domenica 1 febbraio 2004

il premio Nonino
Marcello Cini ed Edgard Morin

Liberazione 1.2.04
Utopie per un altro domani
di Rina Gagliardi


Il prestigioso premio Nonino - conferito ai "maestri del pensiero", ovvero a intellettuali che si sono distinti non solo per la qualità, ma per l'originalità creativa della loro riflessione - è toccato quest'anno a due grandi figure europee: Marcello Cini ed Edgar Morin. Un fisico ed epistemologo italiano, protagonista del dibattito politico sulla scienza, un sociologo francese (anzi parigino) quasi italianizzato per scelta di vita, che ha largamente contribuito alla riflessione sulla complessità allargandola a molti campi del sapere (ivi compreso il cinema e il "divismo").
Sul "manifesto" di ieri, due ampie e belle interviste ai premiati [vedi di seguito ndr] ne mettono in evidenza - oltre alle non piccole differenze - anche alcune affinità: come per esempio, l'approccio critico alla "mercificazione" del mondo, della natura, del sapere. Ovvero, la curiosità intellettuale indefessa, quella che spinge ad oltrepassare sempre gli ambiti della propria disciplina o della propria "competenza". Ovvero ancora, l'uso della categoria della complessità: che non è l'opposto della "semplicità", ma, per un verso, la straordinaria interdipendenza tra le parti di un sistema ma anche, per l'altro verso, l'irriducibilità dei livelli superiori di aggregazione alle proprietà dei livelli inferiori. (Per capirci: un organismo vivente non è solo la somma delle molecole che lo compongono, è qualcosa di diverso da esse, è un "intero" che non potrà mai esser scomposto in parti eguali). Si può forse dire, in breve, che Cini e Morin sono due grandi critici del "pensiero unico" e, perfino al di là delle loro posizioni politiche, due grandi utopisti.

La non neutralità della scienza
Marcello Cini - che ha "appena" compiuto ottant'anni - ha alle spalle una lunga e gloriosa milizia politico-culturale. Il titolo di "maestro" gli si addice in modo speciale, sia per quello che ha insegnato - come professore di meccanica quantistica e di fisica teorica alla Sapienza di Roma - a molte generazioni di giovani, sia per quello che ha elaborato in campo ambientale, epistemologico, politico in vari luoghi della sinistra (dal Pci al Manifesto, dalla rivista "Sapere" al movimento rossoverde e antinucleare), sia, in fondo, perché così si intitola il suo libro recente (e da tutti comprensibile: i Dialoghi di un cattivo maestro, racconto di vita e, anzi autobiografia, che muove dal rapporto con una nipotina che non ama la fisica né quindi la capisce. Fin dagli anni '60, Cini è uno dei pochissimi scienziati autorevoli che solleva dubbi sul valore "indiscusso" dei voli nello spazio: in un'epoca nella quale la gara spaziale affascina tutti, e ci si divide politicamente, tra chi "fa il tifo" per l'Urss e chi per gli Stati uniti d'America, Cini propone un altro "terreno politico", appunto l'utilità scientifica (ma non solo) dell'industria dello spazio e scrive, proprio sul primo numero della rivista "Il manifesto", un saggio decisamente controcorrente.
Negli anni '70, diventerà un collaboratore assiduo del quotidiano, anzi, un ispiratore fondamentale delle sue pagine culturali. Uniche nel panorama editoriale italiano dell'epoca, grazie alla presenza e al lavoro di Michelangelo Notarianni, su di esse si svolgerà una ricerca quasi quotidiana attorno ai temi della scienza e della sua critica politica, dell'ambiente, del nesso salute\politica, in una visione ampiamente internazionale. Tra gli interessi di Marcello Cini, c'è anche la psicanalisi: in particolare per l'esperienza di Ignacio Mate Blanco e la sua riflessione sul rapporto tra l'inconscio e l'"infinito" matematico.
Nel 1976 Cini pubblica il suo libro più famoso: L'ape e l'architetto. La sua tesi fondamentale è che la scienza non è neutrale. Non l'uso della scienza, che ovviamente dipende da coloro che controllano le risorse e hanno il potere, ma la scienza stessa, le sue direttrici di ricerca, i suoi paradigmi, i suoi stessi progressi. Non esiste, insomma, la "Scienza" con la S maiuscola, capace di percorsi inequivoci e unilineari: esiste invece la scienza storicamente determinata, influenzata dal proprio contesto economico, politico e culturale. Questa idea era contenuta, in nuce, nel movimento del '68 e si era affacciata nella stagione più ricca delle lotte operaie, tra il '68 e i primi anni '70: il libro di Cini, scritto assieme a Michelangelo De Maria, Giovanni Ciccotti e Gianni Jona-Lasinio, sistematizza queste intuizioni e queste pratiche in una nuova teoria, capace, a sua volta, di contestare sia l'egemonia positivista (la scienza come verità univoca e metastorica) sia le (già allora incipienti) tendenze a rifiutare il progresso scientifico e tecnologico, in nome di un umanesimo superstizioso e antimoderno. Ma perché oggi si parla così poco di non neutralità della scienza? Dice Cini nell'intervista a Marco d'Eramo sul "manifesto": forse è un concetto "dimenticato". Forse, anche, perché negli ultimi anni il paradigma scientifico dominante non è più quello della fisica, ma quello della biologia, che è per sua natura "evolutivo" e legato alla categoria di complessità. Temi affrontati da Cini nel suo libro più importante degli anni ‘90 "Un Paradiso perduto".

Due utopie…
Un fisico e un comunista, dunque, in un'epoca, come la nostra, «in cui non c'è il comunismo e non c'è la fisica». Come vive Marcello Cini questa duplice perdita? «Quand'ero ragazzo» dice «la fisica era l'utopia della conoscenza, della razionalizzazione; il comunismo era l'utopia di una società di eguali, felici, che possono dispiegarsi e rispettarsi. In fondo queste due utopie le ho ancora…Tutto si è rivelato più complicato, ma non credo che i giovani debbano rinunciare a queste utopie». Una conclusione in fondo non troppo diversa da quella dell'"altermondialista" Edgar Morin che si ritrova oggi a fianco del movimento dei movimenti, essendo stato un precursore della critica di questa globalizzazione. «Stiamo dirigendoci verso la catastrofe» dice Morin, a proposito dei "quattro motori incontrollati" della scienza, della tecnica, del profitto e dell'economia: qual è la strada da seguire? Quella indicata tanti anni fa, per primo, da Victor Hugo: gli stati uniti del mondo, «il movimento dell'inconscio collettivo verso una società-mondo» che ancora non esiste e che si scontra con la vocazione imperiale degli Usa. Questa è la prospettiva che ci delinea un "vecchietto" di 83 anni, capace ancora di leggere le cose con occhi freschissimi e ardore politico giovanile.

il manifesto 31.1.04
MONDI POSSIBILI
Alla svolta di una avventura

Un incontro con Marcello Cini a mo' di bilancio di una stagione che sta abbandonando i suoi paradigmi scientifici. «Quando ero un ragazzo la fisica era l'utopia della conoscenza, della razionalizzazione. E il comunismo prefigurava una società di uguali, di felici, di persone capaci di esprimersi compiutamente. In fondo queste due utopie le ho ancora. Come provo ancora curiosità per le infinite manifestazioni del pensiero»
di MARCO D'ERAMO


Oggi Marcello Cini riceverà il premio Nonino 2004 in quanto «maestro del pensiero italiano». Per me Cini è stato maestro non solo nel solo in senso generico, ossia in quanto pensatore che ha introdotto il concetto di «non neutralità della scienza» e in quanto scienziato politicamente impegnato, ma in un senso più concreto: è stato, infatti, mio professore di fisica quantistica, è stato l'unico docente a interloquire con noi nel '68, mi ha fatto fare la tesi nel suo gruppo di fisica teorica e, dopo la laurea, mi ha fatto entrare come borsista all'Istituto Enrico Fermi; non solo, ma è stato uno dei fondatori del giornale, il manifesto, per cui lavoro e che ora state leggendo. Cogliamo l'occasione del premio per tracciare insieme una sorta di bilancio di tutto quel che è cambiato da quando, era il 1976, uscì per Feltrinelli L'ape e l'architetto, che Cini scrisse insieme a Giovanni Ciccotti, Michelangelo De Maria e Gianni Jona-Lasinio. Il libro fece epoca, ruppe la tirannia che positivismo e scientismo esercitavano sul discorso relativo alla scienza e ne rese evidente la non neutralità quando in gioco è non soltanto la scelta dell'oggetto della ricerca, ma anche le categorie concettuali con cui interpretare il mondo.

Oggi il termine «neutralità della scienza» è quasi scomparso dalla circolazione.
Mi pare caduto in disuso anche perché basta aprire i giornali per accorgersi che si è diffusa l'idea per cui sembra sia la società a stimolare nuove conoscenze scientifiche, indirizzandole in una direzione piuttosto che in un'altra. Certo, è più sofisticato andare a guardare in che modo gli strumenti concettuali scientifici hanno radici nel contesto sociale. Le stesse categorie con cui s'interpreta il mondo sono storicamente determinate.

Alan Sokal ha fatto tutto un numero contro questa idea.
Certo, questa idea è riconosciuta più nella cultura generale che non tra gli scienziati, i quali si battono ancora come leoni per negare la storicità delle categorie scientifiche. Tutt'al più possono riconoscere che ci sono finanziamenti maggiori o minori per certi settori piuttosto che per altri. Perché gli scienziati hanno bisogno che sia riconosciuto uno status speciale delle verità della scienza: verità che devono essere svincolate dalla contingenza.

Come mai tutta la filosofia della scienza - da Karl Popper a Imre Lakatos, a Thomas Kuhn a Paul Feyerabend, compresa la stesura dell'Ape e l'architetto, si è concentrata tra gli anni '50 e fine anni '70, mentre poi sembra che questa produzione si sia esaurita?
Perché molte idee della filosofia della scienza sono ormai acquisite. Un filosofo che pretendesse di andare in cattedra ripetendo quelle cose, difficilmente sarebbe riconosciuto come pensatore. Ma forse io sono troppo ottimista. Forse quelle idee semplicemente sono dimenticate.

Di solito la storia non risolve i problemi, li accantona, non sapremo mai se avevano ragione i guelfi o i ghibellini...
Sì, forse i problemi si accantonano e poi bisogna ricominciare da capo a riscoprirli o a ripeterli. Ma lo stesso Paolo Rossi che - a proposito dell'Ape e l'architetto - negli anni '70 ci chiamava con spregio «epistemologi della domenica», dilettanti sprovveduti, credo che oggi sia disposto a concedere molto su questo terreno. Senza parlare dei post-moderni, dei Richard Rorty, che sono odiati da scienziati come Sokal. Ma mi sembra che nella filosofia della scienza sia ormai riconosciuto il fatto che le categorie scientifiche nascono da un tessuto culturale più vasto di una data epoca. È solo il realismo ingenuo degli scienziati a resistere, nella concezione astorica della scienza.

Forse ha influito anche lo spostamento del paradigma scientifico, da un paradigma fisico-matematico a un paradigma biologico.
Non c'è dubbio, il modello di scienza non è più la fisica, che è stata detronizzata. Vi sono due livelli: da un lato la storicità della natura, l'evoluzione del sistema solare, l'evoluzione della vita, l'evoluzione delle civiltà. Il pensiero evoluzionista è diventato comune alla maggioranza delle discipline. Per fare una battuta, nell'interpretazione della natura il pensiero eracliteo è diventato dominante rispetto al pensiero parmenideo. Dall'altro lato, a livello della conoscenza, le stesse categorie d'intepretazione di questa natura storica sono anch'esse storiche. Il pensiero che s'impone è quello biologico-evolutivo. La fisica è stata la disciplina che ha permesso di conoscere e dominare la materia inerte: questo capitolo è quasi concluso. Si fanno speculazioni sulla cosmologia, però diventa sempre più inverificabile. Anche le teorie del tutto, come le stringhe, stanno diventando una specie di metafisica. La grande rottura sta, invece, nel fatto che è cominciata l'avventura della conoscenza della vita e della mente umana. E nessuno si sogna di pensare alle leggi della mente umana come alle equazioni di Maxwell. Nessuno ricerca «l'equazione del cervello». L'oggetto stesso della scienza è mutato. Seguendo Gregory Bateson, c'è una gerarchia anche ontologica che separa gli organismi viventi. I linguaggi necessari a descrivere i diversi livelli di organizzazione della materia non sono riducibili l'uno all'altro. Non ha senso spiegare le proprietà delle proteine, del Dna, con le equazioni degli atomi che le compongono. I linguaggi devono tenere conto della natura sempre più complessa di questi livelli.

Negli anni '80 si è fatto un gran parlare di complessità, a proposito e a sproposito. È stata anche usata come una sorta di giustificazione per il disimpegno politico: poiché la società è complessa non c'è più lotta tra classi.
È un termine ambiguo che, anche in ambito scientifico, ha significati diversi a seconda delle discipline: la complessità algoritmica della matematica ha un significato preciso e non ha nulla a che vedere con la complessità del cervello umano o con la complessità delle strutture frattali, per non parlare poi della complessità della società. Il termine «complessità» va usato a proposito. Quel che indica, però, è il predominare del processo di scambio di informazioni tra le parti di un sistema, per tenere insieme quel sistema. La circolazione dell'informazione è il collante che tiene insieme un sistema complesso. Il che non accade in un sistema «complicato», anche se vi avvengono retroazioni, sistemi di autocorrezione.

