venerdì 28 maggio 2004

dantisti e biologi:
Giuseppe Sermonti vs Edoardo Boncinelli

Corriere della Sera 25.5.04
Alle porte dell' inferno Dante volta le spalle al mondo
Ma il suo universo, così umano perché l' uomo vi sta ancora al centro, presto sarà ribaltato dalla scienza
LA NOSTRA COMMEDIA
di Edoardo Boncinelli
(*)


«Lo giorno se n' andava e l' aere brun
toglieva li animai che sono in terra
dalle fatiche loro»
Con questa splendida immagine Dante si congeda dal nostro mondo e dalla «selva erronea di questa vita», e inizia il suo lungo cammino, l' «alto passo». Il suo sarà un viaggio nella Commedia Umana, anche se i luoghi, i tormenti e gli splendori sono quelli di una superba costruzione di fantasia, sorretta da una grande dottrina e illuminata da una fede veramente totalizzante. È un viaggio della mente e del cuore nelle diverse province «delli vizi umani e del valore», una compilazione e una visitazione dello specificamente umano, privato e collettivo, al tempo stesso eterno e storicamente individuato, che non ha l' uguale per grandezza e per forza espressiva. Non può non colpire il contrasto esistente fra la grandiosità della costruzione poetica di Dante che raggiunge vertici di validità universale e la povertà delle conoscenze e della visione del mondo propria del suo tempo. L' universo si presenta veramente minuscolo e l' uomo vi si sente ancora al centro, privilegiato fra i viventi, sparso su un territorio di cui non considera neppure l' estensione e di cui ignora i confini, signore del globo, un pianeta piantato in mezzo al tutto, con i pianeti e le stelle che gli girano intorno. Non erano ancora arrivati Copernico, Darwin, Freud, Marx, Einstein o Hubble. Tutto sembrava chiaro e relativamente semplice, senza spessore e senza doppi fondi immanenti: il cielo, la terra, le stelle, gli animali, le piante, i moti dell' anima e le operazioni della mente, lucida e consapevole, quando non cade preda delle passioni. La vastità delle osservazioni e delle «spiegazioni» offerte da Aristotele e dai suoi commentatori e continuatori conferisce un carattere di monoliticità a questa visione. Il mondo inanimato, in sostanza, ma anche buona parte di quello animato, non pongono problemi. Tutto è lì davanti, sostanzialmente in mostra, e per nulla diverso da quello che sembra. Noi sappiamo che la gran parte dei processi materiali, compresi quelli biologici, possono essere spiegati soltanto guardando «dentro» le cose, che contengono una congerie di cose più piccole, in uno sforzo di comprendere e «spiegare il visibile complesso in termini dell' invisibile semplice» per citare una frase del francese Perrin. A quel tempo invece la spiegazione delle cose si trova «accanto» alle cose, in una sostanziale duplicazione della realtà, sdoppiata in due piani paralleli: un piano degli eventi e un piano delle spiegazioni degli eventi, non significativamente dissimile dal primo, in un quadro pressoché identico a quello dei Greci anche se «ben mille ed ottocento / anni varcàr poi che spariro». È chiaro che si tratta di una visione del mondo che sta celebrando i suoi ultimi fasti e che presto crollerà sotto i colpi della riflessione e della sperimentazione, ma è altresì comprensibile che molti oggi rimpiangano più o meno apertamente quel mondo, in cui tutto è chiaro e semplice, non c' è troppo da sapere ed è sufficiente credere in un numero limitato di affermazioni, sulla materia, sulla mente e sullo spirito. Sono passati sette secoli e di tutto questo è rimasto ben poco, anche se sono sicuro che in cuor loro molte persone il mondo se lo immaginano più o meno come lo ha rappresentato Dante, con il suo al di qua e il suo al di là. Questa è la forza della poesia e della rappresentazione poetica. Su uno sfondo naturale povero e intrinsecamente poco problematico si muovono gli esseri umani, con i loro contrasti e i loro drammi, figure a tutto tondo, spesso titaniche, che si agitano contro fondali da opera pastorale. Si ha qui l' assoluta centralità dell' umano: umano è il problema, umane le soluzioni, gli errori ed eventualmente i rimedi in una visione esaltata e piena di chiaroscuri tipica di un atteggiamento adolescenziale. Adolescenziale è la compresenza di grande modestia e smisurato orgoglio, incertezza e ostinazione, capacità di porsi al centro, un centro spesso dolente, dell' universo e del suo dramma. Questi tratti della personalità poetica dantesca, già chiaramente presenti nella Vita Nova riaffiorano nell' impostazione del poema maggiore. Dante sta per partire per un viaggio d' iniziazione che ha dell' adolescenza tanto l' esigenza di un' educazione sentimentale quanto quella di una «risistemazione» mentale delle cose della vita e della storia, rimesse a posto secondo i criteri di una giustizia superiore, inevitabilmente e protervamente soggettiva. È un tributo pagato ai giusti e una vendetta postuma consumata ai danni di peccatori e ipocriti, magari osannati e premiati in vita, per non parlare di quegli sciagurati, gli ignavi, «che mai non fur vivi». In questa selva dell' umano operano essenzialmente tre forze, espressione di altrettante istanze: le passioni, la ragione e la fede, impersonate rispettivamente dalle tre fiere, da Virgilio e da Beatrice e le altre due «donne benedette». La ragione, si noti, è una, rappresentata da un solo personaggio, contro la molteplicità dei simboli delle altre istanze: una strozzatura, una via di congiunzione, si direbbe innaturale, fra il mondo terreno e quello celeste, un varco, un tramite, l' espressione di una hybris conoscitiva e normativa, ciò che ci situa a mezza strada fra gli animali e gli angeli, ma che ci fa anche capire che non siamo né questi né quelli; piuttosto un' anomalia, uno sgarro, un virus nel computer del mondo. Ma anche gli unici che lo possono notare. Il ricorso ai simboli e al linguaggio dell' allegoria sembra quasi inevitabile in un mondo che vive su due piani. E di simboli nel poema ce ne sono tanti e tanto se ne è discusso. Assente al tempo degli classici, dove il simbolo non allude che a se stesso, il dibattito sul valore dell' allegoria nell' economia di un' opera poetica si inaugura più o meno ai tempi di Dante e si tratta di un esordio fragoroso, data la massiccia presenza delle simbologie nella sua opera. Considerata da un certo punto di vista la presenza di tutta questa simbologia non può che risultare fastidiosa e ingombrante: sul vero significato della selva e del monte, delle tre fiere, del Veltro, delle donne benedette e via discorrendo si sono versati fiumi di inchiostro. Tutto ciò appartiene però più al farsi della poesia che al suo godimento. La Divina Commedia può essere letta infatti in modo del tutto indipendente dal significato simbolico di molte sue figure. Le immagini e le espressioni alate vivono di una loro vita autonoma e ci catturano per la loro forma e il loro contenuto manifesto. Ma c' è nella mente di Dante e nel suo cuore un doppio piano di realtà, dal quale non si può prescindere se si vuole intendere la sua poesia e la sua anima. Dietro il contenuto immediato ci sono i simboli la cui concezione ed elaborazione costituisce una sorta di disciplina interna per il poeta, un modo sostanzialmente equivalente allo studio «matto e disperatissimo» del giovane Leopardi, per accogliere non impreparato l' ispirazione che, come la fortuna, viene quando viene, ma ha bisogno di un terreno lavorato. E anche un modo per essere poeta e al tempo stesso sentirsi degno di un' attività edificante, un morale negotium come lui stesso definisce nell' epistola a Cangrande la redazione dell' opera.

Corriere della Sera 28.5.04
DISCUSSIONI / GIUSEPPE SERMONTI REPLICA A EDOARDO BONCINELLI
Ma l’universo del divin Poeta rende visibile l’invisibile
E i simboli rimandano a ciò che la scienza non spiega
di Giuseppe Sermonti


L’universo di Dante, annuncia il Corriere del 25 maggio, sarà presto ribaltato dalla scienza moderna. La Divina Commedia diventerà un’opera minore, una reliquia. Si impegna a dimostrarlo il genetista Edoardo Boncinelli. Invano le invocate Muse e l’«alto ingegno» vengono in aiuto di Dante e del suo universo. «E’ chiaro - scrive Boncinelli - che si tratta di una visione del mondo che sta celebrando i suoi ultimi fasti e che presto crollerà sotto i colpi della riflessione e della sperimentazione». Mio fratello Vittorio Sermonti, che va leggendo e commentando Dante nelle belle chiese d’Italia, dovrà lasciare il campo a un altro genere di divulgatori che illustrino, in qualche stazione ferroviaria o deposito di autobus, la bellezza della traslocazione cromosomica o delle orbite di Bohr?
Secondo Boncinelli, i processi materiali possono essere spiegati solo guardando «dentro» le cose, nel submicroscopico, che contiene la spiegazione di quello che appare ai sensi. Lo disse il Nobel Jean-Baptiste Perrin (1870-1942), che Boncinelli cita: la scienza cerca di «spiegare il visibile complesso in termini dell’invisibile semplice». C’è un fondo di moralismo in questo enunciato, perché il visibile e il complesso sono sensuali, rispetto all’ordine elementare del submicroscopico.
Ma Perrin sbagliava. Gli invisibili fisico o biologico non sono per nulla semplici. La fisica subatomica ha evidenziato, in ogni atomo, quasi cento particelle, alcune delle quali, i quark, inafferrabili. Per spiegarne le vicende è dovuta ricorrere alla logica della meccanica ondulatoria (per cui alcune entità sono allo stesso tempo onde e particelle), a concetti come l’antimateria, i buchi neri, lo spazio curvo e la non località. La biologia molecolare ha scoperto in ogni invisibile cellula un patrimonio di tre miliardi e passa di nucleotidi, decine di migliaia di geni e almeno dieci volte tante proteine. Sempre più grandi computer sono richiesti per raccogliere la sterminata informazione accumulata dai fisici della materia o dai biologi molecolari. La semplicità di Perrin non esiste. E' più complicata una cellula, osservò René Thom, che un organismo. Un atomo che una sedia.
Lo scienziato eccepisce che se anche la semplicità dell'invisibile non è così semplice è pur essa soltanto che ci consente di capire il visibile. Dal lato biologico che mi compete debbo dire che non è per nulla così. «Più ci si avvicina al livello molecolare - ha scritto R.E. Dickerson - nello studio degli organismi viventi, più simili questi appaiono e meno importanti divengono le differenze fra, per esempio, una vongola e un cavallo». In altre parole, in termini di submicroscopia biologica non sappiamo spiegarci perché una vongola è una vongola e un cavallo è un cavallo.
La scienza del submicroscopico ci ha presentato un mondo differente da quello dell’esperienza e della logica comune, un mondo insensato, capovolto e folle, veramente un «altro mondo», che ha perso contatto con questo mondo, più di quanto la dantesca realtà ultramondana si sia allontanata dalla vita terrena. L'uomo scienziato, per citare una famosa espressione di Jacques Monod (1969), si trova ai margini di un universo «sordo alla sua musica, indifferente alle sue speranze, alle sue sofferenze, ai suoi crimini».
Il futuro, caro Boncinelli, non è nell'atomismo o nel riduzionismo, le microspiegazioni stanno facendo il loro tempo. Sta riprendendo corpo la tendenza verso le macrospiegazioni, verso lo studio della totalità strutturata, quale la formulò Hans Driesch (1867-1941). La forma organica non è un prodotto laterale (e pletorico) di un contesto microscopico, ma una realtà autonoma, che tende verso se stessa e si ripete nelle generazioni. Secondo lo zoologo Adolf Portmann (1960) l'«aspetto esteriore» non è un optional, ma è ciò che dà significato all'animale e lo presenta al mondo. L'olandese Buytendijk chiama questa proprietà «valore esibito dell'esistenza» e Portmann usa il termine di Darstellungswert (valore di presentazione). «La proprietà più significativa delle forme organiche - scrive - è quella di rendere manifesta, nel linguaggio dei sensi, la peculiare natura dei singoli esseri viventi».
La verità è oggi considerata come un derivato (statistico) della realtà, una sua «iperbole», scrive Vittorio. Dante e il suo tempo seguivano il processo inverso.
« La realtà non era che una delle possibili manifestazioni simboliche, grazie alle quali l'uomo può intravedere, presentire, la Verità. Verità che è, in eterno, presente in Dio ». La nuova scienza della morfologia, come espressione di archetipi costanti, è uno dei capitoli più affascinanti della biologia moderna, al di là delle inadeguate letture molecolari. «Ogni forma propria - ha scritto René Thom - aspira all’esistenza e attrae il fronte d'onda degli esseri».
Dante è grande per le «verità» che intravede, offre all'esistenza e compone in leggi nel ritmo dei versi e nella cadenza delle rime. Parafrasando quel che V.I. Verdansky dice in merito alla «noosfera» (la sfera del pensiero), si può dire che la Commedia «è un nuovo fenomeno geologico sul nostro pianeta».

