Il Mattino 2.4.04
Moby Dick il mito della balena
«MOBY DICK», LA BALENA BIANCA
Pubblicato nel 1851, il capolavoro di Melville ha il respiro biblico
della lotta tra il bene e il male, dell’epica sacra densa di fantasmi
di Matteo Palumbo
«Call me Ishmael» («Chiamatemi Ismaele»). Sono le parole imperative, eppure con un’ombra di ambiguità, con cui inizia «Moby Dick», il romanzo-leggenda che Hermann Melville pubblicò nel 1851. Chi parla è un testimone: l’unico sopravvissuto, come apprenderanno i lettori, di una storia ordita di pazzia e, insieme, di cieco, assoluto desiderio. Fin dall’inizio, in quella perentoria richiesta di un nome da adottare, risuona, tuttavia, una nota inquietante. Chi si presenta, infatti, sembra nascondersi piuttosto che rivelarsi. Quel nome «Ismaele», che dovrebbe essere garanzia certa, funziona come un contrassegno arbitrario. Diventa solo l’espressione di un patto, sancito tra il personaggio che racconta e chi lo ascolta. L’identità certa, indubbia, mentre sembra costituirsi, in realtà si cela.
Il caso del nome è esemplare. L’impossibilità di illuminare il significato di ciò che accade diventa la caratteristica principale dell’intera storia, fino a coinvolgere la natura dei protagonisti che la compongono: la balena, naturalmente, il Moby Dick del titolo, e colui che le dà una caccia senza pietà, il comandante Achab. Tra i due contendenti, in una lotta all’ultimo respiro, non sarà possibile indicare nettamente chi sia il bene e chi sia il male, oppure dove stia la ragione e dove la violenza: entrambi ambigui, demoniaci e divini, parti di una guerra senza fine, in cui formano una paradossale, inseparabile coppia.
L’autore, quando scrisse il suo testo più famoso, aveva alla spalle molti mestieri. Era stato impiegato di banca, maestro, mozzo su una nave. Nel 1841 si era arruolato in marina, ma, arrivato nei mari del Sud, aveva disertato e aveva vissuto per qualche tempo con una tribù di cannibali. L’esperienza del mare sarebbe stata determinante. Ritornato in patria, Melville cominciò a scrivere, rielaborando i frammenti delle sue avventure. Le scorrerie sugli Oceani gli offrirono un materiale prezioso, che colmò le sue pagine e diventò la sostanza del suo mondo fantastico. In maniere diverse e con accenti differenti, ora idillici, ora, invece, cupi e tremendi, l’universo di marinai e di selvaggi sarebbe diventato lo scenario dominante delle sue opere. Nacquero testi come Typee e Omoo, Mardi e White-Jacket: un giornale di bordo, questo, apparso solo un anno prima di Moby Dick, che dimostra l’interesse non più per i primitivi e per la loro esistenza, quanto, piuttosto, per l’equipaggio di una nave, considerato un microcosmo rivelatore delle dinamiche che regolano la vita intera degli uomini.
Quando Melville affronta Moby Dick, mette precisamente al centro del suo testo la vita dell’equipaggio e il viaggio per mare: simbolo topico della vita degli uomini in mezzo agli eventi che li colpiscono. La vicenda di Moby Dick, se si può d’altra parte riassumere facilmente nelle sue linee essenziali, presenta una serie complicata di storie individuali e di aspetti eccentrici, che trasformano la forma del romanzo in un sistema composito di modalità narrative. Al racconto vero e proprio di Ismaele è premesso, per esempio, un corpus di citazioni, estratte da opere letterarie e non, che riguardano la balena, il suo nome e la sua presenza nell’immaginario umano. È il preludio di una tendenza che riapparirà più volte nel testo. Il racconto di Ismaele ingloba, infatti, capitoli di taglio scientifico e tecnico, che riguardano la natura dell’animale contro cui Achab combatte la sua tremenda battaglia. Sono sofisticati trattati di cetologia, con discussioni analitiche intorno alla classificazione di vari tipi di balena, o interventi che spiegano alcuni fenomeni marini. Tuttavia, anche in casi come questi, in cui la narrazione prende la via della disquisizione scientifica, il tema dell’opera irrompe prepotentemente. Le nozioni, esposte in una chiave tutta oggettiva e con una minuzia perfino pedante, all’improvviso si trasformano e diventano il segno di una seconda realtà, spirituale e mentale, che si nasconde dietro la nuda faccia del fenomeno. Questa potenza allegorica, d’altra parte, è il cuore del libro di Melville. Trasforma la caccia alla balena di un comandante maniaco, ossessionato da una sola idea, in un’«epica ontologica», dentro cui si gioca la partita infinita con il destino e con la morte. L’acqua - scrive Melville - «è l’immagine dell’inafferrabile fantasma della vita; e questo è la chiave di tutto».
Gli oggetti visibili sono solo «maschere di cartone», dietro le cui apparenze «qualcosa di sconosciuto sporge le sue fattezze». Moby Dick, come romanzo e come animale, è precisamente questa duplicità inscindibile di visibile e di invisibile, di materiale e di spirituale, che non si può mai del tutto sciogliere in una sicura equivalenza. Proprio in questo senso, è un’allegoria: polisemica, indeterminata, mobile. Su un ordito di avventure concrete si disegna, nello sviluppo del racconto, la trama di un’altra lotta, metafisica e spirituale, tra forze contrarie e irriducibili.
La stessa nave su cui si svolge l’intero viaggio di Achab e del suo stravagante esercito, il «Pequod», ha un aspetto doppio e allusivo. È una «nobile nave, ma in qualche modo una nave malinconica». È, forse, inevitabile che sia così, giacché «tutte le cose nobili hanno un’ombra di malinconia». Su questo battello prendono posto uomini di natura, di razza e di carattere diverso. Ci sono tre capitani in seconda: Starbuck, che si affida alla ragionevolezza e alla misura per resistere all’orrore incombente; Stubb, coraggioso e perennemente spavaldo; Flask, ostinato e fanaticamente intrepido, che ritiene le balene null’altro che «una specie di topo, o sorcio d’acqua, ingigantito». Accanto a loro, ci sono i fiocinatori che devono attaccare la Balena Bianca. Anche in questo caso, coesistono, in un modo ancora più vistoso, tipologie diverse. C’è Quiqueg, un gigantesco indigeno dei mari del Sud, con il corpo interamente rivestito di tatuaggi; c’è Tashtego, pellerossa, e Deggu, nero africano. A questi tre va ancora aggiunto il misterioso e diabolico Fedallah.
Chi, naturalmente, tra tutti emerge è Achab. Motore dell’azione, egli è la volontà suprema, che unifica i comportamenti di tutti. «È un uomo grande, non è religioso e pare un dio; non parla molto, ma quando parla potete stare ad ascoltare. Achab è fuori dal comune, è stato all'università e in mezzo ai cannibali, è abituato a cose meravigliose più profonde del mare, ha piantato la lancia in nemici più forti e più straordinari delle balene. Lui è Achab, e nell’antichità Achab era un re coronato». Come il Dio incontestato di questo mondo, vi infonde l’anima e ne sollecita gli impulsi. Porta sul suo corpo ferito il segno eterno del nemico, alla cui caccia ha ormai votato l’intera esistenza. Quella Balena Bianca, che deve essere scovata attraverso tutti i mari conosciuti e di cui bisogna intuire spostamenti e traiettorie, in una ricerca assillante ed esclusiva, è la sua ossessione: la ragione stessa dello stare al mondo. Perciò Achab non è semplicemente pazzo. Possiede una statura più grande, che lo trasforma in una specie di «ambiguo Faust» (Leslie Fiedler) proteso a infrangere tutti i limiti che gli si parano innanzi. Solo agli altri può apparire semplicemente matto. Al contrario, egli è «demoniaco». Incarnazione suprema dalla «pazzia impazzita». Per il capitano del «Pequod» la Balena Bianca è la figura di un’entità astratta. Acceso da questa furia, Achab «accumulava sulla gobba bianca della balena la somma di tutta l’ira e di tutto l’odio provati dall’intera sua razza dal tempo di Adamo».
Il romanzo di Melville assume, perciò, il respiro di un’epica sacra. Tutti i suoi lettori hanno sottolineato le corrispondenze volontarie che esso istituisce con la Bibbia, a cominciare dai nomi che accompagnano il susseguirsi dei fatti: Ismaele, ovviamente, e poi Giona, Elia, la Balena-Leviatano, per concludere naturalmente con Achab, l’empio re d’Israele, di cui i cani «leccarono il sangue». Cesare Pavese, a cui si deve una traduzione memorabile del testo di Melville, invitava a leggerlo tenendo a mente la Bibbia. Gli autori a cui Melville si richiama sono d’altra parte di per sé indicativi. Moby Dick, infatti, riecheggia Poe, riprende Hawthorne, guarda a Shakespeare.
Quando Moby Dick fu pubblicato, non ebbe nessun successo. Furono gli anni successivi a trasformare il libro in una di quelle «opere mondo» (Moretti), nel cui specchio un’intera cultura poteva trovare riflessi tutti i fantasmi, i terrori e i deliri del «lato oscuro della terra». L’uomo, per il creatore di Achab, dovrebbe assimilare le capacità della balena, restando, come il suo modello, caldo in mezzo al ghiaccio, partecipe del mondo senza appartenergli, freddo all’Equatore e con il sangue in circolazione al Polo. Ma questa aspirazione di equilibrio e di salvezza non può essere altro che un mito, astratto e irraggiungibile: «delle creature, quante poche sono grandi come le balene».
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
venerdì 2 aprile 2004
"Un film parlato"
la recensione di Roberto Silvestri
il manifesto 2.4.04
Un requiem molto laico per l'Europa
Un film parlato È il titolo del capolavoro imperfetto del cineasta Manoel de Oliveira che, su una nave da crociera, racconta le civiltà del mediterraneo, Grecia, Roma, Napoleone...
di ROBERTO SILVESTRI
Il re cattolico e teenager Sebastiano scomparve nella «battaglia dei tre sovrani», in Marocco, tanti secoli fa. Il mito lusitano racconta però che non morì per lama islamica e infedele. Semplicemente svanì. Ma, i portoghesi ne sono certi, tornerà in una giorno di nebbia in groppa al suo cavallo bianco e allora l'impero cristiano (tanto agognato, e non solo da Mel Gibson) sarà di nuovo forte e unito sotto il suo comando... Aspettando quel giorno bigio, e riflettendo attraverso le due o tre cose che sa, sulla storia secolare dell'umanità, il cineasta portoghese Manoel de Oliveira che il secolo di vita l'ha quasi raggiunto e dunque ricorda molto bene le cose di tanto tanto tempo fa, ha realizzato uno dei suoi capolavori, Un film parlato.
Che ci interessa ancora più degli altri perché, come il rock, è opera discutibile, imperfetta, piena di crepe, permeabile da dubbi, critiche, riserve... È infatti, questa cosa, una strana, inquietante, continua sorpresa. Quasi un film nazionalista, fiero e secessionista, comunque un'opera su: «perché il terrorismo islamico terrorizza tanto tutto l'occidente?» Risposta: è vero, la grande cultura araba del XII secolo curò il medioevo con massicce flebo di Aristotele e d'amor cortese, forse prefigurò perfino l'Illuminismo e la frenesia scientifica ma la sua colpa storica rimane la distruzione della «très grand bibliotéque» d'Alessandria d'Egitto...Bè, questa notizia è semplicemente falsa. Non fu il cristianissimo Cirillo a bruciare tutto? È una leggenda, un altro mito cristiano, quasi quanto quello del «re infante».
Ma i film di de Oliveira non sono mai pedagogici né realistici. Sono fiabe dell'immaginazione raccontate (e raccomandate) solo a un pubblico che faccia della «prassi» il proprio hobby. Ai lettori del manifesto questo film non dovrebbe sfuggire.
