruolati pazienti di ogni tipo, con situazioni diverse e che stanno attuando terapie diverse. Il medico prescrive il farmaco che ritiene migliore e la valutazione riguarda tollerabilità ed efficacia nel tempo, minimo due anni. Soprattutto rispetto alla qualità della vita del paziente schizofrenico. Non scordiamo infatti che i vecchi farmaci, quelli in uso dagli anni ’60 agli anni ’80, pur efficaci, erano mal tollerati: davano effetti collaterali pesanti, e spesso per i familiari di un malato di schizofrenia era una lotta riuscire a fargli prendere il medicinale. Poi negli anni ’80 è nata una nuova classe di molecole, i cosiddetti farmaci atipici, molto più tollerabili e senza effetti indesiderati. E’ stata una svolta, parallela ai cambiamenti nella cura delle malattie mentali a cominciare dalla chiusura degli ospedali psichiatrici». Lo studio «naturalistico» va oltre i confronti di efficacia e tollerabilità di un farmaco rispetto a un non farmaco (placebo): cerca di analizzare le differenze da malato a malato, l’influenza dell’ambiente sulla terapia, la qualità della vita. «Gli italiani malati o a rischio schizofrenia sono circa 500 mila, ma questa malattia di per sé coinvolge molte più persone: dai familiari agli amici - dice Pancheri -. Una cura efficace deve tener conto di tutto questo, del fatto che il farmaco va preso per anni e anni, che l’obiettivo è reinserire il malato nella società, nel mondo del lavoro».
Ma quali sono i farmaci che sembrano funzionare meglio anche nell’ottica dello studio in chiave naturalistica? «Ad un anno dall’inizio dello studio - risponde Pancheri - due molecole sembrano dare risultati migliori: la clozapina e la olanzapina. Prima di trarre conclusioni aspettiamo la fine dello studio».
Come agiscono i farmaci? «Oggi si ritiene che la schizofrenia abbia una componente genetica di base e che il disturbo possa manifestarsi anche precocemente. Senz’altro nella prima giovinezza. C’è una sostanza nel cervello, la dopamina, i cui livelli si sregolano: in certe aree va in eccesso, in altre in deficit. I farmaci riportano i suoi livelli nella normalità. Allucinazioni e deliri derivano da un eccesso, mentre l’apatia da un deficit».
E i timori che si hanno nei confronti di questi malati?
«Infondati. L’opinione pubblica dovrebbe informare meglio. E’ più violento un soggetto normale di uno schizofrenico. Il malato di solito reagisce quando ha paura, quando gli altri sono violenti o aggressivi con lui».
storie dell'uomo:
l'ideologia di Michel Foucault
negli anni del terrorismo e dell'anti-psichiatria
ma indovina qual'è l'ideologia di Repubblica nel riproporla oggi?
citato al Lunedì
Così negli anni Settanta
INEDITI/ "Le pouvoir psychiatrique" di Michel Foucault, omosessuale e morto di AIDS nel 1984
Assai negativo il giudizio sulla psicoanalisi, a suo avviso fondata su una relazione di potere
Lo studioso guarda con interesse all'antipsichiatria di Basaglia, Laing e Cooper
Pubblicate in Francia le lezioni tenute nel '73 al Collège de France: una sorta di prosieguo della sua celebre opera "Storia della follia"
di FABIO GAMBARO
PARIGI Quando, nel 1970, Michel Foucault entrò al Collège de France, aveva solo quarantatré anni. Nelle aule della prestigiosa istituzione, dove sarebbe rimasto fino al 1984, l'anno della sua scomparsa, egli insegnava «Storia dei sistemi di pensiero» e le sue lezioni erano sempre seguite da un foltissimo pubblico attento e partecipe. All'epoca, infatti, egli era uno degli intellettuali di punta della cultura francese e opere come "Le parole e le cose" o "L'archeologia del sapere" avevano conosciuto un grandissimo successo anche al di fuori della cerchia ristretta degli addetti ai lavori. Nelle aule del Collège de France, dove il pubblico assisteva dal vivo all'elaborazione di un pensiero in divenire, il filosofo ritornò ad occuparsi delle tematiche da cui, nel corso degli anni Cinquanta, erano nati i suoi primi libri: "Malattia mentale e personalità" e, soprattutto, "Storia della follia nell'età classica", che ancora oggi è probabilmente la sua opera più famosa. In particolare, le lezioni che egli tenne tra il 1973 e il 1974, dedicate al «potere psichiatrico», volevano essere la continuazione ideale di quella sua fondamentale «archeologia della follia» che, dopo aver ricostruito il «contesto sociale, morale e immaginario» in cui il folle era stato progressivamente emarginato e bandito dalla società, si era però interrotta all'inizio del XIX secolo, proprio quando la pazzia viene medicalizzata e rinchiusa nei manicomi. Foucault ripartì da lì per far luce sulla nascita della moderna istituzione psichiatrica, una realtà di cui egli sottolinea la presenza diffusa di un potere che si esercita e si definisce attraverso il sapere specifico dei primi medici psichiatri.
Di quel corso fondamentale, delle ricerche dello studioso sullo sfondo dei primi anni Settanta segnati dal successo dell'antipsichiatria, si trova oggi un'eccezionale testimonianza nel volume "Le pouvoir psychiatrique" (Gallimard/Seuil, pagg. 396), che per la prima volta presenta la trascrizione di quelle lezioni, il cui programma è annunciato a chiare lettere fin dalle prime pagine: «Il problema che si pone», dice Fouacault, «è di fare l'analisi di quei rapporti di potere propri della pratica psichiatrica, in quanto essi sono produttori di un certo numero di enunciati che si danno come enunciati legittimi. Così piuttosto che parlare di violenza, preferirei parlare di microfisica del potere; piuttosto che parlare d'istituzione preferirei provare a vedere quali sono le tattiche messe in opera dalle forze che vi si affrontano; piuttosto che parlare di modello familiare o di "apparato di stato", vorrei provare a vedere la strategia dei rapporti e degli scontri che si svolgono all'interno della pratica psichiatrica».
Lo studioso, dunque, più che fare l'analisi dell'istituzione dall'esterno, preferisce indagare dall'interno le "scene" e i "rituali" dell'ospedale psichiatrico, le procedure giuridiche e le pratiche mediche, nel tentativo di far emergere i contorni e la sostanza di quella «pratica disciplinare» che a suo avviso darà luogo agli elementi costitutivi «su cui si costruiranno la teoria e l'istituzione psichiatrica».
A vent'anni di distanza, la parola di Foucault affascina ancora, apre prospettive interessanti e pone interrogativi che fanno molto discutere. Nelle lezioni oggi pubblicate egli s'interroga sulla natura del manicomio, considerato «un luogo di diagnosi e di classificazione», ma anche «uno spazio chiuso per uno scontro dove è questione di vittoria e sottomissione». Tra le sue mura, «la follia, volontà perturbata, passione pervertita, deve incontrarvi una volontà retta e delle passioni ortodosse». Il fine è quello del ritorno alla normalità. Di conseguenza, tutte le tecniche e le procedure utilizzate hanno «lo scopo di fare del personaggio medico il "signore della follia": colui che la fa apparire nella sua verità (quando essa è nascosta, sepolta e silenziosa) e colui che la domina, la calma e la riassorbe, dopo averla sapientemente scatenata». Ecco perché l'autore di Pouvoir psychiatrique considera il manicomio un'istituzione di potere, il cui funzionamento necessita assolutamente del «potere medico», il quale «trova le sue garanzie e le sue giustificazioni nei privilegi della conoscenza». Al suo interno, infatti, «la parola del medico acquista un potere più grande della parola di qualsiasi altro» e la legge dell'identità pesa sul malato che è obbligato di riconoscerla in tutto ciò che si dice di lui e in tutta l'anamnesi che si fa della sua vita».
Il potere psichiatrico, dice Foucault, «è una tattica di assoggettamento dei corpi all'interno di una certa fisica del potere, come potere d'intensificazione della realtà, come costituzione d'individui che al contempo ricevono e portano quella realtà». Non a caso, aggiunge, esso si ritrova «ovunque sia necessario far funzionare la realtà come un potere». Così, se si sono visti arrivare «gli psicologi a scuola, in fabbrica, nelle prigioni, nell'esercito», è solo perché essi sono intervenuti «quando queste istituzioni erano obbligate a far funzionare la realtà come un potere o a far valere come realtà il potere che si esercitava al loro interno». Va da sé che simili posizioni, soprattutto in una società come la nostra dove la presenza della psicologia è sempre più diffusa, alimenteranno innumerevoli discussioni dentro e fuori il mondo della psichiatria.
In ogni caso, indagando la nascita del moderno manicomio, Foucault sviluppa e approfondisce una riflessione più ampia sul «sapere-potere» e sulla «società disciplinare», riflessione da cui più tardi nascerà "Sorvegliare e punire", il suo celebre libro sulle prigioni. Non stupisce allora che, all'interno di tale prospettiva, egli si avvicini con interesse al discorso dell'antipsichiatria, di cui parla apertamente nella presentazione scritta del corso (sebbene poi nelle lezioni l'argomento non venga mai affrontato direttamente). Del lavoro di Basaglia, Laing, Cooper e Bernheim, egli sottolinea soprattutto «la lotta dentro e contro l'istituzione». E se la psichiatria classica è caratterizzata da «un rapporto di potere che dà luogo a una conoscenza, la quale di ritorno fonda i diritti di tale potere», l'antipsichiatria, rimettendo in discussione l'istituzione psichiatrica e, demedicalizzando la follia, mina alla base proprio la relazione di sottomissione che lega il paziente al medico e «rimette in discussione il potere del medico di decidere dello stato di salute mentale di un individuo».
Agli occhi di Foucault, la pratica dell'antipsichiatria appare così assai più radicale della psicanalisi, la quale in fin dei conti non farebbe altro che confermare la relazione di potere più volte denunciata. Esprimendo a chiare lettere un giudizio molto negativo sulla disciplina fondata da Freud, l'autore della "Volontà di sapere" e dell'"Uso dei piaceri" sostiene che, sottraendo il pazzo al manicomio, la psicanalisi si limita solo a ricreare uno nuovo spazio più in sintonia coi tempi e più consono alla riproduzione delle relazioni di potere. Affermazioni che naturalmente non piacciono ai molti psicanalisti francesi, i quali, pur riconoscendo l´importanza della "Storia della follia", oggi guardano con grande sospetto il suo autore.
Jacques Lagrange, che ha curato Le pouvoir psychiatrique, fa notare che il corso risente molto del clima teorico-politico dei primi anni Settanta, quando, sulla scorta dei movimenti antiautoritari nati dal '68, in Francia, come nel resto dell´Occidente, veniva rimessa in discussione ogni forma di potere. Ai quei movimenti il filosofo del Collège de France partecipò sempre più spesso, anche a costo di abbandonare alcuni dei suoi progetti di ricerca. Come appunto fu il caso del corso sul potere psichiatrico, con il quale egli «intendeva dare un seguito, su nuove basi, alla "Storia della follia"», un seguito che sarebbe dovuto arrivare fino ai giorni nostri. Il progetto però non si concretizzò mai, giacché in quella fase il filosofo preferì privilegiare le battaglie sul campo. Un motivo in più per apprezzare oggi la pubblicazione di queste lezioni, che Didier Eribon, autore di un'eccellente biografia di Foucault, sulle pagine del Nouvel Observateur, ha definito «d'importanza capitale».
citato al Lunedì
Così negli anni Settanta
INEDITI/ "Le pouvoir psychiatrique" di Michel Foucault, omosessuale e morto di AIDS nel 1984
Assai negativo il giudizio sulla psicoanalisi, a suo avviso fondata su una relazione di potere
Lo studioso guarda con interesse all'antipsichiatria di Basaglia, Laing e Cooper
Pubblicate in Francia le lezioni tenute nel '73 al Collège de France: una sorta di prosieguo della sua celebre opera "Storia della follia"
di FABIO GAMBARO
PARIGI Quando, nel 1970, Michel Foucault entrò al Collège de France, aveva solo quarantatré anni. Nelle aule della prestigiosa istituzione, dove sarebbe rimasto fino al 1984, l'anno della sua scomparsa, egli insegnava «Storia dei sistemi di pensiero» e le sue lezioni erano sempre seguite da un foltissimo pubblico attento e partecipe. All'epoca, infatti, egli era uno degli intellettuali di punta della cultura francese e opere come "Le parole e le cose" o "L'archeologia del sapere" avevano conosciuto un grandissimo successo anche al di fuori della cerchia ristretta degli addetti ai lavori. Nelle aule del Collège de France, dove il pubblico assisteva dal vivo all'elaborazione di un pensiero in divenire, il filosofo ritornò ad occuparsi delle tematiche da cui, nel corso degli anni Cinquanta, erano nati i suoi primi libri: "Malattia mentale e personalità" e, soprattutto, "Storia della follia nell'età classica", che ancora oggi è probabilmente la sua opera più famosa. In particolare, le lezioni che egli tenne tra il 1973 e il 1974, dedicate al «potere psichiatrico», volevano essere la continuazione ideale di quella sua fondamentale «archeologia della follia» che, dopo aver ricostruito il «contesto sociale, morale e immaginario» in cui il folle era stato progressivamente emarginato e bandito dalla società, si era però interrotta all'inizio del XIX secolo, proprio quando la pazzia viene medicalizzata e rinchiusa nei manicomi. Foucault ripartì da lì per far luce sulla nascita della moderna istituzione psichiatrica, una realtà di cui egli sottolinea la presenza diffusa di un potere che si esercita e si definisce attraverso il sapere specifico dei primi medici psichiatri.
Di quel corso fondamentale, delle ricerche dello studioso sullo sfondo dei primi anni Settanta segnati dal successo dell'antipsichiatria, si trova oggi un'eccezionale testimonianza nel volume "Le pouvoir psychiatrique" (Gallimard/Seuil, pagg. 396), che per la prima volta presenta la trascrizione di quelle lezioni, il cui programma è annunciato a chiare lettere fin dalle prime pagine: «Il problema che si pone», dice Fouacault, «è di fare l'analisi di quei rapporti di potere propri della pratica psichiatrica, in quanto essi sono produttori di un certo numero di enunciati che si danno come enunciati legittimi. Così piuttosto che parlare di violenza, preferirei parlare di microfisica del potere; piuttosto che parlare d'istituzione preferirei provare a vedere quali sono le tattiche messe in opera dalle forze che vi si affrontano; piuttosto che parlare di modello familiare o di "apparato di stato", vorrei provare a vedere la strategia dei rapporti e degli scontri che si svolgono all'interno della pratica psichiatrica».
Lo studioso, dunque, più che fare l'analisi dell'istituzione dall'esterno, preferisce indagare dall'interno le "scene" e i "rituali" dell'ospedale psichiatrico, le procedure giuridiche e le pratiche mediche, nel tentativo di far emergere i contorni e la sostanza di quella «pratica disciplinare» che a suo avviso darà luogo agli elementi costitutivi «su cui si costruiranno la teoria e l'istituzione psichiatrica».
A vent'anni di distanza, la parola di Foucault affascina ancora, apre prospettive interessanti e pone interrogativi che fanno molto discutere. Nelle lezioni oggi pubblicate egli s'interroga sulla natura del manicomio, considerato «un luogo di diagnosi e di classificazione», ma anche «uno spazio chiuso per uno scontro dove è questione di vittoria e sottomissione». Tra le sue mura, «la follia, volontà perturbata, passione pervertita, deve incontrarvi una volontà retta e delle passioni ortodosse». Il fine è quello del ritorno alla normalità. Di conseguenza, tutte le tecniche e le procedure utilizzate hanno «lo scopo di fare del personaggio medico il "signore della follia": colui che la fa apparire nella sua verità (quando essa è nascosta, sepolta e silenziosa) e colui che la domina, la calma e la riassorbe, dopo averla sapientemente scatenata». Ecco perché l'autore di Pouvoir psychiatrique considera il manicomio un'istituzione di potere, il cui funzionamento necessita assolutamente del «potere medico», il quale «trova le sue garanzie e le sue giustificazioni nei privilegi della conoscenza». Al suo interno, infatti, «la parola del medico acquista un potere più grande della parola di qualsiasi altro» e la legge dell'identità pesa sul malato che è obbligato di riconoscerla in tutto ciò che si dice di lui e in tutta l'anamnesi che si fa della sua vita».
Il potere psichiatrico, dice Foucault, «è una tattica di assoggettamento dei corpi all'interno di una certa fisica del potere, come potere d'intensificazione della realtà, come costituzione d'individui che al contempo ricevono e portano quella realtà». Non a caso, aggiunge, esso si ritrova «ovunque sia necessario far funzionare la realtà come un potere». Così, se si sono visti arrivare «gli psicologi a scuola, in fabbrica, nelle prigioni, nell'esercito», è solo perché essi sono intervenuti «quando queste istituzioni erano obbligate a far funzionare la realtà come un potere o a far valere come realtà il potere che si esercitava al loro interno». Va da sé che simili posizioni, soprattutto in una società come la nostra dove la presenza della psicologia è sempre più diffusa, alimenteranno innumerevoli discussioni dentro e fuori il mondo della psichiatria.
In ogni caso, indagando la nascita del moderno manicomio, Foucault sviluppa e approfondisce una riflessione più ampia sul «sapere-potere» e sulla «società disciplinare», riflessione da cui più tardi nascerà "Sorvegliare e punire", il suo celebre libro sulle prigioni. Non stupisce allora che, all'interno di tale prospettiva, egli si avvicini con interesse al discorso dell'antipsichiatria, di cui parla apertamente nella presentazione scritta del corso (sebbene poi nelle lezioni l'argomento non venga mai affrontato direttamente). Del lavoro di Basaglia, Laing, Cooper e Bernheim, egli sottolinea soprattutto «la lotta dentro e contro l'istituzione». E se la psichiatria classica è caratterizzata da «un rapporto di potere che dà luogo a una conoscenza, la quale di ritorno fonda i diritti di tale potere», l'antipsichiatria, rimettendo in discussione l'istituzione psichiatrica e, demedicalizzando la follia, mina alla base proprio la relazione di sottomissione che lega il paziente al medico e «rimette in discussione il potere del medico di decidere dello stato di salute mentale di un individuo».
Agli occhi di Foucault, la pratica dell'antipsichiatria appare così assai più radicale della psicanalisi, la quale in fin dei conti non farebbe altro che confermare la relazione di potere più volte denunciata. Esprimendo a chiare lettere un giudizio molto negativo sulla disciplina fondata da Freud, l'autore della "Volontà di sapere" e dell'"Uso dei piaceri" sostiene che, sottraendo il pazzo al manicomio, la psicanalisi si limita solo a ricreare uno nuovo spazio più in sintonia coi tempi e più consono alla riproduzione delle relazioni di potere. Affermazioni che naturalmente non piacciono ai molti psicanalisti francesi, i quali, pur riconoscendo l´importanza della "Storia della follia", oggi guardano con grande sospetto il suo autore.
