mercoledì 3 novembre 2004

citato al Lunedì
Cancrini sull'Unità del 1 novembre

L'Unità 1.11.04 pag. 27

Luigi Cancrini
Il disagio mentale nella trappola dei pregiudizi

Devo lanciare un allarme. Attenti a quello che accade in termini di salute mentale. Facendo parte di una associazione sono informata su quanto avviene in termini di disagio psichico nel Lazio; è proprio sotto i nostri occhi: il progressivo depauperamento delle strutture pubbliche (Alcune ASL di Roma hanno l'organico ridotto del 50%) e delle strutture del privato sociale che si occupano di cura e di recupero, a favore delle cliniche private con l'inevitabile aumento dei pazienti psichici nelle cliniche e l'ospedalizzazione progressiva e lunga. Come? Per esempio con la firma di un verbale d'intesa con tredici case di cura private con il quale si destinano 800 posti letto per pazienti psichiatrici per i quali si prevedevano cospicui aumenti delle rette giornaliere. Questo, a mio avviso, è il modo per fare entrare dalla finestra quello che era uscito dalla porta: il manicomio. La cura e il recupero non possono consistere solo nell'andare avanti e indietro con la testa bassa, la sigaretta in mano e nella tasca, spesso, un rosario.
Ho sempre pensato che la legge Basaglia, lo psichiatra che lottò contro l'istituzione manicomiale, sia una delle più coerenti con lo spirito della nostra Costituzione. Allora attenti ai vari tentativi mascherati di cambiarla; se andranno a segno apriranno la strada in modo inarrestabile anche agli ospizi per poveri, portatori di handicap, anziani.
Anna Maria De Angelis


Più leggo lettere come queste e più mi convinco che nell'organizzazione dei servizi psichiatrici è oggi necessario un cambiamento, un salto in avanti di ordine culturale. Il punto della legge Basaglia relativo alla necessità di superare un ordinamento basato sull'idea che la malattia mentale, incurabile, chiedeva alla società di dare solo risposte "custodialistiche" è di fatto acquisito anche da quelli che sono i più critici, oggi, di fronte alle scelte di allora. La presenza di una rete, sul territorio, di centri di salute mentale (a Roma, al tempo in cui la riforma fu approvata, c'era solo un centro di salute mentale che serva l'intera provincia, oggi i centri sono una quarantina), la diffusione enorme degli psicofarmaci e il numero crescente di strutture che si occupano di questi problemi a livello residenziale e ambulatoriale propongono un quadro complesso che non sarebbe compatibile in nessun caso con un ritorno al passato del manicomio. Quello di cui dobbiamo renderci conto, tuttavia, è che quelle veicolate all'interno di tutte queste strutture sono teorie, ipotesi sulla malattia mentale e sulle cure profondamente diverse, che i modelli di intervento che da tali teorie discendono sono spesso inutilmente (e dannosamente) contraddittori, che le amministrazioni si trovano spesso nel momento delle scelte più significative, in balia di tecnici improvvisati e di parte.
Il problema di fondo, a mio avviso, è quello che riguarda il tipo di rapporto che l'operatore della salute mentale tende a stabilire tra il disturbo esibito da un certo paziente in un certo momento della sua vita e le circostanze concrete in cui tale disturbo si manifesta. Convinto del fatto per cui il disturbo (una crisi delirante-allucinatoria, per esempio, l'attacco di panico o l'episodio depressivo) è espressione semplice e diretta di una alterazione biochimica che si attiva criticamente, per ragioni sconosciute e imprevedibili, lo psichiatra biologico di oggi interviene molto rapidamente (dopo aver cioè riconosciuto e considerato i sintomi, senza fare molte altre domande) con i farmaci che più gli sembrano adatti. il mondo dei suoi pazienti si divide, a questo punto, i quello dei "responders" (che rispondono al trattamento) e quello dei no-responders" (detto in inglese sembra più"scientifico") per cui c'è, purtroppo, poco da fare oltre che aumentare o variare dosi e tipologia di farmaci. Organizzata sul modello medico che la ispira, la psichiatria biologica di oggi prevede, coerentemente, dal punto di vista dei ruoli professionali, medici con il camice bianco al vertice dell'organizzazione, psicologi, assistenti sociali e infermieri che lo aiutano aiutando il paziente ad accettare la terapia (a sostenere cioè quella che, sempre in inglese, si chiama oggi "compliance" con la terapia stessa); dal punto di vista delle strutture ambulatoriali per il primo intervento, ospedali e case di cura per le situazioni acute che richiedono dosi alte di farmaco, strutture residenziali protette per i più gravi che non si riprendono.
Sull'altro versante, e in modo oggi vivacemente contrapposto, la psichiatria delle relazioni interpersonali ragiona sul comportamento sintomatico come su una comunicazione complessa. Un enigma da decifrare (l'immagine è di Sigmund Freud) come un sogno, un lapsus, un oracolo o un rebus della settimana enigmistica tenendo conto della storia personale e familiare e del contesto in cui il paziente si muove. Comprendere è, per chi crede in questa seconda possibilità, la base del curare: nei casi più semplici semplicemente aiutando a capire quello che sta succedendo e in quelli più complessi, in cui quello che serve è anche, o soprattutto, "cambiare", aiutando chi sta male a costruire rapporti diversi (la terapia familiare o di contesto) con le persone che per lui/lei sono più importanti. Centrale per chi accetta il primo modello, il ruolo del farmaco (e del medico che lo prescrive) diventa qui un ruolo secondario di sostegno. Indispensabile nella fase acuta perché permette l'accesso ad un rapporto altrimenti impossibile e mai o quasi mai sufficiente da solo, però, perché l'azione del farmaco è inevitabilmente sintomatica, incapace di incidere sulle cause e sulle conseguenze reali del disturbo in atto. Con conseguenze importanti dal punto di vista dell'organizzazione dei servizi, ovviamente, perché quella di cui c'è più bisogno, per i sostenitori di questa seconda visione della psichiatria, è una formazione psicoterapeutica degli operatori, una disponibilità ampia di risposte, nel privato e nel pubblico, basate su questo tipo di competenze. Nei casi più gravi, di strutture basate sull'idea della Comunità Terapeutica invece che delle case di cura; in quelli più difficili da curare sul territorio, di una integrazione forte dei presidi sociali e sanitari.
Difficili da conciliare, queste opposte visioni della psichiatria esistono comunque. In termini di rapporto con la classe sociale dell'utenza per esempio, esse si presentano come assai diversamente rappresentate in un sistema sanitario come il nostro per cui l'aspetto medico è prevalente: chi ha soldi e cultura può scegliere e si rivolge sempre più spesso al modo degli psicoterapeuti: chi non ha soldi e/o non ha letto molti libri è costretto naturalmente, invece, ad accontentarsi dei farmaci. Anche se i tentativi di integrazione sono sempre più frequenti, come è naturale in un mondo che è, comunque, in continua evoluzione.
La cosa di cui sono sempre più convinto è che, alla fine, può essere un po' riduttivo stabilire dei legami diretti fra le categorie della politica e quelle dei modelli teorici a cui ci si ispira organizzando i servizi. Il problema vero, a volte, sembra quello dei tecnici cui ci si rivolge chiedendo consiglio. Con risultati paradossali, a volte, come accade oggi a una destra che chiede solo a San Patrignano (dove i farmaci sono considerati "diabolici") cosa si deve fare con i tossicomani e che chiede solo a psichiatri senza formazione psicoterapeutica (e capaci solo d'usare i farmaci) cosa si deve fare con le persone che soffrono di disturbi psichici.
Quello di cui ci sarebbe bisogno, cara Anna Maria, è di finirla una buona volta con i tecnici "onnipotenti" apparentemente al servizio del politico che vince le elezioni ma al servizio, sostanzialmente, delle lobbies di cui fanno parte. Interdisciplinari e compositi, gli organismi tecnici di consulenza per le politiche sociali e sanitarie dovrebbero funzionare in modo più equilibrato, più autonomo dal potere politico e più serio aiutando chi deve decidere a decidere per il meglio.
Riuscirà l'Ulivo, nei giorni in cui tornerà al governo, a riflettere seriamente su questo tipo di problema? Io spero proprio di sì. La mancanza di un collegamento stabile ed efficace fra i progressi delle conoscenze scientifiche e le decisioni assunte a livello dell'amministrazione dipende soprattutto dalla debolezza delle istituzioni scientifiche di riferimento e dalla incapacità degli amministratori di costruire occasioni di confronto utile fra operatori di diverso orientamento. Si tratta di un problema sempre più evidente e sempre più grave: a livello della psichiatria in modo particolare ma non solo, comunque, a livello della psichiatria.

ha vinto Bush, «questa è l'America, baby!», ma Kerry sarebbe stato meglio?
IL FATTORE DIO

