mercoledì 16 giugno 2004

«oggi è il Bloomsday
il giorno eterno di James Joyce»
e la storia di Lucia Joyce

Repubblica 16.6.04
Una lunga giornata particolare
Oggi Dublino ne celebra i cento anni
La storia dell´'"Ulisse" di Joyce si svolge tutta nell'arco di un giorno: il 16 giugno 1904
Ma chi è lo scrittore che ha rivoluzionato il '900 letterario? Ecco il ritratto di un uomo geniale e morboso
di NATALIA ASPESI


Il 16 giugno si celebra il centenario di una giornata molto letterariamente particolare; quella in cui, nel 1904, alle 8 di un bel mattino, Leopold Bloom, agente pubblicitario di mezza età, ebreo di origine ungherese, parlando con la gatta si prepara il tè e si accorge che pane burro, zucchero non lo accontentano, ci vorrebbe qualcosa di più gustoso, per esempio un rognone di maiale... Per milioni di adepti al culto rutilante (e per molti indigesto, o ignoto, o lunatico) della parola, si tratta del celebre Bloomsday, il giorno, un solo intero giorno, al centro di Ulysses, il picco massimo della modernità scritta, che genera ogni anno un centinaio di saggi accademici, e che alcuni miliardi di persone ignorano beatamente, anche se solo pochi snob del ramo colto oseranno dire di non averlo mai letto o di averlo virtuosamente deposto nell´angolo più polveroso della propria libreria dopo essersi affannati sulle prime venti pagine del suo più o meno migliaio (a secondo della lingua e dell´edizione). Trattandosi del centenario, le celebrazioni, ovunque ma soprattutto a Dublino dove Bloom vagabonda dentro e fuori di sé, sono più del solito dottamente fantasmagoriche, attorno a quel genio che fu l´autore di Ulysses e di altri tre monumenti letterari, di cui l´ultimo, il sublime e celeberrimo Finnegans Wake, può essere definito senza vergogna del tutto stupendamente impraticabile: James Joyce, rivelatosi poi attraverso le sue lettere all´amata, irritabile, loquace moglie Nora, anche un simpatico sporcaccione, di cui ogni parola, ogni sospiro, ogni pensiero, ogni viaggio, ogni minuzia si continua ancora a scandagliare, ipotizzatare, riportare alla luce come un inesauribile tesoro egizio. Ma questa volta ad arricchire il Bloomsday ci sarà un nuovo personaggio affascinante e dolente, finora tenuto in ombra anche nelle biografie più pignole e appassionate dello scrittore; sua figlia Lucia, la graziosa bimba di 9 anni dal sorriso triste e con l´occhio sinistro leggermente strabico, che appare in una foto del 1916 con un fiocco nei capelli, accanto al fratello Giorgio, maggiore di due anni, con berretto e occhialini simili a quelli del padre, assieme alla bella mamma in camicetta di pizzo bianco e un cappello ornato di rose calcato sin sugli occhi, all´ultima moda anche tra le signore meno abbienti, come era allora il caso di Nora Joyce. Ma è un´altra fotografia a rivelare il fascino, la grazia, i sogni, le ambizioni, di una giovane donna nel momento del suo breve e già tormentato splendore: la mostra sottile, contorta e ferina, in una delle sue danze moderne, a piedi nudi, nel costume da sirena da lei inventato, tutto a scaglie d´argento e con finte trecce lunghe sino alla vita. Scattata nel 1929 durante un concorso di balletto al Bal Bullier a Parigi, è stata ritrovata dopo la morte di Samuel Beckett nel 1989 tra le sue carte, conservata per 60 anni come ricordo del suo legame con la turbolenta ragazza, allora ventunenne e più giovane di lui di due anni, uno dei tanti amori per lui, l´amore per lei come confiderà più tardi, con il rammarico di non averlo potuto sposare. Un testo teatrale già arrivato sul palcoscenico londinese, Calico di Michael Hastings e una appassionata biografia Lucia Joyce, to dance in the wake della studiosa americana Carol Loeb Shloss (Farrar, Straus and Giroux, pp. 560, euro 39.00) cercano di disseppellire questa fragile, infelice e forse geniale figlia di un genio, dalla tomba di un oblio altezzoso, interrata dagli adepti al culto joyciano come una futile, fastidiosa e forse addirittura dannosa appendice della vita e dell´opera del più grande manipolatore del linguaggio moderno (della lingua inglese). Dai tanti eminenti biografi di Joyce e di Nora, l´irrequietezza, l´infelicità, i gesti violenti o catatonici di Lucia sono sempre stati liquidati come sintomi di schizofrenia, anche perché la famiglia, impegnata solo a facilitare la vita del genio di casa, si liberò presto di lei affidandola a una serie di medici alla moda, dentro e fuori una serie di case di cura, sino alla definitiva istituzionalizzazione in una clinica di Northampton dove morì il 12 dicembre 1982, a 75 anni: dopo la morte del padre nel 1941, era stata affidata a una tutrice e praticamente abbandonata dalla madre e dal fratello. Per quanto Joyce detestasse Jung che in una conferenza sull´Ulysses aveva definito il suo autore «un proglottide, una creatura con vistose limitazioni di attività cerebrale», si affidò a lui nella speranza, che si rivelò presto vana, che la psicanalisi aiutasse la figlia. Adesso, sia il testo teatrale che la biografia raccontano di una giovane donna molto creativa, ballerina eccezionale e poi originale disegnatrice, dal grande umiliato talento imprigionato da quello insaziabile e despota del padre. Sfortunata nei suoi frenetici amori (tra cui il poeta surrealista Emile Fernandez, l´artista di "mobiles" di latta o carta Alexander Calder, l´insegnante di russo di Joyce, Alexander Ponisovsky con cui si fidanzò prima che lui le preferisse la ricca Hazel Guggenheim, sorella di Peggy, e la lesbica Myrsine Moschos, assistente di Sylvia Beach alla celebre libreria parigina Shakespeare & Company), amò soprattutto il padre. Che l´adorava, che era orgoglioso delle sue danze smodate e conturbanti, che di lei diceva: «Qualunque scintilla o dono io possieda, è stato trasmesso a Lucia ed ha acceso una fiamma nella sua mente». Che la teneva chiusa per ore nella stanza dove lui si tormentava con l´eterna riscrittura di Finnegans Wake. Secondo la biografa, «Joyce sentiva oscuramente non solo un legame personale tra lui e sua figlia, ma anche un affascinante rapporto tra il suo lavoro e sua figlia. Non voleva solo dire che lei influenzava il soggetto e la forma della sua scrittura, il che era evidente, ma che la scrittura stessa era in qualche modo coinvolta nella sua malattia». La piccola, sconvolta e sconvolgente Lucia come meravigliosa ispiratrice della più impervia e forse delirante creazione del geniale irlandese, documentata quasi riga per riga: un colpo basso per tutti quelli che hanno preferito cancellare dalla vita, dalla letteratura e dalla storia l´ennesima donna il cui talento, all´ombra di un uomo, si è persa nella follia: come Zelda Fitzgerald, come Vivien Eliot, come Sylvia Plath. Il mistero attorno a Lucia resta però intatto e forse per sempre impenetrabile: perché a poco a poco tutto ciò che la riguardava, centinaia di lettere scritte da lei o a lei, soprattutto dal padre, sono andate distrutte o non possono essere consultate sino al 2011. Il più accanito Attila è stato, è il settantenne Stephen Joyce, l´unico diretto discendente dello scrittore, figlio di Giorgio e della sua prima ricca e affascinante moglie, Helen Kastor, di 11 anni più anziana del marito (per lei il secondo). Nella desolazione di molti studiosi, lo spietato difensore del buon nome di famiglia e dei diritti su tutto ciò che la riguarda (con conseguenti vistose royalties) passa la sua vita a minacciare chiunque voglia scrivere del nonno, della nonna, della mamma, del babbo e di zia Lucia: in un congresso a Venezia, nel 1988, annunciò con crudele soddisfazione di aver distrutto tutte le lettere di Lucia in suo possesso e di aver convinto Beckett a fare lo stesso, per evitare «che occhietti rapaci e rapaci ditine se ne impossessino». Cosa rendeva pericolosa la povera Lucia, da quale indecenza doveva essere protetto il grande autore di Ulysses? Siccome è stata volontariamente soppressa ogni voce dei protagonisti che lo possa negare (o provare), c´è chi ricorda che al centro di Finnegans Wake c´è un incesto padre-figlia. Si sa che oggi è di moda rivangare nel passato dei grandi trovando sempre sospetti o certezze di porcherie sessuali e non: alla domanda, ma allora James Joyce tra le sue molte caratteristiche o virtù letterarie e umane, era anche incestuoso, la risposta dei disperati esperti è, purtroppo, mah!

Repubblica 16.6.04, prima pagina
VIAGGIO NELLE CELEBRAZIONI PARTENDO DAL RAPPORTO CONTRADDITTORIO DELLA CITTÀ IRLANDESE CON LO SCRITTORE
Dublino prima lo odia e poi lo ama con passione
Qui negli anni '60 c'era solo una targa posta dagli ammiratori alla presenza di Sylvia Bea
Oggi comitive di stranieri girano entusiaste fra i luoghi descritti nel romanzo
di SANDRO VIOLA


