venerdì 27 febbraio 2004


a proposito delle scelte culturali di Repubblica:

oggi venerdì 27.2.04, si può leggere sul giornale un articolo di Umberto Galimberti dal titolo
"IL CONFINE FRA NOI E L´ANIMALE schizofrenia e normalità"
chi volesse vederlo può richiederlo a questo indirizzo; lo riceverà per e-mail

la chiesa cattolica recluta gli psichiatri per battere il maligno

L'Adige 27.2.04
Tra psichiatri ed esorcisti sdemonizziamo il mondo
psichiatria e religione
Il ritorno del diavolo
di SERGIO ARTINI


La notizia è recente (e se ne parlerà stasera a «Enigma», alle 21, su Raitre) e segnala il rilevante interesse della società odierna per i fenomeni demoniaci: a Genova il cardinale Tarcisio Bertone ha istituito una commissione mista, composta da sacerdoti, psichiatri e psicologi, incaricata di valutare per certi pazienti, con manifestazioni "malefiche" ritenute inspiegabili scientificamente e attribuibili a possessione diabolica, l´opportunità di ricorrere ad un esorcista.
Di esorcisti in Italia ne esistono circa 300 e sono tutti sacerdoti espressamente nominati dai vescovi.
Da un punto di vista empirico la collaborazione tra esorcisti e psichiatri esiste da tempo, perché la premessa, condivisa nella Chiesa Cattolica, è che prima dell´affidamento al "Rito dell´esorcismo" risulta indispensabile inquadrare clinicamente il paziente e studiare se la sua patologia possa essere spiegabile e curabile nell´ambito degli interventi psicologici, psichiatrici e farmacologici. Dai tempi oscuri del trattamento delle malattie mentali, che venivano considerate castighi di Dio o del demonio, si è passati ad uno stadio razionale e di medicalizzazione del problema. D´altro canto risulta sempre suggestivo per la mentalità popolare immaginare forze oscure dall´aldilà che giustifichino le manifestazioni della malattia mentale.
Eppure, nella nostra civiltà occidentale, che vive una fase scientifica e tecnologica, si segnala la diffusione dei fenomeni di satanismo (riti neri, sette sataniche, pratiche demoniache) e del ricorso ai maghi e all´occultismo deviante. Il demoniaco, spesso nelle manifestazioni dell´horror, viene enfa tizzato dai media e cavalcato proficuamente dalla cinematografia di tutto il mondo: dove le soluzioni pseudoscientifiche correlate non cambiano questo senso di regressione ad una concezione magica e retrograda. Anche la domanda non è in calo: gente che si ritrova alterata nell´equilibrio psico-affettivo, che si sente vittima di forze ed eventi soprannaturali o addirittura posseduta dal demonio, non si fida della medicina ufficiale ma non sa più a chi ricorrere, spesso finendo preda di plagi e di sfruttamenti. E proprio la nostra epoca, così frenetica e accelerata nei mutamenti, assiste ad una esplosione di patologie che spaziano dalle nevrosi alle psicosi maggiori.
In genere la Chiesa Cattolica, che si trova a "gestire"il soprannaturale, si muove con estrema prudenza e cautela, sia per ciò che si riferisce all´aspetto speculativo e teologico (la rivelazione e la presenza dei demoni), sia per gli interventi nel campo etico e sociale. Soprattutto si impegna a prendere le distanze dalle superstizioni, dalle pratiche magiche, da ogni occultismo e dagli eccessi mitologizzanti.
Paolo VI, in un discorso del 1972, affermava la necessità per i credenti di evitare il duplice pericolo, da una parte quello di ridurre gli angeli e i demoni a "miti" in cui si manifesterebbe una realtà esclusivamente umana, dall´altra quello di riconoscere nel Demonio un principio di male equivalente e contrapposto al Principio del Bene che è Dio, secondo quella rigida concezione dualistica manichea, tanto avversata da Sant´Agostino.
È evidente come il problema del demoniaco rimandi a quello dell´esistenza del male e del peccato, compreso il Peccato di Origine. Molte eresie sono divampate su questi temi del male, increato, creato da Dio ma non voluto, sperimentato, in forme diverse, dagli Angeli Caduti e dagli uomini.
E l´umanità dei credenti, gettata nella tragedia dell´esistenza, si è interrogata sui perché del male ontologico e morale e, volta a volta, l´ha interpretato come dovuto alla frattura primordiale tra Dio e la Natura, al peccato originale, alla Onnipotenza sacrificata a favore della libertà concessa all´uomo, alla assenza di Dio nei riguardi della Natura mentre è la Redenzione di Cristo che pone la salvezza.
In queste concezioni di ottimismo tragico "il male nasce già vinto" e non è che Dio lo voglia, lo subisce, proprio in nome della libertà per l´uomo, la onnipotenza di Dio non interviene in modo coercitivo ma permette all´uomo stesso di camminare verso la salvezza.
L´opposizione angelo (messaggero) - diavolo (avversario) attraversa la storia dell´uomo e tocca quasi tutte le esperienze religiose. Nell´Antico testamento si parla poco di diavoli. Nel Nuovo si narra di Gesù che scaccia i demoni, libera indemoniati, vince nel deserto le tentazioni di Satana e lotta sino alla fine contro il Maligno.
Anche l´uomo d´oggi si trova a giocare su questo terreno. Il demoniaco viene evocato quando siamo di fronte ad un «male che sembra trascendere la capacità meramente umana o che comunque la sa potenziare fino a farle raggiungere livelli inimmaginabili», come scrive Silvano Zucal che alla dimensione demonologica, nell´ambito della angelologia, ha dedicato ricerche esaustive.
Basti ricordare i campi di concentramento, le pulizie etniche, i genocidi, i massacri tribali, le persecuzioni e gli stermini politici. Ma anche le devianze dei singoli fanno evocare il diavolo: ecco gli squartatori di uomini, i nuovi cannibali, i seviziatori, i pervertiti, i sadici.
Il demoniaco non è mai scomparso dall´orizzonte dell´umanità - non è stato ancora vinto. Può venire visto e vissuto in modi diversi, rappresentato con i toni grotteschi, horror, perfino seducenti, pensato, via via, come persona, come assenza, come simbolo, come mito, come metafora. Nella politica come nell´arte, il male e il demoniaco continuano a venire strumentalizzati e interpretati.
Ma, paradossalmente, ciò che l´uomo crede e capisce attraverso la nozione del demoniaco, lo può fare anche senza di esso. Ed allora dovrebbe cercare proprio di sdemonizzare il male nel mondo, limitando ed emarginando le (presunte) ingerenze demoniache, il che non vuol dire tout court negare Satana, ma pensare ed agire come se non ci fosse o, meglio ancora, perché non ci sia. Ridurlo all´assenza.
In questo ci può aiutare l´avanzamento culturale, che guadagna sempre maggiori ambiti di comprensione e che, così, dovrebbe non solo correggere il gusto per il satanismo ma sradicare i compiacimenti e le pericolose sequele imitative del demoniaco.
Ben vengano, dunque, le commissioni miste e i pool di esperti a decidere sull´esorcismo: ma più che nel senso propositivo e impositivo questi dovrebbero assumere anzi tutto un ruolo adatto a sdemonizzare tutto quello che è possibile attraverso le spiegazioni scientifiche e filosofiche per poi proporre trattamenti clinici adeguati.
Se vale la scommessa pascaliana su Dio, sul demonio la scommessa deve contare al negativo. Anche se l´umanità, in un certo senso, dovrà sempre fare i conti col diavolo e l´acqua santa.
L´adolescente protagonista del film danese «Lilja 4- ever», alle prese con i quotidiani demoni dentro e fuori di lei, non manca di riferirsi poeticamente al suo angelo custode, raffigurato in quella semplice icona che porta sempre con sé, nei traslochi, nelle fughe e nei ritorni e che finisce col prender parte al suo dramma esistenziale.
Per i più esigenti ci si può sempre riferire all´Angelus Novus di Benjamin, che è sì rivolto verso le catastrofi e le rovine del passato, ma che è attratto, dentro la tempesta dal paradiso, verso il futuro. Questo enigmatico e suggestivo passo ben si adatta a spiegare quel faticoso sforzo di superamento che dovrebbe caratterizzare il progresso dell´uomo.

eutanasia

La Stampa 27 Febbraio 2004
FA DISCUTERE LA RICERCA PRESENTATA AL CONGRESSO DELLA SOCIETA’ DI PSICOPATOLOGIA
Eutanasia, otto italiani su 10 dicono sì
«Giusto aiutare a morire i malati terminali, ma non serve una legge specifica»
di
Daniela Daniele

ROMA. Due temi forti, ieri, al congresso della Società italiana di psicopatologia: amore (nella variante gelosia) e morte (nel dibattito su eutanasia).
Ha fatto scalpore una ricerca, condotta da Alessandra Sannella, della facoltà di sociologia della Sapienza di Roma, dalla quale risulta che il 78,6% degli italiani è d'accordo con la possibilità di aiutare a morire malati allo stadio terminale, ma solo il 37,1% ritiene necessaria una legge ad hoc. Lo studio si è basato su un campione di 500 individui, di età compresa tra i 26 e i 65 anni. A dire sì a eutanasia e suicidio assistito sono state soprattutto le donne (56%) e, in generale, i soggetti con un grado di istruzione superiore.
Tra i giovani, il 37% ritiene che si tratti di una scelta personale. Si è invece dichiarato «assolutamente contrario» il 35% del campione. Ma se la maggioranza degli italiani si mostra favorevole all'eutanasia, in determinate situazioni, e il 59,4% afferma che sarebbe d'accordo con questa soluzione in caso di malattia terminale di un familiare, meno della metà sente il bisogno di una legge al riguardo.
«C'è poi un altro dato interessante - ha sottolineato Alessandra Sannella -: il 20% di quelli che si dicono d'accordo con l'aborto non lo sono invece con l'eutanasia. Questo perchè entrano in gioco due diverse concezioni dell'individuo. Nel caso dell'aborto, il feto non è ancora considerato un soggetto a tutti gli effetti, mentre nell'eutanasia a essere colpito sarebbe un individuo pienamente inserito e riconosciuto nel contesto sociale». Un dato che dimostra anche, ha fatto notare la sociologa, come «il fattore religioso non sia determinante in relazione alle scelte di fine della vita».
Tuttavia, tra i contrari all'eutanasia, il 47% dice di esserlo proprio per motivi religiosi, mentre il 17% rivela che continuerebbe a sperare in un miracolo fino alla fine. Dalla ricerca emerge anche una dura critica al mondo dell'informazione: l'80% degli intervistati ritiene l'informazione dei media sull’argomento «frammentaria e poco comprensibile», tanto che «è difficile formarsi un'opinione in merito». Un ultimo dato: il 20%, una volta messo al corrente del tema della ricerca, si è rifiutato di rispondere. «Un elemento - ne ha dedotto Sannella - che indica chiaramente come l'eutanasia rappresenti ancora nella nostra società un tabù».
Altra pagina: la gelosia in amore. Un sentimento che, come spiega la psichiatra Donatella Marazziti dell'Università di Pisa, è naturale e da non demonizzare, purchè non oltrepassi i limiti. «Nel corso della storia - ha spiegato - ha rivestito una grande importanza, poichè mira alla conservazione della specie e alla stabilità della coppia: nei maschi è legata alla sicurezza della paternità e, quindi, alla certezza di provvedere a figli propri; nel sesso femminile, invece, è alla necessità di tenere legato un partner in grado di assicurare cibo e protezione alla prole».
Il problema, però, è che non sempre è facile tracciare il confine tra la gelosia normale e quella patologica, «come ad esempio il delirio di gelosia, che può portare anche ad atti cruenti». Da numerosi studi effettuati la psichiatra e la sua équipe sono arrivate a determinare un limite indicativo di soglia tra gelosia normale e patologica: 60 minuti al giorno. Se in una giornata si pensa insistentemente e con sofferenza all'eventuale tradimento da parte del partner per più di un'ora, questo deve essere considerato un campanello d'allarme.

accade in Svizzera

una segnalazione di Peppe Cancellieri

Giornale del popolo quotidiano della Svizzera italiana 27.2.04
PEDOFILIA Un’interrogazione mette in discussione lo psicologo canadese
Audizioni dei minori scontro sul metodo
«Van Gijeseghem non è adatto per tenere quel corso»


