giovedì 29 gennaio 2004



Pietro Citati ricompare questa mattina (29.1.04) su Cultura di Repubblica con un lungo testo (due intere facciate) dal titolo:
CROCIFISSIONE
Le parole di Gesù che muore e il silenzio misterioso del Padre
I VANGELI A CONFRONTO


neurologi canadesi:
depressione e dimensioni dell'ippocampo

ricevuto da Tonino Scrimenti

DEPRESSIONE, SCOPERTA UNA ANOMALIA STRUTTURALE
(AGI) - Washington, 29.1.04


Una anomalia strutturale e' stata identificata da neuroscienziati canadesi nel cervello di adolescenti sofferenti della forma piu' grave di depressione: si tratta di dimensioni ridotte dell'ippocampo, la regione del cervello che entra in funzione al momento della formazione della memoria, e della motivazione e dell'emozione.
Le conclusioni della ricerca, svolta da un gruppo di studio della Dalhousie University (Nova Scotia) e del Consiglio Nazionale delle Ricerche del Canada, coincidono con altre ricerche che gia' avevano indicato nella riduzione delle dimensioni dell'ippocampo una delle conseguenze della depressione sulle strutture cerebrali. Tale riduzione puo' essere provocata anche dallo stress intenso e da un trauma, che sono entrambi fattori che innescano anche la depressione.
Sono stati esaminati 34 ragazzi, tutti volontari, di eta' compresa fra i 13 ed i 18 anni, la meta' dei quali accusava una forma grave di disturbo depressivo. Servendosi della tecnica di visualizzazione tramite risonanza magnetica, gli scienziati hanno scandagliato il volume del loro ippocampo destro e di quello sinistro: e quella regione del cervello, come scrivono i due relatori della ricerca, Frank MacMastere e Vivek Kusukamar, sul giornale internet "BioMedCentral", e' risultata mediamente piu' piccola del 17 per cento nei soggetti depressi, rispetto a quelli sani.
Altri studi recenti avevano indicato la possibilita' di ripristinare con farmaci anti-depressivi cellule cerebrali disattivate.

un convegno di psichiatria a Genova da domani

Repubblica, edizione di Genova 29.1.04
Quando la psichiatria incontra la letteratura


"Il senso della psichiatria" è il titolo del convegno che si aprirà domani mattina nel salone Nettuno del Palazzo del Principe. La giornata di studio, organizzato dall´Università degli Studi di Genova, si aprirà alle otto con un saluto del presidente Romolo Rossi, docente di psichiatra e psicoanalista. Relatori del congresso, che ha come sottotitolo "Incontro tra Psicoanalisi, Psicopatologia e Letteratura", saranno lo stesso presidente del convegno Romolo Rossi; il professor Bruno Callieri dell´Università La Sapienza di Roma, psicopatologo, il quale parlerà di "Dialettica tra Senso e Significato in Psichiatria"; Arnaldo Ballerini della Scuola di Psichiatria dell´Università di Firenze e Presidente della Società Italiana per la Psicopatologia; Mario Rossi Monti, psichiatra dell´Università di Urbino; Anna Lunetta, psichiatra e psicoterapeuta a Genova, Dipartimento delle Dipendenze; Caterina Vecchiato, psichiatra presso la Sezione di Psichiatria del Dipartimento dell´Università di Genova, Ospedale San Martino; Edoardo Sanguineti, italianista e poeta, che terrà una relazione dal titolo Tra Psiche e Soma. Nel convegno, tra l´altro, si parlerà del rischio teorico (riduzionismo concettuale) e pratico (cure inefficaci) che sta correndo la psichiatria nel mondo occidentale, anche in Italia.

mercoledì 28 gennaio 2004

la voce "Massimo Fagioli"
come è pubblicata sulla Garzantina Cinema

Fagioli Massimo sceneggiatore e regista italiano. Laureato in medicina e specializzato in neuropsichiatria, esercita la professione di psicanalista. Nel 1971 il suo libro Istinto di morte e conoscenza suscita un acceso dibattito che si conclude con la sua uscita dalla Società psicanalitica italiana. Il regista M. Bellocchio lo consulta durante la lavorazione di Il diavolo in corpo (1986), ispirato all’omonimo film di C. Autant-Lara, a sua volta tratto dal famoso romanzo di R. Radiguet. La collaborazione con Bellocchio si fa più stretta e nel 1991 firma la sceneggiatura di La condanna (Orso d’argento a Berlino), che esplora i tormentati rapporti tra consapevolezza e inconscio nell’animo di una donna dopo una notte d’amore con uno sconosciuto. La componente lirica e onirica si accentua con Il sogno della farfalla (1994), sempre di Bellocchio, in cui la sua sceneggiatura accantona le comuni convenzioni narrative per raccontare la storia di un giovane che rifiuta di parlare. Nel 1998 passa dietro la macchina da presa con Il cielo della luna, film su una donna socialmente e professionalmente realizzata, ma insoddisfatta della sua perfetta esistenza borghese, che nella sua ricerca di un fondamento più saldo abbandona tutto e tutti, anche l’amico clochard, interpretato da Fagioli stesso.

l'ideologia della destra

Repubblica 28.1.04
Quei futuristi rivoluzionari che detestano le virtù borghesi

Si conclude l´inchiesta sulla cultura della destra
Schmitt non è un reazionario: sa perfettamente che la sua teologia politica è solo un grimaldello
Musil, facendo la parodia di Rathenau nell´"Uomo senza qualità" criticava il capitalismo senz'anima
Nella formazione originaria del fascismo l'apporto marinettiano ha un ruolo importantissimo
di ANTONIO GNOLI