L'Adige 3.11.04
Il fattore Dio
nel voto Usa

(segue dalla prima pagina)
«Per la prima volta ho sentito che Dio è alla Casa Bianca», esclama Tricia, con la voce strozzata dall´emozione. «Dio sia lodato. Grazie che ci hai dato George W. Bush».
Sono quattro milioni, tra gli stati del Sud e del Midwest, gli evangelici della Bible Belt, la cintura della Bibbia. Una macchina da voto travolgente, decisivi col loro appoggio negli swing states, gli stati traballanti dove i due candidati sono alla pari. Per loro questa è la Santa Battaglia, Lepanto contro i Turchi, la Liberazione dall´Egitto. Quello di oggi, per loro, non sarà un voto per eleggere il 44° presidente degli Stati Uniti d´America, ma la difesa suprema dei valori della moralità, nuova crociata del 2000 che Bush, born again, cristiano rinato, ha dichiarato di voler capitanare.
* * *
Mai come in queste elezioni la religione in America è diventata il tema politico cruciale, quello su cui il Paese, ma soprattutto Bush e Kerry, dicono di voler giocare il proprio futuro. Potendo vantare un assai misero carnet di risultati ottenuti, visto che nei suoi quattro anni di presidenza si sono persi un milione e 600 mila posti di lavoro e il bilancio statale è al limite della bancarotta, il presidente Bush ha puntato tutto sull´apocalisse finale, lo scontro tra il Bene e il Male, la difesa dell´America o la sua dissoluzione, il drago dalle sette teste e il sangue dell´Agnello. Non c´è comizio, discorso o appello presidenziale che non trabocchi di citazioni dalla Bibbia, di riferimenti alla città sulla collina, alla luce radiosa e alle tenebre della valle di Josafat.
Non è da meno il candidato democratico John Kerry che in questo ultimo mese s´è fatto almeno tre messe ogni fine settimana, citando dovunque il suo passo preferito, san Giacomo, 2, 14-26, «la fede senza le opere è morta», in risposta all´avversario presidenziale.
Nei suoi discorsi sul futuro dell´America e del mondo, ha ripetuto alla nausea che da piccolo, lui cattolico praticante, ha fatto il chierichetto e anzi, aveva pensato di diventar prete. Poi la politica e la guerra in Vietnam avevano preso il sopravvento, ma sulla sua fede - dice- nessuno può dubitare.
Del resto, tutti i sondaggi di queste settimane lo dicono chiaramente: il 70% degli americani vuole come presidente «un uomo timorato di Dio e di forte fede». Chiunque dei due sarà eletto, questo dovrà fare. «In America il senso religioso è molto forte, è l´elemento che crea comunità», spiega il sociologo di Harvard Robert Putnam, famoso anche in Italia per i suoi studi sulla crisi della cultura civica americana («Bowling alone»). «Negli Stati Uniti ogni significativa riforma, compreso il movimento dei diritti civili o la lotta alla schiavitù, ha avuto profonde radici religiose - afferma Putnam-. Storicamente non c´è sindacato o altra realtà sociale così incisiva nella società americana come le chiese. Certo, questa forza può essere usata in chiave fondamentalista e conservatrice, come è avvenuto negli ultimi vent´anni, o in chiave progressista, come è avvenuto a lungo nei decenni precedenti. Ma la religione resta un forte elemento propulsivo della società e della politica americana».
* * *
Che la carta della fede fosse quella da giocare, Bush l´aveva capito fin dal 1988, quando faceva propaganda per suo padre, e intuì la forza elettorale dei telepredicatori alla Pat Robertson. Alla fine degli anni Settanta l´America, prostrata dalla sconfitta del Vietnam e confusa dal libertarismo sessantottino e femminista, ripiegò sulla fede.
Milioni di americani chiedevano qualcosa di forte in cui credere, dei valori a cui aggrapparsi, e le chiese divennero la consolazione. Fu l´abilità della destra a comprendere che quella massa di "nuovi cristiani" poteva essere politicamente organizzata.
«Mentre i cristiani liberali dormivano, i fondamentalisti hanno costruito la loro potente rete», spiega Robert Edgar, segretario generale del consiglio nazionale delle chiese, che a settembre era a Milano alla settimana ecumenica della Comunità di S.Egidio. «Chiedevano a tutti un dollaro a preghiera. Ma soprattutto chiedevano il loro indirizzo e la lista dei valori in cui credevano. È lì che è nata la falange della destra cristiana».
Così, temi come l´aborto, le cellule staminali, i matrimoni gay e l´eutanasia sono diventati centrali dell´agenda politica, cancellando ogni riferimento a questioni come le politiche sociali, i diritti delle minoranze, i fondi per la salute e l´istruzione, la pena capitale, i morti in guerra, che sono stati volontariamente ignorati dalla campagna elettorale.
Per Kerry un grattacapo mica da poco. Lui, cattolico della cattolica Boston, s´è visto osteggiare perfino dai vescovi cattolici, perlomeno da alcuni, che l´hanno additato come pubblico peccatore, e come tale scomunicato, escluso dalla comunione. «Votare Kerry è un peccato che richiede la confessione» ha tuonato padre Charles Chaput, frate cappuccino e arcivescovo di Denver. E monsignor Bernard Schmitt, vescovo di Wheeling-Charleston, in West Virginia, ha scritto ai suoi parrocchiani per ricordare che votare Kerry «è peccato mortale», visto le sue posizioni liberali sull´aborto e le cellule staminali, subito spalleggiato dall´arcivescovo di St. Louis, Raymond Burk, che ha scomodato il giudizio di Dio come a Sodoma e Gomorra se l´America consentirà il matrimonio dei gay.
Nonostante questo, i cattolici, la chiesa più numerosa d´America, è divisa a metà, con una percentuale di favorevoli a Kerry, maggiore che per Bush. L´ultimo sondaggio Pew ha stabilito che il 41% dei cattolici sono per Bush e il 44% per Kerry. «Forse va ricordato che oltre all´aborto e alla ricerca sulle cellule staminali, c´è anche il tema della guerra e la pena di morte, a cui un cattolico dovrebbe guardare quando va a votare», ha detto chiaro e tondo padre Bryan Hehir, docente di teologia all´università di Harvard. «Per non parlare poi dell´aiuto ai più deboli, ai poveri, ai bambini abbandonati, di cui in America ormai non parla più nessuno».
Proprio per questo le chiese battiste degli afro-americani hanno scelto al 90% di appoggiare Kerry, il democratico. «Se vince Bush, per la comunità nera è la fine», ripete sconsolato il professor Lawrence Bobo, che insegna Sociologia e Storia degli afroamericani ad Harvard. «Negli ultimi quattro anni ha azzerato tutti finanziamenti alle scuole per i neri e agli aiuti sociali per le minoranze. Sta cercando di portarci via anche il voto, con campagne intimidatorie per impedire ai neri di votare. La comunità nera è molto arrabbiata. Molto. Se Bush sarà rieletto, per noi è la fine».
* * *
Eppure, nonostante far quadrare il bilancio familiare sia diventato il problema principale della classe media americana, che negli ultimi quattro anni s´è vista declassare il proprio ruolo per stipendi e sicurezza del lavoro, molti ritengono che mettere fuorilegge l´aborto venga prima che creare nuovi posti di lavoro.
Come gli operai di Cleveland, in Ohio, dove negli ultimi quattro anni s´è perso un posto di lavoro su cinque con il trasferimento all´estero degli stabilimenti della Firestone e della Goodyear, che davanti alle telecamere della televisione hanno confessato: «Bush ci fa del male, è vero. Ma non possiamo votare Kerry: la coscienza morale viene prima di tutto».
Questa è l´America che oggi, il giorno dei Morti, andrà a votare. E se anche le organizzazioni dei cristiani, cosiddetti liberali, si stanno mobilitando per riprendersi il terreno perduto nel nome della giustizia sociale e del sostegno ai derelitti che a migliaia dormono sui marciapiedi delle strade, la parola d´ordine di queste elezioni è una sola: moralità. E Bush l´immorale, che sotto la sua presidenza ha visto aumentare in massa il numero degli aborti perché ha cancellato ogni sussidio per le ragazze madri, ne è il profeta. «Perch Gesù Cristo è il suo più fidato consigliere», ha detto dall´altare un telepredicatore della Florida. E giù tutti a battere le mani. Hallelujah.

Marco Bellocchio

Libertà 3 novembre 2004

Successo per Bellocchio al Film Festival di Sydney

(ma il testo dell'articolo è disponibile on line solo per gli abbonati)

Il Messaggero Martedì 2 Novembre 2004
Casa del Cinema, Chiesa e Bellocchio incontrano il pubblico


Oggi e domani alle 15 due incontri alla “Casa del cinema”, a Largo Mastroianni 1 (Villa Borghese, Casina delle Rose). Il primo con il regista Guido Chiesa di cui verrà proiettato il film “Lavorare con lentezza”. Il secondo con Marco Bellocchio, con la proiezione del suo “L’ora di religione”. Ingresso libero fino a esaurmimento posti.

archeologia
Paolo Matthiae: Ebla, «la culla di tutta la nostra civiltà»

La Stampa 03 Novembre 2004
INCONTRO CON L’ARCHEOLOGO CHE QUARANT’ANNI FA RIPORTÒ ALLA LUCE LE ROVINE DI EBLA
Matthiae: scava scava ritroverete l’Altro
«Il nostro lavoro non è solo legato al passato, a ciò che si trova sotto terra. È uno straordinario allenamento alla cultura delle differenze»
di Marco Vallora

DAMASCO. QUARANT’ANNI esatti dalla scoperta di Ebla. E non si direbbe: per lo meno a saggiare la vitalità con cui Paolo Matthiae, l'illustre archeologo della Sapienza di Roma che ha legato il proprio nome al ritrovamento imprevisto di questa antichissima città siriana, nemmeno sospettata dalla dottrina archeologica classica, racconta della sua straordinaria esperienza, come se fosse un'episodio che risale a qualche settimana fa. «E c'è ancora moltissimo da fare, non si smette mai, per carità, non s'interrompe un attimo di lavorare. Le zone da riportare alla luce sono ancora molte». Nessun rimpianto, nessuna recriminazione, persino la burocrazia e le sovvenzioni, i fondi venuti dall'Italia, hanno questa volta insolitamente funzionato: «Sì, non possiamo lamentare nulla, l'importanza di Ebla è stata subito percepita. Ma anche sul sito ho lavorato sempre benissimo, accanto ad amici e colleghi siriani. Non soltanto sul piano tecnico, ma anche per lo spirito straordinario di collaborazione. Direi che questa è una situazione esemplare nei rapporti euro-asiatici, la Siria è indubbiamente un paese di eccezionale equilibrio. Perché non si può negare che questa, del Vicino Oriente, è una zona assai delicata, anche e soprattutto per l'archeologia».
In Siria è diverso. «Ho sempre pensato che la Siria sia stata terra di frontiera e ponte di cultura. Ed è innegabile che in questa terra, dove pure nei secoli sono avvenuti scontri anche feroci, sia esistita sempre una compresenza di credi e di civiltà abbastanza unica. Basta andare al museo di Damasco e leggere l'importantissima testimonianza degli affreschi staccati di Duros Europos, in cui tranquillamente convivono dignitari togati romani con altri personaggi in fogge elegantemente orientali. Per questo, in un momento così delicato, ho trovato assai intelligente, e non turistica, spettacolare, l'iniziativa di Cristina e Riccardo Muti e del Ravenna Festival, non soltanto di portare la musica italiana, qui, nel teatro romano di Bosra e di voler così celebrare i quarant'anni di Ebla. Ma anche di fondere insieme simbolicamente gli esecutori della Scala con quelli siriani, perché qui c'è una vivissima cultura musicale e artistica. La giovane moglie del presidente è molto attenta allo sviluppo culturale del paese, ed è assai presente anche agli sviluppi del cantiere di Ebla».
Che cosa abbia rappresentato per l'archeologia la riscoperta di Ebla è ormai noto, universalmente. Ma che cosa ha significato per la Siria? «Che il ritrovamento abbia davvero cambiato il corso della storia dell'archeologia del secondo dopoguerra non tocca a me dirlo, ormai lo ha riconosciuto l'intero consorzio scientifico. Ma per la storia della Siria è stato un evento davvero decisivo. Perché prima, schiacciata e negletta dalle vicine civiltà imponenti, come l'Egitto e la Mesopotamia, la Siria quasi non aveva un'identità. Poi è venuta fuori questa città, Ebla, già così evoluta e ricca intorno al 2300 a. C. Abbiamo trovato oltre 17.000 tavolette in ottimo stato, che, decrittata ormai la loro sconosciuta scrittura semitica, l'eblaita, ci hanno permesso di conoscere usi e costumi, soprattutto economici, d'una cittadina tanto nevralgica e in una zona così strategica e con legami politico-commerciali tanto importanti. Tutto ciò ha cambiato completamente l’immagine storica della Siria e pure il suo corso moderno. Le ha regalato una nuova identità».
Dunque l'archeologia non ha soltanto un peso specialistico, universitario, ma anche un peso politico. «Uno pensa allo stereotipo del vecchio professore trasognato, fissato, con gli occhi rivolti soltanto al passato e legati a un minimo, circoscritto periodo. Ma non è vero: l'archeologia non è qualcosa di antico, di polveroso, di sepolto nella terra. È un’ottima palestra per insegnarci a pensare insieme, in dialogo fecondo, all'alterità e alla nostra identità. Ritrovi le tue radici, ma riscopri anche il diverso da te: uno straordinario allenamento alla cultura delle differenze».
La distruzione dei Buddha in Afghanistan, gli assalti ai musei di Kabul e di Baghdad. Oggi la politica distrugge più che proteggere. «Io non voglio dare giudizi politici, ma certo quello che è successo in Iraq è allarmante. Uno poteva anche pensare a deturpazioni di monumenti, a ruberie e sciacallaggio nei siti indifendibili, ma che una grande democrazia come l'America non abbia saputo, non sia riuscita a proteggere un museo fondamentale e ben localizzato come quello di Baghdad è davvero inquietante». Che non abbia saputo o voluto? «Ma è questo che è spaventoso, che possa prevalere un calcolo politico su quello culturale. E così questi pezzi unici, per la cultura del mondo, potranno finire soltanto in quelle ricche case di Paesi che non hanno fatto nulla per proteggere quel patrimonio. E poi è impressionante pensare che invece si sia difeso un simbolo vuoto, un edificio astratto come quello del ministero del Petrolio: allora vuol dire davvero che l'economia ha vinto su tutto». Ma il passato mesopotamico, dice Matthiae, non è una prerogativa del popolo iracheno: «Questa è la culla di tutta la nostra civiltà, qui è nata la prima scrittura, qui la trascrizione del primo rigo musicale, qui è vissuta la più antica poetessa della storia e si sono realizzati altri primati, magari meno divertenti, un po' bizzarri, ma comunque essenziali per tutta l'umanità».
Per fortuna in Mesopotamia la guerra non ha sempre avuto effetti devastanti. È il caso dell’incendio che ha reso indistruttibili le tavolette di Ebla: una distruzione protettiva, com'è successo a Pompei. «Sì, è una delle contraddizioni dell'archeologia, di cui la scienza si può avvantaggiare, un po' cinicamente. Quanto più le grandi catastrofi sono state improvvise, non solo Pompei ma per esempio anche Santorini, tanto più il lavoro dell'archeologo è reso interessante e ricco. Chi ha tempo di fuggire lascia solo un guscio vuoto». Ebla ha ancora dei segreti? «Le oltre 17.000 tavolette, compresi i frammenti, sono state trascritte quasi tutte. Ormai conosciamo i contenuti nei minimi dettagli. Si parla molto di economia, ma anche di arte e di musica, dal punto di vista tecnico-pratico. Per esempio si sa che c'erano molti cantori e che prima dell'assalto la città aveva avuto un incremento economico straordinario. Forse questo ha determinato la sua morte».

