Repubblica 4.7.04
Se il cinema è filosofia
dialogo tra Umberto Eco ed Enrico Ghezzi
ECO: "ma non voglio stare dietro l'obiettivo"
ghezzi:"perché non vedi una materia che esiste già"
Il cinéphile e il semiologo al Festival di Procida
La macchina da presa? È una protesi del corpo
di ANTONIO GNOLI
PROCIDA. Pensare il cinema? La questione messa così ha un´aria intimidatoria. Non siamo abituati a declinare insieme cinema e pensiero. Se mai a unire cinema e piacere, cinema ed erotismo, cinema e avventura o al massimo cinema ed estetica. Amare il cinema (o magari odiarlo), gustarlo come una pietanza, toccarlo con gli occhi è questo che di norma facciamo accomodandoci nel buio di una sala. Chi pensa il cinema o chi è pensato dal cinema? A prima vista sembra un equivoco, forse un´ossessione. Ed è quella ci pare che attraversa la testa, il corpo, lo sguardo di Enrico Ghezzi. Fautore di questo interessante festival che si tiene in questi giorni a Procida con tanto di filosofi annessi. Il vento del cinema, è il titolo della manifestazione, dopo un´interruzione di qualche anno (qualcuno ricorderà l´ottima edizione che si tenne a Lipari nel 2001) ha ripreso a soffiare. Una cinquantina gli ospiti: fra i registi presenti con le loro opere Kiarostami, Emmer, Abel Ferrara, Maresco, Straub, Bela Tarr, De Oliveira. Tra i filosofi: Agamben, Bodei, Curi, Giorello, Rovatti, Severino.
Dunque il pensiero come gesto filosofico più che essere respinto dal cinema ne sarebbe attratto al punto da perdersi nella luce, nel movimento di un´immagine, di un suono o di un´ombra ricompresi in un fotogramma. Ma se il cinema in un certo senso, non privo di qualche vistosa forzatura, è filosofia, quest´ultima non può esaurirsi nella somma dei film che hanno fatto la storia. Ovviamente registi considerati naturalmente più filosofici ci sono: Antonioni, Bergman, Rossellini (che è poi un caso a sé) Godard, Kieslowski, Wenders. I loro pensieri prendono corpo attraverso l´occhio della camera.
Ma ho l´impressione che la sola filosofia che il cinema possa realizzare sia quella involontaria che il mondo dell´opinione a volte inavvertitamente riesce a produrre. Più dei nomi citati vengono allora alla mente certe sequenze di Stan Laurel e Oliver Hardy, pochi fotogrammi di Buster Keaton, alcune indimenticabili scene di Hitchcock. Come dire la filosofia si posa dove meno te lo aspetti.
E in fondo non ci aspettavamo questo dialogo fitto e fisso tra uno scrittore di immenso successo come Umberto Eco e Enrico Ghezzi il cui successo è un lavoro ai margini più che nella centralità delle cose. Oggetto di questo filmato in cui il semiologo si «confessa» davanti a una camera fissa è il cinema. La voce fuori campo fa domande, a volte riflette a volte incalza o divaga. C´è una penombra linguistica che avvolge le domande e le rende volutamente sfuggenti. E´ il modo di interrogare che Ghezzi sembra involontariamente prediligere. Eco sta al gioco. Viene da pensare che un´illuminista come lui si serva della ragione come esperienza totalizzante: anche la cosa più astrusa può essere inglobata o neutralizzata.
Il dialogo dura più di due ore. Poche le pause: ogni tanto Eco con un lungo accendino attizza una sigaretta. In un paio di occasioni perdono il filo delle domande o delle risposte: «Che stavo dicendo?», pausa, vuoto, il ritmo scende di tono. E´ un modo di ricominciare. Eco ricorda la sua infanzia al cinema: due o tre film al giorno gratis. Una festa per gli occhi del ragazzo di Alessandria: «La mia attività di scrittore e perfino di saggista sono state più influenzate dalle grammatiche del cinema che non dalla letteratura. Scrivo pensando al montaggio cinematografico».
Viene in mente Kafka, irraggiungibile scrittura cinematografica, munita perfino di dissolvenza. Eco fa il nome di John Ford: «Ho imparato più da Ombre rosse che da molta letteratura. Il primo a descrivere il meccanismo di Ombre rosse è stato Aristotele nella sua "poetica"».
In fondo Eco e Ghezzi malgrado l´incolmabile distanza sono convinti che il cinema esiste prescindendo dal cinema. Un´assurdità? Mica tanto. Osserva ancora Eco: «Credo esista una macchinetta nella nostra testa che ci fa pensare cinematograficamente ancor prima della nascita dei fratelli Lumière».
Eco insomma immagina il cinema come una protesi. Lo vede come un supplemento del corpo. Un obiettivo, un cervello, un movimento equivalgono a una testa a due occhi, alle gambe per muoversi: su, giù, avanti, dietro, destra, sinistra. Sono universali linguistici utilizzabili tanto dal corpo quanto dalla camera. Ecco perché Aristotele, o magari Manzoni, potevano pensare o raccontare cinematograficamente prima dell´invenzione del cinema. Entrambi basavano le loro descrizioni sui meccanismi corporali. Dunque il cinema cade nel nostro orizzonte. Non se ne può prescindere, ma lo si può dosare.
«Io, dice Eco, sono grandemente influenzato dal cinema. Ma tu Enrico che mi chiedi perché non faccio cinema, sei come quell´omosessuale che cerca di spiegare a un etero come sono attraenti i maschietti. Non ti rendi conto che fare cinema non mi interessa. Sono un consumatore di cinema, ma non potrei fare il regista. Se non altro perché odio i tempi morti. Se stai sul set e chiedi di avere un elefante devi aspettare come minimo otto ore perché te lo portino. Sono troppo ansioso per poter aspettare». E poi, aggiunge in un´altra parte del dialogo: «Non voglio guardare il mondo attraverso l´obiettivo. E´ il culto che io ho della mia memoria a far sì che non ci sia qualcos´altro a registrare quello che accade fuori di me».
«La tua», replica Ghezzi, «mi pare una reazione sentimentale. Un desiderio di vedere nei film degli oggetti che entrino nella memoria. Ma poi c´è il rifiuto di vedere come funziona questa macchina».
«Ma io», osserva Eco, «sto spiegando le ragioni autobiografiche del mio rapporto con il cinema. Mi sarebbe piaciuto essere un grande pianista, ma non lo sono».
«Non è questo il punto», incalza Ghezzi, «ti sto chiedendo della macchina...».
«Ma il discorso è nato dal perché non ho sentito il bisogno di sfruttare questa macchina che per te è tutta la tua vita» controbatte Eco.
«Per niente. Tutta la mia vita non è neanche un film. Mi domando», si chiede Ghezzi, «perché non senti o fingi di non sentire una provocazione un po´ più intensa. Sono stupito per come il cinema sia per te non una situazione ma una macchina per produrre un certo tipo di spettacolo».
In fondo il confronto è tra uno che guarda il cinema dal di fuori e l´altro che lo osserva dal di dentro che se ne è lasciato risucchiare fino a confondersi e a perdersi in esso. Eco è uno spettatore, Ghezzi un singolare metafisico alla ricerca di ontologia opalescente e ottusa. Cita Kubrick che cerca di ridurre al massimo la casualità del set, ma poi deve fare i conti con il visibile delle cose: «Non può esimersi dal trovarsi di fronte a una materia che preesiste, che è lì da "sempre". Qualcosa che anche Warhol aveva presente».
«Ma se Warhol invece di puntare la macchina fissa sull´Empire State Bulding la puntava sulla stazione di Milano, l´effetto sarebbe stato lo stesso?», si chiede Eco. «Ho l´impressione», prosegue il semiologo, «che prima che la camera intervenga ci sia una messa in scena, una disposizione dell´ambiente. Non è vero che un regista prende la montagna più immobile e la filma. Non credo all´ottusità che sta fuori e il regista che sceglie di filmarla. Nel momento in cui sceglie nella realtà, questa non è più ottusa».
«Ma non vedi», dice Ghezzi, «nel cinema quello che i futuristi russi chiamavano "fattografia", non vedi una vicinanza più beata e terribile a questo esserci già? Proprio perché il cinema è immagine ripetuta, esso lavora a un esserci già. Il cinema astrattizza il reale. E´ una specie di kantiana sintesi apriori».
«Ho l´impressione», replica Eco, «che la presenza del dato reale di partenza sia meno importante della preparazione della scelta del dato».
La datità ineliminabile, bruta, basica, è a quella che sembra pensare Ghezzi, e che intuiva Hitchcock quando diceva che gli attori erano bestiame. Il cinema ghezziano è il common ground. Il cinema di Eco è il senso comune dello spettatore, è diversamente da ciò che accade con il teatro, la comunicazione che si dirige verso un pubblico indistinto.
Spiega Eco: «Distinguerei tra comunicazione di massa e comunicazione faccia a faccia. La prima, come il cinema, parte da una fonte e non sa quanti e quali tipi di destinatari saprà raggiungere. Quello che è fondamentale, poniamo nel teatro, è che ad ogni parola che pronunci, o gesto che fai, senti la reazione della sala. Tutto quello che un attore di cinema non può sentire e che è avvertito da un attore di teatro».
Questa conversazione che solo in parte abbiamo restituito nasce dall´ultimo romanzo di Umberto Eco: La misteriosa fiamma della regina Loana (Bompiani) che molto deve al cinema. La parola "deve" può far pensare a una imposizione, ma nulla è imposto o si impone se non l´evidenza delle cose che è anche il loro mistero, per dirla in conclusione con un bell´intervento che sull´argomento cinema ha fatto proprio ieri il filosofo Emanuele Severino..
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
domenica 4 luglio 2004
una scoperta archeologica:
la Venere dei Sanniti
Repubblica 4.7.04
LA SCOPERTA
La divinità è l'antenata di quella delle pitture già rinvenute. Così si comprenderà meglio la vita nell'area
La Venere dei Sanniti a Pompei eccezionale scoperta negli scavi
E nelle terme vicino al tempio le vergini erano iniziate al sesso
di STELLA CERVASIO
POMPEI - Un´antenata di Venere torna alla luce negli Scavi di Pompei. Uno scavo archeologico trova il tempio di Mefite, l´Afrodite dei Sanniti e corregge il tiro sul popolo rude e guerriero, che prima dei romani aveva tracciato gli attuali confini alla città distrutta dal Vesuvio nel 79 d.C.. Scavando sotto il tempio dedicato alla Venere Sillana che dà le spalle alla Porta Marina, lo studioso Emmanuele Curti dell´Università di Matera ha trovato resti di un tempio dell´epoca in cui Pompei era abitata dal popolo che per mezzo secolo impegnò Roma nelle guerre sannite, da alleato divenne nemico e per questo fu sterminato.
La scoperta è nel fronte sud occidentale degli Scavi: un edificio con porticato e cisterne del III secolo avanti Cristo, un tempio dedicato a una divinità femminile, forse Mefite, dea sotterranea che proteggeva il bestiame e le acque precedendo Venere, che spesso si trova a tutela dei porti. «Anche la Venere Fisica raffigurata in due pitture pompeiane - spiega l´archeologo - in quanto divinità che collega il cielo alla terra, la vita alla morte, aveva un manto stellato, che assomiglia molto a quello della Madonna del santuario della Pompei moderna».
Lo scavo è durato due settimane. «I risultati - dice Curti - sono di enorme interesse, non solo per l´individuazione e la ri-datazione delle varie fasi di vita dell´area. È un passo avanti nella comprensione della relazione tra spazi pubblici e privati di questo settore cruciale della città, a metà strada tra il Foro e l´aria esterna di Porta Marina, dove forse c´erano dei bacini portuali». Curti è originario di Perugia, ha studiato con due grandi nomi dell´archeologia, Filippo Coarelli e Mario Torelli, ha lavorato per dieci anni al Birkbeck College dell´Università di Londra ed è tornato con un progetto del "rientro dei cervelli" all´Università di Basilicata. Il suo studio ha ottenuto fondi per 80 mila euro, serviti a realizzare la campagna di scavo in collaborazione con la Soprintendenza di Pompei diretta da Pier Giovanni Guzzo. Il progetto è in sintonia con le scelte della Soprintendenza, che da anni ha trasformato Pompei in un laboratorio per studiosi di tutte le nazionalità che procedono per approcci sistematici alle diverse aree.
Seguendo questo criterio, accanto al tempio della Venere dei Sanniti è affiorato un impianto termale di epoca successiva dove, secondo l´archeologo, si praticava la prostituzione sacra. Protagoniste di questi riti di passaggio che nel terzo e secondo secolo viene affidato a professioniste del sesso, in un primo tempo sono ragazze anche di famiglia aristocratica, che perdono la verginità al riparo del "recinto sacro" in cambio di una moneta da conservare per il resto della vita, il lasciapassare per il matrimonio. Dalle due profonde cisterne del tempio sannita sono tornati alla luce centinaia di reperti, terracotte votive con piccoli eroi antenati dei puttini, monete, ossa, lucerne, piattelli, blocchetti di porpora usate dalle adolescenti per truccarsi prima degli incontri e le conchiglie da cui si estraeva il colore rosso.
LA SCOPERTA
La divinità è l'antenata di quella delle pitture già rinvenute. Così si comprenderà meglio la vita nell'area
La Venere dei Sanniti a Pompei eccezionale scoperta negli scavi
E nelle terme vicino al tempio le vergini erano iniziate al sesso
di STELLA CERVASIO
POMPEI - Un´antenata di Venere torna alla luce negli Scavi di Pompei. Uno scavo archeologico trova il tempio di Mefite, l´Afrodite dei Sanniti e corregge il tiro sul popolo rude e guerriero, che prima dei romani aveva tracciato gli attuali confini alla città distrutta dal Vesuvio nel 79 d.C.. Scavando sotto il tempio dedicato alla Venere Sillana che dà le spalle alla Porta Marina, lo studioso Emmanuele Curti dell´Università di Matera ha trovato resti di un tempio dell´epoca in cui Pompei era abitata dal popolo che per mezzo secolo impegnò Roma nelle guerre sannite, da alleato divenne nemico e per questo fu sterminato.
La scoperta è nel fronte sud occidentale degli Scavi: un edificio con porticato e cisterne del III secolo avanti Cristo, un tempio dedicato a una divinità femminile, forse Mefite, dea sotterranea che proteggeva il bestiame e le acque precedendo Venere, che spesso si trova a tutela dei porti. «Anche la Venere Fisica raffigurata in due pitture pompeiane - spiega l´archeologo - in quanto divinità che collega il cielo alla terra, la vita alla morte, aveva un manto stellato, che assomiglia molto a quello della Madonna del santuario della Pompei moderna».
Lo scavo è durato due settimane. «I risultati - dice Curti - sono di enorme interesse, non solo per l´individuazione e la ri-datazione delle varie fasi di vita dell´area. È un passo avanti nella comprensione della relazione tra spazi pubblici e privati di questo settore cruciale della città, a metà strada tra il Foro e l´aria esterna di Porta Marina, dove forse c´erano dei bacini portuali». Curti è originario di Perugia, ha studiato con due grandi nomi dell´archeologia, Filippo Coarelli e Mario Torelli, ha lavorato per dieci anni al Birkbeck College dell´Università di Londra ed è tornato con un progetto del "rientro dei cervelli" all´Università di Basilicata. Il suo studio ha ottenuto fondi per 80 mila euro, serviti a realizzare la campagna di scavo in collaborazione con la Soprintendenza di Pompei diretta da Pier Giovanni Guzzo. Il progetto è in sintonia con le scelte della Soprintendenza, che da anni ha trasformato Pompei in un laboratorio per studiosi di tutte le nazionalità che procedono per approcci sistematici alle diverse aree.
Seguendo questo criterio, accanto al tempio della Venere dei Sanniti è affiorato un impianto termale di epoca successiva dove, secondo l´archeologo, si praticava la prostituzione sacra. Protagoniste di questi riti di passaggio che nel terzo e secondo secolo viene affidato a professioniste del sesso, in un primo tempo sono ragazze anche di famiglia aristocratica, che perdono la verginità al riparo del "recinto sacro" in cambio di una moneta da conservare per il resto della vita, il lasciapassare per il matrimonio. Dalle due profonde cisterne del tempio sannita sono tornati alla luce centinaia di reperti, terracotte votive con piccoli eroi antenati dei puttini, monete, ossa, lucerne, piattelli, blocchetti di porpora usate dalle adolescenti per truccarsi prima degli incontri e le conchiglie da cui si estraeva il colore rosso.
sul "domenicale" del Sole 24 ore del 5.7.04
Storia di un sentimento che da secoli è una delle componenti decisive della vita sociale. Da Caligola al terrorismo
LA PAURA SIAMO NOI
Aristotele la condannava come reazione irrazionale, gli stoici la consideravano una delle passioni di cui liberarsi. Ora i biologi annunciano di averne identificato il gene, mentre gli psicologi fanno di tutto per sradicarla. Ma l'unico rimedio efficace contro di essa è il timore: una virtù che concorre alla formazione della coscienza morale e aiuta ad avere fiducia nell'altro e rispetto per la sua diversità
Invece di arrenderci allo sgomento dobbiamo ritrovare la fraternità contro ogni sfida e trasgresione disumana e blasfema. Anche se segnata col nome di Dio «nominato invano»
di monsignor Gianfranco Ravasi
(prima pagina)
Jean Giono
Lo scrittore francese era affascinato dalla figura del segretario fiorentino: avrebbe voluto tradurlo
MACHIAVELLI? PIÙ VIOLENTO DI CÉLINE
di Giuseppe Scaraffia
pagina 33
Miti Greci
VIA DA EURIDICE PER RITROVARE L'ISPIRAZIONE
La circolarità della leggenda di Orfeo interpretata da Rilke, Cocteau, Pavse e Bufalino
di Martino Menghi
pagina 33
La mentalità scientifica è il vero cardie di uno stato laico e dell'uso corretto delle istituzioni politiche
RICERCA, PALESTRA DI DEMOCRAZIA
Queste le basi della civiltà moderna: difendere le proprie ragioni con argomenti razionali adducendo dati sperimentali: con la possibilità di essere smentiti da chiunque abbia tesi migliori
di Edoardo Boncinelli
pagina 36
Embriologia
La vita non comincia né all'atto della fecondazione né il 14° giorno
QUANDO INIZIA L'INDIVIDUO
di Carlo Alberto Redi
pagina 36
Bernardo Bertolucci
una segnaazione di Paolo Izzo
Repubblica 3.7.04
Il regista racconta l'amicizia con l'attore di "Ultimo tango" e come si sono ritrovati dopo 12 anni di silenzio
L'ultimo omaggio di Bertolucci "Sul set mi innamorai di lui"
"Con le lacrime agli occhi penso che morendo Marlon è diventato immortale"
«Con le lacrime agli occhi penso che morendo Marlon è diventato immortale. Ma forse lo era già allora, sul ponte di Passy, a Parigi. È quello che provava ogni giorno l´intera troupe di Ultimo Tango totalmente ipnotizzata dalla sua presenza. Nessuno di noi si era mai trovato davanti a una grande leggenda vivente. Lui era forse, per chi ama il cinema, l'unica vera mai esistita». Bernardo Bertolucci racconta il rapporto unico, difficile, complesso, con l'attore del film scandalo del '72. Brando definì Ultimo tango «una delle esperienze più imbarazzanti della sua carriera professionale». Nell'autobiografia svelò particolari scabrosi della lavorazione: «Un giorno volevano fotografarmi in un vero amplesso con Maria Schneider, ma faceva freddo e il mio pene si ridusse alla dimensione di una noce. Si era semplicemente prosciugato. Tutto il corpo sembrava essersi ritirato e la situazione era ulteriormente peggiorata dalla tensione, dall'imbarazzo e dallo stress. Ho persino parlato al mio pene e ai testicoli per farli crescere ma non ci fu verso».
