Il Giorno di Milano 20.7.03
Emergenza caldo: tutto esaurito anche in psichiatria
di Paola D'Amico
Milano. Superlavoro alla Mangiagalli, con ostetricia al completo e posti contati in neonatologia. Al limite rianimazioni, unità coronariche (chiusa la cardiologia del San Carlo) e anche qualche chirurgia (Niguarda). Ma il dato che più sorprende è il seguente: è in difficoltà la metà dei dipartimenti psichiatrici della città. Tutto esaurito al Fatebenefratelli, al San Carlo e al Policlinico. In giugno i Tso (trattamenti sanitari obbligatori) avevano raggiunto picchi inediti. La psichiatria non è stata sfiorata dal piano di chiusure estive degli ospedali eppure i letti non bastano. Colpa del caldo. Come confermano i dati statistici e anche recenti ricerche.
(...)
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
domenica 20 luglio 2003
Tossicodipendenza e metadone
Galileo, luglio 2003
METADONE
La forza del pregiudizio
di Alessandro Tagliamonte
Il metadone come farmaco sostitutivo per la terapia della dipendenza da eroina fu scoperto casualmente all'inizio degli anni Sessanta a New York da una psichiatra, Mary E. Nyswander, e suo marito, l'endocrinologo Vincent P. Dole.
I due scienziati seguivano presso la Rockfeller University alcuni eroinomani, somministrando loro morfina endovena a intervalli regolari in modo da evitare una crisi d'astinenza e allo scopo di studiarne il comportamento in ambiente ospedaliero. La morfina venne a mancare per qualche giorno e, per evitare l'interruzione dell'osservazione e pur con qualche incertezza, fu sostituita con un oppioide di sintesi, appunto il metadone, somministrato per via orale. Già dopo un giorno col nuovo trattamento i due ricercatori notarono alcuni cambiamenti rilevanti. I soggetti in studio erano più collaborativi e non mostravano i tipici sintomi disforici, cioè l'atteggiamento iperreattivo, a volte aggressivo, in un sottofondo di basso tono dell'umore, di diffusa insoddisfazione e ripetute lamentele. Dopo qualche giorno i pazienti avevano assunto un sorprendente comportamento d'interesse per l'ambiente di degenza e cura della propria persona.
In poche parole, esibivano quei comportamenti tipici nei pazienti d'ospedale che hanno riacquistato il benessere e, spontaneamente, ne condividono il piacere con i compagni di stanza, aiutandoli se e quando necessario e contribuendo fattivamente a mantenere in ordine l'ambiente di degenza.
Questi comportamenti apparivano del tutto inconsueti rispetto a quelli degli eroinomani ricoverati e trattati con morfina, per cui Nyswander e Dole decisero di tornare al regime iniziale, appunto con morfina. Il comportamento disforico ricomparve rapidamente, la morfina fu di nuovo sostituita col metadone e i pazienti riacquistarono l'atteggiamento collaborativo mostrato durante la prima esperienza.
Questo comportamento "normale" non solo non si riduceva nel tempo, ma tendeva a rafforzarsi e a strutturarsi, con la cosciente partecipazione dei pazienti.
Raccontata così sembra una fiaba. Dole e Nyswander, fatte tutte le prove per evitare abbagli da artefatti (try hardly to disprove yourself) si resero conto di aver scoperto qualcosa di notevole e si impegnarono per informarne la comunità scientifica presso cui, con sorpresa e amarezza, trovarono spesso un muro di incomprensione.
Sporadici attestati di stima e d'interesse a collaborare vennero all'inizio da ambienti non accademici. Un giovane operatore sociale, Henry Joseph, oggi qualificato ricercatore, che aveva il compito di seguire gli eroinomani rilasciati dal carcere on parol, cioè con l'impegno della buona condotta, fu il primo a sperimentare l'impatto del metadone sulle problematiche del quotidiano di un tossicodipendente.
I soggetti affidati alle sue cure ricadevano in poche ore o pochi giorni nell'uso di eroina, un motivo sufficiente a interrompere il provvedimento di clemenza, e non c'era verso di modificare questa situazione. I due ricercatori proposero a Joseph di trattare con metadone i soggetti on parol e, quasi per incanto, essi osservarono che chi accettava il nuovo trattamento non restava più invischiato in comportamenti illeciti. Da subito spariva la compulsione a ricercare e consumare farmaci al di fuori del metadone e comparivano comportamenti responsabili.
I dati di Joseph impressionarono alcuni funzionari e politici e Dole e Nyswander, con la collaborazione di alcuni giovani medici e psicologi, ebbero l'opportunità di organizzare una rete di ambulatori (le cosiddette methadone clinics) per il trattamento con metadone a New York. La favola, cioè il razionale utilizzo del metadone in chi ne ha necessità e fino a che ne ha necessità, finisce qui o, meglio, la diffusione della lieta novella subisce a questo punto un rallentamento che ancora oggi perdura.
Le resistenze vennero da diverse direzioni e, cosa che lascia ancora oggi perplessi noi addetti ai lavori, contro il metadone si schierarono scienziati, medici, giornalisti, operatori sociali, magistrati e qualificati rappresentanti delle forze dell'ordine, in aggiunta ai religiosi, ai politici, agli psicologi, ecc. Si potrebbe parlare di un numeroso, articolato, vero e proprio partito trasversale anti-metadone.
Politicamente il metadone è stato definito a fasi alterne farmaco di destra e di sinistra. In realtà, i medici e gli altri operatori che ne promuovono l'utilizzo si attengono a una valutazione obiettiva dei dati clinici, indipendentemente dalle proprie convinzioni politiche. Tuttavia, spesso, il dibattito fra questi medici e chi "non ha in simpatia il metadone", o considera che somministrarlo agli eroinomani cronici equivale a "prescrivere whiskey a un etilista che beve prevalentemente vino o birra" o a "offrire una donna ad uno stupratore", assume toni così accesi da fare apparire come ideologia il pragmatismo.
Il dibattito su un tema che attiene alla salute dovrebbe essere condotto in modo che le reazioni emotive alle problematiche connesse restino sempre distinte dagli aspetti tecnici, cioè medici.
In altre parole, se si vuole fare chiarezza sulle cause di una patologia e sulle risorse reali esistenti per prevenire e controllare queste cause e per curare la patologia stessa, non si deve far confusione fra dati scientifici e opinioni, soprattutto se le opinioni sono di non addetti ai lavori. Detto questo non tornerò sullo stucchevole e time consuming dibattito su metadone sì metadone no.
Kraepelin cento anni or sono definiva il morfinismo cronico come un marasma della volontà e considerava dei cialtroni coloro che, anche allora, promettevano soluzioni salvifiche o cure brevi.
Oggi la tossicodipendenza da eroina è definita una malattia cronica di carattere psichiatrico ad andamento recidivante. Come la depressione, tanto per intenderci, con la differenza che la depressione non ha una causa esogena altrettanto ben definita, mentre ha ben definito il carattere della familiarità. Non soltanto la tossicodipendenza da eroina ma anche l'etilismo, il tabagismo e altre forme di tossicodipendenza appartengono al vasto capitolo delle malattie psichiatriche croniche da agenti esogeni ad andamento recidivante.
Per i non addetti ai lavori è concettualmente difficile porre sullo stesso piano un eroinomane, un cocainomane e un tabagista, meglio noto come fumatore, e non è immediata la corrispondenza fra fumatore e cocainomane. In medicina queste apparenti contraddizioni sono relativamente comuni. Una diagnosi di ipertensione arteriosa è spesso fatta casualmente su una persona giovane che non accusa sintomi soggettivi. L'ipertensione è considerata, per questo motivo, una condizione al limite fra malattia e stato di rischio per una futura patologia d'organo (cuore, reni, ecc.); ma, indipendentemente dalla definizione, è dimostrato che un soggetto iperteso, se non si controllano i suoi valori pressori alterati, ha un'aspettativa di vita nettamente inferiore rispetto a quella della popolazione generale. La pressione arteriosa in alcuni casi può essere controllata con rigorose misure igieniche, ma nella maggior parte dei casi è necessaria la somministrazione di farmaci: per tutta la vita. Anche il tabagismo è sicuramente una condizione di rischio per lo sviluppo di patologie d'organo come infarto del miocardio, vasculopatie periferiche ostruttive, broncopneupopatia ostruttiva, tumore polmonare. Basterebbe smettere di fumare per ridurre, se non addirittura eliminare, il rischio di sviluppo di queste patologie; cioè, l'accettazione di una rigorosa misura igienica da parte di un fumatore potrebbe, teoricamente, risultare superiore all'uso di qualsiasi farmaco da parte di un iperteso. Di fatto, i fumatori hanno un'aspettativa di vita di almeno 15 anni inferiore rispetto alla popolazione generale: nella Comunità Europea muoiono 500.000 persone all'anno a causa del fumo e il 50 per cento dei fumatori che ha un infarto dopo tre mesi ha ripreso a fumare. Per questi motivi il tabagismo è classificato come tossicodipendenza, che è la perdita del controllo sull'uso di una sostanza che intossica.
La tossicodipendenza è una malattia o una condizione di rischio?
La risposta è articolata, poiché alcune delle sostanze che inducono tossicodipendenza producono anche effetti comportamentali alterati che di per sé configurano una patologia. Per esempio, la cocaina può indurre una psicosi paranoide che, dopo una prima fase di sensibilizzazione, ricompare come effetto acuto a ogni somministrazione del farmaco.
La sensibilizzazione agli effetti della cocaina, così come la conseguente psicosi paranoide, sono manifestazioni cliniche connesse all'uso di cocaina che si possono manifestare indipendentemente dai sintomi di tossicodipendenza. Nell'abuso di eroina non esistono modificazioni del comportamento altrettanto drammatiche connesse a un'intossicazione acuta o cronica. L'auto-somministrazione ripetuta di eroina induce tolleranza e dipendenza e, se s'interrompe il trattamento, compare la sindrome di astinenza. È in astinenza che l'eroinomane presenta la disforia e l'ansia che condizionano i suoi comportamenti e le sue relazioni sociali; l'assunzione di una dose ottimale di eroina (adeguata al grado di tolleranza raggiunto) gli restituisce la normalità.
Anche il fumatore appare "nervoso" se resta senza sigarette, ma appena ne fuma una la nicotina gli restituisce la sua normalità.
La distinzione fra condizione di rischio e malattia ha, quindi, un valore soprattutto speculativo. Certamente, ciò che maggiormente differenzia l'ipertensione dal tabagismo è l'esistenza di numerose classi di farmaci antiipertensivi efficaci che si contrappone alla pressoché completa mancanza di risorse farmacologiche antifumo. Immaginate un farmaco che preso al mattino o alla sera prima di dormire garantisse per le successive 24 ore uno stato di non-necessità di fumare, senza conseguenze sul tono dell'umore, attenzione, appetito, ritmo del sonno.
Sarebbe un problema prescrivere a un fumatore questo farmaco, anche per il resto della sua vita, in sostituzione delle sigarette? Sarebbe "troppo facile", "non risolverebbe il problema alla radice", dovrebbe questo farmaco guadagnarsi le simpatie di qualcuno o sarebbe sufficiente dimostrarne l'efficacia per promuoverne l'uso?
Dole, da endocrinologo, teorizzò una stretta similitudine fra la risposta dei diabetici all'insulina e la risposta degli eroinomani al metadone e propose l'ipotesi dell'eroinismo cronico come malattia metabolica. Un uso prolungato di eroina produrrebbe uno squilibrio metabolico che solo la somministrazione continua di un agonista oppioide sarebbe in grado di riequilibrare.
L'ipotesi è affascinante e ancora oggi, con le opportune correzioni connesse alle moderne conoscenze di psicobiologia, ha validità. Certo è che malessere soggettivo e comportamenti alterati sono presenti nell'eroinomane solo in fase di astinenza.
Come più volte sottolineato, se a un eroinomane viene somministrata per infusione endovena una dose di eroina sufficiente a prevenire la comparsa di sintomi di astinenza, finché dura l'infusione l'eroinomane sta bene ed ha un normale controllo sul proprio comportamento.
L'infusione continua presenta notevoli difficoltà pratiche e può essere sostituita efficacemente con un farmaco che sia ben assorbito ed eliminato lentamente dall'organismo. Il metadone somministrato per via orale è assorbito per il 98 per cento ed è eliminato molto lentamente.
Il metadone ha effetti farmacologici molto simili a quelli dell'eroina.
Sicuramente se iniettiamo per endovena a un eroinomane una dose equivalente di eroina o metadone, non distingue nell'immediato una dall'altro. L'effetto dell'eroina dura poche ore perché l'organismo la degrada ed elimina rapidamente; l'effetto del metadone è prolungato nel tempo. L'eroina somministrata per bocca è rapidamente degradata e solo una minima parte raggiunge il circolo; il metadone ha un assorbimento orale pressoché completo e il suo effetto dopo una singola dose orale copre il soggetto per almeno 24 ore. Come conseguenza della sua lenta eliminazione dall'organismo col metadone si possono ottenere concentrazioni stabili per 24 ore nel sangue e nel cervello, che definiamo massimali, sufficienti a neutralizzare l'effetto di una dose aggiuntiva di farmaci simili, per esempio di eroina. Questa dose è stata denominata blocking dose ed è utilizzata per disincentivare l'uso di eroina in quei soggetti che compulsivamente si auto-iniettano nonostante non avvertano il minimo segno di astinenza. Questi dosaggi massimali si raggiungono gradualmente in base alla risposta clinica del soggetto, poiché il metadone, come la morfina e qualsiasi altro narcotico-analgesico deprime i centri del respiro.
La depressione dei centri del respiro è la causa della morte da intossicazione acuta da eroina, la famigerata overdose. A questo effetto compare rapidamente tolleranza e la blocking dose può essere raggiunta senza rischi in una-tre settimane. Gli oppiacei, prodotti estrattivi dell'oppio, e gli oppioidi, loro analoghi di sintesi, non hanno tossicità d'organo. Non sono tossici per il rene, per il cuore, per i polmoni, per il fegato.
Inducono tossicodipendenza se assunti per auto-somministrazione.
Una volta strutturata una tossicodipendenza non è eradicabile.
"Once an alcoholic always an alcoholic", un alcolista resta tale per tutta la vita, come un eroinomane o un tabagista.
Diventare eroinomane presuppone mesi, se non anni, d'uso ripetuto; per ricadere nell'uso di eroina bastano uno-due giorni anche dopo anni di astinenza. Altrettanto vale per alcool e tabacco.
Per questi motivi definiamo le tossicodipendenze come malattie croniche ad andamento recidivante. Smettere di fumare o di bere è relativamente facile, così come è relativamente facile smettere di iniettarsi eroina. Ma non si deve mai commettere l'errore di confondere una fase di remissione, che può durare anni e che non necessariamente esita in recidiva, con la guarigione.
La recidiva fa parte del quadro clinico di una tossicodipendenza e non deve essere vissuta dal medico, almeno da lui, come una delusione riguardo alla forza di volontà del soggetto.
Fare una predica a un eroinomane o a un tabagista in recidiva equivale a sgridare un asmatico perché "anche quest'anno, a primavera, ti sei ripreso l'asma". I soggetti trattati con dosaggi personalizzati di metadone a mantenimento riacquistano il loro equilibrio psicofisico di base, non hanno comportamenti compulsivi connessi al procacciamento di eroina e, se messi in grado di svolgere un'attività lavorativa, sono in grado di esprimere al meglio le proprie capacità produttive. È per questi motivi che il trattamento a mantenimento con metadone migliora il grado di socializzazione e riduce la criminalità fra i tossicodipendenti. Con l'eliminazione della ricerca compulsiva (craving) dell'eroina, che è il sintomo cardine di una tossicodipendenza, l'igiene personale riacquista importanza e il rischio di infezioni si riduce di conseguenza.
Più complesso è spiegare perché alcune sostanze inducono tossicomania e chi ne fa uso più o meno rapidamente perde il controllo e la sua esistenza appare controllata e scandita dall'assunzione di queste sostanze, indipendentemente dalla loro pericolosità. Tutti sentiamo la necessità di sentirci protetti dal rischio di diventare tossicodipendenti, ed è rassicurante ipotizzare che chi lo è deve essere diverso, in qualche modo tarato rispetto a una teorica popolazione generale.
Per questo motivo vengono sottolineati, spesso in alternativa, la necessità di una predisposizione genetica o di un ambiente stressante e ricco di condizioni frustranti.
Ma anche il cibo è da considerare una sostanza d'abuso e l'obesità una forma di tossicodipendenza, per cui si ripete anche che "solo chi è predisposto diventa obeso".
Che dire, allora, di fronte ad un'incidenza di obesità che supera il 40 per cento negli adolescenti? Apparteniamo a una società di tarati? Negli anni Cinquanta oltre il 50 per cento della popolazione generale fumava, oggi le stime si sono attestate appena al di sotto del 30 per cento. L'occasione fa l'uomo ladro, le merendine fanno il bambino obeso, i tabaccai fanno dell'uomo un fumatore. È così semplice? Non è affatto semplice, ma questi sono i termini del problema. Un'affezione colpisce solo chi è predisposto se l'agente patogeno ha una scarsa diffusione; ma la società del benessere che ci mette a disposizione e impone i supermercati, i fast food, i più raffinati tabacchi e alcolici, una martellante televisione che invita a spendere di più, sia per il nostro benessere sia per salvare l'economia nazionale, ci ha anche regalato percentuali mai raggiunte prima di obesità.
Inoltre, per quanto sia difficile sostenere che etilismo e tabagismo sono tipici di una società del benessere, è ben vero che solo dove si producono grandi quantità di alcolici l'etilismo si diffonde e che fu la scoperta dei fiammiferi a sfregamento e delle macchine produttrici di sigarette che favorirono la diffusione del fumo.
La farmacologia ci propone nuovi miracolosi farmaci contro il fumo, l'alcool, l'obesità. Di fronte alla povertà dei risultati dovuta alla scarsa efficacia di questi prodotti, si sente ripetere che data la dimensione del problema anche i piccoli farmaci vanno utilizzati. In contrasto, di fronte al problema eroinismo, che è definito una delle piaghe della nostra società, assistiamo alla continua paradossale demonizzazione del metadone che, appropriatamente utilizzato, potrebbe risolvere i problemi psicofisici e sociali della maggior parte degli eroinomani.
METADONE
La forza del pregiudizio
di Alessandro Tagliamonte
Il metadone come farmaco sostitutivo per la terapia della dipendenza da eroina fu scoperto casualmente all'inizio degli anni Sessanta a New York da una psichiatra, Mary E. Nyswander, e suo marito, l'endocrinologo Vincent P. Dole.
I due scienziati seguivano presso la Rockfeller University alcuni eroinomani, somministrando loro morfina endovena a intervalli regolari in modo da evitare una crisi d'astinenza e allo scopo di studiarne il comportamento in ambiente ospedaliero. La morfina venne a mancare per qualche giorno e, per evitare l'interruzione dell'osservazione e pur con qualche incertezza, fu sostituita con un oppioide di sintesi, appunto il metadone, somministrato per via orale. Già dopo un giorno col nuovo trattamento i due ricercatori notarono alcuni cambiamenti rilevanti. I soggetti in studio erano più collaborativi e non mostravano i tipici sintomi disforici, cioè l'atteggiamento iperreattivo, a volte aggressivo, in un sottofondo di basso tono dell'umore, di diffusa insoddisfazione e ripetute lamentele. Dopo qualche giorno i pazienti avevano assunto un sorprendente comportamento d'interesse per l'ambiente di degenza e cura della propria persona.
In poche parole, esibivano quei comportamenti tipici nei pazienti d'ospedale che hanno riacquistato il benessere e, spontaneamente, ne condividono il piacere con i compagni di stanza, aiutandoli se e quando necessario e contribuendo fattivamente a mantenere in ordine l'ambiente di degenza.
Questi comportamenti apparivano del tutto inconsueti rispetto a quelli degli eroinomani ricoverati e trattati con morfina, per cui Nyswander e Dole decisero di tornare al regime iniziale, appunto con morfina. Il comportamento disforico ricomparve rapidamente, la morfina fu di nuovo sostituita col metadone e i pazienti riacquistarono l'atteggiamento collaborativo mostrato durante la prima esperienza.
Questo comportamento "normale" non solo non si riduceva nel tempo, ma tendeva a rafforzarsi e a strutturarsi, con la cosciente partecipazione dei pazienti.
Raccontata così sembra una fiaba. Dole e Nyswander, fatte tutte le prove per evitare abbagli da artefatti (try hardly to disprove yourself) si resero conto di aver scoperto qualcosa di notevole e si impegnarono per informarne la comunità scientifica presso cui, con sorpresa e amarezza, trovarono spesso un muro di incomprensione.
Sporadici attestati di stima e d'interesse a collaborare vennero all'inizio da ambienti non accademici. Un giovane operatore sociale, Henry Joseph, oggi qualificato ricercatore, che aveva il compito di seguire gli eroinomani rilasciati dal carcere on parol, cioè con l'impegno della buona condotta, fu il primo a sperimentare l'impatto del metadone sulle problematiche del quotidiano di un tossicodipendente.
I soggetti affidati alle sue cure ricadevano in poche ore o pochi giorni nell'uso di eroina, un motivo sufficiente a interrompere il provvedimento di clemenza, e non c'era verso di modificare questa situazione. I due ricercatori proposero a Joseph di trattare con metadone i soggetti on parol e, quasi per incanto, essi osservarono che chi accettava il nuovo trattamento non restava più invischiato in comportamenti illeciti. Da subito spariva la compulsione a ricercare e consumare farmaci al di fuori del metadone e comparivano comportamenti responsabili.
I dati di Joseph impressionarono alcuni funzionari e politici e Dole e Nyswander, con la collaborazione di alcuni giovani medici e psicologi, ebbero l'opportunità di organizzare una rete di ambulatori (le cosiddette methadone clinics) per il trattamento con metadone a New York. La favola, cioè il razionale utilizzo del metadone in chi ne ha necessità e fino a che ne ha necessità, finisce qui o, meglio, la diffusione della lieta novella subisce a questo punto un rallentamento che ancora oggi perdura.
Le resistenze vennero da diverse direzioni e, cosa che lascia ancora oggi perplessi noi addetti ai lavori, contro il metadone si schierarono scienziati, medici, giornalisti, operatori sociali, magistrati e qualificati rappresentanti delle forze dell'ordine, in aggiunta ai religiosi, ai politici, agli psicologi, ecc. Si potrebbe parlare di un numeroso, articolato, vero e proprio partito trasversale anti-metadone.
Politicamente il metadone è stato definito a fasi alterne farmaco di destra e di sinistra. In realtà, i medici e gli altri operatori che ne promuovono l'utilizzo si attengono a una valutazione obiettiva dei dati clinici, indipendentemente dalle proprie convinzioni politiche. Tuttavia, spesso, il dibattito fra questi medici e chi "non ha in simpatia il metadone", o considera che somministrarlo agli eroinomani cronici equivale a "prescrivere whiskey a un etilista che beve prevalentemente vino o birra" o a "offrire una donna ad uno stupratore", assume toni così accesi da fare apparire come ideologia il pragmatismo.
Il dibattito su un tema che attiene alla salute dovrebbe essere condotto in modo che le reazioni emotive alle problematiche connesse restino sempre distinte dagli aspetti tecnici, cioè medici.
In altre parole, se si vuole fare chiarezza sulle cause di una patologia e sulle risorse reali esistenti per prevenire e controllare queste cause e per curare la patologia stessa, non si deve far confusione fra dati scientifici e opinioni, soprattutto se le opinioni sono di non addetti ai lavori. Detto questo non tornerò sullo stucchevole e time consuming dibattito su metadone sì metadone no.
Kraepelin cento anni or sono definiva il morfinismo cronico come un marasma della volontà e considerava dei cialtroni coloro che, anche allora, promettevano soluzioni salvifiche o cure brevi.
Oggi la tossicodipendenza da eroina è definita una malattia cronica di carattere psichiatrico ad andamento recidivante. Come la depressione, tanto per intenderci, con la differenza che la depressione non ha una causa esogena altrettanto ben definita, mentre ha ben definito il carattere della familiarità. Non soltanto la tossicodipendenza da eroina ma anche l'etilismo, il tabagismo e altre forme di tossicodipendenza appartengono al vasto capitolo delle malattie psichiatriche croniche da agenti esogeni ad andamento recidivante.
Per i non addetti ai lavori è concettualmente difficile porre sullo stesso piano un eroinomane, un cocainomane e un tabagista, meglio noto come fumatore, e non è immediata la corrispondenza fra fumatore e cocainomane. In medicina queste apparenti contraddizioni sono relativamente comuni. Una diagnosi di ipertensione arteriosa è spesso fatta casualmente su una persona giovane che non accusa sintomi soggettivi. L'ipertensione è considerata, per questo motivo, una condizione al limite fra malattia e stato di rischio per una futura patologia d'organo (cuore, reni, ecc.); ma, indipendentemente dalla definizione, è dimostrato che un soggetto iperteso, se non si controllano i suoi valori pressori alterati, ha un'aspettativa di vita nettamente inferiore rispetto a quella della popolazione generale. La pressione arteriosa in alcuni casi può essere controllata con rigorose misure igieniche, ma nella maggior parte dei casi è necessaria la somministrazione di farmaci: per tutta la vita. Anche il tabagismo è sicuramente una condizione di rischio per lo sviluppo di patologie d'organo come infarto del miocardio, vasculopatie periferiche ostruttive, broncopneupopatia ostruttiva, tumore polmonare. Basterebbe smettere di fumare per ridurre, se non addirittura eliminare, il rischio di sviluppo di queste patologie; cioè, l'accettazione di una rigorosa misura igienica da parte di un fumatore potrebbe, teoricamente, risultare superiore all'uso di qualsiasi farmaco da parte di un iperteso. Di fatto, i fumatori hanno un'aspettativa di vita di almeno 15 anni inferiore rispetto alla popolazione generale: nella Comunità Europea muoiono 500.000 persone all'anno a causa del fumo e il 50 per cento dei fumatori che ha un infarto dopo tre mesi ha ripreso a fumare. Per questi motivi il tabagismo è classificato come tossicodipendenza, che è la perdita del controllo sull'uso di una sostanza che intossica.
La tossicodipendenza è una malattia o una condizione di rischio?
La risposta è articolata, poiché alcune delle sostanze che inducono tossicodipendenza producono anche effetti comportamentali alterati che di per sé configurano una patologia. Per esempio, la cocaina può indurre una psicosi paranoide che, dopo una prima fase di sensibilizzazione, ricompare come effetto acuto a ogni somministrazione del farmaco.
La sensibilizzazione agli effetti della cocaina, così come la conseguente psicosi paranoide, sono manifestazioni cliniche connesse all'uso di cocaina che si possono manifestare indipendentemente dai sintomi di tossicodipendenza. Nell'abuso di eroina non esistono modificazioni del comportamento altrettanto drammatiche connesse a un'intossicazione acuta o cronica. L'auto-somministrazione ripetuta di eroina induce tolleranza e dipendenza e, se s'interrompe il trattamento, compare la sindrome di astinenza. È in astinenza che l'eroinomane presenta la disforia e l'ansia che condizionano i suoi comportamenti e le sue relazioni sociali; l'assunzione di una dose ottimale di eroina (adeguata al grado di tolleranza raggiunto) gli restituisce la normalità.
Anche il fumatore appare "nervoso" se resta senza sigarette, ma appena ne fuma una la nicotina gli restituisce la sua normalità.
La distinzione fra condizione di rischio e malattia ha, quindi, un valore soprattutto speculativo. Certamente, ciò che maggiormente differenzia l'ipertensione dal tabagismo è l'esistenza di numerose classi di farmaci antiipertensivi efficaci che si contrappone alla pressoché completa mancanza di risorse farmacologiche antifumo. Immaginate un farmaco che preso al mattino o alla sera prima di dormire garantisse per le successive 24 ore uno stato di non-necessità di fumare, senza conseguenze sul tono dell'umore, attenzione, appetito, ritmo del sonno.
Sarebbe un problema prescrivere a un fumatore questo farmaco, anche per il resto della sua vita, in sostituzione delle sigarette? Sarebbe "troppo facile", "non risolverebbe il problema alla radice", dovrebbe questo farmaco guadagnarsi le simpatie di qualcuno o sarebbe sufficiente dimostrarne l'efficacia per promuoverne l'uso?
Dole, da endocrinologo, teorizzò una stretta similitudine fra la risposta dei diabetici all'insulina e la risposta degli eroinomani al metadone e propose l'ipotesi dell'eroinismo cronico come malattia metabolica. Un uso prolungato di eroina produrrebbe uno squilibrio metabolico che solo la somministrazione continua di un agonista oppioide sarebbe in grado di riequilibrare.
