martedì 22 giugno 2004

Barbara Bobulova premiata a «Lo schermo è donna»

Corriere della Sera 22.6.04
FIANO ROMANO
«Lo schermo è donna» premia l’attrice Barbara Bobulova


Per «Lo schermo è donna», che si svolge fino a sabato nel Cortile del Castello di Fiano Romano, è stato assegnato il premio Giuseppe De Santis per il miglior volto emergente del cinema italiano all'attrice Barbora Bobulova (foto) scoperta da Marco Bellocchio ne «Il Principe di Homburg». Per l'occasione è stato proiettato ieri il film di Paolo Franchi «La spettatrice» (uscito di recente nelle sale e proposto dal Bergamo Film Meeting e dal Tribeca Film Festival di New York diretto da Robert De Niro).

Marco Bellocchio ha vinto il premio «Salso Cinema»

La Gazzetta di Parma 22.6.06
Successo dell'evento organizzato a Brescello
«Salso Cinema» a Bellocchio Il regista ha annunciato: «Farò un film con Castellitto»
di Donato Ungaro


BRESCELLO - Si è conclusa, a Brescello, la «tre giorni» dedicata al cinema: la cittadina reggiana, infatti, è conosciuta per essere stata protagonista negli indimenticabili film in bianco e nero di Peppone e don Camillo. E sabato sera, in piazza, c'era appunto un maestro del cinema italiano, Marco Bellocchio, giunto in riva all'Enza per ritirare il premio «Salsomaggiore Cinema».
Un connubio, quello tra Brescello e Salsomaggiore, che fin dall'anno scorso ha dato i suoi frutti grazie al Videofilm, nato dalla collaborazione tra le due cittadine turistiche.
Un Marco Bellocchio, quello incontrato in piazza Matteotti, ben disponibile a parlare di Brescello, ma anche di Bobbio e di Piacenza, la provincia la cui amministrazione ha commissionato un filmato al regista chiedendogli di affrontare, nell'anniversario della scomparsa di Giuseppe Verdi, una tematica legata al «Peppino» nazionale.
Mentre sullo schermo della piazza scorrevano i fotogrammi di «Addio al passato», Bellocchio, appassionato estimatore del belcanto, spiegava le motivazioni che lo hanno spinto a realizzare il suo lavoro dedicato a Verdi.

«La provincia di Piacenza ed i piacentini condividono l'eredità e la passione per Verdi - sottolinea - del resto la "Traviata" è nata a Villa Sant'Agata, in provincia di Piacenza. Ed allora, in un momento come quello che stiamo vivendo, in cui la lirica purtroppo sta declinando, ma dove fortunatamente si vedono ancora tanti giovani che vogliono fare il soprano, il baritono o i tenori, ho pensato ad una contraddizione piacevole e che propone una speranza, quella di non far scomparire una forma d'arte importante come la lirica».
Brescello, ma anche Salsomaggiore, per ritirare un premio; certamente non è Taormina, o Venezia, ma anche queste iniziative sono importanti.
«Ho vissuto nella mia carriera molte di queste premiazioni - spiega il regista - ma vengo volentieri in realtà come queste, dove in qualche modo c'è qualcosa di più autentico e mi riconosco molto profondamente. Brescello, ma anche Salsomaggiore, non è molto diversa da Bobbio, da Piacenza, dai paesi e dai luoghi in cui sono nato e cresciuto. Così trovo giusto esserci».
Cosa c'è nel futuro di Bellocchio?
«Il titolo del prossimo film sarà "Il regista di matrimoni" e l'interprete dovrebbe essere Sergio Castellitto, ma non voglio dire altro».
(...)

Argentieri, Bollea, Gatto Trocchi, Parsi
un convegno sui bambini a Roma

La Repubblica 22.6.04
Un´idea nuova di piccoli adulti in un convegno organizzato oggi a Roma alla facoltà di Scienze della formazione. In nome della cultura dell´infanzia
Famiglie, l´ultima rivoluzione è la fine del bambino tiranno
Così mamma e papà non pensano più al figlio-capolavoro
No alle troppe aspettative e alle partite vinte: crescerà meglio
La parola chiave ora è "rispetto": senza pagare prezzi di "unicità"
di MARIA STELLA CONTE


ROMA - Non più figli capolavoro. Non più genitori dalle sproporzionate aspettative. Nasce un nuovo bambino. Forse. Un bambino non più concepito in funzione dei sogni, delle proiezioni o degli immaginifici progetti degli adulti; nasce dal cuore e dalla mente di nuovi padri e nuove madri che sempre più numerosi «cercano di fare del figlio semplicemente quel che è, senza imporgli di pagare il prezzo della sua preziosa unicità».
Una inversione di tendenza - sostiene Marina D´Amato, ordinario di Sociologia all´Università Roma Tre - dalla parola chiave semplicissima: rispetto. Che non significa dire sempre sì, firmando la resa incondizionata ad ogni capriccio; che non c´entra con il mondo delle cose, con le quantità, ma riguarda la qualità delle relazioni familiari: disponibilità, tempo, attenzione. L´idea del bambino tiranneggiato dalle troppe aspettative e al tempo stesso tiranno in un mondo che lo asseconda in tutto; l´idea del figlio che con tutto quel che ha potrà, dovrà diventare tutto quel che è, declina. O così sembra agli studiosi dell´infanzia che (anche) di questo discuteranno oggi nel convegno "Per un´idea di bambini" organizzato dalla sociologa D´Amato presso la facoltà di Scienze della Formazione dell´Università romana dove ci saranno, tra gli altri, la psicoanalista Simona Argentieri, il neuropsichiatra Giovanni Bollea, l´antropologa Cecilia Gatto Trocchi, la psicoterapeuta Maria Rita Parsi.
«La cultura dell´infanzia è l´ultima e unica rivoluzione possibile», anticipa Parsi «e la società che nascerà ponendo al proprio centro il bambino non sarà per questo meno forte poiché ripartirà dalle sue radici. Avanguardie di genitori a parte, nella realtà si è passati da un´educazione oppressiva e violenta al lassismo totale; a bambini "tiranni" che non bisogna far piangere, urlare, disperare; bambini senza regole "perché tanto poi, crescendo, le regole le troveranno da soli"». Bambini che conoscono la solitudine, dice Parsi, «e che spesso sentono di essere un limite alla vita dei genitori».
Cambierà, impercettibilmente sta già cambiando. Le donne sembrano faticosamente uscire dal testa-coda che le vede sbandare tra casa, lavoro, famiglia; ora - sostiene la Parsi - sta agli uomini però fare la propria parte per costruire una «società di padri e non di sole madri; sta agli uomini e alla società, che deve riconoscere alla maternità, ai bambini e alla famiglia il loro valore, e non solo a parole».
Un cammino che visto con gli occhi dell´antropologa Cecilia Gatto Trocchi, sembra quasi impercorribile. Perdita del senso del ruolo, perdita di responsabilità, disinteresse. «I genitori - sostiene severamente Gatto Trocchi - non educano, delegano. Educare significa stare con i figli, cosa che non avviene e non certo per mancanza di tempo: il tempo è una realtà elastica, bisogna solo saperlo usare; educare non significa fornire ai bambini una serie indifferenziata di competenze ma insegnargli la vita, vivendo con loro, conoscendoli, guardandoli e facendosi guardare. Noi abbiamo abolito la "prova", il "rito", il premio e il castigo; abbiamo tolto ai bambini la possibilità di misurarsi con il dolore, la paura, le difficoltà. Nessun esempio da seguire se non i miti virtuali e televisivi... «Sì, presa da qui, un´inversione di rotta sembra improbabile. Improbabile, non impossibile».

la cultura greca fuori dalla Costituzione europea

La Gazzetta del Sud 22.6.04
La Costituzione ignora anche la filosofia greca
LE “RIMOZIONI” EUROPEE
di Giovanni Morandi


E così Tucidide l'ateniese è uscito dalla Costituzione europea (era citato nel penultimo preambolo, è scomparso nell'ultimo) non per eccesso di vetustà semmai, viene il sospetto, per il suo contrario, perché il suo nome avrebbe potuto creare imbarazzi non solo per le allusioni al passato prossimo ma più ancora per quelle al presente. È singolare il percorso che ha fatto la censura dei compromessi, che non ha aggiunto nulla al testo di dicembre ma lo ha amputato di parti, che se lette in successione hanno un loro significato, perché fanno riferimento ai temi del grande duello tra Atene e Sparta, tra società aperta e totalitarismo, tra democrazia – non è forse una parola mutuata dal greco antico? – e oligarchia. Troppo facile pensare al dissolto impero del Male, come lo chiamava il vecchio Reagan, e il confronto tra antico e attuale fa rischiare l'incidente diplomatico se, sia pure per un attimo, si associa il Tucidide della “Storia” a qualche slogan sgangherato di Bush, quando parla di guerra per esportare democrazia. Noi «serviamo da modello piuttosto che imitare gli altri». «Abbiamo forzato tutti i mari e tutte le terre ad aprirsi alla nostra audacia. Abbiamo lasciato ovunque monumenti perenni del bene e del male che abbiamo fatto», che nient'altro ci paiono che pericolose teorizzazioni di un ideologo dell'imperialismo democratico. E se così fosse e non fossero questi solo notturni pensieri di luglio, allora viene il sospetto che le censure dei compromessi abbiamo seguìto il criterio della troppa attualità piuttosto che quello dell'eccesso di storia antica. È vero, ricordare, soprattutto se si è inclini all'oblio, può riservare delle sorprese e far scoprire radici, che è meglio far finta che non esistano. Forse a questo principio sono stati sacrificati i riferimenti oltreché alla democrazia di cui parla l'ateniese anche alla civiltà ellenica e romana. Eppure 2400 anni fa nella cosiddetta guerra del Peloponneso raccontata dallo storico cassato c'erano già tutte le risposte ai dubbi che ci tormentano oggi, compreso il perché si debba a volte usare la forza, perché al più forte spettino più privilegi ma anche più doveri, perché nulla dura, nemmeno la vittoria, e perché, come gridano gli abitanti di Corinto, «gli ateniesi sono nati per non dar pace a se stessi e per non darla agli altri». Perché è delle democrazie e delle società aperte sottoporsi alla tirannide dell'interrogarsi. Con tutto quel che ne consegue. Ma chiedere questo alla vecchia Europa sarebbe troppo, meglio una vita modesta ma tranquilla.

