Repubblica, edizione di Firenze 21.11.04
IL CASO
Al Palacongressi il sesto convegno nazionale
Impennata di iscritti all'Unione degli atei
"Merito della nuova temperie integralista alimentata anche dal dibattito da crociata sulle radici cristiane dell'Europa"
di MARIA CRISTINA CARRATÙ
SONO ATEI, agnostici, razionalisti, cioè convinti che Dio non esista, o che sia del tutto inutile porsene il problema, e che nella ragione l'uomo disponga di un mezzo (e di un fine) più che sufficiente per vivere. Opinioni largamente condivise, ma per affermare le quali in una «repubblica cattolica» come l'Italia, «soffocata dall'influenza religiosa», ovvero «per interloquire con lo Stato come cittadini, e non come credenti, come nelle repubbliche islamiche», bisogna «alzare la voce», sostiene l'Uaar, l'Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, da ieri a Palazzo dei congressi per il suo 6° convegno nazionale - con tanto di gadget (la vistosa maglietta gialla già esibita ai gay pride) e stand di libri (da Darwin, a Shopenhauer, al Processo alla sindone, alle Pagine anticlericali di Ernesto Rossi, al Gesù lava più bianco sul marketing della Chiesa). E che, come informa il segretario nazionale Giorgio Villella, «festeggia una vera impennata di iscrizioni», dai poco più di duecento di due o tre anni fa, al migliaio raggiunto negli ultimi mesi. Merito (o colpa) della «nuova temperie integralista» , alimentata, sostiene Villella, dal «dibattito da crociata» sulle radici cristiane dell'Europa, come dalla «vittoria "etica" di Bush», ma, già dal 2000, «dalla grancassa del Giubileo» - e da cui, secondo l'Uaar, «la stragrande maggioranza dei cittadini, convinti che i diritti umani vadano patteggiati con loro, e non con la Chiesa, si sente esasperata».
Oltre alla «promozione della conoscenze delle teorie atee e della laicità dello Stato», come da Statuto, il fronte più visibile di impegno del «sindacato dell'orgoglio ateo» sono le battaglie civili: da quella per il riconoscimento delle coppie di fatto e dei diritti dei gay (ovviamente, matrimonio compreso), a quella per l'eutanasia, a quelle contro la legge sulla fecondazione, contro i soldi alle scuole private, «cioè dei preti», contro l'immissione a ruolo degli insegnanti di religione. Fatte anche a colpi di carte bollate, per esempio contro il crocifisso in aula, di cui per la prima volta discuterà la Corte Costituzionale proprio per merito di un socio Uaar di Abano. Mentre la campagna per «sbattezzare l'Italia» (il cui manifesto è un'Italia sanguinante inchiodata a una croce) ha già ottenuto dal garante per la privacy che i parroci siano obbligati a depennare dai loro archivi chi non vuole essere identificato come battezzato.
«La verità» sostiene Villella, «è che in questo paese tutti i governi sono ricattati dalla Chiesa, capace di spostare appena un 2% di consensi, ma quanto basta, visto l'equilibrio fra centro destra e centro sinistra, a renderlo indispensabile». Col risultato, deludente per chi, in fondo, si sente attratto dall'area politico-culturale tradizionalmente più comprensiva con atei e razionalisti, «che nemmeno la sinistra potrà mai schierarsi contro la Chiesa». L'opzione politica autenticamente laica, insomma, al di là delle parole d'ordine, «non è più rappresentata da nessun partito», mentre, fa notare Villella, si cercano consensi su veri e propri «equivoci» come il «dialogo interreligioso» («in realtà, chi crede a una verità rivelata, vorrà sempre imporre la sua») e l'idea di Stato «multireligioso» (che «tratta con gli imam, invece di offrire agli islamici istituzioni davvero laiche in cui inserirsi»). Fra i soci dell'Uaar spiccano personaggi del calibro di Piergiorgio Odifreddi, Margherita Hack, Valerio Pocar, raffinati pensatori della «irrepresentabilità dei problemi ultimi» come Luigi Lombardi Vallauri, nonché Sergio Staino, eletto a vignettista ufficiale. E che ha subito disegnato il suo Bobo intento a spazzar via anche il crocifisso insieme a tutta la «spazzatura» di simboli religiosi (e ideologici: dal candelabro ebraico, al pugno chiuso, alla cazzuola massonica). Osservato dalla figlia soddisfatta che, con in mano un cuore, dichiara: «Ci basta questo».
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
domenica 21 novembre 2004
sinistra
Bertinotti verso il congresso
...e altro
APCOM.it 20.11.04
PRC/ BERTINOTTI: VERSO IL CONGRESSO CON UNA MAGGIORANZA AUTOSUFFICIENTE
Probabilmente saranno 6 i documenti alternativi al segretario
Roma, 20 nov. (Apcom) - "Come sempre fin qui anche in questa occasione c'è una maggioranza autosufficiente". Con questa convinzione, calcoli alla mano, il segretario del Prc Fausto Bertinotti si appresta ad affrontare il congresso del partito fissato per marzo 2005. Bertinotti parla con i giornalisti in un pausa del Comitato Politico Nazionale che tra oggi e domani voterà i documenti congressuali presentati. Al momento, sembrerebbe che siano 6 i documenti alternativi a quello del segretario che verranno presentati al congresso.
"Questa maggioranza autosufficiente - ha detto Bertinotti - riferendosi al suo documento congressuale delle '15 tesi' - ha privilegiato una chiarezza di confronto sulla linea politica. È importante perché l'accumulazione di energia per un progetto politico e di partito dipende da un consenso interno, ma soprattutto dall'idea sulla società che ci circonda. Ho aperto il dibattito sulla non violenza e oggi una parte importante dei movimenti è coinvolta nella discussione politica attraverso questa discussione".
Bertinotti vede come "consuetudine" il fatto che vengano presentate mozioni alternative alla sua. "I partiti - dice - sono divisi in maggioranza e opposizione. È fisiologico. Il giorno in cui non lo saranno, non saranno più dei partiti. Se è per questo - ha continuato - lo scorso congresso è stato ancora più acrobatico, con la presentazione di diverse mozioni che avevano al loro interno degli emendamenti". Del resto, ha concluso, "chi dice adesso che esce dalla maggioranza del partito, in realtà ha sempre votato contro".
L'Unità 21.11.04
Così andrà a Congresso il segretario di Rifondazione comunista. Che mantiene però ben salda la maggioranza del partito. Ed è fiducioso sulla Gad
Cinque mozioni per contrastare il Bertinotti «di governo»
di wa.ma
Repubblica edizione di Firenze 21.11.04
L'INCONTRO
Da Asor Rosa alla Rossanda: lista di sinistra accanto alla Fed
FIRENZE - Un'aggregazione della sinistra a fianco della federazione tra Ds, Margherita e Sdi. Un patto tra Rifondazione, Comunisti italiani e movimenti. L'idea lanciata un mese fa da Alberto Asor Rosa trova la prima sponda a Firenze dove, davanti a cinquecento persone, la sinistra Cgil ha anche proposto una lista unitaria della sinistra accanto a Uniti per l'Ulivo. «Adesso ne parleremo ai tavoli nazionali», ha detto lo stesso Asor Rosa, invitato ad un dibattito assieme a Rossana Rossanda dallo storico Paul Ginsborg, promotore del "Laboratorio per la democrazia".
stesso luogo:
Convegno promosso da Ginsborg con Rifondazione, Comunisti e movimenti
La sinistra critica cerca unità
"Presentarsi alle regionali con una sola lista"
Proposto un tavolo nazionale con tutti i soggetti
Presenti Asor Rosa e Rossana Rossanda Lo storico inglese: "Una strada in salita ma ne sento la necessità storica"
NOSTRO SERVIZIO
Corre avanti Giampaolo Patta, leader nazionale della sinistra Cgil: «Non capisco perché qui in Toscana la sinistra unita non si presenta alle prossime regionali», sostiene. Ma alle cinquecento persone riunite ieri pomeriggio al Convitto della Calza per riflettere sulla «possibile nuova sinistra», non appare come una provocazione: è il punto d'approdo che tutti hanno in testa.
Una lista della sinistra, che metta insieme Rifondazione, Comunisti italiani e movimenti, a fianco della lista unitaria targata Ds, Margherita e Sdi. Il riformismo radicale alla pari col riformismo moderato, secondo il linguaggio dello storico Paul Ginsborg che si è personalmente adoperato per questo dibattito. Il primo dopo la proposta di mettere insieme i vari pezzi della sinistra lanciata un mese fa da Alberto Asor Rosa sulle pagine del «Manifesto», al quale partecipano, oltre allo stesso Asor Rosa, un'autorità della sinistra critica italiana come Rossana Rossanda, accolta con un grande applauso, e un prete scomodo come don Alessandro Santoro delle Piagge.
«La strada è tutta in salita ma vedo anche la necessità storica», parte Ginsborg. In pratica, la necessità, chiarisce la consigliere comunale d´opposizione Ornella De Zordo, «di stare insieme per far sì che il programma della Grande alleanza democratica non lo scriva Rutelli». Un Asor Rosa entusiasta della sala affollata propone di dar vita ad una «Camera di consultazione»: ad un tavolo nazionale cioè con tutti i soggetti interessati al progetto di una formazione di sinistra che raggiunga il 12-13 per cento. Dentro la Grande alleanza, Asor Rosa vede la sinistra e la lista Uniti per l'Ulivo come due «sfere che si toccano, e più si toccano meglio è». Don Santoro cita Pasolini, avverte che di fronte a tutto quello che sta accadendo nel mondo «non è più possibile parlare di riformismo», che si deve «abbassare lo sguardo» per rivolgersi agli ultimi. Ma per questo, insiste don Santoro, «occorre una nuova cultura politica».
Giuseppe Chiarante, presidente dell'associazione «Rinnovamento della sinistra» è scettico: «Unire i vari pezzi? Quello che manca è il fondamento culturale e politico, per questo che c'è ancora divisione». Anche il biologo Marcello Buiatti sorvola sul progetto unitario. Ma Rossana Rossanda, rivendicando con orgoglio la sua appartenenza comunista e marxista a fianco di un Ginsborg che parla del comunismo come un «fenomeno del '900 che non può essere punto di partenza per una sinistra nuova in un secolo nuovo», sposa l'idea del progetto unitario della sinistra: «Spero vada avanti», dice.
Ginsborg se la prende con il direttore di Rai 3, «che non ha inviato neppure una telecamera». Ma poco importa ad Asor Rosa: «Il progetto va avanti, verrà riproposto al tavolo nazionale ma non chiamatelo col mio nome, chiamatelo progetto della Calza». In sala i potenziali diretti interessati della rivoluzione che si annuncia: il segretario dei Comunisti italiani Lorenzo Marzullo, dei Verdi Mauro Romanelli e di Rifondazione Niccolò Pecorini, che subito esulta: «Mi piace». Uno ad uno si alternano al microfono per un saluto. Non si sbilanciano, anche se si sa che a fronte della contrarietà dei Verdi, Rifondazione e Comunisti stanno già discutendo a livello regionale della possibile prospettiva unitaria.
Si apre il dibattito. E, nonostante la tessera Ds, interviene il presidente del Consiglio comunale Eros Cruccolini: «Le assemblee sono aperte e tutti possono essere invitati, senza veti di nessun genere», dice riportando alla mente di tutti l'invito di Ginsborg all'assemblea del presidente regionale Claudio Martini e il non-gradimento del sindaco Leonardo Domenici. Cruccolini non si ferma: «Il centrosinistra e i Ds, oggi alla prova di un congresso che non entusiasma, dovrebbero riflettere sul ballottaggio ma anche i movimenti dovrebbero accettare l'invito del sindaco per le assemblee previste dal percorso di partecipazione».
Dopo quattro ore, alle 19.30 Asor Rosa chiede al pubblico se il progetto unitario deve andare avanti o no. La platea risponde con un applauso, compreso quello di Pecorini e di Marzullo. E le ultime parola di Asor Rosa sono per un «progetto plurimo e bifronte». Plurimo come le tante anime della sinistra. Bifronte perché se da una parte deve guardare alle istituzioni dall'altra deve saper rapportarsi all'esperienza dei movimenti.
(m.v.)
...intanto i "disobbedienti" vanno per la loro strada:
La Nuova Venezia 21.11.04
Più di mille per ascoltare Toni Negri e Naomi Klein
Liberazione 21.11.04
La grande occasione per la Gad
di Piero Sansonetti
La sinistra non può buttare al vento la grande occasione che ha davanti a sè. La crisi del centro-destra non è "propaganda": è il fatto del giorno. Crisi vera. Non è da escludere l'ipotesi che si vada davvero ad elezioni anticipate, e l'alternativa alle elezioni è un biennio di logoramento mortale per il centrodestra. Questa crisi nasce da due fattori. Il primo è il disfacimento del sistema di alleanze politiche creato da Berlusconi, che era stato la chiave della vittoria elettorale del 2001. Il secondo fattore è lo sgretolarsi del progetto economico. Il cuore del progetto economico di Berlusconi era il taglio delle tasse, quindi l'aumento della ricchezza dei ceti alti e medio-alti, quindi l'incremento robusto dei consumi e soprattutto dei consumi di lusso, quindi la ripresa della produzione e in parte dell'occupazione. Questo meccanismo avrebbe portato in alto l'economcia, rafforzato il blocco sociale del berlusconismo, creato nuove alleanze tra ceto medio e grande borghesia, dato una sostanza e un riferimento sociale alla coalizione, cioè alle alleanze politiche. Però si è inceppato. Le risorse per tagliare le tasse non si sono trovate e quello che Berlusconi immaginava come un circolo virtuoso è diventato circolo vizioso. I due fattori della crisi del governo - vedete - si tengono insieme: le alleanze politiche sono saltate perché la politica economcia ha fallito: il venir meno del blocco sociale ha messo in moto una contrapposizione di interessi che dissolve le alleanze politiche. Berlusconi ora vorrebbe in extremis salvare il suo disegno di tagli fiscali, e di smantellamento del principio della progressività del sistema delle tasse (paga di più chi ha di più, paga di meno chi ha di meno), cercando i soldi nelle tasche di ceti e gruppi sociali che sono quelli di riferimento anche di partiti suoi alleati, come il partito di Fini o i cattolici moderati. Non funziona, non può funzionare.
L'occasione che si presenta adesso davanti alla sinistra è molto grande. Non è semplicemente la possibilità di vincere le elezioni, è molto di più: è l'opportunità di rovesciare il berlusconismo. Se la sinistra perde questa opportunità difficilmente potrà giocare nei prossimi anni il ruolo che le compete, e cioè quello di dirigere una profonda trasformazione dell'Italia, del suo modello sociale, delle relazioni economiche e industriali, dell'equilibrio tra i ceti e le classi, degli assetti che determinano la distribuzione delle risorse.
Cos'era il berlusconismo? Un'idea secondo la quale al centro di tutto è il profitto, le possibilità di aumentarlo, di reinvestirlo, di proteggerlo da meccanismi legislativi troppo pesanti e dalle mire redistributive dei sindacati e dei partiti di sinistra. Quindi il mercato come regolatore principale della Storia, e una concezione dello Stato non come moderatore ma come esaltatore del mercato. E l'impresa al posto d'onore nell'organizzazione della società, l'impresa vista non come una "parte" della società ma come rappresentante dell'interesse generale.
Di fronte alla crisi del berlusconismo - e dunque di questa concezione della comunità e dello Stato - la sinistra ha due scelte. La prima è una scelta conservatrice, la seconda è una scelta di rottura e di progetto. La prima scelta è quella di restare in attesa, in posizione subalterna. Facendo questo calcolo: comunque, la disfatta del centrodestra porta vantaggio e consensi a noi, non bisogna fare niente per impedire questo spostamento automatico dell'opinione pubblica. Stare fermi e raccogliere i frutti. Con quale programma? Quello di gestire la crisi del berlusconismo da una posizione di forza. Cioè offrendosi ai poteri forti come unica alternativa al disfacimento della destra. Una ciambella di salvataggio per la borghesia italiana, che si accorge di avere perso Berlusconi ma non intende perdere il proprio potere e la società dei profitti. Tommasi di Lampedusa diceva: i gatttopardi.
La seconda soluzione è quella di rottura. Candidarsi non al governo e basta, ma al governo di un processo di cambiamento profondo dell'Italia e di creazione di un modello nuovo. Un sistema fiscale più progressivo e più solidarista di prima, un sistema di leggi che sia a favore dei diritti e non dell'impresa, un sistema sociale aperto, che dia spazio e risorse ai migranti, che punti sulla sicurezza sociale e non sull'ordine pubblico, che sviluppi l'istruzione e il welfare. Per fare questo bisogna cambiare tutta la scala dei valori: il valore non è più lo sviluppo della ricchezza ma lo sviluppo della comunità. Badate che è una rivoluzione: l'obiettivo non è "avere di più", ma stare di più "insieme", in modo più egualitario, solidale, pacifico.
E' questa l'opportunità che abbiamo. Se facciamo la scelta dei Gattopardi la gettiamo via. Allora Berlusconi può anche perdere le elezioni ma resterà in sella. E' un banco di prova formidabile per quella nuova coalizione politica che è stata battezzata Gad. E' in queste settimane che la Gad può dimostrare di essere all'altezza dei suoi compiti o di non esserlo. Per essere all'altezza non deve pensare in nodo ossessionante solo a come vincere le elezioni, ma anche a come governare l'Italia, che è il problema vero.
PRC/ BERTINOTTI: VERSO IL CONGRESSO CON UNA MAGGIORANZA AUTOSUFFICIENTE
Probabilmente saranno 6 i documenti alternativi al segretario
Roma, 20 nov. (Apcom) - "Come sempre fin qui anche in questa occasione c'è una maggioranza autosufficiente". Con questa convinzione, calcoli alla mano, il segretario del Prc Fausto Bertinotti si appresta ad affrontare il congresso del partito fissato per marzo 2005. Bertinotti parla con i giornalisti in un pausa del Comitato Politico Nazionale che tra oggi e domani voterà i documenti congressuali presentati. Al momento, sembrerebbe che siano 6 i documenti alternativi a quello del segretario che verranno presentati al congresso.
"Questa maggioranza autosufficiente - ha detto Bertinotti - riferendosi al suo documento congressuale delle '15 tesi' - ha privilegiato una chiarezza di confronto sulla linea politica. È importante perché l'accumulazione di energia per un progetto politico e di partito dipende da un consenso interno, ma soprattutto dall'idea sulla società che ci circonda. Ho aperto il dibattito sulla non violenza e oggi una parte importante dei movimenti è coinvolta nella discussione politica attraverso questa discussione".
Bertinotti vede come "consuetudine" il fatto che vengano presentate mozioni alternative alla sua. "I partiti - dice - sono divisi in maggioranza e opposizione. È fisiologico. Il giorno in cui non lo saranno, non saranno più dei partiti. Se è per questo - ha continuato - lo scorso congresso è stato ancora più acrobatico, con la presentazione di diverse mozioni che avevano al loro interno degli emendamenti". Del resto, ha concluso, "chi dice adesso che esce dalla maggioranza del partito, in realtà ha sempre votato contro".
L'Unità 21.11.04
Così andrà a Congresso il segretario di Rifondazione comunista. Che mantiene però ben salda la maggioranza del partito. Ed è fiducioso sulla Gad
Cinque mozioni per contrastare il Bertinotti «di governo»
di wa.ma
Repubblica edizione di Firenze 21.11.04
L'INCONTRO
Da Asor Rosa alla Rossanda: lista di sinistra accanto alla Fed
FIRENZE - Un'aggregazione della sinistra a fianco della federazione tra Ds, Margherita e Sdi. Un patto tra Rifondazione, Comunisti italiani e movimenti. L'idea lanciata un mese fa da Alberto Asor Rosa trova la prima sponda a Firenze dove, davanti a cinquecento persone, la sinistra Cgil ha anche proposto una lista unitaria della sinistra accanto a Uniti per l'Ulivo. «Adesso ne parleremo ai tavoli nazionali», ha detto lo stesso Asor Rosa, invitato ad un dibattito assieme a Rossana Rossanda dallo storico Paul Ginsborg, promotore del "Laboratorio per la democrazia".
stesso luogo:
Convegno promosso da Ginsborg con Rifondazione, Comunisti e movimenti
La sinistra critica cerca unità
"Presentarsi alle regionali con una sola lista"
Proposto un tavolo nazionale con tutti i soggetti
Presenti Asor Rosa e Rossana Rossanda Lo storico inglese: "Una strada in salita ma ne sento la necessità storica"
NOSTRO SERVIZIO
Corre avanti Giampaolo Patta, leader nazionale della sinistra Cgil: «Non capisco perché qui in Toscana la sinistra unita non si presenta alle prossime regionali», sostiene. Ma alle cinquecento persone riunite ieri pomeriggio al Convitto della Calza per riflettere sulla «possibile nuova sinistra», non appare come una provocazione: è il punto d'approdo che tutti hanno in testa.