I magistrati, gli agenti di polizia, i delegati alla protezione delle vittime e tutti coloro che a vario titolo hanno a che fare con delle presunte vittime di reati sessuali, si trovano di fronte a un interrogativo: quanto la vittima o presunta tale, è credibile? Queste domande diventano ancora più angoscianti quando i denuncianti sono fanciulli. Un’audizione sbagliata raccolta in sede d’inchiesta diventa un’arma a doppio taglio in mano ai difensori degli accusati da rivolgere contro le stesse vittime. Per questa ragione ben vengano momenti di formazione specifici destinati agli inquirenti per imparare a gestire questi interrogatori. Infatti, proprio lunedì prossimo inizierà un corso suddiviso in due tranches di tre giorni l’una teso a fornire gli strumenti adeguati a magistrati, poliziotti e membri delle Unità di intervento regionali (UIR) per interrogare i minorenni vittime di reato. Tali iniziative si sono rese necessarie dopo l’entrata in vigore, il 1 ° febbraio del 2002, della nuova Legge federale sull’aiuto alle vittime. Le nuove norme federali richiedono comunque una parziale modifica del Codice di procedura penale. Modifica che sta seguendo il normale iter parlamentare. Una delle principali novità consisterà nel fatto che le giovani vittime di reati commessi da adulti non saranno più interrogate dal Magistrato dei minorenni, ma da un procuratore pubblico appositamente formato. Tutto bene, allora? Non per il deputato socialista Bill Arigoni che a proposito di questo corso di formazione ha presentato un’interrogazione parlamentare corredata da una decina di articoli di giornale. Quello che a Bill Arigoni proprio non va giù di questa iniziativa è il nome del principale relatore, il professor Hubert Van Gijseghem, psicologo canadese ed esperto di questo genere di reati. «Che si preparino tutte le persone che dovranno intervenire in caso di abuso sessuale su minore è un fatto più che importante – ci dichiara Arigoni – perché alle piccole vittime deve essere dato tutto il sostegno possibile evitando che un’audizione sbagliata finisca per compromettere le prove a carico dell’accusato durante il processo». Arigoni, nell’atto parlamentare, si chiede come mai sia stato chiamato uno psicologo da così lontano e facendo una ricerca in internet ha trovato notizie che ritiene «sconcertanti». «Van Gijseghem – sostiene Arigoni – definisce umanisti due autori che arrivano a giustificare la pedofilia e, con uno di questi, collabora. Le sue tesi sono notoriamente utilizzate nelle aule penali per screditare la credibilità dei bambini e di chiunque testimoni a loro favore». A suffragio delle sue tesi Arigoni porta una decina di articoli pubblicati negli anni scorsi molto critici nei confronti del professor Humbert Van Gijseghem. Il professore non è comunque nuovo a queste latitudini. Già in ottobre aveva tenuto una conferenza a cui avevano partecipato magistrati e poliziotti e proprio in quell’occasione fu contattato per tenere questo corso di formazione. Da tenere presente che nell’ambito di inchieste così delicate, le teorie su come procedere durante le audizioni sono molto controverse. Van Gijseghem è un sostenitore dei cosiddetti “falsi positivi”. Cioè di quei casi che apparentemente sembrano episodi di abuso sessuale, ma in realtà, nella stragrande maggioranza, non lo sono. Una tesi contraria a quella che sostiene che i casi che emergono sono solo la punta dell’iceberg. Secondo quest’ultima tesi, il numero delle giovani vittime di reati sessuali in Svizzera sarebbe superiore alle 40 mila l’anno (1.500 per il Ticino). Nell’impossibilità di contattare il procuratore generale Bruno Balestra e il tenente Orlando Gnosca della polizia giudiziaria, abbiamo parlato con il cancelliere del Ministero pubblico, Giancarlo Soldati. «Van Gijseghem, da quello che sappiamo è una persona con una notevole formazione ed esperienza. Non credo sia stato chiamato a sproposito per tenere questo corso», ci ha dichiarato. (GENE)

omosessualità

una segnalazione di Paolo Izzo

Agenzia Radicale, News del 27-02-2004
http://www.quaderniradicali.it/agenzia/index.php?op=read&nid=608
Conversazione sull'omesessualità


A Macario Principe, membro associato della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e dirigente psicologo presso l’ASL Napoli 1, abbiamo posto alcune domande.

Lei fa differenza tra libertà sociale di comportarsi da omosessuale e tematica privata ed esistenziale dell’omosessualità ?

Io non ritengo che l’omosessualità vada considerata in una dimensione pubblica, ma che viceversa appartenga alla sfera delle libertà soggettive, e pertanto -nella misura in cui non entra in conflitto con le regole sociali- non vada nemmeno da considerare una sua eventuale normazione.

Da un punto di vista clinico e scientifico lei considera l’omosessualità una malattia ?

Rientra sicuramente in quella vasta problematica delle difficoltà delle “relazioni di oggetto” e più in particolare della scelta dell’oggetto sessuale. In quanto tale ritengo che l’omosessualità debba essere inquadrata clinicamente; però l’intervento terapeutico diviene opportuno unicamente quando tale scelta sessuale diventi fonte di sofferenza per il soggetto.

In un’ottica di diritto di cittadinanza va contemplata la prerogativa di matrimonio tra omosessuali?

In qualità di psicoanalista per me l’argomento non si pone; come cittadino ritengo che -tenuto fermo l’istituto della famiglia- vanno comunque individuate delle aree di garanzia alle quali queste coppie possano accedere.

Maurizio Mottola

giovedì 26 febbraio 2004

INTERVISTA A MASSIMO FAGIOLI
di Paolo Izzo

per leggere l'intervista sul sito originale cliccare QUI


Massimo Fagioli: Omosessualità. Tra libertà sociale e ricerca psichiatrica
intervista di Paolo Izzo
Agenzia Radicale News del 22-02-2004


Secondo il Venerdì di Repubblica (20/02/04), lo psichiatra Massimo Fagioli – cito testualmente – «non ha ancora deciso se prendersela di più con Freud, già definito “vecchio sadico imbecille” o con l’omosessualità, bollata come “annullamento” e considerata “legata alla pulsione di morte”». Il pretesto per la provocazione è un libro di Gianna Sarra, intitolato “La sindrome di Eloisa” (Nutrimenti, pp. 160), sugli amori epistolari di scrittrici e scrittori. Il saggio della Sarra in effetti rivela che Sigmund Freud era omosessuale, pubblicando le sue lettere erotiche all’amico e collega Wilhelm Fliess e allo scrittore Romain Rolland.
Abbiamo intervistato Massimo Fagioli, per chiarire il suo punto di vista sull’intera vicenda.

Allora professor Fagioli, ha letto il Venerdì?

«Comincerei con una affermazione da Costituzione francese: nella società non esistono né eterosessuali né omosessuali. Ai limiti, non esistono né donne né uomini. Nella società esistono cittadini. E il cittadino è quello che rispetta le leggi ed ha possibilità razionali di comportamento. Se queste vengono a mancare, il cittadino cade nella criminalità o nella malattia. E allora in quel momento egli è sospeso: perché ovviamente se sta male, si è rotto le gambe, non può fare l’atleta, non può nemmeno andare al lavoro e quindi va curato. Quando riprende il funzionamento del corpo o anche della mente, nella misura in cui è caduto nella malattia mentale, ritorna in società.»

Nell’articolo si diceva che lei ce l’avrebbe con gli omosessuali…

«Un momento. Quello che ho appena detto riguarda l’omosessualità come libertà sociale. D’altronde, da psichiatra devo studiare l’omosessualità… Non aggredisco gli omosessuali, perché ai limiti io non so se le persone che incontro per strada o che stanno in ufficio e che incontro per ragioni di lavoro sono omosessuali o non omosessuali. Non solo non lo so, ma non me ne importa assolutamente niente. Quello è un fatto privato!»

Qualcosa che avviene al di fuori dello studio medico…

«È nella società. E io non mi permetterei mai di dire che qualcuno è omosessuale o no: quello è un libero cittadino, nella misura in cui passa col verde, nella misura in cui è gentile, nella misura in cui rispetta le regole sociali, nessuno ha il diritto di dire ‘quello è un omosessuale’, sarebbe una cafonata e un’aggressione… C’è la querela per violazione della privacy. Uno è liberissimo di fare quello che gli pare! E se questa faccenda va a finire nello studio psichiatrico, ugualmente è un fatto privato. Come dimostra la storia di quella donna che è stata liberissima di non andare dal medico e morire per cancrena alla gamba. E nessuno può intervenire…»

Tranne che nella ricerca scientifica…

«Se a livello culturale uno vuole discutere, fare ricerca scientifica, allora è un altro discorso: allora si fa un convegno e si studia che cos’è l’omosessualità, perché l’omosessualità, come viene l’omosessualità… Il discorso diventa lunghissimo perché non è soltanto una questione psicopatologica personale, privata, ma è una storia culturale generale. Di cui ci siamo ampiamente occupati, cioè ancora molto poco, perché dovremmo occuparcene molto di più… Parte dalle religioni, parte dalla Ragione, dal logos occidentale…»

Che è uno dei tanti argomenti dei suoi Incontri di ricerca psichiatrica all’Aula magna della Sapienza…

«Sì, preparando il prossimo incontro del 28 febbraio, con Francesca Fagioli si rileggeva un passo della Repubblica di Platone, in cui dice esplicitamente che le donne non esistono, che le donne non sono esseri umani! Quindi la Ragione, il logos occidentale sono basati sull’omosessualità! Da 2500 anni. Poi tutti dicono che sono razionali, tutti dicono che l’identità umana è Ragione ma nessuno dice che questo significa che l’identità umana è omosessuale…»

Un’omosessualità latente, dunque.

«Ecco. C’è questa grande distinzione per cui quella minoranza di omosessuali espliciti, dichiarati, che hanno deciso, rappresenta il problema meno importante. Se invece io scopro che non è affatto vero che esiste una pulsione omosessuale originaria come diceva Freud; se scopro, come ho scoperto, la pulsione di annullamento, la negazione, la bramosia, il desiderio… posso dire che non è affatto come diceva Freud. E soprattutto posso affermare che il desiderio riguarda soltanto il rapporto eterosessuale! Dall’altra parte non c’è desiderio, non esiste, è una negazione… Per il resto se io preferisco passare le vacanze con una bella donna invece che con un uomo, me la lasci questa libertà? E quindi se lui vuole passarle con un uomo, con Romain Rolland o con Fliess, ci vada. Ma poi non può affermare che c’è una pulsione omosessuale originaria in tutti gli esseri umani!»

Sin dal ’71, con “Istinto di morte e conoscenza”, lei si batte contro queste teorie…

«Sin dal ’71 e anche prima. Lì c’è un altro problema più grosso, con la psichiatria o meglio ancora non con la psichiatria, perché la psichiatria qui non c’entra, ma con questa cosiddetta truffa storica della psicanalisi. Perché l’hanno tenuto nascosto per cento anni che Freud era un omosessuale? Questo Foucault lo diceva esplicitamente, ai limiti l’ha confessato anche Thomas Mann. L’ha confessato Armani… Perché la società di psicanalisi ha organizzato tutta una truffa storica per tenerlo nascosto? Per cui uno non poteva scegliere e diceva ‘vado a fare lo psicanalista’. Perché? ‘Perché lì sono eterosessuali, no?’. Invece non era vero… Perché non dire: no, la società di psicanalisi è una società omosessuale, se uno ci vuole andare ci va. Come c’è stato quel famoso articolo di Ammaniti, mi pare il 20 agosto 2000 o ’99, in cui affermava che i migliori analisti erano gli omosessuali. Perché? Allora, ditelo. Così ogni cittadino è libero di scegliere e, soprattutto, ogni studente, ogni ragazzo che non ha idee chiare in proposito… E voi lo imbrogliate in questa maniera? Ecco il punto.»

E magari dicono: siamo tutti omosessuali. Invece con la sua teoria dell’immagine interna…

«Quello è un altro discorso ancora. Troppo complicato. Come si fa a dire tutto? Si devono fare dei capitoli… Perché? Perché appunto il discorso dell’immagine interiore è fondamentale. Non ce l’hanno. Hanno soltanto la figura esterna, per cui magari diventano grandi stilisti, ma il rapporto con l’interno delle donne, quello non esiste…
Insomma, massimo rispetto per tutti. Ai limiti, nella misura in cui gli omosessuali rivendicano i diritti civili, io vado con loro a fare la manifestazione. Se però vengono nel mio studio privato, dicendo: io sto male… Rispondo: amico mio, tu questa omosessualità la devi affrontare, perché l’omosessualità non fa star bene. Perché non è un’identità. Chiaro?»

Chiarissimo.