L'ipotesi è affascinante e ancora oggi, con le opportune correzioni connesse alle moderne conoscenze di psicobiologia, ha validità. Certo è che malessere soggettivo e comportamenti alterati sono presenti nell'eroinomane solo in fase di astinenza.
Come più volte sottolineato, se a un eroinomane viene somministrata per infusione endovena una dose di eroina sufficiente a prevenire la comparsa di sintomi di astinenza, finché dura l'infusione l'eroinomane sta bene ed ha un normale controllo sul proprio comportamento.
L'infusione continua presenta notevoli difficoltà pratiche e può essere sostituita efficacemente con un farmaco che sia ben assorbito ed eliminato lentamente dall'organismo. Il metadone somministrato per via orale è assorbito per il 98 per cento ed è eliminato molto lentamente.
Il metadone ha effetti farmacologici molto simili a quelli dell'eroina.
Sicuramente se iniettiamo per endovena a un eroinomane una dose equivalente di eroina o metadone, non distingue nell'immediato una dall'altro. L'effetto dell'eroina dura poche ore perché l'organismo la degrada ed elimina rapidamente; l'effetto del metadone è prolungato nel tempo. L'eroina somministrata per bocca è rapidamente degradata e solo una minima parte raggiunge il circolo; il metadone ha un assorbimento orale pressoché completo e il suo effetto dopo una singola dose orale copre il soggetto per almeno 24 ore. Come conseguenza della sua lenta eliminazione dall'organismo col metadone si possono ottenere concentrazioni stabili per 24 ore nel sangue e nel cervello, che definiamo massimali, sufficienti a neutralizzare l'effetto di una dose aggiuntiva di farmaci simili, per esempio di eroina. Questa dose è stata denominata blocking dose ed è utilizzata per disincentivare l'uso di eroina in quei soggetti che compulsivamente si auto-iniettano nonostante non avvertano il minimo segno di astinenza. Questi dosaggi massimali si raggiungono gradualmente in base alla risposta clinica del soggetto, poiché il metadone, come la morfina e qualsiasi altro narcotico-analgesico deprime i centri del respiro.
La depressione dei centri del respiro è la causa della morte da intossicazione acuta da eroina, la famigerata overdose. A questo effetto compare rapidamente tolleranza e la blocking dose può essere raggiunta senza rischi in una-tre settimane. Gli oppiacei, prodotti estrattivi dell'oppio, e gli oppioidi, loro analoghi di sintesi, non hanno tossicità d'organo. Non sono tossici per il rene, per il cuore, per i polmoni, per il fegato.
Inducono tossicodipendenza se assunti per auto-somministrazione.
Una volta strutturata una tossicodipendenza non è eradicabile.
"Once an alcoholic always an alcoholic", un alcolista resta tale per tutta la vita, come un eroinomane o un tabagista.
Diventare eroinomane presuppone mesi, se non anni, d'uso ripetuto; per ricadere nell'uso di eroina bastano uno-due giorni anche dopo anni di astinenza. Altrettanto vale per alcool e tabacco.
Per questi motivi definiamo le tossicodipendenze come malattie croniche ad andamento recidivante. Smettere di fumare o di bere è relativamente facile, così come è relativamente facile smettere di iniettarsi eroina. Ma non si deve mai commettere l'errore di confondere una fase di remissione, che può durare anni e che non necessariamente esita in recidiva, con la guarigione.
La recidiva fa parte del quadro clinico di una tossicodipendenza e non deve essere vissuta dal medico, almeno da lui, come una delusione riguardo alla forza di volontà del soggetto.
Fare una predica a un eroinomane o a un tabagista in recidiva equivale a sgridare un asmatico perché "anche quest'anno, a primavera, ti sei ripreso l'asma". I soggetti trattati con dosaggi personalizzati di metadone a mantenimento riacquistano il loro equilibrio psicofisico di base, non hanno comportamenti compulsivi connessi al procacciamento di eroina e, se messi in grado di svolgere un'attività lavorativa, sono in grado di esprimere al meglio le proprie capacità produttive. È per questi motivi che il trattamento a mantenimento con metadone migliora il grado di socializzazione e riduce la criminalità fra i tossicodipendenti. Con l'eliminazione della ricerca compulsiva (craving) dell'eroina, che è il sintomo cardine di una tossicodipendenza, l'igiene personale riacquista importanza e il rischio di infezioni si riduce di conseguenza.
Più complesso è spiegare perché alcune sostanze inducono tossicomania e chi ne fa uso più o meno rapidamente perde il controllo e la sua esistenza appare controllata e scandita dall'assunzione di queste sostanze, indipendentemente dalla loro pericolosità. Tutti sentiamo la necessità di sentirci protetti dal rischio di diventare tossicodipendenti, ed è rassicurante ipotizzare che chi lo è deve essere diverso, in qualche modo tarato rispetto a una teorica popolazione generale.
Per questo motivo vengono sottolineati, spesso in alternativa, la necessità di una predisposizione genetica o di un ambiente stressante e ricco di condizioni frustranti.
Ma anche il cibo è da considerare una sostanza d'abuso e l'obesità una forma di tossicodipendenza, per cui si ripete anche che "solo chi è predisposto diventa obeso".
Che dire, allora, di fronte ad un'incidenza di obesità che supera il 40 per cento negli adolescenti? Apparteniamo a una società di tarati? Negli anni Cinquanta oltre il 50 per cento della popolazione generale fumava, oggi le stime si sono attestate appena al di sotto del 30 per cento. L'occasione fa l'uomo ladro, le merendine fanno il bambino obeso, i tabaccai fanno dell'uomo un fumatore. È così semplice? Non è affatto semplice, ma questi sono i termini del problema. Un'affezione colpisce solo chi è predisposto se l'agente patogeno ha una scarsa diffusione; ma la società del benessere che ci mette a disposizione e impone i supermercati, i fast food, i più raffinati tabacchi e alcolici, una martellante televisione che invita a spendere di più, sia per il nostro benessere sia per salvare l'economia nazionale, ci ha anche regalato percentuali mai raggiunte prima di obesità.
Inoltre, per quanto sia difficile sostenere che etilismo e tabagismo sono tipici di una società del benessere, è ben vero che solo dove si producono grandi quantità di alcolici l'etilismo si diffonde e che fu la scoperta dei fiammiferi a sfregamento e delle macchine produttrici di sigarette che favorirono la diffusione del fumo.
La farmacologia ci propone nuovi miracolosi farmaci contro il fumo, l'alcool, l'obesità. Di fronte alla povertà dei risultati dovuta alla scarsa efficacia di questi prodotti, si sente ripetere che data la dimensione del problema anche i piccoli farmaci vanno utilizzati. In contrasto, di fronte al problema eroinismo, che è definito una delle piaghe della nostra società, assistiamo alla continua paradossale demonizzazione del metadone che, appropriatamente utilizzato, potrebbe risolvere i problemi psicofisici e sociali della maggior parte degli eroinomani.
Gramsci, Togliatti, Stalin
il Tempo domenica 20 luglio 2003
Su Gramsci Stalin e Togliatti erano d’accordo
di RAFFAELLO UBOLDI
PER capire la complessa vicenda nei rapporti fra Gramsci, Togliatti e Stalin, occorre (al di là delle arrampicature sui vetri dei vari Canfora e Macaluso — lascio fuori dal mazzo, e spiegherò perché, Pons, direttore dell’Istituto Gramsci) tener presenti i fatti. E i fatti ci dicono che Gramsci, chiuso a Milano nel carcere di San Vittore, in attesa di comparire davanti al Tribunale Speciale, imposta così la sua linea di difesa: egli è comunista, ma da che è stato eletto deputato non si è più occupato del partito. Ed ecco, a smentirlo che gli arriva la lettera di un togliattiano di provata fede, Grieco (si badi, spedita per posta ordinaria, quindi a piena disposizione della censura) che lo qualifica come l’unico, riconosciuto capo del Pci. Gramsci non ha dubbi su chi gli abbia sparato nella schiena. Tanto è vero che in una lettera alla cognata, Tania Schucht, scriverà: «Chi mi ha condannato è stato un organismo più vasto, di cui il Tribunale Speciale non è stato che l’indicazione esterna e materiale che ha compilato l’atto legale di condanna». E più avanti: «Devo dire che tra questi condannatori c’è stata anche mia moglie, Julca, credo, anzi, sono fermamente convinto, persuasa inconsciamente, e c’è una serie di altre persone meno inconscie». Una riprova che Togliatti fosse dietro al complotto contro il suo grande avversario nel partito la si ha del resto nel dopoguerra, allorché nella prima edizione delle «Lettere dal carcere» di Gramsci, curata dallo stesso Togliatti (in collaborazione con Felice Platone) questa lettera non figura. Verrà pubblicata solo dopo la morte di Togliatti.
Questi i fatti; che adesso trovano conferma in un’altra lettera, quella che la cognata maggiore di Gramsci, Evgenia, e la moglie Julca, spediscono a Stalin attorno al 1940, con una serie di accuse, dirette o indirette, a Togliatti, fra cui quella di non aver fatto nulla per farlo riparare in Unione Sovietica, sottraendolo ai fulmini del regime fascista. Il direttore dell’Istituto Gramsci questa lettera l’ha trovata, e bene ha fatto a pubblicarla, scatenando le reazioni dei togliattiani a tutt’oggi più fedeli. In sintesi: chi non volle Gramsci a Mosca, Togliatti o Stalin? La questione è controversa, al punto da indurre gli estimatori di Togliatti (parrà strano, ma ce ne sono ancora) a sostenere una tesi che sembra contenere una parte di verità. Non aprendogli la strada di Mosca, Togliatti ha salvato Gramsci da un destino atroce, quello di finire davanti a un plotone di esecuzione, comunque in un gulag.
Che questa a Mosca sarebbe stata la fine di Gramsci, non c’è dubbio alcuno. In più di una occasione aveva condannato i metodi con cui Stalin governava il partito sovietico e la sua politica di guerra aperta ai socialisti, bollati come eretici, e perfino tacciati di «socialfascisti». Una politica che divideva la sinistra davanti a Hitler e Mussolini. Ma proprio per questo è difficile pensare che Togliatti abbia agito indipendentemente da Stalin nel decidere del destino di Gramsci. Fu un fedelissimo di Stalin, quando nella segreteria del Comintern controfirmò la condanna dei comunisti polacchi, in Spagna nelle epurazioni a sinistra contro trozkisti e anarchici. In Italia nel tentativo di svuotare dall’interno la democrazia del dopoguerra, pur aderendovi formalmente. Fu con Mosca durante la repressione a Budapest (ricordiamo l’episodio, narrato da Ingrao, del brindisi all’intervento sovietico). Insomma: un fedele non privo di risvolti opportunistici, se la Madre Russia glielo chiedeva. Gramsci gli stava bene in galera in Italia: se non gli aprì la strada di Mosca fu solo perché Stalin non glielo chiese. Quello Stalin per cui una galera valeva l’altra, incapace perfino di concepire che da noi potessero essere diverse.
Diverse rispetto a quelle sovietiche, pur nel quadro di una dittatura. Con un carcere, quello di Turi, che carcere pur sempre era, ma per malati cronici. Con la possibilità per Gramsci di morire non in cella, ma nella clinica Quisisana di Roma; per la cognata Tania e per l’economista Sraffa, con la possibilità di salvare i suoi documenti (i «Quaderni», o le «Lettere dal carcere»), che nessuno in Italia provvide a sequestrare, come accadde nella Russia staliniana per gli scritti di Trotzky o di Bucharin. È in questo quadro che la lettera di Evgenia e di Julca a Stalin assurme soltanto un’importanza temporale. In una Russia dove ciascuno doveva piegarsi al rito dell’accusa, le due donne fecero quanto gli si chiedeva, perfino disegnando il ritratto di uno Stalin migliore di Togliatti, quando nella realtà i due filavano di comune accordo. La prova? Il fatto che Togliatti sia uscito indenne dalle purghe che pure avevano travolto tante figure in posizioni simili alla sua.
Su Gramsci Stalin e Togliatti erano d’accordo
di RAFFAELLO UBOLDI
PER capire la complessa vicenda nei rapporti fra Gramsci, Togliatti e Stalin, occorre (al di là delle arrampicature sui vetri dei vari Canfora e Macaluso — lascio fuori dal mazzo, e spiegherò perché, Pons, direttore dell’Istituto Gramsci) tener presenti i fatti. E i fatti ci dicono che Gramsci, chiuso a Milano nel carcere di San Vittore, in attesa di comparire davanti al Tribunale Speciale, imposta così la sua linea di difesa: egli è comunista, ma da che è stato eletto deputato non si è più occupato del partito. Ed ecco, a smentirlo che gli arriva la lettera di un togliattiano di provata fede, Grieco (si badi, spedita per posta ordinaria, quindi a piena disposizione della censura) che lo qualifica come l’unico, riconosciuto capo del Pci. Gramsci non ha dubbi su chi gli abbia sparato nella schiena. Tanto è vero che in una lettera alla cognata, Tania Schucht, scriverà: «Chi mi ha condannato è stato un organismo più vasto, di cui il Tribunale Speciale non è stato che l’indicazione esterna e materiale che ha compilato l’atto legale di condanna». E più avanti: «Devo dire che tra questi condannatori c’è stata anche mia moglie, Julca, credo, anzi, sono fermamente convinto, persuasa inconsciamente, e c’è una serie di altre persone meno inconscie». Una riprova che Togliatti fosse dietro al complotto contro il suo grande avversario nel partito la si ha del resto nel dopoguerra, allorché nella prima edizione delle «Lettere dal carcere» di Gramsci, curata dallo stesso Togliatti (in collaborazione con Felice Platone) questa lettera non figura. Verrà pubblicata solo dopo la morte di Togliatti.
Questi i fatti; che adesso trovano conferma in un’altra lettera, quella che la cognata maggiore di Gramsci, Evgenia, e la moglie Julca, spediscono a Stalin attorno al 1940, con una serie di accuse, dirette o indirette, a Togliatti, fra cui quella di non aver fatto nulla per farlo riparare in Unione Sovietica, sottraendolo ai fulmini del regime fascista. Il direttore dell’Istituto Gramsci questa lettera l’ha trovata, e bene ha fatto a pubblicarla, scatenando le reazioni dei togliattiani a tutt’oggi più fedeli. In sintesi: chi non volle Gramsci a Mosca, Togliatti o Stalin? La questione è controversa, al punto da indurre gli estimatori di Togliatti (parrà strano, ma ce ne sono ancora) a sostenere una tesi che sembra contenere una parte di verità. Non aprendogli la strada di Mosca, Togliatti ha salvato Gramsci da un destino atroce, quello di finire davanti a un plotone di esecuzione, comunque in un gulag.
Che questa a Mosca sarebbe stata la fine di Gramsci, non c’è dubbio alcuno. In più di una occasione aveva condannato i metodi con cui Stalin governava il partito sovietico e la sua politica di guerra aperta ai socialisti, bollati come eretici, e perfino tacciati di «socialfascisti». Una politica che divideva la sinistra davanti a Hitler e Mussolini. Ma proprio per questo è difficile pensare che Togliatti abbia agito indipendentemente da Stalin nel decidere del destino di Gramsci. Fu un fedelissimo di Stalin, quando nella segreteria del Comintern controfirmò la condanna dei comunisti polacchi, in Spagna nelle epurazioni a sinistra contro trozkisti e anarchici. In Italia nel tentativo di svuotare dall’interno la democrazia del dopoguerra, pur aderendovi formalmente. Fu con Mosca durante la repressione a Budapest (ricordiamo l’episodio, narrato da Ingrao, del brindisi all’intervento sovietico). Insomma: un fedele non privo di risvolti opportunistici, se la Madre Russia glielo chiedeva. Gramsci gli stava bene in galera in Italia: se non gli aprì la strada di Mosca fu solo perché Stalin non glielo chiese. Quello Stalin per cui una galera valeva l’altra, incapace perfino di concepire che da noi potessero essere diverse.
Diverse rispetto a quelle sovietiche, pur nel quadro di una dittatura. Con un carcere, quello di Turi, che carcere pur sempre era, ma per malati cronici. Con la possibilità per Gramsci di morire non in cella, ma nella clinica Quisisana di Roma; per la cognata Tania e per l’economista Sraffa, con la possibilità di salvare i suoi documenti (i «Quaderni», o le «Lettere dal carcere»), che nessuno in Italia provvide a sequestrare, come accadde nella Russia staliniana per gli scritti di Trotzky o di Bucharin. È in questo quadro che la lettera di Evgenia e di Julca a Stalin assurme soltanto un’importanza temporale. In una Russia dove ciascuno doveva piegarsi al rito dell’accusa, le due donne fecero quanto gli si chiedeva, perfino disegnando il ritratto di uno Stalin migliore di Togliatti, quando nella realtà i due filavano di comune accordo. La prova? Il fatto che Togliatti sia uscito indenne dalle purghe che pure avevano travolto tante figure in posizioni simili alla sua.
Giordano Bruno e Clemente VIII
Il Giornale Di Brescia 20.7.03
Luci e ombre nella biografia del pontefice
CLEMENTE VIII TRA GIORDANO BRUNO E LE RIFORME
di Raffaello Uboldi
All’alba del 17 febbraio del 1600 i romani videro un corteo preceduto da un uomo in catene e con la lingua bloccata da uno strumento detto «mordecchia», usato per impedire agli eretici di bestemmiare sul rogo. La processione si dirigeva verso la piazza di Campo de’ Fiori, dov’era stata allestita la pira. L’uomo in catene era Giordano Bruno, l’ex-frate domenicano arrestato nel maggio del 1592 su ordine dell’Inquisizione e condannato al rogo per eresia dopo un processo durato otto anni. Fra le accuse che gli erano state mosse c’era quella di essersi fatto portavoce del libero pensiero, anche in contrasto coi dettami della Chiesa, di aver sostenuto, in linea con la filosofia copernicana, ma addirittura superandola, la pluralità dei mondi e il dilatarsi all’infinito dell’Universo, e così via. Mentre Giordano Bruno moriva, il pontefice Clemente VIII, al secolo Ippolito Aldobrandini, saliva la Scala Santa nell’ambito delle celebrazioni del Giubileo. Un Giubileo che riscosse molto successo, con un milione e duecentomila pellegrini affluiti a Roma da ogni dove, ottomila Messe celebrate in San Pietro e 200.000 fedeli presenti nel giorno di Pasqua alla benedizione papale. La morte di Bruno non aveva mutato in nulla i rapporti dei fedeli con la Chiesa. Del resto, vedere un eretico salire sul rogo era abbastanza consueto. Prima del frate domenicano, altri diciassette eretici - o presunti tali - erano stati condannati alla stessa pena durante quel pontificato. E pochi (o nessuno) erano a conoscenza delle parole gettate da Giordano Bruno in faccia ai suoi giudici: «Voi pronunciate la sentenza con maggiore paura di quella con la quale io l’ascolto». In seguito, col passare del tempo, le cose sono mutate: all’esaltazione della figura di Giordano Bruno si è unita, in parallelo, la condanna di Clemente VIII. Ma meritava davvero, quel Pontefice, un simile destino? È la domanda che si pone Rita Pomponio in un libro appassionante, dal taglio di un romanzo, anche se rigorosamente aderente ai fatti: Il Papa che bruciò Giordano Bruno (Piemme, 300 pagine, 18 €). La conclusione è che, a quasi quattrocento anni dalla sua morte - avvenuta il 5 marzo 1605 per emorragia cerebrale, - pochi conoscono appieno la figura di colui che fu «un grande pontefice», vissuto in uno dei secoli più tormentati per l’Europa e la Cristianità. Un uomo del suo tempo, certo; e questo spiega i roghi per eresia, le confessioni estratte con la tortura, i processi davanti al terribile tribunale della Santa Inquisizione, dove l’importante era arrivare a una condanna, capace di servire da monito agli spiriti ribelli, più che appurare la realtà dei fatti. Un Pontefice che era la guida della Chiesa, ma che al tempo stesso regnava su uno Stato minacciato dalle dottrine protestanti, dai Turchi alle porte e dalle rivalità tra i principi cristiani. È proprio tenendo conto di un orizzonte così burrascoso, che il pontificato di Clemente VIII viene esaltato per i traguardi raggiunti, dalla conquista del Ducato di Ferrara all’abiura - anche se per motivi certamente più politici che religiosi - di Enrico IV, convinto che Parigi, cioè il trono di Francia, valesse bene «una Messa»; dalla riforma della Chiesa, attuata sulla base dei decreti approvati dal Consiglio di Trento, all’avvio di nuove missioni in Oriente. Nel servire la Chiesa, questo Papa si avvalse spesso della collaborazione di un amico e confidente quale Filippo Neri, che molti anni prima gli aveva fatto questa predizione: «Un giorno sarai papa e ti chiamerai Clemente». Sostenne San Giuseppe Calasanzio nell’istituzione della prima scuola pubblica gratuita per i figli del popolo, l’unica allora esistente in tutta l’Europa. Un’attenzione particolare fu rivolta ai malati di mente, accolti nell’Ospedale di Santa Maria della Pietà con la raccomandazione che venissero loro prodigate «cure amorevoli al fine di recuperarli a una vita normale». Il Papa propose perfino di istituire una moneta unica in Italia. Introdusse pene severe per gli usurai, per coloro che divulgavano false notizie e per i criminali che lanciavano pietre contro le carrozze. Con eguale severità cercò di combattere il traffico dilagante di opere d’arte e i tombaroli che saccheggiavano i siti archeologici. Chiese ai giudici di accelerare i processi, per evitare agli imputati, specie quando la loro innocenza fosse ovvia in partenza, una lunga e ingiusta reclusione. Vietò ai magistrati, avvocati e carcerieri di accettare regalie dai detenuti. Stese di persona leggi molto rigorose per arginare la «cattiva abitudine», che si andava diffondendo fra i rampolli della nobiltà, di assassinare i genitori al fine di ereditarne i beni. Fu amico di letterati, fra i quali giganteggia la figura di Torquato Tasso. Preoccupato della condotta non proprio ascetica di tanti religiosi e della mancanza di disciplina nei conventi, fu il primo pontefice a compiere quelle visite che furono chiamate «pastorali». Insomma, Clemente VIII fu un pontefice che avrebbe meritato una maggiore stima fra i posteri. Se non fosse per quella morte sul rogo a cui condannò un uomo che ci ha insegnato che il diritto di pensare con la propria testa merita il sacrificio della vita.
Luci e ombre nella biografia del pontefice
CLEMENTE VIII TRA GIORDANO BRUNO E LE RIFORME
di Raffaello Uboldi
All’alba del 17 febbraio del 1600 i romani videro un corteo preceduto da un uomo in catene e con la lingua bloccata da uno strumento detto «mordecchia», usato per impedire agli eretici di bestemmiare sul rogo. La processione si dirigeva verso la piazza di Campo de’ Fiori, dov’era stata allestita la pira. L’uomo in catene era Giordano Bruno, l’ex-frate domenicano arrestato nel maggio del 1592 su ordine dell’Inquisizione e condannato al rogo per eresia dopo un processo durato otto anni. Fra le accuse che gli erano state mosse c’era quella di essersi fatto portavoce del libero pensiero, anche in contrasto coi dettami della Chiesa, di aver sostenuto, in linea con la filosofia copernicana, ma addirittura superandola, la pluralità dei mondi e il dilatarsi all’infinito dell’Universo, e così via. Mentre Giordano Bruno moriva, il pontefice Clemente VIII, al secolo Ippolito Aldobrandini, saliva la Scala Santa nell’ambito delle celebrazioni del Giubileo. Un Giubileo che riscosse molto successo, con un milione e duecentomila pellegrini affluiti a Roma da ogni dove, ottomila Messe celebrate in San Pietro e 200.000 fedeli presenti nel giorno di Pasqua alla benedizione papale. La morte di Bruno non aveva mutato in nulla i rapporti dei fedeli con la Chiesa. Del resto, vedere un eretico salire sul rogo era abbastanza consueto. Prima del frate domenicano, altri diciassette eretici - o presunti tali - erano stati condannati alla stessa pena durante quel pontificato. E pochi (o nessuno) erano a conoscenza delle parole gettate da Giordano Bruno in faccia ai suoi giudici: «Voi pronunciate la sentenza con maggiore paura di quella con la quale io l’ascolto». In seguito, col passare del tempo, le cose sono mutate: all’esaltazione della figura di Giordano Bruno si è unita, in parallelo, la condanna di Clemente VIII. Ma meritava davvero, quel Pontefice, un simile destino? È la domanda che si pone Rita Pomponio in un libro appassionante, dal taglio di un romanzo, anche se rigorosamente aderente ai fatti: Il Papa che bruciò Giordano Bruno (Piemme, 300 pagine, 18 €). La conclusione è che, a quasi quattrocento anni dalla sua morte - avvenuta il 5 marzo 1605 per emorragia cerebrale, - pochi conoscono appieno la figura di colui che fu «un grande pontefice», vissuto in uno dei secoli più tormentati per l’Europa e la Cristianità. Un uomo del suo tempo, certo; e questo spiega i roghi per eresia, le confessioni estratte con la tortura, i processi davanti al terribile tribunale della Santa Inquisizione, dove l’importante era arrivare a una condanna, capace di servire da monito agli spiriti ribelli, più che appurare la realtà dei fatti. Un Pontefice che era la guida della Chiesa, ma che al tempo stesso regnava su uno Stato minacciato dalle dottrine protestanti, dai Turchi alle porte e dalle rivalità tra i principi cristiani. È proprio tenendo conto di un orizzonte così burrascoso, che il pontificato di Clemente VIII viene esaltato per i traguardi raggiunti, dalla conquista del Ducato di Ferrara all’abiura - anche se per motivi certamente più politici che religiosi - di Enrico IV, convinto che Parigi, cioè il trono di Francia, valesse bene «una Messa»; dalla riforma della Chiesa, attuata sulla base dei decreti approvati dal Consiglio di Trento, all’avvio di nuove missioni in Oriente. Nel servire la Chiesa, questo Papa si avvalse spesso della collaborazione di un amico e confidente quale Filippo Neri, che molti anni prima gli aveva fatto questa predizione: «Un giorno sarai papa e ti chiamerai Clemente». Sostenne San Giuseppe Calasanzio nell’istituzione della prima scuola pubblica gratuita per i figli del popolo, l’unica allora esistente in tutta l’Europa. Un’attenzione particolare fu rivolta ai malati di mente, accolti nell’Ospedale di Santa Maria della Pietà con la raccomandazione che venissero loro prodigate «cure amorevoli al fine di recuperarli a una vita normale». Il Papa propose perfino di istituire una moneta unica in Italia. Introdusse pene severe per gli usurai, per coloro che divulgavano false notizie e per i criminali che lanciavano pietre contro le carrozze. Con eguale severità cercò di combattere il traffico dilagante di opere d’arte e i tombaroli che saccheggiavano i siti archeologici. Chiese ai giudici di accelerare i processi, per evitare agli imputati, specie quando la loro innocenza fosse ovvia in partenza, una lunga e ingiusta reclusione. Vietò ai magistrati, avvocati e carcerieri di accettare regalie dai detenuti. Stese di persona leggi molto rigorose per arginare la «cattiva abitudine», che si andava diffondendo fra i rampolli della nobiltà, di assassinare i genitori al fine di ereditarne i beni. Fu amico di letterati, fra i quali giganteggia la figura di Torquato Tasso. Preoccupato della condotta non proprio ascetica di tanti religiosi e della mancanza di disciplina nei conventi, fu il primo pontefice a compiere quelle visite che furono chiamate «pastorali». Insomma, Clemente VIII fu un pontefice che avrebbe meritato una maggiore stima fra i posteri. Se non fosse per quella morte sul rogo a cui condannò un uomo che ci ha insegnato che il diritto di pensare con la propria testa merita il sacrificio della vita.
sabato 19 luglio 2003
Gramsci
Corriere della sera 19.7.03
IN FAMIGLIA
Evgenia, Julia, Tania Tre sorelle unite dalla fede comunista
di AURELIO LEPRE
La lettera di Evgenia e Julia Schucht a Stalin è un altro segno di come sia stato stretto il groviglio che ha unito pubblico e privato nella vita di Antonio Gramsci. E come le sue vicende familiari possano rendere ancora più complesso il nodo della questione dei rapporti tra Gramsci e Togliatti. Antonio aveva conosciuto per prima Evgenia, nel 1922, tra le nevi del sanatorio di Sieriebriani bor, in Russia, dove entrambi erano ricoverati per esaurimento. Le fatiche dell'attività rivoluzionaria minacciavano di stroncare sia il dirigente politico italiano sia la giovane russa, che aveva combattuto la guerra civile nel corpo dei fucilieri. Tra i due nacque una forte simpatia, ma poi Antonio conobbe Julia, la sorella più giovane, e se ne innamorò. Quando nacque Delio, Evgenia si affezionò morbosamente al nipote: inutilmente il padre, Apollon, le diceva che il bambino aveva una sola madre, Julia. Antonio, che era assente per ragioni politiche, era stato avvertito, ma non era intervenuto. La situazione si aggravò nei mesi in cui i tre vissero insieme a Roma: Evgenia cercava di non fare affezionare Delio ad Antonio, che trattava con freddezza. Più tardi, mentre era in carcere, Antonio non approvò i metodi con cui Julia ed Evgenia educavano Delio e l'altro figlio, Giuliano. Non conosciamo con precisione quali rapporti si siano stabiliti in quegli anni durissimi all'interno della famiglia Schucht: Tania accennava frequentemente a complessi problemi psicologici, che Antonio non era in grado di comprendere e che lo tormentavano. Carlo, il fratello di Gramsci, dopo una visita a Mosca, informò Tania (che ne scrisse a sua volta ad Antonio) che nella famiglia Schucht si cercava di allontanare i figli dal padre, accusandolo di non essersene mai occupato, nemmeno prima di finire in carcere. Un giorno Tania gli inviò un passo di una lettera di Apollon in cui era scritto: «Non ho detto che Giulia non scrive perché è ammalata, ho detto che non lo fa che raramente, perché le riesce assai penoso di farlo nelle condizioni in cui si è costretti di compierlo».