C'è un lato paradossale: gli scientisti hanno sempre paragonato la natura o la società al prodotto tecnologico più avanzato di quell'epoca. Nel '700 la natura era paragonata a un orologio; nell'800 la società era paragonata a un treno («la locomotiva del progresso»). Oggi, in fondo, il termine «società complessa» non fa altro che usare per la società la metafora del computer, il nostro prodotto tecnologico più avanzato.
Anche la mente umana è stata paragonata a un computer. Ma l'idea che la mente funzioni come un computer è sempre più criticata. Di recente proprio sul manifesto c'è stata una discussione sul cognitivismo. Ma anche lì, i neurofisiologi più avanzati, da Jean-Pierre Changeux ad Antonio Damasio, insistono sulla commistione intima del cervello con il corpo, per cui diventa fondamentale il peso dell'interazioni tra corpo e cervello anche nelle funzioni puramente cognitive dell'uomo. Un computer senza muscoli e senza pancia...

Ricordi il dissenso tra Anassagora e Aritostotele? Anassagora diceva che l'uomo è uomo perché ha le mani, mentre per Aristotele l'uomo è uomo perché ha la ragione.
I riferimenti al passato si ripresentano sempre. Se leggi Damasio, aveva torto Cartesio e aveva ragione Spinoza. E a dirlo è un neurofisiologo hard.

Molte persone, anche colte, diffidano della conoscenza del corpo umano offerta dalla scienza occidentale, si affidano alla medicina cinese, a quella ayurvedica, all'omeopatia. C'è forse anche un aspetto di superstizione, ma se uno dovesse prenderle almeno in parte sul serio, dovrebbe porsi il problema dei diversi piani di realtà. Capire quali potrebbero essere le interazioni fra queste conoscenze e queste realtà.
Un esempio clamoroso è quello di Francisco Varela, uno scienziato di fama internazionale, che ha seriamente considerato l'importanza delle filosofie orientali come ponte tra l'esperienza vissuta in prima persona, emotiva, di autocoscienza, di percezione di quel che Bateson chiamerebbe il sacro, e la descrizione dall'esterno di queste esperienze che fornisce la scienza. Questa differenza è tipica della fenomenologia, da Edmund Husserl a Paul Ricoeur: lo si vede nel dialogo tra Changeux e Ricoeur (La natura e la regola, 1998, trad. it. Raffello Cortina, ndr) che tentano di trovare un elemento comune e non ci riescono. L'unico terreno comune lo trovano nel ricollegarsi all'evoluzione, evoluzione della mente umana, del modo di percepire e conoscere. C'è una differenza ontologica tra spiegare e ricostruire dall'esterno la correlazione tra emozioni e funzionamento di certi organismi e il fatto di vivere le emozioni. Insomma, non tutta la realtà è ricostruibile e rappresentabile attraverso forme di conoscenza - che chiamiamo scienza - basate, per dirla con Galileo, su «sensate esperienze e certe dimostrazioni».

A proposito di «sensate esperienze», uno dei dogmi della scienza era la ripetibilità degli esperimenti. Ora invece per ragioni diverse, gli esperimenti sono sempre meno ripetibili. Intanto per il costo: quando un esperimento costa all'incirca 9.000 miliardi di euro (tanto richiede l'ultimo acceleratore progettato), ripetere indipendentemente l'esperimento vorrebbe dire spendere altrettanto. E poi, molti particolari degli esperimenti sono tenuti segreti, o per ragioni militari o, soprattutto nella ricerca biologica, per questioni di brevetto. Insomma la verificabilità o falsificabilità, tanto cara a Popper, è diventata del tutto aleatoria.
Siamo sempre legati alle tradizioni. Gli scienziati, Antonino Zichichi in testa, si proclamano eredi di Galileo, ma è pura giaculatoria. È come la ricerca genealogica delle famiglie nobili che fa risalire l'ascendenza alle crociate: è oziosa, perché oggi non si usano le mazze ferrate come alle crociate. Gli scienziati (tra cui molti miei autorevoli colleghi) che hanno firmato il manifesto «Galileo 2001», si richiamano a Galileo per dire che gli ambientalisti inventano fandonie e sono terroristi, ma questo è come andare in guerra con le mazze ferrate.

La fine della ripetibilità degli esperimenti fa parte di una tendenza più generale che John Horgan ha chiamato - in un libro dall'omonimo titolo - La fine della scienza (1996, trad. it. Adelphi).
Io non sono d'accordo con la tesi della fine della scienza. Mi vengono in mente i libri di Pino Longo, per esempio l'ultimo, Il simbionte (Meltemi 2003), o Il nuovo golem (Laterza 2000). Mi piacciono molto, lui mi piace anche come romanziere, l'ho anche recensito sul manifesto. Però abbiamo due idee della scienza un po' diverse. Se si identifica la scienza con le sue definizioni classiche, è vero, non c'è più scienza. Quel che sostengono in parte Galimberti e in parte Pino Longo è che la macchina ha preso il sopravvento, che c'è una dinamica di espansione e sviluppo incontrollato delle macchine. E perciò non c'è più scienza, ma tecnologia che si autoriproduce, in cui gli uomini diventano strumenti delle macchine. Quindi non si può più parlare di conoscenza della natura, perché non c'è più natura. Gli entusiasti del progresso ribattono che è da quando è stata inventata l'agricoltura che la natura è artificiale. Ma ci sono le discontinuità, da questo punto di vista hanno ragione Steven Jay Gould e Niles Eldredge con la teoria degli equilibri punteggiati nell'evoluzione. Ogni scalino porta a un'artificializzazione crescente del mondo, che si accompagna però a una divaricazione tra chi è intriso, travolto da questo meccanismo e chi sta ancora al medio evo. Io ho ottant'anni e apprezzo di avere una protesi nell'anca, il cristallino nuovo e farmaci che mi fanno andare avanti, non lo nego; ma nel Terzo mondo la speranza di vita è ancora di quarant'anni. E se va avanti così, rischia di esplodere tutto.

Come se ne esce?
Finora non abbiamo parlato del mercato, ma se vai a grattare, il nodo del problema è che sotto sotto c'è la riduzione di tutto a merce. Il capitalismo è nato per trasformare in merce i beni materiali, cioè quelle cose che se le consumo io, non le consumi tu, e viceversa. Adesso siamo a una svolta in cui il capitalismo cerca di trasformare in merce tutte le forme non materiali di soddisfazione dei bisogni più svariati. Tutto deve essere ridotto a merce. Perciò dobbiamo ridare alla conoscenza la sua natura di bene che non si consuma, ma anzi si moltiplica nella sua fruizione sociale. E questa macchinizzazione dell'uomo la fermiamo se riesciamo a far retrocedere la mercificazione del conoscere (non è una cosa da poco, perché significa sconfiggere Bill Gates) e a riportare la produzione di comunicazione, di conoscenza, di bellezza, alla loro natura di scambi tra esseri umani. Tutto il movimento del free software si richiama alle tradizioni delle società scientifiche del '600 e fa parte di questo tentativo di demercificare l'immateriale, la conoscenza.

Hai scritto che hai passato gran parte della tua vita concentrandonti sul comunismo e sulla fisica. Ora viviamo in un mondo...
... in cui non c'è il comunismo e non c'è la fisica. Oggi non farei più il fisico, anche se ho lavorato fino a pochi mesi fa sulla meccanica quantistica, perché quando uno ha un'idea fissa, continuo a girarci attorno. Devo dire che la scienza mi affascina ancora. Sono un grande curioso, anche delle ricerche sul cervello, sulla mente, sulla vita, perché a livello di divulgazione elevata posso non solo apprezzarle, ma leggerle in una certa ottica, inquadrarle. Il comunismo era un'utopia, come la fisica. Quand'ero ragazzo la fisica era l'utopia della conoscenza, della razionalizzazione; il comunismo era l'utopia di una società di uguali, felici, che possono dispiegarsi e rispettarsi. In fondo queste due utopie le ho ancora. C'è la curiosità per tutto quel che mi circonda, per il mondo, per le infinite manifestazioni del pensiero. Per quanto riguarda la società, i problemi sono lì, anzi si complicano: allora pensavamo che bastassero ricette molto semplici per rendere giusta la società e felici gli uomini. Si è rivelato molto più complicato, ma non credo che i giovani debbano rinunciare a queste utopie. Nei prossimi cinquant'anni i nodi dell'ambiente e delle diseguaglianze verranno al pettine. È un mondo minaccioso, ma è una ragione in più per impegnarcisi.
La parabola di Marcello Cini
Tra ricerca scientifica e impegno politico, tra curiosità sempre di nuovo attivate e riepiloghi di un passato da custodire e reinterpretare, la lunga militanza di Marcello Cini, fisico e padre dell'ambientalismo, viene oggi premiata con il Nonino. Il suo libro più noto resta «L'ape e l'architetto», scritto a più mani con i suoi collaboratori (Feltrinelli, 1976). Da allora, la necessità di analizzare criticamente i paradigmi dell'epistemologia corrente - alla luce dell'avvertimento per cui la scienza è tutt'altro che neutrale, e la vita non è soggetta a brevetti - lo ha portato a scrivere, tra l'altro, «Trentare variazioni su un tema» (Editori Riuniti, 1990), «Un paradiso perduto (Feltrinelli, 1994) e il suo racconto di vita «Dialoghi di un cattivo maestro» (Boringhieri, '91)


il manifesto 31.1.04
MONDI POSSIBILI
Il paradigma dell'umano

Sociologo della complessità, tra le figure più prestigiose della cultura contemporanea, profondo nelle analisi quanto eclettico nelle curiosità, oggi Edgar Morin viene premiato con il Nonino come «maestro del nostro tempo». E, vigile e lucido nei suoi 83 anni, continua a schierarsi con gli altermondialisti e a mettere in guardia: «se la nave-terra va avanti spinta dai quattro motori incontrollati della scienza, della tecnica, del profitto e dell'economia la catastrofe ecologica sarà sicura»
di GIANFRANCO CAPITTA


Edgar Morin ritira oggi nella distilleria dei Nonino il premio che porta il nome della famiglia, come «maestro del nostro tempo». E per una volta sembra che quel premio sia troppo e insieme troppo poco. A differenza di altri nomi illustri che l'hanno preceduto, lui è ben noto e quasi familiare al pubblico italiano, e da noi tante volte è venuto, come invitato o come turista; molte volte è stato intervistato, conosce così bene non solo l'amata Toscana ma anche il sud più profondo, tanto da parlare la nostra lingua in modo fluente e preciso. Nello stesso tempo però, lui «maestro» lo è stato davvero, già prima del `68, per chi si affacciava alla letteratura, al cinema, all'antropologia o al mondo. Prima che attorno a lui partissero semiologi e strutturalisti a fare del gusto scienza. Oggi è bello e rassicurante trovarlo lucido e vigile, acuto e aggiornatissimo, schierato a 83 anni con i movimenti giovanili di oggi contro la tentazione del potere unico, teorico della complessità e guida tra le forme del pensiero. Ebreo per nascita, comunista per scelta sotto il nazismo, partigiano, poi uscito dal Pcf in polemica con lo stalinismo. Una vita tra le massime istituzioni culturali di Francia e all'Unesco, per cui continua a curare un progetto. Profondo nelle analisi quanto eclettico nelle curiosità della vita quotidiana (insieme a Roland Barthes fondò Communications), nei primi anni '90 aveva rilasciato in Francia una lunga intervista su tirannia e persecuzione del telefono, cui però riconosceva il potere di una chiamata felice. Ora sente segreterie e legge sms sul cellulare, che chiede di poter tenere acceso perché sua moglie è rimasta a casa, malata. Ne sottolinea anzi l'utilità, per la possibilità che offre di potersi collegare col mondo quando si vuole. «Per il resto si può spegnerlo quando si vuole».

Cambiano solo i modi della comunicazione?
Venti anni fa la medicina prevedeva l'eliminazione dei virus e dei batteri, invece è arrivato l'Aids, c'è stato un autentico «risorgimento» dei batteri, poi c'è stata la Sars, ora c'è l'influenza dei polli. Vediamo che nella lotta umana contro le malattie, non è l'uomo il più forte: c'è una combinazione genetica contro di noi. Penso che lo stesso succeda con Internet. E' il modo più armonioso che esista per comunicare. Non mancano i problemi, ma per scrivere è fondamentale: io sono stato un mancino «contrastato» perché ai miei tempi a scuola mi impedivano di scrivere con la sinistra. Con il computer non solo ho ritrovato autonomia, ma anche la possibilità di correggere e rivedere i miei testi. Anzi, il mio modo di scrivere è più chiaro grazie all'uso del computer, rispetto a prima.