DUBLINO . Un po' Ajaccio con le bottiglie dei bar a forma di Napoleone, un po' Praga con le boutiques "Milena" e la birreria "Metamorfosi", un po' Memphis con la faccia di Elvis Presley sulle pompe di benzina. Questo "Bloomsday", un vero e proprio groviglio d'iniziative e festeggiamenti con cui Dublino sta celebrando i cento anni dal 16 giugno 1904 - la giornata che fa da sfondo all´Ulisse -, non è tanto diverso dalle altre trappes à touristes in cui siamo incappati qua e là nella vita. Branchi d'improbabili lettori di Joyce in pantaloni corti e scarpe da ginnastica, che si fotografano accanto alla statua del Grande Irlandese sull'angolo tra O'Connell e North Earl street. Itinerari guidati.
Pellegrinaggi nei sei o sette pubs superstiti (mentre sono scomparsi, purtroppo, i bordelli di Nighttown) dove il giovane James Aloysius Augustine trascinò la sua dissipatezza dublinese in attesa d'approdare ai banchi delle osterie triestine.
Parecchie serate rievocative, poi, con l'invito a presentarsi se possibile in costume dell'epoca. Una di esse avrà luogo venerdì 18 nei sotterranei della stazione O'Connell: s'intitola "La veglia funebre di Paddy Dignam", il morto che Leopold Bloom accompagna al cimitero di Prospect nel terzo capitolo, parte seconda, del romanzo. «Fun and drama», promettono i manifesti, «piatti tradizionali irlandesi». ingresso, 35 euro. Stamani ci saranno invece due "Bloom's breakfast" all'aperto: uno a 20 euro organizzato dal Joyce Center, e il secondo gratis, per diecimila persone, sotto il patrocinio della birra Guinness e altre industrie cittadine. Inutile dirlo, ambedue avranno al menu - Bloom li adorava per il loro sentore d'urina - rognoni di maiale e di montone. Né mancano gli intermezzi musicali: uno spettacolo di canzoni a cabaret s'è svolto addirittura nella cappella del Belvedere College, il collegio dei gesuiti descritto nel Ritratto dell'artista da giovane. E stasera i festeggiamenti culmineranno in una grande parata, sei bande musicali e gruppi etnici di danzatori, lungo tutta la O'Connell.
Al cimitero di Glasnevin si susseguono intanto le visite (10 euro) alle tombe di John e May Joyce, i genitori di James Aloysius. E qui, tra lapidi e cipressi, qualcosa in più di questo "Bloomsday" si comincia a capire. Certo: la speculazione turistica, i baracconi che ammorbano da nord a sud l'estate europea. Ma dietro a tanto celebrare sembra di cogliere anche l'affanno d'una rincorsa. Diciamo pure un senso di colpa. Come se Dublino, l'Irlanda, gli irlandesi stessero cercando di far dimenticare che sino all'altro ieri non avevano amato né onorato Joyce. Come se la lunga chiassata del "Bloomsday" - che ha avuto inizio in aprile e terminerà ad agosto - servisse proprio a questo: a soffocare il rimorso, a riguadagnare il tempo perduto.
A stendere un velo, per esempio, sul fatto che la tomba di Joyce non si trovi nel cimitero di Glasnevin. Sul fatto che dagli anni Cinquanta in poi, né gli sforzi di Samuel Beckett né quelli della galassia di società e pubblicazioni joyciane sparse in tutto il mondo, siano riusciti ad ottenere la traslazione dei resti dello scrittore da Zurigo a Dublino, così com'era stato fatto a suo tempo con Yeats, morto a Roquebrune in Francia e più tardi inumato a Sligo. Appelli, petizioni, e i dublinesi niente: facevano finta di non sentire.
Com'era vistosa, tangibile - una trentina d'anni fa - la ripulsa dei dublinesi nei confronti di Joyce e dei suoi libri. A Dublino e dintorni c'era una sola targa joyciana: alla Torre Martello, posta nel '62 da un gruppo d'ammiratori alla presenza di Sylvia Beach. Quella e nient'altro. Adesso, si capisce, le cose sono cambiate. L'altra sera, come ho detto, la cappella del Belvedere College dove Joyce studiò per una decina d'anni, ha ospitato lo spettacolo Bloombel, ispirato ovviamente all'Ulisse. Ma nel settembre '69, quando andai al Belvedere sperando in qualche notizia su quell'allievo famoso, fui messo bruscamente alla porta. Nel collegio era proibito persino nominarlo, Joyce, e se uno degli studenti fosse stato sorpreso col Portrait o i Dubliners o l'Ulysses, i padri gesuiti l'avrebbero immediatamente espulso.
Sì: l'ostracismo della Chiesa cattolica, che in Irlanda è stata sino a una quindicina d'anni fa il potere più vasto, radicato e incombente, fu inflessibile. Joyce era uno scrittore immondo. Per l'oscenità, certo: le latrine, le minzioni all'aria aperta o negli orinali, i mestrui, le erezioni d'impiccati, le masturbazioni, le donne baciate tra le natiche, i letti impiastricciati di sperma eccetera. Ma forse soprattutto per la gelida animosità con cui l'ex allievo dei gesuiti (studioso, ottimo latinista: tanto che al Belvedere s'era pensato per un lungo momento che potesse diventare un buon acquisto per la Compagnia di Gesù) aveva prima rotto con la Chiesa e più tardi ritratto i suoi maestri. La loro ipocrisia, le punizioni corporali, le maniere umilianti riservate all'adolescente il cui padre, spiantato e ubriacone, non poteva pagare la retta del collegio.
Ma la Chiesa, con un piccolo sforzo, la si può anche capire. Secondo i suoi parametri, l'Ulisse è un romanzo osceno. E del resto persino i veri ammiratori di Joyce, coloro che l'hanno veramente letto, sono consapevoli che nei suoi libri s'insiste un po' troppo - qua e là sino alla noia - sulle funzioni fisiologiche. Come chiosava Vladimir Nabokov indicando agli studenti della Cornell la quantità di borborigmi, rutti e flatulenze che punteggiano il romanzo, «Mr. Joyce dimostra un'ostinata tendenza al disgustoso». Ma dando per scontata la condanna della Chiesa, perché il rigetto da parte dei dublinesi, comprese tre generazioni di scrittori? L'invidia per il genio, l'irritazione per un esilio che l'esiliato non mancò mai d´ostentare come una scelta inevitabile visto che considerava Dublino una specie d'anus mundi?
La risposta più convincente a queste domande venne nel 1922 da un altro irlandese, George Bernard Shaw. Shaw era un moralista, i brani dell'Ulisse che gli avevano dato da leggere lo nausearono, ma capì subito quel che il libro avrebbe prodotto nei rapporti tra l'autore e i suoi concittadini: «Il merito del signor Joyce», scrisse, «è d'aver fatto con i dublinesi quel che si fa con i gatti: mettergli il muso nei loro stessi escrementi perché imparino a non sporcare per casa». E infatti i dublinesi non gradirono, se la legarono al dito. Quanto allo scrittore, quel che sarebbe successo lo sapeva benissimo e ne era esilarato. Alla vigilia dell'apparizione del romanzo scrisse a Carlo Linati: «A Dublino si sta già formando un grande movimento contro il libro, cui partecipano i puritani, gli imperialisti inglesi, i repubblicani irlandesi, i cattolici: che alleanza!».
Perciò parlavo prima di rincorsa, la rincorsa che i dublinesi stanno facendo per mostrare che Joyce, adesso, lo amano con tutto il cuore. Non che trapeli un grande amore da questa ragazza col forte accento irlandese, quasi una nana, che guida severa un gruppo di nove persone (due coppie sudcoreane, una coppia tedesca, uno spagnolo, un americano e il sottoscritto) lungo un itinerario che va dal Joyce Center sino a Nassau street, dove James Aloysius in scarpe di tela e berretto marinaro abbordò il pomeriggio del 10 giugno 1904 Nora Barnacle, la donna della sua vita e, per molti versi, la Molly dell'Ulisse. Forse a disturbare la nostra guida sono i due tedeschi, probabilmente sbronzi, tutto un ridere senza motivi: o forse è irritata dal gruppetto sudcoreano che la guarda a bocca aperta e solo si riscuote, ad ogni sosta e spiegazione, per mitragliarla di scatti fotografici.
La cosa certa è che la quasi nana va per le spicce: indica con la mano i luoghi, cita - leggendo da certi suoi foglietti bisunti - il capitolo dell'Ulisse in cui sono descritti, e passa diritto. Sul ponte O´'Connell, per esempio, scandisce: «Sosta di Bloom nel capitolo quinto della parte seconda», e il ponte è già passato. Eppure qui sarebbe interessante sapere chi ricorda meglio - se la ragazzona tedesca con le poppe metà di fuori, o le due mature coppie sudcoreane con in testa cappelli da baseball, o l'americano in shorts fragola - la lunga sosta di Leopold Bloom sul ponte. Quando l'errante resta per un po' a guardare «roteanti tra i tetri muraglioni, con vigoroso palpito d'ali, i gabbiani», e pensa addirittura che potrebbe buttarsi giù nella Liffey.
Un po' più oltre, all'angolo tra Grafton e il Trinity College dove Joyce lo collocò, è invece inutile chiedersi chi si sia più divertito, tedeschi o coreani, nel leggere il dialogo tra Stephen Dedalus e Almidano Artifoni, il maestro di canto. Perché quel dialogo è in italiano, tutto incantevoli cadenze triestine («Addio, caro», «Ma sul serio, eh!»), e nessuno può goderselo come gli italiani. In ogni caso la guida omette di citare l´incontro Dedalus-Artifoni, e cento metri dopo siamo a Duke street, da "Davy Byrne's", il pub dove Bloom fa la sua seconda colazione con una fetta di gorgonzola e un piccolo bicchiere di borgogna. Qui la comitiva si rilassa: birra per i tedeschi e lo spagnolo, aranciate o Cola per gli altri. Non mi rilasso io, invece, che trentacinque anni fa ho conosciuto il "Davy Byrne's" pressoché intatto, e lo ritrovo stravolto, un fast food puzzolente con le pareti coperte di ritratti di James e Nora, e sgorbi di pittori locali sui personaggi del romanzo.
Questi itinerari ad uso degli «enthusiasts for Joyce» (come vengono chiamati dagli organizzatori del "Bloomsday"), hanno in ogni caso un pregio. Quello di rammentare con quanto scrupolo di topografo, con quale spirito d'annalista, è stato tessuto l'Ulisse. I nomi delle strade, piazze e ponti, gli incroci, i palazzi e i pubs, i numeri civici, i negozi e i trasporti. Le linee del tram, per esempio, nel settimo capitolo: «Davanti alla Colonna Nelson i tram rallentavano, deviavano..., ripartivano per Kingstown e Dalkey, Clonskea, Rathgar e Terenure, Palmerston Park e Upper Rathmines, Sandymoun Green, Rathmines, Ringsend e Sandymount Tower, Harold's cross...».
Non ci si pensa sempre: ma dietro lo sfrenamento linguistico - «i trucchi verbali d'ogni genere, i giochi e trasposizioni di parole, i mostruosi gemellaggi di verbi e le imitazioni di suoni» - c'è in Joyce l'impegno del naturalista. Una meticolosità, in quei riferimenti topografici e toponomastici, di mestieri e professioni, di frattaglie da gustare e conseguenti disturbi gastrici, che lui stesso definì «quasi demente». Sicché le sue pagine hanno anche un valore per così dire documentario, cosa di cui l'autore andava orgoglioso: «Se un giorno Dublino dovesse essere cancellata dalla faccia della terra», diceva infatti, «la si potrebbe ricostruire sulla scorta delle mie pagine».
I sentimenti di James Aloysius per Dublino furono infatti complessi, contraddittori. Avversione da un lato: e dall'altro trentasett'anni (gli anni trascorsi in Italia, Francia e Svizzera dal 1904 alla morte) di perenne, inconsolabile nostalgia. Tra la fine dell'adolescenza e la prima giovinezza, sino al giorno in cui era partito con Nora per l'esilio, i risentimenti e l'avversione. A quel tempo aveva definito i dublinesi «una massa di borghesucci indifferenti e moraleggianti», «gente cialtrona, insopportabilmente verbosa, la più arretrata d'Europa». E aveva detestato «l'emiplegia» di Dublino, «questa paralisi che molti scambiano ancora per una città», l'«odore di cenere, di basse maree e d'immondizie» che ne impregnava l'aria.
Ma poi, una volta partito, Dublino l'aveva ripensata ogni giorno. E il suo livre de chevet, d'uno che leggeva libri in quattro lingue (latino a parte), fu il "Thom´s directory": una specie di Bottin o Guida Monaci, in cui su Dublino c'era assolutamente tutto. La descrizione delle strade un immobile dopo l'altro, gli indirizzi dei negozi (due dei quali esistono ancora, la farmacia Sweny's e la macelleria Olhausen's), la collocazione delle buche da lettere, l'orario delle maree, il numero degli elettori, le eclissi lunari e gli ordini professionali. Una lettura smessa soltanto quando i suoi occhi malati non gli permisero più, o quasi, di leggere.
Dal contrasto tra avversione e nostalgia per Dublino, emerge la ferita che fece del giovane James Aloysius uno scrittore. La caduta sociale della famiglia, i dodici appartamenti cambiati in vent'anni - e ogni volta più vicini agli slums dei proletari - l'alcolismo del padre, le scarpe rotte dei nove fratelli, il vivere di prestiti mai restituiti, il suo nome nell'elenco degli studenti morosi esposto all'Università. Un declassamento (a sentire Nabokov è Joyce stesso il personaggio anonimo e segaligno, l'aria misera, che s'aggira qua e là per l'Ulisse con un malandato impermeabile MacIntosh) rimediabile soltanto con la fuga. E il prezzo della fuga fu la nostalgia.
Quanto a Dublino, s'è detto. Cinque-sei decenni d'indifferenza o dispregio o vero e proprio disgusto, e adesso la carnevalata dell'apoteosi. Un passo ancora, e l'anno venturo potrebbe esserci attorno alla Torre Martello una "Joyceland" solcata da trenini, con il N° 7 di Eccles street, la roccia di Calipso, Bella Cohen, Blazes Boylan e Molly Bloom in plastica a colori.

centenari 1904 - 2004
l'Ulisse di James Joyce
e Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello

l'Ulisse di James Joyce


OGGI 16 APRILE È IL "BLOOMSDAY"
e James Joyce mentre componeva l'Ulisse viveva a Roma, in via Frattina


"Il sito originale irlandese dedicato al centenario ha previsto delle pagine in italiano consultabili all'indirizzo:
www.rejoycedublin2004.com  

Benvenuti a ReJoyce Dublin 2004
Benvenuti sul sito ufficiale del Centenario del Festival ReJoyce Dublin 2004 Bloomsday. Qui troverete le informazioni più aggiornate su tutti gli eventi del festival


Per milioni di persone il 16 giugno è un giorno straordinario. Nel 1904 in quella data Stephen Dedalus e Leopold Bloom hanno fatto il loro epico viaggio attraverso Dublino, descritto nell'Ulisse di James Joyce, il romanzo moderno più celebrato al mondo. Il «Bloomsday», come sappiamo, è diventata una tradizione per i cultori di Joyce di tutto il mondo. Da Tokyo a Sydney, da San Francisco a Buffalo, da Trieste a Parigi, dozzine di città in tutto il mondo organizzano i loro festeggiamenti per il Bloomsday. Generalmente le celebrazioni includono letture, rappresentazioni teatrali e improvvisazioni per le strade di scene tratte dal romanzo. Nessun altro luogo festeggia il Bloomsday nel modo allegro e chiassoso che contraddistingue Dublino, patria di Molly e Leopold Bloom, Stephen Dedalus, Buck Mulligan, Gerty McDowell e dello stesso James Joyce. Qui, l'arte dell'Ulisse si incarna nella vita quotidiana per le centinaia di Dublinesi e di visitatori della città che ne ripercorrono l'odissea ogni anno.
Benché Bloomsday identifichi un giorno soltanto, l'Irlanda sta preparando un festival di respiro mondiale, della durata di cinque mesi, dal 1º aprile 2004 al 31 agosto 2004. Il Ministro di Arti, Sport e Turismo, Mr. John O'Donoghue ha nominato un comitato per la supervisione e il coordinamento dell'importante celebrazione di uno dei grandi maestri letterari della nazione. Tutti - dai neofiti della letteratura agli studiosi di Joyce - troveranno un ventaglio di proposte adatte ai propri interessi. Oltre ad un gran numero di esibizioni ed eventi spettacolari, rappresentazioni per le strade, programmi musicali e divertimenti per tutta la famiglia riempiranno la città per la gioia di tutti.
Dublino stessa salirà sul palcoscenico di ReJoyce Dublin 2004. Joyce riuscì a catturare l'anima di Dublino in tutta la sua ruvida gloria e ad immortalarla nell'Ulisse. La combinazione di raffinatezza e fascino vecchio stampo accende l'immaginazione dei suoi cittadini e dei suoi visitatori. ReJoyce Dublin 2004 e l'Irlanda invitano il mondo ad aiutarli a celebrare degnamente James Joyce, Bloomsday e Dublino!

 
Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello


Il programma delle manifestazioni per il centenario de "Il fu Mattia Pascal" è tratto dal sito:
www.arcobaleno.net

"IL FU MATTIA PASCAL" di Luigi Pirandello
1904-2004 il primo centenario
16 giugno - 8 luglio 2004
Casa delle Letterature, piazza dell'Orologio 3, Roma

Proseguono le iniziative della Casa delle Letterature dell‘Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma volte a promuovere la conoscenza dei grandi protagonisti della letteratura italiana


Era il giugno 1904, esattamente cento anni fa, quando sul periodico “Nuova Antologia” usciva l‘ultima puntata del nuovo romanzo di Luigi Pirandello: Il fu Mattia Pascal. La Casa delle Letterature ne festeggia l‘anniversario allestendo una mostra ideata e realizzata dall‘Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo. Saranno esposte pagine manoscritte del romanzo, la prima stampa con correzioni autografe, lettere e documenti inediti sulla genesi dell‘opera e i primi giudizi critici apparsi sulla stampa. Fotografie, disegni, caricature illustreranno l‘ambiente attorno allo scrittore e la società letteraria del tempo, una Roma che fa da sfondo alla vicenda del protagonista del romanzo, l‘uomo che “muore due volte” e la cui identità resterà quella del “fu” Mattia Pascal. Il fu Mattia Pascal aprì un secolo operando una rivoluzione letteraria delle cui conseguenze forse soltanto in tempi recenti si è avvertita l‘ampiezza. La sua fortuna mondiale presso i lettori non è mai venuta meno e non accenna a diminuire. Il XX è stato per Pascal un secolo di continue “rinascite”, dal romanzo (tradotto nelle lingue di cinque continenti) allo schermo cinematografico, alla scena teatrale, e sarà questo il tema di una tavola rotonda che si terrà in concomitanza dell‘inaugurazione della mostra. La manifestazione, ideata dall‘Istituto di Studi Pirandelliani, è realizzata dalla Casa delle Letterature dell‘Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma.