(*) Biologo

ancora lettere ad Augias sull'elettrochoc
«gli specialisti in maggioranza si esprimono a favore»...

una segnalazione di "Dicta" Cavanna

Repubblica 28.5.04
Malattia mentale, i pro e i contro dell´elettrochoc
di CORRADO AUGIAS


Gentile dottor Augias, sono una psichiatra, conosco le difficoltà delle famiglie con un malato mentale in casa, sono convinta che si potrebbe fare di più. Un collega ha descritto giorni fa la pratica dell'elettrochoc in termini che non corrispondono alla realtà o almeno alla realtà che io ho conosciuto e nella quale mi sono formata.
Ho assistito a un certo numero di terapie elettroconvulsivanti, effettuate tutte con anestesia generale eseguita solo dopo che la visita anestesiologica, gli esami ematochimici e strumentali avevano escluso la presenza di controindicazioni somatiche e se il paziente aveva firmato, senza costrizione, il consenso. Inoltre, durante l'applicazione era presente, oltre allo psichiatra specialista in elettrochoc, un anestesista rianimatore con l'attrezzatura utile a una pronta rianimazione se necessaria.
Quella terapia resta, se correttamente utilizzata, un rimedio importante ed efficace in certe patologie psichiatriche gravi, ha come obiettivo il bene del paziente ed il miglioramento della sua qualità di vita, non va demonizzata.
Stefania Sartini
Dipartimento Salute Mentale, Lucca


Gentile dottor Augias, sono un neuropsichiatra con 40 anni di esperienza ospedaliera e 50 di esperienza professionale, allievo di Ugo Cerletti, inventore dell'elettrochoc. Il collega di Lecce, intervenuto giorni fa, non è informato correttamente.
In sintesi: la terapia elettroconvulsiva (termine che da anni in dottrina ha sostituito quello primitivo di elettrochoc) è praticata in tutto il mondo (elettroconvulsive therapy).
Fin dagli anni Cinquanta tale terapia viene praticata in una anestesia che sopprime la fase convulsiva e altri effetti collaterali, che sono stati molto enfatizzati. Attualmente la tecnica è progredita e nelle apparecchiature moderne per l'elettroconvulsione sono monitorate tutte le funzioni biologiche.
Di tali apparecchiature si sono fornite varie strutture della sanità pubblica. Negli anni le indicazioni si sono progressivamente ridotte agli stati depressivi resistenti ad altri trattamenti.
Carmine D'Angelo
Primario Ospedale psichiatrico S. Maria della Pietà, Roma


La discussione sulla terapia delle malattie mentali ha suscitato moltissimi interventi che in questa sede ho potuto pubblicare soltanto parzialmente e per stralcio. La maggior parte delle risposte, tutte di specialisti, sono state in favore della terapia elettroconvulsivante (elettrochoc) che oggi, si assicura, può essere eseguita in condizioni incomparabili con quelle primitive di una volta.
Alcuni però, tra questi il dottor Alessandro Pratelli, psicologo clinico (uuulan@libero.it) che opera in un Crt del milanese, si dicono convinti che la vera terapia consista nel mettere il malato in condizione di frequentare "i luoghi dove si vive la vita vera: nel mondo del lavoro, nelle case, nei luoghi ricreativi".
Non ho titoli per intervenire in una discussione che è non solo delicatissima ma altamente specialistica. Come tante altre persone comuni so soltanto che la situazione di molti malati mentali, e delle loro famiglie, è intollerabile e che qualche rimedio che non sia la precarietà o l'eroismo di pochi andrebbe trovato. Prima che le cronache debbano registrare altri lutti.

la Federazione europea di psicoanalisi...

una segnalazione di Alessio Ancillai

Corriere della Sera 28.5.04
ELZEVIRO L’uso pubblico della scienza
La storia sul lettino dello psicoanalista
di EMMA FATTORINI


Out reach, come raggiungere l'esterno. Con questa efficace definizione la Federazione europea di psicoanalisi esprime il bisogno di «arrivare» ai grandi problemi contemporanei. Nella sua storia la psicoanalisi ha preferito non esprimere giudizi morali, se non di fronte a eventi eccezionali: la Shoah, le guerre mondiali, l'atomica. E solo se incalzata dall’esterno, come quando fu chiesto a Freud un giudizio sulla guerra. Nella seconda metà del Novecento, poi, si è esposta solo in casi circoscritti. Quando, ad esempio, gli psicoanalisti argentini si chiesero se fosse legittimo prendere in analisi un torturatore e decisero per il no.
Uno statuto disciplinare fortemente ancorato ai propri codici interni, una necessaria autodifesa per non diventare l'ennesima ideologia del Novecento, l'orgogliosa rivendicazione di non avere altra morale se non il rispetto rigoroso del setting e del transfert, i pericoli di mettere la storia sul lettino: tutto ciò ha portato la psicoanalisi a diffidare saggiamente di un suo possibile «uso pubblico».
Ora, una rinnovata sensibilità sembra spingere la psicoanalisi verso l'esterno, fuori da quella sorta di autoreferenzialità che stava rischiando di opacizzarla, come se fosse ormai impossibile anche per questa disciplina non interrogarsi sul piano etico generale e non solo individuale.
In primo luogo la bioetica. Qui la psicoanalisi sembra ripartire dal cuore del problema: come è cambiata l'identità della persona, che cosa ne definisce la maturità? Essa non sarebbe più determinata dal grado di coerenza e misurata in termini di forza dell'Io. Nell'ultimo numero della rivista di studi psicoanalitici Richard e Piggle , dedicato al tema «Nascere nell’era delle biotecnologie», che è stata presentato nei giorni scorsi a Roma presso la Fondazione Olivetti, la psicoanalista Paola Marion ha parlato della «fine di uno schema identitario rigido» che deve essere elaborato in una nuova coscienza sociale.
Il pensiero cattolico vede in questa identità debole e plurima una delle cause del relativismo etico, mentre un certo pensiero filosofico la fonte di una predominanza della tecnica che ci sovrasta e non possiamo controllare. Da sponde diverse si vede nello sviluppo della tecnica un esito catastrofico.
Nuovi campi nell’ambito delle neuroscienze, con importanti scoperte circa le funzioni del cervello, vengono in soccorso della tecnica. Ad esempio a proposito delle afasie o dell'amnesia infantile. Se ne parla in un libro affascinante: La babele dell'inconscio. Lingua madre e lingue straniere nella dimensione psicoanalitica , Cortina editore. Scritto da tre studiosi che hanno vissuto nella loro biografia una sorta di plurilinguismo, emblematico della cultura cosmopolita della generazione intermedia di psicoanalisti: J. Amati Mehler, Simona Argentieri e Jorge Canestri.
Un lavoro pionieristico e originale, per la rara capacità di riunire dati derivati dalla esperienza clinica, su pazienti plurilingui, per approdare alle relazioni tra memoria, ricordo e conoscenza. Un intreccio che dalla struttura linguistica illumina i cambiamenti dell'inconscio.
I segni di un nuovo occhio analitico sul mondo si stanno moltiplicando anche ai livelli alti della ricerca. Per giugno la società di psicoanalisi tedesca, particolarmente sensibile al tema della violenza, ha organizzato una conferenza sui rapporti tra psicoanalisi e terrorismo. La International Psychoanalytic Library pubblica ora una interessante ricerca su Psychoanalytic Insights on Terror and Terrorism di Sverre Vorvien e Varnik D. Volkan.
Anche in Italia è uscito un libro sulla violenza: Traumi di guerra. Un’esperienza psicoanalitica in Bosnia-Erzegovina (Manni editore). Si tratta del lavoro di quattro psicoterapeute di Bologna, che dal 1994 al 2000 hanno aiutato le loro colleghe bosniache nella cura dei sopravvissuti. A guerra finita, quando la pace arriva e la desolazione continua, non si sa più in cosa sperare e allora la depressione diventa totale, spiega una delle psicoanaliste, Maria Chiara Risoldi. Come intervenire, quali strumenti fornire a operatori, soldati in missione di pace, volontari? Non già una denuncia della psicoanalisi contro la guerra, ma un vero lavoro «sul campo», in cui il coinvolgimento professionale ha un preciso contenuto etico.
La violenza della guerra e i suoi traumi, già analizzati da Freud, sono stati oggetto di studi interessantissimi a proposito del primo conflitto mondiale. Le modifiche della personalità durante la logorante vita di trincea sono assurte a metafora dei cambiamenti delle strutture mentali nella modernità.
L' Unheimlich, tutto ciò che è strano, bizzarro, sconosciuto. Quella «terra di nessuno», tra una trincea e l'altra. Il nemico non più solo come l'altro minaccioso, ma come presenza invisibile e sconosciuta: il sapere che c'è, senza riuscire a identificarlo. Una sensazione di smarrimento di sé prima ancora che di paura reale. Quanto di questo disorientamento è contenuto oggi nell'imprevedibilità disarmante della violenza terrorista? Una pista di ricerca fondamentale oggi: la paura di un nemico che può essere dappertutto e non si vede mai.

lo junghiano Hillman, Hopper e le finestre
«la guerra ha le sue radici nel cosmo» (sic!)

Hillman: "Vi spiego le sue finestre"
intervista con il pensatore junghiano

Proprio in questi giorni la Tate Modern di Londra gli dedica una grande antologica
Il celebre analista terrà oggi a Roma una conferenza sul popolare pittore americano
di LEONETTA BENTIVOGLIO


Firenze. Oggi alle 18, nella Facoltà di Architettura a Valle Giulia di Roma, in un incontro che, considerata la sua fama stellare, è facile prevedere acclamatissimo, James Hillman, il pensatore junghiano più carismatico e abilmente mediatico del nostro tempo, terrà una lecture dal titolo misterioso e bellissimo, semplicemente: Finestre. Sottotitolo: Gli occhi dell´immaginazione architettonica - Con speciale riferimento ad Edward Hopper. Ed è con magistrale quanto inconsapevole tempismo che la conferenza combacia quasi alla perfezione con l´apertura (avvenuta ieri) dell´antologica che la Tate Modern di Londra dedica a Edward Hopper, presentandola come la massima retrospettiva mai realizzata in Europa sul lavoro dell´artista americano. Potente portavoce dell´immaginario occidentale, capace di influenzare il cinema, la letteratura e la cultura popolare con i suoi affreschi nitidi e struggenti, i suoi interni raggelati in sospensioni metafisiche, la tragica quotidianità dei suoi personaggi, Hopper è un tema d´inesauribile forza evocativa. E un soggetto ideale per uno studioso come Hillman, esploratore accanito, da oltre un cinquantennio (è nato nel ´26, ad Atlantic City, e ha iniziato la sua attività come terapeuta, prima di conquistare un successo planetario con testi come Il codice dell´anima, Puer Aeternus, La forza del carattere, e Il sogno e il mondo infero), dei miti su cui poggia l´inconscio collettivo.
«La mia lecture sulle finestre e su Hopper è soprattutto un messaggio per gli architetti», premette Hillman, accomodato con placida esultanza sulla terrazza fiorita di un albergo di Firenze, dove, prima di giungere a Roma, ha accompagnato la moglie Margot McLean, giovane signora delicata e avvenente che dipinge come per contrasto serie inquietanti di uccelli aguzzi come lame, esposte in questi giorni, insieme alle opere di un´altra pittrice americana, Sandy Gellis, in due spazi fiorentini, "La Specola" al Museo di Storia Naturale e la Galleria Falteri. «Oggi gli architetti», prosegue Hillman, «devono osservare la pittura, da cui possono imparare molto. Come Hopper sapeva bene, la finestra è il focus, l´anima dell´edificio, il suo sguardo all´interno. E´ all´importanza di questo sguardo e ai valori psicologici del disegno che vanno ricondotti gli architetti, i quali, negli anni del postmodernismo, hanno perso profondità. Da qui l´enfasi data alla facciata, all´edificio considerato solo dall´esterno: dentro e dietro la facciata, il vuoto del nichilismo». E aggiunge che quello dell´architettura «è un mio interesse coltivato da tempo, da appassionato amateur», come dimostra il libro L´anima dei luoghi, che esce in questi giorni pubblicato da Rizzoli (152 pagg, 14 euro), e che è composto, oltre che dal saggio di Hillman che dà il titolo al volume, da una sua lunga conversazione con l´architetto Carlo Truppi.
Professor Hillman, torniamo sul soggetto della sua conferenza: le finestre, e il loro ruolo nei quadri di Hopper.
«Voglio concentrarmi sul senso decisivo in pittura, ma anche nel cinema, della funzione della finestra per l´immaginario. Il mostro arriva dalla finestra, il buio della notte pulsa oltre la finestra, la strada corre fuori dalla finestra, c´è una donna affacciata alla finestra. Hopper era un genio delle finestre, guardate da dentro e da fuori, intese sia come veicolo di libertà che come sentimento di nostalgia dell´interno. Geni delle finestre, in questo senso, erano anche Rembrandt, Vermeer e tutti i pittori più grandi. Nelle stanze di Bonnard, negli interni di Matisse, in molti quadri di Picasso, ovunque ci sia una storia, da qualche parte c´è anche una finestra. Che è esperienza dell´anima, apertura sull´interiorità. Per il pittore non è una scelta razionale: c´è un sentimento che lo guida al di là. Se manca l´al di là - e in tutto ciò che è nichilista manca - la finestra è solo una banale costruzione per la luce e l´aria. La finestra guarda in, verso l´interno, come una porta d´accesso all´anima. In è senza dubbio la parola chiave in analisi: è la direzione del movimento psicologico, è la posizione privilegiata dei valori dell´anima».
Può spiegare la grandezza specifica di Hopper?
«La sua arte si fonda sulla psiche umana e sull´architettura. I suoi avventori solitari, gli ambienti immersi nel silenzio, le scene come viste nel distacco di una lastra di cristallo, tutto nei suoi quadri vive in stanze, automobili, uffici, scompartimenti di treno, motel, desolati bar notturni? Non c´è pittura en plein air come nell´impressionismo francese, né la vitalità dei paesaggi esterni di Van Gogh, dove l´architettura è presente solo nel quadro La camera da letto, col suo inusuale impiego della prospettiva e la deformazione della stanza. Hopper, piuttosto, è un interprete profondo delle relazioni umane, e mostra il potere che ha su di esse l´architettura. Egli sa quanto l´anima dell´edificio influisca sull´anima delle persone. Spesso c´è esagerazione nelle sue finestre: troppo vetro, dimensioni enormi, sproporzioni evidenti tra la struttura della finestra e gli individui. Spesso la luce è tremenda, smisurata. Spesso la morte può parlarci attraverso il mistero delle sue strade e i suoi blocchi di edifici con finestre chiuse o nere, come sguardi serrati sull´anima. Per questo non c´è realismo in Hopper, sebbene le sue scene siano intensamente reali».
Perché, secondo lei, è sempre stato un pittore tanto popolare?
«Perché c´è familiarità nelle sue immagini. Perché è diretto e esplicito nel presentare situazioni. Perché la sua pittura ha la virtù della sincerità. Perché sa offrirci la creazione di un mondo, non la sua registrazione. Tutto ciò che ci mostra è pervaso di memoria e simpatia, e al tempo stesso di distanza e imperativi formali».
Nel suo nuovo saggio L´anima dei luoghi lei denuncia la perdita di ogni nostra reazione all´estetica, con l´esito di una sorta di anestesia generalizzata nei confronti dell´immagine. Crede che sia possibile un recupero?
«È difficile uscirne. L´anestesia domina la nostra vita: in senso farmacologico, innanzitutto. Si prende una pillola appena si avverte il dolore, a volte persino per prevenirlo. Anche i rumori, tremendi ovunque, ci anestetizzano, come le luci: non sappiamo più cos´è l´oscurità totale. Dov´è possibile trovarla? Il gusto, poi, è appannatissimo dagli eccessi di uso di sale e zucchero nel cibo. E c´è l´anestesia psicologica, che è una difesa naturale: se si è troppo sensibili psicologicamente, in questo nostro mondo bombardato da sollecitazioni si rischia la follia. Per difendersi è necessario chiudere i sensi e l´immaginazione. Per questo solo le immagini delle torture in Iraq potevano darci la consapevolezza della guerra».
Prima non ne eravamo consapevoli?
«Non veramente. La guerra in Iraq è spaventosa in senso morale, politico e fisico, ma solo la crudezza patologica di quelle immagini poteva indurci a prenderne coscienza. Come sapeva Goya (ancora un pittore!), e come ha dimostrato il filosofo francese Gaston Bachelard, l´immagine, per penetrare la mente e smuovere emozioni, deve essere contorta e paradossale, di horror assoluto. La guerra è stata orribile fin dal primo giorno, ma prima di quelle immagini era per noi un concetto astratto. Per questo in America non si parla dei 5000 feriti della guerra. Si parla invece degli 800 morti, perché la morte, in quanto metafisica, non ci colpisce. Le ferite invece sono fisicissime: ustioni, occhi accecati, volti mutilati, arti tagliati? Impossibile sostenerne la visione. Come nel caso delle torture. Non quelle che riguardano la sfera della sessualità, mai scioccante, data la quantità di pornografia e fantasia orgiastica in cui è immersa la nostra civiltà. Le torture intollerabili da vedere sono quelli in cui compaiono cani, fili elettrici?».
Ed è di guerra che parla anche il suo nuovo libro.
«S´intitola A Terrible Love of War, è appena uscito in America e in Italia sarà presto pubblicato da Adelphi. È un saggio di natura fenomenologica fondato sull´idea che la guerra ha le sue radici nel cosmo, nel senso che, al contrario della pace, è ontologicamente fondamentale. Da Eraclito a Thomas Hobbes e a Kant, non è un´idea nuova. Ma torno a esplorarla in modo pieno e profondo, partendo da un´indagine sui miti e le divinità pagane. È un libro a cui pensavo da vent´anni».