Se per l'attore girare il film fu un incubo, Bertolucci rimase folgorato dalla personalità di Brando e dal suo talento. «Ricordo il primo ciak. Io grido: "Buona la prima!". Umetelli, l´operatore di macchina, arrossendo, mi sussurra: "Scusami ma mi sono trovato Marlon Brando nel mirino e sono rimasto a guardarlo, paralizzato". L'inquadratura è da rifare. All'Actor's Studio aveva imparato meglio di tutti a sentirsi un altro, a diventare un rivoluzionario messicano, o un Hell's Angel, o un portuale di New York, o un albero o un fiume. Il cinema chiede di solito a un attore di entrare nella pelle di un altro. Io invece gli ho chiesto il contrario, di portare nel film il suo vissuto, di uomo e di attore. Alla fine mi ha detto: "Non farò mai più un film così. Non mi piace fare l'attore ma questa volta è stato peggio. Mi sono sentito violentato dall´inizio alla fine, la mia vita, le mie cose più intime, anche i miei figli, mi hai strappato fuori tutto". Non mi ha parlato per dodici anni. Mi ha fatto soffrire brutalmente, mi ha fatto dubitare di me e del mio lavoro. Poi, un giorno, l'ho cercato e lui mi ha tenuto al telefono per due ore. Abbiamo ricominciato a parlare come allora, c'era un grande buco da colmare e Marlon era diabolicamente curioso. L'ultima volta l'ho visto a casa sua qualche anno fa, erano le due del pomeriggio nella luce malata di Mulholland Drive. Parlavamo parlavamo e ben presto erano le otto di sera e continuavamo a parlare senza accorgerci che era diventato completamente buio. Nel buio gli chiesi se si era mai accorto di quanto fossi stato innamorato di lui».
Repubblica 3.7.04
Il regista racconta l'amicizia con l'attore di "Ultimo tango" e come si sono ritrovati dopo 12 anni di silenzio
L'ultimo omaggio di Bertolucci "Sul set mi innamorai di lui"
"Con le lacrime agli occhi penso che morendo Marlon è diventato immortale"
«Con le lacrime agli occhi penso che morendo Marlon è diventato immortale. Ma forse lo era già allora, sul ponte di Passy, a Parigi. È quello che provava ogni giorno l´intera troupe di Ultimo Tango totalmente ipnotizzata dalla sua presenza. Nessuno di noi si era mai trovato davanti a una grande leggenda vivente. Lui era forse, per chi ama il cinema, l'unica vera mai esistita». Bernardo Bertolucci racconta il rapporto unico, difficile, complesso, con l'attore del film scandalo del '72. Brando definì Ultimo tango «una delle esperienze più imbarazzanti della sua carriera professionale». Nell'autobiografia svelò particolari scabrosi della lavorazione: «Un giorno volevano fotografarmi in un vero amplesso con Maria Schneider, ma faceva freddo e il mio pene si ridusse alla dimensione di una noce. Si era semplicemente prosciugato. Tutto il corpo sembrava essersi ritirato e la situazione era ulteriormente peggiorata dalla tensione, dall'imbarazzo e dallo stress. Ho persino parlato al mio pene e ai testicoli per farli crescere ma non ci fu verso».
Se per l'attore girare il film fu un incubo, Bertolucci rimase folgorato dalla personalità di Brando e dal suo talento. «Ricordo il primo ciak. Io grido: "Buona la prima!". Umetelli, l´operatore di macchina, arrossendo, mi sussurra: "Scusami ma mi sono trovato Marlon Brando nel mirino e sono rimasto a guardarlo, paralizzato". L'inquadratura è da rifare. All'Actor's Studio aveva imparato meglio di tutti a sentirsi un altro, a diventare un rivoluzionario messicano, o un Hell's Angel, o un portuale di New York, o un albero o un fiume. Il cinema chiede di solito a un attore di entrare nella pelle di un altro. Io invece gli ho chiesto il contrario, di portare nel film il suo vissuto, di uomo e di attore. Alla fine mi ha detto: "Non farò mai più un film così. Non mi piace fare l'attore ma questa volta è stato peggio. Mi sono sentito violentato dall´inizio alla fine, la mia vita, le mie cose più intime, anche i miei figli, mi hai strappato fuori tutto". Non mi ha parlato per dodici anni. Mi ha fatto soffrire brutalmente, mi ha fatto dubitare di me e del mio lavoro. Poi, un giorno, l'ho cercato e lui mi ha tenuto al telefono per due ore. Abbiamo ricominciato a parlare come allora, c'era un grande buco da colmare e Marlon era diabolicamente curioso. L'ultima volta l'ho visto a casa sua qualche anno fa, erano le due del pomeriggio nella luce malata di Mulholland Drive. Parlavamo parlavamo e ben presto erano le otto di sera e continuavamo a parlare senza accorgerci che era diventato completamente buio. Nel buio gli chiesi se si era mai accorto di quanto fossi stato innamorato di lui».
arte e follia...
...e il fratello di Dalì
una segnalazione di Silvia Iannaco
Repubblica 2.7.04
Con Dalì all' insegna della follia
Lo scrittore e il musicista si confrontan sul tema della creazione artistica Milanesiana Questa sera si incontrano Ryuichi Sakamoto e Patrick McGrath McGrath: Scrivere un libro è una sorta di ossessione ma l' ansia riguarda la qualità della scrittur Sakamoto: Quando compongo ho bisogno di un suono che per me è come la pietra per lo scultore
di PICO FLORIDI
MILNO. Salvador Dalì ha ispirato a Elisabetta Sgarbi una serata all' insegna della follia. Una serata che anticipa la mostra di Palazzo Grassi per il centenario dell' artista con delle foto inedite e che vede protagonisti il musicista Ryuichi Sakamoto e lo scrittore Patrick McGrath. Sono stati scritti molti testi sulla follia reale o provocatoria di Dalì, ma se guardiamo la sua biografia troviamo un punto di partenza inquietante nella sua reincarnazione in un fratello morto a due anni nel 1903, un anno prima della sua nascita. Dalì fu chiamato Salvador come il bambino morto, fu vestito con gli stessi abiti e ricevette gli stessi giocattoli: una palingenesi del fratello scomparso che fu anche il destino di Vincent Van Gogh. Nacque in questo modo un uomo geniale, per il quale dipingere era una parte infinitesimale della sua personalità. La versatilità di Dalì si rispecchia in Ryuichi Sakamoto, artista che fa dell' eclettismo una virtù. Musicista classico, compositore, è uno dei padrini della techno-pop. Istintivo e camaleontico, Sakamoto attraversa le frontiere musicali e unendo generi e stili che vanno dalla bossa nova all' hip hop e anticipa un nuovo cd intitolato Chasm. In Italia è noto per le colonne sonore che ha scritto per Oshima, Stone, Almodovar, De Palma e naturalmente Bertolucci, con un Oscar per L' ultimo imperatore. Come in quella di Dalì, anche nella biografia di McGrath ci sono delle coincidenze bizzarre con quello che sarà il suo destino di scrittore. La sua promessa dell' alba è un' infanzia trascorsa a Broadmoor il manicomio criminale inglese dove il padre era responsabile della struttura. L' autore di Follia presenta Port Mungo (Bompiani, pagg. 297, euro 16) romanzo dove nulla è come sembra e dove le atmosfere minacciose fanno presa magnetica sul lettore raccontando un groviglio inestricabile di perversioni, nevrosi e insoddisfazioni. La vostra ispirazione ha mai avuto l' impeto della follia? SAKAMOTO: «La mia ispirazione non ha la forza di un demone. Quando ero più giovane cercavo gli stimoli più vari: niente sonno, droghe, ma sono metodi troppo rischiosi. Quando compongo ho bisogno di un suono, che è come la pietra per lo scultore. Un suono nel quale io possa vedere una forma bellissima. Il protocollo delle mie percezioni varia di continuo». McGRATH: «Scrivere un libro è un' ossessione, ma l' ansietà è solo rispetto alla qualità della scrittura e alla sfida di una storia ben congegnata. L' emozione è relativa solo alla paura dell' insuccesso. Le esplosioni avvengono solo nel contesto della mia scrivania e non mi seguono quando finisco la mia giornata di lavoro». Esiste una forma di scrittura musicale o letteraria che possa curare i malesseri psicologici? SAKAMOTO: «Ho scritto due pezzi per la voce di mia figlia Miu perché credo abbia delle qualità profondamente rilassanti, le qualità che ha la voce di una mamma per il suo bambino. Ma la stessa efficacia può esistere in altri suoni, naturali o artificiali. Quando ero più giovane, mi rilassavo arrivando ogni giorno nella stazione di Shinjuku, la più affollata di Tokyo. Adesso apprezzo sempre di più i suoni della natura». McGRATH: «La letteratura può essere di aiuto, è una delle sue funzioni, può aiutarci a vedere le cose con maggior chiarezza. Sto leggendo Ore italiane di Henry James. Le sue impressioni su Venezia mi aiutano a filtrare la massa di emozioni che questa città mi provoca, a dare ordine alla mia esperienza». Le vostre opere sono state descritte come a un tempo gelide e intensamente sentimentali. Come fate? SAKAMOTO: «Seguo semplicemente i miei sentimenti. Credo che ci sia sempre una parte di noi che resta obiettiva, anche quando siamo travolti da un grande dolore e la tragedia si opprime. Per l' essere umano è difficile dimenticarsi totalmente, resta sempre una specie di dislivello, un lato dal quale ci si può osservare». McGRATH: «E' una domanda difficile. Scrivo con molta cura, con molte revisioni, cercando di rendere la mia prosa chiara e musicale. La voce del narratore è molto importante perché rappresenta il controllo in superficie, lasciando erompere la passione in profondità». E' possibile l' improvvisazione pura? SAKAMOTO: «Per me il 95% della scrittura è codice. In musica non c' è un' unicità dell' originale rispetto alla copia. Siamo schiavi di un codice e possiamo solo attuare nuove combinazioni che esistono già. Quando suono il pianoforte, utilizzo lo stesso codice che era di Bach, trecento anni fa. Dov' è l' originalità, dov' è il diritto d' autore? McGRATH: «No, non esistono esperienze umane nuove. Ogni cosa che riesco a immaginare è stata vissuta da qualcun altro. A volte vi sono nuovi modi di esprimersi. Il Modernismo ha portato l' esperienza della macchina, del volo, della fotografia, forse è stato l' ultimo momento di novità in questo senso». Esiste una responsabilità sociale dell' artista? SAKAMOTO: «Non esiste un dovere preciso. La situazione di guerra che stiamo vivendo con l' Iraq è un problema attuale, ed è collegato a quello ambientale, che è a lungo termine. La ragione per cui la questione ambientale è profondamente connessa con tutti gli altri temi è che le decisioni sull' ambiente sono sempre motivate da ragioni economiche, politiche e spirituali». McGRATH: «Non come artista, forse come giornalista. La responsabilità dell' artista non esiste nemmeno nei confronti dell' arte. Se volessi cambiare il modo di pensare della gente scriverei dei pessimi romanzi. Molti credono che l' artista abbia un dovere in questo senso, per via della popolarità». Avete entrambi scelto di vivere parte del vostro tempo a New York. Come influisce sul vostro processo creativo? SAKAMOTO: «Per la creazione artistica è necessaria la pace. Dopo la tragedia dell' 11 settembre non potevo ascoltare né comporre musica. Avevo troppa paura. Adesso capisco gli iracheni. La sovranità dello stato è stata distrutta nel 2003». McGRATH: «L' 11 settembre ha avuto un impatto gigantesco. Stavo scrivendo Port Mungo e per molti mesi il mio lavoro è sembrato futile. Adesso l' incubo è cresciuto. Resta la sfrenata speranza di finirla con Bush a novembre».
Repubblica 2.7.04
Con Dalì all' insegna della follia
Lo scrittore e il musicista si confrontan sul tema della creazione artistica Milanesiana Questa sera si incontrano Ryuichi Sakamoto e Patrick McGrath McGrath: Scrivere un libro è una sorta di ossessione ma l' ansia riguarda la qualità della scrittur Sakamoto: Quando compongo ho bisogno di un suono che per me è come la pietra per lo scultore
di PICO FLORIDI
MILNO. Salvador Dalì ha ispirato a Elisabetta Sgarbi una serata all' insegna della follia. Una serata che anticipa la mostra di Palazzo Grassi per il centenario dell' artista con delle foto inedite e che vede protagonisti il musicista Ryuichi Sakamoto e lo scrittore Patrick McGrath. Sono stati scritti molti testi sulla follia reale o provocatoria di Dalì, ma se guardiamo la sua biografia troviamo un punto di partenza inquietante nella sua reincarnazione in un fratello morto a due anni nel 1903, un anno prima della sua nascita. Dalì fu chiamato Salvador come il bambino morto, fu vestito con gli stessi abiti e ricevette gli stessi giocattoli: una palingenesi del fratello scomparso che fu anche il destino di Vincent Van Gogh. Nacque in questo modo un uomo geniale, per il quale dipingere era una parte infinitesimale della sua personalità. La versatilità di Dalì si rispecchia in Ryuichi Sakamoto, artista che fa dell' eclettismo una virtù. Musicista classico, compositore, è uno dei padrini della techno-pop. Istintivo e camaleontico, Sakamoto attraversa le frontiere musicali e unendo generi e stili che vanno dalla bossa nova all' hip hop e anticipa un nuovo cd intitolato Chasm. In Italia è noto per le colonne sonore che ha scritto per Oshima, Stone, Almodovar, De Palma e naturalmente Bertolucci, con un Oscar per L' ultimo imperatore. Come in quella di Dalì, anche nella biografia di McGrath ci sono delle coincidenze bizzarre con quello che sarà il suo destino di scrittore. La sua promessa dell' alba è un' infanzia trascorsa a Broadmoor il manicomio criminale inglese dove il padre era responsabile della struttura. L' autore di Follia presenta Port Mungo (Bompiani, pagg. 297, euro 16) romanzo dove nulla è come sembra e dove le atmosfere minacciose fanno presa magnetica sul lettore raccontando un groviglio inestricabile di perversioni, nevrosi e insoddisfazioni. La vostra ispirazione ha mai avuto l' impeto della follia? SAKAMOTO: «La mia ispirazione non ha la forza di un demone. Quando ero più giovane cercavo gli stimoli più vari: niente sonno, droghe, ma sono metodi troppo rischiosi. Quando compongo ho bisogno di un suono, che è come la pietra per lo scultore. Un suono nel quale io possa vedere una forma bellissima. Il protocollo delle mie percezioni varia di continuo». McGRATH: «Scrivere un libro è un' ossessione, ma l' ansietà è solo rispetto alla qualità della scrittura e alla sfida di una storia ben congegnata. L' emozione è relativa solo alla paura dell' insuccesso. Le esplosioni avvengono solo nel contesto della mia scrivania e non mi seguono quando finisco la mia giornata di lavoro». Esiste una forma di scrittura musicale o letteraria che possa curare i malesseri psicologici? SAKAMOTO: «Ho scritto due pezzi per la voce di mia figlia Miu perché credo abbia delle qualità profondamente rilassanti, le qualità che ha la voce di una mamma per il suo bambino. Ma la stessa efficacia può esistere in altri suoni, naturali o artificiali. Quando ero più giovane, mi rilassavo arrivando ogni giorno nella stazione di Shinjuku, la più affollata di Tokyo. Adesso apprezzo sempre di più i suoni della natura». McGRATH: «La letteratura può essere di aiuto, è una delle sue funzioni, può aiutarci a vedere le cose con maggior chiarezza. Sto leggendo Ore italiane di Henry James. Le sue impressioni su Venezia mi aiutano a filtrare la massa di emozioni che questa città mi provoca, a dare ordine alla mia esperienza». Le vostre opere sono state descritte come a un tempo gelide e intensamente sentimentali. Come fate? SAKAMOTO: «Seguo semplicemente i miei sentimenti. Credo che ci sia sempre una parte di noi che resta obiettiva, anche quando siamo travolti da un grande dolore e la tragedia si opprime. Per l' essere umano è difficile dimenticarsi totalmente, resta sempre una specie di dislivello, un lato dal quale ci si può osservare». McGRATH: «E' una domanda difficile. Scrivo con molta cura, con molte revisioni, cercando di rendere la mia prosa chiara e musicale. La voce del narratore è molto importante perché rappresenta il controllo in superficie, lasciando erompere la passione in profondità». E' possibile l' improvvisazione pura? SAKAMOTO: «Per me il 95% della scrittura è codice. In musica non c' è un' unicità dell' originale rispetto alla copia. Siamo schiavi di un codice e possiamo solo attuare nuove combinazioni che esistono già. Quando suono il pianoforte, utilizzo lo stesso codice che era di Bach, trecento anni fa. Dov' è l' originalità, dov' è il diritto d' autore? McGRATH: «No, non esistono esperienze umane nuove. Ogni cosa che riesco a immaginare è stata vissuta da qualcun altro. A volte vi sono nuovi modi di esprimersi. Il Modernismo ha portato l' esperienza della macchina, del volo, della fotografia, forse è stato l' ultimo momento di novità in questo senso». Esiste una responsabilità sociale dell' artista? SAKAMOTO: «Non esiste un dovere preciso. La situazione di guerra che stiamo vivendo con l' Iraq è un problema attuale, ed è collegato a quello ambientale, che è a lungo termine. La ragione per cui la questione ambientale è profondamente connessa con tutti gli altri temi è che le decisioni sull' ambiente sono sempre motivate da ragioni economiche, politiche e spirituali». McGRATH: «Non come artista, forse come giornalista. La responsabilità dell' artista non esiste nemmeno nei confronti dell' arte. Se volessi cambiare il modo di pensare della gente scriverei dei pessimi romanzi. Molti credono che l' artista abbia un dovere in questo senso, per via della popolarità». Avete entrambi scelto di vivere parte del vostro tempo a New York. Come influisce sul vostro processo creativo? SAKAMOTO: «Per la creazione artistica è necessaria la pace. Dopo la tragedia dell' 11 settembre non potevo ascoltare né comporre musica. Avevo troppa paura. Adesso capisco gli iracheni. La sovranità dello stato è stata distrutta nel 2003». McGRATH: «L' 11 settembre ha avuto un impatto gigantesco. Stavo scrivendo Port Mungo e per molti mesi il mio lavoro è sembrato futile. Adesso l' incubo è cresciuto. Resta la sfrenata speranza di finirla con Bush a novembre».
Tommaso Campanella:
L'Atheismo trionfato
Corriere della Sera 3.7.04
Campanella inedito contro Machiavelli
di ARMANDO TORNO
E’ stata ritrovata nei manoscritti anonimi della Biblioteca Vaticana un’opera in italiano di Tommaso Campanella che si pensava perduta. Si intitola L’ateismo trionfato . La scoperta si deve a Germana Ernst, docente all’Università di Roma Tre, una delle più tenaci cacciatrici di inediti campanelliani. A lei dobbiamo anche la miglior raccolta contemporanea di opere del filosofo calabrese, pubblicata nel 1999 nei classici del Poligrafico dello Stato, contenente ben sedici testi. Per parlare de L’ateismo trionfato conviene fare un salto indietro nel tempo, recarci a Napoli e sbirciare nella corrispondenza del nunzio partenopeo, monsignor Deodato Gentile. Tra le sue lettere, soffermiamoci su quella del 9 aprile 1615, indirizzata al cardinale Scipione Borghese che, tra l’altro, era protettore dell’Ordine domenicano, a cui fra Tommaso più o meno degnamente apparteneva: «Da quattro o sei giorni in qua m’è capitato alle mani un libro scritto in lingua volgare... del Campanella, il cui carattere mi è molto ben noto e ha per titolo l’ Atheismo trionfato , ovvero Riconoscimento filosofico della religione ». All’occhio sagace del nunzio non sfuggivano le astuzie di cui era capace il frate: «... per quel poco che ne ho potuto sin hora raccogliere è pieno delli suoi antichi errori e atheismi, se ben mascherati con titolo di pietà e religione».