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Paolo Izzo segnala, per chi fosse interessato, che da oggi è possibile commentare gli articoli della Nuova Agenzia Radicale - e quindi l'intervista al professor Massimo Fagioli di domenica - direttamente sul sito

PER VEDERE L'ORIGINALE DELL'ARTICOLO DEL VENERDI DI REPUBBLICA
- GRAZIE A MAWIVIDEO.IT -
BASTA CLICCARE QUI

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dalla Libreria Amore e Psiche



Vi informiamo che

sabato 28 febbraio nel primo pomeriggio (dopo le 15)

sarà disponibile qui da noi
e presso le Nuove Edizioni Romane

il volume


AULA MAGNA 20 DICEMBRE 2003
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COMUNICATO DELLE NUOVE EDIZIONI ROMANE

In occasione dell’uscita sabato 28 pomeriggio del volume
AULA MAGNA 20 DICEMBRE 2003
la sede della Casa Editrice sarà aperta dall’ora di pranzo in poi.
Domenica 29 l’apertura sarà dalle ore 10 alle ore 20.
Il volume sarà disponibile sabato e domenica anche presso la Libreria Amore e Psiche
mentre, per motivi organizzativi, verrà diffuso negli altri punti abituali a Roma e fuori Roma solo nei giorni seguenti.

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(entro il successivo mercoledì 3 marzo anche a Firenze
come sempre da STRATAGEMMA)


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Vi comunichiamo anche che sarà di nuovo possibile visitare

l’affresco di Massimo Fagioli

Sabato 3 Aprile dalle ore 10 alle 12

presso il Servizio Giardini del Comune di Roma

in Piazzale di Porta Metronia 2

Ricordiamo che sarà data la precedenza a coloro che ancora non hanno visto
l’affresco e che sarà possibile prenotarsi telefonando o mandando una mail
in libreria.

Un saluto a tutti


Libreria Amore e Psiche
via s. caterina da siena, 61 roma
info:06/6783908 amorepsiche2003@libero.it
i nostri orari: lunedi 15-20
dal martedi alla domenica 10-20

ciò che al convegno della Sopsi chiamano "sessualità"
la "psiche" gendarme...
e altro...

La Stampa 26.2.04
PSICOLOGI A CONVEGNO
Sesso e psiche legati a filo doppio così s’influenzano
di Daniela Daniele


ROMA. Sesso e psiche, inscindibile binomio. Se ne parla al nono congresso della Società italiana di psicopatologia, in corso nella capitale. Quanto i prodotti dell’inconscio condizionano la sfera più intima della nostra vita? E quale influenza hanno gli psicofarmaci sulla performance, ma soprattutto sulla serenità sessuale? Da che cosa hanno origine i disturbi del sesso? «Nascono - risponde il professor Romolo Rossi, ordinario di psichiatria dell’Università di Genova - quando la sessualità, intesa come realizzazione di una pulsione, può essere pericolosa. Ovvero, quando porta con sè elementi inaccettabili, per sè o per gli altri». Per esempio, un’eccessiva quantità di voyeurismo, di tendenze sadomaso, di necessità esibizionistiche e così via. «Oppure - continua lo psichiatra -, quando la sessualità è tale da mettere in pericolo la relazione con il mondo esterno, con il tessuto sociale».
Come interviene la psiche a questo punto? «Con un atto inibitorio. Riduce, nei maschi, la potenza, nelle femmine la sensibilità sessuale, ovvero la capacità di partecipare al rapporto. Così la sessualità diventa difficile, per la salvaguardia della psiche che la avverte come pericolosa». Nei confronti dell’impotenza maschile, però, l’industria farmaceutica s’è data da fare. «Vero - osserva lo specialista -, ma l’uso dei prodotti che inducono l’erezione ha un risvolto: può lasciare allo scoperto l’inconscio e rivelare elementi che l’impotenza sessuale tendeva a nascondere». Per esempio, un’omosessualità latente può essere “preservata” dall’impotenza. Il soggetto pensa di sè: «Andrei volentieri con le donne, ma non riesco ad avere l’erezione, quindi non lo posso fare». Se, invece, l’erezione è indotta da un farmaco e l’uomo scopre che non desidera affatto una donna, dovrà prendere coscienza della propria omosessualità. E potrebbe essere una via di liberazione.
Ma c’è anche un’impotenza che deriva dall’ansia di adeguare le prestazioni ai modelli che vengono imposti dall’esterno. «D’estate, per esempio - osserva Rossi -, la quantità dei giovani impotenti aumenta, perché questi ragazzi sono continuamente stimolati a dover essere sempre pronti ed eccezionali», per rispondere ai canoni di sex appeal imposti nel periodo delle vacanze.
Che cosa accade, invece, quando una persona viene trattata con psicofarmaci? «Gli antidepressivi, purtroppo, hanno un’azione abbastanza forte di riduzione della potenza e del desiderio sessuale - spiega il medico -. E’ interessante notare che stimolano l’appetito e fanno diminuire la potenza. Ed è curioso che aumenti una pulsione primitiva, come quella alimentare, e diminuisca una pulsione più evoluta, quella sessuale. E’ quasi come se l’una venisse sostituita dall’altra». Infatti, anche in persone che non assumono antidepressivi, c’è spesso la tendenza di sostituire con eccessive quantità di cibo una vita sessuale assente o che non soddisfa.
I disturbi della sessualità colpiscono l’8-10 per cento della popolazione, a vari livelli. «Qualsiasi disturbo psichico - dice Vittorio Volterra, ordinario di psichiatria dell’Università di Bologna - ha un ruolo sulla soddisfazione o sulla propria capacità sessuale. Su questo, poi, incide l’assunzione di psicofarmaci e si crea un circuito chiuso: spesso chi ha questi disturbi diventa depresso e chi è depresso va incontro, per via dei farmaci, a effetti collaterali. Così, non di rado, i pazienti abbandonano la cura. E’ il nostro problema: occorre trovare il modo di risolverlo, su questo ci stiamo confrontando».

AMMANNITI dulla depressione
Yahoo Notizie Mercoledì 25 Febbraio 2004, 17:30
PSICHIATRIA: 50% FIGLI DI DEPRESSE HA DISTURBI PSICHICI


(ANSA) - ROMA, 25 FEB - Una donna su dieci in gravidanza e' depressa e il 50% dei figli che nascono va incontro a disturbi di tipo psicopatologico in genere. Ad affermarlo e' lo psichiatra Massimo Ammanniti, professore di psicopatologia dello sviluppo, intervenuto a margine del IX congresso della Societa' Italiana di Psicopatologia, che spiega: ''I figli di madri depresse hanno quattro-cinque volte di piu' la possibilita' di andare incontro a disturbi di tipo comportamentale, affettivo, relazionale, nonche' a deficit cognitivi''.
''In molti casi la gravidanza puo' accentuare le manifestazioni depressive - spiega Ammanniti -. E' un periodo, infatti, nel quale i disturbi depressivi sono piu' accentuati: ansia, apprensione e la sensazione di non essere all' altezza''.
''Riconoscere la patologia depressiva in tempo - mette in guardia Ammanniti - e' importante in quanto e' durante il primo anno di vita del bambino che il rischio di suicidio e di infanticidio e' piu' alto''.
Il responsabile biologico che lega la madre depressa agli eventuali problemi del nascituro e' il cortisolo, un ormone della ghiandola surrenale che gestisce le situazioni di stress. ''La donna che soffre di depressione - conclude Ammanniti - ha un livello di cortisolo piu' elevato che si ripercuote nei processi di maturazione neurocerebrale del feto''. (ANSA).

EUTANASIA
Yahoo Notizie Giovedì 26 Febbraio 2004, 14:36
EUTANASIA: RICERCA, 78% CAMPIONE DICE SI', 37% CHIEDE LEGGE


(ANSA) - ROMA, 26 FEB - Il 78,6% degli italiani e' d'accordo con la possibilita' di eutanasia nel caso di malattie allo stadio terminale, ma solo il 37,1% ritiene necessaria una regolamentazione con una legge ad hoc. Il dato emerge da una ricerca condotta dalla sociologa Alessandra Sannella della Facolta' di Sociologia dell'Universita' La Sapienza di Roma su un campione di 500 individui tra i 26 e i 65 anni, ed e' stato presentato in occasione del Congresso della Societa' italiana di psicopatologia in corso a Roma.
Alla domanda 'e' d'accordo con l'eutanasia?', ha spiegato Sannella, il 78,6% del campione ha dato una risposta positiva. A dire si' ad eutanasia e suicidio assistito sono soprattutto le donne (56%) ed i soggetti con un grado di istruzione superiore. Tra i giovani, il 37% pensa che si tratti di una scelta personale. Si e' invece dichiarato ''assolutamente contrario'' a questa pratica il 35% del campione. Ma se la maggioranza degli italiani si mostra favorevole all'eutanasia in determinate situazioni, e il 59,4% afferma che sarebbe d'accordo con questa soluzione in caso di malattia terminale di un familiare, solo il 37,1% chiede una regolamentazione per legge.
C'e' poi un altro dato ''interessante'', ha sottolineato la sociologa: ''Il 20% di coloro che si dicono d'accordo con l'aborto, non sono invece favorevoli all'eutanasia. Questo perche' - ha spiegato - entrano in gioco due diverse concezioni dell'individuo: nel caso dell'aborto, infatti, il feto non e' ancora considerato un soggetto a tutti gli effetti, mentre nell'eutanasia ad essere colpito sarebbe un individuo pienamente inserito e riconosciuto nel contesto sociale''. Un dato che dimostra anche, ha aggiunto Sannella, come ''il fattore religioso non sia determinante in relazione alle scelte di fine vita''. Tra i contrari all'eutanasia, pero', il 47% dice di esserlo appunto per motivi religiosi, mentre il 17% rivela che continuerebbe a sperare in un miracolo fino alla fine.
Dalla ricerca emerge anche una dura critica al mondo dell'informazione: l'80% del campione, infatti, giudica l'informazione data dai mass media su questo tema ''frammentaria e poco comprensibile'', tanto che ''e' difficile formarsi un'opinione in merito''. Un ultimo dato: ''Il 20% del campione, una volta realizzato l'argomento della ricerca, effettuata attraverso la somministrazione di un questionario - ha affermato Sannella - si e' rifiutato di rispondere. Un elemento che indica chiaramente come - ha concluso la sociologa - l'eutanasia rappresenti ancora nella nostra societa' un tema tabu'''. (ANSA).

MASS MEDIA
Mercoledì 25 Febbraio 2004, 17:35
Psichiatria: Sopsi, Non Piu' 'Mostri' In Prima Pagina


Roma, 25 feb. (Adnkronos) - Dal congresso romano della Societa' italiana di psicopatologia (Sopsi) arriva l'impegno degli esperti con i mass media, per promuovere una corretta informazione sui disturbi psichiatrici. E' quanto emerso dall'incontro di ieri dal tema 'Sbatti il mostro in prima pagina', in cui psichiatri e giornalisti si sono confrontati per analizzare il livello di conoscenza degli italiani riguardo i disturbi mentali. Da confronto e' emersa la tendenza, da parte dei media, di parlare poco delle malattie mentali. E di farlo quando il malato e' un 'individuo pericoloso per la societa'', una persona che fa notizia. ''Vi e' una crescente e continua richiesta di conoscenza su tutto cio' che riguarda la psichiatria'', ha detto Paolo Pancheri, presidente Sopsi. E' fondamentale dunque ''migliorare il rapporto psichiatra-mass media e lavorare insieme per rendere l'informazione piu' chiara''. I rappresentanti della Sopsi si sono resi disponibili a dar vita ad una collaborazione costante, per aumentare la solidarieta' nei confronti delle persone affette da disturbi mentali, e vincere il pregiudizio. (Mar/Adnkronos Salute)

«La stanza vuota delle tre religioni»
Pietro Citati sui tre monoteismi

una segnalazione di Sergio Grom

Repubblica 26.2.04
La stanza vuota delle tre religioni
IL NOME SEGRETO DI DIO
Le tre religioni di Abramo, i monoteismi a confronto

Parlare di ebraismo, cristianesimo e dell´Islam è quasi impossibile, tanto sono complicati i loro cammini e le molteplici forme che hanno assunto nel tempo
È stato il filosofo e teologo Kierkegaard a sostenere che per un uomo di lettere leggere libri religiosi è un grande divertimento
Dio Padre e Allah sono figli di Jahve, gli assomigliano come un volto rispetto al suo riflesso specchiato Tutti e tre sono unici
L´islamismo non è Khomeini, bin Laden o lo sceicco Ahmed Yassin, ma una realtà immensa fatta di straordinarie cose
di PIETRO CITATI


