(apparso su City, quotidiano gratuito, segnalato da Lucrezia Roberto)
Le Monde boccia il film di Bertolucci
"Bernardo Bertolucci è partito alla ricerca del tempo perduto, ma non ha trovato nulla". "I dialoghi politici sono di una vacuità sconvolgente". Così il quotidiano francese Le Monde boccia "The Dreamers" del maestro italiano, "fischiato il 31 agosto alla proiezione per la stampa", dando anche del voyeur al regista.
(Ansa)
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
giovedì 4 settembre 2003
Aspesi su Buongiorno, notte, dopo l'anteprima per la stampa di ieri sera
Repubblica prima pagina e p. 38, 4.9.03
Presentato "Buon giorno notte", il film di Marco Bellocchio sul rapimento del leader dc
Venezia rivive la tragedia Moro
Prima proiezione ieri sera per "Buongiorno notte", film sul sequestro del leader della Dc
I giorni bui del rapimento Moro rievocati da Marco Bellocchio
Il racconto ci riporta nelle tenebre amare di quei tragici 55 giorni del 1978
Il regista evita il complottismo e parla di uomini e donne che si fecero terroristi
di NATALIA ASPESI
VENEZIA – «Presidente, ha capito chi siamo». «Ho capito chi siete». Nell´appartamento buio, dalle finestre chiuse, tre giovani hanno appena trascinato una grande cassa, l´hanno schiodata estraendone un grosso fardello. Uno di loro ha i grossi baffi di Mario Moretti ed è Luigi Lo Cascio, il ragazzo dallo sguardo dolcissimo di "La meglio gioventù", che qui ha il volto duro della determinazione e del comando. Si vede quasi niente ma noi sappiamo che quel fardello è Aldo Moro, e che quei giovani sono i suoi sequestratori.
Dietro alla parete di libri c´è un vano cieco, la prigione preparata per il prezioso prigioniero. Questa che è una delle prime scene del film più atteso in concorso alla mostra, "Buongiorno notte" di Marco Bellocchio, è anche all´inizio del libro scritto dalla brigatista Anna Laura Braghetti "Il prigioniero", a cui si ispira il personaggio di Chiara, che ha il bel volto di Maya Sansa. Ed è con i suoi occhi che lo vediamo, quando insonne, mentre compagni dormono sulle poltrone, si alza, apre lo sportello e guarda spaventata e incredula: ecco il più importante uomo politico italiano, il presidente del più potente partito italiano, la Democrazia Cristiana. Ecco Aldo Moro nell´ombra, che dorme in una posizione quasi fetale che ricorda quella di quando, cadavere, sarà ritrovato nel portabagagli dell´auto. Finalmente vediamo il film tenuto più nascosto, circondato dal più tenace silenzio, "secretato", come si dice nel gergo ufficiale dei documenti scottanti e rivelatori. Con la sua grande, severa capacità evocativa Marco Bellocchio, ci riporta nelle tenebre amare di quei tragici 55 giorni del 1978 in cui, dal suo rapimento il 16 marzo al suo assassinio il 9 maggio, Aldo Moro, fu tenuto prigioniero dalle Brigate Rosse. Ma ce li racconta nel chiuso quasi claustrofobico del sentimento di potenza e smarrimento dei sequestratori: soprattutto attraverso il labirinto in cui si perde l´esistenza di Chiara, che come tanti terroristi conduce una doppia vita, ambedue vuote nella loro apparente normalità: da una parte un lavoro, un ufficio, dei colleghi e un ragazzo che pure intuisce il buio che acceca i suoi gesti, dall´altra l´irrealtà invece così concreta, del vivere con i compagni di lotta in una anonima casa-carcere come una famiglia incatenata e dilaniata nei riti della quotidianità. Il cibo, il sonno, le chiacchiere e poi gli interrogatori al sequestrato mentre si scivola nella sempre più ansiosa consapevolezza che qualunque fine sarà una catastrofe. Giorno dopo giorno Chiara e gli altri si trovano a dover subire come fosse il prologo di una condanna, la convivenza con un prigioniero tanto più grande nella sua mitezza, abilità politica e disarmata umanità, di loro e del nemico del popolo immaginato nei loro deliri rivoluzionari.
Gli eventi li vediamo attraverso lo sguardo e i pensieri di Chiara, che come tanti ragazzi della sua generazione, non sa o non vuole vedere la realtà né ascoltare quei suoi stessi dubbi, quelle angosce che potrebbero incrinare le sue certezze ideologiche. Altri film hanno già raccontato di quella tragedia che rivelò al paese incredulo, quanto fossero forti le Brigate Rosse, quanto diffuse e abili, tanto da riuscire in un´impresa che pareva impossibile, quanto crudeli, tanto da ammazzare, spietatamente, in quella occasione, i cinque agenti di scorta. Nell´ ´86 Giuseppe Ferrara diresse "Il caso Moro", dal libro di Robert Katz, con un grande Gian Maria Volontè nel ruolo dello statista, un docudrama che prendeva in considerazione una congiura di poteri forti (dalla P2 ai soliti Servizi Segreti): il 9 maggio scorso, 25 anni dopo l´assassinio di Aldo Moro, è uscito "Piazza delle Cinque Lune" di Renzo Martinelli, e anche qui complotti su complotti, questa volta orchestrati dalla Cia.
Quel film non è spiaciuto a Maria Fida Moro che nella prefazione al libro di Gremese ha scritto: «Mio padre era tra coloro che incarnano il bello, il buono e il vero. Proprio per questo è ancora più ingiusto il tentativo di cancellarlo dal cuore degli uomini e dalla storia del nostro paese. E dopo questo film sarà ancora più difficile». Il nipote Luca, che al tempo del rapimento aveva 2 anni, per il film di Martinelli ha scritto una canzone che interpreta.
"Buongiorno notte", con Luigi Lo Cascio, e Roberto Herlitzka nel ruolo di Moro, evita il complottismo, del resto smentito storicamente dagli stessi brigatisti e dalle ultime ricerche documentali, e parla di uomini e donne qualsiasi, che in quel momento storico si fecero terroristi inseguendo le ossessioni rivoluzionarie d´epoca, così diverse da quelle dei terroristi globalizzati di oggi. Giovanni Moro, figlio di Aldo, ha scritto il suo parere sul nuovo film e le sue parole verranno lette oggi alla conferenza stampa.
Certo Moro fu ucciso e la rivoluzione non ci fu. E dei brigatisti che di quell´assassinio furono responsabili, uno è morto in cella per malattia: degli altri alcuni sono in semilibertà, altri completamente liberi: lavorano, dipingono, scrivono. Vivono.
Presentato "Buon giorno notte", il film di Marco Bellocchio sul rapimento del leader dc
Venezia rivive la tragedia Moro
Prima proiezione ieri sera per "Buongiorno notte", film sul sequestro del leader della Dc
I giorni bui del rapimento Moro rievocati da Marco Bellocchio
Il racconto ci riporta nelle tenebre amare di quei tragici 55 giorni del 1978
Il regista evita il complottismo e parla di uomini e donne che si fecero terroristi
di NATALIA ASPESI
VENEZIA – «Presidente, ha capito chi siamo». «Ho capito chi siete». Nell´appartamento buio, dalle finestre chiuse, tre giovani hanno appena trascinato una grande cassa, l´hanno schiodata estraendone un grosso fardello. Uno di loro ha i grossi baffi di Mario Moretti ed è Luigi Lo Cascio, il ragazzo dallo sguardo dolcissimo di "La meglio gioventù", che qui ha il volto duro della determinazione e del comando. Si vede quasi niente ma noi sappiamo che quel fardello è Aldo Moro, e che quei giovani sono i suoi sequestratori.
Dietro alla parete di libri c´è un vano cieco, la prigione preparata per il prezioso prigioniero. Questa che è una delle prime scene del film più atteso in concorso alla mostra, "Buongiorno notte" di Marco Bellocchio, è anche all´inizio del libro scritto dalla brigatista Anna Laura Braghetti "Il prigioniero", a cui si ispira il personaggio di Chiara, che ha il bel volto di Maya Sansa. Ed è con i suoi occhi che lo vediamo, quando insonne, mentre compagni dormono sulle poltrone, si alza, apre lo sportello e guarda spaventata e incredula: ecco il più importante uomo politico italiano, il presidente del più potente partito italiano, la Democrazia Cristiana. Ecco Aldo Moro nell´ombra, che dorme in una posizione quasi fetale che ricorda quella di quando, cadavere, sarà ritrovato nel portabagagli dell´auto. Finalmente vediamo il film tenuto più nascosto, circondato dal più tenace silenzio, "secretato", come si dice nel gergo ufficiale dei documenti scottanti e rivelatori. Con la sua grande, severa capacità evocativa Marco Bellocchio, ci riporta nelle tenebre amare di quei tragici 55 giorni del 1978 in cui, dal suo rapimento il 16 marzo al suo assassinio il 9 maggio, Aldo Moro, fu tenuto prigioniero dalle Brigate Rosse. Ma ce li racconta nel chiuso quasi claustrofobico del sentimento di potenza e smarrimento dei sequestratori: soprattutto attraverso il labirinto in cui si perde l´esistenza di Chiara, che come tanti terroristi conduce una doppia vita, ambedue vuote nella loro apparente normalità: da una parte un lavoro, un ufficio, dei colleghi e un ragazzo che pure intuisce il buio che acceca i suoi gesti, dall´altra l´irrealtà invece così concreta, del vivere con i compagni di lotta in una anonima casa-carcere come una famiglia incatenata e dilaniata nei riti della quotidianità. Il cibo, il sonno, le chiacchiere e poi gli interrogatori al sequestrato mentre si scivola nella sempre più ansiosa consapevolezza che qualunque fine sarà una catastrofe. Giorno dopo giorno Chiara e gli altri si trovano a dover subire come fosse il prologo di una condanna, la convivenza con un prigioniero tanto più grande nella sua mitezza, abilità politica e disarmata umanità, di loro e del nemico del popolo immaginato nei loro deliri rivoluzionari.
Gli eventi li vediamo attraverso lo sguardo e i pensieri di Chiara, che come tanti ragazzi della sua generazione, non sa o non vuole vedere la realtà né ascoltare quei suoi stessi dubbi, quelle angosce che potrebbero incrinare le sue certezze ideologiche. Altri film hanno già raccontato di quella tragedia che rivelò al paese incredulo, quanto fossero forti le Brigate Rosse, quanto diffuse e abili, tanto da riuscire in un´impresa che pareva impossibile, quanto crudeli, tanto da ammazzare, spietatamente, in quella occasione, i cinque agenti di scorta. Nell´ ´86 Giuseppe Ferrara diresse "Il caso Moro", dal libro di Robert Katz, con un grande Gian Maria Volontè nel ruolo dello statista, un docudrama che prendeva in considerazione una congiura di poteri forti (dalla P2 ai soliti Servizi Segreti): il 9 maggio scorso, 25 anni dopo l´assassinio di Aldo Moro, è uscito "Piazza delle Cinque Lune" di Renzo Martinelli, e anche qui complotti su complotti, questa volta orchestrati dalla Cia.
Quel film non è spiaciuto a Maria Fida Moro che nella prefazione al libro di Gremese ha scritto: «Mio padre era tra coloro che incarnano il bello, il buono e il vero. Proprio per questo è ancora più ingiusto il tentativo di cancellarlo dal cuore degli uomini e dalla storia del nostro paese. E dopo questo film sarà ancora più difficile». Il nipote Luca, che al tempo del rapimento aveva 2 anni, per il film di Martinelli ha scritto una canzone che interpreta.
"Buongiorno notte", con Luigi Lo Cascio, e Roberto Herlitzka nel ruolo di Moro, evita il complottismo, del resto smentito storicamente dagli stessi brigatisti e dalle ultime ricerche documentali, e parla di uomini e donne qualsiasi, che in quel momento storico si fecero terroristi inseguendo le ossessioni rivoluzionarie d´epoca, così diverse da quelle dei terroristi globalizzati di oggi. Giovanni Moro, figlio di Aldo, ha scritto il suo parere sul nuovo film e le sue parole verranno lette oggi alla conferenza stampa.
Certo Moro fu ucciso e la rivoluzione non ci fu. E dei brigatisti che di quell´assassinio furono responsabili, uno è morto in cella per malattia: degli altri alcuni sono in semilibertà, altri completamente liberi: lavorano, dipingono, scrivono. Vivono.
Buongiorno, notte, da venerdì 5, sarà in 170 sale, di cui ben 14 a Roma
Repubblica, cronaca di Roma (Pagina XII), 4.9.03
Per Bellocchio è già record
Il suo "Buongiorno, notte" esce in 14 sale: mai accaduto per un film d´autore. (...)
FRANCO MONTINI
Poche novità, ma quasi tutte attesissime, per un weekend che mescola impegno e divertimento. Praticamente in contemporanea con la presentazione alla Biennale di Venezia, venerdì arriva in ben quattordici schermi romani, record senza precedenti per un film d´autore, Buongiorno, notte di Marco Bellocchio che, a venticinque anni di distanza, rivisita il caso Moro. (...)
Per Bellocchio è già record
Il suo "Buongiorno, notte" esce in 14 sale: mai accaduto per un film d´autore. (...)
FRANCO MONTINI
Poche novità, ma quasi tutte attesissime, per un weekend che mescola impegno e divertimento. Praticamente in contemporanea con la presentazione alla Biennale di Venezia, venerdì arriva in ben quattordici schermi romani, record senza precedenti per un film d´autore, Buongiorno, notte di Marco Bellocchio che, a venticinque anni di distanza, rivisita il caso Moro. (...)
mercoledì 3 settembre 2003
clonazione
La Stampa 3.9.03
IL 10 SETTEMBRE A PARIGI L’UNESCO ORGANIZZA UN INCONTRO PER DISCUTERE LE NUOVE FRONTIERE DELLA SCIENZA
Clonazione, l’uomo non è una pecora
Koïchiro Matsuura (Direttore generale dell’Unesco)
DOLLY è morta. La pecora più famosa del mondo (nonché il primo mammifero a essere clonato a partire da una cellula adulta) è stata soppressa nel febbraio di quest'anno. La cosa è avvenuta poco tempo dopo il pubblico annuncio della nascita di un bambino clonato, un evento peraltro mai confermato. La morte di Dolly ha suscitato meno clamore della sua nascita. E tuttavia, sebbene le cause specifiche di questa morte rimangano da accertare, è chiaro che essa solleva la questione degli effetti a lungo termine della clonazione sull'organismo clonato. E in certo senso ciò offre all'umanità l'occasione di una pausa. I codici che governano la ricerca medica vietano la sperimentazione sugli esseri umani di un procedimento la cui sicurezza ed efficacia non siano state preliminarmente accertate mediante la sperimentazione sugli animali. Ma che cosa succederà quando l'ostacolo tecnico sarà superato, e l'argomento delle precauzioni necessarie per proteggere la salute non sarà più valido? Prima ancora che questa situazione si avveri, la prospettiva della clonazione umana pone a noi e alla nostra coscienza sociale una sfida etica, culturale e politica di prima grandezza. L'organizzazione di cui sono Direttore Generale - il Comitato Internazionale di Bioetica (International Bioethics Committee, Ibc) dell'Unesco - e di cui ricorre il decimo anniversario, continuerà a svolgere un ruolo attivo nei dibattiti e nelle iniziative che riguardano questo problema.
