Corriere della Sera 4.5.04
Il governatore Zhou: le riforme procedono, però a zig-zag. I danni ecologici
Credito facile e grattacieli vuoti La tigre cinese ora vuole frenare
Stretta sulle banche statali. Ma anche l’America teme la fine del boom
di Massimo Gaggi
SHANGHAI - VACILLA l´ultimo pilastro della leadership americana nel mondo, il primato nella scienza. L´Asia tallona la supremazia degli Stati Uniti anche in questo campo: brevetti, scoperte, invenzioni, formazione universitaria. Dopo aver svuotato "dal basso" l´industria tecnologica americana, portandole via le mansioni operaie, le potenze asiatiche ora alzano il tiro e lanciano la sfida a un livello superiore. Le aiuta involontariamente la guerra di George Bush al terrorismo: le restrizioni ai visti negli Stati Uniti incoraggiano un´emigrazione alla rovescia, il "ritorno dei cervelli" in Cina e in India, due giganti in pieno boom economico. Anche l´esplosione della spesa militare americana è sotto accusa perché sacrifica gli investimenti pubblici nell´istruzione. Una responsabilità a parte spetta all´integralismo religioso del presidente, che ostacola la sperimentazione scientifica in campi come le cellule staminali.
Il New York Times apre la prima pagina con questo allarme: "U.S. is losing its dominance in the sciences", gli Stati Uniti stanno perdendo il loro dominio nelle scienze.
Il sole tramonta nella foschia di Shanghai, ma il cantiere nel quale si costruisce la seconda torre dell’hotel Shangri-la non si ferma. Dalla mia camera nella prima torre, lo spettacolo è impressionante: le gru continuano a girare nell’oscurità, gli operai montano le travi d’acciaio sotto la luce dei riflettori.
All’una di notte conto ancora quattro cascate di scintille, le squadre dei saldatori. Ma l’albergo non è pieno. Il giorno dopo chiedo al manager il perché di tutta questa fretta. «Sa, anche quest’anno l’economia deve crescere al 9%» è la disarmante risposta.
Fino a qualche settimana fa la Cina preoccupava l’Occidente per la rapidità della sua crescita che sottrae lavoro a molti Paesi industrializzati e sconvolge i mercati delle materie prime, a cominciare da petrolio, acciaio e carbon-coke.
Si chiedeva al governo guidato da Wen Jiabao di azionare la leva del freno, anche per ridurre il surriscaldamento del sistema finanziario, e di rivalutare il renmimbi, anche per rendere le merci cinesi un po’ meno competitive. Gli economisti americani ed europei studiavano le mosse del governo soprattutto per capire fino a che punto fossero sinceri gli impegni presi per rallentare il ritmo di crescita e guidare la trasformazione di un’economia pianificata in un vero sistema di mercato.
Quando, alla fine del primo trimestre 2004, i dati hanno mostrato che il Pil cinese continua a crescere a una velocità poco inferiore al 10% annuo, furono in molti a concludere che il governo aveva mentito, dato che un’economia pianificata e centralizzata non può finire fuori controllo. Ma il governo ribadì il suo impegno e la banca centrale iniziò a intervenire sul sistema creditizio. In pochi giorni il clima è mutato: le Borse asiatiche (e non solo) hanno reagito con forti ribassi all’ipotesi di una frenata cinese; gli esperti hanno cominciato a temere un rallentamento troppo brusco che potrebbe togliere carburante alla ripresa internazionale fin qui alimentata proprio da Pechino, e in parte dagli Usa.
Cosa sta accadendo? La sensazione è che la tecnocrazia al governo abbia chiara la percezione dei rischi che corre l’economia cinese e stia cercando di pilotare una sorta di «atterraggio morbido», che però non è detto che riesca pienamente. Anche perché, se il potere centrale è effettivamente molto forte, il controllo dei venti o trenta dirigenti di Pechino che davvero «contano» su un Paese sterminato e sovrappopolato, non può essere così capillare. Non è, del resto, storia recente: un antico proverbio dice che il dragone (cioè l’impero) è potente, ma i serpenti (i feudatari al potere nelle varie province) sanno come sopravvivere ai suoi artigli.
Qualche giorno fa, il passaggio-chiave: la banca centrale, verificato che gli istituti - che col loro credito facile sono stati i veri «fuochisti» dell’economia cinese - anche a marzo avevano incrementato i prestiti addirittura del 20%, ha invitato tutti a voltare pagina. E la Commissione che controlla il sistema creditizio ha deciso di inviare squadre di ispettori in tutte le sette province del Paese per controllare che la disposizione venga realmente eseguita e che l’esposizione si riduca, in particolare nei settori più esposti: acciaio, industria automobilista e settore immobiliare, il cui boom, soprattutto a Shanghai e nelle zone di nuova urbanizzazione, sta producendo molta inflazione.
Insomma, la volontà di frenare sicuramente c’è: il governo teme davvero un surriscaldamento dell’economia, comincia a calcolare anche i danni ambientali prodotti da un’industrializzazione «selvaggia» e capisce che il disordine creato nel mercato mondiale delle materie prime danneggia i suoi stessi partner commerciali. Ma la frenata non può essere troppo pronunciata perché il Paese ha comunque bisogno di un certo livello di crescita per creare i nuovi posti di lavoro (circa 15 milioni l’anno) necessari per fronteggiare l’incremento demografico e i flussi migratori dalle campagne.
Che la manovra riesca è però tutto da vedere: alcune riforme sono state impostate, ma si procede a zig-zag, come dice il governatore della Banca centrale, Zhou Xiaochuan. Dal mercato del lavoro vengono flebili segnali che possono far sperare in qualche forma di riequilibrio tra Cina e Paesi avanzati, nel lungo periodo. Oggi il salario di un operaio di Shanghai in media è otto volte più basso rispetto all’Occidente. E, soprattutto in alcuni settori come le costruzioni, vige una sorta di «caporalato» che rende il lavoro tanto «flessibile» quanto privo delle più elementari garanzie. Ora qualcosa sta cambiando. A esempio a Pechino, dove tre milioni di lavoratori emigrati dalle campagne ricevono incarichi precari, è stato vietato il subappalto dei lavori a società che non garantiscono i requisiti minimi di sicurezza e spesso non pagano nemmeno i loro dipendenti. E gli operai che oggi vengono pagati una volta l’anno, dovranno ricevere il salario mensilmente. Non molto, visto dall’Europa, ma un cambiamento significativo per la Cina. Dove per alcune professionalità (a esempio gli ingegneri laureati in America che tornano in patria) si cominciano a pagare retribuzioni comparabili con quelle di altri Paesi industrializzati.
Se nel mondo del lavoro qualcosa si muove, dalle banche per ora non vengono indicazioni incoraggianti. Abituate a operare come rami della pubblica amministrazione che garantisce tutti i loro crediti, le quattro grandi banche cinesi hanno continuato per anni a erogare cifre enormi ai clienti, prevalentemente aziende di Stato, senza curarsi della redditività dei progetti finanziati. Cinque anni fa lo Stato destinò il 3% del reddito nazionale a un loro massiccio rifinanziamento (270 miliardi di yuan, circa 27 miliardi di euro, al cambio di oggi). Dovevano entrare nel sistema finanziario internazionale con un adeguato grado di patrimonializzazione. Ma la musica non è cambiata: pressate anche dai governi delle singole province, desiderosi di sostenere lo sviluppo, queste banche hanno continuato a finanziare di tutto. Così Pechino ha appena dovuto spendere ben 45 miliardi di dollari per rifinanziare due di queste banche. Ora, però, il sentiero si è fatto stretto: l’elevato livello dei crediti «in sofferenza» o già inesigibili - ufficialmente il 21% del totale, ma c’è chi ritiene che siano più del doppio - richiederebbe infatti una frenata brusca che verrebbe pagata a caro prezzo dall’economia cinese e da quella internazionale. Una frenata troppo morbida rischia invece di non allontanare il pericolo di un « meltdown » finanziario.
E così ieri sul «New York Times» Thomas Friedman ha trasformato la sua corrispondenza sulla Cina in una preghiera (ironica fino a un certo punto) al Padre Celeste, affinché mantenga i governanti cinesi forti e in buona salute fino all’età di 120 anni, capaci di governare con saggezza un processo di riforme economiche che consenta alla Cina di crescere per sempre al 9 per cento l’anno. Scavalcando, uno alla volta, tutti gli altri grandi protagonisti dell’economia mondiale, America compresa.
Repubblica 4.5.04
Dalle pubblicazioni sulle riviste specializzate al numero dei brevetti, gli americani perdono terreno
Vacilla il primato Usa nelle scienze ora la ricerca si fa in Asia ed Europa
L'allarme sulla prima pagina del New York Times: "Il mondo ci sta per raggiungere"
Le restrizioni ai visti favoriscono il ritorno dei cervelli in Cina e in India, giganti in ascesa
DAL NOSTRO INVIATO FEDERICO RAMPINI
Il quotidiano denuncia la sottovalutazione generale delle «conseguenze per l´occupazione, l´industria, la sicurezza nazionale o il dinamismo della vita culturale del paese». «Il resto del mondo ci sta raggiungendo», conferma John Jankowski della National Science Foundation, l´agenzia federale che studia proprio i trend della scienza. L´allarme è fondato su dati e indicatori precisi. Una misura della competizione internazionale nel sapere è il numero di brevetti. Qui gli Usa conservano una lunghezza di vantaggio su tutti, ma il margine si assottiglia di anno in anno, con un calo dal 60 al 52% in un ventennio, mentre in alcuni settori specifici i paesi asiatici sono già passati in testa.
Un altro indicatore che gli esperti guardano con attenzione è il numero di pubblicazioni su riviste scientifiche. Qui il sorpasso è già accaduto. Nella fisica, per esempio, gli studi americani sono caduti dal 61% del totale vent´anni fa, al 29% oggi. Il direttore della Physical Review, Martin Blume, rivela che la Cina è ormai passata in testa con più di mille studi presentati all´anno, e afferma che lo stesso sta accadendo in altre discipline avanzate.
Il New York Times cita Diana Hicks del Georgia Institute of Technology, secondo cui il ritmo dell´ascesa asiatica nella scienza e nell´innovazione tecnologica «è incredibile, studi e brevetti salgono in modo stupefacente». Il giornale mette sotto accusa il provincialismo di un´America che si crede il centro del mondo, e talvolta ignora i progressi altrui. Ricorda l´esempio delle missioni su Marte: la notizia che la sonda europea ha individuato tracce di metano nell´atmosfera è stata ignorata dai mass media americani, troppo intenti a esaltare le prodezze della missione Nasa.
L´opposizione democratica cavalca l´allarme, il capogruppo al Senato Tom Daschle parla di un «momento di svolta», in cui si moltiplicano «i segni che il primato americano nel mondo scientifico è scosso». La proliferazione delle spese militari in passato ha avuto effetti benefici anche sul progresso tecnologico, e tuttora la ricerca a scopi bellici riceve 66 miliardi di dollari di finanziamenti all´anno. Ma il peso della guerra in Iraq sui deficit pubblici costringe a tagli dolorosi e gravidi di conseguenze in altri campi: 21 agenzie federali su 24 che si occupano di ricerca scientifica hanno visto i propri bilanci decurtati, le tre che si salvano sono quelle che si occupano esclusivamente di missioni spaziali e sicurezza nazionale.
La priorità alla sicurezza si ritorce contro la scienza in un altro modo. Una conseguenza dell´11 settembre è stato il giro di vite sulle procedure per i visti d´ingresso agli stranieri. I nuovi controlli hanno allungato a dismisura i tempi di rilascio anche per i visti di studio. Questo rallenta e ostacola l´arrivo di quei talenti stranieri - docenti, ricercatori o studenti - che da sempre contribuiscono alla forza delle università americane. Il numero di laureati stranieri che hanno presentato domanda per un dottorato di ricerca negli Usa nel prossimo anno accademico è sceso del 25%. Pochi giorni fa un summit d´emergenza ha portato i rettori delle principali università americane alla Casa Bianca, per tentare di porre un riparo a questa emorragia di cervelli. Ma la paura di attentati e l´inefficienza dell´Immigration Service hanno creato un collasso burocratico da cui è difficile uscire in tempi rapidi.
L´impatto negativo della nuova politica dei visti coincide con una fase in cui emergono come nuovi poli d´attrazione la Cina e l´India, due tradizionali serbatoi d´emigrazione qualificata verso gli Usa. Negli anni ?90 un terzo delle nuove imprese fondate nella Silicon Valley - il centro californiano delle tecnologie avanzate - era stato creato da imprenditori-scienziati di origine asiatica. Oggi una parte di loro stanno tornando a casa, attirati dall´opportunità di usare la propria esperienza americana nella "nuova frontiera" del boom asiatico. Ormai per molti giovani laureati provenienti da Cina, India, Corea, Taiwan, anche se hanno già in tasca il visto Usa la prospettiva è cambiata. Un dottorato a Berkeley, Stanford o Harvard è solo una tappa prima di tornare a far carriera in patria, non l´anticamera dell´emigrazione negli Stati Uniti. A questa inversione di tendenza contribuiscono le stesse multinazionali americane. Da Ibm a Microsoft, da Intel a Hewlett Packard, tutte investono in Cina non più solo per crearvi fabbriche con manodopera a buon mercato, ma per costruire centri di ricerca avanzata, design, progettazione. La grande paura americana dell´offshoring assume di colpo un significato nuovo. Non sono solo posti di lavoro che vengono trasferiti sull´altra sponda del Pacifico, ma la stessa ricetta-chiave della leadership americana nel mondo. Giappone, Taiwan e Corea del Sud già rappresentano da soli un quarto di tutti i brevetti industriali registrati sul mercato americano, Cina e India sono sulla buona strada. «Ci stanno raggiungendo - dice la vicepresidente del Council on Competitiveness, Jennifer Bond - e gli americani farebbero bene a non addormentarsi sugli allori».
AP 3.5.04 (dall'articolo del New York Times)
SCIENZA, GLI USA STANNO PERDENDO IL DOMINIO MONDIALE (NYT)
Crescono l'Europa e la Cina, effetto della globalizzazione
Roma, 3 mag. (Ap) - I primi a stupirsene sono stati gli stessi analisti americani, ma la tendenza è in atto e i dati la confermano: gli Stati Uniti stanno perdendo il dominio incontrastato nel campo della scienza e della tecnologia. Il resto del mondo - in particolare l'Europa e l'Asia - sta rapidamente colmando un "gap" che sembrava invalicabile, e anzi pareva destinato ad allargarsi. Lo scrive il New York Times, che cita i pareri di esperti governativi e privati americani e fa l'analisi di una serie di "indicatori" del progresso scientifico: i brevetti, il numero delle pubblicazioni, i premi Nobel. La conclusione la tira senza girarci intorno John E. Jankowski, analista della National Science Foundation: "Il resto del mondo ci sta raggiungendo", dice. "Il primato nelle scienze non è più appannaggio dei soli Stati Uniti".
Il mondo nel suo complesso di certo ne trarrà beneficio, dice ancora l'esperto. Ma i grandi profitti derivanti dall'eccellenza tecnologica saranno sempre più condivisi, e anche la concorrenza nella produzione scientifica si farà più difficile, perché gli Usa non saranno più - come ora - una calamita irresistibile per tutte le menti migliori.
Da che cosa emerge la tendenza alla recessione della scienza made in Usa? In primo luogo - scrive il NYT - dall'indicatore più importante non soltanto dal punto di vista culturale, ma soprattutto economico: il numero di brevetti nelle alte tecnologie che vengono concessi nel mondo. Fino a qualche decennio fa erano tutti, con pochissime eccezioni, concessi a centri di ricerca americani. Oggi, gli Stati Uniti conservano la maggioranza, ma risicata: il 52 % dei brevetti è americano, Europa ed Asia si dividono quasi tutti gli altri.
Ancor più indicativo e preoccupante è il declino riguardante un altro indicatore specifico, il numero delle pubblicazioni scientifiche accolte dalle riviste specializzate. Negli ultimi vent'anni, da una maggioranza di articoli firmati da riceratori Usa che comunicavano i loro risultati innovativi, si è passati a una netta minoranza. Significativo il caso della Physical Review, tempio della ricerca in campo fisico-matematico: soltanto il 29 per cento degli articoli oggi esce da ricerche compiute in laboratori americani. Nel 1983 erano il 61 per cento.
Declino anche nei premi Nobel dedicati alle discipline scientifiche. Scorrendo gli Albi d'Oro dagli anni Sessanta ai Novanta, si leggono soltanto nomi di ricercatori operanti negli Usa, con poche sporadiche eccezioni. A partire dal 2000, il 51 % dei riconoscimenti è andato a ricercatori europei.
Di tutto questo, scrive il NYT, si ha poca percezione negli Stati Uniti, tanto a livello di pubblico che a livello politico. E' difficile scalzare l'immagine, ormai da tempo acquisita, del dominio scientifico Usa. I media sono abituati a non tener conto di quanto avviene all'estero, e non hanno percepito la sgradevole novità.
Il giornale cita un esempio: pochi mesi fa, la sonda marziana dell'Esa, l'agenzia spaziale europea, scoprì tracce di metano nell'atmosfera del pianeta, ovvero un forte indizio della presenza di microrganismi viventi. Negli Usa la notizia non è neppure passata, perché il pubblico era bombardato dalle immagini dei due robot della Nasa che passeggiavano nei deserti marziani.
Secondo gli analisti Usa, il futuro apparterrà sempre più a nazioni non americane. La Cina, col suo aggressivo programma spaziale, viene vista come il concorrente più temibile. Il numero di pubblicazioni da parte di scienziati cinesi è aumentato vertiginosamente in pochi anni, e continua ad aumentare.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
martedì 4 maggio 2004
passioni, emozioni e scienza:
due libri
Il Gazzettino Martedì, 4 Maggio 2004
LIBRI
Cercando di entrare nel cuore di uno scienziato
di RICCARDO CALIMANI
(...)
Le passioni possono essere all'origine del pensiero scientifico?
A questa domanda risponde positivamente Nicolas Witkowski con un bel volume "Storia sentimentale della scienza", edito da Raffaello Cortina. E possibile trovare in queste pagine matematici persiani che risolvono difficili equazioni cantando le lodi del vino, ingegneri rinascimentali che, se, in un caso, riescono a risolvere un problema, in altre dieci situazioni falliscono clamorosamente, maestri del pensiero, che non solo svelano principi matematici della filosofia naturale, ma anche contemporaneamente rivelano morbosi segreti, per non parlare degli evoluzionisti che celebrano gli amori delle piante e di altre storie amene. Il risultato di questa lettura è quello di mostrare l'importanza delle emozioni rispetto al progresso scientifico.
Un libro sulle emozioni
"Alla ricerca di Spinoza" di Antonio Damasio, edito da Adelphi, è un brillante saggio che, attingendo ai risultati più recenti delle neuroscienze cognitive, offre una risposta ad interrogativi classici:da dove nascono i sentimenti? Che cosa sono? Da queste domande scaturisce un'indagine estremamente stimolante che sposta il dibattito, ben noto, sul rapporto mente-corpo inserendolo in un nuovo scenario concettuale che coinvolge la totalità della natura che ci circonda.
LIBRI
Cercando di entrare nel cuore di uno scienziato
di RICCARDO CALIMANI
(...)
Le passioni possono essere all'origine del pensiero scientifico?
A questa domanda risponde positivamente Nicolas Witkowski con un bel volume "Storia sentimentale della scienza", edito da Raffaello Cortina. E possibile trovare in queste pagine matematici persiani che risolvono difficili equazioni cantando le lodi del vino, ingegneri rinascimentali che, se, in un caso, riescono a risolvere un problema, in altre dieci situazioni falliscono clamorosamente, maestri del pensiero, che non solo svelano principi matematici della filosofia naturale, ma anche contemporaneamente rivelano morbosi segreti, per non parlare degli evoluzionisti che celebrano gli amori delle piante e di altre storie amene. Il risultato di questa lettura è quello di mostrare l'importanza delle emozioni rispetto al progresso scientifico.
Un libro sulle emozioni
"Alla ricerca di Spinoza" di Antonio Damasio, edito da Adelphi, è un brillante saggio che, attingendo ai risultati più recenti delle neuroscienze cognitive, offre una risposta ad interrogativi classici:da dove nascono i sentimenti? Che cosa sono? Da queste domande scaturisce un'indagine estremamente stimolante che sposta il dibattito, ben noto, sul rapporto mente-corpo inserendolo in un nuovo scenario concettuale che coinvolge la totalità della natura che ci circonda.
lunedì 3 maggio 2004
un libro su Schopenhauer
(si tratta della ristampa di un libro già uscito nel '97)
Repubblica 3.5.04
FILOSOFIA
SCHOPENHAUER GLI ANNI RUGGENTI DEL PENSIERO DEL '900
di FRANCO VOLPI
Schopenhauer è uno di quei pensatori irregolari, eccentrici, difficili da ricondurre alla propria epoca. La sua stella spunta all'improvviso nella costellazione del kantismo, ma, anziché seguirne l'evoluzione verso l'idealismo, se ne distacca bruscamente e apre con il concetto di Volontà un'orbita nuova. Da lui hanno origine Wagner, Nietzsche e quella metafisica del pessimismo che tanta parte ha avuto nella formazione dell'anima tedesca e nella cultura europea del Novecento. La sua fortuna, incominciata tardi, dopo i "Parerga e paralipomena" (1851), fu osteggiata dalla filosofia universitaria. Almeno finché essa fu dominata dall'idealismo, che di Schopenhauer fu acerrimo avversario, e finché le fu possibile farlo. Cioé fino a quando anch'essa fu costretta a prendere atto del successo che la sua opera mieteva presso il vasto pubblico. Le cose, tuttavia, non cambiarono molto. Schopenhauer fu letto da scrittori, letterati e artisti come Flaubert e Maupassant, Strindberg e Hamsun, Tolstoj e Cechov, Svevo e De Chirico. E poi da Karl Kraus, Thomas Mann, Kubin, Hesse, Musil, Benn, Thomas Bernhard, Borges e altri ancora.
Tra i grandi filosofi contemporanei, invece, solo Wittgenstein fu suo appassionato e segreto ammiratore. Non diversa né migliore la situazione italiana. Da noi Schopenhauer fu coltivato in seno a quella che - rispetto al neoidealismo imperante di Croce e Gentile - si potrebbe chiamare "l'altra filosofia italiana del Novecento": da Rensi e Martinetti fino a Colli. Ma non possiamo vantare una vera tradizione di studi schopenhaueriani. La bella traduzione del libro di Safranski sopperisce dunque a una lacuna [questa lacuna non c'era: il libro era già uscito nel '97 per La Nuova Italia ed è reperibile nelle biblioteche, adesso è uscito per Longanesi. Ndr].
È la migliore ricostruzione della vita e dell'opera di Schopenhauer oggi in circolazione, e al tempo stesso un avvincente spaccato su quegli "anni ruggenti della filosofia". È un saggio con la verve di un romanzo, scritto con passione da questo ex insegnante diventato scrittore per necessità, da quando fu licenziato per il cosiddetto Berufsverbot, la legge che negli anni Settanta vietò in Germania il ruolo statale a chi non fosse fedele alla costituzione (quindi, con teutonica inferenza, a chiunque era comunista).
FILOSOFIA
SCHOPENHAUER GLI ANNI RUGGENTI DEL PENSIERO DEL '900
di FRANCO VOLPI
Schopenhauer è uno di quei pensatori irregolari, eccentrici, difficili da ricondurre alla propria epoca. La sua stella spunta all'improvviso nella costellazione del kantismo, ma, anziché seguirne l'evoluzione verso l'idealismo, se ne distacca bruscamente e apre con il concetto di Volontà un'orbita nuova. Da lui hanno origine Wagner, Nietzsche e quella metafisica del pessimismo che tanta parte ha avuto nella formazione dell'anima tedesca e nella cultura europea del Novecento. La sua fortuna, incominciata tardi, dopo i "Parerga e paralipomena" (1851), fu osteggiata dalla filosofia universitaria. Almeno finché essa fu dominata dall'idealismo, che di Schopenhauer fu acerrimo avversario, e finché le fu possibile farlo. Cioé fino a quando anch'essa fu costretta a prendere atto del successo che la sua opera mieteva presso il vasto pubblico. Le cose, tuttavia, non cambiarono molto. Schopenhauer fu letto da scrittori, letterati e artisti come Flaubert e Maupassant, Strindberg e Hamsun, Tolstoj e Cechov, Svevo e De Chirico. E poi da Karl Kraus, Thomas Mann, Kubin, Hesse, Musil, Benn, Thomas Bernhard, Borges e altri ancora.
Tra i grandi filosofi contemporanei, invece, solo Wittgenstein fu suo appassionato e segreto ammiratore. Non diversa né migliore la situazione italiana. Da noi Schopenhauer fu coltivato in seno a quella che - rispetto al neoidealismo imperante di Croce e Gentile - si potrebbe chiamare "l'altra filosofia italiana del Novecento": da Rensi e Martinetti fino a Colli. Ma non possiamo vantare una vera tradizione di studi schopenhaueriani. La bella traduzione del libro di Safranski sopperisce dunque a una lacuna [questa lacuna non c'era: il libro era già uscito nel '97 per La Nuova Italia ed è reperibile nelle biblioteche, adesso è uscito per Longanesi. Ndr].