PARLARE della religione d´Abramo, cioè dell´ebraismo, del cristianesimo e dell´Islam, è quasi impossibile. Sono religioni complicatissime, e ognuna d´esse si divide in sotto-religioni - giudeo-cristianesimo, cristianesimo paolino, cristianesimo neoplatonico, gnosi, luteranismo, calvinismo, controriforma: fariseismo, essenismo, ebraismo apocalittico, Zeloti, Cabala, chassidismo: Islam sunnita, sciita, sufi; e ho accennato appena a un centesimo di queste definizioni, nelle quali s´è espressa la grandiosa fantasia religiosa dell´uomo - la forma più sublime delle nostra immaginazione creatrice.
Non sono affatto uno specialista, ma solo un dilettante di cose sacre. A mia scusa, posso ricordare una frase di Kierkegaard: il quale diceva che, per un uomo di lettere, leggere libri di religione è il più grande e forse l´unico divertimento. Se una volta siamo stati creati da Dio oppure l´abbiamo creato (la differenza è irrilevante), ora giochiamo con lui: o soprattutto, lasciamo che lui, nascosto dietro una cortina, giochi con noi, legati a lui da migliaia di sottilissimi fili, come il burattinaio muove sulla scena le sue marionette di pezza.
Nel primo secolo dopo Cristo, esisteva il Tempio di Gerusalemme: il secondo Tempio, che venne distrutto dalle truppe romane nel settanta dopo Cristo. Aveva la porta ricoperta d´oro da cui pendevano grappoli d´oro alti come un uomo: gli ori risplendevano sotto i raggi del sole, facendo chiudere gli occhi a chi cercava di fissare il Tempio da lontano. All´aperto stava l´altare dei sacrifici, dove il fuoco non si spegneva mai. All´interno, dietro una tenda, il Santo dei Santi, inaccessibile, invisibile, dove aleggiavano lo spirito e il nome segreto di Dio. Sino alla fine, il Tempio fu circondato da un immenso prestigio nel mondo pagano: quasi tutti i popoli del Mediterraneo vi portavano doni votivi. Nel 63 avanti Cristo, avvenne uno scandalo. Pompeo il grande violò il Tempio di Gerusalemme, penetrando nel Santo dei Santi. Non scorse nulla. La stanza era vuota. Molti pagani si presero gioco di Israele. Alcuni (ne sono certo) compresero che il Santo dei Santi era vuoto perché solo il vuoto può alludere all´essenza inafferrabile e incomprensibile di Dio. Non dimentichiamo mai quella stanza. Tutti i templi cristiani e le moschee islamiche e le sinagoghe della diaspora vengono di lì. Non badiamo allo splendore delle architetture, delle pitture, delle sculture, dei pulpiti, delle lampade, dei mihrab, dei colori nelle chiese e nelle moschee. In ognuna di esse, nascosta sotto i colori, c´è sempre quella stanza vuota, dove aleggia lo spirito di Dio. Senza quel vuoto profondissimo, nessun tempio può esistere. Noi siamo ancora là, in quel Santo dei Santi, che per mille anni ebrei, cristiani e musulmani hanno inutilmente cercato sotto le rovine del tempio di Gerusalemme.
Dio Padre e Allah sono figli di Jahve: gli assomigliano come un volto rispetto al suo riflesso specchiato. Tutti e tre sono unici. Tutti e tre, diceva Agostino, sono altissimi et secretissimi, proximi ed praesentissimi. Proprio perché sono unici, hanno qualità opposte: abitano le ultime lontananze dei cieli, dietro settantamila cortine di luce e di tenebra, e stanno vicino a noi, più prossimi, diceva il Corano, della vena del nostro collo: sono tutte le cose e non si identificano con nessuna delle cose: sono inconoscibili e conosciutissimi, come Cristo: sono gelosi, tirannici, tremendi, e ci sfiorano con la grazia più delicata: sono immutabili e mutevolissimi; se qualche volta ci inducono a peccare, lo fanno solo per perdonarci. Come diceva un teosofo islamico, il nome Allah, cioè Dio, deriva dalla radice wll, che esprime la nostra dolorosa nostalgia di Dio.
Nella mediocre coscienza religiosa dei nostri giorni, abbiamo dimenticato che il rapporto col Dio unico è un rischio: il più grande che possiamo affrontare. Qualsiasi vera esperienza religiosa, anche politeista, è un rischio: lo sa, nell´Iliade, Elena che viene posseduta da Afrodite; e, nell´Odissea, i devotissimi Feaci, che diventano vittime sia di Posidone sia (forse) di Zeus. Ma l´esperienza monoteista è più tragica. Lo sguardo del devoto ebreo, cristiano, o islamico, sta fisso sul punto luminoso-oscuro, che si rivelò, durante l´Esodo, tra le colonne di nubi e di fuoco del cielo. Se la fiamma divoratrice del roveto ardente, dove Dio si nasconde, è troppo intensa, possiamo venire distrutti. Quando Allah possiede la mente del mistico islamico, questi non conosce quiete perché Egli non si vela ai suoi sguardi nemmeno un istante. Appena il mistico entra nella Valle dell´Amore, gli sembra di tuffarsi nel fuoco. Non gli resta che annullarsi nel mare del mistero: o immolarsi sulla stessa croce di Cristo.
Vi è forse un pericolo ancora più grande. Chi crede nel Dio unico, pensa che il suo regno debba essere attuato qui ed ora, su questa terra, con assoluto rigore, nella purezza assoluta delle leggi e dei riti. Qualsiasi rinvio o compromesso è un tradimento. Nessuna idea è più pericolosa: nessuna ha portato maggiori disastri nella storia universale; specialmente in quella ebraica, ma anche in quella cristiana ed islamica e nelle storie profane. Durante il primo secolo dopo Cristo, gli ebrei attendevano il Messia, nato da un uomo e da una donna. Quando egli fosse venuto, allora sarebbe giunto il Giudizio, il Regno, una nuova creazione. Un fervore incontenibile si impadronì di molti ebrei. Fra di essi, i qanna´im, gli Zeloti, non volevano aspettare pazientemente il regno di Dio, ma volevano affrettare «la fine», accelerando la venuta del Signore. Sappiamo cosa accadde: la distruzione del secondo Tempio, il rogo del Santo dei Santi, la fine dei sacrifici, la perdita del nome segreto di Dio, il ferocissimo massacro da parte dei Romani, l´infinita, interminabile diaspora, che non è ancora finita.
Dopo di allora, Israele venne guidato soprattutto dai rabbini. Essi non volevano «affrettare» la venuta del regno di Dio. Predicavano la pazienza, la calma, lo studio della Bibbia, il commento insaziabile delle parole sacre, l´attesa. Si chiusero nel silenzio, nel dolore e nella gioia segreta - perché Dio era presente in tutte le scintille luminose della terra. Quasi lo stesso accadde nella Chiesa cristiana. Malgrado le aspettative, Gesù non discese dal cielo; e, come i rabbini di Israele, i sacerdoti cristiani appresero che solo la cautela e la discrezione, e un infinito amore che accetta l´infinita distanza, possono permettere a Dio e agli uomini di entrare in rapporto.

Tutti conoscono la scena del dramma primordiale. Dio dispone Adamo ed Eva nel giardino di Eden, al centro del mondo, dal quale escono i quattro fiumi dell´universo. Alla brezza del giorno, Dio cammina nell´Eden e l´uomo è il suo tempio. Nel mezzo del giardino, sta l´albero della vita: probabilmente lì accanto l´albero della conoscenza del bene e del male. A partire dal primo secolo avanti Cristo, quante volte ebrei e cristiani hanno ripetuto e come salmodiato il nome dei due alberi! Quante volte hanno cercato di interpretarli! Tutta la nostra vita, soprattutto oggi, dipende dal loro significato.
Non credo che l´albero della conoscenza offra (come qualcuno dice) «l´onniscienza nell´accezione più lata del termine»: la cognizione del bene e del male è solo una parte della conoscenza totale. Per quanto possiamo capire, il suo frutto divide il mondo secondo le forze opposte del bene e del male: instaura nel mondo unitario delle origini la separazione, l´antitesi, la lacerazione, l´opposizione. Da una parte c´è il bene, dall´altra il male: da una parte c´è il sacro, dall´altra il profano; e poi via via il puro e l´impuro, il permesso e il proibito, la vita e la morte, la virtù e il peccato, la legge e la violazione.
Chi ha conosciuto il bene e il male, vive cogli occhi aperti: cogli occhi tragicamente aperti sulle lacerazioni della realtà. Mangiando il frutto, entriamo nel regno della morte, viviamo nella morte, esperimentiamo la morte, dalla quale Dio voleva sottrarci all´inizio dei tempi. Non eravamo fatti per vedere il mondo secondo l´antitesi e la contraddizione, la luce e la tenebra.
L´altro albero, l´albero della vita, è ancora più misterioso. Sappiamo soltanto che ci dona «la vita eterna». Senza che nessuna parola lo dica esplicitamente, è lecito supporre che Dio avrebbe concesso all´uomo di mangiarne i frutti, diventando immortale. Così possiamo immaginare il progetto che Dio aveva preparato per l´uomo. Adamo ed Eva dovevano vivere cogli occhi chiusi, senza entrare nel regno della chiarezza e dell´opposizione: senza conoscere né il bene né il male, né la morte né la storia. Ma vivere ad occhi chiusi non esclude la conoscenza. Tutto lascia credere che lassù Adamo ed Eva avrebbero posseduto una conoscenza che si unificava con l´unitaria realtà divina del mondo. Come sempre, Kafka ha visto meglio di tutti: «Esistono, per noi, due specie di verità, come vengono rappresentate dall´albero della scienza e dall´albero della vita... Nella prima, il bene si distingue dal male: la seconda non è altro che il bene stesso, ed ignora sia il bene sia il male».
Il progetto di Dio viene infranto. Eva e Adamo peccano. Questo gesto tra le ombre del giardino rivela cosa si annidava nel cuore già notturno dell´uomo: Adamo non vuole restare una creatura, desidera diventare sicut Deus, precipitando fuori dal proprio limite. Il suo atto è duplice. Da un lato, si avvicina a Dio, diventa sicut Deus, guadagna una conoscenza divina: ma, dall´altra, acquista la caratteristica che definirà per sempre l´uomo, perché soltanto l´uomo (non Dio né gli animali) conosce le cose esclusivamente attraverso lo sguardo limitato e opposto del bene e del male.
In questo momento, con rapidità vertiginosa, nasce la storia umana: quella che stiamo ancora sopportando. L´uomo comincia a vivere ad occhi aperti. Conosce la divisione, la separazione, l´antitesi: esperimenta il bene e il male, il sacro e il profano, il peccato, la vergogna, la cacciata, il desiderio amoroso, il parto, la paternità e la maternità! Mentre prepara un vestito colle foglie di fico, inventa la civiltà e la cultura. Così la tradizione ebraica e cristiana nasce dopo il peccato, attraverso la coscienza e la vergogna per il peccato. Anche Dio si sposta. Lascia l´Eden vuoto, e si avvicina alla storia. L´atto col quale si accomiata da noi è dolcissimo: prepara «due tuniche di pelle», e ne veste Adamo ed Eva cacciati dall´Eden. Così ci fa capire che, d´ora in poi, malgrado il peccato, egli proteggerà l´uomo e la cultura; e da Dio della creazione si trasformerà in Dio della storia.
Questo racconto ha un epilogo, simile tra cristiani ed ebrei, che ci riporta di nuovo fuori dal tempo. Nell´Apocalisse cristiana di Giovanni, la Gerusalemme che discende dal cielo è una misteriosa città cubica di diaspro, illuminata dalla luce gloriosa di Dio, senza sole e senza luna, senza notte, senza templi, dove l´uomo abita in Dio e in Cristo. Accanto a un fiume, sorge l´albero della vita, che porta dodici frutti - ma l´albero della conoscenza del bene e del male, attraverso il quale la colpa è entrata nel mondo, è scomparso. Siamo dunque ritornati nell´Eden, senza più peccato. I cabalisti ebrei pensano invece che le radici dei due alberi edenici fossero le stesse. Mangiando il frutto del bene e del male, la colpa di Adamo era stata quella di isolare tra loro i due alberi, trasformando l´albero della conoscenza in albero della separazione e della morte. Dunque noi tutti, ebrei e cristiani, dobbiamo scavare il terreno dell´Eden che vive in ognuno di noi, e dimostrare che esiste soltanto una radice, che tutti i rami emanano da un medesimo tronco, che tutte le nostre sensazioni, pensieri e fedi non sono che un unico flutto di luce.