Il 23 aprile di quel medesimo anno, nella riunione dei cardinali dell’Inquisizione, papa Paolo V sollecitava l’invio di quel testo a Roma, senza dimenticarsi di raccomandare a chi di dovere che al prigioniero Campanella fosse impedito di scrivere. Il 7 maggio il libro era giunto e la congregazione inquisitoriale poteva consegnarlo al cardinale Agostino Galamini, per una lettura e un parere. Inutile poi inseguire la storia del libro: il manoscritto ritrovato da Germana Ernst è proprio questo, o meglio è l’autografo che Campanella aveva con sé nella cella di Castel Nuovo e che fu sequestrato all’inizio di aprile. Va detto che le improvvise e continue perquisizioni causarono la dispersione di alcuni suoi libri, come gli Astronomica ; altri, come la Metaphysica , furono riscritti con la tenacia e con la memoria formidabili del filosofo. La redazione italiana de ll’ Ateismo fu creduta smarrita; dell’opera era nota la sola versione latina, anzi addirittura si dubitava dell’esistenza di un originale in volgare.
Ma che cosa contiene il libro? Per rispondere a questa domanda, occorre ricordare che Campanella enunciò promesse mirabili, a cominciare dalla conversione degli eretici (prevedeva di recarsi in Germania lasciando parenti e discepoli in ostaggio); altre volte propose - nella Città del Sole e nelle Lettere - invenzioni tra le più curiose, come far cavalcare i soldati senza l’impaccio delle briglie, o muovere i carri con il vento, o addirittura procurare che «li vascelli senza remi navighino ancora senza vento». La parte più grossa di queste promesse è dedicata ai libri utili alla cristianità. E tra i progetti ecco, nella lettera al cardinale Odoardo Farnese del 30 agosto 1606, «un volume contra politici e machiavellisti, che son la peste di questo secolo». Egli voleva mostrare loro «con novi ed efficaci argomenti quanto s’ingannano nella dottrina dell’anima ed in pensar che la religione sia arte di stato».
Ora, L’ateismo trionfato è proprio il trattato che Campanella considera il suo contributo all’antimachiavellismo e in cui cerca di sostenere che la religione è una virtus naturale, intrinseca in ogni manifestazione del creato. Chi seguiva i suggerimenti del segretario fiorentino la considerava invece una finzione, uno strumento pratico per conseguire e rafforzare il potere.
Il manoscritto autografo e l’edizione critica dell’ Ateismo sono appena stati pubblicati in due volumi nelle edizioni, dirette da Michele Ciliberto, della Scuola Normale Superiore di Pisa. L’aver riproposto il testo campanelliano, così come l’ha lasciato il filosofo, con mille correzioni e ripensamenti, è già di per sé un avvenimento. Questo, d’altra parte, è anche l’autografo più corposo che abbiamo del frate che si finse pazzo per sfuggire all’esecuzione (e ci riuscì). Perché poi in queste pagine gli inquisitori sentirono odore di zolfo, è un’altra storia. Di certo si insospettirono del suo amore per la natura e per il ruolo ristretto concesso alla Grazia divina. Ora, con il ritrovamento dell’originale, vengono di nuovo beffati: Campanella è restituito senza le successive correzioni che fece alle sue pagine per parare i colpi dei censori.
Campanella inedito contro Machiavelli
di ARMANDO TORNO
E’ stata ritrovata nei manoscritti anonimi della Biblioteca Vaticana un’opera in italiano di Tommaso Campanella che si pensava perduta. Si intitola L’ateismo trionfato . La scoperta si deve a Germana Ernst, docente all’Università di Roma Tre, una delle più tenaci cacciatrici di inediti campanelliani. A lei dobbiamo anche la miglior raccolta contemporanea di opere del filosofo calabrese, pubblicata nel 1999 nei classici del Poligrafico dello Stato, contenente ben sedici testi. Per parlare de L’ateismo trionfato conviene fare un salto indietro nel tempo, recarci a Napoli e sbirciare nella corrispondenza del nunzio partenopeo, monsignor Deodato Gentile. Tra le sue lettere, soffermiamoci su quella del 9 aprile 1615, indirizzata al cardinale Scipione Borghese che, tra l’altro, era protettore dell’Ordine domenicano, a cui fra Tommaso più o meno degnamente apparteneva: «Da quattro o sei giorni in qua m’è capitato alle mani un libro scritto in lingua volgare... del Campanella, il cui carattere mi è molto ben noto e ha per titolo l’ Atheismo trionfato , ovvero Riconoscimento filosofico della religione ». All’occhio sagace del nunzio non sfuggivano le astuzie di cui era capace il frate: «... per quel poco che ne ho potuto sin hora raccogliere è pieno delli suoi antichi errori e atheismi, se ben mascherati con titolo di pietà e religione».
Il 23 aprile di quel medesimo anno, nella riunione dei cardinali dell’Inquisizione, papa Paolo V sollecitava l’invio di quel testo a Roma, senza dimenticarsi di raccomandare a chi di dovere che al prigioniero Campanella fosse impedito di scrivere. Il 7 maggio il libro era giunto e la congregazione inquisitoriale poteva consegnarlo al cardinale Agostino Galamini, per una lettura e un parere. Inutile poi inseguire la storia del libro: il manoscritto ritrovato da Germana Ernst è proprio questo, o meglio è l’autografo che Campanella aveva con sé nella cella di Castel Nuovo e che fu sequestrato all’inizio di aprile. Va detto che le improvvise e continue perquisizioni causarono la dispersione di alcuni suoi libri, come gli Astronomica ; altri, come la Metaphysica , furono riscritti con la tenacia e con la memoria formidabili del filosofo. La redazione italiana de ll’ Ateismo fu creduta smarrita; dell’opera era nota la sola versione latina, anzi addirittura si dubitava dell’esistenza di un originale in volgare.
Ma che cosa contiene il libro? Per rispondere a questa domanda, occorre ricordare che Campanella enunciò promesse mirabili, a cominciare dalla conversione degli eretici (prevedeva di recarsi in Germania lasciando parenti e discepoli in ostaggio); altre volte propose - nella Città del Sole e nelle Lettere - invenzioni tra le più curiose, come far cavalcare i soldati senza l’impaccio delle briglie, o muovere i carri con il vento, o addirittura procurare che «li vascelli senza remi navighino ancora senza vento». La parte più grossa di queste promesse è dedicata ai libri utili alla cristianità. E tra i progetti ecco, nella lettera al cardinale Odoardo Farnese del 30 agosto 1606, «un volume contra politici e machiavellisti, che son la peste di questo secolo». Egli voleva mostrare loro «con novi ed efficaci argomenti quanto s’ingannano nella dottrina dell’anima ed in pensar che la religione sia arte di stato».
Ora, L’ateismo trionfato è proprio il trattato che Campanella considera il suo contributo all’antimachiavellismo e in cui cerca di sostenere che la religione è una virtus naturale, intrinseca in ogni manifestazione del creato. Chi seguiva i suggerimenti del segretario fiorentino la considerava invece una finzione, uno strumento pratico per conseguire e rafforzare il potere.
Il manoscritto autografo e l’edizione critica dell’ Ateismo sono appena stati pubblicati in due volumi nelle edizioni, dirette da Michele Ciliberto, della Scuola Normale Superiore di Pisa. L’aver riproposto il testo campanelliano, così come l’ha lasciato il filosofo, con mille correzioni e ripensamenti, è già di per sé un avvenimento. Questo, d’altra parte, è anche l’autografo più corposo che abbiamo del frate che si finse pazzo per sfuggire all’esecuzione (e ci riuscì). Perché poi in queste pagine gli inquisitori sentirono odore di zolfo, è un’altra storia. Di certo si insospettirono del suo amore per la natura e per il ruolo ristretto concesso alla Grazia divina. Ora, con il ritrovamento dell’originale, vengono di nuovo beffati: Campanella è restituito senza le successive correzioni che fece alle sue pagine per parare i colpi dei censori.
psichiatria americana:
depressi? troppi neuroni!
Yahoo! Notizie Sabato 3 Luglio 2004, 11:15
CERVELLO:IN AREA SUPERSVILUPPATA SI CERCA CAUSA DEPRESSIONE
(ANSA) - ROMA, 3 LUG - Troppi neuroni confondono le emozioni e causano serie forme di depressione. Infatti sembra essere il sovraffollamento cellulare nella parte del cervello che controlla le emozioni, una porzione del talamo, a causare la depressione piu' grave. Lo ha scoperto un gruppo statunitense dell'universita' del Texas, che ha pubblicato la ricerca sull'American Journal of Psychiatry.
I ricercatori, coordinati da Dwight German, hanno analizzato tessuto cerebrale da cadavere di un gruppo di pazienti con questa grave forma di depressione ed hanno notato che una zona del cervello, il talamo, e' piu' grande del 16% rispetto alla norma e che, la quantita' di neuroni e' maggiore del 31% rispetto a quella presente nel talamo di individui sani. Il talamo e' una regione centrale del cervello con molteplici funzioni, tra cui quella di trasmettere informazioni da vari distretti cerebrali alla corteccia, tanto che alcuni esperti lo definiscono il 'segretario' della corteccia cerebrale. E' la prima volta, sostiene German, che si trova un legame diretto tra un disturbo psichiatrico e l'aumento del numero di cellule totale in una regione del cervello.
Umore rasoterra, mancanza di interesse verso le attivita' quotidiane, pessimismo: sono questi alcuni sintomi del male oscuro. Quest'indole pero', sottolinea German, riflette delle differenze organiche rispetto agli individui sani e non semplicemente mancanza di volonta' o espressione di un ambiente familiare che ha cresciuto la persona nel modo sbagliato.
Per sfatare questi miti che offuscano realta' e complessita' della malattia, gli scienziati statunitensi hanno esaminato i cervelli da cadavere di pazienti con varie patologie psichiatriche come depressione, disturbi bipolari dell'umore e schizofrenia, nonche' individui di controllo morti senza aver mai sofferto di malattie della psiche. All'esame la porzione talamica deputata alla gestione delle emozioni risultava considerevolmente piu' grande solo nei depressi. Nessuna conformazione anomala per gli altri disturbi ne' per i sani.
Gli scienziati hanno anche fatto un confronto tra cervelli di individui che erano stati in cura con antidepressivi e non. Stesso risultato per entrambi i gruppi: talamo piu' grosso, segno che il disturbo depressivo ha origini organiche contro cui nulla possono i trattamenti. Il talamo pero', osserva German, ha le sue dimensioni normali nei suoi sub-dstretti non deputati all'elaborazione di informazioni emotive.
Tutto cio', conclude, e' segno evidente che questo ingrossamento sia almeno una causa della depressione.(ANSA).
CERVELLO:IN AREA SUPERSVILUPPATA SI CERCA CAUSA DEPRESSIONE
(ANSA) - ROMA, 3 LUG - Troppi neuroni confondono le emozioni e causano serie forme di depressione. Infatti sembra essere il sovraffollamento cellulare nella parte del cervello che controlla le emozioni, una porzione del talamo, a causare la depressione piu' grave. Lo ha scoperto un gruppo statunitense dell'universita' del Texas, che ha pubblicato la ricerca sull'American Journal of Psychiatry.
I ricercatori, coordinati da Dwight German, hanno analizzato tessuto cerebrale da cadavere di un gruppo di pazienti con questa grave forma di depressione ed hanno notato che una zona del cervello, il talamo, e' piu' grande del 16% rispetto alla norma e che, la quantita' di neuroni e' maggiore del 31% rispetto a quella presente nel talamo di individui sani. Il talamo e' una regione centrale del cervello con molteplici funzioni, tra cui quella di trasmettere informazioni da vari distretti cerebrali alla corteccia, tanto che alcuni esperti lo definiscono il 'segretario' della corteccia cerebrale. E' la prima volta, sostiene German, che si trova un legame diretto tra un disturbo psichiatrico e l'aumento del numero di cellule totale in una regione del cervello.
Umore rasoterra, mancanza di interesse verso le attivita' quotidiane, pessimismo: sono questi alcuni sintomi del male oscuro. Quest'indole pero', sottolinea German, riflette delle differenze organiche rispetto agli individui sani e non semplicemente mancanza di volonta' o espressione di un ambiente familiare che ha cresciuto la persona nel modo sbagliato.
Per sfatare questi miti che offuscano realta' e complessita' della malattia, gli scienziati statunitensi hanno esaminato i cervelli da cadavere di pazienti con varie patologie psichiatriche come depressione, disturbi bipolari dell'umore e schizofrenia, nonche' individui di controllo morti senza aver mai sofferto di malattie della psiche. All'esame la porzione talamica deputata alla gestione delle emozioni risultava considerevolmente piu' grande solo nei depressi. Nessuna conformazione anomala per gli altri disturbi ne' per i sani.
Gli scienziati hanno anche fatto un confronto tra cervelli di individui che erano stati in cura con antidepressivi e non. Stesso risultato per entrambi i gruppi: talamo piu' grosso, segno che il disturbo depressivo ha origini organiche contro cui nulla possono i trattamenti. Il talamo pero', osserva German, ha le sue dimensioni normali nei suoi sub-dstretti non deputati all'elaborazione di informazioni emotive.
Tutto cio', conclude, e' segno evidente che questo ingrossamento sia almeno una causa della depressione.(ANSA).
venerdì 2 luglio 2004
soldati USA:
il prezzo della guerra
Liberazione 2.7
l venti per cento torna dall'Iraq con problemi psichici
Uranio e violenza torturano i marine
di Andrea Milluzzi
«Uno su cinque fra i soldati americani di ritorno dall'Iraq soffre di gravi problemi mentali accompagnati da disturbi da stress derivato da traumi»: è il risultato di una ricerca dell'esercito americano, la prima sull'argomento, pubblicata dal New England Journal of Medicine e ripresa ieri in prima pagina dall'inglese Financial Times e dallo statunitense The New York Times. E se fra i 6mila e più soldati visitati venissero conteggiati anche i casi di ansia, questo dato salirebbe al 28% sul totale delle truppe. Quindi, se da un lato le «nuove tecnologie» di questa guerra «hanno ridotto gli effetti delle azioni militari», dall'altro «le malattie mentali sono più frequenti dei conflitti passati, come il Vietnam e la Guerra del Golfo». Ovviamente questo incremento ha una spiegazione: «I soldati in Iraq hanno maggior contatto con il nemico e maggior esposizione agli attacchi terroristici rispetto alle truppe che hanno partecipato alla prima Guerra del Golfo»; non per niente «più del 90% dei marines tornati dall'Iraq hanno riferito di aver essere stati bersagli di spari ed il 66% ha detto di essere stato attaccato» e «non conoscere i nemici, che potrebbero essere anche le donne e i bambini, è particolarmente stressante» concludono i ricercatori. Torna l'incubo "sindrome del Golfo", torna il sipario calato del Pentagono che, attraverso un portavoce «si rifiuta di commentare i dettagli dello studio».
Sembra tutto già detto e sembrano già ampiamente pronosticabili lo "schock emotivo di un Paese" ed il relativo insabbiamento, quando e se le disgrazie dei soldati americani arriveranno agli occhi e alle orecchie dell'opinione pubblica americana, adesso più forte ma forse non tanto da reagire diversamente da quanto fecero nel 1991. Allora gli ufficiali militari tanto si impegnarono che riuscirono addirittura a negare l'esistenza di problemi per i reduci dall'Iraq. Nonostante l'evidenza di uomini che si sono ritrovati a vivere fra «depressioni, ansie, incubi e progressivo impazzimento» e gli studi e le denunce che decine di studiosi di tutto il mondo hanno presentato, la "sindrome del Golfo" è sempre stata spacciata come una leggenda metropolitana, quando non ignorata radicalmente. «La guerra può presentare situazioni estreme che spiegano l'alienazione dalla vita civile» - spiegano i ricercatori dell'Università di Sydney, autori del testo War, trauma and psychiatry, un singolo esempio di come la scienza si pone di fronte a tale fenomeno - «I soldati hanno provato le esperienze di uccidere civili disarmati con modi barbari, mossi dalla rabbia, dalla vendetta e dalla paranoia». Le reazioni possono essere diverse fra loro, «c'è chi riesce a dimenticarsi tutto e chi non riesce più a muoversi dopo essere stato testimone di torture ed omicidi, o dopo aver perso amici in battaglia, aver ucciso qualcuno o essere stati esposti prolungatamente al fuoco nemico», ma in ogni caso «combattere una guerra altera profondamente la vita di uomini e donne».
E' questa la faccia nascosta della guerra, quella che continua anche lontano da cannoni e trincee. Quella che va a braccetto con i danni dell'uranio impoverito. La "sindrome del Golfo" infatti, come i suoi avi e i suoi discendenti, non ha interessato esclusivamente il cervello dei marines, ma anche il fisico. Le statistiche del Dipartimento della Difesa americano parlano infatti di 163mila reduci dalla Guerra del Golfo che sono stati dichiarati disabili dallo stesso Dipartimento, di 221mila su 697mila per cui sono stati previsti rimborsi e trattamenti e di un numero maggiore di 11mila soldati morti dopo il loro rientro a casa. Motivo? Contaminazione da uranio impoverito. Ancora una volta è la scienza a dirlo: il 3 settembre 2000 il britannico Sunday Times pubblicò un articolo sull'esito delle ricerche del dottor Asaf Durakovic, professore di medicina nucleare alla Georgetown University di Washington. Gli studi condotti dal professore su 17 reduci di guerra hanno provato che «decine di migliaia di soldati americani ed inglesi stanno morendo per le radiazioni dei proiettili all'uranio impoverito sparati durante la Guerra del Golfo». Pazzia ed avvelenamento, Somalia, Iraq, ex Jugoslavia e ancora Iraq. A chi richiede una spiegazione, basti sapere cosa ha risposto Shad Meshad, reduce dal Vietnam e presidente dell'americana Fondazione Nazionale dei Veterani: «Voi create killer giovani, forti ed arrabbiati e poi vi aspettate che tornati a casa si riabituino ai ruoli. Vi chiedete qual è il problema?».
l venti per cento torna dall'Iraq con problemi psichici
Uranio e violenza torturano i marine
di Andrea Milluzzi
«Uno su cinque fra i soldati americani di ritorno dall'Iraq soffre di gravi problemi mentali accompagnati da disturbi da stress derivato da traumi»: è il risultato di una ricerca dell'esercito americano, la prima sull'argomento, pubblicata dal New England Journal of Medicine e ripresa ieri in prima pagina dall'inglese Financial Times e dallo statunitense The New York Times. E se fra i 6mila e più soldati visitati venissero conteggiati anche i casi di ansia, questo dato salirebbe al 28% sul totale delle truppe. Quindi, se da un lato le «nuove tecnologie» di questa guerra «hanno ridotto gli effetti delle azioni militari», dall'altro «le malattie mentali sono più frequenti dei conflitti passati, come il Vietnam e la Guerra del Golfo». Ovviamente questo incremento ha una spiegazione: «I soldati in Iraq hanno maggior contatto con il nemico e maggior esposizione agli attacchi terroristici rispetto alle truppe che hanno partecipato alla prima Guerra del Golfo»; non per niente «più del 90% dei marines tornati dall'Iraq hanno riferito di aver essere stati bersagli di spari ed il 66% ha detto di essere stato attaccato» e «non conoscere i nemici, che potrebbero essere anche le donne e i bambini, è particolarmente stressante» concludono i ricercatori. Torna l'incubo "sindrome del Golfo", torna il sipario calato del Pentagono che, attraverso un portavoce «si rifiuta di commentare i dettagli dello studio».