Della globalizazione lei, tra gli intellettuali, ha maggiormente denunciato i pericoli, schierandosi accanto ai movimenti no-global.
Altermondialisti, che è un'espressione molto più bella. Quando, nel 1999, è scoppiata la protesta di Seattle, è stato un fenomeno di altermondialismo. Il mondo non era più merce. E' un'altra visione del pianeta. Per me c'è un legame stretto con i movimenti internazionalisti del passato, che pure avevano questa visione. Anche se avevano dei limiti: non vedevano quelle realtà umane e sociali che erano le nazioni, e non avevano neppure l'idea della terra-patria. Avevano un'idea universalista molto forte, quel pensiero umanista di Stati uniti d'Europa, Stati uniti del mondo, che era stato sviluppato da scrittori come Victor Hugo. L'altermondialismo è in qualche modo figlio di tutta questa storia. E' un laboratorio di un mondo nuovo, per quanto disordinato e contraddittorio. Penso che la parte critica sia ben enunciata, mentre non lo è altrettanto la parte costruttiva. E' questo il problema, per cambiare non basta denunciare, non basta opporsi, bisogna proporre.

Nel processo di planetarizzazione che è cominciato per l'occidente con la conquista dell'America e poi la conquista del mondo, con tutti i suoi lati negativi, terribili, che oggi si perpetuano in Africa e nei paesi che sono stati decolonizzati e pagano le conseguenze di tutto questo, oggi l'aspetto economico è molto crudele, ma si può anche dire che ha dei risvolti positivi. Per esempio che le patate e il mais sono arrivati in Europa e hanno impedito molte carestie, e allo stesso modo la canna da zucchero e il caffè sono arrivati in America, come anche il cavallo: un processo di interscambio. Si tratta di processi che si sono sviluppati anche a livello culturale. Marx nell'800 diceva che era arrivata l'epoca della letteratura mondiale: oggi posso leggere notizie della Cina e del Giappone ma è ancora insufficiente l'universalizzazione dei diritti umani, dei diritti delle donne, delle idee di democrazia. Che pure fanno parte di questo processo. E' un processo molto complesso, con aspetti addirittura antagonisti. Un altro aspetto ambivalente: esiste la modernizzazione della nazione, aspetto tipico dell'Europa occidentale, e questa è stata necessaria per l'emancipazione dal colonialismo. Ma è stata anche causa di tutti i difetti dello stato nazionale come potere assoluto, regime dittatoriale, caratteristiche storiche delle nazioni europee, il nazismo e il fascismo. Il fenomeno della planetarizzazione della nazione è al tempo stesso positivo e negativo. Le nazioni, per problemi comuni a tutta l'umanità, abbandonano parte del loro potere. Questo è un problema cruciale: è in questa modernizzazione che dobbiamo pensare, per ragionare in modo complesso.

La complessità come sistema di lettura è diventata per lei un metodo di indagine. Dentro questa complessità possono nascere movimenti altermondialisti, ma dall'altra parte il potere si è rafforzato in blocchi economici ancora più duri, anche se si presentano morbidamente avvolti nelle suggestioni di massa, attraverso la televisione.
Non si può paragonare però questo potere ai sistemi totalitari che abbiamo conosciuto. Se rimane la pluralità nell'informazione, e soprattutto nell'informazione politica, nella pluralità della stampa. Nell'universalità della televisone c'è qualcosa di positivo che permette un'azione critica. Per parlare degli Stati Uniti, qualche decennio fa c'è stato un movimento critico molto importante che ha pesato sulla guerra del Vietman, ed era un movimento tutto interno. Adesso non esiste più un movimento del genere. Perché è cambiata la congiuntura mondiale, perché lo sviluppo della potenza statunitense non ha trovato più il contrappeso dell'Unione Sovietica, e non esiste ancora una superpotenza cinese.

Con la globalizzazione degli anni 90, si sono formate le infrastrutture di una società-mondo. Non una società nazionale espansa a livello mondiale, che non esiste ancora. Ma ci sono le infrastrutture. Una società ha bisogno di un territorio con comunicazione mondiale, per esempio Internet, e di un'economia mondiale. C'è, però infelicemente senza controllo e senza limitazioni. Il processo impedisce le strutture per svilupparsi, ma oggi le nazioni e le idee sono paralizzate. Come esiste un movimento dell'inconscio collettivo verso un società-mondo che non esiste, così gli Stati Uniti pensano che il loro ruolo sia quello imperiale, come in un'altra epoca avevano fatto i romani. Cosa che è stata anche positiva in passato quando gli Americani hanno salvato l'Europa dal fascismo.

Oggi il problema è sapere se la comunità internazionale ha la possibilità di riformare le Nazioni Unite, per rinforzale. Oggi è più evidente che o c'è un'iperpotenza imperiale, o le Nazione Unite. Ma l'impero americano non ha trovato una politica a livello dell'umanità, che non è certo un intervento militare in Iraq. Io rifiuto un'idea di sviluppo che sia unicamente un'idea tecnoeconomica, che non sia una politica per l'umanità. Politica è per prima cosa lottare contro la grande ineguaglianza. Tutto il mondo non ha lo stesso trattamento. Non vengono trattati allo stesso modo Israele e Palestina. Il mondo islamico lo capisce molto bene. Bisogna lottare per una pace giusta e per una uguaglianza di trattamento, Una politica per l'umanità deve porsi i problemi fondamentali dell'alimentazione, dell'acqua, della sanità e delle medicine. Tutto questo è molto più importante di quella cosa che viene chiamato sviluppo.

Terzo punto. Capire che la miseria umana non è solo nella povertà di mezzi, che si misura in quantità di denaro. La miseria è subordinazione, umiliazione, cose che non si misurano in dollari. C'è bisogno di una politica per l'umanità a misura di pianeta. Secondo: una politica della civilizzazione: che significa che non basta esportare le cose buone della civiltà occidentale, i diritti, ma anche vedere tutti i difetti dell'Occidente, l'egemonia del processo tecnomaterialista e del profitto, la perdita del senso della qualità della vita.

In altre civiltà che magari chiamiamo «sottosviluppate», possiamo trovare molti valori fondamentali: ospitalità, amicizia, relazione umana, solidarietà. Viviamo in una civiltà dominata dal calcolo economico e quantitativo, che non vede la sofferenza umana, o la felicità, che sono invisibili. Dobbiamo cambiare questa mentalità. E c'è una simbiosi di civiltà con realtà che sono altrettanti tesori di pensiero. Nel fondo della civiltà cinese ad esempio, con il tao e il confucianesimo. Tesori che possiamo trovare anche in società microscopiche, come quelle indie dell'Amazzonia, che conoscono segreti della medicina. Queste sono le condizioni che permettono un cambio. Ma finora gli Usa basano il loro tipo di pensiero unicamente sulla strategia, ma tutto questo non basta. Siamo arrivati a un momento nel quale il processo di autodistruzione è avanzato. Stiamo dirigendoci verso la catastrofe. Se la nave spaziale va avanti spinta dai quattro motori incontrollati della scienza, della tecnica, del profitto e dell'economia, allora la catastrofe ecologica sarà sicura. Invece che cercare una soluzione verso l'alto, finiremo in una scelta al ribasso come fossimo Mad Max.

Lei è stato uno dei primi tra gli studiosi di scienze umane a occuparsi di cinema. Con Jean Rouch, ha lavorato nel 1960 a un film da cui si fa nascere la novelle vague francese.
Rouch ha utilizzato quelle condizioni tecniche che hanno permesso di fare il film, fuori delle grandi produzioni... I film erano condizionati dal dover scivolare verso il lieto fine, il raggiungimento della felicità, celebrato dal bacio finale. Nel 1960, nella crisi di questa ideologia, quando si è capito che non bastava il benessere materiale, ma ci voleva un benessere profondo, dell'intera persona, non è più stato necessario che il film finisse con un happy end, ma si è potuta mostrare la forma tragica o ambivalente (era successo anche in un film di Martin Ritt) , una rottura della standardizzazione. Lo stesso accadeva nella stampa femminile francese, che fino a quel momento si era occupata di felicità e di piccoli problemi coniugali e poi è cambiata, ha affrontato problemi come la solitudine, il divorzio, i figli che se ne vanno, l'invecchiamento. Il cinema è arrivato a osservare questo.

Un suo libro famoso di quegli anni era sulle star e il divismo, su cui lei ha scritto forse l'analisi più approfondita. Da Reagan in poi, e fino a Schwarzenegger i divi sono diventati leader politici.
C'è stata la «divizzazione» della politica, processo che era già cominciato con Kennedy, sempre ritratto con la moglie, e con i bambini, come allora facevano solo le star. E si è generalizzato fuori degli Stati uniti.

Anche il nostro capo del governo è una star mediatica.
Anche molti presentatori televisivi si sono dati alla politica, e penso che questo porti a una degradazione della politica. Perché la politica non è più un'attività pensante. Nell'800 c'erano i Marx, i Bakunin, i Proudhon, o per i conservatorei pensatori come Toqueville. Oggi non c'è più riflessione, il politico non ha tempo per leggere. E' un campo per tecnocrati e per specialisti in economia, vedono solo i listini di borsa, che sono solo quantitativi, non hanno più la capacità di pensare la società e il futuro, perché il futuro è difficile da pensare. Questo è un fattore di degrado. A ciò si aggiunge il divismo con il ruolo evidentemente nuovo della televisione. Ma quando c'è una lotta politica tra due di pari grado, entrrambi rimangono della propria idea, solo una piccola minoranza può determinare il cambiamento.

Allora dobbiamo confidare in quella minoranza?
Quando l'alternativa è tra due possibilità entrambe negative, che può fare una minoranza?
Il metodo di Edgar Morin
Nato a Parigi nel 1921, il suo straordinario viaggio intellettuale lo ha condotto innanzittutto alla sociologia da lui intesa come disciplina in cui meglio può agire la strategia dell'atttenzione per l'umano e, attraverso lo studio della filosofia e della scienza, alla scoperta che non vi è forma di sapere che non sia in primo luogo la fioritura del vissuto. Autore di studi sui più vari argomenti - i media, il cinema, i temi del lessico politico del '900 - ha creato le grandi linee di una sociologia del presente, basandosi soprattutto sul concetto di complessità che si ritrova nei suoi numerosi volumi de «Il metodo». Un progetto-percorso inaugurato nel 1977 con «La natura della natura» (trad. it. Feltrinelli) che rimane uno dei testi fondamentali del pensiero complesso a cui erano seguiti «La vita della vita» (Feltrinelli `87) «La conoscenza della conoscenza ('89) e «Le idee» ('93) e, dieci anni dopo «L'identità umana» (Cortina 2002). Parigi collegato all'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, ha fondato la rivista «Communications». Tra gli altri numerosi libri tradotti in Italia: «I divi» (Mondadori 1963); «Il paradigma perduto» (Bompiani 1974); «Il cinema o l'uomo immaginario»( il Saggiatore 1979); «Introduzione al pensiero complesso» (Sperling & Kupfer, `93); «Pensare l'Europa» (Feltrinelli '88); «Terra-patria» (Cortina 1994); «Introduzione a una politica dell'uomo», «Lo spirito del tempo» (Meltemi 2002).

Emanuele Severino sulla guerra
(un infernale labirinto mentale!)

Corriere della Sera 1.2.04
ELZEVIRO
L’uomo e la guerra
Mangiare e uccidere Le radici della colpa
di EMANUELE SEVERINO