Il regista portense Manoel de Oliveira, 95 anni, con Un film parlato ha deciso di abbandonare la sua tradizionale e leggendaria agilità mentale, fisica e spirituale per inginocchiarsi, meno laico del solito, sul feretro della nostra civiltà. E pregare, a seconda della recezione, o perché resusciti più pura o perché scompaia (come sembra indicarci il finale insostenibile) per sempre. Il requiem in onore di Eurolandia (o ne è l'ironica, ma criptica, «marcia funebre per una marionetta»?) ha la forma di una lezione di storia (e d'arte e cultura) «on the road». Leonor Silveira fa Rosa Maria, docente universitaria di storia, e per metà film porta in piroscafo nel mediterraneo la figlioletta Maria Joana, e le racconta in stile Rossellini e con l'aiuto di connazionali gentili e charmant (Luis Miguel Cintra che fa se stesso) e pope greco-ortodossi, pescivendoli e libroni, la grandezza della cultura egiziana, fenicia, greca e romana, e come la rivoluzione francese e Napoleone seppero poi rielaborarla e renderla planetaria e borghese. Il fiume Tejo, e poi Ceuta/Marsiglia, Napoli/Pompei, Atene/Acropoli, Alessandria/Il Cairo, Istanbul euroasiatica sono gli approdi di questo viaggio al termine dell'apoteosi cristiana, finché seppe ben separarsi dall'eresia religiosa islamica il cui egualitarismo comunitario nuoceva troppo agli affari, non come quello puritano o quacchero transatlantico, e il cui dispotismo, anche ottomano, resta tutt'oggi schema tattico da principianti della scienza del controllo sociale e del profitto...
Poi, secondo tempo, il piroscafo prende la rotta del Mar Rosso e da lì, passando per il suq-solo-suq di Aden (e la regina di Saba? e la grandezza culturale dell'Islam? non ne sapremo nulla, mannaggia), si dirige a Bombay, dove la professoressa riabbraccerà il marito pilota di linea e i tre partiranno per una ancora più magnifica vacanza...L'ammiraglio del piroscafo, americano di origine polacca (John Malkovich), ha un lungo «quartetto a cena» con grandi dame: la manager francese, l'ex modella italiana Stefania Sandrelli e la attrice e cantante greca Irene Papas (non ci negherà un frammento dela sua arte canora) che sintetizzano, in un tavolo solo e con quattro lingue parlate simultaneamente, lo charme e l'orrore, il calore la tragedia, la grandezza e la ferocia dei due millenni incriminati oggi dai tre quarti del globo. Solo la lingua portoghese resta isolata e incompresa al tavolo, quando anche Leonor Silveira sarà ospite con la bimba, fiera del suo nuovo regalo, una bambola in chador. Altri i tragitti mentali e navali cantati da Camoes, quelli «Lusiadi», da Vasco da Gama in poi: Goa, l'Africa, il Brasile, Macao... Poco europea, più che europea vista la sua non indifferente tradizione schiavistica, la terra lusofona non sarà per caso, in alleanza con Lula, la carta segreta per raddrizzare i micidiali squilibri del mondo, con «stile manuelino»?
Un finale, imprevedibile e agghiacciante, risponde pessimisticamente a questa speranza. Come il re infante, anche Rosa Maria e Maria Joana, per mano di Al Quaeda, svaniranno nella nebbia... In nome del padre (la Grecia), del figlio (Roma), dello spirito santo (la rivoluzione francese). Amen (Bush jr.).
Un requiem molto laico per l'Europa
Un film parlato È il titolo del capolavoro imperfetto del cineasta Manoel de Oliveira che, su una nave da crociera, racconta le civiltà del mediterraneo, Grecia, Roma, Napoleone...
di ROBERTO SILVESTRI
Il re cattolico e teenager Sebastiano scomparve nella «battaglia dei tre sovrani», in Marocco, tanti secoli fa. Il mito lusitano racconta però che non morì per lama islamica e infedele. Semplicemente svanì. Ma, i portoghesi ne sono certi, tornerà in una giorno di nebbia in groppa al suo cavallo bianco e allora l'impero cristiano (tanto agognato, e non solo da Mel Gibson) sarà di nuovo forte e unito sotto il suo comando... Aspettando quel giorno bigio, e riflettendo attraverso le due o tre cose che sa, sulla storia secolare dell'umanità, il cineasta portoghese Manoel de Oliveira che il secolo di vita l'ha quasi raggiunto e dunque ricorda molto bene le cose di tanto tanto tempo fa, ha realizzato uno dei suoi capolavori, Un film parlato.
Che ci interessa ancora più degli altri perché, come il rock, è opera discutibile, imperfetta, piena di crepe, permeabile da dubbi, critiche, riserve... È infatti, questa cosa, una strana, inquietante, continua sorpresa. Quasi un film nazionalista, fiero e secessionista, comunque un'opera su: «perché il terrorismo islamico terrorizza tanto tutto l'occidente?» Risposta: è vero, la grande cultura araba del XII secolo curò il medioevo con massicce flebo di Aristotele e d'amor cortese, forse prefigurò perfino l'Illuminismo e la frenesia scientifica ma la sua colpa storica rimane la distruzione della «très grand bibliotéque» d'Alessandria d'Egitto...Bè, questa notizia è semplicemente falsa. Non fu il cristianissimo Cirillo a bruciare tutto? È una leggenda, un altro mito cristiano, quasi quanto quello del «re infante».
Ma i film di de Oliveira non sono mai pedagogici né realistici. Sono fiabe dell'immaginazione raccontate (e raccomandate) solo a un pubblico che faccia della «prassi» il proprio hobby. Ai lettori del manifesto questo film non dovrebbe sfuggire.
Il regista portense Manoel de Oliveira, 95 anni, con Un film parlato ha deciso di abbandonare la sua tradizionale e leggendaria agilità mentale, fisica e spirituale per inginocchiarsi, meno laico del solito, sul feretro della nostra civiltà. E pregare, a seconda della recezione, o perché resusciti più pura o perché scompaia (come sembra indicarci il finale insostenibile) per sempre. Il requiem in onore di Eurolandia (o ne è l'ironica, ma criptica, «marcia funebre per una marionetta»?) ha la forma di una lezione di storia (e d'arte e cultura) «on the road». Leonor Silveira fa Rosa Maria, docente universitaria di storia, e per metà film porta in piroscafo nel mediterraneo la figlioletta Maria Joana, e le racconta in stile Rossellini e con l'aiuto di connazionali gentili e charmant (Luis Miguel Cintra che fa se stesso) e pope greco-ortodossi, pescivendoli e libroni, la grandezza della cultura egiziana, fenicia, greca e romana, e come la rivoluzione francese e Napoleone seppero poi rielaborarla e renderla planetaria e borghese. Il fiume Tejo, e poi Ceuta/Marsiglia, Napoli/Pompei, Atene/Acropoli, Alessandria/Il Cairo, Istanbul euroasiatica sono gli approdi di questo viaggio al termine dell'apoteosi cristiana, finché seppe ben separarsi dall'eresia religiosa islamica il cui egualitarismo comunitario nuoceva troppo agli affari, non come quello puritano o quacchero transatlantico, e il cui dispotismo, anche ottomano, resta tutt'oggi schema tattico da principianti della scienza del controllo sociale e del profitto...
Poi, secondo tempo, il piroscafo prende la rotta del Mar Rosso e da lì, passando per il suq-solo-suq di Aden (e la regina di Saba? e la grandezza culturale dell'Islam? non ne sapremo nulla, mannaggia), si dirige a Bombay, dove la professoressa riabbraccerà il marito pilota di linea e i tre partiranno per una ancora più magnifica vacanza...L'ammiraglio del piroscafo, americano di origine polacca (John Malkovich), ha un lungo «quartetto a cena» con grandi dame: la manager francese, l'ex modella italiana Stefania Sandrelli e la attrice e cantante greca Irene Papas (non ci negherà un frammento dela sua arte canora) che sintetizzano, in un tavolo solo e con quattro lingue parlate simultaneamente, lo charme e l'orrore, il calore la tragedia, la grandezza e la ferocia dei due millenni incriminati oggi dai tre quarti del globo. Solo la lingua portoghese resta isolata e incompresa al tavolo, quando anche Leonor Silveira sarà ospite con la bimba, fiera del suo nuovo regalo, una bambola in chador. Altri i tragitti mentali e navali cantati da Camoes, quelli «Lusiadi», da Vasco da Gama in poi: Goa, l'Africa, il Brasile, Macao... Poco europea, più che europea vista la sua non indifferente tradizione schiavistica, la terra lusofona non sarà per caso, in alleanza con Lula, la carta segreta per raddrizzare i micidiali squilibri del mondo, con «stile manuelino»?
Un finale, imprevedibile e agghiacciante, risponde pessimisticamente a questa speranza. Come il re infante, anche Rosa Maria e Maria Joana, per mano di Al Quaeda, svaniranno nella nebbia... In nome del padre (la Grecia), del figlio (Roma), dello spirito santo (la rivoluzione francese). Amen (Bush jr.).
giovedì 1 aprile 2004
Marco Bellocchio, martedì sera a Roma ha detto:
Libertà 1.4.04
«Rigoletto? L'inesperienza si paga»
Il commento di Bellocchio alla proiezione romana di Resnais
di Daniela Bisogni
«Sono stato attaccato dalla critica ed ho capito che l'inesperienza si paga, quando in età matura si affronta un'esperienza così complessa e affascinante. Nel dirigere un'opera il regista ha poco margine, perché c'è un altro direttore che ti dice di spostarti, puoi dire qualcosa solo se conosci la musica. E poi al cast che viene all'ultimo momento, e che comunque ho dovuto accettare, non gliene importa nulla della tua regia. In questo caso, bisogna essere onesti, il regista è solo un comprimario, anche se è appassionato di musica, come lo sono io». Marco Bellocchio ha così rievocato davanti a un pubblico romano di cinefili la recente esperienza da regista d'opera del Rigoletto.
L'occasione è stata offerta dall'iniziativa "Ci siamo tanto amati", promossa da Laboratorio Fandango (anche produttore dei film di Gabriele Muccino e Matteo Garrone), in cui i grandi autori presentano “i film della loro vita”. Bellocchio è stato il primo della serie dei registi italiani a incontrare una gremitissima platea di appassionati per vedere "Hiroshima mon amour", film d'esordio del francese Alain Resnais del 1959, sceneggiato da Marguerite Duras. «Quando mi hanno proposto di indicare il mio film - ha detto il regista - avrei anche potuto dire "L'avventura" di Antonioni, "Un condannato a morte è fuggito" di Robert Bresson o "Citizen Kane" di Orson Welles. Ma allora, quando vidi il film di Resnais, ero appena arrivato a Roma e frequentavo il Centro Sperimentale di cinematografia nella sezione attori, perché il regista l'ho fatto più tardi. In quel periodo si vedevano film che rimandavano alla struttura “classica”, pertanto per me vedere "Hiroshima mon amour" è stata un'esperienza sconvolgente. Neppure il cinema surrealista degli anni '20-'30 aveva avuto la capacità di sconvolgermi tanto. Eppure durante quegli anni è stata realizzata una grande quantità di capolavori eccezionali. In questo film ho trovato una grande originalità. Corpi abbracciati, ma sempre in una visione parziale, il montaggio a flashback, poi c'è una cadenza letteraria che ripete certe frasi. E' come se il regista combattesse per vincere la letterarietà del romanzo, cercando di imporre il cinema. Perché tutto quello che è lo specifico letterario spesso non si combina con il cinema. Nel finale avevo anche apprezzato una scena che allora mi sembrò una novità assoluta: inquadratura della ragazza sul corridoio, la ragazza esce di scena, il corridoio rimane vuoto, la ragazza rientra in campo. Oggi, invece, rivedendo il film ho trovato irritante la sua eccessiva letterarietà».