Jacques Lagrange, che ha curato Le pouvoir psychiatrique, fa notare che il corso risente molto del clima teorico-politico dei primi anni Settanta, quando, sulla scorta dei movimenti antiautoritari nati dal '68, in Francia, come nel resto dell´Occidente, veniva rimessa in discussione ogni forma di potere. Ai quei movimenti il filosofo del Collège de France partecipò sempre più spesso, anche a costo di abbandonare alcuni dei suoi progetti di ricerca. Come appunto fu il caso del corso sul potere psichiatrico, con il quale egli «intendeva dare un seguito, su nuove basi, alla "Storia della follia"», un seguito che sarebbe dovuto arrivare fino ai giorni nostri. Il progetto però non si concretizzò mai, giacché in quella fase il filosofo preferì privilegiare le battaglie sul campo. Un motivo in più per apprezzare oggi la pubblicazione di queste lezioni, che Didier Eribon, autore di un'eccellente biografia di Foucault, sulle pagine del Nouvel Observateur, ha definito «d'importanza capitale».
a proposito de "La danza del drago giallo":
un'intervista a Domenico Fargnoli
una segnalazione di Mentore Riccio
Il Cittadino Oggi (di Siena) venerdì 5 dicembre 2003
Psichiatria e Arte, la realtà non consapevole dell'uomo
di Rosa Franca Cigliano
Questa sera alle 21.30 la Sala degli Specchi dell’Accademia dei Rozzi ospiterà la presentazione del libro “La danza del drago giallo” che Domenico Fargnoli, psichiatra, ha realizzato in collaborazione con la Liit (Lega Italiana di Improvvisazione Teatrale) e l’Associazione culturale “Senza Ragione” di Siena (www.senzaragione.it).
L’evento assumerà un carattere multimediale (saranno infatti esposte alcune delle sculture realizzate da Fargnoli e alla presentazione del libro seguirà la proiezione di un video sceneggiato dallo stesso autore) e si parlerà di una ricerca che ha come filo conduttore la relazione e le possibili interazioni fra due discipline, Arte e Psichiatria, entrambe connesse all’irrazionale, alla realtà non consapevole dell’uomo.
Fargnoli, come è nata “La danza del drago giallo”?
Il libro riassume una lunga ricerca che ha avuto una svolta nel 1998, quando su ‘istigazione’ dell’attrice Daniela Morozzi scrissi un testo teatrale intitolato “Una notte d’amore”. La ricerca è quindi scaturita dalla risposta alla richiesta di una donna che ha portato alla nascita di una forma di collaborazione artistica.
Si tratta quindi di un’esigenza narrativa che in qualche modo è scaturita da rapporti nati nell’ambito della sua professione?
Sono psichiatra e mi occupo in particolare di psicoterapia di gruppo. Nell’ambito di questo lavoro si è verificata un’evoluzione psichica delle persone con cui sono venuto in contatto e forse una trasformazione del rapporto che ha portato, in tempi recenti, anche a forme di collaborazione artistica. D’altra parte, l’interesse per la realtà psichica dell’uomo e la mia stessa formazione professionale -nell’ambito dell’analisi collettiva dello psichiatra Massimo Fagioli- mi hanno portato, nel corso del tempo, a considerare l’inevitabilità di stabilire un nesso fra Psichiatria ed Arte. Le esigenze della clinica nella cura della malattia mentale inducono a ritenere insufficienti le letture e le conoscenze di tipo solo specialistico, poiché nel rapporto con i pazienti interviene un elemento intuitivo, di fantasia che si può pensare possa essere affine ad una capacità artistica. Lo psichiatra è continuamente cimentato a cogliere nella relazione con i pazienti qualcosa di nuovo. E’ stato così che l’esigenza narrativa si è manifestata, quasi una richiesta di trasformare quell’elemento di creatività che la cura implica in un vero e proprio linguaggio artistico che raccontasse la storia di un rapporto attraverso immagini e parole più adatte ad esprimere una comunicazione emozionale.
Nel suo libro si leggono molte riflessioni critiche rispetto a quello che sembra essere ormai un canone della nostra cultura, ossia la coppia “genio e follia”…
La storia del rapporto fra Psichiatria e Arte è molto complessa. Intorno agli anni Venti del 900 la riflessione si incentra sul rapporto fra arte e schizofrenia, stabilendo l’equivoco di una possibile funzione positiva della malattia. Fu addirittura coniato il concetto di creatività dello schizofrenico, un concetto del tutto fuorviante perché lo schizofrenico al massimo tende ad una produttività generica. La creatività è invece l’emergere di una immagine nuova, originale, che all’inizio può destare sconcerto e anche scandalo – come le Demoiselles d’Avignon di Picasso –ma che presto o tardi è riconosciuta socialmente perché corrisponde ad una ricerca che si inserisce in un processo storico. La produttività schizofrenica è al contrario un rituale masturbatorio, un isolamento, come quello del pittore-parricida Richard Dadd che, verso la metà dell’800, trascorse nove lunghi anni a perfezionare un piccolo dipinto di fate. Psichiatria ed Arte hanno spesso tentato di dialogare ma si è trattato di un dialogo fra sordi: da una parte c’era l’incapacità a teorizzare la sanità dell’inconscio e dall’altra c’era l’artista che entrava intuitivamente nel mondo irrazionale senza averne conoscenza rischiando talvolta sino alla malattia e alla distruzione fisica. Il fatto che oggi esista una Psichiatria capace di penetrare l’irrazionale consente la nascita di un’arte nuova nei contenuti, nelle modalità di collaborazione e nelle forme espressive. Definendo l’identità dello psichiatra si delinea anche la possibilità di definire un’identità artistica storicamente nuova.
Ma l’arte è in grado di curare?
Per la cura è necessaria una teoria, una conoscenza esatta della fisiopatologia della mente ed un setting rigoroso che prevede l’interpretazione verbale e la frustrazione degli elementi di negatività del soggetto.
In conclusione, vorrei chiederle del titolo del suo libro.
L’immagine del drago giallo è l’immagine di una folla che si snoda come un grande serpente ed in questo senso rimanda, attraverso una serie di nessi che sarebbe complesso esplicitare, alla storia della mia formazione professionale.
Nella tradizione cinese la danza del drago è una danza collettiva in cui acrobati animano la figura di un drago, conferendo a questa maschera gigantesca una parvenza di vita. Ma la danza del drago giallo fa anche riferimento ad una leggenda cinese che narra dell’invenzione della scrittura datata a circa 4500 ani fa: un drago uscendo dal Fiume Giallo fece all’imperatore il dono della scrittura. Anche se espresso nei caratteri dell’alfabeto alfabeto fonetico il titolo è come un ideogramma in cui si uniscono più immagini e significati.
Il Cittadino Oggi (di Siena) venerdì 5 dicembre 2003
Psichiatria e Arte, la realtà non consapevole dell'uomo
di Rosa Franca Cigliano
Questa sera alle 21.30 la Sala degli Specchi dell’Accademia dei Rozzi ospiterà la presentazione del libro “La danza del drago giallo” che Domenico Fargnoli, psichiatra, ha realizzato in collaborazione con la Liit (Lega Italiana di Improvvisazione Teatrale) e l’Associazione culturale “Senza Ragione” di Siena (www.senzaragione.it).
L’evento assumerà un carattere multimediale (saranno infatti esposte alcune delle sculture realizzate da Fargnoli e alla presentazione del libro seguirà la proiezione di un video sceneggiato dallo stesso autore) e si parlerà di una ricerca che ha come filo conduttore la relazione e le possibili interazioni fra due discipline, Arte e Psichiatria, entrambe connesse all’irrazionale, alla realtà non consapevole dell’uomo.
Fargnoli, come è nata “La danza del drago giallo”?
Il libro riassume una lunga ricerca che ha avuto una svolta nel 1998, quando su ‘istigazione’ dell’attrice Daniela Morozzi scrissi un testo teatrale intitolato “Una notte d’amore”. La ricerca è quindi scaturita dalla risposta alla richiesta di una donna che ha portato alla nascita di una forma di collaborazione artistica.
Si tratta quindi di un’esigenza narrativa che in qualche modo è scaturita da rapporti nati nell’ambito della sua professione?
Sono psichiatra e mi occupo in particolare di psicoterapia di gruppo. Nell’ambito di questo lavoro si è verificata un’evoluzione psichica delle persone con cui sono venuto in contatto e forse una trasformazione del rapporto che ha portato, in tempi recenti, anche a forme di collaborazione artistica. D’altra parte, l’interesse per la realtà psichica dell’uomo e la mia stessa formazione professionale -nell’ambito dell’analisi collettiva dello psichiatra Massimo Fagioli- mi hanno portato, nel corso del tempo, a considerare l’inevitabilità di stabilire un nesso fra Psichiatria ed Arte. Le esigenze della clinica nella cura della malattia mentale inducono a ritenere insufficienti le letture e le conoscenze di tipo solo specialistico, poiché nel rapporto con i pazienti interviene un elemento intuitivo, di fantasia che si può pensare possa essere affine ad una capacità artistica. Lo psichiatra è continuamente cimentato a cogliere nella relazione con i pazienti qualcosa di nuovo. E’ stato così che l’esigenza narrativa si è manifestata, quasi una richiesta di trasformare quell’elemento di creatività che la cura implica in un vero e proprio linguaggio artistico che raccontasse la storia di un rapporto attraverso immagini e parole più adatte ad esprimere una comunicazione emozionale.
Nel suo libro si leggono molte riflessioni critiche rispetto a quello che sembra essere ormai un canone della nostra cultura, ossia la coppia “genio e follia”…
La storia del rapporto fra Psichiatria e Arte è molto complessa. Intorno agli anni Venti del 900 la riflessione si incentra sul rapporto fra arte e schizofrenia, stabilendo l’equivoco di una possibile funzione positiva della malattia. Fu addirittura coniato il concetto di creatività dello schizofrenico, un concetto del tutto fuorviante perché lo schizofrenico al massimo tende ad una produttività generica. La creatività è invece l’emergere di una immagine nuova, originale, che all’inizio può destare sconcerto e anche scandalo – come le Demoiselles d’Avignon di Picasso –ma che presto o tardi è riconosciuta socialmente perché corrisponde ad una ricerca che si inserisce in un processo storico. La produttività schizofrenica è al contrario un rituale masturbatorio, un isolamento, come quello del pittore-parricida Richard Dadd che, verso la metà dell’800, trascorse nove lunghi anni a perfezionare un piccolo dipinto di fate. Psichiatria ed Arte hanno spesso tentato di dialogare ma si è trattato di un dialogo fra sordi: da una parte c’era l’incapacità a teorizzare la sanità dell’inconscio e dall’altra c’era l’artista che entrava intuitivamente nel mondo irrazionale senza averne conoscenza rischiando talvolta sino alla malattia e alla distruzione fisica. Il fatto che oggi esista una Psichiatria capace di penetrare l’irrazionale consente la nascita di un’arte nuova nei contenuti, nelle modalità di collaborazione e nelle forme espressive. Definendo l’identità dello psichiatra si delinea anche la possibilità di definire un’identità artistica storicamente nuova.
Ma l’arte è in grado di curare?
Per la cura è necessaria una teoria, una conoscenza esatta della fisiopatologia della mente ed un setting rigoroso che prevede l’interpretazione verbale e la frustrazione degli elementi di negatività del soggetto.
In conclusione, vorrei chiederle del titolo del suo libro.
L’immagine del drago giallo è l’immagine di una folla che si snoda come un grande serpente ed in questo senso rimanda, attraverso una serie di nessi che sarebbe complesso esplicitare, alla storia della mia formazione professionale.
Nella tradizione cinese la danza del drago è una danza collettiva in cui acrobati animano la figura di un drago, conferendo a questa maschera gigantesca una parvenza di vita. Ma la danza del drago giallo fa anche riferimento ad una leggenda cinese che narra dell’invenzione della scrittura datata a circa 4500 ani fa: un drago uscendo dal Fiume Giallo fece all’imperatore il dono della scrittura. Anche se espresso nei caratteri dell’alfabeto alfabeto fonetico il titolo è come un ideogramma in cui si uniscono più immagini e significati.
Piero Fassino continua a fare interessanti rivelazioni sul proprio pensiero
Dopo aver comunicato a tutti in una intervista a Repubblica pochi giorni fa (inserita in questo blog alla data del 6.12.03) di aver studiato dai gesuiti e di essere un credente ("non sono né ateo, né agnostico"), il segretario dei Democratici di Sinistra, con una lettera aperta sulla prima pagina de L'Unità di oggi, 9 dicembre, dichiara la propria fede anche nella neuropsichiatria di impostazione freudiana del Prof. Giovanni Bollea, autore, fra l'altro, del celebre "Le madri non sbagliano mai" edito da Feltrinelli, ringraziandolo caldamente per il suo lavoro teorico, nell'occasione degli auguri per il suo novantesimo compleanno... ai quali, comunque, pur privi di quella fede, naturalmente ci associamo...
Il Prof. Giovanni Bollea, nato a Cigliano nel 1913 è considerato l'innovatore della neuropsichiatria infantile italiana del dopoguerra: formatosi a Losanna, Parigi e Londra, è professore emerito presso l'Università "La Sapienza" di Roma, dove tuttora vive e lavora. Fondatore e direttore dell'Istituto di neuropsichiatria infantile di via dei Sabelli, primo presidente della società italiana di neuropsichiatria infantile (Sinpi), ha inoltre ricoperto i più prestigiosi incarichi della specialità in campo internazionale
Giovanni Bollea, Le madri non sbagliano mai Editore: Feltrinelli 1999
Lit.12586 Eur. 6,50 Universale Economica Feltrinelli, in commercio
L'Unità 8.12.03
Ci ha insegnato a prendere sul serio i nostri figli.
Ai 90 anni di Giovanni Bollea
di Piero Fassino
Caro Giovanni,
scrivere una lettera di auguri per i tuoi 90 anni è per me motivo di gioia: per le nostre comune radici di piemontesi trapiantati a Roma, per i comuni ideali politici in cui entrambi crediamo, per quel comune modo di essere schivo e un po' ritroso, a cui persino il nostro fisico, alto magro e secco, allude.
Ma soprattutto mi piace scriverti per esprimere la gratitudine immensa che tutti ti dobbiamo per la straordinaria lezione di umanità e di amore che hai trasmesso alle generazioni che ti hanno seguito; a tanti papà, mamme, nonne, zie che grazie a te hanno amato meglio i piccoli; a educatori, insegnanti, operatori che tutti hanno imparato da te a guardare i bambini non solo con gli occhi degli adulti.
Grazie per averci insegato che non c'è foresta più indispensabili al respiro del pianeta di quella costituita dai bambini, piccoli alberi che debbono crescere, sostenuti e protetti, all'ombra dei grandi vecchi alberi, per ereditarne la forza, l'esperienza, la testimonianza, il senso della storia e la voglia di continuare Grazie per averci educato a considerare un bambino come una persona fin dalla più tenera età e, soprattutto ad, ad ascoltare i bambini, le loro domande, le loro sofferenze, i loro bisogni; a «prenderli sul serio» e da lì partire per assicurare anche ai più piccoli diritti. E grazie per averci insegnato che si è adulti più maturi se si è stati bambini amati e che non spegnere il sorriso di un bambino, è il modo più concreto con cui noi adulti possiamo batterci perché il mondo sia più giusto, più libero, più umano.
Auguri, caro professor Bollea, maestro dei bambini, maestro di tutti noi!
Con affetto, un grande abbraccio
Piero Fassino
Il Prof. Giovanni Bollea, nato a Cigliano nel 1913 è considerato l'innovatore della neuropsichiatria infantile italiana del dopoguerra: formatosi a Losanna, Parigi e Londra, è professore emerito presso l'Università "La Sapienza" di Roma, dove tuttora vive e lavora. Fondatore e direttore dell'Istituto di neuropsichiatria infantile di via dei Sabelli, primo presidente della società italiana di neuropsichiatria infantile (Sinpi), ha inoltre ricoperto i più prestigiosi incarichi della specialità in campo internazionale
Giovanni Bollea, Le madri non sbagliano mai Editore: Feltrinelli 1999
Lit.12586 Eur. 6,50 Universale Economica Feltrinelli, in commercio
L'Unità 8.12.03
Ci ha insegnato a prendere sul serio i nostri figli.
Ai 90 anni di Giovanni Bollea
di Piero Fassino
Caro Giovanni,
scrivere una lettera di auguri per i tuoi 90 anni è per me motivo di gioia: per le nostre comune radici di piemontesi trapiantati a Roma, per i comuni ideali politici in cui entrambi crediamo, per quel comune modo di essere schivo e un po' ritroso, a cui persino il nostro fisico, alto magro e secco, allude.
Ma soprattutto mi piace scriverti per esprimere la gratitudine immensa che tutti ti dobbiamo per la straordinaria lezione di umanità e di amore che hai trasmesso alle generazioni che ti hanno seguito; a tanti papà, mamme, nonne, zie che grazie a te hanno amato meglio i piccoli; a educatori, insegnanti, operatori che tutti hanno imparato da te a guardare i bambini non solo con gli occhi degli adulti.
Grazie per averci insegato che non c'è foresta più indispensabili al respiro del pianeta di quella costituita dai bambini, piccoli alberi che debbono crescere, sostenuti e protetti, all'ombra dei grandi vecchi alberi, per ereditarne la forza, l'esperienza, la testimonianza, il senso della storia e la voglia di continuare Grazie per averci educato a considerare un bambino come una persona fin dalla più tenera età e, soprattutto ad, ad ascoltare i bambini, le loro domande, le loro sofferenze, i loro bisogni; a «prenderli sul serio» e da lì partire per assicurare anche ai più piccoli diritti. E grazie per averci insegnato che si è adulti più maturi se si è stati bambini amati e che non spegnere il sorriso di un bambino, è il modo più concreto con cui noi adulti possiamo batterci perché il mondo sia più giusto, più libero, più umano.
Auguri, caro professor Bollea, maestro dei bambini, maestro di tutti noi!
Con affetto, un grande abbraccio
Piero Fassino
un appello contro la nuova legge
in materia di procreazione assistita
La Repubblica 9 dicembre 2003
L'APPELLO
Intellettuali contro la legge
"E' inaccettabile e immorale"
Pubblichiamo l'appello rivolto da una serie di personalità della scienza e della cultura, contrarie alla nuova legge in materia di procreazione assistita.
"Riteniamo doveroso affermare che la normativa in discussione al Senato sulla procreazione medicalmente assistita è inaccettabile e immorale: se approvata, violerebbe il diritto delle cittadine e dei cittadini di formare una famiglia secondo i loro valori e le loro più profonde convinzioni, nonché il diritto di essere liberi di scegliere se avere o non avere figli, quanti averne, quando averli e come averli, anche ricorrendo all'assistenza medica.
La libertà riproduttiva è un valore definitivamente consolidato dalla crescita civile di un'Italia che, anche grazie ai referendum sul divorzio e sull'aborto, ha raggiunto nuova maturità.
Siamo a dir poco stupefatti nel constatare che il progetto di legge in discussione al Senato costituisce un radicale attacco alla crescita civile del nostro paese: anziché affidare le scelte sulla prole alla responsabilità delle persone, impone divieti e forti limitazioni prevedendo sanzioni ispirate spesso a una concezione inutilmente crudele della pena.
Alcuni di questi divieti (come quello di diagnosi pre-impianto con l'obbligo di reinserimento in utero di tutti gli embrioni formati), stupefacenti dal punto di vista scientifico e ripugnanti dal punto di vista morale, verrebbero ad incidere sulla salute e sul benessere dei bambini che nasceranno per mezzo della fecondazione assistita. Alcune delle restrizioni poste renderebbero di fatto le donne fruitrici della cura della sterilità cittadine di secondo ordine.