LEGGI L'INTERO PROGRAMMA SU "SPAZI"

Casa delle Letterature
Piazza dell'Orologio 3, Roma
Informazioni: tel. 06.68134697
www.casadelleletterature.it
dal lunedì al venerdì ore 9.00 - 19.00
sabato ore 9.00 - 13.00

Ufficio Stampa No Zap
Tel. 06.6832740 Fax 06.6832770

Pirandello e Joyce

Gazzetta del Mezzogiorno lunedì 14 giugno 2004
Roma chiama Dublino: il 16 giugno si festeggiano Luigi Pirandello e James Joyce
Pascal e Bloom uniti da un centenario
I due romanzi-manifesto della letteratura del Novecento
di Maria Gabriella Giannice


«Una delle poche cose, anzi forse la sola ch'io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal». «Solenne e paffuto, Buck Mullingan comparve dall'alto delle scale, portando un bacile di schiuma su cui erano posati in croce uno specchio e un rasoio». Cominciano così due romanzi manifesto della letteratura del 900: «Il fu Mattia Pascal» di Luigi Pirandello e «Ulisse» di James Joyce, che verranno festeggiati il 16 giugno. Si crea così un ideale ponte Roma-Dublino dove ognuno dei due libri sarà commemorato in occasione di feste centenarie, il primo per l'anno di pubblicazione (nel giugno del 1904 la «Nuova Antologia» pubblicava l'ultima puntata del nuovo romanzo di Pirandello); l'altro per una data, il 16 giugno 1904, il giorno in cui Joyce fa svolgere le peregrinazioni di Leopold Bloom-Ulisse e Stephen Dedalus a Dublino. Mentre Pirandello racconta l'incredibile vicenda di un uomo senza più vocazioni né certezze sospeso fra vita e morte, essere e apparire, Joyce, con arditezze stilistiche e una sperimentazione linguistica ancora oggi all'avanguardia, racconta una giornata fallimentare di due uomini persi in una concretissima Dublino e nella rete degli inganni esistenziali. Entrambi troppo avanti sul loro tempo, i due romanzi non trovarono immediata fortuna. «Il Fu Mattia Pascal» se proiettò Pirandello in una dimensione europea (venne tradotto subito in tedesco), nello stesso tempo lo isolò nel panorama culturale italiano dove dominavano il modello estetizzante di D'Annunzio e il verismo di Verga e per lungo tempo, anche a causa del giudizio negativo che ne diede Benedetto Croce, fu poco apprezzato dalla critica. Sorte anche peggiore toccò all'«Ulisse», che venne pubblicato in inglese, in 1000 copie, a Parigi nel 1922, ma prima di poter essere pubblicato nei paesi anglosassoni dovette aspettare il '33. Esemplare la sentenza del giudice statunitense Woolsey, che ne permise la pubblicazione in America definendo il libro «indubbiamente abbastanza vomitevole, ma non tendenzialmente afrodisiaco». «Ulisse» è, come si è detto, il racconto degli avvenimenti vissuti nel corso di una giornata da Leopold Bloom e Stephen Dedalus a Dublino. L'uno è alla ricerca inconscia di un figlio che sostituisca quello che gli è morto, l'altro ha bisogno di una figura paterna che sia per lui punto di riferimento per le sue inquietudini intellettuali. Stephen lascia la torre dove abita con Mulligan, disgustato dall'amico. Leopold Bloom dopo aver fatto colazione con la moglie Molly, cantante, si reca a un funerale. Nel loro andirivieni per la città si incontrano brevemente nella sede di un giornale, alla Biblioteca nazionale e nel quartiere malfamato della città dove Leopold-Ulisse salva Stephen-Telemaco che, ubriaco, è aggredito da due soldati inglesi. Leopold si porta a casa Stephen, i due parlano di letteratura, di donne, di assassini e di suicidi. Si fa notte fonda, Stephen se ne va, Leopold si corica. Molly è già a letto. Il romanzo si conclude con un ininterrotto fluire, tra ricordo e sogno, delle immagini che le affollano la mente, immagini del passato, della giovinezza, del primo incontro con Leopold, chiuse dal celebre «Sì». «Il fu Mattia Pascal» racconta la storia di un uomo, Mattia Pascal, che legge sul giornale di essere stato dichiarato morto, identificato nel cadavere di un suicida. Decide così di trasferirsi a Roma e cambiare identità “seppellendo” Mattia Pascal e “creando” un altro se stesso Adriano Meis. Libero della propria condizione anagrafica e degli schemi sociali che essa impone, si illude di poter costruire una nuova vita. Ma la disillusione è subito alle porte, egli, semplicemente, non esiste. La sua vitalità è quella di un fantasma senza volto, costretto a vivere, paradossalmente, di quell'identità che gli altri gli hanno accuratamente cucito addosso e di cui è impossibile liberarsi. Inscenando un nuovo suicidio torna, quindi, al suo paese di origine, per riappropriarsi di una vita che ormai gli è stata tolta per sempre. Il cerchio, finalmente, si chiude. Mattia ha rinunciato definitivamente a cercare una propria realizzazione e ha accettato una volta per tutte di rimanere sospeso tra la vita e la morte. Per ricordare il centenario del «Fu Mattia Pascal» la Casa delle Letterature allestisce a Roma una mostra ideata e realizzata dall'Istituto di Studi Pirandelliani (inaugurazione il 16 giugno alle 19.00 con la proiezione di «Feu Mathias Pascal» di Marcel Herbier). Nell'occasione saranno esposte pagine manoscritte del romanzo, la prima stampa con correzioni autografe, lettere e documenti inediti sulla genesi dell'opera e i primi giudizi critici apparsi sulla stampa. Fotografie, disegni, caricature illustreranno l'ambiente attorno allo scrittore e la società letteraria del tempo, una Roma che fa da sfondo alla vicenda del protagonista del romanzo. Sempre il 16 giugno alle 17 è prevista una tavola rotonda su «Le rinascite di Pascal: dal romanzo al teatro, passando per il cinema».

nel cervello...

La Stampa TuttoScienze 16.6.04
SCAFFALE
Nel cervello alla radice delle emozioni


L’ESEMPIO più chiaro ci viene dal sorriso. Possiamo sorridere volontariamente, e allora comandiamo il muscolo zigomatico superiore (che Berlusconi deve avere molto sviluppato). Ma il vero sorriso, che nasce dall’emozione più che da un calcolo e dalla volontà, muove anche il muscolo orbicolare dell’occhio. Questo tipo di sorriso, spontaneo e contagioso, ha la sua origine nel «cervello emotivo», e precisamente nella corteccia cingolata. E’ una delle tante cose che si imparano leggendo «Le emozioni della mente», un libro di Giampaolo Perna, semplice ma non semplicistico e aggiornatissimo. Nato ad Hartford negli Stati Uniti quarant’anni fa, Perna è ora responsabile dell’Unità per i disturbi d’ansia all’ospedale San Raffaele di Milano e docente presso l’annessa Università Vita e Salute. Ha creato e dirige il sito Internet www.ansia.info, un servizio unico nel suo genere. L’attenzione per la parte del cervello da cui dipendono le nostre emozioni (paura, disgusto, rabbia, gioia) è recente ed ha aperto nuove prospettive nello studio del rapporto mente/cervello, tanto che oggi si parla molto anche di una «intelligenza emotiva». L’obiettivo di Perna è informare il lettore orientandolo ad una vita più serena e, possibilmente, più felice. Giampaolo Perna, «Le emozioni della mente», Ed. San Paolo, 140 pagine, 8 euro

martedì 15 giugno 2004

libri in fiamme

Repubblica 15.6.04
STORIA DEI LIBRI IN FIAMME
Intervista/ Lucien X. Polastron racconta tremila anni di roghi
"Si distrugge il volume per colpire chi l´ha scritto ed è accaduto spesso"
"Lavoro a questo progetto dal ´92 dopo l´incendio della biblioteca di Sarajevo"
"Hitler distruggeva le opere degli ebrei però ne fece raccogliere tre milioni a Francoforte"
di FABIO GAMBARO


PARIGI. Dal saccheggio della biblioteca di Tebe, nel 1358 avanti Cristo, a quella di Bagdad, nel 2003. Più di tremila anni di roghi e distruzioni. Una lunga storia di offese al libro e alla cultura che finora non era mai stata raccontata nella sua globalità. Lucien X. Polastron, studioso francese, già autore di un apprezzato libro sulla carta, Le papier, 2000 ans d´histoire, ha provato a colmare questa lacuna. Nelle librerie francesi è giunto così Livres en feu (Deno l, pagg.430), un volume molto documentato che ricostruisce la «storia infinita della distruzione delle biblioteche», mostrando «i molti volti della barbarie» che, fin dalla più lontana antichità, ha preso di mira le pagine scritte e i luoghi in cui queste vengono custodite. «Ho iniziato a lavorare a questo libro nel 1992», racconta Polastron, «subito dopo l´incendio della biblioteca di Sarajevo. Gli autori di quell´atto criminale colpirono intenzionalmente la biblioteca per cancellare il carattere multiculturale del paese, di cui essa era il simbolo. Ripetevano così i gesti che i passato erano stati dei nazisti e di tutti coloro che, in ogni epoca e ad ogni latitudine, avevano preso di mira la cultura scritta.
Nel suo libro gli esempi non mancano...
«E´ una storia molto più ricca di quanto non si creda. Gli uomini infatti non appena si mettono a costruire le biblioteche, quasi contemporaneamente iniziano a distruggerle. Per Borges, la biblioteca nasce da un processo che non si conclude mai. Una biblioteca infatti non è mai finita. Allo stesso modo, anche la storia delle catastrofi che colpiscono le biblioteche è una storia infinita. Cambiano solo le modalità. Più le biblioteche sono grandi e più i rischi diventano importanti. Naturalmente ci sono le catastrofi naturali o gli errori umani, ma molto spesso la distruzione del patrimonio scritto è un atto deliberato.
Quali sono le motivazioni più frequenti?
«Il libro contiene una memoria e una cultura di cui ci si vuole sbarazzare. Colpendo i libri, si colpiscono le persone che li hanno scritti e letti. E´ successo molte volte nella storia e continua a succedere ancora oggi. Recentemente, a Poona, in India, nel rogo di una biblioteca sono andati persi 30.000 volumi. Un gruppo d´indù voleva purificare i luoghi, solo perché un ricercatore americano vi aveva lavorato, formulando alcuni dubbi sulla parentela di un re a loro sacro. Per gli indù quel re era una divinità e quindi il dubbio sulle sue origini è stato considerato un atto di blasfemia. La profanazione era quindi da punire col fuoco. Nel rogo sono andati persi molti libri rari della tradizione indù, ma probabilmente gli incendiari non si sono neppure resi conto del danno che stavano facendo alla loro cultura.
Quando avvennero le prime distruzione di biblioteche?
«Nell´antico Egitto. Akhenaton distrusse la biblioteca di Tebe nel 1358 avanti Cristo. Aveva introdotto il monoteismo e, siccome pensava di detenere la verità, pensò di fare tavola rasa delle tradizioni religiose che lo avevano preceduto. I testi scritti dai sacerdoti di Tebe, che menzionavano altri dei, vennero distrutti. Akhenaton fece anche costruire una nuova biblioteca, che però, alla sua morte, venne incendiata dai sacerdoti per vendetta. All´origine degli attacchi alle biblioteche c´è sempre un odio politico-religioso, un odio nei confronti degli uomini che viene trasferito sulle opere scritte. Il sociologo Leo Löwenthal, poco prima di morire, ne ha persino tratto una riflessione psicanalitica, che però è rimasta solamente abbozzata.
Tutti conoscono il rogo della biblioteca di Alessandria. Che può dirne?
«Ad Alessandria, dove per la prima volta venne distrutta una biblioteca universale, sono nati contemporaneamente il mito della biblioteca e quello della sua distruzione. Molto probabilmente la biblioteca fu distrutta più volte, in parte o completamente, anche se poi il mito ha tramandato solo il rogo del 48 avanti Cristo. Quel primo incendio fu un danno collaterale della guerra. Cesare infatti non aveva alcuna intenzione di distruggere la biblioteca, più realisticamente pensava di rubarne le opere per portarle a Roma. Purtroppo, durante le guerre, le biblioteche rischiano sempre il saccheggio. Quando l´esercito dei vincitori occupa il territorio nemico sente il bisogno di colpire la tradizione intellettuale degli sconfitti. In particolare quella depositata nei libri. Lo hanno fatto i Mongoli, nel 1258, quando hanno raso al suolo le trentasei biblioteche di Bagdad. E meno di un secolo prima, Saladino, che voleva cancellare ogni traccia degli sciiti, mise a sacco la famosa biblioteca fatimida del Cairo, vendendone tutti i libri per pagare i suoi soldati.
Durante le crociate vennero distrutte delle biblioteche?
«Sì, ad esempio a Tripoli e a Costantinopoli. I cavalieri cristiani saccheggiavano per spirito di rapina, ma quando il bottino non sembra loro interessante, allora bruciavano tutto. Anche gli uomini della chiesa hanno molto contribuito a quest´opera di distruzione, nel tentativo di far scomparire la religione islamica. Più tardi l´accanimento nei confronti dei libri diventerà più sistematico. Quando?
«Nella Spagna del XVI e XVII secolo, dove le biblioteche hanno tremendamente sofferto. L´inquisizione, animata anche da un forte razzismo nei confronti di arabi ed ebrei, ha organizzato molti roghi di libri. Non a caso, gli spagnoli hanno reso tristemente celebre la parola portoghese autodafè. Torquemada, Cisneros e molti altri vescovi hanno mostrato una furia senza pari nei confronti della pagina scritta. Inoltre, nel Nuovo Mondo gli spagnoli hanno cancellato tutte le tracce scritte delle civiltà anteriori. Il patrimonio scritto dei Maya e degli Atzechi era considerato opera del diavolo e come tale andava bruciato.
Talvolta, i biblioclasti sono al contempo bibliofili...
«E´ vero. L´imperatore cinese Qin Shi Huangdi, nel 213 avanti Cristo, unifica la scrittura e costruisce un´importante biblioteca, ma al contempo fa bruciare tutte le raccolte di testi del passato. Papa Leone X, colui che nel 1515 mise all´indice i libri considerati pericolosi, fu un bibliofilo appassionato che riunì nella sua biblioteca privata testi rarissimi provenienti dalle biblioteche di tutta Europa.
La pratica di arricchire le biblioteche con testi derubati altrove è molto diffusa?
«Moltissimo. Le Bibliothéque Nationale de France e la British Library contengono una gran quantità di opere rubate. Si pensi a tutti libri razziati da Napoleone in Italia, in Spagna o in Egitto. Anche la colonizzazione dell´Oriente ha permesso di portare in Europa migliaia di testi. La Cina, ad esempio, oggi reclama la restituzione di numerose opere che appartengono al suo passato, ma i francesi e gli inglesi per il momento non vogliono restituirli. Durante la seconda guerra mondiale, i nazisti si servirono senza scrupoli nelle biblioteche dei paesi occupati.
A proposito dei nazisti, lei ha messo in luce un episodio poco conosciuto...
«Come tutti sanno, a partire dal 1933, i nazisti organizzarono l´autodafè delle opere di autori ebrei e comunisti. Ma qualche anno dopo, per ordine diretto di Hitler, iniziarono a costituire un´importante biblioteca di testi della tradizione ebraica. Diversi specialisti furono sguinzagliati nelle biblioteche di tutta Europa, per saccheggiare le sezioni Judaica ed Hebraica. Riuscirono a raccogliere così tre milioni di volumi che furono trasportati a Francoforte. Nessun´altra biblioteca ebraica aveva mai raggiunto una tale dimensione. Lo scopo di tale operazione era lo studio del segreto degli ebrei. Naturalmente era un fantasma di Hitler, ma in quel modo molti libri preziosissimi furono salvati dalla distruzione. Alla fine della guerra la biblioteca è stata dispersa. Molte opere sono state restituite ai legittimi proprietari, come ad esempio i volumi delle sei biblioteche parigine della famiglia Rothschild. I libri rimasti senza proprietari sono finiti negli Stati Uniti, alla Library of Congress. Vennero razziate anche le biblioteche italiane?
«C´è un episodio noto. A Roma, due giorni prima della famosa retata del 16 ottobre 1943, i nazisti entrarono nella sinagoga del ghetto e portarono via due vagoni pieni di volumi rari. Il poeta Heinrich Heine - in una pièce dedicata ad Almanzor, colui che nel 980 a Cordoba fece bruciare la biblioteca dei califfi - ha scritto che, quando gli uomini cominciano a bruciare i libri, prima o poi finiscono per bruciare gli uomini. Mai profezia fu così tristemente vera».