Alcuni cinefili gli hanno chiesto se fosse stato influenzato da questo film per "I pugni in tasca": «Non direi, perché questo è un film molto alto, sia per l'uso delle immagini, sia per il montaggio e perché è basato sul lavoro di una grande scrittrice. Io ho fatto un lavoro più spontaneo, perché ho portato nel film la provincia, Bobbio. Cosa c'entra la provincia con Hiroshima? Oggi si dice che tutti possono fare il cinema, basta avere una telecamera; allora la forza di rottura partì dalla Francia, con la Nouvelle Vague, e poi arrivò anche in altri paesi». C'è anche chi ha accostato "Hiroshima mon amour a Buongiorno, notte", per l'uso delle immagini di repertorio. «Non ci avevo mai pensato», ha commentato Bellocchio, «anche se per me la necessità di molte citazioni del mio ultimo film è venuta al montaggio. In questo senso i due film si riferiscono l'uno all'altro ma poi si differenziano».
Nel corso dell'incontro con il pubblico Marco Bellocchio, soffermandosi sulla letterarietà dei testi e la loro applicazione nel cinema ha anche detto di aver lavorato su una sceneggiatura di Massimo Fagioli. (fp)
«Rigoletto? L'inesperienza si paga»
Il commento di Bellocchio alla proiezione romana di Resnais
di Daniela Bisogni
«Sono stato attaccato dalla critica ed ho capito che l'inesperienza si paga, quando in età matura si affronta un'esperienza così complessa e affascinante. Nel dirigere un'opera il regista ha poco margine, perché c'è un altro direttore che ti dice di spostarti, puoi dire qualcosa solo se conosci la musica. E poi al cast che viene all'ultimo momento, e che comunque ho dovuto accettare, non gliene importa nulla della tua regia. In questo caso, bisogna essere onesti, il regista è solo un comprimario, anche se è appassionato di musica, come lo sono io». Marco Bellocchio ha così rievocato davanti a un pubblico romano di cinefili la recente esperienza da regista d'opera del Rigoletto.
L'occasione è stata offerta dall'iniziativa "Ci siamo tanto amati", promossa da Laboratorio Fandango (anche produttore dei film di Gabriele Muccino e Matteo Garrone), in cui i grandi autori presentano “i film della loro vita”. Bellocchio è stato il primo della serie dei registi italiani a incontrare una gremitissima platea di appassionati per vedere "Hiroshima mon amour", film d'esordio del francese Alain Resnais del 1959, sceneggiato da Marguerite Duras. «Quando mi hanno proposto di indicare il mio film - ha detto il regista - avrei anche potuto dire "L'avventura" di Antonioni, "Un condannato a morte è fuggito" di Robert Bresson o "Citizen Kane" di Orson Welles. Ma allora, quando vidi il film di Resnais, ero appena arrivato a Roma e frequentavo il Centro Sperimentale di cinematografia nella sezione attori, perché il regista l'ho fatto più tardi. In quel periodo si vedevano film che rimandavano alla struttura “classica”, pertanto per me vedere "Hiroshima mon amour" è stata un'esperienza sconvolgente. Neppure il cinema surrealista degli anni '20-'30 aveva avuto la capacità di sconvolgermi tanto. Eppure durante quegli anni è stata realizzata una grande quantità di capolavori eccezionali. In questo film ho trovato una grande originalità. Corpi abbracciati, ma sempre in una visione parziale, il montaggio a flashback, poi c'è una cadenza letteraria che ripete certe frasi. E' come se il regista combattesse per vincere la letterarietà del romanzo, cercando di imporre il cinema. Perché tutto quello che è lo specifico letterario spesso non si combina con il cinema. Nel finale avevo anche apprezzato una scena che allora mi sembrò una novità assoluta: inquadratura della ragazza sul corridoio, la ragazza esce di scena, il corridoio rimane vuoto, la ragazza rientra in campo. Oggi, invece, rivedendo il film ho trovato irritante la sua eccessiva letterarietà».
Alcuni cinefili gli hanno chiesto se fosse stato influenzato da questo film per "I pugni in tasca": «Non direi, perché questo è un film molto alto, sia per l'uso delle immagini, sia per il montaggio e perché è basato sul lavoro di una grande scrittrice. Io ho fatto un lavoro più spontaneo, perché ho portato nel film la provincia, Bobbio. Cosa c'entra la provincia con Hiroshima? Oggi si dice che tutti possono fare il cinema, basta avere una telecamera; allora la forza di rottura partì dalla Francia, con la Nouvelle Vague, e poi arrivò anche in altri paesi». C'è anche chi ha accostato "Hiroshima mon amour a Buongiorno, notte", per l'uso delle immagini di repertorio. «Non ci avevo mai pensato», ha commentato Bellocchio, «anche se per me la necessità di molte citazioni del mio ultimo film è venuta al montaggio. In questo senso i due film si riferiscono l'uno all'altro ma poi si differenziano».
Nel corso dell'incontro con il pubblico Marco Bellocchio, soffermandosi sulla letterarietà dei testi e la loro applicazione nel cinema ha anche detto di aver lavorato su una sceneggiatura di Massimo Fagioli. (fp)
ancora sullo stile del pensiero delle neuroscienze
La Provincia di Como 1.4.04
RICERCA Individuati 51 geni che causano la differenza di genere e agiscono sui comportamenti transessuali Il sesso? Una questione di ormoni e cervello
di Marco Cambiaghi
Uomini e donne sono ovviamente diversi sotto vari punti di vista, sia fisici che comportamentali. Una differenza sessuale meno nota è da tempo stata individuata anche a livello del Sistema Nervoso Centrale: varie aree cerebrali infatti sono più grandi in un sesso rispetto all'altro. In molte specie di mammiferi il cervello è intrinsecamente femminile (o forse neutro): le caratteristiche strutturali e funzionali maschili vengono apportate al Sistema Nervoso Centrale in via di sviluppo dall'azione degli ormoni prodotti dai testicoli nel corso di uno o più periodi critici dello sviluppo. Queste differenze si rispecchiano poi nel comportamento materno/paterno, nell'aggressività e nei comportamenti relativi al controllo del territorio di molte specie di uccelli e mammiferi. Le ricerche condotte su vari modelli animali suggeriscono che anche il Sistema Nervoso Centrale umano si differenzia nei due sessi durante lo sviluppo grazie agli ormoni. È stata inoltre dimostrata l'esistenza di alcune differenze legate al sesso nell'esecuzione di compiti cognitivi: gli uomini eseguono compiti visuospaziali meglio delle donne, e le donne sono più portate nei compiti verbali. Va tuttavia evidenziato che questi ultimi dati, relativi alle prestazioni dei soggetti analizzati, sono in gran parte sovrapponibili nei due sessi, dimostrando quindi un divario reale molto relativo. Un recente studio apparso sulla rivista Molecular Brain Research suggerisce però che già in una precoce fase embrionale, quando perciò le gonadi (l'apparato sessuale) non si sono ancora differenziate in testicoli od ovaie, si hanno diverse espressioni geniche nel cervello di individui maschi e femmine. Eric Vilain, dell'Università di California di Los Angeles, dopo aver analizzato circa 12,000 geni, ha notato che nei topi a metà gravidanza (prima della formazione dei testicoli) l'attività di 51 geni è diversa fra maschi e femmine; questa scoperta suggerisce che il nostro sesso dipende anche dall'attività di questi geni, influenzando perciò il diverso modo di pensare ed agire di uomini e donne. «È un indice di differenziamento molto, molto precoce», commenta lo stesso Vilain, il cui studio è il primo a misurare l'incidenza genica nei due sessi in una fase così precoce dello sviluppo, sebbene il team di ricerca non abbia ancora capito quale sia la funzione di questi 51 geni. Vilain suppone che queste differenze di attività genica possano essere alla base dei comportamenti transessuali: si ipotizza che nel cervello di maschi che si sentono donne, o viceversa, ci potrebbe essere un'attività genica simile a quella del sesso opposto. Certamente questi complessi fenomeni psicologici non possono derivare da un'unica causa: la percezione della propria sessualità è molto probabilmente influenzata dai nostri geni e di certo modulata dai nostri ormoni, ma altrettanto importanti sono le esperienze che si hanno soprattutto nei primi anni di vita. Gli studi di Vilain scoprono perciò solo la punta di un iceberg che si prospetta essere molto più profondo.
RICERCA Individuati 51 geni che causano la differenza di genere e agiscono sui comportamenti transessuali Il sesso? Una questione di ormoni e cervello
di Marco Cambiaghi
Uomini e donne sono ovviamente diversi sotto vari punti di vista, sia fisici che comportamentali. Una differenza sessuale meno nota è da tempo stata individuata anche a livello del Sistema Nervoso Centrale: varie aree cerebrali infatti sono più grandi in un sesso rispetto all'altro. In molte specie di mammiferi il cervello è intrinsecamente femminile (o forse neutro): le caratteristiche strutturali e funzionali maschili vengono apportate al Sistema Nervoso Centrale in via di sviluppo dall'azione degli ormoni prodotti dai testicoli nel corso di uno o più periodi critici dello sviluppo. Queste differenze si rispecchiano poi nel comportamento materno/paterno, nell'aggressività e nei comportamenti relativi al controllo del territorio di molte specie di uccelli e mammiferi. Le ricerche condotte su vari modelli animali suggeriscono che anche il Sistema Nervoso Centrale umano si differenzia nei due sessi durante lo sviluppo grazie agli ormoni. È stata inoltre dimostrata l'esistenza di alcune differenze legate al sesso nell'esecuzione di compiti cognitivi: gli uomini eseguono compiti visuospaziali meglio delle donne, e le donne sono più portate nei compiti verbali. Va tuttavia evidenziato che questi ultimi dati, relativi alle prestazioni dei soggetti analizzati, sono in gran parte sovrapponibili nei due sessi, dimostrando quindi un divario reale molto relativo. Un recente studio apparso sulla rivista Molecular Brain Research suggerisce però che già in una precoce fase embrionale, quando perciò le gonadi (l'apparato sessuale) non si sono ancora differenziate in testicoli od ovaie, si hanno diverse espressioni geniche nel cervello di individui maschi e femmine. Eric Vilain, dell'Università di California di Los Angeles, dopo aver analizzato circa 12,000 geni, ha notato che nei topi a metà gravidanza (prima della formazione dei testicoli) l'attività di 51 geni è diversa fra maschi e femmine; questa scoperta suggerisce che il nostro sesso dipende anche dall'attività di questi geni, influenzando perciò il diverso modo di pensare ed agire di uomini e donne. «È un indice di differenziamento molto, molto precoce», commenta lo stesso Vilain, il cui studio è il primo a misurare l'incidenza genica nei due sessi in una fase così precoce dello sviluppo, sebbene il team di ricerca non abbia ancora capito quale sia la funzione di questi 51 geni. Vilain suppone che queste differenze di attività genica possano essere alla base dei comportamenti transessuali: si ipotizza che nel cervello di maschi che si sentono donne, o viceversa, ci potrebbe essere un'attività genica simile a quella del sesso opposto. Certamente questi complessi fenomeni psicologici non possono derivare da un'unica causa: la percezione della propria sessualità è molto probabilmente influenzata dai nostri geni e di certo modulata dai nostri ormoni, ma altrettanto importanti sono le esperienze che si hanno soprattutto nei primi anni di vita. Gli studi di Vilain scoprono perciò solo la punta di un iceberg che si prospetta essere molto più profondo.
un convegno a Bologna
Repubblica 1.4.04- ed di Bologna
IL CONVEGNO
Due giorni di studi organizzata dall'Università sul filosofo tedesco e sui suoi interpreti
La lezione del nichilista Nietzsche
Fu attorno agli anni Trenta che la figura di Nietzsche fu riconosciuta e valorizzata tra quella dei pensatori più importanti del dibattito filosofico novecentesco. Ad operare questa svolta furono, tra gli altri, gli studi di Martin Heidegger e Karl Lowith. Sul tema si tiene oggi e domani a Bologna, in Aula Prodi presso San Giovanni in Monte, il convegno dal titolo «Metafisica e nichilismo. Lowith e Heidegger interpreti di Nietzsche», organizzato dall´Università di Bologna, in collaborazione con il Centro Italo-tedesco di Villa Vigoni, l'assessorato alla cultura della Provincia e la Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna. L´iniziativa prende in esame l´interpretazione che diedero i due pensatori del concetto nietzschiano di nichilismo, quale esito finale dello sviluppo della filosofia occidentale. Il primo testo a recuperare il pensiero del filosofo tedesco fu quello che Lowith pubblicò nel '35, «Nietzsche e l´eterno ritorno». Quindi nel '41 ci fu l´altra opera «Da Hegel a Nietzsche». Nel frattempo, tuttavia, il «problema Nietzsche» veniva riconosciuto nelle lezioni tenute da Martin Heidegger all´Università di Friburgo nel '36/'37.