Aldo Natoli ha avanzato l'ipotesi che Evgenia, fervente stalinista, ritenesse Gramsci filotrotzkista e cercasse perciò di impedire a Julia di scrivergli. Era la fine del 1930. L'accusa di trotzkismo mossa da Evgenia ai presunti «traditori» di Gramsci appare singolare: non è un'ipotesi azzardata supporre che, se Gramsci in quegli anni fosse vissuto in Unione Sovietica, sarebbe stato processato proprio come «trotzkista».
Nella lettera a Stalin fra i «traditori» le due sorelle non nominano né Grieco né Togliatti, ma il primo era stato un seguace di Bordiga e poteva perciò essere facilmente sospettato di simpatie per Trotzkij; il secondo aveva rischiato di essere coinvolto nei grandi processi ed era caduto in disgrazia per i suoi atteggiamenti durante la guerra di Spagna. Dolores Ibarruri dichiarò a Dimitrov, segretario del Comintern, di non fidarsene pienamente, perché sentiva in Togliatti «qualcosa di estraneo, di non nostro». È strano, inoltre, che nel 1940 Evgenia e Julia scrivano di essersi rivolte a Ezov, uno dei più sanguinari pretoriani di Stalin, che lo stesso dittatore mandò a morte nel 1938, dopo essersene servito contro i suoi nemici. Sui personaggi politici eliminati di solito cadeva il silenzio.
Per i suoi toni aspri e inquisitori la lettera sembra appartenere molto più a Evgenia che a Julia. Vero è che anche la mite Tania, quando, dopo la morte di Gramsci, cercò di riaprire la discussione sul «tradimento», ne diede un'interpretazione eguale a quella su cui venivano costruiti i processi staliniani: lo attribuì, infatti, «all’esplicarsi di un'attività quasi diabolica». Poiché Tania scrisse queste parole a Sraffa, è possibile pensare che volesse accennare, oltre che a Grieco, anche a Togliatti? A me non sembra probabile, ma per un chiarimento definitivo bisognerebbe conoscere meglio quale fu il ruolo di Piero Sraffa in tutta la vicenda, se semplice mediatore tra Tania e Togliatti o qualcosa di più.
IN FAMIGLIA
Evgenia, Julia, Tania Tre sorelle unite dalla fede comunista
di AURELIO LEPRE
La lettera di Evgenia e Julia Schucht a Stalin è un altro segno di come sia stato stretto il groviglio che ha unito pubblico e privato nella vita di Antonio Gramsci. E come le sue vicende familiari possano rendere ancora più complesso il nodo della questione dei rapporti tra Gramsci e Togliatti. Antonio aveva conosciuto per prima Evgenia, nel 1922, tra le nevi del sanatorio di Sieriebriani bor, in Russia, dove entrambi erano ricoverati per esaurimento. Le fatiche dell'attività rivoluzionaria minacciavano di stroncare sia il dirigente politico italiano sia la giovane russa, che aveva combattuto la guerra civile nel corpo dei fucilieri. Tra i due nacque una forte simpatia, ma poi Antonio conobbe Julia, la sorella più giovane, e se ne innamorò. Quando nacque Delio, Evgenia si affezionò morbosamente al nipote: inutilmente il padre, Apollon, le diceva che il bambino aveva una sola madre, Julia. Antonio, che era assente per ragioni politiche, era stato avvertito, ma non era intervenuto. La situazione si aggravò nei mesi in cui i tre vissero insieme a Roma: Evgenia cercava di non fare affezionare Delio ad Antonio, che trattava con freddezza. Più tardi, mentre era in carcere, Antonio non approvò i metodi con cui Julia ed Evgenia educavano Delio e l'altro figlio, Giuliano. Non conosciamo con precisione quali rapporti si siano stabiliti in quegli anni durissimi all'interno della famiglia Schucht: Tania accennava frequentemente a complessi problemi psicologici, che Antonio non era in grado di comprendere e che lo tormentavano. Carlo, il fratello di Gramsci, dopo una visita a Mosca, informò Tania (che ne scrisse a sua volta ad Antonio) che nella famiglia Schucht si cercava di allontanare i figli dal padre, accusandolo di non essersene mai occupato, nemmeno prima di finire in carcere. Un giorno Tania gli inviò un passo di una lettera di Apollon in cui era scritto: «Non ho detto che Giulia non scrive perché è ammalata, ho detto che non lo fa che raramente, perché le riesce assai penoso di farlo nelle condizioni in cui si è costretti di compierlo».
Aldo Natoli ha avanzato l'ipotesi che Evgenia, fervente stalinista, ritenesse Gramsci filotrotzkista e cercasse perciò di impedire a Julia di scrivergli. Era la fine del 1930. L'accusa di trotzkismo mossa da Evgenia ai presunti «traditori» di Gramsci appare singolare: non è un'ipotesi azzardata supporre che, se Gramsci in quegli anni fosse vissuto in Unione Sovietica, sarebbe stato processato proprio come «trotzkista».
Nella lettera a Stalin fra i «traditori» le due sorelle non nominano né Grieco né Togliatti, ma il primo era stato un seguace di Bordiga e poteva perciò essere facilmente sospettato di simpatie per Trotzkij; il secondo aveva rischiato di essere coinvolto nei grandi processi ed era caduto in disgrazia per i suoi atteggiamenti durante la guerra di Spagna. Dolores Ibarruri dichiarò a Dimitrov, segretario del Comintern, di non fidarsene pienamente, perché sentiva in Togliatti «qualcosa di estraneo, di non nostro». È strano, inoltre, che nel 1940 Evgenia e Julia scrivano di essersi rivolte a Ezov, uno dei più sanguinari pretoriani di Stalin, che lo stesso dittatore mandò a morte nel 1938, dopo essersene servito contro i suoi nemici. Sui personaggi politici eliminati di solito cadeva il silenzio.
Per i suoi toni aspri e inquisitori la lettera sembra appartenere molto più a Evgenia che a Julia. Vero è che anche la mite Tania, quando, dopo la morte di Gramsci, cercò di riaprire la discussione sul «tradimento», ne diede un'interpretazione eguale a quella su cui venivano costruiti i processi staliniani: lo attribuì, infatti, «all’esplicarsi di un'attività quasi diabolica». Poiché Tania scrisse queste parole a Sraffa, è possibile pensare che volesse accennare, oltre che a Grieco, anche a Togliatti? A me non sembra probabile, ma per un chiarimento definitivo bisognerebbe conoscere meglio quale fu il ruolo di Piero Sraffa in tutta la vicenda, se semplice mediatore tra Tania e Togliatti o qualcosa di più.
Breve ma autorevole affermazione anglosassone sul più importante quotidiano nazionale
Corriere della Sera 19.7.03
LONDRA
Stress e depressione Una predisposizione nel Dna
Stress e depressione: è tutto nel Dna. Ricercatori inglesi, americani e neozelandesi hanno rivelato il ruolo dell'interazione tra geni e ambiente. Il tipo di reazione ad eventi stressanti o dolorosi è determinato da un tratto di Dna che, se più corto, produce meno serotonina e rende meno resistenti alla depressione.
LONDRA
Stress e depressione Una predisposizione nel Dna
Stress e depressione: è tutto nel Dna. Ricercatori inglesi, americani e neozelandesi hanno rivelato il ruolo dell'interazione tra geni e ambiente. Il tipo di reazione ad eventi stressanti o dolorosi è determinato da un tratto di Dna che, se più corto, produce meno serotonina e rende meno resistenti alla depressione.
Schopenhauer
La Stampa Tuttolibri 19/7/2003
Schopenhauer e il barboncino: lo amo perché non si pone domande
NON appena Arthur Schopenhauer cominciò a pensare si sentì diviso dal mondo. Era d'accordo con Leopardi nel ritenerlo una lega di furfanti contro gli onesti e di vigliacchi contro i generosi. Pur non respingendo nessun essere umano, incontrava solo miseri gnomi, limitati di cervello, malvagi di cuore. Le rare eccezioni avevano dai venticinque ai quarant'anni più di lui. Ai Musei Vaticani scoprì incisa sotto il busto di Biante una scritta in greco: ”La maggior parte degli uomini è malvagia”. A trent'anni ne ebbe abbastanza di considerare suoi simili esseri che in realtà non lo erano. Finché il gatto è giovane, si disse, gioca con pallottoline di carta perché crede che siano vive e simili a lui. Ma una volta cresciuto, sa cosa sono e le lascia stare. Considerando nullità gli uomini accanto a cui viveva, il suo massimo godimento erano i pensieri tramandati di esseri simili a lui che un tempo si erano affannati come lui tra quanti non lo erano. La loro lettera morta gli parlava in tono più familiare che non la viva esistenza dei bipedi. Per l'emigrato, diceva, una lettera da casa vale più di una conversazione con gli stranieri che gli stanno intorno. Considerava il suo l'isolamento di un individuo eccelso, del quale il bipede finge di non notare la superiorità con lo stesso istinto con cui un insetto si finge morto. La madre lo fece andare via di casa perché con questi discorsi offendeva i suoi ospiti. L'unico con cui Schopenhauer convisse da allora in poi fu un barboncino. Schopenhauer lo amava perché non si poneva domande. Solo l’uomo si meraviglia della propria esistenza. A trent'anni scrisse un'opera che cominciava con queste parole: ”Il mondo è la mia rappresentazione”. Ne vendette pochissime copie, nonostante alcuni paragrafi fossero stati scritti dallo Spirito Santo. Come Angelo Silesio, Schopenhauer sapeva che senza di lui Dio non poteva vivere un attimo. Come Cartesio e come i Veda, riteneva che nessuno di noi possa uscire da se stesso e vedere le cose per quello che sono, che tutto ciò di cui si ha conoscenza certa si trovi dentro il nostro sistema nervoso e cerebrale. Come per Platone, Pindaro, Sofocle, Shakespeare e Calderon de la Barca, la vita per Schopenhauer era un sogno, una ragnatela di apparenze, un sortilegio. Schopenhauer era un seguace di Kant, ma mentre per Kant il fenomeno era autenticamente accessibile alla mente umana, per Schopenhauer era come il velo di Maya che copre il vero volto delle cose. L'unica cosa che esiste, diceva Schopenhauer, è la volontà di vivere, l'impulso inconscio e irresistibile che accomuna il filosofo, il barboncino, i fili d'erba e i cristalli. Ma a differenza dei cristalli, dei fili d'erba e del barboncino, il filosofo squarciava il velo di Maya dell’illusione quando asseriva di non essere che volontà. La volontà, spiegava Schopenhauer, è l'elemento in assoluto più basso e più spregevole in noi. Bisogna nasconderla come si nascondono i genitali. La vita di Schopenhauer era guidata da una massima: ”Volere il meno possibile e conoscere il più possibile”. La felicità dell'uomo comune consiste nell'alternanza di lavoro e piacere. Per Schopenhauer, invece, erano una cosa sola. Se a volte Schopenhauer si sentì infelice, fu perché aveva creduto di essere un altro rispetto a quello che era e ne aveva compianto la miseria. Per esempio quando aveva pensato di essere un libero docente che non riesce a diventare professore.
Schopenhauer e il barboncino: lo amo perché non si pone domande
NON appena Arthur Schopenhauer cominciò a pensare si sentì diviso dal mondo. Era d'accordo con Leopardi nel ritenerlo una lega di furfanti contro gli onesti e di vigliacchi contro i generosi. Pur non respingendo nessun essere umano, incontrava solo miseri gnomi, limitati di cervello, malvagi di cuore. Le rare eccezioni avevano dai venticinque ai quarant'anni più di lui. Ai Musei Vaticani scoprì incisa sotto il busto di Biante una scritta in greco: ”La maggior parte degli uomini è malvagia”. A trent'anni ne ebbe abbastanza di considerare suoi simili esseri che in realtà non lo erano. Finché il gatto è giovane, si disse, gioca con pallottoline di carta perché crede che siano vive e simili a lui. Ma una volta cresciuto, sa cosa sono e le lascia stare. Considerando nullità gli uomini accanto a cui viveva, il suo massimo godimento erano i pensieri tramandati di esseri simili a lui che un tempo si erano affannati come lui tra quanti non lo erano. La loro lettera morta gli parlava in tono più familiare che non la viva esistenza dei bipedi. Per l'emigrato, diceva, una lettera da casa vale più di una conversazione con gli stranieri che gli stanno intorno. Considerava il suo l'isolamento di un individuo eccelso, del quale il bipede finge di non notare la superiorità con lo stesso istinto con cui un insetto si finge morto. La madre lo fece andare via di casa perché con questi discorsi offendeva i suoi ospiti. L'unico con cui Schopenhauer convisse da allora in poi fu un barboncino. Schopenhauer lo amava perché non si poneva domande. Solo l’uomo si meraviglia della propria esistenza. A trent'anni scrisse un'opera che cominciava con queste parole: ”Il mondo è la mia rappresentazione”. Ne vendette pochissime copie, nonostante alcuni paragrafi fossero stati scritti dallo Spirito Santo. Come Angelo Silesio, Schopenhauer sapeva che senza di lui Dio non poteva vivere un attimo. Come Cartesio e come i Veda, riteneva che nessuno di noi possa uscire da se stesso e vedere le cose per quello che sono, che tutto ciò di cui si ha conoscenza certa si trovi dentro il nostro sistema nervoso e cerebrale. Come per Platone, Pindaro, Sofocle, Shakespeare e Calderon de la Barca, la vita per Schopenhauer era un sogno, una ragnatela di apparenze, un sortilegio. Schopenhauer era un seguace di Kant, ma mentre per Kant il fenomeno era autenticamente accessibile alla mente umana, per Schopenhauer era come il velo di Maya che copre il vero volto delle cose. L'unica cosa che esiste, diceva Schopenhauer, è la volontà di vivere, l'impulso inconscio e irresistibile che accomuna il filosofo, il barboncino, i fili d'erba e i cristalli. Ma a differenza dei cristalli, dei fili d'erba e del barboncino, il filosofo squarciava il velo di Maya dell’illusione quando asseriva di non essere che volontà. La volontà, spiegava Schopenhauer, è l'elemento in assoluto più basso e più spregevole in noi. Bisogna nasconderla come si nascondono i genitali. La vita di Schopenhauer era guidata da una massima: ”Volere il meno possibile e conoscere il più possibile”. La felicità dell'uomo comune consiste nell'alternanza di lavoro e piacere. Per Schopenhauer, invece, erano una cosa sola. Se a volte Schopenhauer si sentì infelice, fu perché aveva creduto di essere un altro rispetto a quello che era e ne aveva compianto la miseria. Per esempio quando aveva pensato di essere un libero docente che non riesce a diventare professore.
Matteo Ricci, primo sinologo, vittima della Santa Inquisizione
Il Giornale di Vicenza Sabato 19 Luglio 2003
Una mostra che si apre oggi a Macerata ripropone al grande pubblico l’opera dell’umanista e matematico del Cinquecento
Matteo Ricci, un gesuita alla Corte dei Ming
di Nicoletta Castagni
Riuscì a costruire per la prima volta un solido ponte culturale tra l’Occidente e la Cina
Fu chiamato «il saggio d’Occidente» e riuscì a portare per la prima volta, alle soglie del ’600, il pensiero occidentale e cattolico alla corte imperiale della Cina. Eppure l’opera del gesuita Matteo Ricci è ancora sconosciuta ai più, rimossa dalle condanne dell’Inquisizione. Una mostra da oggi a Macerata (dove Ricci nacque nel 1552) la ripropone al largo pubblico. Presentata a Roma, la rassegna «Padre Matteo Ricci. L’Europa alla Corte dei Ming» (che in autunno arriverà a Roma in una sede ancora da definire) è curata da Filippo Mignini, ordinario di Storia della filosofia all’Università di Macerata, che con grande passione è riuscito a mettere insieme pezzi straordinari e in parte mai esposti prima, capaci di ricostruire l’esperienza emblematica del missionario gesuita, umanista e matematico, interamente volta a far incontrare due mondi e due culture all’epoca separati da distanze siderali.
Si tratta di una mostra difficile, ha esordito Mignini senza nascondere le difficoltà dell’iniziativa ideata dall’Istituto Matteo Ricci (nato due anni fa a Macerata), e organizzata per conto della Fondazione Cassa di Risparmio di Macerata in collaborazione con il Comune, la Provincia, la Regione e Banca delle Marche.
La fama di Ricci non è pari alla sua grandezza, ha proseguito il curatore, sottolineando che l’importanza del gesuita va ben oltre a quella di Marco Polo. In Cina, solo chi va all’università conosce le imprese del viaggiatore veneziano (anche se ora sono state divulgate da un film di successo), ha aggiunto, mentre tutti conoscono la vita di Li Madou, come veniva chiamato Padre Ricci nel Paese del Drago.
Il gesuita impiegò diciotto anni per risalire da Macao a Pechino dove arrivò all’età di 32 anni con la consegna di convertire al cattolicesimo l’imperatore di quello sconfinato e sconosciuto paese. Nell’attesa di entrare in Cina, Ricci imparò alla perfezione a leggere e scrivere nel cinese dei mandarini e come tale arrivo alla corte imperiale. Lì, come illustra la mostra di Macerata, il gesuita portò la sua considerevole cultura, formata a Firenze e a Roma, sotto la guida di maestri come il matematico Cristoforo Clavio, che fu amico di Keplero e Galilei. Ma soprattutto la sua curiosità, il desiderio di aprirsi alla diversità culturale.
Ricci introdusse per primo in Cina la teologia, la filosofia, la letteratura e le arti della vecchia Europa, rivelò che la Terra non era quadrata bensì rotonda e realizzò cinque diverse carte geografiche universali (le sei tavole del Mappamondo del 1602 saranno esposte per la prima volta in mostra). Pubblicò in cinese Cicerone, Euclide e convertì al cattolicesimo un gran numero di alti funzionari dell’apparato burocratico e militare cinese. Il suo modo di rapportarsi a quella cultura tanto diversa non era però in sintonia con la Chiesa di Roma, che non apprezzò le sua traduzione in cinese di «Deus» («Figlio del Cielo» era considerato troppo legato all’aspetto materiale) e la tolleranza per i riti confuciani (per Ricci che ne conosceva la valenza filosofica erano riti civili, di rispetto e gratitudine). Tanto che, nel 1704 l’Inquisizione condannò l’operato del gesuita, che venne riabilitato solo da Pio XII e quindi dal Concilio Vaticano II.
Una mostra che si apre oggi a Macerata ripropone al grande pubblico l’opera dell’umanista e matematico del Cinquecento
Matteo Ricci, un gesuita alla Corte dei Ming
di Nicoletta Castagni
Riuscì a costruire per la prima volta un solido ponte culturale tra l’Occidente e la Cina
Fu chiamato «il saggio d’Occidente» e riuscì a portare per la prima volta, alle soglie del ’600, il pensiero occidentale e cattolico alla corte imperiale della Cina. Eppure l’opera del gesuita Matteo Ricci è ancora sconosciuta ai più, rimossa dalle condanne dell’Inquisizione. Una mostra da oggi a Macerata (dove Ricci nacque nel 1552) la ripropone al largo pubblico. Presentata a Roma, la rassegna «Padre Matteo Ricci. L’Europa alla Corte dei Ming» (che in autunno arriverà a Roma in una sede ancora da definire) è curata da Filippo Mignini, ordinario di Storia della filosofia all’Università di Macerata, che con grande passione è riuscito a mettere insieme pezzi straordinari e in parte mai esposti prima, capaci di ricostruire l’esperienza emblematica del missionario gesuita, umanista e matematico, interamente volta a far incontrare due mondi e due culture all’epoca separati da distanze siderali.
Si tratta di una mostra difficile, ha esordito Mignini senza nascondere le difficoltà dell’iniziativa ideata dall’Istituto Matteo Ricci (nato due anni fa a Macerata), e organizzata per conto della Fondazione Cassa di Risparmio di Macerata in collaborazione con il Comune, la Provincia, la Regione e Banca delle Marche.
La fama di Ricci non è pari alla sua grandezza, ha proseguito il curatore, sottolineando che l’importanza del gesuita va ben oltre a quella di Marco Polo. In Cina, solo chi va all’università conosce le imprese del viaggiatore veneziano (anche se ora sono state divulgate da un film di successo), ha aggiunto, mentre tutti conoscono la vita di Li Madou, come veniva chiamato Padre Ricci nel Paese del Drago.
Il gesuita impiegò diciotto anni per risalire da Macao a Pechino dove arrivò all’età di 32 anni con la consegna di convertire al cattolicesimo l’imperatore di quello sconfinato e sconosciuto paese. Nell’attesa di entrare in Cina, Ricci imparò alla perfezione a leggere e scrivere nel cinese dei mandarini e come tale arrivo alla corte imperiale. Lì, come illustra la mostra di Macerata, il gesuita portò la sua considerevole cultura, formata a Firenze e a Roma, sotto la guida di maestri come il matematico Cristoforo Clavio, che fu amico di Keplero e Galilei. Ma soprattutto la sua curiosità, il desiderio di aprirsi alla diversità culturale.
Ricci introdusse per primo in Cina la teologia, la filosofia, la letteratura e le arti della vecchia Europa, rivelò che la Terra non era quadrata bensì rotonda e realizzò cinque diverse carte geografiche universali (le sei tavole del Mappamondo del 1602 saranno esposte per la prima volta in mostra). Pubblicò in cinese Cicerone, Euclide e convertì al cattolicesimo un gran numero di alti funzionari dell’apparato burocratico e militare cinese. Il suo modo di rapportarsi a quella cultura tanto diversa non era però in sintonia con la Chiesa di Roma, che non apprezzò le sua traduzione in cinese di «Deus» («Figlio del Cielo» era considerato troppo legato all’aspetto materiale) e la tolleranza per i riti confuciani (per Ricci che ne conosceva la valenza filosofica erano riti civili, di rispetto e gratitudine). Tanto che, nel 1704 l’Inquisizione condannò l’operato del gesuita, che venne riabilitato solo da Pio XII e quindi dal Concilio Vaticano II.
un proverbio toscano: "chi si somiglia si piglia"
Giornala di Brescia 19.7.03
Herbert Marcuse sepolto a Berlino accanto a Hegel
INUMATE IERI LE CENERI
BERLINO - Le ceneri del filosofo americano di origine tedesca Herbert Marcuse sono state inumate ieri a Berlino, ventiquattro anni dopo la sua morte. Durante la cerimonia, cui hanno partecipato un centinaio di persone, erano presenti il figlio di Marcuse, Peter, insieme a suo figlio Harold e alla femminista americana Angela Davis, allieva del filosofo. Marcuse è stato tra i fondatori della storica «Scuola di Francoforte» ed è morto nel 1979 durante una visita a Stanberg, in Germania. La vedova Ricky, che riteneva «sufficiente il numero di ebrei mandati nei forni crematori in Germania», volle che il corpo del marito fosse cremato in Austria, poi le ceneri furono portate negli Stati Uniti. L’urna è stata conservata per diversi anni a New Haven, nel Connecticut, vicino alla residenza del figlio Peter e riportata soltanto il 14 luglio scorso in Germania per la sepoltura. Marcuse, oltre a riposare vicino alla tomba di Hegel, suo padre spirituale, sarà seppellito vicino ad un altro importante filosofo tedesco, Johann Gottlieb Fichte, teorico della «Nazione tedesca».
Herbert Marcuse sepolto a Berlino accanto a Hegel
INUMATE IERI LE CENERI
BERLINO - Le ceneri del filosofo americano di origine tedesca Herbert Marcuse sono state inumate ieri a Berlino, ventiquattro anni dopo la sua morte. Durante la cerimonia, cui hanno partecipato un centinaio di persone, erano presenti il figlio di Marcuse, Peter, insieme a suo figlio Harold e alla femminista americana Angela Davis, allieva del filosofo. Marcuse è stato tra i fondatori della storica «Scuola di Francoforte» ed è morto nel 1979 durante una visita a Stanberg, in Germania. La vedova Ricky, che riteneva «sufficiente il numero di ebrei mandati nei forni crematori in Germania», volle che il corpo del marito fosse cremato in Austria, poi le ceneri furono portate negli Stati Uniti. L’urna è stata conservata per diversi anni a New Haven, nel Connecticut, vicino alla residenza del figlio Peter e riportata soltanto il 14 luglio scorso in Germania per la sepoltura. Marcuse, oltre a riposare vicino alla tomba di Hegel, suo padre spirituale, sarà seppellito vicino ad un altro importante filosofo tedesco, Johann Gottlieb Fichte, teorico della «Nazione tedesca».
venerdì 18 luglio 2003
i bambini imparano una lingua solo nel rapporto interumano: gli americani constatano, ma non capiscono...
Le Scienze 17.07.2003
Come i bambini imparano le lingue (...)
Secondo tre diversi studi, condotti da ricercatori dell' Università di Washington (http://www.pnas.org/) , l'interazione sociale sembrerebbe svolgere un ruolo molto più importante di quanto si pensasse sul modo in cui i neonati apprendono il linguaggio.
In un primo studio i ricercatori, guidati dal neuroscienziato Patricia Kuhl, hanno esaminato bambini americani di 9 mesi che hanno ascoltato per meno di cinque ore persone di madrelingua che parlavano in cinese mandarino: in seguito, i bambini erano in grado di distinguere gli elementi fonetici di quella lingua. In un secondo studio, lo stesso materiale linguistico è stato fatto ascoltare a un altro gruppo di bambini americani, ma stavolta tramite un DVD oppure un'audiocassetta. In questo caso, i bambini non si sono dimostrati capaci di distinguerne le unità fonetiche. Le scoperte, pubblicate sulla rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences", costituiscono la prima dimostrazione sperimentale di apprendimento fonetico mediante l'esposizione naturale al linguaggio sotto condizioni controllate di laboratorio.
"I risultati - spiega Kuhl - indicano che a 9 mesi i bambini possono accumulare informazioni fonetiche dall'esposizione per la prima volta a una lingua straniera per un periodo di tempo relativamente breve, ma solo se la lingua viene prodotta da un essere umano. Questo ci dice che l'interazione sociale è una componente importante dell'apprendimento delle lingue".
In un terzo studio, pubblicato ad aprile sulla rivista " Developmental Science " (http://www.blackwell-synergy.com/servlet/useragent?func=showIssues&code=desc), gli scienziati hanno esaminato l'impatto della qualità della lingua parlata dalla madre sull'apprendimento dei bambini, scoprendo un'associazione estremamente elevata fra la chiarezza con cui parla la madre e l'efficacia con cui il bambino distingue i suoni del linguaggio.
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.
Come i bambini imparano le lingue (...)
Secondo tre diversi studi, condotti da ricercatori dell' Università di Washington (http://www.pnas.org/) , l'interazione sociale sembrerebbe svolgere un ruolo molto più importante di quanto si pensasse sul modo in cui i neonati apprendono il linguaggio.