Sembra tutto già detto e sembrano già ampiamente pronosticabili lo "schock emotivo di un Paese" ed il relativo insabbiamento, quando e se le disgrazie dei soldati americani arriveranno agli occhi e alle orecchie dell'opinione pubblica americana, adesso più forte ma forse non tanto da reagire diversamente da quanto fecero nel 1991. Allora gli ufficiali militari tanto si impegnarono che riuscirono addirittura a negare l'esistenza di problemi per i reduci dall'Iraq. Nonostante l'evidenza di uomini che si sono ritrovati a vivere fra «depressioni, ansie, incubi e progressivo impazzimento» e gli studi e le denunce che decine di studiosi di tutto il mondo hanno presentato, la "sindrome del Golfo" è sempre stata spacciata come una leggenda metropolitana, quando non ignorata radicalmente. «La guerra può presentare situazioni estreme che spiegano l'alienazione dalla vita civile» - spiegano i ricercatori dell'Università di Sydney, autori del testo War, trauma and psychiatry, un singolo esempio di come la scienza si pone di fronte a tale fenomeno - «I soldati hanno provato le esperienze di uccidere civili disarmati con modi barbari, mossi dalla rabbia, dalla vendetta e dalla paranoia». Le reazioni possono essere diverse fra loro, «c'è chi riesce a dimenticarsi tutto e chi non riesce più a muoversi dopo essere stato testimone di torture ed omicidi, o dopo aver perso amici in battaglia, aver ucciso qualcuno o essere stati esposti prolungatamente al fuoco nemico», ma in ogni caso «combattere una guerra altera profondamente la vita di uomini e donne».
E' questa la faccia nascosta della guerra, quella che continua anche lontano da cannoni e trincee. Quella che va a braccetto con i danni dell'uranio impoverito. La "sindrome del Golfo" infatti, come i suoi avi e i suoi discendenti, non ha interessato esclusivamente il cervello dei marines, ma anche il fisico. Le statistiche del Dipartimento della Difesa americano parlano infatti di 163mila reduci dalla Guerra del Golfo che sono stati dichiarati disabili dallo stesso Dipartimento, di 221mila su 697mila per cui sono stati previsti rimborsi e trattamenti e di un numero maggiore di 11mila soldati morti dopo il loro rientro a casa. Motivo? Contaminazione da uranio impoverito. Ancora una volta è la scienza a dirlo: il 3 settembre 2000 il britannico Sunday Times pubblicò un articolo sull'esito delle ricerche del dottor Asaf Durakovic, professore di medicina nucleare alla Georgetown University di Washington. Gli studi condotti dal professore su 17 reduci di guerra hanno provato che «decine di migliaia di soldati americani ed inglesi stanno morendo per le radiazioni dei proiettili all'uranio impoverito sparati durante la Guerra del Golfo». Pazzia ed avvelenamento, Somalia, Iraq, ex Jugoslavia e ancora Iraq. A chi richiede una spiegazione, basti sapere cosa ha risposto Shad Meshad, reduce dal Vietnam e presidente dell'americana Fondazione Nazionale dei Veterani: «Voi create killer giovani, forti ed arrabbiati e poi vi aspettate che tornati a casa si riabituino ai ruoli. Vi chiedete qual è il problema?».
giovedì 1 luglio 2004
neurobiologi e psichiatri su Nature:
le funzioni del sonno
Repubblica 1.7.04
Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica "Nature"
prospetta una nuova ipotesi: le nozioni si organizzano di notte
Più si dorme, più si impara
Le notti magiche del cervello
di ELENA DUSI
ROMA - A cosa serve dormire? A riposare, si direbbe. Ma è una risposta troppo generica. Secondo le teorie più recenti, il sonno contribuirebbe a rafforzare i circuiti della memoria. Ma come questi circuiti funzionino, e cosa accada loro esattamente durante la notte, rimane ancora un mistero. Sulla rivista scientifica Nature viene proposta una nuova ipotesi. Gli autori sono tre italiani (Lice Ghilardi, Marcello Massimini e Giulio Tononi) e uno svizzero (Reto Huber) che lavorano per l'università del Wisconsin. Il sonno, secondo loro, servirebbe a "fare pulizia" di tutte le conoscenze inutili acquisite durante il giorno, a riordinare gli stimoli che abbiamo ricevuto e a selezionare le esperienze vissute. Da svegli impariamo nozioni, movimenti e procedure. E tutto questo si traduce in un cambiamento reale, fisico, nel nostro cervello, che grazie alla sua plasticità è in grado di creare continuamente nuove connessioni fra neuroni.
"Il peso dell'esperienza" esiste veramente, e gli autori della ricerca scientifica lo hanno misurato grazie a un elettroencefalogramma tanto preciso da poter rilevare l'attività elettrica del cervello con la risoluzione di un centimetro. Lo strumento che usiamo per liberarci da questo "peso dell'esperienza" sarebbe il sonno. La dimostrazione? Secondo Lice Ghilardi: "Più aumenta l'attività di apprendimento, più c'è bisogno di dormire".
A Madison, dove i neurobiologi lavorano, un gruppo di volontari è stato sottoposto a un test studiato ad hoc per misurare il lavoro svolto da una determinata area del cervello durante il giorno, e la conseguente azione di "pulizia" messa in atto durante la notte. Si partiva da un semplice videogioco. Una pallina si muoveva sullo schermo di un computer, e i volontari dovevano inseguirla con un cursore manovrato da un mouse. In alcuni casi però c'era un trucco: il mouse si muoveva in una direzione, ma il cursore seguiva una direzione leggermente diversa, deviata di quindici gradi. Troppo poco perché i volontari ne avessero coscienza. Abbastanza però per mettere in funzione un'area del cervello dell'emisfero destro deputata alla coordinazione fra occhio e mano.
Dopo tre quarti d'ora di gioco, arrivava il momento di andare a dormire. E qui entravano in gioco i 256 elettrodi applicati sulla testa dei volontari. L'area della coordinazione occhio-mano, quella sollecitata durante il gioco con il mouse truccato - e solo quella - continuava a mostrare un'attività elettrica superiore al normale anche con la testa sul cuscino. "In quel momento - spiega Massimini - il sonno stava ricalibrando i miliardi e miliardi di connessioni fra neuroni che erano state sollecitate durante la veglia, e che in generale sono responsabili della nostra capacità di apprendere e ricordare". Altro che riposare. "Proprio nelle aree sollecitate dal gioco - prosegue Massimini - le onde lente prodotte dal sonno diventavano molto più ampie".
L'attività notturna di riorganizzazione delle connessioni fra neuroni non serve solo a liberare il cervello dalle esperienze inutili, a renderlo quindi più agile e leggero. Ma anche a far risaltare le esperienze utili. Dopo una buona dormita, il punteggio realizzato al videogioco era infatti dell'11 per cento circa più alto rispetto alla sera precedente. Mentre un altro gruppo di volontari che aveva iniziato a giocare la mattina e si era ripetuto la sera - senza dormire nel frattempo - non aveva effettuato nessun miglioramento. "Questi risultati - conclude Massimini - rivelano alcuni dati fondamentali sul sonno. Se una parte del cervello impara, deve dormire di più. E tanto maggiore sarà l'intensità del sonno, tanto migliori saranno le nostre prestazioni il giorno successivo.
Le onde elettriche prodotte dormendo servono a ricalibrare (a "far dimagrire") le connessioni fra neuroni rafforzate (ingrassate) durante la veglia. Spazzano via dai circuiti cerebrali le scorie e le imprecisioni che l'apprendimento porta con sé. Grazie a questo processo di ricalibrazione, la mattina ci svegliamo con un cervello più leggero e più preciso".
Massimini, Maria Felice Ghilardi e Giulio Tononi (al loro articolo Nature dedica la copertina) lavorano negli Usa rispettivamente da due, diciotto e tredici anni. "No, nessuna cattiva esperienza in Italia. Qui potevamo trovare opportunità migliori" spiega Tononi. "Il mio primo amore - aggiunge - sono gli studi sulla coscienza. E gli Stati Uniti sono all'avanguardia in questo campo".
Repubblica 1.7.04
L'INTERVISTA
Giulio Tononi, docente di psichiatria all'università del Wisconsin e coordinatore della ricerca
"Il sonno fissa i ricordi utili e fa pulizia nella memoria"
Dormire serve proprio a questo: far dimagrire il cervello eliminando le cose inutili e farlo ripartire più snello
(e. d.)
ROMA - «Tutti gli animali dormono, dal moscerino della frutta ai delfini. Il sonno ha una funzione universale per la vita degli animali». Quale sia questa funzione, però, ancora non è chiaro. Giulio Tononi, che insegna psichiatria all´università del Wisconsin, è il coordinatore della ricerca di Nature. «Tante ipotesi sono state suggerite. Forse il sonno serve a consolidare i ricordi, o forse a tenerci lontano dai guai durante la notte».
La vostra idea?
«I neuroni dialogano continuamente l´uno con l´altro. E quando dialogano, formano delle connessioni tra loro. Queste connessioni sono tanto più forti e numerose quanto più siamo concentrati o ci stiamo sforzando di imparare qualcosa di nuovo. Il risultato: alla fine della giornata, quando abbiamo visto, sentito e fatto molte cose nuove, il nostro cervello si è modificato. Approssimativamente, possiamo dire che tra la mattina e la sera le connessioni fra neuroni si irrobustiscono di un buon 20-30 per cento».
Non è una crescita straordinaria?
«In realtà si tratta di un problema, per il cervello. Da solo quest´organo consuma circa il 20 per cento dell´energia del corpo. Ci sono anche problemi di spazio, perché la scatola cranica è un ambiente molto affollato di cellule. Come si può pensare di sostenere una crescita del 20-30 per cento tutti i giorni? Occorre fare pulizia e razionalizzare lo spazio eliminando le connessioni inutili. E noi crediamo che il sonno serva proprio a questo: a far dimagrire il cervello e a farlo ripartire più agile e snello il mattino dopo».
Che cosa vuol dire dimagrire, per un cervello?
«Eliminare le connessioni inutili. Quel rumore di fondo che ci accompagna durante la giornata va eliminato, insieme a tutte le esperienze che non vale la pena di portare con sé nel futuro. Il meccanismo esatto con cui la razionalizzazione delle connessioni avvenga non è chiaro. Ma siamo riusciti a dimostrare che l´attività del cervello durante la notte è più intensa nelle aree che durante il giorno sono state impegnate in un compito di apprendimento. In quell´area dove si sono formate molte nuove connessioni, è più importante riportare un po´ di ordine».
Il bisogno di sonno quindi è legato all´apprendimento. Questo potrebbe spiegare come mai i bambini (i cuccioli in generale) hanno più bisogno di dormire ore rispetto ad adulti e anziani?
«Se la nostra ipotesi è giusta, la spiegazione è proprio questa. Ancor prima che i cuccioli aprano gli occhi, iniziano ad apprendere moltissime cose, e il loro cervello si modifica in maniera tumultuosa. Per regolare questo gran numero di nuove connessioni occorrono più ore di sonno».
Diventare bravi al vostro videogioco vuol dire creare molte nuove connessioni, quindi potenziare il cervello. Ma questo potenziamento sarà utile anche per altre attività, magari più importanti?
«Difficile rispondere. Probabilmente alcune connessioni si adattano a molti usi, altre no. Non credo che il nostro gioco si riveli molto utile per la vita di tutti i giorni».
Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica "Nature"
prospetta una nuova ipotesi: le nozioni si organizzano di notte
Più si dorme, più si impara
Le notti magiche del cervello
di ELENA DUSI
i topi
Quelli addestrati in laboratorio a uscire da un labirinto, anche nel sonno mantengono in attività l'area cerebrale coinvolta: gli scienziati ne hanno dedotto
che sognano di uscire
gli uccelli
Nel sonno, ripassano e memorizzano le melodie imparate di giorno. L'attività elettrica del cervello, in alcune fasi del sonno, è uguale a quella prodotta durante il canto diurno
I delfini
Fanno riposare un emisfero del cervello alla volta. Così l'altro è sempre in funzione per nuotare, cercare il cibo ed evitare i pericoli. È uno dei sonni migliori presenti in natura
i moscerini
Anche i moscerini della frutta a una certa ora si sentono stanchi, ma bastano poche gocce di caffè a tenerli svegli più a lungo. Salvo ritrovarli il giorno dopo assonnati, irritabili e aggressivi
ROMA - A cosa serve dormire? A riposare, si direbbe. Ma è una risposta troppo generica. Secondo le teorie più recenti, il sonno contribuirebbe a rafforzare i circuiti della memoria. Ma come questi circuiti funzionino, e cosa accada loro esattamente durante la notte, rimane ancora un mistero. Sulla rivista scientifica Nature viene proposta una nuova ipotesi. Gli autori sono tre italiani (Lice Ghilardi, Marcello Massimini e Giulio Tononi) e uno svizzero (Reto Huber) che lavorano per l'università del Wisconsin. Il sonno, secondo loro, servirebbe a "fare pulizia" di tutte le conoscenze inutili acquisite durante il giorno, a riordinare gli stimoli che abbiamo ricevuto e a selezionare le esperienze vissute. Da svegli impariamo nozioni, movimenti e procedure. E tutto questo si traduce in un cambiamento reale, fisico, nel nostro cervello, che grazie alla sua plasticità è in grado di creare continuamente nuove connessioni fra neuroni.
"Il peso dell'esperienza" esiste veramente, e gli autori della ricerca scientifica lo hanno misurato grazie a un elettroencefalogramma tanto preciso da poter rilevare l'attività elettrica del cervello con la risoluzione di un centimetro. Lo strumento che usiamo per liberarci da questo "peso dell'esperienza" sarebbe il sonno. La dimostrazione? Secondo Lice Ghilardi: "Più aumenta l'attività di apprendimento, più c'è bisogno di dormire".
A Madison, dove i neurobiologi lavorano, un gruppo di volontari è stato sottoposto a un test studiato ad hoc per misurare il lavoro svolto da una determinata area del cervello durante il giorno, e la conseguente azione di "pulizia" messa in atto durante la notte. Si partiva da un semplice videogioco. Una pallina si muoveva sullo schermo di un computer, e i volontari dovevano inseguirla con un cursore manovrato da un mouse. In alcuni casi però c'era un trucco: il mouse si muoveva in una direzione, ma il cursore seguiva una direzione leggermente diversa, deviata di quindici gradi. Troppo poco perché i volontari ne avessero coscienza. Abbastanza però per mettere in funzione un'area del cervello dell'emisfero destro deputata alla coordinazione fra occhio e mano.
Dopo tre quarti d'ora di gioco, arrivava il momento di andare a dormire. E qui entravano in gioco i 256 elettrodi applicati sulla testa dei volontari. L'area della coordinazione occhio-mano, quella sollecitata durante il gioco con il mouse truccato - e solo quella - continuava a mostrare un'attività elettrica superiore al normale anche con la testa sul cuscino. "In quel momento - spiega Massimini - il sonno stava ricalibrando i miliardi e miliardi di connessioni fra neuroni che erano state sollecitate durante la veglia, e che in generale sono responsabili della nostra capacità di apprendere e ricordare". Altro che riposare. "Proprio nelle aree sollecitate dal gioco - prosegue Massimini - le onde lente prodotte dal sonno diventavano molto più ampie".
L'attività notturna di riorganizzazione delle connessioni fra neuroni non serve solo a liberare il cervello dalle esperienze inutili, a renderlo quindi più agile e leggero. Ma anche a far risaltare le esperienze utili. Dopo una buona dormita, il punteggio realizzato al videogioco era infatti dell'11 per cento circa più alto rispetto alla sera precedente. Mentre un altro gruppo di volontari che aveva iniziato a giocare la mattina e si era ripetuto la sera - senza dormire nel frattempo - non aveva effettuato nessun miglioramento. "Questi risultati - conclude Massimini - rivelano alcuni dati fondamentali sul sonno. Se una parte del cervello impara, deve dormire di più. E tanto maggiore sarà l'intensità del sonno, tanto migliori saranno le nostre prestazioni il giorno successivo.
Le onde elettriche prodotte dormendo servono a ricalibrare (a "far dimagrire") le connessioni fra neuroni rafforzate (ingrassate) durante la veglia. Spazzano via dai circuiti cerebrali le scorie e le imprecisioni che l'apprendimento porta con sé. Grazie a questo processo di ricalibrazione, la mattina ci svegliamo con un cervello più leggero e più preciso".
Massimini, Maria Felice Ghilardi e Giulio Tononi (al loro articolo Nature dedica la copertina) lavorano negli Usa rispettivamente da due, diciotto e tredici anni. "No, nessuna cattiva esperienza in Italia. Qui potevamo trovare opportunità migliori" spiega Tononi. "Il mio primo amore - aggiunge - sono gli studi sulla coscienza. E gli Stati Uniti sono all'avanguardia in questo campo".
Repubblica 1.7.04
L'INTERVISTA
Giulio Tononi, docente di psichiatria all'università del Wisconsin e coordinatore della ricerca
"Il sonno fissa i ricordi utili e fa pulizia nella memoria"
Dormire serve proprio a questo: far dimagrire il cervello eliminando le cose inutili e farlo ripartire più snello
(e. d.)
ROMA - «Tutti gli animali dormono, dal moscerino della frutta ai delfini. Il sonno ha una funzione universale per la vita degli animali». Quale sia questa funzione, però, ancora non è chiaro. Giulio Tononi, che insegna psichiatria all´università del Wisconsin, è il coordinatore della ricerca di Nature. «Tante ipotesi sono state suggerite. Forse il sonno serve a consolidare i ricordi, o forse a tenerci lontano dai guai durante la notte».
La vostra idea?
«I neuroni dialogano continuamente l´uno con l´altro. E quando dialogano, formano delle connessioni tra loro. Queste connessioni sono tanto più forti e numerose quanto più siamo concentrati o ci stiamo sforzando di imparare qualcosa di nuovo. Il risultato: alla fine della giornata, quando abbiamo visto, sentito e fatto molte cose nuove, il nostro cervello si è modificato. Approssimativamente, possiamo dire che tra la mattina e la sera le connessioni fra neuroni si irrobustiscono di un buon 20-30 per cento».
Non è una crescita straordinaria?
«In realtà si tratta di un problema, per il cervello. Da solo quest´organo consuma circa il 20 per cento dell´energia del corpo. Ci sono anche problemi di spazio, perché la scatola cranica è un ambiente molto affollato di cellule. Come si può pensare di sostenere una crescita del 20-30 per cento tutti i giorni? Occorre fare pulizia e razionalizzare lo spazio eliminando le connessioni inutili. E noi crediamo che il sonno serva proprio a questo: a far dimagrire il cervello e a farlo ripartire più agile e snello il mattino dopo».
Che cosa vuol dire dimagrire, per un cervello?
«Eliminare le connessioni inutili. Quel rumore di fondo che ci accompagna durante la giornata va eliminato, insieme a tutte le esperienze che non vale la pena di portare con sé nel futuro. Il meccanismo esatto con cui la razionalizzazione delle connessioni avvenga non è chiaro. Ma siamo riusciti a dimostrare che l´attività del cervello durante la notte è più intensa nelle aree che durante il giorno sono state impegnate in un compito di apprendimento. In quell´area dove si sono formate molte nuove connessioni, è più importante riportare un po´ di ordine».