Il convegno, che sarà inaugurato questa mattina (ore 10) dal rettore Pier Ugo Calzolari, vede la partecipazione di alcuni tra i maggiori studiosi dei tre filosofi in discussione; tra essi Johann Figl (Vienna), Friedrich-Vilhelm von Herrmann (Friburgo), Bernrd Lutz (Stuttgart), Werner Stegmaier (Greifswald), Patrick Wotling (Parigi) e numerosi altri.
IL CONVEGNO
Due giorni di studi organizzata dall'Università sul filosofo tedesco e sui suoi interpreti
La lezione del nichilista Nietzsche
Fu attorno agli anni Trenta che la figura di Nietzsche fu riconosciuta e valorizzata tra quella dei pensatori più importanti del dibattito filosofico novecentesco. Ad operare questa svolta furono, tra gli altri, gli studi di Martin Heidegger e Karl Lowith. Sul tema si tiene oggi e domani a Bologna, in Aula Prodi presso San Giovanni in Monte, il convegno dal titolo «Metafisica e nichilismo. Lowith e Heidegger interpreti di Nietzsche», organizzato dall´Università di Bologna, in collaborazione con il Centro Italo-tedesco di Villa Vigoni, l'assessorato alla cultura della Provincia e la Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna. L´iniziativa prende in esame l´interpretazione che diedero i due pensatori del concetto nietzschiano di nichilismo, quale esito finale dello sviluppo della filosofia occidentale. Il primo testo a recuperare il pensiero del filosofo tedesco fu quello che Lowith pubblicò nel '35, «Nietzsche e l´eterno ritorno». Quindi nel '41 ci fu l´altra opera «Da Hegel a Nietzsche». Nel frattempo, tuttavia, il «problema Nietzsche» veniva riconosciuto nelle lezioni tenute da Martin Heidegger all´Università di Friburgo nel '36/'37.
Il convegno, che sarà inaugurato questa mattina (ore 10) dal rettore Pier Ugo Calzolari, vede la partecipazione di alcuni tra i maggiori studiosi dei tre filosofi in discussione; tra essi Johann Figl (Vienna), Friedrich-Vilhelm von Herrmann (Friburgo), Bernrd Lutz (Stuttgart), Werner Stegmaier (Greifswald), Patrick Wotling (Parigi) e numerosi altri.
Lisa Meitner e Rosalind Franklin
il Messaggero 31.3.04
Mercoledì 31 Marzo 2004
Biografie/ Come gli scienziati “scipparono” due donne
Il Nobel? Una cosa da maschi
di ROMEO BASSOLI
C’È stato un periodo nella storia dell’Europa, a cavallo della seconda guerra mondiale, nel quale le donne si affacciavano per la prima volta alle scienze “dure”. Alla fisica, alla chimica. Al sapere che dava potere, soldi, fama. Un mondo dominato dai maschi.
Una giovane, minuta polacca Maria Sklodowska, aveva tracciato la strada nel primo decennio del 900 ed era poi passata alla storia con il cognome del marito: Curie. Ma mentre la Francia, anche sulla spinta di Maria Curie, aveva aperto le porte delle università e dei laboratori alle donne, gli altri due giganti europei, la Germania e soprattutto la Gran Bretagna, tenevano ancora lontana l’altra metà del cielo. Eppure le donne c’erano. Ma era come se fossero invisibili. Anche quando ottenevano risultati, questi erano negati o scippati dai colleghi maschi. In questi giorni sono uscite, in Italia, due biografie di donne “scippate” del premio Nobel da consorterie scientifiche maschili (e dalla sfortuna). Sono due ebree dal carattere difficile, un po’ ombrose e tanto sole.
La prima, Lisa Meitner, austriaca, ha capito per prima che era stata realizzata una fissione dell’atomo, cioè il processo che avrebbe portato alla bomba atomica e alle centrali nucleari. Di lei esce una biografia per ragazzi per i tipi dell’Editoriale Scienza e grazie al lavoro di Simona Cerrato ( La forza dell’atomo , 96 pagine, 13,90 euro).
La seconda, Rosalind Franklin, inglese, ha trovato la prova decisiva che il Dna è una doppia elica. La sua biografia è scritta da Brenda Maddox per la Mondadori ( Rosalind Franklin. La donna che scoprì la struttura del Dna , 346 pagine, 20 euro).
Nessuna delle due ha preso il Nobel. Rosalind avrebbe dovuto condividerlo con Watson, Crick e Wilkins: morì, giovane, di cancro prima che lo assegnassero. Ma nei libri che hanno consacrato la scoperta della doppia elica, è stata sempre messa in secondo piano, come una seccatrice tenebrosa che aveva trovato quasi per caso la prova decisiva. Una prova che, dice la sua biografa, Watson e Crick utilizzarono a sua insaputa. Ma Rosalind non faceva mai nulla per caso. Era una delle massime esperte al mondo di una tecnica di indagine chiamata cristallografia ai raggi X. Era stata la migliore in tutte le scuole e le università (come Oxford) in cui aveva studiato. Aveva ottenuto ottimi risultati nei laboratori di ricerca di Parigi. Era tornata in Gran Bretagna per rispondere alle sollecitazioni della famiglia, ma nell’ambiente maschilista (e culturalmente depresso) del dopoguerra inglese si trovava a disagio. Così, a volte era aggressiva, scostante. La sua educazione rigida le impedì di avere un rapporto d’amore corrisposto con un uomo. Non era omosessuale: solo, non sapeva come fare con la mente maschile.
Più teatrale è la storia di Lisa Meitner. Viennese, trasferita a Berlino, diventa il primo professore donna di Germania. Le leggi antiebraiche del Reich la costringono a fuggire. Va a Stoccolma. E lì, il 19 dicembre 1938 riceve una lettera del suo collega Otto Hanh. Lui è rimasto in Germania (e ci rimarrà fino alla fine della guerra, lavorando al programma atomico tedesco). Le scrive per rivelarle che “c’è qualcosa di veramente molto strano” nei suoi esperimenti. Un risultato “incredibile”. E conclude: “cerca di capirci qualcosa tu”. E lei capisce. Fa i conti durante una passeggiata sulla neve. E i conti dicono che l’incredibile è avvenuto: il nucleo dell’atomo si è rotto e si è liberata energia. Lisa lo scrive subito a Otto. Lisa sa che cosa significa: la bomba atomica è possibile ed è terribile.
Lei non se ne vorrà occupare. La faranno i maschi, a Los Alamos, negli Stati Uniti. Dopo la guerra, a Otto Hanh verrà dato il Nobel. E lui non la ringrazierà nemmeno nel discorso davanti al Re di Svezia. Qualche giornale scriverà: “Lisa Meitner, l’assistente del premio Nobel Otto Hanh
Mercoledì 31 Marzo 2004
Biografie/ Come gli scienziati “scipparono” due donne
Il Nobel? Una cosa da maschi
di ROMEO BASSOLI
C’È stato un periodo nella storia dell’Europa, a cavallo della seconda guerra mondiale, nel quale le donne si affacciavano per la prima volta alle scienze “dure”. Alla fisica, alla chimica. Al sapere che dava potere, soldi, fama. Un mondo dominato dai maschi.
Una giovane, minuta polacca Maria Sklodowska, aveva tracciato la strada nel primo decennio del 900 ed era poi passata alla storia con il cognome del marito: Curie. Ma mentre la Francia, anche sulla spinta di Maria Curie, aveva aperto le porte delle università e dei laboratori alle donne, gli altri due giganti europei, la Germania e soprattutto la Gran Bretagna, tenevano ancora lontana l’altra metà del cielo. Eppure le donne c’erano. Ma era come se fossero invisibili. Anche quando ottenevano risultati, questi erano negati o scippati dai colleghi maschi. In questi giorni sono uscite, in Italia, due biografie di donne “scippate” del premio Nobel da consorterie scientifiche maschili (e dalla sfortuna). Sono due ebree dal carattere difficile, un po’ ombrose e tanto sole.
La prima, Lisa Meitner, austriaca, ha capito per prima che era stata realizzata una fissione dell’atomo, cioè il processo che avrebbe portato alla bomba atomica e alle centrali nucleari. Di lei esce una biografia per ragazzi per i tipi dell’Editoriale Scienza e grazie al lavoro di Simona Cerrato ( La forza dell’atomo , 96 pagine, 13,90 euro).
La seconda, Rosalind Franklin, inglese, ha trovato la prova decisiva che il Dna è una doppia elica. La sua biografia è scritta da Brenda Maddox per la Mondadori ( Rosalind Franklin. La donna che scoprì la struttura del Dna , 346 pagine, 20 euro).
Nessuna delle due ha preso il Nobel. Rosalind avrebbe dovuto condividerlo con Watson, Crick e Wilkins: morì, giovane, di cancro prima che lo assegnassero. Ma nei libri che hanno consacrato la scoperta della doppia elica, è stata sempre messa in secondo piano, come una seccatrice tenebrosa che aveva trovato quasi per caso la prova decisiva. Una prova che, dice la sua biografa, Watson e Crick utilizzarono a sua insaputa. Ma Rosalind non faceva mai nulla per caso. Era una delle massime esperte al mondo di una tecnica di indagine chiamata cristallografia ai raggi X. Era stata la migliore in tutte le scuole e le università (come Oxford) in cui aveva studiato. Aveva ottenuto ottimi risultati nei laboratori di ricerca di Parigi. Era tornata in Gran Bretagna per rispondere alle sollecitazioni della famiglia, ma nell’ambiente maschilista (e culturalmente depresso) del dopoguerra inglese si trovava a disagio. Così, a volte era aggressiva, scostante. La sua educazione rigida le impedì di avere un rapporto d’amore corrisposto con un uomo. Non era omosessuale: solo, non sapeva come fare con la mente maschile.
Più teatrale è la storia di Lisa Meitner. Viennese, trasferita a Berlino, diventa il primo professore donna di Germania. Le leggi antiebraiche del Reich la costringono a fuggire. Va a Stoccolma. E lì, il 19 dicembre 1938 riceve una lettera del suo collega Otto Hanh. Lui è rimasto in Germania (e ci rimarrà fino alla fine della guerra, lavorando al programma atomico tedesco). Le scrive per rivelarle che “c’è qualcosa di veramente molto strano” nei suoi esperimenti. Un risultato “incredibile”. E conclude: “cerca di capirci qualcosa tu”. E lei capisce. Fa i conti durante una passeggiata sulla neve. E i conti dicono che l’incredibile è avvenuto: il nucleo dell’atomo si è rotto e si è liberata energia. Lisa lo scrive subito a Otto. Lisa sa che cosa significa: la bomba atomica è possibile ed è terribile.