È la migliore ricostruzione della vita e dell'opera di Schopenhauer oggi in circolazione, e al tempo stesso un avvincente spaccato su quegli "anni ruggenti della filosofia". È un saggio con la verve di un romanzo, scritto con passione da questo ex insegnante diventato scrittore per necessità, da quando fu licenziato per il cosiddetto Berufsverbot, la legge che negli anni Settanta vietò in Germania il ruolo statale a chi non fosse fedele alla costituzione (quindi, con teutonica inferenza, a chiunque era comunista).
domenica 2 maggio 2004
«Cubismo, rivoluzione e tradizione»
una mostra che si prepara a Ferrara.
(un'anteprima di Simona Maggiorelli)
quotidiano EUROPA, sabato 1 maggio
IL CUBISMO IN MOSTRA A FERRARA
di Simona Maggiorelli
info: www3.comune.fe.it/mostre
L'onda lunga di una delle ultime, e più importanti, rivoluzioni che hanno attraversato l'arte europea. In palazzo dei Diamanti a Ferrara, dal 3 ottobre, la storia dell'innovazione radicale apportata dal cubismo. Attraverso un centinaio di opere, l'affascinante passaggio da una pittura come mimesi e riproduzione fedele del reale, a una pittura che è espressione e sintesi di un vissuto interiore del pittore nel rapporto con il mondo. Non più descrizioni, più o meno ispirate, di paesaggi e cose in dettaglio. Ma linee, cubi, triangoli, cercando di sfondare la superficie degli oggetti rappresentati alla ricerca di strutture più nascoste e profonde. Depositando su tela la traccia interiore, che rapporti e esperienze hanno lasciato nella psiche dell'artista. Un'avventura dell'arte iniziata nel 1908 quando Braque e Picasso dettero il la al movimento, a partire da un'opera decisiva come le "Demoiselles d'Avignon", quadro laboratorio, di lunga e tormentata
esecuzione in cui Picasso, sviluppava la lezione di Cézanne, scomparso un anno prima, fra suggestioni di arte africana e primitiva e molta ricerca sui volumi, sulla scomposizione delle forme. Intorno agli studi che portarono a quest'opera di importanza nodale la mostra ferrarese aggrega un centinaio di capolavori: opere dei fondatori, Picasso, Braque, Léger e Gris e di artisti che aderirono al movimento, come Gleizes, Metzinger e Dufy, ma anche di pittori e scultori che furono influenzati dal cubismo, da Duchamp a Mondrian. La mostra, anticipano i curatori, documenterà come i cubisti attuarono la loro rivoluzione a partire dai soggetti e dai generi della tradizione, come il ritratto, il paesaggio, la natura morta. Così all'inizio del percorso ci saranno i primi ritratti cubisti firmati da Braque e Picasso di una serie di personaggi del loro entourage, di donne amate, come la bella Fernande che Picasso ritrasse nel famoso "Donna con il vaso di mostarda" del 1910. A testimonianza dei mutamenti che rapidamente andava subendo l'anatomia delle figure. E tra le opere più significative degli anni Dieci, perlopiù quasi monocromi, uno dei quadri più riusciti di Leger, "Nudi nella Foresta". Al centro della sezione dedicata alla natura morta cubista, una scultura policroma di Henri Laurens, "Bottiglia di rum", mentre uno spazio importante sarà riservato ai papiers collé, invenzione con cui i cubisti sovvertirono ogni regola di rappresentazione. Fra i filoni collaterali e niente affatto marginali, i lavori che i cubisti fecero per il teatro, composizioni di gruppo, tra cui il monumentale "Rugby" di Lhote e, a chiudere il percorso, un'insieme di opere risalenti all'ultima stagione del movimento quando, alle soglie degli anni Venti, ancora Gris riusciva a distillare in stile cubista opere interessanti come "Chitarra e fruttiera".
IL CUBISMO IN MOSTRA A FERRARA
di Simona Maggiorelli
info: www3.comune.fe.it/mostre
L'onda lunga di una delle ultime, e più importanti, rivoluzioni che hanno attraversato l'arte europea. In palazzo dei Diamanti a Ferrara, dal 3 ottobre, la storia dell'innovazione radicale apportata dal cubismo. Attraverso un centinaio di opere, l'affascinante passaggio da una pittura come mimesi e riproduzione fedele del reale, a una pittura che è espressione e sintesi di un vissuto interiore del pittore nel rapporto con il mondo. Non più descrizioni, più o meno ispirate, di paesaggi e cose in dettaglio. Ma linee, cubi, triangoli, cercando di sfondare la superficie degli oggetti rappresentati alla ricerca di strutture più nascoste e profonde. Depositando su tela la traccia interiore, che rapporti e esperienze hanno lasciato nella psiche dell'artista. Un'avventura dell'arte iniziata nel 1908 quando Braque e Picasso dettero il la al movimento, a partire da un'opera decisiva come le "Demoiselles d'Avignon", quadro laboratorio, di lunga e tormentata
esecuzione in cui Picasso, sviluppava la lezione di Cézanne, scomparso un anno prima, fra suggestioni di arte africana e primitiva e molta ricerca sui volumi, sulla scomposizione delle forme. Intorno agli studi che portarono a quest'opera di importanza nodale la mostra ferrarese aggrega un centinaio di capolavori: opere dei fondatori, Picasso, Braque, Léger e Gris e di artisti che aderirono al movimento, come Gleizes, Metzinger e Dufy, ma anche di pittori e scultori che furono influenzati dal cubismo, da Duchamp a Mondrian. La mostra, anticipano i curatori, documenterà come i cubisti attuarono la loro rivoluzione a partire dai soggetti e dai generi della tradizione, come il ritratto, il paesaggio, la natura morta. Così all'inizio del percorso ci saranno i primi ritratti cubisti firmati da Braque e Picasso di una serie di personaggi del loro entourage, di donne amate, come la bella Fernande che Picasso ritrasse nel famoso "Donna con il vaso di mostarda" del 1910. A testimonianza dei mutamenti che rapidamente andava subendo l'anatomia delle figure. E tra le opere più significative degli anni Dieci, perlopiù quasi monocromi, uno dei quadri più riusciti di Leger, "Nudi nella Foresta". Al centro della sezione dedicata alla natura morta cubista, una scultura policroma di Henri Laurens, "Bottiglia di rum", mentre uno spazio importante sarà riservato ai papiers collé, invenzione con cui i cubisti sovvertirono ogni regola di rappresentazione. Fra i filoni collaterali e niente affatto marginali, i lavori che i cubisti fecero per il teatro, composizioni di gruppo, tra cui il monumentale "Rugby" di Lhote e, a chiudere il percorso, un'insieme di opere risalenti all'ultima stagione del movimento quando, alle soglie degli anni Venti, ancora Gris riusciva a distillare in stile cubista opere interessanti come "Chitarra e fruttiera".
la comunicazione nei bambini da 0 a 3 anni
Gazzetta di Parma senza data
Un'iniziativa dell'Università
Come comunicano i bimbi fino a 3 anni:
uno studio nei nidi
di M. Chiara Illica Magrini
FIDENZA - Nei prossimi mesi a Fidenza l'attenzione sarà posta sui più piccoli. Anzi, piccolissimi, grazie al progetto di ricerca accolto dall'amministrazione comunale che vedrà impegnate le psicologhe Arianna Bello (dottore in ricerca sul linguaggio infantile) e Silvia Stefanini (dottoranda), nell'osservazione dei bambini da 0 a 3 anni presso il servizio educativo dell'asilo nido.
La ricerca si concentrerà e indagherà sulle prime fasi di sviluppo del linguaggio nei contesti di vita quotidiana dei bambini. Gli scopi: arrivare con strumenti innovativi ad un effettivo miglioramento del servizio educativo, nella tutela e nel rispetto dei bambini.
Perché questo risulti possibile, una particolare attenzione sarà posta anche sul dialogo tra ricercatori e operatori del settore, perché si possa creare una situazione di scambio fruttuoso e favorire così una migliore preparazione degli operatori stessi. Senza dimenticare quanto un tale impegno possa rappresentare un valido sostegno alla prevenzione in un campo, come quello della comunicazione, che risulta essere di estrema importanza già dalle prime fasi di sviluppo, nonché offrire un concreto aiuto al ruolo di genitore.
Le risultanze della ricerca verranno infatti esposte in un incontro finale con i genitori, già coinvolti in una prima fase della ricerca che li vedeva impegnati nella somministrazione di un questionario appositamente redatto,che ha fornito importanti indicatori senza rendere così necessario l'intervento del ricercatore nell'ambito famigliare.
Gli strumenti utilizzati per la raccolta dei dati sono stati scelti e accuratamente calibrati «a misura di bambino», perché risultino rispettosi e garantiscano la massima attenzione, e di questo si compiace il sindaco Massimo Tedeschi che ribadisce l'importanza dell'interesse posto anche sul percorso di crescita dei «mini-cittadini».
Alla presentazione del progetto erano presenti anche l'assessore alla Cultura, Maria Pia Bariggi; l'assessore alla Pubblica Istruzione, Eros Amadasi; e la coordinatirice Gennari. L'iniziativa, attivata dal Centro per la Ricerca sui disturbi neurocognitivi del bambino presso la sezione di fisiologia diretta dal Prof. Giacomo Rizzolatti (Dipartimento di Neuroscienza dell'Università di Parma), è stata resa possibile grazie alla partecipazione dell'Istituto di Scienza e Tecnologia della Congnizione del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Roma (C.N.R.); ed al contributo dell'Ufficio Pastorale delle Famiglie della Diocesi di Parma, e della Fondazione Monte Parma. Fidenza rappresenterà uno dei primi Comuni che vedrà attuato un intervento di questo tipo, (la prima sperimentazione si è realizzata a Roma), nella naturale speranza di poter vedere, in futuro, un coinvolgimento più esteso a livello nazionale su temi non trascurabili come quello dell'infanzia e della crescita.
Un'iniziativa dell'Università
Come comunicano i bimbi fino a 3 anni:
uno studio nei nidi
di M. Chiara Illica Magrini
FIDENZA - Nei prossimi mesi a Fidenza l'attenzione sarà posta sui più piccoli. Anzi, piccolissimi, grazie al progetto di ricerca accolto dall'amministrazione comunale che vedrà impegnate le psicologhe Arianna Bello (dottore in ricerca sul linguaggio infantile) e Silvia Stefanini (dottoranda), nell'osservazione dei bambini da 0 a 3 anni presso il servizio educativo dell'asilo nido.
La ricerca si concentrerà e indagherà sulle prime fasi di sviluppo del linguaggio nei contesti di vita quotidiana dei bambini. Gli scopi: arrivare con strumenti innovativi ad un effettivo miglioramento del servizio educativo, nella tutela e nel rispetto dei bambini.
Perché questo risulti possibile, una particolare attenzione sarà posta anche sul dialogo tra ricercatori e operatori del settore, perché si possa creare una situazione di scambio fruttuoso e favorire così una migliore preparazione degli operatori stessi. Senza dimenticare quanto un tale impegno possa rappresentare un valido sostegno alla prevenzione in un campo, come quello della comunicazione, che risulta essere di estrema importanza già dalle prime fasi di sviluppo, nonché offrire un concreto aiuto al ruolo di genitore.
Le risultanze della ricerca verranno infatti esposte in un incontro finale con i genitori, già coinvolti in una prima fase della ricerca che li vedeva impegnati nella somministrazione di un questionario appositamente redatto,che ha fornito importanti indicatori senza rendere così necessario l'intervento del ricercatore nell'ambito famigliare.
Gli strumenti utilizzati per la raccolta dei dati sono stati scelti e accuratamente calibrati «a misura di bambino», perché risultino rispettosi e garantiscano la massima attenzione, e di questo si compiace il sindaco Massimo Tedeschi che ribadisce l'importanza dell'interesse posto anche sul percorso di crescita dei «mini-cittadini».
Alla presentazione del progetto erano presenti anche l'assessore alla Cultura, Maria Pia Bariggi; l'assessore alla Pubblica Istruzione, Eros Amadasi; e la coordinatirice Gennari. L'iniziativa, attivata dal Centro per la Ricerca sui disturbi neurocognitivi del bambino presso la sezione di fisiologia diretta dal Prof. Giacomo Rizzolatti (Dipartimento di Neuroscienza dell'Università di Parma), è stata resa possibile grazie alla partecipazione dell'Istituto di Scienza e Tecnologia della Congnizione del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Roma (C.N.R.); ed al contributo dell'Ufficio Pastorale delle Famiglie della Diocesi di Parma, e della Fondazione Monte Parma. Fidenza rappresenterà uno dei primi Comuni che vedrà attuato un intervento di questo tipo, (la prima sperimentazione si è realizzata a Roma), nella naturale speranza di poter vedere, in futuro, un coinvolgimento più esteso a livello nazionale su temi non trascurabili come quello dell'infanzia e della crescita.
anche i fitoterapeuti vogliono occuparsi di depressione
Yahoo! Salute Domenica 2 Maggio 2004, 9:00
Iperico, mai assumerlo senza prescrizione medica
Di Staibene.it
La pianta dell'iperico, chiamata anche "erba di San Giovanni", è molto comune nelle nostre campagne, e fiorisce nel mese di giugno. Se si lasciano macerare le sommità fiorite in olio d'oliva, si otterrà un lenitivo cutaneo dalle proprietà antinfiammatorie e cicatrizzanti.
Ma l'iperico è noto soprattutto per le sue proprietà antidepressive. I costituenti chimici più importanti sono: flavonoidi, iperforina, ipericina e pseudoipericina, un olio essenziale e la melatonina. Da circa trent'anni si conoscono le proprietà antidepressive dell'estratto secco della pianta.
"L'effetto - spiega Fabio Firenzuoli, presidente dell'associazione nazionale medici fitoterapeuti e responsabile del laboratorio di fitoterapia dell'ospedale San Giuseppe di Empoli - è confermato da numerosi trials clinici controllati, tanto che oggi è disponibile come specialità medicinale con obbligo di prescrizione medica. Il meccanismo d'azione è abbastanza complesso: inibizione della ricaptazione della serotonina, noradrenalina e dopamina. Per questo l'iperico trova oggi indicazioni nel trattamento medico di sindromi depressive di lieve e media entità, depressione stagionale e depressione da sindrome climaterica. Viene anche utilizzato nei pazienti affetti da attacchi di panico".
"Gli effetti collaterali sono realmente molto scarsi. Tra questi anche la fotosensibilizzazione (ma per dosaggi di molto superiori a quelli terapeutici). L'iperico invece potenzia gli effetti farmacologici dei farmaci antidepressivi di sintesi e determina la comparsa della sindrome serotoninergica (agitazione, confusione mentale, ipomania, turbe della pressione arteriosa, tachicardia, brividi, ipertermia, tremori, rigidità, diarrea)".
Iperico, mai assumerlo senza prescrizione medica
Di Staibene.it
La pianta dell'iperico, chiamata anche "erba di San Giovanni", è molto comune nelle nostre campagne, e fiorisce nel mese di giugno. Se si lasciano macerare le sommità fiorite in olio d'oliva, si otterrà un lenitivo cutaneo dalle proprietà antinfiammatorie e cicatrizzanti.
Ma l'iperico è noto soprattutto per le sue proprietà antidepressive. I costituenti chimici più importanti sono: flavonoidi, iperforina, ipericina e pseudoipericina, un olio essenziale e la melatonina. Da circa trent'anni si conoscono le proprietà antidepressive dell'estratto secco della pianta.
"L'effetto - spiega Fabio Firenzuoli, presidente dell'associazione nazionale medici fitoterapeuti e responsabile del laboratorio di fitoterapia dell'ospedale San Giuseppe di Empoli - è confermato da numerosi trials clinici controllati, tanto che oggi è disponibile come specialità medicinale con obbligo di prescrizione medica. Il meccanismo d'azione è abbastanza complesso: inibizione della ricaptazione della serotonina, noradrenalina e dopamina. Per questo l'iperico trova oggi indicazioni nel trattamento medico di sindromi depressive di lieve e media entità, depressione stagionale e depressione da sindrome climaterica. Viene anche utilizzato nei pazienti affetti da attacchi di panico".
"Gli effetti collaterali sono realmente molto scarsi. Tra questi anche la fotosensibilizzazione (ma per dosaggi di molto superiori a quelli terapeutici). L'iperico invece potenzia gli effetti farmacologici dei farmaci antidepressivi di sintesi e determina la comparsa della sindrome serotoninergica (agitazione, confusione mentale, ipomania, turbe della pressione arteriosa, tachicardia, brividi, ipertermia, tremori, rigidità, diarrea)".
sabato 1 maggio 2004
dal New York Times del Primo Maggio:
«Maya Sansa è la nuova immagine dell'Italia»
The New York Times 1.5.04
The New Italian Icon
By A.O. SCOTT
There was a time, not long ago, when Italian movies -- and Italian movie stars -- arrived on our shores with pleasing regularity. That country's great actresses, in particular -- Anna Magnani, Monica Vitti, Claudia Cardinale, Sophia Loren, to commence a list that easily could fill this page - became international icons of Mediterranean womanhood, vivid embodiments of earthy sensuality, maternal passion, histrionic suffering and volcanic capriciousness. But since the 1970's, Italian cinema has turned inward, toward quiet domestic drama and solemn political inquiry, and it has, with the exception of the occasional sentimental crowd-pleaser (''Il Postino,'' for instance), slipped out of fashion.
This is a shame, because the quality and breadth of Italian screen acting is as impressive as ever. Perhaps the most abundant support for this claim can be found in ''The Best of Youth'' a six-hour film by Marco Tulio Giondana, originally made for Italian television, which will be released theatrically by Miramax in July. The film, which follows a middle-class Roman family from the mid-1960's to the year 2000, features a cast of extraordinarily capable actors, none of them familiar faces. The most striking face, surely, belongs to Maya Sansa, a 28-year-old actress of Iranian and Italian descent who seems to carry in her dark eyes and soulful features a dramatic tradition that reaches back into antiquity and forward into the global cinematic future.
In ''The Best of Youth,'' her character, Mirella Utano, is a Sicilian photographer who arrives in the middle of the story, befriending one of the main characters, a handsome and volatile police officer. The sight of her sitting on a sun-flooded cafe terrace momentarily lifts his despair. Her subsequent appearances, always surprising, always welcome, bring with them the promise of connection, continuity and happiness to a family and a nation racked by the trauma and division of the 1970's.
In Marco Bellocchio's ''Good Morning, Night,'' shown at last year's New York Film Festival, Sansa is, by contrast, an icon of loneliness and torment. She plays one of the perpetrators of the era's most notorious political crimes -- the kidnapping and murder of the Christian Democratic leader Aldo Moro in 1978 -- and she seems to absorb all of that decade's agony into her sensitive face and delicate frame.
In these two films, Sansa, an actress of exquisite restraint, tiptoes in the footsteps of the great screen divas of the past. There is nothing melodramatic, let alone operatic, in her presentation, but her quietness is its own kind of charisma. The best Italian movies these days tend to be thoughtful, graceful and humane, and Sansa, for all her modesty, may be the ideal star to carry them to the wider world.
The New Italian Icon
By A.O. SCOTT
There was a time, not long ago, when Italian movies -- and Italian movie stars -- arrived on our shores with pleasing regularity. That country's great actresses, in particular -- Anna Magnani, Monica Vitti, Claudia Cardinale, Sophia Loren, to commence a list that easily could fill this page - became international icons of Mediterranean womanhood, vivid embodiments of earthy sensuality, maternal passion, histrionic suffering and volcanic capriciousness. But since the 1970's, Italian cinema has turned inward, toward quiet domestic drama and solemn political inquiry, and it has, with the exception of the occasional sentimental crowd-pleaser (''Il Postino,'' for instance), slipped out of fashion.
This is a shame, because the quality and breadth of Italian screen acting is as impressive as ever. Perhaps the most abundant support for this claim can be found in ''The Best of Youth'' a six-hour film by Marco Tulio Giondana, originally made for Italian television, which will be released theatrically by Miramax in July. The film, which follows a middle-class Roman family from the mid-1960's to the year 2000, features a cast of extraordinarily capable actors, none of them familiar faces. The most striking face, surely, belongs to Maya Sansa, a 28-year-old actress of Iranian and Italian descent who seems to carry in her dark eyes and soulful features a dramatic tradition that reaches back into antiquity and forward into the global cinematic future.
In ''The Best of Youth,'' her character, Mirella Utano, is a Sicilian photographer who arrives in the middle of the story, befriending one of the main characters, a handsome and volatile police officer. The sight of her sitting on a sun-flooded cafe terrace momentarily lifts his despair. Her subsequent appearances, always surprising, always welcome, bring with them the promise of connection, continuity and happiness to a family and a nation racked by the trauma and division of the 1970's.
In Marco Bellocchio's ''Good Morning, Night,'' shown at last year's New York Film Festival, Sansa is, by contrast, an icon of loneliness and torment. She plays one of the perpetrators of the era's most notorious political crimes -- the kidnapping and murder of the Christian Democratic leader Aldo Moro in 1978 -- and she seems to absorb all of that decade's agony into her sensitive face and delicate frame.
In these two films, Sansa, an actress of exquisite restraint, tiptoes in the footsteps of the great screen divas of the past. There is nothing melodramatic, let alone operatic, in her presentation, but her quietness is its own kind of charisma. The best Italian movies these days tend to be thoughtful, graceful and humane, and Sansa, for all her modesty, may be the ideal star to carry them to the wider world.
incidenza dell'anoressia e della bulimia in Piemonte
La Stampa 1.5.04
Riconoscere anoressia e bulimia
di Marco Accossato
Saranno in distribuzione a giorni, in tutte le farmacie di Torino e della provincia, 65 mila opuscoli gratuiti dal titolo «Anoressia Bulimia». E’ il contribuito che l’associazione Pr.A.To - acronimo di Prevenzione Anoressia Torino - darà all’attività del Centro Amenorree nato circa un anno fa all’ospedale Sant’Anna di corso Spezia, primo esempio italiano di équipe mista di ginecologi, endocrinologi, neuropsichiatri infantili e psichiatri specializzata nel prevenire le conseguenze devastanti dei disturbi alimentari.
In Piemonte 700 mila ragazze sono nell’età a rischio anoressia. Ogni anno, nella nostra regione, si registrano tra i 180 e i 360 nuovi casi di anoressia e tra i 360 e i 550 di bulimia. Il rifiuto del cibo, come l’abbuffarsi per poi vomitare, sono due aspetti di uno stesso problema: «Otto volte su dieci - spiega il professor Roberto Rigardetto, direttore dell'Istituto di Neuropsichiatria Infantile dell'Università di Torino e specialista del centro torinese - dietro un disturbo dell'alimentazione c'è un rapporto difficile in famiglia che all'inizio il pre-adolescente o l'adolescente riesce a compensare, ma oltre un certo limite esplode nell'anoressia o nella bulimia». «Il problema - aggiunge Rigardetto - è che una famiglia in crisi si concentra sull'aspetto fisico del problema, mentre deve essere aiutata a spostare l'attenzione a monte, sulle cause dei disturbi organici».
L'obiettivo del Centro nato nel 2003 al Sant'Anna è prevenire: tre ambulatori, un day service con tre lettini dove vengono visitate le pazienti, sottoposte ai test ormonali, alle ecografie e alle densitometrie ossee. Accanto al professor Rigardetto lavorano il professor Carlo Campagnoli - promotore del Centro - e il professor Secondo Fassino, direttore del centro pilota dei disturbi del comportamento dell'Asl 3.
Il contributo concreto dell’associazione Pr.A.To presieduto da Evelina Christillin non si fermerà al prezioso opuscolo da 34 pagine, redatto da alcuni soci fondatori e pubblicato col contributo della Fondazione Crt: mercoledì 26 maggio, dalle 17 alle 19, nell’aula magna dell’Istituto Avogadro, è organizzato un incontro durante il quale saranno descritti fra l’altro i tipici segnali d’allarme dell’anoressia e della bulimia. «Il 15 per cento delle ragazze anoressiche, ancor oggi, non ce la fa a superare la malattia e muore», ricorda il professor Rigardetto. «La prevenzione si basa innanzitutto sull’informazione - sottolinea la presidente Christillin -. Genitori, medici, insegnanti e operatori sociali devono essere sensibilizzati a riconoscere i segni di disagio, i comportamenti, i sintomi che sono espressione precoce di una possibile anoressia, indirizzando i giovani alle strutture sanitarie adeguate».