Non bisogna sottovalutare la complessità del tema. Per quanto concerne la bioetica, e in particolare la clonazione, dobbiamo far sì che le paure e le invenzioni dell'immaginazione non interferiscano con i problemi autentici. Oggigiorno, la clonazione umana fa capo a due procedimenti tecnici, diversi sia nella loro concreta natura che nello scopo che si prefiggono. L'obiettivo della clonazione terapeutica non è di arrivare alla nascita di un individuo, ma di ricavare cellule staminali da un embrione creato mediante sostituzione del nucleo cellulare. C'è accordo generale sull'idea che l'utilizzazione di queste cellule potrebbe trasformare la medicina rigenerativa. E dunque perché esitare? Ciò che è qui in ballo è lo status dell'embrione, e su questo punto si addensano e si scontrano speranze e riserve. Stiamo forse correndo il rischio di creare embrioni umani destinati a essere venduti sui banchi dei supermercati per le future fabbriche di organi? È legittimo creare embrioni il cui sviluppo non arriverà mai a compimento? E chi fornirà gli innumerevoli ovociti necessari per queste manipolazioni? Non ci condurrà tutto questo a una nuova forma di mercificazione del corpo femminile, specialmente nel caso delle donne più povere? Queste domande possono trovare una risposta solamente mediante la definizione di una rigorosa cornice giuridica che regolamenti la ricerca embriologica umana, e per arrivarci sono necessarie ulteriori discussioni.
La clonazione riproduttiva si propone invece di rendere possibile la nascita di un bambino che sarebbe una replica cromosomica di un altro individuo. Ma clonare un organismo non significa copiare una persona. Ciò è provato dai meccanismi della riproduzione sessuale naturale. Per esempio, non c'è dubbio che due gemelli identici siano individui differenti; eppure sono più simili tra loro di quanto sarebbero due cloni. Coloro che - in un'impossibile ricerca di copie di se stessi o di altri - associano la clonazione alla realizzazione di antichi miti d'immortalità o di risurrezione, si basano su visioni della genetica che sono allo stesso tempo sbagliate e pericolose. Una volta che ci siamo sbarazzati dell'illusione di un genoma onnipotente, che cosa ci resta? Certo, un clone umano non sarebbe un mostro; esso potrebbe però non conformarsi al progetto normativo che ha presieduto alla sua nascita. Questo è il motivo per cui la nostra indagine deve spingersi più a monte, ed esaminare i motivi che stanno dietro tale progetto, e la visione della razza e della società umana che lo sottende. Agli occhi di questo tipo di manipolazione, i cloni appaiono come portatori di un particolare genoma, scelto per le sue qualità specifiche. Non è difficile immaginare le disastrose conseguenze psicologiche e sociali di una siffatta specie di eugenetica.
La natura fornisce a ciascun individuo un'identità genetica unica, che è il risultato dell'interazione di caso e necessità. La rinuncia a questa ricchezza naturale finirebbe col condurci a un'artificiale divisione genetica tra esseri umani provvisti di genomi originari ed esseri umani provvisti di genomi clonati. Forse che le forme di discriminazione che già affliggono l'umanità non sono abbastanza numerose? L'idea della clonazione umana poggia nel caso migliore su una serie di fraintendimenti e fantasticherie, e nel caso peggiore è animata dal desiderio di utilizzare la genetica per scopi - di ordine commerciale, ideologico o pratico - che sono decisamente discutibili. L'idea di vietare la clonazione umana è dunque giustificata a tutti i livelli: medico, giuridico e morale. Questa proibizione, raccomandata per la prima volta dalla Dichiarazione universale sul genoma umano e sui diritti umani adottata dall'Unesco nel 1997, e fatta propria l'anno successivo dall'Assemblea Generale dell'Onu, è irrevocabile.
Esaminando la posta in gioco in campo bioetico, ci troviamo di fronte a una questione che ha radici profonde nelle basi culturali, filosofiche e spirituali delle diverse comunità umane. Conciliare il rispetto di questa diversità culturale con un approccio pragmatico al progresso scientifico è una condizione preliminare di qualunque ricerca congiunta nella sfera della bioetica. È in questo spirito che stiamo attualmente lavorando a una dichiarazione sui dati genetici, giacché l'utilizzazione di questi dati - se non opportunamente regolamentata - rischia di dar luogo a nuove forme di discriminazione, e perfino a spaventose forme di negazione dei diritti umani. Ci viene inoltre chiesto - ancora un'altra sfida! - di mettere a punto uno strumento operativo universale per la bioetica. Ciò conferma che l'Unesco può essere il giusto luogo d'incontro in cui culture, visioni del mondo e credenze religiose siano in grado d'interagire e di raggiungere un'intesa su una concezione etica generale suscettibile di servire da punto di riferimento comune.
Gli esseri umani non possono essere fatti su ordinazione, neppure nel caso di un'ideale committenza genetica. L'Unesco ha riconosciuto l'importanza di una sfida che travalica qualunque quadro di riferimento nazionale ed esige l'attivo impegno di tutte le parti interessate, scientifiche, politiche ed economiche. Essa è stata la prima organizzazione intergovernativa a proporre (con la creazione dell'Ibc, seguita l'anno successivo da quella del Comitato Intergovernativo per la Bioetica) un programma coerente per affrontare questi problemi. L'etica della scienza e della tecnologia è in effetti una delle priorità dell'Unesco, attualmente impegnata a rafforzare la sua funzione di vigilanza e la sua attività di elaborazione delle prospettive future. Un risultato di questo lavoro è la scelta del tema della prossima sessione delle «21st Century Talks», che sarà organizzata a Parigi da Jérôme Bindé il 10 settembre 2003. Si tratta dell'arduo e pressante interrogativo «Bisogna vietare la clonazione umana?». Io presiederò quest'incontro, che riunirà eminenti personalità come Jean-François Mattéi, medico e ministro della Sanità francese, gli scienziati José-Maria Cantu e William Hurlbut, e la studiosa di diritto internazionale Mireille Delmas-Marty. Per la prima volta, la riflessione etica sulla clonazione umana avrà l'opportunità di precedere e di guidare lo sviluppo tecnologico. Occorre soltanto la volontà di farlo.
L'uomo non è un qualunque mammifero. Gli animali possono essere riprodotti mediante clonazione. Ma gli esseri umani sono formati dall'educazione, dalla scienza e dalla cultura. Non dalla clonazione.
IL 10 SETTEMBRE A PARIGI L’UNESCO ORGANIZZA UN INCONTRO PER DISCUTERE LE NUOVE FRONTIERE DELLA SCIENZA
Clonazione, l’uomo non è una pecora
Koïchiro Matsuura (Direttore generale dell’Unesco)
DOLLY è morta. La pecora più famosa del mondo (nonché il primo mammifero a essere clonato a partire da una cellula adulta) è stata soppressa nel febbraio di quest'anno. La cosa è avvenuta poco tempo dopo il pubblico annuncio della nascita di un bambino clonato, un evento peraltro mai confermato. La morte di Dolly ha suscitato meno clamore della sua nascita. E tuttavia, sebbene le cause specifiche di questa morte rimangano da accertare, è chiaro che essa solleva la questione degli effetti a lungo termine della clonazione sull'organismo clonato. E in certo senso ciò offre all'umanità l'occasione di una pausa. I codici che governano la ricerca medica vietano la sperimentazione sugli esseri umani di un procedimento la cui sicurezza ed efficacia non siano state preliminarmente accertate mediante la sperimentazione sugli animali. Ma che cosa succederà quando l'ostacolo tecnico sarà superato, e l'argomento delle precauzioni necessarie per proteggere la salute non sarà più valido? Prima ancora che questa situazione si avveri, la prospettiva della clonazione umana pone a noi e alla nostra coscienza sociale una sfida etica, culturale e politica di prima grandezza. L'organizzazione di cui sono Direttore Generale - il Comitato Internazionale di Bioetica (International Bioethics Committee, Ibc) dell'Unesco - e di cui ricorre il decimo anniversario, continuerà a svolgere un ruolo attivo nei dibattiti e nelle iniziative che riguardano questo problema.
Non bisogna sottovalutare la complessità del tema. Per quanto concerne la bioetica, e in particolare la clonazione, dobbiamo far sì che le paure e le invenzioni dell'immaginazione non interferiscano con i problemi autentici. Oggigiorno, la clonazione umana fa capo a due procedimenti tecnici, diversi sia nella loro concreta natura che nello scopo che si prefiggono. L'obiettivo della clonazione terapeutica non è di arrivare alla nascita di un individuo, ma di ricavare cellule staminali da un embrione creato mediante sostituzione del nucleo cellulare. C'è accordo generale sull'idea che l'utilizzazione di queste cellule potrebbe trasformare la medicina rigenerativa. E dunque perché esitare? Ciò che è qui in ballo è lo status dell'embrione, e su questo punto si addensano e si scontrano speranze e riserve. Stiamo forse correndo il rischio di creare embrioni umani destinati a essere venduti sui banchi dei supermercati per le future fabbriche di organi? È legittimo creare embrioni il cui sviluppo non arriverà mai a compimento? E chi fornirà gli innumerevoli ovociti necessari per queste manipolazioni? Non ci condurrà tutto questo a una nuova forma di mercificazione del corpo femminile, specialmente nel caso delle donne più povere? Queste domande possono trovare una risposta solamente mediante la definizione di una rigorosa cornice giuridica che regolamenti la ricerca embriologica umana, e per arrivarci sono necessarie ulteriori discussioni.
La clonazione riproduttiva si propone invece di rendere possibile la nascita di un bambino che sarebbe una replica cromosomica di un altro individuo. Ma clonare un organismo non significa copiare una persona. Ciò è provato dai meccanismi della riproduzione sessuale naturale. Per esempio, non c'è dubbio che due gemelli identici siano individui differenti; eppure sono più simili tra loro di quanto sarebbero due cloni. Coloro che - in un'impossibile ricerca di copie di se stessi o di altri - associano la clonazione alla realizzazione di antichi miti d'immortalità o di risurrezione, si basano su visioni della genetica che sono allo stesso tempo sbagliate e pericolose. Una volta che ci siamo sbarazzati dell'illusione di un genoma onnipotente, che cosa ci resta? Certo, un clone umano non sarebbe un mostro; esso potrebbe però non conformarsi al progetto normativo che ha presieduto alla sua nascita. Questo è il motivo per cui la nostra indagine deve spingersi più a monte, ed esaminare i motivi che stanno dietro tale progetto, e la visione della razza e della società umana che lo sottende. Agli occhi di questo tipo di manipolazione, i cloni appaiono come portatori di un particolare genoma, scelto per le sue qualità specifiche. Non è difficile immaginare le disastrose conseguenze psicologiche e sociali di una siffatta specie di eugenetica.
La natura fornisce a ciascun individuo un'identità genetica unica, che è il risultato dell'interazione di caso e necessità. La rinuncia a questa ricchezza naturale finirebbe col condurci a un'artificiale divisione genetica tra esseri umani provvisti di genomi originari ed esseri umani provvisti di genomi clonati. Forse che le forme di discriminazione che già affliggono l'umanità non sono abbastanza numerose? L'idea della clonazione umana poggia nel caso migliore su una serie di fraintendimenti e fantasticherie, e nel caso peggiore è animata dal desiderio di utilizzare la genetica per scopi - di ordine commerciale, ideologico o pratico - che sono decisamente discutibili. L'idea di vietare la clonazione umana è dunque giustificata a tutti i livelli: medico, giuridico e morale. Questa proibizione, raccomandata per la prima volta dalla Dichiarazione universale sul genoma umano e sui diritti umani adottata dall'Unesco nel 1997, e fatta propria l'anno successivo dall'Assemblea Generale dell'Onu, è irrevocabile.
Esaminando la posta in gioco in campo bioetico, ci troviamo di fronte a una questione che ha radici profonde nelle basi culturali, filosofiche e spirituali delle diverse comunità umane. Conciliare il rispetto di questa diversità culturale con un approccio pragmatico al progresso scientifico è una condizione preliminare di qualunque ricerca congiunta nella sfera della bioetica. È in questo spirito che stiamo attualmente lavorando a una dichiarazione sui dati genetici, giacché l'utilizzazione di questi dati - se non opportunamente regolamentata - rischia di dar luogo a nuove forme di discriminazione, e perfino a spaventose forme di negazione dei diritti umani. Ci viene inoltre chiesto - ancora un'altra sfida! - di mettere a punto uno strumento operativo universale per la bioetica. Ciò conferma che l'Unesco può essere il giusto luogo d'incontro in cui culture, visioni del mondo e credenze religiose siano in grado d'interagire e di raggiungere un'intesa su una concezione etica generale suscettibile di servire da punto di riferimento comune.
Gli esseri umani non possono essere fatti su ordinazione, neppure nel caso di un'ideale committenza genetica. L'Unesco ha riconosciuto l'importanza di una sfida che travalica qualunque quadro di riferimento nazionale ed esige l'attivo impegno di tutte le parti interessate, scientifiche, politiche ed economiche. Essa è stata la prima organizzazione intergovernativa a proporre (con la creazione dell'Ibc, seguita l'anno successivo da quella del Comitato Intergovernativo per la Bioetica) un programma coerente per affrontare questi problemi. L'etica della scienza e della tecnologia è in effetti una delle priorità dell'Unesco, attualmente impegnata a rafforzare la sua funzione di vigilanza e la sua attività di elaborazione delle prospettive future. Un risultato di questo lavoro è la scelta del tema della prossima sessione delle «21st Century Talks», che sarà organizzata a Parigi da Jérôme Bindé il 10 settembre 2003. Si tratta dell'arduo e pressante interrogativo «Bisogna vietare la clonazione umana?». Io presiederò quest'incontro, che riunirà eminenti personalità come Jean-François Mattéi, medico e ministro della Sanità francese, gli scienziati José-Maria Cantu e William Hurlbut, e la studiosa di diritto internazionale Mireille Delmas-Marty. Per la prima volta, la riflessione etica sulla clonazione umana avrà l'opportunità di precedere e di guidare lo sviluppo tecnologico. Occorre soltanto la volontà di farlo.
L'uomo non è un qualunque mammifero. Gli animali possono essere riprodotti mediante clonazione. Ma gli esseri umani sono formati dall'educazione, dalla scienza e dalla cultura. Non dalla clonazione.