In un primo studio i ricercatori, guidati dal neuroscienziato Patricia Kuhl, hanno esaminato bambini americani di 9 mesi che hanno ascoltato per meno di cinque ore persone di madrelingua che parlavano in cinese mandarino: in seguito, i bambini erano in grado di distinguere gli elementi fonetici di quella lingua. In un secondo studio, lo stesso materiale linguistico è stato fatto ascoltare a un altro gruppo di bambini americani, ma stavolta tramite un DVD oppure un'audiocassetta. In questo caso, i bambini non si sono dimostrati capaci di distinguerne le unità fonetiche. Le scoperte, pubblicate sulla rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences", costituiscono la prima dimostrazione sperimentale di apprendimento fonetico mediante l'esposizione naturale al linguaggio sotto condizioni controllate di laboratorio.
"I risultati - spiega Kuhl - indicano che a 9 mesi i bambini possono accumulare informazioni fonetiche dall'esposizione per la prima volta a una lingua straniera per un periodo di tempo relativamente breve, ma solo se la lingua viene prodotta da un essere umano. Questo ci dice che l'interazione sociale è una componente importante dell'apprendimento delle lingue".
In un terzo studio, pubblicato ad aprile sulla rivista " Developmental Science " (http://www.blackwell-synergy.com/servlet/useragent?func=showIssues&code=desc), gli scienziati hanno esaminato l'impatto della qualità della lingua parlata dalla madre sull'apprendimento dei bambini, scoprendo un'associazione estremamente elevata fra la chiarezza con cui parla la madre e l'efficacia con cui il bambino distingue i suoni del linguaggio.
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.
giovedì 17 luglio 2003
psichiatri dell'infanzia...
il Tempo 17.7.03
PSICHIATRI DELL’INFANZIA A CONVEGNO
Traumi, le «cicatrici» che restano nella mente dei ragazzi
NON SOLO guerra. A far soffrire di disturbi mentali leggeri o gravi un ragazzo su cinque, fino all’età di 15 anni, possono essere anche episodi di terrorismo o disastri naturali, abusi e violenze sessuali. I «segni» che restano sono depressione, ansia, mal di testa, attacchi d’asma, ulcera, dolori cronici oltre alla difficoltà a relazionarsi con i coetanei e con gli adulti.
È questo lo spunto del primo convegno in corso a Roma, promosso dalla Fondazione Child e dalla IACAPAP, l'associazione mondiale degli psichiatri dell'infanzia e dell'adolescenza, tra i più autorevoli scienziati internazionali nell'area della salute mentale che intendono individuare comuni modelli d’intervento per la prevenzione e cura dei traumi infantili. Secondo i recenti dati diffusi dall'International Society for Traumatic Stress Studies, se si considera l'intera popolazione mondiale, un numero di bambini compreso tra il 14 ed il 43% ha vissuto almeno un evento traumatico nella propria vita. All'11 settembre, alla guerra in Iraq, e al terremoto che ha colpito il Molise, vanno aggiunti a lutti improvvisi, episodi di violenza urbana, rapimenti, disastri naturali, guerre e attentati terroristici, abusi sessuali, violenze domestiche, incidenti automobilistici/aerei, senza dimenticare che la violenza può essere vissuta anche in modo indiretto, attraverso i mass-media.
Le reazioni dei bambini e degli adolescenti (vittime o testimoni) a questi eventi possono essere gravi e tutt'altro che transitorie; a partire da un'esperienza traumatica possono avere origine conseguenze psicopatologiche di diversa natura e severità (sintomi depressivi, disturbo post-traumatico da stress, disturbi dell'attenzione, abuso di sostanze, etc.)
«È necessario, anche in Italia, un investimento sempre maggiore nella ricerca in questo settore - ha detto Ernesto Caffo, presidente Child e vice presidente IACAPAP - Occorre costruire modelli di intervento efficaci, a partire dalle più recenti evidenze scientifiche, considerando il bambino come soggetto, e non come oggetto, di cura e protezione e valorizzando la rete dell'intervento costituita dalle agenzie presenti sul territorio: sia quelle dell'emergenza - protezione civile, emergenza sanitaria, forze di polizia - che quelle della prevenzione - scuola, servizi psico-sociali, volontariato». «L'impegno di ogni governo per la tutela dei minori dovrebbe essere attivo a 360 gradi - ha detto nel suo saluto il ministro Maurizio Gasparri - La protezione e la salvaguardia dei minori dovrebbe essere il primo dovere di ogni governo purtroppo la storia insegna che è quasi impossibile evitare le guerre, però è possibile attivarsi per il sostegno psicologico e materiale dei minori che sono le prime vittime di conflitti bellici, atti terroristici, e disastri ambientali». Lo scopo quindi è arrivare ad una «Carta di Roma», che sancirà la nascita di una rete internazionale di studiosi, che in uno scambio di riflessioni ed esperienze, dovrebbero contribuire a delineare modelli di intervento condivisibile a livello mondiale.
S.B.
PSICHIATRI DELL’INFANZIA A CONVEGNO
Traumi, le «cicatrici» che restano nella mente dei ragazzi
NON SOLO guerra. A far soffrire di disturbi mentali leggeri o gravi un ragazzo su cinque, fino all’età di 15 anni, possono essere anche episodi di terrorismo o disastri naturali, abusi e violenze sessuali. I «segni» che restano sono depressione, ansia, mal di testa, attacchi d’asma, ulcera, dolori cronici oltre alla difficoltà a relazionarsi con i coetanei e con gli adulti.
È questo lo spunto del primo convegno in corso a Roma, promosso dalla Fondazione Child e dalla IACAPAP, l'associazione mondiale degli psichiatri dell'infanzia e dell'adolescenza, tra i più autorevoli scienziati internazionali nell'area della salute mentale che intendono individuare comuni modelli d’intervento per la prevenzione e cura dei traumi infantili. Secondo i recenti dati diffusi dall'International Society for Traumatic Stress Studies, se si considera l'intera popolazione mondiale, un numero di bambini compreso tra il 14 ed il 43% ha vissuto almeno un evento traumatico nella propria vita. All'11 settembre, alla guerra in Iraq, e al terremoto che ha colpito il Molise, vanno aggiunti a lutti improvvisi, episodi di violenza urbana, rapimenti, disastri naturali, guerre e attentati terroristici, abusi sessuali, violenze domestiche, incidenti automobilistici/aerei, senza dimenticare che la violenza può essere vissuta anche in modo indiretto, attraverso i mass-media.
Le reazioni dei bambini e degli adolescenti (vittime o testimoni) a questi eventi possono essere gravi e tutt'altro che transitorie; a partire da un'esperienza traumatica possono avere origine conseguenze psicopatologiche di diversa natura e severità (sintomi depressivi, disturbo post-traumatico da stress, disturbi dell'attenzione, abuso di sostanze, etc.)
«È necessario, anche in Italia, un investimento sempre maggiore nella ricerca in questo settore - ha detto Ernesto Caffo, presidente Child e vice presidente IACAPAP - Occorre costruire modelli di intervento efficaci, a partire dalle più recenti evidenze scientifiche, considerando il bambino come soggetto, e non come oggetto, di cura e protezione e valorizzando la rete dell'intervento costituita dalle agenzie presenti sul territorio: sia quelle dell'emergenza - protezione civile, emergenza sanitaria, forze di polizia - che quelle della prevenzione - scuola, servizi psico-sociali, volontariato». «L'impegno di ogni governo per la tutela dei minori dovrebbe essere attivo a 360 gradi - ha detto nel suo saluto il ministro Maurizio Gasparri - La protezione e la salvaguardia dei minori dovrebbe essere il primo dovere di ogni governo purtroppo la storia insegna che è quasi impossibile evitare le guerre, però è possibile attivarsi per il sostegno psicologico e materiale dei minori che sono le prime vittime di conflitti bellici, atti terroristici, e disastri ambientali». Lo scopo quindi è arrivare ad una «Carta di Roma», che sancirà la nascita di una rete internazionale di studiosi, che in uno scambio di riflessioni ed esperienze, dovrebbero contribuire a delineare modelli di intervento condivisibile a livello mondiale.
S.B.
libri di filosofia
L'eco di Bergamo 17.7.03
Il ritorno di Plotino, la logica di Frege
È forse Plotino, tra i grandi filosofi metafisici del passato, quello che più si avvicina agli interessi della nostra epoca. Anche alcuni scienziati si stanno interessando ai suoi testi, che hanno suggestive analogie con le riflessioni attuali. I Meridiani Mondadori ripubblicano, a cura di Giovanni Reale, grandissimo esperto di quest'autore, le «Enneadi» (pp. 2.093, euro 49), la sua opera più importante. Questa edizione (con testo greco a fronte) si differenzia dalle altre presenti sul mercato per la nuova traduzione, opera del collaboratore di Reale Roberto Radice, condotta in stretto contatto con il commento. Plotino con le «Enneadi» crea una nuova forma di linguaggio parallela a quella logico-dialettica: l'Uno per lui è «al di sopra dell'essere e del pensiero» e dunque non si può afferrare con le categorie del discorso dialogico. (...).
Tra le recenti uscite di filosofia, uno studio di Anthony Kenny su «Frege» (Einaudi, pp. 240, euro 16), grande logico, essenziale per capire la filosofia analitica inglese e americana, ma non facile da avvicinare, e di Maurice Merleau-Ponty «Segni» (Il Saggiatore, pp. 436, euro 13,50), tutt'altra riflessione sul linguaggio: parte dalla fenomenologia di Husserl.
Il ritorno di Plotino, la logica di Frege
È forse Plotino, tra i grandi filosofi metafisici del passato, quello che più si avvicina agli interessi della nostra epoca. Anche alcuni scienziati si stanno interessando ai suoi testi, che hanno suggestive analogie con le riflessioni attuali. I Meridiani Mondadori ripubblicano, a cura di Giovanni Reale, grandissimo esperto di quest'autore, le «Enneadi» (pp. 2.093, euro 49), la sua opera più importante. Questa edizione (con testo greco a fronte) si differenzia dalle altre presenti sul mercato per la nuova traduzione, opera del collaboratore di Reale Roberto Radice, condotta in stretto contatto con il commento. Plotino con le «Enneadi» crea una nuova forma di linguaggio parallela a quella logico-dialettica: l'Uno per lui è «al di sopra dell'essere e del pensiero» e dunque non si può afferrare con le categorie del discorso dialogico. (...).
Tra le recenti uscite di filosofia, uno studio di Anthony Kenny su «Frege» (Einaudi, pp. 240, euro 16), grande logico, essenziale per capire la filosofia analitica inglese e americana, ma non facile da avvicinare, e di Maurice Merleau-Ponty «Segni» (Il Saggiatore, pp. 436, euro 13,50), tutt'altra riflessione sul linguaggio: parte dalla fenomenologia di Husserl.
mercoledì 16 luglio 2003
schizofrenia, uno studio da Toronto
La Stampa TuttoScienze 16.7.03
Espressioni dello sguardo e schizofrenia
Un nuovo studio basato sul neuro-imaging condotto dall’Istituto di Psichiatria di Toronto mostra per la prima volta come anormalità a livello cerebrale e difficoltà sociali siano correlate: in particolare, si sono rilevate differenze tra il funzionamento cerebrale di un soggetto «sano» ed il funzionamento cerebrale di un soggetto schizofrenico che possono spiegare perché sia così difficile per gli schizofrenici interpretare i sentimenti delle altre persone. Condotto dal dr. Tonmoy Sharma, lo studio ha ideato un nuovo focus di ricerca, ossia ha combinato lo studio della cognizione sociale (la capacità di riconoscere e di comprendere i sentimenti delle altre persone) con la tecnica della risonanza magnetica funzionale (fMRI), per esplorare come e perché gli schizofrenici abbiano difficoltà ad interpretare il comportamento delle altre persone. Lo schizofrenico presenta infatti problemi nel comprendere e nel prevedere pensieri, emozioni e comportamenti altrui, cosa che intacca profondamente la vita sociale, rendendo difficile - ad esempio - relazionarsi alle altre persone, fare amicizia o procurarsi un lavoro. Proprio questo fallimento nell’empatizzare con gli altri correttamente potrebbe essere una causa, o una concausa, di alcune di quelle esplosioni di violenza caratteristiche di alcune forme di schizofrenia. Nell’esperimento che supporta questo studio veniva chiesto ai partecipanti di identificare una serie di espressioni dello sguardo, e mentre essi svolgevano questo compito venivano prese immagini del loro cervello in funzionamento: si è trovato così che gli schizofrenici sono risultati effettivamente meno abili ad identificare le emozioni espresse da quegli sguardi rispetto al campione di controllo, composto da soggetti «sani». Usando l’fMRI, i ricercatori hanno inoltre potuto mostrare che nella schizofrenia le difficoltà sociali sono strettamente correlate a differenze nel funzionamento cerebrale: l’imaging ha rilevato ridotta attivazione cerebrale nei circuiti fronto-temporali dell’emisfero sinistro. Anormalità in queste aree sono ben documentate nella schizofrenia, ma questo è il primo studio in cui si usa la tecnica di fMRI per studiare le difficoltà sociali proprie della schizofrenia. Il dr. Sharma sostiene che questa sia un’area di indagine che ha assoluto bisogno di essere ulteriormente esplorata: “La capacità di riconoscere le emozioni è ciò che ci rende esseri umani, ed è proprio questa essenziale capacità che si perde nella schizofrenia. La prossima sfida è capire quali trattamenti farmacologici e psicoterapici possano recuperare questi deficit nella cognizione sociale”.
Rossana Pecorara
Espressioni dello sguardo e schizofrenia
Un nuovo studio basato sul neuro-imaging condotto dall’Istituto di Psichiatria di Toronto mostra per la prima volta come anormalità a livello cerebrale e difficoltà sociali siano correlate: in particolare, si sono rilevate differenze tra il funzionamento cerebrale di un soggetto «sano» ed il funzionamento cerebrale di un soggetto schizofrenico che possono spiegare perché sia così difficile per gli schizofrenici interpretare i sentimenti delle altre persone. Condotto dal dr. Tonmoy Sharma, lo studio ha ideato un nuovo focus di ricerca, ossia ha combinato lo studio della cognizione sociale (la capacità di riconoscere e di comprendere i sentimenti delle altre persone) con la tecnica della risonanza magnetica funzionale (fMRI), per esplorare come e perché gli schizofrenici abbiano difficoltà ad interpretare il comportamento delle altre persone. Lo schizofrenico presenta infatti problemi nel comprendere e nel prevedere pensieri, emozioni e comportamenti altrui, cosa che intacca profondamente la vita sociale, rendendo difficile - ad esempio - relazionarsi alle altre persone, fare amicizia o procurarsi un lavoro. Proprio questo fallimento nell’empatizzare con gli altri correttamente potrebbe essere una causa, o una concausa, di alcune di quelle esplosioni di violenza caratteristiche di alcune forme di schizofrenia. Nell’esperimento che supporta questo studio veniva chiesto ai partecipanti di identificare una serie di espressioni dello sguardo, e mentre essi svolgevano questo compito venivano prese immagini del loro cervello in funzionamento: si è trovato così che gli schizofrenici sono risultati effettivamente meno abili ad identificare le emozioni espresse da quegli sguardi rispetto al campione di controllo, composto da soggetti «sani». Usando l’fMRI, i ricercatori hanno inoltre potuto mostrare che nella schizofrenia le difficoltà sociali sono strettamente correlate a differenze nel funzionamento cerebrale: l’imaging ha rilevato ridotta attivazione cerebrale nei circuiti fronto-temporali dell’emisfero sinistro. Anormalità in queste aree sono ben documentate nella schizofrenia, ma questo è il primo studio in cui si usa la tecnica di fMRI per studiare le difficoltà sociali proprie della schizofrenia. Il dr. Sharma sostiene che questa sia un’area di indagine che ha assoluto bisogno di essere ulteriormente esplorata: “La capacità di riconoscere le emozioni è ciò che ci rende esseri umani, ed è proprio questa essenziale capacità che si perde nella schizofrenia. La prossima sfida è capire quali trattamenti farmacologici e psicoterapici possano recuperare questi deficit nella cognizione sociale”.
Rossana Pecorara
schizofrenia (e igiene sociale su base israeliana)
Il Gazzettino di Venezia 16.7.03
LA NOSTRA MENTE
La schizofrenia è un morbo più funzionale che organico, legato ad un cattivo meccanismo dei processi neurocognitivi
Il cervello che perde la bussola
Prof. Antonio Augusto Rizzoli
Non molti anni fa insegnavano che la schizofrenia era caratterizzata da sintomi deliranti con un sensorio lucido, probabilmente su base organica e senza evidenti deficit psicologici. Oggi si ritiene che la schizofrenia sia una malattia, con una facilitazione genetica, più funzionale che organica, legata ad un cattivo meccanismo dei processi neurocognitivi. Il cervello di uno schizofrenico funziona diversamente dal cervello di una persona normale? Parrebbe di sì perché in esso non sarebbero attive le connessioni tra la corteccia prefrontale (pianificatoria) e le aree corticali deputate alle singole funzioni, a causa dell'interruzione di uno (o più) circuiti prefrontali sottocorticali. Queste interruzioni - di varia misura ed entità - si ipotizza sostengano la complessa sintomatologia della malattia, raggruppata attorno a tre nuclei patologici: povertà psicomotoria, distorsione della realtà e disorganizzazione dei processi logici. La schizofrenia con povertà psicomotoria (o negativa) è quella che mostra una compromissione maggiore dell'area frontoparietale ed è non solo la forma più grave di schizofrenia, ma anche quella che inizia più precocemente, portando ad un rapido deterioramento dei rapporti sociali. Il deficit di interazione sociale è interpretato come la incapacità di percepire lo stato mentale degli altri e sarebbe connesso ad un malfunzionamento della corteccia prefrontale sinistra, che è stata trovata costantemente ipofunzionante e diminuita di volume. La capacità di interazione sociale dello schizofrenico si misura con il riconoscimento dell'espressione del viso degli altri e con la percezione di ciò che sono gli intendimenti sociali, sia astratti che concreti. Gli schizofrenici, soprattutto quelli con deficit negativi (povertà motoria e/o disorganizzazione), hanno un' evidente diminuzione della capacità di riconoscimento dell'espressione di un volto, mentre gli schizofrenici con distorsione della realtà (o positivi), come gli schizofrenici paranoidi, mantengono ancora una discreta possibilità di percezione dell'espressione del viso. Il sistema di riconoscimento sociale sembra si organizzi attorno alla corteccia orbitofrontale, il solco temporale superiore e l'amigdala, mentre altre strutture (come la corteccia parietale destra, la corteccia dell' insula, i gangli della base) pare abbiano un ruolo secondario (Amy Pinkham, Am. J. Psychiatry 2003). D'altro canto un cattivo funzionamento sociale (accoppiato ad un cattivo funzionamento dell'intelligenza e alla carenze di capacità organizzative) è un preciso predittore di una possibile insorgenza di malattia schizofrenica, come hanno dimostrato nel 1999 dei ricercatori israeliani. La controprova del malfunzionamento di questi circuiti nella schizofrenia è stata data dal fatto che, in un totale di 24 studi internazionali, i più usati antipsicotici, come la clozapina, il risperidone, lo ziprasidone e l'aripiprazolo (ambedue non in vendita in Italia) l'olanzapina e la quetiapina hanno contemporaneamente sia un effetto di miglioramento dei deficit cognitivi, sia un effetto di miglioramento sulla sintomatologia della schizofrenia, superiore a quello dei neurolettici tradizionali.
aa.rizzoli@ve.nettuno.it
LA NOSTRA MENTE
La schizofrenia è un morbo più funzionale che organico, legato ad un cattivo meccanismo dei processi neurocognitivi
Il cervello che perde la bussola
Prof. Antonio Augusto Rizzoli
Non molti anni fa insegnavano che la schizofrenia era caratterizzata da sintomi deliranti con un sensorio lucido, probabilmente su base organica e senza evidenti deficit psicologici. Oggi si ritiene che la schizofrenia sia una malattia, con una facilitazione genetica, più funzionale che organica, legata ad un cattivo meccanismo dei processi neurocognitivi. Il cervello di uno schizofrenico funziona diversamente dal cervello di una persona normale? Parrebbe di sì perché in esso non sarebbero attive le connessioni tra la corteccia prefrontale (pianificatoria) e le aree corticali deputate alle singole funzioni, a causa dell'interruzione di uno (o più) circuiti prefrontali sottocorticali. Queste interruzioni - di varia misura ed entità - si ipotizza sostengano la complessa sintomatologia della malattia, raggruppata attorno a tre nuclei patologici: povertà psicomotoria, distorsione della realtà e disorganizzazione dei processi logici. La schizofrenia con povertà psicomotoria (o negativa) è quella che mostra una compromissione maggiore dell'area frontoparietale ed è non solo la forma più grave di schizofrenia, ma anche quella che inizia più precocemente, portando ad un rapido deterioramento dei rapporti sociali. Il deficit di interazione sociale è interpretato come la incapacità di percepire lo stato mentale degli altri e sarebbe connesso ad un malfunzionamento della corteccia prefrontale sinistra, che è stata trovata costantemente ipofunzionante e diminuita di volume. La capacità di interazione sociale dello schizofrenico si misura con il riconoscimento dell'espressione del viso degli altri e con la percezione di ciò che sono gli intendimenti sociali, sia astratti che concreti. Gli schizofrenici, soprattutto quelli con deficit negativi (povertà motoria e/o disorganizzazione), hanno un' evidente diminuzione della capacità di riconoscimento dell'espressione di un volto, mentre gli schizofrenici con distorsione della realtà (o positivi), come gli schizofrenici paranoidi, mantengono ancora una discreta possibilità di percezione dell'espressione del viso. Il sistema di riconoscimento sociale sembra si organizzi attorno alla corteccia orbitofrontale, il solco temporale superiore e l'amigdala, mentre altre strutture (come la corteccia parietale destra, la corteccia dell' insula, i gangli della base) pare abbiano un ruolo secondario (Amy Pinkham, Am. J. Psychiatry 2003). D'altro canto un cattivo funzionamento sociale (accoppiato ad un cattivo funzionamento dell'intelligenza e alla carenze di capacità organizzative) è un preciso predittore di una possibile insorgenza di malattia schizofrenica, come hanno dimostrato nel 1999 dei ricercatori israeliani. La controprova del malfunzionamento di questi circuiti nella schizofrenia è stata data dal fatto che, in un totale di 24 studi internazionali, i più usati antipsicotici, come la clozapina, il risperidone, lo ziprasidone e l'aripiprazolo (ambedue non in vendita in Italia) l'olanzapina e la quetiapina hanno contemporaneamente sia un effetto di miglioramento dei deficit cognitivi, sia un effetto di miglioramento sulla sintomatologia della schizofrenia, superiore a quello dei neurolettici tradizionali.
aa.rizzoli@ve.nettuno.it
psicoanalisti: una bella chiacchierata tra amici
Il Giornale di Vicenza Mercoledì 16 Luglio 2003
Psicoanalisti a consulto a Lavarone nel convegno del Centro studi Gradiva, quest’anno dedicato ai «Nuovi disagi della civiltà». Il tasso di scontento attuale per il consumismo è altissimo
La nostra normale infelicità
Nel suo saggio Il disagio della civiltà Sigmund Freud indicava i "sacrifici pulsionali" imposti dalla civile convivenza come causa del malessere avvertito sia dal nevrotico che dall'uomo comune. Era l'anno 1929. Oggi, nella cultura occidentale avanzata, di fatto nessuno pone limiti alle nostre pulsioni e al nostro desiderio di autoaffermazione, eppure la libertà dai vincoli repressivi non ci rende felici. Serpeggiano, invece, nuove forme di malessere. Da questa constatazione ha preso spunto il congresso organizzato a Lavarone dal Centro Studi Gradiva. Quest'anno, nell'esplorare le frontiere della psicoanalisi, l'attenzione si è concentrata dunque sui «Nuovi disagi della civiltà», in un confronto serrato con la sociologia e l'antropologia per individuare e comprendere i cambiamenti. Superata l'identità unitaria della società industriale, oggi non possiamo ignorare gli shopping center, nuovi spazi fluidi che originano nuovi comportamenti e nuovi stili. Massimo Canevacci dell'Università La Sapienza ha sottolineato il transito dalle merci tradizionali alle merci odierne, a forte componente visuale: i loro corpi, per la forma e per il modo di presentazione (il packaging) hanno un vero e proprio sex-appeal. Ecco dunque il fascino dell'inorganico, che ha una biologia sempre più sessuata, dove sfuma la distinzione fra utile e inutile, e interviene la molteplicità della comunicazione pubblicitaria, sofisticata, ad altissimo livello di produzione semiotica.
La comunicazione è, anzitutto, televisione, e in questo campo è importante volgere l'attenzione ai bambini. Per la prima volta nella storia dell'umanità, tutti i bambini del mondo crescono conoscendo la stessa fantastica mitologia: ad affermarlo è Marina D'Amato, autrice di ricerche e pubblicazioni sul rapporto fra media e minori. I nuovi eroi, con i loro valori e modelli di comportamento, attraversano lo schermo della televisione e popolano tutte le zone del pianeta. Si possono individuare tre matrici dominanti: quella protestante, dove l'eroe vince, da solo, contro tutti, quella scintoista dei cartoni giapponesi, dove gli eroi raggiungono i risultati a costo della morte; poi ci sono i cartoni senza morale, vero e proprio filone dei senza-storia. Se aggiungiamo l'invadenza della pubblicità e la spettacolarizzazione imposta dall'audience, allora è davvero urgente educare i ragazzi a usare la televisione rimanendo liberi.
Sempre in tema di bambini la psicoanalista Anna Ferruta, sulla base della sua esperienza clinica, ha analizzato alcuni snodi fondamentali per il processo di identificazione, e precisamente la sessualità infantile, il dolore dei bambini e l'esigenza di appartenenza a un gruppo. La malattia del tempo moderno sta nella velocità, che è impedimento per il processo di identificazione.
Il tasso di scontento attuale è altissimo. Per Simona Argentieri dell'Associazione Italiana di Psicoanalisi serpeggiano nuove forme di malessere, ma soprattutto di "normale infelicità", che si diffondono nella vita di coppia, nella famiglia, nella definizione dell'identità di genere sessuale, nelle relazioni sociali. Potremmo vivere la pienezza delle emozioni e degli affetti, invece rischiamo di avere passioni affievolite ed emozioni false.
Insomma quella attuale è una società ad alto rischio che trasferisce sul piano individuale le proprie contraddizioni: secondo Ildo Tumscitz, psicologo e psicoterapeuta, in questa condizione di sicurezza endemica, assume un ruolo di primo piano l'elaborazione soggettiva dei rischi e delle minacce. Per contrastare i rischi di vulnerabilità e impoverimento del pensiero, è urgente mettere in atto misure adeguate nella scuola.
Il convegno organizzato dal Centro Gradiva si è svolto nel Centro Congressi di Lavarone con la partecipazione di numerosissimi docenti e terapeuti. L'iniziativa comprendeva anche, nell'arco di un'intera settimana, una rassegna cinematografica, una mostra dell'editoria psicoanalitica, presentazioni di libri. E a proposito di libri, il Premio Gradiva è stato assegnato, quest'anno, ex-aequo a due titoli: Il limite dell'esistenza di F. De Masi e Paesaggi della psiche di P. Aite, entrambi dell'editore Bollati Boringhieri.
Psicoanalisti a consulto a Lavarone nel convegno del Centro studi Gradiva, quest’anno dedicato ai «Nuovi disagi della civiltà». Il tasso di scontento attuale per il consumismo è altissimo
La nostra normale infelicità
Nel suo saggio Il disagio della civiltà Sigmund Freud indicava i "sacrifici pulsionali" imposti dalla civile convivenza come causa del malessere avvertito sia dal nevrotico che dall'uomo comune. Era l'anno 1929. Oggi, nella cultura occidentale avanzata, di fatto nessuno pone limiti alle nostre pulsioni e al nostro desiderio di autoaffermazione, eppure la libertà dai vincoli repressivi non ci rende felici. Serpeggiano, invece, nuove forme di malessere. Da questa constatazione ha preso spunto il congresso organizzato a Lavarone dal Centro Studi Gradiva. Quest'anno, nell'esplorare le frontiere della psicoanalisi, l'attenzione si è concentrata dunque sui «Nuovi disagi della civiltà», in un confronto serrato con la sociologia e l'antropologia per individuare e comprendere i cambiamenti. Superata l'identità unitaria della società industriale, oggi non possiamo ignorare gli shopping center, nuovi spazi fluidi che originano nuovi comportamenti e nuovi stili. Massimo Canevacci dell'Università La Sapienza ha sottolineato il transito dalle merci tradizionali alle merci odierne, a forte componente visuale: i loro corpi, per la forma e per il modo di presentazione (il packaging) hanno un vero e proprio sex-appeal. Ecco dunque il fascino dell'inorganico, che ha una biologia sempre più sessuata, dove sfuma la distinzione fra utile e inutile, e interviene la molteplicità della comunicazione pubblicitaria, sofisticata, ad altissimo livello di produzione semiotica.