Glaxo in difesa a proposito del Paxil

ricevuto da Francesco Troccoli

Herald Tribune: pag. 13 - 19, 20 giugno 2004
GlaxoSmithKline, accusata di avere nascosto parte dei dati sperimentali dell'antidepressivo Paxil, ha annunciato di avere l'intenzione di pubblicare sul Web i risultati di tutti i clinical trials sul farmaco. La società ha già pubblicato sul suo sito gli studi che l'accusa ritiene siano stati occultati precedentemente

"First World", servizio internazionale di notizie nel farmaceutico, 06/18/2004
GlaxoSmithKline to set up public clinical trial database
by Candace Hoffmann


GlaxoSmithKline said that it is setting up a public database, which is the first of its kind by a drugmaker, of Glaxo-sponsored clinical studies of its marketed drugs, news sources report. The on-line database will be called the GSK Clinical Trial Register.
Glaxo spokesman Chris Hunter-Ward said that the database has been under consideration for several months, as reported in Bloomberg. "We think it's an important step in restoring public faith in medical research," Hunter-Ward is quoted as saying in an interview. The database will be available to physicians and the public in the third quarter and contain clinical trial data going back four years.
Glaxo's announcement came shortly after the American Medical Association said earlier this week that it would recommend the establishment of rules requiring all drugmakers to disclose clinical trials in a US public registry, as reported in Bloomberg. The drugmaker also recently posted the results of its trials of Paxil's use in children on its Web site in response to a lawsuit filed by New York's attorney general, alleging that it suppressed negative data on the drug.
"Glaxo is trying to improve transparency given the situation it finds itself in with [New York Attorney General Eliot Spitzer], Code Securities' analyst Mike Ward is quoted as saying. But Glaxo CEO Jean-Pierre Garnier said that the establishment of the database is not in response to Spitzer's lawsuit, instead it is related to the AMA's recent motion. "I think this is the right thing to do. We think more transparency is better," Garnier is quoted as saying, as reported in Yahoo Finance, "We don't want to be accused of anything about the way we deal with trials. I think it too important a subject."
Attorney General Spitzer is quoted as saying, in response to Glaxo's decision to create the database, "This is another positive step toward providing important and necessary information to doctors and the public," as reported in Yahoo Finance.

i tesori etruschi della Toscana

Repubblica Firenze, 22.6.04 - 14:29
Notti archeologiche in Toscana alla scoperta degli Etruschi


Notti archeologiche in Toscana, dedicate agli Etruschi. Per una settimana, dal 28 giugno al 4 luglio, la regione metterà in mostra i suoi tesori archeologici con un calendario di 400 iniziative speciali tra aperture notturne di musei e parchi, esposizioni, visite guidate, trekking archeologico e feste etrusche. Escursioni notturne il 3 luglio alla Necropoli di San Cerbone (parco di Baratti e Populonia) lungo un percorso illuminato da torce; oppure al Parco Archeominerario di San Silvestro, lungo un suggestivo percorso sotterraneo; oppure ancora il 29 giugno il percorso lungo le 'vie dell'imperò a Cortona (Arezzo).
Per l'occasione sarà anche aperta al pubblico a Sarteano (Siena) la mostra "La Tomba della Quadriga infernale": è l'eccezionale scoperta fatta lo scorso ottobre nella necropoli di Pianacce, dove fu rinvenuta in condizioni ancora eccellenti una tomba estrusca risalente agli ultimi decenni del IV sec. a.c.

lunedì 21 giugno 2004

i filosofi...

Repubblica 21.6.04
IL DNA DEI FILOSOFI
esce in Francia un saggio di Pierre Riffard

Il 54% vivrà lontano dal luogo di nascita
salvo Leibniz non sono quasi mai precoci
Sono quasi tutti uomini, orfani, autodidatti e spesso celibi
Ci sono aspetti comuni nella natura dei pensatori di ogni era
di PICO FLORIDI


Filosofi «Conosci te stesso», diceva Platone perché il filosofo lavora sul sé, cerca la soluzione al suo assillo metafisico nell´intimo, sperimenta le sue osservazioni sul campo della sua coscienza. Vale quindi la pena cercare di scoprire come sono fatti i filosofi, qual´è la loro natura seguendo Pierre Riffard in un saggio erudito e originale: Les philosophes: vie intime (Puf, pagg.284, euro 23). Riffard va alla ricerca del Dna del pensatore, del cuore del genio pulsante in un universo ordinario, dell´individuo dietro la riflessione, dell´uomo visto attraverso il buco della serratura fornendo una miriade d´informazioni, di statistiche, di curiosità buffe e sorprendenti. Cos´è la voglia di "filosofare" e come nasce? Si è avvantaggiati se si è maschi, succede nel 99% dei casi con rare eccezioni in ogni epoca, e se si resta orfani da piccoli come è capitato al 69% degli uomini che hanno dato orizzonti nuovi al pensiero umano. Platone e Sartre perdono il padre in fasce, Marc´Aurelio e Hume a 3 anni, Nietzsche a 4 anni, Agostino a 16, Rousseau perde la madre a 10 giorni, Cartesio a pochi mesi, Pascal a 3 anni, Aristotele a 11 anni, Kant e Hegel a 13. Erasmo perde entrambi i genitori nel giro di un anno, Leibniz il padre a 6 e la madre a 17, Russell la madre a 4 e il padre a 6, Croce i due genitori a 17. E si potrebbe continuare.
In mancanza di genitori, il mestiere di filosofo, che non è di quelli ereditari, si impara da autodidatta o da un altro filosofo. Una catena assidua unisce Talete ad Aristotele passando per Anassimandro, Parmenide, Zenone, Democrito, Protagora, Socrate, Platone: 250 anni di filosofi di maestro in discepolo, senza soluzione di continuità. La stessa progressione unisce Fontenelle, Montesquieu, Voltaire e d´Alembert nel '700 e Husserl, Heidegger, la Stein, la Arendt, Levinas e Gadamer nel '900.
Ma non basta. Nel 13% dei casi, i filosofi nascono lontano, nelle colonie, sono espatriati. Questo dà loro lo sguardo del «marziano sulla terra» prerogativa di una delle rare donne, Simone Weil e condizione privilegiata per l´osservazione acuta. Succede nell´antica Grecia, nell´antica Roma, e nell´Europa moderna a Kojève, Althusser, Derrida. Ma capita ancora più spesso, al 54%, di loro, di cambiar paese da adulti, per scelta o destino: lo fanno Anassagora, Epitteto, Giordano Bruno, Hobbes, i pensatori che sfuggono al nazismo e i visiting professor che esigenze di carriera trapiantano in altri paesi.
Il filosofo non è mai precoce. Non esistono Mozart in questo mestiere. L´età media della prima opera è 27 anni con un Leibniz diciassettenne che abbassa la media. Quella del testo fondamentale è di 42 anni e qui è ancora un Leibniz sessantottenne ad alzarla. La speranza di vita è di 67 anni compresi i vecchioni, da Platone a Russell.
Il capitolo su fede e religioni è altrettanto ricco di curiosità. Su 291 filosofi presi in esame da Riffard, quelli di fede cristiana sono il 51%, gli atei il 27, i pagani il 19, gli ebrei poco meno del 2%. In tutto sono una dozzina le religioni che i filosofi occidentali contemplano, adattandole perlopiù alle loro esigenze speculative o inventandole di sana pianta. La fede ci avvicina all´uomo e alle sue intimità.
Il filosofo è anzitutto un camminatore, peripatetico, mezzofondista, le sue idee si formano in movimento. Conosce la felicità della passeggiata e i piaceri delle sue trovate: Hobbes non esce senza un bastone nel cui manico si celano una penna d´oca e un calamaio, Cartesio adora andare in giro nell´assordante vocio degli olandesi, Schopenhauer porta a spasso ogni giorno il suo barboncino, Pascal va con le stampelle a caccia di reliquie, per Benjamin i quattro passi rappresentano l´essenza del pensiero.
Dal punto di vista della libido, il filosofo è un estremo: le sue aree preferite sono ai margini e si estendono dalla verginità, alla castrazione e dalla perversione al vizio. Origene sceglie l´evirazione, Abelardo la subisce. Fra gli illibati troviamo Plotino, Erasmo, Paracelso, Spinoza, Pascal, Kant e ancora la Weil, la «Vergine rossa». Se la stragrande maggioranza ha gusti etero, con l´eccezione dei pederasti greci e di Michel Foucault, alcuni preferiscono il triangolo: Rousseau ripetutamente, Nietzsche platonicamente, Sartre e Beauvoir reciprocamente. Molti scelgono le loro allieve e colleghe o le prostitute per abbandonare il terreno della razionalità e abbandonarsi alla misura umana. Rari quelli capaci d´innamorarsi e molti quelli che scelgono il celibato, Platone, Epitteto, Cartesio, Pascal, Spinoza, Voltaire, Wittgenstein e naturalmente il misogino Schopenhauer. E comunque il 77% di loro scrive l´opera fondamentale prima di cedere alla crocefissione quotidiana di una sposa e dei suoi marmocchi. Eccezione numerica, Russell con le sue quattro spose, eccezione tardiva Alain che si sposa a 77 anni.
Anche a tavola sono autosufficienti. Spinoza è straordinariamente sobrio, vive di zuppa di latte e di un boccale di birra. Nietzsche si nutre ogni giorno di bistecca e uova e non tocca alcolici o caffé. Kant ama la cucina, non mangia mai da solo e copre tutto di mostarda e Marx adora le spezie. Il 20% dei filosofi è vegetariano, una scelta dovuta all´orrore del sangue per Pitagora, al disgusto per la carne morta per Plutarco, alla regola monastica per Tommaso d´Aquino, al sogno di un´umanità migliore per Thoreau. Ai piaceri della tavola Hobbes aggiunge 10-12 pipe di tabacco al giorno, Marx non si lesina i sigari e ama bere. Sartre prova la mescalina nel 35 e viene perseguitato per sei mesi da allucinazioni che prendono la forma di granchi e piovre, Benjamin si suicida con la morfina. Sono felici i filosofi? Riffard non si sbilancia. Ma nelle sue pagine anche il più accanito serial thinker diventa un uomo.

Repubblica 21.6.04
Il valore di statistiche e tabelle nella storia del pensiero
SE LE IDEE FOSSERO ANONIME
di FRANCO VOLPI


È davvero importante la vita di un filosofo per capire il suo pensiero? Comprendiamo forse meglio la speculazione di Talete se sappiamo che, mentre camminando contemplava il cielo, cadde in un pozzo e fu deriso da una servetta tracia?
C´è un´antica tradizione, iniziata nella scuola di Aristotele, che sostiene l´importanza di quella che con un termine tecnico si chiama «dossografia»: la raccolta sistematica di opinioni (doxai), notizie e aneddoti, utili a contestualizzare la dottrina di un pensatore. Culmine di tale tradizione furono le celebri Vite dei filosofi di Diogene Laerzio.
C´è un´altra tradizione, invece, che respinge questa idea. Il suo più celebre esponente, Hegel, sosteneva che la storia della filosofia non è una «filastrocca di opinioni» ma segue una precisa logica: è l´espressione dialettica delle figure del pensiero stesso. Della medesima convinzione era Heidegger: nelle sue leggendarie lezioni su Aristotele riduceva la vita a tre parole: «Nacque, lavorò, morì». Nello stesso senso Foucault suggeriva un´originale proposta: introduciamo un «anno senza nome» in cui tutti i libri siano pubblicati anonimi. La motivazione? «Se tu, lettore, non sai chi sono, non ti verrà la tentazione di cercare le ragioni per le quali scrivo quel che leggi. Lasciati andare a dire semplicemente: è vero, è falso; mi piace, non mi piace».
Pierre Riffard - noto come studioso di esoterismo - vuole invece ricavare dalla dossografia una prospettiva nuova da cui indagare ciò che fanno e chi sono i filosofi. Armato di statistiche e tabelle - più divertenti che precise - documenta che i filosofi sono spesso orfani (69%), vivono per una buona metà all´estero (54%), preferiscono rimanere celibi (70%), comunicano generalmente i loro pensieri a forza di libri (98%), sono quasi tutti maschi (99%). Riffard è peraltro convinto che così come ci sono doberman, pastori tedeschi, barboncini e fox terrier, esistano anche diverse razze di filosofi. Azzarda perfino un Guiness dei primati: il più letto? Platone. Il più presente in internet? Nietzsche. Il più difficile? Heidegger. Il più calunniato? Epicuro. Il più potente? Marco Aurelio. Il più carrierista? Francis Bacon. Il più copione? Montaigne. Il più malato? Pascal. Il più ipocrita? Jean Meslier (prete, ma in segreto ateo). Il più scemo? Senocrate («Che asino!», diceva Platone). Dati da prendere sul serio o amenità?
Vale la pena, per valorizzare la dossografia, ricordare quel che Aristotele riporta di Eraclito. Alcuni curiosi erano andati a trovarlo per osservare all´opera un grande pensatore: «Lo incontrarono invece mentre si riscaldava a un forno. Si fermarono sorpresi, perché, vedendoli esitare, egli li incoraggiò ad entrare con queste parole: "Anche qui sono presenti gli dèi"».