Il bisogno di sonno quindi è legato all´apprendimento. Questo potrebbe spiegare come mai i bambini (i cuccioli in generale) hanno più bisogno di dormire ore rispetto ad adulti e anziani?
«Se la nostra ipotesi è giusta, la spiegazione è proprio questa. Ancor prima che i cuccioli aprano gli occhi, iniziano ad apprendere moltissime cose, e il loro cervello si modifica in maniera tumultuosa. Per regolare questo gran numero di nuove connessioni occorrono più ore di sonno».
Diventare bravi al vostro videogioco vuol dire creare molte nuove connessioni, quindi potenziare il cervello. Ma questo potenziamento sarà utile anche per altre attività, magari più importanti?
«Difficile rispondere. Probabilmente alcune connessioni si adattano a molti usi, altre no. Non credo che il nostro gioco si riveli molto utile per la vita di tutti i giorni».
interpretazioni dei miti
ORFEO
divorzio da Euridice
La Stampa 1.7.04
ORFEO
divorzio da Euridice
La parabola del poeta che scende agli inferi per salvare la sposa è diventata allegoria cristiana e poi spinta erotica alla creatività
Nelle riletture moderne lui si volta indietro per calcolo: decide di disfarsi della donna per riscoprire l’arte o per ritrovare se stesso
di Silvia Ronchey
AMORE, morte, poesia. Cos'hanno a che fare queste tre cose? Fanno la sindrome di Orfeo, il primo dei poeti, colui che scende per amore nel regno dei morti.
Il canto di Orfeo fa muovere animali, piante, pietre. Ma per questo è maledetto, è un atto di hybris, una trasgressione dell'ordine cosmico, come quella di Prometeo. Orfeo poetando smaglia l'armonia universale, la rete di rapporti musicali che sostiene tutte le cose e di cui è signore Apollo.
Per contrappasso gli muore la sposa, Euridice. Orfeo compie allora un secondo atto di hybris: scavalca la soglia che divide la morte dalla vita, scende negli inferi e incanta con la sua cetra anche i sovrani di laggiù, che gli concedono, cosa inaudita, di far rivivere «lei così amata». A un patto però: per tutta la via che lo riporta dal buio alla luce e al tempo non dovrà mai voltarsi indietro. Ma Orfeo non resiste, si gira a guardare Euridice, che viene inghiottita per sempre dall'Ade.
Bisognerà aspettare un altro millennio e un altro mito perché si riaffacci la possibilità di una via indietro dalla morte alla vita, di una resurrezione dei morti. Non a caso la parabola di Orfeo sarà ripresa come allegoria cristiana, a partire da Boezio, che vedrà nel voltarsi di Orfeo l'attrazione esercitata dal mondo terreno e nella perdita di Euridice la perdita della contemplazione celeste. O Orfeo sarà identificato direttamente col figlio di Dio in lotta col diavolo, come in Calderón de la Barca.
Anche dopo la fine del paganesimo, quindi, il mito greco rimane vivo. Le sue figure, inabissate nel profondo dell'inconscio collettivo, riaffiorano continuamente: come sintomi, intuì Jung, perché il mito e il sintomo sono la stessa cosa, perché «se vogliamo studiare la sofferenza umana», come ha detto Hillman, «dobbiamo studiare il mito».
Se parliamo del mito di Orfeo, come fa oggi il bel libro curato da Maria Grazia Ciani e Andrea Rodighiero per Marsilio, dobbiamo perciò avere ben chiaro che non stiamo solo raccontando una storia, ma analizzando un'universale lacerazione dell'anima: appunto, la sindrome di Orfeo. Amore, morte, poesia formano un triangolo, di cui la terza linea, la poesia, è quella che congiunge le prime due. Amore e morte sono i poli della contraddizione perenne della vita umana, fin dalla nascita, fin da quando, neonati, oscilliamo tra due forze: da un lato, quella che ci spingerebbe a tornare nel buio (in greco «orphé», la stessa radice del nome di Orfeo) e nell'indistinzione del ventre materno; dall'altro lato, quella del desiderio, che ci attrae verso qualcosa di altrettanto indefinibilmente caro, ma luminoso e sconosciuto.
Né l'una né l'altra forza sono la vita: lo è solo la tensione fra le due. E' a questo punto che, a tentare di sanare il dissidio tra ombra e luce e tra discesa e ascesa, insorge in noi ciò che gli antichi chiamavano «poiesis», dal verbo «poiéo», «creare». La traduzione «poesia» è limitativa, perché non si tratta di una creatività solo letteraria, ma di qualsiasi forma di creazione, di interpretazione del doloroso mistero in cui viviamo.
Molti «poeti» in senso stretto hanno ripreso il mito di Orfeo: da Dante a Petrarca, da Poliziano a Shakespeare, fino al Novecento «orfico» di Valéry e Rilke, Campana e Trakl, per approdare al teatro di Cocteau, Anouilh, Tennessee Williams, e al cinema, a cominciare dall'Orfeu negro di Marcel Camus fino a tanti film odierni: ultimo, l'apparentemente frivolo musical di Baz Luhrman Moulin Rouge. Per tutti costoro la sindrome di Orfeo colpisce principalmente quella categoria di esseri umani che hanno affidato alla dimensione artistica la spinta erotica alla creatività.
Il libro di Ciani e Rodighiero illustra solo in parte la grande fortuna del mito, affiancando alle due principali versioni della letteratura classica, quelle di Virgilio nelle Georgiche e di Ovidio nelle Metamorfosi, quattro variazioni letterarie della modernità: la fabula commissionata dal cardinale Francesco Gonzaga a Poliziano; il sublime, visionario poemetto di Rilke, Orfeo. Euridice. Hermes, che Josif Brodskij definì «la più grande opera di questo secolo»; la pièce di Cocteau, piena di un'ironia spesso solo in parte compresa; e due testi italiani che ne derivano, il dialogo L'inconsolabile di Cesare Pavese e il racconto Il ritorno di Euridice di Gesualdo Bufalino.
«E' più difficile trovare la via attraverso il mondo che la via al di là del mondo», ha scritto il poeta-filosofo americano Wallace Stevens. La sindrome di Orfeo è anche questo. «Ho voltato la testa apposta», dice l'Orfeo di Cocteau. Nelle riletture moderne, Orfeo si è voltato indietro non per errore, non per improvvisa follia, ma per calcolo, si è disfatto di Euridice per rinnovare la propria ispirazione poetica, per ritrovare la creatività. L'Orfeo di Pavese comprende che ogni esperienza, anche la perdita del fantasma materno proiettato sulla persona amata, è solo una tappa nel percorso necessariamente solitario della ricerca di sé: «Ho cercato me stesso», dice. «Non si cerca che questo». E quando Orfeo lo realizza, rinuncia a Euridice e salva la poesia: «Non m'importò nulla di lei che mi seguiva. Il mio passato fu il chiarore, fu il canto e il mattino. E mi voltai», scrive Pavese.
Ma sublimare l'eros nella poesia significa anche rinnegarlo. La parabola di Orfeo, a partire dalla versione di Ovidio, sfocia in un'ulteriore trasgressione: non contro Apollo, stavolta, ma contro Dioniso. L'eros si trasforma in negazione della sessualità codificata, in disprezzo e rifiuto di tutte le donne. Il canto del poeta incita non solo all'omosessualità, ma alla pederastia o alla pedofilia, di cui Orfeo viene ricordato come il fondatore. E' un terzo atto di hybris, che pagherà con la stessa morte atroce di Penteo: sarà fatto a pezzi dalle ménadi, che vendicheranno così l'indifferenza del poeta alle leggi della vita e della procreazione.
Si dice che la testa e la lira di Orfeo, legate insieme e gettate nel mare di Tracia, siano approdate e sepolte nell'isola di Lesbo, e qui continuino a cantare.
ORFEO
divorzio da Euridice
La parabola del poeta che scende agli inferi per salvare la sposa è diventata allegoria cristiana e poi spinta erotica alla creatività
Nelle riletture moderne lui si volta indietro per calcolo: decide di disfarsi della donna per riscoprire l’arte o per ritrovare se stesso
di Silvia Ronchey
AMORE, morte, poesia. Cos'hanno a che fare queste tre cose? Fanno la sindrome di Orfeo, il primo dei poeti, colui che scende per amore nel regno dei morti.
Il canto di Orfeo fa muovere animali, piante, pietre. Ma per questo è maledetto, è un atto di hybris, una trasgressione dell'ordine cosmico, come quella di Prometeo. Orfeo poetando smaglia l'armonia universale, la rete di rapporti musicali che sostiene tutte le cose e di cui è signore Apollo.
Per contrappasso gli muore la sposa, Euridice. Orfeo compie allora un secondo atto di hybris: scavalca la soglia che divide la morte dalla vita, scende negli inferi e incanta con la sua cetra anche i sovrani di laggiù, che gli concedono, cosa inaudita, di far rivivere «lei così amata». A un patto però: per tutta la via che lo riporta dal buio alla luce e al tempo non dovrà mai voltarsi indietro. Ma Orfeo non resiste, si gira a guardare Euridice, che viene inghiottita per sempre dall'Ade.
Bisognerà aspettare un altro millennio e un altro mito perché si riaffacci la possibilità di una via indietro dalla morte alla vita, di una resurrezione dei morti. Non a caso la parabola di Orfeo sarà ripresa come allegoria cristiana, a partire da Boezio, che vedrà nel voltarsi di Orfeo l'attrazione esercitata dal mondo terreno e nella perdita di Euridice la perdita della contemplazione celeste. O Orfeo sarà identificato direttamente col figlio di Dio in lotta col diavolo, come in Calderón de la Barca.
Anche dopo la fine del paganesimo, quindi, il mito greco rimane vivo. Le sue figure, inabissate nel profondo dell'inconscio collettivo, riaffiorano continuamente: come sintomi, intuì Jung, perché il mito e il sintomo sono la stessa cosa, perché «se vogliamo studiare la sofferenza umana», come ha detto Hillman, «dobbiamo studiare il mito».
Se parliamo del mito di Orfeo, come fa oggi il bel libro curato da Maria Grazia Ciani e Andrea Rodighiero per Marsilio, dobbiamo perciò avere ben chiaro che non stiamo solo raccontando una storia, ma analizzando un'universale lacerazione dell'anima: appunto, la sindrome di Orfeo. Amore, morte, poesia formano un triangolo, di cui la terza linea, la poesia, è quella che congiunge le prime due. Amore e morte sono i poli della contraddizione perenne della vita umana, fin dalla nascita, fin da quando, neonati, oscilliamo tra due forze: da un lato, quella che ci spingerebbe a tornare nel buio (in greco «orphé», la stessa radice del nome di Orfeo) e nell'indistinzione del ventre materno; dall'altro lato, quella del desiderio, che ci attrae verso qualcosa di altrettanto indefinibilmente caro, ma luminoso e sconosciuto.
Né l'una né l'altra forza sono la vita: lo è solo la tensione fra le due. E' a questo punto che, a tentare di sanare il dissidio tra ombra e luce e tra discesa e ascesa, insorge in noi ciò che gli antichi chiamavano «poiesis», dal verbo «poiéo», «creare». La traduzione «poesia» è limitativa, perché non si tratta di una creatività solo letteraria, ma di qualsiasi forma di creazione, di interpretazione del doloroso mistero in cui viviamo.
Molti «poeti» in senso stretto hanno ripreso il mito di Orfeo: da Dante a Petrarca, da Poliziano a Shakespeare, fino al Novecento «orfico» di Valéry e Rilke, Campana e Trakl, per approdare al teatro di Cocteau, Anouilh, Tennessee Williams, e al cinema, a cominciare dall'Orfeu negro di Marcel Camus fino a tanti film odierni: ultimo, l'apparentemente frivolo musical di Baz Luhrman Moulin Rouge. Per tutti costoro la sindrome di Orfeo colpisce principalmente quella categoria di esseri umani che hanno affidato alla dimensione artistica la spinta erotica alla creatività.
Il libro di Ciani e Rodighiero illustra solo in parte la grande fortuna del mito, affiancando alle due principali versioni della letteratura classica, quelle di Virgilio nelle Georgiche e di Ovidio nelle Metamorfosi, quattro variazioni letterarie della modernità: la fabula commissionata dal cardinale Francesco Gonzaga a Poliziano; il sublime, visionario poemetto di Rilke, Orfeo. Euridice. Hermes, che Josif Brodskij definì «la più grande opera di questo secolo»; la pièce di Cocteau, piena di un'ironia spesso solo in parte compresa; e due testi italiani che ne derivano, il dialogo L'inconsolabile di Cesare Pavese e il racconto Il ritorno di Euridice di Gesualdo Bufalino.
«E' più difficile trovare la via attraverso il mondo che la via al di là del mondo», ha scritto il poeta-filosofo americano Wallace Stevens. La sindrome di Orfeo è anche questo. «Ho voltato la testa apposta», dice l'Orfeo di Cocteau. Nelle riletture moderne, Orfeo si è voltato indietro non per errore, non per improvvisa follia, ma per calcolo, si è disfatto di Euridice per rinnovare la propria ispirazione poetica, per ritrovare la creatività. L'Orfeo di Pavese comprende che ogni esperienza, anche la perdita del fantasma materno proiettato sulla persona amata, è solo una tappa nel percorso necessariamente solitario della ricerca di sé: «Ho cercato me stesso», dice. «Non si cerca che questo». E quando Orfeo lo realizza, rinuncia a Euridice e salva la poesia: «Non m'importò nulla di lei che mi seguiva. Il mio passato fu il chiarore, fu il canto e il mattino. E mi voltai», scrive Pavese.
Ma sublimare l'eros nella poesia significa anche rinnegarlo. La parabola di Orfeo, a partire dalla versione di Ovidio, sfocia in un'ulteriore trasgressione: non contro Apollo, stavolta, ma contro Dioniso. L'eros si trasforma in negazione della sessualità codificata, in disprezzo e rifiuto di tutte le donne. Il canto del poeta incita non solo all'omosessualità, ma alla pederastia o alla pedofilia, di cui Orfeo viene ricordato come il fondatore. E' un terzo atto di hybris, che pagherà con la stessa morte atroce di Penteo: sarà fatto a pezzi dalle ménadi, che vendicheranno così l'indifferenza del poeta alle leggi della vita e della procreazione.
Si dice che la testa e la lira di Orfeo, legate insieme e gettate nel mare di Tracia, siano approdate e sepolte nell'isola di Lesbo, e qui continuino a cantare.
Cina
Yahoo! Notizie Giovedì 1 Luglio 2004, 8:05
Hong Kong, in migliaia in piazza per la democrazia
HONG KONG (Reuters) - Centinaia di migliaia di persone a Hong Kong scenderanno per le strade, oggi, allo scopo di chiedere più democrazia e sfogare la propria frustrazione contro il governo cinese.
Gli organizzatori prevedono la partecipazione di almeno 300.000 persone che sfideranno il caldo soffocante per unirsi alla manifestazione nel settimo anniversario del ritorno alla Cina dell'ex colonia inglese.
Il leader scelto da Pechino per Hong Kong, Tung Chee-hwa, ha fatto una sola comparsa al dibattito organizzato per discutere delle elezioni dirette, nell'ambito di una cerimonia, stranamente di basso profilo, per festeggiare il passaggio dei poteri avvenuto nel 1997, dicendo ai dignitari che la piena democrazia potrà raggiungersi solo gradualmente.
"Secondo la Legge Fondamentale (la mini-costituzione di Hong Kong), raggiungere il suffragio universale in modo graduale è il nostro comune obiettivo", ha detto dinanzi all'assemblea di dignitari, parlando in cantonese.
Fuori, una folla di manifestanti agitava striscioni e urlava slogan come "che il potere torni alla gente".
Hong Kong, in migliaia in piazza per la democrazia
HONG KONG (Reuters) - Centinaia di migliaia di persone a Hong Kong scenderanno per le strade, oggi, allo scopo di chiedere più democrazia e sfogare la propria frustrazione contro il governo cinese.
Gli organizzatori prevedono la partecipazione di almeno 300.000 persone che sfideranno il caldo soffocante per unirsi alla manifestazione nel settimo anniversario del ritorno alla Cina dell'ex colonia inglese.
Il leader scelto da Pechino per Hong Kong, Tung Chee-hwa, ha fatto una sola comparsa al dibattito organizzato per discutere delle elezioni dirette, nell'ambito di una cerimonia, stranamente di basso profilo, per festeggiare il passaggio dei poteri avvenuto nel 1997, dicendo ai dignitari che la piena democrazia potrà raggiungersi solo gradualmente.
"Secondo la Legge Fondamentale (la mini-costituzione di Hong Kong), raggiungere il suffragio universale in modo graduale è il nostro comune obiettivo", ha detto dinanzi all'assemblea di dignitari, parlando in cantonese.
Fuori, una folla di manifestanti agitava striscioni e urlava slogan come "che il potere torni alla gente".
anche altri due articoli sono disponibili...
La Stampa Tuttolibri 26/6/2004
È ora di tornare ai classici: non ci salveranno le tre «I»
Luciano Canfora, storico del passato e dunque del presente,
spiega perché studiare i Greci e i Romani giova all’intelligenza
di SILVIA RONCHEY
Corriere della Sera 1.7.04
ELZEVIRO A cento anni dalla morte
Cechov, il genio
di VITTORIO STRADA
storia:
«L’Ottocento crollò come un grattacielo minato»
La Stampa 1 Luglio 2004
L’ANNIVERSARIO DELL’ATTENTATO DI SARAJEVO CHE NEL 1914 INNESCÒ IL PRIMO CONFLITTO MONDIALE
L’Ottocento crollò come un grattacielo minato
di Giovanni De Luna
«IL 12 giugno le forze dell'Europa occidentale varcarono la frontiera, e cominciò la guerra, si verificò cioè un avvenimento contrario alla ragione umana e a tutta quanta la natura dell'uomo. Milioni di uomini commisero, gli uni contro gli altri, una quantità talmente innumerevole di misfatti, di inganni, di tradimenti, di furti e di saccheggi, di incendi e di omicidi, che la cronaca di tutti i tribunali del mondo non ne avrebbe potuto assommare altrettanti nel corso di secoli interi, e che non vennero considerati crimini, durante quel periodo, da coloro che li commisero». Questa pagina di Guerra e Pace si riferisce, al 1812, all'invasione della Russia da parte delle truppe di Napoleone Bonaparte. Ma la grandezza sterminata di quel libro è racchiusa proprio nella sua capacità di scandagliare le profondità più remote del rapporto tra gli uomini e la guerra, proponendosi come una guida per leggere tutte le guerre, anche quelle del Novecento e del post-Novecento.
La Prima guerra mondiale fu esattamente «un avvenimento contrario alla ragione umana», come tutte le altre. In tre anni, dalla parte italiana caddero 16800 ufficiali e 571000 soldati (saliranno a 652000 nel 1925, contando quelli morti successivamente, in seguito alle ferite riportate); in compenso l'Italia, con la conquista di Trieste e Trento, aveva ampliato il suo territorio (passando da 287.000 a 310.000 km2), aumentando così anche la sua popolazione (da 36,1 a 38,8 milioni di abitanti). Sembrano cifre costruite apposta per legittimare lo scetticismo di Tolstoj, il suo orrore per l'insensatezza della guerra, la sua sfiducia nella capacità della storia di spiegare razionalmente quelle catastrofi. Ma lo storico è costretto dal suo mestiere a fare proprio il contrario, a cercare cause, a fornire interpretazioni, ad attribuire razionalità a quello che sembra solo un groviglio di casualità, atti arbitrari, scelte occasionali ed emotive.