un nuovo archivio per la storia delle donne
ma in chiave teologica!?

Repubblica ed di Napoli 28.5.04
Nasce la Fondazione Valerio: "Un archivio della cultura femminile"
Tutte le donne dietro la Storia
di ROSA VISCARDI


Far emergere e valorizzare il pensiero e le azioni delle donne evidenziando la presenza femminile nel cammino delle società attraverso la ricerca, la conservazione, la pubblicazione di fonti e documenti relativi alla loro storia, a cominciare da quanto è custodito negli archivi e nelle biblioteche del Mezzogiorno. Questo si prefigge la "Fondazione Pasquale Valerio per la Storia delle Donne", che s´inaugura oggi sotto il patrocinio dell´Università Federico II.
Ideatrice e promotrice del progetto è la storica e teologa Adriana Valerio, che nell´ateneo fredericiano insegna Storia del Cristianesimo e delle Chiese. «Ho pensato che creare una fondazione - di cui sarà presidentessa a vita, sottolinea con un sorriso - potesse garantirmi una certa libertà di manovra. Troppo spesso le istituzioni, nonostante le ottime intenzioni dei loro rappresentanti, finiscono per risultare poco fattive». E se la professoressa rifugge qualcosa è la mancanza di concretezza. La sua fondazione, infatti, è nata nel giugno del 2003. «Ma non ho voluto inaugurarla subito - puntualizza - per evitare di fare semplici dichiarazioni programmatiche e poi, magari, farle cadere nel nulla». Così oggi, assieme alla Fondazione, verrà presentato anche il primo volume dell´"Archivio per la Storia delle Donne", che ricopre una sua specificità nella pubblicazione esclusiva del pensiero al femminile.
«Mancava, nell´ambito degli studi di genere - spiega Adriana Valerio - uno strumento che desse integralmente conto di fonti inedite e aperte a molteplici letture. Il confronto con testi redatti nel volgare usato da donne di media cultura, ad esempio, può tornare particolarmente utile, oltre che agli storici e ai teologi, pure agli storici della lingua».
L´appuntamento è alle 17,30 nella chiesa dei santi Marcellino e Festo, in largo San Marcellino 10. Dopo il saluto del sindaco Rosa Russo Iervolino, interventi del rettore della Federico II Guido Trombetti, del presidente del polo delle Scienze umane e sociali Giuseppe Cantillo, del preside della Facoltà di Lettere e Filosofia Antonio Nazzaro, del direttore del dipartimento di Discipline storiche Giovanni Muto. Poi gli storici Giuseppe Galasso, Irmtraud Fischer e Roberto Rusconi presenteranno il primo tomo dell´"Archivio per la Storia delle Donne", edito da D´Auria. Alle 19 un concerto dell´Alma Mahler Sinfonietta, diretta da Stefania Rinaldi. In programma brani di compositrici otto e novecentesche come Henriette Bosmans, Alma Mahler, Teresa Procaccini, Clara Schumann.
Direttrice dal 1999 al 2001 all´Istituto Suor Orsola Benincasa del centro Adelaide Pignatelli per gli studi storico-religiosi e attuale presidentessa - la prima italiana in vent´anni - dell´European Society of Women for Theological Research, in qualità di consigliera nella consulta femminile della Regione Campania la Valerio ha avviato il progetto Dracma per la valorizzazione del patrimonio archivistico partenopeo. Ha ben chiare, perciò, le condizioni in cui si trova a operare. «In altre parti d´Italia, da Firenze a Roma a Milano, sono attivate da tempo innumerevoli iniziative per dare risalto ai materiali conservati negli archivi e nelle biblioteche locali. A Napoli questo spirito manca. Anche per carenze strutturali, inutile negarlo. Ma il valore documentario delle fonti è straordinario e la storia della città merita migliore considerazione».
Adriana Valerio immagina adesso, per la città e per la Regione, un «archivio della memoria che dia visibilità e considerazione della cultura e della tradizione laica e religiosa femminile». Varrà la pena cogliere l´occasione, o quello che è forse un segno del destino. «La Campania, al momento, ha la fortuna di avere cinque direttrici degli archivi - Napoli, Salerno, Benevento, Caserta, Avellino - e una sovrintendente ai beni archivistici: ben sei donne. Munite, in quanto tali, della sensibilità necessaria a tenere nella giusta considerazione il patrimonio di cui sono responsabili che, di norma, non lascia emergere la presenza femminile».
Sintomatici di tale "norma" i risultati cui hanno portato le ricerche condotte, nell´ambito del progetto Dracma, in collaborazione con l´Archivio di Stato, sull´anno giudiziario 1930. «Le schede d´archivio registrano di norma, appunto, il nome di chi compie un delitto e il suo movente. Compilando una nuova scheda, attenta anche al coinvolgimento femminile nel caso, abbiamo aggiunto un´altra voce: chi il delitto lo subisce. In questo modo, nei fatti di sangue, abbiamo potuto rilevare il coinvolgimento sia maschile sia femminile. Spesse volte, come sappiamo, le donne subiscono il delitto. Eppure la loro presenza non appare se non svolgendo la ricerca in maniera da porre determinate domande agli incartamenti».
Deriva da questa esperienza il progetto d´inventariare il patrimonio degli archivi con schede strutturate in maniera da rintracciare la presenza femminile anche laddove sembrerebbe non esistere. Il Fondo Doria della Biblioteca Nazionale, ad esempio. «Fondo indubbiamente maschile, eppure ricchissimo di documentazione femminile. Perché il Doria, molto interessato alla dimensione del viaggio, lo era altrettanto, di conseguenza, alle figure delle viaggiatrici».
È sufficiente, insomma, interrogare nel modo giusto le fonti disponibili per mettere in luce, anche dove sembrerebbe non essercene traccia alcuna, un vissuto al femminile. Sia pure di riflesso e in subordinazione al vissuto maschile. «Personalmente, da teologa, ho studiato i fondi dei processi relativi al clero, quindi apparentemente lontanissimi dalla componente femminile. E invece riguardanti, per lo più, violenze carnali o casi di concubinato. A ben vedere, quindi, relativi non agli uomini, bensì agli uomini in rapporto alle donne. O meglio, all´annoso problema della convivenza tra uomini e donne».
Non è casuale che la Fondazione Valerio sia intitolata al padre di Adriana, Pasquale, studioso di Dante e di mistica cristiana. Scelta precisa, meditata, dal duplice significato. «Innanzitutto è una Fondazione di famiglia, dedicata dai suoi cinque figli a un padre perso troppo presto. Poi, portando il nome di un uomo e interessandosi alle donne, sarà chiaro che non si tratta di un´iniziativa fatta esclusivamente dalle donne e per le donne, che vuole essere un luogo d´incontro e non di separazione. Nel comitato scientifico, ovviamente, ci sono degli uomini. Per secoli abbiamo studiato la cultura maschile, è tempo che loro studino la nostra. Deve essere un processo reciproco, improntato all´arricchimento culturale. La ghettizzazione di genere va superata anche in ambito accademico, dove purtroppo, a tutt´oggi, prospera».
La sede della Fondazione è a Palazzo Pignatelli, in Calata Trinità Maggiore. «Non poteva essere diversamente. Napoli è la città dove vivo, dove insegno e dove la mia famiglia - bisnonno garibaldino, nonno medico dei Pompieri, zia tra le primissime italiane laureate - è da sempre radicata». Ma il respiro dell´iniziativa è internazionale. «È già stata stipulata una convenzione con l´Università Teologica di Salamanca per una ricerca sugli archivi spagnoli, arriveranno altri accordi con le accademie europee, probabilmente apriremo una sede a Ginevra. La cultura napoletana non merita il provincialismo»

giovedì 27 maggio 2004


LE LEZIONI DI CHIETI

La lezione di Sabato 22 Maggio

del prof. MASSIMO FAGIOLI

e le lezioni di venerdì 21 e di sabato 22
della prof.ssa FRANCESCA FAGIOLI
e del prof. ANDREA MASINI

sono disponibili

su MAWIVIDEO.IT

una nuova prospettiva professionale per gli psicologi italiani:
a Baghdad!