domenica 20 giugno 2004

il Vaticano si è lamentato della Costituzione europea
il prof. Severino risponde

Corriere della Sera 20.6.04
NOI EUROPEI
Quello spirito critico che viene da Atene
di EMANUELE SEVERINO


Se c’è, in che consiste lo «spirito europeo»? La Costituzione europea appena approvata lo rispecchia? Si possono dare subito le risposte. Lo «spirito europeo» è lo «spirito critico». E nessuna Costituzione, inevitabile frutto di compromessi, può rispecchiare lo «spirito critico». Al senso di quest’ultima espressione, tuttavia, non si accede facilmente.
Lo spirito critico è lo spirito dell’Europa perché, comparso a un certo punto della storia dell’uomo, in Grecia, si è allargato sino a dominare tutti gli eventi del continente europeo, e nonostante tutto tende oggi a estendersi sull’intero pianeta. Nessun altro «spirito» è stato in grado di far questo.
Per millenni gli uomini vivono nel mito, cioè accettando le consuetudini culturali della società in cui vivono o, prima ancora, facendosi guidare dai loro impulsi. Poi, cinque secoli prima di Cristo, nell’antico popolo greco viene alla luce la volontà di dubitare di ogni consuetudine e di ogni impulso, e di respingere tutto ciò che si lascia respingere.
A questa volontà i Greci hanno dato il nome di «filosofia». «Filosofia» è sinonimo di «spirito critico». O ne è la radice. Respingendo i «sepolcri imbiancati» ed esaltando la «retta intenzione» Gesù è un grande sostenitore dello spirito critico - anche se sarà tradito da molti che si porranno al suo seguito. Il cristianesimo autentico è la religione filosofica per eccellenza, si è detto. Ed è giusto, per quel tanto che il cristianesimo è critica dei sepolcri. Alla base della libertà, della democrazia, del rispetto della dignità dell’uomo, che la Costituzione europea dichiara di promuovere, c’è quello spirito, cioè la lotta contro le antichissime e le più recenti tirannidi che esigono la cieca accettazione dei loro comandi.
L’atteggiamento critico si estende sin dove gli è possibile. Non si ferma sin quando gli è possibile detronizzare tiranni e abbattere idoli. Si ferma cioè solo dinanzi all’innegabile - e l’innegabile autentico è la verità. «Filo-sofia» significa, alla lettera, «cura per ciò che è luminoso ( saphés )»; e la verità è per essenza ciò che si mantiene nella luce.
Tutte le forme della cultura e della civiltà europea tengono al loro centro questa volontà di verità. Che non può essere regolata da leggi esterne - e in questo senso è «anarchica» -, ma solo dalla legge che prescrive di respingere tutto ciò che può esser respinto - e in questo senso è sommamente non anarchica. È palese l’anima comune della verità, della scienza moderna e della crescente razionalizzazione dell’agire in Europa. E anche dell’arte europea - la quale conduce sì nel sogno, ma perché ha costantemente dinanzi i connotati della veglia, cioè della verità del mondo, da cui vuol prendere provvisorio o definitivo congedo.
Il rapporto alla verità divide gli uomini perché di fronte a essa ogni individuo deve essere solo e perdere in qualche modo di vista quel che fanno gli altri. Non guardava in questa direzione Gesù, quando diceva di esser venuto a portare la spada? Nessuna meraviglia se, a differenza di quanto accade negli Stati Uniti, gli Stati europei, come le antiche città greche, e ripetendo la diaspora degli individui rispetto alla verità, siano così differenti, divergenti, in lotta e liberi gli uni dagli altri. Una libertà, questa, che non ha nulla a che vedere con le degenerazioni dello spirito critico, come la libertà che è licenza delle masse europee e occidentali, o come l’inerzia culturale che trasforma in un dogma lo stesso spirito critico. Del quale il cristianesimo, nel suo sviluppo storico, è stato un grande nemico.
Si comprende quindi che cosa stia al fondo delle riserve di chi avrebbe dovuto inserire nella Costituzione europea il riconoscimento delle nostre «radici cristiane». È breve il tragitto che (indipendentemente dalle intenzioni) conduce da questo riconoscimento a quello della sopravvivenza di tali radici e dunque al riconoscimento che l’Europa è uno Stato cristiano - con l’inevitabile conseguenza che una condotta di vita non cristiana sarebbe una violazione della Costituzione europea. È un’affermazione dello spirito critico che l’Europa non abbia i suoi «Patti Lateranensi».
Fuori discussione, dunque, l’importanza della Costituzione europea. Ma è ancora un passo formale. Più decisivo è come l’Europa possa disporre, sul piano della politica estera, di una «capacità operativa ricorrendo a mezzi civili e militari» (art. 40 della Costituzione).
L’Europa non può allontanarsi dagli Stati Uniti, ma può esserne un interlocutore credibile e dunque un valido alleato solo se è militarmente forte. Penso alla forza che, in un mondo sempre più pericoloso, non può essere improvvisata, e che però esiste già, ed è l’armamento nucleare russo. Europa e Russia stanno già da tempo riavvicinandosi.
Come potrebbe essere diversamente? Se si prospetta l’aggregazione della Turchia all’Europa, come ignorare, oltre al resto, che lo «spirito critico» ha condotto in Russia al tramonto del comunismo?
Detto questo, il passo più decisivo incomincia a questo punto: gettar luce nell’abisso inesplorato da cui lo «spirito critico» è emerso.

dagli USA:
nuove terapie per ricchi contro lo stress

In Usa si usa
Contro lo stress il gioco del barbone
di ALESSANDRA FARKAS


NEW YORK - Dopo New York, Montreal, Londra e Parigi, gli organizzatori sono decisi ad esportare la nuova moda per ricchi insoddisfatti in tutte le capitali europee, Roma inclusa. Se ci riusciranno, anche nella "città eterna" politici di grido e manager di successo presto potranno riscattare i propri peccati attraverso lo "Street Retreat", ritiro spirituale (e non solo) sulla strada. Popolarissimo tra i broker di Wall Street che lo praticano nella vicina Bowery, lo street retreat è concepito per mondare lo spirito, non certo il corpo. I partecipanti sono invitati ad indossare stracci e a non lavarsi per una settimana prima di imbarcarsi nel viaggio mistico di tre giorni e due notti tra i topi e la spazzatura dei quartieri più malfamati delle ricche metropoli occidentali.
"Per calarsi nell'esperienza bisogna puzzare, assomigliando a homeless veri - spiega Francisco Lugovina, un monaco buddista del Peacemaker Center di New York, che organizza i ritiri da anni - i partecipanti non possono usare cellulari, orologi, soldi e libri. Sono ammessi solo i sacchi di plastica, per raccogliere cibo dai centri d'accoglienza per poveracci".
Gli effetti del ritiro? "Miracolosi", replica Tom Wolfe, autore del "Falò delle vanità", che ne ha tratto ispirazione per uno dei suoi libri. "E' un'alternativa straordinaria alle costosissime Terme - gli fa eco Robert Dunne, investment bunker - dopo mille diete fallite, è l'unico sistema che mi ha fatto dimagrire".
Ma gli avvocati degli homeless gridano già allo scandalo. "E' un divertimento per ricchi viziati che alla fine del gioco tornano nelle loro ville con piscina e servitù", punta il dito il sociologo Bob Rosen. "Scimmiottare il dramma degli homeless è osceno ed immorale - gli fa eco la psicologa Liz Hase - chi lavora con i senzatetto sa quanto devastante è la vita sulla strada".
La tentazione di scambiarsi i ruoli non è affatto nuova, come testimonia "Il Principe e il Povero" di Mark Twain. "Ma nessun miliardario ha pensato di aprire la propria casa ad un homeless per tre giorni - ribatte Rosen - potrebbe prenderci gusto e rifiutarsi di tornare tra i topi".

«il modello di sapere razionale ha neutralizzato l'altro da sè»

La Stampa TuttoLibri 19.6.04
Le emozioni fanno bene alla ragione
Come dimostrano l’amore e il dolore, formano i nostri giudizi sul mondo, non c’è logos senza pathos Martha Nussbaum intreccia filosofia e letteratura, Aristotele e gli Stoici con Dante, Proust e Joyce
di Marco Vozza