L'approvazione del progetto di legge costituirebbe una sconfitta per tutti: per i cattolici che, richiedendo e approvando una legge che ammette la fecondazione artificiale, ne riconoscerebbero implicitamente la legittimità tradendo il principio d'inscindibilità tra vita sessuale e vita riproduttiva; per i laici, che vedrebbero fortemente limitata la libertà personale dalla volontà di una maggioranza parlamentare; per lo Stato che verrebbe ferito nel principio fondante della laicità e che, approvando la legge cattolica auspicata dallo stesso Pontefice, ricostruirebbe antichi steccati alimentando vecchie e nuove tensioni.
Auspichiamo che - dopo matura e libera riflessione - anche i senatori giungano a queste stesse conclusioni: noi rispettiamo la loro libertà di coscienza, ma chiediamo loro di non usarla per coartare quella di milioni di italiani approvando una legge che, invece di garantire pace e convivenza fra le diverse componenti della nostra società, verrebbe ad espropriare le cittadine e i cittadini della libertà di procreare, mutilandone i progetti di vita".
Firmatari: Gilda Ferrando, Carlo Flamigni (membro del Comitato nazionale di bioetica), Antonino Forabosco, Eugenio Lecaldano, Rita Levi Montalcini (membro Cnb), Maurizio Mori, Piero Musiani, Demetrio Neri (membro Cnb), Alberto Piazza (membro Cnb), Valerio Pocar (presidente della Consulta di bioetica), Annalisa Silvestro (membro Cnb), Tullia Zevi (membro Cnb).
L'APPELLO
Intellettuali contro la legge
"E' inaccettabile e immorale"
Pubblichiamo l'appello rivolto da una serie di personalità della scienza e della cultura, contrarie alla nuova legge in materia di procreazione assistita.
"Riteniamo doveroso affermare che la normativa in discussione al Senato sulla procreazione medicalmente assistita è inaccettabile e immorale: se approvata, violerebbe il diritto delle cittadine e dei cittadini di formare una famiglia secondo i loro valori e le loro più profonde convinzioni, nonché il diritto di essere liberi di scegliere se avere o non avere figli, quanti averne, quando averli e come averli, anche ricorrendo all'assistenza medica.
La libertà riproduttiva è un valore definitivamente consolidato dalla crescita civile di un'Italia che, anche grazie ai referendum sul divorzio e sull'aborto, ha raggiunto nuova maturità.
Siamo a dir poco stupefatti nel constatare che il progetto di legge in discussione al Senato costituisce un radicale attacco alla crescita civile del nostro paese: anziché affidare le scelte sulla prole alla responsabilità delle persone, impone divieti e forti limitazioni prevedendo sanzioni ispirate spesso a una concezione inutilmente crudele della pena.
Alcuni di questi divieti (come quello di diagnosi pre-impianto con l'obbligo di reinserimento in utero di tutti gli embrioni formati), stupefacenti dal punto di vista scientifico e ripugnanti dal punto di vista morale, verrebbero ad incidere sulla salute e sul benessere dei bambini che nasceranno per mezzo della fecondazione assistita. Alcune delle restrizioni poste renderebbero di fatto le donne fruitrici della cura della sterilità cittadine di secondo ordine.
L'approvazione del progetto di legge costituirebbe una sconfitta per tutti: per i cattolici che, richiedendo e approvando una legge che ammette la fecondazione artificiale, ne riconoscerebbero implicitamente la legittimità tradendo il principio d'inscindibilità tra vita sessuale e vita riproduttiva; per i laici, che vedrebbero fortemente limitata la libertà personale dalla volontà di una maggioranza parlamentare; per lo Stato che verrebbe ferito nel principio fondante della laicità e che, approvando la legge cattolica auspicata dallo stesso Pontefice, ricostruirebbe antichi steccati alimentando vecchie e nuove tensioni.
Auspichiamo che - dopo matura e libera riflessione - anche i senatori giungano a queste stesse conclusioni: noi rispettiamo la loro libertà di coscienza, ma chiediamo loro di non usarla per coartare quella di milioni di italiani approvando una legge che, invece di garantire pace e convivenza fra le diverse componenti della nostra società, verrebbe ad espropriare le cittadine e i cittadini della libertà di procreare, mutilandone i progetti di vita".
Firmatari: Gilda Ferrando, Carlo Flamigni (membro del Comitato nazionale di bioetica), Antonino Forabosco, Eugenio Lecaldano, Rita Levi Montalcini (membro Cnb), Maurizio Mori, Piero Musiani, Demetrio Neri (membro Cnb), Alberto Piazza (membro Cnb), Valerio Pocar (presidente della Consulta di bioetica), Annalisa Silvestro (membro Cnb), Tullia Zevi (membro Cnb).
religione e Stato: Europa e Islam
www.cafebabel.com 09.12.03
"L’Europa sta confondendo Stato e Chiesa"
Intervista al professor Mahmoud Salem Elsheikh, studioso dell’Islam, che spiega perché è l'Europa, e non l'Islam, ad aver dimenticato l'importanza della separazione tra religione e politica.
(Mahmoud Salem Elsheikh è studioso dell’Islam, docente di Filologia all’Università di Firenze e responsabile di ricerca del C.N.R.)
Professore Elsheikh, che cosa sta succedendo in Europa tra Stato e religione?
E’ evidente una sovrapposizione di poteri. Prendiamo l’Italia. Monsignor Ruini, durante l’omelia nella chiesa di San Paolo per i morti italiani di Nassiriya, si è permesso di parlare in nome del Parlamento del popolo italiano; poco tempo prima il Presidente della Repubblica Ciampi ha indicato nel crocifisso un simbolo della nazione. Ma il crocifisso non dovrebbe rappresentare la Salvezza dell’uomo? Tutto ciò non fa chiarezza. Nel mondo occidentale c’è molta confusione, più che in quello arabo. Del resto basti pensare che il capo della Chiesa anglicana rimane il Re d’Inghilterra, o che in Danimarca i monarchi sono ancora i capi della Chiesa.
E l’Islam?
L’Islam è accusato di sovrapporre i due elementi (stato e religione). Si dimentica però che nella religione musulmana non esiste una chiesa, non esiste una struttura gerarchica tipo quella ecclesiastica che presenti persone rivestite di carattere sacro al cui vertice sta un capo supremo, “il Papa infallibile” con la funzione di moderatore del corpo ecclesiastico ed autorità che decide in ultima istanza. Nell’Islam non ci sono sacramenti, chiunque può attendere alla pratica rituale, basta abbia dimestichezza con il rito. Non ci sono ministri del culto. Durante le cerimonie, ad esempio la preghiera del Venerdì, può presiedere un credente qualsiasi, basta che sappia come si fa. Un clero distinto dal laicato, come nelle chiese cristiane, non esiste.
E come si pone allora la religione musulmana di fronte alla laicità?
Non esiste laicità. Spesso si parla di Islam “laico” da opporre ad un Islam religioso. Ma siccome non c’è un aspetto religioso distinto non c’è neanche opposizione. A cosa si dovrebbe opporre? Quello che erroneamente si definisce “clero islamico” non è altro che l’insieme delle persone incaricate, anche in modo permanente, in funzione puramente amministrativa e di manutenzione delle moschee dove esercitano questa professione come dipendenti dell’ente moschea.
Chi è allora l’Imam di Carmagnola?
Il sedicente Imam di Carmagnola, da poco espulso dal governo italiano (per turbativa dell’ordine pubblico e pericolo per la sicurezza dello stato ndr) con il plauso dell’opposizione, non è che un’invenzione. Dal momento che nell’Islam non esiste clero, non esistono guide, mi pare di ravvisare che dietro la pretesa di qualcuno di autonominarsi “Imam” si nasconde in realtà la volontà, da parte di convertiti all’Islam, di crearsi una struttura analoga alla struttura della religione di provenienza (il cristianesimo). Vogliono cristianizzare l’Islam creando così un “Islam sui generis”, quello che appunto chiamano “Islam italiano”.
Quanto è incisiva la strumentalizzazione di questi episodi da parte dei mass-media?
In questa situazione di incertezza dell’identità europea, sviluppatasi in seguito alla scomparsa del pericolo numero uno, il nemico comunista, l’occidente rispolvera il vecchio nemico, l’Islam. In questo momento di timore per la minaccia islamica, entrano in azione i media a difesa della cristianità, indicata come radice e valore dell’occidente; media che non fanno fatica ad ospitare nei talk-show personaggi inventati, costruiti, tipo Adel Smith (colui che ha chiesto la rimozione del crocifisso da un’aula scolastica ndr) o il sedicente Imam di Carmagnola, pur di mostrare all’opinione pubblica il volto fondamentalista dell’Islam. E questo è un disegno volto a dimostrare l’assurda tesi dell’incompatibilità dell’Islam con la modernità.
Alcuni Stati, come Italia, Spagna e Polonia, vorrebbero inserire il riferimento alle “radici cristiano-giudaiche” nella futura costituzione europea. Cosa ne pensa?
E’ soprattutto l’Italia che le vuole inserire. Comunque bisogna fare una distinzione tra radici e cultura perché le tre religioni monoteiste, piuttosto contese dalla sfera pubblica europea, affondano le proprie radici nel martoriato Medio Oriente, non in Europa. Così come, dal punto di vista culturale, ignora il ruolo della cultura greca nella costruzione europea, cultura greca diffusasi anche attraverso la presenza arabo-islamica in Europa, basti pensare che Aristotele è conosciuto dagli europei grazie agli arabi.
Professore, negli ultimi giorni la Turchia è stata presa d’assalto dai terroristi. Come vede la situazione dell’unico paese “laico” del mondo arabo e soprattutto, crede che la Turchia aderirà un giorno all’Unione Europea?
A me pare che non la vogliano far entrare. Questo perché si rendono completamente conto della situazione anomala della Turchia. Lo hanno detto già a chiare lettere Francia, Germania e Svezia. Non è solo per motivi demografici o economici ma anche per la sua organizzazione dello Stato e della società. Io non sono contrario all’ingresso della Turchia, gli europei lo sono. Si decanta il laicismo della Turchia dimenticando però che questa “democrazia” attraverso l’art.5 della costituzione consegna nelle mani dell’esercito, di una dittatura militare, il proprio destino democratico. In ogni caso non è l’elemento religioso che ostacola l’adesione turca, ci sono difficoltà di altro genere, non basta proibire la pena di morte o impedire alle donne di portare in testa il foulard, non previsto del resto da nessuna regola islamica, per veder “promossa” la Turchia.
Una domanda che credo in molti le vorrebbero porre, ma l’Islam può coincidere con la democrazia?
L’Islam è nato per la democrazia! Bisogna gridarlo ad alta voce. La prima scissione politica del partito di Alì, il genero del Profeta, segna proprio il momento cruciale della democrazia islamica. Alì pretendeva la continuità della famiglia del Profeta, mentre la maggioranza ha preteso ed ottenuto che la nomina del Califfo debba avvenire per libere elezioni. Che poi nei paesi a maggioranza musulmana la pratica della democrazia è sconosciuta non è certo colpa dell’Islam. Quasi la totalità dei paesi a maggioranza islamica, dopo la caduta dell’impero ottomano nel 1924, hanno conosciuto un’occupazione militare delle potenze coloniali durata fino a mezzo secolo fa. Potenze coloniali che continuano, per il loro dominio economico, culturale e militare, ad insediare in questi paesi dittature militari che garantiscono i loro interessi. L’Islam non c’entra nulla. Forse non sarebbe male che l’Europa si facesse un esame di coscienza e si chiedesse cosa ha fatto negli ultimi cinquant’anni oltre ad aprirsi i mercati delle armi e di ogni altro genere di merce, impedendo ogni via di sviluppo e soffocando ogni tentativo di rivendicazione di indipendenza che avrebbe portato ad una vera democrazia nei paesi dell’altra linea del mediterraneo.
Marco Sabatini - Roma - 8.12.2003
"L’Europa sta confondendo Stato e Chiesa"
Intervista al professor Mahmoud Salem Elsheikh, studioso dell’Islam, che spiega perché è l'Europa, e non l'Islam, ad aver dimenticato l'importanza della separazione tra religione e politica.
(Mahmoud Salem Elsheikh è studioso dell’Islam, docente di Filologia all’Università di Firenze e responsabile di ricerca del C.N.R.)
Professore Elsheikh, che cosa sta succedendo in Europa tra Stato e religione?
E’ evidente una sovrapposizione di poteri. Prendiamo l’Italia. Monsignor Ruini, durante l’omelia nella chiesa di San Paolo per i morti italiani di Nassiriya, si è permesso di parlare in nome del Parlamento del popolo italiano; poco tempo prima il Presidente della Repubblica Ciampi ha indicato nel crocifisso un simbolo della nazione. Ma il crocifisso non dovrebbe rappresentare la Salvezza dell’uomo? Tutto ciò non fa chiarezza. Nel mondo occidentale c’è molta confusione, più che in quello arabo. Del resto basti pensare che il capo della Chiesa anglicana rimane il Re d’Inghilterra, o che in Danimarca i monarchi sono ancora i capi della Chiesa.
E l’Islam?
L’Islam è accusato di sovrapporre i due elementi (stato e religione). Si dimentica però che nella religione musulmana non esiste una chiesa, non esiste una struttura gerarchica tipo quella ecclesiastica che presenti persone rivestite di carattere sacro al cui vertice sta un capo supremo, “il Papa infallibile” con la funzione di moderatore del corpo ecclesiastico ed autorità che decide in ultima istanza. Nell’Islam non ci sono sacramenti, chiunque può attendere alla pratica rituale, basta abbia dimestichezza con il rito. Non ci sono ministri del culto. Durante le cerimonie, ad esempio la preghiera del Venerdì, può presiedere un credente qualsiasi, basta che sappia come si fa. Un clero distinto dal laicato, come nelle chiese cristiane, non esiste.
E come si pone allora la religione musulmana di fronte alla laicità?
Non esiste laicità. Spesso si parla di Islam “laico” da opporre ad un Islam religioso. Ma siccome non c’è un aspetto religioso distinto non c’è neanche opposizione. A cosa si dovrebbe opporre? Quello che erroneamente si definisce “clero islamico” non è altro che l’insieme delle persone incaricate, anche in modo permanente, in funzione puramente amministrativa e di manutenzione delle moschee dove esercitano questa professione come dipendenti dell’ente moschea.
Chi è allora l’Imam di Carmagnola?
Il sedicente Imam di Carmagnola, da poco espulso dal governo italiano (per turbativa dell’ordine pubblico e pericolo per la sicurezza dello stato ndr) con il plauso dell’opposizione, non è che un’invenzione. Dal momento che nell’Islam non esiste clero, non esistono guide, mi pare di ravvisare che dietro la pretesa di qualcuno di autonominarsi “Imam” si nasconde in realtà la volontà, da parte di convertiti all’Islam, di crearsi una struttura analoga alla struttura della religione di provenienza (il cristianesimo). Vogliono cristianizzare l’Islam creando così un “Islam sui generis”, quello che appunto chiamano “Islam italiano”.
Quanto è incisiva la strumentalizzazione di questi episodi da parte dei mass-media?
In questa situazione di incertezza dell’identità europea, sviluppatasi in seguito alla scomparsa del pericolo numero uno, il nemico comunista, l’occidente rispolvera il vecchio nemico, l’Islam. In questo momento di timore per la minaccia islamica, entrano in azione i media a difesa della cristianità, indicata come radice e valore dell’occidente; media che non fanno fatica ad ospitare nei talk-show personaggi inventati, costruiti, tipo Adel Smith (colui che ha chiesto la rimozione del crocifisso da un’aula scolastica ndr) o il sedicente Imam di Carmagnola, pur di mostrare all’opinione pubblica il volto fondamentalista dell’Islam. E questo è un disegno volto a dimostrare l’assurda tesi dell’incompatibilità dell’Islam con la modernità.
Alcuni Stati, come Italia, Spagna e Polonia, vorrebbero inserire il riferimento alle “radici cristiano-giudaiche” nella futura costituzione europea. Cosa ne pensa?
E’ soprattutto l’Italia che le vuole inserire. Comunque bisogna fare una distinzione tra radici e cultura perché le tre religioni monoteiste, piuttosto contese dalla sfera pubblica europea, affondano le proprie radici nel martoriato Medio Oriente, non in Europa. Così come, dal punto di vista culturale, ignora il ruolo della cultura greca nella costruzione europea, cultura greca diffusasi anche attraverso la presenza arabo-islamica in Europa, basti pensare che Aristotele è conosciuto dagli europei grazie agli arabi.
Professore, negli ultimi giorni la Turchia è stata presa d’assalto dai terroristi. Come vede la situazione dell’unico paese “laico” del mondo arabo e soprattutto, crede che la Turchia aderirà un giorno all’Unione Europea?
A me pare che non la vogliano far entrare. Questo perché si rendono completamente conto della situazione anomala della Turchia. Lo hanno detto già a chiare lettere Francia, Germania e Svezia. Non è solo per motivi demografici o economici ma anche per la sua organizzazione dello Stato e della società. Io non sono contrario all’ingresso della Turchia, gli europei lo sono. Si decanta il laicismo della Turchia dimenticando però che questa “democrazia” attraverso l’art.5 della costituzione consegna nelle mani dell’esercito, di una dittatura militare, il proprio destino democratico. In ogni caso non è l’elemento religioso che ostacola l’adesione turca, ci sono difficoltà di altro genere, non basta proibire la pena di morte o impedire alle donne di portare in testa il foulard, non previsto del resto da nessuna regola islamica, per veder “promossa” la Turchia.
Una domanda che credo in molti le vorrebbero porre, ma l’Islam può coincidere con la democrazia?
L’Islam è nato per la democrazia! Bisogna gridarlo ad alta voce. La prima scissione politica del partito di Alì, il genero del Profeta, segna proprio il momento cruciale della democrazia islamica. Alì pretendeva la continuità della famiglia del Profeta, mentre la maggioranza ha preteso ed ottenuto che la nomina del Califfo debba avvenire per libere elezioni. Che poi nei paesi a maggioranza musulmana la pratica della democrazia è sconosciuta non è certo colpa dell’Islam. Quasi la totalità dei paesi a maggioranza islamica, dopo la caduta dell’impero ottomano nel 1924, hanno conosciuto un’occupazione militare delle potenze coloniali durata fino a mezzo secolo fa. Potenze coloniali che continuano, per il loro dominio economico, culturale e militare, ad insediare in questi paesi dittature militari che garantiscono i loro interessi. L’Islam non c’entra nulla. Forse non sarebbe male che l’Europa si facesse un esame di coscienza e si chiedesse cosa ha fatto negli ultimi cinquant’anni oltre ad aprirsi i mercati delle armi e di ogni altro genere di merce, impedendo ogni via di sviluppo e soffocando ogni tentativo di rivendicazione di indipendenza che avrebbe portato ad una vera democrazia nei paesi dell’altra linea del mediterraneo.
Marco Sabatini - Roma - 8.12.2003
lunedì 8 dicembre 2003
fondamentali:
Maria Rita Parsi, sull'amore...