una intellettuale algerina

Il Mattino 15.6.04
INCONTRO CON L’INTELLETTUALE ALGERINA
Wassyla Tamzali
paladina dell’Islam democratico e laico
di Donatella Trotta


Il volto moderno, democratico e laico dell’Islam è quello di una bella donna algerina dai corti capelli brizzolati che incorniciano uno sguardo diretto e deciso. Si chiama Wassyla Tamzali: da quasi trent’anni anni si batte per i diritti delle sue compaesane di sesso e a favore della libertà di coscienza nel mondo di cultura arabo-islamica. «Un mondo ancora oggi enigmatico per l’opinione pubblica mondiale - spiega - e passato, nell’area mediterranea, dalle lotte di liberazione dal colonialismo alla battaglia per la libertà». Nodo, quest’ultimo, molto difficile da sciogliere, aggiunge, «in società arabo-musulmane prefreudiane, dove i cittadini si devono confrontare con la doppia malattia dell’identità e del nazionalismo, restii tra l’altro ai valori dell’emancipazione femminile, dell’uguaglianza e delle pari opportunità tra i sessi».
Avvocato, femminista, scrittrice, già funzionario dell’Unesco a Parigi - dove per vent’anni è stata direttrice del diritto delle donne -, membro dell’Afem (Association Femmes de la Mediterranée) e responsabile del comitato Maghreb Egalité ad Algeri - città natìa dove è tornata a vivere -, in questi giorni Wassyla Tamzali è a Napoli, ospite della Fondazione Laboratorio Mediterraneo dove sabato interverrà nella sede di via Depretis 130 a un convegno internazionale di studi di genere (in programma con una mostra di editoria femminile, da venerdì a domenica) dopo aver partecipato, venerdì scorso, a un seminario a più voci (femminili) sulle ambiguità e i limiti del dialogo interculturale: «Tema che è diventato un concetto politico nell’attuale scenario internazionale, con la sua ambizione di prendere in carico la diversità storico-culturale, ma con dei necessari distinguo», sottolinea Tamzali, che si definisce «una donna antica colonizzata e malgrado ciò anche in rapporto con la mia comunità e il suo contesto culturale, pur essendo una ”diversa”» che rivendica dunque per sé un’identità «complessa».
Il primo distinguo? È una provocazione: «Quando si parla di dialogo culturale - dice Tamzali - basato sul metodo della tolleranza, che presuppone il sacrificio di una parte delle proprie convinzioni profonde per accettarne altre che magari si considerano sbagliate, è indispensabile saper distinguere l’intolleranza dall’intollerabile: questione non astratta per le donne, anzi al cuore del dibattito contemporaneo». Un esempio? «La questione del velo: le femministe francesi che arrivano a difenderlo, in nome di una sedicente apertura antirazzista ai segni mitizzati della diversità culturale, mettono di fatto l’Islam fuori del pensiero occidentale avallando un’intollerabile pratica di sottomissione: simbolica e reale. Non dimentichiamo che persino all’interno della chiesa cattolica sono state fatte battaglie in contrasto con la religione, come le lotte per l’aborto e per il divorzio, a dimostrazione che esistono altri àmbiti oltre quello religioso. E non vedo perché l’Islam debba essere l’impensato del pensiero occidentale».
Già, ma il problema con l’Islam è che diventa difficile non essere condizionati dall’uso politico strumentale della religione, che ha portato, nell’immaginario collettivo, allo stereotipo dello scontro di civiltà e al dilagare del terrorismo globale... «Il problema vero non è un eccesso di Islam, ma una sua mancanza che ha portato a questi stravolgimenti», replica Tamzali. In che senso? «L’Islam come religione, nel deserto arabo del VII secolo, dava diritti eccezionali alle donne. È la logica delle tribù che l’ha distrutto e seppellito, deviando la sua evouzione e causando uno scacco terribile che non è avvenuto invece in Occidente, dove le radici cristiane dell’Europa hanno generato movimenti di civilizzazione contro la barbarie che hanno trasformato e liberato le coscienze, con conquiste fondamentali per i diritti dell’umanità».
Non a caso, Tamzali ha di recente lanciato un audace Manifesto per la libertà di coscienza in Islam da lei promosso (dall’interno) con altri uomini e donne intellettuali di cultura musulmana (credenti, agnostici e anche atei): pubblicato in Francia e in Marocco su «Libération», il documento ha raccolto centinaia di firme e scatenato un putiferio di polemiche per il suo atto d’accusa articolato su tre grandi temi: la libertà di coscienza; la lotta contro l’islamofobia e la sfida ai bubboni che allignano in certe periferie europee affollate di giovani e sbandati immigrati musulmani «che esercitano la loro aggressività e violenza contro tre bersagli principali: le donne, gli ebrei e gli omosessuali», spiega Tamzali. Che mette in guardia contro un ”nemico” invisibile molto più pericoloso, a suo avviso, dei kamikaze antioccidentali: «L’Islam passivo, che si insinua in Europa con il suo bagaglio di misoginia, antisemitismo e omofobia usando gli strumenti della cultura per attentare ai valori di libertà, uguaglianza, fraternità dell’Occidente da difendere ad ogni costo, per raggiungere un orizzonte comune di umanità davvero solidale».

lunedì 14 giugno 2004

dal Guardian
i pericoli con i farmaci antidepressivi

ricevuto da Emiliano Maione

society.guardian.co.uk

The Guardian Monday June 14, 2004
Alert on adult use of antidepressants
by Sarah Boseley, health editor


The modern antidepressant drugs which were thought to be a miracle cure for 20th century misery only 10 years ago are expected to suffer a second big blow this year when the UK authorities will warn that some of them can cause adults to become suicidal.
An expert working group of the government's Committee on the Safety of Medicine (CSM) has already warned that all but one of the SSRIs (selective serotonin reuptake inhibitors), including the best-selling Seroxat, should not be given to children. It found that there were risks of children becoming suicidal, aggressive and suffering mood swings, and the drugs were anyway not very effective.
Now the committee is close to completing its review of the safety and efficacy of the SSRIs in adults. The Guardian understands that it has found a similar picture and that the drug regulatory body, the Medicines and Healthcare Products Regulatory Agency (MHRA) is likely to impose restrictions on the use of some of them.
The decision will lead to further confusion and uncertainty among doctors treating depression. Child psychiatrists and GPs have shown conflicting reactions to the SSRI ban - some of them continuing to use the drugs, while others hold off. Guidelines from the National Institute for Clinical Excellence (Nice) on treating depression in adults were due to be published this month, but have been postponed pending the MHRA announcement. Guidelines on treating children are not due until next year.
"With our colleagues it is very difficult," said Sue Bailey, chair of the child and adolescent faculty of the Royal College of Psychiatrists. "They don't know whether they can or can't, should or shouldn't prescribe."
Two to 6% of children suffer from depression, and suicide is the third leading cause of death in 10-to-19-year-olds, says Professor Bailey. An estimated 40,000 children were on SSRIs last year.
The college has asked the expert group to give "plain English" advice as to what doctors should do, but they have been told they must wait until the MHRA has met to discuss the issues with the European drug regulators. It is well-known that the authorities in some parts of Europe would like the MHRA to tone down the SSRI ban, but Professor Bailey says she finds it hard to see how the MHRA can recant. "It is hard to row back on the data they have shown us," she said.
A conference on the issues around ensuring medicines are safe for children is taking place today, with contributions from Lord Warner, the health minister responsible, and Sir Alasdair Breckenridge, chair of the MHRA.
Yet the biggest problem in children's medication today, the SSRIs, is not on the agenda. In a presentation next month, Prof Bailey will call for government and other involved bodies to ensure children have "the same rights to rigorously conducted research programmes" as adults. She points out that the studies of depressed children so far involve some as young as three, in whom depression has to be very carefully diagnosed, using specially trained researchers.
One SSRI has not been banned for use in children - Prozac, which has a licence to treat children's depression in the United States. Yesterday the manufacturer, Eli Lilly, told the Guardian it had been asked by the MHRA to apply for a licence to treat children with depression in the UK and Europe.
Richard Brook, chief executive of the mental health charity Mind, who resigned from the expert group on SSRIs because of what he claimed was a lack of openness and transparency, said he was appalled that the MHRA which polices the drug companies should approach one of them to suggest it applies for a licence.
"This raises real issues about their impartiality," he said. "They are saying they want an SSRI to be given to children. It is not their job to decide such a thing. If they are going to do deals with the drug companies, where does it stop? This is a fundamental breach that the minister must investigate."
Vera Sharaz, from the Alliance for Human Research Protection in the United States, says it is astonishing that Prozac ever got a licence there for use in children, adding that documents from the Food and Drug Administration (FDA) which licensed it show that the first of two studies done, in 1997, failed to reach the target Eli Lilly had set for benefiting children and the second, in 2002, produced serious side-effects, including growth retardation and heart problems.
"Given the concern about evidence of a suicide link to Prozac and the other antidepressants, it is an affront to the public that the MHRA would even consider approving Prozac for children," she said. Eli Lilly in fact changed the label on the drug in the UK last December to state: not recommended for children.

domenica 13 giugno 2004

Carlos Fuentes
intervistato da Luciana Sica

Repubblica 13.6.04
Io, realista visionario
intervista allo scrittore messicano

"Il dolore peggiore la perdita di mio figlio"
"il mio modello letterario è Balzac"
Tra i più grandi protagonisti della letteratura latinoamericana sarà giovedì a Roma ospite del Festival di Massenzio È appena uscito il suo nuovo romanzo "L'istinto di Inez" giocato sulla memoria e l'impossibilità dell'amore
di LUCIANA SICA