Se l’uomo non si libera dalla colpa originaria, cercherà invano il rimedio dei mali - fame, guerra. Così, per le religioni. Il nostro tempo rifiuta questa visione. Ma essa è l’immagine di un pensiero più profondo. Proviamo a indicarlo. Non si vive senza mangiare - e la fame spinge alla guerra. Dopo il socialismo reale, oggi è l’Islam a voler guidare e interpretare la fame del mondo. Ma anche per l’Islam la nostra vita incomincia con la colpa di Adamo: egli mangia la mela che può farlo diventare Dio. Se questo cibo ha tanta potenza, l’uomo, mangiandolo, vuole mangiare Dio, identificarsi alla potenza suprema. I gesti più indispensabili alla vita - come il cibarsi - sono quindi sentiti come gli errori più profondi; la vita stessa è deviazione, colpa. Anche per Eraclito la vera morte è nascere.
L’uomo religioso crede che liquidi, vegetali, animali, corpi del nemico ucciso contengano forze superiori, «divine» e che dunque, mangiandoli e bevendoli, egli possa immedesimarsi con la potenza suprema del Dio. Il cibo nutre solo se è sacro. Da noi è diventato routine alimentare e ci si rifiuta di credere che bere e mangiare possano essere una colpa. Ma si continua a crederlo nelle patologie alimentari. Ed è vistosa la permanenza del passato nel rito cattolico dell’eucarestia, dove viene mangiato e bevuto il corpo e il sangue di Dio. E comunque il senso originario del mangiare Dio permane nella volontà dell’uomo di appropriarsi della potenza suprema del nuovo Dio, la Tecnica.
L’uomo incomincia a vivere quando vuole diventare qualcosa di diverso da ciò che egli crede di essere. Affamato, debole, atterrito, vuol essere altro, cioè le potenze che lo fanno diventare altro - sazio, forte, felice. L’esperienza religiosa si rivolge appunto alle forme originarie di questa volontà: mangiare, bere, uccidere ciò che si mangia e si beve, unirsi sessualmente. Quando si uccide non si vuole soltanto un vuoto - l’assenza dell’ucciso -, ma si vuole occupare il vuoto ottenuto, incorporando le forze che lo riempivano. Mangiare è uccidere; uccidere è mangiare. Anche l’unione sessuale, come il mangiare e l’uccidere, è un voler diventar l’altro a cui ci si congiunge ed essere «uno» con esso - ut unum sint. Non si vive senza mangiare, uccidere, unirsi sessualmente. Poi, anche il sapere verrà inteso come incorporamento («sapere», «sapore»).
Le religioni vedono la colpevolezza del vivere, ma la rinviano a un tempo che precede la vita. In quel tempo il Dio viene ucciso, o si tenta di ucciderlo, e tuttavia l’uccisione del Dio genera il mondo. Le parti del mondo sono ad esempio le membra della dea Tiamat. Nel cristianesimo, dopo il tentativo fallito di Adamo, è il Verbo stesso di Dio che vuol morire in croce, generando il nuovo mondo redento dal peccato. Perché il Dio possa esser mangiato non è forse necessario che innanzitutto sia ucciso, smembrato, reso cibo? La vita è colpa perché presuppone l’uccisione del Dio.
Al di là di ogni esperienza religiosa, si fa innanzi qualcosa di essenzialmente più radicale intorno al senso autentico della colpa del vivere: così radicale da lasciarsi alle spalle le nostre convinzioni più profonde, e innanzitutto la più profonda e radicata di tutte: che le cose del mondo siano - come si diceva - un diventar altro, e che noi viviamo perché vogliamo diventar altro da ciò che siamo e vogliamo far diventar altro le cose e gli umani. Si fa innanzi, infatti, il pensiero inaudito e spaesante che la «colpa» autentica del vivere è proprio il volere (presente anche nell’amore più tenero) che qualcosa divenga altro da ciò che essa è.
Mangiare, uccidere, unirsi con l’amore dei sessi è colpa perché in ognuno di questi gesti è presente il voler diventare e far diventare altro le cose, ossia è presente la stessa condizione fondamentale del vivere.
Il pensiero inaudito e spaesante dice questo: se si crede che qualcosa diventi altro - ad esempio che l’uomo diventi cenere (o Dio) -, allora si crede che egli, diventato altro da sè, è altro da sè, è altro da ciò che esso è. Se è lui, e non un’altra cosa, a diventare altro da sè, è cioè necessario che egli, restando se stesso, sia insieme ciò che egli non è; che restando uomo sia, insieme cenere (o Dio). E credere in tutto questo non è forse la follia estrema, la colpa in cui per altro ci si trova in ogni momento della vita?
Così, il pensiero inaudito vede la colpa e la follia in ciò che per i mortali è l’evidenza suprema. Tale pensiero si fa udire nel fondo di ciascuno di essi anche se altre voci riempiono le loro orecchie. Si cerca invano il rimedio dei mali, se il senso autentico della follia e della colpa non viene alla luce.

sabato 31 gennaio 2004

l'uno vale l'altro
(ma costa meno!)

Yahoo Notizie 30.1.04
Usa:
depressi? Cappellano aziendale


(ANSA)-NEW YORK, Dipendenti afflitti da problemi emotivi, preoccupati per lavoro o difficoltà in famiglia, depressi? Le società Usa chiamano il cappellano. Meno scientifico degli psicologi, considerato più alla mano, il parroco è la nuova ancora di salvezza delle imprese. Così è nato un nuovo filone imprenditoriale: quello del noleggia-un-sacerdote curato da aziende come Marketplace Ministries e Corporate Chaplains of America. Il costo varia tra i 250 e 100.000 dollari al mese.

Luigi De Marchi e la "pastorale dei depressi" vaticana

Avanti 30.1.04
IL CONVEGNO VATICANO SUL “MALE DEL SECOLO”
Il depressione-business
di Luigi De Marchi


Da vent’anni segnalo il dilagare della depressione (che definivo “il male del secolo”) e cerco di spiegare - nel quadro della mia nuova teoria della nevrosi e della cultura - come essa sia un corollario del crollo delle certezze religiose. Quella teoria, sulla base di un’ampia documentazione storica e preistorica, conclude che, con la emersione della coscienza nel quadro dell’evoluzione umana, l’uomo era divenuto l’unica creatura vivente consapevole del proprio destino di morte ed era stato assalito da una devastante angoscia esistenziale contro cui aveva reagito negando la morte e sviluppando fantasie e credenze in una vita d’oltretomba. La difesa religiosa, quindi, era stata la prima e più durevole difesa della psiche umana contro l’angoscia primaria dell’uomo, appunto l’angoscia della morte. Ma il pensiero filosofico e scientifico moderno aveva messo in crisi le promesse e le certezze d’immortalità della religione esponendo la psiche umana a nuove ondate di angoscia esistenziale. Di recente, una conferma della mia analisi è venuta da un Convegno mondiale sulla depressione indetto dalla Chiesa cattolica anche per candidare se stessa alla terapia di questo “male del secolo”, che colpisce una quota sempre più ampia di popolazione. Le parole con cui il cardinale Xavier Lozano Barragan, presidente del Pontificio Consiglio per la Salute, ha analizzato il problema della depressione sembrano tratte di peso dai miei scritti degli anni Ottanta e Novanta: “La causa della depressione sempre più diffusa - ha detto il cardinale inaugurando il gigantesco Convegno, cui hanno partecipato oltre seicento tra scienziati, ambasciatori e ministri della Sanità provenienti dal mondo intero - va cercata nell’angoscia della morte che affligge l’uomo postmoderno. Nonostante le sue grandi scoperte scientifiche e tecniche, infatti, l’uomo non è riuscito a esorcizzare il fantasma della morte e l’angoscia esistenziale è divenuta il suo incubo insormontabile”. E a questo punto il Cardinale ha formalmente candidato la Chiesa e la sua industria assistenziale al ruolo di grande terapista dell’umanità contemporanea. “Solo chi, come Santa Romana Chiesa, possiede la risposta al problema drammatico della morte, solo chi può dare alla coscienza tormentata dell’uomo mo-derno la promessa dell’immortalità e della felicità eterna - egli ha detto - può anche dare una soluzione piena e definitiva al problema della depressione dilagante”. E proprio in questi giorni si è saputo che la macchina organizzativa del mondo ecclesiastico intende candidare migliaia di parrocchie e di centri cattolici all’assistenza dei depressi o, per usare il gergo ecclesiastico, “all’accompagnamento pastorale del depresso”. Insomma, come ha fatto dinanzi al problema dell’immigrazione, anche dinanzi a quello della depressione il Vaticano sta forse annusando un affarone. Purtroppo, però, con buona pace del cardinale e dei suoi seicento convegnisti, la terapia proposta dal Vaticano ha sempre portato a tremendi stermini di massa e oggi, con le moderne armi chimiche, biologiche e nucleari, rischia di uccidere l’umanità intera. La difesa religiosa dall’angoscia esistenziale, che oggi il Vaticano vuole ricostruire, è stata anche il fattore centrale della carneficina che ha insanguinato tutto il corso della storia umana, perché ogni gruppo umano ha creduto che le sue divinità fossero le uniche capaci di assicurare l’immortalità e ha percepito i seguaci delle altre fedi come miscredenti o addirittura come agenti del Demonio che minacciavano il suo Paradiso. La situazione si è aggravata con le grandi religioni monoteistiche (ebraismo, cristianesimo e islamismo) per il loro carattere spesso dogmatico e intollerante. Non quindi per caso, ma per intrinseca necessità la storia delle religioni monoteistiche è storia di guerre e di odi infiniti, non solo tra seguaci di religioni diverse (come la Crociate cristiane del XII e XIII secolo o le guerre sante islamiche, che tuttora ci deliziano) ma anche tra seguaci di sette diverse all’interno d’una stessa religione (per esempio cattolici e protestanti nel mondo cristiano, o sciiti e sunniti nel mondo islamico). Pretendere di risanare la depressione col ritorno a questa o quella fede dogmatica è quindi due volte insensato: non solo perché risuscitare la fede con le pressioni esterne è molto difficile, ma soprattutto perché, quand’anche l’operazione vaticana riuscisse, i depressi rischierebbero di passare alla mentalità dogmatica che da secoli produce solo conflitti e stragi tra gli umani. Al rimedio proposto dal Vaticano, quindi, si può solo applicare l’antico, beffardo proverbio veneziano: “Pejo el tacon del buso” (Peggio il rammendo del buco). Già cinquant’anni fa una brillante allieva di Freud, Melania Klein, dimostrò che il malessere psichico si esprimeva secondo due fondamentali modalità: quella depressiva e autodistruttiva o quella paranoidea e eterodistruttiva. La “terapia” della depressione che il Vaticano si accinge a prestare assicurerà certamente alla sua industria assistenziale nuovi giganteschi finanziamenti pubblici e privati ma potrà tuttalpiù riattivare le vecchie modalità paranoidee di pensiero e di comportamento, trasformando l’autodistruttività dei depressi in una distruttività uguale e contraria a quella che oggi imperversa nel mondo islamico e preparando così quello scontro di civiltà che a parole si vuole scongiurare e che, con le armi oggi disponibili, approderebbe ad un’apocalisse planetaria. Le speranze individuali e generali di serenità e di pace non stanno dunque in un ritorno ai vecchi dogmatismi paranoicali ma nella diffusione di un nuovo umanesimo liberale che, al di là delle contrapposizioni confessionali, promuova la solidarietà di tutti i popoli nella comune avventura esistenziale e cosmica.

cristianesimo: il peccato originale

La Stampa Tuttolibri 31.1.04
Siamo peccatori irredimibili o possiamo salvarci?
di Federico Vercellone


IL cristianesimo è responsabile di un modello antropologico molto influente, di carattere non solo religioso ma potenzialmente universale, fondato sul senso di colpa e sul peccato. E' questa, molto sinteticamente, la tesi argomentata in termini molti efficaci da Ugo Bonanate nel saggio La Cultura del male. Il cristianesimo, da questo punto di vista, riguarda non soltanto i credenti, i quali liberamente accolgono un modello antropologico pessimistico e negativo. Esso concerne più in generale tutti, in quanto ognuno di noi dipende storicamente, magari senza saperlo, da un'eredità mitica che pone l'accento di una colpa originaria della quale saremmo tuttavia responsabili e che ci porteremmo dietro. C'è da domandarsi chi sia il responsabile primo di questa disfatta dell'uomo e di questo talora subdolo trionfo dell'autorità religiosa. Il principale imputato è: San Paolo, il cui apostolato fu rivolto essenzialmente all'edificazione della Chiesa in quanto stabile istituzione terrena che doveva quindi garantirsi un orizzonte di guida e di comando in questo mondo. La Chiesa in questo quadro è il solo veicolo di salvezza di un'umanità che senza di essa è ineluttabilmente condannata al naufragio: sine Ecclesia nulla salus. E' bene sottolineare che ciò non coincide con l'insegnamento del Gesù storico quale si riflette nei Vangeli sinottici (Matteo, Marco, Luca). Nei Vangeli sinottici il peccato compare infatti come un errore, come una redimibile infrazione della Legge del Signore che viene compiuta dall'uomo; non siamo invece posti dinanzi all'idea di una sorta di maestosa originarietà del peccato quale viene sviluppata dall'insegnamento paolino. Il peccato, la natura decaduta dell'uomo lo rendono, nell'ottica paolina, un essere deietto, incapace di collaborare alla propria salvezza, la quale può realizzarsi solo per iniziativa di Dio e senza che l'uomo abbia la possibilità di contribuirvi. Si tratta della famosa dottrina della salvezza che avviene esclusivamente per Grazia di Dio. «Infatti è per Grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio», rammenta Paolo nella Lettera agli Efesini. E non si tratta di una dottrina isolata ma di uno dei cardini fondamentali del cristianesimo. Alla lezione paolina si accompagna, in questo senso, al termine del quarto secolo, quella di S. Agostino il quale nella polemica con Pelagio riafferma con forza il significato della Grazia divina nei confronti di un possibile merito umano nella conquista della salvezza. L'idea di colpa originaria costituisce così il principio di un dispositivo autoritario e forse rassicurante che si realizza nell'imposizione di regole morali e sociali che limitano e normano l'iniziativa umana di per sé sempre carente e irretita nell'orizzonte della colpa secondo quanto ci ricordano non solo i Padri della Chiesa ma anche, criticamente, pensatori quali Nietzsche e Freud. L'antropologia paolina si dimostra così, nella ricostruzione di Bonanate, ben più potente di quanto non si possa ricavare dalla sola dogmatica religiosa tanto da determinare non solo le leggi del cielo ma anche, e forse soprattutto, quelle di questo mondo. A questa concezione si può persuasivamente opporre l'ideale di un'etica laica che rinunci alla sicurezze dei dogmi per confidare nel pluralismo e nell'ideale della finitezza e del limite. Ma si può anche chiedersi per contro se l'antropologia cristiana sia compiutamente racchiusa in questo quadro. L'uomo infatti cristianamente non è solo creatura caduta ma anche imago Dei. E l'uno e l'altro aspetto vanno paradossalmente insieme e forse anche insieme andrebbero interrogati.