TRA ragione e passione esiste un disaccordo antico, di cui la filosofia è la principale responsabile. Ripercorrere la storia del pensiero filosofico - almeno da Platone a Kant - significa innanzitutto cogliere le differenti modalità mediante le quali il modello di sapere razionale ha neutralizzato l'altro da sè, individuato nel plesso di emozioni, desideri, affetti e passioni, che agiscono nella vita degli individui determinandone prospettive, valutazioni e decisioni. Il modello aristotelico che utilizza eticamente la forza delle passioni, modificandole razionalmente, che accoglie la ricchezza della struttura cognitiva insita nelle emozioni e nei sentimenti, non è stato certamente quello vincente nella tradizione del pensiero filosofico. Ad esso si contrappone il modello stoico, secondo il quale le passioni vanno estirpate alla radice, modello repressivo la cui influenza sarà ancora avvertita nei testi di Cartesio e di Kant. Alla luce del paradigma normativo introdotto dagli Stoici, ogni credenza espressa attraverso un contenuto emotivo o passionale è da considerarsi falsa o irrazionale. Per gli Stoici le passioni sono giudizi falsi, erronee valutazioni di un anima turbata, da cui il sapiente è immune. Questa istanza logocentrica presuppone una nuova accezione dell'identità della filosofia, concepita in età ellenistica come medicina dell'anima, terapia del desiderio, cura delle malattie causate da false opinioni, così come il sapere medico cerca di lenire quelle causate dal corpo. Ora la filosofia è diventata pharmakon, rimedio, tecnica di ripristino, correttivo terapeutico nei confronti dei dettami naturali affermati dai desideri e dalle passioni. Mentre Aristotele e i suoi seguaci peripatetici si accontentano di moderare le passioni, gli Stoici sostengono che esse vanno risolutamente bandite da quel dominio razionale della saggezza che richiede assoluta imperturbabilità, perenne apathéia, assenza di dolore ma anche privazione affettiva: ogni passione è colpevole di oltraggio alla ragione, di corruzione della verità, di pervertimento del bene, di deviazione dalla retta via; non esistono pertanto passioni moderate, compatibili con l'esercizio della virtù razionale. Le passioni sono la manifestazione di un'astuzia della natura da combattere mediante l'astuzia della ragione; in quanto medicina per l'anima, analgesico per lenire il dolore dell'esistenza, per debellarne la contingenza, la filosofia, piuttosto che assecondare, deve contrastare la natura, deve negare legittimità ai suoi decreti spontanei, diffidando di ogni forma di esperienza sensibile e immediata. Per gli Stoici e per tutti i fautori della neutralizzazione epistemica delle passioni, il logos deve emergere dalle rovine del pathos, la ragione deve trionfare sulla follìa conseguente all'assenso accordato alle impressioni sensibili, all'eccessivo interesse rivolto al mondo esterno, al ritmo delle sue precarie fluttuazioni, ai dettami instabili della carne. Martha Nussbaum ci ha spiegato esemplarmente queste strategie filosofiche di immunizzazione del logos nel volume intitolato Terapia del desiderio (tradotto lodevolmente qualche anno fa da Vita e Pensiero). Nel ricostruire la dottrina ellenistica, l'autrice suggeriva già una prospettiva meno schematica, muovendo dal dubbio che l'ideale di autoderminazione della ragione richieda l'estinzione delle passioni, che il conseguimento dell'eudaimonía implichi il distacco dal mondo; si potrebbe invece immaginare una nozione più estesa di razionalità pratica capace di accogliere sentimenti quali l'amore, la simpatia, lo stupore e la sofferenza, una concezione della verità in cui comprendere il significato di una proposizione non sia più una fredda operazione dell'intelletto analitico bensì un evento che mobiliti una riserva di passioni, anche quelle dolorose, al fine di coinvolgere tutto il proprio essere e predisporlo ad un eventuale cambiamento. Se è dal mondo della vita che scaturiscono e traggono significato le nostre strutture intellettuali, non vi è logos senza pathos, non vi è ragione che non sia alimentata dalla passione, dall'alterità dell'emozione, dalla contingenza dell'affetto, dalla vibrazione del piacere, dalla contrazione del dolore, istanze le quali - lungi dall'ostacolarne la manifestazione - costituiscono la sua irrinunciabile soluzione nutritizia. Queste premesse sono ora sviluppate in modo autonomo in un libro, o meglio in un'enciclopedia di 850 pagine, che costituisce il più importante contributo contemporaneo alla teoria delle emozioni: L'intelligenza delle emozioni (tuttavia, nell'originale del 2001: Upheavals of Thought. The Intelligence of Emotions). Si dovrà premettere che la filosofia degli ultimi due secoli - almeno da Nietzsche in poi - ha operato una cospicua valorizzazione pragmatica delle passioni e, più recentemente, si è assistito al significativo riconoscimento da parte delle neuroscienze del ruolo delle emozioni nella costruzione dei modelli di razionalità (si pensi agli studi di Damasio); ma l'intento della Nussbaum è ancor più ambizioso, volendo dimostrare come le emozioni siano un dispositivo di pensiero capace di conoscere e valutare gli eventi del mondo esterno, che consideriamo rilevanti per il nostro benessere, per la nostra prosperità personale. Pertanto, non soltanto pensieri ed emozioni cooperano nell'attività cognitiva, ma - ben più radicalmente - le emozioni sono pensieri, attive in particolar modo laddove il soggetto scopre la propria passività nei confronti del mondo esterno, la propria ingovernabile vulnerabilità: l'esperienza del dolore e l'elaborazione del lutto sono a tal proposito decisive, come mostra l'autrice analizzando le proprie reazioni di fronte alla malattia e alla morte della madre. Le emozioni sono dunque forme di giudizio valutativo nei confronti di eventi incontrollabili dall'agente, concernenti per lo più il nostro essere in relazione con altri. Con un termine fuorviante perché non privo di ambiguità, Nussbaum considera neostoica la sua teoria delle emozioni, in quanto condivide il presupposto che il logos non può essere partecipe di elementi non-cognitivi, concezione emendata dal falso assunto che le emozioni siano giudizi fallaci. Le emozioni sono sensibili alla configurazione data del mondo esterno, esprimono la consapevolezza dell'autonomia degli eventi contingenti e registrano le modificazioni che essi apportano alla compagine del Sé, ai progetti e alle prospettive coltivate in vista di una auspicabile eudaimonìa, individuale e collettiva. Siamo innanzitutto creature percettive, oltre che inquiete, esposte ad eventi e situazioni mutevoli, che spesso ci feriscono e scardinano il nostro involucro narcisistico, il quale diventa una zavorra quando le nostre emozioni riguardano l'esperienza dell'amore, a cui Nussbaum dedica trecento pagine di stupefacente acume analitico, scegliendo la letteratura - da Dante a Joyce - come terreno elettivo di indagine. Questo libro, che annovera Proust tra gli autori più citati (insieme alla stessa autrice che, in quanto a narcisismo, non ha nulla da invidiare a certi suoi accreditati colleghi), si conclude con un suggestivo tentativo di dimostrare l'improbabile compatibilità dell'amore con l'idea di una vita eticamente accettabile. Notoriamente, Eros non è democratico né liberale e tantomeno persegue il pluralismo o l'interesse collettivo, ma è comunque possibile ipotizzare (favoleggiare?) una riforma etica dell'amore che tuteli l'individualità dell'altro, promuova la compassione e rispetti il requisito di reciprocità. Se abbandonassimo sconsiderati desideri d'onnipotenza, gelosie e prevaricazioni, solipsismi e narcisismi, forse potremmo finalmente fare esperienza di una vita affettivamente connotata dal disinteresse. Ma tutto ciò non compete ad Eros, semmai evoca Philìa.

«depressione e ansia sono autentiche malattie sociali»

La Stampa TuttoLibri 19.6.04
Ma siamo sempre più tristi
Specie tra i giovani cresce il disagio psichico in un’epoca di incertezza, di fronte a un futuro visto come minaccia, individui solitari, con legami e affetti effimeri, liquidi: le analisi concordi di Benasayag e Schmit e di Zygmunt Bauman
di Lelio Demichelis


SIAMO tristi e ansiosi, chiusi e impauriti, ma viviamo in società esasperatamente edoniste. Se tutto è permesso, perché non farlo? Eppure, depressione e ansia sono autentiche malattie sociali. Una contraddizione? No. Miguel Benasayag e Gérard Schmit - filosofo e psicanalista il primo, psichiatra infantile il secondo - operano in Francia nel campo dei servizi di aiuto psicologico al disagio giovanile. Hanno scritto un libro splendido, da leggere e meditare, L’epoca delle passioni tristi. Preoccupati dal dilagare delle patologie psichiche tra i giovani, i due autori hanno cercato di capirne le cause. Ad essere in crisi è oggi soprattutto (prima di tutto) la società, ma è una crisi diversissima da quelle del passato, perché ribalta i suoi fondamenti culturali e simbolici. Una società attraversata oggi da quelle che Spinoza chiamava appunto «passioni tristi», riferendosi non alla tristezza del pianto ma all’impotenza e alla disgregazione. Impotenza per una realtà che non si controlla e che si subisce; disgregazione per la svalutazione di valori e legami. I legami tra persone, soprattutto, oggi debolissimi, fragili. Già Aristotele - ricordano Benasayag e Schmit - spiegava che «schiavo è colui che non ha legami. Libero è invece colui che ha molti legami e molti obblighi verso gli altri e il luogo in cui vive. Paradossalmente - concludono - la nostra società ha un ideale di libertà che somiglia alla vita dello schiavo secondo Aristotele». Oggi davvero siamo sempre più «individui» solitari, sempre meno «persone» capaci di legami e di ascolto. E la novità: le crisi psichiche individuali «avvengono in effetti in una società essa stessa in crisi». Una società - dominata dalla tecnica, dalla logica economicistica e dal bisogno di confermare incessantemente questo «ordine» che cura con i farmaci e non con l’ascolto del paziente. Quell’ascolto che oggi le nostre società (e non solo la medicina) hanno quasi del tutto rimosso. Ogni paziente è invece sempre e soprattutto una «persona» e come tale andrebbe trattata. «Persona» implica qualcosa di molteplice e di aperto al mondo, mai etichettabile rigidamente, mai classificabile «a priori» secondo questionari astratti e modelli preconfezionati di patologie, secondo una certa psicanalisi. Ma la tecnica non ama il molteplice, deve sempre ridurlo a norma, a standard. Anche la medicina. Come la società intera. Qualcosa di radicalmente nuovo è successo: il futuro ha cambiato «segno». Un paradosso astratto? No. «Assistiamo infatti, nella civiltà occidentale al passaggio da una fiducia smisurata a una diffidenza altrettanto estrema nei confronti del futuro». Trionfa l’incertezza. Non che sia sempre negativa, l’incertezza, anzi. Ma certo siamo passati dal mito «dell’onnipotenza dell’uomo costruttore della storia ad un altro mito simmetrico e speculare, quello della sua totale impotenza di fronte alla complessità del mondo». Il mondo non più come «promessa» e come Futuro/Progresso da costruire, dunque, ma come «minaccia» incessante. Ecco allora la paura, la chiusura in se stessi ma anche l’educazione dei giovani alla competizione, al successo, al far da soli. Libero davvero è solo colui che domina, dicono il pensiero (il conformismo) contemporaneo e la nuova pedagogia sociale. Alla fine non si domina nulla, nemmeno se stessi. Perché (ci) siamo privati di quella cosa fondamentale che si chiama legami. Come uscirne? Con la clinica della situazione e dell’accompagnamento, come la definiscono Benasayag e Schmit - dell’ascolto soprattutto. «Dobbiamo sostenere i legami concreti che spingono le persone fuori dall’isolamento nel quale la società tende a rinchiuderle in nome degli ideali individualistici». Che sono ideali fasulli, utili solo ad un nuovo ordine sociale.
Ma come creare legami se il modello dominante è fondato su legami deboli, transitori, effimeri, da consumare rapidamente? Anche nell’amore, ma non solo: ed ecco allora questo Amore liquido di Zygmunt Bauman, uno dei maggiori sociologi di oggi, teorico proprio di quella modernità liquida che ha preso il posto della vecchia modernità pesante, vecchia fabbrica e vecchia società di massa. Legami oggi da poter sciogliere e interrompere come se si cliccasse col mouse e si uscisse dal collegamento. Non legami finché morte non ci separi, dunque, ma legami deliberatamente deboli. Con un di più. Quell’homo oeconomicus «solitario, egoistico ed egocentrico» unito all’homo consumens, altrettanto «solitario, egoista ed egocentrico» che non conosce altra cura per la propria solitudine che il consumare eterodiretto. «Sono uomini e donne privi di legami sociali, gli abitanti ideali dell’economia di mercato e il genere di persone che fanno felici gli analisti del Pil». Cosa può, contro questo meccanismo, l’economia morale, il dono, l’aiuto? Chi crede davvero di dover amare il prossimo suo come se stesso? Come ri-creare legami e solidarietà? L’analisi di Bauman è come sempre efficace. E feroce: la solidarietà umana - scrive - «è la prima vittima dei trionfi del mercato dei consumi». A conferma che è la società ad essere malata.

da Repubblica:
il canale del parto

una segnalato da Rita e da Tonino Scrimenti

Dall’inserto di Repubblica "Salute" del 17 giugno 2004 .
IL NEONATO PER USCIRE DAL CORPO DELLA MAMMA È SOTTOPOSTO A VIOLENTI SFORZI COSI’ IL FETO PRODUCE LIVELLI ELEVATISSIMI DI CATECOLAMINE, ADRENALINA E NORADRENALINA CHE GLI CONSENTONO DI ADATTARSI AL MONDO ESTERNO
di Johann Rossi Mason