Venezia. Fu sul finire degli anni Settanta che Massimo Cacciari, un po´ a sorpresa, aprì una linea di credito nei riguardi della cultura di destra e in particolare di alcuni suoi protagonisti che la sinistra aveva emarginato. Quello sdoganamento - per cui improvvisamente ci si trovava di fronte ad autori (soprattutto tedeschi) come Schmitt e Jünger o in parte come Evola, usciti da un lungo oblio se non proprio da una clandestinità - era anche il frutto delle difficoltà teoriche in cui il marxismo aveva finito con il trovarsi. Dice Cacciari: «Quell´esigenza partiva anche dal desiderio di capire che la destra non era soltanto violenza bestiale. Ma c´era un sostrato di idee e questioni di indiscutibile portata che andava affrontato».
E quell´esigenza è rimasta?
«Diciamo che oggi le cose vanno affrontate con maggiore analiticità rispetto a trent´anni fa. Anche perché le conoscenze di quelle correnti della cultura di destra europea sono infinitamente cresciute» .
Ma la sua curiosità di allora da che cosa era motivata?
«Sia io che altri provammo a riattraversare quelle culture, servendoci di una idea diversa della politica».
Ossia?
«Rispetto allo schema assiale classico, per cui i lati opposti sono occupati da sinistra e destra e poi c´è un centro che rappresenta la posizione virtuosa, adottammo uno schema ortogonale della politica. Nella convinzione che ci sono aspetti del pensiero della destra che interessano la politica in generale e in particolare la sinistra».
È possibile che l´elemento trasversale dipendesse dalla medesima reazione critica che sinistra e destra ebbero tra le due guerre di fronte al liberalismo?
«È senz´altro l´elemento principale, anche se non avrei difficoltà a retrodatarlo. A cavallo fra l´Otto e il Novecento emerge sia a sinistra che a destra una critica non tanto alla democrazia liberale quanto a un liberalismo in cui predomina l´elemento di scambio e di mercato. È un prendere le distanze dal contrattualismo che in Carl Schmitt si riassumerà nel concetto di critica all´età della neutralizzazione».
Ossia di critica all´età liberale classica?
«Sì, e quel liberalismo produce, come reazione, una specie di reciproca attrazione fra socialismo e destra. È un fenomeno che avrà particolare rilievo in Italia».
Pensa al passaggio di Mussolini dalle posizioni socialiste alla destra nazionalista e poi al fascismo?
«È senz´altro un aspetto. Ma solo all´interno di questo contesto si spiega il richiamo originario di Gentile al Marx delle tesi su Feuerbach, o la formazione stessa di Gramsci. Ed è questo che trent´anni fa ci ha interessato: una cultura di destra che criticando l´età liberale della neutralizzazione incrociava obiettivamente un elemento filosofico portante della critica socialista alla democrazia liberale».
Quali effetti ebbe questo bisogno di voler superare l´individualismo liberale?
«Sul piano della destra europea produsse due filoni abbastanza in contraddizione fra loro. Uno propriamente statalista che si conclude con l´affermazione di una potenza autonoma della politica la quale, tuttavia, per avere effettiva sovranità, autorità, legittimità, si deve configurare eticamente».
Cioè deve dar vita a uno Stato etico.
«Sì. A uno Stato che alla lontana troviamo più in Fichte che in Hegel e in seguito sarà teorizzato da Gentile. L´altro filone è quello organicistico, che ha dentro di sé un forte richiamo alla comunità originaria. Lo sfondo qui è determinato in primo luogo dai romantici tedeschi, ed è fortemente polemico nei confronti della tradizione statalista».
E queste due destre avranno un differente atteggiamento nei riguardi della tradizione socialista?
«Inevitabilmente. Le correnti organiciste si contrapporranno frontalmente al socialismo. Perché a differenza della loro, la visione socialista è cosmopolita, internazionale, universale. Più vicina in questo alla tradizione statalista».
Fino a un certo punto.
«È vero, nel senso che nella concezione marxiana e socialista lo Stato deve essere superato. Lo stato non è la casa, la dimora, come lo è nella concezione gentiliana».
Schmitt che è il grande critico della neutralizzazione che posto occupa?
«Lui non è riconducibile né ai romantici né a Hegel, proviene da Weber. Il suo problema è costruire uno stato con criteri hobbesiani, fuori dagli equivoci organicistici ed etici».
E per questo si mette agli ordini dei nazisti?
«Lavora per loro, convinto di poter creare un processo decisionale nuovo. Cade in un abbaglio, quello della costruzione politica attraverso meccanismi plebiscitari. Ma direi che in generale sono tutte le culture di destra di quel momento, organicistiche, statalistiche, plebiscitarie, a illudersi di imbrigliare il nazismo e il fascismo. Invece accade il contrario. E Schmitt a un certo punto se ne rende conto. Ma è troppo tardi, perché la prepotenza politica del nazismo ingabbia tutto».
Chi si sottrae a questa morsa politica è l´esperienza della rivoluzione conservatrice.
«Armin Mohler, che sull´argomento scrisse nel 1950 un libro importante, definì gli esponenti della rivoluzione conservatrice come "i trotzkisti del nazionalsocialismo" e come tali furono perseguitati. Ma è bene precisare che con questo movimento non hanno nulla a che fare un apocalittico come Spengler e uno come Schmitt».
Qual è il nucleo del loro pensiero?
«Gli autori della rivoluzione conservatrice hanno come denominatore comune il rigetto dell´eredità francese. Sono antigiacobini ma non reazionari. Non si confondono con il grande pensiero controrivoluzionario della restaurazione».
Non si confondono con de Maistre?
«Non solo, neppure con Bonald, Donoso Cortés, che sono, come è noto, i grandi autori studiati da Schmitt».
E nei quali il cattolicesimo ha una funzione non indifferente.
«Appunto. Mentre nella rivoluzione conservatrice gli elementi cattolici sono scarsi. Tutto è svolto in una prospettiva molto tedesca: reinterpretano l´età liberale in una chiave estetico aristocratica. Per questo movimento la democrazia liberale fallisce perché a un certo punto diventa democrazia in senso negativo».
Diventa democrazia di massa.
«Diventa oclocrazia, ossia dominio politico delle masse ma anche individualismo economico. Dunque non rigettano la democrazia, ma ritengono che la democrazia debba essere governata elitariamente».
Chi sono i maggiori rappresentanti?
«Il nome che mi viene in mente è Hugo von Hofmannsthal. C´è un suo saggio del 1927 sulla letteratura austriaca - che è la grande teorizzazione della rivoluzione conservatrice - in cui confluiscono elementi organicistici, negazione di ogni individualismo sradicato, legame con la lingua e il territorio, rifiuto di ogni cosmopolitismo liberale e socialista, di ogni giacobinismo, ma al tempo stesso di ogni forma autoritaria totalitaria».
Il mantello dell´estetica copre tutto.
«Diciamo che è la valorizzazione dell´elemento estetico aristocratico. Secondo me la figura in cui la rivoluzione conservatrice si esprime con la massima nettezza e insuperabile ironia, fino a dissolversi, è l´Arnheim di Musil. La parodia che fa di Rathenau in L´uomo senza qualità mostra come Musil al fondo criticasse il capitalismo senza anima».
Chi invece insiste sullo stile è Gottfried Benn.
«In lui si fa evidente l´apprezzamento del bello, del carattere estetico dell´esperienza. Ai suoi occhi, come a quelli degli altri esponenti della rivoluzione conservatrice, l´aristocrazia deve governare lo stato liberale, deve guidare la democrazia. Occorre perciò formare un governo dei migliori, non un governo del führer, del dittatore».
In quegli anni, parliamo del periodo a cavallo fra il dieci e il venti, assistiamo a delle letture piuttosto singolari di Platone che vanno nella direzione del governo dei migliori.
«Sono soprattutto le letture dei grandi professori tedeschi di greco - la grande scuola filologica dei Wilamowitz - a porre le basi perché si formi questa idea di un governo aristocratico dalle forme democratiche. Ma, ripeto, il testo fondamentale è L´uomo senza qualità che può essere letto come un grande affresco in cui viene dissacrata la visione della rivoluzione conservatrice».
Perché Musil descrivendola la dissacra?
«Perché è consapevole che il moderno va nella direzione opposta dall´estetizzazione della politica».
Un fenomeno simile lo abbiamo con d´Annunzio.
«Simile fino a un certo punto. Anzi, distinguerei nettamente il suo atteggiamento da quello degli esponenti della rivoluzione conservatrice. Anche se va tenuto presente che d´Annunzio è forse l´ultimo grande fatto culturale e antropologico che l´Italia dona all´Europa».
L´ultimo di quale serie?
«Dal Rinascimento in poi l´Italia ha per lungo tempo fornito modelli culturali all´Europa. E d´Annunzio è appunto l´ultimo di questi doni. Ma la rivoluzione conservatrice ha poco a che fare con lui. Musil e Hofmannsthal che di lui amano il lato letterario detestano l´elemento demagogico e populistico che ritengono intrinsecamente autoritario. Così come rifiutano un aspetto nuovo e assolutamente diverso della cultura di destra, cioè l´esperienza futurista».
Che si incarna nella destra rivoluzionaria.
«Non a caso. Lotta contro le degenerazioni della democrazia, ma non è a favore di una restaurazione aristocratica. Sostiene che il capitalismo abbia già un anima, la sua, ed è inutile cambiargliela, come pretendono letterati, esteti e filologi. Del capitalismo esalta la macchina, il sistema, la potenza. E questo sarà un elemento formidabile nella formazione agli inizi del Novecento di una destra europea».
L´aspetto più evidente, almeno in Italia, è una qualche coincidenza fra il programma futurista e una certa idea del fascismo.
«Il futurismo è una componente essenziale del fascismo. Che poi finisca con l´imborghesirsi, con l´istituzionalizzarsi, valga per tutti il Marinetti che finisce all´Accademia d´Italia, fa parte di una logica quasi inevitabile delle avanguardie. Però nella formazione originaria del fascismo l´elemento futurista e rivoluzionario ha un ruolo importantissimo. Tra l´altro Gramsci lo comprende perfettamente. E De Felice non farà che recuperare quella intuizione, per cui il futurismo è essenziale sia per spiegare la nascita del fascismo che alcune parti del pensiero gentiliano».
Questa sua ultima affermazione è meno chiara.
«Intendo futurismo come l´equivalente di rivoluzione. L´attualismo di Gentile è in qualche modo futurismo, cioè atto rivoluzionario. Si tratta dell´interpretazione delle tesi di Marx, che Gentile fa sue. Critica il lato economicistico e sociologistico che del contemporaneo fa Marx e sposta l´elemento rivoluzionario sul piano del pensiero come atto. Agli occhi di Gentile il pensiero è tale non solo quando riflette e pensa il mondo, ma quando s´invera nel trasformarlo».
E questa è la filosofia di Marx?
«Per Gentile sì. Ed è un punto che Del Noce e altri hanno messo in evidenza. Per cui questo aspetto è fondamentale per spiegare la genesi del movimento fascista. E si tratta di una riflessione completamente estranea al nazismo».
Dalle cose dette fin qui vediamo delinearsi due destre, una moderna e l´altra antimoderna.
«E questa distinzione è fondamentale perché di solito quando si parla del suo lato critico del moderno, non si vede l´altra faccia, quella che fa l´apologia del rischio, dell´innovazione, del progressismo capitalista e industrialista, che denuncia l´imborghesimento, che rifiuta i compromessi con le burocrazie statali, che si rammarica della perdita dello slancio vitale della fase eroica. A fronte di questa destra c´è quella organicistica, comunitaria che, abbiamo visto, denuncia l´individualismo che non ha più radici».
Lei accennava anche alle destre in cui l´aspetto culturale si intreccia col pensiero religioso.
«Mi riferivo alla destra cattolica reazionaria e ai suoi grandi maestri della restaurazione: de Maistre, Bonald, Donoso Cortés. Il loro pensiero per certi versi è il meno attuale ma anche il più inquietante».
Quando dice inquietante intende pericoloso?
«Intendo che è talmente drastico da andare alla questione essenziale: o, con la morte di dio e la perdita di tutti i valori, finiremo travolti dall´ateismo, oppure occorrerà scegliere la strada opposta. Ma il punto vero è che per questi pensatori, il dilemma non riguarda tanto la coscienza religiosa del singolo, il sentimento di credenza, bensì va posto all´autorità politica».
L´alternativa è o cristianesimo o ateismo?
«Non ci sono vie di mezzo. Ed è una scelta di cui non si può fare carico la democrazia liberale, perché costoro la considerano del tutto impotente a contenere questa deriva anarchica e nichilista».
Ma questa critica alla democrazia da dove nasce?
«Dalla considerazione che la sua legittimità è messa in crisi dalla sua stessa rappresentanza. Il problema della democrazia è come ridurre il potere sovrano senza distruggerlo. E questo per de Maistre è una contraddizione in termini».
A quale modello politico si richiamano?
«La forma politica che adottano è la Chiesa. E questo vale tanto per i pensatori come de Maistre, quanto per Schmitt».
Ma come convive in Schmitt il suo aspetto weberiano, di consapevolezza del processo di secolarizzazione, con la teologia politica?
«Ma Schmitt non è un reazionario. Sa perfettamente che la sua teologia politica non ha nessuna valenza propositiva. È solo un grimaldello ermeneutico per rappresentare concettualmente il politico contemporaneo. I grandi maestri della restaurazione avanzano l´esigenza di una teologia politica costruttiva, costituente. In Schmitt questo elemento è assente. È un pensatore totalmente disincantato. Non è un reazionario che guarda con nostalgia alla figura del Papa, è uno che si chiede come si può costruire un nuovo artificio statuale nell´epoca della crisi della democrazia liberale, della crisi del diritto internazionale e dell´espandersi dei mercati finanziari».
L´impressione è che questi tentativi di sistemare concettualmente una materia così contrastata, e al suo interno conflittuale, oggi siano del tutto tramontati. C´è una spiegazione plausibile?
«Mi sta chiedendo se quelle destre culturali di cui abbiamo parlato hanno ancora senso?».
Sì.
«Le diverse tradizioni della destra europea - da quella organicistica a quella della rivoluzione conservatrice eccetera - avevano un fine che era tentare di stabilire una identità europea. Ora questa ambizione è del tutto collassata nel secondo dopoguerra. Se prescindiamo dall´esperienza dei totalitarismi, possiamo anche spingerci a riconoscere che nella prima parte del secolo la destra ha tentato di pensare un´idea di Europa. E quando oggi il Papa sottolinea le radici cristiane dell´Europa, non fa che riproporre in piccolo il dilemma: o ateismo o cristianesimo. Se vuole è tutto qui quello che oggi è rimasto delle destre culturali».
(5 - fine. Le puntate precedenti sono uscite il 14 e il 23 dicembre, il 15 e il 20 gennaio)

martedì 27 gennaio 2004

il dottor Geoffroy

Repubblica edizione di Milano 27.1.04
IL DOCUMENTO
In ventinove pagine il ritratto di un malato che crede di essere sano
Nella sua mente c'è il delirio "Ho ucciso per la mia libertà"
di ANNALISA CAMORANI


«Il dottor Geoffroy è stato uno psichiatra tragicamente travolto dalle dinamiche affettive con cui si confrontava». Ci sono le due aggressioni di cui è stato vittima dietro il disturbo delirante che lo ha portato a uccidere. Aggressioni che non ha mai dimenticato e che lo hanno trasformato da vittima a carnefice. «L´atteggiamento del dottor Geoffroy - scrivono i professori Francesco Barale e Alessandra Luzzago - è sprezzante e apertamente polemico. La mimica vivace ed espressiva. La comunicazione implicita che dà è del tipo: sono un combattente estremo, non mi avrete mai. Combatterò fino alla fine».
È scritta in ventinove pagine la fotografia che i due periti incaricati dal tribunale hanno fatto ad Arturo Geoffroy per poi concludere che è incapace di intendere e di volere, incapace di stare a processo e pericoloso socialmente. Nella relazione la mente dell´ex psichiatra è descritta come «un universo ribollente e trainante di ira paranoicale». Situazione aggravata dal fatto che continua ad assumere farmaci antidepressivi che accentuano la sua malattia: «Il trattamento psicofarmacolocio che il dottor Geoffroy si è auto prescritto (un antidepressivo che i sanitari del carcere sono riusciti solo a diminuire nelle dosi) non è tale neppure da permettere di ipotizzare un minimo controllo sul disturbo».
Sulla dinamica che lo ha portato all´omicidio i due periti osservano: «È interessante notare che il dottor Geoffroy sembra essersi profondamente identificato con l´aggressore. Sembra aver agito ripetendo lo stesso scenario di aggressione di cui era stato vittima lui stesso nel ?97 quando era stato alcune ore sotto la minaccia di un paziente psicotico che rivendicava da lui il risarcimento per torti pensionistici subiti». Da quell´episodio parte la battaglia per ottenere il riconoscimento della causa di servizio. Di fronte al rifiuto, Geoffroy denuncia l´Asl, l´Inps, i pm e i giudici che non lo hanno ascoltato. E poi ancora i magistrati di cassazione, i membri del Csm, il ministero di Grazia e Giustizia, il presidente del Consiglio, il presidente della Repubblica. Anche i magistrati della procura di Genova, Milano, Brescia, Firenze e Torino finiscono nel suo mirino. Tra Geoffroy («che proviene da una famiglia benestante della medio-alta borghesia, con una importante tradizione militare risalente all´avo ufficiale napoleonico») e il resto del mondo, ormai, è guerra aperta. Lui, però, si ritiene una persona assolutamente sana di mente, tanto che rifiuta di sottoporsi a una perizia psichiatrica. Lui è sano, è il mondo che lo perseguita. In carcere, però, si trova bene. Tutto questo emerge chiaramente nella lettera che Geoffroy scrive allo psichiatra del carcere di Genova e che i due esperti allegano alla perizia «perché delinea con estrema chiarezza il suo pensiero in merito al reato».
«Le scrivo - spiega l´ex psichiatra - perché ritengo di dover immediatamente interrompere il nostro rapporto, oltretutto iniziato solo perché sollecitato, da chi non so, ma certo di cui per nulla sentivo il bisogno. Le mie condizioni psicofisiche, infatti, sono più che buone. Anche se tale buona condizione è relativa all´acquisizione da tempo della terapia che, essendo medico psichiatra, sono perfettamente in grado di gestire. Dormo bene, mi sveglio riposato, dopo pranzo faccio una siesta che spesso supera l´ora, mangio con appetito e più di quanto non facessi in libertà, la tonalità del mio umore è buona e anche stabile, l´iniziativa non mi mancava e non mi manca, i nessi associativi sono più che validi e saldi, il mio pensiero, in quanto a contenuti, seppure orientato a recuperare la mia legittima libertà, mi permette di affrontare discretamente qualunque situazione o argomento, mentre la mia affettività è coerente con i contenuti di pensiero, "s´intona"». Geoffroy si descrive sereno e tranquillo «e non certo - specifica - perché abbia fiducia nella giustizia, ché una tale affermazione da me proferita suonerebbe ben peggio che un paradosso, ma semplicemente perché ho fiducia in me stesso. Certo, come sempre, più di prima. Infatti la mia autostima (che "alcuni" vorrebbero vacillante, tanto che ancora molteplici sono i tentativi da parte di "terzi" di instillare in me sensi di colpa irrealistici e immotivati) in seguito ai fatti dell´otto agosto (l´omicidio, ndr) non ha potuto che accrescersi e rafforzarsi. Sono pentito solo per non avere agito con due anni d´anticipo, poiché già allora ricorrevano tutti gli estremi per farlo legalmente». Riguardo all´omicidio, Geoffroy scrive: «Posso dire che, se per ipotesi, avessi potuto riservare lo stesso trattamento contemporaneamente a dieci, dei cento e più che ancora affollano questa vicenda ripugnante, lo avrei fatto e avrei fatto bene. L´omicidio? Il mio primo atto destinato alla autotutela della mia incolumità e libertà che ha avuto successo». Parlando del suo processo e della detenzione in carcere, annota: «Desiderano altri morti? Altro sangue? Non lo sanno ancora che nessuno è tenuto a subire la violenza di altri, nemmeno io? Cosa vogliono, una strage? Chi delinque a mio danno risponde».