«Appartengo alla letteratura della Mancha, quella che è nata e si è sviluppata tra la Spagna e l´America latina nel nome di Cervantes. Mi considero un discendente del barocco spagnolo e della colonia messicana». Si presenta così Carlos Fuentes, scrittore nato settantasei anni fa a Panama, tra i più grandi testimoni della letteratura latinoamericana e, più in generale, di lingua ispanica.
Gentleman colto e incline alla battuta di spirito, fabulatore e visionario, cosmopolita ossessionato dalle radici messicane, ambasciatore in Francia negli anni Settanta - una vita intensa dominata dall´erranza ma soprattutto dal grande amore per il suo Paese fatto di sogni e di fame -, Carlos Fuentes sarà a Roma giovedì per una lettura al Festival di Massenzio.
Celebre ovunque grazie a romanzi come “La morte di Artemio Cruz”, a raccolte di fantasiosi racconti come “L´albero delle arance”, ma anche a saggi importanti come “Geografia del romanzo” o “Tutti i soli del Messico”, di Carlos Fuentes è appena uscito un nuovo libro - molto struggente - dal titolo “L´istinto di Inez” (Marco Tropea, traduzione di Ilide Carmignani, pagg. 154, euro 13,50).
«Non avremo nulla da dire sulla nostra morte», è l´incipit di questo breve romanzo che ha per protagonisti un uomo, una donna e un´opera musicale: l´eminente direttore d´orchestra francese (di madre italiana) Gabriel Atlan-Ferrara, una soprano messicana - l´istintiva Inez - ma anche “La damnation de Faust”, la drammatica leggenda di Berlioz che ogni volta li fa incontrare e ogni volta ineluttabilmente separare, in un amore lungo una vita e tragicamente irrisolto. A rendere impossibile l´unione di Gabriel e Inez è un elemento del tutto irrazionale, è l´attrazione di lei per un ragazzo visto in una foto: un giovane bellissimo che non si sa più dove sia finito. Del fantasma dai tratti angelici s´ignora ogni cosa tranne che negli anni dell´adolescenza era stato un amico fraterno proprio dello chef d´orchestre (come lui ama definirsi con civetteria).
Nell´immagine fatale che rapisce Inez per sempre, Gabriel è «abbracciato a un altro ragazzo, il suo esatto contrario, il sorriso aperto, senza enigmi... Era impossibile vedere la fotografia del giovane senza provare qualcosa per lui, amore, inquietudine, desiderio erotico, intimità forse, o forse un certo gelido disdegno... Indifferenza no». Ma questa vicenda, strana e dolorosa come la musica di Berlioz che sembra inondarla del suo ritmo indiavolato, s´intreccia con una storia parallela che racconta l´amore di due esseri assolutamente primitivi, un uomo e una donna persi e confusi nella natura e fatti innanzitutto di corpo. Di istinto.
Carlos Fuentes è in arrivo a Roma da Londra, la città dove passa almeno metà dell´anno perché per scrivere - tutti i giorni, dalle sei del mattino a mezzogiorno - ha bisogno di tranquillità e di concentrazione, le sole due cose che a Città del Messico gli sono sempre mancate. Ci siamo sentiti al telefono: questa è la sintesi della nostra conversazione.
All´estero “L´istinto di Inez” - giocato sulla memoria e l´impossibilità dell´amore - è stato accolto come un ritorno alla sua migliore letteratura fantastica. E´ un´osservazione che condivide?
«No. Francamente non vedo nessun "ritorno", lo sarebbe se avessi abbandonato questo genere letterario, cosa che non mi pare di aver mai fatto... Anche il mio ultimo libro non ancora tradotto in italiano, “Inquieta compañía”, è fatto di racconti di pura immaginazione dove si parla addirittura di angeli, demoni, fantasmi, vampiri...».
Ma è stato notato come “L´istinto di Inez” rimandi piuttosto a suoi "vecchi" romanzi come “Aura” o “Le relazioni lontane” piuttosto che a opere più recenti...
«Sono libri che appartengono tutti al genere fantastico, ma credo anche che ciascuno di questi romanzi abbia connotazioni sue proprie, una sua personalità, un suo profilo, e che insomma sia un´opera a sé... I critici sono spesso a caccia di etichette un po´ facili».
Un po’ facili perché, come del resto capita in ogni scrittura letteraria, ha costantemente mescolato realismo e fantasia, o meglio ancora: ha introdotto il fantastico nel reale... Lei però preferisce parlare dell´esistenza di una realtà "soggettiva" e di una "oggettiva", o sbaglio?
«Preferisco parlare soprattutto di una realtà collettiva, che le riunisce tutte e due... Come dire: la realtà soggettiva non è completamente soggettiva e neppure quella oggettiva lo è del tutto. Il filo che ci fa interagire con gli altri è la comunità, il luogo in cui l´elemento soggettivo coesiste con quello oggettivo. A meno che non si voglia pensare alla realtà politica come a una dimensione immersa nell´immaginario...».
Più di una volta ha detto che il suo principale modello letterario è stato Balzac. Si sente in debito nei confronti dell´autore francese?
«Sì, ho un debito enorme nei suoi confronti, trovo il suo realismo visionario assolutamente sorprendente. "Moi je vais porter une société dans ma tête" (ho un´intera società nella mia mente): da un lato l´autore della “Comédie humaine” si presenta come uno scrittore realista, ma al tempo stesso è capace di offrire novelle straordinarie di genere fantastico come “La pelle di zigrino” o anche “Louis Lambert”».
Pieno di elementi bizzarri è anche “L´istinto di Inez”... Il ragazzo della foto e l´uomo primitivo sono la stessa persona?
«Inez è alla ricerca di un uomo di cui innamorarsi, un uomo che non viva però nella sua stessa epoca. E lo cerca in un passato molto remoto o in un futuro lontanissimo... Ma il lettore può immaginare quello che vuole, ha la porta aperta, è libero di pensare quel che crede, lo considero coautore dell´opera».
Si può dire che la storia tra quei due esseri primitivi è un sogno di Inez?
«Potrebbe esserlo: se le fa piacere, l´autorizzo a pensarlo».
Spesso al centro dei suoi romanzi ci sono donne, come ne “Gli anni con Laura Díaz”. Le piace esplorare una cultura ancora profondamente in contrasto con quella maschile?
«Sì, del resto sono cresciuto in un paese prettamente maschilista. In Messico, in America latina, e forse in tutto il mondo, il machismo è molto forte, e io mi sono sempre ribellato a questa cultura. L´ho sempre contrastata, perché le donne io le amo molto, mi piacciono moltissimo: penso a mia madre, a mia moglie, alle mie figlie... Penso soprattutto al dato statistico che indica come il 53 per cento del lavoro umano venga svolto dalle donne e non dagli uomini».
Nella sua lingua, Inez fa rima con vejez, con vecchiaia. Nel romanzo l´allusione è esplicita, anche se naturalmente nella traduzione italiana l´assonanza si perde...
«Si perde, purtroppo... Mi torna in mente un´immagine stampata da sempre nella mia memoria: la Callas che canta “La Traviata”. Quando si avvicina alla scena finale, fa una cosa straordinaria, la Callas: anticipa la sua morte, diventa una vecchietta, can-ta-tut-ta-co-sì, è qualcosa di estremamente emozionante... In ogni caso ho sempre pensato alla donna giovane e alla donna vecchia come a un´unica persona. Il dato anagrafico non è assoluto, dall´infanzia fino alla nostra ultima stagione portiamo l´età riempiendola di noi stessi, di quello che siamo profondamente».
Inez, vejez: più che il racconto di due storie d´amore parallele, il suo è un trattatello metaforico sulla tragedia dell´invecchiamento?
«Può darsi, ma provi a pensare a un Tolstoj o a chiunque altro: noi scrittori dobbiamo fare sempre i conti col passare del tempo, con la gioventù perduta, con la vecchiaia...».
“In questo credo” è il suo dizionario autobiografico che Il Saggiatore pubblicherà da noi in settembre. Lì si parla della sua lunga frequentazione con Buñuel. Cosa le è rimasto del grande cineasta?
«A Città del Messico ci vedevamo tutti i venerdì dalle quattro alle sette, mai più tardi perché Buñuel aveva abitudini monacali. Con lui avevo l´impressione di dialogare con l´intera storia dell´estetica del ventesimo secolo... Però ”En esto creo” non è un catalogo di personaggi, anche se ci sono capitoli dedicati ad alcuni scrittori che sento particolarmente vicini: a Balzac e a Cervantes naturalmente, e poi a Kafka, a Faulkner, a Shakespeare...».
“Contro Bush” s´intitola invece, molto seccamente, un altro suo libro non ancora uscito in Italia. È un pamphlet politico?
«È un lungo viaggio intorno a fatti riguardanti la presidenza di Bush, un uomo che considero pericoloso per molte ragioni serie... ma poi, come possiamo affidarci a un uomo che cade così spesso dalla bicicletta e che rischia di rimanere soffocato mangiando un biscotto?».
Lei ha detto: come messicano, non faccio distinzione tra la vita e la morte. Tutto è vita, inclusa la morte. Non sarà uno dei tanti modi consolatori per rimuovere il terrore di non esserci più?
«No, no, è un fatto molto reale: non abbiamo modo migliore per comprendere la morte, per accettarla, viverla e anticiparla se non attraverso la consapevolezza che fa parte della vita, come la nascita».
Signor Fuentes, un´ultima domanda molto delicata, sempre che voglia rispondere. “L´istinto di Inez” è dedicato al suo "adorato" figlio Carlos, scomparso nel ´99 all´età di venticinque anni. Cosa ha significato questa perdita nella sua vita di uomo e di scrittore?
«Questa perdita è il dolore peggiore, uno strazio che non assomiglia a nient´altro, e credo che - seppure inconsapevolmente - emerga nella mia scrittura... Carlos aveva molto talento, era un poeta e un pittore, e non solo lo ricordo con amore infinito, ma lo sento ancora vicino: la sua è una presenza, non un´assenza, e sono anche capace di ridere per le cose che diceva... Mi sembra di fare molte cose in nome di mio figlio, e in fondo vivo nella sua ombra».

antidepressivi
- abuso di psicofaraci e
- soldi a palate con un aggeggio elettrico per i depressi

ricevuti da Piergiuseppe Cancellieri

Tempomedico.it 13 giugno 2004
Prima pensare, poi (forse) impasticcare
Silvio Garattini mette in guardia sull'abuso di psicofarmaci


L'abuso di psicofarmaci - un fatto ormai accertato per benziodazepine e antidepressivi - è aumentato in rapporto con la disponibilità dei cosiddetti psicofarmaci di seconda generazione: gli antipsicotici atipici (olanzapina, risperidone, quietapina) e gli inibitori selettivi della ricattura della serotonina (fluoxetina, paroxetina, sertralina, citalopram), noti anche con il nome di SSRI, dotati di attività antidepressiva. La seconda generazione implica un concetto migliorativo: più efficace e meno tossico, in accordo con una campagna promozionale e pubblicitaria condotta con grande dovizia di mezzi. Mezzi resi disponibili dai considerevoli guadagni dovuti all'alto costo di questi prodotti rispetto ai farmaci di "prima generazione". Purtroppo anche il prezzo alto ha il suo fascino su medici e pazienti: "Se costa di più, vuol dire che sarà meglio!".
E' proprio vero? Alcuni recenti conoscenze gettano molti dubbi sulle ottimistiche prospettive e sulla facilità con cui molti medici prescrivono questi farmaci. Anzitutto mancano studi clinici ben fatti che confrontino fra vecchi e nuovi farmaci con rigore scientifico. E' vero che i nuovi farmaci antipsicotici danno probabilmente meno effetti extrapiramidali (effetti motori) degli antipsicotici classici, ma la propaganda non ha mai fatto sapere che i nuovi farmaci danno luogo anche a un aumento di peso corporeo con conseguente aumento del rischio di sviluppare malattie cardiovascolari e diabete. Infatti già dopo pochi anni dall'introduzione di questi farmaci si è già in grado di stabilire un aumento di intolleranza al glucosio e di propensità al diabete. Molti medici si sono anche fatti convincere che, a causa della loro tollerabilità, gli "atipici" dovevano essere somministrati preferenzialmente rispetto ai classici antipsicotici, soprattutto nei soggetti anziani. Ricerche recenti hanno mostrato che soggetti anziani trattati con gli antipsicotici atipici nei casi di perdita di memoria accompagnata da disturbi comportamentali non solo non hanno benefici, ma accusano un aumento degli eventi cerebrovascolari (ictus) di ben tre volte e della mortalità di due volte. Le ditte produttrici sono state obbligate dalle autorità regolatorie a informare i medici, ma l'informazione non è giunta capillarmente anche perché i mass media non hanno dato alcun rilievo alla notizia.
Anche per quanto riguarda gli antidepressivi di seconda generazione, gli SSRI, esistono novità. Contrariamente a quanto si è sempre affermato, questi farmaci inducono in una percentuale significativa di casi una sintomatologia che può essere anche molto grave, quando il trattamento viene interrotto. Per tutti questi farmaci - forse un po' meno per la fluoxetina - l'interruzione del trattamento deve essere fatta con notevole gradualità per evitare disturbi depressivi che richiedono la ripresa del trattamento. Per questo bisogna usarli quando sia strettamente necessario, evitando trattamenti non solo inutili ma che addirittura possono determinare gravi conseguenze. Così concepito l'uso di questi farmaci ha un rapporto beneficio-rischio del tutto negativo, oltre a rappresentare una spesa non giustificabile per il Servizio sanitario nazionale.
Ancora più grave è quanto si è scoperto nell'impiego di questi prodotti per i bambini e gli adolescenti che mostrano episodi depressivi. Nonostante i dubbi che si dovrebbero avere nel prescrivere psicofarmaci a bambini che sono in fase di sviluppo, le prescrizioni sono numerose. Questi trattamenti sono adottati perché studi clinici controllati avevano dimostrato un beneficio, anche se per la verità molto modesto. Si è scoperto tuttavia che venivano pubblicati solo gli studi positivi, mentre gli studi negativi non venivano pubblicati perché, come è riportato in un memorandum della ditta produttrice della paroxetina, "avrebbero peggiorato il profilo del farmaco". Se si sommano gli studi pubblicati con quelli non pubblicati si ottengono risultati che mostrano non solo l'inefficacia di questi farmaci nei bambini, ma addirittura un peggioramento per quanto riguarda la tendenza al suicidio. Ciò vale per paroxetina, sertralina, citalopram e venlafaxina. La mancata pubblicazione dei dati negativi - una pratica non rara nel campo dei farmaci - configura gravi responsabilità perché si tradisce la fiducia dei medici e dei pazienti, contribuendo a dare un'idea dell'efficacia e della tossicità dei farmaci che non corrisponde alla realtà.
Quanti sono in Italia
In Italia, stime accurate circa l'entità della patologia nella popolazionepediatrica e la terapia farmacologica utilizzata non sonodisponibili. Le analisi effettuate dal Laboratorio per la Salute Materno-Infantile dell'IRFMN di Milano e dal CINECA di Bologna, nell'ambito del Progetto Nazionale ARNO documentano che nel 2002 i giovani italiani con meno di 18 anni in terapia con farmaci antidepressivi della classe SSRI sono stati 2,1 ogni 1000 (quindi una stima di circa 22.000 pazienti bambini o adolescenti). L'uso più frequente è stato per la classe d'età 14-17 anni (6,6 ogni 1000) e per le ragazze (8,4 verso 4,8 per i maschi). Il farmaco più utilizzato è stato, come per gli adulti, la paroxetina.

(di Silvio Garattini - Tempo Medico n. 780 13 giugno 2004
Fonte: BMJ 2004; 328: 711-2.


reuters.com
Sabato 12 Giugno 2004, 15:32
Usa, commissione rivedrà dispositivo elettrico per depressione


WASHINGTON (Reuters) - Gli adulti americani cronicamente depressi che non trovano beneficio dai farmaci o dalla psicoterapia, potranno essere presto in grado di provare un dispositivo simile ad un pacemaker che invia impulsi elettrici al cervello.
Il dispositivo, grande come un cronometro e prodotto da Cyberonics, viene inserito chirurgicamente nel torace, da dove un cavetto arriva fino ad un nervo nel collo.
Martedì prossimo, una commissione di esperti della Food and Drug Administration americana si incontrerà per discutere se raccomandare all'agenzia l'approvazione del dispositivo -- già usato per l'epilessia -- per i pazienti che hanno la depressione.
Gli esperti sostengono che la approvazione della Fda sia la chiave per la crescita futura della società, che ha avuto 1,25 milioni di dollari di perdite nell'ultimo trimestre.
Funzionari di Cyberonics non vogliono rilasciare commenti prima della riunione della commissione, ma hanno detto che la depressione "è un'enorme opportunità di mercato".
La VNS Therapy, che è già stata approvata per la depressione in Europa e Canada, potrebbe raggiungere un miliardo di dollari in vendite negli Usa entro il 2010, secondo quanto riferito dai funzionari della società lo scorso anno.

antidepressivi ai bambini

segnalato anche da Francesco Troccoli

Repubblica 13.6.04
L'INCHIESTA
Torino, l'inchiesta di Guariniello riguarda la paroxetina. "Sommistrazione di farmaci pericolosi"
Antidepressivi ai bimbi, indagati 94 medici
Secondo l´Agenzia inglese, assumendo il farmaco i minori sviluppano ostilità


TORINO - La procura di Torino ha iscritto nel registro degli indagati 94 medici piemontesi per somministrazione di farmaci pericolosi a minori. L´inchiesta, aperta dal procuratore aggiunto Raffaele Guariniello, riguarda la paroxetina, un principio attivo contenuto in alcuni farmaci antidepressivi controindicati per pazienti al di sotto dei 18 anni. Un decreto ministeriale del luglio 2003 prescriveva alle industrie farmaceutiche di inserire nei bugiardini la controindicazione e contestualmente era stata inviata una lettera a tutti i medici italiani per informarli sulle «nuove evidenze riguardanti la paroxetina» rilevate dalla Commissione Unica sul Farmaco. Nonostante ciò, la procura ha accertato che in Piemonte, nel periodo agosto-dicembre del 2003, farmaci contenenti paroxetina sono stati prescritti comunque a minorenni. Centonove ricette firmate da novantaquattro medici.
Gli effetti della paroxetina erano stati evidenziati da uno studio presentato da una delle industrie farmaceutiche produttrici dei farmaci che contengono questo principio all´Agenzia del Farmaco Inglese. L´intento dello studio era in realtà quello di dimostrare l´efficacia della paroxetina anche nella cura della depressione in età pediatrica, ma l´Agenzia inglese trasse dalla relazione un parere diametralmente opposto. Cioè la pericolosità di questo tipo di farmaci «su bambini e adolescenti che sviluppavano ostilità, labilità emozionale e tendenza al suicidio».