Passarono tredici o forse quattordici secoli. Nel settimo secolo dopo Cristo, la vecchia storia di Adamo fu narrata un´altra volta, anzi più volte, nel Corano, che raccoglieva in parte tarde leggende ebraiche; e poi raccontata ancora dalla tradizione sunnita e in quella sciita, finché nel nono secolo, a Bagdad, un sapientissimo teologo e storico, Tabari, la raccontò un´altra volta nei trenta volumi del suo commento al Corano e nei centoventi volumi delle sue Notizie dei profeti e dei re. Tutto cambiò. Nella Genesi, la creazione di Adamo è un atto superbamente solitario di Dio: nel mondo appena nato, Dio forma l´uomo dalla polvere della terra, o «a sua immagine e somiglianza». Non c´è nient´altro che questo gesto: questo fronte a fronte tra Dio e l´uomo; gli occhi creatori puntati sulla creatura. Il mondo del Corano è invece popolatissimo: una grande scena di teatro, un coro sonoro e colorato, dove prendono la parola, uno dopo l´altro, Allah, gli angeli, Satana, la terra, Adamo.
Allah impone agli angeli di rendere omaggio alla nuova creatura: un immenso gigante di argilla, che diventerà Adamo. C´è qualche protesta: «Vuoi mettere sulla terra chi vi porterà la corruzione e vi spargerà il sangue»: poi gli angeli chinano il capo e accettano. Con una sola eccezione, Iblis, Satana, che rifiuta di prosternarsi e dice: «Io sono migliore di lui: tu mi creasti col fuoco, e creasti lui di fango». Imperiosamente, Allah lo caccia: «Via di qui! Non ti è lecito, qui, fare il superbo. Via. Sei ormai un essere spregevole».
La tradizione islamica è più complessa e variegata di quella cristiana. Secondo la versione sufi, cioè mistica, Satana è il primo monoteista, che si ribella a Dio per amore di Dio. Quando Allah comanda agli angeli di prosternarsi davanti ad Adamo, Satana rifiuta perché ama Dio più puramente degli altri, e può venerare solo la sua essenza incomunicabile. Il Signore lo punisce segregandolo nel più buio degli inferni. Appena ode pronunciare la condanna, Satana dice a sé stesso che essa scende dal soglio di Dio, come la pioggia della sua grazia, e l´accoglie con il fervore della propria anima. Ha un unico desiderio: servire da bersaglio alla freccia di Dio. Sa quanto sia soave: perché, prima di lanciare la freccia, Allah fissa lo sguardo sul bersaglio della propria collera. Allora il dolore della ferita viene dimenticato. La memoria accoglie soltanto la beatitudine di quello sguardo divino, dove la collera si confonde con la più dolce delle misericordie.
Nell´Eden islamico c´è un solo albero. Per quanto io sappia, non esiste la minima traccia di quel complicato e delicatissimo intreccio tra l´albero della vita e l´albero della conoscenza, che appare nella Genesi ebraico-cristiana. Nel Corano, esso è l´albero della vita eterna: i commentatori arabi parlano di vigna, grano, olivo, palma, lavanda, fico, melo e (naturalmente) sesso femminile. Il saggio Tabari aggiunge: «Non ne sappiamo niente». Ma già nel Corano un fatto è evidente. Sebbene Adamo sia cacciato dal Giardino e conosca una vita di lacrime sulla terra, la sua colpa non è l´evento capitale, anzi l´evento della tradizione ebraico-cristiana. Come dice l´esegesi sunnita, alla quale ha dedicato un eccellente libro Ida Zilio-Grandi (Il male nel Corano, Einaudi), la colpa di Adamo è lieve. Qualcuno la nega: qualcuno dice che Adamo era ubriaco; qualcuno che si era dimenticato dell´ordine di Dio (singolare dimenticanza per un grandissimo profeta). L´Islam (o una parte di esso) non è dunque fondato sul peccato originale: quel peccato immenso, che per noi Cristiani solo il sacrificio di Gesù sulla croce riuscirà a cancellare. Ignora la colpa primitiva, che l´Occidente, persino quello illuminista, non ha mai dimenticato.
Qualche secolo dopo, la tradizione sciita racconta una storia diversa. Nel giardino dell´Eden, Adamo soccombe alla vertigine dell´ambizione, trasgredendo il proprio limite. Mentre mangia il frutto dell´albero sconosciuto, egli vuole conoscere il mistero di luce che non può ancora raggiungere, acquistando con violenza la scienza della Resurrezione, che sta al di fuori della sua e della nostra misura. Noi, ebrei e cristiani, ritroviamo almeno in parte il nostro Adamo. Ma solo in parte. L´Adamo, di cui parla san Paolo nella Lettera ai Romani, è il rovescio di Cristo: «Per mezzo di Adamo il peccato entrò nel mondo e per mezzo del peccato la morte, e in tal modo la morte si estese a tutti gli uomini, perché tutti peccarono... Se per il delitto di un solo la morte regnò per colpa di un solo, molto più quelli (i cristiani) che ricevono l´abbondanza della Grazia... regneranno nella vita per merito di uno solo, Gesù Cristo». L´Adamo degli sciiti resta, invece, il primo tra i profeti: l´epifania del Misericordioso, la più pura sostanza del mondo angelico. Secondo una tradizione, il Nome supremo di Dio comprende settantatré lettere, di cui una è conosciuta soltanto da lui. Due lettere furono date a Gesù: quattro a Mosé: otto ad Abramo: quindici a Noé: venticinque ad Adamo; settantadue a Maometto. Dunque, Adamo, il peccatore, è il supremo tra i profeti, dopo colui che li riassume tutti in sé stesso, Maometto.
Secondo un´altra concezione islamica, la terra è avvolta dalle azzurre montagne di Qaf, che simboleggiano la nona sfera celeste. Ai suoi piedi si estendono due immense città, Jabalqa e Jabarsa, che hanno quattro lati di quattordicimila parasanghe. La popolazione è incalcolabile. «Ogni città ha mille fortezze, e in ognuna di queste fortezze c´è una guarnigione di mille soldati, che vi fanno la guardia ogni notte». Non c´è sole né luna: il tenero azzurro smeraldino di Qaf illumina ogni torrione, ogni merlo, ogni soldato della fortezza; e dal suolo proviene un´altra luce. Qui Allah ha progettato una storia diversa da quella di Adamo. Gli abitanti di Jabalqa e di Jabarsa non discendono da Adamo, e non hanno mai sentito parlare di lui e di Satana. Mentre noi, Adamiti, ci nutriamo di carne, indossiamo vestiti, apparteniamo a due sessi, lassù gli abitanti delle due città si nutrono di erbe, vivono nudi, sono androgini e non generano figli. Convertiti da Maometto all´Islam nella notte del suo velocissimo viaggio celeste, rivolgono ad Allah la perfetta obbedienza degli angeli.

Molti, nel lontano e vicino passato (e persino oggi) sognarono una condizione nella quale le tre religioni di Abramo convivessero pacificamente. Mi duole per i miei confratelli cristiani: questo non accadde mai sotto il dominio dei sovrani cristiani, troppo affaccendati a massacrare ebrei. Accadde soltanto - sia pure per intervalli, interruzioni, nell´imperfettissimo modo umano - sotto il dominio politico di califfi e sovrani islamici, in Spagna e nell´Africa settentrionale. Un famosissimo verso del Corano aveva detto: «A ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via: mentre, se Dio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una comunità unica».
Il Corano stabiliva che ebrei, cristiani, zoroastriani erano popoli eletti. Imponeva una tassa (spesso gravosa) a chiunque di loro volesse professare la propria religione. Era un´umiliazione: il segno di un´inferiorità radicale rispetto ai veri credenti, gli islamici. Ma anche una protezione. Quando avevano pagato la tassa, ebrei e cristiani avevano il diritto di venerare il proprio Dio, leggere i propri libri sacri, svolgere le loro cerimonie, e amministrare le proprie comunità.
Penso soprattutto al califfato di Cordoba nel decimo secolo: che una famosa monaca tedesca, Rosvita, chiamò «lo sfavillante ornamento del mondo». Cordoba aveva novecento bagni, migliaia di negozi, centinaia o migliaia di moschee, acque correnti portate dagli acquedotti, strade lastricate e luminose. La Biblioteca del califfo conteneva quattrocentomila volumi: il suo catalogo occupava quarantaquattro volumi; mentre altre settanta biblioteche erano aperte a chi voleva leggere l´arabo, il latino, l´ebraico. Allora le biblioteche dei conventi europei non comprendevano, di solito, più di quattrocento codici. Il visir del califfo era Hasdar, figlio di Isacco, figlio di Ezra, capo della comunità ebraica. Uno degli ambasciatori era Recemondo, vescovo cristiano.
A Cordoba, le acque, le luci, i negozi, le biblioteche, i cataloghi non durarono a lungo. All´inizio dell´undicesimo secolo, i mercenari berberi del Califfo distrussero la città e la meravigliosa reggia di Madinat al-Zahra. Poi, sempre dal Marocco, arrivarono gli emiri Almoravidi, che detestavano ebrei e cristiani e soprattutto i musulmani mistici. Che non condividevano il loro fanatismo. Come vedete, l´Islam non è mai stato privo di qualche Osama bin-Laden. Nel 1109, gli Almoravidi bruciarono in piazza un libro di Al-Ghazali, uno scrittore grandissimo, nato nell´Iran orientale. La cosa più straordinaria è che mentre i fogli del libro si accartocciavano e si annerivano sotto la violenza del fuoco, la popolazione di Cordoba tumultuò e si ribellò contro gli emiri berberi. Fu l´unica volta, credo, nella storia del mondo che un popolo si ribellò per difendere un libro: questa cosa fragile, delicatissima, fatta di lettere, colori, respiri, profumi e nostalgia.
Mai come oggi la religione di Abramo è torturata e divisa. I cristiani non conoscono né Israele né l´Islam: l´Islam non conosce né il cristianesimo né Israele, e soprattutto se stesso; Israele conosce poco il cristianesimo e l´Islam. Una mediocrissima setta religiosa, i Wahhabiti, diffusa nell´Arabia Saudita, fino a pochi decenni fa disprezzata nell´Islam, è oggi la più importante del mondo musulmano. Quando si impadronirono dei luoghi santi, i Wahhabiti distrussero le tombe dei parenti, dei compagni e delle mogli di Maometto, e avrebbero distrutto anche la tomba di Maometto, se la gente di Medina non si fosse rivoltata. Di lì venne Osama bin-Laden e il terrorismo. Ma non c´è una sola pagina, nei testi fondamentali dell´Islam, che prescriva il terrorismo, o l´assassinio degli innocenti. Persino l´inizio delle guerre sante, come dice Bernard Lewis in un libro recentissimo (La crisi dell´Islam, Mondadori, traduzione di Ludovico Terzi, euro 16,50), deve essere scrupolosamente annunciata agli infedeli.
Nei paesi islamici, specie in Algeria e in Libia, gli europei hanno compiuto cose orribili: mentre Abd el-Kader, un mistico sufi, l´eroe della resistenza algerina ai francesi, difendeva i cristiani di Damasco dalla violenza dei Drusi. In questo secolo, l´Occidente ha posseduto alcuni grandi orientalisti: Louis Massignon, Shelomo Dov Goitein, Henri Corbin, Johannes van Ess. Nessuno di loro ha imposto qualcosa all´Islam: ha invece cercato di studiare e capire le tradizioni arabe o persiane che l´Islam aveva trascurato o dimenticato. Questa è l´unica strada che ogni uomo di cultura occidentale possa percorrere: far conoscere all´Europa (il quale lo ignora) e all´Islam (il quale lo ha quasi dimenticato) che l´Islam non è Khomeini, Osama bin-Laden o lo sceicco Ahmed Yassin, ma una realtà immensa - il Corano, Ferdousi, Nezami, Avicenna, al-Ghazali, Suhrawardi, Ibn Arabi, Rumi, Hafez, Ibn Khaldun, e quell´aereo capolavoro erotico-esoterico, scritto dagli uomini e dalle creature celesti, che da tre secoli affascina l´Occidente: Le mille e una notte.

depressione e cefalea

Yahoo Notizie Giovedì 26 Febbraio 2004, 12:37
MEDICINA: DEPRESSIONE, NELLE DONNE ALLEATA DEL MAL DI TESTA