La Repubblica 8.12.03
DALL´INFELICITÀ CHE COLPISCE SEI COPPIE SU DIECI
Maria Rita Parsi racconta storie di pazienti guariti
Amore, sbagliando s´impara elogio dell'imperfezione
Il riscatto di Cenerentole e Barbablù dalle sofferenze del cuore
Come affrontare i silenzi, i tormenti, gli abbandoni che ci fanno disperare
di MARIA NOVELLA DE LUCA
ROMA - C'è voglia di sapere e di imparare, perché la curiosità è tanta e l'errore è sempre lì, in agguato, a giocare a nascondino con la felicità. Parliamo d´amore, anzi di amori. Allegri, tristi, fedeli, infedeli, veri, finti, sognati, virtuali. Amori perfetti sì, ma anche imperfetti, se è vero che in Italia sei coppie su dieci ammettono di essere "malate di infelicità", e la causa di tanto soffrire sarebbe, secondo una recente inchiesta del mensile Riza Psicosomatica, la "mancanza di dialogo", ossia i silenzi, i non detti, quell'afasia del sentimento che colpisce come un virus anche i rapporti più saldi.
Si chiama appunto "Amori imperfetti" il nuovo libro della psicoterapeuta Maria Rita Parsi, in libreria dai prossimi giorni, una sorta di guida, di manuale, di viatico, per "imparare ad amare storia dopo storia". Ascoltando cioè le esperienze altrui, in questo caso lettere e testimonianze di pazienti che partendo magari da un errore, da una sconfitta, da una relazione finita male, da un matrimonio in crisi approdano poi, attraverso l'analisi ma non solo, ad una nuova dimensione di vita.
Capire quindi, imparare. Sembra esserci infatti una specie di richiesta universale di "parole d'amore", almeno a giudicare dalle classifiche di lettura di settimanali e magazine dove al primo posto tra le rubriche resiste la posta del cuore e le anticipazioni annunciano che in questo Natale altrimenti sobrio e austero, basteranno le parole amore, affetto, amicizia per far salire le vendite al cinema come in libreria.
Le storie.
Scrive Maria Rita Parsi: "L'amore si impara soltanto attraverso le storie d'amore. Anche quelle che ci confondono e ci fanno disperare. Anche quando sono illusione, delusione, tormento, negazione, abbandono". Così colpisce, nel capitolo "Conoscersi", la storia più piccola di tutte. Benedetta, otto anni, che scrive a Francesco. "Io ti amo. Tu mi ami? Sì, No, fai una crocetta". Ma poi c'è Patti, 40 anni, che racconta l'incontro con Giulio, un incontro tanto perfetto da sembrare finto, e infatti è finto, è soltanto un sogno, ma quante donne (e uomini) si fanno compagnia nella solitudine con storie inventate?
C'è invece il tormento vero, verissimo, di padre P.M., sacerdote che ha consacrato la propria vita a Dio e si trova a dover combattere contro il desiderio di eros, sesso, pornografia. Poi Ernesto, che dopo aver tradito per decenni la moglie non riesce a darsi pace quando lei se ne va, o Fabio che l'amore lo incontra via Internet. Cronache nelle quali sono contenuti pezzetti di vita comuni a molti.
Le fiabe
Il sottotitolo di questa sezione del libro potrebbe essere "Imparare giocando". Una serie di testimonianze dove il filo conduttore è una fiaba, perché queste sono "la trama e il tessuto delle nostre storie di vita e d´amore". Così ogni paziente per ripercorrere la propria esperienza si ispira ad una favola. Il gioco sembra riuscire. Basta mettersi lì e chiedersi: sono Pinocchio, Biancaneve, Cenerentola, Barbablù, la Bella Addormentata, la Principessa sul pisello, e non importa se un uomo si sente Cenerentola o una donna Barbablù. Il mito e l´archetipo, come ha spiegato Marie Louise Von Franz, psicanalista allieva di Jung, "non hanno sesso, sono universali". Poi le fiabe, come si sa, sono a lieto fine.
Comunicare, riflettere, ricercare.
Leggendo le lettere d'amore di persone sconosciute sembra a volte di violare un segreto, di rubare qualcosa. In effetti è così. Però si impara molto. Storia dopo storia, errore dopo errore. C'è Alessandra che scrive all´uomo che l'ha lasciata, incinta, convinto che lei avrebbe abortito. Invece Alessandra dice no, e quel bambino decide di tenerselo e da questo trae la forza di ricominciare. C'è Livia che scrive ad una madre famosa e bellissima da cui sente tradita. C'è Luigi che parla d'amore per esorcizzare la paura della morte.
C'è ancora, ed è un diario che commuove, Anna che scrive al figlio che porta dentro di sé, e mese dopo mese noi seguiamo il cammino di Ennio, riconoscendoci in tutte quelle capriole del sentimento che l´arrivo di un figlio provoca in una madre e nella coppia. Un amore perfetto sì, ma anche nello stesso tempo, terribilmente imperfetto. «Insieme - scrive Anna - siamo piccoli e grandi, e ci impegneremo perché il futuro attende un piccolo grande bimbo e una piccola grande donna. Ambedue desiderosi di essere amati e di amare».
DALL´INFELICITÀ CHE COLPISCE SEI COPPIE SU DIECI
Maria Rita Parsi racconta storie di pazienti guariti
Amore, sbagliando s´impara elogio dell'imperfezione
Il riscatto di Cenerentole e Barbablù dalle sofferenze del cuore
Come affrontare i silenzi, i tormenti, gli abbandoni che ci fanno disperare
di MARIA NOVELLA DE LUCA
ROMA - C'è voglia di sapere e di imparare, perché la curiosità è tanta e l'errore è sempre lì, in agguato, a giocare a nascondino con la felicità. Parliamo d´amore, anzi di amori. Allegri, tristi, fedeli, infedeli, veri, finti, sognati, virtuali. Amori perfetti sì, ma anche imperfetti, se è vero che in Italia sei coppie su dieci ammettono di essere "malate di infelicità", e la causa di tanto soffrire sarebbe, secondo una recente inchiesta del mensile Riza Psicosomatica, la "mancanza di dialogo", ossia i silenzi, i non detti, quell'afasia del sentimento che colpisce come un virus anche i rapporti più saldi.
Si chiama appunto "Amori imperfetti" il nuovo libro della psicoterapeuta Maria Rita Parsi, in libreria dai prossimi giorni, una sorta di guida, di manuale, di viatico, per "imparare ad amare storia dopo storia". Ascoltando cioè le esperienze altrui, in questo caso lettere e testimonianze di pazienti che partendo magari da un errore, da una sconfitta, da una relazione finita male, da un matrimonio in crisi approdano poi, attraverso l'analisi ma non solo, ad una nuova dimensione di vita.
Capire quindi, imparare. Sembra esserci infatti una specie di richiesta universale di "parole d'amore", almeno a giudicare dalle classifiche di lettura di settimanali e magazine dove al primo posto tra le rubriche resiste la posta del cuore e le anticipazioni annunciano che in questo Natale altrimenti sobrio e austero, basteranno le parole amore, affetto, amicizia per far salire le vendite al cinema come in libreria.
Le storie.
Scrive Maria Rita Parsi: "L'amore si impara soltanto attraverso le storie d'amore. Anche quelle che ci confondono e ci fanno disperare. Anche quando sono illusione, delusione, tormento, negazione, abbandono". Così colpisce, nel capitolo "Conoscersi", la storia più piccola di tutte. Benedetta, otto anni, che scrive a Francesco. "Io ti amo. Tu mi ami? Sì, No, fai una crocetta". Ma poi c'è Patti, 40 anni, che racconta l'incontro con Giulio, un incontro tanto perfetto da sembrare finto, e infatti è finto, è soltanto un sogno, ma quante donne (e uomini) si fanno compagnia nella solitudine con storie inventate?
C'è invece il tormento vero, verissimo, di padre P.M., sacerdote che ha consacrato la propria vita a Dio e si trova a dover combattere contro il desiderio di eros, sesso, pornografia. Poi Ernesto, che dopo aver tradito per decenni la moglie non riesce a darsi pace quando lei se ne va, o Fabio che l'amore lo incontra via Internet. Cronache nelle quali sono contenuti pezzetti di vita comuni a molti.
Le fiabe
Il sottotitolo di questa sezione del libro potrebbe essere "Imparare giocando". Una serie di testimonianze dove il filo conduttore è una fiaba, perché queste sono "la trama e il tessuto delle nostre storie di vita e d´amore". Così ogni paziente per ripercorrere la propria esperienza si ispira ad una favola. Il gioco sembra riuscire. Basta mettersi lì e chiedersi: sono Pinocchio, Biancaneve, Cenerentola, Barbablù, la Bella Addormentata, la Principessa sul pisello, e non importa se un uomo si sente Cenerentola o una donna Barbablù. Il mito e l´archetipo, come ha spiegato Marie Louise Von Franz, psicanalista allieva di Jung, "non hanno sesso, sono universali". Poi le fiabe, come si sa, sono a lieto fine.
Comunicare, riflettere, ricercare.
Leggendo le lettere d'amore di persone sconosciute sembra a volte di violare un segreto, di rubare qualcosa. In effetti è così. Però si impara molto. Storia dopo storia, errore dopo errore. C'è Alessandra che scrive all´uomo che l'ha lasciata, incinta, convinto che lei avrebbe abortito. Invece Alessandra dice no, e quel bambino decide di tenerselo e da questo trae la forza di ricominciare. C'è Livia che scrive ad una madre famosa e bellissima da cui sente tradita. C'è Luigi che parla d'amore per esorcizzare la paura della morte.
C'è ancora, ed è un diario che commuove, Anna che scrive al figlio che porta dentro di sé, e mese dopo mese noi seguiamo il cammino di Ennio, riconoscendoci in tutte quelle capriole del sentimento che l´arrivo di un figlio provoca in una madre e nella coppia. Un amore perfetto sì, ma anche nello stesso tempo, terribilmente imperfetto. «Insieme - scrive Anna - siamo piccoli e grandi, e ci impegneremo perché il futuro attende un piccolo grande bimbo e una piccola grande donna. Ambedue desiderosi di essere amati e di amare».
Don Delillo: i sogni e il cinema
una segnalazione di Sergio Grom
La Repubblica 7.12.03
ROMA Quell'attrice della Dolce Vita e i ricordi che mi portano a lei
Una passeggiata a Via Condotti, un film di Fellini e la memoria riannoda i suoi fili Lo scrittore racconta come a distanza di anni riaffiorino momenti particolari La struttura dei nostri sogni, isolata dal mondo, ha il suo equivalente nel cinema Il volto della donna è andato perduto, dissolto da qualche parte della memoria Ci sono stelle del cinema che spariscono contestualmente al loro emergere
di DON DELILLO
L'attrice aveva l'aria allegra il che ci mise allegria. Si addiceva a questa città, dagli accenti felliniani, l´apparizione di una donna simile, come pure a questa strada, delimitata da negozi ultraeleganti e dal venerabile Caffè Greco, coi salottini decorati dagli autoritratti degli illustri e famosi.
A distanza di tanti anni quel momento è riemerso. Vedo la strada nella tarda mattinata, ricordo con chiarezza i tozzi montanti di ferro con catene di sbarramento per tener lontano il traffico automobilistico. C'è la scalinata di Piazza di Spagna nei pressi, con allineate file di azalee e circa trecento persone, in maggioranza giovani, che oziano animatamente al sole. Mi rendo conto però di non essere più certo, a questo livello di distacco, di chi fosse la stella del cinema.
La constatazione ha l'effetto di uno shock su un individuo che sa stupire i vecchi amici con resoconti dettagliati di momenti minori tratti da un'adolescenza che già si è tinta seppia. Il ricordo assume ricorrenza periodica. Ho un nome in mente. Cerco di collocare il ricordo della donna all'interno dell'immagine fluttuante generata dal nome. Perché mi preme? Mi preme perché è successo. Mi preme perché lei era felice e noi felici di vederla. Vengono verso di noi, tre figure allacciate per le braccia e l'impressione in retrospettiva è che stiano fluttuando appena sopra la strada, e l'idea suggerita è che uno di loro abbia appena detto qualcosa che gli altri hanno trovato simpatico. Ma lei, la donna, non è più definita, velata da quale che sia il processo che altera un avvenimento nella memoria a lungo termine rendendolo una sorta di traduzione dall'originale. Qualcosa è andato perduto, il suo volto è andato perduto, dissolto da qualche parte nella proteina spugnosa della mia corteccia cerebrale.
«Ricordi l'attrice? Quella volta a Roma» dico, e aggiungo qualche elemento di cronologia generale per rendere lo scenario. «Un uomo ad un braccio, uno all´altro. Era Anita Ekberg, giusto?» Mia moglie dice sì, Anita Ekberg, e descrive la mise che indossava producendosi sicura in qualche preciso dettaglio sul materiale e sul colore. Ma io non sono altrettanto sicuro dell´identità dell'attrice. Avrebbe dovuto essere Anita Ekberg, considerando la città e lo spettacolo da tabloid della sua presenza ne "La Dolce Vita". Mia moglie dice di sì. Ma io non sono certo che ne sia convinta.
È marzo. Ovunque, è della guerra che si parla. Il ricordo viene e va. Qual è il punto in tutto questo? Una donna in una strada romana e il fragile passato che il suo nome può richiamare alla mente - sei o sette film, vari mariti obliabili? Ci deve essere di più. Ogni ricordo che abbiamo è, in fin dei conti, di noi stessi. Se il ricordo di un'esperienza è incrinato, si apre una crepa nella continuità dell´io. Vedo l´uomo alla sua sinistra, o lo immagino, forse lo riformulo - capelli rasati e la barba di una settimana sul punto di coincidere con il residuo sul suo capo. Ci impoveriamo ad ogni ricordo svuotato.
Quando l'eroe del romanzo di Walter Percy. L'uomo che andava al cinema vede William Holden per strada a New Orleans, osserva che l´attore «emana luce al suo passaggio». E aggiunge: «Un'aura di più intensa realtà lo accompagna e tutti coloro che si trovano nel suo raggio la avvertono». Come ho fatto a tradire una simile realtà? Avverto il guizzo di un piccolo senso di colpa. L'attrice che vidi non sarà stata forse un personaggio solido quanto Holden o un certo numero delle sue colleghe donne, ma ha un peso, con gli stivali al ginocchio, il lieve ondeggiare dei fianchi. Ci sono stelle del cinema che forniscono determinati ingredienti in proporzioni fisse. Sono prodotti iconici del momento. Spariscono contestualmente al proprio emergere. Hanno un passato - una documentazione filmata della loro fugace incandescenza - ma nessun arco di vita discernibile al di là di questo. Gli attori di teatro molto noti si ritirano a vita privata. Dove vanno a finire le stelle del cinema, quelle i cui nomi e i cui volti sono caduti dal tempo? Chi diventano quando noi li dimentichiamo? Sembra anche a loro di essere spariti?
Lascio cadere la cosa, poi torno a pensarci. La guerra sta rombando verso Bagdad. Quando ci ripenso c'è un elemento correttivo che fluttua sullo sfondo. Forse l'associazione non è Fellini, rifletto.È James Bond che mi viene in mente. Non so il motivo per cui questo accada, e subito me ne dimentico. È uno di una serie di pensieri randagi, forse qualche dozzina nel corso di mezzo minuto di vita. Il tempo passa. C'è l'enorme zuppa non mescolata della vita e dei pensieri quotidiani, i sogni che tormentano il risveglio, le telefonate di telemarketing di criminali dichiarati che leggono copioni, i volti nella sala d'attesa dello studio medico. Ad un certo punto mi sovviene che forse James Bond è un'idea che vale la pena di seguire, un'impennata di consapevolezza. Ma non le do seguito.
Perché dovrei? Perché ha importanza, perché è accaduto. Penso una o due volte ad un manuale specifico sullo scaffale accanto alle videocassette. C'entra perché i film c'entrano. La struttura dei nostri sogni e ricordi, isolata dal mondo, ha il suo equivalente comunitario nel cinema. Quando immaginiamo un momento in un qualche luogo - una striscia di spiaggia argentea in un posto in cui non siamo mai stati - o quando ci svegliamo in un bagno di sudore da un sogno che ricordiamo solo a metà, o quando ci vengono alla mente ricordi a frammenti, con brusche transizioni, ci troviamo in un tempo e in uno spazio soggettivo, preda dei meccanismi propri della mente, e il momento non è dissimile dal ritmo di un film, montato in spezzoni, brevi sequenze, segmenti di esperienza che rappresentano una deviazione radicale dal fluire ininterrotto del mondo che ci circonda. Il montatore Walter Murch osserva che «uno dei motori segreti che consente al cinema di funzionare e di esercitare su di noi il meraviglioso potere che esercita, è il fatto che per migliaia di anni abbiamo passato otto ore ogni notte in uno stato onirico «cinematico» e abbiamo quindi confidenza con questa versione della «realtà».
Ho un amico che è capace di telefonarmi e chiedermi, senza preamboli, «Chi è l'attrice di Gummo apparsa in un film precedente di cui era anche voce narrante e non dirmi Sissy Spacek perché mi fai star male».
Dico «Linda Manz» e attacco.
Dietro questo futile passatempo c'è il riconoscimento di come i film possano dar forma ad uno strato di memoria introducendoci in un passato condiviso, talvolta finto, simile ad un sogno, infantile, ma un passato che tutti accettiamo di abitare. Ci sono altri vivai di ricordi, come il baseball, ovviamente, ricco di matura sapienza di nomi, date, e arcane statistiche. Ma nei film è l'immagine, che nel modo più straordinario si fissa, talvolta un viso o un gesto, talvolta una scena isolata. Chi ha memorizzato l'attimo di frenesia in Sciopero di Eisenstein quando i poliziotti spronano i cavalli su per le scale e attraverso le balconate e i corridoi di un complesso di case popolari. Siamo diciassette persone in tutto il mondo o innumerevoli migliaia? Ricordate di sicuro l'atmosfera inquietante della scena di Shining in cui il bambino pedala in triciclo per i corridoi dell'hotel deserto seguito da una telecamera su ruote. Ma che dire dello spezzone del bel film di Claire Denis Beau Travail in cui spunta un pastore di capre che lancia una pietra contro la troupe? Non abbiamo modo di sapere con chi condividiamo il ricordo di queste immagini sparse. Immaginate un immenso cervello globale che germoglia senza trattamenti chimici nel deserto dell´Arizona, - ma è in esteso un film di fantascienza anni '50 .
Non importa. Ho la vaga impressione che il manuale pigiato tra le videocassette includa un indice ordinato non solo per attori e registi, ma anche per argomenti generali. Ma dove sono quando penso questa cosa? Non so. Sto passando il tesserino magnetico della metropolitana nel lettore di un tornello da qualche parte sotto la ventottesima strada. Dimentico l´intera faccenda. Quando torno a pensarci mi sforzo di far quadrare la futile imbecillità dell´impresa con il fatto che continui ad avere importanza per me. L'uomo alla sinistra di lei ha un volto, una personalità. Non vedo affatto l'uomo alla sua destra, benché in qualche modo sia partecipe del generale stato di benessere.