Una lista della sinistra, che metta insieme Rifondazione, Comunisti italiani e movimenti, a fianco della lista unitaria targata Ds, Margherita e Sdi. Il riformismo radicale alla pari col riformismo moderato, secondo il linguaggio dello storico Paul Ginsborg che si è personalmente adoperato per questo dibattito. Il primo dopo la proposta di mettere insieme i vari pezzi della sinistra lanciata un mese fa da Alberto Asor Rosa sulle pagine del «Manifesto», al quale partecipano, oltre allo stesso Asor Rosa, un'autorità della sinistra critica italiana come Rossana Rossanda, accolta con un grande applauso, e un prete scomodo come don Alessandro Santoro delle Piagge.
«La strada è tutta in salita ma vedo anche la necessità storica», parte Ginsborg. In pratica, la necessità, chiarisce la consigliere comunale d´opposizione Ornella De Zordo, «di stare insieme per far sì che il programma della Grande alleanza democratica non lo scriva Rutelli». Un Asor Rosa entusiasta della sala affollata propone di dar vita ad una «Camera di consultazione»: ad un tavolo nazionale cioè con tutti i soggetti interessati al progetto di una formazione di sinistra che raggiunga il 12-13 per cento. Dentro la Grande alleanza, Asor Rosa vede la sinistra e la lista Uniti per l'Ulivo come due «sfere che si toccano, e più si toccano meglio è». Don Santoro cita Pasolini, avverte che di fronte a tutto quello che sta accadendo nel mondo «non è più possibile parlare di riformismo», che si deve «abbassare lo sguardo» per rivolgersi agli ultimi. Ma per questo, insiste don Santoro, «occorre una nuova cultura politica».
Giuseppe Chiarante, presidente dell'associazione «Rinnovamento della sinistra» è scettico: «Unire i vari pezzi? Quello che manca è il fondamento culturale e politico, per questo che c'è ancora divisione». Anche il biologo Marcello Buiatti sorvola sul progetto unitario. Ma Rossana Rossanda, rivendicando con orgoglio la sua appartenenza comunista e marxista a fianco di un Ginsborg che parla del comunismo come un «fenomeno del '900 che non può essere punto di partenza per una sinistra nuova in un secolo nuovo», sposa l'idea del progetto unitario della sinistra: «Spero vada avanti», dice.
Ginsborg se la prende con il direttore di Rai 3, «che non ha inviato neppure una telecamera». Ma poco importa ad Asor Rosa: «Il progetto va avanti, verrà riproposto al tavolo nazionale ma non chiamatelo col mio nome, chiamatelo progetto della Calza». In sala i potenziali diretti interessati della rivoluzione che si annuncia: il segretario dei Comunisti italiani Lorenzo Marzullo, dei Verdi Mauro Romanelli e di Rifondazione Niccolò Pecorini, che subito esulta: «Mi piace». Uno ad uno si alternano al microfono per un saluto. Non si sbilanciano, anche se si sa che a fronte della contrarietà dei Verdi, Rifondazione e Comunisti stanno già discutendo a livello regionale della possibile prospettiva unitaria.
Si apre il dibattito. E, nonostante la tessera Ds, interviene il presidente del Consiglio comunale Eros Cruccolini: «Le assemblee sono aperte e tutti possono essere invitati, senza veti di nessun genere», dice riportando alla mente di tutti l'invito di Ginsborg all'assemblea del presidente regionale Claudio Martini e il non-gradimento del sindaco Leonardo Domenici. Cruccolini non si ferma: «Il centrosinistra e i Ds, oggi alla prova di un congresso che non entusiasma, dovrebbero riflettere sul ballottaggio ma anche i movimenti dovrebbero accettare l'invito del sindaco per le assemblee previste dal percorso di partecipazione».
Dopo quattro ore, alle 19.30 Asor Rosa chiede al pubblico se il progetto unitario deve andare avanti o no. La platea risponde con un applauso, compreso quello di Pecorini e di Marzullo. E le ultime parola di Asor Rosa sono per un «progetto plurimo e bifronte». Plurimo come le tante anime della sinistra. Bifronte perché se da una parte deve guardare alle istituzioni dall'altra deve saper rapportarsi all'esperienza dei movimenti.
(m.v.)
...intanto i "disobbedienti" vanno per la loro strada:
La Nuova Venezia 21.11.04
Più di mille per ascoltare Toni Negri e Naomi Klein
Liberazione 21.11.04
La grande occasione per la Gad
di Piero Sansonetti
La sinistra non può buttare al vento la grande occasione che ha davanti a sè. La crisi del centro-destra non è "propaganda": è il fatto del giorno. Crisi vera. Non è da escludere l'ipotesi che si vada davvero ad elezioni anticipate, e l'alternativa alle elezioni è un biennio di logoramento mortale per il centrodestra. Questa crisi nasce da due fattori. Il primo è il disfacimento del sistema di alleanze politiche creato da Berlusconi, che era stato la chiave della vittoria elettorale del 2001. Il secondo fattore è lo sgretolarsi del progetto economico. Il cuore del progetto economico di Berlusconi era il taglio delle tasse, quindi l'aumento della ricchezza dei ceti alti e medio-alti, quindi l'incremento robusto dei consumi e soprattutto dei consumi di lusso, quindi la ripresa della produzione e in parte dell'occupazione. Questo meccanismo avrebbe portato in alto l'economcia, rafforzato il blocco sociale del berlusconismo, creato nuove alleanze tra ceto medio e grande borghesia, dato una sostanza e un riferimento sociale alla coalizione, cioè alle alleanze politiche. Però si è inceppato. Le risorse per tagliare le tasse non si sono trovate e quello che Berlusconi immaginava come un circolo virtuoso è diventato circolo vizioso. I due fattori della crisi del governo - vedete - si tengono insieme: le alleanze politiche sono saltate perché la politica economcia ha fallito: il venir meno del blocco sociale ha messo in moto una contrapposizione di interessi che dissolve le alleanze politiche. Berlusconi ora vorrebbe in extremis salvare il suo disegno di tagli fiscali, e di smantellamento del principio della progressività del sistema delle tasse (paga di più chi ha di più, paga di meno chi ha di meno), cercando i soldi nelle tasche di ceti e gruppi sociali che sono quelli di riferimento anche di partiti suoi alleati, come il partito di Fini o i cattolici moderati. Non funziona, non può funzionare.
L'occasione che si presenta adesso davanti alla sinistra è molto grande. Non è semplicemente la possibilità di vincere le elezioni, è molto di più: è l'opportunità di rovesciare il berlusconismo. Se la sinistra perde questa opportunità difficilmente potrà giocare nei prossimi anni il ruolo che le compete, e cioè quello di dirigere una profonda trasformazione dell'Italia, del suo modello sociale, delle relazioni economiche e industriali, dell'equilibrio tra i ceti e le classi, degli assetti che determinano la distribuzione delle risorse.
Cos'era il berlusconismo? Un'idea secondo la quale al centro di tutto è il profitto, le possibilità di aumentarlo, di reinvestirlo, di proteggerlo da meccanismi legislativi troppo pesanti e dalle mire redistributive dei sindacati e dei partiti di sinistra. Quindi il mercato come regolatore principale della Storia, e una concezione dello Stato non come moderatore ma come esaltatore del mercato. E l'impresa al posto d'onore nell'organizzazione della società, l'impresa vista non come una "parte" della società ma come rappresentante dell'interesse generale.
Di fronte alla crisi del berlusconismo - e dunque di questa concezione della comunità e dello Stato - la sinistra ha due scelte. La prima è una scelta conservatrice, la seconda è una scelta di rottura e di progetto. La prima scelta è quella di restare in attesa, in posizione subalterna. Facendo questo calcolo: comunque, la disfatta del centrodestra porta vantaggio e consensi a noi, non bisogna fare niente per impedire questo spostamento automatico dell'opinione pubblica. Stare fermi e raccogliere i frutti. Con quale programma? Quello di gestire la crisi del berlusconismo da una posizione di forza. Cioè offrendosi ai poteri forti come unica alternativa al disfacimento della destra. Una ciambella di salvataggio per la borghesia italiana, che si accorge di avere perso Berlusconi ma non intende perdere il proprio potere e la società dei profitti. Tommasi di Lampedusa diceva: i gatttopardi.
La seconda soluzione è quella di rottura. Candidarsi non al governo e basta, ma al governo di un processo di cambiamento profondo dell'Italia e di creazione di un modello nuovo. Un sistema fiscale più progressivo e più solidarista di prima, un sistema di leggi che sia a favore dei diritti e non dell'impresa, un sistema sociale aperto, che dia spazio e risorse ai migranti, che punti sulla sicurezza sociale e non sull'ordine pubblico, che sviluppi l'istruzione e il welfare. Per fare questo bisogna cambiare tutta la scala dei valori: il valore non è più lo sviluppo della ricchezza ma lo sviluppo della comunità. Badate che è una rivoluzione: l'obiettivo non è "avere di più", ma stare di più "insieme", in modo più egualitario, solidale, pacifico.
E' questa l'opportunità che abbiamo. Se facciamo la scelta dei Gattopardi la gettiamo via. Allora Berlusconi può anche perdere le elezioni ma resterà in sella. E' un banco di prova formidabile per quella nuova coalizione politica che è stata battezzata Gad. E' in queste settimane che la Gad può dimostrare di essere all'altezza dei suoi compiti o di non esserlo. Per essere all'altezza non deve pensare in nodo ossessionante solo a come vincere le elezioni, ma anche a come governare l'Italia, che è il problema vero.
Piero Sansonetti
sabato 20 novembre 2004
Ferdinando Camon, su Tuttolibri
maestri e allievi
La Stampa Tuttolibri 20.11.04
Maestro e allievo l’eros della dedizione
Le lezioni di Steiner: Socrate-Alcibiade, Abelardo-Eloisa, Heidegger-Arendt, un legame non per l'opera o lo studio, ma per la vita
di Ferdinando Camon
LA lettura di questo libro è un'avventura dello spirito. Steiner ragiona sui tipi di rapporto tra maestri e discepoli: i maestri che han distrutto i loro discepoli sia psicologicamente sia fisicamente («il dominio dell'anima ha i suoi vampiri»), i discepoli che hanno rinnegato e fatto morire i loro maestri, e infine il rapporto maestro-discepolo che genera un eros di reciproca dedizione, per cui insegnare diventa un insegnarsi, come nel legame Socrate-Alcibiade, Abelardo-Eloisa, Heidegger-Arendt. Un legame non per l'opera o per lo studio, ma per la vita. Si insegna «mediante l'esistenza». Perciò il mezzo primario per l'insegnamento è la parola, non la scrittura. La parola è contatto, la scrittura è distanza. L'insegnamento è lezione. Non in senso strettamente accademico: Schopenhauer e Nietzsche erano esterni all'università, Sartre insegnava al liceo, Wittgenstein disprezzava la cattedra, Freud non l'aveva. Non esiste vita all'infuori dell'insegnamento («io, pensionato, sono orfano», dice Steiner, che più tardi si vanta: «ho allievi in cinque continenti»). La fusione di insegnare con apprendere realizza una unione in cui è implicito l'erotismo: tanto è intenso il legame Socrate-Alcibiade, quanto è arido («desolato») il matrimonio di Socrate con Santippe (più avanti, all'intensità del legame Heidegger-Arendt fa da contrappunto il vuoto nel matrimonio Heidegger-Elfride, anche se Heidegger non lo ammette mai). La sessualità non può «mai» essere esclusa nel rapporto dell'insegnamento, perché è un rapporto che non esclude nulla. Il maestro dà più di quanto ha. Se dà quanto ha, è un pessimo maestro, che crea imitatori (come nelle scuole di scrittura, che sono un'assurdità). In realtà il vero maestro è colui che mette l'allievo in condizioni di superarlo. Il maestro deve «suicidarsi» nell'insegnamento, e trovare qui la propria realizzazione. L'allievo che non supera il maestro, magari perché muore prima, è un traditore. Anche se non c'è dolore più grande che vedersi superato, o spostato, o contraddetto. E' come sentirsi «nato per niente», per dirla con le parole di Tycho Brahe quando, in punto di morte, si vedeva smentito da Keplero.
I figli che uccidono i padri per diventare se stessi e crearsi lo spazio vitale, sono la spina dorsale nella ricerca di Steiner. Tra tutte, la storia di Heidegger che abbandona, umilia e deride il maestro Husserl, incamminandosi verso un'altra fenomenologia. Ma è soprattutto la storia del rapporto tra Brod e Kafka, in cui Brod, pubblicando postume le opera dell'amico-rivale, accetta di diventare un minore, un minimo, e di venire cancellato: qui «la suprema moralità diventa autodistruzione». Husserl aveva perso un figlio nella prima guerra mondiale, ma allevandosi Heidegger era convinto di essersi creato un altro figlio e un continuatore. La via per cui Heidegger scavalcò il maestro ha però dell'ambiguità per cui Heidegger tradisce anche se stesso, e le proprie premesse: quando Husserl viene espulso dall'insegnamento perché ebreo, Heidegger, che ha preso il suo posto ed è diventato rettore dell'università, mai lo aiuterà, e più tardi non andrà nemmeno al suo funerale, anzi eviterà persino di mandare un telegramma alla vedova. Su Heidegger che voleva diventare il Fuehrer del Fuehrer, Steiner ha qui delle pagine sottili ma non chiarissime, perché si fermano un passo prima della condanna. Come nel caso di Nietzsche (servì o non servì al nazismo per farsi un alibi?) o (ma niente lo costringeva a spingersi fin lì) a Toni Negri (è o non è responsabile dell'uso che han fatto delle sue teorie gli allievi asssassini?). Se il maestro è un pericoloso maestro, chi lo applica è lui responsabile dell'applicazione. Sì, sarà così. Ma il maestro è responsabile di aver costruito un sistema applicabile in quel modo, di aver condotto l'allievo a quel bivio. L'allievo fa il passo sbagliato. Ma è il maestro che lo ha portato a camminare fin sulla soglia dell'errore. Completando Steiner, vien voglia di pensare che se un maestro trova il trionfo nel vedersi scavalcato dal discepolo sulla strada della verità, un altro maestro dovrebbe trovare il fallimento nel vedere l'allievo, votato ai suoi principi, deviare verso il delitto o la strage. E' strano che un libro impiantato sul parricidio dei discepoli insista così poco, una sola pagina, su quei particolari maestri che han teorizzato il parricidio come insito nel dna dei figli, con tutto il seguito che ne viene, il senso di colpa e il bisogno di espiazione. Parlo dei grandi psicanalisti, Freud e Jung e Adler e Reich. Sì, questa è una critica al libro. Ma indica anche una voglia che il libro continui ancora, e non finisca mai.
(fercamon@libero.it)
Maestro e allievo l’eros della dedizione
Le lezioni di Steiner: Socrate-Alcibiade, Abelardo-Eloisa, Heidegger-Arendt, un legame non per l'opera o lo studio, ma per la vita
di Ferdinando Camon
LA lettura di questo libro è un'avventura dello spirito. Steiner ragiona sui tipi di rapporto tra maestri e discepoli: i maestri che han distrutto i loro discepoli sia psicologicamente sia fisicamente («il dominio dell'anima ha i suoi vampiri»), i discepoli che hanno rinnegato e fatto morire i loro maestri, e infine il rapporto maestro-discepolo che genera un eros di reciproca dedizione, per cui insegnare diventa un insegnarsi, come nel legame Socrate-Alcibiade, Abelardo-Eloisa, Heidegger-Arendt. Un legame non per l'opera o per lo studio, ma per la vita. Si insegna «mediante l'esistenza». Perciò il mezzo primario per l'insegnamento è la parola, non la scrittura. La parola è contatto, la scrittura è distanza. L'insegnamento è lezione. Non in senso strettamente accademico: Schopenhauer e Nietzsche erano esterni all'università, Sartre insegnava al liceo, Wittgenstein disprezzava la cattedra, Freud non l'aveva. Non esiste vita all'infuori dell'insegnamento («io, pensionato, sono orfano», dice Steiner, che più tardi si vanta: «ho allievi in cinque continenti»). La fusione di insegnare con apprendere realizza una unione in cui è implicito l'erotismo: tanto è intenso il legame Socrate-Alcibiade, quanto è arido («desolato») il matrimonio di Socrate con Santippe (più avanti, all'intensità del legame Heidegger-Arendt fa da contrappunto il vuoto nel matrimonio Heidegger-Elfride, anche se Heidegger non lo ammette mai). La sessualità non può «mai» essere esclusa nel rapporto dell'insegnamento, perché è un rapporto che non esclude nulla. Il maestro dà più di quanto ha. Se dà quanto ha, è un pessimo maestro, che crea imitatori (come nelle scuole di scrittura, che sono un'assurdità). In realtà il vero maestro è colui che mette l'allievo in condizioni di superarlo. Il maestro deve «suicidarsi» nell'insegnamento, e trovare qui la propria realizzazione. L'allievo che non supera il maestro, magari perché muore prima, è un traditore. Anche se non c'è dolore più grande che vedersi superato, o spostato, o contraddetto. E' come sentirsi «nato per niente», per dirla con le parole di Tycho Brahe quando, in punto di morte, si vedeva smentito da Keplero.
I figli che uccidono i padri per diventare se stessi e crearsi lo spazio vitale, sono la spina dorsale nella ricerca di Steiner. Tra tutte, la storia di Heidegger che abbandona, umilia e deride il maestro Husserl, incamminandosi verso un'altra fenomenologia. Ma è soprattutto la storia del rapporto tra Brod e Kafka, in cui Brod, pubblicando postume le opera dell'amico-rivale, accetta di diventare un minore, un minimo, e di venire cancellato: qui «la suprema moralità diventa autodistruzione». Husserl aveva perso un figlio nella prima guerra mondiale, ma allevandosi Heidegger era convinto di essersi creato un altro figlio e un continuatore. La via per cui Heidegger scavalcò il maestro ha però dell'ambiguità per cui Heidegger tradisce anche se stesso, e le proprie premesse: quando Husserl viene espulso dall'insegnamento perché ebreo, Heidegger, che ha preso il suo posto ed è diventato rettore dell'università, mai lo aiuterà, e più tardi non andrà nemmeno al suo funerale, anzi eviterà persino di mandare un telegramma alla vedova. Su Heidegger che voleva diventare il Fuehrer del Fuehrer, Steiner ha qui delle pagine sottili ma non chiarissime, perché si fermano un passo prima della condanna. Come nel caso di Nietzsche (servì o non servì al nazismo per farsi un alibi?) o (ma niente lo costringeva a spingersi fin lì) a Toni Negri (è o non è responsabile dell'uso che han fatto delle sue teorie gli allievi asssassini?). Se il maestro è un pericoloso maestro, chi lo applica è lui responsabile dell'applicazione. Sì, sarà così. Ma il maestro è responsabile di aver costruito un sistema applicabile in quel modo, di aver condotto l'allievo a quel bivio. L'allievo fa il passo sbagliato. Ma è il maestro che lo ha portato a camminare fin sulla soglia dell'errore. Completando Steiner, vien voglia di pensare che se un maestro trova il trionfo nel vedersi scavalcato dal discepolo sulla strada della verità, un altro maestro dovrebbe trovare il fallimento nel vedere l'allievo, votato ai suoi principi, deviare verso il delitto o la strage. E' strano che un libro impiantato sul parricidio dei discepoli insista così poco, una sola pagina, su quei particolari maestri che han teorizzato il parricidio come insito nel dna dei figli, con tutto il seguito che ne viene, il senso di colpa e il bisogno di espiazione. Parlo dei grandi psicanalisti, Freud e Jung e Adler e Reich. Sì, questa è una critica al libro. Ma indica anche una voglia che il libro continui ancora, e non finisca mai.