(ANSA) - TORINO, 26 FEB - C' e' una relazione non casuale tra emicrania cronica e depressione. E' quanto emerge da uno studio di un gruppo di ricercatori dell' Universita' di Torino e pubblicato recentemente su ''Cephalgia'', la piu' importante e autorevole rivista al mondo che si occupa di cefalee.
L' equipe che ha condotto la ricerca era guidata dal professor Franco Mongini, responsabile del servizio cefalee e dolore facciale della Clinica odontostomatologica dell' ospedale Molinette e del dipartimento di fisiopatologia clinica dell' Universita' di Torino. Per sei anni sono state poste sotto osservazione 56 donne affette da emicrania. Prima del trattamento e' stato loro chiesto di annotare su un diario per un mese frequenza, gravita' e durata del mal di testa ed e' stata analizzata l' eventuale presenza di depressione mediante un colloquio e test psicologici. Le pazienti sono state quindi curate e la risposta alla terapia valutata con i diari.
Sei anni piu' tardi le pazienti sono state richiamate e, se ancora presente, il mal di testa e' stato nuovamente monitorato con i diari. Le pazienti sono quindi state suddivise in ''migliorate'' e ''non migliorate'' ed e' emersa la relazione fra emicrania cronica e depressione. Infatti, le pazienti ''non migliorate'' presentavano sin dall' inizio dello studio una presenza di depressione significativamente piu' elevata rispetto al gruppo delle ''migliorate''.
Secondo i ricercatori quindi, i dati dimostrerebbero che ''a parita' di gravita' di mal di testa la depressione puo' favorire nel lungo periodo la ricomparsa del dolore''. ''E' dunque importante - affermano - accertare in ogni paziente tempestivamente la presenza di depressione e in caso positivo trattarla contestualmente al mal di testa, controllando i risultati della terapia a scadenze regolari''. (ANSA).

la spesa del Ssn per la psichiatria

ANSA.it
PSICHIATRIA
L'ITALIA SPENDE POCO PER CURA E PREVENZIONE:


La spesa sanitaria totale in Italia e' di 70 miliardi di euro l'anno; per la psichiatria si spendono 3,5 miliardi di euro l'anno, dei quali solo 2 miliardi rappresentano la spesa stimata sostenuta dal Ssn per la cura della depressione. Secondo l'Oms, la spesa sanitaria per la depressione nei paesi industrializzati dovrebbe essere pari al 12% della spesa sanitaria totale. La spesa attesa in Italia dovrebbe dunque essere pari a 8 miliardi di euro.

mercoledì 25 febbraio 2004

MASSIMO FAGIOLI
sul Venerdì di Repubblica

segnalato da Roberto Giorgini, Tonino Scrimenti e da un altro compagno

Il Venerdì di Repubblica 20.2.04
CASI DIVERSI
I DESTINI INCROCIATI DI DUE RIVENDITE
A Napoli i libri gay sono nei guai, a Roma spopola Freud omosex
di a.co.


[l'articolo è corredato da una foto di Massimo Fagioli, una di Freud, una della copertina di "La Sindrome di Eloisa" (Nutrimenti, pp.160, euro 14), e da un paio d'altre. Ndr]

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Si sa, per le piccole librerie non è un periodo d'oro. Se poi la libreria, oltre a essere piccola è anche gay, anzi «l'unica libreria a tematica gay e lesbica del Meridione» i guai crescono. Così la Mercurio di Napoli ha rischiato di chiudere, il 15 gennaio scorso. Il libraio Michele Esposito, che l'ha aperta nel 2001, non riusciva più a tirare avanti. Pochi giorni prima del 15 perù, un cliente ha diffuso un appello su Internet da cui è nata una sottoscrizione: la libreria è salva, almeno per due mesi. A Roma intanto, una libreria che gay non è punta molto, in vetrina, su un testo, La sindrome di Eloisa di Gianna Serra, in cui ci si diffonde sugli scambi epistolari «passionali e conturbanti» di Freud con Wilhelm Fliess e Romain Rolland. Perché tanto interesse? Forse perché la libreria, Amore e Psiche, è nell'orbita dello psichiatra Massimo Fagioli, che non ha ancora deciso se prendersela di più con Freud, già definito «vecchio sadico imbecille» o con l'omosessualità, bollata come «annullamento» e considerata «legata alla pulsione di morte». Pensate che soddisfazione avere le prove che Freud era gay...

la Cina a Firenze
cinema e spettacolo

una segnalazione di Simona Maggiorelli

Institut Français de Florence

Giovedì 26 febbraio ore 17.30 e 20.45


Anno della Cina in Francia


SCHERMI D’ORIENTE
La Cina di ieri e di oggi attraverso il suo cinema



Nell’ambito de "La Cina è un aquilone", rassegna dedicata alla cultura cinese ed ospitata all’Istituto Francese di piazza Ognissanti - in occasione dell’Anno della Francia in Cina - giovedì 26 febbraio doppio appuntamento con Schermi d’oriente, la Cina di ieri e di oggi attraverso il suo cinema.

Il programma, a cura di Anna Maria Gallone - fondatrice tra l’altro del prestigioso festival del cinema africano di Milano - prevede giovedì 26 febbraio ore 17.30 Il nipotino americano (Taiwan 1991) per la regia di Ann Hui - la più amata regista e attrice cinese che con "Boat People" (1982), opera di impegno civile sul Vietnam, ha ottenuto un notevole successo di critica e di pubblico e nel 2002 ha diretto "July Rhapsody" - . Protagonista del film è Ku, un anziano musicista di Shanghai, la cui tranquilla esistenza viene rivoluzionata dall'arrivo del nipotino dagli Stati Uniti. (Versione cinese con sottotitoli in italiano)

Giovedì 26 febbraio ore 20.45 Una ragazza di nome Xiao Xiao (Cina,1986), regia di Ulan Xie Fei, tratto dal romanzo XIAO XIAO di Shen Congwen. Xiao Xiao, una adolescente di 12 anni, per ragioni di clan e antiche tradizioni, viene sposata con un bimbo di soli due anni. Con il passare del tempo la ragazza, ormai diventata donna, finisce per cedere all'amore di un giovane fattore, ma le leggi del clan prevedono per le adultere la pena di morte: Xiao Xiao, incinta, tenta la fuga. (Versione doppiata in italiano).

Fino al 28 febbraio è ancora possibile visitare la mostra sugli oggetti dell’infanzia in Cina, abbinata alla proiezione di una serie di cartoni animati cinesi (La leggenda del re scimmiotto, I girini cercano la mamma, ecc) per piccoli e grandi (orario: lunedì/venerdì 9.30/12.30 e 14.30/18 e sabato 9.30/12.30).

Il gran finale è previsto per sabato 28 ore 11.00
con lo Spettacolo tradizionale cinese
allestito dall’Istituto di Wushu della città di Firenze in Piazza Ognissanti


Un progetto realizzato dall’Assessorato alla Pubblica Istruzione del Comune di Firenze
in collaborazione con Istituto Francese di Firenze, Kenzi e Cospe.

Ingresso libero – Fino ad esaurimento posti

Institut Français de Florence - Piazza Ognissanti 2 - 50123 Firenze

Info 055 2718801 – Info stampa 055 2718820 – 348 6106610

Institut Français de Florence
Piazza Ognissanti 2 / 50123 Firenze
tel 055 2718801 / fax 055 217296

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contestata la nomina del nuovo coordinatore
dell'area psichiatrica del Lazio

Corriere della Sera 25.2.04
La scelta della Regione criticata da associazioni di malati
Psichiatria, è bufera
Cantelmi nominato coordinatore. «Troppi soldi ai privati»


La Regione nomina Tonino Cantelmi dirigente responsabile dell’area psichiatrica, ma le associazioni dei parenti dei malati e Giulia Rodano, consigliere regionale Ds, criticano il provvedimento e accusano la politica della giunta regionale sulla salute mentale di avere «assegnato troppi finanziamenti alle cliniche private e danneggiato quelle pubbliche, dove mancano 250 letti per malati acuti». Marco Verzaschi, assessore regionale alla Sanità, replica: «È un attacco pretestuoso: se criticano Cantelmi vuole dire che abbiamo scelto bene. Bisogna spendere di più per dare ai pazienti quello che aspettano da 20 anni, soprattutto i soggetti con pluripatologie».

Corriere della Sera 25.2.04
Critiche le associazioni. L’assessore: attacco pretestuoso
Psichiatria, polemica sul neocoordinatore «Rivuole i manicomi»
La Regione nomina Tonino Cantelmi
di Francesco Di Frischia


Tonino Cantelmi sta per essere nominato responsabile dell’area psichiatrica della Regione. La conferma viene dall’assessorato regionale alla Sanità, ma le associazioni dei parenti dei malati e Giulia Rodano, consigliere regionale Ds, criticano la nomina e accusano la politica regionale sulla salute mentale di avere «favorito le strutture private e danneggiato quelle pubbliche». Marco Verzaschi, assessore regionale alla Sanità, replica: «È un attacco pretestuoso: se criticano Cantelmi vuole dire che abbiamo scelto bene. Bisogna spendere di più per dare ai pazienti quello che aspettano da 20 anni, soprattutto i soggetti con pluripatologie». E la Regione ha imposto ai manager delle Asl di creare, entro un anno, almeno 125 letti sui 250 che mancano nei Servizi psichiatrici di diagnosi e cura (Spdc) del Lazio. Il provvedimento su Cantelmi, arrivato al termine di un bando pubblico dopo che il posto era rimasto vacante per due anni, diventerà ufficiale nei prossimi giorni. Il medico, esperto di psichiatria del Nuovo Regina Margherita, è uno dei promotori del disegno di legge «Burani Procaccini» all’esame del Parlamento per modificare la «Basaglia», la normativa del 1978 che ha abolito i manicomi. Proposta che, secondo associazioni e esponenti del centrosinistra, «vuole di fatto riaprire i manicomi - taglia corto Giulia Rodano - Questa è la ciliegia sulla torta della politica della giunta Storace, dopo la decisione di fare ricoveri per acuti anche in 13 cliniche neuropsichiatriche private. In cambio, ovviamente, le case di cura hanno incassato l’aumento delle rette per 50 euro al giorno».
Vanni Pecchioli, segretario regionale dell’associazione «Psichiatria democratica», aggiunge: «Non abbiamo nulla contro il medico Cantelmi, ma da tempo siamo preoccupati per le scelte della Regione». Secondo Pecchioli «il processo di riconversione stabilito dalla giunta con le cliniche ha tempi lunghi. E poi non sono state colmate le gravi carenze di letti e organici delle Asl che devono anche controllare l’assistenza nelle case di cura. Da Roma i malati finiscono per essere ricoverati fuori provincia». Il grido d’allarme viene condiviso da Maria Luisa Zardini, presidente di un’altra associazione, l’Arap: «Viviamo una situazione disastrosa da 25 anni: non vogliamo riaprire i manicomi, ma servono al più presto spazi adeguati per non lasciare i pazienti a carico delle famiglie». Considerazioni condivise da Maria Teresa Milani, responsabile del settore psichiatrico di «Cittadinanza attiva»: «L’accordo della Regione con le cliniche private rischia di innescare un circolo vizioso, senza promuovere percorsi terapeutici alternativi, necessari per reinserire malati nella società».
L’assessore Verzaschi respinge le accuse e precisa: «Le Asl dovranno controllare le cure su ogni paziente nelle 13 cliniche da riconvertire. E per i finanziamenti non c’è stato alcun aumento folle alle strutture private: abbiamo adeguato le tariffe, ferme da 10 anni, incrementando solo i rimborsi per la fase delle acuta, che è limitata ad un massimo di 10 giorni di ricovero. In cambio le cliniche dovranno aumentare il personale e la qualità dell’assistenza». E sull’accordo Verzaschi aggiunge: «Chi lo critica, chieda ai malati che non trovano risposta ai loro bisogni cosa ne pensano».

la religione degli americani /5

Repubblica 25.2.04
DIO NON È UN PADRE
la religione degli americani/5. intervista a Toni Morrison

Il suo vero nome è Chloe Anthony Wofford. È stata la prima donna di colore ad essere insignita, nel 1993, del premio Nobel per la letteratura
I miei rapporti con il cattolicesimo si sono interrotti dopo il Concilio Vaticano II
Come me Cechov, Joyce, Tolstoj non hanno mai lasciato in pace il Padreterno
NEW YORK
di ANTONIO MONDA