Antonio Labriola (1843-1904)

La Gazzetta di Parma 31.1.04
ANTONIO LABRIOLA
Il maestro di Croce
di Sergio Caroli


All'alba del 2 febbraio di cent'anni fa moriva a Roma, all'Ospedale teutonico del Campidoglio, Antonio Labriola. Gli ultimi suoi giorni, anzi l'ultimo suo anno di vita, furono per lui di infinito tormento; perché oltre ai dolori fisici che gli impedirono il normale lavoro - lavoro di insegnante, di scrittore, di lettore inesauribile - egli fu afflitto dalla privazione più orribile per tutti e specialmente per lui: quella di non poter parlare. Il 14 febbraio 1904 Benedetto Croce, sul «Marzocco», ne scolpiva, in sette pregnanti pagine, un ritratto che incanta ad ogni rilettura. «Vent'anni fa - vi si legge - proprio tra gennaio ed il febbraio, conobbi Antonio Labriola, in Roma, nella casa di Silvio Spaventa, dove ogni sera si raccoglieva un piccolo gruppo di amici fedeli: qualche deputato, qualche giornalista, e parecchi professori. Erano i tempi del Depretis. Il salotto dello Spaventa rappresentava quanto di più pessimistico si potesse immaginare. Io che dalla politica non ero allettato e che il giure infastidiva - ero studente di giurisprudenza - stavo tutto orecchi ad ascoltare il Labriola, che la politica mutava in satira amenissima, del diritto faceva la critica, e di ogni cosa discorreva con vena abbondante, con spirito scintillante, con informazione sempre fresca delle novità librarie, specie germaniche, di cui egli era come il bollettino serale». Fu lo stesso Spaventa ad esortar Croce a frequentare le lezioni del Labriola all'Università dov'egli finì per ascoltare solo quelle. «Gli altri insegnanti - scriveva - mi annoiavano somministrandomi definizioni belle e fatte, sullo schema costante: "Fu Platone il quale disse, Aristotile invece sentenziò, Kant opinò" ecc. Non potevo persuadermi come tutti quei pensatori, dalla Grecia in qua, avessero dovuto attendere, per essere "integrati" ed "armonizzati", le litografiche dispense di quei miei professori». Invece «il Labriola si faceva punto d'onore di non dar mai una definizione; entrava subito in medias res; mostrava le difficoltà e gli aspetti varii dei problemi, svolgendo indirizzi antitetici come loro necessità intrinseche; non parlava con tono cattedratico, ma con periodi brevi e pungenti, che di tanto in tanto s'innalzavano ed ampliavano ad impeto ed onda oratoria. Parecchi dei miei compagni lamentavano che quel professore non si lasciasse "riassumere", ma io, nei corridoi dell'università, lo difendevo con ardore: in verità quelle lezioni mettevano in fervore il mio cervello e, secondo il detto di Kant, mi insegnavano non pensieri, ma a pensare». «Così mi venni stringendo d'affetto d'amicizia e di dimestichezza col povero Labriola».
Nato a Cassino il 2 luglio 1843, Labriola aveva cominciato ad insegnare a Napoli nel ginnasio Umberto, ma dopo breve tempo guadagnò per concorso la cattedra di filosofia morale e pedagogia all'università di Roma. Uscito dall'ambito della Destra moderata e conservatrice, nel 1886 divenne democratico e socialista. Hegeliano in gioventù, poi antihegeliano in favore di Herbart (sotto l'influsso del quale scrisse i saggi «Della libertà morale», «Morale e religione», «Dell'insegnamento della storia», «Del concetto di libertà» e «Socrate») ritornò, per impulso di Marx, ad Hegel, dando al materialismo storico, divenuto quasi un dogma presso i socialisti italiani e stranieri, una forma critica. Tale evoluzione non sorprese Croce. «Infatti - ricorda l'allievo - egli mi disse un giorno di esser giunto al socialismo rivoluzionario attraverso la critica dell'idea dello Stato. Quando lo Stato etico, vagheggiato dai pubblicisti tedeschi, gli si dimostrò un'utopia e dura ma sola realtà gli scopersero gl'interessi antagonistici delle classi sociali, si trovò nelle braccia del marxismo».
E, del marxismo, Labriola divenne «il miglior conoscitore che mai vi sia stato in Italia e forse nell'Europa tutta» (glielo riconoscerà, ne «La mia vita», anche quel Trotsky, che, secondo Deutscher, «è il solo storico di genio prodotto dalla scuola marxista di pensiero»). Dominatore della filosofia classica tedesca, Labriola comprese, come nessuno, la genesi di quella dottrina, uscita dalla sinistra hegeliana, che egli signoreggiò anche grazie ai rapporti epistolari col vecchio Engels, l'amico fraterno di Marx e con altri esponenti del socialismo tedesco. «Ma meglio di ogni altra parte del marxismo - osservò Croce - egli approfondì la dottrina storica di esso, il materialismo storico». Di questa concezione fu il primo banditore da una cattedra universitaria, il primo che ne trattasse, «non da dilettante, ma da scienziato, con severità d'intenti», avendo «vivo il sentimento del legame tra storia e vita presente, tra storia e politica». Ma - argomenterà altrove Croce - Labriola «non riuscì mai a superare, per quanti sforzi facesse, l'unilateralità del materialismo storico e il conseguente dualismo che esso apriva tra struttura economica e sovrastruttura ideologica e morale, e che spezzava l'unità della storia».
E il discepolo ricorderà che quando egli ebbe pubblicato i suoi saggi sul marxismo e il Labriola protestò contro le conseguenze negative alle quali era pervenuto, egli rispose al suo maestro: che la colpa, se mai era di lui, Labriola, che aveva iniziato a trattare criticamente di quella dottrina, togliendole il carattere di dogma infallibile che possedeva presso i marxisti tedeschi. Croce, che degli scritti del maestro fu editore, assevera poi che «tutti gli studi sulla metodologia della storia che si son fatti in Italia debbono il primo impulso al Labriola che fu sempre aperto e attento ad ogni moto di idee, irrequieto e insoddisfatto, e rinnovò e rinfrescò di continuo la sua cultura». Di lui riconosce anche la «non piccola efficacia sulle cose politiche italiane negli ultimi decenni, sebbene operasse quasi dietro le quinte o nell'altra scuola che egli teneva ogni giorno al caffè Aragno». «Entrato nel socialismo fu il terrore dei socialisti, specie dei giovani: una frusta letteraria sempre levata, che colpiva implacabile». Un aspetto lo differenziava dal socialismo internazionale: egli guardò con favore all'impresa dell'Eritrea e ai disegni di occupazione di Tripoli, fedele, anche in ciò, al marxismo classico che non concepiva l'avvento del socialismo se non preceduto da un pieno sviluppo della borghesia. «Il proletariato - diceva scherzando - è destinato a succedere alla borghesia; sta bene: ma come farà, in Italia, a succedere ad una borghesia che non esiste, a una borghesia di pezzenti?». Cosi testimonia Croce, il quale, nella «Storia d'Italia», annoterà: «Con quanta ansia seguì e con quanto dolore, le cose italiane in Africa».
Quando il 14 novembre 1897 Labriola lesse nell'Università di Roma il discorso di inaugurazione su «L'università e la libertà della scienza», alla presenza del ministro dell'istruzione E. Gianturco, e il ministro restò punto dal modo di parlare del Labriola «da libero uomo», e il Consiglio accademico si rifiutò a lasciare stampare nell'annuario il discorso del collega se non ne fossero state soppresse alcune frasi, il Croce consigliò al Labriola di ritirare senz'altro il manoscritto, glielo stampò lui, divulgandolo in un migliaio e mezzo di copie. Nell'avvertenza premessavi egli scrisse: «...Sono orgoglioso di presentare al pubblico italiano questo discorso, per sentimento e per pensiero uno dei più elevati che si sieno mai uditi nelle aule dell'Università italiane» («Giornale d'Italia», 10 giugno 1907). In questo plumbeo presente, anche quell'episodio, seppur sepolto nel tempo, torreggia, luminoso faro di etica, ai dotti non indegni di questo nome.

l'evoluzionismo di Stephen J. Gould

Repubblica 31.1.04
SE GOULD DIALOGA CON DARWIN

Tradotto l'ultimo saggio
Una maestosa cattedrale del pensiero scientifico, un vero libro-museo
Quell'avventura imprevedibile che modifica e seleziona gli organismi
"La struttura della teoria dell'evoluzione" del grande paleontologo e zoologo è uscita negli Stati Uniti poco prima della prematura scomparsa dello scienziato
di UMBERTO GALIMBERTI


«La teoria dell´evoluzione è come il Duomo di Milano». La metafora risale al fondatore della teoria evoluzionistica Charles Darwin, che ne discusse in un carteggio del 1862 con il paleontologo scozzese Hugh Falconer. Quest´ultimo, piuttosto dubbioso circa la selezione naturale, dava merito al collega di aver gettato le basi di una teoria potente per spiegare la storia naturale, ma lo avvertiva di tenersi pronto a rimaneggiamenti anche radicali poiché «la struttura sovrastante verrà alterata dai suoi successori, come il Duomo di Milano, dove si passa dal romanico a uno stile architettonico diverso». Darwin, sicuro della solidità dell´impianto complessivo della sua opera, rispose che la sua teoria o sarebbe stata rifiutata in blocco dai creazionisti che l´avrebbero considerata pura spazzatura, robaccia (rubbish), oppure, da chi fosse accettata, sarebbe stata sottoposta soltanto a ritocchi marginali.
Tutt´altro che marginali sono invece i «ritocchi» apportati alla teoria di Darwin ne La struttura della teoria dell´evoluzione, l´ultima grande opera del noto paleontologo e zoologo di Harvard Stephen J. Gould, pubblicata negli Stati Uniti poche settimane prima della sua prematura scomparsa, avvenuta nel maggio 2002.
Gould, ben conosciuto anche in Italia per i suoi saggi di storia naturale editi da Feltrinelli, lavorava a questa enorme architettura teorica (più di 1700 pagine) da almeno vent´anni. Era, come lui stesso dichiarò, «il progetto di una vita», costruito con pazienza e tenacia.
Mentre si faceva apprezzare per le doti di divulgatore e di storico della scienza, un filo teorico ininterrotto di snodava e prendeva forma in questa proposta conclusiva, che oggi, grazie al lavoro di un´équipe di traduttori e di esperti di teoria dell´evoluzione appare in edizione italiana come primo volume di una nuova casa editrice, Codice edizioni, fondata da Vittorio Bo. L´opera, che nell´edizione italiana conta 1732 pagine e costa il prezzo promozionale di 58 euro, è stata curata da Telmo Pievani, docente all´università di Milano di epistemologia evolutiva, che ringrazio perché mi ha molto aiutato nella compilazione di questa recensione.
L´opera di Gould può essere considerata una maestosa cattedrale del pensiero scientifico, un libro-museo della storia dell´evoluzionismo e delle sue controversie. E, come ogni cattedrale che si rispetti, l´opera può essere visitata da ingressi diversi. Alcuni lettori potranno seguire la dotta ricostruzione delle principali tappe del pensiero evoluzionista moderno, affrontata nella prima parte del volume. Altri non mancheranno di apprezzare il serrato e avvincente dialogo che l´autore instaura proprio con Darwin, nel tentativo di esplorare linee teoriche che possano riformulare le prospettive originali della teoria, esaltandone al contempo la vitalità attuale. Estimatori e avversari troveranno dunque in questo libro un compendio delle teorie con le quali Gould ha agitato per decenni le acque delle scienze evoluzioniste.
Gould è ben lontano dal voler negare i fondamenti della teoria darwiniana, a dispetto di talune strumentalizzazioni di marca creazionista del suo pensiero, ma neppure ritiene sufficienti i piccoli «ritocchi» in cui sperava Darwin. La seconda parte del volume vuole essere infatti una «revisione ed estensione» della teoria, non certo una confutazione. Semmai, la scommessa di Gould è quella di introdurre, nella teoria dell´evoluzione, un pluralismo esplicativo, rispetto al riduzionismo darwiniano a un´unica causa del processo evolutivo, che ancora si ritrova, ad esempio, nella sociobiologia e nella psicologia evoluzionista.
Il principio che è alla base della teoria evoluzionista di Darwin potrebbe essere sintetizzato dalla formula: «L´ambiente propone e la selezione dispone». Ciò significa che l´ambiente (che comprende tanto l´ambiente fisico quanto gli altri organismi) agisce sull´organismo che, per conseguire il successo riproduttivo, si adatta a cambiamenti evolutivi o, in caso di insuccesso, si estingue. Per Darwin c´è dunque «un´unica causa» dell´evoluzione, il cui meccanismo è quello del carnefice o del boia che rimuove gli individui inadatti una volta emersi quelli adatti, seguendo processi ancora da identificare.
Per Gould, la storia dell´evoluzione è qualcosa di ben diverso da una lotta fra «geni egoisti» che controllano gli organismi come loro veicoli passivi, al fine di produrre adattamenti progressivamente più perfetti. L´evoluzione è, piuttosto, un´avventura contingente, influenzata da una pletora di fattori eterogenei, non priva di regolarità e di vincoli interni agli organismi, ma pur sempre imprevedibile. Un´avventura che procede a ritmi alterni, nella quale la ridondanza, la flessibilità e la capacità di arrangiarsi hanno generato organismi spesso un po´ imperfetti, ma proprio per questo creativi.
Basti pensare, come ci ricorda Arnold Gehlen, alla plasticità e creatività dell´uomo che, privo di istinti, proprio per questa sua carenza biologica, ha potuto svincolarsi dal suo mondo-ambiente (Um-Welt), a cui è inesorabilmente legato l´animale, e creare un mondo proprio (Welt), perché privo di una codificazione istintuale. Queste cose Gehlen le scrive nella sua opera maggiore L´uomo, edita a suo tempo da Feltrinelli, e oggi, come capita a molti libri fondamentali della nostra cultura, non più in circolazione.
Ma torniamo a Gould che, pur conservando il nucleo della teoria evoluzionista darwiniana, rifiuta il riduzionismo che spiega l´evoluzione col ricorso a una sola causa, per introdurre una pluricausalità gerarchicamente ordinata che, grazie alle recenti scoperte della genetica, va dal gene, alla cellula, all´organismo e alla specie, senza dimenticare i grandi eventi della storia terrestre che producono estinzioni e speciazioni, le alterazioni degli habitat e del clima, le competizioni e cooperazioni fra specie, le variazioni nei ghiacci e negli oceani, i continenti alla deriva e, di tanto in tanto, gli impatti di asteroidi.
In questa trama estesa dell´evoluzione, contrapposta alla nuda semplicità del riduzionismo darwiniano, si nasconde l´ultimo messaggio di Gould. Un messaggio, per chi lo voglia intendere, rivolto anche alle modalità con le quali la specie umana concepisce oggi il proprio ruolo nella biodiversità terrestre e la propria relazione con questo pianeta che, pazientemente, per il momento la ospita. Diciamo «per il momento», perché se la biodiversità è stato il motivo di successo del processo evolutivo, l´uniformità, l´integrazione, l´assimilazione a cui tendono i processi di globalizzazione e di pensiero unico oggi in atto, vanno esattamente nella direzione opposta

venerdì 30 gennaio 2004

Janet Paterson Frame

una segnalazione di Filippo Trojano

Il Messaggero 30.1.04
È morta la più famosa autrice neozelandese
Frame, "pazza" di genio
di FIORELLA IANNUCCI