a Firenze
omaggio a François Truffaut

Repubblica 3.11.04
A Firenze fino al 7 novembre
Omaggio a Truffaut da France Cinéma

FIRENZE - Prosegue a Firenze fino al 7 novembre France Cinéma, la rassegna sulla cinematografia francese con una retrospettiva dedicata quest´anno a François Truffaut: oggi alle 10 presso la Sala dell´Istituto francese verrà proiettato il film "L´argent de poche" del 1976. Ai fratelli Taviani, dei quali è stata presentata copia restaurata di "Un uomo da bruciare" del 1962, è dedicata una mostra che presenta una percorso fotografico attraverso alcuni dei loro film più significativi, da "Padre padrone" a "Luisa Sanfelice".

martedì 2 novembre 2004

un congresso si è svolto a Spoleto
«il discorso della salute»

Il Messaggero Martedì 2 Novembre 2004
Semiologia/ Congresso a Spoleto su malattia e linguaggio
La salute? Basta la parola
di PIETRO M. TRIVELLI

«QUALUNQUE sforzo di darci la salute è vano»: dice Zeno Cosini, controfigura di Italo Svevo. E così si mette la coscienza a posto, nel rovello della doppia malattia, fisica e psichica, scoprendo la vera cura nella scrittura.
Un altro che si curava con le parole era Gesualdo Bufalino. Da quando da giovane si ammalò di tisi, percepiva la malattia quasi come l’incombente presenza - non sempre scomoda - della fine del proprio corpo. «La vita: un menabò della morte»: ecco uno dei suoi più caustici aforismi.
Anche i nomi di Svevo e Bufalino sono stati “parole d’ordine” al XXXII congresso dell’Associazione italiana di Studi semiotici, organizzato nel medievale complesso spoletino di San Nicolò. Accanto ai semiologi, in quattro giorni di dibattito, vi si sono avvicendati antropologi, filosofi, sociologi, psicologi e studiosi di altre scienze umane (con Gianfranco Marrone, presidente dell’Associazione, fra gli altri relatori Alberto Abruzzese, Omar Calabrese, Pino Donghi, Paolo Fabbri, Tullio Seppilli e Ugo Volli).
Filo conduttore del congresso “Il discorso della salute”, fra testi, pratiche e culture: per indagare, appunto, sui meccanismi della comunicazione - parole scritte o dette - che alimentano, ad esempio, il sentimento della paura o del rischio. Laddove proprio le parole, non meno dei gesti, dei “segni”, si prestano a diverse interpretazioni: a cominciare dal significato ambilavente di “farmaco”, che nel termine di origine greca vuol dire medicinale o filtro magico, ma pure veleno. Ambivalenza che, dal punto di vista semiologico, investe lo stesso concetto di salute, intesa come assenza di malattia oppure stato di benessere. E’ quella che Paolo Fabbri chiama “lotta delle definizioni”.
Lo aveva scoperto anche Italo Calvino, nel significato di linguaggio come contagio. «A volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale - scriveva Calvino, nelle Lezioni americane - abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola: una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza». Con una speranza: «La letteratura (e forse solo la letteratura) - si consolava Calvino - può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio».
«La malattia è una convinzione ed io nacqui con quella convinzione», dice ancora Zeno-Svevo, nella sua coscienza. Meno sconfortato di Céline che (citato al congresso dal francese Jacques Fontanille), da medico oltre che scrittore, vedeva alla fine della notte, in una scheggia di luce, come non si sia «nemmeno capaci di pensare la morte che siamo».
la convocazione, com'era:
Il XXXII Congresso dell'Associazione Italiana di Studi Semiotici, dedicato a "Il discorso della salute si terrà a Spoleto (Perugia), presso il Chiostro San Nicolò, dal 29 ottobre all'1 novembre 2004. L'incontro sarà a forte carattere interdisciplinare
Ottobre 2004 - Lo studio dei segni incontra la medicina. E non solo. Anche l'antropologia, la filosofia, la sociologia, l'etnometodologia e la psichiatria sono chiamate in causa per il XXXII Congresso dell'Associazione Italiana di Studi Semiotici, dedicato a "Il discorso della salute. Testi, pratiche, culture". L'incontro, a forte carattere interdisciplinare, avrà luogo a Spoleto (Perugia), presso il Chiostro San Nicolò, dal 29 ottobre all'1 novembre 2004.
Tra i relatori Alberto Abruzzese, Omar Calabrese, Lucia Corrain, Paolo Fabbri, Isabella Pezzini e Ugo Volli. Non mancheranno ospiti d'oltralpe. Dalla Francia arriveranno Jacques Fontanille, Bruno Remaury, François Jullien, Claudine Herzlich; da Londra Christian Heath e da Zurigo Nunzio La Fauci.
Il Congresso è organizzato in collaborazione con la Fondazione SigmaTau. Ha ottenuto il patrocinio e un contributo della Regione Umbria, della Provincia di Perugia e del Comune di Spoleto, delle Università di Palermo e Perugia, nonché un contributo della Fondazione Cassa di Risparmio e della Credito e Servizi di Spoleto. Hanno inoltre contribuito all'organizzazione la Società italiana di Antropologia della medicina e la Fondazione Angelo Celli.

sinistra
il punto sulla nuova costruzione

Liberazione 2.11.04
Agilulfo, Gurdulù e la sinistra d'alternativa
di Rina Gagliardi

In uno dei più celebri romanzi brevi di Italo Calvino, il protagonista - il Cavaliere Agilulfo - in realtà non esisteva, ma riusciva ad esistere grazie ad un immane sforzo di volontà. Era il «Cavaliere inesistente», uno dei maggiori tributi letterari al ruolo, se vogliamo dirla così, della soggettività nella storia - il suo "antagonista", Gurdulù, a sua volta esisteva sì, ma non sapeva di esistere e quindi tendeva a confondere se stesso con ogni cosa in cui si imbatteva. Ecco, il parallelo non è del tutto proprio. Ma è quello che mi viene in mente a proposito di un tema centrale nel nostro dibattito: la sinistra alternativa. Essa, in un senso preciso, esiste: è un concreto arcipelago politico e sociale (partiti, movimento, sindacati, associazioni, giornali, culture critiche e così via) che non solo converge su alcune discriminanti generali, come il no alla guerra e al neoliberismo, ma che spesso si ritrova insieme su battaglie comuni, nelle piazze, nel parlamento, in alcuni luoghi significativi del conflitto sociale. In un altro e ancor più preciso senso, essa non esiste: ovvero, è divisa, frammentata, autoconcorrenziale al proprio interno, priva di ogni solida fisionomia organizzativa, esposta ai venti delle contingenze e delle "fasi". Questa soggettività diffusa e articolata dovrebbe oggi compiere un salto di qualità nella sua esistenza: vorrebbe superare in avanti, vale a dire, il duplice paradosso di Agilulfo e Gurdulù.
Del resto, non si tratta soltanto di un pio desiderio: a volerlo e a proporlo sono in molti, in "alto e in basso", nel popolo come nei vertici. Il suo leader politico più autorevole, Fausto Bertinotti, non ha escluso la disponibilità di Rifondazione comunista a lavorare per costruire un nuovo contenitore dove le disiecta membra dell'arcipelago alternativo possano "confluire" senza rinunce identitarie e senza spiriti annessionistici. Il suo leader storico più prestigioso, Pietro Ingrao, ha significativamente aggiunto: è tempo di unirsi davvero, evitando ammucchiate "balorde", ma anche facendo presto, perchè i progetti, anzi i buoni propositi politici rischiano di consumarsi o di arrotolarsi su se stessi, se non si realizzano in tempi "giusti".
Un concetto condiviso, pur sulla base di un diverso impianto analitico, da Alberto Asor Rosa, un altro degli intellettuali che godono a sinistra di grande autorevolezza e che ha prospettato una prossima assemblea generale per cominciare a passare dal pensiero all'azione. A sua volta, Aldo Tortorella, sul manifesto di domenica, ha rilancia l'idea di una «costituente di idee e di pratiche», in una discussione che parta anche «dai molti vizi comuni».
Sorge allora la domanda, anzi sorgono tre domande: perchè, a tutt'oggi, questa proposta, così "logica", così necessaria e in fondo così condivisa, marcia nella realtà a ritmi così lenti? Quali sono gli ostacoli effettivi che essa ha incontrato e continua a incontrare sulla sua strada? E che cosa si potrebbe fare per superarli davvero?
Al primo quesito, la risposta è tanto ovvia da apparire banale: la costruzione di un nuovo soggetto politico, per quanto matura, auspicata e perfino desiderata, è un processo di straordinaria complessità. Un processo doloroso, si potrebbe dire, perchè comunque implica una vera pars destruens, la volontà cioè di mettersi in gioco, a rischio, a repentaglio. Anche la più piccola delle aggregazioni attuali, dunque, resiste nella pratica, se non nella teoria, a disporsi su di un cammino dall'esito non chiaro, che potrebbe essere fatto più di rinunce che di "guadagni". Questa resistenza dei corpi a scomporsi e a ricomporsi in una nuova avventura "biologico-politica", potremmo dire, ha un concreto fondamento materialistico: non è determinata soltanto da fattori, pur presentissimi, quali conservatorismo, inerzia, gelosia di gruppo, indisponibilità dei gruppi dirigenti (comunque definiti) a lasciarsi mettere da parte. Le identità diverse e distinte - partitiche, comunitarie, locali, "lobbystiche" - sono insomma a loro volta il risultato di storie complesse, spesso ricche e gloriose: ogni sintesi, ogni pretesa sintetica, rischia di venir percepita come un "taglio", quantomeno di una parte di sè, e come una privazione di autonomia. Tutte queste singolarità possono unirsi, come abbiamo visto, nel «movimento dei movimenti», soprattutto al momento del suo stato nascente, perchè si tratta, appunto, di un movimento - sede multidimensionale per definizione e natura profonda, al contrario della più piccola "istituzione".
E qui veniamo al primo, al più grande degli ostacoli posti sul futuro della sinistra alternativa così come alla nostra ricerca: la crisi della politica tradizionale. Essa è così profonda che avvolge l'intero sistema politico: anche la sinistra di governo ne soffre le conseguenze, come si capisce dall'accidentato cammino del progetto di partito riformista. Nel nostro caso, però, il problema è ancor meno rinviabile: una nuova sinistra, che assuma il tema della trasformazione sociale come proprio tratto costitutivo, che scelga un pacifismo radicale e non banalmente "neocampista", che si dia alla fin fine la prospettiva di un'alternativa di società, non può nascere al di fuori di una capacità collettiva di rifondazione della politica e dell'agire politico.
Per questa ragione di fondo alcuni dei percorsi finora tratteggiati non funzionano. Non bastano le convergenze, pur reali, di contenuto e di proposta generale. Nè servono le fusioni dei gruppi dirigenti, le fughe organizzativistiche, o astratte proposizioni di "regole". Quel che serve (come ha detto più volte il segretario di Rifondazione comunista) è l'avvio di una vera e propria rifondazione della politica: se si vuol salvare il meglio del '900, cioè l'idea del partito di massa, della politica diffusa, della partecipazione, non si può prescindere da un impegno che metta al primo posto, insieme al progetto trasformativo, la lotta alla degenerazione burocratica, routiniera, personalistica della politica stessa. Compresa la ricostruzione di una dimensione etica, distinta ma connessa con la "grande riforma" del mondo. E quel che forse è essenziale (come ha detto e scritto varie volte Lidia Menapace) è la volontà e la capacità di praticare un nuovo sistema di relazioni politiche tra eguali e diversi. Un sistema complesso come il corpo umano, capace di tenere insieme l'unità e la singolarità "assoluta" delle sue componenti.
Infine, ma non ultimo, l'ostacolo da superare, nel senso di metterlo anzitutto a fuoco, è il rapporto tra la sinistra alternativa e e la dimensione del governo. Tema non strategicamente centrale, ma politicamente imprescindibile: si tratta di definire (se possibile in termini non solo contingenti) la concretezza di una prassi di trasformazione che accetti di misurarsi fino in fondo con la grande scala, oltre che con la piccola scala, nell'era della crisi strategica del "riformismo debole". E che si costituisca in principio attivo contro il pericolo (a mio parere incombente) della "definitiva" 'americanizzazione" della politica - quella per cui, come accade non da oggi negli Usa, tra sinistra e politica, tra politiche alternative e istituzioni è (inter) rotto ogni canale di comunicazione, ogni reciproca permeabilità. Temi, a loro volta, che qui ci limitiamo ad enunciare, ma che non possono in alcun modo essere esorcizzati. Nè da Agilulfo nè da Gurdulù