(fercamon@libero.it)
a Firenze
il congresso dell'Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (UAAR)
Repubblica 20.11.04
Il congresso
Atei e agnostici razionalisti: no al privilegio cattolico
Sergio Staino spiega perché ha aderito all'Unione
di FULVIO PALOSCIA
«L'altro giorno una mia collaboratrice è andata all´ufficio postale. Prima di lei, in coda, c'era un signore che inviava una lettera di protesta al presidente Ciampi. Senza francobollo com'è sempre stata prassi. E invece non è più così. "Da quando le poste sono state privatizzate, solo al Papa si mandano lettere in franchigia" ha detto l'impiegata allo sportello». Certo, questa non è la ragione che ha spinto Sergio Staino ad aderire all'Uaar, l'Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, «ma il fatto che il privilegio cattolico faccia sentire la sua forza anche nelle piccole cose quotidiane rafforza la mia scelta». Perché chi appartiene all'Uaar (e sono nomi illustri come Margherita Hack e Piergiorgio Odifreddi) rivendica la laicità dello stato, stigmatizza gli interventi del Vaticano nella cosa pubblica: dalle coppie di fatto alle aperture dei negozi la domenica. Di tutto questo si parlerà nel sesto congresso nazionale, oggi e domani al Palacongressi, al quale Staino interverrà: «La mia adesione all'Uaar - racconta - risale ad un anno fa dopo una lunga riflessione sull'Ulivo, che unisce i pochi resti del marxismo ai cattolici. Sodalizio che accetto, ma in cui non mi riconosco totalmente. Ecco, quello scarto tra il mio essere ateo e l'Ulivo l'ho dirottato sull'Uaar. Credo anche che da queste associazioni potrà essere portato avanti il dibattito con la chiesa su temi come la procreazione assistita, le cellule staminali. E l'insegnamento della religione nella scuola, che indigna anche molti cattolici illuminati. Certe volte mi scopro a pensare che Padre Balducci avrebbe senza dubbio guardato con curiosità a questa associazione e, nella sua visione panteistica della realtà, l'avrebbe sicuramente indicata come esempio di vera fede».
sestopotere.com
CROCIFISSI NELLE SCUOLE, GLI ATEI E GLI AGNOSTICI ITALIANI SI PRONUNCIANO A CONGRESSO
(Sesto Potere) - Firenze - 16 novembre 2004 - Nei giorni di sabato 20 e domenica 21 novembre 2004 si terrà a Firenze, con il patrocinio della Regione Toscana, il VI congresso nazionale dell’UAAR, l'Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti.
L’associazione - costituitasi di fatto nel 1987 e legalmente nel 1991 - presentandosi al pubblico con dibattiti e altre iniziative ritiene di fondamentale importanza la partecipazione al congresso di tutti i soci (sono 200 i delegati), al fine di confrontarsi sulle molte tematiche che hanno reso, in questi ultimi anni, la realizzazione della laicità "sempre più problematica" ma, al contempo, ritenuta "sempre più indispensabile nel nostro Paese e nel contesto internazionale".
Il congresso dell'Uaar potrà fare da cassa di risonanza alla campagna nazionale dal titolo 'Scrocifiggiamo l' Italia' e precederà l'attesa pronuncia della Corte costituzionale sulla vicenda dei crocefissi nelle aule scolastiche.
Gli obiettivi primari dell’UAAR rimangono la lotta per la libertà e l’effettiva laicità dello Stato contro ogni forma di discriminazione e di intolleranza, e l’approfondimento del pensiero razionalistico e scientifico come fattori di emancipazione culturale e sociale.
L' Unione atei e agnostici razionalisti conta 19 circoli e altri 3 in costruzione, disseminati in varie regioni d' Italia e vanta tra i componenti del comitato di presidenza studiosi come Margherita Hack e Piergiorgio Odifreddi.(Sesto Potere)
Il congresso
Atei e agnostici razionalisti: no al privilegio cattolico
Sergio Staino spiega perché ha aderito all'Unione
di FULVIO PALOSCIA
«L'altro giorno una mia collaboratrice è andata all´ufficio postale. Prima di lei, in coda, c'era un signore che inviava una lettera di protesta al presidente Ciampi. Senza francobollo com'è sempre stata prassi. E invece non è più così. "Da quando le poste sono state privatizzate, solo al Papa si mandano lettere in franchigia" ha detto l'impiegata allo sportello». Certo, questa non è la ragione che ha spinto Sergio Staino ad aderire all'Uaar, l'Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, «ma il fatto che il privilegio cattolico faccia sentire la sua forza anche nelle piccole cose quotidiane rafforza la mia scelta». Perché chi appartiene all'Uaar (e sono nomi illustri come Margherita Hack e Piergiorgio Odifreddi) rivendica la laicità dello stato, stigmatizza gli interventi del Vaticano nella cosa pubblica: dalle coppie di fatto alle aperture dei negozi la domenica. Di tutto questo si parlerà nel sesto congresso nazionale, oggi e domani al Palacongressi, al quale Staino interverrà: «La mia adesione all'Uaar - racconta - risale ad un anno fa dopo una lunga riflessione sull'Ulivo, che unisce i pochi resti del marxismo ai cattolici. Sodalizio che accetto, ma in cui non mi riconosco totalmente. Ecco, quello scarto tra il mio essere ateo e l'Ulivo l'ho dirottato sull'Uaar. Credo anche che da queste associazioni potrà essere portato avanti il dibattito con la chiesa su temi come la procreazione assistita, le cellule staminali. E l'insegnamento della religione nella scuola, che indigna anche molti cattolici illuminati. Certe volte mi scopro a pensare che Padre Balducci avrebbe senza dubbio guardato con curiosità a questa associazione e, nella sua visione panteistica della realtà, l'avrebbe sicuramente indicata come esempio di vera fede».
sestopotere.com
CROCIFISSI NELLE SCUOLE, GLI ATEI E GLI AGNOSTICI ITALIANI SI PRONUNCIANO A CONGRESSO
(Sesto Potere) - Firenze - 16 novembre 2004 - Nei giorni di sabato 20 e domenica 21 novembre 2004 si terrà a Firenze, con il patrocinio della Regione Toscana, il VI congresso nazionale dell’UAAR, l'Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti.
L’associazione - costituitasi di fatto nel 1987 e legalmente nel 1991 - presentandosi al pubblico con dibattiti e altre iniziative ritiene di fondamentale importanza la partecipazione al congresso di tutti i soci (sono 200 i delegati), al fine di confrontarsi sulle molte tematiche che hanno reso, in questi ultimi anni, la realizzazione della laicità "sempre più problematica" ma, al contempo, ritenuta "sempre più indispensabile nel nostro Paese e nel contesto internazionale".
Il congresso dell'Uaar potrà fare da cassa di risonanza alla campagna nazionale dal titolo 'Scrocifiggiamo l' Italia' e precederà l'attesa pronuncia della Corte costituzionale sulla vicenda dei crocefissi nelle aule scolastiche.
Gli obiettivi primari dell’UAAR rimangono la lotta per la libertà e l’effettiva laicità dello Stato contro ogni forma di discriminazione e di intolleranza, e l’approfondimento del pensiero razionalistico e scientifico come fattori di emancipazione culturale e sociale.
L' Unione atei e agnostici razionalisti conta 19 circoli e altri 3 in costruzione, disseminati in varie regioni d' Italia e vanta tra i componenti del comitato di presidenza studiosi come Margherita Hack e Piergiorgio Odifreddi.(Sesto Potere)
Ds
una proposta di legge sulla fecondazione
per impedire il referendum
Repubblica 20.11.04
Senato, 17 articoli presentati da Angius. "Sugli embrioni decida la coppia"
"Sì alla fecondazione eterologa" ecco il disegno di legge dei Ds
ROMA - Tutela della salute della donna e del nascituro, libertà di accesso alla procreazione assistita, diritto del nascituro ad una identità certa e a un patrimonio genetico non manipolato, sì alla fecondazione eterologa. E ancora, divieto di disconoscere il figlio nato grazie il ricorso alla provetta, mentre sulla questione degli embrioni sovrannumerari, e dei limiti della ricerca scientifica, si stabilisce il principio di lasciare alla coppia la facoltà di decidere sul destino degli embrioni.
Sono questi i punti principali del disegno di legge presentato dal capogruppo Angius e da altri senatori diessini in materia di procreazione assistita. «Abbiamo deciso di presentare questo nuovo testo - si legge nella relazione - perché, a pochi mesi dall´approvazione della legge e del deposito in Cassazione di migliaia di firme sui referendum con cui tantissimi cittadini hanno espresso il loro profondo disaccordo con le norme approvate, diversi disegni di legge di modifica sono stati presentati in Parlamento... A nostro avviso questo non fa altro che confermare quanto dicemmo: il Parlamento ha varato una legge ingiusta, profondamente errata nei contenuti, lontana dalla buona pratica medica, una legge che non ha retto alla prova dei fatti.
Senato, 17 articoli presentati da Angius. "Sugli embrioni decida la coppia"
"Sì alla fecondazione eterologa" ecco il disegno di legge dei Ds
ROMA - Tutela della salute della donna e del nascituro, libertà di accesso alla procreazione assistita, diritto del nascituro ad una identità certa e a un patrimonio genetico non manipolato, sì alla fecondazione eterologa. E ancora, divieto di disconoscere il figlio nato grazie il ricorso alla provetta, mentre sulla questione degli embrioni sovrannumerari, e dei limiti della ricerca scientifica, si stabilisce il principio di lasciare alla coppia la facoltà di decidere sul destino degli embrioni.
Sono questi i punti principali del disegno di legge presentato dal capogruppo Angius e da altri senatori diessini in materia di procreazione assistita. «Abbiamo deciso di presentare questo nuovo testo - si legge nella relazione - perché, a pochi mesi dall´approvazione della legge e del deposito in Cassazione di migliaia di firme sui referendum con cui tantissimi cittadini hanno espresso il loro profondo disaccordo con le norme approvate, diversi disegni di legge di modifica sono stati presentati in Parlamento... A nostro avviso questo non fa altro che confermare quanto dicemmo: il Parlamento ha varato una legge ingiusta, profondamente errata nei contenuti, lontana dalla buona pratica medica, una legge che non ha retto alla prova dei fatti.
abusi all'infanzia
Repubblica 20.11.04
LO STUDIO
L'Università di Milano ha condotto una ricerca sui ragazzi delle scuole medie superiori. L'Italia non è più "un'isola felice"
Abusi sessuali, l'allarme sommerso
Uno studente su 7 rivela violenze subite nell'infanzia
Raramente si tratta di episodi gravi ma lasciano comunque segni indelebili
Le vittime sono soprattutto femmine gli aggressori sono spesso in famiglia
di MARIA STELLA CONTE
ROMA - Avete mai spiato un animale in trappola? Chi ha guardato negli occhi di una bambina vittima di abusi sessuali, dice di aver visto qualcosa del genere: la stessa incapacità di reagire, lo stesso smarrimento. Perché a 8 anni non c´è scampo. A 8 anni non resta che sopportare e compiacere chi ti tiene in pugno. Aspettare che passi. Tacere. Un bambino su 7 subisce molestie sessuali. Femmine soprattutto. E i bracconieri sono i nonni, gli zii, i cugini, gli amici di famiglia; assai meno i genitori. Insomma no, l´Italia non è l´"isola felice" che conta non più di qualche centinaio di casi sfortunati l´anno. «I numeri ufficiali, se confrontati alle statistiche nazionali di altri Paesi, mostrano una situazione quanto meno irreale. Prendiamo gli Stati Uniti: fatte le debite proporzioni, l´Italia avrebbe rispetto agli Usa un tasso di vittimizzazione sessuale di 40 volte inferiore. Cosa poco credibile, a meno che non si pensi che la nostra sia una nazione talmente speciale da poter insegnare al resto del mondo il segreto della sua diversità». Il professor Alberto Pellai, ricercatore presso l´Istituto di Igiene e Medicina preventiva dell´Università degli Studi di Milano, è una vita che studia gli abusi sessuali e a questa che chiama «un´epidemia silenziosa», ha dedicato ora un libro, «Un´ombra sul cuore» a giorni in libreria per la Franco Angeli.
Centosettanta pagine che hanno come ossatura una ricerca svolta in 46 istituti superiori di Milano: 212 quinte, 2.839 questionari validi. Risultato: il 14,6 per cento dei ragazzi e delle ragazze ha dichiarato di aver subito durante l´infanzia un qualche abuso sessuale. Che non significa necessariamente violenza carnale, stupro, incesto. Ma essere stati costretti a qualsiasi cosa partorisca la miseria della mente umana: obbligati a guardare materiale pornografico; a toccare gli organi genitali di un adulto o a essere toccati; a masturbare; ad avere rapporti orali. Fino alla penetrazione. Il 12,3 per cento ha subito abusi lievi; il 2,3 gravi. Il dato è sorprendente se paragonato alle cifre ufficiali «ma riporta l´Italia ai valori europei. E´ vero, la nostra indagine è stata svolta a Milano, riteniamo però che i risultati siano attendibili anche a livello nazionale, sia perché sono in linea con tutti gli studi epidemiologici internazionali; sia perché le poche altre indagini effettuate in Italia - in Veneto, ad esempio, o a Torino - arrivano a conclusioni assolutamente sovrapponibili alle nostre».
Storie tristissime quelle raccontate dagli studenti di Pellai: ragazzi qualsiasi dalle vite qualsiasi. Storie che ti fanno venire l´angoscia: magari è accaduto anche a mia figlia e non lo so e l´ho lasciata sola. Perché una cosa li accomuna tutti: il silenzio. C´è Lorenza che veniva accarezzata dal padre. C´è Paola con il compagno della madre. E Sonia tradita dal maestro. Ecco la cosa tremenda: non sono vite violente. Qui, non troverete sangue, botte, massacri. Qui troverete solo una agghiacciante "normalità"; una ragnatela costruita ad arte con parole d´affetto, con sguardi dolci, con spregevole tenerezza. Troverete il buco della memoria nella quale ogni adolescente ha sepolto il danno subito e il dolore, come fossero stati un pedaggio da pagare per conquistare la vita domani. Avevano circa 10 anni la prima volta che qualcuno li ha costretti a guardare materiale porno; 12 quando li hanno toccati; 11 quando sono stati obbligati a toccare i genitali di un adulto; 13 alla loro prima masturbazione di un grande; 13 i maschi e 15 le femmine al primo rapporto orale o alla penetrazione. Si parla tanto di incesto - dice Pellai - ma tra gli abusi, sono "solo" il 10 per cento. Per il resto il pericolo sta negli avvoltoi che hanno sembianze di amici e parenti vari. Sta nella cecità dei genitori. Avete mai visto un animale in trappola? Il capitolo quinto inizia così.
[...]
i bambini poveri
[...]
L´indagine indaga anche a livello internazionale, svela quello che c´è oltre il nostro salotto: sopravvive in un mondo rabbioso un´infanzia fatta di povertà, traffico di organi, sfruttamento sessuale. Un´infanzia deprivata e abusata a tratti minacciosamente simile a quella che compare in alcune nostre periferie, nel sud, nei nostri angoli bui.
Povertà. Nel 2003 si contano in Italia quasi due milioni di bambini poveri, la maggioranza vive a Sud (circa 1.365 mila), segue il Nord (340 mila) e il Centro (285 mila). La povertà delle famiglie cresce con l´aumentare dei figli fino a sfiorare il 30 per cento tra quelle con tre o più bambini. L´Italia occupa il quarto posto nella graduatoria degli stati europei con i maggiori tassi di povertà infantile, preceduta da Gran Bretagna, Portogallo e Spagna.
[...]
LO STUDIO
L'Università di Milano ha condotto una ricerca sui ragazzi delle scuole medie superiori. L'Italia non è più "un'isola felice"
Abusi sessuali, l'allarme sommerso
Uno studente su 7 rivela violenze subite nell'infanzia
Raramente si tratta di episodi gravi ma lasciano comunque segni indelebili
Le vittime sono soprattutto femmine gli aggressori sono spesso in famiglia
di MARIA STELLA CONTE
ROMA - Avete mai spiato un animale in trappola? Chi ha guardato negli occhi di una bambina vittima di abusi sessuali, dice di aver visto qualcosa del genere: la stessa incapacità di reagire, lo stesso smarrimento. Perché a 8 anni non c´è scampo. A 8 anni non resta che sopportare e compiacere chi ti tiene in pugno. Aspettare che passi. Tacere. Un bambino su 7 subisce molestie sessuali. Femmine soprattutto. E i bracconieri sono i nonni, gli zii, i cugini, gli amici di famiglia; assai meno i genitori. Insomma no, l´Italia non è l´"isola felice" che conta non più di qualche centinaio di casi sfortunati l´anno. «I numeri ufficiali, se confrontati alle statistiche nazionali di altri Paesi, mostrano una situazione quanto meno irreale. Prendiamo gli Stati Uniti: fatte le debite proporzioni, l´Italia avrebbe rispetto agli Usa un tasso di vittimizzazione sessuale di 40 volte inferiore. Cosa poco credibile, a meno che non si pensi che la nostra sia una nazione talmente speciale da poter insegnare al resto del mondo il segreto della sua diversità». Il professor Alberto Pellai, ricercatore presso l´Istituto di Igiene e Medicina preventiva dell´Università degli Studi di Milano, è una vita che studia gli abusi sessuali e a questa che chiama «un´epidemia silenziosa», ha dedicato ora un libro, «Un´ombra sul cuore» a giorni in libreria per la Franco Angeli.
Centosettanta pagine che hanno come ossatura una ricerca svolta in 46 istituti superiori di Milano: 212 quinte, 2.839 questionari validi. Risultato: il 14,6 per cento dei ragazzi e delle ragazze ha dichiarato di aver subito durante l´infanzia un qualche abuso sessuale. Che non significa necessariamente violenza carnale, stupro, incesto. Ma essere stati costretti a qualsiasi cosa partorisca la miseria della mente umana: obbligati a guardare materiale pornografico; a toccare gli organi genitali di un adulto o a essere toccati; a masturbare; ad avere rapporti orali. Fino alla penetrazione. Il 12,3 per cento ha subito abusi lievi; il 2,3 gravi. Il dato è sorprendente se paragonato alle cifre ufficiali «ma riporta l´Italia ai valori europei. E´ vero, la nostra indagine è stata svolta a Milano, riteniamo però che i risultati siano attendibili anche a livello nazionale, sia perché sono in linea con tutti gli studi epidemiologici internazionali; sia perché le poche altre indagini effettuate in Italia - in Veneto, ad esempio, o a Torino - arrivano a conclusioni assolutamente sovrapponibili alle nostre».
Storie tristissime quelle raccontate dagli studenti di Pellai: ragazzi qualsiasi dalle vite qualsiasi. Storie che ti fanno venire l´angoscia: magari è accaduto anche a mia figlia e non lo so e l´ho lasciata sola. Perché una cosa li accomuna tutti: il silenzio. C´è Lorenza che veniva accarezzata dal padre. C´è Paola con il compagno della madre. E Sonia tradita dal maestro. Ecco la cosa tremenda: non sono vite violente. Qui, non troverete sangue, botte, massacri. Qui troverete solo una agghiacciante "normalità"; una ragnatela costruita ad arte con parole d´affetto, con sguardi dolci, con spregevole tenerezza. Troverete il buco della memoria nella quale ogni adolescente ha sepolto il danno subito e il dolore, come fossero stati un pedaggio da pagare per conquistare la vita domani. Avevano circa 10 anni la prima volta che qualcuno li ha costretti a guardare materiale porno; 12 quando li hanno toccati; 11 quando sono stati obbligati a toccare i genitali di un adulto; 13 alla loro prima masturbazione di un grande; 13 i maschi e 15 le femmine al primo rapporto orale o alla penetrazione. Si parla tanto di incesto - dice Pellai - ma tra gli abusi, sono "solo" il 10 per cento. Per il resto il pericolo sta negli avvoltoi che hanno sembianze di amici e parenti vari. Sta nella cecità dei genitori. Avete mai visto un animale in trappola? Il capitolo quinto inizia così.
[...]
i bambini poveri
[...]
L´indagine indaga anche a livello internazionale, svela quello che c´è oltre il nostro salotto: sopravvive in un mondo rabbioso un´infanzia fatta di povertà, traffico di organi, sfruttamento sessuale. Un´infanzia deprivata e abusata a tratti minacciosamente simile a quella che compare in alcune nostre periferie, nel sud, nei nostri angoli bui.
Povertà. Nel 2003 si contano in Italia quasi due milioni di bambini poveri, la maggioranza vive a Sud (circa 1.365 mila), segue il Nord (340 mila) e il Centro (285 mila). La povertà delle famiglie cresce con l´aumentare dei figli fino a sfiorare il 30 per cento tra quelle con tre o più bambini. L´Italia occupa il quarto posto nella graduatoria degli stati europei con i maggiori tassi di povertà infantile, preceduta da Gran Bretagna, Portogallo e Spagna.
[...]
se ci sei batti un colpo:
la società di psicoanalisi
Repubblica 20.11.04
"Non esistono criteri in grado di stabilire l´idoneità a indossare la toga"
La Società di psicanalisi contesta i test attitudinali per i magistrati
ROMA - Anche gli analisti seguaci di Freud bocciano la riforma dell´ordinamento giudiziario. In particolare la contestata previsione che una toga, prima d´essere abilitata, debba sostenere test psicoattitudinali. La Società psicoanalitica italiana esprime «la più decisa contrarietà, disapprovazione, preoccupazione». In un appello firmato da un centinaio d´analisti, definisce «tecnica» la contestazione. Scrive: «La norma sembra proporre una forma di valutazione predittiva psicologico-psichiatrica, presupponendo una capacità "scientifica" e tecnica di discriminare, attraverso test e colloqui, la specifica idoneità. È doveroso chiarire che nessun tecnico, anche solo minimamente competente in materia, saprebbe in coscienza avallare una simile supposizione o presunzione. Ciò non per un´insufficienza dei nostri strumenti d´indagine, ma in ragione di più cogenti criteri metodologici che impediscono la costruzione di griglie riduttive attendibili, atte a testare funzioni così complesse, che coinvolgono ideali, motivazioni, passioni, interessi, come se si trattasse di mere capacità oggettivamente standardizzabili».