Venire al mondo dopo nove mesi in cui si è stati protetti e cullati dal ventre materno è certamente un evento stressante. Tanto che sembra che nella parte più profonda della nostra mente, in particolari momenti, vi sia un desiderio intenso di tornare alla beatitudine del ventre materno. Nascere quindi, e affrontare un mondo completamente nuovo, di luci violente, di suoni non più ovattati, di sensazioni tattili e sensoriali intense, non più mediate dal tiepido liquido amniotico. Un bel impegno per un esserino che viene al mondo completamente dipendente dalle cure materne per sopravvivere. Un vero e proprio stress, direbbero alcuni, in quanto sicuramente la nascita è un evento stressante: l'importante è che dopo il neonato ritrovi la serenità grazie alle amorevoli cure di una madre "sufficientemente buona".
Ma purtroppo non è sempre così, e studi sulla fisiologia dello stress, unitamente alla valutazione del comportamento dei neonati come indicatore di disagio, ci pone il dubbio che questi bambini vengano al mondo un po' più stanchi, un po' più provati e, pertanto, quasi già stressati al primo vagito.
Il neonato durante il travaglio è costretto nel canale del parto per diverse ore: la testa è sottoposta aduna forte pressione, l'ossigeno va e viene a causa delle contrazioni dell'utero. Per nascere il feto produce livelli elevatissimi di catecolamine, adrenalina e noradrenalina, che gli consentiranno di adattarsi all'ambiente esterno. I picchi ormonali servono a liberare i polmoni e a prepararli al primo respiro, grassi e glicogeno vengono messi a disposizione come fonte di energia e per fronteggiare le prime ore in attesa ella prima poppata al seno o al biberon. Dopo questo vero e proprio tour de force, tutto torna alla normalità. E' la quiete dopo la tempesta ormonale. Il neonato è pronto per il primo, magico incontro con la madre e poi riposerà tranquillo, per recuperare le forze.
Diverso è il caso in cui, al contrario, il neonato è sottoposto a stimoli stressanti da periodi prolungati precedenti al parto e rimane sottoposto all'azione degli stressor ambientali anche nelle settimane dopo la nascita sino al compimento del primo anno di vita. Tuttavia tale condizione è una risposta adattiva rispetto a stimoli esterni che tendono a turbare l'equilibrio del nostro organismo. Un esempio lo fornisce il professor Andrea Sgoifo, capo del Laboratorio di Fisiologia dello Stress all'Università di Parma: «Immaginiamo di camminare, di notte, in una zona della città che ci è familiare. Tutto è tranquillo, siamo rilassati. Ad un certo punto percepiamo un rumore improvviso, che innesca una serie di reazioni fisiologiche: il cuore accelera, la pressione sanguigna aumenta, il sangue affluisce ai muscoli. Le pupille si dilatano per favorire la vista al buio, intanto gli zuccheri depositati nel fegato vengono riversati nel sangue in modo di mettere a disposizione un carburante di pronto utilizzo nel caso di fuga o di lotta. Magari cominciamo a sudare, per dissipare il calore in eccesso e mettere i muscoli in condizione di lavorare alle condizioni ottimali. Si attiva un insieme di meccanismi nervosi e ormonali che immettono in circolo le famose catecolamine o più semplicemente gli 'ormoni dello stress' in particolare adrenalina e noradrenalina».
Può accadere che lo stimolo di allerta resti alterato nel tempo e ciò indica una situazione continua in cui alcuni valori sono alterati. Aggiunge Sgoifo: «Nello stress cronico rimangono stabilmente modificati alcuni neurotrasmettitori (come la serotonina), ormoni (come il cortisolo) finanche alcuni parametri fisiologici (come la pressione sanguigna): questa situazione può rappresentare un fattore di rischio anche per l'insorgenza di patologie o peggiorarne lo stato».

**Tonino**

LE IMMAGINI DI LATMOS SU MAWIVIDEO

una comunicazione di Annalina Ferrante

Le immagini di Latmos sono visibili collegandosi con un click al seguente indirizzo:

www.mawivideo.it/latmos.html


(puoi leggere su questo stesso blog - più sotto, in data 10.6 - alcune informazioni anche sulla Mostra in corso al Museo Archeologico di Napoli fino al 31 luglio, e un articolo di Repubblica a proposito di questo sito archeologico della Turchia occidentale)

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venerdì 18 giugno 2004

Paolo Franchi, regista de "La spettatrice"
in una conversazione con Paolo Izzo

un comunicato di Paolo Izzo

«una conversazione con Paolo Franchi, il regista de "La spettatrice", in cui abbiamo parlato anche di Massimo. L'intervista è stata pubblicata su Nuova Agenzia Radicale al seguente link:
www.quaderniradicali.it

- questa intervista è stata citata al Giovedì -

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lo «stile» di pensiero di Nietzsche

Il Mattino 18 giugno 2004
Nietzsche, triangolo pericoloso
di Giuseppe Montesano


«Mia cara signora professoressa, sono appena arrivate anche le fette biscottate: le trovo sostanziose e dolci così come desidero ogni cosa...». Chi apre così una sua lettera nel 1883 non è una gentile zitella, ma l’uomo che stava scrivendo Così parlò Zarathustra, lo «spirito libero» Friedrich Nietzsche. Ma nel luglio di quell’anno il filosofo Nietzsche di cose dolci aveva un bisogno estremo, perché aveva attraversato una vera stagione all’inferno, l’amicizia-amore tra lui, Lou von Salome e Paul Rée, e da quel disastro era riuscito a spremere l’oracolo a doppia faccia di Zarathustra: come ci racconta lui stesso attraverso le lettere di questo splendido Epistolario 1880-1884, quarto volume dell’edizione Colli-Montinari: tradotto da Maria Ludovica Pampaloni Fama e Mario Carpitella, annotato da Giuliano Campioni e Renate Muller-Buck (Adelphi, pp. 844, euro 72).
Molte cose veniamo a sapere sullo «stile» di pensiero di Nietzsche con questo libro, ma accostandolo all’imperdibile Triangolo di lettere già pubblicato da Adelphi, entriamo anche in un vero e proprio romanzo, il cui cuore è la storia Nietzsche-Salomé-Rée. L’idea concepita dai tre, di vivere in comune per mandare avanti un progetto di studi filosofici, diventa a un certo punto un grandioso pettegolezzo collettivo. Madri e sorelle, amici e conoscenti si rilanciano attraverso un’Europa ancora vittoriana la grande questione: Nietzsche è impazzito? Tra equivoci da vaudeville, viaggi a Bayreut per sentire il Parsifal, incontri e incomprensioni tra Roma, Lucerna e Lipsia, la storia si ingarbuglia. Sia Nietzsche che Rée si innamorano della «giovane russa», mentre Lou von Salomé in comune sembra davvero voler solo studiare, o forse trova entrambi troppo poco «maschi» per i suoi gusti: non aveva forse scritto a un suo adoratore che lei poteva amare solo chi l’avrebbe dominata? Nietzsche e Lou passano insieme tre settimane a Tautenburg, parlando dieci ore al giorno, in un torbido rapporto discepola-maestro che spesso si inverte: l’idea della riduzione dei sistemi filosofici a secrezioni fisiologiche dei loro autori, è di Lou; ed è lei, con il suo comportamento spregiudicato, a confermare Nietzsche nell’idea del superuomo.
Con loro c’è anche Elisabeth, la sorella di Nietzsche, indignatissima dalla «folle amoralità» dei due, dal fatto che il caro Fritz «è come i suoi libri», da Lou che dice «cose così indecenti da far rizzare i capelli»: ma costretta poi ad ammettere che Lou eccita il fratello come nessun’altra donna, ed è la personificazione del suo pensiero. Mamma e sorella sono atterrite che il loro Fritz scriva a Rée e a Lou «vogliamo godere l’uno dell’altro e cercare di procurarci gioia», che tenti di sfuggire alle loro maglie di lana e ai panciotti su misura, e scatenano una guerra di maldicenze contro Lou, certo non sapendo quanto le parole della madre di Nietzsche sul figlio siano profetiche: o sposa Lou, o si spara, o impazzisce. E il grande «psicologo» cade in trappola come un bambino. Fidandosi della sorella rompe con Lou e Rée, vuol dare a lui «una lezione di morale pratica con un paio di pallottole», dice di lei che è sudicia e senza seno e che le «due canaglie» non sono degne di leccargli gli stivali. E mentre Lou amoreggia con Rée firmandosi «chiocciolina tua», Nietzsche quasi cieco, stremato dai mal di testa, scrive La gaia scienza e progetta lo Zarathustra.
Si sente «colpito da un coltello», sa di essere sull’orlo del crollo: «Questo conflitto interiore mi avvicina a poco a poco alla follia», e poi: «Questa sera prenderò tanto oppio da perdere la ragione». Comincia a pensare di essersi sbagliato nel fidarsi della sorella: «Che Lou sia un angelo incompreso? Che io sia una asino incompreso?» Accusa madre e sorella di non averlo mai capito, di avergli sempre impedito di vivere: «Ma non avete dunque idea della ripugnanza che debbo vincere al pensiero di avere una parentela così stretta con persone come voi?». È come se di colpo gli si aprissero gli occhi, e la madre ignorante e la sorella stupida e antisemita lo nàuseano. Ciò che lo ha attratto in Lou è proprio quello che la sua famiglia chiama il suo «orribile modo di pensare», il fatto che lo abbia trattato come «uno studente di vent’anni» e non come un noioso professore tedesco. I rimpianti lo tormentano. Di Lou scrive: «Per la sua moralità pratica il carcere o il manicomio potrebbero essere i luoghi più adatti. A me lei manca, perfino con i suoi difetti».
Il presunto ménage à trois, l’amicizia stellare e l’amore si chiudono su questa nota di strazio indifeso, di impossibile rimpianto. Là, dietro la facciata del monumento Nietzsche, è dove ci gettano questo lettere e val la pena seguirle: dentro un pensiero segreto e inesauribile, in una ferita aperta, che può ancora non far dormire la notte: l’amore è sempre al di là del bene e del male...

Massimo Cacciari ha concluso la propria parabola:
dall'operaismo materialista al «sacro»

Il Giornale di Vicenza 18 giugno 2004
Cacciari e la ricerca della "cosa ultima" che va oltre la realtà
di Paolo Lanaro