la lotta di liberazione delle donne islamiche:
la testimonianza di Emma Bonino

Corriere della Sera 27.1.04
Emma e l’Islam: la mia campagna per la libertà
di GOFFREDO BUCCINI


IL CAIRO - La liberazione a volte è un flashback femminista. «Insomma, due anni fa mi ritrovo in un convegno a Kabul, finalmente senza talebani, e c'erano tutte queste donne islamiche in un teatro delabré che pareva tanto la via Pompeo Magno della mia epoca. Parlavano dal palco e non si sentiva un accidente: microfono guasto. E allora una di loro, col velo e tutto quanto, ha gridato: "Meglio così, il microfono è un simbolo fallico!". Beh, mi sono emozionata e m'è venuto un tale sorriso di tenerezza! Perché anche noi le dicevamo, queste stupidaggini, e ci pareva tanto alternativa una riunione senza ordine del giorno, senza presidenza».
Magari senza microfono. «Appunto». Ritorno al passato. «Sì, questo pezzo della mia vita è così. E d'altra parte ogni viaggio che abbia un senso è anche un viaggio interiore». La casa madre, in questo viaggio interiore di Emma Bonino dentro l'Islam al femminile e sulla sponda Sud, spesso dimenticata, dei diritti umani, sta al Cairo, in una strada di cui lei stessa non ricorda il nome («boh, potrebbe essere El Mazad, El Sewersy, comunque la trova di fronte al Marriott, venga tranquillo»), al quarto piano di un palazzo che guarda il Nilo, sull'isolotto di Zamalek. Alla decima sigaretta e al primo nescafè del mattino l'eurodeputata che s'è fatta sparare e chiudere in galera dai bar budos del mullah Omar, arrestare in nome delle libertà individuali a New York come nella natia Bra (provincia di Cuneo), s'è tuffata nell'umanità dolente in Jugoslavia come in Ruanda e nello Zaire e s'è guadagnata da commissaria europea l'ammirazione di mezzo mondo - alle Canarie le hanno intitolato una strada, per i francesi è «Emma Courage», gli spagnoli la amano più della Carrà - dice infine che «è come da noi negli anni Settanta». Cioè? «Cioè anche qui le donne scardineranno tutto, sono un fattore rivoluzionario. Ho detto mille volte che il femminismo è il ventre molle dell'islamismo». Non sarà un po' forte il parallelo tra fanfaniani antidivorzisti e muftì col Corano nella fondina? «Al contrario. Pensi che un intellettuale musulmano moderato come Gamal Al-Banna mi chiede sempre se gli trovo in inglese una storia della Dc, "di questi cattolici che hanno saputo trasformarsi in un partito sempre più laico"». Ottimista? «Le cose marciano. L'Islam politico è già fallito». E nuvole di democrazia scorrono nel cielo di Emma, fresca trionfatrice della conferenza di Sana'a, dove, davanti al triplo dei delegati attesi alla vigilia, ha costretto un tipo come Amr Moussa all'impensabile: «Sappiamo che dobbiamo cambiare, finora siamo stati incapaci di cogliere i processi in movimento», ha ammesso il segretario della Lega Araba. Nel salotto pieno di luce, davanti a una foto con autografo di Aung San Suu Kyi, la Nobel perseguitata dalla dittatura birmana, la Bonino fa a cazzotti con alcuni nugoli di zanzare del Nilo e sorride dolcemente: «Allora come adesso, non è che le realtà me le invento: ci sono...». E lei le fa esplodere come un detonatore? «Eh, l'immagine del detonatore mi piace, sì». Al Cairo c'è arrivata la prima volta un po’ per caso ad aprile 2000, sulle piste d'una femminista qui molto famosa, Nawal El-Saadawi, processata per apostasia: «Una con cui non siamo d'accordo su molto, lei è comunista, nasserita e antiamericana. Però al processo si difendeva in un modo che m'è piaciuto. L'apostasia comporta automaticamente il divorzio, perché il marito non può restare con una donna non più musulmana. E lei diceva: "Dopo quarant'anni di matrimonio avrei ottime ragioni per divorziare, ma no n perché me l'imponete voi". Ho cominciato a capire che l'Egitto non era amico e moderato come ce lo raccontavano. Poi ho conosciuto Saad Ibrahim, pure lui sotto processo. Aveva infangato l'Egitto, dicevano: in realtà aveva denunciato brogli elettorali. Lui è un vulcano, mi ricorda molto Marco, sì, Marco Pannella. In Italia le elezioni del 2001 ci erano andate malissimo. Ho pensato: quasi quasi resto qua a studiare l'arabo». Ancora sta studiando. Nel frattempo, qualche altra cosetta la fa. Lavora con Mona El-Tobgui, ginecologa, figlia di una ginecologa che trent'anni fa girava villaggio per villaggio battendosi contro l'infibulazione. «La prima volta che l'ho incontrata aveva il velo. Mi ha detto: "Copre la testa, mica ostruisce il cervello". Insieme abbiamo pensato che, villaggio per villaggio, nel 4000 stavamo ancora qua a batterci contro le mutilazioni sulle donne. Com'era per me e la Faccio trent'anni fa davanti a 400mila aborti clandestini l'anno, il problema è politico. Così nasce il p rogetto, con l'Aidos e otto organizzazioni non governative africane e arabe». Una lobby. «Sì, advocacy di donne, per le donne, per cambiare la politica, rompiamo le scatole a governatori, presidenti, vogliamo leggi, facciamo convegni, ci aiutano pure la moglie di Mubarak e la regina di Giordania. Io non credo nell'esportazione della democrazia, ma nel sostegno a quei pochi che si battono per averla, sì. Nawal ha scritto un libricino bellissimo contro l'infibulazione, Fidhous . Sihem Ben Seedrine, tunisina, impegnata in una Ong, l'hanno arrestata per attentato contro l'immagine del suo Paese. Democrazia e diritti delle donne qui vanno insieme. Salwa, la mia insegnante di arabo, mutilata da bambina, mi ha raccontato che quando faceva pipì sua madre la metteva nella tinozza dell'acqua tiepida perché l'urina non le bruciasse sulla ferita. Mi ha detto: "Ci mettevo ore per una pipì". Sono rimasta senza parole». Al ricordo la voce le si fa roca, ma potrebbero essere le sigarette. Apre sul computer il sito del partito radicale, le foto di lei a Sana'a, «con le pinguine», le donne velate che le stanno attorno («c'è chi mi ricorda la Tullia Carrettoni, chi la Maraini, chi me stessa», dice). «La prossima partita è in Arabia Saudita, ha un peso enorme». Al Forum di Gedda, giorni fa, un gruppo di imprenditrici s'è presentato senza velo, chiedendo riforme: «Le donne sono il motore della crescita economica», ha detto la manager Loubna Olayan. «E il gran mufti è andato fuori dalla grazia di Dio», ridacchia la Bonino: «Per adesso il ruolo della comunità internazionale non si vede. Noi siamo troppo soft e gli americani pensano di poter risolvere con la guerra pure i problemi politici». E' improbabile che avrà modo di dire queste cose a Ginevra, come Alto commissario Onu per i diritti umani: il nostro governo non sgomita troppo per sostenere la sua candidatura. «Vede, quando nel '99 presi l'8,5 per cento alle europee, Berlusconi mi chiamò e mi fece: "Se mi autorizza a dire che i suoi voti si sommano ai nostri, possiamo dichiarare la vittoria". Io risposi che mi pareva difficile autorizzare alcunché. Cinque anni prima lui mi aveva indicato come commissario europeo su pressione di Pannella e cinque anni dopo, tornando, io mi sono "rubata" quell'8,5 per cento. Credo che questo reato di lesa maestà non se lo sia scordato. Ma non mi pare un grosso problema. Mi sono appena iscritta a un altro corso di arabo».

il dibattito sulla psicoterapia in Francia:
un'intervista al genero di Lacan (!)

La Stampa 27.1.04
Appelli, manifesti, assemblee pubbliche, intellettuali in campo (da Bernard-Henri Lévy, a Philippe Sollers) come usava una volta,
un movimento antiautoritario animato da un déjà-vu sessantottardo che ha rotto il guscio di silenzio dentro cui viaggiava questa riforma
di Cesare Martinetti
corrispondente da PARIGI