Lei non se ne vorrà occupare. La faranno i maschi, a Los Alamos, negli Stati Uniti. Dopo la guerra, a Otto Hanh verrà dato il Nobel. E lui non la ringrazierà nemmeno nel discorso davanti al Re di Svezia. Qualche giornale scriverà: “Lisa Meitner, l’assistente del premio Nobel Otto Hanh
dalla Libreria Amore e Psiche
LE LEZIONI ALL'UNIVERSITÀ DI CHIETI
Le lezioni del mese di Aprile saranno le seguenti:
Sabato 3
h.11,00 prof Massimo Fagioli
Venerdì 16
h. 14,00-16,00 prof. Andrea Masini
h. 16,00-18,00 prof.ssa Francesca Fagioli
Sabato 17
h. 9,00-11,00 prof. Andrea Masini
h. 11,00-13,00 prof. Massimo Fagioli
Le date aggiornate del mese di Maggio vi saranno comunicate al più presto.
mercoledì 31 marzo 2004
il "matrimonio temporaneo" nella cultura islamica
un articolo ricevuto da Serena
il manifesto 30.3.04
Islam, gli espedienti del desiderio
Orfi è la versione egiziana del «matrimonio temporaneo»
un concetto ideato - e una pratica diffusa - solo nell'Islam e ora dilagante di fronte al fondamentalismo
di MARCO D'ERAMO
Il termine orfi non ha nulla ha che vedere con «orfico», anzi è quanto di più alieno dal desiderio che spinse Orfeo a seguire l'amata sposa Euridice persino nella morte, nel regno delle ombre. Orfi è la versione egiziana del «matrimonio temporaneo», un concetto ideato - e una pratica diffusa - solo nell'Islam, ma dilagante solo da quando il fondamentalismo predomina nelle società coraniche. Per celebrare un orfi basta firmare un contratto di matrimonio davanti a due testimoni (ma spesso, nelle classi agiate, in presenza di un avvocato). Questo rito frugale e furtivo viene celebrato sempre più spesso dai giovani egiziani su cui altrimenti incomberebbe l'insopportabile prospettiva di lunghi decenni di celibato, omosessualità sostitutiva, masturbazione compulsiva, solitudine sentimentale e squallore sessuale. La proliferazione dell'orfi va situata in un quadro di esplosione demografica e di disoccupazione galoppante: la popolazione egiziana è quasi raddoppiata dal 1977 a oggi, passando
da 38 a 74 milioni, mentre - secondo i dati ufficiali - nella fascia d'età 15-25 anni la disoccupazione sarebbe del 27,5%, quando per l'insieme della popolazione sarebbe del 10%; ma le stime degli osservatori stranieri raddoppiano i dati governativi: la disoccupazione totale è del 19%, quella giovanile supera il 50% e quella dei laureati il 18%. Per di più, è venuta meno la valvola di sfogo dell'em
igrazione verso i paesi del Golfo, in nera crisi economica, e verso l'Iraq, prima sanzionato e bombardato, oggi sconfitto e occupato (Baghdad un tempo attirava molti emigrati egiziani). Così, il cataclisma economico che ha colpito il Medio oriente - e di cui noi non ci rendiamo conto - rende sempre più difficile il matrimonio tradizionale, con la dote (obbligatoria nel diritto islamico) e con il dovere imposto al marito di mantenere la moglie, condizioni che un giovane egiziano non potrà mai soddisfare prima dei 35-40 anni.
Il 17% della popolazione studentesca
Da qui il proliferare di matrimoni orfi che coinvolgerebbero il 17 % della popolazione studentesca egiziana, se si credono i dati forniti nel 2001 dal ministero degli affari sociali. Secondo la legge egiziana, la «fornicazione» (cioè il sesso al di fuori del matrimonio) è punita con sei mesi di prigione, mentre l'adulterio procura tre anni di reclusione e la spinta all'orfi è cresciuta mano mano che la società egiziana diventava formalmente più puritana e più repressiva.
Il «matrimonio temporaneo» ha una lunga storia nell'Islam. Per il contratto di matrimonio a termine, il termine giuridico è mut'a, che in arabo vuol dire «godimento, piacere, delizia», e la cui radice m-t significa «portare via». Nei primi decenni dell'Egira il matrimonio temporaneo era lecito e vi fa riferimento anche il Corano. I giuristi sostengono che allora era giustificato dalla rapida espansione dell'Islam, dalle spedizioni militari e le prolungate assenze da casa dei soldati di Allah. In seguito, tra i sunniti il «matrimonio temporaneo» fu condannato dal secondo califfo, Omar, ma fu anche tollerato (la punizione era solo la metà di quella imposta per la fornicazione: cento frustate). Il mut'a fu invece codificato dagli sciiti. Oggi il codice civile iraniano attribuisce all'uomo iraniano il diritto di contrattare un numero indefinito di «matrimoni temporanei» (sigheh in persiano), la cui durata può variare da qualche minuto a 99 anni.
Tra i sunniti, curiosamente furono i «puritani» wahabiti dell'Arabia saudita a riprendere l'uso del mut'a, col nome di matrimonio masyar («ambulante»). Ed è negli emirati del Golfo che il masyar è largamente praticato nei mesi estivi dai ricchi vacanzieri che contraggono queste unioni, per poche ore o per poche settimane, con delle giovani vergini che i loro parenti, contadini poveri, gli mandano in cambio di una piccola dote di petrodollari: il masyar è quindi una prostituzione mascherata, ed è in questa forma che è giunto in Egitto insieme alle rimesse degli emigranti nel Golfo.
Nell'Egitto tradizionale l'orfi era invece un surrogato alla malvista poligamia e rientrava nel diritto consuetudinario, prima che la registrazione del matrimonio davanti a un notaio fosse imposta dal sultano Mohamed Ali (al potere tra il 1805 e il 1848).
Vedove e pensioni di guerra
Nella seconda metà del `900 la tradizione ha poi ripreso vigore con le guerre arabo-israeliane, quando le vedove dei soldati uccisi hanno fatto ricorso all'orfi per risposarsi senza perdere i benefici della pensione di guerra: dove l'astuzia delle moderne burocrazie interagisce con il diritto consuetudinario islamico.
Ma è con l'irrompere della modernità e, insieme, del fondamentalismo, che il matrimonio temporaneo ha preso a proliferare come orfi in Egitto e come sigheh in Iran: esso infatti fu incoraggiato negli anni `70 dal presidente Anouar el Sadat, in un periodo in cui al Cairo diventavano sempre più influenti gli integralisti Fratelli musulmani, e fu legittimato dalla rivoluzione khomeinista in Iran. In un sermone del 1990, l'allora presidente iraniano Ali Akbar Hashemi Rafsanjani definì il desiderio sessuale come un tratto donatoci da dio. «Non siate promiscui come gli occidentali» disse, ma usate la soluzione dataci da Dio del matrimonio temporaneo.
Dato il suo chiaro statuto legale, lo sigheh iraniano ha ricevuto molta più attenzione sia in patria, sia all'estero, del semilegale e semiclandestino orfi egiziano. Una donna iraniana può mostrarsi pubblicamente disponibile per il sigheh, mentre mai ciò evverrebbe in Egitto: infatti in Iran, scrive Nadia Pizzuti nel suo Mille e un giorno con gli ayatollah (Datanews 2002), «negli ambienti tradizionali, per rendere nota la propria disponibilità a contrarre un sigheh, le donne ostentano un chador portato a rovescio e con le cuciture bene in vista». In Iran le autorità religiose incoraggiano pubblicamente gli studenti a contrarre sigheh: per esempio, il rappresentante della Guida suprema tra i miliziani (Basji), Heidar Mashlehi, ha detto nel 2000: «La discussione sul matrimonio temporaneo dovrebbe essere legittimata nelle università. Per controllare, proteggere e prevenire la perversione della giovane generazione, dobbiamo implementare il matrimonio temporaneo nelle università». Per la
stessa ragione, studenti (e le studentesse) universitari/e, sono contrari, come dimostrò un sondaggio condotto nel 1998 dal giornale Zan («Donna»).
Emancipazione o conservazione?
La discussione oscilla tra chi pensa che il matrimonio temporaneo sia un abbozzo, viziato per quanto si voglia, di emancipazione sessuale della donna, e chi invece pensa che sia un modo per conservare l'assetto tradizionale consentendo questa valvola di sfogo, in pratica appena un eufemismo della prostituzione: in alcuni testi giuridici islamici, alle donne che partecipano al mut'a è applicato un termine speciale: musta'jara, ovvero «donna affittata»; cioè, il mut'a è considerato l'«affitto» di una donna. Al tema del sigheh iraniano è dedicato Law of Desire: Temporary Marriage in Shi'I Iran (prima edizione 1989, ripubblicato dalla Siracuse University Press nel 2002) di Shahla Haeri, direttrice del Women's Studies Program e assistente di antropologia culturale all'università di Boston.
Molto più ambiguo è invece lo statuto dell'orfi nell'Egitto sunnita. Nella stragrande maggioranza è un «matrimonio segreto», e quindi maledetto, per giovani poveri in canna o che vivono ancora coi genitori. Ma è diffuso anche come espediente per permettere ai giovani egiziani maschi di accompagnarsi con le turiste occidentali. I siti web sono pieni di avvertimenti che le turiste lanciano alle future turiste. Se da un lato all'interno della società egiziana può quindi mascherare la prostituzione femminile, l'orfi può però anche, nel contatto tra Islam e Occidente, legittimare la prostituzione maschile del giovane egiziano con la turista attempata: il contratto orfi permette ai due di convivere per ore, giorni, settimane, nella stessa casa senza essere molestati dalla polizia. È normale in una città turistica come Luxor, ma è frequente anche a Tanta (quinta città egiziana, nel delta del Nilo).
La cantante e il produttore
L'orfi ha ancora una terza valenza, questa volta per le classi agiate, come si è visto nella drammatica storia della famosissima cantante pop tunisina Zikra uccisa il 28 novembre scorso dal suo manager e marito Aiman El Swidi nel loro ricco appartamento del quartiere di Zamalek. Nella vicenda, ricostruita da Al Ahram Weekly in lingua inglese, risulta che la cantante e il produttore avevano contratto un matrimonio orfi, ma quel che colpisce è che era stata lei a rifiutare il matrimonio legale e a voler restare nell'orfi; e pare anzi che questo rifiuto sia stato la ragione dell'omicidio occasionato da una scenata di gelosia. Qui l'orfi diventa l'equivalente dei fulminei e transitori matrimoni delle star hollywoodiane, espediente formale per permettere quella poligamia (e/o poliandria) diacronica con cui la modernità sembra aver sostituito la poligamia/andria sincronica delle società arcaiche.
Sotterfugio legale per amori giovanili, patentino informale per prostituzione maschile, permesso di coabitazione o licenza di concubinaggio per classi agiate, il problema però sta proprio nella temporaneità che costituisce la sua attrattiva: l'orfi (e il sigheh) può essere sciolto, da parte del «marito temporaneo» con la stessa facilità con cui è contratto, lasciando la donna rovinata, tanto più se dal matrimonio temporaneo sono nati figli, per i quali non è previsto nessun obbligo paterno in caso di scioglimento. Così l'orfi alimenta il mercato degli aborti clandestini e quello delle ricostituzioni di imene. Una volta abbandonata dal suo «marito temporaneo», una ragazza può solo sperare di non essere incinta e che nessuno venga a sapere che ha perso la sua zina (verginità). Deve solo pregare che il proprio ex non riveli la sua condizione di sposa clandestina. E - ha raccontato a gennaio una di queste sfortunate a un inviato di Libération - sborsare 1000 lire egiziane (135 euro, l'eq
uivalente di quattro mesi di salario medio egiziano) al medico che ha accettato di ricostituirle l'imene.