È difficile non riconoscere a Massimo Cacciari una qualità intellettuale abbastanza rara: lo spirito d'avventura.
Fin dai tempi di Angelus novus, la rivista veneziana fondata a diciott'anni con Cesare De Michelis, passando per i Quaderni rossi, Contropiano, Il Centauro, il marxismo, il pensiero della crisi, la riflessione teologica border-line, Cacciari ha sempre violato le convenzioni e i confini disciplinari della ricerca filosofica. Per non dire della politica, pensata e vissuta come militanza attiva, come prassi, come innovazione continua e come vero sigillo morale dell'esistenza.
Il volume che esce in questi giorni da Adelphi ("Della cosa ultima", euro 45) conferma questa immagine, sollevando altre domande sul percorso di Cacciari e sul significato delle sue inquietudini intellettuali.
Qui ci troviamo di fronte, come già in "Dell'inizio" (1990), davanti al problema del fondamento.
La concretezza delle cose e della realtà non è sufficiente a costituire l'ambito del pensiero. Secondo Cacciari c'è un al di là, inteso come traccia o questione, a cui la realtà deve poter chiedere la ragione del suo divenire. George Steiner in un libro bellissimo ("Grammatiche della creazione", Garzanti) ha affrontato lo stesso tema, circoscrivendolo al territorio dell'arte, cercando di identificare il dato che precede e presuppone la molteplicità e la mobilità dell'esperienza estetica. Steiner dice in sostanza che le forme simboliche, sia quelle artistiche che speculative, sono un'elaborazione della dottrina eucaristica, dell'idea che lo spirito possa farsi corpo. Il punto di convergenza con le ipotesi di Cacciari forse è proprio qui, nel ritenere che vi sia un mysterium, ignorato dalla tradizione greca e da quella giudaica, che funziona come linea di trapasso dal profano dell'esistenza all'imperscrutabilità vertiginosa del sacro.
C'è qualcosa che resta nascosto e che anzi la parola contribuisce a respingere in una profondità inaccessibile. Wittgenstein diceva: se potessi dedicherei questo libro a Dio. Si riferiva alle sue "Ricerche filosofiche" e intendeva così affermare l'umiltà e la legittima piccolezza dei nostri discorsi di fronte a ciò che è indicibile e da cui pure si irradiano le energie e i riflessi del Senso.
Cacciari nel suo libro si affaccia su questo paesaggio impervio in cui tempo e cose sembrano disperdersi come folate di vento. O meglio, Cacciari ripropone la ricerca ontologica come via d'uscita dalla crisi della razionalità strumentale e del soggetto gnoseologico e di quell'armamentario linguistico e teoretico che non è più in grado di giustificare e significare l'esperienza vissuta.
Eppure Cacciari non è un pensatore propriamente religioso, se religioso vuol dire collocare con sicurezza la fonte dei valori in un luogo esterno e sovrumano. La figura chiave della metafisica di Cacciari non è né di stampo platonico né di stampo aristotelico né di stampo cristiano. Assomiglia piuttosto a un Logos marchiato dalla vicissitudine, dalla domanda, dalla contraddizione, un Logos passato negli anni per le dita ruvide di Marx e Nietzsche, per gli esplosivi silenzi di Wittgenstein, per le invocazioni della Patristica, per le allusioni potenti di Heidegger. È dunque un Logos che invece di trascendere discende, un po' come in Agostino, a sollecitare le nostre intenzioni, a delineare un orizzonte di possibilità piuttosto che di certezze, a muovere la nostra partecipazione a qualcosa che puntualmente la scoraggia.
Cacciari, al limite delle sue ipotesi, intravede nell' idea dell'Uno, dell'Essere, di Dio insomma, un mare di discrepanze e di paradossalità che le definizioni della teologia non possono prosciugare. E allora? A nostra disposizione c'è soltanto il travaglio della ricerca filosofica, il demone della dialettica. Non possiamo agire per decreti ingiuntivi, ma per richieste e congetture. Che è l'unico modo per procedere in una ingens sylva di immagini fantasmagoriche.
Impossibile sapere se la direzione è giusta o sbagliata, ma almeno il dramma del cammino, quello, suggerisce Cacciari, è terribilmente autentico.

giovedì 17 giugno 2004

l'articolo sul libro della nipote di Picasso
citato al lunedì

Il Sole 24ore 13.6.04
MAESTRI CATTIVI
Stanno per uscire le sconvolgenti memorie di Marina, nipote del pittore
Picasso, un nonno terribile
Un ritratto crudo e risentito da cui emerge l'egoismo e l'insensibilità dell'artista verso i familiari: «La capra Esmeralda era di casa, noi degli estranei»
di Marco Carminati


La storia dell’arte è costellata di maestri «cattivi». Giotto rovinò molte persone prestando telai a usura. Piero della Francesca era un micidiale evasore di imposte e Georges De La Tour accumulava avidamente granaglie per rivenderle nei periodi di carestia.
Niente a confronto di Picasso. Le «cattiverie» di Picasso sono state più intense e raffinate. Un’idea ce la siamo fatta leggendo le bellissime memorie di Françoise Gilot (sua compagna per dieci anni) o il saggio di John Berger sulle miserie del pittore. Ma adesso possiamo toccarle con mano grazie al volume di Marina Picasso dal titolo «Mio nonno Picasso» in libreria dal prossimo 21 giugno nella traduzione di Daniela Marin (Archinto).
Quando uscirono in Francia nel 2001, le memorie della nipote dell’artista suscitarono grande clamore. A molti parvero eccessive. Può darsi. Sta di fatto che Picasso non ha lasciato dietro di sé un’«eredità d’affetti» ma di cadaveri. Dopo la sua morte, nel 1973, il nipote Pablito (fratello di Marina) trangugiò mezza bottiglia di candeggina per protestare contro Jacqueline, la vedova in carica, che aveva negato al giovane l’ultimo saluto al nonno. Il figlio Paulo (padre di Pablito e di Marina) morì nel 1977 sovraffatto dall’alcool e dalle umiliazioni inflittegli da Pablo. Quell’anno anche Maria Thérèse Walther, l’amante bambina del maestro, s’impiccò nel garage della sua villa e la stessa Jacqueline, incapace di gestire il peso della memoria e dell’eredità del pittore, nel 1986 pensò di farla finita con una revolverata alla tempia. Picasso aveva funestamente pronosticato: «Quando morirò sarà un naufragio. E, come quando la nave cola a picco, molti attorno verranno risucchiati dal gorgo».
Marina Picasso che oggi ha 54 anni, cinque figli e si occupa di opere umanitarie, ha scritto questo terribile ritratto del nonno probabilmente per espellerlo, per esorcizzarlo, per isolare - come lei dice - «il suo virus». Dobbiamo immaginarla stesa sul lettino dello psicanalista mentre si libera dell’incubo.
Flash back. Marina è una bambina. C’è il padre Paulo (sempre ubriaco per farsi coraggio) e il pallido fratellino Pablito. attende davanti ai cancelli della Villa California che il nonno decida o meno di riceverli. Picasso sa che la famigliola viene a batter cassa, così, il più delle volte, si nega. «Il Maestro dorme» fa dire. Quando però le porte della villa si spalancano, allora arriva il peggio. Il nonno non vuole che lo si chiami così, tutti lo devono chiamare Pablo. Ai bambini fa domande di circostanza, mentre al figlio riserva solo rimproveri: «Paulo, i tuoi bambini sono troppo seri, dovrebbero sbloccarsi un po’!». La capra Esmeralda bruca beata in giardino e appare più a suo agio degli ospiti. Marina se ne accorge perfettamente: «Esmeralda è a casa sua, noi siamo gli intrusi».
Picasso, in verità, tenta di comportarsi da nonno. Per far divertire i nipotini, ritaglia per loro animaletti di carta, ma si guarda bene dal regalarglieli: quelli non sono ritagli qualsiasi, sono opere d’arte. E se vede che i bimbi hanno fame prende datteri e fichi e li farcisce con pezzi di noce. Fa spalancare loro la bocca e glieli porge come se fossero l’Eucarestia. «È l’unico dono che ci abbia mai fatto» rammenta la nipote. L’ora del congedo arriva comunque assai presto: «Marina, Pablito, è ora di andare - dice Jacqueline - Pablo ha bisogno di stare solo. L’avete stancato».
Un altro dolore trafigge Marina: «Tra le migliaia di immagini che ha fatto Picasso non c’è la minima traccia di noi. Nessun disegno, nessun quadro che ci ritragga. Come mai ci ha esclusi dalla sua tavolozza? Eravamo invisibili? Eravamo due bastardi?». La nipote è convinta che lei e suo fratello fossero un «fastidio» per il nonno, in quanto figli di un padre incapace di mantenersi e di una madre (Emilienne Lotte) dedita agli scandali. Un intralcio alla beatitudine del genio.
A Natale, quando veniva annunciato il regalo del nonno, un brivido di gelo correva in famiglia. Pablo, naturalmente, guardava bene dal farsi vivo. In compenso, incaricava i suoi segretari di comprare qualcosa per i bambini: così a Marina capitava che arrivasse un foulard di seta di Hermès e a Pablito una spilla per cravatta. Evidentemente «regali senz’anima e senza cuore, fatica mercenaria dei tirapiedi di mio nonno».
Picasso non aveva alcun riguardo per la fragile sensibilità dei nipoti. Quando si degnava di riceverli, li riceveva indossando un paio di mutande di cotone floscio che lasciavano intravvedere i genitali penzolanti. «Una vista oltraggiosa per me bambina di otto anni - ricorda con disappunto Marina - come lo sarà più tardi per la ragazza di diciassette, ricevuta allo stesso modo». La cosa incredibile è che Picasso ci fa sopra anche la morale: «imparate, bambini, che si può benissimo vivere senza niente. Senza scarpe, senza vestiti, senza mangiare. Guardate me». Chi parla è il pittore plurimiliardario che lesina gli alimenti di base ai figli di suo figlio.
Il giorno in cui Pablo compì 88 anni, Pablito ebbe un fremito d’affetto e di coraggio. Prese il telefono e chiamò Villa California. «Sono Pablo, il nipote, vorrei parlare col nonno» «Pablo? Sappia giovanotto che esiste un solo Pablo, e non può riceverla. Monseigneur non c’è. Se vuole, può scrivergli».
Picasso muore l’8 aprile 1973. Pablito si precipita a casa sua ma c’è ordine tassativo di non farlo entrare. Pablito insiste e allora dalla villa gli aizzano contro due cani inferociti. Tornato a casa disperato, il giovane berrà il fatidico flacone di candeggina. «Il veleno di Picasso» commenta amaramente Marina.

Marina Picasso, «Mio nonno Picasso», Archinto, Milano 2004, pagg 158, € 13,00

il sonno e i sogni

una segnalazione di Paola Franz

">NUOVI INCONTRI DI SCIENZA & FILOSOFIA
L'interpretazione dei sogni
A Medicina – Polo didattico di Torrette
giovedì 17 giugno alle 18
la conferenza della prof. Clara Gallini


"Il sonno e i sogni": questo il tema di quest'anno degli Incontri di Scienza & Filosofia 2003, organizzato dai professori Fiorenzo Conti e Franco Angeleri nell'ambito di "A Medicina, di sera…", grazie alla collaborazione di Banca Etruria e della Fondazione S. Stefano.
Dopo l'inaugurazione del nuovo ciclo, affidata il 27 maggio scorso al professor Elio Lugaresi, direttore dell'Istituto di Neurologia Clinica dell'Università di Bologna, pioniere nel campo della ricerca italiana in questo campo, giovedì 17 giugno alle 18 in aula magna di Medicina e Chirurgia (Aragosta) al Polo didattico di Torrette, sarà un'etnologa, la professoressa Clara Gallini dell'Università La Sapienza di Roma, a indagare sul significato attribuito nei secoli dalle diverse popolazioni a "L'interpretazione dei sogni". Un tema, come si vede estremamente interessante, soprattutto nell'ottica di una indagine attraverso i tempi e le latitudini.

www.unian.it

mercoledì 16 giugno 2004

Facoltà di Lettere e Filosofia
Università di Chieti

Repubblica domenica 13.6.04

...all'interno di una graduatoria che prendeva in considerazione una serie di parametri di qualità delle Facoltà di Lettere e Filosofia italiane e costruiva una sorta di graduatoria fra esse, quella di Chieti non è valutata.
Con la seguente motivazione:

CHIETI:
I giudizi (...) sono stati temporaneamente sospesi a causa delle sostanziali trasformazioni dell'offerta didattica in atto.
Tali trasformazioni avrebbero potuto generare perturbazioni con impatti sull'intero sistema sia per la posizione nel ranking delle facoltà indicate sia nella costruzione di interi indicatori

«oggi è il Bloomsday
il giorno eterno di James Joyce»
e la storia di Lucia Joyce

Repubblica 16.6.04
Una lunga giornata particolare
Oggi Dublino ne celebra i cento anni
La storia dell´'"Ulisse" di Joyce si svolge tutta nell'arco di un giorno: il 16 giugno 1904
Ma chi è lo scrittore che ha rivoluzionato il '900 letterario? Ecco il ritratto di un uomo geniale e morboso
di NATALIA ASPESI