Toni Morrison è nata settantatre anni fa a Lorain, una cittadina dell´Ohio, con il nome di Chloe Anthony Wofford. E´ stata lei stessa a scegliere il soprannome Toni, quando si è stancata del modo in cui veniva storpiato il nome con cui è stata battezzata. Prima di essere stata la prima donna di colore (e la ottava in assoluto) ad essere insignita nel 1993 del Nobel per la letteratura «per la vita che riesce a dare ad aspetti essenziali dell´esistenza americana in romanzi caratterizzati da una forza visionaria e da una imprescindibile valenza poetica», è stata per ventanni la più apprezzata e rigorosa editor della Random House, ha vinto il premio Pulitzer nel 1988 per Beloved, e la prima donna di colore a diventare Chair in una università del prestigio di Princeton. Mi chiede di incontrarla nel suo appartamento di New York, situato all´interno di un palazzo che fino a pochi mesi fa ospitava una centrale della polizia. E´ una donna dal portamento maestoso, uno sguardo che mette soggezione, i capelli annodati in lunghissime trecce grigie, ed una voce che rivela appena la cadenza del sud di cui erano originari i suoi genitori. Si rende subito conto del mio stupore per la strana architettura del palazzo nel quale campeggiano ancora simboli e bandiere, ma mi invita a vederne la grandiosità, e a riflettere su come siano stati mal utilizzati fino ad allora gli spazi. «Se dobbiamo parlare del rapporto con Dio, immagino che dobbiamo cercarlo in ogni cosa» mi dice scherzosamente prima di invitarmi a cercare un ristorante dove riflettere in maniera rilassata su un tema che non avrebbe mai immaginato di discutere pubblicamente.
Di questi tempi i politici e le istituzioni parlano costantemente di Dio...
«Io ritengo che quello che fanno è semplicemente una strumentalizzazione, se non una bestemmia. La situazione in cui ci ha portato questo presidente è disperata, e sono terrorizzata quando lo sento parlare del suo Dio. Gli sono state attribuite frasi come "non negozierò mai con me stesso", ma negoziare con se stesso è quello che normalmente è chiamato "pensare". Il suo assolutismo religioso è stupefacente. Non riesco a capire con quale autorità morale citi il Padreterno e si definisca poi "presidente di guerra". A me sembra che fondi il proprio potere sulla paura».
Mi parli del suo atteggiamento rispetto a Dio. Lei crede?
«Credo in una intelligenza interessata in quello che esiste e rispettosa di quanto ha creato».
In cosa differisce questa definizione dal Dio delle religioni?
«Il fatto che ogni religione finisce per definirlo e quindi rimpicciolirlo. La mia idea di Dio è quella di una crescita infinita che scoraggia le definizioni ma non la conoscenza. Credo in un´esperienza intellettuale che intensifica le nostre percezioni e ci allontana da una vita egocentrica e predatoria, dall´ignoranza e dai limiti delle soddisfazioni personali. Più è grande la conoscenza e più Dio diventa grande. Perfino la Bibbia, questo libro meraviglioso scritto da straordinari visionari, è piccola e riduttiva rispetto alla grandezza di Dio».
Lei parla di una definizione che crea un limite. Tuttavia la fede non pretende di definire...
«E´ vero, ma rifletto anche sul fatto che la ricerca è sempre più importante della conclusione, e a volte la conclusione è già nel viaggio».
Mi parli del suo intimo viaggio all´interno della religione.
«Ho ricevuto una educazione cattolica, nonostante mia madre, che era molto religiosa, fosse protestante. Da bambina ero affascinata dai riti del cattolicesimo, ed ho subito la forte influenza di una cugina, che era una fervente cattolica».
Quando si sono interrotti i suoi rapporti con il cattolicesimo?
«Non so identificarlo con certezza. Forse la stupirà sapere che un momento di crisi l´ho avuto in occasione del Concilio Vaticano II. All´epoca ebbi l´impressione che si trattasse di un cambiamento di superficie, e soffrii molto per l´abolizione del latino, che vedevo come il linguaggio unificante e universale della chiesa. Tuttavia trovo ancora folgorante la rivoluzione dell´amore che sostituì l´idea di giustizia. Si tratta di qualcosa di estremamente moderno, e forse di eterno, che qualcuno ha portato nell´umanità».
Per chi crede quel "qualcuno" è il figlio di Dio.
«Se non lo è, stiamo parlando certamente di un genio. E´ l´amore che ci distingue dagli animali. E in questa rivoluzione diventa centrale l´attenzione al più debole e al più piccolo».
Lei parla della rivoluzione cristiana con commozione, eppure oggi crede in un´entità intelligente...
«Non credo in un Dio padre: anche quella mi sembra una limitazione, oltre che una semplificazione. E contesto l´immagine di Dio come il genitore protettivo...: se mi sforzo di intuirne l´essenza, e penso ad esempio all´infinità del tempo mi perdo con un misto di sgomento ed eccitazione. Intuisco l´ordine e l´armonia che suggeriscono un´intelligenza, e scopro, con un po´ di tremore, che il mio stesso linguaggio diventa evangelico».
Su questo stesso problema Derek Walcott ha riflettuto pensando alla Nostalgia dell´infinito, il famoso quadro di De Chirico esposto al MoMA.
«E´ il dilemma perfetto: il più grande ed eterno. Ci sentiamo unici, e per molti versi lo siamo, ma sentiamo di appartenere a qualcosa di più grande, rispetto alla quale non possiamo che provare nostalgia». Coloro che credono sono a suo avviso degli illusi?
«No, anzi: provo nei loro confronti il massimo rispetto, e certamente non sono io la persona che può giudicarli. Tuttavia penso che la mente cerca sempre di proteggere se stessa, e che è molto umano l´atteggiamento di chi trova un sistema in cui credere. Mi ha sempre divertito la tendenza ad umanizzare la divinità: penso agli uomini che ne esaltano l´aspetto guerriero o alle monache cattoliche che si dichiarano spose di Cristo. O coloro che lo identificano con il loro medico... soldato, marito, dottore: sono esempi abbastanza evidenti di esigenze umane».
Il suo approccio intellettuale sembra nascere dall´"intellego ut credam".
«Mi voglio fermare al termine "Intellego", anche perchè so bene che esiste da sempre un anelito di Dio. Tutto ciò che la mente può fare è imparare, e il momento in cui la mente si ferma coincide con la morte».
Cosa significa per lei la morte?
«Nei momenti di depressione la vedo come una liberazione, ma normalmente rappresenta qualcosa di inconcepibile: viviamo nel paradosso di non accettare la più ovvia e inevitabile delle nostre condizioni».
La sua tesi universitaria tratta del tema della morte, ed in particolare del suicidio in Faulkner e Virginia Woolf.
«La morte è un fatto inaccettabile con il quale tuttavia dobbiamo confrontarci: scelsi quel tema per riflettere sul fatto che in Assalonne Assalonne, l´americano Faulkner descrive il suicidio come un atto di debolezza, mentre in Mrs.Dalloway l´inglese Woolf lo trasforma in un gesto eroico di libertà».
I suoi libri hanno dei riferimenti religiosi persino nei titoli.
«E´ vero, ma devo dirle che sia Song of Solomon che Paradise sono titoli suggeriti dall´editore. Pensi che il titolo di quest´ultimo libro, nel quale tutti i personaggi sono dei credenti, era War. Per quanto riguarda Beloved è tratto da una citazione di San Paolo ai Corinzi, ma è anche un modo per rapportarsi a qualcosa di profondamente intimo e imprescindibile».
Uno dei suoi temi ricorrenti è la schiavitù. Ritiene che si tratti solo di una condizione fisica?
«No, assolutamente. L´abominio di un essere umano messo in catene è una delle più grandi tragedie dell´umanità, ma so bene che esistono schiavitù psicologiche ed ideologiche».
Ritiene che la religione sia presente nell´arte moderna?
«Meno di quanto si possa pensare, e spesso è utilizzata con fini commerciali. Pensi ad esempio a questi filmacci pretenziosi dove compaiono gli angeli come deus ex machina o agli artisti figurativi che utilizzano l´iconografia religiosa con l´unico intento di creare uno scandalo: non c´è nulla di serio, si tratta di una religione da supermercato, una Disneyland spirituale di falso timore e piacere». Ma nell´arte la religione è un limite o una opportunità?
«Credo che sia un dato neutro: ci sono scrittori e poeti che non credevano ed hanno realizzato delle meravigliose opere con soggetti religiosi».
Quali sono gli scrittori che hanno trattato temi religiosi che ammira maggiormente?
«Joyce, in particolare le opere giovanili, e Flannery O´Connor, una grandissima artista che ancora non ha ricevuto l´attenzione dovuta». Mi ha citato due irlandesi...
«Sono gli scrittori che mi vengono immediatamente in mente, ma non si possono dimenticare i russi: Dostoevskj, Tolstoj e perfino Cechov non hanno mai lasciato in pace il Padreterno».

Boncinelli a Firenze
questo pomeriggio

Repubblica, edizione di Firenze 25.2.04
LEGGERE PER...
Boncinelli alla Biblioteca comunale una ricerca fra scienza e filosofia


FISICO di fama, dedicatosi nel tempo a studi di genetica e biologia molecolare degli animali superiori e dell´uomo, Edoardo Boncinelli è l´ospite di oggi del ciclo «leggere per non dimenticare» a cura di Anna Benedetti, che rinnova il suo appuntamento alla Biblioteca Comunale Centrale in via Sant´Egidio 21 (ore 17.30). Dove l´attuale direttore della Scuola internazionale superiore di studi avanzati di Trieste nonché apprezzato divulgatore presenta il suo lavoro più recente Tempo delle cose, tempo della vita, tempo dell´anima, un importante saggio pubblicato da Laterza, nel quale Boncinelli affronta una delle questioni più rilevanti - forse la più rilevante - che l´uomo si pone e nella quale filosofia, scienza, religione e vita quotidiana si intrecciano in modo indissolubile, a volte misterioso, affascinante sempre. L´introduzione dell´incontro è a cura di Paolo Rossi.

"vertenza spettacolo":
Marco Bellocchio vi aderisce

Repubblica edizione di Roma 25.2.04
Domani al Capranica attori, registi, musicisti: "Siamo trascurati"
La protesta fa spettacolo
di Francesca Giuliani

 
Lo spettacolo sotto i riflettori: attori, registi, danzatori, cantanti, mucisti insieme per chiedere attenzione a un mondo che conta 200mila addetti e muove ogni anno miliardi di euro, ed è troppo trascurato dalle istituzioni. La "vertenza spettacolo" dell´Agis apre domani mattina alle 11 al cinema Capranica con un incontro-kermesse che sta mobilitando tutti gli addetti ai lavori. Una protesta concreta e su punti precisi che ricorda già le proteste degli Intermittants che hanno messo a ferro e fuoco l´estate dei festival francesi. Hanno dato la loro adesione Alessandro Gassman, Carlo Verdone, Raffaele Paganini, Giuliana De Sio, Giuseppe Fiorello, ma anche Oreste Lionello, Mariangela Melato, Marco Bellocchio, Massimo Ghini e Serena Autieri. Salvatore Accardo ha inviato un testo scritto, dice: «C´è bisogno di investire sui giovani, per svincolare l´effimero allo spettacolo e farlo diventare cultura». Il resto sarà un fuori copione: il mondo dello spettacolo dà al governo sessanta giorni di tempo per avere risposte concrete.

la depressione
secondo la Sopsi

La Stampa 25 Febbraio 2004
IL CONGRESSO DELLA SOCIETÀ DI PSICOPATOLOGIA
«Un italiano su cinque è depresso
Primo sintomo, il dolore fisico»


Un italiano su cinque soffre di depressione, e molti malati sono giovani. Milano e Bergamo sono le città più colpite. Spesso i sintomi confondono i medici di famiglia che non riescono a spiegare certi tipi di mal di testa, mal di schiena, mal di stomaco. L’allerta viene dagli specialisti riuniti a Roma per il congresso della Sopsi (Società italiana di psicopatologia).
I depressi sono considerati dalla famiglia e dagli amici come malati immaginari ma gli psichiatri smentiscono questo luogo comune: la loro sofferenza, che è reale, può avere origine ed essere amplificata dallo stato depressivo. Il dolore fisico, affermano gli esperti, rappresenta molte volte un primo importante campanello d’allarme che non va sottovalutato.
«Non esiste il malato immaginario - spiega il presidente della Sopsi, Paolo Pancheri - nessuno s’inventa un dolore, tranne un simulatore». La depressione, osserva Riccardo Torta, docente di Psicosomatica all’università di Torino, «non è solo una malattia della psiche ma anche del corpo, lo dimostra il fatto che i depressi si ammalano e muoiono di più. Il dolore è la spia che segnala un forte disagio emotivo». Lo psichiatra Mauro Mauri, dell’università di Pisa, aggiunge: «È frequente che manifestazioni di dolore apparentemente senza causa mascherino forme di depressione, la prova è che spesso, curando il disturbo, anche il dolore fisico scompare. L’amplificazione dei sintomi dolorosi indica una richiesta di aiuto da parte del depresso».
Ma quali sono i dolori fisici più diffusi che possono nascondere uno stato depressivo? Nel quaranta per cento dei casi si tratta di dolori lombari, cefalee e crampi addominali. A ciò si accompagna un calo del desiderio sessuale, difficoltà di concentrazione, crisi di pianto e una perdita di interesse per le attività abituali.
La depressione, sottolinea Mauri, si comporta «come una malattia ricorrente: si può guarire da un episodio depressivo ma la vulnerabilità si mantiene». Ogni crisi successiva, però, aggrava le condizioni del soggetto e per questo, avvertono gli esperti, è importante prevenire le ricadute.
Se le cure sono adeguate il 70 per cento dei pazienti riesce a uscire dal tunnel. Il problema, però, è che metà dei depressi non rispetta le cure o le interrompe. Da evitare, avvertono gli psichiatri, atteggiamenti paternalistici (genere: «Fatti coraggio che passa»). Ciò che serve è «una maggiore consapevolezza e il ricorso a cure adeguate e tempestive».