"Non esistono criteri in grado di stabilire l´idoneità a indossare la toga"
La Società di psicanalisi contesta i test attitudinali per i magistrati
ROMA - Anche gli analisti seguaci di Freud bocciano la riforma dell´ordinamento giudiziario. In particolare la contestata previsione che una toga, prima d´essere abilitata, debba sostenere test psicoattitudinali. La Società psicoanalitica italiana esprime «la più decisa contrarietà, disapprovazione, preoccupazione». In un appello firmato da un centinaio d´analisti, definisce «tecnica» la contestazione. Scrive: «La norma sembra proporre una forma di valutazione predittiva psicologico-psichiatrica, presupponendo una capacità "scientifica" e tecnica di discriminare, attraverso test e colloqui, la specifica idoneità. È doveroso chiarire che nessun tecnico, anche solo minimamente competente in materia, saprebbe in coscienza avallare una simile supposizione o presunzione. Ciò non per un´insufficienza dei nostri strumenti d´indagine, ma in ragione di più cogenti criteri metodologici che impediscono la costruzione di griglie riduttive attendibili, atte a testare funzioni così complesse, che coinvolgono ideali, motivazioni, passioni, interessi, come se si trattasse di mere capacità oggettivamente standardizzabili».
venerdì 19 novembre 2004
sinistra, la questione della nonviolenza
Liberazione: intervista a Krippendorff
Liberazione 19.11.04
Intervista al politologo tedesco Ekkehart Krippendorff
Oltre Macchiavelli
Ripensare la politica
di Antonella Marrone
Ekkehart Krippendorff, politologo tedesco, ha pubblicato in Italia, nel 2003, L'arte di non essere governati (Fazi Editore) e quest'anno, sempre per la stessa casa editrice, Critica della politica estera, atto di accusa alle strategie di dominio che guidano la politica estera degli Stati e che regolano le relazioni internazionali in una visione del mondo insensata e distorta. Con alcuni capitoli molto belli dedicati al linguaggio della politica estera, alla guerra del Kosovo («Erano state veramente prese in esame tutte le vie pacifiche? La risposta è sì: tutte le vie note ad una classe politica allenata a pensare per categorie di potere e di violenza. Questi sono i ristretti mezzi e metodi dei manager del potere...») e per chi non le avesse già lette, le "Dieci tesi per una prospettiva di sinistra". Al centro del dibattito a sinistra Krippendorf pone una questione che trova la sua perfetta sintesi nella frase di Immanuel Kant, «La vera politica non può fare nessun passo se prima non ha reso omaggio alla morale».
Prof. Krippendorff, morale, democrazia, società. Secondo lei la sinistra deve "ritrovare" un'ideologia, o meglio, deve ridisegnare una visione del mondo rendendo omaggio alla morale?
Il termine ideologia non mi piace, ma la politica va ripensata eccome. Oggi è rimasta un gioco di potere che non ha niente a che fare con la democrazia. "Acquisto del potere, mantenimento del potere, perdita del potere", questo è Machiavelli, questa è la sola idea di politica che governa gli Stati. La sinistra si è accodata. Ma deve riflettere su questo punto: il potere, da solo, non è democratico, non è sinonimo di democrazia. La politica era autonomia e autogestione della polis, autogoverno. Che cosa siamo oggi se non semplici spettatori della cosa pubblica, del teatro della cosa pubblica. La società civile si trova di fronte ad uno spettacolo: commenta, critica, ma in sostanza resta spettatrice, non è attiva nella partecipazione democratica. Questo è riduzionismo della politica, è lasciare che il concetto di Machiavelli resti l'idea egemonica della politica
Lei ha scritto che la sinistra non è uno scopo, ma un metodo...
La democrazia è un metodo, il metodo della persuasione, della discussione, il diritto delle minoranze. Lo Stato Costituzionale è metodo. A poche settimane dalla "catastrofe" americana possiamo analizzare che il metodo usato nella campagna elettorale, le norme che l'hanno guidata, sono norme che prefigurano un metodo antidemocratico che usa contro l'opposizione il vilipendio, la violenza verbale, la discriminazione. È un indicatore fondamentale delle intenzioni dei protagonisti politici una volta arrivati al potere. Se queste sono le norme che seguiranno, non faranno che una politica di questo tipo, usando la bugia come metodo di comando. Un metodo pulito, invece, è garanzia di politica pulita. Se accettiamo l'idea che politica vuol dire sporcarsi le mani, siamo già perdenti. Certo, so che certi compromessi possono essere fatti, non mi sento come l'Idiota di Dostoevskji. Ma riuscire ad ogni costo vuol dire perdere l'anima. La sinistra originariamente doveva riorganizzare il potere e non limitarsi a gestire quello che c'era. In sintesi: avrebbe dovuto gestire lo Stato in maniera diversa. Ora vuole dirigerlo così com'è.
Pensa che la nonviolenza possa essere uno dei tratti del metodo di cui parla?
La nonviolenza è esattamente l'altro metodo. È la politica come persuasione e dialogo, la politica che non fa ricorso alle armi e alla violenza. La democrazia ha bisogno di tempo, in democrazia bisogna dare tempo agli altri, discutere, ascoltare. Pensare alla forza come strumento di soluzione dei conflitti è una riduzione della complessità del sociale. In altre parole è una soluzione "facile" e per questo, capisco, molto seducente. Quando sembra che non ci sia più nulla da fare si mandano le truppe, si occupa ed è tutto sotto controllo. Molti analisti politici, abbiamo visto, sono del tutto soggiogati da questa semplicità di pensiero.
Lei ha anche scritto: «Essere di sinistra consiste nel piacere intellettuale di avere sempre ragione». A parte il fatto che il politico di professione avrebbe molto da obiettare in proposito, si sente comunque un vuoto di pensiero a sinistra. Forse il piacere di avere sempre ragione non è attuale o non è abbastanza gratificante.
Gli intellettuali a sinistra devono sentirsi obbligati a prendere posizione, non si può restare a guardare o ad accettare le soluzioni più facili. Devono proporre soluzioni non violente e politiche. L'impegno è etico, è neccessario tornare ad essere idealisti, riscoprire valori morali. Guardi in Italia. Dov'è la sinistra italiana? Berlusconi ha distrutto l'entusiasmo della sinistra, ha costretto tutti a diventare più cinici, e dunque inaffidabili. Si tratta di puro tatticismo e il problema è che nessuno sa più che cosa c'è dietro, quali idee e quali valori.
Intervista al politologo tedesco Ekkehart Krippendorff
Oltre Macchiavelli
Ripensare la politica
di Antonella Marrone
Ekkehart Krippendorff, politologo tedesco, ha pubblicato in Italia, nel 2003, L'arte di non essere governati (Fazi Editore) e quest'anno, sempre per la stessa casa editrice, Critica della politica estera, atto di accusa alle strategie di dominio che guidano la politica estera degli Stati e che regolano le relazioni internazionali in una visione del mondo insensata e distorta. Con alcuni capitoli molto belli dedicati al linguaggio della politica estera, alla guerra del Kosovo («Erano state veramente prese in esame tutte le vie pacifiche? La risposta è sì: tutte le vie note ad una classe politica allenata a pensare per categorie di potere e di violenza. Questi sono i ristretti mezzi e metodi dei manager del potere...») e per chi non le avesse già lette, le "Dieci tesi per una prospettiva di sinistra". Al centro del dibattito a sinistra Krippendorf pone una questione che trova la sua perfetta sintesi nella frase di Immanuel Kant, «La vera politica non può fare nessun passo se prima non ha reso omaggio alla morale».
Prof. Krippendorff, morale, democrazia, società. Secondo lei la sinistra deve "ritrovare" un'ideologia, o meglio, deve ridisegnare una visione del mondo rendendo omaggio alla morale?
Il termine ideologia non mi piace, ma la politica va ripensata eccome. Oggi è rimasta un gioco di potere che non ha niente a che fare con la democrazia. "Acquisto del potere, mantenimento del potere, perdita del potere", questo è Machiavelli, questa è la sola idea di politica che governa gli Stati. La sinistra si è accodata. Ma deve riflettere su questo punto: il potere, da solo, non è democratico, non è sinonimo di democrazia. La politica era autonomia e autogestione della polis, autogoverno. Che cosa siamo oggi se non semplici spettatori della cosa pubblica, del teatro della cosa pubblica. La società civile si trova di fronte ad uno spettacolo: commenta, critica, ma in sostanza resta spettatrice, non è attiva nella partecipazione democratica. Questo è riduzionismo della politica, è lasciare che il concetto di Machiavelli resti l'idea egemonica della politica
Lei ha scritto che la sinistra non è uno scopo, ma un metodo...
La democrazia è un metodo, il metodo della persuasione, della discussione, il diritto delle minoranze. Lo Stato Costituzionale è metodo. A poche settimane dalla "catastrofe" americana possiamo analizzare che il metodo usato nella campagna elettorale, le norme che l'hanno guidata, sono norme che prefigurano un metodo antidemocratico che usa contro l'opposizione il vilipendio, la violenza verbale, la discriminazione. È un indicatore fondamentale delle intenzioni dei protagonisti politici una volta arrivati al potere. Se queste sono le norme che seguiranno, non faranno che una politica di questo tipo, usando la bugia come metodo di comando. Un metodo pulito, invece, è garanzia di politica pulita. Se accettiamo l'idea che politica vuol dire sporcarsi le mani, siamo già perdenti. Certo, so che certi compromessi possono essere fatti, non mi sento come l'Idiota di Dostoevskji. Ma riuscire ad ogni costo vuol dire perdere l'anima. La sinistra originariamente doveva riorganizzare il potere e non limitarsi a gestire quello che c'era. In sintesi: avrebbe dovuto gestire lo Stato in maniera diversa. Ora vuole dirigerlo così com'è.
Pensa che la nonviolenza possa essere uno dei tratti del metodo di cui parla?
La nonviolenza è esattamente l'altro metodo. È la politica come persuasione e dialogo, la politica che non fa ricorso alle armi e alla violenza. La democrazia ha bisogno di tempo, in democrazia bisogna dare tempo agli altri, discutere, ascoltare. Pensare alla forza come strumento di soluzione dei conflitti è una riduzione della complessità del sociale. In altre parole è una soluzione "facile" e per questo, capisco, molto seducente. Quando sembra che non ci sia più nulla da fare si mandano le truppe, si occupa ed è tutto sotto controllo. Molti analisti politici, abbiamo visto, sono del tutto soggiogati da questa semplicità di pensiero.
Lei ha anche scritto: «Essere di sinistra consiste nel piacere intellettuale di avere sempre ragione». A parte il fatto che il politico di professione avrebbe molto da obiettare in proposito, si sente comunque un vuoto di pensiero a sinistra. Forse il piacere di avere sempre ragione non è attuale o non è abbastanza gratificante.
Gli intellettuali a sinistra devono sentirsi obbligati a prendere posizione, non si può restare a guardare o ad accettare le soluzioni più facili. Devono proporre soluzioni non violente e politiche. L'impegno è etico, è neccessario tornare ad essere idealisti, riscoprire valori morali. Guardi in Italia. Dov'è la sinistra italiana? Berlusconi ha distrutto l'entusiasmo della sinistra, ha costretto tutti a diventare più cinici, e dunque inaffidabili. Si tratta di puro tatticismo e il problema è che nessuno sa più che cosa c'è dietro, quali idee e quali valori.
sinistra: il problema del pensiero religioso
Liberazione: intervista a Massimo Cacciari
Liberazione, 19.11.04
FEDE E RAGIONE DELL'OCCIDENTE
Intervista al filosofo Massimo Cacciari
di Tonino Bucci
Non esiste altra coppia più evocativa e carica di allusioni nel pensiero occidentale della relazione tra fede e ragione. Attorno ai due termini siè non solo sedimentato un vero e proprio patrimonio filosofico, ma anche una storia di connessioni e conflitti filtrati attraverso le varie epoche. Se si volesse dare un'immagine figurativa di queste due protagoniste della tradizione occidentale si potrebbe ricorrere alla descrizione che ne forniva Hegel nella "Fenomenologia dello spirito" a proposito dello scontro epocale tra illuminismo e religione, come di due acerrimi nemici intenti a combattersi ma destinati, non appena uno fra i due soccomba, a riprodurre le ragioni dell'altro al proprio interno. Nemici, quindi, ma accomunati da un medesimo destino. Cosa ne è oggi della fede, come si rapporti alle forme di conoscenza razionali e, più in particolare, alla sfera del politico, è il tema conduttore della decima edizione di Umbrialibri - iniziata l'altro ieri a Perugia sotto il titolo "In nome della fede". Nell'elenco delle presenze figura anche quella del filosofo Massimo Cacciari, impegnato oggi in un confronto con il matematico Giorgio lsrael sul tema della speranza.
Nella teologia della tradizione cristiana la fede ha sempre manutenuto una distinzione dalla razionalità ma si è presentata pur sempre come una forma di conoscenza (quand'anche non discorsiva) o, al limite, come una scelta etica. Non crede che oggi, invece, prevalga nel senso comune, una concezione relativistica della fede, vissuta per lo più come adesione personale, privata, a valori tra loro indifferenti?
«E' difficile fare una storia lineare della fede, c'è un insieme di idee attorno a questo termine che si confondono e s'intrecciano. Fin dai primi secoli della diffusione del cristianesimo si confrontano una concezione della fede come semplice e pura follia per la ragione, davvero antagonistica rispetto a ogni modello discorsivo, e un'idea della fede come archetipo e fondamento del discorso. Una cosa è Tertulliano, altra cosa è Clemente, per intenderci. C'è una continua oscillazione, un continuo confronto, tra concezioni diverse lungo tutta la storia della cristianità. Certo, nei momenti più alti della teologia cristiana, sia in epoca patristica sia in epoca scolastica, noi abbiamo un'idea della fede che tenta in tutti modi di coniugarla con la ragione: "fides et ratio", e non "aut fides aut ratio"».
In che modo?
Intanto, dal punto di vista propedeutico, nel concepire la fede non come qualcosa che contrasta la ragione, ma come un'istanza meta-razionale. Questa è la spiegazione più semplice del rapporto che ci può essere. E' il grande modello dantesco, per citare il momento più alto e, tutto sommato, più completo sia dal punto di vista figurale e artistico, sia da quello teologico. La ragione è assolutamente indispensabile per accompagnarti fino alla perfezione della città dell'uomo, alla conclusione del Purgatorio. Ma per il tratto successivo essere accompagnato da virtù che non puoi darti da solo, che non possono essere il prodotto di una tua formazione, di una tua educazione. La fede è, quindi, un dono, non può essere il semplice prodotto della volontà o dello sforzo conoscitivo o della capacità d'indagine, di interrogazione, di conoscenza. Eppure, tra i due aspettivi è continuità, come si vede chiaramente in Dante. Vi è una netta distinzione e nello stesso tempo un'altrettanto profonda
continuità
Perché?
Qui tocchiamo uno degli aspetti più significativi dell'idea di fede nella cristianità. Questa fede, che è sempre - ripeto - considerata come «grazia» e come «dono», come una virtù "soprannaturale" che noi non possiamo darci ma che ci viene donata, questa fede lungi dall'esaurirsi in un atto di semplice sottomissione ed obbedienza, è il mezzo indispensabile per cercare di comprendere lo stesso divino. È una fede che indaga, che interroga, intrinsecamente inquieta. Non è fede uguale sottomissione, fede uguale obbedienza, fede uguale ossequio formale a una legge. È una fede che indaga, una fede che in ogni momento - come si dice nel Vangelo di Marco - prega per essere liberata dalla sua stessa incredulità. Questo è il tratto più caratteristico della fides cristiana. E, certo, è anche il tratto, insieme, che maggiormente la distingue dall'idea di fede che possiamo avere nell'Islam o nell'ebraismo ortodosso. Se la fede cristiana non si fosse elaborata in questo modo, come avrebbe potuto l'Europa cristiana dar vita ai suoi sviluppi artistici, filosofici, tecnici, scientifici?
Dovremmo quindi affermareche lo spirito inquieto dell'Occidente e i suoi prodotti più marcati come l'Illuminismo non va letto in antitesi con la tradizione cristiana ma all'interno di una storia comune?
Leggere la storia europea secondo la partizione Illuminismo/fede sarebbe un atteggiamento completamente laicistico e massonico...
Del resto questa inquietudine verso la ricerca è presente anche nei momenti più significativi dello stesso pensiero teologico, in Tommaso d'Aquino e, più ancora, in Duns Scoto e Occam. E' così?
Nella scuola francescana domina maggiormente l'aspetto pratico della fede. La fede appare sia in Duns Scoto sia in Occam come una dimensione completamente separata dal sapere. La fede è ciò che ti salva, ha questa funzione pratica, è una virtù pratica - è chiarissimo nella scuola francescana. Qui sta la grande differenza con l'impostazione domenicana e tomista.
Non c'è oggi una difficoltà delle Chiese tradizionali a tenere sotto controllo il territorio della fede, delle credenze religiose personali, sempre più lontane dal corpo organizzato della teologia?
È un'osservazione giusta. Se possiamo stabilire una cronologia nell'idea di fede, non c'è dubbio che nel corso dell'800 e del '900, di fronte a un processo di razionalizzazione, di secolarizzazione, sempre più la fede tende a ridursi a una dimensione sentimentale e privata. Questa dimensione privatistica della fede contrasta con tutte le scuole che abbiamo prima schematizzato, cioè con una visione forte della fede. Tutte le concezioni,sia quella francescana sia quella domenicana, sia quella tertullianea o quella di Clemente, di Agostino e di Tommaso, tutte sono accomunate dal fatto che la fede è assolutamente determinante nella struttura della nostra anima ed è una grande virtù comune, ha una dimensione pubblica, ecclesiale. Nel mondo moderno e contemporaneo la fede tende a ridursi a una dimensione privata. Qui davvero c'è uno sconvolgimento totale rispetto alla concezione cristiana e, a maggior ragione, rispetto a quella islamica e, in generale, a tutte le concezioni abramitiche della fede.
Nel senso comune prevale l'opinione secondo la quale il razionalismo favorirebbe la filosofia mentre l'irrazionalismo aumenterebbe il dominio delle religioni. Ma la crisi dei fondamenti e della razionalità non tocca anche le Chiese alle prese con questa difficoltà di rapportarsi a una sfera della religiosità sempre più frammentata e privatistica?
Certo. E' come un'abdicazionea pensare fides et ratio - che non è detto si debba pensare nei termini in cui la pensa Woytila. E un'abdicazione a quella impostazione forte, è la riduzione della fede a fatto sentimentale e della religione a fatto del cuore. Questa tendenza si afferma nel tardo Romanticismo e, secondo me, diviene dominante nel senso comune contemporaneo.
Veniamo al rapporto tra fede e politica. Per quanto riguarda l'italia l'appartenenza dei cattolici a una medesima area politica non è più un fatto scontato. In taluni casi, il rapporto tra queste due dimensioni si riduce a interpretare la fede come un repertorio di massime prescrittive delle azioni individuali. Esiste, però, anche una funzione di supplenza della fede nei riguardi di una politica sempre più tecnica, aniministrazione, calcolo economico e sempre meno attenta ai valori, ai fini, alle domande di senso ultimo del mondo?