Michele Serra:
la religione del Padre e i serial killer

Repubblica 13.6.04
MICHELE SERRA


IN ITALIA? Berlusconi ci renderà un Paese prospero e migliore. E in Europa? Berlusconi ci renderà un continente prospero e migliore. E il programma? Seguendo l´esempio di Berlusconi diventeremo persone prospere e migliori.
Ascoltavo la radio, guidando nella notte italiana. La voce della giovane candidata di Forza Italia era limpida e gentile. Non diceva niente: non un´opinione politica, non una proposta sul da farsi, non un´idea sulla vita. Diceva solo: Berlusconi. Immersa nella sua beata e fiduciosa litania, come dicesse il rosario. Ho pensato: ma questa non è più politica. E ho anche pensato: forse abbiamo sbagliato a buttarla in politica, destra e sinistra, guerra e pace, Europa e America. Quelle sono parole adulte, questo è un Paese tornato bambino. Quella ragazza parlava di Berlusconi come di un padre idealizzato, guida insostituibile contro il mondo oscuro, minaccioso e cattivo. Per lei la realtà era un fantasma remoto, un problema rimandabile all´infinito fino a che il padre ci tiene per mano, e provvede a proteggerci e a consolarci. Bene educata, provava ad ascoltare le parole del moderatore. Ma non capiva le sue domande, e dunque non poteva rispondergli se non: Berlusconi. Per il resto del viaggio mi sono vergognato di avere paura per me. È soprattutto per lei che bisogna avere paura.

espressonline.it 10.6.04
Il serial killer vien dalla campagna
La metropoli non è sentina di ogni disturbo sociale. È stata superata dalla provincia. I boss della Mafia vengono da paesini pietrosi, Pacciani dal rurale toscano, gli unabomber abitano in cittadine venete. E Mussolini era di Predappio
di Michele Serra


Tra le domande del secolo, non ultima viene questa: come può diventare capo dei satanisti uno di Gallarate? Noi moderni, per generazioni, abbiamo supposto che la sentina di ogni disturbo sociale fosse la metropoli. Beh, ci siamo clamorosamente sbagliati. Totò Riina e gli altri boss vengono da paesini pietrosi e anche se hanno il Rolex paiono appena reduci dalla sagra del fico d'India. Pacciani e i compagni di merende erano tipici abitanti del pittoresco rurale toscano, quello che piace tanto agli inglesi perché non hanno mai visto scuoiare un coniglio, ammazzare il maiale o peggio un padre contadino discutere con una figlia. I serial killer e gli unabomber del Veneto abitano in linde cittadine, si addormentano al suono del campanile e si svegliano incazzati neri, con una prostituta nel freezer e la mamma che rigoverna la casa.
Mussolini era di Predappio.
Si consideri che gli esorcisti operano quasi tutti in parrocchiette tra i castagni, dove gli indemoniati possono ululare indisturbati "li mortacci tua" in aramaico e in sanscrito senza turbare i regolamenti condominiali, e gli astanti possono vomitare direttamente nel torrente dove si allevano le trote "come una volta".
Cercate in provincia. Frugate tra le fratte di biancospino. Scavate nei pioppeti. È lì che si annida il Male. Pare, ad esempio, che la vera capitale del satanismo italiano sia Mezzofinasco, località prealpina famosa per la produzione di bomboniere da matrimonio. A Mezzofinasco, da generazioni, tutti lavorano nella bombonieristica, nelle macchine per bombonieristica e nell'accessoristica per bomboniere. Già questo, secondo gli psicologi, è una fortissima causa di abbrutimento e di depressione, e chiunque sia mai entrato in un negozio di accessori per sposi sa di che cosa stiamo parlando. (Più in generale, si pensa che il famoso 'disagio del Nord-est' sia direttamente proporzionale al prodigioso squallore di quanto in quelle terre si produce: provate voi a fabbricare ogni giorno 300 schiaccianoci a forma di gnomo, o 20 appendiasciugamano finto-impero, e poi venite a dirmi se siete felici). A questo si aggiunga che i cinesi, negli ultimi anni, hanno prodotto bomboniere più economiche (con confetti in ghisa incoporati) e molto più brutte, requisito indispensabile per sfondare sui mercati mondiali.
Il sistema-paese, a Mezzofinasco, è dunque entrato in crisi. La benzina basta appena per la prima macchina, in genere una Mercedes cabriolet, e i giovani del posto cominciano a vendersi l'un l'altro la seconda macchina, sempre una Golf nera. Si organizzano gimkane notturne, ma il paese è lungo 150 metri, illuminato male e strapiombante sul fiume, e va a finire che per potere innestare la terza è necessario essere sopravvissuti all'impatto con il greto. Anche il tradizionale lancio di sassi dal cavalcavia non si può dire che abbia davvero sfondato, nonostante il sindaco abbia costruito apposta un enorme cavalcavia con finanziamenti Cee. Da Mezzofinasco, infatti, passano solo due o tre automobili ogni notte, e per centrarne una è necessario pernottare all'addiaccio. Le madri di Mezzofinasco che portano la felpa ai figli infreddoliti sul cavalcavia hanno anche fondato un'associazione.
Che c'entra questo col satanismo? Pare che un giovane del paese, per errore, abbia letto il libro di un prete esorcista, abbandonato in uno scompartimento ferroviario. C'era scritto che se si ascoltano i dischi di Marilyn Manson all'incontrario, si possono udire formule sataniche. Il giovane provò ad ascoltare un disco di Manson all'incontrario, cioè camminando all'indietro con le cuffie al massimo volume. Non udì formule sataniche, ma inciampò nel tavolo del tinello e battè la testa. Cominciò a sacramentare fortissimo, e i suoi amici, in strada, suggestionati dalla gragnuola di bestemmie in mezzofinaschese, fondarono una setta satanica e uccisero 25 persone.

«il sogno di Boris Pasternak»

La Stampa 13.6.04
Un inedito del celebre scrittore russo rivela l’illusione di conciliare l’ispirazione artistica con il potere del regime sovietico
Il sogno di Pasternak, bolscevico immaginario


Quest’anno alla Stanford University, in California, sull’opera di Boris Pasternak si è svolto un convegno organizzato dal più solerte e solido studioso del poeta russo: Lazar Fleishman. Un tema centrale della vita e dell’opera di Pasternak è il suo rapporto con la rivoluzione, tema che collega l’ultima sua opera, il Dottor Zivago , alla prima. Mia sorella la vita , la raccolta di poesie che, scritte nel 1917, nel 1922 quando apparvero a stampa segnarono la nascita di un poeta impareggiabile. Tra queste due opere trascorsero vari decenni, attraverso i quali si è snodato un arduo cammino di ricerca e di formazione, per capire il quale occorre risalire alla visione iniziale che Pasternak ebbe della rivoluzione. Visione alla quale egli poi cercò di restare fedele, ma invano, poiché era il frutto di un equivoco storico, in cui egli come altri era incorso, anche se nel suo caso si trattò di un errore paradossalmente creativo che gli permise di non venir meno alla libertà interiore che pochissimi altri contemporanei e conterranei hanno dimostrato di possedere.
Che cosa fosse per Pasternak la rivoluzione del 1917, nelle sue due tappe del febbraio e dell’ottobre, lo dice splendidamente lo stesso Pasternak in una lettera a Brjusov (del 15 agosto 1922), facendo riferimento proprio a Mia sorella la vita e rendendo esplicito lo spirito che animava quei versi. Pasternak racconta il contenuto di un colloquio che ebbe con Lev Trotzkij per desiderio di quest’ultimo. A Trotzkij che gli domandava perché nelle poesie di Mia sorella la vita egli si fosse astenuto dai temi politici, la risposta di Pasternak, come egli scrive, consistette in «una difesa dell’individualismo vero come nuova cellula sociale del nuovo organismo sociale». Poi egli spiega il senso di queste parole: secondo Pasternak, Mia sorella la vita è «rivoluzionaria nel senso migliore di questa parola» in quanto «lo stadio della rivoluzione più vicina al cuore e alla poesia, il mattino della rivoluzione e la sua esplosione, quando essa restituisce l’uomo alla natura dell’uomo e guarda lo Stato con gli occhi del diritto naturale (la dichiarazione americana e francese dei diritti) sono espressi in questo libro nel suo stesso spirito, dal carattere del suo contenuto, dal ritmo e dalla successione delle parti, eccetera». Pasternak manifesta qui l’idea di una rivoluzionarietà immanente alla sua poesia e non tematicamente ostentata. Ma nello stesso tempo manifesta un’idea della rivoluzione che era agli antipodi della rivoluzione bolscevica. Per Pasternak il modello di rivoluzione era quello americano e quello francese con la proclamazione dei diritti dell’uomo e un russoviano ritorno alla natura dell’uomo. È facile comprendere che questa rivoluzione libertaria e liberale non corrispondeva affatto alla presa del potere da parte dei bolscevichi.
Il fatto è che l’epoca delle rivoluzioni democratiche, come erano state in diverso modo quella americana e la francese, era finita e la stessa rivoluzione democratica di febbraio ne era stata un’effimera e ritardata eco, destinata a essere presto soffocata da una rivoluzione di tipo nuovo, quella d’ottobre, per la quale essa aveva semplicemente preparato il terreno. Le rivoluzioni del XX secolo, inaugurate da quella bolscevica, sono rivoluzioni totalitarie, proprie di ideologie antilibertarie e antiliberali che progettano utopisticamente un mondo e un uomo radicalmente nuovi. Anche l’analogia col periodo giacobino della rivoluzione francese ha un valore assai relativo poiché il nuovo «giacobinismo» bolscevico, leniniano e staliniano, non solo è stato permanente, e non ha costituito un breve episodio, ma è risultato infinitamente più cruento del Terrore robespierriano. Fu in questo tipo di rivoluzione, non in quella della «dichiarazione americana e francese dei diritti», che Pasternak si trovò rinchiuso, a differenza dell’amico Majakovskij, al quale proprio la rivoluzione bolscevica riusciva congeniale, tanto che egli la cantò così com’era, «unico cittadino», dirà Pasternak nel Salvacondotto , del nuovo incredibile Stato, fino a quel suicidio che tutti sconcertò. Si trattò dunque di un equivoco storico, condiviso da altri anche in Occidente, ma che a Pasternak, che lo visse con tanta sincerità, permise più tardi di liberarsi dal mito della rivoluzione.
Non seguiremo il lungo periodo che va dall’inizio degli anni Venti alla metà degli anni Trenta, periodo assai complesso caratterizzato anche per Pasternak da quello che chiamerei il «complesso di inferiorità» dell’intellettuale di fronte alla realtà rivoluzionaria. Si tratta di un «complesso» che costringe non a piegarsi conformisticamente a tale realtà, come fa la massa servile degli intellettuali del regime, ma a cercare di comprendere le ragioni storiche pseudoumanistiche di essa, adeguandosi alle tendenze e alle esigenze dell’epoca. Questo processo portò molti a quello che un critico, Arkadij Belinkov, ha chiamato «resa e rovina dell’intellettuale sovietico», come suona il titolo di un suo libro. Per Pasternak, però, come per altri poeti della sua generazione, da Anna Achmatova a Osip Mandelstam a Marina Cvetaeva, non si può parlare di «resa», bensì di indipendenza e poi di resistenza. Ma non si può negare che egli abbia sentito se non il fascino, la suggestione della rivoluzione, come si vede anche dai suoi atteggiamenti verso Stalin, nell’illusione che il regime comunista, dopo tanta violenza, si sarebbe «ammorbidito».
Qui ci interessa come, quando e perché Pasternak sia sfuggito all’ipnosi rivoluzionaria e, invece della «rovina», abbia conseguito il trionfo. In breve è lo stesso Pasternak a dire come e quando avvenne la rottura di quel paradosso della sua biografia che possiamo esprimere così: egli, per nobili motivi di fedeltà a certi ideali di giustizia e felicità generali proclamati dalla rivoluzione nella sua ideologia, cercò di diventare sovietico, ma fortunatamente non ci riuscì, e non poteva riuscirci perché tra lui e la sovieticità c’era un abisso. In un appunto scritto di suo pugno in calce al dattiloscritto di alcune poesie e dato a Olga Ivinskaja il 17 novembre 1956 dichiara: «Io non sono sempre stato così come adesso, al tempo delle stesura del secondo libro del dottor Zivago. Proprio nel ’36, quando cominciarono quei terribili processi (in luogo della cessazione del tempo della ferocia, come nel ’35 mi era parso) tutto si spezzò dentro di me e l’unità col tempo si trasformò in una resistenza ad esso che io non nascondevo».
Ma anche prima una «resistenza» agiva nel profondo di Pasternak, radicato nella grande cultura russa ed europea cristiana, il che rendeva la sua creazione sempre così libera e viva nella sua ricerca di verità. Gli eventi del 1936 non furono che l’ultima goccia che spezzò il fragile strato delle illusioni e delle speranze, portando Pasternak al suo Dottor Zivago . Era lo stesso marxismo che adesso veniva visto nella sua nudità di ideologia di un potere totale, come dice lo stesso Zivago, quando dichiara che «il marxismo è troppo poco padrone di sé stesso per essere una scienza (...). Non conosco corrente che sia più chiusa in se stessa e più lontana dai fatti del marxismo». Lo stesso meccanismo della rivoluzione d’ottobre è ora denunciato con fermezza: «I bolscevichi hanno preso il sopravvento sugli altri grazie alla disonestà dei loro principi, che si adattano alle mutevoli circostanze».
Al di là di queste parole, è l’intero romanzo, nelle sue parti in prosa e in versi, a essere l’affermazione di una libertà che Pasternak possedeva fin dall’inizio e ha portato attraverso prove e difficoltà della sua ricerca poetica e spirituale, una libertà che possiamo dire cristiana, come cristiano era il suo «socialismo», nel senso che Pasternak attribuiva liberamente al cristianesimo.