È significativo che il fenomeno del «matrimonio temporaneo» sia esploso nelle due società più evolute del mondo islamico, l'iraniana e l'egiziana, che hanno in comune due tratti solo in apparenza contraddittori: quello di essere le uniche con una forte società civile, e quello di avere la maggiore componente integralista nella vita pubblica, il potere khomeinista lì, l'egemonia dei Fratelli musulmani qui. In questo senso il «matrimonio temporaneo», orfi o sigheh che sia, sembra istituzionalizzare quel che Reinhart Koselleck chiama la «compresenza simultanea del non contemporaneo»: cerca di far convivere la Sura delle donne e la sessualità moderna, costituisce la tortuosa via burocratica con cui la libido si fa strada nei codicilli del diritto coranico.
il manifesto 30.3.04
Islam, gli espedienti del desiderio
Orfi è la versione egiziana del «matrimonio temporaneo»
un concetto ideato - e una pratica diffusa - solo nell'Islam e ora dilagante di fronte al fondamentalismo
di MARCO D'ERAMO
Il termine orfi non ha nulla ha che vedere con «orfico», anzi è quanto di più alieno dal desiderio che spinse Orfeo a seguire l'amata sposa Euridice persino nella morte, nel regno delle ombre. Orfi è la versione egiziana del «matrimonio temporaneo», un concetto ideato - e una pratica diffusa - solo nell'Islam, ma dilagante solo da quando il fondamentalismo predomina nelle società coraniche. Per celebrare un orfi basta firmare un contratto di matrimonio davanti a due testimoni (ma spesso, nelle classi agiate, in presenza di un avvocato). Questo rito frugale e furtivo viene celebrato sempre più spesso dai giovani egiziani su cui altrimenti incomberebbe l'insopportabile prospettiva di lunghi decenni di celibato, omosessualità sostitutiva, masturbazione compulsiva, solitudine sentimentale e squallore sessuale. La proliferazione dell'orfi va situata in un quadro di esplosione demografica e di disoccupazione galoppante: la popolazione egiziana è quasi raddoppiata dal 1977 a oggi, passando
da 38 a 74 milioni, mentre - secondo i dati ufficiali - nella fascia d'età 15-25 anni la disoccupazione sarebbe del 27,5%, quando per l'insieme della popolazione sarebbe del 10%; ma le stime degli osservatori stranieri raddoppiano i dati governativi: la disoccupazione totale è del 19%, quella giovanile supera il 50% e quella dei laureati il 18%. Per di più, è venuta meno la valvola di sfogo dell'em
igrazione verso i paesi del Golfo, in nera crisi economica, e verso l'Iraq, prima sanzionato e bombardato, oggi sconfitto e occupato (Baghdad un tempo attirava molti emigrati egiziani). Così, il cataclisma economico che ha colpito il Medio oriente - e di cui noi non ci rendiamo conto - rende sempre più difficile il matrimonio tradizionale, con la dote (obbligatoria nel diritto islamico) e con il dovere imposto al marito di mantenere la moglie, condizioni che un giovane egiziano non potrà mai soddisfare prima dei 35-40 anni.
Il 17% della popolazione studentesca
Da qui il proliferare di matrimoni orfi che coinvolgerebbero il 17 % della popolazione studentesca egiziana, se si credono i dati forniti nel 2001 dal ministero degli affari sociali. Secondo la legge egiziana, la «fornicazione» (cioè il sesso al di fuori del matrimonio) è punita con sei mesi di prigione, mentre l'adulterio procura tre anni di reclusione e la spinta all'orfi è cresciuta mano mano che la società egiziana diventava formalmente più puritana e più repressiva.
Il «matrimonio temporaneo» ha una lunga storia nell'Islam. Per il contratto di matrimonio a termine, il termine giuridico è mut'a, che in arabo vuol dire «godimento, piacere, delizia», e la cui radice m-t significa «portare via». Nei primi decenni dell'Egira il matrimonio temporaneo era lecito e vi fa riferimento anche il Corano. I giuristi sostengono che allora era giustificato dalla rapida espansione dell'Islam, dalle spedizioni militari e le prolungate assenze da casa dei soldati di Allah. In seguito, tra i sunniti il «matrimonio temporaneo» fu condannato dal secondo califfo, Omar, ma fu anche tollerato (la punizione era solo la metà di quella imposta per la fornicazione: cento frustate). Il mut'a fu invece codificato dagli sciiti. Oggi il codice civile iraniano attribuisce all'uomo iraniano il diritto di contrattare un numero indefinito di «matrimoni temporanei» (sigheh in persiano), la cui durata può variare da qualche minuto a 99 anni.
Tra i sunniti, curiosamente furono i «puritani» wahabiti dell'Arabia saudita a riprendere l'uso del mut'a, col nome di matrimonio masyar («ambulante»). Ed è negli emirati del Golfo che il masyar è largamente praticato nei mesi estivi dai ricchi vacanzieri che contraggono queste unioni, per poche ore o per poche settimane, con delle giovani vergini che i loro parenti, contadini poveri, gli mandano in cambio di una piccola dote di petrodollari: il masyar è quindi una prostituzione mascherata, ed è in questa forma che è giunto in Egitto insieme alle rimesse degli emigranti nel Golfo.
Nell'Egitto tradizionale l'orfi era invece un surrogato alla malvista poligamia e rientrava nel diritto consuetudinario, prima che la registrazione del matrimonio davanti a un notaio fosse imposta dal sultano Mohamed Ali (al potere tra il 1805 e il 1848).
Vedove e pensioni di guerra
Nella seconda metà del `900 la tradizione ha poi ripreso vigore con le guerre arabo-israeliane, quando le vedove dei soldati uccisi hanno fatto ricorso all'orfi per risposarsi senza perdere i benefici della pensione di guerra: dove l'astuzia delle moderne burocrazie interagisce con il diritto consuetudinario islamico.
Ma è con l'irrompere della modernità e, insieme, del fondamentalismo, che il matrimonio temporaneo ha preso a proliferare come orfi in Egitto e come sigheh in Iran: esso infatti fu incoraggiato negli anni `70 dal presidente Anouar el Sadat, in un periodo in cui al Cairo diventavano sempre più influenti gli integralisti Fratelli musulmani, e fu legittimato dalla rivoluzione khomeinista in Iran. In un sermone del 1990, l'allora presidente iraniano Ali Akbar Hashemi Rafsanjani definì il desiderio sessuale come un tratto donatoci da dio. «Non siate promiscui come gli occidentali» disse, ma usate la soluzione dataci da Dio del matrimonio temporaneo.
Dato il suo chiaro statuto legale, lo sigheh iraniano ha ricevuto molta più attenzione sia in patria, sia all'estero, del semilegale e semiclandestino orfi egiziano. Una donna iraniana può mostrarsi pubblicamente disponibile per il sigheh, mentre mai ciò evverrebbe in Egitto: infatti in Iran, scrive Nadia Pizzuti nel suo Mille e un giorno con gli ayatollah (Datanews 2002), «negli ambienti tradizionali, per rendere nota la propria disponibilità a contrarre un sigheh, le donne ostentano un chador portato a rovescio e con le cuciture bene in vista». In Iran le autorità religiose incoraggiano pubblicamente gli studenti a contrarre sigheh: per esempio, il rappresentante della Guida suprema tra i miliziani (Basji), Heidar Mashlehi, ha detto nel 2000: «La discussione sul matrimonio temporaneo dovrebbe essere legittimata nelle università. Per controllare, proteggere e prevenire la perversione della giovane generazione, dobbiamo implementare il matrimonio temporaneo nelle università». Per la
stessa ragione, studenti (e le studentesse) universitari/e, sono contrari, come dimostrò un sondaggio condotto nel 1998 dal giornale Zan («Donna»).
Emancipazione o conservazione?
La discussione oscilla tra chi pensa che il matrimonio temporaneo sia un abbozzo, viziato per quanto si voglia, di emancipazione sessuale della donna, e chi invece pensa che sia un modo per conservare l'assetto tradizionale consentendo questa valvola di sfogo, in pratica appena un eufemismo della prostituzione: in alcuni testi giuridici islamici, alle donne che partecipano al mut'a è applicato un termine speciale: musta'jara, ovvero «donna affittata»; cioè, il mut'a è considerato l'«affitto» di una donna. Al tema del sigheh iraniano è dedicato Law of Desire: Temporary Marriage in Shi'I Iran (prima edizione 1989, ripubblicato dalla Siracuse University Press nel 2002) di Shahla Haeri, direttrice del Women's Studies Program e assistente di antropologia culturale all'università di Boston.
Molto più ambiguo è invece lo statuto dell'orfi nell'Egitto sunnita. Nella stragrande maggioranza è un «matrimonio segreto», e quindi maledetto, per giovani poveri in canna o che vivono ancora coi genitori. Ma è diffuso anche come espediente per permettere ai giovani egiziani maschi di accompagnarsi con le turiste occidentali. I siti web sono pieni di avvertimenti che le turiste lanciano alle future turiste. Se da un lato all'interno della società egiziana può quindi mascherare la prostituzione femminile, l'orfi può però anche, nel contatto tra Islam e Occidente, legittimare la prostituzione maschile del giovane egiziano con la turista attempata: il contratto orfi permette ai due di convivere per ore, giorni, settimane, nella stessa casa senza essere molestati dalla polizia. È normale in una città turistica come Luxor, ma è frequente anche a Tanta (quinta città egiziana, nel delta del Nilo).
La cantante e il produttore
L'orfi ha ancora una terza valenza, questa volta per le classi agiate, come si è visto nella drammatica storia della famosissima cantante pop tunisina Zikra uccisa il 28 novembre scorso dal suo manager e marito Aiman El Swidi nel loro ricco appartamento del quartiere di Zamalek. Nella vicenda, ricostruita da Al Ahram Weekly in lingua inglese, risulta che la cantante e il produttore avevano contratto un matrimonio orfi, ma quel che colpisce è che era stata lei a rifiutare il matrimonio legale e a voler restare nell'orfi; e pare anzi che questo rifiuto sia stato la ragione dell'omicidio occasionato da una scenata di gelosia. Qui l'orfi diventa l'equivalente dei fulminei e transitori matrimoni delle star hollywoodiane, espediente formale per permettere quella poligamia (e/o poliandria) diacronica con cui la modernità sembra aver sostituito la poligamia/andria sincronica delle società arcaiche.
Sotterfugio legale per amori giovanili, patentino informale per prostituzione maschile, permesso di coabitazione o licenza di concubinaggio per classi agiate, il problema però sta proprio nella temporaneità che costituisce la sua attrattiva: l'orfi (e il sigheh) può essere sciolto, da parte del «marito temporaneo» con la stessa facilità con cui è contratto, lasciando la donna rovinata, tanto più se dal matrimonio temporaneo sono nati figli, per i quali non è previsto nessun obbligo paterno in caso di scioglimento. Così l'orfi alimenta il mercato degli aborti clandestini e quello delle ricostituzioni di imene. Una volta abbandonata dal suo «marito temporaneo», una ragazza può solo sperare di non essere incinta e che nessuno venga a sapere che ha perso la sua zina (verginità). Deve solo pregare che il proprio ex non riveli la sua condizione di sposa clandestina. E - ha raccontato a gennaio una di queste sfortunate a un inviato di Libération - sborsare 1000 lire egiziane (135 euro, l'eq
uivalente di quattro mesi di salario medio egiziano) al medico che ha accettato di ricostituirle l'imene.