«riceviamo tantissime richieste da parte degli esercenti... un dato veramente eccezionale»
La Provincia Pavese 3.9.03
"Buongiorno notte" di Marco Bellocchio
è conteso dalle sale cinematografiche
VENEZIA. "Buongiorno, notte", l'atteso film di Marco Bellocchio in concorso alla Mostra del cinema di Venezia, esce il 5 settembre in tutta Italia, distribuito da 01 Distribution, con 170 copie nella prima settimana: per la prima volta - sottolinea una nota della distribuzione - un film italiano apre la nuova stagione con un'uscita così forte.
«Per "Buongiorno, notte" - dice Filippo Roviglioni, direttore generale di 01 Distribution - riceviamo tantissime richieste da parte degli esercenti. Molte di più di quante non ci aspettassimo. E per questa stagione è un dato eccezionale, anche perchè a questo si aggiunge un'attesa calda mai riscontrata prima per un film italiano d'autore. Stiamo cercando di accontentare tutte le richieste degli esercizi, numerosissime anche da parte dei multiplex - e questo è un dato veramente eccezionale».
"Buongiorno notte" di Marco Bellocchio
è conteso dalle sale cinematografiche
VENEZIA. "Buongiorno, notte", l'atteso film di Marco Bellocchio in concorso alla Mostra del cinema di Venezia, esce il 5 settembre in tutta Italia, distribuito da 01 Distribution, con 170 copie nella prima settimana: per la prima volta - sottolinea una nota della distribuzione - un film italiano apre la nuova stagione con un'uscita così forte.
«Per "Buongiorno, notte" - dice Filippo Roviglioni, direttore generale di 01 Distribution - riceviamo tantissime richieste da parte degli esercenti. Molte di più di quante non ci aspettassimo. E per questa stagione è un dato eccezionale, anche perchè a questo si aggiunge un'attesa calda mai riscontrata prima per un film italiano d'autore. Stiamo cercando di accontentare tutte le richieste degli esercizi, numerosissime anche da parte dei multiplex - e questo è un dato veramente eccezionale».
domani Buongiorno notte a Venezia, venerdì in tutta Italia
Repubblica 3.9.03
L´evento
"Buongiorno notte" passa giovedì sera in concorso
Alla Mostra si attende il film sul caso Moro di Marco Bellocchio
Venerdì uscirà nelle sale con 170 copie
di Aldo Lastella
VENEZIA - Sono ancora accesi i piccoli fuochi delle discussioni sul Sessantotto di Bertolucci e già il popolo della Mostra trepida per l´arrivo del film sul caso Moro di Marco Bellocchio, "Buongiorno notte", che passerà in prima proiezione questa sera [in realtà giovedì 4 alle 21. ndr] nel concorso "Venezia 60". Un´attesa del resto condivisa anche da pubblico ed esercenti se è vero che per l´uscita di venerdì nelle sale sono già state richieste alla distribuzione 01-Raicinema ben 170 copie del film.
La fibrillazione va di pari passo con la cortina di segretezza che circonda il film di Bellocchio a Venezia. «Per carità non mi chieda nulla su Bellocchio, altrimenti mi fucilano: non volevano neppure che venissi al Lido un giorno prima» mette le mani avanti Maya Sansa, protagonista di "Buongiorno notte" nel ruolo di brigatista e carceriera di Moro. La giovane attrice, già con Bellocchio in "La balia" e in «La meglio gioventù» di Giordana, è arrivata ieri alla Mostra per accompagnare un piccolo film inglese, "My father´s garden" di Matthew Brown, presentato nella sezione Nuovi Territori, di cui è protagonista. Il mediometraggio di circa mezz´ora è vagamente ispirato alla vera storia della Sansa, che conobbe il padre, iraniano, a 15 anni. «Ma nel film della mia vita c´è poco» dice Maya «Certo la protagonista è una ragazza che deve incontrare il padre che non conosce ricoverato in ospedale. La mia parte ha piuttosto a che fare con la mia fragilità, con le mie sensazioni, che Matthew, il regista, conosce bene, dato che siamo amici da quando abbiamo frequentato insieme a Londra la Guildhall School of Arts». É un anno importante per la Sansa, che con Giordana e ora con Bellocchio entra a far parte della galleria dei volti nuovi del cinema italiano: lo testimonia l´applauso con cui la platea, ha accolto il suo ingresso in sala. «Ambizioni? Mah, la parola ha un´accezione negativa che non condivido. Di sicuro ce la metto tutta nelle cose che faccio. Cerco di smarcarmi, di fare scelte radicali, di non farmi etichettare, di non chiudermi in un ruolo. Bellocchio? Per me è stato fondamentale e so di avergli dato il meglio in "Buongiorno notte". Ma, la prego, non mi faccia dire di più».
L´evento
"Buongiorno notte" passa giovedì sera in concorso
Alla Mostra si attende il film sul caso Moro di Marco Bellocchio
Venerdì uscirà nelle sale con 170 copie
di Aldo Lastella
VENEZIA - Sono ancora accesi i piccoli fuochi delle discussioni sul Sessantotto di Bertolucci e già il popolo della Mostra trepida per l´arrivo del film sul caso Moro di Marco Bellocchio, "Buongiorno notte", che passerà in prima proiezione questa sera [in realtà giovedì 4 alle 21. ndr] nel concorso "Venezia 60". Un´attesa del resto condivisa anche da pubblico ed esercenti se è vero che per l´uscita di venerdì nelle sale sono già state richieste alla distribuzione 01-Raicinema ben 170 copie del film.
La fibrillazione va di pari passo con la cortina di segretezza che circonda il film di Bellocchio a Venezia. «Per carità non mi chieda nulla su Bellocchio, altrimenti mi fucilano: non volevano neppure che venissi al Lido un giorno prima» mette le mani avanti Maya Sansa, protagonista di "Buongiorno notte" nel ruolo di brigatista e carceriera di Moro. La giovane attrice, già con Bellocchio in "La balia" e in «La meglio gioventù» di Giordana, è arrivata ieri alla Mostra per accompagnare un piccolo film inglese, "My father´s garden" di Matthew Brown, presentato nella sezione Nuovi Territori, di cui è protagonista. Il mediometraggio di circa mezz´ora è vagamente ispirato alla vera storia della Sansa, che conobbe il padre, iraniano, a 15 anni. «Ma nel film della mia vita c´è poco» dice Maya «Certo la protagonista è una ragazza che deve incontrare il padre che non conosce ricoverato in ospedale. La mia parte ha piuttosto a che fare con la mia fragilità, con le mie sensazioni, che Matthew, il regista, conosce bene, dato che siamo amici da quando abbiamo frequentato insieme a Londra la Guildhall School of Arts». É un anno importante per la Sansa, che con Giordana e ora con Bellocchio entra a far parte della galleria dei volti nuovi del cinema italiano: lo testimonia l´applauso con cui la platea, ha accolto il suo ingresso in sala. «Ambizioni? Mah, la parola ha un´accezione negativa che non condivido. Di sicuro ce la metto tutta nelle cose che faccio. Cerco di smarcarmi, di fare scelte radicali, di non farmi etichettare, di non chiudermi in un ruolo. Bellocchio? Per me è stato fondamentale e so di avergli dato il meglio in "Buongiorno notte". Ma, la prego, non mi faccia dire di più».
una ricerca europea, coordinata da Firenze
Gazzetta del Sud 2.9.03
NELLE ZONE PROFONDE DEL CERVELLO
Uno studio europeo coordinato dall'Italia rivela le alterazioni della corteccia
Nella materia bianca la spia della demenza
ROMA – Appaiono come macchie biancastre e rarefatte nelle zone profonde del cervello, i segnali che annunciano la comparsa della disabilità e della demenza negli anziani. Sono alterazioni che avvengono al di sotto della corteccia cerebrale, nella materia bianca, e sono note da oltre 20 anni, ma solo adesso uno studio europeo coordinato dall'Italia riconosce in esse la zona di confine che precede la demenza. «Finora si credeva che le alterazioni della materia bianca fossero tipiche dell'invecchiamento e non si dava loro importanza, ma adesso si è visto per la prima volta chiaramente che è lì che vanno cercati i primi segnali di molti problemi dell'età legati alle demenze, come perdita di memoria, difficoltà nei movimenti e nell'equilibrio, depressione», ha osservato il coordinatore dello studio, Domenico Inzitari, della terza clinica neurologica dell'università di Firenze. È la prima volta che nel cervello vengono riconosciuti i segnali precoci della demenza, presenti in forma estesa in un anziano su tre e in forma lieve su quasi la totalità degli anziani osservati. Si è anche scoperto che le alterazioni progrediscono lentamente e possono impiegare anche 20 anni prima che si manifestino i sintomi della demenza. In altre parole, la loro comparsa potrebbe avvenire già intorno ai 40-50 anni e avere origine in problemi finora collegati alle malattie cardiovascolari, come l'ipertensione e alti livelli di omocisteina. «Le nostre osservazioni – ha rilevato Inzitari – potranno spingere ad essere più attenti alla prevenzione e alla ricerca di nuovi farmaci».
LO STUDIO EUROPEO: promosso nell'ambito del quinto programma quadro della ricerca Ue, coinvolge 12 centri coordinati dall'università di Firenze. La ricerca, che si concluderà fra due anni, è giunta al terzo anno ed ha arruolato 650 anziani sani fra 65 e 84 anni, reclutati in tutti i centri. Di ognuno di essi sono state valutate condizioni fisiche, mentali e psicologiche. Quindi il loro cervello è stato osservato utilizzando una tecnica molto avanzata di Risonanza magnetica, in grado di evidenziare la presenza di alterazioni nella materia bianca.
LA ZONA DI CONFINE: osservate con la Risonanza magnetica, le alterazioni nella zona profonda del cervello associate all'età appaiono come macchie biancastre. Questo fenomeno, chiamato leucoaraiosi, è provocato dalla riduzione della guaina di mielina che riveste le cellule nervose e che rende possibile la trasmissione dei segnali fra di esse. Nello stesso tempo aumentano progressivamente le cellule della glia, che formano l'impalcatura sulla quale si sviluppano le cellule nervose.
L'ORIGINE: l'ipotesi più attendibile è che le alterazioni siano causate dal mancato afflusso di sangue (ischemia) dovuto all'irrigidimento dei piccoli vasi sanguigni. «Per oltre il 60% questo problema si deve all'ipertensione – ha detto Inzitari – ed è il risultato di un processo molto lento, che comincia già dai 40-50 anni. I nostri risultati suggeriscono l'importanza di prevenire l'ipertensione e di trattarla in modo aggressivo».
ALTERAZIONI-SPIA IN 1 ANZIANO SU 3: dai dati raccolti finora è emerso che, tra gli anziani di oltre 65 anni, uno su tre ha le alterazioni della materia bianca che anticipano le demenze. «Considerando le alterazioni più lievi si può arrivare quasi al 100%», ha osservato l'esperto.
NELLE ZONE PROFONDE DEL CERVELLO
Uno studio europeo coordinato dall'Italia rivela le alterazioni della corteccia
Nella materia bianca la spia della demenza
ROMA – Appaiono come macchie biancastre e rarefatte nelle zone profonde del cervello, i segnali che annunciano la comparsa della disabilità e della demenza negli anziani. Sono alterazioni che avvengono al di sotto della corteccia cerebrale, nella materia bianca, e sono note da oltre 20 anni, ma solo adesso uno studio europeo coordinato dall'Italia riconosce in esse la zona di confine che precede la demenza. «Finora si credeva che le alterazioni della materia bianca fossero tipiche dell'invecchiamento e non si dava loro importanza, ma adesso si è visto per la prima volta chiaramente che è lì che vanno cercati i primi segnali di molti problemi dell'età legati alle demenze, come perdita di memoria, difficoltà nei movimenti e nell'equilibrio, depressione», ha osservato il coordinatore dello studio, Domenico Inzitari, della terza clinica neurologica dell'università di Firenze. È la prima volta che nel cervello vengono riconosciuti i segnali precoci della demenza, presenti in forma estesa in un anziano su tre e in forma lieve su quasi la totalità degli anziani osservati. Si è anche scoperto che le alterazioni progrediscono lentamente e possono impiegare anche 20 anni prima che si manifestino i sintomi della demenza. In altre parole, la loro comparsa potrebbe avvenire già intorno ai 40-50 anni e avere origine in problemi finora collegati alle malattie cardiovascolari, come l'ipertensione e alti livelli di omocisteina. «Le nostre osservazioni – ha rilevato Inzitari – potranno spingere ad essere più attenti alla prevenzione e alla ricerca di nuovi farmaci».
LO STUDIO EUROPEO: promosso nell'ambito del quinto programma quadro della ricerca Ue, coinvolge 12 centri coordinati dall'università di Firenze. La ricerca, che si concluderà fra due anni, è giunta al terzo anno ed ha arruolato 650 anziani sani fra 65 e 84 anni, reclutati in tutti i centri. Di ognuno di essi sono state valutate condizioni fisiche, mentali e psicologiche. Quindi il loro cervello è stato osservato utilizzando una tecnica molto avanzata di Risonanza magnetica, in grado di evidenziare la presenza di alterazioni nella materia bianca.
LA ZONA DI CONFINE: osservate con la Risonanza magnetica, le alterazioni nella zona profonda del cervello associate all'età appaiono come macchie biancastre. Questo fenomeno, chiamato leucoaraiosi, è provocato dalla riduzione della guaina di mielina che riveste le cellule nervose e che rende possibile la trasmissione dei segnali fra di esse. Nello stesso tempo aumentano progressivamente le cellule della glia, che formano l'impalcatura sulla quale si sviluppano le cellule nervose.
L'ORIGINE: l'ipotesi più attendibile è che le alterazioni siano causate dal mancato afflusso di sangue (ischemia) dovuto all'irrigidimento dei piccoli vasi sanguigni. «Per oltre il 60% questo problema si deve all'ipertensione – ha detto Inzitari – ed è il risultato di un processo molto lento, che comincia già dai 40-50 anni. I nostri risultati suggeriscono l'importanza di prevenire l'ipertensione e di trattarla in modo aggressivo».
ALTERAZIONI-SPIA IN 1 ANZIANO SU 3: dai dati raccolti finora è emerso che, tra gli anziani di oltre 65 anni, uno su tre ha le alterazioni della materia bianca che anticipano le demenze. «Considerando le alterazioni più lievi si può arrivare quasi al 100%», ha osservato l'esperto.