Il Gazzettino di Venezia 27.5.03
PORDENONE Anche donne nel gruppo di ufficiali specialisti partiti per Baghdad al seguito della Brigata Pozzuolo
Psicologi in prima linea a sostegno dei soldati


Pordenone. Gli psicologi saranno impegnati in Iraq a sostegno dei soldati della Brigata Pozzuolo del Friuli. Sono degli ufficiali arruolati nella "Riserva selezionata" dell'Esercito che, ieri sera, sono partiti dall'aeroporto di Ronchi dei Legionari con destinazione Nassiriya. Tra loro anche delle donne, il cui compito sarà quello "affiancare" i soldati impegnati nella missione "Antica Babilonia". Il susseguirsi di attacchi al contingente italiano da parte dei miliziani sciiti, ha spinto lo Stato maggiore dell'Esercito a schierare in teatro operativo anche dei professionisti che per specifiche competente possono contribuire a "rasserenare" gli animi di chi è esposto quotidianamente a stress fisici e mentali. Con la partenza dei riservisti, si completa il trasferimento in Iraq della Brigata di cavalleria "Pozzuolo del Friuli" che, nei giorni scorsi, ha rilevato la 132. Brigata Corazzata "Ariete" nel controllo della provincia di Dhi Qar, dove concorrerà, alle dipendenze della Divisione multinazionale a comando inglese, a garantire le condizioni di sicurezza e stabilità nella regione, oltre l'afflusso e la distribuzione degli aiuti umanitari.
(...)

uno stato laico?
il patto Moratti - Ruini

il manifesto 27.5.04
Scuola e religione, il patto Ruini - Moratti
Ministro e capo dei vescovi firmano gli «obiettivi per l'insegnamento nella secondaria di primo grado»
Lode al governo La disciplina confessionale, commentano in Vaticano, si inserisce perfettamente «nel cammino di rinnovamento della scuola italiana»
MIMMO DE CILLIS


ROMA La chiesa italiana mette un altro puntello all'idea di scuola del ministro Moratti: dopo l'accordo siglato a ottobre 2003 sull'insegnamento della religione nella scuola dell'infanzia e primaria ed elementare, ieri il cardinale Camillo Ruini, presidente della Conferenza episcopale italiana, e il ministro dell'Istruzione Letizia Moratti hanno firmato un documento di intesa sugli «Obiettivi specifici di apprendimento per l'insegnamento della religione cattolica nella scuola secondaria di primo grado». Un passo decisivo - spiegano al ministero - per assicurare il pieno collegamento tra l'insegnamento della religione cattolica (Irc) e la riforma del sistema di istruzione e formazione varata con la legge del marzo 2003.
Ora, per completare l'opera, manca solo la firma per gli obiettivi relativi alla scuola di secondo grado, per la quale, promette la Cei, vi sarà un impegno congiunto tra funzionari del ministero e rappresentanti della chiesa. Si tratta di «un ulteriore passo avanti per il pieno inserimento dell'Irc nel cammino di rinnovamento della scuola in Italia», recita un comunicato della Cei, redatto in toni trionfalistici. «In questo modo anche l'Irc, nella propria specificità, potrà dare un significativo contributo per favorire la convivenza civile, che la riforma in atto considera come uno degli scopi principali della comunità-scuola».
Secondo la presidenza della Cei, «l'insegnamento della religione cattolica nella scuola ha lo scopo di favorire la conoscenza e il confronto con il cristianesimo. Intende aiutare i cristiani ad approfondire la loro appartenenza religiosa e induce quanti cristiani non sono a confrontarsi lealmente con la religione che ha contribuito in maniera significativa a dare all'Italia un volto e un'identità».
I vescovi italiani sbandierano con orgoglio «la competenza degli insegnanti di religione, avvalorata dalla recente legge concernente il loro stato giuridico e l'adesione di massa a tale insegnamento, scelto da oltre il 92% degli studenti». Eppure, secondo un recente sondaggio dell'Eures, sarebbe favorevole all'insegnamento della religione il 61,6% degli italiani. A ritenerlo importante sono soprattutto gli over 50 con il 65%. La percentuale dei favorevoli scende con l'aumento dell'istruzione dell'intervistato: infatti, nota l'Eures, dice sì il 73,5% degli italiani con la licenza media contro il 65,7% dei diplomati e il 52,1% dei laureati.
Ma quello che spicca, in questa assoluta sintonia istituzionale, è il rapporto di stretta funzionalità fra il disegno di riforma della Moratti e gli obiettivi della chiesa che, seguendo una sua logica interna (che la scuola pubblica assume come propria), mira a «far comprendere ai fanciulli e ai preadolescenti i principi del cattolicesimo, patrimonio storico del popolo italiano, e i loro significati religiosi e culturali». L'obiettivo è perseguito, recita il documento della Cei, «attraverso una adeguata conoscenza dei contenuti e della storia della fede cristiana, con opportuni confronti con altre religioni e sistemi di significato». Progetto, questo, che sembrerebbe la pista più interessante, ma che viene condotto con un approccio tutto di parte che, in qualche modo, ne condiziona l'efficacia.
E mentre i laici mettono in discussione la presenza di un insegnamento religioso confessionale all'interno della «scuola di tutti», va notato che, come si afferma nei programmi del 1985, l'insegnamento della religione cattolica dovrebbe assumere una prospettiva storica più che confessionale.
Ma, nonostante le intenzioni del legislatore, a causa dell'ambiguità del testo programmatico, la disciplina ha mantenuto fino ad oggi il proprio carattere confessionale. Lo ribadisce un professore di religione in un scuola secondaria di Roma, ricordando che «gli stessi superiori esortano il docente a offrire una testimonianza esemplare della propria fede cristiana nel corso dell'itinerario didattico e all'interno del mondo della scuola, oltre che a inserirsi nel tessuto ecclesiale parrocchiale e diocesano». Non per nulla l'insegnante di religione, pagato dallo stato italiano, deve avere necessariamente il placet del vescovo.

convegni su sonno e sogno
e
sull'etica della ricerca

due articoli ricevuti da P. Cancellieri
il primo segnalato anche da Alessio Ancillai


bur.it 27.05.04
Universita' di Ancona
In fondo al sonno e dentro il sogno
A Medicina - Polo didattico di Torrette a partire da giovedì 27 maggio alle 18
La prima conferenza sarà del professor Elio Lugaresi.


"Morire, dormire, forse sognare…". Così recita Amleto nel più famoso monologo della storia del teatro. Ma la scienza ci dice che il sonno non è affatto "assenza", perché nel cervello continua a svolgersi un'attività regolata da tempi e ritmi definiti, che, se alterati, possono portare disturbi gravi alla salute e, a lungo andare, la morte. Qual è dunque la natura e qual è la funzione, per gli esseri animati essenziale, del sonno? E i sogni, di che natura sono: prodotto accidentale dei neuroni o messaggi dal subconscio? Nonostante i notevoli progressi delle conoscenze sui sistemi cerebrali di genesi e regolazione del sonno e della veglia, non è ancora chiarito in modo definitivo perché si dorme e perché si sogna. Sarà questo il tema di quest'anno degli Incontri di Scienza & Filosofia 2003, organizzato dai professori Fiorenzo Conti e Franco Angeleri nell'ambito di "A Medicina, di sera…", grazie alla collaborazione di Banca Etruria e della Fondazione S. Stefano.
Le conversazioni tenute da eminenti neurologi e fisiologi, ma anche da un'etnologa e da uno scrittore, sono dedicate soprattutto agli studenti, ma anche a un pubblico più vasto. Gli incontri si aprono giovedì 27 maggio alle 18 nell'aula magna della facoltà di Medicina (Aragosta) con la conferenza del professor Elio Lugaresi, direttore dell'Istituto di Neurologia Clinica dell'Università di Bologna, nonché del Centro sui disordini del sonno, e pioniere nel campo della ricerca italiana in questo campo. Parlerà su "Meccanismi e significato del sonno e del sogno".
Giovedì 17 giugno alla stessa ora e nella stessa sede, sarà invece un'etnologa, la professoressa Clara Gallini della Sapienza di Roma, a indagare sul significato attribuito nei secoli dalle diverse popolazioni a "L'interpretazione dei sogni".
"Il peso della veglia e le ragioni del sonno" sarà il tema con cui il ciclo riprende, dopo la sosta estiva, giovedì 30 settembre, che sarà trattato dal professor Giulio Tononi, docente della University of Wisconsin a Madison, un gradito ritorno agli Incontri di Scienza e Filosofia dell'Università Politecnica delle Marche: cercherà di dare una risposta alla domanda: "perché si dorme?".
Infine, mercoledì 13 ottobre, sarà il professor Giuseppe Longo, ingegnere elettronico, matematico e cibernetico, docente di Teoria dell'informazione alla facoltà di Ingegneria dell'Università di Trieste e direttore dei Laboratori di linguaggi scientifici e letterari della International School for Adavanced Studies (S.I.S.S.A.) di Trieste, scrittore e traduttore, che parlerà di "Anima ed esattezza: la scrittura del sogno".
Un calendario di incontri da mandare a mente, per un argomento tra i più misteriosi e insieme vitali.

Yahoo!Salute - mercoledì 26 maggio 2004, Il Pensiero Scientifico Editore
Fare ricerca su chi non sa comprenderla
Come effettuare ricerca in modo etico su soggetti non in grado di intendere e di volere? Un editoriale su The American Journal of Psychiatry si interroga e fa il punto sul dibattito in corso.


La ricerca su soggetti umani pone problemi etici che si esprimono nell’importanza di una scelta informata. Infatti sperimentare sull’uomo, seppure costituisce una fase necessaria del processo di sviluppo della medicina, comporta rischi e intrusioni. Proprio per questo motivo sono state sviluppate delle linee-guida che considerano prioritario il consenso e la piena informazione dei soggetti coinvolti in uno studio. Questo rende difficile e a volte impossibile effettuare ricerche sperimentali con criteri di scientificità, cioè basate su campioni casuali di soggetti, confrontati con altri soggetti di controllo che non ricevono terapie; inoltre in molti casi la conoscenza degli scopi e dei contenuti di un trattamento altera i risultati rendendone difficile l’interpretazione. Si tratta nonostante questo di un requisito irrinunciabile dal punto di vista del rispetto dell’individuo e dei suoi diritti.
Che dire tuttavia di quei soggetti che per loro natura, perché bambini o mentalmente disabili, non sono in grado di valutare, comprendere e decidere consapevolmente? Nell’ultima metà del secolo, osserva l’autore, abbiamo assistito a ripetuti cicli rispetto al modo di affrontare la questione: dall’abuso alla reazione protettiva, seguita dalla produzione di leggi a tutela dei soggetti deboli; a queste spesso la comunità scientifica reagisce protestando contro limitazioni della ricerca che finiscono a volte per andare contro gli stessi interessi dei pazienti. I tentativi di fornire una soluzione generale, operando adattamenti e modifiche delle leggi e direttive esistenti, si sono finora rivelati un parziale fallimento.
Dalla scoperta degli esperimenti dei medici nazisti si sono fatti grandi passi avanti; tuttavia la categoria dei pazienti psichiatrici, a differenza di quella dei bambini, non è ancora tutelata con chiarezza dalla legge. Questo vuoto legislativo è causato dal fallimento di una linea comune fra istituzioni legislative, etiche e di ricerca. La storia recente è significativa: alla fine degli anni ’90 la National Bioethics Advisory Commission, dopo uno studio ad ampio raggio, ha emesso un rapporto riguardante la ricerca su persone con disturbi mentali che impediscono la capacità decisionale, corredandolo con 21 raccomandazioni. Il documento ha incontrato l’opposizione degli operatori del settore, culminata in una serie di articoli critici sulle riviste specializzate, nei quali i comitati etici della ricerca sono descritti lavorare contro gli interessi della salute mentale. Fra una modifica delle raccomandazioni e una protesta del mondo psichiatrico, la situazione è rimasta invariata, perpetuando lo stato di vuoto legislativo. Il conflitto si sta facendo più complesso con l’aumentare nella popolazione della conoscenza e capacità di riflettere su certi problemi; questo induce gli organismi di controllo ad assumere posizioni anche più restrittive che in passato.
Un aspetto sottolineato da Robert Michels nel suo editoriale è il cambiamento nell’atteggiamento dell’utenza verso la ricerca medica, che è passata da una posizione di fiducia non informata a una di disinformata sfiducia. La consapevolezza degli interessi commerciali che si intrecciano ai progetti di ricerca, e la coscienza dei conflitti di interesse dei ricercatori, nonché un maggiore accesso alle informazioni, hanno reso il pubblico maggiormente consapevole dei rischi e delle incertezze della medicina, portandolo a una valutazione degli intenti della ricerca spesso sospettosa e basata su una conoscenza solo superficiale dei processi e dei criteri che la guidano.
Questa percezione va modificata, perseguendo con chiarezza l’obiettivo di una ricerca orientata prioritariamente al bene sociale. Questo significa, ad esempio, escludere dalla ricerca sui soggetti disabili quelle sperimentazioni cliniche in cui non c’è premessa per la libera pubblicazione dei risultati, o quegli studi sui farmaci i cui protocolli, invece di essere orientati a una maggiore chiarificazione, realmente utile per la pratica clinica, sono adattati in modo da garantirsi l’approvazione regolamentare. “Si tratta di un primo passo”, osserva l’autore, “che va esteso poi a tutti i soggetti umani di ricerca, se si vuole che l’opinione pubblica restituisca ai ricercatori medici la fiducia perduta”.

Bibliografia. Michels R. Research on persons with impaired decision making and the public trust. Am J Psychiatry 2004;5(161):777.