Il 16 giugno si celebra il centenario di una giornata molto letterariamente particolare; quella in cui, nel 1904, alle 8 di un bel mattino, Leopold Bloom, agente pubblicitario di mezza età, ebreo di origine ungherese, parlando con la gatta si prepara il tè e si accorge che pane burro, zucchero non lo accontentano, ci vorrebbe qualcosa di più gustoso, per esempio un rognone di maiale... Per milioni di adepti al culto rutilante (e per molti indigesto, o ignoto, o lunatico) della parola, si tratta del celebre Bloomsday, il giorno, un solo intero giorno, al centro di Ulysses, il picco massimo della modernità scritta, che genera ogni anno un centinaio di saggi accademici, e che alcuni miliardi di persone ignorano beatamente, anche se solo pochi snob del ramo colto oseranno dire di non averlo mai letto o di averlo virtuosamente deposto nell´angolo più polveroso della propria libreria dopo essersi affannati sulle prime venti pagine del suo più o meno migliaio (a secondo della lingua e dell´edizione). Trattandosi del centenario, le celebrazioni, ovunque ma soprattutto a Dublino dove Bloom vagabonda dentro e fuori di sé, sono più del solito dottamente fantasmagoriche, attorno a quel genio che fu l´autore di Ulysses e di altri tre monumenti letterari, di cui l´ultimo, il sublime e celeberrimo Finnegans Wake, può essere definito senza vergogna del tutto stupendamente impraticabile: James Joyce, rivelatosi poi attraverso le sue lettere all´amata, irritabile, loquace moglie Nora, anche un simpatico sporcaccione, di cui ogni parola, ogni sospiro, ogni pensiero, ogni viaggio, ogni minuzia si continua ancora a scandagliare, ipotizzatare, riportare alla luce come un inesauribile tesoro egizio. Ma questa volta ad arricchire il Bloomsday ci sarà un nuovo personaggio affascinante e dolente, finora tenuto in ombra anche nelle biografie più pignole e appassionate dello scrittore; sua figlia Lucia, la graziosa bimba di 9 anni dal sorriso triste e con l´occhio sinistro leggermente strabico, che appare in una foto del 1916 con un fiocco nei capelli, accanto al fratello Giorgio, maggiore di due anni, con berretto e occhialini simili a quelli del padre, assieme alla bella mamma in camicetta di pizzo bianco e un cappello ornato di rose calcato sin sugli occhi, all´ultima moda anche tra le signore meno abbienti, come era allora il caso di Nora Joyce. Ma è un´altra fotografia a rivelare il fascino, la grazia, i sogni, le ambizioni, di una giovane donna nel momento del suo breve e già tormentato splendore: la mostra sottile, contorta e ferina, in una delle sue danze moderne, a piedi nudi, nel costume da sirena da lei inventato, tutto a scaglie d´argento e con finte trecce lunghe sino alla vita. Scattata nel 1929 durante un concorso di balletto al Bal Bullier a Parigi, è stata ritrovata dopo la morte di Samuel Beckett nel 1989 tra le sue carte, conservata per 60 anni come ricordo del suo legame con la turbolenta ragazza, allora ventunenne e più giovane di lui di due anni, uno dei tanti amori per lui, l´amore per lei come confiderà più tardi, con il rammarico di non averlo potuto sposare. Un testo teatrale già arrivato sul palcoscenico londinese, Calico di Michael Hastings e una appassionata biografia Lucia Joyce, to dance in the wake della studiosa americana Carol Loeb Shloss (Farrar, Straus and Giroux, pp. 560, euro 39.00) cercano di disseppellire questa fragile, infelice e forse geniale figlia di un genio, dalla tomba di un oblio altezzoso, interrata dagli adepti al culto joyciano come una futile, fastidiosa e forse addirittura dannosa appendice della vita e dell´opera del più grande manipolatore del linguaggio moderno (della lingua inglese). Dai tanti eminenti biografi di Joyce e di Nora, l´irrequietezza, l´infelicità, i gesti violenti o catatonici di Lucia sono sempre stati liquidati come sintomi di schizofrenia, anche perché la famiglia, impegnata solo a facilitare la vita del genio di casa, si liberò presto di lei affidandola a una serie di medici alla moda, dentro e fuori una serie di case di cura, sino alla definitiva istituzionalizzazione in una clinica di Northampton dove morì il 12 dicembre 1982, a 75 anni: dopo la morte del padre nel 1941, era stata affidata a una tutrice e praticamente abbandonata dalla madre e dal fratello. Per quanto Joyce detestasse Jung che in una conferenza sull´Ulysses aveva definito il suo autore «un proglottide, una creatura con vistose limitazioni di attività cerebrale», si affidò a lui nella speranza, che si rivelò presto vana, che la psicanalisi aiutasse la figlia. Adesso, sia il testo teatrale che la biografia raccontano di una giovane donna molto creativa, ballerina eccezionale e poi originale disegnatrice, dal grande umiliato talento imprigionato da quello insaziabile e despota del padre. Sfortunata nei suoi frenetici amori (tra cui il poeta surrealista Emile Fernandez, l´artista di "mobiles" di latta o carta Alexander Calder, l´insegnante di russo di Joyce, Alexander Ponisovsky con cui si fidanzò prima che lui le preferisse la ricca Hazel Guggenheim, sorella di Peggy, e la lesbica Myrsine Moschos, assistente di Sylvia Beach alla celebre libreria parigina Shakespeare & Company), amò soprattutto il padre. Che l´adorava, che era orgoglioso delle sue danze smodate e conturbanti, che di lei diceva: «Qualunque scintilla o dono io possieda, è stato trasmesso a Lucia ed ha acceso una fiamma nella sua mente». Che la teneva chiusa per ore nella stanza dove lui si tormentava con l´eterna riscrittura di Finnegans Wake. Secondo la biografa, «Joyce sentiva oscuramente non solo un legame personale tra lui e sua figlia, ma anche un affascinante rapporto tra il suo lavoro e sua figlia. Non voleva solo dire che lei influenzava il soggetto e la forma della sua scrittura, il che era evidente, ma che la scrittura stessa era in qualche modo coinvolta nella sua malattia». La piccola, sconvolta e sconvolgente Lucia come meravigliosa ispiratrice della più impervia e forse delirante creazione del geniale irlandese, documentata quasi riga per riga: un colpo basso per tutti quelli che hanno preferito cancellare dalla vita, dalla letteratura e dalla storia l´ennesima donna il cui talento, all´ombra di un uomo, si è persa nella follia: come Zelda Fitzgerald, come Vivien Eliot, come Sylvia Plath. Il mistero attorno a Lucia resta però intatto e forse per sempre impenetrabile: perché a poco a poco tutto ciò che la riguardava, centinaia di lettere scritte da lei o a lei, soprattutto dal padre, sono andate distrutte o non possono essere consultate sino al 2011. Il più accanito Attila è stato, è il settantenne Stephen Joyce, l´unico diretto discendente dello scrittore, figlio di Giorgio e della sua prima ricca e affascinante moglie, Helen Kastor, di 11 anni più anziana del marito (per lei il secondo). Nella desolazione di molti studiosi, lo spietato difensore del buon nome di famiglia e dei diritti su tutto ciò che la riguarda (con conseguenti vistose royalties) passa la sua vita a minacciare chiunque voglia scrivere del nonno, della nonna, della mamma, del babbo e di zia Lucia: in un congresso a Venezia, nel 1988, annunciò con crudele soddisfazione di aver distrutto tutte le lettere di Lucia in suo possesso e di aver convinto Beckett a fare lo stesso, per evitare «che occhietti rapaci e rapaci ditine se ne impossessino». Cosa rendeva pericolosa la povera Lucia, da quale indecenza doveva essere protetto il grande autore di Ulysses? Siccome è stata volontariamente soppressa ogni voce dei protagonisti che lo possa negare (o provare), c´è chi ricorda che al centro di Finnegans Wake c´è un incesto padre-figlia. Si sa che oggi è di moda rivangare nel passato dei grandi trovando sempre sospetti o certezze di porcherie sessuali e non: alla domanda, ma allora James Joyce tra le sue molte caratteristiche o virtù letterarie e umane, era anche incestuoso, la risposta dei disperati esperti è, purtroppo, mah!

Repubblica 16.6.04, prima pagina
VIAGGIO NELLE CELEBRAZIONI PARTENDO DAL RAPPORTO CONTRADDITTORIO DELLA CITTÀ IRLANDESE CON LO SCRITTORE
Dublino prima lo odia e poi lo ama con passione
Qui negli anni '60 c'era solo una targa posta dagli ammiratori alla presenza di Sylvia Bea
Oggi comitive di stranieri girano entusiaste fra i luoghi descritti nel romanzo
di SANDRO VIOLA