Repubblica ed. di Torino 1.5.04
Parte la campagna di prevenzione promossa dall´associazione "Prato": conferenze nelle scuole, distribuiti centomila opuscoli
Anoressia, in calo l'età
La soglia dei disturbi si abbassa a 11-12 anni
Sette ragazze su cento hanno una condotta alimentare scorretta
di TIZIANA CATENAZZO
Cresce l´emergenza anoressia e bulimia: 100 nuovi casi all´anno, a Torino, mentre in Piemonte sono 700 mila i soggetti a rischio; 1400 quelli affetti da anoressia conclamata e 5000 i bulimici. Ogni anno il numero dei nuovi casi passa da 180 a 360, per l´anoressia, e da 360 a 550 per la bulimia. E intanto la soglia di inizio dei disturbi si abbassa agli 11-12 anni. Ne hanno parlato ieri mattina all´ospedale Sant´Anna i soci fondatori di Pr.A.To, associazione per la prevenzione dell´anoressia a Torino: Evelina Christillin, che la presiede, Secondo Fassino, direttore del Centro universitario per la cura dei disturbi da comportamento alimentare (Dca), e Carlo Compagnoli, promotore del Centro amenorree nato l´anno scorso internamente all´ospedale. Per ribadire l´importanza della prevenzione e della diagnosi precoce di questi ?malesseri da benessere´: genitori, medici, insegnanti e operatori sociali devono riconoscere i segni di disagio, i comportamenti e i sintomi per indirizzare i giovani alle strutture sanitarie. Da qui, la campagna di informazione con il contributo della Crt: un testo informativo - distribuito in più di 100 mila copie attraverso le farmacie, medici di base, associazioni femminili, l´Unitre - e una serie di incontri di approfondimento, a partire dal 26 maggio all´Itis Avogadro. Il Centro amenorree del Sant´Anna è attivo da quasi un anno, e vi operano ginecologi, psichiatri e psicologi. «Abbiamo preso in carico 65 ragazze sopra i 18 anni- spiega Carlo Campagnoli - per un percorso diagnostico e un primo intervento psicologico motivazionale. Come prevenzione abbiamo visitato finora 183 ragazze con amenorrea da sottopeso, di cui 40 minorenni: due giovanissime presentavano già uno stato di deperimento tale da suggerire un immediato ricovero, mentre cinque maggiorenni sono state inviate al Centro Dca dell´Università, e 151 al day service. La valutazione psicologica ha evidenziato una situazione a rischio per il 77% delle minorenni e del 59% delle maggiorenni, e l´esame densitometrico ha rilevato che per il 50% delle minorenni la massa ossea è nettamente carente». Uno studio condotto l´anno scorso nelle scuole superiori piemontesi ha dimostrato che le ragazze sottopeso sono circa il 17%, e che il 7% di loro presenta una condotta alimentare problematica.
Riconoscere anoressia e bulimia
di Marco Accossato
Saranno in distribuzione a giorni, in tutte le farmacie di Torino e della provincia, 65 mila opuscoli gratuiti dal titolo «Anoressia Bulimia». E’ il contribuito che l’associazione Pr.A.To - acronimo di Prevenzione Anoressia Torino - darà all’attività del Centro Amenorree nato circa un anno fa all’ospedale Sant’Anna di corso Spezia, primo esempio italiano di équipe mista di ginecologi, endocrinologi, neuropsichiatri infantili e psichiatri specializzata nel prevenire le conseguenze devastanti dei disturbi alimentari.
In Piemonte 700 mila ragazze sono nell’età a rischio anoressia. Ogni anno, nella nostra regione, si registrano tra i 180 e i 360 nuovi casi di anoressia e tra i 360 e i 550 di bulimia. Il rifiuto del cibo, come l’abbuffarsi per poi vomitare, sono due aspetti di uno stesso problema: «Otto volte su dieci - spiega il professor Roberto Rigardetto, direttore dell'Istituto di Neuropsichiatria Infantile dell'Università di Torino e specialista del centro torinese - dietro un disturbo dell'alimentazione c'è un rapporto difficile in famiglia che all'inizio il pre-adolescente o l'adolescente riesce a compensare, ma oltre un certo limite esplode nell'anoressia o nella bulimia». «Il problema - aggiunge Rigardetto - è che una famiglia in crisi si concentra sull'aspetto fisico del problema, mentre deve essere aiutata a spostare l'attenzione a monte, sulle cause dei disturbi organici».
L'obiettivo del Centro nato nel 2003 al Sant'Anna è prevenire: tre ambulatori, un day service con tre lettini dove vengono visitate le pazienti, sottoposte ai test ormonali, alle ecografie e alle densitometrie ossee. Accanto al professor Rigardetto lavorano il professor Carlo Campagnoli - promotore del Centro - e il professor Secondo Fassino, direttore del centro pilota dei disturbi del comportamento dell'Asl 3.
Il contributo concreto dell’associazione Pr.A.To presieduto da Evelina Christillin non si fermerà al prezioso opuscolo da 34 pagine, redatto da alcuni soci fondatori e pubblicato col contributo della Fondazione Crt: mercoledì 26 maggio, dalle 17 alle 19, nell’aula magna dell’Istituto Avogadro, è organizzato un incontro durante il quale saranno descritti fra l’altro i tipici segnali d’allarme dell’anoressia e della bulimia. «Il 15 per cento delle ragazze anoressiche, ancor oggi, non ce la fa a superare la malattia e muore», ricorda il professor Rigardetto. «La prevenzione si basa innanzitutto sull’informazione - sottolinea la presidente Christillin -. Genitori, medici, insegnanti e operatori sociali devono essere sensibilizzati a riconoscere i segni di disagio, i comportamenti, i sintomi che sono espressione precoce di una possibile anoressia, indirizzando i giovani alle strutture sanitarie adeguate».
Repubblica ed. di Torino 1.5.04
Parte la campagna di prevenzione promossa dall´associazione "Prato": conferenze nelle scuole, distribuiti centomila opuscoli
Anoressia, in calo l'età
La soglia dei disturbi si abbassa a 11-12 anni
Sette ragazze su cento hanno una condotta alimentare scorretta
di TIZIANA CATENAZZO
Cresce l´emergenza anoressia e bulimia: 100 nuovi casi all´anno, a Torino, mentre in Piemonte sono 700 mila i soggetti a rischio; 1400 quelli affetti da anoressia conclamata e 5000 i bulimici. Ogni anno il numero dei nuovi casi passa da 180 a 360, per l´anoressia, e da 360 a 550 per la bulimia. E intanto la soglia di inizio dei disturbi si abbassa agli 11-12 anni. Ne hanno parlato ieri mattina all´ospedale Sant´Anna i soci fondatori di Pr.A.To, associazione per la prevenzione dell´anoressia a Torino: Evelina Christillin, che la presiede, Secondo Fassino, direttore del Centro universitario per la cura dei disturbi da comportamento alimentare (Dca), e Carlo Compagnoli, promotore del Centro amenorree nato l´anno scorso internamente all´ospedale. Per ribadire l´importanza della prevenzione e della diagnosi precoce di questi ?malesseri da benessere´: genitori, medici, insegnanti e operatori sociali devono riconoscere i segni di disagio, i comportamenti e i sintomi per indirizzare i giovani alle strutture sanitarie. Da qui, la campagna di informazione con il contributo della Crt: un testo informativo - distribuito in più di 100 mila copie attraverso le farmacie, medici di base, associazioni femminili, l´Unitre - e una serie di incontri di approfondimento, a partire dal 26 maggio all´Itis Avogadro. Il Centro amenorree del Sant´Anna è attivo da quasi un anno, e vi operano ginecologi, psichiatri e psicologi. «Abbiamo preso in carico 65 ragazze sopra i 18 anni- spiega Carlo Campagnoli - per un percorso diagnostico e un primo intervento psicologico motivazionale. Come prevenzione abbiamo visitato finora 183 ragazze con amenorrea da sottopeso, di cui 40 minorenni: due giovanissime presentavano già uno stato di deperimento tale da suggerire un immediato ricovero, mentre cinque maggiorenni sono state inviate al Centro Dca dell´Università, e 151 al day service. La valutazione psicologica ha evidenziato una situazione a rischio per il 77% delle minorenni e del 59% delle maggiorenni, e l´esame densitometrico ha rilevato che per il 50% delle minorenni la massa ossea è nettamente carente». Uno studio condotto l´anno scorso nelle scuole superiori piemontesi ha dimostrato che le ragazze sottopeso sono circa il 17%, e che il 7% di loro presenta una condotta alimentare problematica.
comico laicismo e trasgressione nella civiltà araba e islamica
La Stampa TuttoLibri 1.5.04
Tra fiori del bacio e del coito, è il laico Iraq la culla della trasgressione araba
di Egi Volterrani
RIDONO gli arabi? Sì, ridono, ridono…più o meno come noi: più o meno. Certo la risata come effetto scatenato dalla creazione (o dalla invenzione) comica non si accompagna bene con fanatismo, integralismo, attitudini accidiose. Ma fanatismo e integralismo, nel mondo islamico, accomunano solo una ben modesta minoranza di individui, che è ancora esigua: in gran parte, dipende da noi (noi occidentali) non alimentarne la crescita con le nostre paure, con i nostri pregiudizi e le nostre generalizzazioni. Senza risalire alla Santa Inquisizione, fanatismo e integralismo hanno del resto caratterizzato, attraverso i secoli, un vasto settore della nostra produzione letteraria. Però, e qui sta il "più o meno", mentre "da noi" gli astrusi sproloqui moralisti di Bierce, contro il Valzer e contro il Diavolo che ci infila in mezzo la coda, oggi, fanno schiattare i più dalle risate, "da loro", nel mondo arabo, nessuno ride, piuttosto trema, quando legge le teorie wahabiste o la fatwa per Salman Rushdie. Ciò deriva da un atteggiamento di profonda diffidenza e ben radicato che la religione islamica manifesta nei confronti della creazione letteraria (che di sua natura è incompatibile con l'islam-rivelazione). Ma questo dovrebbe essere oggetto di un'altra chiacchierata, sul rifiuto della Jahilyya, della cultura araba preislamica. In tutte le culture, il comico è legato al paradosso, alla spacconata, alla sproporzione, eccetera. Ma soprattutto alla trasgressione. Nella cultura islamica, secondo il grande poeta siriano Adonis, anche la poesia vive soltanto nella trasgressione. E, come la poesia, dunque, meglio se il comico è insolito e inventato e se è avvolto da un pur diafano alone di mistero. Nel mondo mediterraneo, arabo, turco e europeo, fin dai tempi antichi, i cantastorie, il teatro dei pupi e quello dei burattini (in Egitto Karaguz), le storie infinite come quelle di Giufà (Djiufar in arabo, Gioanìn, quello senza paura, in Piemonte, personaggi indagati bene da Francesca Corrao in numerose pubblicazioni), i Novellieri (dal "Decamerone" a "Le Cento e una notte", da "Lo Cunto de li Cunti" alle "Mille e una Notte") sono stati vettori di stereotipi del comico e del satirico ai quali si ricorre tuttora. Testi di tal genere, o con la stessa funzione, o destino, non mancano nella letteratura araba più antica. Addirittura preislamici e ancora oggi citati sono i racconti di taverna di Tarafa, e le satire ciniche di Al Harit. Dopo l'avvento dell'Islam, la culla della poesia anche di vena umoristica è stato l'Iraq, di tutto il mondo arabo il paese di maggior spessore culturale, il più laico e trasgressivo, dove sono fioriti gli spiriti più liberi. Poesia raffinata, umorismo e trasgressione convivono nell'opera di Abu Nuwas (Bassora, 757-815). Elegantissime e sorprendenti sono le metafore di Hariri (Bassora, 1054-1122) nelle sue Maqamat (Sedute). Al Jawzi, nato a Bagdad nel 1117, è il primo classico letterario dell'umorismo arabo tradotto in una lingua occidentale, in italiano, con il suo "Il sale nella Pentola", (Il leone verde, Torino, 2003). Grande fama ebbe ed ha ancora il testo di Ali al-Baghdadi (XIV sec.) sulle astuzie delle mogli infedeli ("Gli Splendidi Fiori del Bacio e del Coito"). Dopo l'arrivo dei Turchi (a Bagdad nel 1055), fiorirono le epopee cavalleresche, delle quali la più nota, "Il Romanzo di Baibars", racconta le spacconate di quel sultano mamelucco e potrebbe ricordare "Il Morgante Maggiore" di Luigi Pulci. Dunque, "così ridevano". E ancora ridono, ma non solo di ricordi. Venendo infatti alla letteratura araba recente, pochi hanno riso per il "Pessottimista", romanzo pacifista umoristico di Emil Habibi, sindaco arabo di Betlemme: con le migliori intenzioni, il lettore è scoraggiato dal tema che ispira quel libro, la guerra di Palestina: un tema a dir poco sinistro. Anche i classici della letteratura araba moderna, come Kateb Yacine, per quanto in un complesso contesto di satira politica ("Il Cadavere Accerchiato", Epoché Edizioni, Milano, 2004), ricorrono a stereotipi classici, come l'asino che "fa" le monete d'oro, o la polvere d'intelligenza, che ricorda il vestito nuovo dell'imperatore. Ma l'ironia sfrenata e caustica di Abu Abed, libanese dal baffo nero e il turbante rosso, viaggia sulle pagine di Internet e diverte quotidianamente gli arabi di tutte le generazioni (Abuabed.net). Della letteratura umoristica araba contemporanea, il testo che più mi è piaciuto è stato "Le Notti di Azed", di Lotfi Akalay (Bompiani, 1997). Più volte ho pianto dal ridere, dove l'autore dimentica di aver fatto morire la madre del protagonista e la fa ricomparire con grande nonchalance, quando sostituisce sotto il culo di un personaggio una poltrona con un divano, perché serve così, in un batter di ciglio. E poi accende la luce in stanze sature di gas e nulla accade, e assicura imperturbabile che un tale "quel giorno ha viaggiato per una settimana attraverso la Spagna". Il tutto nel racconto di un drammatico rapporto di coppia, in un Marocco dove conta soltanto il denaro…
Tra fiori del bacio e del coito, è il laico Iraq la culla della trasgressione araba
di Egi Volterrani
RIDONO gli arabi? Sì, ridono, ridono…più o meno come noi: più o meno. Certo la risata come effetto scatenato dalla creazione (o dalla invenzione) comica non si accompagna bene con fanatismo, integralismo, attitudini accidiose. Ma fanatismo e integralismo, nel mondo islamico, accomunano solo una ben modesta minoranza di individui, che è ancora esigua: in gran parte, dipende da noi (noi occidentali) non alimentarne la crescita con le nostre paure, con i nostri pregiudizi e le nostre generalizzazioni. Senza risalire alla Santa Inquisizione, fanatismo e integralismo hanno del resto caratterizzato, attraverso i secoli, un vasto settore della nostra produzione letteraria. Però, e qui sta il "più o meno", mentre "da noi" gli astrusi sproloqui moralisti di Bierce, contro il Valzer e contro il Diavolo che ci infila in mezzo la coda, oggi, fanno schiattare i più dalle risate, "da loro", nel mondo arabo, nessuno ride, piuttosto trema, quando legge le teorie wahabiste o la fatwa per Salman Rushdie. Ciò deriva da un atteggiamento di profonda diffidenza e ben radicato che la religione islamica manifesta nei confronti della creazione letteraria (che di sua natura è incompatibile con l'islam-rivelazione). Ma questo dovrebbe essere oggetto di un'altra chiacchierata, sul rifiuto della Jahilyya, della cultura araba preislamica. In tutte le culture, il comico è legato al paradosso, alla spacconata, alla sproporzione, eccetera. Ma soprattutto alla trasgressione. Nella cultura islamica, secondo il grande poeta siriano Adonis, anche la poesia vive soltanto nella trasgressione. E, come la poesia, dunque, meglio se il comico è insolito e inventato e se è avvolto da un pur diafano alone di mistero. Nel mondo mediterraneo, arabo, turco e europeo, fin dai tempi antichi, i cantastorie, il teatro dei pupi e quello dei burattini (in Egitto Karaguz), le storie infinite come quelle di Giufà (Djiufar in arabo, Gioanìn, quello senza paura, in Piemonte, personaggi indagati bene da Francesca Corrao in numerose pubblicazioni), i Novellieri (dal "Decamerone" a "Le Cento e una notte", da "Lo Cunto de li Cunti" alle "Mille e una Notte") sono stati vettori di stereotipi del comico e del satirico ai quali si ricorre tuttora. Testi di tal genere, o con la stessa funzione, o destino, non mancano nella letteratura araba più antica. Addirittura preislamici e ancora oggi citati sono i racconti di taverna di Tarafa, e le satire ciniche di Al Harit. Dopo l'avvento dell'Islam, la culla della poesia anche di vena umoristica è stato l'Iraq, di tutto il mondo arabo il paese di maggior spessore culturale, il più laico e trasgressivo, dove sono fioriti gli spiriti più liberi. Poesia raffinata, umorismo e trasgressione convivono nell'opera di Abu Nuwas (Bassora, 757-815). Elegantissime e sorprendenti sono le metafore di Hariri (Bassora, 1054-1122) nelle sue Maqamat (Sedute). Al Jawzi, nato a Bagdad nel 1117, è il primo classico letterario dell'umorismo arabo tradotto in una lingua occidentale, in italiano, con il suo "Il sale nella Pentola", (Il leone verde, Torino, 2003). Grande fama ebbe ed ha ancora il testo di Ali al-Baghdadi (XIV sec.) sulle astuzie delle mogli infedeli ("Gli Splendidi Fiori del Bacio e del Coito"). Dopo l'arrivo dei Turchi (a Bagdad nel 1055), fiorirono le epopee cavalleresche, delle quali la più nota, "Il Romanzo di Baibars", racconta le spacconate di quel sultano mamelucco e potrebbe ricordare "Il Morgante Maggiore" di Luigi Pulci. Dunque, "così ridevano". E ancora ridono, ma non solo di ricordi. Venendo infatti alla letteratura araba recente, pochi hanno riso per il "Pessottimista", romanzo pacifista umoristico di Emil Habibi, sindaco arabo di Betlemme: con le migliori intenzioni, il lettore è scoraggiato dal tema che ispira quel libro, la guerra di Palestina: un tema a dir poco sinistro. Anche i classici della letteratura araba moderna, come Kateb Yacine, per quanto in un complesso contesto di satira politica ("Il Cadavere Accerchiato", Epoché Edizioni, Milano, 2004), ricorrono a stereotipi classici, come l'asino che "fa" le monete d'oro, o la polvere d'intelligenza, che ricorda il vestito nuovo dell'imperatore. Ma l'ironia sfrenata e caustica di Abu Abed, libanese dal baffo nero e il turbante rosso, viaggia sulle pagine di Internet e diverte quotidianamente gli arabi di tutte le generazioni (Abuabed.net). Della letteratura umoristica araba contemporanea, il testo che più mi è piaciuto è stato "Le Notti di Azed", di Lotfi Akalay (Bompiani, 1997). Più volte ho pianto dal ridere, dove l'autore dimentica di aver fatto morire la madre del protagonista e la fa ricomparire con grande nonchalance, quando sostituisce sotto il culo di un personaggio una poltrona con un divano, perché serve così, in un batter di ciglio. E poi accende la luce in stanze sature di gas e nulla accade, e assicura imperturbabile che un tale "quel giorno ha viaggiato per una settimana attraverso la Spagna". Il tutto nel racconto di un drammatico rapporto di coppia, in un Marocco dove conta soltanto il denaro…
civiltà precristiana: il riso, cosa divina
La Stampa TuttoLibri 1.5.04
Sull’Olimpo, il riso era incontenibile
di Silvia Ronchey
PLATONE condannava Omero per avere osato raccontare «il riso inestinguibile ("asbestos gelos") degli dèi». Aveva un'enormità tale, quel riso, quando esplodeva fra gli immortali, una tale potenza, da sconvolgere il filosofo. La gamma del riso olimpico era vasta e variegata. C'era il riso d'ordine, come l'ha chiamato Cristiano Grottanelli, quel riso di esclusione che ridimensiona e umilia figure anomale e basse, come Efesto e Tersite. C'era il riso rituale, come Vladimir Propp ha classificato quello di Demetra alla vista di Baubo, la vecchia oscena. C'era anche il riso dell'ira, come quando Era dalle bianche braccia ride con le labbra aggrottando le sopracciglia nere. Ma in genere quando scoppiavano a ridere gli dèi dell'Olimpo si torcevano e si sbellicavano. La prima grande, collettiva, liberatoria risata degli dèi pagani è quella che Odisseo narra ai Feaci nel settimo canto dell'Odissea. Quando Afrodite tradì Efesto con Ares, il Sole fece la spia. Lo sposo tradito scese furibondo nella sua fucina e forgiò delle catene fortissime, che nessuno avrebbe potuto infrangere, sottili però come fili di ragno, che nessuno avrebbe potuto scorgere. Vi imbozzolò il talamo della sua casa, poi finse di partire. Quando Ares e Afrodite andarono a letto, una volta entrati restarono immobilizzati, incapaci di muovere anche solo le dita del piede. C'è chi dice che la scena di Ares, Afrodite e Efesto abbia un significato esoterico, legato all'armonia cosmica e alla musica delle sfere. I due divini amanti erano anche oggetti astrali. Sia quel che sia, appena Efesto li chiamò, gli dèi si raccolsero sulla soglia di bronzo e rimasero per un attimo immobili nel portico a guardare. Poi scoppiarono in un incontenibile "fou rire" di cento memorabili versi. L'ultima grande, collettiva, liberatoria risata degli dèi echeggia in un'opera successiva alla loro morte, denunciata dal sacerdote delfico Plutarco, quando era già nato Cristo. «Il grande dio Pan è morto», aveva scritto. Quattro secoli dopo, Giuliano, l'imperatore filosofo, sognò di richiamare gli dèi in vita, restaurando il paganesimo o meglio imponendo all'impero una religione universale, sincretistica, in cui il Sole degli orientali si confondesse con lo Zeus degli ellèni, il dio filosofico di Platone con quello dei galilei. Giuliano non riuscì nel suo tardivo progetto, ma scrisse un pamphlet intitolato I Cesari o Il Simposio o I Saturnali. In quelle pagine riunì di nuovo per l'ultima volta sull'Olimpo gli antichi dèi, in occasione appunto della festa romana in cui il mondo per un giorno va alla rovescia. E invitò a unirsi a loro gli imperatori divinizzati, per scegliere chi far salire come re del carnevale pagano sul trono di Zeus. Il satiro Sileno faceva da buffone. Giulio Cesare era altezzoso, Ottaviano un camaleonte, Tiberio un vecchio satiro, Vespasiano uno spilorcio, Tito un libidinoso, Domiziano un pazzo da legare con un collare di ferro, Adriano assorto in riflessioni senza capo né coda. Nella descrizione di Giuliano solo Alessandro Magno, ospite d'onore, e Marco Aurelio, il cesare filosofo, si salvavano dalle beffe con cui il satiro faceva ridere i vecchi dèi ridestati dal loro sonno. Ma non era nulla rispetto agli imperatori che dovevano ancora venire. Nulla, in particolare, rispetto a Costantino. Il primo imperatore cristiano è ammesso solo come uditore, per indegnità, ma aspetta baldanzosamente il suo turno. Ipnotizzato dalla dea Lussuria, vanta distrattamente le sue vittorie. Sono state provvisorie come i giardini di Adone, ribatte Sileno. Quando Ermes gli chiede che cosa si proponesse, Costantino confessa: «Possedere un mucchio di soldi, per spendere molto e soddisfare i miei desideri e quelli dei miei amici». Sileno scoppia a ridere: «Volevi fare il banchiere e non ti sei accorto di avere fatto una vita da cuoco e da pettinatrice». Risate. Il gioco è finito. Ora ciascuno deve scegliersi un dio. E' l'ultimo quadro della rappresentazione del Simposio di Giuliano l'Apostata. Il trasformista Costantino non trova un modello di vita abbastanza flessibile tra gli dèi dell'Olimpo. Sono tutti, come direbbero gli anglosassoni, un tantino troppo square: la coerenza al proprio carattere è imperativa nella definizione della divinità pagana come nel comportamento dei suoi fedeli. Così, il fondatore di Costantinopoli butta le braccia al collo a Lussuria, che lo traveste da donna e lo porta a Perdizione. Lì i due incontrano Gesù Cristo, sempre disponibile al perdono, che grida come un imbonitore: «Chi ha corrotto, chi ha ucciso, chi è stato maledetto e respinto da tutti, venga qui, venga fiducioso! Lavandolo con quest'acqua, lo purificherò in un attimo! E anche se ricade nelle stesse colpe, qualche preghiera e gli concederò di ritornare puro!». Un riso incontenibile, un "asbestos gelos", si alza dall'uditorio. L'ultimo riso degli dèi.