PER Patrick White, australiano, premio Nobel per la letteratura, Janet Frame era «il miglior romanziere neozelandese di tutti i tempi». E davvero la scrittrice, morta ieri a 79 anni in Nuova Zelanda, lascia molto di più dei suoi scritti: quindici romanzi, cinque raccolte di racconti, per non parlare delle poesie e di alcuni libri per l’infanzia (splendido Cuor di formica, Mondadori) oltre a quell’autobiografia in tre volumi (Un angelo alla mia tavola, Einaudi) che l’ha resa famosa in tutto il mondo e da cui Jane Campion ha tratto, nel 1990, un film indimenticabile. Janet Frame lascia la parabola della sua esistenza, salvata solo dalla letteratura. E la denuncia, attraverso il lirismo e persino l’ironia della sua scrittura, di un mondo che teme a tal punto la “diversità” da segregarla, da mortificarla, da annientarla. Era a un passo dalla lobotomia, Janet Frame, dieci anni alle spalle passate in un ospedale psichiatrico con una diagnosi (sbagliata) di “schizofrenia”. Non aveva ancora trent’anni. Fu un premio, l’Hubert Church, inaspettatamente vinto dai suoi primi racconti (La laguna, edito da Fazi) a fermare il bisturi e a ridarle la libertà. Non così per tutte le altre. Non così per la sua amica di manicomio, Nola. Scrive la Frame: «Lei fu reinserita nel gruppo conosciuto come “le lobotomie”: le portavano in giro, parlavano con loro, le truccavano con maquillage e foulard a fiori floreali per coprire le loro teste rasate. Erano silenziose, docili; avevano occhi grandi e scuri, incastonati in pallidi volti».
Il tema della diversità e del disagio psichico è il cuore di tutta la narrativa di Janet Frame. Da Giardini profumati per i ciechi a Gridano i gufi (editi da Guanda) all’autobiografia, non c’è pagina che non restituisca al lettore quella terribile esperienza di segregazione e umiliazione. Fango, trasformato in oro dalla scrittura di una donna mite, che amava viaggiare (in Europa soprattutto, Baleari, Andorra, Londra, dove visse per alcuni anni, Stati Uniti, Francia) ma, soprattutto, adorava restare sola. In Nuova Zelanda, dove era definitivamente tornata nel 1974, Janet Frame viveva in un luogo isolato, Paluverston North, lontano dalla gente. Lei, come Mina Minim, la giovane Formica di Casa della deliziosa favola scritta per i ragazzi, aveva seguito i consigli della Grande Regina: «Dovete uscire, piccole formiche, e vedere e annusare e provare e toccare da sole, e allora saprete». Finalmente poteva riposarsi.

l'Unità 31.1.04
Janet Frame, un angelo della diversità

È morta a 80 anni la scrittrice neozelandese resa celebre dal film di Jane Campion
In tre volumi autobiografici ha raccontato l'odissea in manicomio con la diagnosi sbagliata di schizofrenia
di Maria Serena Palieri


AIle soglie degli ottant'anni - ottant'anni vissuti con singolari sofferenze e singolare intensitá - è morta ieri di leucemia mieloide a Dunedin, sua città natale nell'Isola del Sud della Nuova Zelanda, Janet Frame: è la scrittrice che Jane Campion, con una magica accoppiata di talentí femmínili, il proprio di cineasta e il suo di narratrice, portò nel 1990 a fama planetaria con la trasposizione cinematografica, dell'autobiografia, Un angelo alla mía tavola,- pluripremiata ai festival di Venezia, e Toronto di quell'anno. Nei tre volumi autobiografici, pubblicati tra íl 1982 e il 1985 (To the IsIand, An Angel at my table, da. cui. il titolo del film, The Envoy from Mirror City), l'umbratile e tenacissima Frame raccontava una vicenda che la consegnava alla famiglia degli artisti - Campana e Sylvia Plath, Hölderlin e Pound per intenderci - «baciati» dalla malattia mentale: scrittori la cui opera riverbera il tormentato viaggio in universi psichicí ignoti ai «saní» ma che, anche, corrono il rischio di diventare oggetto di culto più per la loro vita che per la loro opera Janet Paterson Frame, infatti, era nata a Dunedin nel 1924 da una famiglia di origine fiammingo-scozzese, cinque figli e un padre ingegnere ferroviario caduto in rovina; cresciuta a Oamaru. (là «Waimaru» deì suoi romanzi), aveva sofferto per una serie di tragedie familiari: l'epilessia del fratello maschio, la morte, in due incidenti diversi, nel 1934 e 1947, di due sorelle; e fu nel '47, dopo che la sorella Isabel annegò e dopo aver tentato il suicidio, che ebbe inizio la sua odissea psichiatrica: anni passati in manicomio, con la diagnosi di schizofrenia, sottoposta a centinaia di elettroshock, soggetta all'umiliazione, e alla níentificazione che raccontò poi in Dentro il muro (primo dei suoi titoli tradotti in italiano, da Interno Giallo nel '92), finché fu una raccolta di racconti a salvarla dal capitolo finale, l'operazione di lobotomia («non rimpiangerà mai di averla fatta», ha scritto, le disse il medico). Con The Lagoon, nel 1951, vinse infatti lo Hubert Chur Memorial Award e ottenne di mantenere intero il proprio cervello.
Sarà uno psichiatra britannico, qualche anno dopo, a certificarle che ín realtà, non era mai stata schízofreníca: secondo la sua diagnosi quella paziente era semplicemente una donna che preferiva la solitudine e che era diversa dagli altri. Uscita dal calvario psichiatrico, diventata scrittrice a tutti gli effettì, Janet Frame visse poi a Ibiza, Andorra, Londra e New York, per tornare più tardi in Nuova Zelanda.
Considerata la più grande scrittrice di quella terra dopo l'anglicizzata Katharine Mansfield a più riprese candidata al Nobel tradotta in sedici lingue, Frame ci ha lasciato quindici romanzi, cinque raccolte di racconti, tre collezioni di poesie, l'autobiografia e svariati libri per bambini (in italiano, dopo il successo del film di Jane Campion, l'hanno tradotta oltre a Interno Giallo, Einaudi, Guanda, Tea, Tropea, Fazi e Mondadori).
Molte delle sue opere crescono intorno al binomio salute-pazzia, ma non tutte: Intensive Care, del 1972, è per esempio un romanzo anti-utopico, ambientato in una Terra dove i supertecnocrati hanno scatenato la Terza guerra mondiale. Pure, la potenza della sua sperimentazione narrativa risiede nell'usare la schizofrenia come inedita chiave di lettura della realtà: un tema centrale, nella sua opera, è la paura che il «sano» ha del «matto».
Mentre la dimensione allucinatoria diventa un grimaldello per forzare il linguaggio oltre le catene del banale e del necessario.
In prima persona, Frame considerava che la miglior cosa che avesse scritto fosse una favola il cui titolo in italiano suona Uccello, Aquila, Spírito: dove l'uccello (l'immaginazione e l'ispirazione) viene mangiato dall'aquila (il materialismo) e questa dallo spirito malevolo (l'immaginazione repressa e. l'individualismo). Altri hanno visto nella sua opera riflesse in infinite forme le parole Tempesta, Mare, Isola, Esilio, Magia, Ritorno: sono i codici di Prospero nella Tempesta shakespeariana.
Chiudiamo con dei suoi versi che ben raccontano cosa significa essere «diversa» dagli altri ed essere per questo considerata pazza. Scrive, in Vivere nel Maniototo (Interno Giallo 1992),
«D'ora in ora più selvatica. Lo so.
Da tanti anni divorata,
tagliata, ritagliata, i rami costretti a destra e a manca,
mi slanciai fiorendo minuti fiori bianchi
sopra gli steccati fisso in viso le persone
Mi guardano le api, mi ha preso in manto il vento.
Forte e aspro è il mio gusto, rigogliose le mie fronde.
Si acciglia la gente, se vede che metto ancora una radice»

immagini che vengono da ottomila anni fa

una segnalazione di Filippo Trojano

Repubblica 30.1.04
L'INTERVISTA
A Latmos, sui versanti della montagna, ne sono state contate 140 per un totale di oltre 500 figure: una mostra fotografica da oggi a Lecce
Ecco il primo ritratto di famiglia è vecchio di ottomila anni
La scoperta in Turchia: immagini di uomini, donne, bambini

L'uomo diventa sedentario e getta le basi per il suo nucleo di discendenza
I dipinti sono stati fatti con ematite rossa sui massi del monte: forse luoghi sacri
di CINZIA DAL MASO


ROMA - Sono i primi ritratti di famiglia, i primi al mondo. Segnano il momento in cui l´uomo, diventato agricoltore e sedentario, crea la famiglia, il senso di discendenza e di ereditarietà, la società modernamente intesa. E la rappresenta. È una scoperta davvero eccezionale. Immagini di uomini e donne affrontati o abbracciati, gruppi di tre o più persone sempre abbracciati o accostati o in cerchio. A volte sono figure piccole e grandi assieme che paiono l´intera famiglia riunita, nonni genitori e figli pronti per il ciak. A "scattarlo" circa sette-ottomila anni fa è stato un abilissimo pittore che, munito di abbondante ematite rossa, l´ha fissato per sempre su massi e ripari del monte Latmos nella Turchia occidentale. Abile davvero nel ritrarre uomini longilinei ma con solide gambe e la testa a zig-zag o a forma di "t", e donne di profilo per evidenziare le natiche abnormi ma così leggere che paiono danzare. Sono figure bellissime, eleganti nella loro essenzialità.
Le ha scoperte e indagate Anneliese Peshlow dell´Istituto archeologico germanico di Berlino in anni di paziente ricognizione su ogni versante della montagna. Finora ha contato in tutto 140 pitture per un totale di oltre 500 figure rappresentate. E ha finalmente deciso di farle conoscere al mondo con una mostra fotografica che dalla Germania è scesa in Italia e oggi si inaugura al Convento dei Teatini di Lecce. Inaugurazione seguita il giorno dopo da una tavola rotonda che vedrà convergere a Lecce il fior fiore dell´intellighenzia mondiale in fatto di Neolitico. Tutti ad ascoltare la Peshlow, il suo racconto. Perché finora pareva che l´arte dell´uomo neolitico si limitasse a qualche statuina in pietra o argilla o poco più. Finora c´erano solo le stanze-tempio di Catalhöyük (in Turchia centrale) e le pitture della grotta di Porto Badisco (sulla costa adriatica, proprio vicino Lecce) a dire che i primi agricoltori non tenevano solo il capo chino sulla terra ma sapevano anche produrre grande arte. Parevano isolate eccezioni. Poi, qualche anno fa, d´improvviso, in Turchia sud-orientale (area-chiave per le origini del Neolitico) sono spuntate le enormi teste d´uomo in pietra di Nevali Cori, e gli svettanti pilastri di Göbekli Tepe con grandi rilievi di uomini e animali. E ora giunge la sorprendente scoperta del Latmos. Tutte in un´asse che va dalla Turchia al Salento. Solo lì, almeno per ora. Ancora pochi e per noi ancora enigmatici. Ma sufficienti per dirci che il Neolitico non è stata solo una rivoluzione tecnologica e sociale, il momento in cui l´uomo ha cominciato a dominare la natura e a riunirsi in villaggi. Col Neolitico è nato anche il concetto moderno di arte. Per questo Isabella Caneva dell´Università di Lecce ha voluto riunire (nell´ambito della Scuola di specializzazione in archeologia) tutti i suoi colleghi. Per andare a fondo, capire bene la portata rivoluzionaria dell´arte neolitica, la sua importanza anche per noi moderni. «Prima, nelle caverne paleolitiche, l´uomo dipingeva il mondo esterno di cui aveva timore, feroci animali braccati da intrepidi e solitari cacciatori», spiega Caneva. «Col Neolitico dipinge se stesso, il proprio mondo. Perché è lui al centro del mondo. Anche gli animali di Göbekli Tepe sono in realtà animali domestici dal significato simbolico. A Catalhöyük è la casa tutta, decorata con pitture ed enormi rilievi, ad assurgere a simbolo della nuova società. Col Neolitico nasce un nuovo modo di pensare, "moderno", che si riflette nell´arte. Nasce il ruolo sociale dell´arte». Delle sue forme, simboli e significati, si dibatterà domani a Lecce.