Cogne

Repubblica 2.11.04
La procura di Torino sospetta che tracce di sangue nella casa siano posteriori al delitto di Samuele
"Hanno fabbricato prove false" indagati i Lorenzi e i loro periti
Cogne, l'accusa è calunnia. Il vicino Ulisse Guichardaz parte lesa
La "controinchiesta" dell'avvocato Carlo Taormina si sarebbe rivelata un boomerang. Perquisite ieri le abitazioni dei tre consulenti
di MEO PONTE

TORINO - Sono durate sino a tarda sera le perquisizioni della polizia e dei carabinieri di Torino nelle case-studio di Enrico Manfredi, Claudia Sferra e Giuseppe Gelsomino, il team di investigatori della difesa di Annamaria Franzoni che da accusatori sono ora diventati accusati. Si è infatti trasformata un boomerang la "controinchiesta" sull´omicidio di Cogne sbandierata per mesi dall´avvocato Carlo Taormina.
Le prove «alternative», quelle che secondo il legale erano clamorosamente sfuggite ai carabinieri del Ris e alla Procura di Aosta e che avrebbero dovuto scagionare Annamaria Franzoni, condannata a trent´anni per l´assassinio del figlio Samuele, hanno guadagnato alla madre di Cogne una nuova accusa: quella di calunnia. Con lei sono accusati dello stesso reato il marito Stefano Lorenzi, i consulenti medico-legali dell´avvocato Taormina, Enrico Manfredi e Claudia Sferra e l´investigatore privato Giuseppe Gelsomino.
È la nuova sconcertante svolta nel caso Cogne, arrivata dopo che l´11 ottobre i tre periti, nominati dalla procura di Aosta per esaminare le nuove «prove» presentate dalla difesa di Annamaria Franzoni (un´impronta digitale trovata sulla porta della camera da letto dove fu ucciso il piccola Samuele e diciotto macchie di sangue scoperte in garage), avevano depositato le loro conclusioni, spiegando che sia l´impronta che le tracce erano successive al delitto e forse sistemate di proposito.
In particolare l´impronta digitale era risultata non appartenere a nessuno delle ventisette persone entrate nello chalet di Montroz la mattina del delitto, e tanto meno ai consulenti delle difesa che giuravano di aver scoperto i nuovi indizi in un sopralluogo effettuato a sorpresa la notte tra il 27 e il 28 luglio scorso. Sarebbe stata applicata dopo l´esame al luminol effettuato da Manfredi e Sferra. Il fascicolo aperto dalla procura di Aosta su questa parte d´inchiesta è stato quindi trasmesso alla procura di Torino, dopo l´iscrizione nel registro degli indagati per il reato di calunnia di Annamaria Franzoni e suo marito Stefano Lorenzi.
I magistrati torinesi, i sostituti Annamaria Loreto e Giuseppe Ferrando, coordinati dal procuratore capo Marcello Maddalena e dal suo aggiunto Maurizio Laudi, hanno fatto il resto indagando con la stessa accusa i due consulenti e l´investigatore privato Giuseppe Gelsomino, autore del dossier contro Ulisse Guichardaz, il guardiaparco di Cogne, ripetutamente indicato dalla difesa della Franzoni come il vero assassino di Cogne. Alla calunnia si è aggiunta anche la frode processuale.
Ieri pomeriggio le minuziose perquisizioni nella abitazione dei tre, i cui telefoni erano da settimane sotto intercettazione, in cerca di una traccia della manipolazione degli indizi. Stefano Lorenzi e la moglie sono invece indagati per aver firmato l´esposto in cui erano raccolte le accuse contro Guichardaz consegnato il 30 luglio dall´avvocato Taormina alla procura generale di Torino.
Questi ultimi clamorosi sviluppi segnano un ribaltamento delle posizioni: Ulisse Guichardaz, sottoposto per mesi ad un insinuante linciaggio mediatico, perdinato e controllato, è ora finalmente riconosciuto come parte lesa. Gli accertamenti dei carabinieri di Aosta hanno stabilito che gli «indizi» raccolti dall´investigatore Gelsomino erano un cumulo di idiozie.
«Spero che tutto questo serva per arrivare alla verità» ha commentato serafica Annamaria Franzoni. Contro la sua condanna a trent´anni per l´omicidio del figlio sabato scorso i suoi avvocati hanno presentato la richiesta di appello.

Arte
Monet a Brescia

Da “Europa” del 30 ottobre Claude Monet attrazione fatale
Al Santa Giulia di Brescia fino al 20 marzo
di Simona Maggiorelli

Un bagno di verde e d’azzurro, in acque calme, fra riflessi di luce, in angoli riparati dalle fronde. E’ la quieta e avvolgente visione di Claude Monet che, fino al 20 marzo, si dipana nella nuova mostra di Marco Goldin nel complesso di Santa Giulia a Brescia. Sulle pareti delle otto sale del museo un continuum di scorci e di viste sul fiume: l’amatissima Senna. Uno sguardo costante su una natura apparentemente immobile, sempre uguale a se stessa, quello del grande maestro impressionista che, più dei suoi colleghi Renoir, Pissarro, Sisley e Caillebotte, seppe trasformare la pittura di paesaggio, da trascrizione oggettiva della realtà che si propone allo sguardo secondo le regole della mimesis, in visione intima e personale. Arrivando a farne la trascrizione del proprio vissuto interiore rispetto al passaggio. Un elemento panico, una magnifica ossessione per paesaggi acquatici e riflessi che, come dirà lo stesso Monet già avanti negli anni “è una cosa che va al di là delle mie forze di vecchio”, catturandolo in una irrinunciabile sfida nel “riuscire a rendere ciò che sento”. Un’ossessione che durerà fin quasi alla morte del pittore avvenuta nel 1926 a 86 anni. Un’attrazione fatale che la mostra bresciana ripercorre come una sorta di viaggio, raccontandone la genesi in un ampio capitolo iniziale che squaderna dieci dipinti di Corot e Daubigny come punto di partenza dell’impressionismo sul tema della Senna, per arrivare poi all’ultimo viaggio a Pourville in Normandia dove Monet, compie l’ultimo passaggio: dalla pittura impressionista en plain air ,che egli stesso aveva contribuito a inventare, al ritorno nel chiuso dell’atelier, come luogo riparato dove continuare a distillare la propria visione. Dalla Normandia, dove non aveva potuto ritrovare gli amici del suo primo viaggio, (Paul Graff e sua moglie, gli albergatori che lo avevano accolto dodici anni prima nel frattempo erano morti), Monet se ne partì con una serie di tele non finite che rappresentavano scogliere a picco sul mare, scorci di acque in tempesta, cangianti sotto i riflessi della luce e battute dal vento. Tele che, solo una volta rientrato nel suo buen retiro di Giverny, Monet riuscì a completare, con quel particolarissimo stile di rarefazione, quasi si direbbe, di erosione e progressiva dissoluzione della visione, che caratterizzò i suoi ultimi anni, quando la sua pittura appariva sempre più come un dolce e lento inabissarsi in un mare avvolto da una sottile nebbia, appannato, sempre più pallido e evanescente. A questa evoluzione finale e sottilmente inquietante dello sguardo del maestro francese la mostra Monet. I luoghi della pittura. La Senna, le ninfee, dedica ampio spazio, con prestiti da collezioni pubbliche e private , da ogni parte del mondo. Ma più che il mare, come recita il sottotitolo della mostra, è la Senna l’indiscussa protagonista dell’immaginario di Monet. Lungo la Senna il pittore trascorse gran parte della sua vita e il fiume gli ispirò quasi trecento dipinti. A cominciare dagli anni Sessanta, quando Monet faceva i suoi primi esercizi di pittura alla Grenouillère, “lo stagno delle rane”, un ristorante con spiaggia sulla Senna, dove per la prima volta sviluppava una pittura fatta di rapidi tratti e puntini per catturare la luce, lo scintillio dell’atmosfera, il movimento dell’acqua, i gesti dei bagnanti. (Esperimenti che la mostra bresciana documenta, tra l’altro, facendo venire da Forth Worth il primo dipinto accettato dal Salon del 1865). Erano quadri squillanti di colori, vivaci bozzetti di costume che raccontavano i giorni di festa della borghesia parigina, ma ancora molto tradizionali, legati a uno sguardo esteriore. Alle ultime visioni della Senna, invece, Monet chiede molto di più, chiede di andare oltre la cronaca, la descrizione (ormai esisteva la fotografia), per restituire sulla tela una visione interiore di fronte al paesaggio, un sentire che era sempre più di rallentata malinconia, qualcuno direbbe, di sottile depressione. “Ho sempre avuto orrore delle teorie - scriverà Monet nel 1926 in una lettera a Evan Charteries - Non ho altro merito che aver dipinto direttamente dalla natura cercando di rendere le mie impressioni di fronte agli effetti più fuggevoli. E mi dispiace di essere stato all’origine del nome che è stato dato a un gruppo di artisti che per la maggior parte non avevano nulla di impressionista”. Ma questo sarà materia per un’altra mostra del prolifico Goldin che, da qui al 2008, ha in programma una tetralogia di iniziative bresciane, fra le quali svetta un interessante confronto fra Gauguin e Van Gogh e un viaggio nell’universo coloristico dei Fauves e dell’espressionismo.

in attesa dell'incontro del 5 novembre
Le 15 tesi di Fausto Bertinotti

ringraziando Dimitri Nicolau

Partito della Rifondazione Comunista
15 TESI PER IL CONGRESSO DI RIFONDAZIONE COMUNISTA
contributo di Fausto Bertinotti

__Uno__

La vera novità di questo inizio secolo è la nascita di nuovi dei movimenti e la loro capacità di connettersi in un percorso collettivo. Essa ha parlato al mondo di una nuova possibilità di trasformazione.
La capacità di Rifondazione Comunista è stata quella di capire la natura di questi nuovi movimenti e di predisporsi a raccogliere le risorse da essi sprigionate per proporsi, assieme a una modificazione della propria politica, di contribuire alla costruzione di una idea generale di riforma della politica e del suo rapporto con i protagonisti sociali.
Allo stesso tempo, con una connessione non solo temporale, è emerso in maniera sempre più dirompente il fallimento della globalizzazione capitalistica.
L’una e l’altra ripropongono oggettivamente come attuale il tema della trasformazione della società capitalistica.
Questo tema è posto anche soggettivamente dalla crescita della consapevolezza dei movimenti e si può racchiudere nella formula dei social forum “un altro mondo è possibile”. Il problema è dunque posto ma non è risolto.
E’ aperto anche un altro scenario, quello dell’incrudelimento della crisi economica e sociale e del precipitare della guerra in uno scontro di civiltà.
L’incertezza domina il nostro tempo.
L’alternativa “socialismo o barbarie” non è fuori da questo tempo.