Sull’Olimpo, il riso era incontenibile
di Silvia Ronchey
PLATONE condannava Omero per avere osato raccontare «il riso inestinguibile ("asbestos gelos") degli dèi». Aveva un'enormità tale, quel riso, quando esplodeva fra gli immortali, una tale potenza, da sconvolgere il filosofo. La gamma del riso olimpico era vasta e variegata. C'era il riso d'ordine, come l'ha chiamato Cristiano Grottanelli, quel riso di esclusione che ridimensiona e umilia figure anomale e basse, come Efesto e Tersite. C'era il riso rituale, come Vladimir Propp ha classificato quello di Demetra alla vista di Baubo, la vecchia oscena. C'era anche il riso dell'ira, come quando Era dalle bianche braccia ride con le labbra aggrottando le sopracciglia nere. Ma in genere quando scoppiavano a ridere gli dèi dell'Olimpo si torcevano e si sbellicavano. La prima grande, collettiva, liberatoria risata degli dèi pagani è quella che Odisseo narra ai Feaci nel settimo canto dell'Odissea. Quando Afrodite tradì Efesto con Ares, il Sole fece la spia. Lo sposo tradito scese furibondo nella sua fucina e forgiò delle catene fortissime, che nessuno avrebbe potuto infrangere, sottili però come fili di ragno, che nessuno avrebbe potuto scorgere. Vi imbozzolò il talamo della sua casa, poi finse di partire. Quando Ares e Afrodite andarono a letto, una volta entrati restarono immobilizzati, incapaci di muovere anche solo le dita del piede. C'è chi dice che la scena di Ares, Afrodite e Efesto abbia un significato esoterico, legato all'armonia cosmica e alla musica delle sfere. I due divini amanti erano anche oggetti astrali. Sia quel che sia, appena Efesto li chiamò, gli dèi si raccolsero sulla soglia di bronzo e rimasero per un attimo immobili nel portico a guardare. Poi scoppiarono in un incontenibile "fou rire" di cento memorabili versi. L'ultima grande, collettiva, liberatoria risata degli dèi echeggia in un'opera successiva alla loro morte, denunciata dal sacerdote delfico Plutarco, quando era già nato Cristo. «Il grande dio Pan è morto», aveva scritto. Quattro secoli dopo, Giuliano, l'imperatore filosofo, sognò di richiamare gli dèi in vita, restaurando il paganesimo o meglio imponendo all'impero una religione universale, sincretistica, in cui il Sole degli orientali si confondesse con lo Zeus degli ellèni, il dio filosofico di Platone con quello dei galilei. Giuliano non riuscì nel suo tardivo progetto, ma scrisse un pamphlet intitolato I Cesari o Il Simposio o I Saturnali. In quelle pagine riunì di nuovo per l'ultima volta sull'Olimpo gli antichi dèi, in occasione appunto della festa romana in cui il mondo per un giorno va alla rovescia. E invitò a unirsi a loro gli imperatori divinizzati, per scegliere chi far salire come re del carnevale pagano sul trono di Zeus. Il satiro Sileno faceva da buffone. Giulio Cesare era altezzoso, Ottaviano un camaleonte, Tiberio un vecchio satiro, Vespasiano uno spilorcio, Tito un libidinoso, Domiziano un pazzo da legare con un collare di ferro, Adriano assorto in riflessioni senza capo né coda. Nella descrizione di Giuliano solo Alessandro Magno, ospite d'onore, e Marco Aurelio, il cesare filosofo, si salvavano dalle beffe con cui il satiro faceva ridere i vecchi dèi ridestati dal loro sonno. Ma non era nulla rispetto agli imperatori che dovevano ancora venire. Nulla, in particolare, rispetto a Costantino. Il primo imperatore cristiano è ammesso solo come uditore, per indegnità, ma aspetta baldanzosamente il suo turno. Ipnotizzato dalla dea Lussuria, vanta distrattamente le sue vittorie. Sono state provvisorie come i giardini di Adone, ribatte Sileno. Quando Ermes gli chiede che cosa si proponesse, Costantino confessa: «Possedere un mucchio di soldi, per spendere molto e soddisfare i miei desideri e quelli dei miei amici». Sileno scoppia a ridere: «Volevi fare il banchiere e non ti sei accorto di avere fatto una vita da cuoco e da pettinatrice». Risate. Il gioco è finito. Ora ciascuno deve scegliersi un dio. E' l'ultimo quadro della rappresentazione del Simposio di Giuliano l'Apostata. Il trasformista Costantino non trova un modello di vita abbastanza flessibile tra gli dèi dell'Olimpo. Sono tutti, come direbbero gli anglosassoni, un tantino troppo square: la coerenza al proprio carattere è imperativa nella definizione della divinità pagana come nel comportamento dei suoi fedeli. Così, il fondatore di Costantinopoli butta le braccia al collo a Lussuria, che lo traveste da donna e lo porta a Perdizione. Lì i due incontrano Gesù Cristo, sempre disponibile al perdono, che grida come un imbonitore: «Chi ha corrotto, chi ha ucciso, chi è stato maledetto e respinto da tutti, venga qui, venga fiducioso! Lavandolo con quest'acqua, lo purificherò in un attimo! E anche se ricade nelle stesse colpe, qualche preghiera e gli concederò di ritornare puro!». Un riso incontenibile, un "asbestos gelos", si alza dall'uditorio. L'ultimo riso degli dèi.
Richard Dawkins: l'importanza del darwinismo
Repubblica 1.5.04
LE TAPPE PRINCIPALI
UN GRANDE SCIENZIATO SPIEGA CHE COSA È STATA LA CONQUISTA DARWINIANA
PERCHÉ DIFENDO L´EVOLUZIONE CONTRO IL PERICOLO OSCURANTISTA
Le prove. I fossili ci dicono che la vita si è evoluta sulla Terra per più di 30 milioni di anni. Un arco di tempo impensabile per la mente umana
La vita. In che modo gli esseri viventi hanno iniziato a esistere? La risposta di Darwin è che sia entrato in gioco il caso, ma non un singolo e unico caso
di RICHARD DAWKINS
Le scoperte di Darwin sono, al pari di quelle di Einstein, universali ed eterne, mentre le conclusioni cui giunsero Marx e Gesù sono limitate e caduche. All´inizio del ventunesimo secolo, la reputazione di Darwin tra i più importanti biologi della storia (in opposizione ai non-biologi influenzati da preconcetti religiosi) è tuttora eccelsa come lo è da quando è morto. Persino il Papa si è espresso, inequivocabilmente, in suo favore.
Qual è, allora, l´enigma di Darwin? Quale la sua soluzione? Di tutti i trilioni e trilioni di modi di cui le parti di un corpo dispongono per potersi mettere insieme, soltanto un´infinitesima minoranza dà la possibilità di vivere, di procacciarsi il cibo, di nutrirsi e di riprodursi. E´ vero, vi sono molti esseri viventi diversi - almeno dieci milioni, se contiamo il numero delle singole specie oggi viventi - ma per quanto numerosi essi possano essere, vi saranno pur sempre molti più infiniti modi di non-essere!
Possiamo pertanto concludere con ragionevole certezza che gli esseri viventi sono miliardi di volte troppo complessi - troppo statisticamente improbabili - per aver iniziato a vivere per mera casualità. Ed è del tutto improbabile che siano stati "creati" poiché l´esistenza del Creatore stesso sarebbe ancora più inverosimile. In che modo, dunque, hanno iniziato a esistere gli esseri viventi? La risposta esatta - la risposta di Darwin - è che sia entrato in gioco il caso, ma non un caso unico, un distinto episodio casuale. Ciò che si è verificato è piuttosto tutta una serie di piccoli episodi casuali, ciascuno di essi talmente piccolo da essere un plausibile prodotto di quello che lo aveva preceduto, episodi occorsi l´uno dopo l´altro, in sequenza. Questi minuscoli avvenimenti casuali furono prodotti da mutazioni genetiche - errori occasionali - occorse nel materiale genico. Molti dei cambiamenti conseguenti furono deleteri e condussero alla morte. Una minoranza di essi invece risultò rappresentare un piccolo progresso, che portò a migliorare la sopravvivenza e la riproduzione. Tuttavia questo processo di selezione naturale, questi cambiamenti che risultarono essere vantaggiosi alla fine si diffusero in tutte le specie diventando la norma. Il quadro complessivo era quindi pronto per la piccola trasformazione successiva del processo evolutivo. Dopo un migliaio circa - supponiamo - di questi piccoli cambiamenti in serie, in cui ciascuna trasformazione costituiva la premessa di quella successiva, il risultato finale divenne, grazie a un processo di accumulo, ben più complesso per potersi dire il prodotto di un unico episodio casuale.
Sebbene teoricamente sia possibile che un occhio si sviluppi dal nulla, con una singola evoluzione molto fortunata, in pratica ciò è inconcepibile. Occorrerebbe una fortuna smisurata, che implichi simultaneamente delle trasformazioni in un gran numero di geni. Possiamo dunque escludere una simile coincidenza pressoché miracolosa. E´ invece perfettamente plausibile che l´occhio così come esso è oggi si sia evoluto a partire da qualcosa di molto simile ad esso ma non del tutto, un occhio per così dire appena un po´ meno sofisticato. Con lo stesso ragionamento, questo occhio appena un po´ meno sofisticato si è evoluto a partire da un occhio leggermente meno sofisticato ancora, e così via. Se si tiene conto di un numero sufficientemente grande di differenze sufficientemente piccole tra una fase evolutiva e la precedente, si dovrebbe essere in grado di delineare l´evoluzione di un occhio intero, complesso e funzionante, a partire dalla nuda pelle. Quante fasi intermedie è lecito postulare? Ciò dipende dal tempo con il quale abbiamo a che fare. E´ dunque esistito un tempo sufficientemente lungo affinché dal nulla si sviluppasse in piccole fasi successive un occhio?
I fossili ci dicono che la vita è andata evolvendosi sulla Terra per più di tremila milioni di anni. E´ del tutto inconcepibile per la mente umana abbracciare una simile immensità di tempo. Per nostra natura - e per nostra fortuna - noi consideriamo la nostra aspettativa di vita come un periodo di tempo sufficientemente lungo, ma non possiamo ragionevolmente sperare di vivere neppure un secolo. Sono trascorsi 2000 anni da quando visse Gesù, un periodo di tempo sufficientemente lungo per rendere indistinta la differenza che intercorre tra storia e mito. Riusciamo a immaginare un milione di simili archi di tempo, che si susseguono snodandosi all´infinito? Supponiamo che avessimo voglia di scrivere l´intera storia su un unico lungo rotolo di carta: se stipassimo tutta la storia dopo Cristo su un metro di questo rotolo di carta, quanto lunga dovrebbe essere la parte di esso dedicata alla storia prima di Cristo, fino all´origine dell´evoluzione? La risposta è che la parte di storia ante Cristo si estenderebbe da Milano a Mosca.
Si pensi alle implicazioni di tutto ciò nei confronti della moltitudine di trasformazioni evolutive che possono essersi compiute. Le razze canine domestiche - i pechinesi, i barboncini, gli spaniel, i san Bernardo e i chihuahua - derivano tutte dai lupi, in un arco di tempo misurabile in centinaia, al massimo migliaia di anni: non più di un paio di metri lungo la strada del rotolo di carta da Milano a Mosca. Si pensi alla moltitudine di trasformazioni necessarie a passare da un lupo a un pechinese. E ora si moltiplichi questa moltitudine di trasformazioni per un milione: così facendo, diventa agevole ritenere che un occhio possa essere nato da un non-occhio attraverso fasi impercettibili.
Si sostiene spesso che affinché possa esservi un occhio è necessario che esistano tutte le parti di un occhio, oppure l´occhio non sarà funzionante. Metà occhio, così si ritiene, non è molto meglio che non avere l´occhio tout court. Non si vola con mezza ala. Non si può udire con mezzo orecchio. Pertanto non può esservi stata una serie di evoluzioni intermedie successive che hanno portato all´occhio, all´ala o all´orecchio moderno. Questo tipo di ragionamento è così superficiale che ci si può soltanto chiedere quali siano le ragioni inconsce per volerci credere. E´ ovviamente falso che un mezzo occhio sia inutile. Chi soffre di cataratta e si è sottoposto alla rimozione chirurgica del cristallino non può vedere molto bene senza occhiali, ma vedrà comunque molto meglio di chi non ha del tutto gli occhi. Senza un cristallino non si mette a fuoco un´immagine precisa, ma si può tuttavia evitare di inciampare in un ostacolo e si può identificare la sagoma di un predatore in agguato.
Il ragionamento analogo - che non si possa volare con una mezza ala - è smentito anch´esso, da un vasto numero di animali che riesce con successo a effettuare dei voli o dei movimenti più o meno planati, e tra essi mammiferi di taglie diverse, lucertole, rane, serpenti e calamari. Molti diversi tipi di animali che vivono sugli alberi hanno tra i loro arti dei lembi di pelle che costituiscono quasi delle porzioni di ala. Se si cade da un albero, qualsiasi lembo di pelle, qualsiasi ulteriore superficie del corpo che aumenti l´area di impatto può salvare la vita. Per quanto piccolo o grande sia questo lembo di pelle, deve pur sempre esserci una soglia critica in corrispondenza della quale, se si cade da un albero di quella altezza, la vita sarebbe stata salva proprio ed esclusivamente in virtù di una superficie di pelle lievemente maggiore. Quindi, quando i discendenti di questo esemplare avranno evoluto un lembo di pelle appena più grande, le loro vite saranno salve grazie a una superficie appena maggiore di quella necessaria a salvarli se fossero caduti da un albero appena più alto. E così via, per fasi impercettibilmente graduali, per centinaia e centinaia di anni, si è arrivati all´ala nella sua completezza.
Occhi e ali non possono essersi evoluti in un´unica fase. Sarebbe stato come avere la fortuna di trovare il numero della combinazione che apre il forziere di una grande banca. Ma se si girassero a caso i quadranti del forziere, e ogni volta che ci si avvicina alla combinazione esatta la porta del forziere si aprisse di una sola fessura alla volta, ben presto si riuscirebbe ad aprire il forziere. In sostanza, questo è il segreto di come l´evoluzione per mezzo della selezione naturale abbia raggiunto ciò che ci pareva del tutto impossibile realizzare. Ciò che non può plausibilmente derivare da predecessori molto diversi, può plausibilmente derivare da un predecessore solo leggermente diverso: ammesso che vi sia una serie sufficientemente lunga di predecessori solo leggermente diversi, da una cosa se ne può ottenere una qualsiasi altra.
L´evoluzione, dunque, è teoricamente capace di svolgere il compito che, una volta, pareva essere prerogativa di Dio. Ma c´è qualcosa che comprovi che l´evoluzione ha effettivamente avuto luogo? La risposta è sì. Le prove sono assolutamente sovrabbondanti. Milioni di fossili sono reperibili esattamente nei luoghi ed esattamente alla profondità alla quale dovremmo attenderci di trovarli se l´evoluzione avesse avuto luogo. Cosa ancora più significativa, non un singolo fossile è mai stato trovato laddove la teoria evoluzionistica non si sarebbe mai aspettata di trovarlo, sebbene abbia anche potuto verificarsi un caso di questo tipo: un mammifero fossile nella roccia così antico da precedere addirittura i pesci, per esempio, sarebbe stato sufficiente a confutare l´intera teoria evoluzionistica.
Le modalità di diffusione degli animali viventi e delle piante sui continenti e nelle isole del mondo sono esattamente quelle che ci si dovrebbe aspettare di rilevare qualora si fossero evoluti da antenati comuni per fasi lentissime e graduali. Le modalità di somiglianza tra gli animali e le piante sono esattamente quelle che ci si dovrebbe aspettare di riscontrare se alcune specie fossero parenti stretti e altre parenti più lontani tra loro. Tutto ciò era molto convincente già all´epoca di Darwin. Oggi, grazie a quanto ci comprova la genetica molecolare, si dovrebbe essere dei dementi per dubitarne. Le prove a favore dell´evoluzione sono così schiaccianti che per salvare la teoria della creazione occorrerebbe presumere che Dio abbia deliberatamente lasciato un´enorme quantità di indizi per far sì che sembrasse che avesse avuto luogo l´evoluzione. In altre parole, i fossili, la distribuzione geografica degli animali, la disposizione dei codici del Dna e così via sarebbero soltanto una gigantesca truffa. E c´è qualcuno che abbia voglia di venerare un Dio capace di simili inganni? E´ sicuramente più rispettoso, e scientificamente plausibile al tempo stesso, considerare le prove per quello che sono. Tutte le creature viventi sono imparentate tra loro, tutte discendono da un unico remoto progenitore che visse oltre 3.000 milioni di anni fa. L´evoluzione è un dato di fatto, ed è uno dei più importanti dati di fatto che conosciamo. Privare i bambini dell´opportunità di apprenderla sarebbe un barbarismo educativo da epoche buie.
Traduzione di Anna Bissanti
LE TAPPE PRINCIPALI
UN GRANDE SCIENZIATO SPIEGA CHE COSA È STATA LA CONQUISTA DARWINIANA
PERCHÉ DIFENDO L´EVOLUZIONE CONTRO IL PERICOLO OSCURANTISTA
Le prove. I fossili ci dicono che la vita si è evoluta sulla Terra per più di 30 milioni di anni. Un arco di tempo impensabile per la mente umana
La vita. In che modo gli esseri viventi hanno iniziato a esistere? La risposta di Darwin è che sia entrato in gioco il caso, ma non un singolo e unico caso
di RICHARD DAWKINS
Le scoperte di Darwin sono, al pari di quelle di Einstein, universali ed eterne, mentre le conclusioni cui giunsero Marx e Gesù sono limitate e caduche. All´inizio del ventunesimo secolo, la reputazione di Darwin tra i più importanti biologi della storia (in opposizione ai non-biologi influenzati da preconcetti religiosi) è tuttora eccelsa come lo è da quando è morto. Persino il Papa si è espresso, inequivocabilmente, in suo favore.
Qual è, allora, l´enigma di Darwin? Quale la sua soluzione? Di tutti i trilioni e trilioni di modi di cui le parti di un corpo dispongono per potersi mettere insieme, soltanto un´infinitesima minoranza dà la possibilità di vivere, di procacciarsi il cibo, di nutrirsi e di riprodursi. E´ vero, vi sono molti esseri viventi diversi - almeno dieci milioni, se contiamo il numero delle singole specie oggi viventi - ma per quanto numerosi essi possano essere, vi saranno pur sempre molti più infiniti modi di non-essere!
Possiamo pertanto concludere con ragionevole certezza che gli esseri viventi sono miliardi di volte troppo complessi - troppo statisticamente improbabili - per aver iniziato a vivere per mera casualità. Ed è del tutto improbabile che siano stati "creati" poiché l´esistenza del Creatore stesso sarebbe ancora più inverosimile. In che modo, dunque, hanno iniziato a esistere gli esseri viventi? La risposta esatta - la risposta di Darwin - è che sia entrato in gioco il caso, ma non un caso unico, un distinto episodio casuale. Ciò che si è verificato è piuttosto tutta una serie di piccoli episodi casuali, ciascuno di essi talmente piccolo da essere un plausibile prodotto di quello che lo aveva preceduto, episodi occorsi l´uno dopo l´altro, in sequenza. Questi minuscoli avvenimenti casuali furono prodotti da mutazioni genetiche - errori occasionali - occorse nel materiale genico. Molti dei cambiamenti conseguenti furono deleteri e condussero alla morte. Una minoranza di essi invece risultò rappresentare un piccolo progresso, che portò a migliorare la sopravvivenza e la riproduzione. Tuttavia questo processo di selezione naturale, questi cambiamenti che risultarono essere vantaggiosi alla fine si diffusero in tutte le specie diventando la norma. Il quadro complessivo era quindi pronto per la piccola trasformazione successiva del processo evolutivo. Dopo un migliaio circa - supponiamo - di questi piccoli cambiamenti in serie, in cui ciascuna trasformazione costituiva la premessa di quella successiva, il risultato finale divenne, grazie a un processo di accumulo, ben più complesso per potersi dire il prodotto di un unico episodio casuale.
Sebbene teoricamente sia possibile che un occhio si sviluppi dal nulla, con una singola evoluzione molto fortunata, in pratica ciò è inconcepibile. Occorrerebbe una fortuna smisurata, che implichi simultaneamente delle trasformazioni in un gran numero di geni. Possiamo dunque escludere una simile coincidenza pressoché miracolosa. E´ invece perfettamente plausibile che l´occhio così come esso è oggi si sia evoluto a partire da qualcosa di molto simile ad esso ma non del tutto, un occhio per così dire appena un po´ meno sofisticato. Con lo stesso ragionamento, questo occhio appena un po´ meno sofisticato si è evoluto a partire da un occhio leggermente meno sofisticato ancora, e così via. Se si tiene conto di un numero sufficientemente grande di differenze sufficientemente piccole tra una fase evolutiva e la precedente, si dovrebbe essere in grado di delineare l´evoluzione di un occhio intero, complesso e funzionante, a partire dalla nuda pelle. Quante fasi intermedie è lecito postulare? Ciò dipende dal tempo con il quale abbiamo a che fare. E´ dunque esistito un tempo sufficientemente lungo affinché dal nulla si sviluppasse in piccole fasi successive un occhio?
I fossili ci dicono che la vita è andata evolvendosi sulla Terra per più di tremila milioni di anni. E´ del tutto inconcepibile per la mente umana abbracciare una simile immensità di tempo. Per nostra natura - e per nostra fortuna - noi consideriamo la nostra aspettativa di vita come un periodo di tempo sufficientemente lungo, ma non possiamo ragionevolmente sperare di vivere neppure un secolo. Sono trascorsi 2000 anni da quando visse Gesù, un periodo di tempo sufficientemente lungo per rendere indistinta la differenza che intercorre tra storia e mito. Riusciamo a immaginare un milione di simili archi di tempo, che si susseguono snodandosi all´infinito? Supponiamo che avessimo voglia di scrivere l´intera storia su un unico lungo rotolo di carta: se stipassimo tutta la storia dopo Cristo su un metro di questo rotolo di carta, quanto lunga dovrebbe essere la parte di esso dedicata alla storia prima di Cristo, fino all´origine dell´evoluzione? La risposta è che la parte di storia ante Cristo si estenderebbe da Milano a Mosca.
Si pensi alle implicazioni di tutto ciò nei confronti della moltitudine di trasformazioni evolutive che possono essersi compiute. Le razze canine domestiche - i pechinesi, i barboncini, gli spaniel, i san Bernardo e i chihuahua - derivano tutte dai lupi, in un arco di tempo misurabile in centinaia, al massimo migliaia di anni: non più di un paio di metri lungo la strada del rotolo di carta da Milano a Mosca. Si pensi alla moltitudine di trasformazioni necessarie a passare da un lupo a un pechinese. E ora si moltiplichi questa moltitudine di trasformazioni per un milione: così facendo, diventa agevole ritenere che un occhio possa essere nato da un non-occhio attraverso fasi impercettibili.
Si sostiene spesso che affinché possa esservi un occhio è necessario che esistano tutte le parti di un occhio, oppure l´occhio non sarà funzionante. Metà occhio, così si ritiene, non è molto meglio che non avere l´occhio tout court. Non si vola con mezza ala. Non si può udire con mezzo orecchio. Pertanto non può esservi stata una serie di evoluzioni intermedie successive che hanno portato all´occhio, all´ala o all´orecchio moderno. Questo tipo di ragionamento è così superficiale che ci si può soltanto chiedere quali siano le ragioni inconsce per volerci credere. E´ ovviamente falso che un mezzo occhio sia inutile. Chi soffre di cataratta e si è sottoposto alla rimozione chirurgica del cristallino non può vedere molto bene senza occhiali, ma vedrà comunque molto meglio di chi non ha del tutto gli occhi. Senza un cristallino non si mette a fuoco un´immagine precisa, ma si può tuttavia evitare di inciampare in un ostacolo e si può identificare la sagoma di un predatore in agguato.
Il ragionamento analogo - che non si possa volare con una mezza ala - è smentito anch´esso, da un vasto numero di animali che riesce con successo a effettuare dei voli o dei movimenti più o meno planati, e tra essi mammiferi di taglie diverse, lucertole, rane, serpenti e calamari. Molti diversi tipi di animali che vivono sugli alberi hanno tra i loro arti dei lembi di pelle che costituiscono quasi delle porzioni di ala. Se si cade da un albero, qualsiasi lembo di pelle, qualsiasi ulteriore superficie del corpo che aumenti l´area di impatto può salvare la vita. Per quanto piccolo o grande sia questo lembo di pelle, deve pur sempre esserci una soglia critica in corrispondenza della quale, se si cade da un albero di quella altezza, la vita sarebbe stata salva proprio ed esclusivamente in virtù di una superficie di pelle lievemente maggiore. Quindi, quando i discendenti di questo esemplare avranno evoluto un lembo di pelle appena più grande, le loro vite saranno salve grazie a una superficie appena maggiore di quella necessaria a salvarli se fossero caduti da un albero appena più alto. E così via, per fasi impercettibilmente graduali, per centinaia e centinaia di anni, si è arrivati all´ala nella sua completezza.
Occhi e ali non possono essersi evoluti in un´unica fase. Sarebbe stato come avere la fortuna di trovare il numero della combinazione che apre il forziere di una grande banca. Ma se si girassero a caso i quadranti del forziere, e ogni volta che ci si avvicina alla combinazione esatta la porta del forziere si aprisse di una sola fessura alla volta, ben presto si riuscirebbe ad aprire il forziere. In sostanza, questo è il segreto di come l´evoluzione per mezzo della selezione naturale abbia raggiunto ciò che ci pareva del tutto impossibile realizzare. Ciò che non può plausibilmente derivare da predecessori molto diversi, può plausibilmente derivare da un predecessore solo leggermente diverso: ammesso che vi sia una serie sufficientemente lunga di predecessori solo leggermente diversi, da una cosa se ne può ottenere una qualsiasi altra.