"big brother"
insegnamento della storia

Repubblica 27.5.04
Se la scuola non insegna la memoria
CORRADO AUGIAS


Caro Augias, i programmi scolastici, come avete dimostrato in modo eccellente con la tentata cancellazione di Darwin, sono documenti importanti per capire l'Italia di oggi. La storia lo è anche di più. Lo studio della storia significa ricerca libera della verità; per questo la storia, come diceva Péguy, «è il prodotto più pericoloso che la chimica dell'intelletto abbia elaborato». Oggi la storia fa paura, alla destra e alla sinistra. Dopo decenni di ideologie che hanno nascosto la realtà a un paese carico di una disperata energia quale oggi solo la Cina forse possiede, e ci hanno illuso di essere innocenti e perfino vincitori innocenti di un regime nazionalista e razzista che abbiamo inventato, vincitori di una guerra che abbiamo scatenato e perduto oggi siamo alla resa dei conti: il sistema Italia lungi dal produrre ricchezza scricchiola da ogni lato e ciascuno, individuo o corporazione, tenta di scavarsi un rifugio per affrontare un futuro che fa paura. Così l'insegnamento della storia viene sì mantenuto ma lo si trasforma in una svirilizzata favola edificante, cucita intorno all'Europa cristiana, unita e solidale nella stessa identità, senza le crociate, senza l'Inquisizione, senza Lutero e le guerre di religione, senza la caccia agli ebrei e alle streghe, senza la rivoluzione industriale, in una parola senza conflitti né oppressioni, di razza, di classe, di genere, con tanta apertura all'incontro con l'"altro" (una volta si diceva colonialismo). Sembra che l'invito alla «purificazione della memoria» di cui la Chiesa cattolica ha parlato al tempo del Grande Giubileo del 2000 qui si sia tradotto in una cancellazione dalla memoria. Gli insegnanti sono avvertiti: è questo che una società chiusa e terrorizzata dal futuro chiede loro. Non protesteremo se prenderanno l'invito sul serio. Che altro possono fare? Sanno gli italiani che cosa sono gli insegnanti, dove vivono e lavorano, quali i loro mezzi e la loro dignità professionale?
Adriano Prosperi
a. prosperi@sns. it


Faccio mio lo sfogo appassionato del professor Prosperi, storico insigne. Lo studio della storia, così come la riforma Moratti lo ha ridisegnato nei programmi della scuola media, istituisce un modellino esangue che tace su troppi aspetti del passato, mentre altri furbescamente accomuna. La conoscenza del mondo greco-romano al quale dobbiamo gran parte della nostra civiltà, viene limitata in modo intollerabile e riservata in pratica solo agli allievi dei licei. Abolita la rivoluzione sovietica che andrebbe studiata comunque, anche da parte di chi la considera un fallimento o un errore; tutti i 'totalitarismi' novecenteschi sono gettati in un solo mucchio indistinto, s'ignora il colonialismo così come le guerre di religione che nel Cinquecento insanguinarono l'Europa, si limita il valore della Resistenza al nazifascismo, compresa quella italiana; in poche parole si applicano gli aspetti più discutibili di quel "revisionismo" che da molte parti si sta tentando d'imporre. Quando si è tentato di amputare la scuola di un insegnamento fondamentale come la teoria evoluzionistica, la comunità scientifica ha reagito e i risultati sono venuti. Questa storia sfigurata ha fatto finora meno scandalo. Forse perché gli storici sono ancora più scoraggiati degli scienziati.

Pontormo (2)

La Stampa 27.5.04
Per una volta si privilegia l’arte
Il film di Giovanni Fago non si perde nell’aneddotica mondana
di Lietta Tornabuoni


FINALMENTE un film che, raccontando di un grande pittore, anziché perdersi nell'aneddotica mondana si concentra sull'arte, sul lavoro, sulla pittura. «Pontormo» Di Giovanni Fago guarda all'ultimo tempo della vita di Jacopo Carucci detto il Pontormo, meraviglioso manierista cinquecentesco toscano al servizio del duca Cosimo de' Medici: un periodo dominato dall'ansia di non arrivare a completare gli affreschi in San Lorenzo a Firenze (poi andati perduti), ai quali lavorava dal 1546 e continuò a lavorare sino alla morte avvenuta nel 1556.
Altri elementi segnano l'esistenza del pittore in quel periodo: il legame con una giovane donna fiamminga rimasta muta dopo il taglio della lingua subìto durante la guerra delle Fiandre, esule e straniera a Firenze dove viene arrestata e processata per stregoneria; il conflitto durissimo con l'Inquisizione; i molti malesseri fisici registrati pure nel diario; i rapporti mai semplici con il committente; la difesa acerrima della sua opera, che non intende mostrare a nessuno (neppure al duca, tanto meno all'Inquisitore) prima del definitivo completamento. Quest'uomo irriducibile e forte, appartato, silenzioso, parco, lavora sempre; frequenta soltanto l'amico Bronzino, l'assistente (Giacomo Palmarini) o il preparatore dei colori che è l'ammirevole Sandro Lombardi; s'allontana da casa o dal luogo del lavoro soltanto per andare a ritrarre disegnando annegati o teatranti alla cui fisionomia la morte violenta o l'artificio mestierante imprimevano quell'alterazione anticlassica che sarà un segno d'innovazione della sua arte.
Pontormo soffre della vecchiaia e del mutare dei tempi, della crisi politica che prepara la fine delle Signorie e dei Principati, della crisi religiosa che rende intolleranti i comportamenti della Chiesa cattolica allarmata dall'eresia: Joe Mantegna interpreta il personaggio con dignità accorata, con pacato dolore, e dà un contribito importante al film un poco scolastico, molto interessante.

mercoledì 26 maggio 2004

eretici e streghe

Corriere della Sera 26.5.04
ELZEVIRO Un saggio di Anna Foa
Il romanzo di Roma tra eretici e streghe
di ALBERTO MELLONI


Una fiala piena di spiriti che prevedono la morte del papa e un toro incantato da un guaritore greco; ragazzine indemoniate e guardie a cavallo; macabri trofei amputati all'ebreo reo d'aver usato d'una prostituta cristiana e processioni penitenti; gesuiti e principi, barcaioli e giudaizzanti, streghe impiccate e roghi d'ossa sullo sfondo della Roma corrotta e raffinata che vede scorrere fra fine Quattrocento e l'inizio del Seicento la spaccatura confessionale. Sono i protagonisti di Eretici il singolare volume che Anna Foa manda in libreria per i tipi del Mulino. Singolare? E in cosa, si chiederà chi conosce i saggi che questa nota studiosa ha dedicato alle marginalità - di religione, di genere, di cultura. Dopo Gli eretici italiani del Cinquecento di Delio Cantimori (una pietra miliare della ricerca, che Einaudi ha giustamente riproposto con l'attenzione che si deve a un capolavoro) il tema è un classico, e non da oggi le fonti sui processi dell'inquisizione consentono di conoscere il lato notturno di chi giudicava e di chi veniva giudicato. Eppure questo volume di Anna Foa singolare lo è.
Perché tenta un azzardo. Rovesciando lo stile del discorso storico, Anna Foa «inventa» una trama narrativa, aggiunge elementi di colore: profumi e colori, abbigliamenti e posture, sentimenti, emozioni, sguardi. Un romanzo? No: l'autrice conosce e usa tutti i dettagli di una conoscenza rigorosa e puntuale, di cui dà conto una lunga nota bibliografica - ma adotta uno stile brillante e anomalo, non solo per dar voce al desiderio insoddisfatto di «illuminare la sfera oscura del pensiero e delle emozioni soggettive che stanno dietro i fatti». Anna Foa vuole reagire alla percezione che nella giovane generazione non solo mancano conoscenze storiche specifiche, ma c'è una disillusione profonda sulla capacità della storia di spiegare il mondo. La transizione dal magistero critico del Mediterraneo di Braudel alla fantageopolitica dello scontro di civiltà di Huntigton è tutta qui, e non si lascia esorcizzare evocando i numi o il metodo.
A questi problemi Eretici risponde catturando il lettore con uno stile intrigante e trascinandolo nella Roma di quattro secoli fa, là dove magia e repressione si sfiorano, si inseguono. Ecco allora Bernardino da Siena, che per salvare la devozione al nome di Gesù ormai appesa sulle architravi di mezza Italia, accusa le streghe ed istiga le folle alla delazione. Ecco la storia - sempre diversa, sempre eguale - degli ebrei sospinti da una repressione strisciante alla conversione, e sempre sospettati di quella «eresia giudaizzante» nella quale galleggia il multiforme odio antisemita. Attorno a papi mondani e feroci riformatori, si snoda un mondo variopinto e grottesco.
Episodi e ritratti, dunque, si susseguono con ritmo, in un racconto affascinante ed avvolgente, che rappresenta una sfida intellettuale alta per i lettori, per la cultura e per gli studiosi. I lettori «generalisti», convinti che i libri di storia siano riservati a elette schiere di specialisti troveranno, infatti, in Eretici (che protesta a più riprese di «non» essere un libro di storia!) un sorprendente invito ad aprire un dialogo, che forse non c'è mai stato, con la conoscenza storica.
La cultura, d'altro canto, vedrà messo in dubbio il tacito teorema che presiede troppe operazioni di divulgazione che essa subisce con noncuranza: perché chi declina il passato in grandi affreschi di seconda mano rende un servizio assai meno utile dello specialista, che possieda con tale sicurezza un tema, da poterlo narrare anche con codici linguistici intriganti e metodologicamente «eretici».
Alla fin fine, però, Anna Foa sfida la disciplina alla quale ha dato e dà i propri maggiori contributi. Mentre si ribella al limite del lavoro critico, mentre osa «inventare» per violare il confine tra ciò che possiamo conoscere e la realtà ultima delle cose, dimostra con convinzione che proprio quello - il limite - è il punto. Anziché far finta di poter «divulgativamente» cancellare quella invisibile linea, la varca con audacia e ne afferma il significato.

Pontormo

Repubblica - Firenze 26.5.04
ANTEPRIMA
Esce il film con Joe Mantegna girato a Firenze
Ritratto di Pontormo paladino della libertà


Con un occhio alla verosimiglianza storica e uno all´appeal cinematografico, il regista Giovanni Fago ha dato al protagonista del suo «Pontormo», in uscita venerdì al Variety, la bella faccia stropicciata di Joe Mantegna e l´eroismo dignitoso di un paladino della libertà di pensiero nella Firenze medicea del 1555, stretta tra gli ultimi soprassalti della peste, l´ortodossia ossessiva della Santa Inquisizione e il profumo eretico degli insegnamenti di Savonarola. Così, mentre si macera sul grande affresco del Giudizio universale nel coro di San Lorenzo, il pittore trova la forza e il tempo di testimoniare a favore di un´esule fiamminga accusata di stregoneria; proprio lui, che le cronache dei contemporanei e le pagine del suo diario ci hanno descritto come un cupo misantropo e un lavoratore compulsivo, concentrato con uguale ostinazione sul raggiungimento della perfezione artistica e sui propri mal di pancia. «Il tema di base di questo film - spiega il regista - è la libertà di pensiero, perché quando si parla di storia si parla sempre di storia contemporanea, e oggi non esiste argomento più attuale. Ma è anche il ritratto di un artista che è l´esatto contrario di tanti personaggi, noti e meno noti, che ci circondano: schivo, non competitivo, libero. Il rapporto con Anna Hals, la giovane donna muta che Pontormo usa come modella e che difende al processo, è ovviamente una licenza fantastica, ma tutto sommato fedele alla sua personalità». «E´ la prima volta che mi capita di confrontarmi con un personaggio senza parola - gli fa eco Galatea Ranzi, che nel film interpreta Anna - Durante le riprese, ho incentrato il mio lavoro sul rapporto artistico tra uomo e donna, sulla creatività a due. Oggi mi colpisce soprattutto l´accento sulla libertà di culto. Sono due delle possibili chiavi di lettura di un film che ha più significati, ma tutti espressi con grande limpidezza». (b.m.)

storia dell'uomo:
ancor prima degli Inca

Le Scienze 25.05.2004
Scoperto un cimitero Inca
Alcune sepolture risalgono anche a mille anni fa


Un cimitero ottimamente conservato, probabilmente vecchio di almeno mille anni, è stato scoperto in un complesso archeologico di templi Inca e pre-Inca, nei dintorni di Lima, la capitale del Perù. Gli archeologi hanno dissepolto i resti di 30 persone, 19 delle quali ancora intatte sotto forma di mummie di età compresa fra 500 e 1000 anni, il che le renderebbe alcune delle mummie più antiche mai trovate in Perù. Fortunatamente il sito non era stato saccheggiato dai tombaroli. Molti dei morti potrebbero essere stati vittime di sacrifici religiosi.
"Si tratta di una scoperta eccezionale - ha dichiarato l'archeologo Peter Eeckhout dell'Università Libera di Bruxelles, che ha guidato il progetto degli scavi - la quale ci mostra i resti di diverse culture sepolti gli uni sopra gli altri. Secondo i nostri calcoli, i corpi risalgono agli anni dal 1000 al 1500 dopo Cristo". Non è chiaro a quali culture appartenevano le mummie, ma probabilmente si trattava di contadini e artigiani vissuti prima dell'impero Inca, cinque secoli fa.
Il cimitero, che si estende su un'area di 180 metri quadrati, si trova all'interno dei confini del complesso archeologico di Pachacamac, 30 chilometri a sud di Lima, e la sua scoperta giunge dopo settimane di scavi da parte degli archeologi.