__Due__

In Italia il PRC viene da un’importante affermazione nelle elezioni europee e amministrative. E’ stato premiato il suo progetto politico complessivo: scelta strategica di internità al movimento, proposta politica di apertura sia al campo complessivo delle opposizioni politiche e sociali sia come costruzione della sinistra di alternativa, innovazione della politica e del soggetto della politica, innovazione di cultura e teoria politica del movimento operaio. Questa accumulazione, che deve essere considerata come patrimonio acquisito da tutto il partito, è ora la base per un ulteriore sviluppo della rifondazione.
Questo successo si è realizzato in una situazione in cui è esplosa la crisi del tentativo di dare una stabile risposta di destra alla instabilità del sistema politico italiano, tentativo imperniato sul quel fenomeno complesso di natura neo-conservatrice cui è stato dato il nome di “berlusconismo”. A questa crisi concorrono sia motivazioni oggettive (le grandi tendenze internazionali del fallimento della globalizzazione capitalistica) sia la spinta della crescita dei movimenti. In esse si è consumato il fallimento specifico del progetto berlusconiano.
Anche in Italia si dischiude una fase politica e sociale del tutto nuova, per affrontare la quale non basta rimuovere Berlusconi, ma anzi bisogna affrontare le cause di fondo che l’hanno portato al successo. Il problema è la costruzione di un’alternativa di società: si tratta di riscrivere la costituzione materiale del paese dopo la devastazione neoliberista.

__Tre__

Intanto, il neoliberismo in crisi come impianto ideologico e modello generale di politica economica e sociale cerca una nuova strada per riproporsi e per impedire il dispiegamento di una nuova politica. La nuova versione del neoliberismo si nasconde dietro il “realismo” della sopravvivenza dell’impresa. Dismesse le grandi promesse, si propone lo stato di necessità. Si chiede il riconoscimento delle crisi come oggettive e delle necessità imposte dalla competizione internazionale come indiscutibili. L’obiettivo è ridisegnare al ribasso il sistema dei diritti, delle condizioni di lavoro e di salario con il ricatto oggettivo della competitività.
Si tratta di un attacco insidioso perché si mimetizza dentro una realtà concreta quanto apparente, in cui prende corpo un ricatto sui lavoratori che punta a mettere in scacco la politica e a rovesciare il ruolo del sindacato nella contrattazione del peggioramento della condizione dei lavoratori e dell’occupazione. Per questa via, che vorrebbe risalire dall’impresa fino all’intero sistema delle relazioni sociali e della legislazione sul lavoro e lo stato sociale, il primo obiettivo è l’abbattimento del contratto nazionale di lavoro.
Questa offensiva è la base materiale su cui poggia l’ipotesi politica neocentrista, quella di una uscita morbida dalla crisi delle destre e del berlusconismo senza mettere in discussione l’ispirazione di fondo delle politiche neoliberiste.

__Quattro__

A questa nuova offensiva neoliberista, che si propone di assumere il carattere di una proposta complessiva e si dispone a coinvolgere uno spettro ampio di forze moderate sia in campo politico che sindacale, non si può rispondere efficacemente in maniera difensiva o per singoli pezzi isolati.
La sconfitta di questa ipotesi richiede un salto di qualità dell’opposizione politica e sociale. Di questo nuovo compito devono farsi protagonisti l’articolato campo della sinistre interessate al progetto di alternativa, le organizzazioni sindacali che hanno progettato e praticato una nuova autonomia dal governo e dalla Confindustria, i movimenti e le realtà di lotta espresse nei conflitti di lavoro e sul territorio.
E’ necessario che l’insieme di questi soggetti produca una iniziativa unitaria che dia corpo e visibilità a un progetto di unificazione dei movimenti. E’ necessario lavorare a un progetto complessivo di movimento per la riforma della società italiana. Per questo scopo occorre lavorare alla costruzione di un incontro delle esperienze critiche e di lotta del mondo del lavoro, delle città e dei territori. Solo dalla connessione con il movimento dei movimenti, col movimento per la pace, con le esperienze di conflitti sociali e di lavoro può nascere l’opposizione efficace e l’alternativa alla nuova sfida liberista e la rinascita, qui e ora, della politica.

__Cinque__

Si è aperta una fase di assoluta instabilità. La politica è attraversata da due tendenze opposte: una sua possibile rinascita o la sua eclissi. La democrazia vive una crisi profonda, nella quale può essere cancellata la stessa nozione di sovranità popolare. Possiamo avere davanti a noi un futuro senza democrazia. La fase politica continua ad essere caratterizzata, nel mondo, in Europa, in Italia, da questa crisi aperta a tutte e due gli esiti. Le medesime elezioni europee hanno mostrato, accanto a una crescita dell’opposizione ai governi, il manifestarsi di un malessere profondo e una sfiducia nei sistemi politici. Questa crisi non investe solo le istituzioni ma coinvolge anche le masse, attraversate contemporaneamente da istanze di riappropriazione della politica e da pulsioni verso una fuoriuscita da essa, una sorta di esodo da una politica a sua volta separatasi dalla vita quotidiana..

__Sei__

Il grande e terribile 900 ha visto realizzarsi attraverso la lotta di classe l’ingresso delle masse nella politica e, in questo corso, si sono prodotte grandi esperienze di emancipazione, le più grandi fino ad ora conosciute. Contemporaneamente, però, il 900 è stato il secolo in cui si sono consumate tragedie inenarrabili (le guerre mondiali, i fascismi e i nazismi fino all’orrore di Auschwitz).
Il movimento operaio è stato il grande protagonista del secolo ma è stato sconfitto in primo luogo per il fallimento laddove si è costituito in stato nelle società post-rivoluzionarie nelle quali le istanze di liberazione per cui era nato si sono anche rovesciate in forme di oppressione drammatica.
La critica allo stalinismo non è, quindi, semplicemente la critica alle degenerazioni di quei sistemi ma al nucleo duro che ha determinato quell’esito ed è per questo motivo il punto irrinunciabile per la costruzione di una nuova idea del comunismo e del modo di costruirlo.
Ora, le esperienze di movimento, le nuove pratiche sociali e le riflessioni che sono avanzate con esse consentono la costruzione di una critica al potere, che, anche attraverso la scelta della nonviolenza come guida dell’agire collettivo qui ed ora, contribuisce alla ricerca di una nuova idea e pratica della politica come processo attuale di trasformazione e di liberazione.
E’ così venuta all’ordine del giorno la possibilità di una uscita da sinistra dalla sconfitta del 900 e dalla crisi del movimento operaio. Si può lavorare allora alla costruzione di un nuovo movimento operaio.
La rifondazione comunista, orizzonte della nostra ricerca e sperimentazione, trova in questa sfida la sua ragione.

__Sette__

La contesa si è fatta drammatica. Lo stato di guerra permanente è covato dalla natura medesima della globalizzazione capitalistica. Al contrario di quanto promesso, ovvero la dissoluzione dei conflitti, essa produce instabilità attraverso l’acutizzazione delle disuguaglianze mondiali, la concentrazione delle ricchezze e l’esasperazione dei conflitti. Invece della crescita promessa, essa produce crisi. Persino la competizione diventa distruttiva. La guerra preventiva è il sistema con il quale si cerca una soluzione imperiale a questa instabilità. Ma il risultato è quello di produrre nuove e più profonde instabilità a cui si risponde con ulteriore inasprimento della guerra secondo la dottrina della guerra permanente.
La guerra alimenta il terrorismo, che è figlio e fratello della guerra. Questo terrorismo si presenta come progetto elaborato nell’autonomia del politico ed è, come la guerra, nostro avversario irriducibile repulsivo per i mezzi che utilizza e per i fini che propugna.
La guerra imperiale dell’amministrazione Bush è una guerra infinita e indefinita. L’Iraq ne è il banco di prova. Il suo sviluppo sarebbe la guerra di civiltà.

__Otto__

La pace è il terreno di rinascita della politica perché esprime l’esigenza primaria del nostro tempo. La pace va perseguita non semplicemente come assenza di guerra ma come costruzione di un nuovo mondo che, spezzando il dominio imperiale, disegna nuovi assetti del mondo fondati sull’autonomia e il dialogo, su diverse relazioni sociali e culturali. E’ non solo sbagliato ma illusorio pensare alla costruzione di questo nuovo assetto come parzialmente è accaduto nel passato ovvero con la creazione di un equilibrio basato sulla forza delle armi.
La leva fondamentale per questa impresa è il nuovo movimento per la pace, come forza disarmata e di disarmo, come altra potenza mondiale scesa in campo per contestare la guerra e la sua logica e costruire un’alternativa di civiltà .
Questa grande novità mette in luce l’esigenza della costruzione di una nuova soggettività politica organizzata che interpreti e faccia incidere nelle relazioni economiche, sociali e statuali questa nuova istanza Qui c’è il terreno fondante dell’altra Europa in cui la scoperta di questa missione faccia rileggere le sue radici per realizzare un modello economico, sociale e culturale alternativo al neoliberismo e alla guerra. Su questo potrebbe poggiarsi l’autonomia e l’indipendenza dell’Europa dagli U.S.A.
Il Partito della Sinistra Europea, di cui siamo tra i promotori e fondatori, vuole essere uno strumento per perseguire questo obiettivo.