DUBLINO . Un po' Ajaccio con le bottiglie dei bar a forma di Napoleone, un po' Praga con le boutiques "Milena" e la birreria "Metamorfosi", un po' Memphis con la faccia di Elvis Presley sulle pompe di benzina. Questo "Bloomsday", un vero e proprio groviglio d'iniziative e festeggiamenti con cui Dublino sta celebrando i cento anni dal 16 giugno 1904 - la giornata che fa da sfondo all´Ulisse -, non è tanto diverso dalle altre trappes à touristes in cui siamo incappati qua e là nella vita. Branchi d'improbabili lettori di Joyce in pantaloni corti e scarpe da ginnastica, che si fotografano accanto alla statua del Grande Irlandese sull'angolo tra O'Connell e North Earl street. Itinerari guidati.
Pellegrinaggi nei sei o sette pubs superstiti (mentre sono scomparsi, purtroppo, i bordelli di Nighttown) dove il giovane James Aloysius Augustine trascinò la sua dissipatezza dublinese in attesa d'approdare ai banchi delle osterie triestine.
Parecchie serate rievocative, poi, con l'invito a presentarsi se possibile in costume dell'epoca. Una di esse avrà luogo venerdì 18 nei sotterranei della stazione O'Connell: s'intitola "La veglia funebre di Paddy Dignam", il morto che Leopold Bloom accompagna al cimitero di Prospect nel terzo capitolo, parte seconda, del romanzo. «Fun and drama», promettono i manifesti, «piatti tradizionali irlandesi». ingresso, 35 euro. Stamani ci saranno invece due "Bloom's breakfast" all'aperto: uno a 20 euro organizzato dal Joyce Center, e il secondo gratis, per diecimila persone, sotto il patrocinio della birra Guinness e altre industrie cittadine. Inutile dirlo, ambedue avranno al menu - Bloom li adorava per il loro sentore d'urina - rognoni di maiale e di montone. Né mancano gli intermezzi musicali: uno spettacolo di canzoni a cabaret s'è svolto addirittura nella cappella del Belvedere College, il collegio dei gesuiti descritto nel Ritratto dell'artista da giovane. E stasera i festeggiamenti culmineranno in una grande parata, sei bande musicali e gruppi etnici di danzatori, lungo tutta la O'Connell.
Al cimitero di Glasnevin si susseguono intanto le visite (10 euro) alle tombe di John e May Joyce, i genitori di James Aloysius. E qui, tra lapidi e cipressi, qualcosa in più di questo "Bloomsday" si comincia a capire. Certo: la speculazione turistica, i baracconi che ammorbano da nord a sud l'estate europea. Ma dietro a tanto celebrare sembra di cogliere anche l'affanno d'una rincorsa. Diciamo pure un senso di colpa. Come se Dublino, l'Irlanda, gli irlandesi stessero cercando di far dimenticare che sino all'altro ieri non avevano amato né onorato Joyce. Come se la lunga chiassata del "Bloomsday" - che ha avuto inizio in aprile e terminerà ad agosto - servisse proprio a questo: a soffocare il rimorso, a riguadagnare il tempo perduto.
A stendere un velo, per esempio, sul fatto che la tomba di Joyce non si trovi nel cimitero di Glasnevin. Sul fatto che dagli anni Cinquanta in poi, né gli sforzi di Samuel Beckett né quelli della galassia di società e pubblicazioni joyciane sparse in tutto il mondo, siano riusciti ad ottenere la traslazione dei resti dello scrittore da Zurigo a Dublino, così com'era stato fatto a suo tempo con Yeats, morto a Roquebrune in Francia e più tardi inumato a Sligo. Appelli, petizioni, e i dublinesi niente: facevano finta di non sentire.
Com'era vistosa, tangibile - una trentina d'anni fa - la ripulsa dei dublinesi nei confronti di Joyce e dei suoi libri. A Dublino e dintorni c'era una sola targa joyciana: alla Torre Martello, posta nel '62 da un gruppo d'ammiratori alla presenza di Sylvia Beach. Quella e nient'altro. Adesso, si capisce, le cose sono cambiate. L'altra sera, come ho detto, la cappella del Belvedere College dove Joyce studiò per una decina d'anni, ha ospitato lo spettacolo Bloombel, ispirato ovviamente all'Ulisse. Ma nel settembre '69, quando andai al Belvedere sperando in qualche notizia su quell'allievo famoso, fui messo bruscamente alla porta. Nel collegio era proibito persino nominarlo, Joyce, e se uno degli studenti fosse stato sorpreso col Portrait o i Dubliners o l'Ulysses, i padri gesuiti l'avrebbero immediatamente espulso.
Sì: l'ostracismo della Chiesa cattolica, che in Irlanda è stata sino a una quindicina d'anni fa il potere più vasto, radicato e incombente, fu inflessibile. Joyce era uno scrittore immondo. Per l'oscenità, certo: le latrine, le minzioni all'aria aperta o negli orinali, i mestrui, le erezioni d'impiccati, le masturbazioni, le donne baciate tra le natiche, i letti impiastricciati di sperma eccetera. Ma forse soprattutto per la gelida animosità con cui l'ex allievo dei gesuiti (studioso, ottimo latinista: tanto che al Belvedere s'era pensato per un lungo momento che potesse diventare un buon acquisto per la Compagnia di Gesù) aveva prima rotto con la Chiesa e più tardi ritratto i suoi maestri. La loro ipocrisia, le punizioni corporali, le maniere umilianti riservate all'adolescente il cui padre, spiantato e ubriacone, non poteva pagare la retta del collegio.
Ma la Chiesa, con un piccolo sforzo, la si può anche capire. Secondo i suoi parametri, l'Ulisse è un romanzo osceno. E del resto persino i veri ammiratori di Joyce, coloro che l'hanno veramente letto, sono consapevoli che nei suoi libri s'insiste un po' troppo - qua e là sino alla noia - sulle funzioni fisiologiche. Come chiosava Vladimir Nabokov indicando agli studenti della Cornell la quantità di borborigmi, rutti e flatulenze che punteggiano il romanzo, «Mr. Joyce dimostra un'ostinata tendenza al disgustoso». Ma dando per scontata la condanna della Chiesa, perché il rigetto da parte dei dublinesi, comprese tre generazioni di scrittori? L'invidia per il genio, l'irritazione per un esilio che l'esiliato non mancò mai d´ostentare come una scelta inevitabile visto che considerava Dublino una specie d'anus mundi?
La risposta più convincente a queste domande venne nel 1922 da un altro irlandese, George Bernard Shaw. Shaw era un moralista, i brani dell'Ulisse che gli avevano dato da leggere lo nausearono, ma capì subito quel che il libro avrebbe prodotto nei rapporti tra l'autore e i suoi concittadini: «Il merito del signor Joyce», scrisse, «è d'aver fatto con i dublinesi quel che si fa con i gatti: mettergli il muso nei loro stessi escrementi perché imparino a non sporcare per casa». E infatti i dublinesi non gradirono, se la legarono al dito. Quanto allo scrittore, quel che sarebbe successo lo sapeva benissimo e ne era esilarato. Alla vigilia dell'apparizione del romanzo scrisse a Carlo Linati: «A Dublino si sta già formando un grande movimento contro il libro, cui partecipano i puritani, gli imperialisti inglesi, i repubblicani irlandesi, i cattolici: che alleanza!».
Perciò parlavo prima di rincorsa, la rincorsa che i dublinesi stanno facendo per mostrare che Joyce, adesso, lo amano con tutto il cuore. Non che trapeli un grande amore da questa ragazza col forte accento irlandese, quasi una nana, che guida severa un gruppo di nove persone (due coppie sudcoreane, una coppia tedesca, uno spagnolo, un americano e il sottoscritto) lungo un itinerario che va dal Joyce Center sino a Nassau street, dove James Aloysius in scarpe di tela e berretto marinaro abbordò il pomeriggio del 10 giugno 1904 Nora Barnacle, la donna della sua vita e, per molti versi, la Molly dell'Ulisse. Forse a disturbare la nostra guida sono i due tedeschi, probabilmente sbronzi, tutto un ridere senza motivi: o forse è irritata dal gruppetto sudcoreano che la guarda a bocca aperta e solo si riscuote, ad ogni sosta e spiegazione, per mitragliarla di scatti fotografici.
La cosa certa è che la quasi nana va per le spicce: indica con la mano i luoghi, cita - leggendo da certi suoi foglietti bisunti - il capitolo dell'Ulisse in cui sono descritti, e passa diritto. Sul ponte O´'Connell, per esempio, scandisce: «Sosta di Bloom nel capitolo quinto della parte seconda», e il ponte è già passato. Eppure qui sarebbe interessante sapere chi ricorda meglio - se la ragazzona tedesca con le poppe metà di fuori, o le due mature coppie sudcoreane con in testa cappelli da baseball, o l'americano in shorts fragola - la lunga sosta di Leopold Bloom sul ponte. Quando l'errante resta per un po' a guardare «roteanti tra i tetri muraglioni, con vigoroso palpito d'ali, i gabbiani», e pensa addirittura che potrebbe buttarsi giù nella Liffey.
Un po' più oltre, all'angolo tra Grafton e il Trinity College dove Joyce lo collocò, è invece inutile chiedersi chi si sia più divertito, tedeschi o coreani, nel leggere il dialogo tra Stephen Dedalus e Almidano Artifoni, il maestro di canto. Perché quel dialogo è in italiano, tutto incantevoli cadenze triestine («Addio, caro», «Ma sul serio, eh!»), e nessuno può goderselo come gli italiani. In ogni caso la guida omette di citare l´incontro Dedalus-Artifoni, e cento metri dopo siamo a Duke street, da "Davy Byrne's", il pub dove Bloom fa la sua seconda colazione con una fetta di gorgonzola e un piccolo bicchiere di borgogna. Qui la comitiva si rilassa: birra per i tedeschi e lo spagnolo, aranciate o Cola per gli altri. Non mi rilasso io, invece, che trentacinque anni fa ho conosciuto il "Davy Byrne's" pressoché intatto, e lo ritrovo stravolto, un fast food puzzolente con le pareti coperte di ritratti di James e Nora, e sgorbi di pittori locali sui personaggi del romanzo.
Questi itinerari ad uso degli «enthusiasts for Joyce» (come vengono chiamati dagli organizzatori del "Bloomsday"), hanno in ogni caso un pregio. Quello di rammentare con quanto scrupolo di topografo, con quale spirito d'annalista, è stato tessuto l'Ulisse. I nomi delle strade, piazze e ponti, gli incroci, i palazzi e i pubs, i numeri civici, i negozi e i trasporti. Le linee del tram, per esempio, nel settimo capitolo: «Davanti alla Colonna Nelson i tram rallentavano, deviavano..., ripartivano per Kingstown e Dalkey, Clonskea, Rathgar e Terenure, Palmerston Park e Upper Rathmines, Sandymoun Green, Rathmines, Ringsend e Sandymount Tower, Harold's cross...».
Non ci si pensa sempre: ma dietro lo sfrenamento linguistico - «i trucchi verbali d'ogni genere, i giochi e trasposizioni di parole, i mostruosi gemellaggi di verbi e le imitazioni di suoni» - c'è in Joyce l'impegno del naturalista. Una meticolosità, in quei riferimenti topografici e toponomastici, di mestieri e professioni, di frattaglie da gustare e conseguenti disturbi gastrici, che lui stesso definì «quasi demente». Sicché le sue pagine hanno anche un valore per così dire documentario, cosa di cui l'autore andava orgoglioso: «Se un giorno Dublino dovesse essere cancellata dalla faccia della terra», diceva infatti, «la si potrebbe ricostruire sulla scorta delle mie pagine».
I sentimenti di James Aloysius per Dublino furono infatti complessi, contraddittori. Avversione da un lato: e dall'altro trentasett'anni (gli anni trascorsi in Italia, Francia e Svizzera dal 1904 alla morte) di perenne, inconsolabile nostalgia. Tra la fine dell'adolescenza e la prima giovinezza, sino al giorno in cui era partito con Nora per l'esilio, i risentimenti e l'avversione. A quel tempo aveva definito i dublinesi «una massa di borghesucci indifferenti e moraleggianti», «gente cialtrona, insopportabilmente verbosa, la più arretrata d'Europa». E aveva detestato «l'emiplegia» di Dublino, «questa paralisi che molti scambiano ancora per una città», l'«odore di cenere, di basse maree e d'immondizie» che ne impregnava l'aria.
Ma poi, una volta partito, Dublino l'aveva ripensata ogni giorno. E il suo livre de chevet, d'uno che leggeva libri in quattro lingue (latino a parte), fu il "Thom´s directory": una specie di Bottin o Guida Monaci, in cui su Dublino c'era assolutamente tutto. La descrizione delle strade un immobile dopo l'altro, gli indirizzi dei negozi (due dei quali esistono ancora, la farmacia Sweny's e la macelleria Olhausen's), la collocazione delle buche da lettere, l'orario delle maree, il numero degli elettori, le eclissi lunari e gli ordini professionali. Una lettura smessa soltanto quando i suoi occhi malati non gli permisero più, o quasi, di leggere.
Dal contrasto tra avversione e nostalgia per Dublino, emerge la ferita che fece del giovane James Aloysius uno scrittore. La caduta sociale della famiglia, i dodici appartamenti cambiati in vent'anni - e ogni volta più vicini agli slums dei proletari - l'alcolismo del padre, le scarpe rotte dei nove fratelli, il vivere di prestiti mai restituiti, il suo nome nell'elenco degli studenti morosi esposto all'Università. Un declassamento (a sentire Nabokov è Joyce stesso il personaggio anonimo e segaligno, l'aria misera, che s'aggira qua e là per l'Ulisse con un malandato impermeabile MacIntosh) rimediabile soltanto con la fuga. E il prezzo della fuga fu la nostalgia.
Quanto a Dublino, s'è detto. Cinque-sei decenni d'indifferenza o dispregio o vero e proprio disgusto, e adesso la carnevalata dell'apoteosi. Un passo ancora, e l'anno venturo potrebbe esserci attorno alla Torre Martello una "Joyceland" solcata da trenini, con il N° 7 di Eccles street, la roccia di Calipso, Bella Cohen, Blazes Boylan e Molly Bloom in plastica a colori.