La comunicazione è, anzitutto, televisione, e in questo campo è importante volgere l'attenzione ai bambini. Per la prima volta nella storia dell'umanità, tutti i bambini del mondo crescono conoscendo la stessa fantastica mitologia: ad affermarlo è Marina D'Amato, autrice di ricerche e pubblicazioni sul rapporto fra media e minori. I nuovi eroi, con i loro valori e modelli di comportamento, attraversano lo schermo della televisione e popolano tutte le zone del pianeta. Si possono individuare tre matrici dominanti: quella protestante, dove l'eroe vince, da solo, contro tutti, quella scintoista dei cartoni giapponesi, dove gli eroi raggiungono i risultati a costo della morte; poi ci sono i cartoni senza morale, vero e proprio filone dei senza-storia. Se aggiungiamo l'invadenza della pubblicità e la spettacolarizzazione imposta dall'audience, allora è davvero urgente educare i ragazzi a usare la televisione rimanendo liberi.
Sempre in tema di bambini la psicoanalista Anna Ferruta, sulla base della sua esperienza clinica, ha analizzato alcuni snodi fondamentali per il processo di identificazione, e precisamente la sessualità infantile, il dolore dei bambini e l'esigenza di appartenenza a un gruppo. La malattia del tempo moderno sta nella velocità, che è impedimento per il processo di identificazione.
Il tasso di scontento attuale è altissimo. Per Simona Argentieri dell'Associazione Italiana di Psicoanalisi serpeggiano nuove forme di malessere, ma soprattutto di "normale infelicità", che si diffondono nella vita di coppia, nella famiglia, nella definizione dell'identità di genere sessuale, nelle relazioni sociali. Potremmo vivere la pienezza delle emozioni e degli affetti, invece rischiamo di avere passioni affievolite ed emozioni false.
Insomma quella attuale è una società ad alto rischio che trasferisce sul piano individuale le proprie contraddizioni: secondo Ildo Tumscitz, psicologo e psicoterapeuta, in questa condizione di sicurezza endemica, assume un ruolo di primo piano l'elaborazione soggettiva dei rischi e delle minacce. Per contrastare i rischi di vulnerabilità e impoverimento del pensiero, è urgente mettere in atto misure adeguate nella scuola.
Il convegno organizzato dal Centro Gradiva si è svolto nel Centro Congressi di Lavarone con la partecipazione di numerosissimi docenti e terapeuti. L'iniziativa comprendeva anche, nell'arco di un'intera settimana, una rassegna cinematografica, una mostra dell'editoria psicoanalitica, presentazioni di libri. E a proposito di libri, il Premio Gradiva è stato assegnato, quest'anno, ex-aequo a due titoli: Il limite dell'esistenza di F. De Masi e Paesaggi della psiche di P. Aite, entrambi dell'editore Bollati Boringhieri.
la seconda e ultima parte del saggio di Citati su Hannah Arendt
Repubblica 16.7.03
LA VITA E LE IDEE/2
Riflettendo sul momento più buio della storia scrisse un libro grandioso, "Le origini del totalitarismo", opera politica e letteraria
Ciò che appassionava i dittatori era distruggere le leggi che avevano imposto
Tema antichissimo il Male era stato affrontato da Paolo da Agostino e da Kant
Nel 1944 amministrare le fabbriche della morte era per Hitler la cosa più importante
I regimi nazista e comunista sfuggivano a qualsiasi tentativo di spiegarne le ragioni
Nulla di così enorme o di così sistematico era mai accaduto nella storia universale
A New York dove si era trasferita nel 1941 apprese dei massacri attuati dai nazisti
PIETRO CITATI
Fu un´altra volta cacciata. Nel maggio 1941, mentre le truppe naziste occupavano la Francia, Hannah Arendt e Heinrich Blücher arrivarono a New York. La madre, Martha, giunse il 21 giugno. Avevano venticinque dollari e una borsa annuale di settanta dollari, offerta dalla Zionist Organization of America. Affittarono due stanzette ammobiliate al 317 di West 95 Street: una delle quali occupata dalla madre. La cucina era in comune con gli altri inquilini. Sopravvissuta al disastro, Hannah Arendt non aveva più niente: né libri né mobili né soldi né amici. Heinrich Blücher lavorava come sterratore, spalando prodotti chimici in uno stabilimento del New Jersey: diede lezioni sulla storia della Germania ai prigionieri di guerra tedeschi; infine venne assunto come annunciatore alla radio. Hannah Arendt scriveva su giornali ebraici in lingua tedesca, «con una foga e una durezza maschili»: partecipava a convegni politici; diventò direttrice di ricerche presso la Conference on Jewish Relations, caporedattrice presso la casa editrice Schocken, dove pubblicò i Diari di Kafka, e professoressa al Brooklyn College. Il tempo del petit bonheur di Parigi era finito: quelli di New York furono gli anni del lavoro intensissimo, della furia, delle amicizie culturali e politiche, del grande Libro e della gloria.
Amava gli Stati Uniti, che trovava passionately interesting: le piacevano la libertà e la partecipazione alla vita pubblica degli americani: «Non finisco di essere riconoscente per essere approdata qui». Era il regno del molteplice e dei colori. Parlava col giornalaio ebreo, il padrone del ristorante italiano, il panettiere tedesco, il portinaio francese, i quali chiedevano sempre di lei quando era lontana: e se sulle rive dello Hudson sentiva parlare tedesco, le si allargava il cuore, perché la lingua tedesca era innocente di ciò che accadeva in Europa. Conobbe molte persone: forse troppe. Invitava gli amici e i conoscenti nella piccola stanza fumosa; e, più tardi, nel primo vero appartamento, al 130 di Morningside Drive. Con gli amici condivideva il calore, la vitalità, il fascino della conversazione: talvolta era «un´orgia di chiacchiere»: le lettere a Mary McCarthy ci comunicano ancora il petillement e il pettegolezzo dell´amicizia femminile; quelle a Karl Jaspers la venerazione dell´antica discepola. Ascoltava e raccontava storie.
Quando giunsero a New York le prime notizie sui massacri nazisti, Hannah Arendt e Heinrich Blücher non vollero crederci. «E´ successa una cosa per la quale nessuno di noi era preparato... E´ accaduto qualcosa con cui era impossibile venire a patti... Ad Auschwitz è accaduto qualcosa che nessuno era preparato a comprendere», ripeté Hannah Arendt nei suoi libri, come se malgrado gli anni l´evento non potesse venire ammesso dalla mente. Lo stupore, l´orrore, la vergogna di essere uomini erano vivi come il primo giorno. Poi Hannah Arendt comprese. L´uomo aveva rivelato di poter compiere delitti, che superavano le immaginazioni più tremende. Aveva realizzato visioni infernali «senza che il cielo cadesse o la terra si aprisse». Nulla di così enorme o di così sistematico era mai accaduto nella storia universale. Auschwitz e la Kolyma non avevano precedenti. Nemmeno l´invasione dei Mongoli nel tredicesimo secolo: i paesi devastati, le città bruciate o sommerse dai fiumi, milioni di innocenti massacrati, piramidi di teste umane, roghi di Corani, uccisioni di bambini nel ventre delle madri.
Nessun mito religioso o fantasia letteraria o teoria politica aveva previsto i delitti del ventesimo secolo: né Caino, né Macbeth, né lady Macbeth, né Riccardo III, né Stavrogin. Shakespeare, Hobbes, Sade e Dostoevskij erano degli innocenti. Dopo Auschwitz e la Kolyma, tutto era possibile. Per decine di secoli, l´Occidente aveva conosciuto il decalogo: ma come si potevano applicare a Hitler e Stalin dei blandi comandamenti quali «non desiderare la donna d´altri», «non rubare», «non uccidere»? Non esistevano categorie psicologiche per comprenderli: né principii morali per giudicarli e punirli; né teorie politiche secondo le quali spiegare ciò che era accaduto. Per quanto l´intelligenza si sforzasse, il totalitarismo nazista e comunista sfuggiva a qualsiasi tentativo di indicarne le cause e le ragioni. Era inspiegabile, incomprensibile. Questa sarebbe stata la prima e l´ultima parola del grande libro che cominciò a nascere, a New York, sotto il segno del dolore e del terrore.
Le origini del Totalitarismo (titolo che la Arendt non amava) fu progettato probabilmente nel 1943. Venne concluso alla fine del 1949, e pubblicato nel 1951. Furono quasi sette anni di lavoro durissimo. C´erano gli articoli, il lavoro presso le organizzazioni ebraiche, la casa editrice, le conferenze all´università, e le letture nelle biblioteche, compiute con una specie di bulimia - il desiderio di leggere tutto, divorare tutto, possedere tutti i documenti, i libri e gli articoli, perché niente doveva venire dimenticato. La Arendt scrisse con ansia, come se non avesse tempo, o il nazismo potesse rinascere dalle sue ceneri di lava. Scrisse nel suo mediocre inglese, attraverso il quale affiora continuamente il tedesco: con ripetizioni e onde successive, e improvvisi e stupendi aforismi. Il libro comincia a fatica: poi si muove, si scioglie, si espande da tutte le parti, si divide in mille torrenti e rivoli, come un fiume in piena, che non può arrestarsi. Mai, in nessun rigo, c´è una traccia di partito preso ideologico: perché in futuro - essa disse - conteranno soltanto «coloro che non si identificheranno né con un´ideologia né con un potere». Purtroppo, il suo vaticinio non si è realizzato.
Oltre che un grandioso libro di storia politica, Le origini del Totalitarismo è un´opera letteraria: ci dà un piacere estetico, risvegliando in noi quello slancio di gioia vitale che suscitano le opere d´arte. Non ha equivalenti nel ventesimo secolo: libro di storia della cultura, dell´economia e della politica, racconto di fatti e di idee, analisi del cuore, visione, protesta, romanzo, pochade, pamphlet, atto d´accusa davanti al tribunale di Dio e, soprattutto, nascosto libro di teologia. La parte sull´antisemitismo è la più scandalosa. Hannah Arendt provava un´angosciosa compassione verso le sofferenze del suo popolo: una compassione che la feriva nella carne e la colpiva come un contagio. Ma la temeva: addirittura la odiava; e, scrivendo il suo libro e, più tardi, La banalità del male, cercò con tutti i mezzi di tenerla lontana. Come dice Dostoevskij, sbagliò, perché non dobbiamo mai avere paura della compassione, in qualsiasi regno dello spirito ci conduca. Spesso fu ingiusta verso i giudei parvenus o passivi, e mancò, come le scrisse Scholem, di «delicatezza del cuore». I capitoli sull´assimilazione ebraica nel diciannovesimo secolo sono stati scritti con divertimento, sarcasmo, talvolta euforia: le pagine sullo snobismo, la teatralità degli ebrei, le loro associazioni con gli antisemiti e il tentativo di entrare nell´esercito francese sono degni non so se di Labiche o di Proust. Questa mancanza di rispetto verso le vittime aggiunge, non toglie, alla crudele grandezza del libro.
Verso le figure del Male, c´è un´allegria e un disprezzo molto più feroci: la Arendt non dimentica mai che Hitler, Goebbels, Stalin, Berija, Eichmann erano in primo luogo degli imbianchini, dei mediocri seminaristi, degli infimi giornalisti o impiegati postali, che, in altri tempi, sarebbero stati cacciati da qualsiasi ufficio. Il Male moderno aveva una sinistra tenerezza per gli imbecilli. Ma questa allegria è solo un velo dietro il quale la Arendt si nasconde. Come scrisse Karl Jaspers, lei era un medico, che studiava per la prima volta una malattia sconosciuta: fino a quel momento se ne conosceva soltanto qualche sintomo e indizio; e, all´improvviso, mentre lavorava nel suo sgabuzzino, la malattia si rivelò davanti ai suoi occhi, come una struttura coerente e compatta, dotata di leggi e manifestazioni precise, capace delle più mortali neoplasie. Lei era là, nelle biblioteche americane, lontana dalla follia europea, e studiava la malattia. Se la capiva così bene, molto meglio di quanto la compresero mai gli storici di professione, era appunto perché lei non era una storica di professione. Abitava tra le idee religiose e filosofiche: Platone, Aristotele, Paolo, Agostino, san Tommaso, Hobbes, Kant; e con il soccorso delle loro luci poteva raccontare, con una lucidità che nessuno avrebbe più condiviso, i sinistri eventi del ventesimo secolo.
Cosa era dunque accaduto? E perché era accaduto? Quale era la malattia, che stava per uccidere l´Europa e il mondo? Quale era la sua origine e il suo fondamento? E cosa aveva scoperto Hannah Arendt, nel suo appartamentino di New York? La malattia era antichissima: il Male Assoluto, o il Male Metafisico, o il Male Radicale, come aveva detto Kant; il Male come sostanza terribilmente attiva, non come privazione o negazione del bene, o semplice eccezione alla regola normale dell´universo. Ne aveva parlato san Paolo, che scrisse: «Il volere è in mio potere, ma compiere il bene no. Sicché non faccio il bene che voglio, ma faccio il male che non voglio. Ma se faccio quello che non voglio, non sono io a farlo, ma la forza del peccato che abita in me»: dunque il male non sta più fuori, nel mondo, ma dentro di noi, sotto quelle pallide immagini che sono la nostra ragione, la nostra volontà e la nostra coscienza. Ne aveva trattato Agostino, nelle Confessioni, quando il bambino appena nato, «pallido, con lo sguardo amaro», invidia il fratello nato dalla stessa madre; e la Gnosi, immaginando il cosmo come un meccanismo rigido e tirannico, privo di luce divina, una fortezza ermeticamente chiusa, circondata da muri e fossati invalicabili, dove siamo imprigionati dalla doppia catena del corpo e del tempo. Nei tempi moderni ne aveva raccontato Dostoevskij, quando rappresentò la natura, senza la resurrezione del Cristo, come una grande bestia: un enorme scorpione, o un ragno, o una tarantola; o una macchina sorda e insensibile, «che aveva afferrato, maciullato e inghiottito Cristo, una figura sublime e inestimabile».
Nel ventesimo secolo il Male Assoluto, che prima di allora aveva dato moltissimi cenni di sé, si era incarnato per la prima volta nella sua forma totale. Il nazismo e lo stalinismo erano Male Assoluto senza eccezione: non c´era niente, in essi, che non fosse Peccato e Satana. L´irruzione nella storia era stata abbacinante e senza rimedio, senza una minima traccia di imprevedibilità o un barlume di luce. Nazismo e stalinismo avevano storia e precedenti completamente diversi, che la Arendt indagò, almeno in parte, nelle Origini del Totalitarismo; e non esercitarono influenza l´uno sull´altro né ebbero veri rapporti, sebbene Hitler e Stalin si ammirassero a vicenda, come il grande criminale ama il grande criminale. Ma chi indagava, nel laboratorio del medico, le istituzioni e le leggi profonde del nazismo e dello stalinismo, si accorgeva che erano le stesse. La loro struttura era identica: come se il Male Assoluto, nel ventesimo secolo, potesse adottare una sola incarnazione, o avesse preparato da secoli, nei segreti della storia, quest´apparizione atroce.
Hannah Arendt aveva raccontato come, nei primi anni del secolo, il potere dell´imperialismo diventasse puro, separandosi dalla comunità politica che avrebbe dovuto servire. Il potere era ormai l´unico contenuto della politica. Non si arrestava mai: obbediva a una espansione illimitata di sé stesso, come se fossero ritornati i tempi di Alessandro Magno. Ma con Hitler e Stalin, quel progetto si capovolse: non mirava più all´aumento delle ricchezze, e non obbediva a nessuna considerazione di carattere economico o militare. Per Stalin, lo sviluppo ininterrotto della polizia era molto più decisivo del petrolio di Baku, del carbone degli Urali, dei cereali dell´Ucraina, dei tesori della Siberia. Distrusse l´agricoltura sovietica: fucilò i generali alla vigilia dell´invasione tedesca. Nel 1944, amministrare le fabbriche della morte era, per Hitler, più importante che vincere la guerra. Sebbene gli stati totalitari costruissero un rigido sistema di leggi e di gerarchie, ciò che appassionava Hitler e Stalin era distruggere le leggi che avevano imposto. Le gerarchie formavano dei poteri paralleli, che si occupavano della stessa materia: ognuno più potente dell´altro, ognuno più misterioso e invisibile dell´altro - polizie sempre più segrete, istituti sempre più oscuri. La gerarchia più potente era quella di cui, alla superficie, non giungeva nemmeno una traccia. Con disperazione dei politologi, non si erano mai visti stati più complessi, confusi e intricati degli onnipotenti stati nazista e comunista. Erano molto più prossimi alle invenzioni della Cabbala, che ai moderni ordinamenti politici. Nebel und Nacht, «nebbia e notte», come diceva il titolo che raccoglieva i documenti sui campi di sterminio.
In questa «nebbia e notte», i fedelissimi adoratori di Stalin e di Hitler erano rotelle di una macchina: come disse Himmler, in «nessun caso avrebbero fatto una cosa per sé stessa». Il vero antenato dei nazisti e dei comunisti era Necaev, il terrorista russo allievo di Bakunin: «Il rivoluzionario non ha interessi propri, affari privati, sentimenti, legami personali, proprietà. Non ha neppure un nome. Un unico interesse lo assorbe ed esclude ogni altro, un unico pensiero, un´unica passione... Conosce un´unica scienza: la scienza della distruzione». Quanto ai sudditi, dovevano rinunciare ad ogni ricordo della vita privata, dimenticando il gioco degli scacchi o lo scopone scientifico o la pittura. Sopra ogni cosa, cancellare tutto ciò che era spontaneo, casuale, imprevedibile nell´esistenza: cioè la vita stessa. La voce dell´esperienza doveva tacere. Non c´erano più fatti. Nell´opaco tramonto di tutto il visibile, trionfava soltanto l´ideologia: elementi fantastici, osservazioni immaginarie, trasformate in un sistema fitto, compatto, unitario, che in sogno rispondeva a tutte le domande.
Sebbene non venisse mai pronunciato, il vero nome dei sudditi era peccatori, che nel gergo staliniano si traduceva con nemici oggettivi. Qualsiasi cosa facessero erano colpevoli: non importava che conducessero una vita esemplare, rispettando la legge, inneggiando a Hitler, a Stalin e ai loro servi, perché le leggi cambiavano continuamente e la suprema virtù di oggi diventava, domani, la suprema colpa. E poi la colpa stava scritta non nelle azioni ma nei cuori, che sono incomprensibili. Né i poliziotti né gli accusati potevano conoscerli a fondo. Il poliziotto sovietico aveva sviluppato il dono di scoprire e smascherare la colpa, come un teologo bizantino. Ma tutto questo non serviva a niente: né lo spionaggio, né l´analisi, né l´autoanalisi. La certezza rimaneva unica: i sudditi erano insieme colpevoli e superflui. Tutti meritavano di essere torturati, fucilati, gassati ad Auschwitz e negli altri campi, fatti a pezzi, uccisi dalla fame, mandati a morire di gelo nelle miniere della Kolyma. Nel momento della morte, diventavano finalmente eguali, come Dio li aveva creati. «Non morivano come individui, uomini e donne, bambini e adulti, buoni e cattivi, belli e brutti, ma venivano ridotti al minimo comun denominatore della vita organica, sprofondati nell´abisso più profondo e cupo dell´uguaglianza originaria. Morivano come bestie, come materia, come cose che non avevano più né corpo né anima, nemmeno un volto su cui la morte potesse imporre il suo sigillo».
Il potere totalitario divorava i suoi figli: Stalin mandò nei gulag e fece uccidere i comunisti che lo avevano sostenuto contro Trockij e Bucharin; i servi di Hitler diventarono sempre più insicuri, sebbene mascherassero l´incertezza con la ferocia. Sia in Germania che in Russia, via via che l´opposizione politica perdeva ogni forza, il terrore crebbe, diventando infinito. In Unione Sovietica si proclamò (sebbene venisse combattuta a parole) la «rivoluzione permanente»: in Germania, la «costante marcia in avanti verso obiettivi continuamente nuovi». Ogni stabilità era uccisa. Un movimento incessante, folle, spasmodico trascinava avanti i capi, i seguaci, le folle, cambiava programmi e nemici, liquidava lo stato e le gerarchie, cancellava l´amministrazione, annullava i miglioramenti economici. Nemmeno l´ideologia contava più: nemmeno l´antisemitismo aveva più rilievo; lo sterminio non sarebbe cessato nemmeno quando tutti gli ebrei fossero morti. Sia Stalin sia Mao Tse-Tung miravano a un altro balzo in avanti, che sarebbe stato seguito da una serie inimmaginabile di balzi in avanti. Mai era accaduto che la storia venisse così battuta, istigata e sferzata, costretta a un ritmo tanto vertiginoso. Alla fine, il potere totalitario confessava la sua anima nichilista: la sua natura consisteva in questo incessante processo di distruzione di sé e di ogni potere possibile. Non voleva il governo del mondo, ma la fine e l´esplosione definitiva del mondo.
Nella Summa Theologica, san Tommaso scrisse una frase mirabile: «Se il male totale potesse essere, distruggerebbe sé stesso». San Tommaso aveva torto: il ventesimo secolo ha dimostrato che il male totale esiste: eppure esso vuole, pretende la propria distruzione, come Hitler e Stalin hanno dimostrato. Hannah Arendt pensava che i governi democratici non comprendessero la natura profonda del loro avversario: Churchill, Roosevelt e De Gaulle erano dei nipioi avrebbero detto i greci. Ma il totalitarismo era uno sconosciuto: forse persino a sé stesso; e ignota era la forza che lo portava alla propria cancellazione. Un teologo cattolico avrebbe aggiunto che il Male Assoluto non può durare nella storia, sebbene sembri, per qualche tempo, trionfare. Nessun altro segno ci rivela che la Provvidenza non abita soltanto nei dimenticati libri di teologia della tradizione cristiana.
Hitler e Stalin possedevano un´immaginazione, dalla quale noi, mediocri inquilini del ventunesimo secolo, siamo ancora atterriti. Come il presidente Schreber, forse erano dei paranoici che hanno riempito alcuni decenni di delirii e spaventosi fantasmi, inscenando quel grandioso spettacolo teatrale che è l´inferno. Ma forse Hitler e Stalin non erano affatto paranoici. Avevano capito che la paranoia ininterrotta è l´unico sistema possibile di potere assoluto: qualche volta Stalin appariva dietro le quinte, guardava ironicamente, si prendeva gioco dello spettacolo che aveva inscenato, di sé stesso burattinaio, di noi tutti, poveri burattini. Non siamo certi di nulla. Forse Hitler e Stalin furono capi politici, che cambiavano pareri e desideri con velocità inimmaginabile. Forse furono degli spettri, i quali misero in moto una forza sconosciuta, che funzionò per molti anni da sola: lo scorpione, il grande ragno, la tarantola, la macchina sorda e insensibile di Dostoevskij, che maciullò decine di milioni di uomini.
Nel suo misero stanzino di New York, Hannah Arendt aveva studiato gli antecedenti del totalitarismo: l´antisemitismo ottocentesco, l´imperialismo dei primi anni del secolo, in parte il marxismo fino a Lenin e Stalin. Aveva scoperto i sintomi, le leggi, la struttura della malattia sconosciuta. Il suo lungo lavoro era compiuto, nel grande libro che ancora oggi vive davanti a noi, ci stimola e ci agita. Ma la sua conclusione era la stessa di quando le prime notizie sullo sterminio giunsero a New York. Per quanto se ne studi la storia, il totalitarismo è incomprensibile. Non ha cause precise. Non si può capire perché il livore antisemita e il fanatismo marxista abbiano condotto a Auschwitz e alla Kolyma. Il Male Assoluto resta inspiegabile: la profonda oscurità del mondo.
[ * * *]
Negli anni in cui Hannah Arendt scriveva, Auschwitz sconvolse le intelligenze dei teologi ebrei e cristiani. Dio, che era apparso nella Bibbia, non intervenne mai: non lasciò nemmeno un segno nei lager e dei gulag. Meglio di ogni altro, Hans Jonas spiegò la sua assenza. Quando creò la terra e l´uomo, con un atto di sovranità assoluta Dio consentì a non essere più il Signore della Bibbia: si autolimitò, rinunciò alla propria onnipotenza, venne intaccato da ciò che, nel mondo, «accade e tramonta». Con questo gesto, rischiò, affrontò una condizione di costante pericolo, si indebolì, diventò vulnerabile - come noi, sue creature, siamo feribili e vulnerabili. Così, a Auschwitz e alla Kolyma, Dio non salvò nemmeno una persona: i miracoli che accaddero durante la persecuzione furono opera di creature umane. Tacque. Rimase immerso nel più assoluto silenzio. Non intervenne nella storia degli uomini: non perché non volle, ma perché non era più in condizione di farlo.
Hannah Arendt rifiutò la spiegazione di Hans Jonas, che risaliva alle grandiose speculazioni della Gnosi ebraica. Proprio lei, che aveva compreso e rappresentato come nessun altro il Male metafisico del ventesimo secolo, rinunciò a qualsiasi interpretazione gnostica e manichea del mondo moderno. Quando anni dopo vide Eichmann a Gerusalemme - questo pallido fantasma rinchiuso nella scatola di vetro, quest´uomo di mezza età, magro, di statura media, con un´incipiente calvizie, dentatura irregolare, occhi miopi, un tic nervoso alle labbra, pieno di buoni sentimenti e ossequioso a tutte le leggi - si convinse che non era un mostro né una creatura demoniaca. Era soltanto un uomo normale: un impiegato qualsiasi, uno scrupoloso paterfamilias come Himmler. Il male possedeva «una spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità».
La visione di Eichmann nella scatola di vetro sconvolse la Arendt. E, discutendo subito dopo con Gershom Scholem, giunse a sostenere che il Male «radicale» o «assoluto» o «metafisico» non esiste, perché non ha profondità né dimensione demoniaca. «Solo il bene - aggiunse - è profondo», radicale e assoluto. La Arendt aveva torto. Il Male Assoluto può scegliere, e ha preferito scegliere nel secolo scorso, gli Himmler e gli Eichmann, gli uomini normali e banali, per realizzare le sue mete: ma anche in loro, nel loro mediocre buon senso, nel rispetto della legge, nei buoni sentimenti da scrupolosi padri di famiglia, si avverte l´orribile soffio della Tenebra. Sotto il nazismo e lo stalinismo, muovendo da quegli oscuri centri di irradiazione che furono Hitler e Stalin, il contagio aveva invaso tutti i servi del potere, cancellando i decaloghi e le regole della convivenza civile. Il mostruoso e il demoniaco erano presenti dappertutto, in qualsiasi veste e maschera. Quando la Arendt negava che il Male Assoluto esistesse, agiva su di lei la tradizione del pensiero cristiano, che ebbe sempre terrore di ogni concezione autonoma del Male, e rifuggì da ogni sia pur vago ricordo gnostico e manicheo. Il Male, dicevano gli scrittori cristiani (ma non Paolo né sempre Agostino) era soltanto una privazione di bene, senza sostanza propria.
Malgrado la sua lucida rappresentazione del Totalitarismo, Hannah Arendt non credette più, nell´ultima parte della sua vita, che la potenza oscura potesse invadere e soggiogare la terra. «Non si può andare, ella disse, contro la propria vitalità naturale»; e lei era felice. Quando vedeva la creazione, contemplava gli spettacoli della luce, i paesaggi d´America e d´Europa, parlava con gli amici, passeggiava per le vie di Parigi, si appassionava e scriveva e rideva piena di gioia, il mondo le «sembrava buono». Malgrado le parole di Nietzsche, pensava che Dio non fosse morto. Aveva conservato una infantile fiducia nel mite Dio della Bibbia, che crea la luce, il firmamento, il sole, la luna, i volatili, i pesci, le erbe verdi, i passeri e le cicogne, e foggia l´uomo a sua immagine e somiglianza. Da lui ci viene la nostra parte e dignità nella creazione. Egli ci dà il mondo. Ci dà la bontà, che è più forte del male. Ci dà l´inizio, che, diceva Platone, salva ogni cosa; e il miracolo. Soprattutto ci dà la compassione: la virtù suprema, più alta di qualsiasi sentimento umano, sebbene la Arendt avesse rifiutato di manifestarla verso gli Ebrei. La compassione abolisce ogni distanza tra gli uomini, e tra Dio e l´uomo. Gesù la prova nel discorso del Grande Inquisitore nei Fratelli Karamazov di Dostoevskij: la prova in silenzio, perché la voce della compassione è uno «strano silenzio» e uno strano imbarazzo verso le parole, che la contrappone alla eloquenza della virtù.