Tutto questo per dire che c'è la forte tentazione di lasciare l'attentato da cui novant'anni fa scaturì la Prima guerra mondiale, negli album in cui gli storici si divertono a classificare «le cause» di un evento, senza caricarlo di significati eccessivi. Ricordiamolo: il 28 giugno 1914, a Sarajevo, lo studente serbo Gavrilo Princip, un irriducibile indipendentista, uccise l'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austriaco. Rileggiamo ancora Tolstoj, a proposito dell'invasione napoleonica: «Quali ne erano state le cause? Gli storici, con ingenua sicurezza, dicono che le cause di questo avvenimento furono l'offesa subita dal duca di Oldenburg, le violazioni del sistema continentale, la brama di potere di Napoleone, gli errori ddiplomatici, ecc...»; dopo aver ironizzato sulla futilità di queste «cause», Tolstoj conclude: «a noi posteri che non siamo storici di professione e possiamo contemplare l'avvenimento senza che il nostro buon senso sia ottenebrato, risulta evidente che le cause di esso siano incalcolabili. Quanto più ci addentriamo nella ricerca delle cause, tante più ne scopriamo, e ogni singola causa ci appare ugualmente giusta se presa di per sé, e ugualmente falsa se si considera l'enormità dell'avvenimento, rispetto alla quale essa risulta insignificante...».
Quello che oggi si può concedere agli spari di Gavrilo Princip è un significato fortemente simbolico. Per il resto, il suo gesto si inserisce in uno scenario talmente fitto di attori e di trame diverse che, inevitabilmente, lo studente serbo è stato chiamato a retrocedere in un anonimato solo recentemente allentato dalle aspre polemiche divampate nella ex Jugoslavia sulle rispettive storie nazionali (in maniera quasi grottesca i manuali scolastici serbi lo esaltano come patriota, quelli croati lo bollano come terrorista).
Per quanto semplicistico possa sembrare, veramente nel 1914 i cannoni «cominciarono a sparare da soli» e gli spari di Sarajevo si persero in un fragore assordante. Certamente oggi si possono indicare molti motivi razionali che spinsero il mondo in una zuffa gigantesca. I manuali insistono sulla strenua competizione economica e politica scaturita dalle rivalità imperialistiche che avevano dilaniato il sistema politico internazionale. Per ognuna delle grandi potenze esistevano particolari motivi di malcontento che potevano spingerle alla guerra. La Francia voleva recuperare l'Alsazia e la Lorena, la Gran Bretagna era preoccupata per la nascita di una grande flotta tedesca, la Russia voleva il controllo di Costantinopoli e degli stretti, la Germania pretendeva un «posto al sole», l'Austria voleva bloccare il sorgere del nazionalismo nei Balcani e nel territorio stesso dell'Impero, l'Italia voleva competere con la Francia nel Mediterraneo e togliere all'impero austro-ungarico il Trentino e Trieste. Queste rivendicazioni si erano definite anche in termini di alleanze e schieramenti: Francia e Gran Bretagna (e Russia) da un lato, gli imperi centrali (Germania e Austria-Ungheria) dall'altro, ognuno con il suo seguito di alleati e satelliti.
E però, anche la fondatezza storica di queste cause lascia irrisolto una sorta di «mistero» storiografico. Ricordiamolo: tra il 1870 e il 1914, tra i paesi industrializzati non ci furono guerre e nessuno pensava di mettere seriamente in discussione i confini tra gli stati europei. Un concerto di grandi potenze regolava pacificamente le questioni internazionali. Fu quella (soprattutto tra il 1900 e il 1914) la belle époque, un'era pacifica e operosa, caratterizzata da una grande fiducia in un progresso che si prevedeva senza limiti. Allo sviluppo del capitalismo industriale si accompagnava l'espansione della democrazia politica, con milioni di cittadini che finalmente potevano votare, esprimere la propria opinione, pesare sulle scelte politiche dei propri paesi. Alla stabilità internazionale corrispondeva quella interna: i governi - quasi tutti costituzionali, e nella maggioranza parlamentari e democratici, o almeno tendenti alla democrazia - non erano seriamente minacciati da sovvertimenti (con la sola eccezione parziale di quello russo); il contrasto dei partiti si svolgeva per lo più nell'ambito di una libertà ordinata.
Ebbene, rivedendola oggi, questa immagine di serenità e di compostezza somiglia molto a quella di un grattacielo da demolire con l'esplosivo: un attimo prima é intatto con le sue facciate e le sue finestre, un attimo dopo crolla in un rovinìo di polvere e macerie; in quello stesso periodo si affermarono, infatti, anche le forze centrifughe che avrebbero minato dall'interno quel sistema: «l'elemento più caratteristico della nostra età, quello che la distinguerà nella maniera più incresciosa -, scrisse allora Gide nel suo Diario - è di far abitare l'idea di perfezione non più nell'equilibrio e nella misura, ma nell'estremo e nell'eccessivo».
Si trattò di una congiuntura mai prima sperimentata nella storia dell'uomo; l'impatto con la modernità scatenò una pulsione irrazionale, una sorta di cupio dissolvi in cui dare l'addio al vecchio mondo, battezzando il nuovo con gli orrori di una inedita morte di massa. Fu - come sottolineò Guglielmo Ferrero in I due mondi (1913) - il momento del passaggio «delle aspirazioni umane dal limitato all'illimitato» e fu allora che il Novecento assunse le vesti del secolo «in cui si farà abitare l'idea di perfezione non più nell'equilibrio e nella misura ma nell'estremo e nell'eccessivo...». Quello che allora finì, e finì per sempre, fu la fiducia nel mondo. Stephan Zweig, (morto suicida nel 1942) scrisse nel suo testamento spirituale, Il mondo di ieri: «una meravigliosa spensieratezza si era diffusa per il mondo, chi poteva interrompere questa ascesa, chi calcolare l'impulso che nel suo slancio rivelava sempre nuove energie? mai l'Europa fu più forte, più ricca, più bella, mai credette più profondamente in un futuro ancora migliore». Quel futuro fu azzerato di colpo da una immane carneficina.
Per la prima volta nella storia dell'umanità le operazioni belliche furono estese a tutti i continenti della terra (il Giappone, ad esempio, si impadronì subito dei possedimenti tedeschi in Cina), quasi a tradurre in termini tragicamente distruttivi quell'unificazione spaziale del mondo già avviata grazie al telegrafo e al vapore. Agli stati belligeranti e alle loro colonie direttamente coinvolte nel conflitto si aggiunsero i rispettivi fiancheggiatori, i paesi produttori di materie prime come lo zucchero (Cuba) o la carne (Argentina), che avrebbero pesato in modo significativo sulle sorti dello scontro. I fronti di guerra ripetevano la complessa geografia di questa nuova spazialità planetaria, estendendosi dalle masse continentali agli oceani.
Quando cessarono gli spari, il mondo era cambiato, definitivamente; crollarono tutti i riferimenti politici, sociali, culturali del vecchio ordine ottocentesco. Fu come se si fosse spalancato un immenso cratere in cui scomparvero imperi plurisecolari (la Russia zarista, l'Impero ottomano, la Cina, l'Austria-Ungheria), forme di organizzazione politica e statale,modi di vivere: alla fine, morirono quasi 9 milioni di soldati, con più di 21 milioni di feriti e di mutilati, mentre il totale delle spese belliche ammontò a 600.000 milioni di dollari (12 volte il reddito annuo degli Stati Uniti nel 1916). Era nato il Novecento e il nuovo secolo avrebbe introiettato nel suo patrimonio genetico il nesso con la violenza e con la guerra.
L’ANNIVERSARIO DELL’ATTENTATO DI SARAJEVO CHE NEL 1914 INNESCÒ IL PRIMO CONFLITTO MONDIALE
L’Ottocento crollò come un grattacielo minato
di Giovanni De Luna
«IL 12 giugno le forze dell'Europa occidentale varcarono la frontiera, e cominciò la guerra, si verificò cioè un avvenimento contrario alla ragione umana e a tutta quanta la natura dell'uomo. Milioni di uomini commisero, gli uni contro gli altri, una quantità talmente innumerevole di misfatti, di inganni, di tradimenti, di furti e di saccheggi, di incendi e di omicidi, che la cronaca di tutti i tribunali del mondo non ne avrebbe potuto assommare altrettanti nel corso di secoli interi, e che non vennero considerati crimini, durante quel periodo, da coloro che li commisero». Questa pagina di Guerra e Pace si riferisce, al 1812, all'invasione della Russia da parte delle truppe di Napoleone Bonaparte. Ma la grandezza sterminata di quel libro è racchiusa proprio nella sua capacità di scandagliare le profondità più remote del rapporto tra gli uomini e la guerra, proponendosi come una guida per leggere tutte le guerre, anche quelle del Novecento e del post-Novecento.
La Prima guerra mondiale fu esattamente «un avvenimento contrario alla ragione umana», come tutte le altre. In tre anni, dalla parte italiana caddero 16800 ufficiali e 571000 soldati (saliranno a 652000 nel 1925, contando quelli morti successivamente, in seguito alle ferite riportate); in compenso l'Italia, con la conquista di Trieste e Trento, aveva ampliato il suo territorio (passando da 287.000 a 310.000 km2), aumentando così anche la sua popolazione (da 36,1 a 38,8 milioni di abitanti). Sembrano cifre costruite apposta per legittimare lo scetticismo di Tolstoj, il suo orrore per l'insensatezza della guerra, la sua sfiducia nella capacità della storia di spiegare razionalmente quelle catastrofi. Ma lo storico è costretto dal suo mestiere a fare proprio il contrario, a cercare cause, a fornire interpretazioni, ad attribuire razionalità a quello che sembra solo un groviglio di casualità, atti arbitrari, scelte occasionali ed emotive.
Tutto questo per dire che c'è la forte tentazione di lasciare l'attentato da cui novant'anni fa scaturì la Prima guerra mondiale, negli album in cui gli storici si divertono a classificare «le cause» di un evento, senza caricarlo di significati eccessivi. Ricordiamolo: il 28 giugno 1914, a Sarajevo, lo studente serbo Gavrilo Princip, un irriducibile indipendentista, uccise l'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austriaco. Rileggiamo ancora Tolstoj, a proposito dell'invasione napoleonica: «Quali ne erano state le cause? Gli storici, con ingenua sicurezza, dicono che le cause di questo avvenimento furono l'offesa subita dal duca di Oldenburg, le violazioni del sistema continentale, la brama di potere di Napoleone, gli errori ddiplomatici, ecc...»; dopo aver ironizzato sulla futilità di queste «cause», Tolstoj conclude: «a noi posteri che non siamo storici di professione e possiamo contemplare l'avvenimento senza che il nostro buon senso sia ottenebrato, risulta evidente che le cause di esso siano incalcolabili. Quanto più ci addentriamo nella ricerca delle cause, tante più ne scopriamo, e ogni singola causa ci appare ugualmente giusta se presa di per sé, e ugualmente falsa se si considera l'enormità dell'avvenimento, rispetto alla quale essa risulta insignificante...».
Quello che oggi si può concedere agli spari di Gavrilo Princip è un significato fortemente simbolico. Per il resto, il suo gesto si inserisce in uno scenario talmente fitto di attori e di trame diverse che, inevitabilmente, lo studente serbo è stato chiamato a retrocedere in un anonimato solo recentemente allentato dalle aspre polemiche divampate nella ex Jugoslavia sulle rispettive storie nazionali (in maniera quasi grottesca i manuali scolastici serbi lo esaltano come patriota, quelli croati lo bollano come terrorista).
Per quanto semplicistico possa sembrare, veramente nel 1914 i cannoni «cominciarono a sparare da soli» e gli spari di Sarajevo si persero in un fragore assordante. Certamente oggi si possono indicare molti motivi razionali che spinsero il mondo in una zuffa gigantesca. I manuali insistono sulla strenua competizione economica e politica scaturita dalle rivalità imperialistiche che avevano dilaniato il sistema politico internazionale. Per ognuna delle grandi potenze esistevano particolari motivi di malcontento che potevano spingerle alla guerra. La Francia voleva recuperare l'Alsazia e la Lorena, la Gran Bretagna era preoccupata per la nascita di una grande flotta tedesca, la Russia voleva il controllo di Costantinopoli e degli stretti, la Germania pretendeva un «posto al sole», l'Austria voleva bloccare il sorgere del nazionalismo nei Balcani e nel territorio stesso dell'Impero, l'Italia voleva competere con la Francia nel Mediterraneo e togliere all'impero austro-ungarico il Trentino e Trieste. Queste rivendicazioni si erano definite anche in termini di alleanze e schieramenti: Francia e Gran Bretagna (e Russia) da un lato, gli imperi centrali (Germania e Austria-Ungheria) dall'altro, ognuno con il suo seguito di alleati e satelliti.
E però, anche la fondatezza storica di queste cause lascia irrisolto una sorta di «mistero» storiografico. Ricordiamolo: tra il 1870 e il 1914, tra i paesi industrializzati non ci furono guerre e nessuno pensava di mettere seriamente in discussione i confini tra gli stati europei. Un concerto di grandi potenze regolava pacificamente le questioni internazionali. Fu quella (soprattutto tra il 1900 e il 1914) la belle époque, un'era pacifica e operosa, caratterizzata da una grande fiducia in un progresso che si prevedeva senza limiti. Allo sviluppo del capitalismo industriale si accompagnava l'espansione della democrazia politica, con milioni di cittadini che finalmente potevano votare, esprimere la propria opinione, pesare sulle scelte politiche dei propri paesi. Alla stabilità internazionale corrispondeva quella interna: i governi - quasi tutti costituzionali, e nella maggioranza parlamentari e democratici, o almeno tendenti alla democrazia - non erano seriamente minacciati da sovvertimenti (con la sola eccezione parziale di quello russo); il contrasto dei partiti si svolgeva per lo più nell'ambito di una libertà ordinata.
Ebbene, rivedendola oggi, questa immagine di serenità e di compostezza somiglia molto a quella di un grattacielo da demolire con l'esplosivo: un attimo prima é intatto con le sue facciate e le sue finestre, un attimo dopo crolla in un rovinìo di polvere e macerie; in quello stesso periodo si affermarono, infatti, anche le forze centrifughe che avrebbero minato dall'interno quel sistema: «l'elemento più caratteristico della nostra età, quello che la distinguerà nella maniera più incresciosa -, scrisse allora Gide nel suo Diario - è di far abitare l'idea di perfezione non più nell'equilibrio e nella misura, ma nell'estremo e nell'eccessivo».
Si trattò di una congiuntura mai prima sperimentata nella storia dell'uomo; l'impatto con la modernità scatenò una pulsione irrazionale, una sorta di cupio dissolvi in cui dare l'addio al vecchio mondo, battezzando il nuovo con gli orrori di una inedita morte di massa. Fu - come sottolineò Guglielmo Ferrero in I due mondi (1913) - il momento del passaggio «delle aspirazioni umane dal limitato all'illimitato» e fu allora che il Novecento assunse le vesti del secolo «in cui si farà abitare l'idea di perfezione non più nell'equilibrio e nella misura ma nell'estremo e nell'eccessivo...». Quello che allora finì, e finì per sempre, fu la fiducia nel mondo. Stephan Zweig, (morto suicida nel 1942) scrisse nel suo testamento spirituale, Il mondo di ieri: «una meravigliosa spensieratezza si era diffusa per il mondo, chi poteva interrompere questa ascesa, chi calcolare l'impulso che nel suo slancio rivelava sempre nuove energie? mai l'Europa fu più forte, più ricca, più bella, mai credette più profondamente in un futuro ancora migliore». Quel futuro fu azzerato di colpo da una immane carneficina.
Per la prima volta nella storia dell'umanità le operazioni belliche furono estese a tutti i continenti della terra (il Giappone, ad esempio, si impadronì subito dei possedimenti tedeschi in Cina), quasi a tradurre in termini tragicamente distruttivi quell'unificazione spaziale del mondo già avviata grazie al telegrafo e al vapore. Agli stati belligeranti e alle loro colonie direttamente coinvolte nel conflitto si aggiunsero i rispettivi fiancheggiatori, i paesi produttori di materie prime come lo zucchero (Cuba) o la carne (Argentina), che avrebbero pesato in modo significativo sulle sorti dello scontro. I fronti di guerra ripetevano la complessa geografia di questa nuova spazialità planetaria, estendendosi dalle masse continentali agli oceani.
Quando cessarono gli spari, il mondo era cambiato, definitivamente; crollarono tutti i riferimenti politici, sociali, culturali del vecchio ordine ottocentesco. Fu come se si fosse spalancato un immenso cratere in cui scomparvero imperi plurisecolari (la Russia zarista, l'Impero ottomano, la Cina, l'Austria-Ungheria), forme di organizzazione politica e statale,modi di vivere: alla fine, morirono quasi 9 milioni di soldati, con più di 21 milioni di feriti e di mutilati, mentre il totale delle spese belliche ammontò a 600.000 milioni di dollari (12 volte il reddito annuo degli Stati Uniti nel 1916). Era nato il Novecento e il nuovo secolo avrebbe introiettato nel suo patrimonio genetico il nesso con la violenza e con la guerra.
mercoledì 30 giugno 2004
storia delle donne:
la tragedia di Olympe de Gouges ai tempi del Terrore
Giornale di Brescia 30.6.04
Maria Rosa Cutrufelli, finalista al Premio Strega, racconta la storia di Olympe de Gouges, narrata nel suo romanzo
La donna che visse per un sogno al tempo del Terrore
di Andrea Grillini
«Olympe de Gouges, nata con un’immaginazione esaltata, ha scambiato il suo delirio per un’aspirazione della natura: ha voluto essere Uomo di Stato. Ieri la legge ha punito questa cospiratrice per aver dimenticato le virtù che convengono al suo sesso». Così recita il rapporto sulla morte di questa anticipatrice del femminismo, datato 14 brumaio, anno II della Repubblica. Parigi 1793. La Rivoluzione imperversa, seminando il terrore e sconfinando nell’illecito quotidiano. Mentre la ghigliottina lavora senza sosta, si muove Olympe de Gouges: autrice della "Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina", si è infiammata delle idee di eguaglianza e libertà proclamate dalla Rivoluzione, applicandole alla parte femminile della popolazione. Ma i capi del Terrore non perdonano chi non è in totale sintonia con loro. Così anche su Olympe si abbassa, implacabile, la lama della ghigliottina. A questa affascinante figura femminile ha dedicato un libro Maria Rosa Cutrufelli - "La donna che visse per un sogno" (Frassinelli, 340 pagine, 14.50 euro), - col quale ha vinto il Premio Alghero Donna ed è finalista al Premio Strega. All’autrice chiedo di illustrarmi meglio la sua eroina.
«Olympe de Gouges - risponde - delle idee fece la ragione della sua vita, come si evince dai suoi numerosi scritti. Molti suoi testi politici e un romanzo autobiografico furono ripubblicati nel bicentenario della Rivoluzione Francese, e dalla loro lettura si capisce che la sua era una passione autentica, quasi un’ossessione. Voleva che la femminilità fungesse da leva per cambiare in profondità la società».
Che effetti ebbe la sua "Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina"?
«Investì una delle idee cardini della sua epoca e dei rivoluzionari, ossia che l’essere umano, di qualsiasi colore e sesso, fosse un individuo "neutro", e in quanto tale avesse dei diritti. Olympe invece, nella sua Dichiarazione, asserì che non esisteva un individuo neutro, ma esistevano degli individui con le loro differenze e che proprio in virtù di queste differenze dovessero avere dei diritti. Smantellò l’asse portante del pensiero rivoluzionario, mostrandone l’astrattezza. Era troppo all’avanguardia. E la reazione non si fece attendere».