A Roma tre milioni di persone hanno manifestato contro la guerra. Penso ad uno degli ultimi film di Fellini, in cui Anita Ekberg interpreta se stessa e, per un istante, in preda a un lieve panico, non riesco a ricordarne il titolo. Poi eccolo, "Intervista" ed ecco lei, sullo schermo, avvolta in enormi teli arancioni. Ha una casa di campagna e grossi cani che le saltano intorno, somiglia ad una vigile guardiana di ancelle nordiche, quelle che condurranno le anime dei morti di morte violenta nel Valhalla. I suoi ospiti sono Fellini in persona, Mastroianni in persona e, al posto dei paparazzi, una troupe cinematografica proveniente dal Giappone. I protagonisti si abbracciano e si abbandonano ai ricordi. Fellini la contempla e la definisce «epica». Poi tutti insieme guardano uno spezzone tratto da La dolce vita e io con loro, sentendo tempo e vite inchinarsi. Ma Anita Ekberg sembra sempre meno la donna di quel giorno a Roma.
Chiamerà il mio amico e mi dirà «Voglio il nome dell'altro uomo in Appaloosa.
Io dirò: «John Saxon» capendo subito che si riferisce all'attore dai singolari lineamenti che interpreta il ruolo antagonista di Brando.
Ma non so il nome della donna di Via Condotti. Va bene. Prendo il manuale e scorro l'indice. Argomenti generali, lettera «b». Buddismo, Buddy movies (storie di cameratismo maschile ndt.), Bob. Eccolo qui, tanto semplice - James Bond. Il primo film dell´elenco è «Casino Royale, non un vero e proprio film di Bond, ma una parodia. Non l´ho visto, ma intuisco un collegamento. È questo il percorso della ricerca illuminata. Ho la sensazione che sia giusto. Trovo la recensione, in ordine alfabetico, e mi basta uno sguardo alla lista degli interpreti. Eccola, Ursula Andress, come ho fatto a non capirlo?
Voi lo avete capito prima di me. Come ho fatto a dimenticarla? E da dove è uscita la connessione a James Bond, a distanza di decenni? Il secondo interrogativo trova risposta. Bond è tutto ciò che è rimasto di lei nei meandri della memoria, un dettaglio riferito alla carriera emerso in risposta alle mie riflessioni distratte. Ho visto solo un paio di film di Bond e le non c'era, ma questo non ha, ovviamente, importanza. Il collegamento c'era, un minuscolo giunto nella nostra pandemia di riproduzione, che copia e trasmette qualunque cosa sia presente nell'aria culturale - rumori, immagini, reificazioni e sintassi disintegrante.
«Ricordi l´attrice di cui abbiamo parlato qualche tempo fa. Quella che ci eravamo messi in testa fosse Anita Ekberg. A Roma, quella volta. Alla fine ho capito...» Mia moglie alza una mano, all´improvviso. Il gesto ha due livelli di significato. Mi invita, innanzitutto, a tacere per lasciarle modo di pensare. Trasmette anche un messaggio di imminente finalità - l'azione che prefigura l'espressione, perché il nome sta sorgendo attraverso le tenebre della memoria, in mezzo alle fluttuazioni ritmiche del potenziale elettrico del suo cervello, a pochi secondi dall'alzata di mano.
Ursula Andress.
Siamo di nuovo felici, non come quando vedemmo l'attrice avanzare decisa in via Condotti, ma felici, tuttavia, per noi e per lei.
Meno di una settimana dopo, si dà il caso che io faccia un'altra scoperta tardiva, strettamente collegata, che questa volta mi indirizza al Guggenheim Museum a vedere "Cremaster 5", l'ultimo film del recente ciclo ad opera di Matthew Barney, e lei è lì, naturalmente, sullo schermo, nel ruolo della Regina delle Catene, in lungo, con ruches, affiancata da una coppia di servitori effeminati e accompagnata dal Mago, dal Gigante e dalla Diva in una trama operistica che include spiriti acquatici e un certo numero di piccioni dalle creste sontuose con strascico di nastri di satin.
Più vicina a Fellini, dopo tutto, che a James Bond.
(Copyright da "The New Yorker", traduzione di Emilia Benghi)
La Repubblica 7.12.03
ROMA Quell'attrice della Dolce Vita e i ricordi che mi portano a lei
Una passeggiata a Via Condotti, un film di Fellini e la memoria riannoda i suoi fili Lo scrittore racconta come a distanza di anni riaffiorino momenti particolari La struttura dei nostri sogni, isolata dal mondo, ha il suo equivalente nel cinema Il volto della donna è andato perduto, dissolto da qualche parte della memoria Ci sono stelle del cinema che spariscono contestualmente al loro emergere
di DON DELILLO
L'attrice aveva l'aria allegra il che ci mise allegria. Si addiceva a questa città, dagli accenti felliniani, l´apparizione di una donna simile, come pure a questa strada, delimitata da negozi ultraeleganti e dal venerabile Caffè Greco, coi salottini decorati dagli autoritratti degli illustri e famosi.
A distanza di tanti anni quel momento è riemerso. Vedo la strada nella tarda mattinata, ricordo con chiarezza i tozzi montanti di ferro con catene di sbarramento per tener lontano il traffico automobilistico. C'è la scalinata di Piazza di Spagna nei pressi, con allineate file di azalee e circa trecento persone, in maggioranza giovani, che oziano animatamente al sole. Mi rendo conto però di non essere più certo, a questo livello di distacco, di chi fosse la stella del cinema.
La constatazione ha l'effetto di uno shock su un individuo che sa stupire i vecchi amici con resoconti dettagliati di momenti minori tratti da un'adolescenza che già si è tinta seppia. Il ricordo assume ricorrenza periodica. Ho un nome in mente. Cerco di collocare il ricordo della donna all'interno dell'immagine fluttuante generata dal nome. Perché mi preme? Mi preme perché è successo. Mi preme perché lei era felice e noi felici di vederla. Vengono verso di noi, tre figure allacciate per le braccia e l'impressione in retrospettiva è che stiano fluttuando appena sopra la strada, e l'idea suggerita è che uno di loro abbia appena detto qualcosa che gli altri hanno trovato simpatico. Ma lei, la donna, non è più definita, velata da quale che sia il processo che altera un avvenimento nella memoria a lungo termine rendendolo una sorta di traduzione dall'originale. Qualcosa è andato perduto, il suo volto è andato perduto, dissolto da qualche parte nella proteina spugnosa della mia corteccia cerebrale.
«Ricordi l'attrice? Quella volta a Roma» dico, e aggiungo qualche elemento di cronologia generale per rendere lo scenario. «Un uomo ad un braccio, uno all´altro. Era Anita Ekberg, giusto?» Mia moglie dice sì, Anita Ekberg, e descrive la mise che indossava producendosi sicura in qualche preciso dettaglio sul materiale e sul colore. Ma io non sono altrettanto sicuro dell´identità dell'attrice. Avrebbe dovuto essere Anita Ekberg, considerando la città e lo spettacolo da tabloid della sua presenza ne "La Dolce Vita". Mia moglie dice di sì. Ma io non sono certo che ne sia convinta.
È marzo. Ovunque, è della guerra che si parla. Il ricordo viene e va. Qual è il punto in tutto questo? Una donna in una strada romana e il fragile passato che il suo nome può richiamare alla mente - sei o sette film, vari mariti obliabili? Ci deve essere di più. Ogni ricordo che abbiamo è, in fin dei conti, di noi stessi. Se il ricordo di un'esperienza è incrinato, si apre una crepa nella continuità dell´io. Vedo l´uomo alla sua sinistra, o lo immagino, forse lo riformulo - capelli rasati e la barba di una settimana sul punto di coincidere con il residuo sul suo capo. Ci impoveriamo ad ogni ricordo svuotato.
Quando l'eroe del romanzo di Walter Percy. L'uomo che andava al cinema vede William Holden per strada a New Orleans, osserva che l´attore «emana luce al suo passaggio». E aggiunge: «Un'aura di più intensa realtà lo accompagna e tutti coloro che si trovano nel suo raggio la avvertono». Come ho fatto a tradire una simile realtà? Avverto il guizzo di un piccolo senso di colpa. L'attrice che vidi non sarà stata forse un personaggio solido quanto Holden o un certo numero delle sue colleghe donne, ma ha un peso, con gli stivali al ginocchio, il lieve ondeggiare dei fianchi. Ci sono stelle del cinema che forniscono determinati ingredienti in proporzioni fisse. Sono prodotti iconici del momento. Spariscono contestualmente al proprio emergere. Hanno un passato - una documentazione filmata della loro fugace incandescenza - ma nessun arco di vita discernibile al di là di questo. Gli attori di teatro molto noti si ritirano a vita privata. Dove vanno a finire le stelle del cinema, quelle i cui nomi e i cui volti sono caduti dal tempo? Chi diventano quando noi li dimentichiamo? Sembra anche a loro di essere spariti?
Lascio cadere la cosa, poi torno a pensarci. La guerra sta rombando verso Bagdad. Quando ci ripenso c'è un elemento correttivo che fluttua sullo sfondo. Forse l'associazione non è Fellini, rifletto.È James Bond che mi viene in mente. Non so il motivo per cui questo accada, e subito me ne dimentico. È uno di una serie di pensieri randagi, forse qualche dozzina nel corso di mezzo minuto di vita. Il tempo passa. C'è l'enorme zuppa non mescolata della vita e dei pensieri quotidiani, i sogni che tormentano il risveglio, le telefonate di telemarketing di criminali dichiarati che leggono copioni, i volti nella sala d'attesa dello studio medico. Ad un certo punto mi sovviene che forse James Bond è un'idea che vale la pena di seguire, un'impennata di consapevolezza. Ma non le do seguito.
Perché dovrei? Perché ha importanza, perché è accaduto. Penso una o due volte ad un manuale specifico sullo scaffale accanto alle videocassette. C'entra perché i film c'entrano. La struttura dei nostri sogni e ricordi, isolata dal mondo, ha il suo equivalente comunitario nel cinema. Quando immaginiamo un momento in un qualche luogo - una striscia di spiaggia argentea in un posto in cui non siamo mai stati - o quando ci svegliamo in un bagno di sudore da un sogno che ricordiamo solo a metà, o quando ci vengono alla mente ricordi a frammenti, con brusche transizioni, ci troviamo in un tempo e in uno spazio soggettivo, preda dei meccanismi propri della mente, e il momento non è dissimile dal ritmo di un film, montato in spezzoni, brevi sequenze, segmenti di esperienza che rappresentano una deviazione radicale dal fluire ininterrotto del mondo che ci circonda. Il montatore Walter Murch osserva che «uno dei motori segreti che consente al cinema di funzionare e di esercitare su di noi il meraviglioso potere che esercita, è il fatto che per migliaia di anni abbiamo passato otto ore ogni notte in uno stato onirico «cinematico» e abbiamo quindi confidenza con questa versione della «realtà».
Ho un amico che è capace di telefonarmi e chiedermi, senza preamboli, «Chi è l'attrice di Gummo apparsa in un film precedente di cui era anche voce narrante e non dirmi Sissy Spacek perché mi fai star male».
Dico «Linda Manz» e attacco.
Dietro questo futile passatempo c'è il riconoscimento di come i film possano dar forma ad uno strato di memoria introducendoci in un passato condiviso, talvolta finto, simile ad un sogno, infantile, ma un passato che tutti accettiamo di abitare. Ci sono altri vivai di ricordi, come il baseball, ovviamente, ricco di matura sapienza di nomi, date, e arcane statistiche. Ma nei film è l'immagine, che nel modo più straordinario si fissa, talvolta un viso o un gesto, talvolta una scena isolata. Chi ha memorizzato l'attimo di frenesia in Sciopero di Eisenstein quando i poliziotti spronano i cavalli su per le scale e attraverso le balconate e i corridoi di un complesso di case popolari. Siamo diciassette persone in tutto il mondo o innumerevoli migliaia? Ricordate di sicuro l'atmosfera inquietante della scena di Shining in cui il bambino pedala in triciclo per i corridoi dell'hotel deserto seguito da una telecamera su ruote. Ma che dire dello spezzone del bel film di Claire Denis Beau Travail in cui spunta un pastore di capre che lancia una pietra contro la troupe? Non abbiamo modo di sapere con chi condividiamo il ricordo di queste immagini sparse. Immaginate un immenso cervello globale che germoglia senza trattamenti chimici nel deserto dell´Arizona, - ma è in esteso un film di fantascienza anni '50 .
Non importa. Ho la vaga impressione che il manuale pigiato tra le videocassette includa un indice ordinato non solo per attori e registi, ma anche per argomenti generali. Ma dove sono quando penso questa cosa? Non so. Sto passando il tesserino magnetico della metropolitana nel lettore di un tornello da qualche parte sotto la ventottesima strada. Dimentico l´intera faccenda. Quando torno a pensarci mi sforzo di far quadrare la futile imbecillità dell´impresa con il fatto che continui ad avere importanza per me. L'uomo alla sinistra di lei ha un volto, una personalità. Non vedo affatto l'uomo alla sua destra, benché in qualche modo sia partecipe del generale stato di benessere.
A Roma tre milioni di persone hanno manifestato contro la guerra. Penso ad uno degli ultimi film di Fellini, in cui Anita Ekberg interpreta se stessa e, per un istante, in preda a un lieve panico, non riesco a ricordarne il titolo. Poi eccolo, "Intervista" ed ecco lei, sullo schermo, avvolta in enormi teli arancioni. Ha una casa di campagna e grossi cani che le saltano intorno, somiglia ad una vigile guardiana di ancelle nordiche, quelle che condurranno le anime dei morti di morte violenta nel Valhalla. I suoi ospiti sono Fellini in persona, Mastroianni in persona e, al posto dei paparazzi, una troupe cinematografica proveniente dal Giappone. I protagonisti si abbracciano e si abbandonano ai ricordi. Fellini la contempla e la definisce «epica». Poi tutti insieme guardano uno spezzone tratto da La dolce vita e io con loro, sentendo tempo e vite inchinarsi. Ma Anita Ekberg sembra sempre meno la donna di quel giorno a Roma.
Chiamerà il mio amico e mi dirà «Voglio il nome dell'altro uomo in Appaloosa.
Io dirò: «John Saxon» capendo subito che si riferisce all'attore dai singolari lineamenti che interpreta il ruolo antagonista di Brando.
Ma non so il nome della donna di Via Condotti. Va bene. Prendo il manuale e scorro l'indice. Argomenti generali, lettera «b». Buddismo, Buddy movies (storie di cameratismo maschile ndt.), Bob. Eccolo qui, tanto semplice - James Bond. Il primo film dell´elenco è «Casino Royale, non un vero e proprio film di Bond, ma una parodia. Non l´ho visto, ma intuisco un collegamento. È questo il percorso della ricerca illuminata. Ho la sensazione che sia giusto. Trovo la recensione, in ordine alfabetico, e mi basta uno sguardo alla lista degli interpreti. Eccola, Ursula Andress, come ho fatto a non capirlo?
Voi lo avete capito prima di me. Come ho fatto a dimenticarla? E da dove è uscita la connessione a James Bond, a distanza di decenni? Il secondo interrogativo trova risposta. Bond è tutto ciò che è rimasto di lei nei meandri della memoria, un dettaglio riferito alla carriera emerso in risposta alle mie riflessioni distratte. Ho visto solo un paio di film di Bond e le non c'era, ma questo non ha, ovviamente, importanza. Il collegamento c'era, un minuscolo giunto nella nostra pandemia di riproduzione, che copia e trasmette qualunque cosa sia presente nell'aria culturale - rumori, immagini, reificazioni e sintassi disintegrante.
«Ricordi l´attrice di cui abbiamo parlato qualche tempo fa. Quella che ci eravamo messi in testa fosse Anita Ekberg. A Roma, quella volta. Alla fine ho capito...» Mia moglie alza una mano, all´improvviso. Il gesto ha due livelli di significato. Mi invita, innanzitutto, a tacere per lasciarle modo di pensare. Trasmette anche un messaggio di imminente finalità - l'azione che prefigura l'espressione, perché il nome sta sorgendo attraverso le tenebre della memoria, in mezzo alle fluttuazioni ritmiche del potenziale elettrico del suo cervello, a pochi secondi dall'alzata di mano.
Ursula Andress.
Siamo di nuovo felici, non come quando vedemmo l'attrice avanzare decisa in via Condotti, ma felici, tuttavia, per noi e per lei.
Meno di una settimana dopo, si dà il caso che io faccia un'altra scoperta tardiva, strettamente collegata, che questa volta mi indirizza al Guggenheim Museum a vedere "Cremaster 5", l'ultimo film del recente ciclo ad opera di Matthew Barney, e lei è lì, naturalmente, sullo schermo, nel ruolo della Regina delle Catene, in lungo, con ruches, affiancata da una coppia di servitori effeminati e accompagnata dal Mago, dal Gigante e dalla Diva in una trama operistica che include spiriti acquatici e un certo numero di piccioni dalle creste sontuose con strascico di nastri di satin.
Più vicina a Fellini, dopo tutto, che a James Bond.
(Copyright da "The New Yorker", traduzione di Emilia Benghi)
sabato 6 dicembre 2003
se lo dice lui..!
Fassino: «non sono né ateo né agnostico»
(dunque è religioso anche lui..!)
(una segnalazione di Sergio Grom)
La Repubblica 5.12.03
L'INTERVISTA: Il segretario ds: abbiamo un po' di tempo per ridurre il danno. Ci vogliamo provare?
Fassino: "La Margherita sbaglia questa è una legge oscurantista"
l´Etica: Qui si tratta di non eludere un punto fondamentale: lo Stato non può identificarsi né in un etica né in una fede, deve riconoscere il pluralismo
di GOFFREDO DE MARCHIS
[...]
Invece sembra una guerra di religione.
«Guardi, io non voglio negare motivazioni etiche né ignorare i convincimenti profondi per cui una persona può essere contraria a questa o a quella pratica. Qui però si tratta di non eludere un punto fondamentale: lo Stato non può identificarsi né in un´etica né in una fede. Anzi, deve riconoscere un pluralismo etico e fare leggi tenendo conto, con equilibrio, dei diversi approcci culturali e morali e trovando una sintesi. Glielo dice uno che ha studiato dai gesuiti».
Vuol dire che è la posizione di un credente?
«Vuol dire che i favorevoli e i contrari a questa legge non corrispondono per forza alla semplificazione di schieramenti laici e cattolici. Ho studiato dai gesuiti e non sono né ateo né agnostico. Tanto che ho votato la legge Berlinguer per la parità scolastica, riconosco l'articolo della Costituzione dov'è scritto che la famiglia è fondata sul matrimonio.
[...]
La Repubblica 5.12.03
L'INTERVISTA: Il segretario ds: abbiamo un po' di tempo per ridurre il danno. Ci vogliamo provare?
Fassino: "La Margherita sbaglia questa è una legge oscurantista"
l´Etica: Qui si tratta di non eludere un punto fondamentale: lo Stato non può identificarsi né in un etica né in una fede, deve riconoscere il pluralismo
di GOFFREDO DE MARCHIS
[...]
Invece sembra una guerra di religione.
«Guardi, io non voglio negare motivazioni etiche né ignorare i convincimenti profondi per cui una persona può essere contraria a questa o a quella pratica. Qui però si tratta di non eludere un punto fondamentale: lo Stato non può identificarsi né in un´etica né in una fede. Anzi, deve riconoscere un pluralismo etico e fare leggi tenendo conto, con equilibrio, dei diversi approcci culturali e morali e trovando una sintesi. Glielo dice uno che ha studiato dai gesuiti».