(2. Fine)
LA VITA E LE IDEE/2
Riflettendo sul momento più buio della storia scrisse un libro grandioso, "Le origini del totalitarismo", opera politica e letteraria
Ciò che appassionava i dittatori era distruggere le leggi che avevano imposto
Tema antichissimo il Male era stato affrontato da Paolo da Agostino e da Kant
Nel 1944 amministrare le fabbriche della morte era per Hitler la cosa più importante
I regimi nazista e comunista sfuggivano a qualsiasi tentativo di spiegarne le ragioni
Nulla di così enorme o di così sistematico era mai accaduto nella storia universale
A New York dove si era trasferita nel 1941 apprese dei massacri attuati dai nazisti
PIETRO CITATI
Fu un´altra volta cacciata. Nel maggio 1941, mentre le truppe naziste occupavano la Francia, Hannah Arendt e Heinrich Blücher arrivarono a New York. La madre, Martha, giunse il 21 giugno. Avevano venticinque dollari e una borsa annuale di settanta dollari, offerta dalla Zionist Organization of America. Affittarono due stanzette ammobiliate al 317 di West 95 Street: una delle quali occupata dalla madre. La cucina era in comune con gli altri inquilini. Sopravvissuta al disastro, Hannah Arendt non aveva più niente: né libri né mobili né soldi né amici. Heinrich Blücher lavorava come sterratore, spalando prodotti chimici in uno stabilimento del New Jersey: diede lezioni sulla storia della Germania ai prigionieri di guerra tedeschi; infine venne assunto come annunciatore alla radio. Hannah Arendt scriveva su giornali ebraici in lingua tedesca, «con una foga e una durezza maschili»: partecipava a convegni politici; diventò direttrice di ricerche presso la Conference on Jewish Relations, caporedattrice presso la casa editrice Schocken, dove pubblicò i Diari di Kafka, e professoressa al Brooklyn College. Il tempo del petit bonheur di Parigi era finito: quelli di New York furono gli anni del lavoro intensissimo, della furia, delle amicizie culturali e politiche, del grande Libro e della gloria.
Amava gli Stati Uniti, che trovava passionately interesting: le piacevano la libertà e la partecipazione alla vita pubblica degli americani: «Non finisco di essere riconoscente per essere approdata qui». Era il regno del molteplice e dei colori. Parlava col giornalaio ebreo, il padrone del ristorante italiano, il panettiere tedesco, il portinaio francese, i quali chiedevano sempre di lei quando era lontana: e se sulle rive dello Hudson sentiva parlare tedesco, le si allargava il cuore, perché la lingua tedesca era innocente di ciò che accadeva in Europa. Conobbe molte persone: forse troppe. Invitava gli amici e i conoscenti nella piccola stanza fumosa; e, più tardi, nel primo vero appartamento, al 130 di Morningside Drive. Con gli amici condivideva il calore, la vitalità, il fascino della conversazione: talvolta era «un´orgia di chiacchiere»: le lettere a Mary McCarthy ci comunicano ancora il petillement e il pettegolezzo dell´amicizia femminile; quelle a Karl Jaspers la venerazione dell´antica discepola. Ascoltava e raccontava storie.
Quando giunsero a New York le prime notizie sui massacri nazisti, Hannah Arendt e Heinrich Blücher non vollero crederci. «E´ successa una cosa per la quale nessuno di noi era preparato... E´ accaduto qualcosa con cui era impossibile venire a patti... Ad Auschwitz è accaduto qualcosa che nessuno era preparato a comprendere», ripeté Hannah Arendt nei suoi libri, come se malgrado gli anni l´evento non potesse venire ammesso dalla mente. Lo stupore, l´orrore, la vergogna di essere uomini erano vivi come il primo giorno. Poi Hannah Arendt comprese. L´uomo aveva rivelato di poter compiere delitti, che superavano le immaginazioni più tremende. Aveva realizzato visioni infernali «senza che il cielo cadesse o la terra si aprisse». Nulla di così enorme o di così sistematico era mai accaduto nella storia universale. Auschwitz e la Kolyma non avevano precedenti. Nemmeno l´invasione dei Mongoli nel tredicesimo secolo: i paesi devastati, le città bruciate o sommerse dai fiumi, milioni di innocenti massacrati, piramidi di teste umane, roghi di Corani, uccisioni di bambini nel ventre delle madri.
Nessun mito religioso o fantasia letteraria o teoria politica aveva previsto i delitti del ventesimo secolo: né Caino, né Macbeth, né lady Macbeth, né Riccardo III, né Stavrogin. Shakespeare, Hobbes, Sade e Dostoevskij erano degli innocenti. Dopo Auschwitz e la Kolyma, tutto era possibile. Per decine di secoli, l´Occidente aveva conosciuto il decalogo: ma come si potevano applicare a Hitler e Stalin dei blandi comandamenti quali «non desiderare la donna d´altri», «non rubare», «non uccidere»? Non esistevano categorie psicologiche per comprenderli: né principii morali per giudicarli e punirli; né teorie politiche secondo le quali spiegare ciò che era accaduto. Per quanto l´intelligenza si sforzasse, il totalitarismo nazista e comunista sfuggiva a qualsiasi tentativo di indicarne le cause e le ragioni. Era inspiegabile, incomprensibile. Questa sarebbe stata la prima e l´ultima parola del grande libro che cominciò a nascere, a New York, sotto il segno del dolore e del terrore.
Le origini del Totalitarismo (titolo che la Arendt non amava) fu progettato probabilmente nel 1943. Venne concluso alla fine del 1949, e pubblicato nel 1951. Furono quasi sette anni di lavoro durissimo. C´erano gli articoli, il lavoro presso le organizzazioni ebraiche, la casa editrice, le conferenze all´università, e le letture nelle biblioteche, compiute con una specie di bulimia - il desiderio di leggere tutto, divorare tutto, possedere tutti i documenti, i libri e gli articoli, perché niente doveva venire dimenticato. La Arendt scrisse con ansia, come se non avesse tempo, o il nazismo potesse rinascere dalle sue ceneri di lava. Scrisse nel suo mediocre inglese, attraverso il quale affiora continuamente il tedesco: con ripetizioni e onde successive, e improvvisi e stupendi aforismi. Il libro comincia a fatica: poi si muove, si scioglie, si espande da tutte le parti, si divide in mille torrenti e rivoli, come un fiume in piena, che non può arrestarsi. Mai, in nessun rigo, c´è una traccia di partito preso ideologico: perché in futuro - essa disse - conteranno soltanto «coloro che non si identificheranno né con un´ideologia né con un potere». Purtroppo, il suo vaticinio non si è realizzato.
Oltre che un grandioso libro di storia politica, Le origini del Totalitarismo è un´opera letteraria: ci dà un piacere estetico, risvegliando in noi quello slancio di gioia vitale che suscitano le opere d´arte. Non ha equivalenti nel ventesimo secolo: libro di storia della cultura, dell´economia e della politica, racconto di fatti e di idee, analisi del cuore, visione, protesta, romanzo, pochade, pamphlet, atto d´accusa davanti al tribunale di Dio e, soprattutto, nascosto libro di teologia. La parte sull´antisemitismo è la più scandalosa. Hannah Arendt provava un´angosciosa compassione verso le sofferenze del suo popolo: una compassione che la feriva nella carne e la colpiva come un contagio. Ma la temeva: addirittura la odiava; e, scrivendo il suo libro e, più tardi, La banalità del male, cercò con tutti i mezzi di tenerla lontana. Come dice Dostoevskij, sbagliò, perché non dobbiamo mai avere paura della compassione, in qualsiasi regno dello spirito ci conduca. Spesso fu ingiusta verso i giudei parvenus o passivi, e mancò, come le scrisse Scholem, di «delicatezza del cuore». I capitoli sull´assimilazione ebraica nel diciannovesimo secolo sono stati scritti con divertimento, sarcasmo, talvolta euforia: le pagine sullo snobismo, la teatralità degli ebrei, le loro associazioni con gli antisemiti e il tentativo di entrare nell´esercito francese sono degni non so se di Labiche o di Proust. Questa mancanza di rispetto verso le vittime aggiunge, non toglie, alla crudele grandezza del libro.
Verso le figure del Male, c´è un´allegria e un disprezzo molto più feroci: la Arendt non dimentica mai che Hitler, Goebbels, Stalin, Berija, Eichmann erano in primo luogo degli imbianchini, dei mediocri seminaristi, degli infimi giornalisti o impiegati postali, che, in altri tempi, sarebbero stati cacciati da qualsiasi ufficio. Il Male moderno aveva una sinistra tenerezza per gli imbecilli. Ma questa allegria è solo un velo dietro il quale la Arendt si nasconde. Come scrisse Karl Jaspers, lei era un medico, che studiava per la prima volta una malattia sconosciuta: fino a quel momento se ne conosceva soltanto qualche sintomo e indizio; e, all´improvviso, mentre lavorava nel suo sgabuzzino, la malattia si rivelò davanti ai suoi occhi, come una struttura coerente e compatta, dotata di leggi e manifestazioni precise, capace delle più mortali neoplasie. Lei era là, nelle biblioteche americane, lontana dalla follia europea, e studiava la malattia. Se la capiva così bene, molto meglio di quanto la compresero mai gli storici di professione, era appunto perché lei non era una storica di professione. Abitava tra le idee religiose e filosofiche: Platone, Aristotele, Paolo, Agostino, san Tommaso, Hobbes, Kant; e con il soccorso delle loro luci poteva raccontare, con una lucidità che nessuno avrebbe più condiviso, i sinistri eventi del ventesimo secolo.
Cosa era dunque accaduto? E perché era accaduto? Quale era la malattia, che stava per uccidere l´Europa e il mondo? Quale era la sua origine e il suo fondamento? E cosa aveva scoperto Hannah Arendt, nel suo appartamentino di New York? La malattia era antichissima: il Male Assoluto, o il Male Metafisico, o il Male Radicale, come aveva detto Kant; il Male come sostanza terribilmente attiva, non come privazione o negazione del bene, o semplice eccezione alla regola normale dell´universo. Ne aveva parlato san Paolo, che scrisse: «Il volere è in mio potere, ma compiere il bene no. Sicché non faccio il bene che voglio, ma faccio il male che non voglio. Ma se faccio quello che non voglio, non sono io a farlo, ma la forza del peccato che abita in me»: dunque il male non sta più fuori, nel mondo, ma dentro di noi, sotto quelle pallide immagini che sono la nostra ragione, la nostra volontà e la nostra coscienza. Ne aveva trattato Agostino, nelle Confessioni, quando il bambino appena nato, «pallido, con lo sguardo amaro», invidia il fratello nato dalla stessa madre; e la Gnosi, immaginando il cosmo come un meccanismo rigido e tirannico, privo di luce divina, una fortezza ermeticamente chiusa, circondata da muri e fossati invalicabili, dove siamo imprigionati dalla doppia catena del corpo e del tempo. Nei tempi moderni ne aveva raccontato Dostoevskij, quando rappresentò la natura, senza la resurrezione del Cristo, come una grande bestia: un enorme scorpione, o un ragno, o una tarantola; o una macchina sorda e insensibile, «che aveva afferrato, maciullato e inghiottito Cristo, una figura sublime e inestimabile».
Nel ventesimo secolo il Male Assoluto, che prima di allora aveva dato moltissimi cenni di sé, si era incarnato per la prima volta nella sua forma totale. Il nazismo e lo stalinismo erano Male Assoluto senza eccezione: non c´era niente, in essi, che non fosse Peccato e Satana. L´irruzione nella storia era stata abbacinante e senza rimedio, senza una minima traccia di imprevedibilità o un barlume di luce. Nazismo e stalinismo avevano storia e precedenti completamente diversi, che la Arendt indagò, almeno in parte, nelle Origini del Totalitarismo; e non esercitarono influenza l´uno sull´altro né ebbero veri rapporti, sebbene Hitler e Stalin si ammirassero a vicenda, come il grande criminale ama il grande criminale. Ma chi indagava, nel laboratorio del medico, le istituzioni e le leggi profonde del nazismo e dello stalinismo, si accorgeva che erano le stesse. La loro struttura era identica: come se il Male Assoluto, nel ventesimo secolo, potesse adottare una sola incarnazione, o avesse preparato da secoli, nei segreti della storia, quest´apparizione atroce.
Hannah Arendt aveva raccontato come, nei primi anni del secolo, il potere dell´imperialismo diventasse puro, separandosi dalla comunità politica che avrebbe dovuto servire. Il potere era ormai l´unico contenuto della politica. Non si arrestava mai: obbediva a una espansione illimitata di sé stesso, come se fossero ritornati i tempi di Alessandro Magno. Ma con Hitler e Stalin, quel progetto si capovolse: non mirava più all´aumento delle ricchezze, e non obbediva a nessuna considerazione di carattere economico o militare. Per Stalin, lo sviluppo ininterrotto della polizia era molto più decisivo del petrolio di Baku, del carbone degli Urali, dei cereali dell´Ucraina, dei tesori della Siberia. Distrusse l´agricoltura sovietica: fucilò i generali alla vigilia dell´invasione tedesca. Nel 1944, amministrare le fabbriche della morte era, per Hitler, più importante che vincere la guerra. Sebbene gli stati totalitari costruissero un rigido sistema di leggi e di gerarchie, ciò che appassionava Hitler e Stalin era distruggere le leggi che avevano imposto. Le gerarchie formavano dei poteri paralleli, che si occupavano della stessa materia: ognuno più potente dell´altro, ognuno più misterioso e invisibile dell´altro - polizie sempre più segrete, istituti sempre più oscuri. La gerarchia più potente era quella di cui, alla superficie, non giungeva nemmeno una traccia. Con disperazione dei politologi, non si erano mai visti stati più complessi, confusi e intricati degli onnipotenti stati nazista e comunista. Erano molto più prossimi alle invenzioni della Cabbala, che ai moderni ordinamenti politici. Nebel und Nacht, «nebbia e notte», come diceva il titolo che raccoglieva i documenti sui campi di sterminio.
In questa «nebbia e notte», i fedelissimi adoratori di Stalin e di Hitler erano rotelle di una macchina: come disse Himmler, in «nessun caso avrebbero fatto una cosa per sé stessa». Il vero antenato dei nazisti e dei comunisti era Necaev, il terrorista russo allievo di Bakunin: «Il rivoluzionario non ha interessi propri, affari privati, sentimenti, legami personali, proprietà. Non ha neppure un nome. Un unico interesse lo assorbe ed esclude ogni altro, un unico pensiero, un´unica passione... Conosce un´unica scienza: la scienza della distruzione». Quanto ai sudditi, dovevano rinunciare ad ogni ricordo della vita privata, dimenticando il gioco degli scacchi o lo scopone scientifico o la pittura. Sopra ogni cosa, cancellare tutto ciò che era spontaneo, casuale, imprevedibile nell´esistenza: cioè la vita stessa. La voce dell´esperienza doveva tacere. Non c´erano più fatti. Nell´opaco tramonto di tutto il visibile, trionfava soltanto l´ideologia: elementi fantastici, osservazioni immaginarie, trasformate in un sistema fitto, compatto, unitario, che in sogno rispondeva a tutte le domande.
Sebbene non venisse mai pronunciato, il vero nome dei sudditi era peccatori, che nel gergo staliniano si traduceva con nemici oggettivi. Qualsiasi cosa facessero erano colpevoli: non importava che conducessero una vita esemplare, rispettando la legge, inneggiando a Hitler, a Stalin e ai loro servi, perché le leggi cambiavano continuamente e la suprema virtù di oggi diventava, domani, la suprema colpa. E poi la colpa stava scritta non nelle azioni ma nei cuori, che sono incomprensibili. Né i poliziotti né gli accusati potevano conoscerli a fondo. Il poliziotto sovietico aveva sviluppato il dono di scoprire e smascherare la colpa, come un teologo bizantino. Ma tutto questo non serviva a niente: né lo spionaggio, né l´analisi, né l´autoanalisi. La certezza rimaneva unica: i sudditi erano insieme colpevoli e superflui. Tutti meritavano di essere torturati, fucilati, gassati ad Auschwitz e negli altri campi, fatti a pezzi, uccisi dalla fame, mandati a morire di gelo nelle miniere della Kolyma. Nel momento della morte, diventavano finalmente eguali, come Dio li aveva creati. «Non morivano come individui, uomini e donne, bambini e adulti, buoni e cattivi, belli e brutti, ma venivano ridotti al minimo comun denominatore della vita organica, sprofondati nell´abisso più profondo e cupo dell´uguaglianza originaria. Morivano come bestie, come materia, come cose che non avevano più né corpo né anima, nemmeno un volto su cui la morte potesse imporre il suo sigillo».
Il potere totalitario divorava i suoi figli: Stalin mandò nei gulag e fece uccidere i comunisti che lo avevano sostenuto contro Trockij e Bucharin; i servi di Hitler diventarono sempre più insicuri, sebbene mascherassero l´incertezza con la ferocia. Sia in Germania che in Russia, via via che l´opposizione politica perdeva ogni forza, il terrore crebbe, diventando infinito. In Unione Sovietica si proclamò (sebbene venisse combattuta a parole) la «rivoluzione permanente»: in Germania, la «costante marcia in avanti verso obiettivi continuamente nuovi». Ogni stabilità era uccisa. Un movimento incessante, folle, spasmodico trascinava avanti i capi, i seguaci, le folle, cambiava programmi e nemici, liquidava lo stato e le gerarchie, cancellava l´amministrazione, annullava i miglioramenti economici. Nemmeno l´ideologia contava più: nemmeno l´antisemitismo aveva più rilievo; lo sterminio non sarebbe cessato nemmeno quando tutti gli ebrei fossero morti. Sia Stalin sia Mao Tse-Tung miravano a un altro balzo in avanti, che sarebbe stato seguito da una serie inimmaginabile di balzi in avanti. Mai era accaduto che la storia venisse così battuta, istigata e sferzata, costretta a un ritmo tanto vertiginoso. Alla fine, il potere totalitario confessava la sua anima nichilista: la sua natura consisteva in questo incessante processo di distruzione di sé e di ogni potere possibile. Non voleva il governo del mondo, ma la fine e l´esplosione definitiva del mondo.
Nella Summa Theologica, san Tommaso scrisse una frase mirabile: «Se il male totale potesse essere, distruggerebbe sé stesso». San Tommaso aveva torto: il ventesimo secolo ha dimostrato che il male totale esiste: eppure esso vuole, pretende la propria distruzione, come Hitler e Stalin hanno dimostrato. Hannah Arendt pensava che i governi democratici non comprendessero la natura profonda del loro avversario: Churchill, Roosevelt e De Gaulle erano dei nipioi avrebbero detto i greci. Ma il totalitarismo era uno sconosciuto: forse persino a sé stesso; e ignota era la forza che lo portava alla propria cancellazione. Un teologo cattolico avrebbe aggiunto che il Male Assoluto non può durare nella storia, sebbene sembri, per qualche tempo, trionfare. Nessun altro segno ci rivela che la Provvidenza non abita soltanto nei dimenticati libri di teologia della tradizione cristiana.
Hitler e Stalin possedevano un´immaginazione, dalla quale noi, mediocri inquilini del ventunesimo secolo, siamo ancora atterriti. Come il presidente Schreber, forse erano dei paranoici che hanno riempito alcuni decenni di delirii e spaventosi fantasmi, inscenando quel grandioso spettacolo teatrale che è l´inferno. Ma forse Hitler e Stalin non erano affatto paranoici. Avevano capito che la paranoia ininterrotta è l´unico sistema possibile di potere assoluto: qualche volta Stalin appariva dietro le quinte, guardava ironicamente, si prendeva gioco dello spettacolo che aveva inscenato, di sé stesso burattinaio, di noi tutti, poveri burattini. Non siamo certi di nulla. Forse Hitler e Stalin furono capi politici, che cambiavano pareri e desideri con velocità inimmaginabile. Forse furono degli spettri, i quali misero in moto una forza sconosciuta, che funzionò per molti anni da sola: lo scorpione, il grande ragno, la tarantola, la macchina sorda e insensibile di Dostoevskij, che maciullò decine di milioni di uomini.
Nel suo misero stanzino di New York, Hannah Arendt aveva studiato gli antecedenti del totalitarismo: l´antisemitismo ottocentesco, l´imperialismo dei primi anni del secolo, in parte il marxismo fino a Lenin e Stalin. Aveva scoperto i sintomi, le leggi, la struttura della malattia sconosciuta. Il suo lungo lavoro era compiuto, nel grande libro che ancora oggi vive davanti a noi, ci stimola e ci agita. Ma la sua conclusione era la stessa di quando le prime notizie sullo sterminio giunsero a New York. Per quanto se ne studi la storia, il totalitarismo è incomprensibile. Non ha cause precise. Non si può capire perché il livore antisemita e il fanatismo marxista abbiano condotto a Auschwitz e alla Kolyma. Il Male Assoluto resta inspiegabile: la profonda oscurità del mondo.
[ * * *]
Negli anni in cui Hannah Arendt scriveva, Auschwitz sconvolse le intelligenze dei teologi ebrei e cristiani. Dio, che era apparso nella Bibbia, non intervenne mai: non lasciò nemmeno un segno nei lager e dei gulag. Meglio di ogni altro, Hans Jonas spiegò la sua assenza. Quando creò la terra e l´uomo, con un atto di sovranità assoluta Dio consentì a non essere più il Signore della Bibbia: si autolimitò, rinunciò alla propria onnipotenza, venne intaccato da ciò che, nel mondo, «accade e tramonta». Con questo gesto, rischiò, affrontò una condizione di costante pericolo, si indebolì, diventò vulnerabile - come noi, sue creature, siamo feribili e vulnerabili. Così, a Auschwitz e alla Kolyma, Dio non salvò nemmeno una persona: i miracoli che accaddero durante la persecuzione furono opera di creature umane. Tacque. Rimase immerso nel più assoluto silenzio. Non intervenne nella storia degli uomini: non perché non volle, ma perché non era più in condizione di farlo.
Hannah Arendt rifiutò la spiegazione di Hans Jonas, che risaliva alle grandiose speculazioni della Gnosi ebraica. Proprio lei, che aveva compreso e rappresentato come nessun altro il Male metafisico del ventesimo secolo, rinunciò a qualsiasi interpretazione gnostica e manichea del mondo moderno. Quando anni dopo vide Eichmann a Gerusalemme - questo pallido fantasma rinchiuso nella scatola di vetro, quest´uomo di mezza età, magro, di statura media, con un´incipiente calvizie, dentatura irregolare, occhi miopi, un tic nervoso alle labbra, pieno di buoni sentimenti e ossequioso a tutte le leggi - si convinse che non era un mostro né una creatura demoniaca. Era soltanto un uomo normale: un impiegato qualsiasi, uno scrupoloso paterfamilias come Himmler. Il male possedeva «una spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità».
La visione di Eichmann nella scatola di vetro sconvolse la Arendt. E, discutendo subito dopo con Gershom Scholem, giunse a sostenere che il Male «radicale» o «assoluto» o «metafisico» non esiste, perché non ha profondità né dimensione demoniaca. «Solo il bene - aggiunse - è profondo», radicale e assoluto. La Arendt aveva torto. Il Male Assoluto può scegliere, e ha preferito scegliere nel secolo scorso, gli Himmler e gli Eichmann, gli uomini normali e banali, per realizzare le sue mete: ma anche in loro, nel loro mediocre buon senso, nel rispetto della legge, nei buoni sentimenti da scrupolosi padri di famiglia, si avverte l´orribile soffio della Tenebra. Sotto il nazismo e lo stalinismo, muovendo da quegli oscuri centri di irradiazione che furono Hitler e Stalin, il contagio aveva invaso tutti i servi del potere, cancellando i decaloghi e le regole della convivenza civile. Il mostruoso e il demoniaco erano presenti dappertutto, in qualsiasi veste e maschera. Quando la Arendt negava che il Male Assoluto esistesse, agiva su di lei la tradizione del pensiero cristiano, che ebbe sempre terrore di ogni concezione autonoma del Male, e rifuggì da ogni sia pur vago ricordo gnostico e manicheo. Il Male, dicevano gli scrittori cristiani (ma non Paolo né sempre Agostino) era soltanto una privazione di bene, senza sostanza propria.
Malgrado la sua lucida rappresentazione del Totalitarismo, Hannah Arendt non credette più, nell´ultima parte della sua vita, che la potenza oscura potesse invadere e soggiogare la terra. «Non si può andare, ella disse, contro la propria vitalità naturale»; e lei era felice. Quando vedeva la creazione, contemplava gli spettacoli della luce, i paesaggi d´America e d´Europa, parlava con gli amici, passeggiava per le vie di Parigi, si appassionava e scriveva e rideva piena di gioia, il mondo le «sembrava buono». Malgrado le parole di Nietzsche, pensava che Dio non fosse morto. Aveva conservato una infantile fiducia nel mite Dio della Bibbia, che crea la luce, il firmamento, il sole, la luna, i volatili, i pesci, le erbe verdi, i passeri e le cicogne, e foggia l´uomo a sua immagine e somiglianza. Da lui ci viene la nostra parte e dignità nella creazione. Egli ci dà il mondo. Ci dà la bontà, che è più forte del male. Ci dà l´inizio, che, diceva Platone, salva ogni cosa; e il miracolo. Soprattutto ci dà la compassione: la virtù suprema, più alta di qualsiasi sentimento umano, sebbene la Arendt avesse rifiutato di manifestarla verso gli Ebrei. La compassione abolisce ogni distanza tra gli uomini, e tra Dio e l´uomo. Gesù la prova nel discorso del Grande Inquisitore nei Fratelli Karamazov di Dostoevskij: la prova in silenzio, perché la voce della compassione è uno «strano silenzio» e uno strano imbarazzo verso le parole, che la contrappone alla eloquenza della virtù.
(2. Fine)
martedì 15 luglio 2003
Hannah Arendt secondo Pietro Citati
Repubblica 15.7.03
La fanciulla con gli occhi brillanti che cercava la verità del mondo
la vita e le idee /1
Conobbe Henrich Blücher, un bellissimo tedesco dal naso in su, che fumava la pipa e aveva sette anni più di lei
Scrisse cose bellissime ma il suo incantesimo veniva da più lontano, dall´essenza segreta della persona, da un dono occulto
Fu a Praga , a Ginevra e poi a Parigi dove cominciò a lavorare per organizzazioni ebraiche d´assistenza: vi rimase fino al 1941
Nell´autunno del 1924 si iscrisse a filosofia, teologia e filologia classica presso l´Università di Marburg dove insegnava Martin Heidegger di cui si innamorò in modo assoluto, come colpita da una folgore che l´avesse carbonizzata
Il filosofo, allora trentacinquenne, non aveva ancora scritto "Essere e tempo" ma era già riconosciuto come il re del pensiero
Come dissero Hans Jonas e Mary McCarthy il suo sguardo radioso diventava pieno di solitudine
Nell´estate del 1933 abbandonò la Germania e anche il suo professore di Heidelberg Karl Jaspers
di PIETRO CITATI
Le origini dell´antisemitismo sono antichissime. Era già diffuso, lungo i paesi del Mediterraneo, nel quarto o terzo secolo avanti Cristo, quando ebbe luogo la prima emigrazione giudaica. Sugli Ebrei circolavano leggende simili a quelle narrate dai cattolici sino alla fine del diciannovesimo secolo, e oggi ripetute dai musulmani. Persino Tacito, il più grande e severo tra gli storici, che non sapeva niente di Israele, raccontava che gli Ebrei - questa taeterrima gens, «pervicacemente superstiziosa», «odiata dagli dèi» - veneravano una testa d´asino. Un altro storico, Apione, diceva che nel loro Tempio compivano sacrifici rituali di stranieri, ingrassati a forza come Pollicino. Solo la menzogna è immortale.
La spiegazione di questo antisemitismo è semplice. Tra i popoli del Mediterraneo e del Medio Oriente, gli Ebrei erano (quasi) gli unici monoteisti. Mentre gli altri popoli possedevano un pantheon colorato, che accoglieva sempre nuove figure, fuse e mescolate con quelle antiche, gli Ebrei avevano un solo Dio: unico, esclusivo, eternamente immutabile, che non nasceva come gli dèi greci e non moriva come quelli egiziani. Questo Dio era possente e tremendo, e non poteva venir rappresentato con immagini umane o animali. Bisognava osservare la Legge, che egli aveva promulgato, i riti che aveva imposto, ed essere puri. Chi cercava di restare puro, doveva vivere separato: non condividere i pranzi con i vicini pagani, dove si mangiavano cibi che il rito proscriveva; e a volte nemmeno parlarne la lingua. Come dice Tacito, questi «misantropi» erano «separati a tavola». Nessuno straniero doveva entrare, pena la morte, nel Tempio di Gerusalemme. Nessun Ebreo doveva venerare le statue degli altri dèi o degli imperatori, mentre i pagani veneravano sia Dioniso sia Osiride, sia Demetra sia Iside, Augusto, Nerone o Caligola.