© 1999 - 2004 Le Scienze S.p.A.

il sottosegretario Antonio Guidi

ricevuto da P. Cancellieri

sanihelp.it 25.05.2004 - 17:13 - ROMA
SANITA': CAMERA
GUIDI, FIDUCIA IN PEDIATRI PER PSICOFARMACI


(ANSA) - ROMA, 25 MAG - ''Ho fiducia nei pediatri e neuropsichiatri infantili, essendo convinto che non si prestino a strumentalizzazioni del mercato''. Lo ha detto il sottosegretario alla Salute, Antonio Guidi, rispondendo oggi pomeriggio in commissione Affari sociali della Camera, ad una interrogazione di Tiziana Valpiana (Prc). La parlamentare interrogava sui rischi di abusi di una anfetamina a base di metilfenidato nel trattamento di bambini ''iperattivi'' e con disturbi dell' attenzione. Nella risposta il sottosegretario ha detto di condividere ''lo spirito'' dell' interrogazione e ha comunque precisato che prescrizione e distribuzione del farmaco in questione sono sottoposte a criteri ''precisi e rigorosi'' per evitare usi impropri e limitarne l' utilizzo ai casi di grave sindrome da deficit d' attenzione e iperattivita' (Adhd) diagnosticati da centri specialisti regionali. Guidi, che e' anche neuropsichiatra, ha quindi aggiunto di non condividere il modello di intervento adottato negli Usa e di aver gia' denunciato il rischio di diagnosi improprie. ''Troppo spesso - ha detto - comportamenti naturali del bambino vengono stigmatizzati come malattie''. Tuttavia ''non e' l' esistenza di un farmaco di per se' pericolosa - ha aggiunto - ma l' uso che se ne fa''. In questo caso ''le regole non le impone il mercato - ha sostenuto infine - ma la scienza e la coscienza dei medici''. (ANSA).

martedì 25 maggio 2004

quattro brevi dal web

ricevute da P. Cancellieri

asca.it 24.5.04 - 17:10
SALUTE MENTALE: CARITAS MILANO PRESENTA PRIMO RAPPORTO SU CURA PSICHICA


(ASCA) - Roma, 24 mag - Il disagio mentale e’ un problema '‘diffuso e nascosto che investe migliaia di cittadini e i loro familiari’’, soprattutto in una grande metropoli come Milano. Una citta’ nella quale i Centri psicosociali curano circa 20mila persone dei quali un terzo sono pazienti molto gravi. Alla cura del disagio psichico e’ dedicato il Primo Rapporto sulla salute mentale a Milano, frutto di una collaborazione tra la Fondazione Ambrosianeum e la Caritas Ambrosiana. Il rapporto, composto da nove capitoli suddivisi in due parti, e’ stato curato da Clemente Lanzetti, docente presso l‘Universita’ Cattolica di Milano. La finalita’ principale di questo studio e’ stata quella di conoscere da vicino gli sforzi e le difficolta’ che gli operatori del settore incontrano, i metodi di lavoro praticati, le aspettative nei confronti degli Enti che hanno responsabilita’ nel promuovere e garantire la salute mentale dei cittadini milanesi (Regione, Comune, ASL, Aziende Ospedaliere) e il coinvolgimento della societa’ civile. Una ricerca, sottolineano gli estensori, che ha un valore che va al di la’ del caso specifico perche’ avviene dopo che a livello nazionale e regionale sono stati introdotti nella sanita’ alcuni cambiamenti normativi, che toccano da vicino la psichiatria in generale. Ci si riferisce soprattutto a quattro provvedimenti che hanno interessato il sistema di cure rivolto al disagio psichico e alla malattia mentale: il processo di aziendalizzazione della sanita’, l‘entrata della psichiatria nell‘Azienda Ospedaliera, la chiusura dei manicomi e il coinvolgimento del settore privato in una logica di concorrenza e di mercato piu’ o meno regolato. Il primo di questi cambiamenti, il processo di aziendalizzazione, e’ quello che e’ risultato piu’ pesantemente avvertito e piu’ denunciato dalle persone che sono state intervistate, perche’ costringe a incrementare le prestazioni che vengono maggiormente valorizzate sul piano economico a scapito di quelle che meglio rispondono al mandato istituzionale della psichiatria.

Corriere della Sera 24 maggio 2004
«Malati psichici, due su tre restano senza cure»
I medici e gli operatori: tra Comune, Regione e Asl c’è un fortissimo scollamento.
Don Colmegna: la salute mentale è questione decisiva
di Paolo Foschini


MILANO - A Milano ci sono, secondo una stima considerata verosimile, almeno 30 mila persone affette da disturbi psichici. Non tutti «pazzi» nel senso banale del termine, evidentemente. Certo, ci sono anche gli schizofrenici o gli squilibrati gravi, come ovunque: quelli di cui si parla una volta l’anno, quando uno di loro finisce sul giornale per il famoso «raptus di follia». Il fatto è che ai cosiddetti «casi-limite» bisogna aggiungere tutta una folla silenziosa di individui in lotta quotidiana contro fobie, nevrosi, depressioni: i quali, messi insieme, fanno una piccola città nella città. Dove sta il problema? Soprattutto in un duplice dato che la dice abbastanza lunga: Milano è la città che detiene il record dei trattamenti sanitari obbligatori (Tso) ma anche il tasso più basso di visite domiciliari. Come dire: le istituzioni sanitarie preposte si preoccupano sì d’intervenire sui casi più gravi, e lì vanno addirittura per le spicce. Ma gli interventi per chi, pur senza mettersi a sparare per strada, avrebbe comunque bisogno di cure e d’aiuto sono scarsi. Insomma, la conclusione è che «questa città sta affrontando il problema del disagio mentale con modalità molto discutibili».
È questo infatti il giudizio contenuto nel primo «Rapporto sulla salute mentale a Milano», pubblicato da Franco Angeli, realizzato dalla Fondazione Ambrosianeum in collaborazione con la Caritas Ambrosiana, e compilato da psichiatri, psicologi ed esperti coordinati da Clemente Lanzetti, docente dell’Università Cattolica.
La ricerca, effettuata attraverso la testimonianza di 52 fra primari, responsabili di strutture, educatori, evidenzia da un lato il problema sociale: vale a dire il rapporto direttamente proporzionale fra la quantità di solitudine ed emarginazione tipiche della metropoli e la diffusione di disagi mentali di varia forma e gravità. Dall’altro lato l’insufficienza della risposta al problema: su circa 20 mila persone prese in carico lo scorso anno dai Centri psicosociali milanesi almeno un terzo era afflitto da patologie «molto gravi», ma il punto è che di due persone depresse o malate su tre si ignora spesso anche la sola esistenza.
In cinque ospedali milanesi esistono progetti di assistenza specifica, il Comune ha destinato al Fondo sociale per i servizi psichiatrici 2,5 milioni di euro, il Piano per la salute mentale che la Regione ha allo studio prevede uno stanziamento triennale di 15 milioni di euro. «Ma tra Comune, Asl e Regione c’è un fortissimo scollamento», afferma Lanzetti. «Il futuro è poco rassicurante», dice la maggior parte degli intervistati. «Il piano triennale della Lombardia - replica Lorenzo Petrovich, della Direzione generale sanità della Regione - è migliorabile, ma tiene già conto di molte di queste richieste».
«Resta il fatto che la salute mentale - è il monito finale del direttore della Caritas Ambrosiana, don Virginio Colmegna - è la questione decisiva del benessere e della convivenza pacifica: e Milano deve considerare anche i cittadini affetti da queste patologie come risorsa. Non come la sua più grande fatica».

news2000.libero.it 24/05/2004 - 15:46
Medicina: nella pancia un secondo cervello chiave delle emozioni
La nuova teoria dimostra l'esistenza di un asse pancia-testa


MILANO, 24 mag - «L'intestino è la sede di un secondo cervello». L'esternazione non è il frutto di una boutade da buontempone ma proviene da Michael D. Gershon, esperto di anatomia e biologia cellulare della Columbia University, che ha presentato oggi a Milano la "teoria dei due Cervelli". Secondo la teoria dell'eminente uomo di scienza la chiave di stress, ansia e tensione si troverebbe nella pancia.
Per quanto stravagante la teoria poggia su solide basi scientifiche. "Basti pensare - ha spiegato l'esperto americano - che l'intestino, pur avendo solo un decimo dei neuroni del cervello, lavora in modo autonomo, aiuta a fissare i ricordi legati alle emozioni e ha un ruolo fondamentale nel segnalare gioia e dolore". Studi su cavie geneticamente modificate, ma anche in vitro "hanno dimostrato l'esistenza di un asse pancia-testa". Per Umberto Silomene dell'Università di Milano nella pancia c'è un cervello che "assimila e digerisce non solo il cibo, ma anche informazione ed emozioni che arrivano dall'esterno".
In seguito a stimoli esterni o interni l'intestino rilascia serotonina e per Gershon «questo neurotrasmettitore è come un direttore d'orchestra che manovra le leve del movimento intestinale» e «la quantità di messaggi che il cervello addominale invia a quello centrale è pari al 90% dello scambio totale». Non è difficile capire come stress e ansia possano pesare sull'intestino e alterarne il funzionamento. Per trattare i disturbi del tratto gastroenterico «varie tecniche di meditazione
si sono dimostrate utili. Anche perché - dice Gianpaolo Buzzi, psichiatra dell'Università di Pavia - chi medita con regolarità tende anche a seguire una dieta sana ed equilibrata, ricca di fibre e liquidi».


La Gazzetta del Mezzogiorno 23 maggio 2004
salute
La malattia interessa il 27,5% dei 15-17enni
Depressione, adolescenti in Italia colpiti il doppio rispetto al resto del mondo


ROMA  È di 15 miliardi di euro annui il costo sociale della depressione in Italia e gli adolescenti del nostro paese ne sono colpiti in misura doppia (27,5%) rispetto ai loro coetanei nel mondo (13%).
Lo rivela un articolo contenuto nel primo numero della nuova Selezione del Reader's Digest in edicola dal prossimo 25 maggio, basato su studi del Dipartimento Salute Mentale dell'Oms, ricerche dell'Ospedale San Camillo di Roma e su altri dati raccolti presso il Centro Ricerche della Glaxo-SmithKline di Verona. «La depressione è una delle sfide più grandi, dal punto di vista della salute pubblica - afferma Jorge Alberto Costa, Direttore del Dipartimento Salute Mentale dell'Oms - ma fortunatamente nell'80-90% dei casi si può guarire: cosa che ancora molti non sanno».
Per dimensioni del fenomeno, costi e accelerazione del dilagare, la depressione viene ormai considerata dall'Oms «il raffreddore della psichiatria». Si parla infatti di 121 milioni di persone colpite nel mondo - 5 milioni solo in Italia - e di un costo sociale di questa malattia nel nostro paese pari a circa 15 miliardi di euro (11 spesi in diagnostica e cura e 4 per compensare la mancata produttività della persona depressa).
A colpire è in particolare un dato: l'esposizione degli adolescenti italiani a questa sindrome (27,5% dei giovani tra i 15 e i 17 anni) risulta essere più del doppio rispetto a quella dei coetanei nel mondo (13%). Anche se, secondo una delle ricerche riportate nell'articolo, il ritratto del «depresso ideale» è quello di una donna di 35 anni, impiegata, reddito medio basso, separata o divorziata: matrimonio, o comunque una relazione stabile, sembrano infatti rappresentare fattori di protezione contro l'insorgenza della patologia depressiva.
La differenza di vulnerabilità fra i due sessi (solo l'8% degli uomini contro il 15% delle donne sembra esserne colpito) potrebbe essere spiegabile sulla base di una maggiore riluttanza, da parte del sesso maschile, ad ammettere eventuali sofferenze psichiche.

autismo e differenza sessuale

Yahoo Salute martedì 25 maggio 2004
Il Pensiero Scientifico Editore
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
L'autismo è maschile?


Le nuove scoperte di sull’autismo di Simon Baron-Cohen, di cui si è gia occupato questo notiziario, esposte dall’autore a una conferenza presso il Bancroft Neuroscience Institute, hanno suscitato un dibattito vivace. La tesi del ricercatore è che l’autismo potrebbe essere un’alterazione, in senso estremo, delle caratteristiche della mente “maschile”.
L’autismo è un disturbo mentale che consiste in una grave difficoltà a comprendere gli stati d’animo delle altre persone e del contesto delle situazioni sociali. Tale incapacità porta di conseguenza a gravi inibizioni nelle relazioni umane, nella comunicazione e socializzazione, e in ultima analisi a una mancanza di empatia. Mentre in passato si pensava che i soggetti autistici rifuggissero le relazioni affettive e desiderassero l’isolamento, attualmente si è accertato come questi aspetti non siano che una conseguenza della loro difficoltà a comprendere gli altri. Attualmente al quadro clinico dell’autismo classico, descritto da Kanner, si sono affiancati altre descrizioni, come quella della sindrome di Asperger (di grado più lieve) e si tende a considerare i sintomi autistici come presenti lungo una gamma che, dall’estremo di maggiore gravità, va fino a un altro estremo che si esprime in atteggiamenti che sconfinano nella normalità.
Nel dibattito in corso, è stata espressa preoccupazione rispetto alla possibilità che la scoperta di Baron-Cohen conduca in futuro a uno screening prenatale sistematico, che potrebbe portare la donna o l’operatore sanitario di fronte a decisione etiche di difficile soluzione. Infatti l’autore dello studio, seguendo la sua idea di una “tendenza autistica” legata al genere, basata anche sul fatto che il disturbo autistico è presente nei maschi in una proporzione quattro volte superiore che nelle femmine, ha rilevato i livelli di testosterone fetale, riscontrando un’associazione con certe caratteristiche comportamentali tipiche della “gamma autistica”, come scarso contatto oculare e difficoltà sociali. Le sue osservazioni sul fatto che la mente maschile tende ad essere meno empatica e più sistematica suscitano anche resistenza in coloro che rifiutano ogni accenno a differenze sessuali biologiche, e il timore che certe affermazioni possano essere “politicamente scorrette”. È questa la posizione di Martha Herbert, della Harvard Medical School, che osserva come i risultati dello studio distolgano dal problema principale, cioè non portino ancora a individuare la causa originaria, probabilmente genetica, dell’autismo e i processi biologici attraverso i quali si verifica. Baron-Cohen comunque precisa di riferirsi a tendenze legate al genere, ma non di assoluti, dato che esiste un’ampia variabilità di queste tendenze nei due sessi. “Sarebbe grave che la gente portasse a casa l’idea che tutti i maschi pensano in un modo e le femmine in un altro”, osserva lo studioso; “in ciascuno dei due sessi si troveranno individui che non hanno le caratteristiche tipiche”.