Ma era davvero così pericolosa da meritare la ghigliottina?
«Come scrivo nell’epilogo del libro, fu la più "scomoda" delle donne della Rivoluzione francese, e la più innovatrice. Ancora all’inizio del Novecento un medico militare, in un opuscolo scientifico su di lei, sostenne che la Rivoluzione aveva fatto credere alle donne di potersi impossessare di alcune qualità tipiche dell’uomo, conducendole così a gravi patologie...».
La vicenda è raccontata, nel libro, da Olympe stessa e da altre donne: perché questa scelta?
«Per due motivi. Volevo evitare di cadere nel romanzo storico tradizionale, e quindi dovevo escogitare una struttura nuova, pur rimanendo agganciata alla tradizione. In secondo luogo desideravo dimostrare che Olympe, la quale spesso si rimproverava di essere isolata, di essere troppo all’avanguardia, in realtà non era affatto sola, anzi era calata in una rete di relazioni femminili. C’era un mondo femminile che si muoveva con lei».
Olympe era solita ripetere che lei era «solo una donna»: si trattava di modestia o di un orgoglio malcelato?
«Con questa sua frase intendeva contestare il pregiudizio del suo tempo, per cui in una donna si vedeva una sorta di diminutivo dell’essere umano. Lei rovesciava simile idea e faceva diventare questo diminutivo un punto di forza».
Nel romanzo la vicenda di Olympe si snoda in cinque frenetici mesi. Combattendo per le donne, Olympe si oppose anche alla tirannia?
«Rileggere la storia di Olympe significa anche guardare da un punto di vista diverso la vicenda della Rivoluzione. Olympe non combatte solo per le donne, ma per tutti, perché la Rivoluzione con la sua involuzione, il terrore e il sangue, ha tradito le sue premesse e ciò che aveva promesso a tutti. La domanda che sempre ricorre nella storia umana, ossia se la violenza e il sangue siano necessari per il trionfo di un’idea, penso che sia molto attuale. E Olympe, con la sua morte, risponde che le idee possono tramutarsi in fatti solo se non precipitano nella violenza e nel terrore. Sarebbe bene che gli esseri umani non si dimenticassero di questa profezia. Olympe afferma che il cambiamento e la vera rivoluzione sono possibili se a prevalere sono le parole. Previde la guerra civile che s’avvicinava, e propose di andare al voto anziché usare le armi. Ma il voto allora sembrava un’utopia, esisteva solo la realtà delle armi».
È stato difficile il lavoro d’immedesimazione con questo personaggio?
«Sì, difficilissimo, ma non solo per Olympe. I miei personaggi parlano tutti in prima persona, e dire "io" non è stato facile con nessuno, ma con Olympe lo è stato in particolare perché il suo carattere è forte, lo è ancora dopo più di duecento anni dalla sua morte. C’è una forza in questa figura che prende totalmente e mantenere il controllo su di essa è stato arduo».
Maria Rosa Cutrufelli, finalista al Premio Strega, racconta la storia di Olympe de Gouges, narrata nel suo romanzo
La donna che visse per un sogno al tempo del Terrore
di Andrea Grillini
«Olympe de Gouges, nata con un’immaginazione esaltata, ha scambiato il suo delirio per un’aspirazione della natura: ha voluto essere Uomo di Stato. Ieri la legge ha punito questa cospiratrice per aver dimenticato le virtù che convengono al suo sesso». Così recita il rapporto sulla morte di questa anticipatrice del femminismo, datato 14 brumaio, anno II della Repubblica. Parigi 1793. La Rivoluzione imperversa, seminando il terrore e sconfinando nell’illecito quotidiano. Mentre la ghigliottina lavora senza sosta, si muove Olympe de Gouges: autrice della "Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina", si è infiammata delle idee di eguaglianza e libertà proclamate dalla Rivoluzione, applicandole alla parte femminile della popolazione. Ma i capi del Terrore non perdonano chi non è in totale sintonia con loro. Così anche su Olympe si abbassa, implacabile, la lama della ghigliottina. A questa affascinante figura femminile ha dedicato un libro Maria Rosa Cutrufelli - "La donna che visse per un sogno" (Frassinelli, 340 pagine, 14.50 euro), - col quale ha vinto il Premio Alghero Donna ed è finalista al Premio Strega. All’autrice chiedo di illustrarmi meglio la sua eroina.
«Olympe de Gouges - risponde - delle idee fece la ragione della sua vita, come si evince dai suoi numerosi scritti. Molti suoi testi politici e un romanzo autobiografico furono ripubblicati nel bicentenario della Rivoluzione Francese, e dalla loro lettura si capisce che la sua era una passione autentica, quasi un’ossessione. Voleva che la femminilità fungesse da leva per cambiare in profondità la società».
Che effetti ebbe la sua "Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina"?
«Investì una delle idee cardini della sua epoca e dei rivoluzionari, ossia che l’essere umano, di qualsiasi colore e sesso, fosse un individuo "neutro", e in quanto tale avesse dei diritti. Olympe invece, nella sua Dichiarazione, asserì che non esisteva un individuo neutro, ma esistevano degli individui con le loro differenze e che proprio in virtù di queste differenze dovessero avere dei diritti. Smantellò l’asse portante del pensiero rivoluzionario, mostrandone l’astrattezza. Era troppo all’avanguardia. E la reazione non si fece attendere».
Ma era davvero così pericolosa da meritare la ghigliottina?
«Come scrivo nell’epilogo del libro, fu la più "scomoda" delle donne della Rivoluzione francese, e la più innovatrice. Ancora all’inizio del Novecento un medico militare, in un opuscolo scientifico su di lei, sostenne che la Rivoluzione aveva fatto credere alle donne di potersi impossessare di alcune qualità tipiche dell’uomo, conducendole così a gravi patologie...».
La vicenda è raccontata, nel libro, da Olympe stessa e da altre donne: perché questa scelta?
«Per due motivi. Volevo evitare di cadere nel romanzo storico tradizionale, e quindi dovevo escogitare una struttura nuova, pur rimanendo agganciata alla tradizione. In secondo luogo desideravo dimostrare che Olympe, la quale spesso si rimproverava di essere isolata, di essere troppo all’avanguardia, in realtà non era affatto sola, anzi era calata in una rete di relazioni femminili. C’era un mondo femminile che si muoveva con lei».
Olympe era solita ripetere che lei era «solo una donna»: si trattava di modestia o di un orgoglio malcelato?
«Con questa sua frase intendeva contestare il pregiudizio del suo tempo, per cui in una donna si vedeva una sorta di diminutivo dell’essere umano. Lei rovesciava simile idea e faceva diventare questo diminutivo un punto di forza».
Nel romanzo la vicenda di Olympe si snoda in cinque frenetici mesi. Combattendo per le donne, Olympe si oppose anche alla tirannia?
«Rileggere la storia di Olympe significa anche guardare da un punto di vista diverso la vicenda della Rivoluzione. Olympe non combatte solo per le donne, ma per tutti, perché la Rivoluzione con la sua involuzione, il terrore e il sangue, ha tradito le sue premesse e ciò che aveva promesso a tutti. La domanda che sempre ricorre nella storia umana, ossia se la violenza e il sangue siano necessari per il trionfo di un’idea, penso che sia molto attuale. E Olympe, con la sua morte, risponde che le idee possono tramutarsi in fatti solo se non precipitano nella violenza e nel terrore. Sarebbe bene che gli esseri umani non si dimenticassero di questa profezia. Olympe afferma che il cambiamento e la vera rivoluzione sono possibili se a prevalere sono le parole. Previde la guerra civile che s’avvicinava, e propose di andare al voto anziché usare le armi. Ma il voto allora sembrava un’utopia, esisteva solo la realtà delle armi».
È stato difficile il lavoro d’immedesimazione con questo personaggio?
«Sì, difficilissimo, ma non solo per Olympe. I miei personaggi parlano tutti in prima persona, e dire "io" non è stato facile con nessuno, ma con Olympe lo è stato in particolare perché il suo carattere è forte, lo è ancora dopo più di duecento anni dalla sua morte. C’è una forza in questa figura che prende totalmente e mantenere il controllo su di essa è stato arduo».
il professor Sergio Givone:
«Che i bambini abbiano un loro segreto?»
Repubblica 30.6.04
Una mostra a Mantova sull'infanzia e l'arte
I GRANDI ARTISTI E I DISEGNI SPONTANEI DEI BAMBINI
Un mondo che sta nel segno del meraviglioso ma anche in quello del terribile
di SERGIO GIVONE
Occhi che ci guardano da chissà dove, volti e gesti di chi abita in questo mondo e nello stesso tempo in un altro, corpicini infantili attraversati da languori e turbamenti misteriosi, in grado di sopportare violenze indicibili, e che un niente strazia... Sono i bambini, così come la pittura e le altre arti figurative li hanno rappresentati nei secoli e come possiamo vedere in una bellissima mostra ideata da Sergio Risaliti e promossa da «Codice», che raccoglie opere a tema dall´antichità a oggi («Bambini nel tempo. L´infanzia e l´arte», Mantova, Palazzo Te, fino al 4 luglio). Che i bambini abbiano un loro segreto? E che questo segreto tenti in modo speciale gli artisti, i soli in grado di dirne qualcosa?
L´universo dei bambini, scrive Risaliti nell´introduzione al catalogo (Skira, euro 28), è percepito dagli adulti secondo una doppia prospettiva. Da una parte l´infanzia appartiene a una dimensione in cui tutto è stupore, grazia e dono. A far risplendere la tenera e miracolosa bellezza dell´infanzia è la sua gratuità. L´infanzia è com´è. Non può essere piegata a nient´altro, non può esser fatta servire a nient´altro. Tant´è vero che quando questo avviene, e non importa se per ragioni più o meno nobili o abiette, sempre e comunque avvertiamo che qualcosa di sacro è stato profanato.
Ma se da un lato il mondo dei bambini sta nel segno del meraviglioso, dall´altro invece sta in quello del terribile. Non solo la cronaca è infaticabile nel macinare orrori che hanno nei bambini un soggetto privilegiato. C´è anche una più sottile e più amara consapevolezza: che il carnefice sia stato vittima, almeno potenzialmente, che nella vittima si nasconda o addirittura si prepari un eventuale carnefice.
Come non vedere qui una connessione che è pura tenebra? Sembra quasi che a trar fuori la bestia dal nascondimento sia proprio la creaturalità indifesa, tanto più esposta alla violenza quanto più ignara e anzi confidente. L´affidarsi fiducioso eccita la voglia di ferire, la delicatezza chiama lo sfregio, l´innocenza vuole la colpa. Ed è il male per il male. Il male per il piacere di farlo. Ci sono artisti che hanno saputo dipingere l´una cosa e l´altra. L´innocenza e il furore. Il sogno e l´incubo. La dolcezza più commovente e il sangue che grida vendetta. Ma ci sono anche artisti che hanno visto il legame atroce che tiene insieme le due cose. Alcuni nomi: Guido Reni, Mattia Preti, Daniele Crespi.
Nella regione dell´infanzia, verso cui ci volgiamo increduli all´idea che un giorno sia davvero stata la nostra, tutte le cose hanno origine. Tanto che di nessuna di esse possiamo riscoprire il senso, il fascino, il mistero, se non abbandonandoci allo stupore e alla meraviglia dei nostri anni infantili. Nessun bamboleggiamento, qui (anche se non mancano esempi di artisti, pur grandi, che ne sono stati sfiorati, come per esempio Goya). Piuttosto, una strada obbligata.
E difficilissima. Come recita il detto evangelico, solo chi si fa come uno di questi fanciulli entrerà nel regno dei cieli. E allora? Devo forse ritornare nell´utero di mia madre (sta scritto)? In un certo senso sì, è la riposta di alcuni dei maggiori pittori del Novecento. Bisogna ripercorrere a ritroso la genesi, affermava Klee, è necessario risalire tutte le vie della creazione, fino all´origine. E Picasso pare sostenesse d´aver impiegato una vita per imparare a disegnare come un bambino, lui che da bambino disegnava come un Raffaello.
Nel suo saggio pubblicato nel catalogo Marco Belpoliti si sofferma su questa apparente stranezza. Perché disegnare come un bambino? L´arte contemporanea sembra aver cancellato la linea che un tempo separava nel modo più netto produzioni alte e produzioni basse, ingenui, inconsapevoli (gli "scarabocchi" dei bambini, ma anche di coloro che non sanno bene quel che fanno, sia che si tratti di pazzi sia di chi traccia ghirigori soprapensiero). Appunto: perché? Ma perché il gesto affrancato da qualsiasi finalità non riproduce questa o quella cosa, bensì l´originario ritmo del mondo, da cui tutte le cose sono generate. Come ben sapevano gli antichi, imitare è anzitutto mettersi in accordo con la realtà, ascoltarne la musica profonda, lasciarla risuonare come per la prima volta. Questo fanno i bambini quando imitano le azioni degli adulti. E questo capita agli adulti quando tornano bambini: infatti, se non rimbambiscono, diventano artisti. Nel qual caso a trovare un varco e a farsi visibile è ciò che altrimenti resterebbe per sempre senza voce.
Evidentemente non è solo questione di riconoscere che l´arte mal sopporta la servitù dei canoni e delle forme ideali ed eterne, attingendo invece alle inesauribili potenze della vita e magari da quelle potenze lasciandosi distruggere. In gioco (alla lettera) è la possibilità che quel ritmo, quella musica, quell´impulso formativo trovino modo di manifestarsi. I bambini ne sono i ricettori più sensibili.
Sono anche altro, i bambini. Lo stupore e la meraviglia di cui sono capaci, la tenerezza che suscitano, l´incanto che diffondono, fanno da calamita all´inquietante e all´impensato. Lì, dove la grazia incontra inevitabilmente il proprio opposto, si apre una vasta zona d´ombra che tiene insieme tutte le ambiguità. Regione largamente inesplorata, non è stata però la pittura quanto la letteratura a inoltrarsi nei suoi labirintici andirivieni. In particolare la letteratura contemporanea, come in conclusione del catalogo suggerisce Dalia Oggero. Che con molta intelligenza ha individuato un percorso possibile all´interno del più sconosciuto dei paesi scegliendo e accostando passi da romanzi di autori italiani contemporanei. Ma questo percorso non poteva che condurci oltre i confini della pittura e di quanto la pittura ha saputo rivelare dell´infanzia e del suo enigma.
Una mostra a Mantova sull'infanzia e l'arte
I GRANDI ARTISTI E I DISEGNI SPONTANEI DEI BAMBINI
Un mondo che sta nel segno del meraviglioso ma anche in quello del terribile
di SERGIO GIVONE
Occhi che ci guardano da chissà dove, volti e gesti di chi abita in questo mondo e nello stesso tempo in un altro, corpicini infantili attraversati da languori e turbamenti misteriosi, in grado di sopportare violenze indicibili, e che un niente strazia... Sono i bambini, così come la pittura e le altre arti figurative li hanno rappresentati nei secoli e come possiamo vedere in una bellissima mostra ideata da Sergio Risaliti e promossa da «Codice», che raccoglie opere a tema dall´antichità a oggi («Bambini nel tempo. L´infanzia e l´arte», Mantova, Palazzo Te, fino al 4 luglio). Che i bambini abbiano un loro segreto? E che questo segreto tenti in modo speciale gli artisti, i soli in grado di dirne qualcosa?
L´universo dei bambini, scrive Risaliti nell´introduzione al catalogo (Skira, euro 28), è percepito dagli adulti secondo una doppia prospettiva. Da una parte l´infanzia appartiene a una dimensione in cui tutto è stupore, grazia e dono. A far risplendere la tenera e miracolosa bellezza dell´infanzia è la sua gratuità. L´infanzia è com´è. Non può essere piegata a nient´altro, non può esser fatta servire a nient´altro. Tant´è vero che quando questo avviene, e non importa se per ragioni più o meno nobili o abiette, sempre e comunque avvertiamo che qualcosa di sacro è stato profanato.
Ma se da un lato il mondo dei bambini sta nel segno del meraviglioso, dall´altro invece sta in quello del terribile. Non solo la cronaca è infaticabile nel macinare orrori che hanno nei bambini un soggetto privilegiato. C´è anche una più sottile e più amara consapevolezza: che il carnefice sia stato vittima, almeno potenzialmente, che nella vittima si nasconda o addirittura si prepari un eventuale carnefice.
Come non vedere qui una connessione che è pura tenebra? Sembra quasi che a trar fuori la bestia dal nascondimento sia proprio la creaturalità indifesa, tanto più esposta alla violenza quanto più ignara e anzi confidente. L´affidarsi fiducioso eccita la voglia di ferire, la delicatezza chiama lo sfregio, l´innocenza vuole la colpa. Ed è il male per il male. Il male per il piacere di farlo. Ci sono artisti che hanno saputo dipingere l´una cosa e l´altra. L´innocenza e il furore. Il sogno e l´incubo. La dolcezza più commovente e il sangue che grida vendetta. Ma ci sono anche artisti che hanno visto il legame atroce che tiene insieme le due cose. Alcuni nomi: Guido Reni, Mattia Preti, Daniele Crespi.
Nella regione dell´infanzia, verso cui ci volgiamo increduli all´idea che un giorno sia davvero stata la nostra, tutte le cose hanno origine. Tanto che di nessuna di esse possiamo riscoprire il senso, il fascino, il mistero, se non abbandonandoci allo stupore e alla meraviglia dei nostri anni infantili. Nessun bamboleggiamento, qui (anche se non mancano esempi di artisti, pur grandi, che ne sono stati sfiorati, come per esempio Goya). Piuttosto, una strada obbligata.
E difficilissima. Come recita il detto evangelico, solo chi si fa come uno di questi fanciulli entrerà nel regno dei cieli. E allora? Devo forse ritornare nell´utero di mia madre (sta scritto)? In un certo senso sì, è la riposta di alcuni dei maggiori pittori del Novecento. Bisogna ripercorrere a ritroso la genesi, affermava Klee, è necessario risalire tutte le vie della creazione, fino all´origine. E Picasso pare sostenesse d´aver impiegato una vita per imparare a disegnare come un bambino, lui che da bambino disegnava come un Raffaello.
Nel suo saggio pubblicato nel catalogo Marco Belpoliti si sofferma su questa apparente stranezza. Perché disegnare come un bambino? L´arte contemporanea sembra aver cancellato la linea che un tempo separava nel modo più netto produzioni alte e produzioni basse, ingenui, inconsapevoli (gli "scarabocchi" dei bambini, ma anche di coloro che non sanno bene quel che fanno, sia che si tratti di pazzi sia di chi traccia ghirigori soprapensiero). Appunto: perché? Ma perché il gesto affrancato da qualsiasi finalità non riproduce questa o quella cosa, bensì l´originario ritmo del mondo, da cui tutte le cose sono generate. Come ben sapevano gli antichi, imitare è anzitutto mettersi in accordo con la realtà, ascoltarne la musica profonda, lasciarla risuonare come per la prima volta. Questo fanno i bambini quando imitano le azioni degli adulti. E questo capita agli adulti quando tornano bambini: infatti, se non rimbambiscono, diventano artisti. Nel qual caso a trovare un varco e a farsi visibile è ciò che altrimenti resterebbe per sempre senza voce.