Proprio perché gli Ebrei vivevano separati, attraevano le immaginazioni dei popoli antichi. Molti stranieri portavano offerte votive e ordinavano sacrifici ai sacerdoti dell´immenso Tempio scintillante d´oro, due volte costruito, due volte distrutto: la seconda volta per sempre. Quale era il vero Dio di Israele? Cosa accadeva nel Tempio di Gerusalemme, dove i pagani non potevano penetrare? Qual era il nome segreto di Jahve, ignoto persino al suo popolo? Quando sarebbe venuto il Messia, il Cristo? Forse non ci fu evento che colpì le fantasie antiche come ciò che accadde nel 63 a.C. Pompeo Magno entrò nel Tempio di Gerusalemme, penetrò sino al Santo dei Santi, la piccola stanza dove aleggiava lo Spirito di Dio, e dove solo il Sommo Sacerdote poteva insinuarsi una volta l´anno. Non scorse nulla. La stanza era completamente vuota. Dunque il cuore della religione giudaica era un bugigattolo pieno di ragni? Alcuni Greci e Romani compresero che il Santo dei Santi era vuoto perché solo il Vuoto può alludere all´essenza inafferrabile e incomprensibile di Dio.
[*** ]
Nell´autunno del 1924, Hannah Arendt, si iscrisse a filosofia, teologia e filologia classica presso l´università di Marburg - l´università dove insegnava Martin Heidegger. Era una bellezza ebrea, una di quelle brune e ricciute figlie di Sion ricordate nel Cantico dei Cantici attorno all´Amato. Aveva «occhi brillanti e scintillanti come stelle quando era felice e appassionata»: vere finestre, dalle quali si intravedeva il vasto lago dell´anima. Amava ridere con gli amici: chiacchierare per ore: essere corteggiata; prendersi gioco di sé stessa e degli altri. Desiderava la felicità con un candore infantile; e, malgrado le sventure sue e del suo popolo, avrebbe conosciuto la gioia leggera degli dèi greci. «Sono molto felice, avrebbe detto venti anni più tardi, perché non si può andare contro la propria vitalità naturale. Il mondo, così come Dio l´ha creato, a me sembra buono». Possedeva il dono della naturalezza: il senso che tutte le cose che si dicono e i gesti che si fanno sono giusti. Per adattarsi alle speranze del cuore, portava un elegantissimo abito verde. Die grüne, «la verde», la soprannominavano gli studenti di Marburg.
Aveva grandi mete: ricercare i doni dello spirito, l´essenza della vita, il cuore delle cose, la verità nascosta del mondo. Per lei, era un compito, che imponeva in primo luogo a sé stessa. Voleva diventare ciò che era, realizzando sino in fondo l´idea che Dio aveva posto in lei quando l´aveva creata - a tutti i costi, anche se ciò, forse, avrebbe significato avvilirsi nell´esistenza. Con una parte di sé, era luciferina e intoccabile: indifferente a ciò che la vita le imponeva, perché mai avrebbe potuto intaccare l´essenza adamantina della sua anima. Perciò, durante la giovinezza e la maturità, fu dura, arrogante, cocciuta, piena di disprezzo e di terribili collere, impaziente, sarcastica, sferzante. Non ebbe mai pietà o compassione verso sé stessa. Non conobbe il sentimento della vanità personale, perché le premeva realizzare l´idea che Dio aveva posto in lei, idea della quale non aveva nessun merito. Non provava nessuna considerazione di sé: disprezzava o nascondeva i propri sentimenti, fingeva che tutto procedesse bene anche se nell´intimo era disperata; cercava di proteggersi con la più austera e severa discrezione - discrezione che il mondo moderno ha dimenticato. Era generosissima. Il suo primo gesto era quello di sacrificarsi, come aveva appreso da una delle figure essenziali della sua mente, Gesù Cristo.
Come dissero Hans Jonas e Mary McCarthy, quegli occhi radiosi di felicità diventavano, all´improvviso, pieni di solitudine: «profondi, tenebrosi, stagni di interiorità». La creatura della luce era anche una figlia della notte. La mattina stentava ad uscire dai sogni; e solo a poco a poco riusciva faticosamente a mettere piede nel giorno. Spesso disse scherzando agli amici che non possedeva un´anima: ma, quando inviò a Heidegger la prosa intitolata Ombre, non era altro che anima, un´ombrosa e illimitata anima romantica. Non aveva rapporti con la realtà e gli avvenimenti: viveva solitaria in un sonno incantato: conosceva solo i propri riflessi: provava angoscia, nostalgia, attesa; quella che Goethe chiamava Sorge, la Cura, le oscurava la luce. Il minimo evento, il minimo oggetto, qualsiasi parola potevano ferirla; e spesso si colpiva e si feriva con le sue mani. Ma questo intreccio, nei suoi sguardi di luce e di tenebra, questa alternanza, nella sua esistenza, di felicità leggera e di nostalgia, di dolore e di durezza, attraeva gli amici. In quei vasti occhi, «uno sprofondava e temeva di non poter più riaffiorare alla superficie». Per tutta la vita, il suo fascino attrasse coloro che la incontravano: studenti ebrei e cattolici, professori, romanzieri, poeti, portieri, albergatori, editori, giornalisti alla caccia di interviste. Scrisse cose bellissime: ma il suo incantesimo veniva da più lontano, dall´essenza segreta della persona, da quel dono occulto che qualcuno - forse il Dio della Bibbia - nascose dentro di lei.
Quando, a diciotto anni, si iscrisse a Marburg, una fama la precedeva: quella di Martin Heidegger, allora trentacinquenne, che non aveva ancora scritto Essere e tempo, ma era già riconosciuto «come il re nascosto del regno del pensiero». Con lui - si diceva - il pensiero aveva ripreso a vivere; e il patrimonio culturale del passato, che si credeva estinto, parlava con una nuova voce. Il suo era un pensiero appassionato, nel quale «pensare ed essere vivo erano la stessa cosa». Quando Hannah Arendt ascoltò Heidegger dalla cattedra, pensò che nessuno aveva mai parlato in quel modo di filosofia; e per cinquant´anni ricordò, piena di timore e di venerazione, il periodo di Marburg, «quando tu eri il mio insegnante». Guardando verso la cattedra, gli occhi le brillavano. Essere lodata da lui la faceva arrossire. Siccome quello di Heidegger era un pensiero appassionato, si innamorò con passione dell´anima e del corpo di quel pensiero: non distinse tra filosofia e persona. Lo vide per la prima volta da solo all´inizio del febbraio 1925: quando - ricorda Heidegger in uno dei rari passi delle sue lettere che leggiamo senza disgusto - «una fanciulla con l´impermeabile, il cappello calcato sopra i grandi occhi, entrò per la prima volta nel mio studio, e, timida e riservata, diede una breve risposta a tutte le mie domande».
Almeno da parte di Hannah Arendt, fu il grande amore. Venticinque anni dopo, mentre componeva il suo Denktagebuch, il suo Zibaldone, comprese di essere stata colpita dalla folgore, che l´aveva bruciata dalla testa ai piedi e fatta rinascere. Era stato uno sguardo, un fulmine sacro: una forza divina, che abitava nel cuore, ma non era un sentimento e non apparteneva al cuore, aveva fatto risplendere le tenebre, trasformandole in luce e cancellando le altre passioni e desideri. Quel fuoco l´aveva carbonizzata, arso lo spazio tra lei e Heidegger, stabilito l´identità assoluta tra loro, distrutto il mondo, cancellato gli altri uomini. Non c´era più, da parte sua, che «inflessibile dedizione a qualcosa di unico»: «cuore spezzato e donato».
Ricordò la sua adolescenza, quando immaginava che poteva esistere soltanto nell´amore e proprio per questo aveva paura di perdersi. Ora si era perduta completamente: era precipitata nell´abisso erotico, dimenticando e cancellando il proprio io. Non c´era più: solo un´ombra, con «gli stagni tenebrosi degli occhi». Si accorse che con Heidegger non parlava mai o non diceva mai vere parole: la persona di lui le era indifferente, e non le importava nulla delle sue qualità e dei suoi difetti. Sebbene lo stringesse tra le braccia, egli era un estraneo: uno straniero che aveva incontrato per caso. Tra loro il mondo «era bruciato». «Nell´amore, rifletté venticinque anni dopo nel Denktagebuch, non c´è comunità, perché la sfera di ciò che è comune, il mondo, in esso viene consumato». Queste erano le leggi dell´amore: niente speranza, niente comunità, niente fiducia, niente amicizia, niente parole - solo estraneità e solitudine, sebbene il lampo continuasse a bruciare e il fuoco ad ardere sino alla fine della vita. Era divenuta un fantasma, distesa accanto a un cupo fantasma.
Mentre amava Heidegger senza rimedio, Hannah Arendt comprese che non poteva continuare a vederlo, perché tra loro non c´era mondo, e lei aveva bisogno di mondo. Non poteva abitare nella estraneità, nella solitudine e nel silenzio. Così rinunciò a lui: lo abbandonò, sia pure dapprima in modo non definitivo, pronta a rivederlo ad una stazione o in un albergo. Lui, forse, aveva bisogno di questo sanguinoso sacrificio. Hannah andò a studiare prima a Freiburg, poi ad Heidelberg. Non aveva più nulla: non esigeva nulla; era divenuta nulla, senza nome né corpo. «Ti amo come il primo giorno», «sono decisa a non amare più nessuno», ripeteva. Un giorno, mentre stava alla stazione, lo vide da lontano al finestrino di un treno: il treno partì, e lui, si allontanò dalla stazione senza vederla né riconoscerla. Si sentì abbandonata per sempre, con la paura cieca di una bambina abbandonata dalla madre. Lei stava in basso, sola, ferma vicino al binario del treno, e doveva «aspettare, aspettare, aspettare» qualcuno che non sarebbe mai ritornato.
Così, per venticinque anni, lasciando la Germania e l´Europa, custodì Heidegger nella memoria: perché l´amore, si accorse, vive soprattutto nell´abbandono. Gli amanti sono persone che si lasciano e si ricordano l´uno dell´altro, nel silenzio intollerabile della mente. Gli fu fedele nella memoria: non dimenticò mai «il re nascosto», che le aveva parlato nelle aule di Marburg e nella sua mansarda. Quando lo rivide, nel marzo 1950, comprese che non aveva mai cessato di amarlo, e costruì la sua teoria dell´amore. Fu ingiusta: perché quella teoria raccoglie ed elabora soltanto i suoi ricordi di Heidegger, come se tutta la storia erotica del mondo si fosse concentrata nei pochi mesi di Marburg. Dimenticò che aveva amato moltissimo, sia pure senza fulmini e fuoco e rivelazioni sacre, il suo secondo marito, Heinrich Blücher, conosciuto nel 1936 a Parigi.
Questi cinquant´anni di lettere conservate e perdute, di pensieri e ricordi taciuti e di frasi criptiche sparse nei libri, formano una delle grandi storie amorose del secolo, che Hannah Arendt - proprio lei, la felice, la ridente - visse come un´angosciosa eroina romantica. Lei prestò la voce, intonò la musica, dettò il tono, impose le frasi. Non c´era altra voce, perché Martin Heidegger era un fantasma ridicolo. «All´improvviso, egli scrisse, l´essere ci folgora. Lo scrutiamo, lo custodiamo - ci lanciamo nella danza». Per cinquant´anni, Heidegger fu un mediocre professore tedesco che danzava: un penoso e pedante pastore dell´Essere. Non era mai naturale, non sorrideva mai, non si distendeva mai, si prendeva terribilmente sul serio, perché il suo pensiero - e lui attraverso il suo pensiero - doveva essere tradotto, interpretato, moltiplicato, adorato, come l´unica Bibbia dell´Occidente.
Le lettere di Heidegger alla Arendt attendono di essere affidate a due moderni Bouvard e Pécuchet che le copino e le chiosino per il divertimento di tutti. «La tua essenza di pura fanciulla»: «La Cosa decisiva rimane il mantenere integra la più autentica autenticità femminile»: «Il tuo grande momento, in cui diventi una santa»: «Ci sono ombre soltanto dove c´è il sole»: «Sei semplicemente felice e in cammino verso la felicità» (mentre lei soffriva terribilmente). Decorava le sue lettere con frasi musicali, per creare attorno ad esse la giusta atmosfera: «Bach, Concerto brandeburghese n.3. Secondo movimento. Allegro» o «Beethoven, Opus 111. Adagio Finale». Inviava alla Arendt, a Manhattan, una foglia d´edera: la foglia apparteneva a un viticcio, che anni prima contadini della Foresta Nera avevano data a sua moglie: «Decorano le loro stanze con questa edera, senza sapere più niente delle corone del dio cui piaceva adornarsi d´edera». Attraverso l´Atlantico la foglia d´edera avrebbe dovuto creare quell´atmosfera di frenesia dionisiaca, che il vecchio professore aveva desiderato invano per tutta la vita.
[ *** ]
Nell´estate del 1933, Hannah Arendt abbandonò la Germania: Hitler, il nazismo, Heidegger, i professori e gli scrittori divenuti nazisti, e perfino il suo professore di Heidelberg, Karl Jaspers, un futuro eroe dell´antinazismo, che qualche mese prima, quando Hitler stava per prendere il potere, lodava «la buona volontà e lo slancio» dei giovani nazionalsocialisti e le chiese perché lei, ebrea, volesse «distinguersi dall´essenza tedesca».
Fu a Praga, a Ginevra; e nell´autunno, a Parigi, dove cominciò a lavorare per organizzazioni ebraiche d´assistenza. A Parigi, rimase fino al 1941: dichiarò più tardi che erano stati gli anni più felici della sua vita, nei quali lei e il suo secondo marito, Heinrich Blücher, «siamo veramente divenuti ciò che siamo».
Abitò prima in un alberghetto a rue Saint-Jacques, poi a rue de la Convention: infine per molti anni, insieme a Heinrich Blücher, all´albergo Principautés unies, 6 rue Servandoni, camera numero 19, tra Saint-Sulpice e il Jardin du Luxembourg. Joseph Roth viveva a due passi, in un albergo a rue de Tournon: Walter Benjamin, cugino del primo marito di Hannah Arendt, più lontano, a 10 rue Dombasle. La Arendt pensava che Parigi fosse l´unico luogo dove vivere. La città era come una casa con moltissime stanze: si sentiva libera, a suo agio; e insieme era «alloggiata», «protetta», rinchiusa dalle facciate uniformi che fiancheggiavano le strade come muri interni. Usciva lungo rue de Vaugirard, nel Jardin du Luxembourg o a boulevard Saint-Germain, o nelle stradine che portavano fino alla Senna: poteva passeggiare senza fine né scopo, davanti ai caffè lungo le strade, immersa e abbandonata nella fluida moltitudine della folla. Era la sua città, che proteggeva gli stranieri e gli apatridi come lei, tutti coloro che non desideravano guadagnare, far carriera e raggiungere una meta.
Da ragazza, mentre viveva a Königsberg o studiava a Marburg, corteggiata dai giovani compagni cattolici, non si era mai sentita ebrea. Scrisse a Jaspers che essere ebrei significava obbedire a un destino; e lei voleva liberarsi dal destino. Con la violenza dei fatti, Hitler le fece comprendere che era ebrea, nient´altro che ebrea: quello era il suo destino, e lei doveva seguirlo sino in fondo. Non se ne sarebbe mai più distaccata. «Se si viene attaccati in quanto ebrei, dobbiamo difenderci - avrebbe detto - in quanto ebrei: non in quanto tedeschi, non in quanto cittadini del mondo, non in quanto difensori dei diritti umani». Un tempo, non accettava sé stessa, né le condizioni esterne, i dati, i limiti, tra i quali viveva. Ora aveva una specie di gratitudine per tutto ciò che era così come era: per ciò che le era stato dato dalla natura e non poteva essere costruito dalla sua volontà. Essere ebrea era il cuore della sua esistenza.
Le notizie erano sempre più terribili: gli ebrei venivano cacciati dal lavoro, perseguitati, chiusi nei campi di concentramento, e fra poco sarebbero stati uccisi a milioni. Hannah Arendt aveva l´orgoglio di essere una paria; invisibile, nascosta, oscura, senza luce, senza passaporto, sebbene protetta dagli alberi e dai muri di Parigi. Era una persona umiliata ed offesa, che aveva subìto ingiustizia: una mendicante che viveva ai margini della società; una straniera che veniva da lontano, senza leggi né istituzioni, casa né protezione. Aveva perso il mondo, come accade agli innamorati. Ma gli abitanti della Realtà ignorano le consolazioni dei paria. I paria vedono e capiscono meglio: conoscono il piacere infantile di inventare e raccontare storie; e, soprattutto, quando sono cacciati dal mondo, si raccolgono tra loro, si serrano strettamente gli uni agli altri, si aiutano, con un calore, un affetto e una gioia così profondi, con un tale piacere di essere in vita, da suggerire «che l´esistenza raggiunge la sua pienezza solo tra coloro che sono umiliati e offesi». Questa fu la gioia di Hannah Arendt, negli otto anni in cui abitò a Parigi.
In quegli anni, la Arendt accusò gli ebrei d´Europa di avere dimenticato ed abbandonato la loro anima. Li accusò di essersi confusi con i francesi, i tedeschi, gli inglesi e i russi, posseduti da un perverso piacere di trasformarsi e cancellarsi. Li accusò di essere passivi, fuggendo per sopravvivere. Erano soltanto dei parvenus, servi dei potenti di ogni paese: non formavano più un popolo, e non conoscevano più l´arte della politica e della guerra. Pensò, e più tardi scrisse queste cose con furore, rabbia ed ingiustizia. Ma aveva dimenticato, o non conosceva, gli aspetti principali della tradizione ebraica.
Dopo la cacciata da Gerusalemme nel primo secolo, gli ebrei avevano formato una classe dirigente a Roma, Baghdad, in Egitto, in Spagna, nell´Impero ottomano, in Austria-Ungheria: medici, ambasciatori, banchieri, consiglieri segreti; in primo luogo perché avevano riconosciuto in questo compito una missione religiosa. Essi pensavano che, a causa di un peccato di Israele, Dio avesse affidato la sovranità agli imperatori di Roma, ai califfi di Baghdad, agli imperatori ottomani, consegnando agli ebrei il compito di governare la terra al servizio dei potenti. Come disse ironicamente uno dei Rothschild, «noi non siamo dei principi, ma li governiamo». Hannah Arendt non comprese quasi nulla di questa vicenda di trionfi, persecuzioni ed esili, fasti e miserie, che formò la grandezza della Spagna, dell´Impero ottomano e dell´Austria-Ungheria. Vide servilità e passività in ciò che era attenzione, duttilità, cautela, molteplicità di talenti, accortezza, discrezione, qualche volta desolazione.
Non comprese cosa era stata l´apertura dei ghetti, e l´assimilazione ebraica nell´Europa del diciannovesimo secolo - una storia grandiosa, dolorosa e divertente, raccontata qualche anno prima da Proust e da Kafka. E ignorò o volle ignorare la tradizione giudaica nascosta: la mistica e teologia cabbalistica, che Scholem cominciava a raccontare in quegli anni, ricostruendo il passato sconosciuto di Israele. Non avrebbe potuto dire come Scholem: «Niente di ciò che è ebraico mi è estraneo». Malgrado la sua fedeltà, aveva perduto le proprie radici. Non aveva più passato: o soltanto il passato della tradizione greca e cristiana. Dietro le sue spalle, non c´era più Bibbia, né Talmud, né Zohar, né Sabbetay Sevi. In questo, era identica a una ebrea francese sua coetanea: Simone Weil.
Nella primavera del 1936, a Parigi, Hannah Arendt conobbe Heinrich Blücher, un bellissimo tedesco dal naso in su, che fumava la pipa, e aveva sette anni più di lei. Era l´opposto di Heidegger. Mentre Heidegger era un solenne professore e rettore universitario, Blücher, che si incuriosiva e incapricciava di tutto, musica e operetta, non aveva mai compiuto studi regolari: mentre il primo conosceva il furore della scrittura, il secondo avrebbe soltanto parlato e parlato, con molto talento, per tutta la vita: mentre Heidegger era un uomo della Legge, il secondo era talmente fuori legge, che non conosceva nemmeno il proprio recapito: mentre il primo coltivava con feroce tenacia il successo del suo pensiero, Blücher disprezzava qualsiasi idea borghese di successo: mentre Heidegger era tetro e austero (almeno con Hannah), il secondo era spiritoso, parodistico, un personaggio berlinese di Brecht fuggito dal teatro e disceso per le vie di Parigi: mentre il primo era stato nazista, Blücher era stato spartachista e comunista, sebbene avesse perduto ogni fiducia nelle «scimmie inviate dalla Direzione del Partito». Il clima cambiò. Le operette e le canzoni alla moda sostituirono Bach, Concerto brandeburghese numero 3 secondo movimento e Beethoven, Opus 111 Adagio. L´alberghetto di rue Servandoni pieno di dischi prese il posto della baita nella Foresta Nera, dove Essere e Tempo nasceva tra i pensosi abeti coperti di neve. Dopo mesi di passione sublime e silenziosa, di appuntamenti sulle panchine e alle stazioni, Hannah Arendt cominciò a respirare.
Qualche volta, Heinrich Blücher era sciocco. Scriveva come Stalin o Zdanov. «Noi dobbiamo sviluppare nelle masse popolari ebraiche gli elementi rivoluzionari anti-imperialisti». «Deve costituirsi una élite ebraica che veda che gli interessi del popolo ebreo sono indissociabili da quelli della rivoluzione degli operai, contadini e manovali contro l´imperialismo». «La nostra parola d´ordine è: "Operai e lavoratori ebrei! Liberiamo insieme, con gli operai e lavoratori arabi, la Palestina dal giogo dei ladroni inglesi e delle borghesia ebraica loro alleata". Questa è una politica ebraica materialista». Col suo acutissimo e crudele sguardo ironico, dubito che Hannah Arendt abbia mai ammirato la Questione ebraica secondo Heinrich Blücher. Era una donna; e sapeva che le donne debbono perdonare e tollerare, con apparente dolcezza, i vanitosi proclami dei loro signori, specie se sono belli, fumano la pipa e le amano.
Spesso Hannah Arendt e Heinrich Blücher risalivano insieme le piccole strade che attraversano place Saint-Sulpice e la Senna e vanno fino al Louvre. Ammiravano un quadro di Rembrandt: Betsabea con la lettera di Davide. Blücher non aveva letto o aveva dimenticato la Bibbia: non ricordava che il rapidissimo sguardo e la lettera di Davide alla sua suddita e il nascosto coito tra loro avrebbero trascinato dietro di sé le più tremende sventure di Israele - fino alla morte di Absalom con i capelli sospesi nell´enorme albero di terebinto, e al pianto di Davide: «Figlio mio! Absalom figlio mio! Figlio mio Absalom! Fossi io morto per te, Absalom figlio mio!». Nel quadro, Heinrich Blücher ammirò soltanto il corpo nudo, sensuale, appena usato dagli anni, di Betsabea: immaginò la sua toilette di Venere, le sue arti di amante, di dea, di sposa fedele, di prostituta sacra. Pensò che Betsabea fosse Hannah e Davide Lui - «l´uomo di lotta e di sofferenza, il rivoluzionario», che combatteva contro il nazismo.
Sebbene ignorasse la Bibbia, Heinrich Blücher amava Hannah Arendt molto più di quanto il cupo Davide di Rembrandt avesse amato Betsabea. Il suo amore non portò sventure né maledizioni: era passione, calore, fervore, ebbrezza, entusiasmo. Scriveva a Hannah con i colori più sensuali, che forse le sembrarono volgari: «Sono l´uomo il cui destino è di sondare i tuoi abissi - colui che ha l´ancora per ancorarsi in te, e la trivella che farà sgorgare da te tutte le sorgenti vive del piacere - l´uomo che ha l´aratro per lavorarti e animare tutte le linfe nutritive...». Le scriveva con slancio lirico e musicale, che derivava da Goethe, Baudelaire e da Nietzsche: «Mia meraviglia, mia bella, mia adorabile, mia gioia, mia fierezza, mio giardino di tutte le voluttà. Oggi ho passeggiato un´ora al Luxembourg e te sola occupavi le mie riflessioni e i miei pensieri, tutte le meraviglie della natura che osservavo con amore si raggruppavano amabilmente per metterti al loro centro... Il mio desiderio è sempre nuovo come il mio amore». Lei era la sua felicità: la sua luce, che si fondeva e si moltiplicava con la luce del mondo. Per tutto il resto della vita comune, Blücher guardò sempre Hannah con un sorriso affettuoso, indulgente e paterno. La ascoltava parlare, accennando tra sé, come se fosse una studentessa intelligentissima, che, per chissà quale caso, il destino gli aveva mandato.
Le lettere di Hannah Arendt erano più riservate, discrete e pudiche, come se volesse conservare un segreto. Ma aveva fiducia nel marito: lui le dava una grande gioia; aveva bisogno delle sue parole, delle sue lettere, della sua approvazione, della sua protezione. Aveva bisogno della «lente correttiva», che Blücher posava su di lei; e soprattutto della sua vicinanza. «Mi manchi sempre e dovunque - gli scriveva. Non solo la mattina tasto il letto e sono sorpresa di non trovarti: anche durante la giornata spesso mi giro involontariamente per vedere se per caso tu sei lì». Lei e il marito non formavano un solo essere. Non c´era mai stata, tra loro, la identità amorosa, che l´aveva arsa a Marburg, quando aveva amato Heidegger. Lei e Blücher erano due: diversi, divisi; ma si aiutavano a vicenda, dipendevano l´uno dall´altro, superavano insieme ogni prova, si rispecchiavano in una sola figura, camminavano per le strade secondo un medesimo ritmo. Quando erano insieme, formavano un mondo in miniatura, dove potevano salvarsi da ogni disastro. Esso conservava qualcosa dell´universo che li aveva cacciati. Tutte le tradizioni d´Europa, tutte le perle dei poeti e dei filosofi erano custodite nelle loro casseforti invisibili; e partendo di lì, con tenacia e pazienza, potevano ricostruire un mondo dove, un giorno, avrebbero ospitato gli amici.
Questo mondo non esisteva ai tempi di Heidegger. Allora c´era solitudine, silenzio, estraneità: ora compagnia, calore, affetti, comunità, parole. Hannah Arendt sapeva di essere fuggita da Marburg appunto perché là non c´era mondo. Cos´era dunque il rapporto con Heinrich Blücher, l´uomo dal naso in su, che fumava la pipa? Soltanto amicizia erotica? Non sappiamo. Ma certo Hannah Arendt, quando rivide Heidegger nel 1950 e rivelò nel Denktagebuch la sua teoria dell´eros, non ricordò nemmeno di scorcio e da lontano Heinrich Blücher, che amò per trentacinque anni e pianse disperatamente dopo la morte. L´amore assoluto restava Heidegger: la folgore, il fuoco, il gelo, il silenzio, la solitudine.
(1. Continua)
La fanciulla con gli occhi brillanti che cercava la verità del mondo
la vita e le idee /1
Conobbe Henrich Blücher, un bellissimo tedesco dal naso in su, che fumava la pipa e aveva sette anni più di lei
Scrisse cose bellissime ma il suo incantesimo veniva da più lontano, dall´essenza segreta della persona, da un dono occulto
Fu a Praga , a Ginevra e poi a Parigi dove cominciò a lavorare per organizzazioni ebraiche d´assistenza: vi rimase fino al 1941
Nell´autunno del 1924 si iscrisse a filosofia, teologia e filologia classica presso l´Università di Marburg dove insegnava Martin Heidegger di cui si innamorò in modo assoluto, come colpita da una folgore che l´avesse carbonizzata
Il filosofo, allora trentacinquenne, non aveva ancora scritto "Essere e tempo" ma era già riconosciuto come il re del pensiero
Come dissero Hans Jonas e Mary McCarthy il suo sguardo radioso diventava pieno di solitudine
Nell´estate del 1933 abbandonò la Germania e anche il suo professore di Heidelberg Karl Jaspers
di PIETRO CITATI
Le origini dell´antisemitismo sono antichissime. Era già diffuso, lungo i paesi del Mediterraneo, nel quarto o terzo secolo avanti Cristo, quando ebbe luogo la prima emigrazione giudaica. Sugli Ebrei circolavano leggende simili a quelle narrate dai cattolici sino alla fine del diciannovesimo secolo, e oggi ripetute dai musulmani. Persino Tacito, il più grande e severo tra gli storici, che non sapeva niente di Israele, raccontava che gli Ebrei - questa taeterrima gens, «pervicacemente superstiziosa», «odiata dagli dèi» - veneravano una testa d´asino. Un altro storico, Apione, diceva che nel loro Tempio compivano sacrifici rituali di stranieri, ingrassati a forza come Pollicino. Solo la menzogna è immortale.