Bibliografia. J Child Psychol Psich, in via di pubblicazione

lunedì 24 maggio 2004

Annelore Homberg e Simona Maggiorelli
da AVVENIMENTI in edicola:
i torturatori

AVVENIMENTI 21.5.04

La lucida follia degli aguzzini
di Annelore Homberg*


Le immagini delle torture in Iraq costringono a prendere atto, per l’ennesima volta, di quello che l’essere umano può infliggere a un altro essere umano. Siamo costretti, almeno per un po’, a vedere ciò che sapevamo già. Vi è una ferocia lucidamente organizzata che viene attuata non solo da dittature del terzo mondo ma anche da paesi evoluti e industrializzati.
Se è cosi, come abbiamo sentito nel dibattito di questi giorni, se queste atrocità non spariscono nemmeno nelle condizioni evolute delle democrazie parlamentari, allora il vero problema è la natura umana. Nell’uomo ci sarebbe una dimensione barbara e bestiale e questo nucleo non sarebbe eliminabile.
Altri, più sofisticati, dicono che le persone non hanno un’identità propria, hanno un’identità solo se vengono riconosciute dal loro gruppo, quindi fanno di tutto, anche delle atrocità, pur di rimanere nel gruppo di appartenenza. Altri ancora hanno tirato fuori la vecchia storia del gruppo che toglie le inibizioni, così nella massa l’individuo si troverebbe a fare cose che da solo non farebbe mai.
Come psichiatri riteniamo che nessuno si dovrebbe accontentare delle affermazioni che ho appena citato. Prima di tutto, non è affatto necessario ritenere che le atrocità commesse esprimano il male nascosto nell’essere umano o che siano la prova di avvenuta regressione all’animalità. Gli animali non torturano; è specifico dell’uomo che può diventare disumano. Va fatta una lunga ricerca sulle realtà interne che sostengono tale disumanità e troveremmo, con sopresa, che il motivo ultimo non è né l’odio né il sadismo né la paura dei superiori. Troveremmo una strana storia di persone lucide. L’uomo può arrivare a una realtà psichica alterata a tal punto che non riconosce più, interiormente, l’altro essere umano come tale. Per questo annullamento dell’altro come essere umano lo può poi trattare, razionalmente, come un oggetto, come mero mezzo per raggiungere altri obiettivi, come verme da schiacciare, come insetto da eliminare.

*Psichiatra e psicoterapeuta


Cartoline da Bagdad
Come souvenir, le sevizie di guerra dei soldati «pacificatori»
di Simona Maggiorelli


Arrestati di notte e portati via così come si trovavano. Spesso, presi ancora nel sonno dai soldati della coalizione che usavano fare rastrellamenti nelle case private di Bagdad e nei villaggi per scovare nemici. I settemila stipati nel carcere di Abu Ghraib, tutti terroristi sospetti secondo le forze militari angloamericane. Da rinchiudere, torturare, ridurre in condizioni umilianti, sottoporre a sevizie. Qualche volta fino alla morte, come è accaduto al ventottenne Baha Mousa, ucciso di botte. Più spesso fiaccati da elettrodi a mani, piedi e genitali; spezzati dallo stillicidio di umiliazioni come l’essere incappucciati e ammassati, nudi, l’uno sull’altro, ridotti a masturbarsi con in testa mutande femminili, costretti a mimare scene di sesso orale fra uomini, sotto la luce dei flash e dei sorrisi fatui di soldatesse e soldati, certi dell’impunità.
Dal 70 al 90 per cento dei casi, si legge nel dossier della Croce Rossa internazionale, i prigionieri di Abu Ghraib e di altri carceri da campo sono persone arrestate per errore. Intanto le sevizie gratuite documentate da centinaia di foto e di cd rom, modello souvenir da riportare a casa insieme ai ritratti sotto la palma o con il cammello, cominciano a circolare, a far conoscere al mondo questa orrenda galleria degli orrori firmata dai «pacificatori», per usare l’espressione di Fini. Una brutta faccenda che si fatica a comprendere, così diffusa, sistematica, comprovata, al di là della manciata di foto false che sono costate la poltrona al direttore della testata inglese The Mirror. Un fenomeno che fa tornare alla mente tristi episodi di storia fascista. Le foto d’epoca in Eritrea, con i militari italiani che ostentavano come trofeo il cadavere evirato di un uomo o si facevano ritrarre accanto a donne con il seno scoperto. Ma dal cassetto delle cose più brutte della nostra memoria escono anche le “foto ricordo” delle sevizie compiute dagli italiani in Somalia e arrivando a l’altro ieri, la violenza sessuale usata come arma, in Kosovo, nel Congo, in Rwanda. E in tante altre guerre “dimenticate”.
Nella terza puntata della sua ficcante inchiesta sul New Yorker, Seymour Hersh documenta come le sevizie, fin dal febbraio 2003, non fossero affatto il risultato della mente perversa di alcune cosiddette «mele marce», come la soldatessa Lynndie, pollice alzato e sorriso compiaciuto davanti alle sue malcapitate vittime accatastate in rappresentazioni fetish, costrette a strisciare, trascinate per ore con una cinghia al collo. Hersh ricostruisce che si trattava della messa in pratica di un preciso cliché (lo stesso generale americano Antonio Taguba, del resto, nel suo dossier parlava già delle sevizie come «systemic problems») secondo il protocollo «verde rame», di cui la prima regola era «prendi chi ti pare e fai quel che ti pare», in ottemperanza alla dottrina «della guerra senza limiti», varata dal ministro della Difesa americano Rumsfeld. «La stessa - scrive ancora Hersh - che è stata messa a punto e sperimentata in Afghanistan e a Guantanamo». Strumento principe: sevizie, stupri veri o mimati, abusi sessuali di ogni tipo, per calpestare la sfera più intima dell’altro, per entrare subito, con prepotenza, nella sua sfera più intima, nel suo mondo psichico, nella sua mentalità, nel suo modo di sentire. «Per un arabo e un iracheno in particolare - commenta lo scrittore Youvnis Tawfik, dissidente del regime di Saddam e fondatore del centro di cultura araba di Torino - l’essere sottoposto a situazioni come quelle che abbiamo visto, denudato e oltraggiato, è un dramma. Peggio che essere fisicamente torturati. Peggio che rischiare di morire. Nella cultura islamica - spiega Tawfik -il corpo è specchio dell’anima, fa parte della propria intimità. Anche quando un uomo lavora può mostrare al massimo le braccia nude o il torace, non di più». Una cultura e una concezione del corpo, per certi versi chiusa e conservatrice, ammette lo scrittore iracheno, ma che, «diversamente che in Occidente sottintende un’integrità di corpo e mente», per cui « il nudo non è un fatto solo fisico». Aspetti che i soldati torturatori hanno sfruttato lucidamente. «Lo scopo delle sevizie - denuncia Tawfik - non era estorcere informazioni, ma rompere, calpestare la dignità degli iracheni. Spezzare l’orgoglio e la volontà del popolo iracheno». E aggiunge: «Anche per un laico come me che vivo all’estero, che sono entrato in contatto con tante culture diverse, è stato un dolore vivo vedere quelle immagini. In questo voler sbeffeggiare la virilità degli uomini iracheni, vi ho visto una rivalsa degli americani sulle proprie frustrazioni sessuali, utilizzate per affermare con violenza la propria superiorità. Un messaggio chiaro diretto non solo agli iracheni, ma a tutti gli arabi».
Che le sevizie siano un fatto lucido e studiato a tavolino lo sostiene anche Anteo Di Napoli di Medici contro le torture, un’associazione di internisti, ginecologi, psichiatri, nata in Italia come costola di Amnesty International (perché Amnesty per mandato non può fare attività clinica) e che si occupa del recupero delle vittime delle torture. «Per esperienza diretta - dice Di Napoli - posso dire che qualche forma di abuso sessuale viene sempre esercitata durante le torture, l’essere denudati abbassa immediatamente le difese, mette in una posizione più fragile, dà accesso all’intimo. E le torture sessuali, spesso, sono quelle che lasciano i segni psichici più forti, più difficili da scoprire». Medici contro le torture ha base a Roma e a fare ricorso alle loro cure sono soprattutto persone che vengono dalle regioni africane dei Grandi laghi e dall’Est. «Spesso si rivolgono a noi come medici di base, perché hanno dolori all’addome, mal di testa perenne perché non riescono a dormire. Denunciano sempre qualche sintomo fisico le donne, ma soprattutto gli uomini abusati non rivelano mai di aver subito torture violenze sessuali, lo scopri poi, se riesci ad agganciarli in un rapporto, rispondendo a queste loro prime richieste, perché la violenza sessuale viene spesso perpetrata in modo da distruggere interiormente l’altro, da procurargli un trauma perenne».
Il quadro della diffusione di questo tipo di violenze è ancora oggi più che drammatico. Basta leggere i recenti dossier fatti dalle organizzazioni non governative e da associazioni per i diritti umani. In Congo, racconta una ricerca sul campo di Medici senza frontiere pubblicata due mesi fa, «la violenza sessuale è un deliberato strumento di guerra, usato per destabilizzare e minacciare una parte della popolazione civile». Gli abusi e le violenze riguardano soprattutto le donne e, in particolare, le adolescenti. «Vengono scelte, dicono i medici dell’associazione - perché il danno e le umiliazioni subiti feriscono profondamente non solo loro, ma anche le loro famiglie e spesso l’intera comunità». E la pratica dello stupro spesso continua anche quando la guerra è finita. In Rwanda dalle 300mila alle 500mila donne sopravvissute al genocidio sono state stuprate. E la violenza carnale è diventa arma letale con la diffusione del contagio da Hiv, senza adeguate cure. In paesi come la Cecenia, il Pakistan e l’Afghanistan, dove lo stigma sociale dell’essere state stuprate è particolarmente pesante, le donne spesso vengono ripudiate e uccise. In Sudan, in Burundi e in Rwanda, riporta un dossier di Amnesty International diffuso lo scorso febbraio, le situazioni di violenza non conoscono tregua. In Rwanda, in particolare, dove il 60 per cento della popolazione vive sotto la soglia della povertà, anche la violenza domestica, non solo quella perpetrata dall’esercito, è andata aumentando. E l’essere violentate comporta per le donne la perdita di diritti civili e politici. «Spesso - raccontano i medici di Amnesty - sviluppano conflitti interiori al punto da avere sensi di colpa per essere sopravvissute allo stupro». Costrette ad aborti e a matrimoni forzati, molte volte sono spinte anche all’infanticidio. I fatti più drammatici riguardano la catena delle violenze che si riverbera poi sui figli, detti «enfants mauvais souvenir», oltraggiati in ogni modo. Il punto - ribadisce il dottor Anteo Di Napoli- è proprio questo. L’obiettivo del torturatore è distruggere la persona, in quanto persona e in quanto parte di un gruppo». E aggiunge: «Nella maggior parte dei casi, ci troviamo davanti a violenze praticate a freddo, in maniera lucida. Abbiamo assistito a casi di torturatori che ogni giorno alla stessa ora andavano a torturare una persona e poi magari tornavano a casa, a cena con i propri figli». Episodi sui quali, purtroppo, il nazismo ci ha lasciato ampia documentazione.
Si può pensare che tutti i militari delle SS fossero pazzi o che lo siano tutti i giovani soldati anglo americani sul fronte? «Non ho elementi per dirlo - conclude Di Napoli - ma in nove anni di lavoro contro le torture, e leggendo la vasta letteratura sull’argomento, mi sono fatto l’idea che non si diventa facilmente torturatori. Una cosa è la situazione di guerra con tutti i suoi orrori, un’altra è la tortura che devi compiere sull’altro con cui hai un rapporto, che conosci, che dipende totalmente da te ed è inerme. Lì c’è un salto enorme».

perdibile:
anche il manifesto, irriducibile, insiste su Freud e la psicoanalisi

il manifesto 23.5.04
Lumi per orientarci in quelle tenebre della vita psichica

Un sentiero di lettura attraverso quattro libri di psicoanalisi che toccano i punti cardinali intorno ai quali è organizzata la nostra vita mentale. Forme dell'interpretare. Nuove prospettive nella teoria e nella clinica psicoanalitica, a cura di Paolo Fabozzi e Analisi dei sogni, curato di Fernando Riolo, sono usciti per Franco Angeli. Mentre l'editore Cortina pubblica La coscienza in psicoanalisi, di Alberto Semi e Curare con la psicoanalisi di Giuseppe Di Chiara
di ALBERTO LUCHETTI


«Desidererei avere un bel martello per romperle il cranio e vedere cosa c'è dentro». Per lo psicoanalista e romanziere francese Michel de M'Uzan, questa fantasia prima o poi, in una forma o in un'altra, attraversa la mente di chiunque si sottoponga ad una psicoanalisi. A dispetto delle apparenze, a suo avviso a motivarla non è tanto l'aggressività e nemmeno solo il desiderio di verificare che lì per lì si sia oggetto di un'attenzione esclusiva, ma soprattutto un'oscura curiosità riguardo il funzionamento mentale dell'altro. Per «curiosare» e interrogarsi, se non sul funzionamento mentale dell'analista, almeno su alcune dimensioni fondamentali del lavoro che si svolge nella situazione analitica possono essere utili tre libri recentemente pubblicati che, benché non coordinati tra loro, sembrano condividere alcuni intenti e alcune esigenze. Due di questi volumi sono a più voci e sono pubblicati dalla FrancoAngeli: Forme dell'interpretare. Nuove prospettive nella teoria e nella clinica psicoanalitica, in cui Paolo Fabozzi ha raccolto i contributi di nove psicoanalisti e Analisi dei sogni, a cura di Fernando Riolo, che propone gli articoli dei ventisei partecipanti all'ultimo Colloquio di Palermo. Il terzo è uscito per Raffaello Cortina con il titolo La coscienza in psicoanalisi, ed è invece opera di Alberto Semi.