Bisognerebbe distinguere epoche e ambiti. È chiaro che il rapporto tra fede e politica si dà per la cristianità in tutt'altro modo che per il giudaismo e, ancora di più, per l'islam. Fede e politica si legano nel giudaismo a partire dalla questione del messianesimo che nulla ha a che vedere con quello cristiano. Nell'Islam il rapporto è pressoché necessario - e questo è un altro dei grandi problemi nella relazione tra noi e il mondo islamico che non può essere affrontato solo a livello pragmatico-politico. L'islam perde davvero un aspetto essenziale della sua natura se non si vede un rapporto tra fede e politica in senso strutturale e necessario. Per quanto riguarda il tema di questo rapporto in generale la mia posizione, più volte espressa, è questa: un rapporto si dà e si può dare nell'ambito della cristianità soltanto in termini agostiniani, per quanto ripensati e reinterpretati. La fede esiste e manifesta tutta la sua energia come riserva escatologica permanente nei confronti di ogni sistema e regime politico. Non entra a far parte di quel sistema e di quel regime, ma ne rappresenta una immanente, costante critica, nel senso letterale del termine. È questo il rapporto tra fede e politica, qualunque altro tipo di rapporto snatura il carattere della fede cristiana. Una fede che si traduca in legge viene completamente snaturata. Una fede che semplicemente sia supplenza rispetto a un vuoto di senso è un'altra versione di quella fede come sentimento o religione del cuore. No, la fede è una critica, anche conoscitivamente argomentata, ad ogni elemento di idolatria politica, ad ogni barlume da parte del politico di ergersi a sistema definitivo. Questa è l'unica concezione che io avverto come cristiana del rapporto tra fede e politica. Nella cristianità non ci può essere negligenza o indifferenza nei confronti del politico - qualsiasi tentativo di fare del cristianesimo una sorta di buddismo new age è semplicemente ridicolo. Il cristiano vive e commercia nella città dell'uomo, quindi il rapporto tra fede e politica ha da esserci. Come? Se il cristiano intende dettare leggi tradisce se stesso completamente. Se, all'opposto, la fede è semplicemente una donazione di senso che distoglie gli occhi dalle miserie della politica, siamo al sentimento,alla "pappa del cuore"; al buonismo. La fede invece è un'arma critica, capace anche di argomentare contro ogni elemento idolatrico possa apparire all'interno di un sistema politico. Questo è il vero rapporto tra fede e politica nell'Occidente europeo cristiano. Qui nasce un problema: se avvertiamo così la nostra tradizione non per questo ci siamo avvicinati di un passo all'islam. Anzi, ce ne siamo ancora più nettamente distaccati. Questa è la tragedia.
FEDE E RAGIONE DELL'OCCIDENTE
Intervista al filosofo Massimo Cacciari
di Tonino Bucci
Non esiste altra coppia più evocativa e carica di allusioni nel pensiero occidentale della relazione tra fede e ragione. Attorno ai due termini siè non solo sedimentato un vero e proprio patrimonio filosofico, ma anche una storia di connessioni e conflitti filtrati attraverso le varie epoche. Se si volesse dare un'immagine figurativa di queste due protagoniste della tradizione occidentale si potrebbe ricorrere alla descrizione che ne forniva Hegel nella "Fenomenologia dello spirito" a proposito dello scontro epocale tra illuminismo e religione, come di due acerrimi nemici intenti a combattersi ma destinati, non appena uno fra i due soccomba, a riprodurre le ragioni dell'altro al proprio interno. Nemici, quindi, ma accomunati da un medesimo destino. Cosa ne è oggi della fede, come si rapporti alle forme di conoscenza razionali e, più in particolare, alla sfera del politico, è il tema conduttore della decima edizione di Umbrialibri - iniziata l'altro ieri a Perugia sotto il titolo "In nome della fede". Nell'elenco delle presenze figura anche quella del filosofo Massimo Cacciari, impegnato oggi in un confronto con il matematico Giorgio lsrael sul tema della speranza.
Nella teologia della tradizione cristiana la fede ha sempre manutenuto una distinzione dalla razionalità ma si è presentata pur sempre come una forma di conoscenza (quand'anche non discorsiva) o, al limite, come una scelta etica. Non crede che oggi, invece, prevalga nel senso comune, una concezione relativistica della fede, vissuta per lo più come adesione personale, privata, a valori tra loro indifferenti?
«E' difficile fare una storia lineare della fede, c'è un insieme di idee attorno a questo termine che si confondono e s'intrecciano. Fin dai primi secoli della diffusione del cristianesimo si confrontano una concezione della fede come semplice e pura follia per la ragione, davvero antagonistica rispetto a ogni modello discorsivo, e un'idea della fede come archetipo e fondamento del discorso. Una cosa è Tertulliano, altra cosa è Clemente, per intenderci. C'è una continua oscillazione, un continuo confronto, tra concezioni diverse lungo tutta la storia della cristianità. Certo, nei momenti più alti della teologia cristiana, sia in epoca patristica sia in epoca scolastica, noi abbiamo un'idea della fede che tenta in tutti modi di coniugarla con la ragione: "fides et ratio", e non "aut fides aut ratio"».
In che modo?
Intanto, dal punto di vista propedeutico, nel concepire la fede non come qualcosa che contrasta la ragione, ma come un'istanza meta-razionale. Questa è la spiegazione più semplice del rapporto che ci può essere. E' il grande modello dantesco, per citare il momento più alto e, tutto sommato, più completo sia dal punto di vista figurale e artistico, sia da quello teologico. La ragione è assolutamente indispensabile per accompagnarti fino alla perfezione della città dell'uomo, alla conclusione del Purgatorio. Ma per il tratto successivo essere accompagnato da virtù che non puoi darti da solo, che non possono essere il prodotto di una tua formazione, di una tua educazione. La fede è, quindi, un dono, non può essere il semplice prodotto della volontà o dello sforzo conoscitivo o della capacità d'indagine, di interrogazione, di conoscenza. Eppure, tra i due aspettivi è continuità, come si vede chiaramente in Dante. Vi è una netta distinzione e nello stesso tempo un'altrettanto profonda
continuità
Perché?
Qui tocchiamo uno degli aspetti più significativi dell'idea di fede nella cristianità. Questa fede, che è sempre - ripeto - considerata come «grazia» e come «dono», come una virtù "soprannaturale" che noi non possiamo darci ma che ci viene donata, questa fede lungi dall'esaurirsi in un atto di semplice sottomissione ed obbedienza, è il mezzo indispensabile per cercare di comprendere lo stesso divino. È una fede che indaga, che interroga, intrinsecamente inquieta. Non è fede uguale sottomissione, fede uguale obbedienza, fede uguale ossequio formale a una legge. È una fede che indaga, una fede che in ogni momento - come si dice nel Vangelo di Marco - prega per essere liberata dalla sua stessa incredulità. Questo è il tratto più caratteristico della fides cristiana. E, certo, è anche il tratto, insieme, che maggiormente la distingue dall'idea di fede che possiamo avere nell'Islam o nell'ebraismo ortodosso. Se la fede cristiana non si fosse elaborata in questo modo, come avrebbe potuto l'Europa cristiana dar vita ai suoi sviluppi artistici, filosofici, tecnici, scientifici?
Dovremmo quindi affermareche lo spirito inquieto dell'Occidente e i suoi prodotti più marcati come l'Illuminismo non va letto in antitesi con la tradizione cristiana ma all'interno di una storia comune?
Leggere la storia europea secondo la partizione Illuminismo/fede sarebbe un atteggiamento completamente laicistico e massonico...
Del resto questa inquietudine verso la ricerca è presente anche nei momenti più significativi dello stesso pensiero teologico, in Tommaso d'Aquino e, più ancora, in Duns Scoto e Occam. E' così?
Nella scuola francescana domina maggiormente l'aspetto pratico della fede. La fede appare sia in Duns Scoto sia in Occam come una dimensione completamente separata dal sapere. La fede è ciò che ti salva, ha questa funzione pratica, è una virtù pratica - è chiarissimo nella scuola francescana. Qui sta la grande differenza con l'impostazione domenicana e tomista.
Non c'è oggi una difficoltà delle Chiese tradizionali a tenere sotto controllo il territorio della fede, delle credenze religiose personali, sempre più lontane dal corpo organizzato della teologia?
È un'osservazione giusta. Se possiamo stabilire una cronologia nell'idea di fede, non c'è dubbio che nel corso dell'800 e del '900, di fronte a un processo di razionalizzazione, di secolarizzazione, sempre più la fede tende a ridursi a una dimensione sentimentale e privata. Questa dimensione privatistica della fede contrasta con tutte le scuole che abbiamo prima schematizzato, cioè con una visione forte della fede. Tutte le concezioni,sia quella francescana sia quella domenicana, sia quella tertullianea o quella di Clemente, di Agostino e di Tommaso, tutte sono accomunate dal fatto che la fede è assolutamente determinante nella struttura della nostra anima ed è una grande virtù comune, ha una dimensione pubblica, ecclesiale. Nel mondo moderno e contemporaneo la fede tende a ridursi a una dimensione privata. Qui davvero c'è uno sconvolgimento totale rispetto alla concezione cristiana e, a maggior ragione, rispetto a quella islamica e, in generale, a tutte le concezioni abramitiche della fede.
Nel senso comune prevale l'opinione secondo la quale il razionalismo favorirebbe la filosofia mentre l'irrazionalismo aumenterebbe il dominio delle religioni. Ma la crisi dei fondamenti e della razionalità non tocca anche le Chiese alle prese con questa difficoltà di rapportarsi a una sfera della religiosità sempre più frammentata e privatistica?
Certo. E' come un'abdicazionea pensare fides et ratio - che non è detto si debba pensare nei termini in cui la pensa Woytila. E un'abdicazione a quella impostazione forte, è la riduzione della fede a fatto sentimentale e della religione a fatto del cuore. Questa tendenza si afferma nel tardo Romanticismo e, secondo me, diviene dominante nel senso comune contemporaneo.
Veniamo al rapporto tra fede e politica. Per quanto riguarda l'italia l'appartenenza dei cattolici a una medesima area politica non è più un fatto scontato. In taluni casi, il rapporto tra queste due dimensioni si riduce a interpretare la fede come un repertorio di massime prescrittive delle azioni individuali. Esiste, però, anche una funzione di supplenza della fede nei riguardi di una politica sempre più tecnica, aniministrazione, calcolo economico e sempre meno attenta ai valori, ai fini, alle domande di senso ultimo del mondo?
Bisognerebbe distinguere epoche e ambiti. È chiaro che il rapporto tra fede e politica si dà per la cristianità in tutt'altro modo che per il giudaismo e, ancora di più, per l'islam. Fede e politica si legano nel giudaismo a partire dalla questione del messianesimo che nulla ha a che vedere con quello cristiano. Nell'Islam il rapporto è pressoché necessario - e questo è un altro dei grandi problemi nella relazione tra noi e il mondo islamico che non può essere affrontato solo a livello pragmatico-politico. L'islam perde davvero un aspetto essenziale della sua natura se non si vede un rapporto tra fede e politica in senso strutturale e necessario. Per quanto riguarda il tema di questo rapporto in generale la mia posizione, più volte espressa, è questa: un rapporto si dà e si può dare nell'ambito della cristianità soltanto in termini agostiniani, per quanto ripensati e reinterpretati. La fede esiste e manifesta tutta la sua energia come riserva escatologica permanente nei confronti di ogni sistema e regime politico. Non entra a far parte di quel sistema e di quel regime, ma ne rappresenta una immanente, costante critica, nel senso letterale del termine. È questo il rapporto tra fede e politica, qualunque altro tipo di rapporto snatura il carattere della fede cristiana. Una fede che si traduca in legge viene completamente snaturata. Una fede che semplicemente sia supplenza rispetto a un vuoto di senso è un'altra versione di quella fede come sentimento o religione del cuore. No, la fede è una critica, anche conoscitivamente argomentata, ad ogni elemento di idolatria politica, ad ogni barlume da parte del politico di ergersi a sistema definitivo. Questa è l'unica concezione che io avverto come cristiana del rapporto tra fede e politica. Nella cristianità non ci può essere negligenza o indifferenza nei confronti del politico - qualsiasi tentativo di fare del cristianesimo una sorta di buddismo new age è semplicemente ridicolo. Il cristiano vive e commercia nella città dell'uomo, quindi il rapporto tra fede e politica ha da esserci. Come? Se il cristiano intende dettare leggi tradisce se stesso completamente. Se, all'opposto, la fede è semplicemente una donazione di senso che distoglie gli occhi dalle miserie della politica, siamo al sentimento,alla "pappa del cuore"; al buonismo. La fede invece è un'arma critica, capace anche di argomentare contro ogni elemento idolatrico possa apparire all'interno di un sistema politico. Questo è il vero rapporto tra fede e politica nell'Occidente europeo cristiano. Qui nasce un problema: se avvertiamo così la nostra tradizione non per questo ci siamo avvicinati di un passo all'islam. Anzi, ce ne siamo ancora più nettamente distaccati. Questa è la tragedia.
sinistra
un inedito di Marx sarà presentato questa sera
La Stampa, edizione di Savona 19.11.04
Novità editoriale dedicata al teorico del comunismo
Alla Biblioteca di Carcare un Karl Marx inedito
Un Karl Marx inedito presentato, in prima nazionale, a Carcare. Questa sera, alle 21, presso la Biblioteca civica Barrili, verrà, infatti, presentato il volume, edito da Lotta Comunista, che raccoglie le 81 voci redatte dal teorico politico e filosofo tedesco, insieme a Friederich Engels, per l'Enciclopedia Americana, dal 1857 al 1860.
Spiegano, gli organizzatori: «Si tratta di una testimonianza unica, per la prima volta pubblicata in italiano, in un'edizione critica del lavoro, appunto, svolto da Marx e Engels per l'Enciclopedia Americata. Le 81 voci, raccolte in un volume di 300 pagine, trattano quasi esclusivamente argomenti militari e quindi fungono da leva per una riflessione ed un dibattito sulla guerra, sulla differenza tra la guerra antica e quella moderna, e, in generale, sul concetto di guerra e su quello degli eserciti, oltre che sulla loro evoluzione. Un argomento, non è il caso di dirlo, più che mai attuale». E sicuramente l'occasione per conoscere un documento unico, almeno nella sua versione in italiano. Ancora gli organizzatori: «Si tratta di un evento culturale che, ovviamente, travalica qualsiasi significato od appartenenza politica per diventare una finestra critica sulla storia, sulla cultura e sulla concezione di esercito e guerra».
Novità editoriale dedicata al teorico del comunismo
Alla Biblioteca di Carcare un Karl Marx inedito
Un Karl Marx inedito presentato, in prima nazionale, a Carcare. Questa sera, alle 21, presso la Biblioteca civica Barrili, verrà, infatti, presentato il volume, edito da Lotta Comunista, che raccoglie le 81 voci redatte dal teorico politico e filosofo tedesco, insieme a Friederich Engels, per l'Enciclopedia Americana, dal 1857 al 1860.
Spiegano, gli organizzatori: «Si tratta di una testimonianza unica, per la prima volta pubblicata in italiano, in un'edizione critica del lavoro, appunto, svolto da Marx e Engels per l'Enciclopedia Americata. Le 81 voci, raccolte in un volume di 300 pagine, trattano quasi esclusivamente argomenti militari e quindi fungono da leva per una riflessione ed un dibattito sulla guerra, sulla differenza tra la guerra antica e quella moderna, e, in generale, sul concetto di guerra e su quello degli eserciti, oltre che sulla loro evoluzione. Un argomento, non è il caso di dirlo, più che mai attuale». E sicuramente l'occasione per conoscere un documento unico, almeno nella sua versione in italiano. Ancora gli organizzatori: «Si tratta di un evento culturale che, ovviamente, travalica qualsiasi significato od appartenenza politica per diventare una finestra critica sulla storia, sulla cultura e sulla concezione di esercito e guerra».
più di 30.000 schizofrenici in Lombardia, un terzo guarirà: con i farmaci
così dice Mencacci
Corriere della Sera 19.11.04
I medici del Fatebenefratelli: se ben curato, un terzo dei malati guarisce
«In Lombardia 30 mila schizofrenici»
Il sondaggio: ragazzi a rischio, le diagnosi tardive mettono in difficoltà le famiglie
di Antonella Cremonese
Schizofrenia, diagnosi che fa paura. In Lombardia si stima che ne soffrano tra 32mila e 48mila persone, con 1300 nuovi casi all’anno. Il dato è stato fornito ieri da Roberto Testa, direttore generale dell’ospedale Fatebenefratelli, e dal professor Claudio Mencacci, vicepresidente della società italiana di psichiatria e primario del dipartimento di salute mentale. Occasione, la presentazione di un sondaggio commissionato alla Burson-Marsteller: «La schizofrenia vista da vicino». A marzo sono state fatte 500 interviste telefoniche a persone dai 18 anni in su, 200 interviste a psichiatri, 61 interviste faccia a faccia con familiari di malati.
Che cosa emerge? Ha detto Mencacci: «Il 53% degli intervistati vede lo schizofrenico come pericoloso per sé e per gli altri (cosa non vera: il 33-34% della violenza nel mondo è da imputare alle sostanze d’abuso, e solo l’1-2% alle malattie mentali) e nello stesso tempo non conosce la malattia. Una malattia che spesso si sovrappone, nei suoi sintomi premonitori, alle crisi adolescenziali. Le famiglie non stanno all’erta, e spesso la diagnosi viene fatta in ritardo. Un grave danno, perché la schizofrenia, curata bene, può guarire in un terzo dei casi».
Anni fa, le terapie trasformavano i malati in zombies, li facevano ingrassare, li muravano nella malattia. «Ora non accade più, ci sono farmaci senza pesanti effetti collaterali», ha detto Mencacci.
E la richiesta dei malati? Non vogliono essere considerati diversi, il 25% di essi vuole avere relazioni affettive, il 90% vuole un lavoro stabile.
Lo slogan per il 5 dicembre, giornata mondiale della malattia mentale, è «Nessuno è diverso». E Mencacci ha concluso: «Noi diciamo di no a leggi speciali per la psichiatria».
I medici del Fatebenefratelli: se ben curato, un terzo dei malati guarisce
«In Lombardia 30 mila schizofrenici»
Il sondaggio: ragazzi a rischio, le diagnosi tardive mettono in difficoltà le famiglie
di Antonella Cremonese
Schizofrenia, diagnosi che fa paura. In Lombardia si stima che ne soffrano tra 32mila e 48mila persone, con 1300 nuovi casi all’anno. Il dato è stato fornito ieri da Roberto Testa, direttore generale dell’ospedale Fatebenefratelli, e dal professor Claudio Mencacci, vicepresidente della società italiana di psichiatria e primario del dipartimento di salute mentale. Occasione, la presentazione di un sondaggio commissionato alla Burson-Marsteller: «La schizofrenia vista da vicino». A marzo sono state fatte 500 interviste telefoniche a persone dai 18 anni in su, 200 interviste a psichiatri, 61 interviste faccia a faccia con familiari di malati.
Che cosa emerge? Ha detto Mencacci: «Il 53% degli intervistati vede lo schizofrenico come pericoloso per sé e per gli altri (cosa non vera: il 33-34% della violenza nel mondo è da imputare alle sostanze d’abuso, e solo l’1-2% alle malattie mentali) e nello stesso tempo non conosce la malattia. Una malattia che spesso si sovrappone, nei suoi sintomi premonitori, alle crisi adolescenziali. Le famiglie non stanno all’erta, e spesso la diagnosi viene fatta in ritardo. Un grave danno, perché la schizofrenia, curata bene, può guarire in un terzo dei casi».
Anni fa, le terapie trasformavano i malati in zombies, li facevano ingrassare, li muravano nella malattia. «Ora non accade più, ci sono farmaci senza pesanti effetti collaterali», ha detto Mencacci.
E la richiesta dei malati? Non vogliono essere considerati diversi, il 25% di essi vuole avere relazioni affettive, il 90% vuole un lavoro stabile.
Lo slogan per il 5 dicembre, giornata mondiale della malattia mentale, è «Nessuno è diverso». E Mencacci ha concluso: «Noi diciamo di no a leggi speciali per la psichiatria».
sinistra
fin dove arriva (per adesso?) il manifesto
il manifesto, 19.11.04
A OGNI TEMPO I SUOI INTERPRETI
di Antonio Prete
Di recente su queste pagine, con punti divista diversi - penso, tra gli altri, agli interventi di Rossana Rossanda, Ida Dominijanni, Lea Melandri - s'è riflettuto su come interpretare, riconoscere e analizzare quell'universo di gesti e pensieri, sentimenti e scelte, pulsioni e desideri che un'idea astratta e amministrativa della politica relega nella regione del soggettivo, dell'impolitico, se non dell'irrazionale. Vorrei aggiungere qualche considerazione.