Vuol dire che è la posizione di un credente?
«Vuol dire che i favorevoli e i contrari a questa legge non corrispondono per forza alla semplificazione di schieramenti laici e cattolici. Ho studiato dai gesuiti e non sono né ateo né agnostico. Tanto che ho votato la legge Berlinguer per la parità scolastica, riconosco l'articolo della Costituzione dov'è scritto che la famiglia è fondata sul matrimonio.
[...]
psicosomatica
ADNKRONOS Venerdì 5 Dicembre 2003, 17:48
Medicina: Un Terzo Dei Disturbi Ha Origine Misteriosa
Indianapolis, 5 dic. (Adnkronos) - Piu' di un terzo dei disturbi che portano nell'ambulatorio del medico ha un'origine misteriosa. E' quanto risulta da una ricerca condotta dagli esperti dell'Universita' dell'Indiana di Indianapolis pubblicata sulla rivista 'Psychosomatics'. Spesso i medici, dopo aver visitato accuratamente i pazienti e aver prescritto analisi e test che non chiariscono l'origine dei sintomi, non possono far altro che diagnosticare una vaga 'sindrome sintomatica'. ''Ma cio' non vuol dire - spiega il coordinatore della ricerca Kurt Kroenke - che dolori e problemi non siano reali e da prendere seriamente in cosiderazione, al di la' dei risultati delle analisi''. Gli esperti americani hanno raccolto e analizzato i dati di 289 persone che hanno visitato l'ambulatorio del medico di famiglia lamentando 433 diversi disturbi. E hanno scoperto che i medici riuscivano a individuare la patologia all'origine dei sintomi nel 52% dei casi, e a classificarne un altro 10% come disturbi di origine psichiatrica. Per circa il 37%, invece, non sembrava possibile accertare la causa. I malanni piu' comuni che portano dal medico sono mal di schiena, mal di testa e dolori muscolari agli arti. Un quarto dei pazienti, soprattutto uomini, soffrono ancora per gli stessi inspiegabili disturbi a 12 mesi dalla prima visita. ''Un fenomeno da non sottovalutare - continua Kroenke - anche perche' circa la meta' di loro finisce per andare incontro a disturbi psicologici e depressione'' (Pin/Adnkronos Salute)
Medicina: Un Terzo Dei Disturbi Ha Origine Misteriosa
Indianapolis, 5 dic. (Adnkronos) - Piu' di un terzo dei disturbi che portano nell'ambulatorio del medico ha un'origine misteriosa. E' quanto risulta da una ricerca condotta dagli esperti dell'Universita' dell'Indiana di Indianapolis pubblicata sulla rivista 'Psychosomatics'. Spesso i medici, dopo aver visitato accuratamente i pazienti e aver prescritto analisi e test che non chiariscono l'origine dei sintomi, non possono far altro che diagnosticare una vaga 'sindrome sintomatica'. ''Ma cio' non vuol dire - spiega il coordinatore della ricerca Kurt Kroenke - che dolori e problemi non siano reali e da prendere seriamente in cosiderazione, al di la' dei risultati delle analisi''. Gli esperti americani hanno raccolto e analizzato i dati di 289 persone che hanno visitato l'ambulatorio del medico di famiglia lamentando 433 diversi disturbi. E hanno scoperto che i medici riuscivano a individuare la patologia all'origine dei sintomi nel 52% dei casi, e a classificarne un altro 10% come disturbi di origine psichiatrica. Per circa il 37%, invece, non sembrava possibile accertare la causa. I malanni piu' comuni che portano dal medico sono mal di schiena, mal di testa e dolori muscolari agli arti. Un quarto dei pazienti, soprattutto uomini, soffrono ancora per gli stessi inspiegabili disturbi a 12 mesi dalla prima visita. ''Un fenomeno da non sottovalutare - continua Kroenke - anche perche' circa la meta' di loro finisce per andare incontro a disturbi psicologici e depressione'' (Pin/Adnkronos Salute)
storie dell'uomo: le droghe
GALILEO 6.12.03
STORIA Antichi rimedi, moderni tabù
di Claudio Cappuccino
(Claudio Cappuccino è studioso di storia delle droghe
e membro onorario dell'Associazione per la Cannabis Terapeutica)
La maggioranza delle sostanze che oggi chiamiamo "droghe" sono state o sono tuttora dei "farmaci". La distinzione fra droga (1) e farmaco è più basata su un'ideologia etico-politica che su una definizione scientifica. Oggi per esempio la Cannabis e l'eroina condividono il dubbio onore di essere classificate, dalla legge statunitense sulle "sostanze controllate" (2), nello Schedule 1, quello che raggruppa le sostanze dotate di un inaccettabile rischio di dipendenza e di nessuna utilità medica. Lo stesso accade nella maggioranza degli altri Paesi, inclusa l'Italia. Se si considerano la storia e la farmacologia dell'eroina, su cui non posso dilungarmi qui (3), e la vastità degli usi terapeutici oggi seriamente ipotizzabili per la Cannabis (4), non si può non pensare che queste leggi siano state fatte non guardando in faccia la realtà, ma tentando di stravolgerla per scopi che non riguardano né la medicina né la cura dei malati.
In questo articolo cercherò di raccontare con qualche dettaglio la storia dell'uso medico della sostanza storicamente più importante, l'oppio, e di quella attualmente più promettente, la canapa, mentre potrò solo accennare brevemente a quella di altre sostanze non meno cariche di vicissitudini, ma che per varie ragioni devono, sotto l'aspetto medico, essere considerate di secondo piano.
L'oppio
L'oppio agli albori della medicina. Moltissimi reperti fossili dimostrano che il papavero era conosciuto in Europa centro-meridionale già nel Neolitico e nell'Antica età del bronzo (5500-3000 a.C.). Tavolette mediche sumeriche (3000 a.C.), papiri egiziani (papiro Ebers, 1550 a.C.), oltre a bassorilievi, monete e gioielli di varie epoche ritrovati in tutta l'area mediterranea e nel medio-oriente, citano o raffigurano il papavero.
L'oppio è uno dei farmaci principali della medicina fin dai tempi in cui essa si confondeva ancora con la magia e con la religione, e certo uno dei pochissimi che per il loro valore hanno attraversato i millenni fino ai nostri giorni. Ippocrate (V-IV sec. a.C.), negli scritti che gli sono attribuiti, parla ripetutamente dell'oppio, e lo raccomanda come narcotico e contro la dissenteria. Nicandro (II sec. a.C.) è il primo a parlare della theriaka, una miscela di sostanze diverse, sempre contenente oppio, che avrà una lunghissima storia, sopravvivendo addirittura fino al XVIII secolo. Pedanio Dioscoride (I sec. d.C.) è il primo a descrivere la tecnica di estrazione dell'oppio e a presentarne le principali caratteristiche farmacologiche: "Elimina il dolore, calma la tosse, riduce il catarro dei polmoni, blocca i flussi intestinali, e si applica sulla fronte di chi soffre di insonnia. Però, prendendolo in gran quantità, fa male, perché provoca letargia e uccide".
L'oppio nell'Impero romano. Aulo Cornelio Celso, nel De medicina (ca. 30 d.C.), riferisce di circa 250 piante medicinali, tra cui il papavero, raccomandato contro il dolore. Plinio il Vecchio (I sec. d.C.) dà una descrizione dettagliata delle varietà di papavero e dei loro usi specifici ed è il primo a usare la parola latina opium. Nella Roma del I-II secolo d. C., l'oppio è contemporaneamente farmaco, veleno e antidoto. Sembra che esso - componente essenziale della theriaka e dell'antidoto di Mitridate - fosse diventato di uso comune. Nerone, Tito, Nerva, Traiano, Adriano e Marco Aurelio sono i più famosi degli imperatori romani per cui ne è documentato l'uso. Claudio Galeno (131-200 d.C.), medico di Marco Aurelio, considera l'oppio una panacea o qualcosa di molto simile: "Combatte i veleni e i morsi degli animali velenosi, cura il mal di testa cronico, la vertigine, la sordità, l'epilessia, l'apoplessia, la debolezza della vista, la perdita della voce, l'asma, la tosse di ogni genere, l'emottisi, la difficoltà di respirare, le coliche, il veleno iliaco, l'itterizia, la durezza della milza, i calcoli, i disturbi urinari, le febbri, le idropisie, la lebbra, le malattie delle donne, la melancolia e tutte le pestilenze".
Quando le scienze fiorivano solo fra gli Arabi. Con la decadenza dell'impero romano, la scienza greca sopravvive presso gli Arabi. Nella prima enciclopedia medica araba, il Paradiso della sapienza di Ali Rabban al-Tabari, medico del califfo di Baghdad intorno all'850, c'è una completa trattazione dell'oppio (afiun) come analgesico, calmante della tosse, narcotico, veleno o - in forma di theriaka - antidoto ai veleni. Avicenna (980-1037) - fisico, matematico, filosofo oltre che medico - parla estesamente dell'oppio nel suo famoso Canone ("ottunde la mente, diminuisce la coscienza, ostacola le decisioni razionali, debilita la digestione e da ultimo porta alla morte per l'eccessivo raffreddamento delle funzioni naturali").
Intorno al VII secolo d.C., la produzione dell'oppio è localizzata soprattutto in Medio Oriente lungo la costa del Mediterraneo, dalla Turchia all'Egitto. E con la grande espansione araba dopo la morte di Maometto nel 632, sono proprio i mercanti arabi a portare per primi l'oppio verso l'Asia. In Persia, l'uso dell'oppio è ben documentato a partire dall'VIII secolo, in India e Birmania dal IX. In Cina, intorno al 1000, l'uso dell'oppio come medicina è già diffuso.
Dai secoli bui alla rinascita delle scienze. In Europa, lungo tutto il Medio Evo, restano pochissimi riferimenti scritti all'oppio, che cade in disuso per la diminuzione degli scambi commerciali, l'eclisse delle scienze e soprattutto la condanna della Chiesa cattolica, secondo la quale la malattia e il dolore sono espressioni della volontà di Dio e possono essere evitati solo con la virtù e la preghiera. Solo dopo il 1200 l'oppio ritorna in auge, particolarmente come anestetico in chirurgia (Ugo e Teodorico Borgognoni, John of Arderne).
Allo svizzero Philippus Aureolus von Hohenheim - passato alla storia come Paracelso - spetta forse il maggior merito nella riscoperta scientifica dell'oppio. Curiosissimo ed eternamente inquieto, Paracelso studia e viaggia moltissimo, dalla Spagna alla Svezia, dalla Russia alla Turchia. Mistico, rivoluzionario, iconoclasta, insensibile alle lusinghe del successo, fu contestato in vita e criticato come ciarlatano per secoli. Ma Fielding H. Garrison lo considera "il pensatore più originale del Cinquecento", e William Osler lo chiama "il Lutero della medicina", a simboleggiare la rivolta contro la vacua tradizione. Paracelso include l'oppio in diverse ricette di sedativi e antidolorifici ("I sedativi sono di particolare efficacia quando comprendono l'oppio tebaico") e lo chiama "la pietra dell'immortalità". Probabilmente anche nel suo "laudano" ("Posseggo un segreto, che chiamo laudano, che non ha eguali quando si vuol evitare la morte") l'oppio era l'ingrediente fondamentale.
Più avanti, il grande medico inglese Thomas Sydenham (1624-1689) è l'inventore di un'altra ricetta di laudano che porterà il suo nome e che fino ai tempi delle nostre nonne non mancherà mai nell'armadietto dei farmaci. Secondo lui: "Fra i rimedi che all'Onnipotente è piaciuto dare all'uomo per alleviare le sue sofferenze, nessuno è più universale ed efficace dell'oppio"; "Senza oppio, l'arte di guarire cesserebbe di esistere"; "Questo farmaco è così insostituibile e utile nelle mani del medico esperto e capace che la scienza farmaceutica senza di esso resterebbe imperfetta e vacillante".
Di William Heberden (1710-1801), altro eccellente clinico, è stato recentemente riscoperto un breve saggio sull'oppio, che vale ancora la pena di meditare (5). L'autore fa notare che l'oppio è un farmaco molto sicuro, e che bisogna solo aver l'accortezza di basare sempre la scelta del preparato e della dose sul singolo caso: "Nessuno [...] dovrebbe essere scoraggiato dal dare o dal prendere un oppiaceo, finché diverse preparazioni non sono state provate: e queste prove possono facilmente esser fatte con tale cautela da provocare solo minimi disturbi e nessun pericolo. [...] L'oppio è ben lontano dall'essere la minore delle benedizioni che la Provvidenza ci ha dato per mitigare le varie sofferenze a cui l'umana forma è soggetta. Ci sono farmaci specifici, o cure, per pochi dei nostri mali, mentre l'oppio porta qualche sollievo in tutti".
Dall'isolamento della morfina al proibizionismo. Il vero passo avanti arriva con l'alba del XIX secolo. Friedrich W. A. Sertürner (1783-1841), oscuro aiuto-farmacista, nel 1805 riesce a isolare dall'oppio una sostanza che chiama "lo specifico elemento narcotico dell'oppio". Dal nome di Morfeo, dio dei sogni, lo chiama Morphium. Più tardi si chiamerà morfina.
Da questo momento assisteremo a un consumo di massa degli oppiacei. L'accesso alle cure mediche è ancora un lusso che pochi possono permettersi - il medico costa troppo o semplicemente non c'è - e ci si affida a rimedi ben conosciuti. L'oppio è uno di questi, ed è certamente, se non una cura risolutiva, almeno un farmaco di provata efficacia per mille diverse indicazioni: dolori di ogni genere, diarrea, tosse, TBC, diabete, ansia, depressione, insonnia, alcolismo, "problemi femminili", malaria, gotta e moltissime altre indicazioni. In molti casi, oppio e morfina diventano sostitutivi dell'alcool, dato che i loro effetti sono assai meno visibili e socialmente allarmanti. Persino i bambini vengono spesso tenuti tranquilli con l'oppio (6).
Intorno al 1850, la siringa ipodermica entrerà rapidamente nell'uso comune proprio per la somministrazione di morfina, segnando la più grande rivoluzione nella storia della somministrazione dei farmaci. E nel mondo devastato dalle guerre e disseminato di feriti e mutilati sofferenti, la morfina si guadagnerà l'appellativo di God's own medicine - medicina di Dio.
Solo rare voci si levano inizialmente a protestare contro il vero o supposto "abuso" di oppiacei, e anche queste soprattutto in occasione di qualche clamoroso caso di avvelenamento o delle relativamente rare morti accidentali. Ma ben presto, una serie complessa di circostanze e di avvenimenti internazionali determinerà un diverso atteggiamento dell'opinione pubblica e dei governi. Nei primi anni del Novecento, si definirà quello dell'abuso (o anche solamente "uso") di stupefacenti un problema sociale, degno di una soluzione tanto drastica sulla carta quanto irrealizzabile nella pratica: la proibizione di ogni utilizzo non strettamente medico (7). Purtroppo, il nuovo atteggiamento verso le "droghe", e in particolare verso gli oppiacei, determinerà un profondo cambiamento di opinione fra gli stessi medici, e dopo la svolta proibizionista anche l'uso terapeutico di queste sostanze verrà di fatto estremamente limitato, quando non rifiutato a priori, con conseguenze gravissime per la qualità della vita di milioni di persone gravemente sofferenti.
Solo negli ultimi vent'anni si può dire che la terapia del dolore è ritornata a essere - ma ancora non sempre e non ovunque - il divinum opus di cui parlava Ippocrate 2500 anni fa.
La Cannabis
Dalla Cina al Mediterraneo. La canapa, probabilmente originaria dell'Asia orientale, era nota alla medicina cinese già qualche migliaio di anni fa. Il Pên-t'sao Ching - compendio di nozioni medico-farmaceutiche che si fa tradizionalmente risalire al terzo millennio a.C. (8) - la raccomanda per "disordini femminili, gotta, reumatismo, malaria, stipsi e debolezza mentale", avvertendo che una dose eccessiva "fa vedere demoni". In India, la canapa è citata nell'Atharvaveda (II millennio a.C.) come "pianta che libera dall'ansia", ed è stata in uso nella medicina tradizionale fino ai nostri giorni.
In tempi appena più recenti, la canapa è citata in testi egizi e assiri, ed è ben conosciuta anche dalla medicina greco-romana. Dioscoride (I sec. d.C.) la raccomanda per mal d'orecchi, edemi, itterizia e altri disturbi. Secondo Galeno (II sec. d.C.) essa può servire contro le flatulenze, il mal d'orecchi e il dolore in genere, ma in dose eccessiva "colpisce la testa, immettendovi vapori caldi e intossicanti".
Dall'oblio alla rinascita. In Europa, i suoi usi medici sembrano perdersi, insieme a molte altre cose, durante il Medio Evo. Ma con l'avvento dell'Età moderna e i grandi viaggi di esplorazione, la canapa ritrova i suoi estimatori. Garcia da Orta, medico portoghese in servizio presso il vicerè a Goa, in India, la cita nel suo Colloqui sui semplici e sulle droghe dell'India (1563) come stimolante dell'appetito, sonnifero, tranquillante, afrodisiaco ed euforizzante. E Robert Burton, nel suo Anatomia della melancolia (1621), ne suggerisce l'efficacia in quella che oggi chiameremmo "depressione".
Verso la fine del XVIII secolo, la Cannabis è di nuovo in auge. Nicolas Culpeper, il più importante studioso di piante medicinali del suo tempo, nel Complete Herbal (1814), dà un quadro completo dei suoi possibili usi medici, a partire da quelli indicati da Galeno. Pochi anni dopo, due opere ravvivano l'interesse: un articolo di William Brooke O'Shaughnessy (9), medico irlandese trapiantato in India, e il libro Du hachisch et de l'aliénation mentale (1845) di Jacques-Joseph Moreau de Tours. Secondo O'Shaughnessy, che si basa sulla secolare esperienza indiana, la Cannabis è utile in diverse condizioni: reumatismo acuto e cronico, idrofobia, colera, tetano e convulsioni infantili. Invece, Moreau considera l'hashisch sia uno strumento di indagine della mente, sia un farmaco efficace in varie malattie mentali. Risalgono a questi anni anche le prime ricerche scientifiche italiane sulla Cannabis, riscoperte da Giorgio Samorini (1996).
Un farmaco dai molti usi. Fra il 1840 e il 1900, secondo Robert P. Walton (1938), furono pubblicati più di 100 articoli sugli usi medici della Cannabis. Nel 1854 essa venne inclusa nello U.S. Dispensatory: "L'estratto di canapa è un potente narcotico [...] Si dice che agisca anche come deciso afrodisiaco, che stimoli l'appetito [...] Produce il sonno, riduce gli spasmi, calma l'irrequietezza nervosa, allevia il dolore" (10). Secondo William Osler, uno dei padri della clinica moderna, essa è "probabilmente il rimedio più soddisfacente" per l'emicrania (11).