Tre cardini del lavoro analitico
Partendo dalla concretezza dell'incontro analitico - nel quale «due persone parlano in una stanza», in una «sonata a quattro «mani, come dicono i titoli di due articoli di Luciana Nissim Momigliano - questi libri offrono, nell'insieme, una significativa rassegna dei problemi e degli orientamenti riguardo tre cardini solidali e indispensabili del lavoro che vi si svolge: l'interpretazione, l'analisi dei sogni e la coscienza. Quest'ultima, che dovrebbe essere il comune approdo delle prime due, ne è altresì una premessa, dal momento che - come puntualizza Semi - alla base del metodo psicoanalitico vi sono due attività che sono funzione del sistema cosciente, cioè le libere associazioni e il giudizio di realtà: l'unico giudizio che resta vigente dopo aver sospeso quelli di moralità, coerenza, pertinenza.
Non è possibile definire ed esaminare questi temi senza interrogarsi sul funzionamento psichico dell'essere umano, come mostrano gran parte dei saggi dei tre volumi. Ancora negli ultimi anni di vita Freud non mancò di rammaricarsi della rarità dei contributi tecnici e teorici sul sogno e sulla sua analisi, sottolineandone una volta di più l'importanza; e tornò a riaffermare la centralità, nell'azione terapeutica, dell'interpretazione, differenziandola dalla costruzione e precisando che non è affatto soggettiva e arbitraria nemmeno quando attinge a quanto di più soggettivo vi è nell'analista. E, infine, ribadì che, proprio perché la psicoanalisi è la scienza dell'inconscio, «la sola luce che nelle tenebre della vita psichica ci illumina e ci guida» resta la coscienza, pur essendo questa solo una qualità del mondo psichico e per giunta incostante e lacunosa. Tanto che, alla fin fine, il lavoro psicoanalitico consiste nel «colmare le lacune della percezione cosciente».
I saggi dei tre libri, partendo da prospettive anche diverse tra loro, permettono dunque di fare efficacemente il punto su questi argomenti, sulla scorta della copiosa elaborazione postfreudiana del secolo scorso e degli apporti che ne sono scaturiti. L'interpretazione - come illustrano il saggio di Fabozzi e i contributi nel volume da lui curato - proprio in quanto strumento principe del cambiamento terapeutico, ha via via assunto molte funzioni oltre quella di passaggio o trasformazione, sempre parziale, di un contenuto inconscio in uno cosciente mediante il nesso con una espressione verbale. Da un lato, nell'attività interpretativa è sempre più stato reclamato e dimostrato un coinvolgimento in toto della persona dell'analista, compresa la sua attività fantasmatica conscia e inconscia; e dall'altro lato, l'interpretazione è sempre più stata delineata come una funzione propria alla relazione che unisce analista e analizzando, anziché riferirsi ai singoli partner, al tempo stesso effetto e causa delle trasformazioni che vi intervengono e delle «interfantasmatizzazioni» che vi si configurano.

Diversi modi di studiare la coscienza
Benché questi due aspetti possano sembrare contraddittori, essi indicano, in realtà, che l'individualità e la soggettività di una persona stanno proprio nella storia delle sue relazioni. Il sognare, come affermano sia Riolo che molti tra coloro che hanno contribuito al libro da lui curato, si è rivelato invece sempre più un'attività psichica che non soltanto è determinata dall'inconscio e lo esprime, ma lo crea; inoltre è la fonte stessa, la premessa del pensiero e della percezione coscienti, in quanto «trasformazione di esperienze di natura sensoriale, emozionale e somatica in elementi visivi o protopensieri suscettibili di aggregarsi tra loro dando luogo a immagini e rappresentazioni idonee a divenire sia consce che inconsce». Infine, per quel che riguarda la coscienza - come nota Alberto Semi - essa ha uno strano posto nell'ambito della psicoanalisi, mentre attualmente occupa la ribalta di molte ricerche: se da un lato il complesso contributo freudiano sul tema ha rivelato una modernità insuperata, dall'altro lato non è affatto detto che la psicoanalisi, le neuroscienze e la filosofia della mente si occupino delle stesse cose pur usando identici termini per definirle. Per Semi siamo anzi «in una fase nella quale non sappiamo come ricostruire scientificamente la nostra unità [di individui] salvando il guadagno che la nostra storia ha prodotto», ed è altresì legittimo chiedersi come la coscienza, necessitando del nesso con la percezione delle parole, si stia modificando con l'attuale proliferare delle interazioni per immagini.
Una esigenza che i tre volumi sembrano condividere è quella di reagire alle semplificazioni che usurano i concetti e logorano le teorie, talvolta mentre li accolgono, finendo anche con lo svuotare le pratiche. Più di un contributo dei volumi, ad esempio, rettifica l'idea che aiutare una persona sofferente implichi il sacrificio del ricorso all'interpretazione, in particolare criticando la vulgata secondo la quale il famoso pediatra e psicoanalista inglese Donald Winnicott sarebbe stato un interprete blando perché preoccupato di essere «sufficientemente buono» nell'offrire sostegno e contenimento affettivo. Al contrario, Winnicott affidava la possibilità di accogliere e sostenere la sofferenza psichica proprio alla profonda comprensione del suo nucleo, quando questo non era stato raggiunto dal paziente a causa del terrore di non poterlo affrontare da solo e per l'impossibilità di simbolizzarlo. Altri scritti criticano, invece, il luogo comune secondo cui la riflessione sull'influenza dei «fattori personali» nel lavoro dell'analista sarebbe una novità; è vero invece che essa è connaturata alla nascita stessa della psicoanalisi - basti pensare al fatto che la psicoanalisi scaturisce da un formidabile e originale sforzo autoanalitico di Freud, oltre che dall'esperienza clinica e dalla progressiva definizione di un nuovo metodo terapeutico, fondato sulla relazione di due persone. Da più parti si sottolinea, semmai, che il problema che oggi si pone è quello di arginare la eccessiva centralità dell'analista.

Il lavoro onirico
Altri autori denunciano poi l'insistente riproporsi di una modalità di analisi del sogno che, anziché seguire - come insegnava Freud - i molteplici e divergenti fili delle libere associazioni e le loro impreviste rivelazioni per arrivare al desiderio infantile che ne è il motore, usa le immagini oniriche come metafore per tradurlo in un significato astratto, in un'allegoria del pensiero del paziente e della relazione analitica. In questo modo, si torna ad una concezione prefreudiana del lavoro onirico inteso come un'attività riflessiva il cui funzionamento ricalcherebbe quello della coscienza vigile, e si emargina ancora una volta quella sessualità pulsionale che continua a fare scandalo e che Freud aveva giustamente posto a fondamento dello psichismo umano. Nella concezione di questa psiche, Semi invece confuta l'equivalenza di monismo e riduzionismo (la realtà è una sola quindi le attività psichiche devono essere ricondotte ad attività cerebrali). Nei bei capitoli conclusivi, egli ci ricorda inoltre che l'ipotesi dualistica (ci sono due realtà distinte, una fisica ed una psichica), se oggi è insostenibile, è stata tuttavia una tappa importante del lungo lavoro dell'animo umano per far presa sulla realtà. Così come una tappa fondamentale è stata quella celebrata dalla nascita di Giano bifronte, che rappresentava in un fondamento estrinseco e trascendente «l'oscura coscienza che tutti gli esseri umani hanno la capacità di pensare allo stesso modo un simbolo»: una cosa che oggi ci sembra scontata, ma che un tempo deve essere apparsa prodigiosa.
A monte, diversi contributi puntualizzano come la possibilità di analizzare e interpretare sia strettamente legata all'instaurazione di una situazione concreta, di una cornice spazio-temporale costante in cui poter applicare correttamente il metodo psicoanalitico: del resto anche un biologo molecolare, ricorda Semi, pur avendo disponibili tutte le conoscenze indispensabili, non potrà dire di stare compiendo un'esperienza di biologia molecolare quando è a passeggio con il cane. I tre volumi sono accomunati inoltre dal mostrare che, in un'epoca in cui sembra esservi una diffusa insofferenza per la storia, combinata con una superficiale e irriflessiva adesione a tutto ciò che di apparentemente nuovo si propone all'orizzonte, sono essenziali il recupero e la conoscenza della sostanza del proprio passato. Non per il bisogno di costruirsi nostalgicamente una versione ideologica dei propri fondamenti e della propria ragion d'essere al fine di corroborare un'identità vacillante di fronte al «nuovo». Bensì per accogliere ciò che è veramente nuovo ancorandolo a quanto nel passato lo preparava e distinguendolo dalle novità solo apparenti, che nel passato erano già state esaminate, discusse e talvolta definitivamente smentite. Lo mostrano accuratamente molti degli approfondimenti e degli spunti proposti nei contributi dei tre volumi. Lo segnala anche questa citazione di Freud - menzionata da Semi - il quale, controbattendo al tentativo di screditare lo sforzo scientifico nella misura in cui è vincolato alle particolarità della nostra mente, si rivela un moderno epistemologo e un consapevole sostenitore della coevoluzione e codeterminazione del nostro organismo e del suo ambiente (alla Varela, per intenderci).

Tra noi e il mondo esterno
Scrive infatti Freud che non si può prescindere dal fatto che «la nostra organizzazione, che è poi il nostro apparato psichico, si è sviluppata proprio nello sforzo di esplorare il mondo esterno, e deve quindi aver realizzato nella propria struttura un certo grado di congruenza; essa stessa è parte costitutiva di quel mondo che dobbiamo esplorare e consente benissimo tale ricerca; il compito della scienza è assolutamente circoscritto se ci limitiamo a fargli dire come il mondo deve apparirci in ragione del carattere particolare della nostra organizzazione; [...] il problema di una natura dell'universo non riferita al nostro apparato psichico percettivo è, infine, una vuota astrazione, priva di qualsiasi interesse pratico».
Se poi alla lettura degli approfondimenti su questi tre strumenti del lavoro analitico - interpretazione, analisi dei sogni, coscienza - si volesse affiancare un punto di vista più globale, si può ricorrere ad un altro libro, sempre recentemente pubblicato da Raffaello Cortina e scritto da Giuseppe Di Chiara, Curare con la psicoanalisi, che percorre infatti i diversi momenti di un tragitto analitico: dal momento della diagnosi, ai diversi passaggi che conducono alla fine del trattamento. Segnalando i numerosi contributi della psicoanalisi italiana, nel libro di Di Chiara è privilegiata in particolare la prospettiva narratologica - non da tutti condivisa, ma qui presentata in modo calibrato e problematizzato - secondo cui un aspetto fondamentale del percorso analitico è il recupero di un testo e di una storia passati, spesso inespressi e talvolta purtroppo irrecuperabili, attraverso la costruzione comune di una nuova storia e di una nuova narrazione. Giacché inevitabilmente «il presente dell'interpretazione» - come afferma de M'Uzan citato da Di Chiara - «si radica nel passato della cura, nel passato del paziente come in quello dell'analista».

domenica 23 maggio 2004

Pietro Ingrao:
"Signor Presidente, tacere non si può più"

la prima pagina di Liberazione di Sabato 22 Maggio

Dunque non era una domanda sciocca, una pedanteria giuridica, quella che chiedeva al Presidente della repubblica se era tutt'ora valido, o se era stato cassato e da chi l'articolo 11 della Costituzione repubblicana, quello che ripudia la guerra - ricordate? - «come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».
L'ha evocata, questa domanda, giovedì, dalsuo scanno di deputato a Montecitorio, Fausto Bertinotti, e l'interrogativo, l'indomani, è rimbalzato sui maggiori giornali d'Italia.
Ed è tornato, quell'interrogativo, mentre il Parlamento italiano si confrontava e dibatteva se questo paese doveva ancora tenere i suoi soldati nel fango e negli orrori della guerra irakena, o finalmente ritirarsi da quella violenza che ha visto tornare persino gli orrori della tortura di prigionieri: ormai inermi, calato il buio sugli occhi, avviliti nel sentire più segreto.
Si può continuare: si può tenere ancora i nostri soldati invischiati in quell'impresa su cui oggi dubitano tanti nel mondo (persino nel paese di Bush). Ma rmai non si può evitare quella domanda di Bertinotti.

Signor Presidente della Repubblica, lei è deputato all'alto compito di tutelare le parole scritte in quella Carta che costò tanto a questo Paese, e per cui tanti morirono. Ora deve una risposta al Parlamento. Tacere non si può più

PIETRO INGRAO