L´evoluzione, dunque, è teoricamente capace di svolgere il compito che, una volta, pareva essere prerogativa di Dio. Ma c´è qualcosa che comprovi che l´evoluzione ha effettivamente avuto luogo? La risposta è sì. Le prove sono assolutamente sovrabbondanti. Milioni di fossili sono reperibili esattamente nei luoghi ed esattamente alla profondità alla quale dovremmo attenderci di trovarli se l´evoluzione avesse avuto luogo. Cosa ancora più significativa, non un singolo fossile è mai stato trovato laddove la teoria evoluzionistica non si sarebbe mai aspettata di trovarlo, sebbene abbia anche potuto verificarsi un caso di questo tipo: un mammifero fossile nella roccia così antico da precedere addirittura i pesci, per esempio, sarebbe stato sufficiente a confutare l´intera teoria evoluzionistica.
Le modalità di diffusione degli animali viventi e delle piante sui continenti e nelle isole del mondo sono esattamente quelle che ci si dovrebbe aspettare di rilevare qualora si fossero evoluti da antenati comuni per fasi lentissime e graduali. Le modalità di somiglianza tra gli animali e le piante sono esattamente quelle che ci si dovrebbe aspettare di riscontrare se alcune specie fossero parenti stretti e altre parenti più lontani tra loro. Tutto ciò era molto convincente già all´epoca di Darwin. Oggi, grazie a quanto ci comprova la genetica molecolare, si dovrebbe essere dei dementi per dubitarne. Le prove a favore dell´evoluzione sono così schiaccianti che per salvare la teoria della creazione occorrerebbe presumere che Dio abbia deliberatamente lasciato un´enorme quantità di indizi per far sì che sembrasse che avesse avuto luogo l´evoluzione. In altre parole, i fossili, la distribuzione geografica degli animali, la disposizione dei codici del Dna e così via sarebbero soltanto una gigantesca truffa. E c´è qualcuno che abbia voglia di venerare un Dio capace di simili inganni? E´ sicuramente più rispettoso, e scientificamente plausibile al tempo stesso, considerare le prove per quello che sono. Tutte le creature viventi sono imparentate tra loro, tutte discendono da un unico remoto progenitore che visse oltre 3.000 milioni di anni fa. L´evoluzione è un dato di fatto, ed è uno dei più importanti dati di fatto che conosciamo. Privare i bambini dell´opportunità di apprenderla sarebbe un barbarismo educativo da epoche buie.
Traduzione di Anna Bissanti
darwinismo, cristianesimo e "darwinismo sociale"
Repubblica 1.5.04
Chi ha paura di quest'uomo?
perché attaccano le sue teorie
Le tesi evoluzioniste del grande scienziato sono da anni fatte oggetto di pesanti accuse dai creazionisti
Anche nel nostro paese il dibattito ha toccato toni da crociata e minacciato il futuro dell´insegnamento
di Umberto Galimberti
In una lettera del 1872 indirizzata al paleontologo scozzese Hugh Falconer, Charles Darwin scriveva che «la sua teoria dell´evoluzione sarebbe stata rifiutata in blocco dai creazionisti che l´avrebbero considerata pura spazzatura, robaccia (rubbish)». Centocinquant´anni dopo, la profezia, almeno qui da noi, si è avverata, e la teoria darwiniana dell´evoluzione, che oggi neppure il magistero ecclesiastico contesta, ha rischiato di essere eliminata dai testi scolastici che, alla spiegazione scientifica dell´evoluzione, avrebbero dovuto preferire la narrazione mitico-simbolica della creazione.
Di questo si è discusso ampiamente in questi giorni sui nostri giornali, per cui non vale qui la pena di ritornare, se non per rimarcare l´enorme fatica che fa la scienza a prendere piede nella nostra cultura, per una sorta di malinteso "umanismo" che, sotto la falsa apparenza di nobilitare l´uomo, nasconde almeno due truci intenzioni che qui vorremmo evidenziare.
La teoria creazionista, concependo l´uomo a immagine di Dio, gli conferisce il privilegio del dominio incontrastato sull´intera natura. Leggiamo infatti nel primo libro della Bibbia: «Poi Iddio disse: facciamo l´uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza; domini sopra i pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sugli animali domestici, su tutte le fiere della terra e sopra tutti i rettili che strisciano sopra la sua superficie» (Genesi 1,26).
Per la mentalità greca antica questa concezione sarebbe stata considerata la più alta espressione di Hybris, di tracotanza, di inaudito oltrepassamento del limite. E questo perché, per il greco antico, la natura «che nessun uomo e nessun Dio fece» (Eraclito) rappresentava quello sfondo immutabile le cui leggi, regolate dal vincolo della necessità (ananke), costituivano il punto di riferimento da cui trarre indicazioni per il governo della città e per la buona conduzione di sé. Qui Platone è stato chiarissimo: «Anche quel piccolo frammento che tu rappresenti, o uomo meschino, ha sempre il suo intimo rapporto col cosmo e un orientamento a esso, anche se non sembra che tu ti accorga che ogni vita sorge per il Tutto e per la felice condizione dell´universa armonia. Non per te infatti questa vita si svolge, ma tu piuttosto vieni generato per la vita cosmica» (Leggi 903 c).
All´opposto della mentalità greca, la tradizione giudaico-cristiana concepisce la natura non come lo sfondo immutabile su cui l´uomo deve regolarsi, ma come il prodotto della "volontà" di Dio che l´ha creata a disposizione della "volontà" dell´uomo, a cui è concesso l´incontrastato dominio.
Questa concezione del "dominio", che non è greca ma giudaico-cristiana, se un tempo era compatibile con le dimensioni della terra e la scarsa densità della popolazione umana, oggi, a rapporto invertito, non è più praticabile. E sulla base della tradizione giudaico-cristiana, che ha sempre concepito la morale come una regolatrice dei rapporti fra gli uomini, non disponiamo di una morale che si faccia carico degli enti di natura, come la salvaguardia dell´aria, dell´acqua, della vegetazione, del clima, del mondo animale, con particolare riferimento alle specie in via di estinzione non per selezione naturale, ma ad opera dell´uomo.
E allora a me viene il dubbio che la teoria evoluzionista darwiniana, che, al pari del pensiero greco, colloca l´uomo nella grande catena dell´essere senza accordargli alcun privilegio rispetto alle altre specie viventi, sia messa a tacere a favore della teoria creazionista non tanto per salvaguardare la dignità dell´uomo fin dalla sua origine divina, quanto per garantirsi, in nome di Dio, il dominio incontrastato sulla terra come vuole l´insensibilità del profitto, del denaro e del mercato oggi globalizzato.
A fianco di questa prima malcelata intenzione, che vuole legittimarsi su base religiosa, ce n´è una seconda, ancora più truce, che utilizza impropriamente la teoria evoluzionista di Darwin per giustificare gli stessi risultati a cui è approdata, probabilmente suo malgrado, la teoria creazionista.
Volendo riassumere in una formula la teoria di Darwin potremmo dire: «L´ambiente propone e la selezione dispone». Ciò significa che l´ambiente (che comprende tanto l´ambiente fisico quanto gli altri viventi) agisce sull´organismo che, per conseguire il successo riproduttivo, si adatta a cambiamenti evolutivi o, in caso di insuccesso, si estingue. Per Darwin c´è dunque un´unica causa dell´evoluzione, il cui meccanismo, per dirla in modo un po´ truculento, è quello del carnefice o del boia che rimuove gli individui inadatti una volta emersi quelli adatti, seguendo processi che pazientemente si possono identificare.
Questa teoria, che Darwin aveva limitato all´ambito biologico, è stata impropriamente estesa all´ambito sociale e, sotto la denominazione di "darwinismo", si è fatta passare per "legge naturale", per cui anche nella società il pesce grosso può mangiare il pesce piccolo.
Equiparare l´evoluzione sociale all´evoluzione naturale significa riconoscere libertà illimitata a chi è più forte, accettazione indiscussa della disuguaglianza, nessun intervento dello Stato per aiutare i più svantaggiati, con tutto ciò che ne consegue praticamente in ordine all´assistenza agli anziani, lo sfruttamento delle donne e dei minori, le cure mediche a chi non dispone di risorse, l´istruzione a chi non può permetterselo, fino alla malattia, la fame e la morte per chi non ha denaro. E´ evidente che qui a garantire la «sopravvivenza del più adatto» non sono più le risorse biologiche come prevede la teoria di Darwin, ma le risorse economiche, ossia la ricchezza e la potenza che la ricchezza garantisce.
Il capitalismo non controllato, il mercato non regolato, la mancata distribuzione della ricchezza attraverso la tassazione che garantisce lo stato sociale sono le espressioni più evidenti della teoria biologica darwiniana impropriamente applicata alla società. Marx (che proprio a Darwin intendeva dedicare Il Capitale) propose di correggere il darwinismo sociale con il progetto comunista che, naufragato nella sua versione integrale in Russia e in Cina, ha consentito in Europa la creazione di uno stato sociale che oggi vediamo sottoposto a una continua limatura nei paesi capitalisti, e del tutto assente nel resto del mondo.
A questo punto risulta a tutti evidente che gli esiti finali della teoria creazionista, che prevede il dominio incontrastato dell´uomo sulla terra, e l´impropria applicazione alla società della teoria evoluzionista di Darwin vanno perfettamente d´accordo, perché l´astuzia della ragione, coniugata alla malafede, fa sotterraneamente camminare in perfetta armonia gli esiti pratici di teorie che in superficie vengono presentate come opposte e inconciliabili.
L´assenza di cultura, di pensiero e di riflessione critica del nostro tempo, mescolata all´egoismo individuale completano il quadro desolante di un´umanità che all´uso della terra ha sostituito l´usura, e al rispetto dell´uomo il diritto della forza. La storia a questo punto ribolle, come sempre accade quando il suo artefice, l´uomo, regola la sua vita sul registro animale.
Chi ha paura di quest'uomo?
perché attaccano le sue teorie
Le tesi evoluzioniste del grande scienziato sono da anni fatte oggetto di pesanti accuse dai creazionisti
Anche nel nostro paese il dibattito ha toccato toni da crociata e minacciato il futuro dell´insegnamento
di Umberto Galimberti
In una lettera del 1872 indirizzata al paleontologo scozzese Hugh Falconer, Charles Darwin scriveva che «la sua teoria dell´evoluzione sarebbe stata rifiutata in blocco dai creazionisti che l´avrebbero considerata pura spazzatura, robaccia (rubbish)». Centocinquant´anni dopo, la profezia, almeno qui da noi, si è avverata, e la teoria darwiniana dell´evoluzione, che oggi neppure il magistero ecclesiastico contesta, ha rischiato di essere eliminata dai testi scolastici che, alla spiegazione scientifica dell´evoluzione, avrebbero dovuto preferire la narrazione mitico-simbolica della creazione.
Di questo si è discusso ampiamente in questi giorni sui nostri giornali, per cui non vale qui la pena di ritornare, se non per rimarcare l´enorme fatica che fa la scienza a prendere piede nella nostra cultura, per una sorta di malinteso "umanismo" che, sotto la falsa apparenza di nobilitare l´uomo, nasconde almeno due truci intenzioni che qui vorremmo evidenziare.
La teoria creazionista, concependo l´uomo a immagine di Dio, gli conferisce il privilegio del dominio incontrastato sull´intera natura. Leggiamo infatti nel primo libro della Bibbia: «Poi Iddio disse: facciamo l´uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza; domini sopra i pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sugli animali domestici, su tutte le fiere della terra e sopra tutti i rettili che strisciano sopra la sua superficie» (Genesi 1,26).
Per la mentalità greca antica questa concezione sarebbe stata considerata la più alta espressione di Hybris, di tracotanza, di inaudito oltrepassamento del limite. E questo perché, per il greco antico, la natura «che nessun uomo e nessun Dio fece» (Eraclito) rappresentava quello sfondo immutabile le cui leggi, regolate dal vincolo della necessità (ananke), costituivano il punto di riferimento da cui trarre indicazioni per il governo della città e per la buona conduzione di sé. Qui Platone è stato chiarissimo: «Anche quel piccolo frammento che tu rappresenti, o uomo meschino, ha sempre il suo intimo rapporto col cosmo e un orientamento a esso, anche se non sembra che tu ti accorga che ogni vita sorge per il Tutto e per la felice condizione dell´universa armonia. Non per te infatti questa vita si svolge, ma tu piuttosto vieni generato per la vita cosmica» (Leggi 903 c).
All´opposto della mentalità greca, la tradizione giudaico-cristiana concepisce la natura non come lo sfondo immutabile su cui l´uomo deve regolarsi, ma come il prodotto della "volontà" di Dio che l´ha creata a disposizione della "volontà" dell´uomo, a cui è concesso l´incontrastato dominio.
Questa concezione del "dominio", che non è greca ma giudaico-cristiana, se un tempo era compatibile con le dimensioni della terra e la scarsa densità della popolazione umana, oggi, a rapporto invertito, non è più praticabile. E sulla base della tradizione giudaico-cristiana, che ha sempre concepito la morale come una regolatrice dei rapporti fra gli uomini, non disponiamo di una morale che si faccia carico degli enti di natura, come la salvaguardia dell´aria, dell´acqua, della vegetazione, del clima, del mondo animale, con particolare riferimento alle specie in via di estinzione non per selezione naturale, ma ad opera dell´uomo.
E allora a me viene il dubbio che la teoria evoluzionista darwiniana, che, al pari del pensiero greco, colloca l´uomo nella grande catena dell´essere senza accordargli alcun privilegio rispetto alle altre specie viventi, sia messa a tacere a favore della teoria creazionista non tanto per salvaguardare la dignità dell´uomo fin dalla sua origine divina, quanto per garantirsi, in nome di Dio, il dominio incontrastato sulla terra come vuole l´insensibilità del profitto, del denaro e del mercato oggi globalizzato.
A fianco di questa prima malcelata intenzione, che vuole legittimarsi su base religiosa, ce n´è una seconda, ancora più truce, che utilizza impropriamente la teoria evoluzionista di Darwin per giustificare gli stessi risultati a cui è approdata, probabilmente suo malgrado, la teoria creazionista.
Volendo riassumere in una formula la teoria di Darwin potremmo dire: «L´ambiente propone e la selezione dispone». Ciò significa che l´ambiente (che comprende tanto l´ambiente fisico quanto gli altri viventi) agisce sull´organismo che, per conseguire il successo riproduttivo, si adatta a cambiamenti evolutivi o, in caso di insuccesso, si estingue. Per Darwin c´è dunque un´unica causa dell´evoluzione, il cui meccanismo, per dirla in modo un po´ truculento, è quello del carnefice o del boia che rimuove gli individui inadatti una volta emersi quelli adatti, seguendo processi che pazientemente si possono identificare.
Questa teoria, che Darwin aveva limitato all´ambito biologico, è stata impropriamente estesa all´ambito sociale e, sotto la denominazione di "darwinismo", si è fatta passare per "legge naturale", per cui anche nella società il pesce grosso può mangiare il pesce piccolo.
Equiparare l´evoluzione sociale all´evoluzione naturale significa riconoscere libertà illimitata a chi è più forte, accettazione indiscussa della disuguaglianza, nessun intervento dello Stato per aiutare i più svantaggiati, con tutto ciò che ne consegue praticamente in ordine all´assistenza agli anziani, lo sfruttamento delle donne e dei minori, le cure mediche a chi non dispone di risorse, l´istruzione a chi non può permetterselo, fino alla malattia, la fame e la morte per chi non ha denaro. E´ evidente che qui a garantire la «sopravvivenza del più adatto» non sono più le risorse biologiche come prevede la teoria di Darwin, ma le risorse economiche, ossia la ricchezza e la potenza che la ricchezza garantisce.
Il capitalismo non controllato, il mercato non regolato, la mancata distribuzione della ricchezza attraverso la tassazione che garantisce lo stato sociale sono le espressioni più evidenti della teoria biologica darwiniana impropriamente applicata alla società. Marx (che proprio a Darwin intendeva dedicare Il Capitale) propose di correggere il darwinismo sociale con il progetto comunista che, naufragato nella sua versione integrale in Russia e in Cina, ha consentito in Europa la creazione di uno stato sociale che oggi vediamo sottoposto a una continua limatura nei paesi capitalisti, e del tutto assente nel resto del mondo.
A questo punto risulta a tutti evidente che gli esiti finali della teoria creazionista, che prevede il dominio incontrastato dell´uomo sulla terra, e l´impropria applicazione alla società della teoria evoluzionista di Darwin vanno perfettamente d´accordo, perché l´astuzia della ragione, coniugata alla malafede, fa sotterraneamente camminare in perfetta armonia gli esiti pratici di teorie che in superficie vengono presentate come opposte e inconciliabili.
L´assenza di cultura, di pensiero e di riflessione critica del nostro tempo, mescolata all´egoismo individuale completano il quadro desolante di un´umanità che all´uso della terra ha sostituito l´usura, e al rispetto dell´uomo il diritto della forza. La storia a questo punto ribolle, come sempre accade quando il suo artefice, l´uomo, regola la sua vita sul registro animale.
venerdì 30 aprile 2004
religione più ragione più religione...:
ed ecco a voi il Logos Occidentale!
Gazzetta del Sud 30.4.04
«L'introduzione al cristianesimo» del cardinale Ratzinger (*)
Ragioni della fede in Dio e in Gesù
di Luigi Ferlazzo Natoli
(*) Prefetto della Congregazione vaticana per la dottrina della fede, l'ex Sant'Offizio.
(...)
Inevitabilmente si giunge, così, all'idea del Lógos come custode nella fede cristiana in Dio e a tal fine il prologo di Giovanni è illuminante: «Il termine Lógos significa ragione, senso, ma anche parola; quindi un senso che è parola, che è relazione, che è creativo. Dio che è Lógos, assicura all'uomo la sensatezza del mondo, la sensatezza dell'esistere, la corrispondenza di Dio alla ragione e la corrispondenza della ragione a Dio, sebbene la sua ragione travalichi continuamente la nostra e spesso possa sembrarci oscura». In questo punto del saggio ratzingeriano riecheggiano, a parer mio, le riflessioni di Papa Wojtyla nella sua magistrale enciclica «Fides et ratio» e si perviene, così, alla visione positiva del mondo nonostante le sofferenze e nonostante l'incomprensione umana della realtà. In definitiva, «il mondo nasce dalla ragione e questa ragione è persona, amore: è questo il messagio della fede biblica in Dio. La ragione può parlare di Dio, devi anzi parlare di Dio, se non vuole amputare se stessa. Alla ragione è legata l'idea della creazione. Il mondo non si riduce all'infinita ruota delle sofferenze a cui l'uomo deve cercare di sottrarsi. Il mondo è positivo...».
(...)
«L'introduzione al cristianesimo» del cardinale Ratzinger (*)
Ragioni della fede in Dio e in Gesù
di Luigi Ferlazzo Natoli
(*) Prefetto della Congregazione vaticana per la dottrina della fede, l'ex Sant'Offizio.
(...)
Inevitabilmente si giunge, così, all'idea del Lógos come custode nella fede cristiana in Dio e a tal fine il prologo di Giovanni è illuminante: «Il termine Lógos significa ragione, senso, ma anche parola; quindi un senso che è parola, che è relazione, che è creativo. Dio che è Lógos, assicura all'uomo la sensatezza del mondo, la sensatezza dell'esistere, la corrispondenza di Dio alla ragione e la corrispondenza della ragione a Dio, sebbene la sua ragione travalichi continuamente la nostra e spesso possa sembrarci oscura». In questo punto del saggio ratzingeriano riecheggiano, a parer mio, le riflessioni di Papa Wojtyla nella sua magistrale enciclica «Fides et ratio» e si perviene, così, alla visione positiva del mondo nonostante le sofferenze e nonostante l'incomprensione umana della realtà. In definitiva, «il mondo nasce dalla ragione e questa ragione è persona, amore: è questo il messagio della fede biblica in Dio. La ragione può parlare di Dio, devi anzi parlare di Dio, se non vuole amputare se stessa. Alla ragione è legata l'idea della creazione. Il mondo non si riduce all'infinita ruota delle sofferenze a cui l'uomo deve cercare di sottrarsi. Il mondo è positivo...».
(...)
neodarwinismo e Desmond Morris
Corriere della Sera 30.4.04
PERSONAGGI
L’etologo inglese racconta la propria visione del mondo
«L’uomo è l’animale più presuntuoso del Creato»
Negli Anni Sessanta fece un certo scalpore e riscosse un enorme successo "La scimmia nuda" di Desmond Morris, uno zoologo inglese votatosi alla divulgazione. Vi si analizzavano i comportamenti dell’animale uomo con gli occhi di uno scienziato che l’osserva come se si trattasse di una specie qualsiasi, sottolineandone i tic e le compulsioni dovuti ai condizionamenti biologici e culturali, ma anche l’unicità e la grande libertà di orizzonti, in un quadro di riferimento di tipo naturalistico. Desmond Morris, oggi settantaseienne, racconta la sua vita e la sua visione del mondo umano e animale in Linguaggio muto. L’uomo e gli altri animali , un piccolo, delizioso libretto della serie «Dialoghi» che l’Editore Di Renzo (pagine 96, 10) dedica da qualche anno a varie personalità di spicco, in campo scientifico e non. Morris vi delinea a grandi tratti la sua biografia e la sua carriera di etologo umano o, se si preferisce, di zoologo metropolitano, che partito dall’osservazione degli animali ha finito per fissare sempre più insistentemente la sua attenzione su quel particolarissimo animale che è l’uomo. In questo panorama non possono non risaltare gli elementi del confronto con le specie a noi più affini, le nostre cugine scimmie antropomorfe.
A nessuno piace l’idea di discendere dalle scimmie o, meglio, da un antenato che condividiamo con quelle. Che tutte le specie viventi derivino, per discendenza diretta, da un piccolo gruppo di organismi primordiali, viene oggi generalmente accettato. Ma conosco pochissimi italiani che abbiano una certa familiarità con i meccanismi evolutivi proposti dalla teoria attuale, il neodarwinismo, che li condividano e soprattutto che non invochino, come ha fatto del resto apertamente la Chiesa, l’esistenza di un «salto ontologico» fra l’uomo e i suoi antenati. Nell’opinione di queste persone, in sostanza, la teoria dell’evoluzione va bene per i tapiri, i pipistrelli e i formichieri, ma non per gli esseri umani, che preferiscono considerare come angeli decaduti piuttosto che come animali evoluti.
Può essere che abbiano ragione loro; in fondo l’uomo è l’animale più presuntuoso del creato. Comunque siano andate le cose, mi pare estremamente utile e direi illuminante cercare di capire che cosa, effettivamente, ci separa dalle scimmie. La domanda è più che appropriata in questo periodo di grandi novità biologiche, prima fra tutte la decifrazione e la comparazione dei genomi delle varie specie. Certo non possiamo pensare che la differenza fra noi e gli scimpanzè si riduca all’attività di un singolo gene, che si tratti di un gene che ha a che fare con il linguaggio, come FoxP2 o di una proteina muscolare, una miosina, che, divenuta più tenace e robusta, avrebbe liberato l’uomo dalla necessità di possedere potentissimi muscoli masticatori, per lasciare lo spazio necessario per il possesso di un cervello molto più grande. Ci vuole ben altro. Ma che cosa esattamente?
La biologia degli Anni Sessanta ci mostrò che moltissime proteine, presenti nel nostro corpo, sono straordinariamente simili a quelle delle scimmie antropomorfe. E' di quegli anni l’affermazione spesso ripetuta che uomo e scimpanzè si assomigliano biologicamente al 98% o più, anche se in realtà non è paragonando la struttura delle proteine che si può avere un’idea precisa della somiglianza e della differenza fra le specie. L’analisi dei geni corrispondenti ha confermato l’eccezionale grado di somiglianza biologica che ci lega ai grandi primati e l’imminente completamento del genoma dello scimpanzè non potrà che fornirci un’ulteriore conferma. E fornirci forse una nuova stima percentuale, per quello che può valere. Si pensi a tale proposito che la differenza di un solo nucleotide su tre miliardi, vale a dire uno scarto dello 0,00000003%, il minimo possibile, può separare un uomo vivo da un uomo morto.
I genomi di tutte le specie contengono regioni strutturali e regioni regolatrici. Le regioni strutturali specificano la composizione delle diverse proteine, le molecole delle quali siamo fatti tutti. Le regioni regolatrici controllano invece il quando, il quanto e il dove della produzione delle stesse. Una differenza in una regione strutturale può alterare la natura di una proteina e anche condurre a morte l’organismo interessato, ma non ne cambierà significativamente la morfologia e la fisiologia. Una differenza in una regione regolatrice può invece trasformare radicalmente un organismo, cambiandone la forma del cranio, la struttura della laringe, lo spessore della corteccia cerebrale, la disposizione di alcune sue regioni anatomo-funzionali, la distribuzione della peluria sul corpo o della dentatura nella bocca e via discorrendo. Si può passare così con continuità e quasi insensibilmente da una bertuccia a una Berta o a un Alberto. Prepariamoci a gustarci grosse novità su questo piano.