Boncinelli e Damasio
Corriere della Sera 3.9.03
ELZEVIRO Il nuovo saggio di Damasio
Viaggio all’origine delle emozioni
di EDOARDO BONCINELLI
Gioia e dolore, esaltazione e abbattimento: con il pensiero e l'immaginazione l'uomo è capace di elevarsi al di sopra delle acque agitate del mondo della vita, ma tutto il suo essere affonda le radici nelle emozioni, nei sentimenti e negli stati d'animo, che lo mettono in diretto contatto con l'ordito stesso della vita. Alcuni di noi sono portati a disprezzare la propria vita emotiva, mentre altri la esaltano, considerando invece con sufficienza la ragione e la sua freddezza. Né gli uni né gli altri possono sottrarsi tuttavia alla realtà dei fatti. Noi siamo, inevitabilmente, un fascio di emozioni, di sentimenti e di stati d'animo - piacevoli, impercettibili o fastidiosi - come lo siamo di pensieri, di sogni e di ricordi. Alle emozioni e ai sentimenti ci riconduce ogni attimo della nostra giornata. A questi dobbiamo letteralmente la vita. Ma di questi sappiamo ben poco, nonostante il gran parlare che se ne fa. Una domanda prima di tutto: vengono dal corpo e la mente li percepisce, quando li percepisce, solo in un secondo tempo; oppure nascono nella nostra mente e interessano solo secondariamente il corpo? Quasi tutti, penso, propenderebbero per la seconda soluzione. Il grande William James, fratello di Henry James, affacciò cento anni fa l'ipotesi inversa, che le emozioni stessero cioè prima nel corpo e poi nell'anima, ma nessuno gli diede retta. C'è una grande, e per me incomprensibile, resistenza a riconoscere il primato del corpo nell'orchestrazione della nostra vita emotiva. Mi colpì molto perciò leggere, qualche anno fa, alcune affermazioni di Antonio Damasio, un noto studioso di neuropsicologia umana, che suggeriva un ruolo primario delle reazioni emotive somatiche, dalle più contenute alle più viscerali, anche nella retta e «razionale» valutazione di linee di condotta e di comportamenti nella vita di tutti i giorni.
Sul tema delle emozioni e dei sentimenti ritorna oggi Damasio in un libro in uscita da Adelphi, Alla ricerca di Spinoza . Dico subito che si tratta di un libro molto bello e coinvolgente; un libro coraggioso, scritto da uno spirito illuminista che muove alla ricerca delle ragioni del cuore, quelle che la ragione, secondo Pascal, non può comprendere.
La sua vocazione illuminista si vede nella scelta dell'argomento, il tentativo di comprendere appunto le basi neurobiologiche del sentimento, e nella ferma e appassionata denuncia di tutte le passate persecuzioni contro chi pensa con la propria testa: Spinoza ad esempio, ma non lui solo. È veramente incredibile quello che riesce a fare l'essere umano quando ritiene di agire a fin di bene. Ed è altrettanto incredibile che qualcuno, più d'uno in verità, possa oggi esaltare e rimpiangere quei tempi passati.
Dopo aver confessato che per potersi mettere a studiare seriamente la biologia dei sentimenti umani aveva dovuto liberarsi di tutto quanto aveva appreso fino ad allora sull'argomento - che i sentimenti fossero impossibili da definire, destinati a restare per sempre misteriosi, impalpabili entità aleggianti a mezz'aria nei paraggi dell'anima -, Damasio passa a illustrare alcune cose che i suoi studi gli hanno fatto intravedere sulle emozioni e sui sentimenti. Prima le emozioni, per dir la verità, e poi i sentimenti, perché quelle vengono da lontano, da un passato di animali dotati di un corpo e di un sistema nervoso anche appena accennato; e poi i sentimenti, che richiedono invece un'organizzazione delle funzioni cerebrali superiori che le metta in condizione di rappresentarsi i diversi stati del corpo. Le emozioni quindi nascono nel corpo e dal corpo, e guai a un animale che non le avesse, e i sentimenti non sono altro che la percezione sufficientemente dettagliata dei diversi stati d'agitazione (affectiones direbbe Spinoza) del corpo stesso. Damasio ha raggiunto le sue conclusioni studiando il comportamento, a volte incredibilmente rivelatore, di individui portatori di vari tipi di lesioni cerebrali, ma le sue riflessioni aspirano a raggiungere una validità generale. E ci riservano comunque una grande lezione.
Un libro illuminista, abbiamo detto, per il coraggio di guardare dentro un argomento così sfuggente e di farlo contro la cultura oggi dominante, tutta impregnata di sentimentalismi da feuilleton e traboccante di pseudospiegazioni psicologistiche. Neanche i neuroscienziati amano per lo più l'argomento, preferendo altre indagini più promettenti e meno coinvolgenti. Ma da qualche anno le cose sono un po’ cambiate, grazie anche a gente come i Damasio, marito e moglie. Mi aspetterei che uno studio serio e documentato sulla nostra emotività come è questo giungesse a tutti gradito e lasciasse qualche traccia. Ma non mi faccio illusioni. La nostra cultura ingloba, neutralizza e incista tutto, per poter impunemente ritornare al suo rassicurante sonno dogmatico.
ELZEVIRO Il nuovo saggio di Damasio
Viaggio all’origine delle emozioni
di EDOARDO BONCINELLI
Gioia e dolore, esaltazione e abbattimento: con il pensiero e l'immaginazione l'uomo è capace di elevarsi al di sopra delle acque agitate del mondo della vita, ma tutto il suo essere affonda le radici nelle emozioni, nei sentimenti e negli stati d'animo, che lo mettono in diretto contatto con l'ordito stesso della vita. Alcuni di noi sono portati a disprezzare la propria vita emotiva, mentre altri la esaltano, considerando invece con sufficienza la ragione e la sua freddezza. Né gli uni né gli altri possono sottrarsi tuttavia alla realtà dei fatti. Noi siamo, inevitabilmente, un fascio di emozioni, di sentimenti e di stati d'animo - piacevoli, impercettibili o fastidiosi - come lo siamo di pensieri, di sogni e di ricordi. Alle emozioni e ai sentimenti ci riconduce ogni attimo della nostra giornata. A questi dobbiamo letteralmente la vita. Ma di questi sappiamo ben poco, nonostante il gran parlare che se ne fa. Una domanda prima di tutto: vengono dal corpo e la mente li percepisce, quando li percepisce, solo in un secondo tempo; oppure nascono nella nostra mente e interessano solo secondariamente il corpo? Quasi tutti, penso, propenderebbero per la seconda soluzione. Il grande William James, fratello di Henry James, affacciò cento anni fa l'ipotesi inversa, che le emozioni stessero cioè prima nel corpo e poi nell'anima, ma nessuno gli diede retta. C'è una grande, e per me incomprensibile, resistenza a riconoscere il primato del corpo nell'orchestrazione della nostra vita emotiva. Mi colpì molto perciò leggere, qualche anno fa, alcune affermazioni di Antonio Damasio, un noto studioso di neuropsicologia umana, che suggeriva un ruolo primario delle reazioni emotive somatiche, dalle più contenute alle più viscerali, anche nella retta e «razionale» valutazione di linee di condotta e di comportamenti nella vita di tutti i giorni.
Sul tema delle emozioni e dei sentimenti ritorna oggi Damasio in un libro in uscita da Adelphi, Alla ricerca di Spinoza . Dico subito che si tratta di un libro molto bello e coinvolgente; un libro coraggioso, scritto da uno spirito illuminista che muove alla ricerca delle ragioni del cuore, quelle che la ragione, secondo Pascal, non può comprendere.
La sua vocazione illuminista si vede nella scelta dell'argomento, il tentativo di comprendere appunto le basi neurobiologiche del sentimento, e nella ferma e appassionata denuncia di tutte le passate persecuzioni contro chi pensa con la propria testa: Spinoza ad esempio, ma non lui solo. È veramente incredibile quello che riesce a fare l'essere umano quando ritiene di agire a fin di bene. Ed è altrettanto incredibile che qualcuno, più d'uno in verità, possa oggi esaltare e rimpiangere quei tempi passati.
Dopo aver confessato che per potersi mettere a studiare seriamente la biologia dei sentimenti umani aveva dovuto liberarsi di tutto quanto aveva appreso fino ad allora sull'argomento - che i sentimenti fossero impossibili da definire, destinati a restare per sempre misteriosi, impalpabili entità aleggianti a mezz'aria nei paraggi dell'anima -, Damasio passa a illustrare alcune cose che i suoi studi gli hanno fatto intravedere sulle emozioni e sui sentimenti. Prima le emozioni, per dir la verità, e poi i sentimenti, perché quelle vengono da lontano, da un passato di animali dotati di un corpo e di un sistema nervoso anche appena accennato; e poi i sentimenti, che richiedono invece un'organizzazione delle funzioni cerebrali superiori che le metta in condizione di rappresentarsi i diversi stati del corpo. Le emozioni quindi nascono nel corpo e dal corpo, e guai a un animale che non le avesse, e i sentimenti non sono altro che la percezione sufficientemente dettagliata dei diversi stati d'agitazione (affectiones direbbe Spinoza) del corpo stesso. Damasio ha raggiunto le sue conclusioni studiando il comportamento, a volte incredibilmente rivelatore, di individui portatori di vari tipi di lesioni cerebrali, ma le sue riflessioni aspirano a raggiungere una validità generale. E ci riservano comunque una grande lezione.
Un libro illuminista, abbiamo detto, per il coraggio di guardare dentro un argomento così sfuggente e di farlo contro la cultura oggi dominante, tutta impregnata di sentimentalismi da feuilleton e traboccante di pseudospiegazioni psicologistiche. Neanche i neuroscienziati amano per lo più l'argomento, preferendo altre indagini più promettenti e meno coinvolgenti. Ma da qualche anno le cose sono un po’ cambiate, grazie anche a gente come i Damasio, marito e moglie. Mi aspetterei che uno studio serio e documentato sulla nostra emotività come è questo giungesse a tutti gradito e lasciasse qualche traccia. Ma non mi faccio illusioni. La nostra cultura ingloba, neutralizza e incista tutto, per poter impunemente ritornare al suo rassicurante sonno dogmatico.
martedì 2 settembre 2003
Buongiorno notte venerdì anche a Firenze
Fiorella Atelier
Via G. D'Annunzio - Tel. 055.678.123 - In Dolby Stereo - E 6,50 - ridotti e mercoledì E 4. Martedì rid. Agis. Tutti giorni rid. Per le Carte Atelier. Aria condizionata
SALA «CLAUDIO ZANCHI» Riapertura venerdì 5 settembre
con il film Buongiorno notte
di Marco Bellocchio
Via G. D'Annunzio - Tel. 055.678.123 - In Dolby Stereo - E 6,50 - ridotti e mercoledì E 4. Martedì rid. Agis. Tutti giorni rid. Per le Carte Atelier. Aria condizionata
SALA «CLAUDIO ZANCHI» Riapertura venerdì 5 settembre
con il film Buongiorno notte
di Marco Bellocchio
dopo la presentazione di The Dreamers
Corriere della Sera 2.9.03
Bernardo Bertolucci:
«...Il '68 è stato molto destabilizzante anche per i padri: sono rimasti fuori dalla porta a guardare». Un grande sogno che pareva non dover finire. E invece... «Per me si è infranto nel '78: l'omicidio di Moro ha mutato il sogno in incubo, in qualcosa di inaccettabile. Una pagina nera ancora avvolta in troppi misteri. Attendo con ansia il film di Marco Bellocchio che affronterà quel capitolo...».
Bernardo Bertolucci:
«...Il '68 è stato molto destabilizzante anche per i padri: sono rimasti fuori dalla porta a guardare». Un grande sogno che pareva non dover finire. E invece... «Per me si è infranto nel '78: l'omicidio di Moro ha mutato il sogno in incubo, in qualcosa di inaccettabile. Una pagina nera ancora avvolta in troppi misteri. Attendo con ansia il film di Marco Bellocchio che affronterà quel capitolo...».
Tony Carnevale
Dal sito della casa discografica “The Laser’s Edge” (USA)
Tony Carnevale – LIVE, Rock Symphonic Concert
Tony Carnevale is a very talented Italian keyboardist that made the killer "La Vita Che Grida" album a few years back. This is an orchestrated concert put together by Carnevale focusing on his solo work as well as an interesting reworking of Pictures Of An Exhibition. Notable participants of the concert are Banco's Francesco Di Giacomo and Rudolfo Maltese. This is killer symphonic prog rock as only the Italians can do it!
Da “Metal Shock” di Agosto
TONY CARNEVALE "Live - Rock Symphonic Concert” (Artonica 96)
9 tks -79 min.
Ottimo live per Tony Carnevale, musicista e tastierista di grande talento e già autore di tre lavori racchiusi anche su un box cd e recensiti tra questa pagine ed anche di una colonna sonora dal sound più particolare. Stavolta dal vivo, Carnevale ci offre quasi ottanta minuti di grande rock progressivo e sinfonico, suonato con maestria e con passione da una serie di musicisti eccezionali. Si parte subito con "Quadri", rielaborazione di Tony Carnevale dell'opera di Mussorgsky "Pictures at an exibhition", resa qui molto più energica grazie agli ottimi interventi delle tastiere di Tony e da quelli chitarristici di Rudy Costa e da un poderoso drum work ad opera di Maurizio Boco e non mancano violini e violoncelli a rendere il tutto più sinfonico. Si va avanti con "Fuoco e ferro" e la chitarra di Rudy Costa si fa sempre più aggressiva regalandoci anche degli ottimi solos che ben si innestano tra le volate tastieristiche di Carnevale. Si rallentano i ritmi con "Le memorie dalla scogliera", altro ottimo brano caratterizzato dagli interventi pianisti ci di Tony e che progredisce poi tornando ad essere un rock progressivo molto tecnico e dalle tentazioni metallare, sempre grazie alla chitarra di Costa ed all'ottimo lavoro svolto da Boco dietro i tamburi. Tutto il cd si mantiene su ottimi livelli e vanno segnalati anche brani come "Isabeau", una piccola sinfonia dove ampio spazio viene dato alla sezione d'archi e "Danza sul vulcano", altro ottimo brano suonato egregiamente da tutti i musicisti coinvolti nel progetto. Chiudono il cd la lenta e pianistica "Quello che gli altri non sanno" e "La vita che grida", ottima song con un'ospite d'eccezione, Francesco Di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso (c'è anche la presenza di Rodolfo Maltese alle chitarre). Un ottimo live, consigliato a chiunque ami il rock progressivo in tutte le sue forme. (II)
Tony Carnevale – LIVE, Rock Symphonic Concert
Tony Carnevale is a very talented Italian keyboardist that made the killer "La Vita Che Grida" album a few years back. This is an orchestrated concert put together by Carnevale focusing on his solo work as well as an interesting reworking of Pictures Of An Exhibition. Notable participants of the concert are Banco's Francesco Di Giacomo and Rudolfo Maltese. This is killer symphonic prog rock as only the Italians can do it!
Da “Metal Shock” di Agosto
TONY CARNEVALE "Live - Rock Symphonic Concert” (Artonica 96)
9 tks -79 min.