È significativo che il fenomeno del «matrimonio temporaneo» sia esploso nelle due società più evolute del mondo islamico, l'iraniana e l'egiziana, che hanno in comune due tratti solo in apparenza contraddittori: quello di essere le uniche con una forte società civile, e quello di avere la maggiore componente integralista nella vita pubblica, il potere khomeinista lì, l'egemonia dei Fratelli musulmani qui. In questo senso il «matrimonio temporaneo», orfi o sigheh che sia, sembra istituzionalizzare quel che Reinhart Koselleck chiama la «compresenza simultanea del non contemporaneo»: cerca di far convivere la Sura delle donne e la sessualità moderna, costituisce la tortuosa via burocratica con cui la libido si fa strada nei codicilli del diritto coranico.
predestinazione
una segnalazione di P. Cancellieri
il manifesto 31 marzo 2004
cultura
«Nati per il crimine», le tesi di Cesare Lombroso nell'analisi di Mary Gibson
Predestinati alla condanna
Un volume che ricostruisce l'influenza delle idee lombrosiane in un ambito solo di rado studiato, quello della loro attuazione pratica non nei disegni legislativi o nei programmi di studio accademici, ma nelle circolari ministeriali, negli iter burocratici, nel loro influire gli atteggiamenti dei commissari, dei poliziotti. Un'influenza che si esercitò in tutta la sua potenza nei confronti della devianza giovanile e influì poi nel plasmare la polizia fascista
Agli inizi del Novecento la teoria dell'«uomo delinquente» di Lombroso, della predestinzaione al crimine, fu alimentata dal panico del dilagare della criminalità. Ma già allora, come oggi, questa psicosi era in gran parte suggestione: la criminalità diminuiva, o comunque non aumentava, nella realtà, mentre si ingigantiva nella percezione collettiva. Un determinismo biologico che oggi rischia di riprende forza all'ombra del Dna
di MARCO D'ERAMO
Ogni giorno i giornali ci svelano qualche nuovo aspetto del comportamento umano che sarebbe geneticamente determinato: è ricorrente la pretesa che l'omosessualità sia una tendenza «iscritta nel Dna». Un futuro di artista, delinquente, forse acrobata, magari dongiovanni, sarebbe iscritto non nel neonato al primo vagito, non nel feto appena abbozzato nel ventre materno, ma già all'atto della fecondazione, acquattato nelle circonvoluzioni elicoidali dell'acido deossiribonucleico. È curioso come questo determinismo biologico rappresenti la forma scientista della predestinazione di stampo calvinista: la predestinazione cristiana condannava gli umani all'inferno (o li destinava alla salvezza eterna) per disegno divino: «noi diciamo che il Signore ha una volta tanto deciso, nel suo consiglio eterno e immutabile, quali uomini voleva ammettere alla salvezza e quali lasciare in rovina (...) l'ingresso nella vita è precluso a tutti coloro che egli vuole abbandonare alla condanna; e ciò accade per un suo giudizio occulto e incomprensibile, per quanto giusto ed equo» (Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana, 7; III, 62-3). All'imperscrutabile volere divino noi abbiamo sostituito l'altrettanto imperscrutabile disposizione dei geni, ma stessa è la predestinazione, e uguale il suo esito: una condanna inappellabile, lì eterna, qui immanente.
Presi dall'entusiasmo scientizzante, rimuoviamo la lunga storia veteropositivista di questa innata predestinazione alla condanna: infatuati dalla microscopica sofisticazione della doppia elica, dimentichiamo l'artigiana grossolanità dei concetti deterministici. È perciò benvenuto il libro di Mary Gibson pubblicato dalla Bruno Mondadori, Nati per il crimine. Cesare Lombroso e le origini della criminologia biologica (28 euro, 390 pagine).
È facile dimenticare che Cesare Lombroso (1835-1909) è stato l'intellettuale italiano ottocentesco più famoso nel mondo, creatore dell'antropologia criminale, poi chiamata criminologia, tanto che personaggi di Lev Tolstoi (Resurrezione) e di Conrad (L'agente segreto) si richiamarono esplicitamente a lui. La stroncatura riservatagli dall'idealismo dominante in Italia nel primo Novecento l'ha confinato in limbo concettuale, mentre il suo inimitabile uso della lingua italiana fa stentarci e prendere sul serio le sue teorie. Alcuni esempi: poiché l'eccessiva continenza produce un «ubriacamento spermatico», è colla masturbazione che «si supplisce dal barbaro alla venere mancata». Ancora: la carità ospedaliera «non deve bilicarsi sull'ipocrita pietà oligarchica»; carità per altro «incerta spesso, più spesso falsa e spigolistra, e sempre avvilente». Nell'«umida e bigia miseria» gli uomini bruti «barbugliano, grugniscono e s'accosciano sbadati tra gli apatici congiunti». Certi spettacoli ti sollevano «dalla spigliata acerbità del dolore». Primo a balzare agli occhi è l'accostamento di registri dissonanti: a un concetto morale si giustappone un termine chimico: il genio fa «sperpero dei fosfati», mentre l'altruismo, altro non è che «un'ipertrofia dell'affetto», un'anomalia che spiega come mai gli anarchici sono«criminali per altruismo», ovvero «assassini filantropi».
Già nel lessico si legge così quella che fu la grande ambizione di Lombroso e del materialismo ottocentesco: spiegare, o almeno descrivere, tutti i fenomeni psichici, affettivi, sociali, in termini di pura materialità (o per lo meno di quella che allora era considerata tale). Un materialismo naif per cui Jakob Moleschott (venerato da Lombroso come maestro) affermava che «i pensieri si comportano col cervello come l'orina coi reni, la bile col fegato».
Tutto deve fare capo a una quantità misurabile per quanto improbabile essa sia: la follia risponderà a misure craniche, la delinquenza ai lobi frontali, via via fino all'anima che, «pur riducendosi a una materia fluidica, ... continua ad appartenere al mondo della materia».
Il progresso si attua attraverso una panoplia di strumenti e tecniche: ora, nel XXI secolo, è la mappatura del genoma; al tempo di Lombroso erano l'algometria elettrica, il craniometro o il sitoforo, oppure il pletismografo del Mosso che «può farci scendere nei penetrali dell'uomo».
Ma, appunto, nella stessa materia si nasconde un grumo opaco che resiste a ogni progresso, che riemerge anche tra i più civili, e questa irriducibilità naturale è quella dell'istinto, del selvaggio, dell'atavismo, tre parole chiave in Lombroso. «Gli istinti primitivi, scancellati dalla civiltà, possono ripullulare in un solo individuo». Se il criminale è un selvaggio, il selvaggio è - esplicitamente - un fossile: «l'Ottentotto è per gli uomini come il cammello pei ruminanti, una specie di fossile vivo». L'atavismo spiega tutto, dal tatuaggio alla longevità dei geni ai delitti sessuali, perché rivela il selvaggio che è in noi: ci sono «classi umane che, come i bassifondi marini» hanno in comune con i popoli primitivi «la stessa violenza delle passioni, la stessa torpida sensibilità, la stessa puerile vanità, il lungo ozio e nelle meretrici la nudità...».
È dal riaffiorare degli istinti primigeni che il criminologo individua senza fallo le diverse forme di delinquenti. «Negli stupratori, quasi sempre, l'occhio è scintillante, la fisionomia delicata, le labbra tumide...». Negli incendiari si osserva «la morbidezza della cute, l'abbondanza de' capelli, lisci e discriminati a guisa di donna». Mentre «gli omicidi abituali hanno lo sguardo vitreo, freddo, immobile... il naso spesso aquilino.. robuste le mandibole, lunghi gli orecchi...».
Queste tesi trovarono una sintesi nel celebre L'uomo delinquente (1876) secondo cui in gran parte i delinquenti rappresentano regressioni lungo la scala evolutiva, giungendo in questo modo a somigliare ai popoli «primitivi», agli animali e addirittura alle piante: «sono selvaggi viventi in mezzo alla fiorente civiltà europea». Fulminato dalla visione del cranio di un brigante calabrese, Giuseppe Vilella, Lombroso ebbe infatti un'illuminazione: «mi parve d'improvviso di vedere, risaltante e chiaramente illuminato come un'ampia pianura sotto un sole fiammeggiante, il problema della natura del criminale, che riproduce in epoche civili le caratteristiche non solo dei selvaggi primitivi, ma anche di tipi ancora inferiori giù giù fino ai carnivori». «Caratterizzati da anomalie fisiche quali la testa piccola, gli zigomi prominenti, il naso piatto, le orecchie grandi, i `delinquenti nati' non possono sfuggire al proprio destino biologico» (Gibson).
Certo, Lombroso sfumerà la sua diagnosi: solo il 40 per cento dei crimini sono compiuti da «delinquenti nati», gli altri sono perpetrati da «delinquenti occasionali» per ragioni ambientali (fame, educazione familiare). Ma il marchio della predestinazione resterà sul delinquente, e, a maggior ragione, sulla delinquente donna: se rispetto all'uomo civile il delinquente maschio è una regressione nella scala evolutiva, la donna delinquente è una doppia regressione poiché la donna civile è essa stessa un gradino più in basso nella scala gerarchica rispetto all'uomo: «la donna sente meno, pensa meno» e caratteristici del sesso femminile sono i seguenti tratti: «la impulsività, la mobilità, la vanità puerile, il bisogno della menzogna, l'amore per l'esteriorità e la futilità, tutte quelle note psicologiche - in una parola - che sono comuni al bimbo e al selvaggio» (Alfredo Niceforo, discepolo di Lombroso); «la donna è inferiore all'uomo: fisicamente, i fisiologi hanno trovato nei suoi tessuti, nei globuli del suo sangue, nel progresso evolutivo del suo cervello le stigmate dell'inferiorità; intellettualmente, e analizzando la sua intelligenza, si trova la mancanza assoluta della genialità, la forma automatica della ideazione, l'assimilazione quasi subcosciente delle idee, la grettezza, la povertà, la monotonia dei pensieri» (Niceforo).
Sono queste tesi che non ammettono contraddizioni. Se infatti sono contraddette dai fatti (così cari ai positivisti), è perché nascondono altre realtà. Non esistono donne geniali? Allora che dire, nel solo Ottocento, di Madame de Staël, di George Sand e di George Eliot? Semplice: non erano vere donne: per Lombroso infatti, la prima aveva «una faccia da uomo» (i tre figli e la passione ardente di Benjamin Constant non bastano a smentirlo); la seconda «aveva la voce di basso e vestiva volentieri da uomo»; la terza «aveva un viso da uomo, con un testone enorme, capelli disordinati, naso grosso, labbra spesse, baffi e mascelle voluminose, una faccia allungata da cavallo».
Né conta l'obiezione devastante a questa tesi, anch'essa scaturita da un fatto, e cioè che le donne delinquono molto meno degli uomini: se il delinquere è dovuto a un'arretratezza sulla scala evolutiva e se le donne sono inferiori agli uomini, come mai commettono molti meno crimini? All'inizio l'obiezione coglie impreparati i criminologi positivi, che poi trovano però la parata: il tasso di criminalità femminile è falsato e sottostimato perché non vi sono incluse le prostitute; se invece esse sono conteggiate, allora «i conti tornano»
È molto bello tutto il capitolo di Mary Gibson dedicato alla donna delinquente. Soprattutto quando osserva che «gli antropologi criminali videro nella psicologia della donna delinquente qualcosa di più che una mera esagerazione delle caratteristiche peggiori comuni a tutte le donne. Forse paradossalmente scorsero in essa anche `una tendenza fortissima a confondersi col tipo maschile'», perché in esse c'è «l'erotismo eccessivo, la debole maternità, il piacere della vita dissipata, l'intelligenza, l'audacia, il predominio sugli esseri deboli e suggestionabili, talora anche per forza muscolare, il gusto degli esercizi violenti, dei vizi»: che donne fascinose queste delinquenti, viene da dire! Ma dietro soggiaceva l'idea che per una donna fosse criminale volere emanciparsi.