Ma ritorniamo a Desmond Morris e al suo aureo libretto. Vi si può trovare un gran numero di osservazioni, su quello che ci accomuna agli scimpanzè e su quello che ci differenzia da questi, sul significato dei nostri gesti e del nostro modo di vestire, sul clima delle manifestazioni sportive e sulla superstizione, sulla conflittualità e sui contrasti tra generazioni, sulla differenza dei sessi e sul turismo culturale.
Parlando degli aspetti tribali delle opposte tifoserie del calcio ci fa vedere, a esempio, come «metaforicamente, ogni settimana, i tifosi uccidono una grande preda e il momento dell’uccisione è rappresentato dal goal. Quando la palla colpisce la rete, è come se la tribù avesse ucciso un temibile animale e tutti allora possono festeggiare l'avvenimento». E che dire dei contrasti fra generazioni? Morris osserva che di necessità «i giovani di oggi, vestiti in modo così trasgressivo, diventeranno inevitabilmente gli ottusi tradizionalisti di domani e, a loro volta, resteranno inorriditi dalla nuova ondata che li seguirà».
Il bello è poi che si finisce sempre per affermare «che le abitudini delle nuove generazioni sono, in qualche misura, un decadente declino dei valori più nobili della generazione precedente». Sono almeno cinquemila anni che assistiamo impotenti alle stesse scene e dobbiamo ascoltare le stesse recriminazioni. Per deliziarci delle quali alcuni si fanno anche pagare. Occorrerebbe ogni tanto pensare a queste cose. O forse occorrerebbe solo pensare.
L’autore
Desmond Morris nasce a Purton, nel Wiltshire, in Inghilterra, il 24 gennaio 1928. Etologo e sociologo (ma anche grande appassionato di pittura e arte moderna), Morris ha raggiunto grande notorietà come conduttore di programmi sugli animali per conto della BBC e come divulgatore.
Il suo libro più celebre è «La scimmia nuda» (Mondadori, 1967 / Bompiani, 2001) ancora oggi considerato uno dei maggiori successi editoriali mondiali nel settore della divulgazione scientifica. In questo libro, Morris accentra la propria attenzione sull’uomo, osservato e indagato come una scimmia, l’unica sprovvista di peli.
Tra i suoi libri pubblicati in Italia: «L’uomo e i suoi gesti» (Mondadori, 1978); «La tribù del calcio» (Mondadori, 1982); «Il cane» (Mondadori, 1988); «Capire il gatto» (Mondadori, 1991); «L’animale uomo» (Mondadori, 1994); «I gesti del mondo. Guida al linguaggio universale» (Mondadori, 1995); «Il comportamento intimo» (Mondadori, 2000); «Amuleti e talismani» (Hops Tecniche Nuove, 2000); «L’occhio nudo. Giro del mondo alla scoperta dell’uomo» (Mondadori, 2001).
PERSONAGGI
L’etologo inglese racconta la propria visione del mondo
«L’uomo è l’animale più presuntuoso del Creato»
Negli Anni Sessanta fece un certo scalpore e riscosse un enorme successo "La scimmia nuda" di Desmond Morris, uno zoologo inglese votatosi alla divulgazione. Vi si analizzavano i comportamenti dell’animale uomo con gli occhi di uno scienziato che l’osserva come se si trattasse di una specie qualsiasi, sottolineandone i tic e le compulsioni dovuti ai condizionamenti biologici e culturali, ma anche l’unicità e la grande libertà di orizzonti, in un quadro di riferimento di tipo naturalistico. Desmond Morris, oggi settantaseienne, racconta la sua vita e la sua visione del mondo umano e animale in Linguaggio muto. L’uomo e gli altri animali , un piccolo, delizioso libretto della serie «Dialoghi» che l’Editore Di Renzo (pagine 96, 10) dedica da qualche anno a varie personalità di spicco, in campo scientifico e non. Morris vi delinea a grandi tratti la sua biografia e la sua carriera di etologo umano o, se si preferisce, di zoologo metropolitano, che partito dall’osservazione degli animali ha finito per fissare sempre più insistentemente la sua attenzione su quel particolarissimo animale che è l’uomo. In questo panorama non possono non risaltare gli elementi del confronto con le specie a noi più affini, le nostre cugine scimmie antropomorfe.
A nessuno piace l’idea di discendere dalle scimmie o, meglio, da un antenato che condividiamo con quelle. Che tutte le specie viventi derivino, per discendenza diretta, da un piccolo gruppo di organismi primordiali, viene oggi generalmente accettato. Ma conosco pochissimi italiani che abbiano una certa familiarità con i meccanismi evolutivi proposti dalla teoria attuale, il neodarwinismo, che li condividano e soprattutto che non invochino, come ha fatto del resto apertamente la Chiesa, l’esistenza di un «salto ontologico» fra l’uomo e i suoi antenati. Nell’opinione di queste persone, in sostanza, la teoria dell’evoluzione va bene per i tapiri, i pipistrelli e i formichieri, ma non per gli esseri umani, che preferiscono considerare come angeli decaduti piuttosto che come animali evoluti.
Può essere che abbiano ragione loro; in fondo l’uomo è l’animale più presuntuoso del creato. Comunque siano andate le cose, mi pare estremamente utile e direi illuminante cercare di capire che cosa, effettivamente, ci separa dalle scimmie. La domanda è più che appropriata in questo periodo di grandi novità biologiche, prima fra tutte la decifrazione e la comparazione dei genomi delle varie specie. Certo non possiamo pensare che la differenza fra noi e gli scimpanzè si riduca all’attività di un singolo gene, che si tratti di un gene che ha a che fare con il linguaggio, come FoxP2 o di una proteina muscolare, una miosina, che, divenuta più tenace e robusta, avrebbe liberato l’uomo dalla necessità di possedere potentissimi muscoli masticatori, per lasciare lo spazio necessario per il possesso di un cervello molto più grande. Ci vuole ben altro. Ma che cosa esattamente?
La biologia degli Anni Sessanta ci mostrò che moltissime proteine, presenti nel nostro corpo, sono straordinariamente simili a quelle delle scimmie antropomorfe. E' di quegli anni l’affermazione spesso ripetuta che uomo e scimpanzè si assomigliano biologicamente al 98% o più, anche se in realtà non è paragonando la struttura delle proteine che si può avere un’idea precisa della somiglianza e della differenza fra le specie. L’analisi dei geni corrispondenti ha confermato l’eccezionale grado di somiglianza biologica che ci lega ai grandi primati e l’imminente completamento del genoma dello scimpanzè non potrà che fornirci un’ulteriore conferma. E fornirci forse una nuova stima percentuale, per quello che può valere. Si pensi a tale proposito che la differenza di un solo nucleotide su tre miliardi, vale a dire uno scarto dello 0,00000003%, il minimo possibile, può separare un uomo vivo da un uomo morto.
I genomi di tutte le specie contengono regioni strutturali e regioni regolatrici. Le regioni strutturali specificano la composizione delle diverse proteine, le molecole delle quali siamo fatti tutti. Le regioni regolatrici controllano invece il quando, il quanto e il dove della produzione delle stesse. Una differenza in una regione strutturale può alterare la natura di una proteina e anche condurre a morte l’organismo interessato, ma non ne cambierà significativamente la morfologia e la fisiologia. Una differenza in una regione regolatrice può invece trasformare radicalmente un organismo, cambiandone la forma del cranio, la struttura della laringe, lo spessore della corteccia cerebrale, la disposizione di alcune sue regioni anatomo-funzionali, la distribuzione della peluria sul corpo o della dentatura nella bocca e via discorrendo. Si può passare così con continuità e quasi insensibilmente da una bertuccia a una Berta o a un Alberto. Prepariamoci a gustarci grosse novità su questo piano.
Ma ritorniamo a Desmond Morris e al suo aureo libretto. Vi si può trovare un gran numero di osservazioni, su quello che ci accomuna agli scimpanzè e su quello che ci differenzia da questi, sul significato dei nostri gesti e del nostro modo di vestire, sul clima delle manifestazioni sportive e sulla superstizione, sulla conflittualità e sui contrasti tra generazioni, sulla differenza dei sessi e sul turismo culturale.
Parlando degli aspetti tribali delle opposte tifoserie del calcio ci fa vedere, a esempio, come «metaforicamente, ogni settimana, i tifosi uccidono una grande preda e il momento dell’uccisione è rappresentato dal goal. Quando la palla colpisce la rete, è come se la tribù avesse ucciso un temibile animale e tutti allora possono festeggiare l'avvenimento». E che dire dei contrasti fra generazioni? Morris osserva che di necessità «i giovani di oggi, vestiti in modo così trasgressivo, diventeranno inevitabilmente gli ottusi tradizionalisti di domani e, a loro volta, resteranno inorriditi dalla nuova ondata che li seguirà».
Il bello è poi che si finisce sempre per affermare «che le abitudini delle nuove generazioni sono, in qualche misura, un decadente declino dei valori più nobili della generazione precedente». Sono almeno cinquemila anni che assistiamo impotenti alle stesse scene e dobbiamo ascoltare le stesse recriminazioni. Per deliziarci delle quali alcuni si fanno anche pagare. Occorrerebbe ogni tanto pensare a queste cose. O forse occorrerebbe solo pensare.
L’autore
Desmond Morris nasce a Purton, nel Wiltshire, in Inghilterra, il 24 gennaio 1928. Etologo e sociologo (ma anche grande appassionato di pittura e arte moderna), Morris ha raggiunto grande notorietà come conduttore di programmi sugli animali per conto della BBC e come divulgatore.
Il suo libro più celebre è «La scimmia nuda» (Mondadori, 1967 / Bompiani, 2001) ancora oggi considerato uno dei maggiori successi editoriali mondiali nel settore della divulgazione scientifica. In questo libro, Morris accentra la propria attenzione sull’uomo, osservato e indagato come una scimmia, l’unica sprovvista di peli.
Tra i suoi libri pubblicati in Italia: «L’uomo e i suoi gesti» (Mondadori, 1978); «La tribù del calcio» (Mondadori, 1982); «Il cane» (Mondadori, 1988); «Capire il gatto» (Mondadori, 1991); «L’animale uomo» (Mondadori, 1994); «I gesti del mondo. Guida al linguaggio universale» (Mondadori, 1995); «Il comportamento intimo» (Mondadori, 2000); «Amuleti e talismani» (Hops Tecniche Nuove, 2000); «L’occhio nudo. Giro del mondo alla scoperta dell’uomo» (Mondadori, 2001).
ancora sugli antidepressivi per i bambini
ricevuto da P.Cancellieri
Yahoo! Salute giovedì 29 aprile 2004
Dubbi sull‘uso di antidepressivi per i bambini
Il Pensiero Scientifico Editore
Sono numerosi gli studi che dimostrano un favorevole rapporto rischi-benefici quanto all’uso di inibitori selettivi del riassorbimento della serotonina (SSRI) in caso di depressione infantile: uno studio dello University College di Londra mette in dubbio questo rapporto a causa di tutte quelle ricerche cliniche di cui non vengono pubblicati i risultati. Se ne parla sulla rivista specializzata The Lancet.
Sono tanti nella comunità internazionale i motivi di contrasto sull’uso di antidepressivi per bambini e adolescenti: recentemente l’agenzia sanitaria britannica e l’FDA (l‘ente per il controllo su farmaci e alimenti) statunitense hanno espresso preoccupazione per l’aumento dei casi di suicidio e il rischio di atti di violenza nei ragazzi in trattamento con antidepressivi. Farmaci principalmente imputati sono gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (anche se si salva la fluoxetina), comunemente impiegati per il trattamento della depressione dell’adulto: uno studio dell‘Istituto Mario Negri di Milano pubblicato di recente sul British Medical Journal riporta un aumento della prescrizione di questi farmaci tra gli adolescenti di ben 5 volte dal 2000 al 2002, anche se ancora non ci sono prove significative sulla loro sicurezza in età pediatrica. La questione rimane complessa: nonostante siano numerosi gli studi scientifici a riguardo, i risultati sono ancora troppo contrastanti per arrivare a conclusioni certe.
Il gruppo di ricerca inglese ha preso in considerazione una serie di studi sull’efficacia e la sicurezza degli SSRI in ragazzi tra i 5 e i 18 anni: tutti gli studi considerati confrontavano il farmaco con un placebo, un farmaco privo del principio attivo e quindi di qualsiasi azione farmacologica, mentre tra gli elementi di valutazione venivano considerati la risposta al trattamento, il miglioramento dei sintomi, la guarigione dalla malattia e la comparsa di effetti collaterali di tipo fisico e psicologico. L’analisi dei risultati di questi studi ha mostrato che spesso vengono pubblicati o vengono messi particolarmente in risalto solo dati a favore dell’uso degli SSRI nei bambini, mentre vengono taciuti quelli contrari. Tranne che per la fluoxetina, in molti casi l’insieme dei dati produrrebbe un rapporto rischi-benefici sfavorevole all’uso di questi farmaci in età pediatrica o comunque di dubbia significatività clinica, quindi non in grado di portare a indicazioni precise.
Secondo gli autori, gli studi di cui non vengono pubblicati pienamente i risultati minano alla base il sistema delle linee-guida, il che può in ultima analisi portare a raccomandazioni per trattamenti che possono risultare inefficaci, dannosi o entrambi. Non solo, raccomandare l’uso di farmaci inappropriati potrebbe portare a trascurare altri interventi sui bambini che potrebbero invece risultare più efficaci e con meno rischi. Da qui la raccomandazione per una maggior trasparenza degli studi clinici, i cui risultati dovrebbero essere interamente accessibili.
Bibliografia. Whittington C, Kendall T, Fonagy P et al. Selective serotonin reuptake inhibitors in childhood depression: systematic review of published versus unpublished data. Lancet 2004; 363:1341-1345.
Yahoo! Salute giovedì 29 aprile 2004
Dubbi sull‘uso di antidepressivi per i bambini
Il Pensiero Scientifico Editore
Sono numerosi gli studi che dimostrano un favorevole rapporto rischi-benefici quanto all’uso di inibitori selettivi del riassorbimento della serotonina (SSRI) in caso di depressione infantile: uno studio dello University College di Londra mette in dubbio questo rapporto a causa di tutte quelle ricerche cliniche di cui non vengono pubblicati i risultati. Se ne parla sulla rivista specializzata The Lancet.
Sono tanti nella comunità internazionale i motivi di contrasto sull’uso di antidepressivi per bambini e adolescenti: recentemente l’agenzia sanitaria britannica e l’FDA (l‘ente per il controllo su farmaci e alimenti) statunitense hanno espresso preoccupazione per l’aumento dei casi di suicidio e il rischio di atti di violenza nei ragazzi in trattamento con antidepressivi. Farmaci principalmente imputati sono gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (anche se si salva la fluoxetina), comunemente impiegati per il trattamento della depressione dell’adulto: uno studio dell‘Istituto Mario Negri di Milano pubblicato di recente sul British Medical Journal riporta un aumento della prescrizione di questi farmaci tra gli adolescenti di ben 5 volte dal 2000 al 2002, anche se ancora non ci sono prove significative sulla loro sicurezza in età pediatrica. La questione rimane complessa: nonostante siano numerosi gli studi scientifici a riguardo, i risultati sono ancora troppo contrastanti per arrivare a conclusioni certe.
Il gruppo di ricerca inglese ha preso in considerazione una serie di studi sull’efficacia e la sicurezza degli SSRI in ragazzi tra i 5 e i 18 anni: tutti gli studi considerati confrontavano il farmaco con un placebo, un farmaco privo del principio attivo e quindi di qualsiasi azione farmacologica, mentre tra gli elementi di valutazione venivano considerati la risposta al trattamento, il miglioramento dei sintomi, la guarigione dalla malattia e la comparsa di effetti collaterali di tipo fisico e psicologico. L’analisi dei risultati di questi studi ha mostrato che spesso vengono pubblicati o vengono messi particolarmente in risalto solo dati a favore dell’uso degli SSRI nei bambini, mentre vengono taciuti quelli contrari. Tranne che per la fluoxetina, in molti casi l’insieme dei dati produrrebbe un rapporto rischi-benefici sfavorevole all’uso di questi farmaci in età pediatrica o comunque di dubbia significatività clinica, quindi non in grado di portare a indicazioni precise.
Secondo gli autori, gli studi di cui non vengono pubblicati pienamente i risultati minano alla base il sistema delle linee-guida, il che può in ultima analisi portare a raccomandazioni per trattamenti che possono risultare inefficaci, dannosi o entrambi. Non solo, raccomandare l’uso di farmaci inappropriati potrebbe portare a trascurare altri interventi sui bambini che potrebbero invece risultare più efficaci e con meno rischi. Da qui la raccomandazione per una maggior trasparenza degli studi clinici, i cui risultati dovrebbero essere interamente accessibili.
Bibliografia. Whittington C, Kendall T, Fonagy P et al. Selective serotonin reuptake inhibitors in childhood depression: systematic review of published versus unpublished data. Lancet 2004; 363:1341-1345.
Cina: un'intervista al Premier
Corriere della Sera 30.4.04
«La Cina combatterà la concorrenza sleale»
Il primo ministro Wen Jiabao parla alla vigilia del viaggio in Italia. E si impegna anche sul fronte dei diritti umani
PECHINO - «Quando parliamo dell'Italia il nostro pensiero va naturalmente a Marco Polo che più di 700 anni fa fu la prima persona a presentare all'Europa, anzi al mondo, la Cina. Fu il primo a stabilire un ponte amichevole tra Oriente e Occidente e fece l'esperienza di vivere per 17 anni nel nostro Paese. Ancora adesso la gente ricorda con piacere Il Milione che rappresenta una bella memoria della storia dei rapporti tra i due Paesi. Grazie anche a questi legami storici le relazioni bilaterali tra Italia e Cina conoscono un buon andamento e la visita del presidente Berlusconi l'anno scorso li ha promossi ulteriormente». Il primo ministro cinese Wen Jiabao è alla vigilia di un lungo viaggio in Europa che lo porterà a visitare cinque Paesi (Italia, Germania, Belgio, Inghilterra e Irlanda) e in questa intervista spiega cosa si aspetta dai colloqui nel Vecchio Continente e quali sono le scelte di politica internazionale ed economica che il suo governo intende attuare. Ma innanzitutto Wen Jiabao ci tiene a sottolineare, come per la citazione di Marco Polo, quale sia la considerazione che ha per la storia e la cultura del nostro Paese. «La Cina - dichiara il primo ministro - ha una storia molto lunga, abbiamo avuto legami storici con l'Italia, per questo motivo ho scelto Firenze come una delle tappe della mia visita in Italia. Firenze è la culla del Rinascimento che considero una grande scuola. I maestri d'arte come Leonardo, Raffaello e Michelangelo sono conosciuti dai cinesi così come Dante Alighieri e la sua Divina Commedia».
Quali sono i risultati politici ed economici che si aspetta dalla visita in Italia?
«Il primo obiettivo è rafforzare gli scambi tra i dirigenti ad alto livello, promuovere il dialogo strategico e accrescere la reciproca conoscenza e fiducia. Il comitato congiunto Italia-Cina che verrà istituito durante la mia visita svolgerà un importante ruolo nello sviluppo dei rapporti bilaterali, servirà a promuovere la cooperazione economica, soprattutto tra le piccole e medie imprese dei due Paesi. I nostri rapporti commerciali hanno conosciuto uno sviluppo veloce, il volume dell'interscambio ha raggiunto l'anno scorso 11,7 miliardi di dollari. Inoltre durante la mia visita si terrà a Roma un seminario sugli investimenti reciproci Italia-Cina, il primo di questo tipo in Europa con il coinvolgimento del governo cinese. Penso che servirà a favorire ulteriormente la cooperazione tra le nostre imprese».
Lei crede che l'Europa possa diventare un partner privilegiato della politica commerciale cinese?
«Lo sviluppo dei rapporti di cooperazione con l'Europa è buono, l'anno scorso il volume dell'interscambio è stato di 125 miliardi di dollari americani, più o meno lo stesso livello di quello tra Usa e Cina e tra Cina e Giappone. Il sesto vertice tra i dirigenti europei e cinesi che si è tenuto a Pechino nell'ottobre scorso ha stabilito l'obiettivo di raggiungere 200 miliardi di dollari entro l'anno 2013. Adesso constatiamo con soddisfazione che quell'obiettivo era troppo pessimista e possiamo raggiungerlo in anticipo. Vedo poi una grande potenzialità in campo tecnologico, i Paesi europei sono tra quelli che investono di più in Cina e trasferiscono le loro tecnologie. Numerose e famose imprese come la Fiat vengono in Cina per investire e stabilire le fabbriche, vengono portando non solo capitali ma anche tecnologie avanzate ed esperienze di management».
Il suo Paese ha investito parte delle riserve monetarie in euro. Pensa che quest'esperienza si possa ripetere?
«L'euro è un simbolo importante dell'integrazione europea a cui la Cina dà il pieno sostegno. Vediamo con favore la sua stabilità e la sua rivalutazione, perché riflette la ripresa dello sviluppo economico dell'Europa e questo fenomeno ha aumentato la nostra fiducia verso questa moneta».
Tra gli imprenditori italiani, specie piccoli e medi, si sta facendo largo un timore nei confronti della vostra espansione commerciale. E questo a causa del diffondersi della contraffazione dei marchi. Cosa pensa di fare il governo cinese per stroncare la concorrenza sleale?
«E' bene eliminare questi timori degli imprenditori italiani. E' vero che le esportazioni cinesi sono in costante aumento - l'anno scorso il volume complessivo è stato di 410 miliardi di dollari - ma fra i prodotti esportati il 55% proviene da imprese con capitale straniero che operano da noi e per il 60% si tratta di lavorazioni di materiale che viene dall'estero. La competitività dei prodotti cinesi deriva dalla tipologia e dalla qualità ma cosa più importante dalla manodopera di basso costo, anche se con lo sviluppo dei settori tecnologico, scientifico ed educativo è in ascesa anche la qualità della manodopera. Il governo presta grande importanza al problema della tutela della proprietà intellettuale e si impegna ad adottare quattro misure. Per prima cosa stiamo per istituire un apposito organismo capeggiato da un viceministro. Vogliamo poi punire più severamente la contraffazione e a questo scopo vogliamo ampliare la sfera dell'utilizzo del codice penale per perseguire questi reati. Inoltre vogliamo intraprendere campagne costanti e ininterrotte contro la violazione dei diritti intellettuali nei vari settori. Ci proponiamo anche di riprendere l'educazione popolare in merito. Sono convinto che con questi sforzi instancabili potremo ottenere dei progressi importanti».
Che bilancio fa a due anni di distanza dell'ingresso della Cina del Wto, ingresso che fu favorito anche dal governo italiano?
«Con l'adesione al Wto abbiamo goduto di diritti ma abbiamo anche adempiuto ai doveri. In soli due anni siamo riusciti a ridurre il livello del dazio doganale dal 15 al 10,4%, abbiamo annullato e revisionato circa 3 mila leggi e nel frattempo abbiamo rimosso altri tipi di barriere non commerciale. Per esempio l'anno prossimo elimineremo il contingentamento nell'acquisto dei prodotti automobilistici».
La vostra economia continua a crescere a ritmi incredibili. Non temete un effetto di surriscaldamento e cosa intendete fare per evitarlo?
«Adesso l'economia cinese si trova in una fase della crescita estremamente veloce, l'anno scorso è cresciuta del 9,1% e nel primo trimestre di quest'anno del 9,7%. I profitti derivanti dalla produzione industriale sono in aumento e la produzione agricola è in una fase di risanamento inoltre il commercio delle importazioni ed esportazioni ha conosciuto una notevole crescita e le entrate fiscali sono salite. Vedo con piacere che il reddito degli abitanti cinesi sia delle zone rurali sia di quelle urbane è in forte aumento. Ma oggettivamente nell'andamento economico cinese esistono problemi e contraddizioni, gli investimenti nel settore immobiliare crescono con velocità e dimensione eccessiva. Si verificano crescenti pressioni tra la domanda e l'offerta di energia, trasporto e materie prime, poi anche per quanto riguarda il credito e l'offerta monetaria c'è stato un eccessivo aumento, c'è inoltre una tendenza di forte inflazione soprattutto con la crescita dei prezzi delle materie prime. Questi problemi hanno suscitato l'attenzione del nostro governo e dobbiamo adottare delle misure severe ed efficaci per risolverli. Le misure saranno di carattere economico, giuridico e in caso necessario amministrativo in modo che l'economia cinese possa mantenere uno sviluppo stabile e relativamente veloce».
In Europa c'è grande attenzione sulle modifiche che state introducendo nella nuova Costituzione. In particolare per quanto riguarda la tutela dei diritti umani e il riconoscimento della proprietà privata.