Ottimo live per Tony Carnevale, musicista e tastierista di grande talento e già autore di tre lavori racchiusi anche su un box cd e recensiti tra questa pagine ed anche di una colonna sonora dal sound più particolare. Stavolta dal vivo, Carnevale ci offre quasi ottanta minuti di grande rock progressivo e sinfonico, suonato con maestria e con passione da una serie di musicisti eccezionali. Si parte subito con "Quadri", rielaborazione di Tony Carnevale dell'opera di Mussorgsky "Pictures at an exibhition", resa qui molto più energica grazie agli ottimi interventi delle tastiere di Tony e da quelli chitarristici di Rudy Costa e da un poderoso drum work ad opera di Maurizio Boco e non mancano violini e violoncelli a rendere il tutto più sinfonico. Si va avanti con "Fuoco e ferro" e la chitarra di Rudy Costa si fa sempre più aggressiva regalandoci anche degli ottimi solos che ben si innestano tra le volate tastieristiche di Carnevale. Si rallentano i ritmi con "Le memorie dalla scogliera", altro ottimo brano caratterizzato dagli interventi pianisti ci di Tony e che progredisce poi tornando ad essere un rock progressivo molto tecnico e dalle tentazioni metallare, sempre grazie alla chitarra di Costa ed all'ottimo lavoro svolto da Boco dietro i tamburi. Tutto il cd si mantiene su ottimi livelli e vanno segnalati anche brani come "Isabeau", una piccola sinfonia dove ampio spazio viene dato alla sezione d'archi e "Danza sul vulcano", altro ottimo brano suonato egregiamente da tutti i musicisti coinvolti nel progetto. Chiudono il cd la lenta e pianistica "Quello che gli altri non sanno" e "La vita che grida", ottima song con un'ospite d'eccezione, Francesco Di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso (c'è anche la presenza di Rodolfo Maltese alle chitarre). Un ottimo live, consigliato a chiunque ami il rock progressivo in tutte le sue forme. (II)
un'intervista a Federico Masini sul trasferimento della Facoltà di Studi Orientali all'Esquilino
(segnalato da Giovanni Senatore)
http://www.stranieriinitalia.it/news/orientali1set2003.htm
in Primo Piano nella home page
Roma: la Facoltà di Studi Orientali si trasferisce a piazza Vittorio, cuore multietnico della capitale
ROMA - Nel quartiere più multietnico della capitale arrivano anche gli "stranieri" dell'ateneo romano.
di Elvio Pasca
La Facoltà di Studi Orientali, fiore all'occhiello (è l'unica in Italia) dell'Università La Sapienza, ha quasi completato il suo trasferimento dalla vecchia città universitaria a piazza Vittorio, nei locali dell'ex Caserma Sani.
Già l'anno scorso i milleottocento studenti della facoltà hanno potuto seguire le lezioni di arabo, cinese, coreano, ebraico, giapponese, hindi e persiano nel cuore della "Babele" romana.
Un'occasione unica per tuffarsi in quelle culture che, fino a ieri, per molti studenti rischiavano di rimanere tra le pagine dei libri.
Per il preside Federico Masini, che è anche docente di lingua e letteratura cinese, non sarà un incontro a senso unico.
La sua facoltà vuole costruire un dialogo con i nuovi vicini, creando momenti di incontro e integrazione culturale.
"Ho già preso contatti ufficiali - spiega il prof. Masini - con la comunità cinese, per avviare iniziative che facciano conoscere ai cinesi di piazza Vittorio la presenza di questa struttura".
La facoltà si farà quindi promotrice di cineforum, presentazioni di libri e seminari aperti ai tanti nuovi cittadini della zona.
"L'anno scorso - continua il preside - abbiamo organizzato, con un buon riscontro di pubblico, due rassegne di film coreani e indiani. Le ripeteremo quest'anno, dedicando una manifestazione simile anche ai film cinesi".
La facoltà attiverà anche uno "sportello" aperto al pubblico e affidato ai suoi studenti, che potranno così esercitarsi nella conversazione in lingua.
Lo sportello non darà consulenze di tipo normativo ("è al di fuori delle nostre competenze"), ma di carattere culturale. Nei suoi locali verrà infatti trasferita anche la biblioteca della facoltà con il suo prezioso patrimonio di testi orientali.
Per italiani e stranieri che quei libri volessero anche acquistarli, a piazza Vittorio c'è poi Orientalia, libreria specializzata gestita da alcuni ex studenti della Facoltà.
Senza dimenticare che anche tra gli studenti ci sono degli stranieri, molti dei quali figli di immigrati che trovano nei corsi della Facoltà di Studi Orientali del professor Masini un ponte con la cultura dei propri padri.
"Mentre - spiega Masini- i ragazzi parlano il cinese a casa loro, solitamente in un dialetto, vengono da noi per imparare a scriverlo e per studiare la letteratura . Un modo per riqualificarsi sulla loro stessa identità culturale".
Ma non di soli libri vive l'uomo, tanto meno un giovane studente.
Ecco allora fiorire le convenzioni tra la facoltà ed i tanti ristoranti e fast food etnici del quartiere. "È giusto- scherza il preside - che chi studia il cinese mangi anche cinese. Naturalmente a prezzi convenienti…"
L'interessantissima simbiosi tra facoltà e quartiere, toccherà infine i suoi livelli massimi tra qualche mese, quando al piano terra dell' ex Caserma Sani sarà trasferito anche il mercatino dell'abbigliamento di Piazza Vittorio, gestito per lo più da stranieri.
Per il prof. Masini, che a quarantadue anni è anche il più giovane preside d'Italia, è l'ennesima scommessa: "Può venirne fuori un caos totale oppure una cosa davvero interessante.
Ma sono ottimista: sono sempre gli studenti a trasformare le cose piuttosto che ad esserne trasformati"…
(1 settembre 2003)
http://www.stranieriinitalia.it/news/orientali1set2003.htm
in Primo Piano nella home page
Roma: la Facoltà di Studi Orientali si trasferisce a piazza Vittorio, cuore multietnico della capitale
ROMA - Nel quartiere più multietnico della capitale arrivano anche gli "stranieri" dell'ateneo romano.
di Elvio Pasca
La Facoltà di Studi Orientali, fiore all'occhiello (è l'unica in Italia) dell'Università La Sapienza, ha quasi completato il suo trasferimento dalla vecchia città universitaria a piazza Vittorio, nei locali dell'ex Caserma Sani.
Già l'anno scorso i milleottocento studenti della facoltà hanno potuto seguire le lezioni di arabo, cinese, coreano, ebraico, giapponese, hindi e persiano nel cuore della "Babele" romana.
Un'occasione unica per tuffarsi in quelle culture che, fino a ieri, per molti studenti rischiavano di rimanere tra le pagine dei libri.
Per il preside Federico Masini, che è anche docente di lingua e letteratura cinese, non sarà un incontro a senso unico.
La sua facoltà vuole costruire un dialogo con i nuovi vicini, creando momenti di incontro e integrazione culturale.
"Ho già preso contatti ufficiali - spiega il prof. Masini - con la comunità cinese, per avviare iniziative che facciano conoscere ai cinesi di piazza Vittorio la presenza di questa struttura".
La facoltà si farà quindi promotrice di cineforum, presentazioni di libri e seminari aperti ai tanti nuovi cittadini della zona.
"L'anno scorso - continua il preside - abbiamo organizzato, con un buon riscontro di pubblico, due rassegne di film coreani e indiani. Le ripeteremo quest'anno, dedicando una manifestazione simile anche ai film cinesi".
La facoltà attiverà anche uno "sportello" aperto al pubblico e affidato ai suoi studenti, che potranno così esercitarsi nella conversazione in lingua.
Lo sportello non darà consulenze di tipo normativo ("è al di fuori delle nostre competenze"), ma di carattere culturale. Nei suoi locali verrà infatti trasferita anche la biblioteca della facoltà con il suo prezioso patrimonio di testi orientali.
Per italiani e stranieri che quei libri volessero anche acquistarli, a piazza Vittorio c'è poi Orientalia, libreria specializzata gestita da alcuni ex studenti della Facoltà.
Senza dimenticare che anche tra gli studenti ci sono degli stranieri, molti dei quali figli di immigrati che trovano nei corsi della Facoltà di Studi Orientali del professor Masini un ponte con la cultura dei propri padri.
"Mentre - spiega Masini- i ragazzi parlano il cinese a casa loro, solitamente in un dialetto, vengono da noi per imparare a scriverlo e per studiare la letteratura . Un modo per riqualificarsi sulla loro stessa identità culturale".
Ma non di soli libri vive l'uomo, tanto meno un giovane studente.
Ecco allora fiorire le convenzioni tra la facoltà ed i tanti ristoranti e fast food etnici del quartiere. "È giusto- scherza il preside - che chi studia il cinese mangi anche cinese. Naturalmente a prezzi convenienti…"
L'interessantissima simbiosi tra facoltà e quartiere, toccherà infine i suoi livelli massimi tra qualche mese, quando al piano terra dell' ex Caserma Sani sarà trasferito anche il mercatino dell'abbigliamento di Piazza Vittorio, gestito per lo più da stranieri.
Per il prof. Masini, che a quarantadue anni è anche il più giovane preside d'Italia, è l'ennesima scommessa: "Può venirne fuori un caos totale oppure una cosa davvero interessante.
Ma sono ottimista: sono sempre gli studenti a trasformare le cose piuttosto che ad esserne trasformati"…
(1 settembre 2003)
Nietzsche
(citato al seminario del lunedì, ringrazio Paola D'Ettole)
Sole24ore Domenicale 31.8.03
Friedrich Nietzsche - Esce, a cura di Sossio Giametta, la traduzione delle opere del filosofo tedesco, dallo «Zarathustra» all'«Anticristo»
Contraddizioni da Superuomo
Ma il presunto colpo di grazia inferto al cristianesimo in realtà è caduto nel vuoto - Dando il meglio di sé in frammenti e aforismi, i suoi libri sono «una grande avventura della conoscenza e della morale all'insegna della negazione della conoscenza e della morale»
di Giovanni Reale
Escono, editi dalla Utet, due imponenti volumi contenenti opere principali di Nietzsche: La gaia scienza; Idilli di Messina; Così parlò Zarathustra (pagg. 728, 69,00); Al di là del bene e del male; Genealogia della morale; Crepuscolo degli idoli; L'Anticristo (pagg. 602, 57,00).
Il traduttore e curatore delle introduzioni e degli apparati è Sossio Giametta, ben noto agli studiosi, in quanto, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso aveva tradotto numerosi scritti nietzschiani per la collana Opere di Friedrich Nietzsche diretta da G. Colli e M. Montinari delle Edizioni Adelphi: Umano, troppo umano; Richard Wagner a Bayreuth; La nascita della tragedia; Considerazioni inattuali e ben quattro raccolte dei Frammenti postumi, del 1984-1985, del 1985-1987, del 1987-1988, del 1988-1989. Di recente ha raccolto i suoi numerosi scritti su Croce, Schopenhauer, Nietzsche e altri filosofi nel volume I pazzi di Dio (Istituto per gli Studi Filosofi - La città del sole). Giametta ha quindi alle spalle decenni di esperienza e di lavoro, che gli permettono di dominare la materia, sia come traduttore sia come interprete, in modo egregio.
Nietzsche è un autore fra i più letti, anche da persone di differente estrazione e con differenti interessi, e di conseguenza interpretato nei modi più opposti, largamente frainteso e utilizzato anche per motivi politici blasfemi. Ricordo, ad esempio, che all'inizio degli anni Cinquanta, recatomi a Marburg per ragioni di studio, trovai in varie bancarelle moltissime opere di Nietzsche a costi irrisori. Il professore che mi insegnava la lingua tedesca e che mi accompagnava, mi spiegò che il nazismo imponeva la lettura del filosofo come essenziale per la formazione culturale. Di conseguenza, quelle opere venivano stampate a tiratura assai alta. Dopo la caduta del regime, gli acquirenti si erano molto ridotti di numero, e le bancarelle avevano ricevuto sottocosto un gran numero di quelle opere.
In realtà, si tratta di un autore il cui pensiero è fra i più difficili da intendere in modo convincente, e quindi da ricostruire. La qualifica che gli è stata data di è sotto un certo aspetto vera, sotto un altro fortemente deviante. La stessa cosa, infatti, sia pure in maniera più temperata, si potrebbe dire (ed è stata detta) anche di Platone. La poesia, infatti, in uomini geniali di questo tipo, ha una funzione e un valore altamente conoscitivo.
É vero che Nietzsche non ha scritto neppure un'opera sistematica. Jaspers diceva che le opere nietzschiane sono un Trummerhaufen, un «ammasso di frammenti». Ma le cose più belle egli le ha dette proprio in frammenti e in sentenze. Egli lo sapeva bene, e lo ha anche confessato con un elogio alla sentenza di questo tenore: «Una buona sentenza è troppo dura per il dente del tempo e non viene consumata neanche da tutti i secoli, benché serva da nutrimento a ogni epoca: in tal modo essa rappresenta il gran paradosso della letteratura, l'imperituro in mezzo al mutevole, l'alimento che rimane sempre apprezzato, come il sale, e mai, come persin questo, diventa insipido».
Solo con Heidegger si è incominciato a trattare il «paradosso» del pensiero di Nietzsche in modo adeguato, pur senza raggiungere interpretazioni definitive e condivisibili dal punto di vista storico-ermeneutico.
Intanto, proprio con Heidegger si può dire che i punti-chiave - o i «titoli capitali» come egli li chiama - del pensiero nietzschiano sono cinque: 1) il «nichilismo», 2) la «trasvalutazione dei valori», 3) la «volontà di potenza», 4) «l'eterno ritorno dell'uguale» e 5) il «superuomo».
Questi cinque concetti-chiave hanno fra di loro un nesso strutturale assai preciso, e precisamente il primo, ossia il nichilismo come svalutazione dei valori supremi, in connessione con la volontà di potenza, che è ciò che corrisponde al divenire delle cose (in senso eracliteo). «I valori e la loro trasformazione - scrive Nietzsche - stanno in rapporto con la crescita di potenza di chi pone i valori».
In questa ottica Heidegger e molti con lui ricostruiscono e interpretano il pensiero di Nietzsche in modo sistematico. Ma Giametta capovolge lo schema interpretativo: Nietzsche non va affatto inteso in modo filosofico-sistematico, perché non è un filosofo, ma è un moralista, un poeta-moralista, e quei concetti-chiave sopra indicati sono da considerare delle vere e proprie cadute e deviazioni. Giametta scrive: «Nietzsche era dotato non solo di ingegno, ma anche di genio. Come filosofo puro, cioè sistematico, non lo era: gli mancava quell'iniziativa e quell'inventiva in campo concettuale che fanno l'originalità e l'autonomia del filosofo. Le prove filosofiche che fu comunque costretto a fare - perché occupandosi di filosofia si sentiva costretto a riempire i vuoti che egli stesso produceva con la sua scepsi dissolutrice - furono un fallimento generale e degenerarono in cattivi miti (a cui molti nietzschiologi, che non sanno di essere dominati dagli idola theatri, ancora dedicano saggi e libri): il superuomo, l'eterno ritorno, la grande politica, la grande salute, la volontà di potenza e, nei suoi esiti ultimi, nefasti, anche la trasvalutazione di per sé geniale (per non parlare dell'"allevamento" e della "selezione matrimoniale"); furono, queste, escogitazioni risonanti, e caratterizzanti ma povere, o veri e propri traviamenti, indotti peraltro dalla cultura del tempo (evoluzionismo) e dalla crisi della storia».