__Nove__

La costruzione del nuovo soggetto della trasformazione è il tema cruciale per l’uscita da sinistra dalla crisi della politica e dalla crisi del movimento operaio.
Questo impegno chiede lo spostamento del baricentro della politica dalle istituzioni e dalle forze politiche alla società e ai movimenti, cioè dalla rappresentanza alla organizzazione diretta della vita e delle relazioni sociali.
La cifra di fondo che caratterizza la natura della globalizzazione neoliberista è la precarietà. La precarietà si fa condizione generale che informa i tempi di lavoro e i tempi di vita, i rapporti di produzione e le relazioni sociali e che penetra fino al tentativo di modificare il vivente.
I mutamenti imposti, da un lato dalla rivoluzione restauratrice del nuovo capitalismo sul lavoro e, sul versante opposto, la natura dei nuovi movimenti, propongono una nuova alleanza tra le esperienze che chiedono la liberazione del lavoro salariato (il conflitto di lavoro) e le esperienze che chiedono la liberazione dal lavoro salariato (la costruzione di beni comuni sottratti alla mercificazione, la costruzione e realizzazione di relazioni e attività sottratte, seppure parzialmente, al mercato, la valorizzazione dell’ambiente e dei legami con le storie dei territori).
Questa nuova alleanza consentirebbe l’ingresso, quali elementi decisivi nella costruzione dell’alternativa, delle culture ed delle esperienze critiche.
L’ecologismo tesse una critica ai modelli “sviluppisti” anche nella versione moderata che parla di “sviluppo sostenibile”. Il femminismo è il contributo fondamentale per una idea della società e dei rapporti sociali fondati sulla valorizzazione della differenza e della persona e sulla contestazione del sessismo e del dominio scientista sui corpi e il vivente. Il pacifismo e le mille pratiche della nonviolenza si configurano come costruzione di una rete di relazioni che contestano il dominio del profitto e del potere.
Questa ricerca teorica, questo lavoro politico nel profondo della società e nella realizzazione di esperienze originali costituiscono la base fondamentale per la costruzione di una sinistra di alternativa che in Italia veda impegnate tutte quelle forze, ovunque collocate, che sono interessate a questa ricerca. E’ venuto il tempo di un suo nuovo protagonismo in Italia e in Europa.

__Dieci__

Il quadro di questa ricerca è la costruzione della democrazia della partecipazione e del conflitto. Non è un caso che proprio il carattere progressivo della Costituzione italiana è sotto attacco. Questo attacco prende varie forme: si cancella nella pratica l’articolo 11 della Costituzione, si riduce il tema dei migranti, decisivo per l’assetto della società futura, a problema di ordine pubblico, si parla di cancellare il carattere antifascista della Repubblica, si minano i caratteri fondamentali dell’unitarietà delle prestazioni sociali e dell’esigibilità dei diritti sul territorio nazionale, si svuota il Parlamento. In sostanza si vuole affermare un’idea della democrazia dimezzata, funzionale al modello neoliberista, interna al dominio del mercato, dunque inerte e, al fine, inutile.
La costruzione di una democrazia partecipata in cui si possa trasformare la critica dei movimenti in una alternativa politica e programmatica di sinistra è la sfida fondamentale di fronte a noi.
La democrazia, come forza propulsiva di partecipazione e la pace, come costruzione di nuove relazioni sociali e statuali, sono al primo posto nella rinascita, qui e ora, di un processo di trasformazione della società capitalistica .

__Undici__

Il problema della partecipazione al governo di una forza antagonista in un Paese europeo va collocata in questo quadro.
Anche la critica alla presa del potere e al potere medesimo non è senza conseguenze rispetto al modo di concepire il governo e la collocazione di governo. Nella nostra strategia, il governo non è una scelta di valore ma una variabile dipendente dalla fase. Il governo, cioè, non è l’obiettivo o lo sbocco della politica di alternativa ma può essere un passaggio necessario
In Italia la sua necessità nasce da una precisa congiuntura politica: l’esigenza improrogabile di sconfiggere il governo Berlusconi e costruire ad esso una alternativa.
Per questo oggi assumiamo l’obiettivo di una coalizione di forze per dare vita a una alternativa programmatica di governo in cui il PRC e le forze della sinistra di alternativa nel loro complesso siano presenti da protagonisti. Chiamiamo questa coalizione democratica per definirne così il suo primo scopo: costruire democrazia e partecipazione.
La costruzione della democrazia partecipata non è solo una questione di metodo, essa, è il primo contenuto di un programma riformatore. L’autonomia dei soggetti critici o socialmente attivi non è più solo una prerogativa di tutela dei movimenti e delle organizzazioni sociali dalla loro alienazione, essa è oggi diventata il possibile motore dell’intero processo riformatore e perciò deve diventare un fondamentale punto programmatico dell’alternativa di governo. Questa è la prima riforma necessaria: quella della politica e della stessa concezione del governo. Della stessa riforma è parte rilevante la conquista di un’autonomia strategica della sinistra di alternativa e, con essa, del PRC dal governo di cui pure sia possibile far parte per il livello dell’accordo programmatico conseguito tra tutte le forze che oggi sono all’opposizione del governo Berlusconi.
Per farlo il PRC e la sinistra di alternativa debbono saper passare anche per l’esperienza di governo in funzione della crescita qualitativa dei movimenti e della possibilità di dispiegare una più vasta, complessa e lunga azione politica nella società per la realizzazione del più ambizioso programma di fase.
L’obiettivo di questo nostro impegno è la sconfitta della legge del pendolo secondo la quale quando le sinistre sono all’opposizione suscitano speranze e attese che vengono disattese quando assumono il governo, determinando così la sfiducia nella politica da parte di larghe masse e creando le condizioni per il ritorno delle forze conservatrici.

__Dodici__

Un programma di governo deve, in questa fase, avere come caratteristica fondamentale quella di rappresentare una rottura di continuità con le politiche del governo Berlusconi, di costituirne un’alternativa reale e di aprire una strada nella quale l’autonomia dei movimenti e del conflitto di classe possa conquistare nuovi spazi di trasformazione della società.
Tre sono le linee guida attorno a cui organizzare un programma di alternativa, che gia dal suo avvio deve trasmettere al Paese un messaggio univoco e una sollecitazione alla mobilitazione di tutte le energie riformatrici. La prima è la collocazione internazionale del paese per la pace contro la guerra e il terrore, a partire dall’impegno per il ritiro delle truppe italiane, per fermare la guerra in Iraq e per costruire un’Europa di pace nel mondo e di cooperazione tra nord e sud e di dialogo tra le religioni e le civiltà. In secondo luogo, in Italia le politiche del governo Berlusconi e la crisi nella coesione sociale che hanno prodotto, sono un ostacolo impedente il cambiamento e l’avvio di un nuovo corso. L’azione di bonifica sul terreno civile, economico e sociale è perciò un impegno ineludibile. L’abrogazione della legge 30, della legge Bossi-Fini, della legge Moratti da un lato e di quella della fecondazione assistita dall’altro, danno chiaramente il senso della necessità e della forza di questa operazione politica e della sua necessità. Infine, la qualificazione di un programma che voglia avere l’ambizione di dar corpo alle aspettative di cambiamento che sono maturate nella società avviene sul terreno del nuovo assetto da dare al Paese affinché possa progettare il suo futuro. Sono le grandi riforme di rottura col ciclo neoliberista, le riforme che aprono la strada ad un’innovazione del modello generale di organizzazione della società. Esse possono essere individuate attorno a quattro grandi assi: la valorizzazione del lavoro e una redistribuzione del reddito a favore del salario, degli stipendi e delle pensioni, l’introduzione di un salario sociale e una politica di attacco alla rendita; la conquista, la qualificazione e l’estensione di diritti individuali e collettivi tali da configurare una nuova cittadinanza sociale universale, il rispetto della persona e un sistema di garanzia e di tutela per tutti e tutte; la costituzione di beni comuni da sottrarre alla logica del mercato mediante la valorizzazione pubblica dell’ambiente, del territorio e della cultura; la costituzione di un nuovo intervento pubblico nell’economia dalla programmazione all’organizzazione di fattori per l’innovazione del modello economico e sociale.

__Tredici__

Il programma dell’alternativa di società non è riducibile ad un programma di governo neppure al più avanzato. Esso deve essere pensato come ad un programma di fase, deve poggiarsi su un discorso sul capitalismo italiano all’interno di quello europeo: il discorso su un declino e su una classe dirigente dimissionaria rispetto alla progettazione di futuro che ricorre alle diverse lezioni del neoliberismo come galleggiamenti sulle crisi ad estremo adattamento ad esse. Il programma di fase è la messa a fuoco delle visioni dell’altra Europa e, in esso, dell’altra Italia, una visione di come la prefiguriamo tra 10-15 anni all’interno di quell’altro mondo possibile che il movimento di cambiamento ha intravisto. Il programma in questo senso generale di costruzione di alternativa di società non risiede solo (eppure sappiamo quanto è già difficile) nelle fissazioni di discriminanti programmatiche per una alternativa di governo alle destre, essa richiede l’elaborazione di un progetto politico e la costruzione di un processo per la trasformazione in cui il rapporto con lo sviluppo dei movimenti è la leva principale seppure non sufficiente.
Questa è la ricerca che abbiamo intrapreso. Quello che proponiamo fin d’ora è l’orizzonte di questo cammino.
Il suo punto di avvio può essere l’orizzonte del programma di fase delle forze del cambiamento per l’Europa intera e per ciascuno dei suoi Paesi, che deve assumere, in questa fase dello sviluppo capitalistico, un’ambizione alta, quello dell’uguaglianza. Esso si deve concretizzare in un’immediata rottura e inversione rispetto alla tendenza, caratteristica di questo nuovo ciclo capitalistico, all’aumento delle disuguaglianze per configurare una tappa impegnativa di avvicinamento all’uguaglianza tra le persone e di mutamento di fondo del rapporto tra le classi. Due obiettivi strategici debbono dar corpo a questa prospettiva: la conquista della piena occupazione e la conquista di una cittadinanza universale per tutte e tutti, sia nativi che migranti. Quest’ultima deve poggiare sulla messa in opera di un quadro di diritti sociali, civili e culturali esigibili e di altrettanto esigibili accessi garantiti per ognuno ai beni comuni: un nuovo stato sociale sopranazionale.
Il lavoro salariato, in tutte le forme in cui oggi si presenta sia storiche che inedite, dovrebbe poter guadagnare in esso, e all’interno di una tendenza alla mondializzazione dei conflitti di classe, un nuovo statuto di democrazia, di potere e di libertà. Le lavoratrici e i lavoratori dovrebbero poter guadagnare, contro la tendenza degli ultimi due decenni, una nuova tappa nel processo di liberazione, attraverso la valorizzazione delle componenti cognitive e creative, dirette e indirette oggi contenute nel lavoro e la generalizzazione, seppur in diversi gradi, di quelle dirette. E’ necessario perseguire la conquista di elementi d’autogoverno sulle prestazioni lavorative e sul rapporto tra tempo di lavoro e tempo di vita. E’ necessario conquistare, contro la flessibilità, elementi di “rigidità” per la soddisfazione dei propri bisogni individuali e collettivi da cui far scaturire nuove forme di controllo sociale e di democrazia diretta e partecipata. Questa ricerca sul campo delle lotte come quella del soggetto della trasformazione, il nuovo movimento operaio, sono le possibili levatrici della sinistra di alternativa in Italia e in Europa.

__Quattordici__

La sinistra di alternativa si costruisce col fare e sul fare, fuori da ogni tentazione di cercare la soluzione in un qualche assemblaggio dei ceti politici dei partiti che stanno alla sinistra del listone. Altro è il quadro delle soggettività da cui muovere e altra deve essere l’ambizione politica. Proponiamo la nascita di luoghi in cui far crescere esperienze comuni di lavoro politico continuativo: comitati, circoli, associazioni, organizzazioni autogestite in tutte le realtà diffuse del Paese e nei luoghi del conflitto e della sperimentazione sociale. Proponiamo l’autoconvocazione di un’assise nazionale in cui quelle esperienze si confrontino. Un’assemblea che chiami a se quanti si riconoscono in questa esigenza e che hanno sperimentato percorsi di movimento che sono venuti facendosi comuni: partiti, loro componenti, sindacati, espressioni di movimento, di governo locale partecipato, associazioni, comitati, singoli per collegarsi tra loro in un reciproco e paritario riconoscimento, nella definizione di un percorso condiviso di azione unitaria e per la definizione di un progetto politico comune. Proponiamo la convocazione aperta e condivisa dell’assemblea costituente della sinistra alternativa. I tempi sono maturi ma non infiniti. Occorre organizzare le disponibilità e le volontà in una scelta da parte di tutti gli interessati. Noi siamo pronti a compierle.