«La revisione costituzionale prevede in maniera esplicita di rispettare e tutelare i diritti umani, diamo grande importanza alla tutela dei diritti umani e stiamo compiendo sforzi instancabili e a lungo termine. Per prima cosa persistiamo nello sviluppo per tutelare i diritti di sopravvivenza del nostro popolo che conta 1,3 miliardi di persone. Nel corso di questi venti anni siamo riusciti a risolvere il problema della povertà assoluta di più di 200 milioni di cinesi. Secondo, oltre la riforma economica non abbiamo mai smesso di intraprendere la riforma politica e cerchiamo di perfezionare la democrazia socialista e la legalità socialista. Soprattutto mettiamo l'accento sulla costruzione della democrazia delle unità di base con elezioni, controllo dal basso e gestione democratica. Terzo, abbiamo l'obiettivo di governare il Paese secondo la legge e di costruire un Paese di legalità socialista. Per quanto riguarda i diritti umani la Cina ha già aderito alla Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e nell'anno 2003 abbiamo presentato un rapporto sull'esecuzione. Adesso siamo facendo i preparativi per aderire alla Convenzione sui diritti civili e politici, siamo favorevoli al dialogo anziché all'antagonismo tra i Paesi a diverso sistema sociale, abbiamo avuto 17 round dei dialoghi Cina-Europa sui diritti umani e queste consultazioni sono fruttuose e sono servite ad aumentare la conoscenza reciproca. In questa revisione costituzionale abbiamo inserito anche la tutela della proprietà privata, indica non solo i beni per vivere ma anche i beni per produrre. Abbiamo due scopi, uno per tutelare effettivamente la proprietà privata del popolo cinese, secondo proteggere e promuovere la riforma del diritto».
Qual è la posizione del governo cinese sulla crisi in Iraq e quale impegno vi assumete nella lotta contro il terrorismo internazionale?
«Il governo cinese è preoccupato dell'instabilità della situazione in Iraq e simpatizza con il popolo iracheno che vive in miseria. C'è bisogno di fare tutti gli sforzi per ricostruire il Paese. In primo luogo occorre restituire la sovranità agli iracheni per un Iraq governato dagli iracheni tutelando l'integrità territoriale. L'Onu poi deve svolgere un ruolo direttivo nel ritorno della pace e della ricostruzione. Infine si deve creare l'ambiente in cui i vari Paesi possano partecipare alla ricostruzione e la Cina come membro permanente del Consiglio di sicurezza desidera dare il massimo contributo per la pace. Per quanto riguarda il terrorismo la nostra posizione è coerente perché ne siamo vittime anche noi, infatti le organizzazioni che operano nel Turkestan orientale hanno stretti legami con Al Qaeda. La Cina desidera intraprendere la cooperazione internazionale nella lotta contro il terrorismo».
«La Cina combatterà la concorrenza sleale»
Il primo ministro Wen Jiabao parla alla vigilia del viaggio in Italia. E si impegna anche sul fronte dei diritti umani
PECHINO - «Quando parliamo dell'Italia il nostro pensiero va naturalmente a Marco Polo che più di 700 anni fa fu la prima persona a presentare all'Europa, anzi al mondo, la Cina. Fu il primo a stabilire un ponte amichevole tra Oriente e Occidente e fece l'esperienza di vivere per 17 anni nel nostro Paese. Ancora adesso la gente ricorda con piacere Il Milione che rappresenta una bella memoria della storia dei rapporti tra i due Paesi. Grazie anche a questi legami storici le relazioni bilaterali tra Italia e Cina conoscono un buon andamento e la visita del presidente Berlusconi l'anno scorso li ha promossi ulteriormente». Il primo ministro cinese Wen Jiabao è alla vigilia di un lungo viaggio in Europa che lo porterà a visitare cinque Paesi (Italia, Germania, Belgio, Inghilterra e Irlanda) e in questa intervista spiega cosa si aspetta dai colloqui nel Vecchio Continente e quali sono le scelte di politica internazionale ed economica che il suo governo intende attuare. Ma innanzitutto Wen Jiabao ci tiene a sottolineare, come per la citazione di Marco Polo, quale sia la considerazione che ha per la storia e la cultura del nostro Paese. «La Cina - dichiara il primo ministro - ha una storia molto lunga, abbiamo avuto legami storici con l'Italia, per questo motivo ho scelto Firenze come una delle tappe della mia visita in Italia. Firenze è la culla del Rinascimento che considero una grande scuola. I maestri d'arte come Leonardo, Raffaello e Michelangelo sono conosciuti dai cinesi così come Dante Alighieri e la sua Divina Commedia».
Quali sono i risultati politici ed economici che si aspetta dalla visita in Italia?
«Il primo obiettivo è rafforzare gli scambi tra i dirigenti ad alto livello, promuovere il dialogo strategico e accrescere la reciproca conoscenza e fiducia. Il comitato congiunto Italia-Cina che verrà istituito durante la mia visita svolgerà un importante ruolo nello sviluppo dei rapporti bilaterali, servirà a promuovere la cooperazione economica, soprattutto tra le piccole e medie imprese dei due Paesi. I nostri rapporti commerciali hanno conosciuto uno sviluppo veloce, il volume dell'interscambio ha raggiunto l'anno scorso 11,7 miliardi di dollari. Inoltre durante la mia visita si terrà a Roma un seminario sugli investimenti reciproci Italia-Cina, il primo di questo tipo in Europa con il coinvolgimento del governo cinese. Penso che servirà a favorire ulteriormente la cooperazione tra le nostre imprese».
Lei crede che l'Europa possa diventare un partner privilegiato della politica commerciale cinese?
«Lo sviluppo dei rapporti di cooperazione con l'Europa è buono, l'anno scorso il volume dell'interscambio è stato di 125 miliardi di dollari americani, più o meno lo stesso livello di quello tra Usa e Cina e tra Cina e Giappone. Il sesto vertice tra i dirigenti europei e cinesi che si è tenuto a Pechino nell'ottobre scorso ha stabilito l'obiettivo di raggiungere 200 miliardi di dollari entro l'anno 2013. Adesso constatiamo con soddisfazione che quell'obiettivo era troppo pessimista e possiamo raggiungerlo in anticipo. Vedo poi una grande potenzialità in campo tecnologico, i Paesi europei sono tra quelli che investono di più in Cina e trasferiscono le loro tecnologie. Numerose e famose imprese come la Fiat vengono in Cina per investire e stabilire le fabbriche, vengono portando non solo capitali ma anche tecnologie avanzate ed esperienze di management».
Il suo Paese ha investito parte delle riserve monetarie in euro. Pensa che quest'esperienza si possa ripetere?
«L'euro è un simbolo importante dell'integrazione europea a cui la Cina dà il pieno sostegno. Vediamo con favore la sua stabilità e la sua rivalutazione, perché riflette la ripresa dello sviluppo economico dell'Europa e questo fenomeno ha aumentato la nostra fiducia verso questa moneta».
Tra gli imprenditori italiani, specie piccoli e medi, si sta facendo largo un timore nei confronti della vostra espansione commerciale. E questo a causa del diffondersi della contraffazione dei marchi. Cosa pensa di fare il governo cinese per stroncare la concorrenza sleale?
«E' bene eliminare questi timori degli imprenditori italiani. E' vero che le esportazioni cinesi sono in costante aumento - l'anno scorso il volume complessivo è stato di 410 miliardi di dollari - ma fra i prodotti esportati il 55% proviene da imprese con capitale straniero che operano da noi e per il 60% si tratta di lavorazioni di materiale che viene dall'estero. La competitività dei prodotti cinesi deriva dalla tipologia e dalla qualità ma cosa più importante dalla manodopera di basso costo, anche se con lo sviluppo dei settori tecnologico, scientifico ed educativo è in ascesa anche la qualità della manodopera. Il governo presta grande importanza al problema della tutela della proprietà intellettuale e si impegna ad adottare quattro misure. Per prima cosa stiamo per istituire un apposito organismo capeggiato da un viceministro. Vogliamo poi punire più severamente la contraffazione e a questo scopo vogliamo ampliare la sfera dell'utilizzo del codice penale per perseguire questi reati. Inoltre vogliamo intraprendere campagne costanti e ininterrotte contro la violazione dei diritti intellettuali nei vari settori. Ci proponiamo anche di riprendere l'educazione popolare in merito. Sono convinto che con questi sforzi instancabili potremo ottenere dei progressi importanti».
Che bilancio fa a due anni di distanza dell'ingresso della Cina del Wto, ingresso che fu favorito anche dal governo italiano?
«Con l'adesione al Wto abbiamo goduto di diritti ma abbiamo anche adempiuto ai doveri. In soli due anni siamo riusciti a ridurre il livello del dazio doganale dal 15 al 10,4%, abbiamo annullato e revisionato circa 3 mila leggi e nel frattempo abbiamo rimosso altri tipi di barriere non commerciale. Per esempio l'anno prossimo elimineremo il contingentamento nell'acquisto dei prodotti automobilistici».
La vostra economia continua a crescere a ritmi incredibili. Non temete un effetto di surriscaldamento e cosa intendete fare per evitarlo?
«Adesso l'economia cinese si trova in una fase della crescita estremamente veloce, l'anno scorso è cresciuta del 9,1% e nel primo trimestre di quest'anno del 9,7%. I profitti derivanti dalla produzione industriale sono in aumento e la produzione agricola è in una fase di risanamento inoltre il commercio delle importazioni ed esportazioni ha conosciuto una notevole crescita e le entrate fiscali sono salite. Vedo con piacere che il reddito degli abitanti cinesi sia delle zone rurali sia di quelle urbane è in forte aumento. Ma oggettivamente nell'andamento economico cinese esistono problemi e contraddizioni, gli investimenti nel settore immobiliare crescono con velocità e dimensione eccessiva. Si verificano crescenti pressioni tra la domanda e l'offerta di energia, trasporto e materie prime, poi anche per quanto riguarda il credito e l'offerta monetaria c'è stato un eccessivo aumento, c'è inoltre una tendenza di forte inflazione soprattutto con la crescita dei prezzi delle materie prime. Questi problemi hanno suscitato l'attenzione del nostro governo e dobbiamo adottare delle misure severe ed efficaci per risolverli. Le misure saranno di carattere economico, giuridico e in caso necessario amministrativo in modo che l'economia cinese possa mantenere uno sviluppo stabile e relativamente veloce».
In Europa c'è grande attenzione sulle modifiche che state introducendo nella nuova Costituzione. In particolare per quanto riguarda la tutela dei diritti umani e il riconoscimento della proprietà privata.
«La revisione costituzionale prevede in maniera esplicita di rispettare e tutelare i diritti umani, diamo grande importanza alla tutela dei diritti umani e stiamo compiendo sforzi instancabili e a lungo termine. Per prima cosa persistiamo nello sviluppo per tutelare i diritti di sopravvivenza del nostro popolo che conta 1,3 miliardi di persone. Nel corso di questi venti anni siamo riusciti a risolvere il problema della povertà assoluta di più di 200 milioni di cinesi. Secondo, oltre la riforma economica non abbiamo mai smesso di intraprendere la riforma politica e cerchiamo di perfezionare la democrazia socialista e la legalità socialista. Soprattutto mettiamo l'accento sulla costruzione della democrazia delle unità di base con elezioni, controllo dal basso e gestione democratica. Terzo, abbiamo l'obiettivo di governare il Paese secondo la legge e di costruire un Paese di legalità socialista. Per quanto riguarda i diritti umani la Cina ha già aderito alla Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e nell'anno 2003 abbiamo presentato un rapporto sull'esecuzione. Adesso siamo facendo i preparativi per aderire alla Convenzione sui diritti civili e politici, siamo favorevoli al dialogo anziché all'antagonismo tra i Paesi a diverso sistema sociale, abbiamo avuto 17 round dei dialoghi Cina-Europa sui diritti umani e queste consultazioni sono fruttuose e sono servite ad aumentare la conoscenza reciproca. In questa revisione costituzionale abbiamo inserito anche la tutela della proprietà privata, indica non solo i beni per vivere ma anche i beni per produrre. Abbiamo due scopi, uno per tutelare effettivamente la proprietà privata del popolo cinese, secondo proteggere e promuovere la riforma del diritto».
Qual è la posizione del governo cinese sulla crisi in Iraq e quale impegno vi assumete nella lotta contro il terrorismo internazionale?
«Il governo cinese è preoccupato dell'instabilità della situazione in Iraq e simpatizza con il popolo iracheno che vive in miseria. C'è bisogno di fare tutti gli sforzi per ricostruire il Paese. In primo luogo occorre restituire la sovranità agli iracheni per un Iraq governato dagli iracheni tutelando l'integrità territoriale. L'Onu poi deve svolgere un ruolo direttivo nel ritorno della pace e della ricostruzione. Infine si deve creare l'ambiente in cui i vari Paesi possano partecipare alla ricostruzione e la Cina come membro permanente del Consiglio di sicurezza desidera dare il massimo contributo per la pace. Per quanto riguarda il terrorismo la nostra posizione è coerente perché ne siamo vittime anche noi, infatti le organizzazioni che operano nel Turkestan orientale hanno stretti legami con Al Qaeda. La Cina desidera intraprendere la cooperazione internazionale nella lotta contro il terrorismo».
Iraq: sul Gazzettino
(non su Liberazione!)
Il Gazzettino Venerdì, 30 Aprile 2004
IL DIRITTO DI DIRE NO AI «LIBERATORI»
A Falluja gli americani, dopo un assedio di settimane, attaccano con decine di carri armati appoggiati da aerei I30U Spectre e da elicotteri da combattimento. La stessa cosa, anche se in dimensioni minori, avviene a Najaf. I morti iracheni in queste giornate sono già più di mille e anche gli americani hanno perdite ingenti per i loro standard.
E allora smettiamola, una volta per tutte, di mentire e di mentirci addosso dicendo che quella in Iraq è una lotta al terrorismo internazionale - e quindi una legittima risposta all'11 settembre e magari a qualche residuale seguace di Saddam Hussein. Quella in Iraq è una guerra a una popolazione che, nella sua maggioranza, sia della componente sunnita che sciita (Falluja è sunnita, Najaf è sciita), non ci sta alla "liberazione" americana. E non ci sta per la semplice ragione che è stata enunciata dal nunzio apostolico di Bagdad, da anni in Iraq, che spero nessuno vorrà accusare di estremismo, anche se la tendenza ormai invalsa in Italia è quella di bollare come terroristi, o quantomeno come loro simpatizzanti, tutti quelli che sono contrari a questa guerra (io mi sono preso della "quinta colonna" da don Gianni Baget Bozzo, un prete ferocemente antimusulmano che presumo starebbe bene in una teocrazia di tipo islamico visto che confonde la politica con la religione e incarna entrambe nella sua persona). Ha detto dunque il nunzio apostolico, monsignor Fernando Filoni: «Il fatto è che gli iracheni non vogliono essere occupati da eserciti stranieri».
È un'idea così stravagante, bizzarra, bislacca? È una cosa che può suonare così singolare e strana a noi italiani che nella nostra storia siamo vissuti tante volte sotto il tallone di ferro di eserciti e governi stranieri, si trattasse di francesi, spagnoli o tedeschi? È vero che il nostro motto era "Franza o Spagna purché se magna", ma qualche scatto d'orgoglio lo abbiamo avuto anche noi.
Ha detto uno dei guerriglieri di Falluja all'inviato del Corriere della Sera, Claudio Lazzaro, entrato in città con la Croce Rossa: «Gli americani bombardano, ammazzano e poi dicono che ci vogliono insegnare la democrazia. Loro vogliono comandare, ma questa è casa nostra, siamo noi che dobbiamo decidere chi ci rappresenta». Non si sarebbe potuto dir meglio.E c'è anche da aggiungere che mentre il ricatto delle Falangi Verdi di Maometto, oltre che turpe, è inaccettabile e non va accettato - come invece si è tentato di fare alla manifestazione di ieri, in modo surrettizio, subdolo, all'italiana, con la partecipazione "a titolo personale" di rappresentanti di quelle forze politiche che ufficialmente lo hanno sdegnosamente respinto - nel merito il loro comunicato è ineccepibile: "Annunciamo a voi e a tutti gli uomini liberi del mondo che la nostra è una causa giusta. Stiamo difendendo la nostra terra, il nostro onore, la nostra dignità e i nostri sacri valori, mentre le forze del male sono venute da oltre gli oceani per occupare la nostra terra. È dunque nostro diritto difendere le nostre terre e questo diritto è contemplato dalle leggi celesti e dalle leggi internazionali». Potrebbero essere, a parte qualche dettaglio, parole di un eroe del nostro Risorgimento.
Questi iracheni non si appellano all'irrazionalismo della Jhiad, alla Bin Laden, si appellano, con gli strumenti della ragione, a un diritto, che è sempre stato riconosciuto a ogni popolo: quello di resistere all'invasione e all'occupazione del proprio territorio da parte di truppe straniere. Il loro linguaggio è perfettamente razionale. Per questo si è insinuato che dietro quel comunicato c'è una mano occidentale. Ma non è così. Siamo noi occidentali che, calpestando tutti i nostri principi, stiamo chiamando una sorta di "guerra santa" in nome della democrazia.Che smacco, e, per quello che si è sempre autodefinito, compiacendosene, "il mondo libero" dover subire un appello del genere. Che in altri tempi - per esempio ai tempi in cui lord Byron andava a combattere per la libertà della Grecia - sarebbe stato firmato da ogni europeo. E che oggi, invece, è firmato da degli iracheni. Che vergogna.
IL DIRITTO DI DIRE NO AI «LIBERATORI»
A Falluja gli americani, dopo un assedio di settimane, attaccano con decine di carri armati appoggiati da aerei I30U Spectre e da elicotteri da combattimento. La stessa cosa, anche se in dimensioni minori, avviene a Najaf. I morti iracheni in queste giornate sono già più di mille e anche gli americani hanno perdite ingenti per i loro standard.
E allora smettiamola, una volta per tutte, di mentire e di mentirci addosso dicendo che quella in Iraq è una lotta al terrorismo internazionale - e quindi una legittima risposta all'11 settembre e magari a qualche residuale seguace di Saddam Hussein. Quella in Iraq è una guerra a una popolazione che, nella sua maggioranza, sia della componente sunnita che sciita (Falluja è sunnita, Najaf è sciita), non ci sta alla "liberazione" americana. E non ci sta per la semplice ragione che è stata enunciata dal nunzio apostolico di Bagdad, da anni in Iraq, che spero nessuno vorrà accusare di estremismo, anche se la tendenza ormai invalsa in Italia è quella di bollare come terroristi, o quantomeno come loro simpatizzanti, tutti quelli che sono contrari a questa guerra (io mi sono preso della "quinta colonna" da don Gianni Baget Bozzo, un prete ferocemente antimusulmano che presumo starebbe bene in una teocrazia di tipo islamico visto che confonde la politica con la religione e incarna entrambe nella sua persona). Ha detto dunque il nunzio apostolico, monsignor Fernando Filoni: «Il fatto è che gli iracheni non vogliono essere occupati da eserciti stranieri».
È un'idea così stravagante, bizzarra, bislacca? È una cosa che può suonare così singolare e strana a noi italiani che nella nostra storia siamo vissuti tante volte sotto il tallone di ferro di eserciti e governi stranieri, si trattasse di francesi, spagnoli o tedeschi? È vero che il nostro motto era "Franza o Spagna purché se magna", ma qualche scatto d'orgoglio lo abbiamo avuto anche noi.
Ha detto uno dei guerriglieri di Falluja all'inviato del Corriere della Sera, Claudio Lazzaro, entrato in città con la Croce Rossa: «Gli americani bombardano, ammazzano e poi dicono che ci vogliono insegnare la democrazia. Loro vogliono comandare, ma questa è casa nostra, siamo noi che dobbiamo decidere chi ci rappresenta». Non si sarebbe potuto dir meglio.E c'è anche da aggiungere che mentre il ricatto delle Falangi Verdi di Maometto, oltre che turpe, è inaccettabile e non va accettato - come invece si è tentato di fare alla manifestazione di ieri, in modo surrettizio, subdolo, all'italiana, con la partecipazione "a titolo personale" di rappresentanti di quelle forze politiche che ufficialmente lo hanno sdegnosamente respinto - nel merito il loro comunicato è ineccepibile: "Annunciamo a voi e a tutti gli uomini liberi del mondo che la nostra è una causa giusta. Stiamo difendendo la nostra terra, il nostro onore, la nostra dignità e i nostri sacri valori, mentre le forze del male sono venute da oltre gli oceani per occupare la nostra terra. È dunque nostro diritto difendere le nostre terre e questo diritto è contemplato dalle leggi celesti e dalle leggi internazionali». Potrebbero essere, a parte qualche dettaglio, parole di un eroe del nostro Risorgimento.
Questi iracheni non si appellano all'irrazionalismo della Jhiad, alla Bin Laden, si appellano, con gli strumenti della ragione, a un diritto, che è sempre stato riconosciuto a ogni popolo: quello di resistere all'invasione e all'occupazione del proprio territorio da parte di truppe straniere. Il loro linguaggio è perfettamente razionale. Per questo si è insinuato che dietro quel comunicato c'è una mano occidentale. Ma non è così. Siamo noi occidentali che, calpestando tutti i nostri principi, stiamo chiamando una sorta di "guerra santa" in nome della democrazia.Che smacco, e, per quello che si è sempre autodefinito, compiacendosene, "il mondo libero" dover subire un appello del genere. Che in altri tempi - per esempio ai tempi in cui lord Byron andava a combattere per la libertà della Grecia - sarebbe stato firmato da ogni europeo. E che oggi, invece, è firmato da degli iracheni. Che vergogna.
giovedì 29 aprile 2004
imprevisto successo della protesta
contro la cancellazione di Darwin dai programmi scolastici
due agenzie ricevute da Daniela Venanzi
ANSA
SCUOLA:DARWIN IN PERCORSI EDUCATIVI DOPO POLEMICHE E APPELLI
(ANSA) - ROMA, 28 APR - E’ stata accolta con soddisfazione dal mondo scientifico, l‘assicurazione del ministro dell‘Istruzione che la teoria evoluzionista di Darwin sara’ presente nei percorsi educativi fin dalle scuole elementari. Nei giorni scorsi ricercatori di tutta Italia avevano lanciato due appelli (sul sito di Repubblica.it) per chiedere la modifica del decreto ministeriale, firmati da migliaia di studiosi tra i quali l‘ex ministro della sanità Umberto Veronesi, i premi Nobel Rita Levi Montalcini e Renato Dulbecco, i genetisti Cavalli Sforza e Bruno Dallapiccola. Anche la piu’ antica istituzione scientifica italiana, l‘Accademia dei Lincei, tramite un gruppo di soci fra i quali Enrico Alleva, Carlo Alberto Redi, Ernesto Capanna e Stefano Turillazzi aveva deciso di scendere in campo. La protesta, unanime, era rivolta contro il rischio di vedere esclusa dalla scuola media la teoria che rappresenta il fondamento della biologia moderna. Il genetista Bruno Dallapiccola aveva definito senza mezzi termini '‘stupida e antistorica’’ la scelta di escludere l‘evoluzionismo dai programmi scolastici. Il rischio che piu’ di ogni altro temevano i ricercatori era una penalizzazione culturale dei giovani, ai quali si sarebbero negate conoscenze importantissime in un mondo nel quale la biologia e la genetica assumono un ruolo sempre piu’ importante. '‘Vogliamo ribadire l‘importanza dell‘evoluzionismo nell’ insegnamento scolastico - aveva dichiarato l‘etologo Alleva - anche perche’ e’ la base per lo sviluppo scientifico e tecnologico, in pratica del nostro futuro. Non si capisce come mai una commissione che si occupa dei programmi scolastici, presieduta dal professor Giuseppe Bertagna, non possa essere composta da specialisti di diverse discipline e non essere cosi‘unilaterale’’.(ANSA).
BG 28-APR-04 19:44 NNNN
SCUOLA: ACCIARINI (DS) CLAMOROSO PASSO INDIETRO MORATTI = (AGI) - Roma, 28 apr.-
“Sembrerebbe che il ministro dell‘istruzione non abbia le idee molto chiare su quanto sta preparando per la scuola primaria e la scuola media. Oggi sentiamo Letizia Moratti dichiarare che non corrisponde a verita’ l‘esclusione dell‘insegnamento delle teorie evoluzionistiche, in netto contrasto con quanto ha risposto all‘interrogazione presentata dai Ds al senato”. Lo afferma Acciarini (DS) ricordando che “nell‘intervista infatti, il ministro non solo diceva che la teoria di Darwin non si sarebbe insegnata, ma anche che in certi termini non era mai stata oggetto di udienza alle elementari. Del resto, anche nei giorni scorsi il ministro ha ripetuto che i bambini fino ai 10 anni hanno bisogno del mito e delle leggende e non delle teorie scientifiche”. “Prendiamo atto - conclude Acciarini - di questo clamoroso passo indietro del ministro che oggi addirittura fa assicurare che l‘evoluzionismo verra’ insegnato alle elementari”. “Incredibile - ribadisce Alba Sasso (DS) - anche la Moratti, di tanto in tanto fa marcia indietro. C‘e’ voluta una mobilitazione degli intellettuali, c‘e’ voluto un appello promosso da scienziati di fama internazionale e sottoscritto da oltre 40mila persone per convincere il Ministro, per ora, a istituire una commissione per reintrodurre lo studio delle teorie evoluzionistiche nei programmi scolastici”. “Quanti altri appelli ci vorranno per reintrodurre in Italia lo studio della rivoluzione industriale. Quanti altri appelli ci vorranno - conclude la Sasso - per smantellare l‘impianto ideologico di una riforma della scuola che antepone a un sapere critico e responsabile l‘obiettivo di un‘educazione morale e spirituale?”.