ANGOSCIATI e nervosi. Parricidi alla ricerca di un padre. Ostinati regolatori dell’universo. Delusi da una patria che vorrebbero nazione eletta. Marianna è sul lettino dell' analista, ma intanto trangugia psicofarmaci: i francesi ne sono i primi consumatori del mondo. Lo dice il governo che vorrebbe regolare per legge anche l’informe mondo del disagio esistenziale. A psicoterapeuti e psicanalisti si pensa di imporre l'esame di Stato. Dai 14 anni in su i ragazzi dovranno riempire a scuola un questionario sui propri disagi psichici. Come per il velo islamico, la disoccupazione, la prostituzione. Controllare, regolare, approvare una legge. Sorvegliare e punire, diceva un indagatore dell’anima francese come Michel Foucault.
Jacques-Alain Miller è, per così dire, il capo degli psicanalisti francesi che in gran parte sono «lacaniani» e cioè seguaci di quella corrente del freudismo elaborata da Jacques Lacan. Anzi, Miller è genero di Lacan, avendo sposato sua figlia. Lui ha condotto la battaglia della psicanalisi francese contro la nuova legge della sanità che vorrebbe inquadrare e controllare gli psicanalisti. Un emendamento approvato in una di quelle sedute notturne a cui partecipano sparuti gruppi di deputati ha scatenato quello che Libération ha chiamato «una ventata di Maggio ’68 nel gelido inverno raffariniano», (da Raffarin, il primo ministro in carica). L’emendamento puntava a mettere ordine nel creativo universo della «psy» francese accordando solo a medici o psicologi la patente di psicanalisti, previa verifica dallo Stato. Il contrario del lacanismo che è invece fondato sull’autolegittimazione, dopo anni di analisi a cui l’analista (non per forza medico o psicologo) deve sottoporsi prima di diventare tale.
La proposta del governo è stata stoppata. Appelli, manifesti, assemblee pubbliche, intellettuali in campo (Bernard-Henri Lévy, Elisabeth Roudinesco, Philippe Sollers) come usava una volta, un movimento antiautoritario animato da un déjà-vu sessantottardo che ha rotto il guscio di silenzio dentro cui viaggiava questa riforma, ma che sta anche cominciando a riflettere su quest’aria regolatrice che avvolge la Francia. Jacques-Alain Miller ce ne offre una lettura lacaniana.
Professore, cos’è questa vostra psicanalisi?
«Io la chiamo un "cuscino compassionevole", un ascolto alla sofferenza, uno spazio che necessariamente si sviluppa in modo non regolato ma che è indispensabile all’equilibrio sociale. È uno spazio di libertà».
Perché siete contrari alla regolazione di questo spazio?
«Perché se viene violato con le armi del controllo sociale si va a squilibrare la società. La sofferenza esiste indipendentemente dalle decisioni del governo e ha bisogno di essere ascoltata. Il risultato di un controllo dall'alto sarà l'aumento della clandestinità».
Però il governo intendeva dare più sicurezze ai pazienti e combattere gli psicoterapeuti ciarlatani. Non pensa che debba esistere una garanzia per chi si vuole rivolgere a uno psicanalista?
«Infatti noi accettiamo che si costituisca un collegio deontologico, anche inquadrato dalla legge, ma autoregolamentato. Imporre agli psicoterapeuti una formazione universitaria, non risolve il problema. Ci sono medici perversi e psicologi esibizionisti. Quella che conta è la formazione personale sul divano attraverso l’analisi, cosa che nessuna università può garantire. L’analisi è una relazione di fiducia, confidenziale e segreta».
Questa battaglia per la libertà di divano sembra allargarsi. Che cosa vede lei dietro l’offensiva del governo sugli psicanalisti?
«Secondo noi questa faccenda rivela il desiderio dell’amministrazione della salute di cambiare molto profondamente le cose. E cioè si vuol passare dalla tradizione clinica francese del caso per caso ad un approccio statistico ed epidemiologico che propone di governare la società attraverso regolamenti universali dello Stato. È una specie di nuovo totalitarismo della salute».
Addirittura?
«Sì, nel campo della psicoterapia è una tendenza nata curiosamente in Quebec e che si sta diffondendo in Francia e in Europa. Lo sfondo di tutto ciò è che la società del rischio, come è stata chiamata, si rivela essere una società della paura alimentata oggi anche dal terrorismo che esprime un desiderio di sicurezza totale. Per questo si va diffondendo oggi il principio di precauzione che però sta restringendo gli spazi di libertà».
Non è un punto di vista un po’ sessantottino?
«Molti noi vengono dal 68, ma io sono convinto che ci troviamo di fronte a un vero pericolo, uno stato etico, lo stato della regolamentazione illimitata e generale che si serve della paura per imbrigliare il desiderio di libertà».
Mi faccia un altro esempio.
«Il ministero dell’Istruzione ha appena diramato una circolare che prevede di accertare la salute mentale dei ragazzi. A tutti gli allievi della "troisième", che hanno 14 anni, sarà dato da riempire un questionario in cui gli si chiede di quali disturbi mentali soffrono. Questa è follia amministrativa. È "igienismo", l’instaurazione di uno stato burocratico a tendenza totalitaria. Naturalmente dicono che è per il nostro bene, dicono che è per la salute mentale dei giovani e vogliono distribuire questi questionari a tutta la popolazione. È ridicolo».
Eppure in tutta Europa c’è oggi una tendenza politica liberale, le politiche sociali tendono a rompere i vincoli e le sicurezze. Non è contraddittorio con quel che lei dice?
«È paradossale, certo, siamo in un momento storico liberale. Ma l’amministrazione è più forte degli uomini politici. E l’amministrazione è del tutto illiberale, l’igienismo è necessariamente autoritario».
In questa tendenza c’è una specificità francese? Per esempio, si dice che i francesi siano i maggiori consumatori al mondo di psicofarmaci. È vero?
«Sì, è vero. Per molti anni qui da noi ha dilagato l’alcolismo, ora si può pensare che la fiducia negli psicofarmaci abbia rimpiazzato l’alcol. Bisogna credere che esiste un’angoscia francese».
Può definirla?
«Mi piacerebbe trovare una bella formula... forse è il prezzo che i francesi pagano per aver tagliato la testa al re. È un popolo parricida».
Che però è alla continua ricerca di un padre, con un presidente della Repubblica che assomiglia ad un re.
«Sì, un popolo parricida angosciato e che dunque ha bisogno di qualcuno che lo protegga dalle proprie angosce. Un popolo nervoso, con un’attitudine rivoluzionaria, che ha dispiegato straordinarie energie nella Rivoluzione e con Napoleone. Uno Stato che era la più grande potenza d’Europa e persino del mondo con Luigi XIV e che ha fatto di se stesso una nazione eletta, ha voluto essere il suo stesso ideale. E siccome non è realistico... ora vive nell’angoscia».
Anche questa ostinazione contro il velo islamico, questa determinazione nel voler fare una legge che lo proibisca ha a che fare con l’angoscia?
«Dalla caduta del Muro di Berlino e dal crollo del partito comunista che nella società giocava un grande ruolo conservatore, le religioni hanno preso grande forza. E così la vecchia tradizione laica cerca una soluzione per mettere un colpo di freno. Il problema è che questa legge sta già creando una grande confusione prima ancora di essere votata».
Una difesa della propria identità?
«Sì, come il voto a Le Pen che appare un rifugio contro i cambiamenti. La destra francese resta tradizionalista, un liberale liberista e innovatore come Alain Madelin non trova consensi. Una destra antiamericana che vive sulla speranza di poter fermare le accelerazioni della Storia».
E voi lacaniani a che gioco giocate?
«Siamo il nocciolo duro della libertà».

lunedì 26 gennaio 2004

ancora sulla religione americana

una segnalazione di Lucia Ianniello

Repubblica 26.1.04
NOI, LIBERI DI NON CREDERE
la religione degli americani/2

Ha lavorato al fianco del presidente Kennedy è considerato un eminente studioso di questioni internazionali Vede con preoccupazione l'uso strumentale che oggi si fa della religione
di ANTONIO MONDA


NEW YORK. Le finestre dell´appartamento di Arthur Schlesinger Jr. sono coperte dal ghiaccio generato dalla più grande ondata di gelo che si è abbattuta in America negli ultimi decenni, e la riflessione sul suo rapporto personale con la religione avviene in un ambiente che appare estremo nella realtà esterna e intimo nel rifugio della casa. Non sembra particolarmente interessato di sapere quali siano le altre persone che hanno accettato di discutere su questo tema, ma è incuriosito da un argomento «da cui è impossibile scappare». «Tempo fa non mi sarei aspettato che avrebbero chiesto proprio a me di parlare di un argomento del genere», mi dice dopo aver controllato le ultime notizie politiche internazionali, «ma mi rendo conto che quello che a volte ci sembra antico è in realtà eterno, e che ogni scelta politica nasce da convinzioni intime».
Ritiene che sia giusto che un governo abbia un´ispirazione religiosa?
«Dipende cosa si intende per ispirazione. Io ho un approccio laico e secolare, e personalmente mi troverei in forte disagio in un paese in cui la religione ha un ruolo centrale. La fede è un dato intimo, che deve rimanere tale. Questo ovviamente non significa che non creda nell´assoluta libertà di culto. Abbiamo visto troppe dittature in cui la religione è stata bandita. In molti di quei casi la religione finiva per identificarsi con la libertà».
Ritiene che in America un´ispirazione religiosa sia imprescindibile?
«Direi che è inevitabile. In questi ultimi tempi poi la religione ha acquisito un ruolo centrale, non so con quanta buona fede da coloro che ci governano. Credo nella separazione assoluta tra lo Stato e la Chiesa, e sono tra coloro che condividono ad esempio le recenti scelte fatte dal presidente Chirac. Un paese moderno deve garantire la libertà religiosa, ma, tanto per fare un esempio sotto gli occhi di tutti, bandire dalle scuole il velo portato dalle donne musulmane».
Qual è il limite tra ispirazione religiosa e fondamentalismo?
«I fondamentalisti credono in una interpretazione letterale del loro libro di culto. Questo è un fenomeno che negli Stati Uniti ha avuto caratteristiche meno dirompenti che in altri paesi, e certamente meno violenti. Basta pensare al fondamentalismo musulmano o Hindu. Tuttavia abbiamo avuto la nostra dose di orrori e di discriminazioni. Il fanatismo protestante dei paesi della cosiddetta Bible Belt si è caratterizzato per atteggiamenti antisemiti ed anticattolici. Ricordo in prima persona l´ostilità nei confronti di John Fitzgerald Kennedy, che riproponeva quanto era successo nel 1928 con Earl Smith, il primo candidato democratico cattolico, al quale venne preferito Hoover».
Ritiene che ai nostri giorni la situazione sia cambiata?
«Ricordo che nella mia gioventù i fondamentalisti cristiani erano considerati poco più che un´oscura setta. Oggi hanno stretto un´alleanza con la destra cattolica e la destra ebraica. Da un punto di vista politico si valuta che questa alleanza consenta di controllare circa il quaranta per cento dei voti, e non esito a dirle che la mia reazione è di inquietudine e sgomento».
Nel Discorso allo Stato dell´Unione, il presidente Bush ha fatto continui riferimenti alla religione, ed ha anche deciso di agevolare finanziariamente le associazioni religiose che si distinguono in opere di carità.
«I riferimenti a Dio non sono molto più numerosi di quelli che hanno fatto i suoi predecessori, ma nel caso di Bush, proprio per l´appoggio che egli ha da parte dei gruppi evangelici, assumono un rilievo particolare. Riguardo alle agevolazioni finanziarie, chi pratica la carità compie ovviamente qualcosa di benemerito, ma colpisce l´esigenza di sottolinearlo in un discorso del genere».
C´è chi dipinge l´America come un paese che oscilla tra il puritanesimo ed il consumismo.
«Non bisogna mai confondere le degenerazioni di una realtà con la vera essenza di questa stessa realtà. Rigetto gli schematismi propagandistici, ma non voglio nascondermi il rischio».
Ritiene che gli Stati Uniti siano il luogo i cui si è realizzata la libertà religiosa o un paese in cui è dominante l´influenza calvinista?
«La libertà di culto che si gode negli Stati Uniti è tuttora un modello, ed i tragici conflitti che stiamo vivendo sono dovuti anche a questa caratteristica. Detto questo non si può negare l´influenza della cultura protestante ed in particolare del calvinismo, che ha influenzato la politica, la società e il capitalismo».
Può farmi un esempio di un politico che ha tratto giovamento dalla propria ispirazione religiosa?
«Se è vissuta con un approccio laico l´ispirazione religiosa non può che avere un effetto positivo. Non c´è presidente americano che non manifesti il proprio credo, e la domenica prima delle elezioni non sia immortalato mentre si reca a pregare con la famiglia. Io le rispondo con una battuta di Lincoln, che diceva: "l´Onnipotente ha i suoi scopi e le sue intenzioni"».
Mi faccia un esempio in negativo.
«Anche in questo caso sono restio a fare dei nomi. Le posso dire che non c´è nulla di più pericoloso di chi in politica è convinto di agire in nome di Dio. Mi è sempre piaciuta la definizione del fanatico data da Mr. Dooley, il personaggio inventato da Finley Peter Dunne: "Una persona che è sicura che Dio farebbe proprio quello che sta facendo lui se solo fosse a conoscenza dei fatti"».
Lei ha lavorato fianco a fianco con Kennedy, che fece scalpore anche per il fatto di essere il primo presidente cattolico.
«Devo dirle che non ho visto negli atti pubblici nulla che evidenziasse il suo credo. Da questo punto di vista eravamo simili: Kennedy manteneva la religione nella sfera intima».
Allora, Mr. Schlesinger: lei crede in Dio?
«No».
Come si definisce da un punto di vista religioso?
«Un agnostico».
Mi parli della sua educazione religiosa.
«Sono cresciuto in una famiglia congregazionalista, che si è convertita alla dottrina unitaria quando si è trasferita a Cambridge. Io ho cominciato a non credere più nell´esistenza di Dio all´epoca del liceo».
Qual e stato il momento di svolta?
«La lettura di un libro che mi colpì in maniera irreversibile: An agnostic apology di Leslie Stephen. Oggi si tratta di un pensatore che non è studiato come meriterebbe, ed ai più è noto soprattutto per essere stato il padre di Virginia Woolf, ma l´influenza che ha avuto su molte persone della mia generazione è stata enorme, in particolare per quel libro e per il termine agnostico, che era stato coniato qualche anno prima da Thomas Huxley ma che fu Stephen a rendere un riferimento fondamentale nella cultura e nelle scelte personali».
Nei Fratelli Karamazov, Ivan dichiara con sgomento: «Se Dio non esiste è possibile tutto».
«E´ uno dei passaggi di Dostoevskij che mi hanno sempre turbato maggiormente, e che mi portano inevitabilmente a riflettere sul mistero dell´esistenza, e sulla presenza del bene e del male. Io voglio tuttavia dissentire: l´uomo è stato in grado di darsi le leggi e le regole della convivenza civile. E´ in grado di essere tollerante e di amare. Sono tra coloro che non vuole credere che l´assenza di Dio porti inevitabilmente alla tragedia, e non possiamo dimenticare che la storia dell´uomo ci ha insegnato che in nome di Dio sono stati commessi un´infinità di errori ed orrori».
Ma in quel caso si è trattato di fanatismi, e del tradimento di quello che per i credenti Dio ha comunicato all´uomo manifestandosi. Invece gli orrori di un mondo senza Dio sembrano nascere, come sostiene Dostoevskij, proprio dalla sua assenza.
«E´ una cosa su cui si deve certamente riflettere, mentre si lotta per affermare le regole di civiltà e tolleranza che l´uomo è in grado di darsi da solo».
Un credente potrebbe dirle che quelle regole e quella capacità di amare riflettono la scintilla del divino che è in ogni essere umano.
«Un agnostico come me sa di avere questi principi e questa tensione dentro di sé, e ha il dovere di perseguirli».
Come si pone un agnostico come lei di fronte alla morte?
«Non può esistere un paradiso senza un inferno. Ma io non credo in entrambe le cose. Io credo che la morte sia semplicemente la fine».