Nel 1890, John Russell Reynolds riassume su The Lancet trent'anni di esperienza con la Cannabis. La giudica "incomparabile" nell'insonnia senile; utile come analgesico nelle nevralgie, inclusa la nevralgia del trigemino, nonché nella tabe, nell'emicrania e nella dismenorrea; molto efficace negli spasmi muscolari di varia natura (ma non nella vera epilessia); e, invece, di incerto valore nell'asma, nella depressione e nel delirio alcolico (12).
In Italia erano previsti dalla Farmacopea Ufficiale estratto e tintura di Cannabis indica. Secondo Paolo Emilio Alessandri (13) la canapa "usasi nel tetano, nelle nevralgie, isterismo, emicrania, reumatismo, corea, asma, e in molte altre malattie non escluso il cholera, dando però quasi sempre resultati contraddittori". Pietro Mascherpa (14) afferma che essenzialmente si tratta di "un medicamento cerebrale e precisamente un analgesico analogo all'oppio e alla morfina", che può avere più o meno le stesse indicazioni.
Proibire, proibire. La storia medica della Cannabis subisce una drastica svolta quando nel 1937, negli Stati Uniti, essa raggiunse l'oppio, la morfina e la cocaina nella lista delle "droghe proibite". Le nuove norme americane - a cui presto si adeguarono gli altri Paesi - resero estremamente complicata e onerosa per i medici la prescrizione di farmaci a base di Cannabis, e in pochi anni essa cadde completamente in disuso. Non si può negare che questa mossa, in questo momento storico, condizionò tutta la storia successiva della Cannabis, impedendone di fatto non solo l'uso terapeutico, ma anche lo studio con i moderni metodi scientifici.
Il silenzio e l'acquiescenza dei medici non fu generale. Lo stesso Walton, che pure appoggiò la proibizione dell'uso voluttuario della marihuana, scrisse: "Più stretti controlli che rendessero la droga non disponibile per scopi medici e scientifici non sarebbero saggi, dal momento che per essa possono essere sviluppati altri utilizzi, tali da superarne completamente gli svantaggi. La sostanza ha diverse notevoli proprietà e se la sua struttura chimica fosse definita, e varianti sintetiche fossero sviluppate, alcune di esse potrebbero dimostrarsi particolarmente utili, sia come agenti terapeutici che come strumenti per indagini sperimentali" (15).
Nei trent'anni successivi diventano assai rari i lavori sull'uso medico della Cannabis, ed è solo con la fine degli anni Settanta dello scorso secolo che un timido interesse si risveglierà e che, fra mille difficoltà, cominceranno a riapparire studi su Cannabis e cannabinoidi (16).
La volta buona? Dopo altri trent'anni, gli ostacoli sono ancora quasi ovunque gli stessi, ma la mole di conoscenze è comunque cresciuta a velocità impressionante. Si può ormai dire senza paura di sbagliare che la Cannabis, i suoi derivati, e il sistema dei cosiddetti "endocannabinoidi" costituiscono uno dei campi di indagine più promettenti della farmacologia e della clinica. E che di fronte all'accumulo delle evidenze, sarà difficile tenere ancora a lungo in vita gli impedimenti che hanno finora reso difficile lo studio scientifico delle proprietà di questa semplice, naturalissima pianta medicinale.
Altre "droghe"
Coca e cocaina. Pianta magica degli Incas, elemento ancora oggi centrale in tutte le culture andine, la coca non ha avuto grande fortuna medica. La cocaina, tanto lodata come stimolante da Paolo Mantegazza e Sigmund Freud, è storicamente importante come il primo anestetico locale, e ancora oggi alcuni otorinolaringoiatri ne apprezzano l'efficacia anestetica unita a una potente azione vasocostrittrice - due azioni che non si ritrovano combinate in altri farmaci. Salvo qualche applicazione interessante ma discussa (come il Brompton's cocktail, in cui la cocaina era usata per contrastare l'effetto depressivo degli oppioidi nella terapia del dolore), le sue proprietà psicostimolanti sono state apprezzate solo al di fuori della medicina. E solo pochi, isolati studiosi hanno preso in considerazione le interessanti qualità toniche, digestive e nutrizionali dell'infuso di foglie di coca, che i popoli dell'altipiano andino considerano essenziali alla sopravvivenza in alta quota.
Amfetamine. Le amfetamine, stimolanti dagli effetti soggettivamente simili alla cocaina ma molto più prolungati, sono state tranquillamente usate da alcune generazioni di studenti, avvocati, giornalisti, medici, autisti, aviatori, sportivi, ecc. per far fronte a compiti impegnativi e vincere la stanchezza. A lungo liberamente disponibili in farmacia, a bassissimo prezzo, sono state classificate come "stupefacenti" all'inizio degli anni Settanta dello scorso secolo, nel momento in cui, in sottogruppi marginali della cultura giovanile, comparvero nuove e allarmanti modalità d'uso (uso endovenoso di altissimi dosaggi, in binges prolungati per più giorni), con tutta una serie di complicanze mediche e psichiatriche. La proibizione, naturalmente, ridusse praticamente a zero l'uso lecito e (auto)controllato, che era sempre stato di gran lunga prevalente, mentre lasciò forse ancora più spazio all'uso problematico. Oggi le amfetamine hanno pochissime indicazioni mediche (narcolessia, sindrome da deficit di attenzione) e non sono più disponibili in molti Paesi.
LSD e sostanze "psichedeliche". In principio fu il peyote, pianta sacra degli Huicholes e dei Tarahumara messicani, e la mescalina, studiata dagli psichiatri soprattutto come finestra sulla "malattia mentale". Poi fu l'LSD, la cui storia avventurosa è stata oggetto di tanti libri, e che in vent'anni generò innumerevoli articoli scientifici e altrettante vivacissime controversie fra chi lo considerava straordinario strumento di indagine della mente nonché utile coadiuvante nella psicoterapia e nella psicoanalisi, e chi lo vedeva solo come sostanza distruttrice dell'io e disgregatrice della società. Furono poi "scoperti" dalla scienza ufficiale i funghi psilocibinici, usati da sempre dai curanderos messicani; l'ayahuasca e il San Pedro (altro cactus mescalinico), con un simile ruolo in vaste aree del bacino amazzonico (vedi "Sapere", febbraio 2002, p. 39); e una serie quasi infinita di altre sostanze diffuse fra le tribù "primitive" di mezzo mondo come strumenti di magia, di religione, ma anche di medicina. Tutte sostanze di cui i medici, gli psichiatri, gli psicologi, gli psicoanalisti e - perché no - i filosofi, i religiosi e i mistici hanno solo cominciato a valutare le sottili, a volte trascendenti potenzialità, fermandosi poi - anche perché obiettivamente impediti dalle leggi - davanti al solco che divide il materiale dallo spirituale, il corpo dall'anima. Cosicché sono rimaste finora senza seguito le esperienze di distacco dal dolore e di accettazione della morte indotte o facilitate dai cosiddetti "psichedelici".
MDA, MMDA, MDMA ... Una serie infinita di sigle caratterizza i derivati feniletilamminici "empatogeni" che, grazie alla popolarità come "droghe da discoteca", sono usciti dall'oscurità dei laboratori e dagli studi psichiatrici per diventare consumi di massa fra i tanti. Di alcune di queste sostanze si è sfiorato, molti anni addietro, il potenziale terapeutico in campo psichiatrico. Sostanze che accentuano l'empatia e il desiderio di contatto sia fisico che spirituale - una volta che ne fosse esclusa la neurotossicità oggi paventata - potrebbero persino essere un buon antidoto all'aggressività e alla superficialità usa-e-getta della società dei consumi. Tuttavia, grazie alla forza dei luoghi comuni ormai ben consolidati, sembra per ora molto difficile riportarle nel campo di attenzione della ricerca scientifica.
NOTE
(1) Mentre nel linguaggio corrente per "droga" si intende una "sostanza soggetta alla legge sugli stupefacenti", il significato tradizionale di "droga" in medicina è quello di "sostanza grezza di origine naturale utilizzata come farmaco". Per cui, in questa accezione, sono "droghe" non solo l'oppio o la Cannabis, ma anche la digitale, la china, la senna, e così via.
(2) Spero venga colta l'involontaria ironia di questa definizione delle sostanze proibite. In realtà, esse sono, proprio grazie a questo tipo di leggi, fra le sostanze meno controllate e controllabili, risultando disponibili per chiunque le desideri ventiquattr'ore su ventiquattro, a ogni angolo di strada, in tutto il mondo, nella totale assenza di ogni verifica di qualità, dose, origine e prezzo.
(3) Vedi Claudio Cappuccino, "Dall'oppio all'eroina. Un maledetto imbroglio", cap. 6.
(4) Segnalo a questo proposito il libro di prossima uscita a cura dell'Associazione per la Cannabis Terapeutica: "Erba medica. Usi terapeutici della Cannabis", ed. Stampa Alternativa, Roma (per informazioni: http://www.medicalcannabis.it ).
(5) PAULSHOCK B.Z. , "William Heberden and opium - some relief to all", N. Engl. J. Med. 308: 53-6, 1983.
(6) Anche nelle campagne italiane si usava un infuso di capsule di papavero (papagna) per far dormire i bambini.
(7) Sulle forze politiche, sociali ed economiche che portarono, fra il XIX e il XX secolo, alla drastica svolta proibizionista rinvio a Cappuccino 1999, cap. 5.
(8) Per la storia antica della Cannabis, si veda Abel (1982). Per la storia medica Walton (1938).
(9) O'SHAUGHNESSY W.B., "On the preparations of the Indian Hemp, or Gunjah", Transactions of the Medical and Physical Society of Bengal 8: 421-61, 1838 (ristampato in Mikuriya 1972, pp. 3-30).
(10) WOOD G.B., BACHE F., "The dispensatory of the United States", Lippincott, Brambo & Co., Philadelphia 1854 (citato da Abel 1982, p. 182-3).
(11) OSLER W., MCCRAE T., "The principles and practice of medicine" (8th ed.), D. Appleton & Co., New York 1916.
(13) REYNOLDS J.R., "Therapeutic uses and toxic effects of Cannabis indica", The Lancet 1: 637-8, 1890 (March 22) (ristampato in Mikuriya 1972, p. 145-9).
(14) In: "Droghe e piante medicinali" (2a ed.), Hoepli, Milano 1915, p. 144.
(15) In: "Trattato di farmacologia e farmacognosia", Hoepli, Milano 1949, p. 425-6.
(16) WALTON 1938, p. 151.
(17) Per approfondimenti, GRINSPOON-BAKALAR (2001), "Marijuana, medicina proibita" e "Libro bianco sugli usi terapeutici della Cannabis" ( http://www.fuoriluogo.it/quaderni/8/index.htm ).
BIBLIOGRAFIA
Storia della canapa:
ABEL E.L., "Marihuana: the first twelve thousand years", McGraw-Hill, New York 1982.
GRINSPOON L., BAKALAR J.B., "Marijuana, medicina proibita", Editori Riuniti, Roma 2001.
MIKURIYA T.H. (a cura di), "Marijuana: medical papers 1839-1972", Medi-Comp Press Oakland 1972.
SAMORINI G., "L'erba di Carlo Erba. Per una storia della canapa indiana in Italia" (1845-1948), Nautilus, Torino 1996.
WALTON R.P., "Marihuana - America's new drug problem", J.B. Lippincott & Co., Philadelphia 1938.
Storia dell'oppio:
BERRIDGE V.-EDWARDS G., "Opium and the people: opiate use in 19th-century England", Allen Lane, London 1981.
CAPPUCCINO C., "Dall'oppio all'eroina. Un maledetto imbroglio", Cox 18 Books, Milano 1999.
LATIMER D., GOLDBERG J., "Fiori nel sangue", C. Ciapanna Editore, Roma 1983.
MERLIN M.D., "On the trail of the ancient opium poppy", Fairleigh Dickinson U.P., Rutherford 1984.
Altre droghe e storia generale:
BRECHER E.M. et al., "Licit & illicit drugs", Little Brown, Boston 1972.
GRINSPOON L.-BAKALAR J.B., "Cocaine. A drug and its social evolution", Basic Books, New York 1985.
HOFFMAN A., "LSD, il mio bambino difficile", Urra, Milano 1995.
STORIA Antichi rimedi, moderni tabù
di Claudio Cappuccino
(Claudio Cappuccino è studioso di storia delle droghe
e membro onorario dell'Associazione per la Cannabis Terapeutica)
La maggioranza delle sostanze che oggi chiamiamo "droghe" sono state o sono tuttora dei "farmaci". La distinzione fra droga (1) e farmaco è più basata su un'ideologia etico-politica che su una definizione scientifica. Oggi per esempio la Cannabis e l'eroina condividono il dubbio onore di essere classificate, dalla legge statunitense sulle "sostanze controllate" (2), nello Schedule 1, quello che raggruppa le sostanze dotate di un inaccettabile rischio di dipendenza e di nessuna utilità medica. Lo stesso accade nella maggioranza degli altri Paesi, inclusa l'Italia. Se si considerano la storia e la farmacologia dell'eroina, su cui non posso dilungarmi qui (3), e la vastità degli usi terapeutici oggi seriamente ipotizzabili per la Cannabis (4), non si può non pensare che queste leggi siano state fatte non guardando in faccia la realtà, ma tentando di stravolgerla per scopi che non riguardano né la medicina né la cura dei malati.
In questo articolo cercherò di raccontare con qualche dettaglio la storia dell'uso medico della sostanza storicamente più importante, l'oppio, e di quella attualmente più promettente, la canapa, mentre potrò solo accennare brevemente a quella di altre sostanze non meno cariche di vicissitudini, ma che per varie ragioni devono, sotto l'aspetto medico, essere considerate di secondo piano.
L'oppio
L'oppio agli albori della medicina. Moltissimi reperti fossili dimostrano che il papavero era conosciuto in Europa centro-meridionale già nel Neolitico e nell'Antica età del bronzo (5500-3000 a.C.). Tavolette mediche sumeriche (3000 a.C.), papiri egiziani (papiro Ebers, 1550 a.C.), oltre a bassorilievi, monete e gioielli di varie epoche ritrovati in tutta l'area mediterranea e nel medio-oriente, citano o raffigurano il papavero.
L'oppio è uno dei farmaci principali della medicina fin dai tempi in cui essa si confondeva ancora con la magia e con la religione, e certo uno dei pochissimi che per il loro valore hanno attraversato i millenni fino ai nostri giorni. Ippocrate (V-IV sec. a.C.), negli scritti che gli sono attribuiti, parla ripetutamente dell'oppio, e lo raccomanda come narcotico e contro la dissenteria. Nicandro (II sec. a.C.) è il primo a parlare della theriaka, una miscela di sostanze diverse, sempre contenente oppio, che avrà una lunghissima storia, sopravvivendo addirittura fino al XVIII secolo. Pedanio Dioscoride (I sec. d.C.) è il primo a descrivere la tecnica di estrazione dell'oppio e a presentarne le principali caratteristiche farmacologiche: "Elimina il dolore, calma la tosse, riduce il catarro dei polmoni, blocca i flussi intestinali, e si applica sulla fronte di chi soffre di insonnia. Però, prendendolo in gran quantità, fa male, perché provoca letargia e uccide".
L'oppio nell'Impero romano. Aulo Cornelio Celso, nel De medicina (ca. 30 d.C.), riferisce di circa 250 piante medicinali, tra cui il papavero, raccomandato contro il dolore. Plinio il Vecchio (I sec. d.C.) dà una descrizione dettagliata delle varietà di papavero e dei loro usi specifici ed è il primo a usare la parola latina opium. Nella Roma del I-II secolo d. C., l'oppio è contemporaneamente farmaco, veleno e antidoto. Sembra che esso - componente essenziale della theriaka e dell'antidoto di Mitridate - fosse diventato di uso comune. Nerone, Tito, Nerva, Traiano, Adriano e Marco Aurelio sono i più famosi degli imperatori romani per cui ne è documentato l'uso. Claudio Galeno (131-200 d.C.), medico di Marco Aurelio, considera l'oppio una panacea o qualcosa di molto simile: "Combatte i veleni e i morsi degli animali velenosi, cura il mal di testa cronico, la vertigine, la sordità, l'epilessia, l'apoplessia, la debolezza della vista, la perdita della voce, l'asma, la tosse di ogni genere, l'emottisi, la difficoltà di respirare, le coliche, il veleno iliaco, l'itterizia, la durezza della milza, i calcoli, i disturbi urinari, le febbri, le idropisie, la lebbra, le malattie delle donne, la melancolia e tutte le pestilenze".
Quando le scienze fiorivano solo fra gli Arabi. Con la decadenza dell'impero romano, la scienza greca sopravvive presso gli Arabi. Nella prima enciclopedia medica araba, il Paradiso della sapienza di Ali Rabban al-Tabari, medico del califfo di Baghdad intorno all'850, c'è una completa trattazione dell'oppio (afiun) come analgesico, calmante della tosse, narcotico, veleno o - in forma di theriaka - antidoto ai veleni. Avicenna (980-1037) - fisico, matematico, filosofo oltre che medico - parla estesamente dell'oppio nel suo famoso Canone ("ottunde la mente, diminuisce la coscienza, ostacola le decisioni razionali, debilita la digestione e da ultimo porta alla morte per l'eccessivo raffreddamento delle funzioni naturali").
Intorno al VII secolo d.C., la produzione dell'oppio è localizzata soprattutto in Medio Oriente lungo la costa del Mediterraneo, dalla Turchia all'Egitto. E con la grande espansione araba dopo la morte di Maometto nel 632, sono proprio i mercanti arabi a portare per primi l'oppio verso l'Asia. In Persia, l'uso dell'oppio è ben documentato a partire dall'VIII secolo, in India e Birmania dal IX. In Cina, intorno al 1000, l'uso dell'oppio come medicina è già diffuso.
Dai secoli bui alla rinascita delle scienze. In Europa, lungo tutto il Medio Evo, restano pochissimi riferimenti scritti all'oppio, che cade in disuso per la diminuzione degli scambi commerciali, l'eclisse delle scienze e soprattutto la condanna della Chiesa cattolica, secondo la quale la malattia e il dolore sono espressioni della volontà di Dio e possono essere evitati solo con la virtù e la preghiera. Solo dopo il 1200 l'oppio ritorna in auge, particolarmente come anestetico in chirurgia (Ugo e Teodorico Borgognoni, John of Arderne).
Allo svizzero Philippus Aureolus von Hohenheim - passato alla storia come Paracelso - spetta forse il maggior merito nella riscoperta scientifica dell'oppio. Curiosissimo ed eternamente inquieto, Paracelso studia e viaggia moltissimo, dalla Spagna alla Svezia, dalla Russia alla Turchia. Mistico, rivoluzionario, iconoclasta, insensibile alle lusinghe del successo, fu contestato in vita e criticato come ciarlatano per secoli. Ma Fielding H. Garrison lo considera "il pensatore più originale del Cinquecento", e William Osler lo chiama "il Lutero della medicina", a simboleggiare la rivolta contro la vacua tradizione. Paracelso include l'oppio in diverse ricette di sedativi e antidolorifici ("I sedativi sono di particolare efficacia quando comprendono l'oppio tebaico") e lo chiama "la pietra dell'immortalità". Probabilmente anche nel suo "laudano" ("Posseggo un segreto, che chiamo laudano, che non ha eguali quando si vuol evitare la morte") l'oppio era l'ingrediente fondamentale.