(AGI) Pal 281933 APR 04
ANSA
SCUOLA:DARWIN IN PERCORSI EDUCATIVI DOPO POLEMICHE E APPELLI
(ANSA) - ROMA, 28 APR - E’ stata accolta con soddisfazione dal mondo scientifico, l‘assicurazione del ministro dell‘Istruzione che la teoria evoluzionista di Darwin sara’ presente nei percorsi educativi fin dalle scuole elementari. Nei giorni scorsi ricercatori di tutta Italia avevano lanciato due appelli (sul sito di Repubblica.it) per chiedere la modifica del decreto ministeriale, firmati da migliaia di studiosi tra i quali l‘ex ministro della sanità Umberto Veronesi, i premi Nobel Rita Levi Montalcini e Renato Dulbecco, i genetisti Cavalli Sforza e Bruno Dallapiccola. Anche la piu’ antica istituzione scientifica italiana, l‘Accademia dei Lincei, tramite un gruppo di soci fra i quali Enrico Alleva, Carlo Alberto Redi, Ernesto Capanna e Stefano Turillazzi aveva deciso di scendere in campo. La protesta, unanime, era rivolta contro il rischio di vedere esclusa dalla scuola media la teoria che rappresenta il fondamento della biologia moderna. Il genetista Bruno Dallapiccola aveva definito senza mezzi termini '‘stupida e antistorica’’ la scelta di escludere l‘evoluzionismo dai programmi scolastici. Il rischio che piu’ di ogni altro temevano i ricercatori era una penalizzazione culturale dei giovani, ai quali si sarebbero negate conoscenze importantissime in un mondo nel quale la biologia e la genetica assumono un ruolo sempre piu’ importante. '‘Vogliamo ribadire l‘importanza dell‘evoluzionismo nell’ insegnamento scolastico - aveva dichiarato l‘etologo Alleva - anche perche’ e’ la base per lo sviluppo scientifico e tecnologico, in pratica del nostro futuro. Non si capisce come mai una commissione che si occupa dei programmi scolastici, presieduta dal professor Giuseppe Bertagna, non possa essere composta da specialisti di diverse discipline e non essere cosi‘unilaterale’’.(ANSA).
BG 28-APR-04 19:44 NNNN
SCUOLA: ACCIARINI (DS) CLAMOROSO PASSO INDIETRO MORATTI = (AGI) - Roma, 28 apr.-
“Sembrerebbe che il ministro dell‘istruzione non abbia le idee molto chiare su quanto sta preparando per la scuola primaria e la scuola media. Oggi sentiamo Letizia Moratti dichiarare che non corrisponde a verita’ l‘esclusione dell‘insegnamento delle teorie evoluzionistiche, in netto contrasto con quanto ha risposto all‘interrogazione presentata dai Ds al senato”. Lo afferma Acciarini (DS) ricordando che “nell‘intervista infatti, il ministro non solo diceva che la teoria di Darwin non si sarebbe insegnata, ma anche che in certi termini non era mai stata oggetto di udienza alle elementari. Del resto, anche nei giorni scorsi il ministro ha ripetuto che i bambini fino ai 10 anni hanno bisogno del mito e delle leggende e non delle teorie scientifiche”. “Prendiamo atto - conclude Acciarini - di questo clamoroso passo indietro del ministro che oggi addirittura fa assicurare che l‘evoluzionismo verra’ insegnato alle elementari”. “Incredibile - ribadisce Alba Sasso (DS) - anche la Moratti, di tanto in tanto fa marcia indietro. C‘e’ voluta una mobilitazione degli intellettuali, c‘e’ voluto un appello promosso da scienziati di fama internazionale e sottoscritto da oltre 40mila persone per convincere il Ministro, per ora, a istituire una commissione per reintrodurre lo studio delle teorie evoluzionistiche nei programmi scolastici”. “Quanti altri appelli ci vorranno per reintrodurre in Italia lo studio della rivoluzione industriale. Quanti altri appelli ci vorranno - conclude la Sasso - per smantellare l‘impianto ideologico di una riforma della scuola che antepone a un sapere critico e responsabile l‘obiettivo di un‘educazione morale e spirituale?”.
(AGI) Pal 281933 APR 04
«psico-conflitti di interesse»
una segnalazione di Roberto Martina
Repubblica Donna 24.4.04
Gaia Scienza
Psico-conflitti di interesse
Solo un ricercatore scientifico su 5 ammette pubblicamente i suoi legami con l'industria
di Silvie Coyaud
Giovanni Fava insegna psicoterapia all'università di Bologna, e dirige la rivista Psychotherapy and Psychosomatics. È famosa perché, oltre ai soliti testi di ricerca, pubblica editoriali e indagini che altrove non escono: farebbero fuggire gli inserzionisti. Dimostrano che nonostante le riviste scientifiche serie chiedano agli autori degli articoli di dichiarare eventuali conflitti d'interesse, soltanto uno su cinque lo fa. Chissà perché, gli altri quattro si scordano di aver brevettato la molecola di cui vantano l'efficacia, oppure di essere stati retribuiti con denaro, azioni, vacanze omaggio ecc. dall'azienda che la vende.
La settimana scorsa l'Associazione europea degli psichiatri teneva a Ginevra il suo congresso, spesato, come tanti altri, da multinazionali dei farmaci. Il professor Fava ci è andato a elencare scandali, risultati censurati o ritoccati, prescrizioni di medicinali che s'impennano in funzione delle elargizioni aziendali. A dire che così la ricerca ci rimette e i pazienti pure. A proporre che dai direttivi delle società scientifiche, dai comitati che decidono i finanziamenti pubblici, dalla direzione dei giornali importanti sia escluso chi è legato e imbavagliato da interessi economici. La sua doveva essere una tavola rotonda con "ricercatori vicini alle case farmaceutiche", ma tutti quelli contattati dall'Associazione si sono rifiutati di partecipare. Eppure erano spesati anche loro. Viaggio, vitto, alloggio, tutto compreso salvo minibar, telefono e libertà di parola.
Repubblica Donna 24.4.04
Gaia Scienza
Psico-conflitti di interesse
Solo un ricercatore scientifico su 5 ammette pubblicamente i suoi legami con l'industria
di Silvie Coyaud
Giovanni Fava insegna psicoterapia all'università di Bologna, e dirige la rivista Psychotherapy and Psychosomatics. È famosa perché, oltre ai soliti testi di ricerca, pubblica editoriali e indagini che altrove non escono: farebbero fuggire gli inserzionisti. Dimostrano che nonostante le riviste scientifiche serie chiedano agli autori degli articoli di dichiarare eventuali conflitti d'interesse, soltanto uno su cinque lo fa. Chissà perché, gli altri quattro si scordano di aver brevettato la molecola di cui vantano l'efficacia, oppure di essere stati retribuiti con denaro, azioni, vacanze omaggio ecc. dall'azienda che la vende.
La settimana scorsa l'Associazione europea degli psichiatri teneva a Ginevra il suo congresso, spesato, come tanti altri, da multinazionali dei farmaci. Il professor Fava ci è andato a elencare scandali, risultati censurati o ritoccati, prescrizioni di medicinali che s'impennano in funzione delle elargizioni aziendali. A dire che così la ricerca ci rimette e i pazienti pure. A proporre che dai direttivi delle società scientifiche, dai comitati che decidono i finanziamenti pubblici, dalla direzione dei giornali importanti sia escluso chi è legato e imbavagliato da interessi economici. La sua doveva essere una tavola rotonda con "ricercatori vicini alle case farmaceutiche", ma tutti quelli contattati dall'Associazione si sono rifiutati di partecipare. Eppure erano spesati anche loro. Viaggio, vitto, alloggio, tutto compreso salvo minibar, telefono e libertà di parola.
Friedrich Nietzsche
ricevuto da P.Cancellieri
Il Mattino 29.4.04
NIETZSCHE DA RISCOPRIRE
Tesi psicologiche di un filosofo molto esplosivo
Oggi alle 16, a «Oltre il chiostro» in Santa Maria La Nova, Sossio Giametta parlerà su «L’aforisma 23 di ”Al di là del bene e del male”, o come Nietzsche trasformò la filosofia in psicologia».
di Sossio Giametta
Nell’aforisma 23 di Al di là del bene e del male Nietzsche dice che i buoni sentimenti fanno la cattiva psicologia e incita a eliminare l’impedimento che i pregiudizi morali costituiscono per il suo sviluppo come «morfologia e teoria evolutiva della volontà di potenza». Solo così, afferma, «la psicologia ridiventerà signora delle scienze e la via che porta ai problemi fondamentali». Da Copernico in poi, afferma, «l’uomo scivola dal centro verso una x». Questa x è la realtà, che non è più costruita cupolarmente intorno all’uomo, come nella scienza e nella filosofia pre-copernicane, per effetto di un’inconscia proiezione nell’universo caotico e indefinito dell’unità, razionalità e centralità delle «estetiche nature umane». Ma caduta l’idea della realtà come stabile costituzione delle cose, divenuta cioè la realtà un enigma, una x, diviene una x anche l’Uomo. L’Uomo non c’è più, ci sono solo gli uomini, che hanno una diversa visione della vita secondo la diversa misura della loro forza. È il cosiddetto prospettivismo, che è anche un relativismo.
«Quanta verità sopporta, quanta verità osa uno spirito?» Questo diventa il criterio di misura dell’uomo. «L’errore» dice Nietzsche in Ecce homo «non è cecità, l’errore è viltà... Ogni conquista, ogni passo avanti nella conoscenza seguono dal coraggio, dalla durezza con se stessi». La ragione è dunque soppiantata dalla psicologia come principale strumento di ricerca. E qui Nietzsche, che era un genio della psicologia e non della filosofia, intesa come creazione concettuale sistematica, logica, fa il cammino che lo porta alla sua conquista principale: il nichilismo. Comincia cioè, come un nuovo Machiavelli, con lo psicologizzare l’individuo, mostrando gli istinti e i bisogni fisiologici dietro le pretese spirituali.
Quest’operazione si trasforma in una grande rivendicazione della libertà e dell’indipendenza umane. Dagli individui passa poi alle «formazioni di potenza»: la famiglia, le tribù, le classi, i popoli, per psicologizzare infine quel grande individuo che è l’umanità stessa, la specie. Scorge allora che, al pari che per l’individuo singolo, la morale, anche quella della rinuncia, degli ideali ascetici, ha sempre un fine di autoconservazione e un carattere antropomorfico, finge ordine nel disordine, è un bastione innalzato contro l’onda caotica dell’universo. Con ciò avviene quello che Emerson diceva che avveniva quando sorgeva all’orizzonte un nuovo pensatore: tutti gli ordini costituiti possono saltare da un giorno all’altro, perché un vero filosofo è un esplosivo. Per tutta la vita, Nietzsche ha continuato a proclamare: «Io non sono un uomo, sono dinamite». Non si sbagliava, perché egli aveva psicologizzato la décadence e, come forma principale di essa, il cristianesimo e tutta la civiltà cristiano-europea, annunciando «guerre come non ce ne sono mai state» e predicando quell’antifilosofia, quell’antisistema che è la volontà di potenza, con la riduzione dei valori spirituali a valori fisiologici.
Il Mattino 29.4.04
NIETZSCHE DA RISCOPRIRE
Tesi psicologiche di un filosofo molto esplosivo
Oggi alle 16, a «Oltre il chiostro» in Santa Maria La Nova, Sossio Giametta parlerà su «L’aforisma 23 di ”Al di là del bene e del male”, o come Nietzsche trasformò la filosofia in psicologia».
di Sossio Giametta
Nell’aforisma 23 di Al di là del bene e del male Nietzsche dice che i buoni sentimenti fanno la cattiva psicologia e incita a eliminare l’impedimento che i pregiudizi morali costituiscono per il suo sviluppo come «morfologia e teoria evolutiva della volontà di potenza». Solo così, afferma, «la psicologia ridiventerà signora delle scienze e la via che porta ai problemi fondamentali». Da Copernico in poi, afferma, «l’uomo scivola dal centro verso una x». Questa x è la realtà, che non è più costruita cupolarmente intorno all’uomo, come nella scienza e nella filosofia pre-copernicane, per effetto di un’inconscia proiezione nell’universo caotico e indefinito dell’unità, razionalità e centralità delle «estetiche nature umane». Ma caduta l’idea della realtà come stabile costituzione delle cose, divenuta cioè la realtà un enigma, una x, diviene una x anche l’Uomo. L’Uomo non c’è più, ci sono solo gli uomini, che hanno una diversa visione della vita secondo la diversa misura della loro forza. È il cosiddetto prospettivismo, che è anche un relativismo.
«Quanta verità sopporta, quanta verità osa uno spirito?» Questo diventa il criterio di misura dell’uomo. «L’errore» dice Nietzsche in Ecce homo «non è cecità, l’errore è viltà... Ogni conquista, ogni passo avanti nella conoscenza seguono dal coraggio, dalla durezza con se stessi». La ragione è dunque soppiantata dalla psicologia come principale strumento di ricerca. E qui Nietzsche, che era un genio della psicologia e non della filosofia, intesa come creazione concettuale sistematica, logica, fa il cammino che lo porta alla sua conquista principale: il nichilismo. Comincia cioè, come un nuovo Machiavelli, con lo psicologizzare l’individuo, mostrando gli istinti e i bisogni fisiologici dietro le pretese spirituali.
Quest’operazione si trasforma in una grande rivendicazione della libertà e dell’indipendenza umane. Dagli individui passa poi alle «formazioni di potenza»: la famiglia, le tribù, le classi, i popoli, per psicologizzare infine quel grande individuo che è l’umanità stessa, la specie. Scorge allora che, al pari che per l’individuo singolo, la morale, anche quella della rinuncia, degli ideali ascetici, ha sempre un fine di autoconservazione e un carattere antropomorfico, finge ordine nel disordine, è un bastione innalzato contro l’onda caotica dell’universo. Con ciò avviene quello che Emerson diceva che avveniva quando sorgeva all’orizzonte un nuovo pensatore: tutti gli ordini costituiti possono saltare da un giorno all’altro, perché un vero filosofo è un esplosivo. Per tutta la vita, Nietzsche ha continuato a proclamare: «Io non sono un uomo, sono dinamite». Non si sbagliava, perché egli aveva psicologizzato la décadence e, come forma principale di essa, il cristianesimo e tutta la civiltà cristiano-europea, annunciando «guerre come non ce ne sono mai state» e predicando quell’antifilosofia, quell’antisistema che è la volontà di potenza, con la riduzione dei valori spirituali a valori fisiologici.
storia:
la congiura dei Pazzi
Corriere della Sera 29.4.04
Lauro Martines ricostruisce il tentativo di assassinare Lorenzo il Magnifico compiuto nel 1478 durante una messa solenne
Un aprile insanguinato nella Firenze medicea
di ROSARIO VILLARI
Uno dei punti fermi e dominanti del pensiero politico europeo tra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo è la condanna della ribellione. Spesso si è attribuito questo atteggiamento di condanna al diffuso conservatorismo della cosiddetta età barocca. Però anche personaggi inquieti e «desiderosi di novità», come allora si diceva, coltivarono in quel periodo la stessa opinione. Tommaso Campanella, per esempio: «Il nome di ribellione - scrisse in una delle sue opere politiche più importanti - porta seco infamia e odio». Già prima di lui, Niccolò Machiavelli aveva dedicato alcune pagine famose all'analisi e alla condanna delle congiure: ma allora il giudizio negativo non era così diffuso e generalizzato come sarebbe diventato in seguito. Al tempo di Machiavelli e nella seconda metà del secolo precedente, alla quale si riferisce l'affascinante libro di Lauro Martines tradotto ora in italiano ("La congiura dei Pazzi. Intrighi politici, sangue e vendetta nella Firenze dei Medici", Mondadori), la parte più rilevante della cultura aveva idee diverse e anzi opposte: l'esaltazione del tirannicidio, della ribellione violenta contro il tiranno, era un luogo comune della cultura politica e letteraria. Accompagnandosi allo spirito di fazione, a una illimitata spregiudicatezza politica (praticata, ovviamente, anche dalla Corte pontificia) e alla volontà di consolidare la ricchezza con il potere, questo luogo comune servì in qualche misura a dare una giustificazione ideale a quell'intreccio di congiure, colpi di Stato e rivolte che si oppose ai processi di sviluppo e di consolidamento degli Stati che alla fine del Medioevo si erano formati nella Penisola italiana.
Il mutamento di giudizio sulla ribellione fu favorito, nel caso particolare dell'Italia, dalla riflessione sulle cause che condussero il nostro Paese alla perdita della sua libertà e all'instaurazione di un dominio straniero esteso a gran parte della Penisola. Le congiure e i complotti della seconda metà del XV secolo furono appunto considerati come una delle cause più importanti dell'indebolimento dei singoli Stati e dell'instabilità del sistema politico, che provocarono dapprima l'invasione francese di Carlo VIII, successivamente lo svolgimento delle lunghe e strazianti guerre tra Francia e Spagna sul suolo italiano e infine l'instaurazione del secolare dominio spagnolo.
Insieme alla congiura dei Porcari a Roma contro il Papa Niccolò V (1453), a quella ispirata dall'umanista Cola Montano a Milano nel 1476 e alla grande sollevazione dei baroni napoletani contro il re naturale e legittimo Ferdinando d'Aragona nel 1484, un episodio particolarmente importante e comunque, per certi aspetti, il più spettacolare, fu il tentativo fiorentino, ordito nel 1478 dalla famiglia dei Pazzi con ampi e ben noti appoggi esterni, di rovesciare la signoria dei Medici.
Stranamente, la storiografia dei tempi a noi più vicini ha dedicato poco impegno al ripensamento e all'approfondimento di queste vicende, sia nel loro insieme (come episodi che, pur nella loro diversità, hanno dei tratti in comune) sia singolarmente. E' una bella e stimolante novità, quindi, l'opera che Martines ha dedicato all'episodio fiorentino e che si raccomanda anche per la qualità della scrittura e per l'originalità dell'impianto storico. L’autore ha esitato a intraprendere l'impresa, ci ha pensato per una ventina d'anni e, finalmente, ha sentito che il clima era adatto per un bloody tale , una storia di sangue; ha sentito che la sensibilità storica era cambiata in modo da rendere più agevole la ricostruzione della vicenda. L’autore ha dato rilievo non solo ai contenuti e significati politici, ma anche all'aspetto spettacolare dell'episodio. Lo spettacolo, che ebbe caratteri di terribile ed estrema violenza, fu intimamente connesso con la sostanza dell’azione politica: e forse episodi come questi, allora frequenti e diffusi, non furono estranei alla formazione degli aspetti più duramente pessimistici della concezione di Machiavelli. Il titolo originale inglese ("April blood"), che mette in più immediata evidenza i caratteri e i contenuti di violenza, si riferisce non tanto all'azione dei congiurati, che provocò la morte di Giuliano, fratello di Lorenzo il Magnifico, quanto invece al bagno di sangue della repressione che seguì all’attentato. L’analisi della congiura non è certo trascurata nel libro, è anzi esauriente e profonda; ma il significato storico della repressione appare in qualche misura sovrastante.
Ciò potrebbe essere anche un po’ inquietante per il lettore italiano, se non si tenesse presente il quadro generale della storia europea di quel periodo. Si può forse fare una distinzione, sia pure schematicamente e senza la pretesa di rispecchiare in sintesi il significato complessivo dell'opera: la congiura è l'elemento arcaico, medioevale, che viene sconfitto; la repressione è la modernità, che prevale e si afferma nella figura del principe, con il consolidamento del suo potere e di quello dei suoi sostenitori. Ma il modo in cui il principe fiorentino, peraltro colto e raffinato umanista, raggiunse questo risultato solleva interrogativi e problemi che riguardano tutta la storia moderna della nostra nazione.
Lauro Martines ricostruisce il tentativo di assassinare Lorenzo il Magnifico compiuto nel 1478 durante una messa solenne
Un aprile insanguinato nella Firenze medicea
di ROSARIO VILLARI
Uno dei punti fermi e dominanti del pensiero politico europeo tra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo è la condanna della ribellione. Spesso si è attribuito questo atteggiamento di condanna al diffuso conservatorismo della cosiddetta età barocca. Però anche personaggi inquieti e «desiderosi di novità», come allora si diceva, coltivarono in quel periodo la stessa opinione. Tommaso Campanella, per esempio: «Il nome di ribellione - scrisse in una delle sue opere politiche più importanti - porta seco infamia e odio». Già prima di lui, Niccolò Machiavelli aveva dedicato alcune pagine famose all'analisi e alla condanna delle congiure: ma allora il giudizio negativo non era così diffuso e generalizzato come sarebbe diventato in seguito. Al tempo di Machiavelli e nella seconda metà del secolo precedente, alla quale si riferisce l'affascinante libro di Lauro Martines tradotto ora in italiano ("La congiura dei Pazzi. Intrighi politici, sangue e vendetta nella Firenze dei Medici", Mondadori), la parte più rilevante della cultura aveva idee diverse e anzi opposte: l'esaltazione del tirannicidio, della ribellione violenta contro il tiranno, era un luogo comune della cultura politica e letteraria. Accompagnandosi allo spirito di fazione, a una illimitata spregiudicatezza politica (praticata, ovviamente, anche dalla Corte pontificia) e alla volontà di consolidare la ricchezza con il potere, questo luogo comune servì in qualche misura a dare una giustificazione ideale a quell'intreccio di congiure, colpi di Stato e rivolte che si oppose ai processi di sviluppo e di consolidamento degli Stati che alla fine del Medioevo si erano formati nella Penisola italiana.
Il mutamento di giudizio sulla ribellione fu favorito, nel caso particolare dell'Italia, dalla riflessione sulle cause che condussero il nostro Paese alla perdita della sua libertà e all'instaurazione di un dominio straniero esteso a gran parte della Penisola. Le congiure e i complotti della seconda metà del XV secolo furono appunto considerati come una delle cause più importanti dell'indebolimento dei singoli Stati e dell'instabilità del sistema politico, che provocarono dapprima l'invasione francese di Carlo VIII, successivamente lo svolgimento delle lunghe e strazianti guerre tra Francia e Spagna sul suolo italiano e infine l'instaurazione del secolare dominio spagnolo.
Insieme alla congiura dei Porcari a Roma contro il Papa Niccolò V (1453), a quella ispirata dall'umanista Cola Montano a Milano nel 1476 e alla grande sollevazione dei baroni napoletani contro il re naturale e legittimo Ferdinando d'Aragona nel 1484, un episodio particolarmente importante e comunque, per certi aspetti, il più spettacolare, fu il tentativo fiorentino, ordito nel 1478 dalla famiglia dei Pazzi con ampi e ben noti appoggi esterni, di rovesciare la signoria dei Medici.
Stranamente, la storiografia dei tempi a noi più vicini ha dedicato poco impegno al ripensamento e all'approfondimento di queste vicende, sia nel loro insieme (come episodi che, pur nella loro diversità, hanno dei tratti in comune) sia singolarmente. E' una bella e stimolante novità, quindi, l'opera che Martines ha dedicato all'episodio fiorentino e che si raccomanda anche per la qualità della scrittura e per l'originalità dell'impianto storico. L’autore ha esitato a intraprendere l'impresa, ci ha pensato per una ventina d'anni e, finalmente, ha sentito che il clima era adatto per un bloody tale , una storia di sangue; ha sentito che la sensibilità storica era cambiata in modo da rendere più agevole la ricostruzione della vicenda. L’autore ha dato rilievo non solo ai contenuti e significati politici, ma anche all'aspetto spettacolare dell'episodio. Lo spettacolo, che ebbe caratteri di terribile ed estrema violenza, fu intimamente connesso con la sostanza dell’azione politica: e forse episodi come questi, allora frequenti e diffusi, non furono estranei alla formazione degli aspetti più duramente pessimistici della concezione di Machiavelli. Il titolo originale inglese ("April blood"), che mette in più immediata evidenza i caratteri e i contenuti di violenza, si riferisce non tanto all'azione dei congiurati, che provocò la morte di Giuliano, fratello di Lorenzo il Magnifico, quanto invece al bagno di sangue della repressione che seguì all’attentato. L’analisi della congiura non è certo trascurata nel libro, è anzi esauriente e profonda; ma il significato storico della repressione appare in qualche misura sovrastante.
Ciò potrebbe essere anche un po’ inquietante per il lettore italiano, se non si tenesse presente il quadro generale della storia europea di quel periodo. Si può forse fare una distinzione, sia pure schematicamente e senza la pretesa di rispecchiare in sintesi il significato complessivo dell'opera: la congiura è l'elemento arcaico, medioevale, che viene sconfitto; la repressione è la modernità, che prevale e si afferma nella figura del principe, con il consolidamento del suo potere e di quello dei suoi sostenitori. Ma il modo in cui il principe fiorentino, peraltro colto e raffinato umanista, raggiunse questo risultato solleva interrogativi e problemi che riguardano tutta la storia moderna della nostra nazione.
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