Luciana Sica su Repubblica:
i due articoli, del 24.5 e del 4.6

Repubblica 4.6.04
L'eclisse di Edipo
intervista allo psicoanalista André Green

Non c'è più differenza tra i sessi e neppure tra le generazioni ma il conflitto legato alle origini rimane
Da oggi a domenica un convegno a Roma discute il complesso dei complessi in un'epoca in cui tutto è cambiato
"Più che le persone reali sono le imago dei genitori a contare nella nostra vita"
"Una paziente mi ha detto: tradirei mio marito, ma non posso fare questo a mio figlio
di LUCIANA SICA


ROMA. La centralità del complesso d'Edipo - come anche il primato delle pulsioni o il ruolo prioritario della sessualità - è uno di quei pilastri del pensiero freudiano che da tempo viene più o meno seriamente riformulato o messo un po' sbrigativamente in discussione. Da questa intervista con André Green - che a ogni domanda precisa quasi con pignoleria di parlare "solo a titolo personale"- risulta chiaramente come sia del tutto refrattario al rigetto del modello edipico. Non per questo si percepisce come un esponente dell´ortodossia freudiana, etichetta che non gradisce neanche un po'. Riconosce e in parte accoglie il contributo innovativo di alcuni protagonisti del pensiero psicoanalitico contemporaneo. Quelli che lo infastidiscono, «sono i moderni eternamente impegnati sul fronte del rifiuto».
Uomo d'indiscutibile fascino, più incline al sarcasmo che all'ironia, dallo stile perentorio o per dirla alla francese molto tranchant, non gli piace essere considerato un caposcuola e tanto meno gli va l'appellativo di maestro. Di sé parla poco, butta lì qualche frasetta non esente da una certa civetteria, come: «Non sono né un signore né un vassallo», o anche: «Sono uno dei membri della Società psicoanalitica di Parigi, niente di più...».
Molto di più è André Green, studioso di quelli che non hanno né vogliono avere abilità mediatiche. Secondo un'opinione diffusa, è il più grande analista vivente: in ogni caso è una celebrità nel mondo della psicoanalisi, ormai una figura storica con i suoi 77 anni che - dall'infanzia nell'ambiente cosmopolita del Cairo all'esperienza tra i circoli dell'ospedale Sainte-Anne, dall'incontro con analisti inglesi della statura di Winnicott al rapporto conflittuale con Lacan - hanno attraversato in pieno l'epoca post-freudiana.
Parlando con lui dell'Edipo, l'impressione che prevale è però soprattutto un'altra: Green sembra l'incarnazione della psicoanalisi alla francese, del suo stile inconfondibile che privilegia il culto dell'opera freudiana - secondo lo slogan (lacaniano) del "ritorno a Freud"- , l'attenzione al dibattito filosofico, il gusto delle applicazioni nella letteratura e nel teatro. Non a caso - tra gli scritti di Green - quelli sull´Amleto di Shakespeare, su Proust o anche su Dostoevskij, non sono affatto marginali. Altri suoi titoli sono ormai dei "classici": da Slegare a Narcisismo di vita narcisismo di morte, a Il lavoro del negativo, pubblicati da Borla, o anche Il discorso vivente (Astrolabio). Il saggio sugli stati limite della "follia privata" è uscito invece da Cortina, che ora, a metà giugno, manderà in libreria l'ultimo lavoro dell'autore francese: Idee per una psicoanalisi contemporanea (pagg. 376, euro 29,80).
Dottor Green, che fine ha fatto l'Edipo?
«Non ha fatto nessuna fine, anche se oggi come oggi non è più possibile affermare che esiste una sola concezione dell'Edipo condivisa da tutti gli psicoanalisti: si tratterebbe di un'affermazione falsa. Esiste però anche una sorta di agitazione culturale che, per certi versi, tende a liquidarlo, non vuole neppure sentirne parlare...».
Perché?
«Ma perché l'Edipo è la differenza tra i sessi, e oggi non c'è più differenza tra i sessi. Perché l'Edipo è la differenza tra le generazioni, ed è dunque la necessità del proibito. Oggi nessuno si sente di dire "questo non si fa", e anzi si tende a identificare l'aspirazione a negare i divieti con l'evoluzione stessa della società occidentale - mentre è evidente che la stessa cosa non vale per i papuani, i russi o i vietnamiti... Per quel che mi riguarda, non rinuncio alla base fondamentale dell'Edipo: la doppia differenza dei sessi e delle generazioni che presiede alla nascita. Quali che siano le scelte sessuali di un individuo, non potrà comunque ignorare di essere nato da una relazione sessuale tra due genitori di una generazione precedente: per tutta la vita, è questa origine che dovrà elaborare».
Non crede che la difficoltà a reperire norme etiche che orientino i comportamenti derivi proprio dal "cedimento" della norma per eccellenza, quella edipica?
«Credo piuttosto che la società non stia lì per garantire la realizzazione delle fantasie di chiunque, anche se naturalmente non vogliamo essere turbati, imporci - direbbe Bion - il dolore di pensare... Qualche anno fa in Francia c'è stata una donna, avrà avuto 65 anni, che voleva assolutamente un figlio e per giustificare questa richiesta, andava dicendo che lei aveva tanto amore da dare. Ma questa non è una ragione sufficiente! E la funzione di una società è quella di ricordare che, malgrado tutto, esiste la razionalità... A me tutta questa agitazione attuale - la voglia iconoclasta di demolire ogni divieto - non interessa poi molto».
Il complesso d'Edipo non è cambiato dalla formulazione freudiana ad oggi?
«Non c'è dubbio, e certamente la psicoanalisi è da tempo obbligata a ripensare l'Edipo: quello che invece non andrebbe fatto è rimodellarlo a seconda dei gusti del momento».
Ma è ancora possibile identificare nella struttura edipica il fondamento dell'organizzazione psichica, delle relazioni familiari e sociali?
«Sì, tenendo conto che Freud non ha mai parlato del mito, ma della tragedia, e ha "costruito" un complesso o anche un micro-sistema che riguarda l'insieme dei rapporti di un bambino con i propri genitori, dalla nascita alla morte. Più che le persone reali, sono soprattutto le imago genitoriali a contare nella nostra vita, mentre l'uscita dal cerchio edipico avviene grazie all'identificazione con il rivale, alla desessualizzazione dei desideri verso l'oggetto d´amore, all'inibizione dell'aggressività. Parliamo naturalmente di un processo inconscio a causa delle proibizioni che riguardano l´incesto e il parricidio».
Parliamo anche del conflitto tra natura e cultura, non è così?
«È il conflitto centrale: natura e cultura sono in conflitto all'interno dell'individuo come in seno a un gruppo culturale, e implica che vengano trovate delle soluzioni di compromesso come altrettanti sistemi mediatori. Il sogno è una delle soluzioni individuali, il mito una delle soluzioni collettive... In ogni caso il conflitto ha una sua funzione strutturante, il che non esclude che rimanga sempre un resto mai completamente elaborato. E il risultato del conflitto, presente fin dall'origine, è la produzione dell'altro sistema psichico: il sistema inconscio».
Scrivendo a più riprese dell'Edipo, ha tenuto a dire come Freud abbia impiegato moltissimi anni - dal 1897 al 1923 - per elaborarne la teoria... Perché gli è stato necessario tanto tempo? Lei che idea se n'è fatta?
«Credo che Freud fosse convinto dell'impossibilità di dare una spiegazione esclusivamente clinica del complesso di Edipo, di racchiuderlo nei limiti d'una fase della sessualità infantile per quanto importante, e che fosse necessario interpretarlo come una struttura antropologica più generale. Non a caso, in Totem e tabù Freud indicherà il ruolo del padre morto, molto più importante del padre vivo rappresentato come castratore, autoritario, normativo...».
Per lei significa qualcosa l'eclisse del Padre?
«È dagli anni Sessanta che si parla di eclisse del Padre, ma questi sono soprattutto sociologismi: se oggi la struttura edipica non è più immediatamente visibile, non vuol dire che non sia comunque attiva... Tornando a Freud, il padre morto va ben oltre la figura del padre, a lui non si smette mai di chiedere perdono, rappresenta l'ascendenza, la stirpe degli avi... Sono insomma gli antenati che perseguitano i vivi».
Più volte ha fatto notare che, nella triangolazione edipica, la madre è la sola ad avere una relazione erotica - per quanto differente nella sua espressione - con gli altri due, con il padre e il bambino... Con quali complicazioni?
«Intanto le complicazioni della sessualità femminile dipendono in buona parte da questa doppia relazione carnale. Del resto, dire che è più difficile essere madre e sposa piuttosto che padre e sposo non brilla certo per originalità. Una paziente mi ha confessato una volta, in uno stato di ansia: "Avrei tanta voglia di tradire mio marito, ma non potrei fare una cosa del genere a mio figlio?". A me è sembrata una cosa piuttosto interessante».

Repubblica 24.5.04
Perché vado in analisi
Il processo psicoanalitico: intervista a Jorge Canestri

"Quel che determina il trattamento non è l´obiettivo, impossibile da stabilire, ma il punto di partenza"
Cosa vuol dire "lavoro di trasformazione e qual è lo scopo della terapia analitica? La relazione dello studioso argentino
Non ci sono i pazienti, ma il paziente, lo stesso vale per l'analista. La nostra è la scienza del particolare
Soltanto un ciarlatano può promettere una guarigione. Noi possiamo solo dare la possibilità di cambiare
di LUCIANA SICA


MILANO. Cos'è il processo psicoanalitico? Che vuol dire lavoro di trasformazione? Qual è la finalità della cura analitica? Lo chiediamo a un allievo di Willy e Madeleine Baranger, a uno studioso decisamente versato per le più sottili disquisizioni di natura teorica: è Jorge Canestri, psicoanalista argentino di sessantun anni, in Italia dal '76, l'anno del golpe militare nel suo Paese. Con Jacqueline Amati Mehler e Simona Argentieri, ha scritto La Babele dell´inconscio, un saggio di un certo successo ristampato di recente da Cortina. Il concetto di processo e il lavoro di trasformazione era il titolo della sua relazione al congresso milanese.
Un tema nevralgico per la psicoanalisi, su cui la letteratura è ampia, e i modelli teorici anche molto diversi. Lei lo definisce un "progresso attraverso il cambiamento", e però - quasi paradossalmente - non verso qualcosa ma da qualcosa? Da cosa, dottor Canestri?
«Dal punto in cui si trova il paziente quando chiede una consultazione e comincia un'analisi, vivendo una condizione più o meno acuta di sofferenza. Lo stato iniziale possiamo immaginarlo come uno stato primitivo, e in ogni caso il processo ha inizio da lì, da quel punto in poi: sappiamo da dove si parte, ma la direzione della cura - pensata, è ovvio, in termini di miglioramento - non ha né può avere un obiettivo prestabilito una volta per tutte. Di fatto è "qualcosa" che probabilmente si determinerà strada facendo, secondo quello che i francesi chiamano l'après coup, e cioè la risignificazione - ma solo a posteriori - di quanto è accaduto durante il percorso analitico».
Non a caso lei cita Machado, i due famosi versi dei Cantares: «Caminante no hay camino,/se hace camino al andar»... Ma può davvero bastare l'idea - per quanto suggestiva - del "fare strada", senza nessun riferimento più preciso a un obiettivo finale?
«Si potrebbe dire genericamente che l'obiettivo finale è il raggiungimento di uno stato di salute, ma a quel punto bisognerà almeno chiedersi cosa s'intende per salute, nozione non proprio facilissima da definire. In che consiste, infatti, la salute? Può bastare forse la scomparsa dei sintomi per "star bene"? La stessa ambizione di eliminare radicalmente i tratti psicopatologici è a volte del tutto irrealistica. Pensi ai pazienti gravi, gente che magari a diciassette anni è stata ricoverata in manicomio e ora ne ha cinquanta: in questi casi è molto improbabile, se non impossibile, l'uscita definitiva da uno stato patologico».
In certi casi, è vero, è forse già tanto evitare il suicidio, ma - mi permetta d´insistere - rimane l'impressione che, in analisi, l'obiettivo della cura è da sempre troppo indefinito. Un certo rifiuto del concetto di "malattia" porta anche a respingere la nozione di "guarigione", che pure non andrebbe sbrigativamente liquidata? È un'impressione che a lei sembra totalmente sbagliata?
«In parte sì, perché già Freud si prefissava di trovare una cura utile a certe patologie come l'isteria, "malattie" che non avevano una base organica ma procuravano comunque una grande sofferenza, e che la psichiatria tradizionale non era in grado di affrontare... Il punto è che, strada facendo, Freud capì che la scomparsa isolata del sintomo non implicava una condizione di benessere mentale e che quindi il concetto stesso di guarigione andava profondamente ripensato».
Ci sono autori, come Meltzer, che pensano al trattamento analitico privilegiando l'idea di una riorganizzazione complessiva della personalità. A lei non sembra un'idea, anche questa molto suggestiva, ma in fondo del tutto sfuggente?
«Dipende: è sempre il punto di partenza del singolo paziente a determinare il percorso di un trattamento, o in altre parole l'incidenza che ha sul processo psicoanalitico la patologia che l'analista prende in considerazione. Vede, non ci sono i pazienti, ma il paziente, non esistono gli analisti, ma l'analista, questo è il punto. Le generalizzazioni non stanno in piedi, non reggono proprio, ed è questa la ragione di fondo per cui, da Popper a Grunbaum, la "scientificità" della psicoanalisi è stata messa duramente sotto accusa: perché appunto non si tratta di una scienza del generale, ma dello squisito particolare. Noi possiamo tentare delle nosografie, e infatti distinguiamo tra depressi, nevrotici ossessivi, isterici, psicotici... ma sappiamo anche che queste elencazioni un po' astratte sono molto relative».
Perché?
«Perché non ci sono mai due casi uguali, perché ogni essere umano è un sistema complesso, molto sui generis, e guarda caso sono proprio le neuroscienze a esserci di grande supporto quando descrivono il cervello di ogni soggetto, anche dal punto di vista dei collegamenti nervosi, come qualcosa in tutto simile all´impronta digitale: e cioè qualcosa di unico e irripetibile. Oggi sappiamo anche che il cervello comincia a organizzarsi prestissimo, già in fase prenatale...».
Se questo è vero, si può dire che i fattori ambientali agiscano sull´organizzazione del cervello, e dunque della mente, sin dall´inizio della vita?
«Sì, e purtroppo con una buona dose di casualità. Voglio dire che se si è fortunati, si potrà fare un certo percorso più o meno armonico, ma se invece si è sfortunati quel percorso sarà distorto sin dall'inizio, e nessuno potrà restituire quello che disgraziatamente non si è avuto... Era una pura fantasia della guarigione quella che gli antichi chiamavano la restitutio ad integrum, il ritorno a una sorta di ideale stato originario. Questo purtroppo non è possibile, solo un ciarlatano potrebbe garantire un risultato finale di questo genere...».
Più realisticamente, cos'è che voi analisti potete garantire?
«Più realisticamente, ed è quello che facciamo, possiamo migliorare le condizioni complessive del soggetto, concedergli la possibilità di non ripetere gli stessi meccanismi sbagliati, e dunque di cambiare, ma sempre tenendo conto di come quel soggetto stava prima dell'analisi».
Il problema è che a volte i vostri pazienti non sembrano cambiare affatto. A lei non capita mai di sentire frasette del tipo "Quello sta in analisi da una vita e sta peggio di prima"?
«Mi è capitato molte volte. È così: in analisi si può anche non cambiare, a volte si può addirittura peggiorare, senza dubbio registriamo dei fallimenti terapeutici...».
Ci sarà almeno un modo per scongiurarli, tenendo conto di quello che significa impegnarsi in una cura, tra l'altro molto costosa, come l'analisi?
«Innanzitutto l'indicazione deve essere giusta, nel senso che ci sono pazienti per i quali l'indicazione dell'analisi non è quella corretta. L'analista dovrebbe essere sempre una persona esperta, ma in ogni caso ci sono incontri che funzionano e altri che non funzionano. Capita che il lavoro di un analista - anche molto brillante - con quel particolare paziente non ottenga risultati, questo è possibile, e allora l'analista dovrebbe avere la correttezza di dire: mi dispiace, ma questo lavoro non sta procedendo nel verso giusto, cercherò di orientarla verso un altro collega, o anche verso un'altra terapia...».
Dovrebbe dirlo, ma lo fa davvero? Non è contemplata l'ipotesi dell'analista che s'intestardisce anche quando non vede nessun miglioramento del suo paziente?
«Ammetto che non sia un'ipotesi del tutto astratta. Ma c'è anche il chirurgo estetico che insiste con una serie di lifting che comunque vengono malissimo: cioè pazzi ce ne sono dappertutto, anche nella psicoanalisi».