__Quindici__

Rifondazione Comunista è interlocutore fondamentale di questo progetto e ne è tra i protagonisti. Ciò è reso possibile non solo dalla sua forza militante ed elettorale, dalla sua presenza articolata e capillare nella società. In primo luogo è dovuto alla sua internità ai conflitti e alla capacità di cogliere la grande novità dei movimenti di questo secolo e al rapporto sviluppato con essi sapendo innovare la propria cultura e la proposta politica.
In anni difficili , nei quali sembrava espunta dall’orizzonte delle possibilità ogni ipotesi di trasformazione, Rifondazione Comunista ha tenuto aperta una ricerca e una azione politica e culturale. Con la costruzione della sinistra di alternativa è possibile andare oltre e riaprire la politica a un processo generale di trasformazione sociale, in cui essa possa tornare protagonista..
Non è in gioco l’esistenza di Rifondazione Comunista e la sua autonomia politica e culturale che rimane per l’oggi e il domani. E’ in gioco invece la possibilità di compiere tutti assieme un balzo, un vero salto di qualità., così come abbiamo cominciato a fare in Europa con la fondazione del Partito della Sinistra Europea.
Per questo una vera e profonda riforma del partito nel senso dell’apertura e della sperimentazione di nuove forme aggregative e di relazione è tema fondamentale del percorso della rifondazione. In molti possiamo condividere questa sfida.

lunedì 1 novembre 2004

sinistra

sabato 30 ottobre:

un'intervista di Piero Sansonetti a Pietro Ingrao su Liberazione:

Ingrao:
"Sinistra unisciti,
fai presto"



"C'è bisogno di un processo di riaggregazione della sinistra - dice Pietro Ingrao in questa intervista a "Liberazione" - e credo che Rifondazione sia un fattore essenziale per questo cammino. Deve aprirsi, uscire dal guscio, promuovere il dialogo, altrimenti l'incontro proposto utilmente da Asor Rosa rischia di finire in una fragile ammucchiata".

l'articolo nella sua versione integrale
sarà pubblicata sul blog appena esso sarà disponibile on line

_____________________________________

una segnalazione ricevuta da Dina Battioni

sull' UNITA' di venerdì 29.10, pag. 12
intervista a Cancrini su
«Quei bravi ragazzi diventati "mostri" per troppa
normalità»
con riferimento a Pierre Riviére etc.

_____________________________________

assassini in famiglia

La Repubblica edizione di Torino 1.11.04
L'INTERVISTA
Bogetto: aggressività senza limiti
"Mostri in famiglia perché ammazzare non è più un tabù"

«Ormai più del cinquanta per cento dei delitti maturano in famiglia». Filippo Bogetto, 57 anni, professore ordinario di psichiatria all´Università di Torino: «Ci stiamo chiedendo il motivo di questo fenomeno nuovo e drammatico».
Che risposte vi date?
«Quando cade un tabù non è infrequente un seguito di imitazione. Si dice "capita", quindi è normale, quindi "è permesso". È il crollo dei freni inibitori».
Anche il movente dei delitti familiari è cambiato?
«No, i motivi restano sempre gli stessi: tradimenti, abbandoni, liti con le vecchie famiglie d´origine e questioni economiche. È il modo di comportarsi che è diverso».
Perché sono caduti i freni ?
«Perché è così in tutti i campi della nostra società. Manca qualsiasi inibizione comportamentale, quindi si passa più facilmente all´atto».
Uccidere un persona con cui si è vissuto può essere facile?
«Diciamo che adesso il comportamento delinquenziale è diventato un´opzione. Come quell´impiegato modello che non avendo più soldi si è messo a fare rapine».
La normalizzazione del male: ma perché particolarmente in famiglia?
«Sono cambiati i ruoli. Nulla è più acquisito. Oggi un padre torna a casa e non è più sicuro di niente. Per fortuna le donne sono più libere, meno disposte a sopportare, ma adattarsi ai cambiamenti è difficile. Ogni giorno bisogna ricostruirsi».
Chi diventa un assassino?
«Se si escludono i casi di patologie psichiatriche, che sono nettamente la minoranza, non c´è un segno distintivo. Se non la rabbia accumulata e la frustrazione. L'assassino non è un uomo che impazzisce improvvisamente. La violenza non è condotta dalla follia, è una caratteristica comune a tutti gli uomini. Il punto è come si gestisce l´aggressività».
(n.z.)

intervista ad Armando Cossutta

La Provincia 1.11.04
l'intervista
Armando Cossutta, presidente dei comunisti italiani «Gli errori dei Ds sui profughi istriani e i ragazzi di Salò. La mia verità sulla morte di Mussolini»
di Enrico Marletta

Onorevole Cossutta, perché lei non accetta il revisionismo dei Ds su Salò e l'autocritica sul dramma dei profughi istriani? Violante ha invitato alla comprensione ma i ragazzi di Salò restano dei banditi al servizio dello straniero che si sono distinti nel rastrellamento dei civili, spesso con una crudeltà superiore a quella degli stessi nazisti. Tutti i morti vanno rispettati ma guai a confondere chi è morto per un ideale di democrazia e chi per la sua negazione. Ma quella delle foibe è stata una vicenda orribile, per molti anni rimossa dalla sinistra... Lo dico una volta per tutte: la tragedia delle foibe è stata un'atrocità imperdonabile, esecranda. Ma, parlandone, trovo scorretto non analizzare ciò che l'ha preceduta. La popolazione slovena ha subìto una persecuzione da parte dei nazisti e dei fascisti. Migliaia furono le persone massacrate e deportate. Pochi giorni fa si è celebrato il cinquantesimo del ritorno di Trieste all'Italia. Poteva essere l'occasione per chiarire le ambiguità... Qui non c'è proprio niente da chiarire. La linea del Pci fu quella di sostenere, sempre, il ritorno di Trieste. Tutti dimenticano il ruolo di Togliatti: fu lui che si oppose al disegno di Dimitrov, allora segretario del Comintern, e quindi di Stalin, favorevole alla Jugoslavia. Trovo inoltre singolare che le critiche al Pci arrivino dalla destra. Fu la "repubblichina" di Salò a cedere l'intera Dalmazia ai tedeschi...
Lei è finito nel mirino della commissione Mitrokhin. Può chiarire la sua posizione?
Guardi, i finanziamenti dell'Urss al Pci e il mio ruolo in questa vicenda sono cosa nota dalla caduta del Muro. Sia chiaro, i sovietici hanno dato soldi a noi così come gli Usa hanno girato una montagna di dollari a Dc, Psdi, repubblicani e liberali. Quella era la logica del mondo diviso in due blocchi. Quanto all'accusa che una parte del denaro dell'Urss sia finito nelle mie tasche, posso solo dire che si tratta di un'insinuazione gratuita: ho citato il presidente della commissione (il giornalista Paolo Guzzanti, ndr) chiedendo un risarcimento di un milione di euro.
Si è detto che, in cambio dello sbianchettamento del dossier, lei avrebbe assicurato l'appoggio ai governi di centrosinistra...
Questa poi, solo una fantasia fervida può formulare una teoria del genere. Per non comparire nel dossier avrei mantenuto in vita tre governi? Suvvia, sono vent'anni che si sa di me, del Pci e dell'Urss. Nel suo libro «Una storia comunista» lei torna sulla fine di Mussolini. Cosa sa dell'uccisione del duce?
Ciò che so della fine di Mussolini l'ho appreso da Luigi Longo. A decidere di giustiziare il duce fu l'intero comando partigiano e, disse Longo, «guai se non lo avessimo fucilato perché dopo qualche anno ce lo saremmo trovato in Parlamento». Sparò Walter Audisio, il colonnello Valerio, e per quel gesto avrebbe meritato la medaglia d'oro.
Lei ricostruisce anche la telefonata tra Audisio e Longo. Cosa si dissero i due?
Audisio lamentava l'estrema difficoltà in cui si trovava a gestire la prigionia del duce. Sentiva le pressioni dei servizi, inglesi e americani. Bene, Longo fu perentorio e gli disse: «O lo uccidi tu o veniamo lì e fuciliamo te». La verità, io credo, sta tutta nel rapporto che mi consegnò Aldo Lampredi, commissario politico della brigata che aveva catturato Mussolini. Li mise nelle mie mani e io, in qualità di coordinatore della segreteria del Pci, lo chiusi nell'archivio di Botteghe oscure.

lo stile del pensiero cristiano...

articoli segnalati da Sergio Grom

Repubblica 1.11.04

IL CASO
Dalle Acli all'Opus Dei ai Focolarini, l'intervista di Pera vista dal mondo cattolico
Congiura, i movimenti si dividono "Discriminati? No, ma si deve reagire"
Bobba: Buttiglione vittima di un laicismo che ha nei francesi i più accaniti sostenitori
Il leader dei docenti cattolici: Rocco è stato trattato come gli ebrei con la stella gialla
di ORAZIO LA ROCCA

CITTÀ DEL VATICANO - C'è chi è disposto a porgere, evangelicamente, l´altra guancia; c'è chi si sente accerchiato e si dice pronto a reagire per difendere l'identità cristiana; c'è chi predica «calma e tolleranza» ed invita i cristiani a scongiurare «contrapposizioni pericolose col mondo laico»; ma c'è anche chi già parla di referendum sul Trattato per rilanciare le radici cristiane.
Il mondo cristiano e cattolico reagisce in ordine sparso al mancato inserimento di un riferimento alla cultura giudaico-cristiana nella nuova Carta Ue, tema che il papa ha sollevato decine di volte negli ultimi mesi - anche nell´Angelus di ieri - e che, a sorpresa, il presidente del Senato Marcello Pera ha ripreso, intervistato su Repubblica di ieri, parlando di «una Europa senza anima se privata delle radici cristiane» e di Buttiglione vittima di una congiura anti-cristiana. «In Europa c'é un laicismo intellettuale che si erge a nuova religione e che punta a cancellare ogni altra religione», lamenta Luigi Bobba, presidente delle Acli, la più grande associazione di lavoratori cristiani con circa 500 mila iscritti.
«Ma non si costruisce nessuna nuova Europa - avverte Bobba - cancellando le proprie radici a partire da quelle cristiane». Buttiglione, per Bobba , è stato «vittima di questo laicismo europeo che ha nei francesi i più accaniti sostenitori», ma anche «dell'euroscetticismo di questo governo che la cerimonia della firma organizzata a Roma non ha certamente attenuato, malgrado i discorsi e le apparenze». Che fare? Secondo Bobba «i cristiani devono reagire» e come prima scadenza «operativa» indica il referendum sul Trattato Ue «per dare la parola ai cittadini e rilanciare il tema delle radici cristiane».
L'Opus Dei, di fronte alle difficoltà europee dei cattolici, predica invece «pace e serenità perché siamo coscienti che il cristianemismo, come insegna il nostro fondatore Escrivà, si diffonde senza fanatismi e sapendo comprendere», spiega l'ingegnere Giuseppe Corigliano, portavoce dell´Opera, che aggiunge: «Le persone devono ritrovare Dio nel loro intimo, spontaneamente, senza fronti contrapposti e attraverso il dialogo». Posizione quasi in linea con i Focolarini, altra «potenza» cattolica - oltre 400 mila iscritti in Italia - fortemente impegnata nell'ecumenismo e sulla famiglia. «Siamo d'accordo col Papa - puntualizza la focolarina Carla Cotignoli, - e siamo impegnati da tempo a portare i fermenti evangelici nelle istituzioni europee e nei vari ambienti socio-politici del vecchio continente impegnati nella costruzione della Nuova Europa e, anche per questo, i Focolarini giudicano la firma del Trattato Ue un fatto storico». Come pure Edoardo Costantini, portavoce del Forum del Terzo settore, organismo che raccoglie associazioni e sigle del volontariato laico e cattolico, che però non sembra disposto ad indire nuove crociate per difendere sulla Carta le radici cristiane. «Purtroppo la citazione non c'è stata e ci dispiace, ma - avverte Costantini - i cristiani è bene che si rimbocchino le maniche e si diano da fare, senza contrapposizioni».
«Non esiste nessuna congiura anticristiana in Europa», giura a sua volta l´ex presidente dell´Azione Cattolica e senatore della Margherita, Alberto Monticone, secondo il quale «il vero male è la secolarizzazione che sta prendendo sempre più piede nel nostro continente». Ma per Alberto Giannino, presidente dei Docenti Cattolici, non è così: «Buttiglione è stato trattato - sostiene Giannino senza paura di esagerare - come gli ebrei nei campi di sterminio che erano costretti ad indossare la stella gialla cucita sulle loro giacche».