Politica e religione. La politica ha sì il compito di riconoscere e tutelare le culture religiose dei soggetti che rappresenta, ma non può identificarsi con esse. Per il semplice fatto che se la politica riguarda l'intera comunità, la cultura religiosa nella comunità si declina come un ampio ventaglio di tradizioni, orientamenti, pratiche. Le moderne democrazie prendono forma a partire dal riconoscimento della pluralità e libertà e intimità soggettiva delle religioni. Da qui discende che lo stesso richiamo ai cosiddetti «valori morali» non può essere declinato in modo univoco e deve ogni volta riferirsi ai soggetti che quei valori proclamano. Le democrazie sono imperfette non solo perché non interpretano nè rispettano i diritti di ciascuno riconosciuti come universali, ma anche perché pretendono di dare un significato univoco ai cosiddetti «valori morali» I fondamentalismi, sotto ogni cielo poggiano la loro violenta e cinica energia apparentemente sull'identificazione della politica con una tradizione religiosa, di fatto sull'uso strumentale di una credenza religiosa. Il riconoscimento della pluralità delle tradizioni e delle interpretazioni e delle credenze è analogo al riconoscimento della ricchezza di culture e costumi e linguaggi che definiscono una comunità: è questa vitale compresenza che impedisce di contrapporre una civiltà o una cultura o una religione a un'altra. Quando una parte della sinistra italiana, dopo le elezioni americane, si chiede come rappresentare e accogliere istanze e «valori» di quei ceti moderati spesso definiti genericamente di area cattolica, non dovrebbe trascurare il fatto che il cattolicesimo italiano ha allo stesso tempo zone ampie di conformismo, esteriorità, doppiezza ipocrita e zone di esperienza evangelica aperta, forme di osservanza superficiale e vuota e forme di intensità soggettiva da cui discende una relazione col mondo attiva, generosa, innovativa. E' a queste seconde esperienze che la sinistra deve innanzitutto guardare. Del resto spesso queste stesse esperienze hanno alimentato e alimentano la cultura di sinistra. Quanto alle altre zone - dove attecchiscono facilmente egoismi proprietari, paure del diverso, qualunquismo - si tratta di cogliere e interpretare il senso e le ragioni di questi riflessi, che non esprimono certo «valori». Lavoro difficile, che non può eludere la via del dialogo.
Quale cultura per la sinistra? La sinistra italiana ha dietro di sé alcuni decenni in cui soggetti, gruppi, movimenti hanno modificato non solo la nozione di politica ma anche il rapporto della politica con la cultura. Non è possibile ignorare l'immenso lavoro fatto da più parti per dare presenza a tutto ciò che l'astrazione propria della politica negava o marginalizzava o riteneva irrilevante o confinava nell'impolitico: il corpo, il desiderio, il vivente, le forme del sentire, la singolarità, la sofferenza, il sogno. Il pensiero delle donne ha dato apporti straordinari su questo terreno. La filosofia ha indagato sulle pieghe delle relazioni tra l'individuo e il mondo, descrivendo mappe di saperi e di poteri, definendo la natura del sentire individuale e delle istituzioni, interrogandosi sui fondamentidelle passioni, dell'agire, del pensare, sulle radici del desiderio e della mancanza. La letteratura, a sua volta, ha costruito universi di forme che hanno esplorato la coscienza, interrogato il limite, il confine, l'impensato, rianimato l'oblio, dato vita al perduto e figura all'impossibile. Non si può dire ci sia decadenza di pensiero, se si pensa alla ricchezza di apporti che la filosofia e la letteratura hanno dato in questi ultimi cmquant'anni. La crisi della politica non dipende dalla crisi del marxismo o di sistemi di pensiero che pretendevano di interpretare il mondo. Dipende forse dall'incapacità di leggere e interpretare e trasferire in scelte politiche il nuovo variegato e ricchissimo orizzonte di cultura (rapporto con la terra e l'ambiente, critica della globalizzazione, nuovo rapporto tra particolare e universale, nuova rappresentazione delle differenze e delle relazioni tra culture diverse). Uno sguardo davvero politico non è nostalgicamente rivolto a quel che s'è perduto con la fine delle ideologie e con la crisi del marxismo. È invece attento a preservare e interrogare l'immenso laboratorio di cultura plurale, multiforme, disomogeneo che un abito rassicurante ha preferito catalogare sotto la voce «cultura dei movimenti». Può accadere talvolta di sentire additare come causa della caduta della passione politica qualcuno dei sistemi di pensiero contemporanei, come il decostruzionismo, o le varie discendenze e i vari innesti della fenomenologia e dell'ermeneutica, o il cosiddetto «pensiero debole». È un falso arroccamento. Ogni epoca ha i suoi interpreti, i suoi saperi, le sue passioni. Se le passioni dei giovani hanno una natura e una tensione diverse da quelle della nostra giovinezza non per questo vanno guardate con sospetto.
Il nodo della guerra. Fintantoché ci sarà una ragione politica che distingue la guerra giusta dall'ingiusta, la guerra autorizzata da quella illegale, la guerra umanitaria da quella barbarica, la guerra che garantisce il rispetto dell'ordine internazionale da quella che porta disordine, si nasconde e si rende opaco, astratto e invisibile lo scopo di ogni guerra: che è trarre un interesse - per un gruppo o per un idea astratta o per una strategia economica - attraverso la distruzione sistematica e violenta di altri individui. Nella guerra la singolarità dell'individuo, il suo corpo, i suoi desideri, la sua storia, i suoi pensieri, i suoi legami, vengono opacizzati, sussunti nel numero, nella voce «nemico», nel sacrificio necessario. Il vivente è negato come vivente. Il corpo straziato tutt'al più è il passaggio rapido di un'immagine sugli schermi, seguito da altre veloci immagini. L'orrore giorno dopo giorno è addomesticato, fatto abitudine, anestetizzato. Per impedire questa anestesia del tragico, questa opacizzazione della singolarità vivente, la riflessione sulla guerra e il movimento contro la guerra hanno elaborato in questi anni una vera e propria cultura. Anche questa cultura, che cancella la guerra dal dizionario politico per riportarla nel dizionario degli affari, dello sterminio, della distruzione, è una cultura che appartiene alla sinistra. E che la politica deve assumere e interpretare.
A OGNI TEMPO I SUOI INTERPRETI
di Antonio Prete
Di recente su queste pagine, con punti divista diversi - penso, tra gli altri, agli interventi di Rossana Rossanda, Ida Dominijanni, Lea Melandri - s'è riflettuto su come interpretare, riconoscere e analizzare quell'universo di gesti e pensieri, sentimenti e scelte, pulsioni e desideri che un'idea astratta e amministrativa della politica relega nella regione del soggettivo, dell'impolitico, se non dell'irrazionale. Vorrei aggiungere qualche considerazione.
Politica e religione. La politica ha sì il compito di riconoscere e tutelare le culture religiose dei soggetti che rappresenta, ma non può identificarsi con esse. Per il semplice fatto che se la politica riguarda l'intera comunità, la cultura religiosa nella comunità si declina come un ampio ventaglio di tradizioni, orientamenti, pratiche. Le moderne democrazie prendono forma a partire dal riconoscimento della pluralità e libertà e intimità soggettiva delle religioni. Da qui discende che lo stesso richiamo ai cosiddetti «valori morali» non può essere declinato in modo univoco e deve ogni volta riferirsi ai soggetti che quei valori proclamano. Le democrazie sono imperfette non solo perché non interpretano nè rispettano i diritti di ciascuno riconosciuti come universali, ma anche perché pretendono di dare un significato univoco ai cosiddetti «valori morali» I fondamentalismi, sotto ogni cielo poggiano la loro violenta e cinica energia apparentemente sull'identificazione della politica con una tradizione religiosa, di fatto sull'uso strumentale di una credenza religiosa. Il riconoscimento della pluralità delle tradizioni e delle interpretazioni e delle credenze è analogo al riconoscimento della ricchezza di culture e costumi e linguaggi che definiscono una comunità: è questa vitale compresenza che impedisce di contrapporre una civiltà o una cultura o una religione a un'altra. Quando una parte della sinistra italiana, dopo le elezioni americane, si chiede come rappresentare e accogliere istanze e «valori» di quei ceti moderati spesso definiti genericamente di area cattolica, non dovrebbe trascurare il fatto che il cattolicesimo italiano ha allo stesso tempo zone ampie di conformismo, esteriorità, doppiezza ipocrita e zone di esperienza evangelica aperta, forme di osservanza superficiale e vuota e forme di intensità soggettiva da cui discende una relazione col mondo attiva, generosa, innovativa. E' a queste seconde esperienze che la sinistra deve innanzitutto guardare. Del resto spesso queste stesse esperienze hanno alimentato e alimentano la cultura di sinistra. Quanto alle altre zone - dove attecchiscono facilmente egoismi proprietari, paure del diverso, qualunquismo - si tratta di cogliere e interpretare il senso e le ragioni di questi riflessi, che non esprimono certo «valori». Lavoro difficile, che non può eludere la via del dialogo.
Quale cultura per la sinistra? La sinistra italiana ha dietro di sé alcuni decenni in cui soggetti, gruppi, movimenti hanno modificato non solo la nozione di politica ma anche il rapporto della politica con la cultura. Non è possibile ignorare l'immenso lavoro fatto da più parti per dare presenza a tutto ciò che l'astrazione propria della politica negava o marginalizzava o riteneva irrilevante o confinava nell'impolitico: il corpo, il desiderio, il vivente, le forme del sentire, la singolarità, la sofferenza, il sogno. Il pensiero delle donne ha dato apporti straordinari su questo terreno. La filosofia ha indagato sulle pieghe delle relazioni tra l'individuo e il mondo, descrivendo mappe di saperi e di poteri, definendo la natura del sentire individuale e delle istituzioni, interrogandosi sui fondamentidelle passioni, dell'agire, del pensare, sulle radici del desiderio e della mancanza. La letteratura, a sua volta, ha costruito universi di forme che hanno esplorato la coscienza, interrogato il limite, il confine, l'impensato, rianimato l'oblio, dato vita al perduto e figura all'impossibile. Non si può dire ci sia decadenza di pensiero, se si pensa alla ricchezza di apporti che la filosofia e la letteratura hanno dato in questi ultimi cmquant'anni. La crisi della politica non dipende dalla crisi del marxismo o di sistemi di pensiero che pretendevano di interpretare il mondo. Dipende forse dall'incapacità di leggere e interpretare e trasferire in scelte politiche il nuovo variegato e ricchissimo orizzonte di cultura (rapporto con la terra e l'ambiente, critica della globalizzazione, nuovo rapporto tra particolare e universale, nuova rappresentazione delle differenze e delle relazioni tra culture diverse). Uno sguardo davvero politico non è nostalgicamente rivolto a quel che s'è perduto con la fine delle ideologie e con la crisi del marxismo. È invece attento a preservare e interrogare l'immenso laboratorio di cultura plurale, multiforme, disomogeneo che un abito rassicurante ha preferito catalogare sotto la voce «cultura dei movimenti». Può accadere talvolta di sentire additare come causa della caduta della passione politica qualcuno dei sistemi di pensiero contemporanei, come il decostruzionismo, o le varie discendenze e i vari innesti della fenomenologia e dell'ermeneutica, o il cosiddetto «pensiero debole». È un falso arroccamento. Ogni epoca ha i suoi interpreti, i suoi saperi, le sue passioni. Se le passioni dei giovani hanno una natura e una tensione diverse da quelle della nostra giovinezza non per questo vanno guardate con sospetto.
Il nodo della guerra. Fintantoché ci sarà una ragione politica che distingue la guerra giusta dall'ingiusta, la guerra autorizzata da quella illegale, la guerra umanitaria da quella barbarica, la guerra che garantisce il rispetto dell'ordine internazionale da quella che porta disordine, si nasconde e si rende opaco, astratto e invisibile lo scopo di ogni guerra: che è trarre un interesse - per un gruppo o per un idea astratta o per una strategia economica - attraverso la distruzione sistematica e violenta di altri individui. Nella guerra la singolarità dell'individuo, il suo corpo, i suoi desideri, la sua storia, i suoi pensieri, i suoi legami, vengono opacizzati, sussunti nel numero, nella voce «nemico», nel sacrificio necessario. Il vivente è negato come vivente. Il corpo straziato tutt'al più è il passaggio rapido di un'immagine sugli schermi, seguito da altre veloci immagini. L'orrore giorno dopo giorno è addomesticato, fatto abitudine, anestetizzato. Per impedire questa anestesia del tragico, questa opacizzazione della singolarità vivente, la riflessione sulla guerra e il movimento contro la guerra hanno elaborato in questi anni una vera e propria cultura. Anche questa cultura, che cancella la guerra dal dizionario politico per riportarla nel dizionario degli affari, dello sterminio, della distruzione, è una cultura che appartiene alla sinistra. E che la politica deve assumere e interpretare.
Margherita Hack: ateismo e crocifissi
L'Unità 19.11.04
Tra pochi giorni la decisione della Consulta sulla legalità dei crocefissi nelle aule
La scienziata: «Personalmente non mi danno fastidio, ma in uno Stato laico non devono esserci»
«Il Vaticano ha un grande peso sul nostro orientamento. Ma non credo che l'esperienza francese sul velo islamico in classe sia tanto meglio: il credo deve restare un fatto privato»
L'astronoma sulla laicità dello Stato: "L'ora di religione? Piuttosto un'ora di storia delle religioni
HACK: "VIA IL CROCIFISSO DALLE SCUOLE"
di Edoardo Semmola
FIRENZE - Fra pochi giorni la Consulta si pronuncerà sulla legalità costituzionale del regio decreto che impone i crocefissi nelle aule scolastiche. La stessa Corte che due anni fa decise di togliere il crocefisso dalla propria sede in forza appunto del principio di laicità delle istituzioni. A chiamare in causa la Giustizia costituzionale e stato il Tar del Veneto, dopo che il padovano Massimo Albertin e sua moglie sollevarono il problema della laicità dei muri della classe frequentata dai loro figli. Il ricorso dei coniugi Albertin è partito dall'Uaar, la più importante associazione italiana che riunisce atei e agnostici per la laicità dello Stato. Proprio il tema della laicità dello Stato sarà al centro del VI congresso nazionaledell'associazione, che si terrà domani e domenica al Palazzo dei Congressi di Firenze. Ne parliamo con Margherita Hack, astronoma di fama internazionale, atea dichiarata, e membro del Comitato di presidenza dell'Uaar.
Margherita Hack, viviamo in un Paese a basso tasso di laicità? Essere atei è un fattore di discriminazione?
«Il principio di laicità della cosa pubblica esiste, anche se spesso non viene rispettato. Basta pensare ai tanti crocefissi appesi ai muri delle scuole o nei tribunali. A me non danno fastidio, ma in un Paese realmente laico non dovrebbero esserci. Detto questo, comunque, ancora esiste la libertà di essere atei. Non credo comunque che l'ateo venga discriminato: a me non è mai capitato».
Ma c'è chi vorrebbe mettere la marcia indietro al processo di laicizzazione del Paese...
«Ci sono degli esempi gravi, come la legge sulla fecondazione assistita che è liberticida e antiscientifica, una legge medievale. Con questo non parlerei di un vero e proprio attacco diretto agli atei, anche se da questo Governo c'è da aspettarsi di tutto».
Si parla di libertà di religione ma mai di libertà di non-religione. Non pensa che tutte le concezioni del mondo, fideistiche o meno, dovrebbero essere alla pari?
«Purtroppo sento crescere pericolosamente un sentimento anti islamico che considero una forma di razzismo inaccettabile. Certo, ritengo che le religioni siano un bisogno di molta gente che rifiuta la morte come fine di tutto, quindi le considero un segno di infantilismo e debolezza. Ma il rispetto reciproco è fondamentale: e anche l'ateismo dovrebbe essere considerato alla pari delle altre concezioni del mondo».
Ma l'Italia ospita in seno alla sua Capitale la sede della massima potenza confessionale occidentale...
«La presenza del Vaticano sul nostro territorio è certamente pesante, riduce il tasso di laicità del nostro Stato. Ma non è detto che altrove stiano meglio: la legge francese sulla laicità, per esempio, ha avuto un effetto controproducente che è quello di elevare a "eroine" le ragazze islamiche desiderose di portare il velo. Credo che ognuno debba avere la libertà di vestirsi come vuole, come molte ragazze che vogliono portare vestiti che scoprono la pancia e l'ombelico, il ragionamento è lo stesso, è un fattore di libertà».
Cosa deve fare lo Stato per garantire la libertà?
«Lo Stato deve essere laico e questo si traduce in neutralità nei confronti delle fedi. Poi, all'interno di questo discorso, le chiese possono fare privatamente tutte le scuole che vogliono, e i loro catechismi».
Lei è una scienziata.Vede nella Chiesa un pericolo per il progresso scientifico?
«La Chiesa cattolica è stata a lungo un pericolo per le scienze. Non per tutte le scienze, come per esempio l'astronomia. Ma sicuramente lo è per quelle scienze che toccano la vita, e penso ancora alla legge sulla fecondazione assistita che è frutto del fondamentalismo di molti deputati e della forte ingerenza della Chiesa».
E oltre la scienza, nella vita di tutti i giorni?
«Per quanto riguarda la regolamentazione della vita civile, beh, se fosse per la Chiesa la situazione sarebbe problematica,ma l'opinione pubblica ha accettato e superato questioni come il divorzio e l'aborto, è maturata. Segno che la Chiesa ha perso molto del suo potere di un tempo»
Di potere ne ha ancora molto, l'ora di religione nelle scuole pubbliche ne è un segno. Adesso anche i musulmani ne vorrebbero una...
«Ritengo che l'ora di religione vada abolita, casomai sarebbe opportuna un'ora di storia delle religioni. Cosa succederebbe se, dopo gli islamici, anche gli ebrei, i protestanti, e poi tutti gli altri chiedessero un'ora di religione? Dovremmo prevedere anche un'ora di ateismo, di pensiero laico, razionalista?»
Di fronte alla proposta di un'ora di Corano i vescovi italiani si sono dichiarati «dubbiosi».
«È grave che i vescovi mettano bocca in queste cose. Certo, si ingeriscono dappertutto, pensiamo al fatto che gli insegnanti di religione nelle scuole pubbliche sono fuori quota, pagati dallo Stato ma scelti dai vescovi... Questa cosa mi ha sempre scandalizzata molto».
Cosa pensa dell'entanasia?
«Sono a favore. La vita è nostra e spetta a noi decidere quando non se ne può pìu».
E perché è entrata nel Comitato di presidenza dell'Uaar?
«Sono atea e condivido le idee dell'associazione: la religione è e deve essere un fatto privato».
Tra pochi giorni la decisione della Consulta sulla legalità dei crocefissi nelle aule
La scienziata: «Personalmente non mi danno fastidio, ma in uno Stato laico non devono esserci»
«Il Vaticano ha un grande peso sul nostro orientamento. Ma non credo che l'esperienza francese sul velo islamico in classe sia tanto meglio: il credo deve restare un fatto privato»
L'astronoma sulla laicità dello Stato: "L'ora di religione? Piuttosto un'ora di storia delle religioni
HACK: "VIA IL CROCIFISSO DALLE SCUOLE"
di Edoardo Semmola
FIRENZE - Fra pochi giorni la Consulta si pronuncerà sulla legalità costituzionale del regio decreto che impone i crocefissi nelle aule scolastiche. La stessa Corte che due anni fa decise di togliere il crocefisso dalla propria sede in forza appunto del principio di laicità delle istituzioni. A chiamare in causa la Giustizia costituzionale e stato il Tar del Veneto, dopo che il padovano Massimo Albertin e sua moglie sollevarono il problema della laicità dei muri della classe frequentata dai loro figli. Il ricorso dei coniugi Albertin è partito dall'Uaar, la più importante associazione italiana che riunisce atei e agnostici per la laicità dello Stato. Proprio il tema della laicità dello Stato sarà al centro del VI congresso nazionaledell'associazione, che si terrà domani e domenica al Palazzo dei Congressi di Firenze. Ne parliamo con Margherita Hack, astronoma di fama internazionale, atea dichiarata, e membro del Comitato di presidenza dell'Uaar.
Margherita Hack, viviamo in un Paese a basso tasso di laicità? Essere atei è un fattore di discriminazione?
«Il principio di laicità della cosa pubblica esiste, anche se spesso non viene rispettato. Basta pensare ai tanti crocefissi appesi ai muri delle scuole o nei tribunali. A me non danno fastidio, ma in un Paese realmente laico non dovrebbero esserci. Detto questo, comunque, ancora esiste la libertà di essere atei. Non credo comunque che l'ateo venga discriminato: a me non è mai capitato».
Ma c'è chi vorrebbe mettere la marcia indietro al processo di laicizzazione del Paese...
«Ci sono degli esempi gravi, come la legge sulla fecondazione assistita che è liberticida e antiscientifica, una legge medievale. Con questo non parlerei di un vero e proprio attacco diretto agli atei, anche se da questo Governo c'è da aspettarsi di tutto».
Si parla di libertà di religione ma mai di libertà di non-religione. Non pensa che tutte le concezioni del mondo, fideistiche o meno, dovrebbero essere alla pari?
«Purtroppo sento crescere pericolosamente un sentimento anti islamico che considero una forma di razzismo inaccettabile. Certo, ritengo che le religioni siano un bisogno di molta gente che rifiuta la morte come fine di tutto, quindi le considero un segno di infantilismo e debolezza. Ma il rispetto reciproco è fondamentale: e anche l'ateismo dovrebbe essere considerato alla pari delle altre concezioni del mondo».
Ma l'Italia ospita in seno alla sua Capitale la sede della massima potenza confessionale occidentale...