ma sarà vero?
(o Deirdre Bair non sarà magari un'analista junghiana?)

una segnalazione di Teresa Coltellese, Lucia Ianniello, Filippo Trojano

Corriere della Sera 26.1.04
Una biografia ricostruisce con documenti inediti la vita dell’allievo di Freud. E mostra la collaborazione con Allen Dulles
La spia Jung. Psicoanalisi al servizio degli Usa
dal nostro corrispondente ENNIO CARETTO


WASHINGTON - E’ il 3 febbraio del 1943. David Bruce, il capo dello spionaggio Usa in Europa, riceve un dispaccio dell’agente 110 da Berna. "L’agente 488 - dice il dispaccio - riferisce che Hitler si nasconde in un bunker sotterraneo nella Prussia dell’Est e che chiunque voglia vederlo deve passare ai raggi X". L’agente 488, continua il dispaccio, "conosce bene i tratti psicopatici di Hitler e crede che adotterà le più disperate misure fino all’ultimo, ma non esclude che si suicidi". Il dispaccio esorta lo spionaggio americano "a prestare la massima attenzione alle analisi dell’agente 488 dei sinistri leader del nazismo tedesco e del fascismo italiano: il suo giudizio sulle loro possibili reazioni agli eventi mi è di grande aiuto nel valutare la situazione".
L’agente 110 è Allen Dulles, il fido di William Donovan (Bill il selvaggio), il fondatore dell’Oss, il servizio segreto Usa. L’agente 488 è Carl Gustav Jung, un maestro del pensiero europeo, l’ex "principe ereditario" di Sigmund Freud nel regno della psicoanalisi. La collaborazione degli agenti 110 e 488, vagamente nota ma di cui s’ignorava la profondità, è l’oggetto di un capitolo di una biografia affascinante di Deirdre Bair, già vincitrice del premio National per un’altra di Samuel Beckett e un’altra ancora di Simone de Beauvoir. Jung - così s’intitola il libro di quasi 900 pagine pubblicato da Little Brown - si rivolge innanzitutto agli studiosi, è la monumentale ricostruzione di una vita e un insegnamento straordinari. Ma apre anche uno squarcio inatteso sulle simpatie politiche del grande e discusso psicoanalista.
Come il filosofo tedesco Martin Heidegger, lo svizzero Jung, morto nel '61 all'età di 85 anni, fu accusato di antisemitismo e di collaborazionismo. Secondo i critici, il padre della teoria seminale dell’inconscio collettivo, che coniò termini celebri come "la nuova età", si prestò alla propaganda ariana. Bair lo contesta. E' vero, afferma, che Jung, forse per antagonismo a Freud, rilasciò dichiarazioni sulla "psicologia degli ebrei" che vennero strumentalizzate dai nazisti e che fino al '40 fu presidente della Società medica di psicoterapia da essi controllata. Ma in quella veste, "cercò di salvare i colleghi ebrei, li aiutò a iscriversi ad associazioni di altri Paesi per proteggerli e aiutò finanziariamente i pochi che riuscirono a riparare in Svizzera". Dulles lo giudicò "genuinamente ostile al nazismo e al fascismo".
Sulla base di documenti inediti e di interviste con i discendenti di Jung, Deirdre Bair ne ha ricostruito il percorso politico. Per qualche tempo, forse nell'illusione di potere influenzare gli eventi, scrive, Jung collabora con Matthias Heirich Goering, il cugino del gerarca Hermann Goering. Ma dal '18 Jung teme che "la bestia bionda si svegli e qualcosa accada in Germania" e l'ascesa di Hitler - e di Mussolini in Italia - glielo conferma.
L'incontro dei due leader a Berlino nel '37, incontro a cui assiste, aumenta il suo disagio. Sostiene la Bair: Jung, che ha accomunato il presidente americano Franklin Roosevelt ai due dittatori e a Stalin, si augura che la Germania venga divisa: a suo parere, sarebbe l'unico modo di preservare la pace in Europa. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Jung ha 65 anni, è malato. Nel '42, respinge la richiesta di un medico tedesco di andare in Germania a psicoanalizzare Hitler. "Il medico gli dice apertamente che un gruppo di alti ufficiali è preoccupato del comportamento irrazionale del Führer, che si è messo a bere - spiega la Bair -. Ma non gli dice che gli ufficiali sperano in una diagnosi che convinca i vertici a deporre Hitler e a finire una guerra che sanno di perdere". Pochi mesi dopo, Jung è invitato a partecipare a un altro complotto. Tramite un amico comune, lo psichiatra Wilhelm Bitter, il generale Walter Schnellenberg, il capo dei servizi segreti nazisti all'estero, gli chiede di comunicare agli alleati che la Germania vuole disfarsi del Führer: è pronta all'armistizio per rimanere libera di battersi sul fronte russo.
Questa volta Jung acconsente, ma il suo emissario a Londra viene intercettato. E' il momento dell'ingresso in scena di Allen Dulles come assistente all'ambasciatore americano a Berna. Dulles contatta un'americana sposata a uno svizzero, Mary Bancroft, che diverrà la sua amante e che appartiene alla cerchia di Jung. Il suo obiettivo è di arruolare un agente segreto nazista, Hans Berndt Givesius, distaccato alla ambasciata tedesca. Givesius è un uomo dell’ammiraglio Wilhelm Canaris, il capo dell'opposizione a Hitler. Bancroft ne diventa l'interprete e Givesius accetta di collaborare. Ma la donna è convinta che Jung, che riceve continue informazioni dalla Germania, possa essere altrettanto utile a Dulles. Grazie a lei, i due lavoreranno assieme.
A guerra terminata, l'agente 110 dichiarerà che "le attività dell’agente 488 devono rimanere riservate" e rifiuterà di scendere nei particolari. Deirdre Bair è convinta che siano state preziose. Rivela che persino il generale Dwight Eisenhower, il futuro presidente degli Stati Uniti, si è avvalso del servizio di Jung: nel '45, gli ha sottoposto i volantini per la popolazione civile lanciati dai suoi aerei sulla Germania affinché si arrenda pacificamente. "Dovete appellarvi al lato migliore dei tedeschi - suggerisce Jung - al loro idealismo, al loro amore della verità, alla loro decenza. E' importante che colmiate il buco della inferiorità morale, è molto più efficace della propaganda distruttiva".
Jung non lo sa, ma quello stesso anno a Washington l'Fbi, la polizia federale americana, chiuderà il dossier aperto su di lui alcuni anni prima per sospette simpatie fasciste e naziste.

Shirin Ebadi, premio Nobel: la donna in Iran
e la responsabilità delle madri

una segnalazione di Filippo Trojano

Corriere della Sera 26.1.04
Shirin la dolce spiega il maschilismo «Malattia trasmessa da noi madri»
di Paolo Conti


TEHERAN - Il premio Nobel per la Pace non ha cambiato carattere e abitudini di Shirin Ebadi, che arriverà a Roma il 20 febbraio per tre giorni di seminari e incontri all'università: stesso microscopico studio legale accampato in un umido seminterrato nel centro-nord della città, stessa ironia, stessa amichevole disponibilità. Unica visibile novità le due massicce guardie del corpo che il ministero dell'Interno le ha imposto dopo le minacce (anche di morte) puntualmente arrivate dopo la cerimonia di Oslo. Anche la sua combattività è rimasta identica. Altro che «dolce», traduzione letterale della parola Shirin. La Ebadi era, e resta, d'acciaio.
In Marocco è stato approvato il nuovo diritto di famiglia che prevede parità di diritti e doveri tra uomo e donna. In Afghanistan le donne cantano di nuovo in tv... Si sta muovendo qualcosa nella condizione della donna islamica?
«Certo che sì. Le donne musulmane cominciano a credere in loro stesse. Prendono coscienza di essere state oppresse da una cultura maschilista. E capiscono che non c'è bisogno di abbandonare la religione per liberarsi. Perché il problema è l'interpretazione che ne hanno dato per secoli gli uomini. Infatti dico e ripeto che l'Islam è compatibile con i diritti delle donne, seguendo il Corano, così come lo è con la democrazia».
Qualche esempio?
«Certo. Il Corano prevede delle leggi primarie, mettiamo l'obbligo di digiunare dall'alba al tramonto nel mese di Ramadan. Poi ci sono le leggi secondarie ideate dagli uomini per adattare le regole alla realtà quotidiana senza rinnegare lo spirito islamico. Torniamo al digiuno. In talune circostanze si può dividere la giornata in tre blocchi di otto ore: si digiuna in tempi diversi, rispettando la regola ma adeguandosi alla vita di oggi. Altri esempi? Per secoli la musica è stata proibita come gli scacchi. E invece oggi... Il punto è che nessuno si è occupato delle leggi secondarie per le donne semplicemente perché gli uomini non hanno voluto. Né le donne, per generazioni, ne hanno conosciuto l'esistenza».
E oggi, soprattutto nel suo Iran, cosa sta accadendo?
«Le donne sono forti, consapevoli, combattive. E ormai più colte. Il 63% delle iscrizioni alle nostre università sono di ragazze. Con una simile struttura sociale sarà impossibile mantenere certe leggi. Giorno per giorno il movimento femminista si sta rafforzando. Ormai sono centinaia le donne impegnate nelle battaglie per i diritti. E tra poco diranno a questi uomini sempre più ignoranti: ma cosa state facendo?».
Pensa che Internet, le tv satellitari, le nuove tecnologie contribuiscano a questo mutamento di mentalità?
«Moltissimo. Rappresentano una svolta. E tutto questo arriverà ai figli. Ogni uomo oppressivo e prepotente ha avuto una madre che gli ha trasmesso una cultura: per me il maschilismo è come l'emofilia, che attacca gli uomini ma è trasmessa dalle donne che ne sono portatrici sane».
Quali sono i diritti femminili più violati in Iran?
«La poligamia. E l'intero diritto di famiglia. Ancora oggi i parenti di un marito morto sorvegliano l'economia della casa del defunto e l'educazione dei figli. Poi il peso della donna davanti a un giudice: una testimonianza maschile ne "vale" due femminili. Ma alcune cose stanno cambiando. Venti giorni fa il Consiglio delle opportunità, presieduto da Hashemi Rafsanjani, ha approvato dopo un anno di attesa una legge votata dal Parlamento e bloccata dal Consiglio religioso dei Guardiani. Finalmente la donna che si separa avrà il diritto di custodia dei figli fino all'età di sette anni indipendentemente dal loro sesso. Poi il giudice convocherà le parti, moglie inclusa, e deciderà per il bene dei figli. Prima i maschi erano affidati alla madre solo fino ai due anni. Poi decideva il giudice... sentendo il solo padre! Da vent'anni, io ero tra loro, le donne gridavano: vogliamo i nostri figli! Abbiamo vinto».
Avrà pesato anche il suo Nobel, la ribalta internazionale...
(Sorride) «Forse sì. Ma la vittoria è di tutte le donne d'Iran».
Pensa che gli uomini iraniani si sentano aggrediti?
«Alcunì sì, sicuramente. E hanno paura. Infatti, intorno al dibattito sui diritti delle donne, sono scoppiati forti contrasti politici. La cultura maschilista è antidemocratica proprio perché esclude il diritto di tutti a partecipare nello stesso modo alle decisioni politiche. Se un uomo pensa che in casa una donna valga meno di lui, sarà anche convinto che nella società una élite abbia diritto di decidere per tutti».
Gli Stati Uniti ora sono presenti sia in Iraq che in Afghanistan. Ritiene che la loro influenza culturale possa contribuire al cambiamento nei rapporti tra uomo e donna proprio con l'esempio di una società paritaria?
«Non credo proprio. La democrazia è un processo lento che non si realizza in una notte: occorre un cammino spesso anche lungo. E lo stesso vale per l'uguaglianza tra uomo e donna. E' una intera cultura, anzi il cuore di quella cultura, che deve modificarsi. Con gli stranieri non risolviamo nulla».
Quando arriverà in Iran un diritto civile simile a quello varato poche settimane fa in Marocco?
«Le cose, come abbiamo visto, stanno cambiando grazie alla presa di coscienza delle donne. In molti campi, per la verità, la nostra legislazione non è cattiva: per esempio la tutela del posto di lavoro delle donne. Ma resta il nodo della bassa occupazione femminile: molti imprenditori continuano a preferire mano d'opera maschile e troppi mariti impediscono ancora oggi alle mogli di lavorare liberamente».
A Parigi, Oslo e Bombay lei si è presentata a testa scoperta e ha stretto le mani agli uomini provocando l'ira dei conservatori iraniani. Qui usa sempre il velo. Perché?
«Io sono una donna di legge e in Iran una legge impone il velo e altre regole a tutte le donne, islamiche e non. A Parigi, Oslo e Bombay questa legge non c'è... E poi io sono per la libertà. Ogni donna dovrebbe decidere come vestirsi o coprirsi senza obblighi. Per questo sono ostile alle nuove disposizioni francesi che hanno vietato il velo nelle università».
Allora sarebbe bene garantire la stessa libertà alle donne iraniane rendendo facoltativo ogni chador...
«Certamente sì».
La situazione politica in Iran, in vista delle elezioni del 20 febbraio, oggi è molto confusa. Qual è il suo giudizio sull'èra Khatami, sull'azione di questo presidente?
«E' stato sicuramente il migliore di tutti. Però lo critico. Quando presentò la riforma elettorale disse: o la approvano o io non potrò più lavorare. La legge è stata bocciata dai Guardiani. E la situazione è quella che vediamo, con le liste dei candidati bloccate sempre dai Guardiani. Ma Khatami è rimasto al suo posto. Avrebbe dovuto essere più deciso».
Molti, in Europa, pensano a lei come al futuro presidente dell'Iran. Cosa ne pensa Shirin Ebadi?
«Che non accadrà mai. Proprio mai».
Lei è sposata. Dopo tutto questo discorso, può dirci chi comanda a casa sua? Lei o suo marito?
«Nessuno dei due. Comandano le nostre due figlie».