LIBERTA' 25.2.04
La depressione provoca anche mal di stomaco
di Gian Ugo Berti


ROMA «Le analisi per il mio mal di stomaco sono tutte negative, dottore. Cosa può essere allora?». «Forse è depressione» risponde il medico. Strano ma vero, è il volto più nuovo della depressione (ne soffre in media un italiano su cinque). Il dolore fisico capace cioè di mascherare un disturbo psicologico, così come una emicrania o un mal di schiena. Da qui l'invito al medico di base di sospettare uno stato depressivo in quei soggetti che denunciano dolori fisici e non trovano una spiegazione nonostante le sofisticate indagini. Lo sostengono i professori Giovanni Biggio, Mauro Mauri, Enrico Smeraldi e Riccardo Torta dell'Università di Cagliari, Pisa, Milano e Torino. Hanno messo in evidenza infatti che in un depresso si verifica un calo di due neurotrasmettitori, noradrenalina e serotonina. Questi due neurotrasmettitori hanno un ruolo anche nel controllo del dolore. Quindi riducendosi l'azione in un depresso, si amplifica la sensibilità al dolore fisico. Preziosa è poi l'azione della venlafaxina che ha la proprietà di andare ad agire contemporaneamente proprio sui due neurotrasmettitori e dunque, curando la depressione, combatte ed elimina il dolore fisico ad essa associato. Sono diciassette su cento gli italiani che soffrono oggi in media di depressione. Ma c'è una realtà variegata: secondo il professor Marcello Nardini dell'Università di Bari le ricerche indicano il 13% nell'area di Bologna, fra il 13 e il 15% in quella di Udine, in Puglia e in Sardegna. Ogni anno si verificano 250 casi in più ogni diecimila abitanti. Preoccupante - si è detto infine - è il tempo che intercorre fra l'insorgenza della depressione e il ricorso alle cure: ben otto anni. Nel caso poi della psicosi si arriva fino anche a dodici anni. Ultimo dato emerso dalla Assise di Roma che si conclude domani: fra quanti soffrono di depressione, la metà non ha avuto la diagnosi relativa alla malattia. La metà di quelli che hanno avuto la diagnosi non riceve invece cure adeguate. La metà di chi ha ricevuto cure adeguate non ha un'aderenza al trattamento prescritto.

(c) 1998-2002 - LIBERTA'

Repubblica ed. di Firenze
MERCOLEDÌ, 25 FEBBRAIO 2004
LO STUDIO
Isolamento affettivo fra le cause
Più depressi in Toscana tra anziani e bambini
Placidi: "Sono migliorate le capacità di dignosi"


Aumentano i depressi in Toscana. Una crescita, comune a tutta Italia, sospinta dai casi di donne e giovani che si ammalano sempre di più. Recenti casi di cronaca, come il suicidio di sabato dell´infermiera quarantenne in lotta da anni con la depressione, hanno riportato di attualità la pericolosità di questo problema. «Da noi - spiega Gian Franco Placidi, ordinario di psichiatria all´Università di Firenze - vediamo più frequentemente casi di depressione anche perché sono migliorate le conoscenze e le capacità di diagnosi sia da parte degli specialisti che dei medici di famiglia. Purtroppo però l´aumento è dovuto anche alla diminuzione dell´età di esordio della malattia, che cresce negli adolescenti ma anche nei bambini. Preoccupa il disagio dei nostri giovani: più elevati sono infatti i fattori di rischio quali fra gli altri il consumo di sostanze stupefacenti. La depressione può anche essere in alcuni casi difficile da diagnosticare qualora si associno agitazione, irrequietezza motoria e disperazione: situazione ad alto rischio di suicidio. La rete di servizi psichiatrici che abbiamo in Toscana è buona ma va potenziata proprio per assistere di più gli adolescenti e i minorenni. Importante è anche una sensibilizzazione della famiglia e insegnanti su questa problematica, al fine di identificare precocemente i soggetti più vulnerabili e a rischio».
La nostra è una regione anziana, dove si fa sempre più ampio il disagio della terza età: «Sempre più spesso - aggiunge Placidi - i nostri anziani reagiscono con la depressione alla perdita di ruolo sociale e al loro isolamento affettivo». Per curare questa malattia ci sono farmaci di nuova generazione. «Si fa largo un nuovo approccio al problema - prosegue il professore - Ci stiamo rendendo conto che a volte sintomi fisici dolorosi persistenti e che non riconoscono una base organica, possono essere in realtà la spia di una depressione latente. Curando la depressione, il dolore lentamente scompare. Farmaci come la venlafaxina sono efficaci e hanno anche una buona azione ansiolitica. Il problema è curare l´episodio depressivo per tutta la durata, protraendo talora la terapia anche per un anno, un anno e mezzo dall´inizio dei primi sintomi».

Yahoo! Notizie
Martedì 24 Febbraio 2004, 18:30
Depressione infantile e adolescenziale: i primi segni già a 10 anni
Di Italiasalute.it


La depressione non è appannaggio esclusivo dell'età adulta bensì interessa anche bambini e adolescenti anche se i sintomi mentali, emotivi e comportamentali nei bambini spesso sono sottovalutati o addebbitati superficialmente a problemi "della crescita". Un bambino troppo spesso triste può essere ammalato, ma di frequente non si conosce abbastanza a fondo il mondo dei bambini, ed è comune pensare che essi non abbiano stress e problemi tale da indurre una modificazione dell'umore in senso patologico. Al contrario la depressione in un bambino è un fatto serio che, quando venga trascurato può provocare lunghe assenze da scuola se non addirittura il suo abbandono.Ma anche uso e abuso di alcol o droghe e, spesso il suicidio.
Il primo ambiente in cui vanno ricercate le cause di un malessere è la famiglia. Un ragazzo che ha problemi di socializzazione scolastica, di relazione o altro ha di certo alle spalle un rapporto in qualche modo non risolto con i genitori.
Ci sembra apparentemente assurdo che un ragazzo si tolga la vita, o tenti di farlo, a causa magari di un brutto voto a scuola, ma si spiega meglio se pensiamo che quel voto è la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo di quelli che sono i più comuni sentimenti che affliggono il depresso: sentimenti di colpa, di mancanza di autostima, convinzione di non meritare di essere amato, visione negativa e catastrofica degli eventi, delirio di rovina, percezione di non poter essere né capiti né aiutati e un progressivo ripiegamento su se stessi che crea una barriera insormontabile.I bambini con depressione possono sviluppare delle strategie per superare gli impegni quotidiani e le loro piccole responsabilità, ma hanno difficoltà a stare con gli altri, tendono ad isolarsi e soffrono per la scarsa stima che hanno di loro stessi.
Questi casi hanno spesso alcuni fili conduttori comuni: ragazzini "perfetti", che non hanno mai dato problemi, studiosi e ben integrati nei vari contesti di relazione. Poi, un giorno, qualcosa si rompe. Non possiamo generalizzare, ma si tratta spesso di bambini eccessivamente responsabilizzati, trattati come adulti, iperstimolati e che sentono sulle spalle un forte carico di aspettative e pressioni da parte dei genitori e dell'ambiente. Si sono costruiti un "falso sé", una facciata "compiacente" perfetta che però nasconde grandi vuoti e carenze. Una facciata troppo debole, che si incrina e porta a un disagio insostenibile.
I segni della depressione spesso includono: tristezza che non li lascia mai, mancanza di speranza, perdita di interesse nelle attività abitualmente piacevoli, cambiamenti nelle abitudini legate al cibo o al sonno, scarso rendimento scolastico o perdita di giorni di scuola, pensieri legati alla morte e al suicidio, il giovane si veste preferibilmente di nero, scrive poesie o racconti malinconici e di stampo intimista, sceglie una musica che racconti temi realistici od esistenziali, guarda tutta la notte la televisione perché ha disturbi del sonno, non riesce ad alzarsi al mattino per andare a scuola, dorme durante il giorno, ha poca motivazione ed energia, perde interesse nello studio, colleziona una o più bocciature, esce poco, rimane spesso chiuso ore nella sua stanza, ha pochi amici, esce poco solo di notte, perde appetito, si alimenta poco e male nelle ragazze possono apparire sintomi di anoressia o bulimia, pensa e parla spesso della morte e rimane colpito dal decesso di persone che conosce.
Tra i segni distintivi più frequenti, e spesso non decifrati dai genitori, c'è il dolore, quello che non migliora nonostante i trattamenti. Un bambino depresso usa in modo massiccio il canale somatico per esprimere il proprio disagio. Il dolore fisico, apparentemente senza spiegazioni, dunque, e' spesso una spia importante che deve spingere i genitori ad intervenire.
I bambini cominciano a presentare i primi segni della patologia, il piu' delle volte attraverso il dolore fisico, gia' al di sotto dei 10 anni. Psichiatri ed esperti riuniti a Roma per il IX Congresso della Societa' Italiana di Psicopatologia avvertono: la soglia d'eta' dell'insorgenza di questa malattia si sta abbassando in maniera preoccupante. La depressione infantile è ormai riconosciuta come entità ben definita nell'ambito della psicopatologia del bambino.
''Non esistono stime numeriche - ha sottolineato lo psichiatra Mauro Mauri dell'universita' di Pisa - poiche' e' solo negli ultimi anni che si sta focalizzando l'attenzione sul disturbo depressivo tra i bambini, mentre si stima che tra gli adolescenti la depressione colpisca il 15-17% dei ragazzi''. Negli Stati Uniti pero', ha affermato Mauri, si sta conducendo uno studio epidemiologico sulla diffusione della malattia mentale tra i bambini, ed i risultati sono attesi per il prossimo anno, mentre secondo alcune stime la depressione infantile e giovanile é un fenomeno largamente sottostimato e, sempre negli Stati Uniti, ne sarebbe affetto 1 bambino su 33, circa il 3% della popolazione infantile. Tuttavia, cio' che e' certo, sulla base dell'esperienza degli psichiatri, ha sottolineato l'esperto, e' che ''i primi sintomi della patologia depressiva si osservano, in vari casi, gia' al di sotto dei 10 anni di eta'''. Quanto alle ragioni per le quali i bambini sono oggi sempre piu' depressi, molto e' imputabile allo stile di vita. Oggi, ha sottolineato Mauri, ''i piu' piccoli sono molto piu' stimolati di prima: giocano di meno e da loro ci si aspetta troppo, caricandoli di impegni ed aspettative eccessivi. Aumentano dunque - ha affermato l'esperto - le condizioni di stress che facilitano l'insorgere del disturbo depressivo''.
Il piu' delle volte pero', avvertono gli esperti, la depressione non viene riconosciuta, e anche quando lo e' si pone un problema etico tutt'ora aperto: e' giusto curare i bambini con dei farmaci? Ma c'e' anche un altro elemento da non trascurare: la diagnosi di depressione in un bambino, hanno concluso gli psichiatri, ''e' vissuta il piu' delle volte con un forte senso di colpa da parte dei genitori; ecco perche', spesso, si tende a non riconoscere tale patologia''.