Anneliese Peshlow è l'archeologa tedesca che ha trovato le pitture
"Che sorpresa, quelle donne formose"

"Ero lì per trovare tracce greche e romane, invece ho trovato utensili e visto disegni geometrici"


ROMA - «Cercavo l´età classica e ho trovato la preistoria». Anneliese Peshlow dell´Istituto archeologico germanico di Berlino racconta come la sua scoperta sia stata frutto del caso. «Il monte si trova alle spalle della grande Mileto e incombe su Eraclea Latmia. Era logico pensare di trovarvi testimonianze greche o romane».
Perché è anche un luogo del mito.
«Per i Greci era il territorio di caccia del giovane Endimione. Di lui si innamorò la dea della luna Selene che chiese a Zeus di renderlo immortale. I Greci dicevano che ogni notte la luna scendeva sul Latmos per unirsi al suo amato».
Quali?
«In epoca bizantina, in periodi di siccità, si facevano processioni fin sulla vetta del monte per implorare la pioggia. Ma io credo che questo culto sia più antico. È probabile che la sua cima fosse la sede del Dio della Tempesta, divinità principe per le genti anatoliche. E le pitture dimostrano che la sacralità del monte risale alla più remota antichità».
C´è connessione tra le pitture neolitiche e l´acqua?
«Il pittore preistorico ha scelto luoghi singolari: grandi massi disposti in modo da formare un´area chiusa. Secondo me erano luoghi sacri. E la maggior parte è vicino a corsi d´acqua o sorgenti».
Come ha potuto datare le pitture?
«L´anno scorso ho indagato due siti e vi ho trovato utensili in pietra e ceramiche che rimandano all´epoca neolitica. Molti dei motivi geometrici che contornano le figure dipinte e decorano le natiche delle donne sono molto simili a quelli dipinti sulle giare di Hacilar, insediamento neolitico a est del Latmos. A settembre cominceranno gli scavi sul monte, grazie agli archeologi del Museo Pigorini di Roma». (c.d.m.)

Immanuel Kant e Benjamin Constant
con l'aggiunta di Sant'Agostino e di Jenkélévitch

Corriere della Sera 30.1.04
«Siate sempre sinceri». Ma Constant non era d’accordo con lui


Con il titolo Le droit de mentir, il diritto di mentire, un editore francese di libri tascabili, Mille e une nuits, pubblica per due euro i testi di una bizzarra controversia. Ne furono protagonisti Immanuel Kant e Benjamin Constant. Non si tratta di una scoperta (quei testi esistono anche in traduzione italiana, editi da Bruno Mondadori), ma è un’occasione. L’occasione di toccare un tema - quello della menzogna, e dei suoi rapporti con la vita pubblica, la politica, la società - che nessuno, suppongo, sarebbe così ardito da definire inattuale. Basti pensare all’avvenimento saliente dell’anno appena terminato - la guerra in Iraq -, e al corteggio di bugie che ne hanno accompagnato la preparazione e lo svolgimento. Ho detto che quella controversia fu bizzarra; intendevo dire che tale appare a noi, convinti come siamo che una società in cui tutti dicano la verità, o almeno quella che in buonafede credono essere la verità, sia la più improbabile delle utopie. Ma non era un’utopia per Kant. Il suo sistema morale si reggeva tutto, com’è noto, su un principio di veridicità assoluta; e senza quel principio, che non tollerava eccezioni, gli sembrava che una società, con la sua fittissima rete di impegni reciproci, non avrebbe potuto sussistere. Su questa strada era disposto a giungere alle conseguenze più estreme, come dimostra l’esempio che innescò la polemica con Benjamin Constant.
Mettiamo, disse Kant, che un uomo sia perseguitato da un nemico intenzionato a ucciderlo; che quell’uomo vi chieda di nasconderlo nella vostra casa; che voi lo nascondiate; che il suo persecutore bussi alla porta e pretenda di sapere se l’uomo che cerca abbia trovato rifugio da voi; ebbene, secondo Kant, anche in un caso del genere il principio di veridicità obbliga il protettore dello sfortunato fuggiasco a dire la verità. Incredibilmente, il dovere vi impone di rispondere: «Sì». Molto tempo prima, un altro fiero difensore della Verità, sant’Agostino, aveva, nell’opuscolo Contro la menzogna, prospettato la stessa ipotesi; e anche lui era giunto alla conclusione che neppure in un caso del genere la menzogna era lecita.
Tuttavia Agostino aveva lasciato una coraggiosa alternativa alla delazione: si poteva non rispondere. Così si era comportato un vescovo di Tagaste di nome Fermo, «che nella volontà fu ancora più fermo. Egli aveva nascosto con massima solerzia un uomo che si era rifugiato presso di lui. Interrogato per ordine dell’Imperatore, che aveva spedito delle guardie a prelevare quell’uomo, rispose che non poteva né mentire, né rivelare il nascondiglio del ricercato, e sopportando molti tormenti corporali (a quel tempo gli imperatori non erano cristiani) restò saldo nella sua decisione. Quando più tardi fu tradotto in presenza dell’Imperatore, si mostrò di una virtù così ammirevole da ottenere senza difficoltà la grazia per l’uomo che aveva tenuto presso di sé». Più radicale, Kant non lascia vie di scampo: a una domanda precisa bisogna rispondere in maniera precisa e veritiera, in modo che nessun grumo di opacità contamini una società che si mantiene virtuosamente trasparente, anche se vi accadono cose atroci.
Tra Agostino e Kant, c’è da credere che molti altri, più oscuri, si siano misurati con un «caso di coscienza» che non ci intriga più. «Caso chiuso», si potrebbe dire: non credo che oggi esista qualcuno che pregi la veridicità al punto da condividere la raccomandazione kantiana. Un filosofo del XX secolo, Vladimir Jenkélévitch, ha scritto: «Mentire ai poliziotti della Gestapo che ci chiedono se nascondiamo presso di noi un partigiano, non è mentire...; data la situazione, è un sacro dovere rispondere: qui non c’è nessuno, anche se qualcuno c’è». Queste parole costituiscono per noi una sorta di sigillo della questione. Sigillo liquidatorio, sullo sfondo un’esperienza storica atroce: quella del nazismo.
Più articolate, più sfumate, le obiezioni di Benjamin Constant, formulate alla luce di un’altra esperienza terribile: quella della Rivoluzione francese e dei suoi sviluppi. Il suo saggio, che avrebbe provocato almeno due risposte di Kant, è del 1797. «Preso in maniera assoluta e isolata», scrive Constant, «il principio morale che obbliga a dire la verità renderebbe impossibile ogni vita sociale». Secondo Constant, tutti i principi, anche i più sacrosanti, se spogliati di quei criteri che li rendono applicabili caso per caso, provocano «distruzione e sconvolgimento»; e il principio di veridicità non fa eccezione. «Dire la verità è un dovere», afferma Constant, per precisare subito dopo: «Ma che cos’è un dovere? L’idea di dovere è inseparabile da quella dei diritti: un dovere è ciò che, in un essere, corrisponde ai diritti di un altro. Dove non ci sono diritti, non ci sono doveri. Dunque dire la verità è un dovere solo verso quelli che hanno diritto alla verità. Ma non ha diritto alla verità chi nuoce agli altri».
«Avere diritto alla verità»: questa formula di Constant, che non aveva senso nel sistema kantiano (e infatti Kant se ne sbarazzò con poche frasi taglienti), è preziosa e memorabile per noi, che viviamo in un mondo in cui il principio di veridicità viene preso sempre più alla leggera. Esistono rapporti che sarebbero vuoti e incomprensibili se al loro interno non vigessero, come elementi specifici, dei «diritti alla verità» - e dunque degli obblighi alla veridicità: per esempio, il rapporto tra elettori ed eletti, o quello tra il sistema dei media e i suoi utenti. Secondo un luogo comune, certo non scevro di qualche fondamento, i cittadini di certe democrazie - in primo luogo gli Stati Uniti - sarebbero più severi verso le bugie dei loro rappresentanti di quanto non lo siamo noi europei, inclini, sin dai tempi di Odisseo, ad ammirare la versatilità e la prontezza di chi pratica con successo la menzogna; ma la cronaca di questi anni ci spinge a dubitarne. L’impressione è che si menta sempre di più, e in maniera più sfrontata, da una parte e dall’altra dell’Atlantico.
In questa situazione la formula di Constant merita di essere ripetuta, di entrare a far parte del nostro linguaggio. Come elettori, come utenti dei media, insomma come cittadini, noi abbiamo «diritto alla verità» (ma sarebbe più esatto dire: «diritto alla veridicità», cioè a una comunicazione senza doppiezze). Questa rivendicazione non può che essere parte integrante della nostra idea di democrazia. Anche se poi non è il caso di farsi molte illusioni: non basta certo una formula per arginare una menzogna che non è più il semplice e simmetrico rovescio della realtà, come immaginavano i moralisti classici e come continuano a immaginare gli appassionati di logica nei loro rompicapo, ma un flusso pervasivo, un ibrido di vero e di falso che, ancora prima di distruggere la verità, ne distrugge lo stile.

alcune notizie da "Le Scienze"
edizione italiana dello "Scientific American"

29.01.2004
Ossigeno ed evoluzione della vita
Metodi di datazione molecolari descrivono l'evoluzione eucariotica


Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista "BMC Evolutionary Biology", l'ossigeno ha svolto un ruolo chiave nell'evoluzione degli organismi complessi. Lo studio mostra infatti che la complessità delle forme di vita è aumentata prima di quanto si pensasse, e in parallelo con la disponibilità di ossigeno come fonte di energia.
In quello che è lo studio finora più vasto non dedicato esclusivamente ai vertebrati, i ricercatori della Pennsylvania State University hanno usato metodi di datazione molecolare per creare una nuova linea temporale dell'evoluzione eucariotica. Aggiungendo informazioni sul numero di differenti tipi di cellule possedute da ciascun gruppo di organismi, i ricercatori hanno ricostruito come la complessità della vita è aumentata nel corso del tempo. Lo studio mostra che gli organismi contenenti tipi di cellula più diversificati si sono evoluti in seguito ad aumenti dell'ossigeno atmosferico.
"Per costruire un organismo multicellulare complesso, con tutte le comunicazioni e le segnalazioni fra le cellule che richiede, - spiega Blair Hedges, che ha condotto la ricerca - c'è bisogno di energia. In assenza di ossigeno o di mitocondri, gli organismi complessi non sarebbero stati in grado di svilupparsi". Lo studio ha rivelato infatti che gli organismi contenenti più di due o tre diversi tipi di cellula sono apparsi solo quando l'ambiente di superficie divenne ossigenato, circa 2.300 milioni di anni fa. Proprio a quell'epoca le cellule divennero in grado di estrarre l'energia dall'ossigeno grazie alla comparsa dei mitocondri.

27.01.2004
L'estrogeno rende vulnerabili allo stress
La scoperta spiegherebbe la maggior propensione delle donne alla depressione


Secondo uno studio di ricercatori dell'Università di Yale, livelli di estrogeno elevati possono aumentare la risposta del cervello allo stress, rendendo le donne più vulnerabili a malattie mentali come la depressione e il disturbo post-traumatico da stress (PTSD). Secondo la neurologa Becca Shansky, la scoperta potrebbe spiegare come mai nelle donne le malattie legate allo stress si verificano due volte più spesso che negli uomini. Inoltre chiarirebbe perché questa discrepanza comincia a comparire dalla pubertà, prosegue durante l'età fertile e declina poi dopo la menopausa. Lo studio verrà pubblicato sul numero di marzo della rivista "Molecular Psychiatry"
I ricercatori hanno esposto topi maschi e femmine a differenti livelli di stress, e li hanno poi sottoposti a un esercizio di memoria a breve termine. Gli scienziati hanno scoperto che, in assenza di stress, i maschi e le femmine ottenevano gli stessi risultati. Dopo l'esposizione a elevati livelli di stress, entrambi commettevano significativi errori di memoria. Tuttavia, con un livello di stress moderato, le femmine risultavano danneggiate e i maschi no, il che suggerisce che le femmine sono più sensibili agli effetti dello stress. Questo si verificava solo quando le femmine si trovavano in una fase di alto estrogeno. Successivi esperimenti con placebo hanno confermato che l'ormone aumenta la risposta del cervello allo stress.