Da una cella di Teheran al Nobel

Shirin Ebadi, 56 anni, un marito e due figlie di 20 e 23 anni, ha vinto il Nobel per la Pace 2003 con questa motivazione: «Per i suoi sforzi per la democrazia, i diritti umani, in particolare delle donne e dei bambini. In un'èra di violenza ha sostenuto la non-violenza».
Era già una stella di prima grandezza nell'Iran dello Scià. Era una delle prime donne-giudici e nel 1979 fu la prima a presiedere una sezione del Tribunale di Teheran. Poi, dopo la rivoluzione, il governo religioso stabilì che nessuna donna avrebbe potuto giudicare un uomo. Lei rifiutò di restare nell'amministrazione in una condizione inferiore al suo grado e aprì uno studio legale.
Da allora si è occupata di violazione dei diritti soprattutto delle donne e dei bambini. Ha fondato un telefono azzurro iraniano. E' stata parte civile contro gli agenti dei servizi segreti accusati di aver ucciso nel 1998 il dissidente Dariush Forouhar e sua moglie Parvaneh. Nel 2000 è stata in prigione per 25 giorni, accusata di aver estorto e registrato la confessione di un ex componente pentito della polizia religiosa coinvolta nella repressione delle proteste studentesche del 1999: in realtà l'uomo si era presentato spontaneamente nel suo studio. Si è recentemente occupata del caso di Zahara Kazemi, la fotografa iraniano-canadese morta a luglio dopo le percosse subìte in una cella di detenzione.

«La testa e il cuore uccidono più del cancro»

una segnalazione di Sandra Mallone

Il Mattino 26.01.04
Psiche Il male oscuro pericolo per il corpo
di EMANUELE PERUGINI


La testa e il cuore uccidono più del cancro o dell'infarto. Oltre il cinquanta per cento dei decessi dipende infatti da fattori psicologici e sociali perché inducono a comportamenti sbagliati oppure perché indeboliscono direttamente le difese dell'organismo. Lo rivela uno studio condotto da un ricercatore americano, Oakley Ray, del dipartimento di psicologia e psichiatria della Vanderbilt University, che ha preso in esame cento anni di ricerche in campo psicosomatico e comportamentale.
Lo studio ha evidenziato che lo stress che colpisce la mente, ha effetti anche a livello cellulare e molecolare sull'organismo, riducendo la salute e la qualità della vita delle persone.
Nello stesso tempo, però, dalla ricerca emerge anche che avere un atteggiamento positivo verso la vita permette in qualche caso di riuscire a controbattere gli effetti dello stress, combattere con più energia le malattie e, in ultima analisi, ritardare l'ora della morte.
«Conoscere in che modo la mente influenza l'atteggiamento delle persone e la loro suscettibilità alle malattie servirà a cambiare profondamente il funzionamento stesso dei sistemi sanitari. Soprattutto - ha aggiunto - questo studio mostra come sia importante capire le interazioni tra il sistema endocrino, la mente, il sistema nervoso e quello immunitario. Svelare questi meccanismi ancora in gran parte sconosciuti aiuterà le persone a sconfiggere lo stress e a rimanere sane», dice Ray in un articolo pubblicato sulla rivista American Psychologist pubblicata dalla American Psychological Association.
E gli esempi portati dallo studio sono veramente impressionanti. Personalità, stile di vita e ambiente possono influenzare al tal punto l'organismo da rendere una persona malata se esposta a agenti infettivi, mentre un'altra rimane sana. «Ci sono numerosi agenti patogeni - ha spiegato il ricercatore - come, per esempio quello della tubercolosi, che vivono in equilibrio con il nostro organismo dando luogo solo in certi casi a sintomi o a malattia. Se invece questo meccanismo di interazione tra la mente e i vari sistemi fisiologici non funziona, allora la malattia si sviluppa in tutto la sua virulenza».
Ma quali sono i meccanismi che aiutano a mantenere in equilibrio questo delicatissimo meccanismo? Innanzitutto avere dei buoni rapporti in termini di valori affettivi e di inserimento sociale e soprattutto avere un buon controllo delle situazioni in cui quotidianamente siamo chiamati ad interagire. In particolare, avere persone a cui fare riferimento nei momenti difficili, avere un buon livello di istruzione, comprendere che alcuni eventi possono essere controllati e avere un atteggiamento positivo verso la vita sono tutti fattori che possono ritardare l'ora, comunque inevitabile, della morte.
Questi aspetti hanno anche un ruolo importante nella lotta ad una malattia come il cancro. Secondo numerosi dati, il modo con cui le donne affrontano psicologicamente il problema del cancro al seno si traduce poi in una profonda influenza sulla loro aspettativa di vita. Inutile dire, che chi affronta la malattia con più coraggio e ottimismo tende a vivere un po' più a lungo.
Infine, non è da sottovalutare il ruolo degli amici: chi ha una rete di relazioni stabile e profonda riesce a far fronte meglio alle ansietà e alle difficoltà della vita. E questo è dimostrato anche da un altro fenomeno: spesso alla morte di uno dei due partner, l'altro non riesce a vivere molto a lungo.

Neanderthal e Sapiens

Libero news
notizia del 26/01/2004
L'uomo di Neanderthal non è nostro parente
Ufficiale: una ricerca avveniristica chiude definitivamente l'annosa questione


ROMA, 26 gen. – Adesso la conferma è ufficiale: l'uomo di Neanderthal non ha avuto alcun legame di parentela con noi. Questo è il verdetto finale che dovrebbe chiudere una diatriba che accende da anni l'interesse di studiosi di tutto il mondo.
L'ha consegnato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) Katerina Harvati della New York University, dopo il più vasto studio di questo tipo mai realizzato prima. Insieme ai suoi colleghi la Harvati ha confrontato i crani di questa specie di ominidi con quello di Homo sapiens, la specie cui noi apparteniamo, e di una serie di altri primati, 11 specie tra cui gorilla e scimpanzè.
Per la nostra specie l'equipe ha fatto riferimento sia a fossili di uomo moderno del Paleolitico, sia a crani di popolazioni attuali. Il team statunitense ha usato una nuova tecnica detta di morfometria geometrica su un totale di 100 esemplari di crani. La tecnica consiste nel confrontare dei punti di riferimento della struttura craniale in modo da trovare le differenze morfologiche indipendentemente dalla disparità di dimensioni di ciascun cranio, arrivando così a misurare le differenze tra Neanderthal e noi.
Dal confronto è chiaro, sostiene la Harvati, che almeno in alcuni casi ci sono più differenze tra il nostro e il cranio di Neanderthal di quelle riscontrate tra noi e altri primati non umani. Inoltre le differenze Neanderthal-Sapiens sono sempre maggiori tra quelle di due sottopopolazioni di una stessa specie, quindi si deve rifiutare definitivamente la possibilità che Neanderthal e Sapiens fossero esemplari della stessa specie con pochi particolari dissimili. Sono state invece senza dubbio, dichiara la Harvati, due specie distinte che hanno coabitato per un breve periodo le stesse regioni ma poi il Sapiens è sopravvissuto al Neanderthal. (News2000)

Cina

La Stampa 26 Gennaio 2004
A DAVOS SOLO I POLITOLOGI GETTANO ACQUA SUL FUOCO E NOTANO CHE «NESSUN SISTEMA TOTALITARIO È CAPACE DI EVOLVERE SENZA SCOSSE»
Il mondo fra dieci anni? Cinesizzato
Gli esperti: Pechino sarà la fabbrica del pianeta e l’India l’ufficio
dall’inviato a DAVOS


Globalizzazione è vedere sulle nevi svizzere uno striscione che augura in cinese e francese la galera ai dirigenti della Cina, rei di perseguitare la setta Falun Gong. Globalizzazione è entrare al supermercato di Davos e scoprire che i berretti da sciatore sono fabbricati in Cina. Al World Economic Forum 2004, dove in più di un dibattito ci si è chiesti come sarà il mondo tra dieci anni, pareva di poter rispondere: tra dieci anni, invece di temere che la globalizzazione ci americanizzi tutti, avremo paura che ci cinesizzi.
Se la ride un giovane manager indiano, Sunil Robert, che lavora in una azienda di software in ascesa mondiale, chiamata i-Flex: «Sì, la Cina diventa la fabbrica del mondo, e noi in India diventiamo l'ufficio. Software, call center, lavoro di ufficio o professionale via Internet per aziende di tutto il mondo. Noi siamo più svegli». Un grande manager globale, Carlos Ghosn di provenienza Renault, presidente della Nissan in Giappone, prima di proiettare nel futuro una Cina potentissima, si domanda «se potrà essere a lungo efficiente un sistema dove in una grande azienda capita spesso di trovare che la stessa persona allo stesso tempo è direttore del personale, segretario della cellula comunista e capo del sindacato».
Ma anche la Cina si sta spostando sul lavoro qualificato. «Dove altro li trovate ingegneri elettronici disposti a lavorare di notte, sì, di notte, facendo funzionare i laboratori con tre turni a ciclo continuo, o il sabato e la domenica?» chiede Ulrich Schumacher, presidente della multinazionale elettronica tedesca Infineon. Per l'appunto, nel più grande Paese ancora dominato da un partito nominalmente comunista, i lavoratori accettano trattamenti impensabili altrove. Nella surriscaldata Shanghai peraltro la paga dei tecnici qualificati è giunta allo stesso livello di Praga che è a un'ora e mezza d'auto dalla Germania, cosicché la Infineon ha appena aperto un laboratorio a Xian, la città storica dell'interno che fu la capitale di Mao Zedong al termine della «lunga marcia» e durante la guerra civile.
A Davos, in loro assenza, i comunisti che governano oggi la Repubblica popolare, il presidente Hu Jintao e tutti quelli della nuova generazione, sono stati riempiti di lodi: una classe dirigente all'altezza del compito, pienamente conscia degli enormi problemi sociali che lo sviluppo economico creerà, e della crescente impraticabilità di un regime autoritario a partito unico. Lo stesso Ghosn, tutto sommato, è ottimista: hanno fatto della crescita economica la loro priorità assoluta. Victor Chu, un ricchissimo finanziere di Hong Kong che sembra ben introdotto a Pechino, enumera: «Sono concentrati su queste sfide di politica interna. Sanno che le disuguaglianze tra il ricco Est e il povero Ovest del Paese si stanno allargando. Sanno che occorrono forme di protezione sociale per ricollocare i disoccupati delle vecchie imprese di Stato che chiudono. Sanno soprattutto che nei prossimi decenni dovranno regolare una migrazione interna dalle campagne alle città fino a 300 milioni di persone».
Nella attuale forma, il «soi disant» comunismo cinese sembra essere fatto apposta per entusiasmare i capitalisti. «Guadagnamo meglio in Cina che in quasi ogni altro Paese» si vanta Dinesh Paliwal, dirigente della multinazionale svizzera Abb. Anche il ministro del Commercio Usa Donald Evans, che pure ha un contenzioso di protezionismi da risolvere, loda i dirigenti di Pechino. Assai più cauti sono i politologi e gli esperti di relazioni internazionali, che per lo più non hanno fiducia nella capacità di un sistema totalitario di evolversi senza scosse. Esasperati sono invece quelli che rappresentano i lavoratori in altri Paesi: «Se noi chiediamo migliori condizioni di lavoro, e se rifiutiamo contratti a termine invece di posti fissi, le imprese minacciano di trasferirsi in Cina. Se il nostro governo gli rifiuta sgravi o favori, minacciano di trasferirsi in Cina» dice Govindasamy Rajasaharan, leader dei sindacati malesi.
Realisticamente, la cinesizzazione del mondo resta ancora lontana. «Le aziende cinesi hanno difficoltà a imporre i loro marchi all'estero. Ci vorranno ancora molti anni perché ci riescano. Capita perfino che quelle con un marchio affermato all'interno vadano all'estero in perdita, solo a scopo pubblicitario» ammette Zhang Weiying, vicepreside della scuola di direzione aziendale dell'università di Pechino. In termini di dimensione economica, occorre pure ricordare che il prodotto lordo della Cina ai tassi di cambio di mercato supera di poco quello italiano, e anche proiettando nel futuro gli elevatissimi tassi di crescita attuali (oltre 9% nel 2003) non raggiungerà gli Stati Uniti prima del 2040.
Più che altro della Cina si sa ancora pochissimo. Basti pensare che tra gli esperti di Cina presenti a Davos una parte prevede un consistente rallentamento della crescita nel 2004 a causa di surriscaldamento della congiuntura e strozzature strutturali, un'altra parte ribatte che non ce ne sono i segni, che da anni si parla di future strozzature alla crescita che poi non si manifestano mai. C'è chi rappresenta i cinesi come poco curiosi del mondo esterno, chi, come Ghosn, li descrive «ansiosi di imparare cose nuove, delle vere spugne». Si scommette meglio sul futuro, sostiene uno studio della banca di investimenti Goldman Sachs, senza sbilanciarsi troppo verso la «Terra di Mezzo»: da qui a dieci anni saranno quattro i nuovi protagonisti dell'economia mondiale, in proporzioni variabili a seconda di come si evolveranno, identificabili con l'acronimo «Bric»: Brasile, Russia, India, Cina.