Per Nietzsche, come per Pascal, bisognerebbe essere «moralisti», e non «filosofi».
Due sono le opere che Giametta ritiene particolarmente rivelative del pensiero nietzschiano. In primo luogo, Così parlò Zarathustra, che è «una grande avventura della conoscenza e della morale all'insegna della negazione della conoscenza e della morale». In secondo luogo e in modo particolare la Genealogia della morale. Quest'opera, secondo Giametta, si potrebbe paragonare allo scritto di Gorgia Del non essere o della natura. Mentre Gorgia rovesciava l'ontologia eleatica, Nietzsche rovescia in modo analogo i Pensieri di Pascal. La Genalogia della morale è il paradigma dell'antisistema nietzschiano. Giametta scrive: «Frutto di un profondo senso storico, di una genialità psicologica e moralistica senza pari, la Genealogia della morale è il colpo di grazia vibrato al cristianesimo già da secoli languente e ormai rinsecchito, non tanto come religione (al riguardo Nietzsche è ingiustamente violento e unilaterale) quanto come motore della bimillenaria civiltà succeduta a quella pagana antica».
Ma si tratta di un colpo di grazia che - a nostro avviso - sulla base del nichilismo nietzschiano cade nel vuoto: infatti, sul nulla non si può costruire nulla. Siamo convinti che - contro ciò che dice Nietzsche - valga ciò che T. S. Eliot ha ben rilevato: «Solamente una cultura cristiana avrebbe potuto produrre un Voltaire e un Nietzsche. Non credo che la cultura dell'Europa potrebbe sopravvivere alla sparizione completa della Fede Cristiana. E ne sono convinto non solamente come cristiano, ma come studioso di biologia sociale. Se il cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura. E allora voi dovrete ricominciare faticosamente da capo e non potrete indossare una cultura già fatta. Dovrete attendere che l'erba cresca perché nutra le pecore che daranno la lana di cui sarà fatto il vostro nuovo vestito. Dovrete attraversare molti secoli di barbarie. Non vivremo per vedere la nuova cultura, e neppure i nostri nipoti, né i loro nipoti: e quand'anche lo potessimo, nessuno di noi sarebbe in essa felice».
Sole24ore Domenicale 31.8.03
Friedrich Nietzsche - Esce, a cura di Sossio Giametta, la traduzione delle opere del filosofo tedesco, dallo «Zarathustra» all'«Anticristo»
Contraddizioni da Superuomo
Ma il presunto colpo di grazia inferto al cristianesimo in realtà è caduto nel vuoto - Dando il meglio di sé in frammenti e aforismi, i suoi libri sono «una grande avventura della conoscenza e della morale all'insegna della negazione della conoscenza e della morale»
di Giovanni Reale
Escono, editi dalla Utet, due imponenti volumi contenenti opere principali di Nietzsche: La gaia scienza; Idilli di Messina; Così parlò Zarathustra (pagg. 728, 69,00); Al di là del bene e del male; Genealogia della morale; Crepuscolo degli idoli; L'Anticristo (pagg. 602, 57,00).
Il traduttore e curatore delle introduzioni e degli apparati è Sossio Giametta, ben noto agli studiosi, in quanto, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso aveva tradotto numerosi scritti nietzschiani per la collana Opere di Friedrich Nietzsche diretta da G. Colli e M. Montinari delle Edizioni Adelphi: Umano, troppo umano; Richard Wagner a Bayreuth; La nascita della tragedia; Considerazioni inattuali e ben quattro raccolte dei Frammenti postumi, del 1984-1985, del 1985-1987, del 1987-1988, del 1988-1989. Di recente ha raccolto i suoi numerosi scritti su Croce, Schopenhauer, Nietzsche e altri filosofi nel volume I pazzi di Dio (Istituto per gli Studi Filosofi - La città del sole). Giametta ha quindi alle spalle decenni di esperienza e di lavoro, che gli permettono di dominare la materia, sia come traduttore sia come interprete, in modo egregio.
Nietzsche è un autore fra i più letti, anche da persone di differente estrazione e con differenti interessi, e di conseguenza interpretato nei modi più opposti, largamente frainteso e utilizzato anche per motivi politici blasfemi. Ricordo, ad esempio, che all'inizio degli anni Cinquanta, recatomi a Marburg per ragioni di studio, trovai in varie bancarelle moltissime opere di Nietzsche a costi irrisori. Il professore che mi insegnava la lingua tedesca e che mi accompagnava, mi spiegò che il nazismo imponeva la lettura del filosofo come essenziale per la formazione culturale. Di conseguenza, quelle opere venivano stampate a tiratura assai alta. Dopo la caduta del regime, gli acquirenti si erano molto ridotti di numero, e le bancarelle avevano ricevuto sottocosto un gran numero di quelle opere.
In realtà, si tratta di un autore il cui pensiero è fra i più difficili da intendere in modo convincente, e quindi da ricostruire. La qualifica che gli è stata data di
É vero che Nietzsche non ha scritto neppure un'opera sistematica. Jaspers diceva che le opere nietzschiane sono un Trummerhaufen, un «ammasso di frammenti». Ma le cose più belle egli le ha dette proprio in frammenti e in sentenze. Egli lo sapeva bene, e lo ha anche confessato con un elogio alla sentenza di questo tenore: «Una buona sentenza è troppo dura per il dente del tempo e non viene consumata neanche da tutti i secoli, benché serva da nutrimento a ogni epoca: in tal modo essa rappresenta il gran paradosso della letteratura, l'imperituro in mezzo al mutevole, l'alimento che rimane sempre apprezzato, come il sale, e mai, come persin questo, diventa insipido».
Solo con Heidegger si è incominciato a trattare il «paradosso» del pensiero di Nietzsche in modo adeguato, pur senza raggiungere interpretazioni definitive e condivisibili dal punto di vista storico-ermeneutico.
Intanto, proprio con Heidegger si può dire che i punti-chiave - o i «titoli capitali» come egli li chiama - del pensiero nietzschiano sono cinque: 1) il «nichilismo», 2) la «trasvalutazione dei valori», 3) la «volontà di potenza», 4) «l'eterno ritorno dell'uguale» e 5) il «superuomo».
Questi cinque concetti-chiave hanno fra di loro un nesso strutturale assai preciso, e precisamente il primo, ossia il nichilismo come svalutazione dei valori supremi, in connessione con la volontà di potenza, che è ciò che corrisponde al divenire delle cose (in senso eracliteo). «I valori e la loro trasformazione - scrive Nietzsche - stanno in rapporto con la crescita di potenza di chi pone i valori».
In questa ottica Heidegger e molti con lui ricostruiscono e interpretano il pensiero di Nietzsche in modo sistematico. Ma Giametta capovolge lo schema interpretativo: Nietzsche non va affatto inteso in modo filosofico-sistematico, perché non è un filosofo, ma è un moralista, un poeta-moralista, e quei concetti-chiave sopra indicati sono da considerare delle vere e proprie cadute e deviazioni. Giametta scrive: «Nietzsche era dotato non solo di ingegno, ma anche di genio. Come filosofo puro, cioè sistematico, non lo era: gli mancava quell'iniziativa e quell'inventiva in campo concettuale che fanno l'originalità e l'autonomia del filosofo. Le prove filosofiche che fu comunque costretto a fare - perché occupandosi di filosofia si sentiva costretto a riempire i vuoti che egli stesso produceva con la sua scepsi dissolutrice - furono un fallimento generale e degenerarono in cattivi miti (a cui molti nietzschiologi, che non sanno di essere dominati dagli idola theatri, ancora dedicano saggi e libri): il superuomo, l'eterno ritorno, la grande politica, la grande salute, la volontà di potenza e, nei suoi esiti ultimi, nefasti, anche la trasvalutazione di per sé geniale (per non parlare dell'"allevamento" e della "selezione matrimoniale"); furono, queste, escogitazioni risonanti, e caratterizzanti ma povere, o veri e propri traviamenti, indotti peraltro dalla cultura del tempo (evoluzionismo) e dalla crisi della storia».
Per Nietzsche, come per Pascal, bisognerebbe essere «moralisti», e non «filosofi».
Due sono le opere che Giametta ritiene particolarmente rivelative del pensiero nietzschiano. In primo luogo, Così parlò Zarathustra, che è «una grande avventura della conoscenza e della morale all'insegna della negazione della conoscenza e della morale». In secondo luogo e in modo particolare la Genealogia della morale. Quest'opera, secondo Giametta, si potrebbe paragonare allo scritto di Gorgia Del non essere o della natura. Mentre Gorgia rovesciava l'ontologia eleatica, Nietzsche rovescia in modo analogo i Pensieri di Pascal. La Genalogia della morale è il paradigma dell'antisistema nietzschiano. Giametta scrive: «Frutto di un profondo senso storico, di una genialità psicologica e moralistica senza pari, la Genealogia della morale è il colpo di grazia vibrato al cristianesimo già da secoli languente e ormai rinsecchito, non tanto come religione (al riguardo Nietzsche è ingiustamente violento e unilaterale) quanto come motore della bimillenaria civiltà succeduta a quella pagana antica».
Ma si tratta di un colpo di grazia che - a nostro avviso - sulla base del nichilismo nietzschiano cade nel vuoto: infatti, sul nulla non si può costruire nulla. Siamo convinti che - contro ciò che dice Nietzsche - valga ciò che T. S. Eliot ha ben rilevato: «Solamente una cultura cristiana avrebbe potuto produrre un Voltaire e un Nietzsche. Non credo che la cultura dell'Europa potrebbe sopravvivere alla sparizione completa della Fede Cristiana. E ne sono convinto non solamente come cristiano, ma come studioso di biologia sociale. Se il cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura. E allora voi dovrete ricominciare faticosamente da capo e non potrete indossare una cultura già fatta. Dovrete attendere che l'erba cresca perché nutra le pecore che daranno la lana di cui sarà fatto il vostro nuovo vestito. Dovrete attraversare molti secoli di barbarie. Non vivremo per vedere la nuova cultura, e neppure i nostri nipoti, né i loro nipoti: e quand'anche lo potessimo, nessuno di noi sarebbe in essa felice».
autismo e genio
(citato al seminario del lunedì)
Repubblica 1.9.03
Gli scienziati americani: un cervello di grandi dimensioni aumenta la predisposizione a questo tipo di sindrome
Autismo, non solo una malattia C' è del genio in quei bambini
le frontiere della scienza Chi ne soffre sembra avere una marcia in più nelle operazioni che richiedono ordine e applicazione più che intuizione e fantasia Lo scetticismo di un neuropsichiatra 'Sì, certe capacità possono essere potenziate ma definirle un dono è eccessivo'
ELENA DUSI
ROMA - L' autismo può essere una risorsa? Tra il ventaglio di disturbi che ricadono sotto questo nome c' è anche la sindrome di Asperger, associata a un quoziente intellettivo superiore alla norma. Il più recente fra gli studi su questa malattia tanto elusiva afferma che un cervello di grandi dimensioni sembra aumentare la predisposizione all' autismo. La moltiplicazione tumultuosa dei neuroni durante la gestazione e i primi anni dell' infanzia determinerebbe un aumento sregolato delle connessioni nervose, suggerisce Eric Courchesne, ricercatore dell' università della California. «Le sinapsi - spiega in un articolo apparso recentemente su New Scientist - si sviluppano così rapidamente che l' esperienza non fa in tempo a selezionare quelle più valide, distruggendo le altre». L' ipotesi ha suscitato nella comunità scientifica reazioni oscillanti fra l' entusiasmo e lo scetticismo. Resta il fatto che la sindrome di Asperger sembra dare una marcia in più nelle operazioni che richiedono applicazione più che intuizione e sistematicità più che fantasia. Alcuni esempi: abilità nei videogiochi e nell' uso del computer in genere, capacità di calcolo stupefacenti, destrezza nello smontare e rimontare gli oggetti. Di autismo come risorsa parlano l' ultimo numero di Newsweek, che dedica all' argomento il servizio di copertina, e un' inchiesta apparsa sulla Bbc lo scorso luglio. A parlare dal network britannico è Luke Jackson, un ragazzo di 14 anni autore già di diversi libri fra cui "Freaks, geeks and Asperger syndrome", cioè "Frizzi, lazzi e la sindrome di Asperger". In apertura si legge: «Una cosa particolare che mi riguarda e che molte persone chiamerebbero un handicap, ma secondo me è un dono, è che sono malato di una particolare forma di autismo». Simon Baron-Cohen, lo psicologo dell' università di Cambridge intervistato da Newsweek, ne fa una questione di sessi. Nel suo libro "The essential difference" (La differenza essenziale) distingue tra la capacità di capire le persone e le loro emozioni (tipica delle donne) e l' abilità nel sistematizzare i concetti, punto forte degli uomini. L' autismo, secondo questo studioso, non sarebbe altro che un attaccamento morboso a regole e schemi rigidi, accompagnato da incapacità di percepire le emozioni altrui e comunicare le proprie. Motivo per cui, sostiene Baron-Cohen, a essere colpiti dalla sindrome nell' 80 per cento dei casi sono i maschi. Definire la sindrome di Asperger un "dono" è «francamente un' esagerazione» secondo Ernesto Caffo, che insegna neuropsichiatria infantile all' università di Modena e Reggio Emilia. «Anche quando alcune capacità intellettive sono potenziate - spiega - ci troviamo di fronte a bambini con difficoltà di socializzazione. Se diagnosticati in tempo e curati possono fare grandi passi avanti, andare a scuola e vivere una vita piuttosto normale. Ma occorre ricordare che da questa sindrome non si guarisce definitivamente. Nel momento in cui si cresce e arriva il momento di trovare un lavoro, le disarmonie possono riemergere». La terapia in Italia coinvolge solo la sfera comportamentale e affettiva. In genere si preferisce evitare i farmaci. «L' importante - prosegue Caffo - è studiare una risposta valida a livello individuale. L' autismo si manifesta con infinite sfumature diverse e purtroppo dalla mia esperienza posso vedere che sono pochi i casi cosiddetti ad alto funzionamento, in cui delle capacità spiccate permettono l' inserimento nella vita produttiva. La varietà dei sintomi, le mille situazioni familiari e sociali in cui un bambino può trovarsi ci invitano alla prudenza: meglio usare le categorie il meno possibile quando si ha a che fare con l' autismo e affidarsi a una terapia personalizzata». Per quanto "ad alto funzionamento", i bambini affetti di autismo tenderanno sempre a ritirarsi nei loro spazi, ripetere compulsivamente dei comportamenti senza senso, come ad esempio picchiettare un tavolo o una bottiglia e soprattutto tagliare le comunicazioni con il mondo esterno. «In passato - spiega il neuropsichiatra - i casi di autismo venivano classificati sotto le più varie forme di malattia mentale. Oggi almeno abbiamo imparato a diagnosticare questa sindrome, e possiamo evitare ai bambini che ne vengono colpiti di finire in una struttura di assistenza». Non mancano poi le forme leggere del disturbo, che vengono classificate come semplici stranezze del carattere. «Durante i nostri incontri scientifici - ammette in conclusione Caffo - capita spesso di notare dei personaggi di successo dell' attualità e cogliere in loro una sottile vena di autismo».