Più avanti, il grande medico inglese Thomas Sydenham (1624-1689) è l'inventore di un'altra ricetta di laudano che porterà il suo nome e che fino ai tempi delle nostre nonne non mancherà mai nell'armadietto dei farmaci. Secondo lui: "Fra i rimedi che all'Onnipotente è piaciuto dare all'uomo per alleviare le sue sofferenze, nessuno è più universale ed efficace dell'oppio"; "Senza oppio, l'arte di guarire cesserebbe di esistere"; "Questo farmaco è così insostituibile e utile nelle mani del medico esperto e capace che la scienza farmaceutica senza di esso resterebbe imperfetta e vacillante".
Di William Heberden (1710-1801), altro eccellente clinico, è stato recentemente riscoperto un breve saggio sull'oppio, che vale ancora la pena di meditare (5). L'autore fa notare che l'oppio è un farmaco molto sicuro, e che bisogna solo aver l'accortezza di basare sempre la scelta del preparato e della dose sul singolo caso: "Nessuno [...] dovrebbe essere scoraggiato dal dare o dal prendere un oppiaceo, finché diverse preparazioni non sono state provate: e queste prove possono facilmente esser fatte con tale cautela da provocare solo minimi disturbi e nessun pericolo. [...] L'oppio è ben lontano dall'essere la minore delle benedizioni che la Provvidenza ci ha dato per mitigare le varie sofferenze a cui l'umana forma è soggetta. Ci sono farmaci specifici, o cure, per pochi dei nostri mali, mentre l'oppio porta qualche sollievo in tutti".
Dall'isolamento della morfina al proibizionismo. Il vero passo avanti arriva con l'alba del XIX secolo. Friedrich W. A. Sertürner (1783-1841), oscuro aiuto-farmacista, nel 1805 riesce a isolare dall'oppio una sostanza che chiama "lo specifico elemento narcotico dell'oppio". Dal nome di Morfeo, dio dei sogni, lo chiama Morphium. Più tardi si chiamerà morfina.
Da questo momento assisteremo a un consumo di massa degli oppiacei. L'accesso alle cure mediche è ancora un lusso che pochi possono permettersi - il medico costa troppo o semplicemente non c'è - e ci si affida a rimedi ben conosciuti. L'oppio è uno di questi, ed è certamente, se non una cura risolutiva, almeno un farmaco di provata efficacia per mille diverse indicazioni: dolori di ogni genere, diarrea, tosse, TBC, diabete, ansia, depressione, insonnia, alcolismo, "problemi femminili", malaria, gotta e moltissime altre indicazioni. In molti casi, oppio e morfina diventano sostitutivi dell'alcool, dato che i loro effetti sono assai meno visibili e socialmente allarmanti. Persino i bambini vengono spesso tenuti tranquilli con l'oppio (6).
Intorno al 1850, la siringa ipodermica entrerà rapidamente nell'uso comune proprio per la somministrazione di morfina, segnando la più grande rivoluzione nella storia della somministrazione dei farmaci. E nel mondo devastato dalle guerre e disseminato di feriti e mutilati sofferenti, la morfina si guadagnerà l'appellativo di God's own medicine - medicina di Dio.
Solo rare voci si levano inizialmente a protestare contro il vero o supposto "abuso" di oppiacei, e anche queste soprattutto in occasione di qualche clamoroso caso di avvelenamento o delle relativamente rare morti accidentali. Ma ben presto, una serie complessa di circostanze e di avvenimenti internazionali determinerà un diverso atteggiamento dell'opinione pubblica e dei governi. Nei primi anni del Novecento, si definirà quello dell'abuso (o anche solamente "uso") di stupefacenti un problema sociale, degno di una soluzione tanto drastica sulla carta quanto irrealizzabile nella pratica: la proibizione di ogni utilizzo non strettamente medico (7). Purtroppo, il nuovo atteggiamento verso le "droghe", e in particolare verso gli oppiacei, determinerà un profondo cambiamento di opinione fra gli stessi medici, e dopo la svolta proibizionista anche l'uso terapeutico di queste sostanze verrà di fatto estremamente limitato, quando non rifiutato a priori, con conseguenze gravissime per la qualità della vita di milioni di persone gravemente sofferenti.
Solo negli ultimi vent'anni si può dire che la terapia del dolore è ritornata a essere - ma ancora non sempre e non ovunque - il divinum opus di cui parlava Ippocrate 2500 anni fa.
La Cannabis
Dalla Cina al Mediterraneo. La canapa, probabilmente originaria dell'Asia orientale, era nota alla medicina cinese già qualche migliaio di anni fa. Il Pên-t'sao Ching - compendio di nozioni medico-farmaceutiche che si fa tradizionalmente risalire al terzo millennio a.C. (8) - la raccomanda per "disordini femminili, gotta, reumatismo, malaria, stipsi e debolezza mentale", avvertendo che una dose eccessiva "fa vedere demoni". In India, la canapa è citata nell'Atharvaveda (II millennio a.C.) come "pianta che libera dall'ansia", ed è stata in uso nella medicina tradizionale fino ai nostri giorni.
In tempi appena più recenti, la canapa è citata in testi egizi e assiri, ed è ben conosciuta anche dalla medicina greco-romana. Dioscoride (I sec. d.C.) la raccomanda per mal d'orecchi, edemi, itterizia e altri disturbi. Secondo Galeno (II sec. d.C.) essa può servire contro le flatulenze, il mal d'orecchi e il dolore in genere, ma in dose eccessiva "colpisce la testa, immettendovi vapori caldi e intossicanti".
Dall'oblio alla rinascita. In Europa, i suoi usi medici sembrano perdersi, insieme a molte altre cose, durante il Medio Evo. Ma con l'avvento dell'Età moderna e i grandi viaggi di esplorazione, la canapa ritrova i suoi estimatori. Garcia da Orta, medico portoghese in servizio presso il vicerè a Goa, in India, la cita nel suo Colloqui sui semplici e sulle droghe dell'India (1563) come stimolante dell'appetito, sonnifero, tranquillante, afrodisiaco ed euforizzante. E Robert Burton, nel suo Anatomia della melancolia (1621), ne suggerisce l'efficacia in quella che oggi chiameremmo "depressione".
Verso la fine del XVIII secolo, la Cannabis è di nuovo in auge. Nicolas Culpeper, il più importante studioso di piante medicinali del suo tempo, nel Complete Herbal (1814), dà un quadro completo dei suoi possibili usi medici, a partire da quelli indicati da Galeno. Pochi anni dopo, due opere ravvivano l'interesse: un articolo di William Brooke O'Shaughnessy (9), medico irlandese trapiantato in India, e il libro Du hachisch et de l'aliénation mentale (1845) di Jacques-Joseph Moreau de Tours. Secondo O'Shaughnessy, che si basa sulla secolare esperienza indiana, la Cannabis è utile in diverse condizioni: reumatismo acuto e cronico, idrofobia, colera, tetano e convulsioni infantili. Invece, Moreau considera l'hashisch sia uno strumento di indagine della mente, sia un farmaco efficace in varie malattie mentali. Risalgono a questi anni anche le prime ricerche scientifiche italiane sulla Cannabis, riscoperte da Giorgio Samorini (1996).
Un farmaco dai molti usi. Fra il 1840 e il 1900, secondo Robert P. Walton (1938), furono pubblicati più di 100 articoli sugli usi medici della Cannabis. Nel 1854 essa venne inclusa nello U.S. Dispensatory: "L'estratto di canapa è un potente narcotico [...] Si dice che agisca anche come deciso afrodisiaco, che stimoli l'appetito [...] Produce il sonno, riduce gli spasmi, calma l'irrequietezza nervosa, allevia il dolore" (10). Secondo William Osler, uno dei padri della clinica moderna, essa è "probabilmente il rimedio più soddisfacente" per l'emicrania (11).
Nel 1890, John Russell Reynolds riassume su The Lancet trent'anni di esperienza con la Cannabis. La giudica "incomparabile" nell'insonnia senile; utile come analgesico nelle nevralgie, inclusa la nevralgia del trigemino, nonché nella tabe, nell'emicrania e nella dismenorrea; molto efficace negli spasmi muscolari di varia natura (ma non nella vera epilessia); e, invece, di incerto valore nell'asma, nella depressione e nel delirio alcolico (12).
In Italia erano previsti dalla Farmacopea Ufficiale estratto e tintura di Cannabis indica. Secondo Paolo Emilio Alessandri (13) la canapa "usasi nel tetano, nelle nevralgie, isterismo, emicrania, reumatismo, corea, asma, e in molte altre malattie non escluso il cholera, dando però quasi sempre resultati contraddittori". Pietro Mascherpa (14) afferma che essenzialmente si tratta di "un medicamento cerebrale e precisamente un analgesico analogo all'oppio e alla morfina", che può avere più o meno le stesse indicazioni.
Proibire, proibire. La storia medica della Cannabis subisce una drastica svolta quando nel 1937, negli Stati Uniti, essa raggiunse l'oppio, la morfina e la cocaina nella lista delle "droghe proibite". Le nuove norme americane - a cui presto si adeguarono gli altri Paesi - resero estremamente complicata e onerosa per i medici la prescrizione di farmaci a base di Cannabis, e in pochi anni essa cadde completamente in disuso. Non si può negare che questa mossa, in questo momento storico, condizionò tutta la storia successiva della Cannabis, impedendone di fatto non solo l'uso terapeutico, ma anche lo studio con i moderni metodi scientifici.
Il silenzio e l'acquiescenza dei medici non fu generale. Lo stesso Walton, che pure appoggiò la proibizione dell'uso voluttuario della marihuana, scrisse: "Più stretti controlli che rendessero la droga non disponibile per scopi medici e scientifici non sarebbero saggi, dal momento che per essa possono essere sviluppati altri utilizzi, tali da superarne completamente gli svantaggi. La sostanza ha diverse notevoli proprietà e se la sua struttura chimica fosse definita, e varianti sintetiche fossero sviluppate, alcune di esse potrebbero dimostrarsi particolarmente utili, sia come agenti terapeutici che come strumenti per indagini sperimentali" (15).
Nei trent'anni successivi diventano assai rari i lavori sull'uso medico della Cannabis, ed è solo con la fine degli anni Settanta dello scorso secolo che un timido interesse si risveglierà e che, fra mille difficoltà, cominceranno a riapparire studi su Cannabis e cannabinoidi (16).
La volta buona? Dopo altri trent'anni, gli ostacoli sono ancora quasi ovunque gli stessi, ma la mole di conoscenze è comunque cresciuta a velocità impressionante. Si può ormai dire senza paura di sbagliare che la Cannabis, i suoi derivati, e il sistema dei cosiddetti "endocannabinoidi" costituiscono uno dei campi di indagine più promettenti della farmacologia e della clinica. E che di fronte all'accumulo delle evidenze, sarà difficile tenere ancora a lungo in vita gli impedimenti che hanno finora reso difficile lo studio scientifico delle proprietà di questa semplice, naturalissima pianta medicinale.
Altre "droghe"
Coca e cocaina. Pianta magica degli Incas, elemento ancora oggi centrale in tutte le culture andine, la coca non ha avuto grande fortuna medica. La cocaina, tanto lodata come stimolante da Paolo Mantegazza e Sigmund Freud, è storicamente importante come il primo anestetico locale, e ancora oggi alcuni otorinolaringoiatri ne apprezzano l'efficacia anestetica unita a una potente azione vasocostrittrice - due azioni che non si ritrovano combinate in altri farmaci. Salvo qualche applicazione interessante ma discussa (come il Brompton's cocktail, in cui la cocaina era usata per contrastare l'effetto depressivo degli oppioidi nella terapia del dolore), le sue proprietà psicostimolanti sono state apprezzate solo al di fuori della medicina. E solo pochi, isolati studiosi hanno preso in considerazione le interessanti qualità toniche, digestive e nutrizionali dell'infuso di foglie di coca, che i popoli dell'altipiano andino considerano essenziali alla sopravvivenza in alta quota.
Amfetamine. Le amfetamine, stimolanti dagli effetti soggettivamente simili alla cocaina ma molto più prolungati, sono state tranquillamente usate da alcune generazioni di studenti, avvocati, giornalisti, medici, autisti, aviatori, sportivi, ecc. per far fronte a compiti impegnativi e vincere la stanchezza. A lungo liberamente disponibili in farmacia, a bassissimo prezzo, sono state classificate come "stupefacenti" all'inizio degli anni Settanta dello scorso secolo, nel momento in cui, in sottogruppi marginali della cultura giovanile, comparvero nuove e allarmanti modalità d'uso (uso endovenoso di altissimi dosaggi, in binges prolungati per più giorni), con tutta una serie di complicanze mediche e psichiatriche. La proibizione, naturalmente, ridusse praticamente a zero l'uso lecito e (auto)controllato, che era sempre stato di gran lunga prevalente, mentre lasciò forse ancora più spazio all'uso problematico. Oggi le amfetamine hanno pochissime indicazioni mediche (narcolessia, sindrome da deficit di attenzione) e non sono più disponibili in molti Paesi.
LSD e sostanze "psichedeliche". In principio fu il peyote, pianta sacra degli Huicholes e dei Tarahumara messicani, e la mescalina, studiata dagli psichiatri soprattutto come finestra sulla "malattia mentale". Poi fu l'LSD, la cui storia avventurosa è stata oggetto di tanti libri, e che in vent'anni generò innumerevoli articoli scientifici e altrettante vivacissime controversie fra chi lo considerava straordinario strumento di indagine della mente nonché utile coadiuvante nella psicoterapia e nella psicoanalisi, e chi lo vedeva solo come sostanza distruttrice dell'io e disgregatrice della società. Furono poi "scoperti" dalla scienza ufficiale i funghi psilocibinici, usati da sempre dai curanderos messicani; l'ayahuasca e il San Pedro (altro cactus mescalinico), con un simile ruolo in vaste aree del bacino amazzonico (vedi "Sapere", febbraio 2002, p. 39); e una serie quasi infinita di altre sostanze diffuse fra le tribù "primitive" di mezzo mondo come strumenti di magia, di religione, ma anche di medicina. Tutte sostanze di cui i medici, gli psichiatri, gli psicologi, gli psicoanalisti e - perché no - i filosofi, i religiosi e i mistici hanno solo cominciato a valutare le sottili, a volte trascendenti potenzialità, fermandosi poi - anche perché obiettivamente impediti dalle leggi - davanti al solco che divide il materiale dallo spirituale, il corpo dall'anima. Cosicché sono rimaste finora senza seguito le esperienze di distacco dal dolore e di accettazione della morte indotte o facilitate dai cosiddetti "psichedelici".
MDA, MMDA, MDMA ... Una serie infinita di sigle caratterizza i derivati feniletilamminici "empatogeni" che, grazie alla popolarità come "droghe da discoteca", sono usciti dall'oscurità dei laboratori e dagli studi psichiatrici per diventare consumi di massa fra i tanti. Di alcune di queste sostanze si è sfiorato, molti anni addietro, il potenziale terapeutico in campo psichiatrico. Sostanze che accentuano l'empatia e il desiderio di contatto sia fisico che spirituale - una volta che ne fosse esclusa la neurotossicità oggi paventata - potrebbero persino essere un buon antidoto all'aggressività e alla superficialità usa-e-getta della società dei consumi. Tuttavia, grazie alla forza dei luoghi comuni ormai ben consolidati, sembra per ora molto difficile riportarle nel campo di attenzione della ricerca scientifica.
NOTE
(1) Mentre nel linguaggio corrente per "droga" si intende una "sostanza soggetta alla legge sugli stupefacenti", il significato tradizionale di "droga" in medicina è quello di "sostanza grezza di origine naturale utilizzata come farmaco". Per cui, in questa accezione, sono "droghe" non solo l'oppio o la Cannabis, ma anche la digitale, la china, la senna, e così via.
(2) Spero venga colta l'involontaria ironia di questa definizione delle sostanze proibite. In realtà, esse sono, proprio grazie a questo tipo di leggi, fra le sostanze meno controllate e controllabili, risultando disponibili per chiunque le desideri ventiquattr'ore su ventiquattro, a ogni angolo di strada, in tutto il mondo, nella totale assenza di ogni verifica di qualità, dose, origine e prezzo.
(3) Vedi Claudio Cappuccino, "Dall'oppio all'eroina. Un maledetto imbroglio", cap. 6.
(4) Segnalo a questo proposito il libro di prossima uscita a cura dell'Associazione per la Cannabis Terapeutica: "Erba medica. Usi terapeutici della Cannabis", ed. Stampa Alternativa, Roma (per informazioni: http://www.medicalcannabis.it ).
(5) PAULSHOCK B.Z. , "William Heberden and opium - some relief to all", N. Engl. J. Med. 308: 53-6, 1983.
(6) Anche nelle campagne italiane si usava un infuso di capsule di papavero (papagna) per far dormire i bambini.
(7) Sulle forze politiche, sociali ed economiche che portarono, fra il XIX e il XX secolo, alla drastica svolta proibizionista rinvio a Cappuccino 1999, cap. 5.
(8) Per la storia antica della Cannabis, si veda Abel (1982). Per la storia medica Walton (1938).
(9) O'SHAUGHNESSY W.B., "On the preparations of the Indian Hemp, or Gunjah", Transactions of the Medical and Physical Society of Bengal 8: 421-61, 1838 (ristampato in Mikuriya 1972, pp. 3-30).
(10) WOOD G.B., BACHE F., "The dispensatory of the United States", Lippincott, Brambo & Co., Philadelphia 1854 (citato da Abel 1982, p. 182-3).
(11) OSLER W., MCCRAE T., "The principles and practice of medicine" (8th ed.), D. Appleton & Co., New York 1916.
(13) REYNOLDS J.R., "Therapeutic uses and toxic effects of Cannabis indica", The Lancet 1: 637-8, 1890 (March 22) (ristampato in Mikuriya 1972, p. 145-9).
(14) In: "Droghe e piante medicinali" (2a ed.), Hoepli, Milano 1915, p. 144.
(15) In: "Trattato di farmacologia e farmacognosia", Hoepli, Milano 1949, p. 425-6.
(16) WALTON 1938, p. 151.
(17) Per approfondimenti, GRINSPOON-BAKALAR (2001), "Marijuana, medicina proibita" e "Libro bianco sugli usi terapeutici della Cannabis" ( http://www.fuoriluogo.it/quaderni/8/index.htm ).
BIBLIOGRAFIA
Storia della canapa:
ABEL E.L., "Marihuana: the first twelve thousand years", McGraw-Hill, New York 1982.
GRINSPOON L., BAKALAR J.B., "Marijuana, medicina proibita", Editori Riuniti, Roma 2001.
MIKURIYA T.H. (a cura di), "Marijuana: medical papers 1839-1972", Medi-Comp Press Oakland 1972.
SAMORINI G., "L'erba di Carlo Erba. Per una storia della canapa indiana in Italia" (1845-1948), Nautilus, Torino 1996.
WALTON R.P., "Marihuana - America's new drug problem", J.B. Lippincott & Co., Philadelphia 1938.
Storia dell'oppio:
BERRIDGE V.-EDWARDS G., "Opium and the people: opiate use in 19th-century England", Allen Lane, London 1981.
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Altre droghe e storia generale:
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HOFFMAN A., "LSD, il mio bambino difficile", Urra, Milano 1995.
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