«La presenza del Vaticano sul nostro territorio è certamente pesante, riduce il tasso di laicità del nostro Stato. Ma non è detto che altrove stiano meglio: la legge francese sulla laicità, per esempio, ha avuto un effetto controproducente che è quello di elevare a "eroine" le ragazze islamiche desiderose di portare il velo. Credo che ognuno debba avere la libertà di vestirsi come vuole, come molte ragazze che vogliono portare vestiti che scoprono la pancia e l'ombelico, il ragionamento è lo stesso, è un fattore di libertà».
Cosa deve fare lo Stato per garantire la libertà?
«Lo Stato deve essere laico e questo si traduce in neutralità nei confronti delle fedi. Poi, all'interno di questo discorso, le chiese possono fare privatamente tutte le scuole che vogliono, e i loro catechismi».
Lei è una scienziata.Vede nella Chiesa un pericolo per il progresso scientifico?
«La Chiesa cattolica è stata a lungo un pericolo per le scienze. Non per tutte le scienze, come per esempio l'astronomia. Ma sicuramente lo è per quelle scienze che toccano la vita, e penso ancora alla legge sulla fecondazione assistita che è frutto del fondamentalismo di molti deputati e della forte ingerenza della Chiesa».
E oltre la scienza, nella vita di tutti i giorni?
«Per quanto riguarda la regolamentazione della vita civile, beh, se fosse per la Chiesa la situazione sarebbe problematica,ma l'opinione pubblica ha accettato e superato questioni come il divorzio e l'aborto, è maturata. Segno che la Chiesa ha perso molto del suo potere di un tempo»
Di potere ne ha ancora molto, l'ora di religione nelle scuole pubbliche ne è un segno. Adesso anche i musulmani ne vorrebbero una...
«Ritengo che l'ora di religione vada abolita, casomai sarebbe opportuna un'ora di storia delle religioni. Cosa succederebbe se, dopo gli islamici, anche gli ebrei, i protestanti, e poi tutti gli altri chiedessero un'ora di religione? Dovremmo prevedere anche un'ora di ateismo, di pensiero laico, razionalista?»
Di fronte alla proposta di un'ora di Corano i vescovi italiani si sono dichiarati «dubbiosi».
«È grave che i vescovi mettano bocca in queste cose. Certo, si ingeriscono dappertutto, pensiamo al fatto che gli insegnanti di religione nelle scuole pubbliche sono fuori quota, pagati dallo Stato ma scelti dai vescovi... Questa cosa mi ha sempre scandalizzata molto».
Cosa pensa dell'entanasia?
«Sono a favore. La vita è nostra e spetta a noi decidere quando non se ne può pìu».
E perché è entrata nel Comitato di presidenza dell'Uaar?
«Sono atea e condivido le idee dell'associazione: la religione è e deve essere un fatto privato».
un primato britannico
aumentano le prescrizioni di antidepressivi ai bambini
Ansa.it 18/11/2004 - 18:36
Gb: aumentano gli antidepressivi tra i più giovani
Tra le sostanze incriminate la ritalina
(ANSA) - LONDRA, 18 Nov - La Gran Bretagna detiene il primato di paese con il più elevato aumento delle prescrizioni ai bambini di farmaci antidepressivi. È il risultato comparato tra una decina di paesi, europei e non, dove maggiore è il consumo di tali sostanze psicotrope tra i minori di 18 anni. All'ultimo posto tra i paesi presi in esame c'è la Germania con un aumento di "appena" il 13%. Tra le sostanze incriminate, la ritalina, prescritta ai bambini iperattivi o con scarsa capacita' di attenzione.
Gb: aumentano gli antidepressivi tra i più giovani
Tra le sostanze incriminate la ritalina
(ANSA) - LONDRA, 18 Nov - La Gran Bretagna detiene il primato di paese con il più elevato aumento delle prescrizioni ai bambini di farmaci antidepressivi. È il risultato comparato tra una decina di paesi, europei e non, dove maggiore è il consumo di tali sostanze psicotrope tra i minori di 18 anni. All'ultimo posto tra i paesi presi in esame c'è la Germania con un aumento di "appena" il 13%. Tra le sostanze incriminate, la ritalina, prescritta ai bambini iperattivi o con scarsa capacita' di attenzione.
sinistra
una Fondazione?
La Stampa 19 Novembre 2004
NUOVO PROGETTO DI BERTINOTTI ALTERNATIVO ALLA FEDERAZIONE DI DILIBERTO CON STRADA, FOLENA, MUSSI, ZANOTELLI
E ora anche la sinistra radicale vuole la sua Fondazione
di Fabio Martini
ROMA. NELL’IMMAGINARIO della sinistra italiana le Fondazioni sono sempre state oggetti polverosi. Roba da socialdemocratici tedeschi, con la loro misteriosa “Ebert”. Ma il tempo cambia anche i più coriacei e così - dopo la dalemiana “Italiani Europei” - anche all’estrema sinistra è spuntata la tentazione di creare un laboratorio culturale, un centro-studi, un luogo nel quale possano misurarsi Fausto Bertinotti e Alex Zanotelli, riviste della galassia cattolica e di quella movimentista, outsider come Gino Strada e Rossana Rossanda, personaggi del Correntone Ds come Fabio Mussi e Pietro Folena. L’idea è quella di creare una vera e propria Fondazione della sinistra radicale. Il primo mattone per quel partito della Sinistra alternativa che a parole tutti vogliono ma che poi non si fa mai?
Presto per dirlo, anche perchè lo stesso progetto della Fondazione è ancora in costruzione. Da due mesi ci stanno lavorando - coperti da un inconsueto riserbo - una decina di personaggi di mondi così diversi che ancora non si è riusciti a trovare un accordo soddisfacente per tutti. Ma l’idea è questa: riunire in un’unica sala, a metà dicembre, personaggi che si conoscono ma non si mai incontrati tutti assieme e “lanciare” in quella occasione il progetto della Fondazione.
Il convegno è stato fissato per il 12 dicembre, ma potrebbe slittare al 9 gennaio perché l’ala movimentista, quella più politica e le riviste promotrici devono ancora affinare diversi dettagli. Del progetto è stato informato anche Romano Prodi, assicurandolo che l’operazione è «dentro la Gad» perché l’obiettivo è quello di dotare la sinistra dell’Alleanza di un robusto centro di elaborazione culturale.
Tutto nasce, una volta ancora, da Fausto Bertinotti, negli ultimi due anni il leader che ha provato più di altri di innovare a sinistra. La scorsa estate, in uno di quei documenti che leggono soltanto i dirigenti di partito (le Tesi per il Congresso che si terrà a Rimini in febbraio) al capitolo 14 il segretario di Rifondazione aveva scritto: «La sinistra alternativa si costruisce col fare, fuori da ogni tentazione di assemblaggio dei ceti politici, dei partiti che stanno a sinistra del Listone». Traduzione dal politichese: a Rifondazione non interessa la Federazione della sinistra proposta da Oliviero Diliberto, segretario del detestato Pdci. Ma alcune settimane fa, una sortita ambigua di Bertinotti («Più che cambiare noi come contenitore, potremmo confluire noi in un contenitore diverso») era stata interpretata come un invito alla sinistra Ds a lasciare la Quercia. Grande gelata sul progetto-Fondazione, poi Bertinotti ha precisato: «Una scissione sarebbe insensata, il contenitore al quale penso è un luogo organizzato entro il quale possano stare, forze politiche e movimenti», «un laboratorio unitario e plurale».
Ma poichè l’iniziativa nasce lungo l’asse Bertinotti-Correntone ds alle riunioni preliminari non sono stati invitati uomini del Pdci, i cui rapporti con Rifondazione restano pessimi. Da mesi del progetto stanno discutendo, tra gli altri, gli uomini più fidati di Bertinotti (Franco Giordano e Alfonso Gianni), don Tonio Dall’Olio, portavoce di Pax Christi; il direttore di “Aprile” Aldo Garzia, il verde arcobaleno Paolo Cento e il ds Pietro Folena, rappresentanti di diverse riviste. Tutti abbottonatissimi. La vera difficoltà è riuscire ad integrare i movimenti cattolici con la galassia politica. Alex Zanotelli, il personaggio più carismatico del pacifismo cattolico, ha confermato di voler «ascoltare», senza promuovere «iniziative politiche». Ma Alfonso Gianni, braccio destro di Bertinotti, resta ottimista: «Le difficoltà non mancano mai. Stiamo lavorando e, quando le avremo, daremo nostre notizie».
NUOVO PROGETTO DI BERTINOTTI ALTERNATIVO ALLA FEDERAZIONE DI DILIBERTO CON STRADA, FOLENA, MUSSI, ZANOTELLI
E ora anche la sinistra radicale vuole la sua Fondazione
di Fabio Martini
ROMA. NELL’IMMAGINARIO della sinistra italiana le Fondazioni sono sempre state oggetti polverosi. Roba da socialdemocratici tedeschi, con la loro misteriosa “Ebert”. Ma il tempo cambia anche i più coriacei e così - dopo la dalemiana “Italiani Europei” - anche all’estrema sinistra è spuntata la tentazione di creare un laboratorio culturale, un centro-studi, un luogo nel quale possano misurarsi Fausto Bertinotti e Alex Zanotelli, riviste della galassia cattolica e di quella movimentista, outsider come Gino Strada e Rossana Rossanda, personaggi del Correntone Ds come Fabio Mussi e Pietro Folena. L’idea è quella di creare una vera e propria Fondazione della sinistra radicale. Il primo mattone per quel partito della Sinistra alternativa che a parole tutti vogliono ma che poi non si fa mai?
Presto per dirlo, anche perchè lo stesso progetto della Fondazione è ancora in costruzione. Da due mesi ci stanno lavorando - coperti da un inconsueto riserbo - una decina di personaggi di mondi così diversi che ancora non si è riusciti a trovare un accordo soddisfacente per tutti. Ma l’idea è questa: riunire in un’unica sala, a metà dicembre, personaggi che si conoscono ma non si mai incontrati tutti assieme e “lanciare” in quella occasione il progetto della Fondazione.
Il convegno è stato fissato per il 12 dicembre, ma potrebbe slittare al 9 gennaio perché l’ala movimentista, quella più politica e le riviste promotrici devono ancora affinare diversi dettagli. Del progetto è stato informato anche Romano Prodi, assicurandolo che l’operazione è «dentro la Gad» perché l’obiettivo è quello di dotare la sinistra dell’Alleanza di un robusto centro di elaborazione culturale.
Tutto nasce, una volta ancora, da Fausto Bertinotti, negli ultimi due anni il leader che ha provato più di altri di innovare a sinistra. La scorsa estate, in uno di quei documenti che leggono soltanto i dirigenti di partito (le Tesi per il Congresso che si terrà a Rimini in febbraio) al capitolo 14 il segretario di Rifondazione aveva scritto: «La sinistra alternativa si costruisce col fare, fuori da ogni tentazione di assemblaggio dei ceti politici, dei partiti che stanno a sinistra del Listone». Traduzione dal politichese: a Rifondazione non interessa la Federazione della sinistra proposta da Oliviero Diliberto, segretario del detestato Pdci. Ma alcune settimane fa, una sortita ambigua di Bertinotti («Più che cambiare noi come contenitore, potremmo confluire noi in un contenitore diverso») era stata interpretata come un invito alla sinistra Ds a lasciare la Quercia. Grande gelata sul progetto-Fondazione, poi Bertinotti ha precisato: «Una scissione sarebbe insensata, il contenitore al quale penso è un luogo organizzato entro il quale possano stare, forze politiche e movimenti», «un laboratorio unitario e plurale».
Ma poichè l’iniziativa nasce lungo l’asse Bertinotti-Correntone ds alle riunioni preliminari non sono stati invitati uomini del Pdci, i cui rapporti con Rifondazione restano pessimi. Da mesi del progetto stanno discutendo, tra gli altri, gli uomini più fidati di Bertinotti (Franco Giordano e Alfonso Gianni), don Tonio Dall’Olio, portavoce di Pax Christi; il direttore di “Aprile” Aldo Garzia, il verde arcobaleno Paolo Cento e il ds Pietro Folena, rappresentanti di diverse riviste. Tutti abbottonatissimi. La vera difficoltà è riuscire ad integrare i movimenti cattolici con la galassia politica. Alex Zanotelli, il personaggio più carismatico del pacifismo cattolico, ha confermato di voler «ascoltare», senza promuovere «iniziative politiche». Ma Alfonso Gianni, braccio destro di Bertinotti, resta ottimista: «Le difficoltà non mancano mai. Stiamo lavorando e, quando le avremo, daremo nostre notizie».
la mostra di Napoli
Michelagiolo Merisi
detto Il Caravaggio
ricevuto da Barbara Calvetta
Dal 23 ottobre al 23 gennaio 2005
Museo di Capodimonte, Via Miano, 2.
Orari: martedì-domenica, 9-19.
Ingresso: intero €10, ridotto €5
Informazioni: tel. 081-2294478
A quasi vent’anni dalla grande rassegna su “Caravaggio e il suo tempo”, ospitata proprio nelle sale del Museo di Capodimonte nel maggio 1985, questa mostra intende ricostruire il percorso artistico dell’ultimo Caravaggio, presentando, per la prima volta insieme in Italia, oltre venti capolavori dei suoi ultimi anni di attività, tra i quali la celebre Flagellazione, per la cappella de Franchis in San Domenico Maggiore a Napoli, oggi al Museo di Capodimonte, la Crocifissione di Sant’Andrea del Museum of Art di Cleveland, la Salomè con la testa del Battista della National Gallery di Londra e, per la prima volta a Napoli dopo il recente restauro, l’opera Martirio di Sant’Orsola (Sant’Orsola confitta dal tiranno) dipinta per il principe Marcantonio Doria e ora di proprietà di Banca Intesa. (L.L.)
RIVOLUZIONO’ LA STORIA DELL’ARTE CREANDO UN NUOVO STILE, RICCO DI SUGGESTIONI, CON QUELLE LUCI IMPROVVISE CHE SEMBRANO USCIRE DAL NULLA DEL BUIO.
Bello, con gli occhi scuri e i capelli neri, veloce e sanguigno, passionale e imprevedibile. È questa l'impressione che si ha di Michelangelo Merisi, il divino Caravaggio, ammirando quel ritratto su carta che intorno al 1621, perciò dopo la sua morte, fece Ottavio Leoni; quello stesso ritratto che per anni ci siamo passati di mano in mano, riprodotto com'era sulle banconote da 100 mila lire. In quell'immagine gli occhi un po' gonfi, i baffi e la barba alla D'artagnan, il colletto bianco alto dietro il collo, danno l'idea perfetta della sua leggenda. Una leggenda raccontata nei suoi ultimi anni, dal 1606 al 1610, nella mostra che si è da poco inaugurata a Napoli.
Morto giovane, a soli 39 anni,osannato in vita, per lo più dimenticato tra Sette e Ottocento, diventato un mito negli ultimi venti anni, il Caravaggio trascorse buona parte del periodo preso in considerazione dalla mostra proprio a Napoli.
Sparì dalle scene mondane e artistiche di Roma dopo un delitto : il 28 maggio 1607, infatti, uccise Ranuccio Tomassoni sul campo della pallacorda : già le cronache dell'epoca indicavano le cause di questa morte in una disputa cui, forse suo malgrado, Caravaggio era stato coinvolto dal giovane Ranuccio, che pare fosse piuttosto impulsivo e svelto di spada,appartenente a una importante famiglia romana che aveva avuto un ruolo di primo piano nell'esercito pontificio e che aveva, in un fratello di Ranuccio, il "caporione" del quartiere di Campo Marzio. Per alcuni storici quella notte Caravaggio fuggì da Roma; per altri si nascose in città e nascosto rimase per tutta l'estate fino a che partì alla volta di Napoli, dove si fermò nove mesi. Se ne andò a Malta, Vi rimase un anno , ne fuggì dopo altri guai giudiziari, si spostò in Sicilia e infine, nell'ottobre del 1609, tornò nuovamente a Napoli. Vi rimase fino a luglio del 1610 quando si imbarcò con il sogno di tornare a Roma. In quegli anni realizzò tredici pale d'altare e oltre dieci tele. Tra queste, preludio alla sua stessa morte, un'opera sconvolgente, modernissima, il "Davide con la testa di Golia", tenuta per i capelli dal ragazzo, di un realismo sorprendente, che dà la sgradevole sensazione, a chi la guarda, di essere appena stata spiccata; ma non è certo questo il motivo per cui l'immagine colpisce, considerando anche il fatto che la storia dell'arte è piena dell'immagine del Davide e Golia o della Giuditta e Oloferne. Il motivo per cui colpisce tanto quel volto è un altro; ed è il fatto, sconcertante, che si tratti del volto del pittore stesso : che gli artisti inserissero ritratti di loro stessi o di contemporanei in scene storiche, bibliche o mitologiche, in quei secoli era pieno, basta pensare a un Perugino o un Raffaello: Ma qui il Caravaggio, il pittore che deborda dal Barocco e irrompe nella modernità, non si ritrae nei panni di un eroe, di un dio, di un vincente; ma, in un episodio biblico, nei panni del cattivo; il suo volto non è riflesso nella pelle di San Bartolomeo martirizzato, come fece del suo volto Michelangelo nella Cappella Sistina. Ma si ritrae con gli occhi vitrei, con la bocca aperta che lascia intravedere dei denti anneriti e distanti l'uno dall'altro e con la fronte segnata dal sangue. La sensazione che se ne trae è quella di trovarsi di fronte all'anima di Caravaggio, imprigionata nell'esilio dalla condanna per omicidio: Diversa e lontana, quest'immagine, da quella eseguita sedici anni prima, che ritrae un Caravaggio, allora ventiduenne, come un giovane Bacco: fresca immagine e molto più classica della prima, anche se il "Bachino malato" di questo dipinto è pallido e ha la pelle giallognola.
Nato probabilmente a Milano nel 1571, Michelangelo Merisi deve il soprannome con cui è diventato noto in tutto il mondo ed è diventato uno stile, al paese d'origine della famiglia del padre, Caravaggio appunto, che si trova a una quarantina di chilometri da Milano. Cresce dunque nella capitale lombarda; ma è Roma che raggiunse la sua piena maturità; Roma, la città della madre, Costanza Colonna, figlia di Marcantonio Colonna, dove si trasferì a ventuno anni, ormai orfano, nel maggio del 1592: Qui si forma, prende corpo ed esplode la potente forza innovativa del pittore : in quel chiari scuri, in quella luce che erompe improvvisa, sciabolando parte della scena, sottolineandola, mostrandola in tutta la sua drammatica verità. La verità di uomini e donne che, dietro e oltre la cornice biblica, mitologica, raccontano la loro storia di esseri umani, con un vissuto emotivo. Psicologico, sentimentale, quotidiano: Quegli uomini e quello donne che si possono vedere girando per la mostra di Napoli,anche se, in confronto, per esempio, a quella organizzata nel 1951 da Roberto Longhi che lanciò Caravaggio nell'empireo degli illustri "recuperi" del Novecento, questa è decisamente più piccola: Girando per le sale, sembra di entrare nelle scene di una Napoli che forse non c'è più, ma che forse a ben vedere è ancora lì, nei vicoli e tra palazzi fatiscenti; una Napoli - o una Malta, una Siracusa, una Messina, una Palermo - che Caravaggio osservava ogni giorno, in quegli anni tristi e bui cercava di illuminare con i lampi di luce improvvisi e accecanti della sua arte. Guardiamole quelle immagini : i piedi sporchi, callosi, le vesti lacere, le corde rotte, le prigioni. La povertà, i volti scavati, le espressioni che rivelano rabbia, ingordigia, amore, tristezza, angoscia. UMANITA'. Tantissima Umanità. In tutto una ventina di opere esposte al Capodimonte che affascinano e coinvolgono proprio per questa dimensione "familiare", per questa capacità, seduttiva, di entrare nella storia e nella vita di ognuno. Perché quell'espressione l'hanno vista o provata tutti, almeno una volta; e quel dolore tutti sanno cos'è. Anche se in pochi hanno saputo raccontarlo come ha fatto lui, quell'uomo con gli occhi scuri e i capelli neri, veloce e sanguigno, passionale e imprevedibile.
LA MOSTRA
Realizzata in collaborazione con la National Gallery di Londra, l'altro luogo espositivo in cui farà tappa, la mostra espone una ventina di capolavori del maestro lombardo, realizzati tra 1606 e 1610: quegli anni li trascorse in esilio tra napoli, Malta, siracusa, Messina e Palermo.