Evidentemente non è solo questione di riconoscere che l´arte mal sopporta la servitù dei canoni e delle forme ideali ed eterne, attingendo invece alle inesauribili potenze della vita e magari da quelle potenze lasciandosi distruggere. In gioco (alla lettera) è la possibilità che quel ritmo, quella musica, quell´impulso formativo trovino modo di manifestarsi. I bambini ne sono i ricettori più sensibili.
Sono anche altro, i bambini. Lo stupore e la meraviglia di cui sono capaci, la tenerezza che suscitano, l´incanto che diffondono, fanno da calamita all´inquietante e all´impensato. Lì, dove la grazia incontra inevitabilmente il proprio opposto, si apre una vasta zona d´ombra che tiene insieme tutte le ambiguità. Regione largamente inesplorata, non è stata però la pittura quanto la letteratura a inoltrarsi nei suoi labirintici andirivieni. In particolare la letteratura contemporanea, come in conclusione del catalogo suggerisce Dalia Oggero. Che con molta intelligenza ha individuato un percorso possibile all´interno del più sconosciuto dei paesi scegliendo e accostando passi da romanzi di autori italiani contemporanei. Ma questo percorso non poteva che condurci oltre i confini della pittura e di quanto la pittura ha saputo rivelare dell´infanzia e del suo enigma.
l'esercito americano in Iraq:
sindromi psicopatologiche da stato di guerra
Rai.News 30.6.04
Solo nel mese di maggio 12 mila soldati americani sono stati rimpatriati
Iraq, l'esercito dei depressi
DI questi appena 1300 sono ritornati a casa per ferite di arma da fuoco. Gli altri per depressione e affaticamento. La maledizione della 'Sindrome del Golfo' si ripete e ai piani alti dello Stato Maggiore e' da tempo scattato l'allarme
di p.p.
Il numero dei soldati americani caduti in battaglia sale di giorno in giorno. Le statistiche ufficiali dell'esercito parlano di 850 militari M.I.A. (Missing in Action) che hanno perso la vita sul suolo iracheno.
Ma la cifra resa dalla fonte ufficiale non rende la difficolta' nella quale versano i soldati statunitensi. Ci sono altri dati allarmanti che rendono il senso della 'fatica' di una missione che inizia a pesare non solo sulle coscienze ma anche sul morale delle truppe.
Solo nel mese di maggio sono ritornati a casa 12.000 soldati e di questi solo una piccola parte a causa di ferite da arma da fuoco. Lo stillicidio dei rientri e' costante. Quotidiani sono i voli che da Baghdad con scalo in Germania portano i 'disabili' negli Stati Uniti, i malati della guerra il 90 per cento con certificati medici nei quali si richiede riposo e recupero per evidenti scompensi psicologici.
La sabbia del deserto corrode fino a consumarli i fisici e la psiche dei soldati non piu' giovanissimi. Ad alzare 'bandiera bianca' il folto gruppo degli over 40, per lo piu' graduati, chiamati per le continue emregenze a operazioni che richiedono la tempra di un ventenne.
Angina pectoris, cali ponderali eccessivi, perdita di tono, rallentamento dei riflessi, stanchezza diffusa, l'esercito a telle e strisce nelle retrovie ha l'infermeria sempre affollata e in questo tutti gli eserciti si assomigliano al di la delle parate mediatiche con militari sempre pronti e in perfetto assetto da combattimento.
Si suda e si soffre anche sotto la bandiera americana e non appena si volge lo sguardo dietro la prima fila di ipervitaminizzati e muscolosi marines si scopre il volto umano e contradditorio di migliaia di uomini in divisa che chiedono un 'time out'.
Ansieta' e depressione i malesseri piu' diffusi dovuti a turni massacranti che arrivano anche a 48 ore di corvee' continuata quando ogni minuto che passa e' un minuto strappato alla morte. Al CentCom (il comando centrale delle operazioni) lo sanno bene che il ritmo tenuto non potra' essere sostenuto in attesa che il congresso e i governi alleati decidano di inviare forze fresche al fronte.
C'e' poi un altro aspetto preoccupante. Tra chi rimane in prima linea si diffonde a macchia d'olio l'uso di psicofarmaci per sostenere la fatica e superare la depressione. Anche se non ufficialmente riconosciute, gli psicofarmaci somministrati dai medici militari sono solo un gruppo ristrettissimo di prodotti, circolano pasticche piu' vicine alle droghe che non a prodotti teraputici.
Dalla guerra in Vietnam l’esercito americano ha cominciato a far uso di pillole – anch’esse dall’effetto disastroso – chiamate “go-pills” o “speed” (le anfetamine). Un anno fa comparve la notizia, pubblicata sul “Village voice” di New York, che centri di ricerca di alcune delle più prestigiose università americane, tra cui Harvard e la Columbia, si sono adoperati a creare una pillola in grado di cancellare dalla memoria le esperienze più traumatiche della nostra vita.
Solo nel mese di maggio 12 mila soldati americani sono stati rimpatriati
Iraq, l'esercito dei depressi
DI questi appena 1300 sono ritornati a casa per ferite di arma da fuoco. Gli altri per depressione e affaticamento. La maledizione della 'Sindrome del Golfo' si ripete e ai piani alti dello Stato Maggiore e' da tempo scattato l'allarme
di p.p.
Il numero dei soldati americani caduti in battaglia sale di giorno in giorno. Le statistiche ufficiali dell'esercito parlano di 850 militari M.I.A. (Missing in Action) che hanno perso la vita sul suolo iracheno.
Ma la cifra resa dalla fonte ufficiale non rende la difficolta' nella quale versano i soldati statunitensi. Ci sono altri dati allarmanti che rendono il senso della 'fatica' di una missione che inizia a pesare non solo sulle coscienze ma anche sul morale delle truppe.
Solo nel mese di maggio sono ritornati a casa 12.000 soldati e di questi solo una piccola parte a causa di ferite da arma da fuoco. Lo stillicidio dei rientri e' costante. Quotidiani sono i voli che da Baghdad con scalo in Germania portano i 'disabili' negli Stati Uniti, i malati della guerra il 90 per cento con certificati medici nei quali si richiede riposo e recupero per evidenti scompensi psicologici.
La sabbia del deserto corrode fino a consumarli i fisici e la psiche dei soldati non piu' giovanissimi. Ad alzare 'bandiera bianca' il folto gruppo degli over 40, per lo piu' graduati, chiamati per le continue emregenze a operazioni che richiedono la tempra di un ventenne.
Angina pectoris, cali ponderali eccessivi, perdita di tono, rallentamento dei riflessi, stanchezza diffusa, l'esercito a telle e strisce nelle retrovie ha l'infermeria sempre affollata e in questo tutti gli eserciti si assomigliano al di la delle parate mediatiche con militari sempre pronti e in perfetto assetto da combattimento.
Si suda e si soffre anche sotto la bandiera americana e non appena si volge lo sguardo dietro la prima fila di ipervitaminizzati e muscolosi marines si scopre il volto umano e contradditorio di migliaia di uomini in divisa che chiedono un 'time out'.
Ansieta' e depressione i malesseri piu' diffusi dovuti a turni massacranti che arrivano anche a 48 ore di corvee' continuata quando ogni minuto che passa e' un minuto strappato alla morte. Al CentCom (il comando centrale delle operazioni) lo sanno bene che il ritmo tenuto non potra' essere sostenuto in attesa che il congresso e i governi alleati decidano di inviare forze fresche al fronte.
C'e' poi un altro aspetto preoccupante. Tra chi rimane in prima linea si diffonde a macchia d'olio l'uso di psicofarmaci per sostenere la fatica e superare la depressione. Anche se non ufficialmente riconosciute, gli psicofarmaci somministrati dai medici militari sono solo un gruppo ristrettissimo di prodotti, circolano pasticche piu' vicine alle droghe che non a prodotti teraputici.
Dalla guerra in Vietnam l’esercito americano ha cominciato a far uso di pillole – anch’esse dall’effetto disastroso – chiamate “go-pills” o “speed” (le anfetamine). Un anno fa comparve la notizia, pubblicata sul “Village voice” di New York, che centri di ricerca di alcune delle più prestigiose università americane, tra cui Harvard e la Columbia, si sono adoperati a creare una pillola in grado di cancellare dalla memoria le esperienze più traumatiche della nostra vita.
neurologia canadese:
le ricadute nei casi di «anoressia nervosa»
Le Scienze ed. italiana dello Scientific American 29.06.2004
L'anoressia nervosa è spesso cronica
Le ricadute si verificano in media dopo 18 mesi
Le donne che sono state sottoposte a un trattamento per anoressia nervosa rimangono a rischio di una ricaduta per almeno due anni dopo aver riconquistato il proprio peso ed essere state dimesse dall'ospedale. Lo sostiene uno studio dell'Università di Toronto e del Toronto General Hospital, pubblicato sul numero di maggio della rivista "Psychological Medicine".
La psichiatra e psicologa Jacqueline Carter ha effettuato uno studio di follow-up su 51 pazienti dell'ospedale canadese. Ha scoperto che, nei due anni successivi alle dimissioni, il 35 per cento delle pazienti era ricaduto vittima dell'anoressia, con un calo nell'indice di massa corporea (la misura del grasso del corpo in relazione all'altezza e al peso) al di sotto di 17,5 per tre mesi consecutivi. Il tempo medio prima di una ricaduta è risultato di 18 mesi, in contrasto con ricerche precedenti che suggerivano che le ricadute si verificassero solamente entro un anno dalla fine del trattamento.
"La nostra scoperta più importante - spiega Carter - è che in un numero significativo di casi la malattia è cronica e debilitante. In ospedale siamo in grado di aiutare le pazienti a recuperare il proprio peso, ma la vera sfida è quella di scoprire come migliorare la prevenzione delle ricadute e la salute a lungo termine delle pazienti di anoressia nervosa".
© 1999 - 2004 Le Scienze S.p.A.
L'anoressia nervosa è spesso cronica
Le ricadute si verificano in media dopo 18 mesi
Le donne che sono state sottoposte a un trattamento per anoressia nervosa rimangono a rischio di una ricaduta per almeno due anni dopo aver riconquistato il proprio peso ed essere state dimesse dall'ospedale. Lo sostiene uno studio dell'Università di Toronto e del Toronto General Hospital, pubblicato sul numero di maggio della rivista "Psychological Medicine".
La psichiatra e psicologa Jacqueline Carter ha effettuato uno studio di follow-up su 51 pazienti dell'ospedale canadese. Ha scoperto che, nei due anni successivi alle dimissioni, il 35 per cento delle pazienti era ricaduto vittima dell'anoressia, con un calo nell'indice di massa corporea (la misura del grasso del corpo in relazione all'altezza e al peso) al di sotto di 17,5 per tre mesi consecutivi. Il tempo medio prima di una ricaduta è risultato di 18 mesi, in contrasto con ricerche precedenti che suggerivano che le ricadute si verificassero solamente entro un anno dalla fine del trattamento.
"La nostra scoperta più importante - spiega Carter - è che in un numero significativo di casi la malattia è cronica e debilitante. In ospedale siamo in grado di aiutare le pazienti a recuperare il proprio peso, ma la vera sfida è quella di scoprire come migliorare la prevenzione delle ricadute e la salute a lungo termine delle pazienti di anoressia nervosa".
© 1999 - 2004 Le Scienze S.p.A.
storia dell'uomo:
la mobilità dei Maja
Le Scienze, ed. italiana dello Scientific American 28.06.2004
La mobilità nella civiltà Maya
L'analisi di ossa e denti può indicare dove nacquero e vissero gli individui
I geologi David Hodell e Mark Brenner dell'Università della Florida hanno sperimentato sul campo, nella regione dell'America Centrale che ha ospitato l'antica civiltà Maya, una nuova tecnica che combina elementi di geologia, archeologia e medicina legale. Gli scienziati sono giunti alla conclusione che il metodo può aiutare a determinare dove sono nati e cresciuti i capi e gli altri abitanti dei grandi insediamenti quali Tikal, fornendo informazioni - o contraddicendo quelle date per scontate - a proposito di eventi storici che fino a oggi venivano dedotti soltanto dai geroglifici e da altre tracce archeologiche.
"Siamo riusciti a dimostrare - ha dichiarato Hodell in un articolo pubblicato sul numero di maggio della rivista "Journal of Archaeological Science" - che è possibile distinguere fra differenti parti dell'area di influenza dei Maya. Ora siamo in grado di determinare se un singolo individuo è cresciuto a Tikal o se proveniva da qualche altra regione".
Al culmine della loro espansione, fra il 650 e l'800 d.C. circa, i Maya occupavano grandi città-stato diffuse in gran parte degli odierni Messico, Guatemala, Honduras e Belize. Per gli archeologi comprendere la mobilità nella società Maya è essenziale per studiare l'ascesa e la caduta del loro impero.
© 1999 - 2004 Le Scienze S.p.A.
La mobilità nella civiltà Maya
L'analisi di ossa e denti può indicare dove nacquero e vissero gli individui
I geologi David Hodell e Mark Brenner dell'Università della Florida hanno sperimentato sul campo, nella regione dell'America Centrale che ha ospitato l'antica civiltà Maya, una nuova tecnica che combina elementi di geologia, archeologia e medicina legale. Gli scienziati sono giunti alla conclusione che il metodo può aiutare a determinare dove sono nati e cresciuti i capi e gli altri abitanti dei grandi insediamenti quali Tikal, fornendo informazioni - o contraddicendo quelle date per scontate - a proposito di eventi storici che fino a oggi venivano dedotti soltanto dai geroglifici e da altre tracce archeologiche.
"Siamo riusciti a dimostrare - ha dichiarato Hodell in un articolo pubblicato sul numero di maggio della rivista "Journal of Archaeological Science" - che è possibile distinguere fra differenti parti dell'area di influenza dei Maya. Ora siamo in grado di determinare se un singolo individuo è cresciuto a Tikal o se proveniva da qualche altra regione".
Al culmine della loro espansione, fra il 650 e l'800 d.C. circa, i Maya occupavano grandi città-stato diffuse in gran parte degli odierni Messico, Guatemala, Honduras e Belize. Per gli archeologi comprendere la mobilità nella società Maya è essenziale per studiare l'ascesa e la caduta del loro impero.
© 1999 - 2004 Le Scienze S.p.A.
Pirella:
non vuole il museo per Lombroso
Repubblica ed. di Torino 30.6.04
IL CASO
Repubblica, ed di Torino 30.6.04
Lo psichiatra Pirella contesta l'iniziativa
"Niente museo per Lombroso"
di Alberto Custodero
«Lombroso non si merita un museo: i reperti che ha lasciato sono i cervelli in formalina dei suoi pazienti e i lavori dei malati di mente che nulla hanno a che fare con la scienza». Parola di Agostino Pirella, professore di psichiatria a Psicologia, ex coordinatore del processo di superamento dell´ospedale psichiatrico di Collegno. La clamorosa contestazione di Pirella è avvenuta, ieri, al San Giovanni antica sede, durante la presentazione del libro di Delia Frigessi (Einaudi), dedicato allo psichiatra ottocentesco. «Non ha innovato la psichiatria - ha spiegato Pirella - e non ha capito che la "pellagra", malattia che aveva ricadute psichiatriche, era causata dalla fame. Lui, invece, teorizzò che fosse provocata da una malattia del mais». A 5 anni dal centenario della morte del maggior rappresentante italiano del positivismo evoluzionistico di derivazione darwinista, a Torino (città nella quale diresse l´ospedale psichiatrico), è in dirittura d´arrivo la realizzazione del «Museo dell´uomo» a lui dedicato. Sorgerà in via Pietro Giuria 11, proprio dove si trovava lo studio nel quale Lombroso aveva iniziato le sue ossessive misurazioni fisiognomiche per la classificazione del «tipo» umano, in particolare, quello criminale. Il museo che Pirella non vuole avrebbe dovuto aprire entro la fine dell´anno, in occasione dei 600 anni dell´Ateneo torinese. Ma i lavori sono in ritardo e l´appuntamento slitterà nel 2005.
IL CASO
Repubblica, ed di Torino 30.6.04
Lo psichiatra Pirella contesta l'iniziativa
"Niente museo per Lombroso"
di Alberto Custodero
«Lombroso non si merita un museo: i reperti che ha lasciato sono i cervelli in formalina dei suoi pazienti e i lavori dei malati di mente che nulla hanno a che fare con la scienza». Parola di Agostino Pirella, professore di psichiatria a Psicologia, ex coordinatore del processo di superamento dell´ospedale psichiatrico di Collegno. La clamorosa contestazione di Pirella è avvenuta, ieri, al San Giovanni antica sede, durante la presentazione del libro di Delia Frigessi (Einaudi), dedicato allo psichiatra ottocentesco. «Non ha innovato la psichiatria - ha spiegato Pirella - e non ha capito che la "pellagra", malattia che aveva ricadute psichiatriche, era causata dalla fame. Lui, invece, teorizzò che fosse provocata da una malattia del mais». A 5 anni dal centenario della morte del maggior rappresentante italiano del positivismo evoluzionistico di derivazione darwinista, a Torino (città nella quale diresse l´ospedale psichiatrico), è in dirittura d´arrivo la realizzazione del «Museo dell´uomo» a lui dedicato. Sorgerà in via Pietro Giuria 11, proprio dove si trovava lo studio nel quale Lombroso aveva iniziato le sue ossessive misurazioni fisiognomiche per la classificazione del «tipo» umano, in particolare, quello criminale. Il museo che Pirella non vuole avrebbe dovuto aprire entro la fine dell´anno, in occasione dei 600 anni dell´Ateneo torinese. Ma i lavori sono in ritardo e l´appuntamento slitterà nel 2005.
antico pensiero magico in Sicilia:
la percezione dei pericoli che possono colpire i bambini
Repubblica, ed. di Palermo 30.6.04
LA STREGONERIA
I "patruneddi" nemici dei bambini
"Donne di fuori": così si autodefinivano le donne siciliane processate per stregoneria dal tribunale spagnolo dell'Inquisizione. Rimandano a un'area che lo studioso Le Roy Ladurie definisce «l'aldilà che sta quaggiù», popolato da esseri "impalpabili" chiamati con diversi nomi: beddi signuri, patruneddi di casa o donni di casa (belle signore, padroncine di casa o donne di casa). Più che malvagie sono capricciose, prediligono i piccoli appena nati, anche se giocano con tutti i bambini. Ma c'è il rischio che possano anche accanirsi contro di loro fino a farli morire. Spesso porgono doni o indicano nel sonno tesori nascosti (truvatura), si muovono in gruppo di sette, escono in volo il giovedì o comunque nei giorni pari. I patruneddi vivono stabilmente nelle case e pertanto è indispensabile ingraziarseli: fare la presentazione dei neonati, tenere in ordine la casa e offrire loro del cibo.
LA STREGONERIA
I "patruneddi" nemici dei bambini
"Donne di fuori": così si autodefinivano le donne siciliane processate per stregoneria dal tribunale spagnolo dell'Inquisizione. Rimandano a un'area che lo studioso Le Roy Ladurie definisce «l'aldilà che sta quaggiù», popolato da esseri "impalpabili" chiamati con diversi nomi: beddi signuri, patruneddi di casa o donni di casa (belle signore, padroncine di casa o donne di casa). Più che malvagie sono capricciose, prediligono i piccoli appena nati, anche se giocano con tutti i bambini. Ma c'è il rischio che possano anche accanirsi contro di loro fino a farli morire. Spesso porgono doni o indicano nel sonno tesori nascosti (truvatura), si muovono in gruppo di sette, escono in volo il giovedì o comunque nei giorni pari. I patruneddi vivono stabilmente nelle case e pertanto è indispensabile ingraziarseli: fare la presentazione dei neonati, tenere in ordine la casa e offrire loro del cibo.
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