Repubblica 1.11.04
Reportage di "Newsweek" sulla convergenza d'interessi delle due religioni di fronte al laicismo nei Paesi europei

Quando Vaticano e islamici diventano alleati
"L´articolo 52 più importante del mancato riferimento a Dio nella Carta"

«Per l'Europa, lo scontro di civiltà non è tanto fra "Islam" e "Occidente", ma fra religiosità aggressiva e laicismo militante. Con il crollo del comunismo, i conservatori religiosi d'Europa, cattolici o musulmani, ora vedono il laicismo come il loro nemico principale». È la tesi-chiave di un reportage sull'edizione europea di Newsweek, firmato da Carla Power, che prende le mosse dal caso Buttiglione ma amplia lo sguardo alla sfida politico-culturale di cui esso è stata la spia. «I bigotti d'Europa sono al contrattacco - scrive il settimanale americano - . In prima fila c'è la Chiesa cattolica che, se un tempo evitava di sporcarsi le mani con i politicanti di Bruxelles, oggi fa azione di lobbying per ottenere più diritti formali nelle istituzioni europee». A questo proposito viene ricordato che nella Costituzione europea «è stato introdotto un articolo, il 52, che consente alle Chiese un "dialogo aperto, trasparente e regolare" con la Ue». Una disposizione che, secondo alcuni, «conferisce alla Chiesa un'indebita influenza sulla legislazione europea». E che, osserva Newsweek, è forse una vittoria più importante del mancato riconoscimento delle radici cristiane che hanno monopolizzato il dibattito pubblico.
A sostegno della tesi che è in atto una convergenza tra credenti di confessioni "rivali" in nome della religione e contro il laicismo, il reportage cita poi due episodi. Uno: dopo la legge francese anti-velo per le ragazze musulmane a scuola, l'arcivescovo di Parigi si è schierato con gli islamici. Due: quando in Gran Bretagna i musulmani hanno fatto pressione per inserire una categoria relativa alla fede religiosa nel censimento 2001, un numero «sorprendentemente alto» di britannici si è dichiarato cristiano. Newsweek affida a Jean-Paul Willaime, professore della Sorbona e autore di Europee et réligions, l´interpretazione di questi apparenti paradossi: «L'Islam ha ridato linfa alla presenza pubblica delle Chiese cristiane».

Repubblica 1.11.04
IL CASO

Ortodossi greci con Rocco "Giusto parlare di peccato"

ATENE - La Chiesa greco-ortodossa loda Rocco Buttiglione. «Poiché lui è un buon cristiano, ha detto quello che tutti i cristiani direbbero» ha detto infatti il capo della chiesa greco-ortodossa Christodoulos in un sermone tenuto ieri ad Atene. «Buttiglione ha affermato che essere omosessuali è un peccato davanti a Dio e non un crimine». «Guardate - ha aggiunto l'alto prelato - la miseria dell'umanità d'oggi, che cerca di dissimulare un chiaro peccato. Ciò accade perché questi vogliono che tutti accettino la loro debolezza come una condizione normale».

Repubblica 1.11.04
LA POLEMICA

Quei liberali ora cristiani
di GIULIANO AMATO

Da anni appartengo alla schiera dei laici che dialogano con i credenti sulla fede; sulla fede religiosa e - come dice il capofila della schiera, Arrigo Levi - sulla fede dei laici e su ciò che rende le due fedi insieme simili e diverse. Lo faccio nella convinzione che ci sia nella fede religiosa una marcia in più nel portare ciascuno verso il riconoscimento dell'altro, verso scelte di vita non egoiste, non edoniste e attente perciò alle ragioni proprie, ma anche e non meno al profondo valore della solidarietà; tutti ingredienti essenziali a mantenere solido il tessuto della convivenza in società segnate, per più ragioni, da propensioni che portano, all'opposto, a chiudersi in sé, a negare gli altri o più spesso a non accorgersene, a diffidare delle diversità più che a vedervi le tracce della nostra stessa umanità.
Perché la fede religiosa ha una marcia in più? Perché la fede dei laici porta nelle stesse direzioni sulla base della ragione, quella dei credenti sulla base dell´amore. E l'amore (a cui non si arriva attraverso la ragione) è una leva molto più forte e molto più mobilitante.
Su questo il cardinale Ruini mi invitò a parlare quattro anni fa nella basilica romana di San Giovanni in una serie di letture sull'inizio del nuovo millennio. E per questo durante i successivi lavori della Convenzione sul futuro dell'Europa mi sono impegnato, più ancora di tanti credenti, perché la Costituzione europea garantisse lo status che le religioni hanno nei nostri ordinamenti nazionali, riconoscesse il loro speciale contributo nel dialogo fra la società e le istituzioni e includesse come primo fra i valori dell'Unione quella dignità umana, che è il legato più inequivocabile e trasparente delle radici giudaico-cristiane della nostra civiltà. E nella Costituzione appena firmata tutto questo c'è.
Lo so, non c'è, nel preambolo, la menzione esplicita delle radici cristiane. E tuttavia, tenendo conto dei non marginali contenuti che ho appena ricordato, mi è sempre parso evidente che una tale mancanza non solo non esprimesse il disprezzo dei costituenti per la religione, ma in fondo non fosse neppure essenziale. Se non per un dubbio che avevo e che mi nasceva dalla seguente riflessione. Se è vero che l'Europa ha bisogno delle religioni, non solo per rinvigorire il tessuto morale delle sue società, ma in primo luogo per far sì che esso sia appunto un tessuto e quindi che le sue tante diversità si parlino, si riconoscano reciprocamente e quindi si accettino in valori e sentimenti comuni, allora ne derivano per le stesse religioni un ruolo e una responsabilità in relazione ai quali già oggi la cristianità ha saputo assumere una posizione di avanguardia.
È la cristianità che ha impostato e avviato il dialogo fra le religioni, è essa che ha invitato a considerare le verità di ciascuna non come dogmi inconciliabili, ma come matrici di testimonianze di vita all´insegna del fondamentale principio che le accomuna (tutti gli esseri umani sono figli dello stesso Dio). Ed è stato il Papa dei cattolici, in uno dei momenti più alti del suo pontificato, a chiedere perdono a Gerusalemme per le negazioni di quel principio commesse dalla sua Chiesa in passato. Se è così, allora menzionare le radici cristiane poteva sottolineare questo ruolo della cristianità come alimento spirituale di un'Europa non esclusiva, ma inclusiva all´insegna del dialogo e della comprensione reciproca, sempre nel nome della dignità umana e della sua affermazione.
Vedo ora che fra i critici più aspri della non menzione delle radici cristiane vi sono non solo dei cattolici, ma dei liberali (che tali sono ritenuti e tali comunque si definiscono), i quali teorizzano la necessità di costruire su radici e valori della cristianità i contrafforti e le barriere che permettano a un'Europa altrimenti flaccida e inerte di vincere la guerra contro il terrorismo islamico. Non posso essere d'accordo e mi auguro che i tanti cattolici che la pensano come me dicano con chiarezza che neppure loro lo sono.
Intendiamoci, e qui per evitare ogni equivoco mi ripeto: se a quelle radici e a quei valori pensiamo per frenare la spinta, che c'è fra di noi, ai diritti senza limiti, alla libertà senza responsabilità, ai rapporti interpersonali costruiti sulla sola convenienza e non sull'etica, sono il primo a riconoscerne l'importanza e a ravvisarvi anzi una risorsa essenziale per la tenuta stessa delle società del nostro tempo. Ma nei confronti del mondo islamico questo a che cosa può servire? Non per asserragliarci nella guerra contro la sua derivata fondamentalista, ma caso mai per rendere possibile un dialogo che è oggi reso impossibile dalla diffidenza nei nostri confronti di tanti islamici, e non certo fondamentalisti, per i quali "l'immoralità" dell´Occidente è una ragione sufficiente a legittimare separatezze e chiusure. So bene che tale diffidenza è anche nutrita da oscurantismi ed anti-modernismi. Ma so altrettanto bene che un fondamento essa lo trova in tare effettive delle nostre società. Eliminarle o ridurle, perciò, serve bensì alla guerra al terrorismo fondamentalista, ma solo nel senso che si priva così di ragione l'argomento che esso amplifica della natura edonista e quindi "demoniaca" delle nostre società e si crea conseguentemente un ponte che facilita il riconoscimento reciproco fra la nostra cultura e quella del mondo islamico in cui esso vuole far presa. Non serve, invece, se punta alla definizione dei confini di un territorio spirituale che è nostro, e solo nostro, e delle cui risorse ci avvaliamo per combattere e per escludere chi non è partecipe della nostra identità, l´identità dell´Occidente. Un'identità occidentale che sventola le bandiere della sua religione non combatte il terrorismo islamista, combatte inevitabilmente l'Islam. Dà così alla stessa religione un connotato opposto a quello che la cristianità ha inteso assumere e non giova né all'Europa né alla pace e alla sicurezza del mondo.
È sorprendente trovarsi in disaccordo, su tutto questo, con esponenti della cultura liberale, mentre non sorprende che si possa additare alle loro coscienze quanto ha scritto da ultimo il cardinale Ratzinger, allorché ha negato che si possa identificare «l'assolutezza di Dio con una comunità particolare o con certe sue aree di interesse» giacché ciò «distrugge il diritto e la morale.. e la differenza fra il bene e il male svanisce». Il che vale per l'Islam, ma vale parimenti per ogni altra religione. C'è invece sintonia tra questa impostazione e il futuro che auspica un vero liberale, Borislav Geremek, quando scrive che «il valore aggiunto che l'Europa potrà offrire alla politica internazionale sarà il suo essere non una comunità religiosa, ma una comunità pluralista nella quale diverse religioni vivono insieme».
È questo che può dare un colpo davvero mortale al fondamentalismo. Ed è solo questo che mantiene alla fede religiosa la sua marcia in più, l´amore da cui nasce e che la tiene in vita.

sinistra
domani, martedì

domani su Liberazione
Rina Gagliardi
Bertinotti, Asor, Ingrao: dove va la sinistra?

domenica 31 ottobre 2004

la registrazione
di Fahrenheit del 26.10 sul tema
«la psicoanalisi serve ancora?»

con Umberto GALIMBERTI
Manuela FRAIRE e Giovanni STARACE


Annalina Ferrante fa sapere che
chi non avesse potuto ascoltare la trasmissione di Fahrenheit, andata in onda martedì mattina su RadioTre, in diretta potrà farlo ancora collegandosi all'Archivio dove essa è rimasta registrata
al seguente indirizzo (basta cliccarci sopra):

http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/mostra_evento.cfm?Q_EV_ID=108954
_________________________________________________