MUSEO CAPODIMONTE - Via Milano, 2 - fino al 23 gennaio 2005
- Orari dalle ore 9.30 alle 19,30, chiuso il lunedì
- Prezzo del biglietto 10 Euro con visita anche al Museo;
- 7.50 Euro con visita solo alla mostra
- In una sala viene proiettato il documentario di Mario Martone "Caravaggio. L'ultimo tempo 1606-1610" (durata 20 minuti)
giovedì 18 novembre 2004
sinistra, dopo l'appello di Pietro Ingrao
una petizione al Presidente Ciampi
una petizione al Presidente Ciampi
Una petizione al Presidente della Repubblica promossa da Liberazione e da 28 personalità politiche e intellettuali
«O cambiate la Costituzione
o ritirate i soldati italiani»
I ministri del governo italiano hanno in varie occasioni dichiarato che in Iraq è in corso una guerra. Ora lo ha dichiarato formalmente anche il ministro della Difesa, definendola guerra preventiva e difendendone le ragioni e la giustezza. Tutti i giornali italiani, e del mondo intero, dicono che in Iraq è in corso una guerra. Del resto, basta guardare le immagini di Falluja. Alcuni reparti dell'esercito italiano sono impegnati in questa guerra al fianco delle truppe di occupazione americane. La Costituzione italiana, all'articolo 11, ripudia la guerra come mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali. L'attuale politica estera dell'Italia è dunque al di fuori e in contrasto con la Costituzione. E' illegale.
Lei, signor Presidente, è il garante della Costituzione. Le chiediamo di intervenire presso il governo italiano perché corregga questa situazione gravissima di illegalità. E' possibile farlo solo in due modi: o si cambia la Costituzione (cancellando l'articolo 11), e si sottopone questa modifica della Costituzione al Parlamento e eventualmente al referendum popolare, o si mette fine alla partecipazione italiana alla guerra.
Sicuri del suo interessamento e del suo impegno
La ringraziamo per l'attenzione
(primo firmatario: Pietro Ingrao)
_________________________
«O cambiate la Costituzione
o ritirate i soldati italiani»
I ministri del governo italiano hanno in varie occasioni dichiarato che in Iraq è in corso una guerra. Ora lo ha dichiarato formalmente anche il ministro della Difesa, definendola guerra preventiva e difendendone le ragioni e la giustezza. Tutti i giornali italiani, e del mondo intero, dicono che in Iraq è in corso una guerra. Del resto, basta guardare le immagini di Falluja. Alcuni reparti dell'esercito italiano sono impegnati in questa guerra al fianco delle truppe di occupazione americane. La Costituzione italiana, all'articolo 11, ripudia la guerra come mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali. L'attuale politica estera dell'Italia è dunque al di fuori e in contrasto con la Costituzione. E' illegale.
Lei, signor Presidente, è il garante della Costituzione. Le chiediamo di intervenire presso il governo italiano perché corregga questa situazione gravissima di illegalità. E' possibile farlo solo in due modi: o si cambia la Costituzione (cancellando l'articolo 11), e si sottopone questa modifica della Costituzione al Parlamento e eventualmente al referendum popolare, o si mette fine alla partecipazione italiana alla guerra.
Sicuri del suo interessamento e del suo impegno
La ringraziamo per l'attenzione
(primo firmatario: Pietro Ingrao)
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il prof. Cancrini
direttore delle comunità Saman
Repubblica 18.11.03
Lo psichiatra Luigi Cancrini: in tutta Europa si fanno nette distinzioni tra i diversi stupefacenti, il proibizionismo sui più giovani sarà devastante
"Un provvedimento antistorico che avrà l'effetto boomerang"
ROMA - «Quando mi chiedono di commentare il testo di questa nuova legge sulla droga mi torna in mese Sandro. Un amico, un ragazzo che non c´è più, e che avevo cercato di aiutare. A 18 anni Sandro che della droga sa poco o niente entra in un gruppo di consumatori abituali di hashish e la seconda sera che esce con loro viene arrestato, insieme agli altri, con l'accusa di detenzione e spaccio di stupefacenti. Sandro va in carcere, conosce l'eroina, esce dopo due anni, si infetta di Aids e muore... Noi sappiamo che qualche grammo di hashish non può cambiare il destino di una persona. Una punizione sbagliata sì. È stato il carcere, infatti, a segnare il destino di Sandro». È Luigi Cancrini, psichiatra, oggi direttore scientifico delle comunità terapeutiche Saman a fare questo racconto, per spiegare quali possono essere le conseguenze di una politica repressiva, i cui bersagli, dice "saranno i giovani e i giovanissimi".
Professor Cancrini, lei più volte ha parlato di un provvedimento "antistorico".
«La legge Fini fa cadere qualunque distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti, mentre in tutto il resto d'Europa le distinzioni vengono accentuate, sia a livello politico che a livello scientifico secondo le linee guida dell'Osservatorio europeo sulle tossicodipendenze. L'Inghilterra, l'Olanda, in parte anche la Spagna vanno verso la depenalizzazione della cannabis, noi invece vietiamo tutto. Ma nella psicologia giovanile questo messaggio funzionerà con un effetto boomerang».
Perché, che impatto sociale potrebbe avere la punizione generalizzata del consumo?
«Effetti devastanti se davvero scatteranno le sanzioni penali. Effetti "nulli" dal punto di vista della dissuasione perché è noto che il proibire tutto fa scattare, in particolare nei giovani, una gran voglia di violare le regole».
Torna anche il modello della comunità chiusa e residenziale.
«Sì, sul modello di San Patrignano. Invece la comunità deve essere un percorso terapeutico e non rieducativo, deve essere un posto dove si entra e si sceglie di restare volontariamente, un luogo in cui la persona accetta di mettersi in crisi. Invece si ripropone un modello di comunità vecchio, non più utile ai nuovi tossicodipendenti. Oggi l'emergenza è data dalla cocaina, ma il percorso di disintossicazione per chi abusa di questa sostanza è diverso, sono periodi brevi, due, tre mesi, il perno di tutto è la psicoterapia, in cui è necessario a volte coinvolgere l'intero nucleo familiare. Da una recente ricerca fatta a Milano tra i giovani da 18 a 25 anni che frequentano le autoscuole è emerso che il 15% ha riferito di aver fatto uso di cocaina nel corso dell'ultimo anno. Con legge Fini tutti questi giovani sarebbero stati già puniti, ma se proiettiamo quel dato a livello nazionale, che facciamo mettiamo in carcere il 15% dei giovani italiani?».
Ma allora, a suo parere, qual è l'unica forma di prevenzione?
«L'unico messaggio che arriva ai giovani è l'informazione. Non terroristica, non proibizionista ma precisa. Devono sapere che cosa sono quelle pasticche che si prendono, che cosa gli succede se mischiano alcol e cocaina, che danni fanno al loro cervello. Forse il depliant informativo dopo averlo letto lo butteranno via. Ma intanto l'hanno letto e forse hanno imparato a difendersi».
(m.n.d.l.)
Lo psichiatra Luigi Cancrini: in tutta Europa si fanno nette distinzioni tra i diversi stupefacenti, il proibizionismo sui più giovani sarà devastante
"Un provvedimento antistorico che avrà l'effetto boomerang"
ROMA - «Quando mi chiedono di commentare il testo di questa nuova legge sulla droga mi torna in mese Sandro. Un amico, un ragazzo che non c´è più, e che avevo cercato di aiutare. A 18 anni Sandro che della droga sa poco o niente entra in un gruppo di consumatori abituali di hashish e la seconda sera che esce con loro viene arrestato, insieme agli altri, con l'accusa di detenzione e spaccio di stupefacenti. Sandro va in carcere, conosce l'eroina, esce dopo due anni, si infetta di Aids e muore... Noi sappiamo che qualche grammo di hashish non può cambiare il destino di una persona. Una punizione sbagliata sì. È stato il carcere, infatti, a segnare il destino di Sandro». È Luigi Cancrini, psichiatra, oggi direttore scientifico delle comunità terapeutiche Saman a fare questo racconto, per spiegare quali possono essere le conseguenze di una politica repressiva, i cui bersagli, dice "saranno i giovani e i giovanissimi".
Professor Cancrini, lei più volte ha parlato di un provvedimento "antistorico".
«La legge Fini fa cadere qualunque distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti, mentre in tutto il resto d'Europa le distinzioni vengono accentuate, sia a livello politico che a livello scientifico secondo le linee guida dell'Osservatorio europeo sulle tossicodipendenze. L'Inghilterra, l'Olanda, in parte anche la Spagna vanno verso la depenalizzazione della cannabis, noi invece vietiamo tutto. Ma nella psicologia giovanile questo messaggio funzionerà con un effetto boomerang».
Perché, che impatto sociale potrebbe avere la punizione generalizzata del consumo?
«Effetti devastanti se davvero scatteranno le sanzioni penali. Effetti "nulli" dal punto di vista della dissuasione perché è noto che il proibire tutto fa scattare, in particolare nei giovani, una gran voglia di violare le regole».
Torna anche il modello della comunità chiusa e residenziale.
«Sì, sul modello di San Patrignano. Invece la comunità deve essere un percorso terapeutico e non rieducativo, deve essere un posto dove si entra e si sceglie di restare volontariamente, un luogo in cui la persona accetta di mettersi in crisi. Invece si ripropone un modello di comunità vecchio, non più utile ai nuovi tossicodipendenti. Oggi l'emergenza è data dalla cocaina, ma il percorso di disintossicazione per chi abusa di questa sostanza è diverso, sono periodi brevi, due, tre mesi, il perno di tutto è la psicoterapia, in cui è necessario a volte coinvolgere l'intero nucleo familiare. Da una recente ricerca fatta a Milano tra i giovani da 18 a 25 anni che frequentano le autoscuole è emerso che il 15% ha riferito di aver fatto uso di cocaina nel corso dell'ultimo anno. Con legge Fini tutti questi giovani sarebbero stati già puniti, ma se proiettiamo quel dato a livello nazionale, che facciamo mettiamo in carcere il 15% dei giovani italiani?».
Ma allora, a suo parere, qual è l'unica forma di prevenzione?
«L'unico messaggio che arriva ai giovani è l'informazione. Non terroristica, non proibizionista ma precisa. Devono sapere che cosa sono quelle pasticche che si prendono, che cosa gli succede se mischiano alcol e cocaina, che danni fanno al loro cervello. Forse il depliant informativo dopo averlo letto lo butteranno via. Ma intanto l'hanno letto e forse hanno imparato a difendersi».
(m.n.d.l.)
mercoledì 17 novembre 2004
su
MAWIVIDEO
MAWIVIDEO
l'intervista all'on.le Fausto Bertinotti
a Radio Tre Mondo del 15 novembre 2004
oltre che dagli Archivi della trasmissione
(cioè QUI)
è adesso disponibile anche su
MAWIVIDEO
Negli Archivi di RADIO3MONDO si può ascoltare però l'intera trasmissione su BAD GODESBORG compresa l'intervista a Bertinotti (un po' più di un'ora in tutto: in questo caso occorre avere istallato sul proprio computer RealPlayer, disponibile in rete gratuitamente), su MAWIVIDEO invece sono disponibili solo i 6/7 minuti dell'intervista stessa (come si sa qui ci vuole Windows Media Player, anch'esso disponibile gratuitamente)
Altrimenti, per chi non possa collegarsi in rete, e grazie ad Annalina Ferrante, c'è anche un cd disponibile per l'ascolto in Libreria
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a Radio Tre Mondo del 15 novembre 2004
oltre che dagli Archivi della trasmissione
(cioè QUI)
è adesso disponibile anche su
MAWIVIDEO
Negli Archivi di RADIO3MONDO si può ascoltare però l'intera trasmissione su BAD GODESBORG compresa l'intervista a Bertinotti (un po' più di un'ora in tutto: in questo caso occorre avere istallato sul proprio computer RealPlayer, disponibile in rete gratuitamente), su MAWIVIDEO invece sono disponibili solo i 6/7 minuti dell'intervista stessa (come si sa qui ci vuole Windows Media Player, anch'esso disponibile gratuitamente)
Altrimenti, per chi non possa collegarsi in rete, e grazie ad Annalina Ferrante, c'è anche un cd disponibile per l'ascolto in Libreria
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ed ecco il manifesto...
«C'è un nuovo nemico a sinistra, si chiama Bertinotti»
il manifesto 17.11.04
la risposta
C'è un nuovo nemico a sinistra, si chiama Bertinotti
Nonostante i borbottii, i rimproveri e le esplicite condanne della sinistra più o meno moderata e "civile" (compreso, ovviamente, "Male Minore"-Barenghi), nonostante la faccia compunta del buon Veltroni, che si ricorda della non-violenza solo quando si sottrae qualche libro o prosciutto e non quando si sommergono di bombe i bambini serbi; nonostante gli schiamazzi di "Tolleranza zero"-Pisanu, gli "espropri proletari" si diffondono a macchia d'olio. Certo, si tratta di minoranze, di avanguardie politicamente scorrette, ma che proprio con la loro "mala educaciòn" pongono un problema e nello stesso tempo evidenziano un rischio. Il problema è naturalmente quello della precarietà, che corrode alle radici la nostra società e che Bertinotti pretende di affrontare accordandosi proprio con quel centro-sinistra che ha aperto le porte al lavoro precario; gli espropriatori hanno infatti compreso che, in un mondo in cui la merce è più sacra della vita umana, l'unico modo per portare la precarietà sotto i riflettori è quello di sferrare continui attacchi alla merce. Il rischio è quello del ritorno della violenza, anche nelle forme della violenza politica: il precariato è infatti una vera e propria violazione dell'ordine sociale, che, come diceva Rousseau, "non deriva assolutamente dalla natura, ma è fondato su accordi": con il venir meno di questi accordi, viene meno anche l'obbligo di obbedire a regole come pagare in un supermercato.
La svolta moderata di Bertinotti, che elude volutamente questi problemi e si impanca in discussioni "new-age" sulla non-violenza come valore escatologico, abbandona di fatto al proprio destino centinaia di migliaia di persone che, private di ogni sponda politica, potrebbero individuare proprio nella violenza l'unica soluzione ai loro problemi.
Non c'è dubbio che più le azioni sono eclatanti, illegali, spettacolari, al limite violente e ovviamente provocatorie, più è evidente il problema che pongono. In questo caso quello della precarietà (che non è solo del lavoro ma della vita in generale), problema che sta assumendo una dimensione tale da non rappresentare più un'eccezione (per quanto diffusa) bensì la regola. Ci stiamo avviando a passi da gigante su una strada che ci porterà a una società basata sull'insicurezza. Non solo quella provocata da guerre e terrorismi, che già bastano, ma da una vita quotidiana in cui si sa forse quello che si sta facendo oggi ma non quello che si farà (se si farà) domani. Cosa meglio dell'attacco al cuore della merce, argomenta il nostro lettore, per mettere a fuoco il problema? Problema che se lasciato a se stesso, o magari venduto sul tavolo della politica come farebbe Bertinotti, esploderà anche in nuove forme di violenza politica.
Sull'esproprio cosiddetto proletario, credo di aver già spiegato sul manifesto di mercoledì scorso la mia posizione contraria, non per ragioni moralistiche o perbenistiche ma politiche. Quel che invece mi interessa discutere oggi è la percezione che si ha ormai di Bertinotti in alcuni settori della sinistra radicale e movimentista, praticamente il leader di Rifondazione è diventato il male maggiore. Ho la netta impressione che si stia riproducendo un meccanismo classico della nostra storia, classico ma sciagurato. Quello che individua il nemico principale non nell'avversario ma nel compagno di strada, compagno che avrebbe sbandato dalla retta via (giudicata retta in base a non si sa quali parametri). E allora giù con le accuse, moderato, traditore, venditore della propria anima, barattatore del movimento in cambio di poltrone. Fino ad arrivare a impedire fisicamente al responsabile esteri di Rifondazione, Gennaro Migliore, di salire sul palco della manifestazione per la Palestina di sabato scorso a Roma. Mentre un suo compagno di partito, Claudio Grassi, ammesso nell'empireo perché la sua corrente aveva aderito "anche alla piattaforma", non si è accorto di quel che stava accadendo sotto i suoi occhi.
A me pare che questa virulenza, questo cercare affannosamente il nemico a sinistra, sia talmente sopra le righe che non ha quasi più nulla a che vedere con il merito delle questioni. Ha invece un sapore artificiale, politicistico direi, si sta in piazza da palestinesi o in un supermercato da precari, ma in realtà si sta nei corridoi del tanto odiato Palazzo. Soprattutto se gli animatori di questo scontro stanno contemporaneamente trattando con altri partiti (per esempio i Verdi o lo stesso Prc) un posto al sole. Cioè nel Palazzo, che evidentemente non gli fa tanto schifo.
la risposta
C'è un nuovo nemico a sinistra, si chiama Bertinotti
Nonostante i borbottii, i rimproveri e le esplicite condanne della sinistra più o meno moderata e "civile" (compreso, ovviamente, "Male Minore"-Barenghi), nonostante la faccia compunta del buon Veltroni, che si ricorda della non-violenza solo quando si sottrae qualche libro o prosciutto e non quando si sommergono di bombe i bambini serbi; nonostante gli schiamazzi di "Tolleranza zero"-Pisanu, gli "espropri proletari" si diffondono a macchia d'olio. Certo, si tratta di minoranze, di avanguardie politicamente scorrette, ma che proprio con la loro "mala educaciòn" pongono un problema e nello stesso tempo evidenziano un rischio. Il problema è naturalmente quello della precarietà, che corrode alle radici la nostra società e che Bertinotti pretende di affrontare accordandosi proprio con quel centro-sinistra che ha aperto le porte al lavoro precario; gli espropriatori hanno infatti compreso che, in un mondo in cui la merce è più sacra della vita umana, l'unico modo per portare la precarietà sotto i riflettori è quello di sferrare continui attacchi alla merce. Il rischio è quello del ritorno della violenza, anche nelle forme della violenza politica: il precariato è infatti una vera e propria violazione dell'ordine sociale, che, come diceva Rousseau, "non deriva assolutamente dalla natura, ma è fondato su accordi": con il venir meno di questi accordi, viene meno anche l'obbligo di obbedire a regole come pagare in un supermercato.
La svolta moderata di Bertinotti, che elude volutamente questi problemi e si impanca in discussioni "new-age" sulla non-violenza come valore escatologico, abbandona di fatto al proprio destino centinaia di migliaia di persone che, private di ogni sponda politica, potrebbero individuare proprio nella violenza l'unica soluzione ai loro problemi.
Marco Di Branco, Roma
Non c'è dubbio che più le azioni sono eclatanti, illegali, spettacolari, al limite violente e ovviamente provocatorie, più è evidente il problema che pongono. In questo caso quello della precarietà (che non è solo del lavoro ma della vita in generale), problema che sta assumendo una dimensione tale da non rappresentare più un'eccezione (per quanto diffusa) bensì la regola. Ci stiamo avviando a passi da gigante su una strada che ci porterà a una società basata sull'insicurezza. Non solo quella provocata da guerre e terrorismi, che già bastano, ma da una vita quotidiana in cui si sa forse quello che si sta facendo oggi ma non quello che si farà (se si farà) domani. Cosa meglio dell'attacco al cuore della merce, argomenta il nostro lettore, per mettere a fuoco il problema? Problema che se lasciato a se stesso, o magari venduto sul tavolo della politica come farebbe Bertinotti, esploderà anche in nuove forme di violenza politica.
Sull'esproprio cosiddetto proletario, credo di aver già spiegato sul manifesto di mercoledì scorso la mia posizione contraria, non per ragioni moralistiche o perbenistiche ma politiche. Quel che invece mi interessa discutere oggi è la percezione che si ha ormai di Bertinotti in alcuni settori della sinistra radicale e movimentista, praticamente il leader di Rifondazione è diventato il male maggiore. Ho la netta impressione che si stia riproducendo un meccanismo classico della nostra storia, classico ma sciagurato. Quello che individua il nemico principale non nell'avversario ma nel compagno di strada, compagno che avrebbe sbandato dalla retta via (giudicata retta in base a non si sa quali parametri). E allora giù con le accuse, moderato, traditore, venditore della propria anima, barattatore del movimento in cambio di poltrone. Fino ad arrivare a impedire fisicamente al responsabile esteri di Rifondazione, Gennaro Migliore, di salire sul palco della manifestazione per la Palestina di sabato scorso a Roma. Mentre un suo compagno di partito, Claudio Grassi, ammesso nell'empireo perché la sua corrente aveva aderito "anche alla piattaforma", non si è accorto di quel che stava accadendo sotto i suoi occhi.
A me pare che questa virulenza, questo cercare affannosamente il nemico a sinistra, sia talmente sopra le righe che non ha quasi più nulla a che vedere con il merito delle questioni. Ha invece un sapore artificiale, politicistico direi, si sta in piazza da palestinesi o in un supermercato da precari, ma in realtà si sta nei corridoi del tanto odiato Palazzo. Soprattutto se gli animatori di questo scontro stanno contemporaneamente trattando con altri partiti (per esempio i Verdi o lo stesso Prc) un posto al sole. Cioè nel Palazzo, che evidentemente non gli fa tanto schifo.
Riccardo Barenghi
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