domenica 25 gennaio 2004

il sogno nel Medioevo
citato al Lunedì

Repubblica 25.1.04
COME SOGNAVA IL MEDIOEVO

un fiorire di interpretazioni nel XII secolo
Averroè si interessa alla psiche di chi sogna
la lettura che ne dà Ildegarda di Bingen
Una casistica onirica classifica il sogno in vari modi, includendo il lato religioso
La rinascita civile si manifesta anche attraverso il rinnovamento di certe teorie
di JACQUES LE GOFF


Pubblichiamo parte della voce "Sogni" scritta da all´interno del II volume del "Dizionario dell´Occidente medievale" a cura di Le Goff e Jean-Claude Schmitt (Einaudi, pagg. XVIII, 589-1314, euro 75) tra pochi giorni in libreria.
Il XII secolo può essere considerato un´epoca di riconquista del sogno da parte della cultura e della mentalità medievali. In breve, si può dire che il diavolo faccia marcia indietro a vantaggio di Dio e soprattutto che si dilati il campo del sogno «neutro», del somnium, più strettamente legato alla psicologia dell´uomo. Questa relazione fra sogno e corpo, questo sbilanciamento dell´oniromanzia verso la medicina e la psicologia si realizzerà nel XIII secolo con Alberto Magno e in seguito con Arnaldo di Villanova. Nello stesso momento in cui si desacralizza il sogno si democratizza. Semplici chierici - in attesa dei semplici laici - hanno il privilegio di fare sogni significativi.
La rinascita del XII secolo si manifesta attraverso un grande rinnovamento delle teorie riguardanti il sogno e la sua interpretazione. Il De spiritu et anima, attribuito dai medievali a sant´Agostino, riprende la classificazione in cinque specie di sogni fatta da Macrobio, ma insiste poi sulla diversità dei sogni legata alla varietà dei tipi di individui, che possono sognare. Il sogno (somnium) diviene largamente indipendente dalla visione (visio) venuta dall´alto; si tratta d´un fenomeno umano. Se si può e si deve ricercare il suo significato nascosto, rivelatore, premonitore o simbolico, questo significato deve essere ottenuto, in quanto portatore di senso, a partire dalle caratteristiche degli individui, tutti ugualmente «veicoli» di sogni da interpretare. Se questa interpretazione deve tener conto delle corrispondenze fra l´uomo-microcosmo e l´universo-macrocosmo e, in particolare, del momento del «tempo» durante il quale si produce il sogno (giorno o notte, stagione particolare), esso, tuttavia, «rientra nel ciclo psicologico dell´individuo» (M. Fattori). Il tipo di umore dominante nel sognatore riveste un´importanza particolare per la natura e il trattamento dei sogni: sanguigno, collerico, flemmatico, malinconico. Sogno e struttura fisica sono inoltre strettamente legati nel trattato De pronosticatione somniorum di Guglielmo d´Aragona.
La famosa badessa visionaria Ildegarda di Bingen, che fornisce una vera e propria teoria psicofisiologica del sogno nel suo trattato Causae et curae, presenta il sogno (somnium), in opposizione all´incubo, come un fenomeno normale dell´«uomo di buon carattere». La diffusione in latino delle opere dei grandi filosofi arabi, Avicenna e Averroè, giungerà a confortare questa relazione dei sogni con la psicologia dei sognatori. Per Averroè, «gli uomini i cui sogni sono "veri" sono soprattutto quelli di complessione moderata». S´afferma così il rinnovamento d´un legame tradizionale - almeno a partire da Ippocrate - fra sogno e medicina. Attraverso numerose figure, fra cui una delle più importanti è, nel XIII secolo, il santo domenicano Alberto Magno, questo legame si affermerà, nella svolta dal XIII al XIV secolo, con il celebre medico spagnolo Arnaldo di Villanova.
Già Pascalis Romanus, nel suo Liber thesauri occulti composto a Costantinopoli nel 1165, testimonia il mutato atteggiamento cristiano nei confronti dei sogni. Egli rivendica uno statuto scientifico per l´interpretazione dei sogni insistendo sull´importanza delle loro cause fisiche naturali, in virtù delle quali essi rappresentano una precisa indicazione per i medici nella diagnosi delle malattie, e afferma che «anche i sogni che sembrano illusori insegnano molte cose all´uomo riguardo al suo stato futuro». Aggiunge inoltre che questa scienza dei sogni richiede la conoscenza della tradizione classica, latina e greca, inerente il sapere dei maghi e dei filosofi «caldei, persiani, faraonici» considerandola ausilio della «scrittura divina e umana», dell´«uso sperimentale» e della «ragione».
Una delle figure maggiori dell´umanesimo di Chartres nel XII secolo, l´inglese Giovanni di Salisbury, nel suo grande trattato il Policraticus (1159), riserva un posto privilegiato al sogno all´interno di una vera e propria semiologia del sapere. Egli insiste sulla molteplicità di significati di cui sono portatori i sogni e definisce con chiarezza i principi d´una oniromanzia cristiana: «Essa manifesta al livello più alto l´arte della congettura, nel caso sappia distinguere accuratamente le differenze fra le cose sotto la similitudine dei segni», se si sforza di cogliere l´enigma dei sogni e la loro ambiguità situando correttamente i simboli onirici nei loro legami precisi con i temperamenti e i tipi di clima, con le condizioni storiche e lo statuto sociale del sognatore (Tullio Gregory). Certamente la oniromanzia cristiana deve rifiutare di andare troppo oltre nel penetrare il mistero dei rapporti fra Provvidenza divina e libertà umana.
Anche un cistercense quale il renano Cesario di Heisterbach, agli inizi del XIII secolo, nel suo Dialogus miraculorum, trattato di dottrina cristiana a uso dei predicatori e della massa dei fedeli, si crede obbligato, in un capitolo in cui mostra l´importanza delle visioni, a presentare una lista delle origini dei sogni riprendendo distinzioni antiche e tradizionali, ma insistendo in maniera moderna sulla «diversità» dei sogni.
Questo fiorire di testi, dichiarazioni e discussioni intorno ai sogni è assai segnato dalla scienza antica greca e ellenistica trasmessa da Bizantini, Ebrei e Arabi, i quali vi hanno tutti aggiunto il peso delle proprie ricerche e produzioni scientifiche e culturali. All´interno del grande pensiero filosofico e teologico, le idee di Avicenna, poi di Averroè e di Aristotele sono state di particolare efficacia per lo sviluppo del pensiero e della cultura cristiani nel XII e XIII secolo. Ne è risultata, oltre alle traduzioni dei trattati di oniromanzia orientali in latino e ben presto, per alcuni testi, in volgare, la loro imitazione in opere come il Liber thesauri occulti composto da un cristiano latino a Costantinopoli, o la produzione di testi e pratiche più rudimentali, che manifestano l´ibridazione fra cultura dotta e cultura popolare, e la diffusione sociale del discorso sui sogni. Lo dimostra il successo di numerose «chiavi dei sogni», il cui prototipo è la traduzione, a opera di Leone il Toscano, nel 1177, della chiave dei sogni araba di Ahmad. A tutto ciò bisogna aggiungere la volgarizzazione della pratica del «salterio onirico», forse esistente da lungo tempo ma impiegata sempre più apertamente: un sognatore confida il proprio sogno a un sacerdote, il quale apre a caso un salterio e una frase della pagina in cui si è (misteriosamente, provvidenzialmente?) aperto il libro fornisce, attraverso l´intermediazione del sacerdote, il significato del sogno.
Il sogno estende la sua funzione nel campo culturale e politico. Gioca il proprio ruolo nel recupero della cultura antica: sogni della sibilla, premonitori del cristianesimo, sogni dei grandi intellettuali precursori della religione cristiana, Socrate, Platone, Virgilio. Si tratta dell´energia onirica d´una nuova storia delle civiltà e della salvezza. Il sogno ritrova, modernizzato, il ruolo che aveva ricoperto nella tarda Antichità per giustificare l´accettazione d´una eredità culturale da parte del cristianesimo e alcune conversioni alla nuova religione. In uno stupefacente testo autobiografico, l´Ebreo convertito Hermann fa del sogno l´artefice della sua conversione.
Il sogno diventa uno dei motori della creazione letteraria, dà l´avvio e struttura l´intrigo delle chansons de geste e dei romanzi cortesi. «L´idea del sogno generatore di poesia si ritrova in forma decisamente compiuta nel XIII secolo in Guillaume de Lorris il quale, presentando il suo Roman de la Rose come il racconto d´un sogno, ne fa il prototipo della letteratura onirica cortese (...). Il giardino onirico in cui l´amante-poeta crede di penetrare non è unicamente il luogo chiuso e interiorizzato in cui si "sceglie", sotto le sembianze della rosa, l´oggetto sempre distante del desiderio (...). La letteratura sogna solamente se stessa» (Herman Braet). La letteratura, inoltre, testimonia della comparsa dell´uomo semplice che gode del privilegio di fare sogni premonitori. Nel poema in antico tedesco (XII secolo) Meier Helmbrecht, a forte contenuto sociale, Helmbrecht padre, un semplice contadino ma sottomesso alla sua condizione per rispetto dell´ordine sociale voluto da Dio, vede in quattro sogni successivi il tragico destino di suo figlio, il quale si è ribellato a tale ordine ed è caduto in una condizione di decadenza morale.
Nell´arte, le rappresentazioni dei sogni si moltiplicano, dando nascita a un topos gestuale onirico: «il dormiente che sogna è rappresentato, nella maggior parte dei casi, coricato sul fianco, con gli occhi chiusi e la mano che sostiene il capo». Ma questo gesto tecnico è significativo: è, al tempo stesso, il risorgere d´una pratica molto antica e affermazione della nuova autonomia della creazione artistica. Riporta alla luce il gesto rituale dell´incubazione, ma lo sposta «dalla parte della scrittura». Il sogno, sotto forma della visione, gioca inoltre un ruolo chiave nell´evoluzione del sentimento religioso. Forma significativa del viaggio nell´aldilà sempre più in voga, il sogno contribuisce in modo decisivo all´invenzione del terzo luogo dell´aldilà: il purgatorio, nel quale una visione trasporta fedeli sempre più numerosi. Esso è un essenziale strumento di nuovi scambi fra i vivi e i morti che il purgatorio crea o rianima. Nel XII e XIII secolo il sogno è divenuto un´«esperienza totale» che implica corpo e anima, l´individuo, i suoi rapporti con la collettività dei cristiani e le sue possibilità di salvezza.