La spiegazione di questo antisemitismo è semplice. Tra i popoli del Mediterraneo e del Medio Oriente, gli Ebrei erano (quasi) gli unici monoteisti. Mentre gli altri popoli possedevano un pantheon colorato, che accoglieva sempre nuove figure, fuse e mescolate con quelle antiche, gli Ebrei avevano un solo Dio: unico, esclusivo, eternamente immutabile, che non nasceva come gli dèi greci e non moriva come quelli egiziani. Questo Dio era possente e tremendo, e non poteva venir rappresentato con immagini umane o animali. Bisognava osservare la Legge, che egli aveva promulgato, i riti che aveva imposto, ed essere puri. Chi cercava di restare puro, doveva vivere separato: non condividere i pranzi con i vicini pagani, dove si mangiavano cibi che il rito proscriveva; e a volte nemmeno parlarne la lingua. Come dice Tacito, questi «misantropi» erano «separati a tavola». Nessuno straniero doveva entrare, pena la morte, nel Tempio di Gerusalemme. Nessun Ebreo doveva venerare le statue degli altri dèi o degli imperatori, mentre i pagani veneravano sia Dioniso sia Osiride, sia Demetra sia Iside, Augusto, Nerone o Caligola.
Proprio perché gli Ebrei vivevano separati, attraevano le immaginazioni dei popoli antichi. Molti stranieri portavano offerte votive e ordinavano sacrifici ai sacerdoti dell´immenso Tempio scintillante d´oro, due volte costruito, due volte distrutto: la seconda volta per sempre. Quale era il vero Dio di Israele? Cosa accadeva nel Tempio di Gerusalemme, dove i pagani non potevano penetrare? Qual era il nome segreto di Jahve, ignoto persino al suo popolo? Quando sarebbe venuto il Messia, il Cristo? Forse non ci fu evento che colpì le fantasie antiche come ciò che accadde nel 63 a.C. Pompeo Magno entrò nel Tempio di Gerusalemme, penetrò sino al Santo dei Santi, la piccola stanza dove aleggiava lo Spirito di Dio, e dove solo il Sommo Sacerdote poteva insinuarsi una volta l´anno. Non scorse nulla. La stanza era completamente vuota. Dunque il cuore della religione giudaica era un bugigattolo pieno di ragni? Alcuni Greci e Romani compresero che il Santo dei Santi era vuoto perché solo il Vuoto può alludere all´essenza inafferrabile e incomprensibile di Dio.
[*** ]
Nell´autunno del 1924, Hannah Arendt, si iscrisse a filosofia, teologia e filologia classica presso l´università di Marburg - l´università dove insegnava Martin Heidegger. Era una bellezza ebrea, una di quelle brune e ricciute figlie di Sion ricordate nel Cantico dei Cantici attorno all´Amato. Aveva «occhi brillanti e scintillanti come stelle quando era felice e appassionata»: vere finestre, dalle quali si intravedeva il vasto lago dell´anima. Amava ridere con gli amici: chiacchierare per ore: essere corteggiata; prendersi gioco di sé stessa e degli altri. Desiderava la felicità con un candore infantile; e, malgrado le sventure sue e del suo popolo, avrebbe conosciuto la gioia leggera degli dèi greci. «Sono molto felice, avrebbe detto venti anni più tardi, perché non si può andare contro la propria vitalità naturale. Il mondo, così come Dio l´ha creato, a me sembra buono». Possedeva il dono della naturalezza: il senso che tutte le cose che si dicono e i gesti che si fanno sono giusti. Per adattarsi alle speranze del cuore, portava un elegantissimo abito verde. Die grüne, «la verde», la soprannominavano gli studenti di Marburg.
Aveva grandi mete: ricercare i doni dello spirito, l´essenza della vita, il cuore delle cose, la verità nascosta del mondo. Per lei, era un compito, che imponeva in primo luogo a sé stessa. Voleva diventare ciò che era, realizzando sino in fondo l´idea che Dio aveva posto in lei quando l´aveva creata - a tutti i costi, anche se ciò, forse, avrebbe significato avvilirsi nell´esistenza. Con una parte di sé, era luciferina e intoccabile: indifferente a ciò che la vita le imponeva, perché mai avrebbe potuto intaccare l´essenza adamantina della sua anima. Perciò, durante la giovinezza e la maturità, fu dura, arrogante, cocciuta, piena di disprezzo e di terribili collere, impaziente, sarcastica, sferzante. Non ebbe mai pietà o compassione verso sé stessa. Non conobbe il sentimento della vanità personale, perché le premeva realizzare l´idea che Dio aveva posto in lei, idea della quale non aveva nessun merito. Non provava nessuna considerazione di sé: disprezzava o nascondeva i propri sentimenti, fingeva che tutto procedesse bene anche se nell´intimo era disperata; cercava di proteggersi con la più austera e severa discrezione - discrezione che il mondo moderno ha dimenticato. Era generosissima. Il suo primo gesto era quello di sacrificarsi, come aveva appreso da una delle figure essenziali della sua mente, Gesù Cristo.
Come dissero Hans Jonas e Mary McCarthy, quegli occhi radiosi di felicità diventavano, all´improvviso, pieni di solitudine: «profondi, tenebrosi, stagni di interiorità». La creatura della luce era anche una figlia della notte. La mattina stentava ad uscire dai sogni; e solo a poco a poco riusciva faticosamente a mettere piede nel giorno. Spesso disse scherzando agli amici che non possedeva un´anima: ma, quando inviò a Heidegger la prosa intitolata Ombre, non era altro che anima, un´ombrosa e illimitata anima romantica. Non aveva rapporti con la realtà e gli avvenimenti: viveva solitaria in un sonno incantato: conosceva solo i propri riflessi: provava angoscia, nostalgia, attesa; quella che Goethe chiamava Sorge, la Cura, le oscurava la luce. Il minimo evento, il minimo oggetto, qualsiasi parola potevano ferirla; e spesso si colpiva e si feriva con le sue mani. Ma questo intreccio, nei suoi sguardi di luce e di tenebra, questa alternanza, nella sua esistenza, di felicità leggera e di nostalgia, di dolore e di durezza, attraeva gli amici. In quei vasti occhi, «uno sprofondava e temeva di non poter più riaffiorare alla superficie». Per tutta la vita, il suo fascino attrasse coloro che la incontravano: studenti ebrei e cattolici, professori, romanzieri, poeti, portieri, albergatori, editori, giornalisti alla caccia di interviste. Scrisse cose bellissime: ma il suo incantesimo veniva da più lontano, dall´essenza segreta della persona, da quel dono occulto che qualcuno - forse il Dio della Bibbia - nascose dentro di lei.
Quando, a diciotto anni, si iscrisse a Marburg, una fama la precedeva: quella di Martin Heidegger, allora trentacinquenne, che non aveva ancora scritto Essere e tempo, ma era già riconosciuto «come il re nascosto del regno del pensiero». Con lui - si diceva - il pensiero aveva ripreso a vivere; e il patrimonio culturale del passato, che si credeva estinto, parlava con una nuova voce. Il suo era un pensiero appassionato, nel quale «pensare ed essere vivo erano la stessa cosa». Quando Hannah Arendt ascoltò Heidegger dalla cattedra, pensò che nessuno aveva mai parlato in quel modo di filosofia; e per cinquant´anni ricordò, piena di timore e di venerazione, il periodo di Marburg, «quando tu eri il mio insegnante». Guardando verso la cattedra, gli occhi le brillavano. Essere lodata da lui la faceva arrossire. Siccome quello di Heidegger era un pensiero appassionato, si innamorò con passione dell´anima e del corpo di quel pensiero: non distinse tra filosofia e persona. Lo vide per la prima volta da solo all´inizio del febbraio 1925: quando - ricorda Heidegger in uno dei rari passi delle sue lettere che leggiamo senza disgusto - «una fanciulla con l´impermeabile, il cappello calcato sopra i grandi occhi, entrò per la prima volta nel mio studio, e, timida e riservata, diede una breve risposta a tutte le mie domande».
Almeno da parte di Hannah Arendt, fu il grande amore. Venticinque anni dopo, mentre componeva il suo Denktagebuch, il suo Zibaldone, comprese di essere stata colpita dalla folgore, che l´aveva bruciata dalla testa ai piedi e fatta rinascere. Era stato uno sguardo, un fulmine sacro: una forza divina, che abitava nel cuore, ma non era un sentimento e non apparteneva al cuore, aveva fatto risplendere le tenebre, trasformandole in luce e cancellando le altre passioni e desideri. Quel fuoco l´aveva carbonizzata, arso lo spazio tra lei e Heidegger, stabilito l´identità assoluta tra loro, distrutto il mondo, cancellato gli altri uomini. Non c´era più, da parte sua, che «inflessibile dedizione a qualcosa di unico»: «cuore spezzato e donato».
Ricordò la sua adolescenza, quando immaginava che poteva esistere soltanto nell´amore e proprio per questo aveva paura di perdersi. Ora si era perduta completamente: era precipitata nell´abisso erotico, dimenticando e cancellando il proprio io. Non c´era più: solo un´ombra, con «gli stagni tenebrosi degli occhi». Si accorse che con Heidegger non parlava mai o non diceva mai vere parole: la persona di lui le era indifferente, e non le importava nulla delle sue qualità e dei suoi difetti. Sebbene lo stringesse tra le braccia, egli era un estraneo: uno straniero che aveva incontrato per caso. Tra loro il mondo «era bruciato». «Nell´amore, rifletté venticinque anni dopo nel Denktagebuch, non c´è comunità, perché la sfera di ciò che è comune, il mondo, in esso viene consumato». Queste erano le leggi dell´amore: niente speranza, niente comunità, niente fiducia, niente amicizia, niente parole - solo estraneità e solitudine, sebbene il lampo continuasse a bruciare e il fuoco ad ardere sino alla fine della vita. Era divenuta un fantasma, distesa accanto a un cupo fantasma.
Mentre amava Heidegger senza rimedio, Hannah Arendt comprese che non poteva continuare a vederlo, perché tra loro non c´era mondo, e lei aveva bisogno di mondo. Non poteva abitare nella estraneità, nella solitudine e nel silenzio. Così rinunciò a lui: lo abbandonò, sia pure dapprima in modo non definitivo, pronta a rivederlo ad una stazione o in un albergo. Lui, forse, aveva bisogno di questo sanguinoso sacrificio. Hannah andò a studiare prima a Freiburg, poi ad Heidelberg. Non aveva più nulla: non esigeva nulla; era divenuta nulla, senza nome né corpo. «Ti amo come il primo giorno», «sono decisa a non amare più nessuno», ripeteva. Un giorno, mentre stava alla stazione, lo vide da lontano al finestrino di un treno: il treno partì, e lui, si allontanò dalla stazione senza vederla né riconoscerla. Si sentì abbandonata per sempre, con la paura cieca di una bambina abbandonata dalla madre. Lei stava in basso, sola, ferma vicino al binario del treno, e doveva «aspettare, aspettare, aspettare» qualcuno che non sarebbe mai ritornato.
Così, per venticinque anni, lasciando la Germania e l´Europa, custodì Heidegger nella memoria: perché l´amore, si accorse, vive soprattutto nell´abbandono. Gli amanti sono persone che si lasciano e si ricordano l´uno dell´altro, nel silenzio intollerabile della mente. Gli fu fedele nella memoria: non dimenticò mai «il re nascosto», che le aveva parlato nelle aule di Marburg e nella sua mansarda. Quando lo rivide, nel marzo 1950, comprese che non aveva mai cessato di amarlo, e costruì la sua teoria dell´amore. Fu ingiusta: perché quella teoria raccoglie ed elabora soltanto i suoi ricordi di Heidegger, come se tutta la storia erotica del mondo si fosse concentrata nei pochi mesi di Marburg. Dimenticò che aveva amato moltissimo, sia pure senza fulmini e fuoco e rivelazioni sacre, il suo secondo marito, Heinrich Blücher, conosciuto nel 1936 a Parigi.
Questi cinquant´anni di lettere conservate e perdute, di pensieri e ricordi taciuti e di frasi criptiche sparse nei libri, formano una delle grandi storie amorose del secolo, che Hannah Arendt - proprio lei, la felice, la ridente - visse come un´angosciosa eroina romantica. Lei prestò la voce, intonò la musica, dettò il tono, impose le frasi. Non c´era altra voce, perché Martin Heidegger era un fantasma ridicolo. «All´improvviso, egli scrisse, l´essere ci folgora. Lo scrutiamo, lo custodiamo - ci lanciamo nella danza». Per cinquant´anni, Heidegger fu un mediocre professore tedesco che danzava: un penoso e pedante pastore dell´Essere. Non era mai naturale, non sorrideva mai, non si distendeva mai, si prendeva terribilmente sul serio, perché il suo pensiero - e lui attraverso il suo pensiero - doveva essere tradotto, interpretato, moltiplicato, adorato, come l´unica Bibbia dell´Occidente.
Le lettere di Heidegger alla Arendt attendono di essere affidate a due moderni Bouvard e Pécuchet che le copino e le chiosino per il divertimento di tutti. «La tua essenza di pura fanciulla»: «La Cosa decisiva rimane il mantenere integra la più autentica autenticità femminile»: «Il tuo grande momento, in cui diventi una santa»: «Ci sono ombre soltanto dove c´è il sole»: «Sei semplicemente felice e in cammino verso la felicità» (mentre lei soffriva terribilmente). Decorava le sue lettere con frasi musicali, per creare attorno ad esse la giusta atmosfera: «Bach, Concerto brandeburghese n.3. Secondo movimento. Allegro» o «Beethoven, Opus 111. Adagio Finale». Inviava alla Arendt, a Manhattan, una foglia d´edera: la foglia apparteneva a un viticcio, che anni prima contadini della Foresta Nera avevano data a sua moglie: «Decorano le loro stanze con questa edera, senza sapere più niente delle corone del dio cui piaceva adornarsi d´edera». Attraverso l´Atlantico la foglia d´edera avrebbe dovuto creare quell´atmosfera di frenesia dionisiaca, che il vecchio professore aveva desiderato invano per tutta la vita.
[ *** ]
Nell´estate del 1933, Hannah Arendt abbandonò la Germania: Hitler, il nazismo, Heidegger, i professori e gli scrittori divenuti nazisti, e perfino il suo professore di Heidelberg, Karl Jaspers, un futuro eroe dell´antinazismo, che qualche mese prima, quando Hitler stava per prendere il potere, lodava «la buona volontà e lo slancio» dei giovani nazionalsocialisti e le chiese perché lei, ebrea, volesse «distinguersi dall´essenza tedesca».
Fu a Praga, a Ginevra; e nell´autunno, a Parigi, dove cominciò a lavorare per organizzazioni ebraiche d´assistenza. A Parigi, rimase fino al 1941: dichiarò più tardi che erano stati gli anni più felici della sua vita, nei quali lei e il suo secondo marito, Heinrich Blücher, «siamo veramente divenuti ciò che siamo».
Abitò prima in un alberghetto a rue Saint-Jacques, poi a rue de la Convention: infine per molti anni, insieme a Heinrich Blücher, all´albergo Principautés unies, 6 rue Servandoni, camera numero 19, tra Saint-Sulpice e il Jardin du Luxembourg. Joseph Roth viveva a due passi, in un albergo a rue de Tournon: Walter Benjamin, cugino del primo marito di Hannah Arendt, più lontano, a 10 rue Dombasle. La Arendt pensava che Parigi fosse l´unico luogo dove vivere. La città era come una casa con moltissime stanze: si sentiva libera, a suo agio; e insieme era «alloggiata», «protetta», rinchiusa dalle facciate uniformi che fiancheggiavano le strade come muri interni. Usciva lungo rue de Vaugirard, nel Jardin du Luxembourg o a boulevard Saint-Germain, o nelle stradine che portavano fino alla Senna: poteva passeggiare senza fine né scopo, davanti ai caffè lungo le strade, immersa e abbandonata nella fluida moltitudine della folla. Era la sua città, che proteggeva gli stranieri e gli apatridi come lei, tutti coloro che non desideravano guadagnare, far carriera e raggiungere una meta.
Da ragazza, mentre viveva a Königsberg o studiava a Marburg, corteggiata dai giovani compagni cattolici, non si era mai sentita ebrea. Scrisse a Jaspers che essere ebrei significava obbedire a un destino; e lei voleva liberarsi dal destino. Con la violenza dei fatti, Hitler le fece comprendere che era ebrea, nient´altro che ebrea: quello era il suo destino, e lei doveva seguirlo sino in fondo. Non se ne sarebbe mai più distaccata. «Se si viene attaccati in quanto ebrei, dobbiamo difenderci - avrebbe detto - in quanto ebrei: non in quanto tedeschi, non in quanto cittadini del mondo, non in quanto difensori dei diritti umani». Un tempo, non accettava sé stessa, né le condizioni esterne, i dati, i limiti, tra i quali viveva. Ora aveva una specie di gratitudine per tutto ciò che era così come era: per ciò che le era stato dato dalla natura e non poteva essere costruito dalla sua volontà. Essere ebrea era il cuore della sua esistenza.
Le notizie erano sempre più terribili: gli ebrei venivano cacciati dal lavoro, perseguitati, chiusi nei campi di concentramento, e fra poco sarebbero stati uccisi a milioni. Hannah Arendt aveva l´orgoglio di essere una paria; invisibile, nascosta, oscura, senza luce, senza passaporto, sebbene protetta dagli alberi e dai muri di Parigi. Era una persona umiliata ed offesa, che aveva subìto ingiustizia: una mendicante che viveva ai margini della società; una straniera che veniva da lontano, senza leggi né istituzioni, casa né protezione. Aveva perso il mondo, come accade agli innamorati. Ma gli abitanti della Realtà ignorano le consolazioni dei paria. I paria vedono e capiscono meglio: conoscono il piacere infantile di inventare e raccontare storie; e, soprattutto, quando sono cacciati dal mondo, si raccolgono tra loro, si serrano strettamente gli uni agli altri, si aiutano, con un calore, un affetto e una gioia così profondi, con un tale piacere di essere in vita, da suggerire «che l´esistenza raggiunge la sua pienezza solo tra coloro che sono umiliati e offesi». Questa fu la gioia di Hannah Arendt, negli otto anni in cui abitò a Parigi.
In quegli anni, la Arendt accusò gli ebrei d´Europa di avere dimenticato ed abbandonato la loro anima. Li accusò di essersi confusi con i francesi, i tedeschi, gli inglesi e i russi, posseduti da un perverso piacere di trasformarsi e cancellarsi. Li accusò di essere passivi, fuggendo per sopravvivere. Erano soltanto dei parvenus, servi dei potenti di ogni paese: non formavano più un popolo, e non conoscevano più l´arte della politica e della guerra. Pensò, e più tardi scrisse queste cose con furore, rabbia ed ingiustizia. Ma aveva dimenticato, o non conosceva, gli aspetti principali della tradizione ebraica.
Dopo la cacciata da Gerusalemme nel primo secolo, gli ebrei avevano formato una classe dirigente a Roma, Baghdad, in Egitto, in Spagna, nell´Impero ottomano, in Austria-Ungheria: medici, ambasciatori, banchieri, consiglieri segreti; in primo luogo perché avevano riconosciuto in questo compito una missione religiosa. Essi pensavano che, a causa di un peccato di Israele, Dio avesse affidato la sovranità agli imperatori di Roma, ai califfi di Baghdad, agli imperatori ottomani, consegnando agli ebrei il compito di governare la terra al servizio dei potenti. Come disse ironicamente uno dei Rothschild, «noi non siamo dei principi, ma li governiamo». Hannah Arendt non comprese quasi nulla di questa vicenda di trionfi, persecuzioni ed esili, fasti e miserie, che formò la grandezza della Spagna, dell´Impero ottomano e dell´Austria-Ungheria. Vide servilità e passività in ciò che era attenzione, duttilità, cautela, molteplicità di talenti, accortezza, discrezione, qualche volta desolazione.
Non comprese cosa era stata l´apertura dei ghetti, e l´assimilazione ebraica nell´Europa del diciannovesimo secolo - una storia grandiosa, dolorosa e divertente, raccontata qualche anno prima da Proust e da Kafka. E ignorò o volle ignorare la tradizione giudaica nascosta: la mistica e teologia cabbalistica, che Scholem cominciava a raccontare in quegli anni, ricostruendo il passato sconosciuto di Israele. Non avrebbe potuto dire come Scholem: «Niente di ciò che è ebraico mi è estraneo». Malgrado la sua fedeltà, aveva perduto le proprie radici. Non aveva più passato: o soltanto il passato della tradizione greca e cristiana. Dietro le sue spalle, non c´era più Bibbia, né Talmud, né Zohar, né Sabbetay Sevi. In questo, era identica a una ebrea francese sua coetanea: Simone Weil.
Nella primavera del 1936, a Parigi, Hannah Arendt conobbe Heinrich Blücher, un bellissimo tedesco dal naso in su, che fumava la pipa, e aveva sette anni più di lei. Era l´opposto di Heidegger. Mentre Heidegger era un solenne professore e rettore universitario, Blücher, che si incuriosiva e incapricciava di tutto, musica e operetta, non aveva mai compiuto studi regolari: mentre il primo conosceva il furore della scrittura, il secondo avrebbe soltanto parlato e parlato, con molto talento, per tutta la vita: mentre Heidegger era un uomo della Legge, il secondo era talmente fuori legge, che non conosceva nemmeno il proprio recapito: mentre il primo coltivava con feroce tenacia il successo del suo pensiero, Blücher disprezzava qualsiasi idea borghese di successo: mentre Heidegger era tetro e austero (almeno con Hannah), il secondo era spiritoso, parodistico, un personaggio berlinese di Brecht fuggito dal teatro e disceso per le vie di Parigi: mentre il primo era stato nazista, Blücher era stato spartachista e comunista, sebbene avesse perduto ogni fiducia nelle «scimmie inviate dalla Direzione del Partito». Il clima cambiò. Le operette e le canzoni alla moda sostituirono Bach, Concerto brandeburghese numero 3 secondo movimento e Beethoven, Opus 111 Adagio. L´alberghetto di rue Servandoni pieno di dischi prese il posto della baita nella Foresta Nera, dove Essere e Tempo nasceva tra i pensosi abeti coperti di neve. Dopo mesi di passione sublime e silenziosa, di appuntamenti sulle panchine e alle stazioni, Hannah Arendt cominciò a respirare.
Qualche volta, Heinrich Blücher era sciocco. Scriveva come Stalin o Zdanov. «Noi dobbiamo sviluppare nelle masse popolari ebraiche gli elementi rivoluzionari anti-imperialisti». «Deve costituirsi una élite ebraica che veda che gli interessi del popolo ebreo sono indissociabili da quelli della rivoluzione degli operai, contadini e manovali contro l´imperialismo». «La nostra parola d´ordine è: "Operai e lavoratori ebrei! Liberiamo insieme, con gli operai e lavoratori arabi, la Palestina dal giogo dei ladroni inglesi e delle borghesia ebraica loro alleata". Questa è una politica ebraica materialista». Col suo acutissimo e crudele sguardo ironico, dubito che Hannah Arendt abbia mai ammirato la Questione ebraica secondo Heinrich Blücher. Era una donna; e sapeva che le donne debbono perdonare e tollerare, con apparente dolcezza, i vanitosi proclami dei loro signori, specie se sono belli, fumano la pipa e le amano.
Spesso Hannah Arendt e Heinrich Blücher risalivano insieme le piccole strade che attraversano place Saint-Sulpice e la Senna e vanno fino al Louvre. Ammiravano un quadro di Rembrandt: Betsabea con la lettera di Davide. Blücher non aveva letto o aveva dimenticato la Bibbia: non ricordava che il rapidissimo sguardo e la lettera di Davide alla sua suddita e il nascosto coito tra loro avrebbero trascinato dietro di sé le più tremende sventure di Israele - fino alla morte di Absalom con i capelli sospesi nell´enorme albero di terebinto, e al pianto di Davide: «Figlio mio! Absalom figlio mio! Figlio mio Absalom! Fossi io morto per te, Absalom figlio mio!». Nel quadro, Heinrich Blücher ammirò soltanto il corpo nudo, sensuale, appena usato dagli anni, di Betsabea: immaginò la sua toilette di Venere, le sue arti di amante, di dea, di sposa fedele, di prostituta sacra. Pensò che Betsabea fosse Hannah e Davide Lui - «l´uomo di lotta e di sofferenza, il rivoluzionario», che combatteva contro il nazismo.
Sebbene ignorasse la Bibbia, Heinrich Blücher amava Hannah Arendt molto più di quanto il cupo Davide di Rembrandt avesse amato Betsabea. Il suo amore non portò sventure né maledizioni: era passione, calore, fervore, ebbrezza, entusiasmo. Scriveva a Hannah con i colori più sensuali, che forse le sembrarono volgari: «Sono l´uomo il cui destino è di sondare i tuoi abissi - colui che ha l´ancora per ancorarsi in te, e la trivella che farà sgorgare da te tutte le sorgenti vive del piacere - l´uomo che ha l´aratro per lavorarti e animare tutte le linfe nutritive...». Le scriveva con slancio lirico e musicale, che derivava da Goethe, Baudelaire e da Nietzsche: «Mia meraviglia, mia bella, mia adorabile, mia gioia, mia fierezza, mio giardino di tutte le voluttà. Oggi ho passeggiato un´ora al Luxembourg e te sola occupavi le mie riflessioni e i miei pensieri, tutte le meraviglie della natura che osservavo con amore si raggruppavano amabilmente per metterti al loro centro... Il mio desiderio è sempre nuovo come il mio amore». Lei era la sua felicità: la sua luce, che si fondeva e si moltiplicava con la luce del mondo. Per tutto il resto della vita comune, Blücher guardò sempre Hannah con un sorriso affettuoso, indulgente e paterno. La ascoltava parlare, accennando tra sé, come se fosse una studentessa intelligentissima, che, per chissà quale caso, il destino gli aveva mandato.
Le lettere di Hannah Arendt erano più riservate, discrete e pudiche, come se volesse conservare un segreto. Ma aveva fiducia nel marito: lui le dava una grande gioia; aveva bisogno delle sue parole, delle sue lettere, della sua approvazione, della sua protezione. Aveva bisogno della «lente correttiva», che Blücher posava su di lei; e soprattutto della sua vicinanza. «Mi manchi sempre e dovunque - gli scriveva. Non solo la mattina tasto il letto e sono sorpresa di non trovarti: anche durante la giornata spesso mi giro involontariamente per vedere se per caso tu sei lì». Lei e il marito non formavano un solo essere. Non c´era mai stata, tra loro, la identità amorosa, che l´aveva arsa a Marburg, quando aveva amato Heidegger. Lei e Blücher erano due: diversi, divisi; ma si aiutavano a vicenda, dipendevano l´uno dall´altro, superavano insieme ogni prova, si rispecchiavano in una sola figura, camminavano per le strade secondo un medesimo ritmo. Quando erano insieme, formavano un mondo in miniatura, dove potevano salvarsi da ogni disastro. Esso conservava qualcosa dell´universo che li aveva cacciati. Tutte le tradizioni d´Europa, tutte le perle dei poeti e dei filosofi erano custodite nelle loro casseforti invisibili; e partendo di lì, con tenacia e pazienza, potevano ricostruire un mondo dove, un giorno, avrebbero ospitato gli amici.
Questo mondo non esisteva ai tempi di Heidegger. Allora c´era solitudine, silenzio, estraneità: ora compagnia, calore, affetti, comunità, parole. Hannah Arendt sapeva di essere fuggita da Marburg appunto perché là non c´era mondo. Cos´era dunque il rapporto con Heinrich Blücher, l´uomo dal naso in su, che fumava la pipa? Soltanto amicizia erotica? Non sappiamo. Ma certo Hannah Arendt, quando rivide Heidegger nel 1950 e rivelò nel Denktagebuch la sua teoria dell´eros, non ricordò nemmeno di scorcio e da lontano Heinrich Blücher, che amò per trentacinque anni e pianse disperatamente dopo la morte. L´amore assoluto restava Heidegger: la folgore, il fuoco, il gelo, il silenzio, la solitudine.
(1. Continua)
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