Repubblica 1.9.03
Gli scienziati americani: un cervello di grandi dimensioni aumenta la predisposizione a questo tipo di sindrome
Autismo, non solo una malattia C' è del genio in quei bambini
le frontiere della scienza Chi ne soffre sembra avere una marcia in più nelle operazioni che richiedono ordine e applicazione più che intuizione e fantasia Lo scetticismo di un neuropsichiatra 'Sì, certe capacità possono essere potenziate ma definirle un dono è eccessivo'
ELENA DUSI
ROMA - L' autismo può essere una risorsa? Tra il ventaglio di disturbi che ricadono sotto questo nome c' è anche la sindrome di Asperger, associata a un quoziente intellettivo superiore alla norma. Il più recente fra gli studi su questa malattia tanto elusiva afferma che un cervello di grandi dimensioni sembra aumentare la predisposizione all' autismo. La moltiplicazione tumultuosa dei neuroni durante la gestazione e i primi anni dell' infanzia determinerebbe un aumento sregolato delle connessioni nervose, suggerisce Eric Courchesne, ricercatore dell' università della California. «Le sinapsi - spiega in un articolo apparso recentemente su New Scientist - si sviluppano così rapidamente che l' esperienza non fa in tempo a selezionare quelle più valide, distruggendo le altre». L' ipotesi ha suscitato nella comunità scientifica reazioni oscillanti fra l' entusiasmo e lo scetticismo. Resta il fatto che la sindrome di Asperger sembra dare una marcia in più nelle operazioni che richiedono applicazione più che intuizione e sistematicità più che fantasia. Alcuni esempi: abilità nei videogiochi e nell' uso del computer in genere, capacità di calcolo stupefacenti, destrezza nello smontare e rimontare gli oggetti. Di autismo come risorsa parlano l' ultimo numero di Newsweek, che dedica all' argomento il servizio di copertina, e un' inchiesta apparsa sulla Bbc lo scorso luglio. A parlare dal network britannico è Luke Jackson, un ragazzo di 14 anni autore già di diversi libri fra cui "Freaks, geeks and Asperger syndrome", cioè "Frizzi, lazzi e la sindrome di Asperger". In apertura si legge: «Una cosa particolare che mi riguarda e che molte persone chiamerebbero un handicap, ma secondo me è un dono, è che sono malato di una particolare forma di autismo». Simon Baron-Cohen, lo psicologo dell' università di Cambridge intervistato da Newsweek, ne fa una questione di sessi. Nel suo libro "The essential difference" (La differenza essenziale) distingue tra la capacità di capire le persone e le loro emozioni (tipica delle donne) e l' abilità nel sistematizzare i concetti, punto forte degli uomini. L' autismo, secondo questo studioso, non sarebbe altro che un attaccamento morboso a regole e schemi rigidi, accompagnato da incapacità di percepire le emozioni altrui e comunicare le proprie. Motivo per cui, sostiene Baron-Cohen, a essere colpiti dalla sindrome nell' 80 per cento dei casi sono i maschi. Definire la sindrome di Asperger un "dono" è «francamente un' esagerazione» secondo Ernesto Caffo, che insegna neuropsichiatria infantile all' università di Modena e Reggio Emilia. «Anche quando alcune capacità intellettive sono potenziate - spiega - ci troviamo di fronte a bambini con difficoltà di socializzazione. Se diagnosticati in tempo e curati possono fare grandi passi avanti, andare a scuola e vivere una vita piuttosto normale. Ma occorre ricordare che da questa sindrome non si guarisce definitivamente. Nel momento in cui si cresce e arriva il momento di trovare un lavoro, le disarmonie possono riemergere». La terapia in Italia coinvolge solo la sfera comportamentale e affettiva. In genere si preferisce evitare i farmaci. «L' importante - prosegue Caffo - è studiare una risposta valida a livello individuale. L' autismo si manifesta con infinite sfumature diverse e purtroppo dalla mia esperienza posso vedere che sono pochi i casi cosiddetti ad alto funzionamento, in cui delle capacità spiccate permettono l' inserimento nella vita produttiva. La varietà dei sintomi, le mille situazioni familiari e sociali in cui un bambino può trovarsi ci invitano alla prudenza: meglio usare le categorie il meno possibile quando si ha a che fare con l' autismo e affidarsi a una terapia personalizzata». Per quanto "ad alto funzionamento", i bambini affetti di autismo tenderanno sempre a ritirarsi nei loro spazi, ripetere compulsivamente dei comportamenti senza senso, come ad esempio picchiettare un tavolo o una bottiglia e soprattutto tagliare le comunicazioni con il mondo esterno. «In passato - spiega il neuropsichiatra - i casi di autismo venivano classificati sotto le più varie forme di malattia mentale. Oggi almeno abbiamo imparato a diagnosticare questa sindrome, e possiamo evitare ai bambini che ne vengono colpiti di finire in una struttura di assistenza». Non mancano poi le forme leggere del disturbo, che vengono classificate come semplici stranezze del carattere. «Durante i nostri incontri scientifici - ammette in conclusione Caffo - capita spesso di notare dei personaggi di successo dell' attualità e cogliere in loro una sottile vena di autismo».
lunedì 1 settembre 2003
Bertolucci e Bellocchio
Gazzetta di Modena e Gazzetta di Mantova LUNEDÌ, 01 SETTEMBRE 2003
In programma anche il film di Marco Bellocchio dedicato al caso Moro
“The dreamers” in Laguna Oggi è il Bertolucci-day
Il regista di Novecento è arrivato ieri sera al festival salutando con il pugno chiuso
VENEZIA. (...) L’attesa ora è tutta per Bernardo Bertolucci e Marco Bellocchio. Oggi è il “Bertolucci day”, in omaggio o per timore del quale, a parte il Leone a Dino De Laurentiis, sono stati spostati al giorno dopo tutti gli incontri non ufficiali per altri film. Così alla 60ª Mostra si ritrovano curiosamente due dei registi che più la contestarono in passato. Entrambi, non dimenticando oggi quelle origini, si presentano con due film che riallacciano i fili della Memoria e della Storia, intrecciandola con la storia minima. Bertolucci ieri sera è sbarcato al Lido con i tre giovani protagonisti. Davanti alla folla di telecamere e fotografi, ha salutato, alzando il braccio col pugno chiuso.
Bertolucci in “The Dreamers”, “I sognatori”, sullo sfondo del turbolento maggio Sessantotto, racconta le scoperte reciproche, anche e soprattutto erotiche, di tre ragazzi a Parigi.
Bellocchio in “Buongiorno notte” offre un punto di vista tutto introspettivo, non per questo meno drammatico, del caso Moro.
La vita quotidiana dei carcerieri, quella di Chiara (Maya Sansa) soprattutto per raccontare il fallimento di una generazione e della sua utopia estrema e violenta.
Sia Bertolucci che Bellocchio dichiarano di non voler affrontare la Storia, andando oltre la cronaca, riportando i fatti a dimensioni quotidiane.
Nel primo caso però il regista di “Novecento” vuole riabilitare le utopie del Sessantotto: fallito il sogno rivoluzionario, resta un’eredità di libertà; nel secondo l’utopia ben più estrema e violenta delle Brigate Rosse non può essere riabilitata e per questo Bellocchio ha scelto di citare Brecht: “entrò la Storia e si sedette dalla parte del torto”.
Dice Bertolucci: «Il Sessantotto è vissuto oggi per alcuni come una sconfitta. Mi pare una sciocchezza, molte cose sono cambiate anche grazie a quel momento».
E anche per questo, l’ultima inquadratura di “The Dreamers” (che la stampa accreditata ha visto in anteprima ieri stasera), è stata allungata: la carica dei poliziotti per le strade di Parigi è proseguita per le strade di Genova durante il G8. Certo, «Nel Sessantotto il sogno andava ad una temperatura molto più alta di oggi», prosegue Bertolucci.
In quegli anni entrambi frequentavano e contestavano la Mostra del cinema: Bertolucci aveva girato nel maggio del Sessantotto a Roma un piccolo film “Partner”, con Pierre Clementi e Stefania Sandrelli.
A Parigi in quei giorni c’erano i rivoluzionari “Stati del cinema” e dopo ogni weekend Clementi tornava a Roma a riferire quel che accadeva nella capitale francese.
Bellocchio girava “La Cina è vicina” inneggiando al maoismo dell’epoca, tre anni prima aveva realizzato “I pugni in tasca” con cui subito conquistò attenzione internazionale.
Seguirono altri film con riferimenti al clima di quegli anni, tra cui “Sbatti il mostro in prima pagina”, del 1972. E anche registi lontani da loro, come il Luigi Zampa di “Contestazione generale”, non potevano tralasciare le storie di quegli anni caldi.
(...)
In programma anche il film di Marco Bellocchio dedicato al caso Moro
“The dreamers” in Laguna Oggi è il Bertolucci-day
Il regista di Novecento è arrivato ieri sera al festival salutando con il pugno chiuso
VENEZIA. (...) L’attesa ora è tutta per Bernardo Bertolucci e Marco Bellocchio. Oggi è il “Bertolucci day”, in omaggio o per timore del quale, a parte il Leone a Dino De Laurentiis, sono stati spostati al giorno dopo tutti gli incontri non ufficiali per altri film. Così alla 60ª Mostra si ritrovano curiosamente due dei registi che più la contestarono in passato. Entrambi, non dimenticando oggi quelle origini, si presentano con due film che riallacciano i fili della Memoria e della Storia, intrecciandola con la storia minima. Bertolucci ieri sera è sbarcato al Lido con i tre giovani protagonisti. Davanti alla folla di telecamere e fotografi, ha salutato, alzando il braccio col pugno chiuso.
Bertolucci in “The Dreamers”, “I sognatori”, sullo sfondo del turbolento maggio Sessantotto, racconta le scoperte reciproche, anche e soprattutto erotiche, di tre ragazzi a Parigi.
Bellocchio in “Buongiorno notte” offre un punto di vista tutto introspettivo, non per questo meno drammatico, del caso Moro.
La vita quotidiana dei carcerieri, quella di Chiara (Maya Sansa) soprattutto per raccontare il fallimento di una generazione e della sua utopia estrema e violenta.
Sia Bertolucci che Bellocchio dichiarano di non voler affrontare la Storia, andando oltre la cronaca, riportando i fatti a dimensioni quotidiane.
Nel primo caso però il regista di “Novecento” vuole riabilitare le utopie del Sessantotto: fallito il sogno rivoluzionario, resta un’eredità di libertà; nel secondo l’utopia ben più estrema e violenta delle Brigate Rosse non può essere riabilitata e per questo Bellocchio ha scelto di citare Brecht: “entrò la Storia e si sedette dalla parte del torto”.
Dice Bertolucci: «Il Sessantotto è vissuto oggi per alcuni come una sconfitta. Mi pare una sciocchezza, molte cose sono cambiate anche grazie a quel momento».
E anche per questo, l’ultima inquadratura di “The Dreamers” (che la stampa accreditata ha visto in anteprima ieri stasera), è stata allungata: la carica dei poliziotti per le strade di Parigi è proseguita per le strade di Genova durante il G8. Certo, «Nel Sessantotto il sogno andava ad una temperatura molto più alta di oggi», prosegue Bertolucci.
In quegli anni entrambi frequentavano e contestavano la Mostra del cinema: Bertolucci aveva girato nel maggio del Sessantotto a Roma un piccolo film “Partner”, con Pierre Clementi e Stefania Sandrelli.
A Parigi in quei giorni c’erano i rivoluzionari “Stati del cinema” e dopo ogni weekend Clementi tornava a Roma a riferire quel che accadeva nella capitale francese.
Bellocchio girava “La Cina è vicina” inneggiando al maoismo dell’epoca, tre anni prima aveva realizzato “I pugni in tasca” con cui subito conquistò attenzione internazionale.
Seguirono altri film con riferimenti al clima di quegli anni, tra cui “Sbatti il mostro in prima pagina”, del 1972. E anche registi lontani da loro, come il Luigi Zampa di “Contestazione generale”, non potevano tralasciare le storie di quegli anni caldi.
(...)
Buongiorno, notte
il film di Marco Bellocchio concorrente al Leone d'oro che, come si sa, sarà proiettato alla Mostra di Venezia la sera di Giovedì 4 settembre nella Sala Grande alle 20, uscirà in molte sale di tutto il Paese il giorno dopo, venerdì 5 settembre
(per esempio al Quattro Fontane e all'Eliseo a Roma, all'Astra di Prato eccetera)
La cerimonia di premiazione avrà luogo sabato 6 alle ore 19 sempre nella Sala Grande della Mostra, a Venezia. Sarà trasmessa in diretta almeno certamente da SKY
(per esempio al Quattro Fontane e all'Eliseo a Roma, all'Astra di Prato eccetera)
La cerimonia di premiazione avrà luogo sabato 6 alle ore 19 sempre nella Sala Grande della Mostra, a Venezia. Sarà trasmessa in diretta almeno certamente da SKY
domenica 31 agosto 2003
altre streghe
La Provincia 31.8.03
Seguitissima conferenza venerdì sera a Valdidentro: ripercorsi cinque secoli di storia e credenze
Streghe e sibille, l’Alta Valle ha le sue leggende
Sono molte in Valtellina le testimonianze storiche e artistiche relative alla stregonieriadi Daniela Gurini
Valdidentro Gli unguenti miracolosi, l’amore per le percussioni e la musica, il mettersi in competizione con la medicina, la persecuzione: ricchissima la storia delle streghe in Alta Valle illustrata con dovizia di particolari e di curiosità dalla valchiavennasca Michela Zucca, ricercatrice che sta conducendo numerosi progetti Interreg dedicati alle tradizioni e alle streghe. Una conferenza seguitissima e ricca di domande da parte del pubblico, una serata, quella di venerdì presso la sala teatro di Isolaccia, che ha chiuso il ciclo di conferenze promosso quest’estate dalla Pro Loco Valdidentro. Risale al 1737 l’ultima ricetta delle streghe, una pomata lenitiva che tra i componenti annoverava anche l’oppio. E poi la mandragola, erba che con il suo urlo si diceva uccidesse l’erborista che la coglieva: proprio per questo era consuetudine farla raccogliere dai cani che poi, con una corda al collo, nella fuga si strozzavano soffocando così l’urlo della pianta. Numerose le curiosità delineate a partire dalle tradizioni legate ai primi orti, coltivati nei monasteri esclusivamente per la crescita delle erbe officinali e non per i prodotti da mangiare: «Ancor oggi - ha commentato Michela Zucca - soprattutto in Alto Adige gli orti hanno conservato qualcosa di magico. In molti di essi è possibile vedere una palla colorata scacciaspiriti». Ma si è parlato anche delle sibille, riprodotte in numerosi dipinti nelle chiese, della cultura matriarcale e delle streghe: «Soggetti - ha evidenziato l’esperta - che possono essere definiti degli operatori sociali per le loro comunità e che agivano in base a ciò che reputavano utile per la sopravvivenza. Paracelso disse che tutta la sua conoscenza veniva dalle streghe». Non la cultura del bene o del male ma quella dell’utile e del non utile a differenza del mago rinascimentale, uomo che voleva solo accrescere il proprio sapere, che lavorava al servizio di questo o di quel re solo per aumentare il proprio prestigio. Streghe che conoscevano molto la medicina, streghe ben presto messe alla gogna. Numerose le leggende legate a luoghi particolari in Alta Valle come per il sasso di Scianno ad Isolaccia la cui spaccatura, da dove attualmente sgorga la cascata, si afferma generata dall’urlo di una vecchia gettata nel precipizio dai suoi compagni di viaggio. E poi i raduni a Cancano, i falò e le danze tipiche attorno alle Torri di Fraele che si notavano da ogni parte del comprensorio. Ma Michela Zucca non ha mancato di accennare anche alle condizioni delle donne in molti paesi sperduti di montagna, soprattutto in Trentino, alla mancanza di servizi, allo spopolamento in atto in molti paesi, agli oramai sempre più numerosi fatti di cronaca nera.