"neuroscienze":
il prof. Alberto Oliverio e gli americani

una segnalazione di Tonino Scrimenti

Repubblica delle donne-anno 9 n. 385 del 24 gennaio 2004
NEUROSCIENZE
NELLA TESTA DI UN RAGAZZO

Che cosa rende gli adolescenti tanto complicati e difficili? Quello che gli sta succedendo nel cervello, risponde un nuovo filone di ricerca: attraversano una fase di crescita neuronale paragonabile a quella di un bambini di due anni. La maturità arriva quando la corteccia prefrontale impara a dominare gli istinti.
di Daniela Condorelli


Cosa c'è alla base del comportamento irrequieto e a volte inspiegabile degli adolescenti? Rivoluzioni ormonali, cattive compagine, famiglie inadeguate... Forse, ma non solo questo. C'è, soprattutto, un cervello ancora in formazione, che non sa mettere freno agli istinti e non ha pienamente sviluppato l'area che presiede alla capacità di giudizio. A svelarlo è l'ultima frontiera delle neuroscienze, la disciplina in grado di leggere l'anatomia e i mutamenti cerebrali grazie a tecnologie di diagnostica per immagini. per esempio la risonanza magnetica. La recente scoperta, che rivoluziona le teorie dell'educazione, è questa: i cambiamenti nel cervello non si limitano, come si riteneva, ai primi sei anni di vita, ma proseguono almeno fino ai venti. Solo a quel punto, l'architettura dell'organo è completa.
Pioniere di questo nuovo filone, che spiega con le neuroscienze gli sconvolgimenti dell'adolescenza, è Jay Giedd del National Institute of Mental Health (di Bethesda. Giedd ha dimostrato che il cervello dei giovanissimi non è si ancora formato del lutto osservando la materia grigia di 145 bambini sani con la risonanza magnetica, a intervalli di due anni, Lo studio ha evidenziato che, appena prima della pubertà, vi é un'area del cervello, la corteccia prefrontale, in fervente attività di crescita. È un'area speciale: modula le emozioni, controlla le reazioni impulsive e regge le file della capacità di organizzazione. Non per niente è stata soprannominata l'area del ripensamento assennato". In particolare, la corteccia prefrontale tiene a bada un'altra area cerebrale, l'ippocampo, responsabile dei bisogni primari (per esempio mangiare o accoppiarsi) che non sempre vanno d'accordo con le esigenze e la morale della società. Solo quando la corteccia prefrontale matura, l'adolescente è in grado di controllare gli istinti e di esprimere giudizi. Ecco perché non é lecito aspettarsi da un teenager le stesse capacità di giudizio di un adulto. Ed ecco perché l'adolescenza è il periodo in cui si radicano comportamenti a rischio, come il fumo, o si contraggono più facilmente malattie sessualmente trasmissibili.
«Sapevamo che é un'età irrequieta», commenta lo psicobiologo Alberto Oliverio, docente all'Università La Sapienza di Roma «Ora, con queste ricerche, ne abbiamo le prove strutturali. II giudizio opera in termini di centesimi di secondo. bloccando le reazioni impulsive. Un'abilità che gli adolescenti difficilmente hanno». Si spiega così perché a volte un sedicenne non ci pensa due volte: prima di salir su un'auto guidata da un amico ubriaco. E a proposito di alcol: è proprio in questa fase di scarso controllo e mancanza di freni che. ironia della natura. il cervello e più vulnerabile agli effetti di droghe e superalcolici. Parlando con i giovanissimi, Giedd mostra toro le Immagini del cervello in evoluzione e spiega come, su una materia grigia ancora in crescita, l'effetto dì alcol e droghe non duri una sera o un week-end, ma tutta la vita.
Una corteccia prefrontale immatura significa anche non sapersi organizzare, non saper stabilire priorità: persino decidere se telefonare a un’amica o dipingersi prima le unghie diventa un problema. Non solo: le indagini di Giedd hanno dimostrato che, nella preadolescenza, vi è un periodo di sovrapproduzione di cellule cerebrali (neuroni) e di sinapsi (collegamenti tra di essi) simile a quello che caratterizza il cervello di un bambino di due anni. Le cose vanno così: l'organo del piccolo si sviluppa grazie a una vera e propria esplosione di nuovi contatti tra cellule cerebrali, seguito da un processo di "sfrondamento", che avviene intorno ai tre anni. Dopo il periodo di sovrapproduzione, infatti. si assiste a un'agguerrita competizione tra cellule cerebrali, che combattono per la sopravvivenza. Lo stesso avviene nella corteccia prefrontale di un preadolescente: a 11 anni in una ragazza e a 12 in un maschio, si verifica un boom di crescita neuronale. In seguito. si assiste a un ridimensionamento dei contatti.
Secondo Robert McGivern. neuroscienziato dell'Università di San Diego, questo periodo di iperattività e sovreccitazione fa sì che gli adolescenti abbiano meno risorse disponibili per la "sapienza sociale". E li lascia anche più vulnerabili agli sbalzi d'umore e persino alla depressione. In una ricerca pubblicata sulla rivista Brain and Cognition. McGivern ha dimostrato che gli adolescenti non sono in grado di identificare rapidamente le emozioni altrui (il test consisteva nell'associare una serie di volti con espressioni diverse all'emozione corrispondente). Come se il cervello avesse bisogno di concentrarsi su se stesso per consolidare e rinforzare le connessioni più importanti. "tagliando" quelle in sovrappiù (tra i 13 ed i 18 anni viene perso ogni anno I'1 per cento di materia grigia). Un processo che porta Giedd a sottolineare l'importanza del tipo di connessioni che vengono stimolate. Use or lose it, usalo o lo perderai. «La crescita del cervello durante la pubertà costituisce un immenso potenziale», ha dichiarato il ricercatore alla trasmissione di attualità Frontline, dell'americana Pbs, «Se un teenager suona, fa sport o studia, le connessioni relative verranno rinforzate. Se giace sul divano giocando con i videogames o guardando Mtv, saranno altre le cellule e; le connessioni destinate a sopravvivere»_
E qui entrano in causa i genitori che, rassicurati sulla normalità biologica del loro scapestrati teenager grazie alle spiegazioni fornite dall'anatomia cerebrale, continuano a domandarsi cosa fare. Per loro Dan Siegel, psichiatra. docente presso il Center for Culture. Brain and Development di Santa Monica, ha scritto Parents from inside out (edito da Hardcover). La novità di quest'ennesimo compendio di psicopedagogia per genitori in crisi è nell'approccio: l'autore è il padre di una nuova disciplina, denominata neuropsicologia interpersonale. L'idea è che le relazioni e la comunicazione tra persone abbiano un impatto diretto sullo sviluppo del cervello, il suo funzionamento e, di conseguenza, il comportamento. Dan Siegel è convinto che comprendere come è fatto e come funziona quest'organo possa aiutare le persone a migliorare le relazioni, la vita emotiva e la capacità di educare i figli. E il suo manuale è una guida per diventare genitori migliori a partire dalle nuove scoperte delle neuroscienze. Analizzato scientificamente il cervello dei ragazzi, infatti, la capacità di ascoltarli non solo rimane importante, ma risulta ancora più determinante. Gli adolescenti hanno bisogno di parlare, parlare e parlare, per fare il punto su emozioni e decisioni che non sono in grado di governare.
E il futuro? Secondo Giedd, porterà la comprensione di quali aspetti influenzano lo sviluppo del cervello: i genitori, il cibo, i geni, le attività? Per comprendere quali aree sono influenzate dal contesto e quali dai geni, i ricercatori hanno focalizzato l'attenzione sui gemelli, fotografando il loro cervello nell'infanzia, quando le attività dei due fratelli sono molto simili, e nell'adolescenza, quando cominciano differenziarsi. Hanno constatato che è il cervelletto la parte più diversa nei gemelli, quindi più facilmente influenzabile dall'ambiente. A che cosa serve? A coordinare i muscoli (se il cervelletto lavora bene sarai un buon atleta), ma anche il pensiero e i processi cognitivi. «Così come si può essere fisicamente goffi, lo si può essere mentalmente», commenta Jay Giedd. Nel cervelletto sembra risiedere quell'abilità a destreggiarsi tra le complessità della vita sociale che manca clamorosamente ai teenager. E attenzione: gli esperti pensano che sia l'esercizio fisica a influenzarne lo sviluppo. Correre, giocare, saltare. Allenare i pollici con i joystick dei videogames non è sufficiente.
Le scoperte di Giedd hanno scardinato le basi delle teorie educative tradizionali, secondo cui entro i primissimi anni di vita l'identità di un bambino è formata e il suo destino segnato. Negli Stati Uniti ha avuto grande seguito la convinzione che il periodo tra 0 a 3 anni fosse in assoluto il più importante per lo sviluppo della persona, tanto che negli anni '90 gli investimenti e gli sforzi educativi si sono concentrati quasi esclusivamente in questa direzione. Un esempio: nel '98 il governatore della Georgia ha stanziato 105 mila dollari per distribuire un cd di musica classica a tutte le neomamme. Adesso si chiede altrettanta attenzione (e investimenti) per giocare al meglio la carta dell'adolescenza. «Sì, i primi tre anni di vita sono fondamentali», avverte Jay Giedd. «ma i successivi 16 non sono da meno». E ai genitori che si aspettano maturità dal figlio quindicenne il consiglio è, ancora una volta: «Abbiate pazienza. Lavori in corso»

Un'immagine in mente

Le neuroscienze sono una disciplina giovane. Negli ultimi 25 anni i ricercatori hanno svelato l'architettura del cervello e il suo funzionamento, con un occhio di riguardo a malattie come la schizofrenia e ai meccanismi che le causano. Con l'avvento delle nuove tecnologie a immagini, è stato possibile monitorare l'attività di diverse aree cerebrali nella vita quotidiana. "Oggi esistono tecniche che permettono di focalizzare l'attenzione su un singolo neurone e vedere, dopo 15 giorni. come si sono modificate le sinapsi", spiega Alberto Oliverio. psicobiologo alla Sapienza di Roma. "É così possibile valutare l'influenza di un ambiente arricchito da determinati stimoli sullo sviluppo cerebrale". Con la risonanza magnetica i ricercatori vedono quale parte del cervello lavora quando si sta compiendo un esercizio, o di fronte a specifiche immagini. Grazie ai costi sempre più ridotti. le tecnologie si stanno diffondendo al di là della medicina. I pubblicitari le usano per capire cosa seduce i consumatori. Così è nato il neuromarketing: si occupa di identificare l'attività del cervello di una persona che sta valutando un prodotto, una confezione o una pubblicità. Paul Zak del Centro di neuroeconomia della Claremont Graduate University (California) ha usato la risonanza magnetica su commissione di un'industria casearia. Come? Fotografando il cervello di un gruppo diamanti della bevanda mentre la assaporano, e trovando stimoli che stimolano la stessa area cerebrale. Se, per esempio, l'area attivata mentre si beve latte è la stessa che si "illumina" di fronte a oggetti che riconducono all'infanzia. la pubblicità punterà su questo genere di ricordi.

Non solo biologia

È dai tempi di Freud che si cercano spiegazioni biologiche a suffragio delle teorie psicoanalitiche, antropologiche e sociologiche. E le scoperte neuroscientifiche sul cervello degli adolescenti vanno in questa direzione. A parlare è Gustavo Pietropolli Charmet, massimo esperto di adolescenza in Italia (è in questi giorni in libreria il suo Crisi center. il tentato suicidio in adolescenza (Franco Angeli). «Un cervello in fase evolutiva spiega bene un'età in cui, semestre dopo semestre, si sviluppano abilità e competenze diverse».
Dall'identità di genere maschile o femminile al pensiero ipotetico-deduttivo, dal processo dì individuazione-separazione alla spinta verso l'accoppiamento. Non per niente l'adolescenza viene definita una "seconda nascita": la nascita sociale. «Ora sarà interessante vedere come si inseriscono i fattori ambientali su queste basi biologiche". continua Charmet. Sì, perché la tentazione, forte ma rischiosa, è di voler semplificare tutto, ridurlo a una questìone di geni. Viene dalla biologia, è vero, la spinta interiore a diventare individuo. a socializzare, ad accoppiarsi. A crescere. Ma tutto ciò si confronta con il cosiddetto ambiente. Più di tutti con i coetanei. di gruppo è I'alter ego sociale, spiega Charmet: «accompagna, esorta, indica la strada, individua idoli e ideali, offre strumenti». Judith Rich Harris. nel suo Non è colpa dei genitori (Oscar Mondadori), spiega perché i figlì imparano più dagli amici che dalla famiglia. Ma attenzione agli azzardi: il contesto in cui vive un adolescente è fatto di adulti e coetanei, così come la spiegazione dei suo comportamento va cercata nel dialogo tra neurobiologia e scienze sociali.