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sabato 12 giugno 2004

storia:
Le Goff sull'uomo medioevale

Repubblica 12.6.04
INTERVISTA ALLO STORICO JACQUES LE GOFF
L'UOMO MEDIEVALE DAL QUALE PROVENIAMO
... Il medioevo ci ha trasmesso l'idea che l'Europa è un fenomeno complesso che deve sapersi confrontare con le sue differenze
FABIO GAMBARO


«L´Europa è una grande speranza che si realizzerà soltanto se terrà conto della storia: un´Europa senza storia sarebbe orfana e miserabile». Così Jacques Le Goff vede il rapporto tra il Vecchio Continente e il suo passato, da sempre al centro della sua riflessione, come la definizione dell´identità comune europea, mostrando l´importanza dell´eredità medievale: «L´Europa, quella che oggi riunisce venticinque stati», spiega il famoso storico francese, «è il risultato di una storia comune e di radici comuni che, stratificandosi, alimentano il sentimento di un´identità condivisa da tutti. L´Europa s´è fatta e continua farsi per strati successivi, proprio come i diversi strati geologici di un terreno. Per questo difendo l´idea di un´archeologia dell´Europa che riconosca e definisca le diverse tappe di questo lungo percorso. Un percorso nel quale il periodo che va dal IV al XV secolo è stato fondamentale».
Perché?
«Perché ha diffuso il collante del cristianesimo, che si è sovrapposto all´eredità greco-romana, la quale nel corso dei secoli era giunta anche nell´Europa del nord. Il greco e il latino, infatti, fanno parte della cultura europea dall´Islanda alla Sicilia. Durante il medioevo, la diffusione del cristianesimo ha svolto un ruolo fondamentale nell´identità europea, sebbene oggi esso non sia più un elemento caratteristico del continente. L´Europa contemporanea è laica. E tale deve restare in futuro. Per questo, pur riconoscendo il contributo fondamentale del cristianesimo nella nostra storia passata, sono contrario ad ogni richiamo religioso all´interno della costituzione europea».
Quali sono gli altri lasciti dell´epoca medievale?
«Il medioevo ci ha trasmesso l´idea che l´Europa è sempre un fenomeno complesso, che deve confrontarsi con le differenze profonde esistenti tra i paesi europei. L´Europa infatti è sempre stata attraversata da alcune linee di demarcazione più o meno profonde. L´Europa del nord, ad esempio, ha aderito alla riforma protestante, mentre l´Europa del sud è rimasta cattolica. Un´altra opposizione è quella tra l´Europa occidentale, latina e romana, e quella orientale, greca e ortodossa. Queste differenze esistono da sempre in Europa, e in fondo sono presenti ancora oggi. Tuttavia, aldilà di tali opposizioni che devono coesistere ed essere superate armoniosamente, l´Europa è stata sempre il risultato di incroci e meticciati successivi. I germani, i celti, gli scandinavi, gli slavi, gli ungheresi si sono mischiati con le popolazioni anteriori. Allo stesso modo, l´immigrazione che oggi giunge in Europa deve potersi integrare alle popolazioni locali. L´Europa del XXI secolo deve essere aperta e meticcia».
La differenze tra i diversi paesi e le diverse popolazioni non hanno ostacolato il percorso comune?
«Naturalmente i problemi non sono mancati e la costruzione europea è stata un processo difficoltoso. Ma come ho cercato di mostrare nel mio libro, unità europea e diversità delle nazioni non sono assolutamente in contraddizione. Al contrario, fin dal medioevo i due fattori hanno coesistito. In fondo, il primo abbozzo di un´unità europea è emerso proprio nel medioevo, nella fase della formazione delle nazioni, attraverso l´avvento delle monarchie in Francia, Inghilterra e Spagna. E la formazione tardiva dell´Italia e della Germania come nazioni, invece di costituire un ostacolo all´unità del continente, ha piuttosto permesso che questa si realizzasse. Perché la struttura interna dell´unione europea è la nazione. L´unità si fa a partire dalle nazioni. Naturalmente occorre trovare le strutture e le pratiche che permettano di far funzionare le realtà nazionali all´interno della sovrastruttura europea».
Il passato dell´Europa può esserci di aiuto?
«Certo. L´Europa medievale ha creato strutture, pratiche e contenuti unitari che sono molto importanti ancora oggi. Basti pensare alla creazione delle università. Oggi esistono in tutto il mondo, ma originariamente esse nascono come un fenomeno tipicamente europeo. Più tardi, nel XIX e XX secolo, all´identità europea hanno contribuito in maniera decisiva i diritti dell´uomo e la democrazia. Due lasciti fondamentali che ancora oggi costituiscono la base dell´Unione Europea».
Non le sembra che tra l´Europa ideale e quella concreta ci sia talvolta una distanza troppo grande?
«E´ vero. L´Europa non è solo una realtà geografica e politica, ma anche una condizione mentale. Gli insiemi storici che funzionano bene si fondano al contempo sulla realtà e sull´immaginario, perché, accanto ai dati del reale, abbiamo sempre bisogno di utopie. In passato, abbiamo conosciuto il sogno cristiano, il sogno filosofico, il sogno democratico. Oggi dovremmo essere animati da un sogno europeo, che però per il momento sembra mancare. L´allargamento dell´Europa è un avvenimento eccezionale, specie se si considerano i tempi lunghi della storia. E´ raro infatti che un cambiamento tanto importante si realizzi in così poco tempo. Ma la costruzione politica e economica non è stata sufficientemente accompagnata dall´elaborazione di un nuovo immaginario. Lo slancio verso l´avvenire è insufficiente. Ecco perché mi auguro che in futuro emerga una nuova utopia europea condivisa da tutti».

archeologia:
Atlantide

La Stampa 12.6.04
LA SCOPERTA DI UN RICERCATORE TEDESCO
Atlantide riemerge a sorpresa in Andalusia
«Le foto scattate dal satellite coincidono con le descrizioni nei Dialoghi di Platone»
d Gian Antonio Orighi


MADRID Atlantide? E’ vicino a Cadice. Il mitico continente, reso immortale da Platone nei «Dialoghi» e costantemente riscoperto (alle Canarie come a Santorini), sarebbe stato localizzato grazie a un satellite in Andalusia nel golfo di Cadice. Più precisamente nelle maremme di Hinojos, a fianco del fiume Guadalquivir e della celebre Doñana, la più importante area protetta d'Europa. Parola di Rainer Kuehne, professore all'università tedesca di Wuppertal, che ha pubblicato la scoperta sulla rivista online inglese «Journal of Antiquity».
La descrizione classica dell’acropoli di Atlantide e le immagini del satellite «Eurosat» combaciano alla perfezione. Il filosofo, nella sua opera del 350 a.C, descrive con precisione, in 50 righe, l'allora paradisiaca e potentissima metropoli, situata, secono il mito, al di là dello Stretto di Gibilterra: «I discendenti di Atlante fondarono una città nell'isola principale, ricchissima di risorse naturali. Nel suo intorno, c'era una vasta pianura. Poi Poseidone, il dio del mare, costruì tre anelli di pietra pieni d'acqua intorno alla residenza della dinastia reale, e due templi, e all'interno un santuario».
Le istantanee satellitari, riprese per un rilevamento del Sud della Spagna, mostrano proprio le strutture rettangolari dei resti di due giganteschi edifici, uno dei quali potrebbe essere quello del santuario di Poseidone. Non solo: ci sono anche frammenti dei cerchi concentrici che avrebbero circondato il tempio, che secondo la leggenda tramandata da Platone aveva il tetto d'avorio, era ornato d'oro e aveva pareti d'argento.
«La disposizione delle costruzioni e le loro misure coincidono con quanto ha tramandato il filosofo - assicura, entusiasta, Kuehne -. Atlantide dev’essere stata sommersa a causa di un’inondazione prodotta da un maremoto, probabilmente tra l'800 e il 500 a.C.». E aggiunge: «Seguendo questa interpretazione, la zona si è poi trasformata in una baia durante l'epoca dell’impero romano, fino a Siviglia. Più tardi, nel Medio Evo, la zona si è trasformata in una vasta maremma, l'attuale parco di Doñaña».
Ma il pensatore parlava di «isola» e invece l’area di Hinojos è nella terraferma. E inoltre le misure della città scomparsa non collimano. «Nessun problema - aggiunge lo studioso -. Platone usò l’espressione isola, ma dev’essere intesa come zona costiera. E descrive un’”isola” di 925 metri di diametro, circondata da strutture circolari. Però potrebbe aver sottostimato le vere dimensioni di Atlantide: l'antica unità di misura potrebbe essere stata un 20% maggiore di quella descritta». Una affermazione, questa, che porta a un'ulteriore analogia: tarando i 925 metri, si scopre che uno dei due edifici corrisponde con uno dei rettangoli fotografati da «Eurosat», vale a dire il tempio di Poseidone. Ma non è finita. Le montagne, pennellate nel racconto del pensatore, potrebbero essere quelle della Sierra Morena e della Sierra Nevada, che sovrastano le maremme. E nella Sierra ci sono ricche miniere di rame.
Comunque, come in ogni giallo storico, c'è la polemica. Secondo il quotidiano madrileno «Abc», in realtà, le foto del satellite sarebbero state rese note dallo studioso spagnolo Georgeos Díaz-Montexano, il quale le aveva comprate da «Eurosat». Lo studioso teutonico, insomma, si sarebbe giovato delle immagini dello spagnolo, che docente universitario non è, per plagiare tesi non sue. Vero o falso? Sta di fatto che Kuehne ringrazia Díaz-Montexano «per avergli mostrato le immagini».

intelligenza artificiale
(ma i robot non sono forse già tra noi?)

Almanacco della Scienza, rivista online del CNR 11.6.04
Uomini e robot: pensano allo stesso modo


Una macchina potrà mai pensare come un essere umano? Nonostante alcuni scienziati ci stiano lavorando da tempo sembra ancora difficile. Ma forse non impossibile. I risultati di un esperimento della College University di Londra, infatti, dimostrano che robot e uomini potrebbero essere molto più simili di quanto si sia pensato fino a questo momento.
Alcuni ricercatori si sono chiesti da dove nasca la nostra capacità di valutazione e come facciamo a giudicare le cose buone e quelle cattive che potrebbero essere dannose. Ben Seymour ha condotto un esperimento su 14 persone attraverso la risonanza magnetica funzionale (analizzando cioè quali zone del cervello si attivano al momento di compiere determinate azioni).
Ai volontari sono state mostrate una serie di immagini astratte, seguite da una piccola scossa elettrica sul dorso della mano. L'intensità della scossa aumentava o diminuiva in base alla sequenza e alle immagini. I volontari durante l'esperimento hanno imparato velocemente a diffidare delle immagini e delle sequenze più "pericolose". Per esempio se a un quadrato seguiva un cerchio che provocava una scossa più forte le persone giudicavano non solo dannoso il cerchio, ma anche il quadrato al quale poteva succedere il cerchio.
Dopo l'esperimento i ricercatori hanno tracciato un grafico dell'attività del cervello, cercando di descrivere con una funzione matematica il processo che sta alla base della formazione dei giudizi.
"I risultati sono sorprendenti" afferma Peter Dayan del team "esiste una perfetta somiglianza tra i segnali del cervello e le funzioni matematiche usate durante l'"apprendimento" delle macchine". Questo significa che il nostro cervello segue le stesse leggi dell'Intelligenza Artificiale. Una scoperta che potrebbe diventare fondamentale per molti campi scientifici dalle neuroscienze all'ingegneria, dalla psicologia all'economia.