27.01.2004
Dormiamoci sopra
Una notte di riposo può aiutare a risolvere un enigma


Alcuni esperimenti effettuati da ricercatori tedeschi mostrano che un problema difficile può effettivamente essere risolto "dormendoci sopra". Gli scienziati sostengono infatti che, mentre dormiamo, il nostro cervello manipola i dati in modo da presentarci una soluzione al momento del risveglio: in poche parole, il sonno migliora il cosiddetto "pensiero laterale".
Molte prove aneddotiche da tempo suggeriscono che una notte di riposo può portare chiarezza di fronte a un enigma complesso. Per esempio, il chimico russo Dmitri Mendeleyev progettò la sua tavola periodica degli elementi in seguito a un momento di "illuminazione" notturna. "Disse di aver avuto un sogno - spiega Ullrich Wagner dell'Università di Lubecca, in Germania - nel quale tutti gli elementi andavano a collocarsi nelle giuste posizioni".
Negli esperimenti condotti da Wagner e colleghi, alcuni volontari si sono confrontati con dei problemi di aritmetica e si sono poi sottoposti a un intervallo di otto ore. Coloro che in questo intervallo hanno dormito, erano poi più propensi (con una probabilità doppia) a scoprire che esisteva una regola nascosta che consentiva sostanzialmente di semplificare i calcoli.
"Riteniamo - spiega Wagner - che il sonno agisca sugli schemi creati durante l'addestramento, ristrutturandoli e fornendo nuovi indizi". Secondo lo scienziato, i dati vengono vagliati nell'ippocampo e nella corteccia prefrontale, aree del cervello che immagazzinano e analizzano i ricordi.

U. Wagner, S. Gais, H. Haider, R. Verleger, J. Born, Sleep inspires insight. Nature, 427, 352 - 355, doi:10.1038/nature02223 (2004).

27.01.2004
Un modello per le migrazioni umane
Lo studio del cromosoma Y consente di descrivere il cammino dei nostri antenati


I primi esseri umani che migravano dall'Africa verso gli altri continenti portavano con sé piccole differenze genetiche. Gli studi odierni possono fornire soltanto una fotografia dell'attuale situazione del nostro corredo genetico, senza rivelare le ondate che hanno condotto alla situazione corrente. Ora alcuni ricercatori alla Scuola di Medicina dell'Università di Stanford hanno sviluppato un modello per individuare i luoghi dove le mutazioni sono inizialmente apparse, fornendo così un nuovo metodo per individuare il cammino migratorio dei nostri antenati.
Lo studio è stato condotto dal celebre genetista Luca Cavalli-Sforza, esperto dell'evoluzione degli esseri umani moderni. Gran parte del suo lavoro recente riguarda le mutazioni nel cromosoma Y, che vengono trasmesse esclusivamente da padre in figlio, negli ultimi 50.000 anni in cui gli uomini si sono diffusi dall'Africa nel resto del mondo.
Queste mutazioni, molte delle quali non provocano cambiamenti fisici, tendono a verificarsi con un tasso costante e rappresentano una sorta di orologio genetico. Per esempio, se una popolazione presenta dieci mutazioni dopo 50.000 anni di evoluzione dall'antenato comune in Africa, allora la quinta mutazione è probabilmente sorta 25.000 anni fa.
Con l'aiuto del programmatore Christopher Edmonds e della statistica Anita Lillie, Cavalli-Sforza ha costruito un modello al computer per simulare la diffusione delle mutazioni in una popolazione che migra. I risultati, pubblicati online sul sito della rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences" (PNAS), permettono di determinare l'origine di una mutazione con buona precisione.

© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.

l'indagine sull'infanticidio di Cogne

Libertà 30.1.04
A Cogne due anni fa l'omicidio di Samuele
Il superperito della polizia criminale tedesca chiede tempo fino al 31 marzo per la sua relazione


MILANO Il silenzio che domina le valli ai piedi del Gran Paradiso è rotto, al mattino, dal rombo del motore dell'eliambulanza che arriva da Aosta e punta alla frazione di Montroz di Cogne. Sono circa le 9 del 30 gennaio 2002, in casa di Stefano Lorenzi e Anna Maria Franzoni giace esanime il piccolo Samuele, 3 anni appena, secondo figlio della coppia, gravemente ferito da una mano che ancora oggi, a due anni dal delitto, resta avvolta dal mistero. Gli atti processuali sono ancora in corso. La superperizia, disposta dal gup di Aosta, Eugenio Gramola, è in alto mare: i consulenti depositeranno i loro studi solo il 31 marzo e l'udienza preliminare è prevista per il 26 aprile. A due anni dal delitto, insomma, non si sa ancora chi ha ucciso il piccolo Samuele. Per gli inquirenti di Aosta è stata la madre, Anna Maria Franzoni, unica indagata. Arrestata, scarcerata, sottoposta a perizia psichiatrica e interrogata innumerevoli volte, si è dichiarata innocente: «Il mostro è a Cogne. E' libero!», ha sempre affermato Anna Maria ai giornalisti e davanti le telecamere. L'avvocato della difesa, Carlo Taormina, sostiene di aver individuato il vero assassino di Samuele. Ma fino ad oggi nessun nome è stato fatto. Le prove su cui si basa l'accusa per dimostrare che la Franzoni è l'assassina del figlio sono prevalentemente riferite agli orari, alle macchie di sangue trovate sugli zoccoli e sul pigiama. Manca una prova fondamentale: l'arma del delitto. Mai trovata. L'iter giudiziario in questi due anni è stato frenetico. Il caso di Cogne è passato dalle mani della Procura di Aosta al Tribunale di Torino e alla Cassazione più volte. Risultato? Il dibattimento in aula non è ancora iniziato. L'ultima mossa della magistratura aostana risale al 16 settembre 2003 quando, durante l'udienza preliminare sul rinvio a giudizio della Franzoni, il gup, Eugenio Gramola, ha disposto la superperizia. Hermann Schmitter sta ancora scrivendo la relazione sull'esame delle traiettorie che avrebbero compiuto gli schizzi di sangue del bambino trovati nella stanza dove fu ucciso. A chiedere la proroga è stato infatti lo stesso Schmitter, collaboratore della Bundeskriminalamt, la polizia criminale tedesca, considerato uno dei massimi esperti a livello europero del settore. All'origine della richiesta di proroga c'è il ritardo nella traduzione degli atti in Germania. Anche gli altri due consulenti, Piero Boccardo, docente del Politecnico di Torino, incaricato di svolgere l'esame su un frammento osseo trovato nel letto dove fu massacrato Samuele, e il medico legale Vincenzo Pascali, dell'Università Cattolica di Roma, incaricato di analizzare le tracce di sostanza ematica trovate sugli zoccoli di Anna Maria Franzoni, hanno chiesto una proroga dei termini per la consegna delle rispettive perizie. «La verità sul delitto di Samuele è ancora tutta da scrivere. Quando sarà finito il processo - afferma Taormina - pubblicherò un libro». Roberta Rizzo

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Cina

ANSA
Cina: corruzione provoca ondata di suicidi, 1.200 membri Pcc
Quasi ottomila fuggiti all'estero


(ANSA)-PECHINO, 29 GEN-Piu' di 1200 membri del Partito Comunista Cinese suicidi e quasi ottomila fuggiti all'estero in seguito ad accuse di corruzione.Lo rivela il giornale di Hong Kong Wen Wei Po, considerato vicino al governo di Pechino. Il maggior numero di fuggitivi (1240) proviene dalla provincia meridionale del Guangdong,in grave crisi economica. Seguono la provincia centrale dell'Henan (854) e quella del Fujian, sulla costa sudorientale del paese con 586 latitanti.
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Paolo Soleri

Repubblica 30.1.04
edizione di Firenze
L'architetto nel deserto Paolo Soleri e la sua citt?
Trenta anni di vita con settanta abitanti
di Irene Bignardi


«La parola utopia irrita profondamente Paolo Soleri - il nostro ospite, che ha ottantatré anni brillantemente portati, una bella faccia asciugata dal sole del deserto, gli occhi blu, un camiciotto verde, braghe di tela al ginocchio e l´aria di un poeta che, pur da poeta, ha molto molto da fare e corre sempre, efficientissimo e fiero, da un punto all´altro della sua città del sole. Utopia vuol dire un luogo che non c´è da nessuna parte. Dunque non esiste utopia, protesta, dove la stessa cosa c´è. E qui ad Arcosanti c´è, da trent´anni, e nel 2000 si è festeggiato il trentennale della posa della prima pietra. L´idea, la sua idea, resiste, la minicittà esiste, ci sono i suoi settanta abitanti, la vita scorre, siamo addirittura alla seconda generazione di arcosantesi. Mi arrendo. Usiamo la parola utopia, prometto, come marchingegno dialettico, giusto per capirci. Diremo utopia e parleremo di ideali, speranze, rivoluzione dell´esistente. Non è convinto. Come ha scritto, "il laboratorio è per definizione una cosa con cui l´utopia non può coesistere. L´utopia è conclusiva, se non la conclusione stessa." Soleri ha l´aria di non prendere sul serio il clima di adorazione che vede in lui un guru, la comunità che lo adora, gli allievi che ritornano, tutto teso com´è verso un futuro che continua a elaborare, a immaginare, a combattere con le sue armi. "Non disegno città. Metto giù idee che in qualche modo aprano una prospettiva diversa su quello che riguarda la città o che la città può diventare". Arcosanti, con Cosanti e la sua realtà realizzata, è un modello, una proposta, una provocazione, un´utopia con molte rughe - e insieme una realtà fatta di gente che da quei mesi e quegli anni con Soleri ha imparato, comunque, a guardare il reale e il possibile in maniera non convenzionale, a non accettare come scontata la cultura della grande città e dei sobborghi, dei vecchi e dei giovani, dei poveri e dei ricchi, e a sognare, secondo l´insegnamento del vecchio maestro, una comunità di umanità.

due mostre a Milano

Le civiltà del Perù da Chavín agli Inca

La Collezione Federico Balzarotti al Castello Sforzesco L'esposizione, attraverso duecento reperti, presenta una delle più rilevanti raccolte di arte peruviana preispanica. La raccolta ha un carattere antologico ed è la sola che consente di capire il percorso storico del Perù preispanico: da Chavín (900-200 a.C.) agli Inca (1440-1532). In mostra sono rappresentate tutte le culture che si sono succedute nella regione: Cupisnique, Paracas, Moche, Nasca, Recuay, Huari, Chimú, Chancay.

dal 29/01/2004 al 02/05/2004 Civici Musei Castello Sforzesco Milano info: Piazza Castello; tel. 0262083947


Soutin, Kisling, Utrillo e la Parigi di Montparnasse

Una mostra dedicata a Soutine, Kisling, Utrillo e ad alcuni amici, che come loro frequentavano abitualmente leggendari café parigini. Oltre ai dipinti in esposizione alcuni ritratti fotografici realizzati da Germaine Nordmann (Parigi 1902-1997), assidua visitatrice degli studi degli artisti.

dal 28/01/2004 al 28/02/2004 Farsetti Arte Milano info: Via della Spiga, 52; tel. 02794274 - 0276013228

attenti a quel che mangiate
(c'è rischio di schizofrenia, dicono i neurologi australiani!)

ANSA 30.1.04
MEDICINA: SCHIZOFRENIA LEGATA A CARENZA VITAMINA D, RICERCA


SYDNEY, 30 GEN I bambini nati in inverno sono piu suscettibili alla schizofrenia, secondo una ricerca australiana che ha individuato un legame tra la malattia e la deficienza di vitamina D, che a sua volta si puo assorbire dall esposizione alla luce del sole. È raccomandabile quindi che le donne incinte trascorrano il piu tempo possibile all'aria aperta, od almeno assumano supplementi di vitamina D.
La connessione fra la malattia e la D è emersa dapprima da statistiche che mostravano come durante i mesi invernali piu freddi, quando c'è meno luce del sole, si registri un aumento dal 7 al 10% nel numero di persone nate con la schizofrenia [sic!]. Le evidenze statistiche sono state poi confermate dalla ricerca, condotta su topi di laboratorio, da studiosi del Centro di ricerca sulla salute mentale di Brisbane, e presentata oggi al Congresso annuale dell'Australian Neuroscience Society a Melbourne.
Nello studio i topi allevati con carenza di vitamina D hanno messo al mondo prole con cervelli distorti ed altre deformità, che corrispondono a quelle trovate nei cervelli di pazienti umani affetti da schizofrenia. Il prof. Darryl Eyles, che ha guidato la ricerca, ha riconosciuto che il lavoro sulla deficienza di vitamina D e ancora nelle fasi iniziali, ma è gia accertato che questa vitamina è un regolatore diretto di un fattore di crescita dei nervi, che è essenziale nello sviluppo dei neuroni cerebrali.
Ora stiamo conducendo esperimenti su animali, sui modi in cui l'assenza di vitamina D nella madre puo avere conseguenze sullo sviluppo cerebrale del feto, ha spiegato Eyles. È comunque gia evidente che le donne incinte dovrebbero essere incoraggiate ad esporsi di piu alla luce naturale. È consigliabile per le future madri esporsi con moderazione alla luce del sole o supplementare la dieta bevendo latte fortificato con vitamina D, ha aggiunto. (ANSA)