Seguitissima conferenza venerdì sera a Valdidentro: ripercorsi cinque secoli di storia e credenze
Streghe e sibille, l’Alta Valle ha le sue leggende
Sono molte in Valtellina le testimonianze storiche e artistiche relative alla stregonieriadi Daniela Gurini
Valdidentro Gli unguenti miracolosi, l’amore per le percussioni e la musica, il mettersi in competizione con la medicina, la persecuzione: ricchissima la storia delle streghe in Alta Valle illustrata con dovizia di particolari e di curiosità dalla valchiavennasca Michela Zucca, ricercatrice che sta conducendo numerosi progetti Interreg dedicati alle tradizioni e alle streghe. Una conferenza seguitissima e ricca di domande da parte del pubblico, una serata, quella di venerdì presso la sala teatro di Isolaccia, che ha chiuso il ciclo di conferenze promosso quest’estate dalla Pro Loco Valdidentro. Risale al 1737 l’ultima ricetta delle streghe, una pomata lenitiva che tra i componenti annoverava anche l’oppio. E poi la mandragola, erba che con il suo urlo si diceva uccidesse l’erborista che la coglieva: proprio per questo era consuetudine farla raccogliere dai cani che poi, con una corda al collo, nella fuga si strozzavano soffocando così l’urlo della pianta. Numerose le curiosità delineate a partire dalle tradizioni legate ai primi orti, coltivati nei monasteri esclusivamente per la crescita delle erbe officinali e non per i prodotti da mangiare: «Ancor oggi - ha commentato Michela Zucca - soprattutto in Alto Adige gli orti hanno conservato qualcosa di magico. In molti di essi è possibile vedere una palla colorata scacciaspiriti». Ma si è parlato anche delle sibille, riprodotte in numerosi dipinti nelle chiese, della cultura matriarcale e delle streghe: «Soggetti - ha evidenziato l’esperta - che possono essere definiti degli operatori sociali per le loro comunità e che agivano in base a ciò che reputavano utile per la sopravvivenza. Paracelso disse che tutta la sua conoscenza veniva dalle streghe». Non la cultura del bene o del male ma quella dell’utile e del non utile a differenza del mago rinascimentale, uomo che voleva solo accrescere il proprio sapere, che lavorava al servizio di questo o di quel re solo per aumentare il proprio prestigio. Streghe che conoscevano molto la medicina, streghe ben presto messe alla gogna. Numerose le leggende legate a luoghi particolari in Alta Valle come per il sasso di Scianno ad Isolaccia la cui spaccatura, da dove attualmente sgorga la cascata, si afferma generata dall’urlo di una vecchia gettata nel precipizio dai suoi compagni di viaggio. E poi i raduni a Cancano, i falò e le danze tipiche attorno alle Torri di Fraele che si notavano da ogni parte del comprensorio. Ma Michela Zucca non ha mancato di accennare anche alle condizioni delle donne in molti paesi sperduti di montagna, soprattutto in Trentino, alla mancanza di servizi, allo spopolamento in atto in molti paesi, agli oramai sempre più numerosi fatti di cronaca nera.
venerdì 29 agosto 2003
Lietta Tornabuoni
La Stampa 26.8.2003
Venezia, il ritorno dei grandi
di Lietta Tornabuoni
(...)
Troppa politica? Per niente, se si pensa a quanta politica, in tutto il mondo, occupa tutte le nostre ore. E poi bisogna vederli, i film: bisognerà vedere se «The Dreamers» di Bernardo Bertolucci è «un film sul '68, sul Maggio francese», o magari un film sulla passione della giovinezza, sul cinema come amore, sull'eros; si dovrà constatare se «Buongiorno, notte» di Marco Bellocchio è «un film sul caso Moro» o qualcosa di più profondo, di più attinente alla natura umana anzichè alla cronaca politica
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Venezia, il ritorno dei grandi
di Lietta Tornabuoni
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Troppa politica? Per niente, se si pensa a quanta politica, in tutto il mondo, occupa tutte le nostre ore. E poi bisogna vederli, i film: bisognerà vedere se «The Dreamers» di Bernardo Bertolucci è «un film sul '68, sul Maggio francese», o magari un film sulla passione della giovinezza, sul cinema come amore, sull'eros; si dovrà constatare se «Buongiorno, notte» di Marco Bellocchio è «un film sul caso Moro» o qualcosa di più profondo, di più attinente alla natura umana anzichè alla cronaca politica
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Boncinelli e Oliveiro commentano una nuova ipotesi americana basata ancora una volta sull'osservazione dei topi...
Corriere della Sera 29.8.03
I dati di una ricerca di due università americane. Boncinelli: risultati importanti, che fanno chiarezza
«Siete indecisi? La colpa è di un difetto del cervello»
La difficoltà a scegliere scatta se la comunicazione tra due zone cerebrali è danneggiata
di Giovanni Caprara
Se siamo indecisi davanti alle piccole o grandi scelte della vita non è colpa di una cattiva educazione o conseguenza di vicende subìte capaci di toglierci l’immediatezza nella decisione. La ragione secondo un gruppo di scienziati americani sta in una anomala comunicazione fra due aree del cervello: la corteccia prefrontale e l’amigdala. Geoff Schoenbaum, della scuola di medicina dell’Università di Baltimora, assieme ai colleghi della Johns Opkins University spiegano sulla rivista Neuron di aver trovato la prova studiando il cervello dei topi e mettendolo a confronto con quello umano in certe condizioni. Quando le connessioni tra le due zone indagate sono danneggiate, i piccoli animali addestrati a distinguere tra una bibita dolce ed una amara precipitano nell’indecisione e, dopo un lunga attesa, ne bevono una a caso. «Lo stesso comportamento - precisa Schoenbaum - l’abbiamo riscontrato nei pazienti vittime di danni analoghi. La loro incapacità a esprimersi è evidente, non riescono ad assegnare il giusto valore alle cose, alle persone o alle azioni che compiono e poi finiscono per fare la scelta sbagliata». Fotografando le aree attivate del cervello nei diversi comportamenti si sono viste differenze sostanziali: alterando l’amigdala non si «accendono» più i neuroni della corteccia prefrontale perché non arrivano più le informazioni necessarie e il soggetto diventava insicuro e incapace a orientarsi verso una netta preferenza. Dunque - notano i ricercatori - anche l’incertezza, la titubanza davanti alle scelte da prendere nella vita normale deve essere legata ad un problema di comunicazione di questo genere ed ha origini organiche.
«E’ un risultato interessante - commenta Edoardo Boncinelli, direttore della Sissa di Trieste - che chiarisce i rapporti tra le diverse aree del cervello, soprattutto quelli con l’amigdala, sede nota delle emozioni. Nello stesso tempo rafforza l’origine biologica di molti nostri comportamenti».
«La corteccia prefrontale svolge il ruolo di controllore della cognizione - chiarisce Alberto Oliverio, docente di psicobiologia all’Università di Roma -. Però si è visto che negli scambi di informazioni con l’amigdala è quest’ultima di solito che ha il sopravvento. Cioè, spesso l’emozione per la scelta da compiere, e per le sue conseguenze, alla fine prevale causando incertezza. Conoscere i meccanismi ora rivelati è utile perché si possono immaginare magari delle terapie cognitive attraverso le quali aiutare coloro che manifestano condizioni più acute. Ma io mi preoccuperei ugualmente anche degli eccessi di decisionismo. L’incertezza - conclude Oliverio - quando si esprime normalmente è un campanello d’allarme che ci aiuta a pensare e a compiere alla fine una scelta migliore».
I dati di una ricerca di due università americane. Boncinelli: risultati importanti, che fanno chiarezza
«Siete indecisi? La colpa è di un difetto del cervello»
La difficoltà a scegliere scatta se la comunicazione tra due zone cerebrali è danneggiata
di Giovanni Caprara
Se siamo indecisi davanti alle piccole o grandi scelte della vita non è colpa di una cattiva educazione o conseguenza di vicende subìte capaci di toglierci l’immediatezza nella decisione. La ragione secondo un gruppo di scienziati americani sta in una anomala comunicazione fra due aree del cervello: la corteccia prefrontale e l’amigdala. Geoff Schoenbaum, della scuola di medicina dell’Università di Baltimora, assieme ai colleghi della Johns Opkins University spiegano sulla rivista Neuron di aver trovato la prova studiando il cervello dei topi e mettendolo a confronto con quello umano in certe condizioni. Quando le connessioni tra le due zone indagate sono danneggiate, i piccoli animali addestrati a distinguere tra una bibita dolce ed una amara precipitano nell’indecisione e, dopo un lunga attesa, ne bevono una a caso. «Lo stesso comportamento - precisa Schoenbaum - l’abbiamo riscontrato nei pazienti vittime di danni analoghi. La loro incapacità a esprimersi è evidente, non riescono ad assegnare il giusto valore alle cose, alle persone o alle azioni che compiono e poi finiscono per fare la scelta sbagliata». Fotografando le aree attivate del cervello nei diversi comportamenti si sono viste differenze sostanziali: alterando l’amigdala non si «accendono» più i neuroni della corteccia prefrontale perché non arrivano più le informazioni necessarie e il soggetto diventava insicuro e incapace a orientarsi verso una netta preferenza. Dunque - notano i ricercatori - anche l’incertezza, la titubanza davanti alle scelte da prendere nella vita normale deve essere legata ad un problema di comunicazione di questo genere ed ha origini organiche.
«E’ un risultato interessante - commenta Edoardo Boncinelli, direttore della Sissa di Trieste - che chiarisce i rapporti tra le diverse aree del cervello, soprattutto quelli con l’amigdala, sede nota delle emozioni. Nello stesso tempo rafforza l’origine biologica di molti nostri comportamenti».
«La corteccia prefrontale svolge il ruolo di controllore della cognizione - chiarisce Alberto Oliverio, docente di psicobiologia all’Università di Roma -. Però si è visto che negli scambi di informazioni con l’amigdala è quest’ultima di solito che ha il sopravvento. Cioè, spesso l’emozione per la scelta da compiere, e per le sue conseguenze, alla fine prevale causando incertezza. Conoscere i meccanismi ora rivelati è utile perché si possono immaginare magari delle terapie cognitive attraverso le quali aiutare coloro che manifestano condizioni più acute. Ma io mi preoccuperei ugualmente anche degli eccessi di decisionismo. L’incertezza - conclude Oliverio - quando si esprime normalmente è un campanello d’allarme che ci aiuta a pensare e a compiere alla fine una scelta migliore».
Luigi Cancrini
Il Messaggero, Venerdì 29 Agosto 2003
Cancrini: «Servono più mezzi»
«Il vero problema è che non fai in tempo a costruire un progetto su questi ragazzi, che devono tornare nei loro villaggi, per portare alle famiglie quello che hanno guadagnato per le strade. Per questo è importante lavorare con le famiglie, magari con la comunità nella quale poi tornano: ma per fare tutto questo occorrono mezzi e risorse e strutture», sostiene il professor Luigi Cancrini, convinto da sempre che «la tutela dei minori sia una necessità fondamentale che richiede un forte impegno di risorse economiche» e tra gli autori del progetto comunale per i minori nato ascoltando tutte le associazioni coinvolte, Procura, tribunale dei minori, Questura.
«Un’iniziativa sperimentale e coraggiosa che, dopo l’autunno, avrà bisogno di nuovo personale, anche per dare al progetto rinnovata forza. Il fatto è che dall’incontro di un minuto prende il via un impegno lunghissimo, per arrivare a comprendere e scoprire tutta la storia del ragazzo e della sua famiglia. Sarebbe utile poter partire su scala nazionale, instaurando rapporti con le altre comunità internazionali. Il progresso di un paese non dovrebbe essere misurato solo in termini di Pil o di ricchezza dei consumi, bensì nella maniera in cui riesce a dare risposte a questo tipo di esigenze. Come raccontava Charles Dickens con i suoi bimbi in miniera, ai margini della società capitalista. Per aiutarli, adesso, bisogna saperli accogliere con intelligenza».
Be.Pi.
Cancrini: «Servono più mezzi»
«Il vero problema è che non fai in tempo a costruire un progetto su questi ragazzi, che devono tornare nei loro villaggi, per portare alle famiglie quello che hanno guadagnato per le strade. Per questo è importante lavorare con le famiglie, magari con la comunità nella quale poi tornano: ma per fare tutto questo occorrono mezzi e risorse e strutture», sostiene il professor Luigi Cancrini, convinto da sempre che «la tutela dei minori sia una necessità fondamentale che richiede un forte impegno di risorse economiche» e tra gli autori del progetto comunale per i minori nato ascoltando tutte le associazioni coinvolte, Procura, tribunale dei minori, Questura.
«Un’iniziativa sperimentale e coraggiosa che, dopo l’autunno, avrà bisogno di nuovo personale, anche per dare al progetto rinnovata forza. Il fatto è che dall’incontro di un minuto prende il via un impegno lunghissimo, per arrivare a comprendere e scoprire tutta la storia del ragazzo e della sua famiglia. Sarebbe utile poter partire su scala nazionale, instaurando rapporti con le altre comunità internazionali. Il progresso di un paese non dovrebbe essere misurato solo in termini di Pil o di ricchezza dei consumi, bensì nella maniera in cui riesce a dare risposte a questo tipo di esigenze. Come raccontava Charles Dickens con i suoi bimbi in miniera, ai margini della società capitalista. Per aiutarli, adesso, bisogna saperli accogliere con intelligenza».
Be.Pi.
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