Il libro di Mary Gibson è utilissimo anche perché ci restituisce il contesto fattuale in cui queste teorie presero vita. Ci mostra per esempio che la teoria dell'uomo delinquente fu alimentata dal panico del dilagare della criminalità: ma già allora, come oggi, questa psicosi era in gran parte suggestione: la criminalità diminuiva (o per lo meno non aumentava) nei fatti, mentre s'ingigantiva nella percezione collettiva. La seconda ragione è che Gibson ricostruisce l'influenza delle idee lombrosiane in un ambito solo di rado studiato, quello della loro attuazione pratica non nei grandi disegni legislativi o nei programmi di studio accademici, ma nelle circolari ministeriali, negli iter burocratici, nel loro influire gli atteggiamenti dei commissari, dei poliziotti.
Anche in questo campo, ci ricorda Gibson, la polizia era vista all'inizio del `900 con la stessa diffidenza di oggi (anche allora gli italiani si fidavano di più dei carabinieri, forse perché scaturiti da una tradizione militare e quindi con un corpo ufficiali di stampo nobiliare). L'ispettore di polizia Giuseppe Alongi ci fa notare nel 1887 che il popolo prova «un sentimento unanime di avversione pel personale di polizia, alto o basso che sia». Nel 1893 un avvocato romano, Giuseppe Leti, scrive che «non vi ha cittadino per bene che non si tenga, più che può, lontano da un funzionario di polizia; pochi ne abbracciano la carriera; e tutti arricciano il naso se hanno a trovarsi per caso in un ufficio di questura», mentre nel 1912 il deputato Pasqualino Vassallo afferma che il comportamento della polizia sembra «profondamente, quasi irrimediabilmente, guasto da una specie di malattia costituzionale». È per darsi un'allure di scientificità, per divenire una «polizia scientifica», che la polizia criminale abbraccia le teorie lombrosiane.
Il percorso e il diffondersi delle idee lombrosiane nelle micropratiche quotidiane degli apparati, negli ordini di servizio, nelle circolari e nei verbali si esercitò in tutta la sua potenza nei confronti della devianza giovanile e influì poi nel plasmare la polizia fascista.
Merito di Gibson è di esplicitarci tutta l'ambiguità dell'antropologia criminale positivista: formulata da teorici filosocialisti (come lo stesso Lombroso), fu fatta propria da vaste frange della borghesia liberale e fu infine usata dal fascismo. L'ebreo Lombroso e i suoi discepoli fecero largo uso della distinzione in razze (la pigrizia e delinquenza dei meridionali veniva spiegata con la loro ibridazione con «razze inferiori» come i neri o gli arabi). «Marchiando interi gruppi come biologicamente inferiori e retrocedendoli ai gradini più bassi della scala evolutiva, i criminologi positivi crearono inoltre un ambiente culturale propizio alla dittatura. Dopo il 1938 (anno delle leggi razziali), questa linea di pensiero finì per rivolgersi contro lo stesso Lombroso per opera del fanatico ideologo razzista Evola che (...) lo denunciò insieme con Freud come membro di un'accolita internazionale di pericolosi scienziati ebrei. Ritorcendo contro gli ebrei gli strumenti del positivismo, Evola elaborò tabelle pseudoscientifiche che ricostruivano la trasmissione di `malattie del sangue tra gli ebrei', alcolismo ereditario e alienazione mentale attraverso successive generazioni della `razza' ebraica».
Un grazie perciò a Mary Gibson perché ci aiuta a guardare con più circospezione al determinismo biologico che - con la subdola ovvietà del va-da-sé - oggi rifiorisce all'ombra della doppia elica. Ammantato dall'aura della sua infallibilità, è il ormai il Dna a guidarci, novello filo di Arianna, nel labirinto «dei penetrali dell'uomo».
il manifesto 31 marzo 2004
cultura
«Nati per il crimine», le tesi di Cesare Lombroso nell'analisi di Mary Gibson
Predestinati alla condanna
Un volume che ricostruisce l'influenza delle idee lombrosiane in un ambito solo di rado studiato, quello della loro attuazione pratica non nei disegni legislativi o nei programmi di studio accademici, ma nelle circolari ministeriali, negli iter burocratici, nel loro influire gli atteggiamenti dei commissari, dei poliziotti. Un'influenza che si esercitò in tutta la sua potenza nei confronti della devianza giovanile e influì poi nel plasmare la polizia fascista
Agli inizi del Novecento la teoria dell'«uomo delinquente» di Lombroso, della predestinzaione al crimine, fu alimentata dal panico del dilagare della criminalità. Ma già allora, come oggi, questa psicosi era in gran parte suggestione: la criminalità diminuiva, o comunque non aumentava, nella realtà, mentre si ingigantiva nella percezione collettiva. Un determinismo biologico che oggi rischia di riprende forza all'ombra del Dna
di MARCO D'ERAMO
Ogni giorno i giornali ci svelano qualche nuovo aspetto del comportamento umano che sarebbe geneticamente determinato: è ricorrente la pretesa che l'omosessualità sia una tendenza «iscritta nel Dna». Un futuro di artista, delinquente, forse acrobata, magari dongiovanni, sarebbe iscritto non nel neonato al primo vagito, non nel feto appena abbozzato nel ventre materno, ma già all'atto della fecondazione, acquattato nelle circonvoluzioni elicoidali dell'acido deossiribonucleico. È curioso come questo determinismo biologico rappresenti la forma scientista della predestinazione di stampo calvinista: la predestinazione cristiana condannava gli umani all'inferno (o li destinava alla salvezza eterna) per disegno divino: «noi diciamo che il Signore ha una volta tanto deciso, nel suo consiglio eterno e immutabile, quali uomini voleva ammettere alla salvezza e quali lasciare in rovina (...) l'ingresso nella vita è precluso a tutti coloro che egli vuole abbandonare alla condanna; e ciò accade per un suo giudizio occulto e incomprensibile, per quanto giusto ed equo» (Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana, 7; III, 62-3). All'imperscrutabile volere divino noi abbiamo sostituito l'altrettanto imperscrutabile disposizione dei geni, ma stessa è la predestinazione, e uguale il suo esito: una condanna inappellabile, lì eterna, qui immanente.
Presi dall'entusiasmo scientizzante, rimuoviamo la lunga storia veteropositivista di questa innata predestinazione alla condanna: infatuati dalla microscopica sofisticazione della doppia elica, dimentichiamo l'artigiana grossolanità dei concetti deterministici. È perciò benvenuto il libro di Mary Gibson pubblicato dalla Bruno Mondadori, Nati per il crimine. Cesare Lombroso e le origini della criminologia biologica (28 euro, 390 pagine).
È facile dimenticare che Cesare Lombroso (1835-1909) è stato l'intellettuale italiano ottocentesco più famoso nel mondo, creatore dell'antropologia criminale, poi chiamata criminologia, tanto che personaggi di Lev Tolstoi (Resurrezione) e di Conrad (L'agente segreto) si richiamarono esplicitamente a lui. La stroncatura riservatagli dall'idealismo dominante in Italia nel primo Novecento l'ha confinato in limbo concettuale, mentre il suo inimitabile uso della lingua italiana fa stentarci e prendere sul serio le sue teorie. Alcuni esempi: poiché l'eccessiva continenza produce un «ubriacamento spermatico», è colla masturbazione che «si supplisce dal barbaro alla venere mancata». Ancora: la carità ospedaliera «non deve bilicarsi sull'ipocrita pietà oligarchica»; carità per altro «incerta spesso, più spesso falsa e spigolistra, e sempre avvilente». Nell'«umida e bigia miseria» gli uomini bruti «barbugliano, grugniscono e s'accosciano sbadati tra gli apatici congiunti». Certi spettacoli ti sollevano «dalla spigliata acerbità del dolore». Primo a balzare agli occhi è l'accostamento di registri dissonanti: a un concetto morale si giustappone un termine chimico: il genio fa «sperpero dei fosfati», mentre l'altruismo, altro non è che «un'ipertrofia dell'affetto», un'anomalia che spiega come mai gli anarchici sono«criminali per altruismo», ovvero «assassini filantropi».
Già nel lessico si legge così quella che fu la grande ambizione di Lombroso e del materialismo ottocentesco: spiegare, o almeno descrivere, tutti i fenomeni psichici, affettivi, sociali, in termini di pura materialità (o per lo meno di quella che allora era considerata tale). Un materialismo naif per cui Jakob Moleschott (venerato da Lombroso come maestro) affermava che «i pensieri si comportano col cervello come l'orina coi reni, la bile col fegato».
Tutto deve fare capo a una quantità misurabile per quanto improbabile essa sia: la follia risponderà a misure craniche, la delinquenza ai lobi frontali, via via fino all'anima che, «pur riducendosi a una materia fluidica, ... continua ad appartenere al mondo della materia».
Il progresso si attua attraverso una panoplia di strumenti e tecniche: ora, nel XXI secolo, è la mappatura del genoma; al tempo di Lombroso erano l'algometria elettrica, il craniometro o il sitoforo, oppure il pletismografo del Mosso che «può farci scendere nei penetrali dell'uomo».
Ma, appunto, nella stessa materia si nasconde un grumo opaco che resiste a ogni progresso, che riemerge anche tra i più civili, e questa irriducibilità naturale è quella dell'istinto, del selvaggio, dell'atavismo, tre parole chiave in Lombroso. «Gli istinti primitivi, scancellati dalla civiltà, possono ripullulare in un solo individuo». Se il criminale è un selvaggio, il selvaggio è - esplicitamente - un fossile: «l'Ottentotto è per gli uomini come il cammello pei ruminanti, una specie di fossile vivo». L'atavismo spiega tutto, dal tatuaggio alla longevità dei geni ai delitti sessuali, perché rivela il selvaggio che è in noi: ci sono «classi umane che, come i bassifondi marini» hanno in comune con i popoli primitivi «la stessa violenza delle passioni, la stessa torpida sensibilità, la stessa puerile vanità, il lungo ozio e nelle meretrici la nudità...».
È dal riaffiorare degli istinti primigeni che il criminologo individua senza fallo le diverse forme di delinquenti. «Negli stupratori, quasi sempre, l'occhio è scintillante, la fisionomia delicata, le labbra tumide...». Negli incendiari si osserva «la morbidezza della cute, l'abbondanza de' capelli, lisci e discriminati a guisa di donna». Mentre «gli omicidi abituali hanno lo sguardo vitreo, freddo, immobile... il naso spesso aquilino.. robuste le mandibole, lunghi gli orecchi...».
Queste tesi trovarono una sintesi nel celebre L'uomo delinquente (1876) secondo cui in gran parte i delinquenti rappresentano regressioni lungo la scala evolutiva, giungendo in questo modo a somigliare ai popoli «primitivi», agli animali e addirittura alle piante: «sono selvaggi viventi in mezzo alla fiorente civiltà europea». Fulminato dalla visione del cranio di un brigante calabrese, Giuseppe Vilella, Lombroso ebbe infatti un'illuminazione: «mi parve d'improvviso di vedere, risaltante e chiaramente illuminato come un'ampia pianura sotto un sole fiammeggiante, il problema della natura del criminale, che riproduce in epoche civili le caratteristiche non solo dei selvaggi primitivi, ma anche di tipi ancora inferiori giù giù fino ai carnivori». «Caratterizzati da anomalie fisiche quali la testa piccola, gli zigomi prominenti, il naso piatto, le orecchie grandi, i `delinquenti nati' non possono sfuggire al proprio destino biologico» (Gibson).
Certo, Lombroso sfumerà la sua diagnosi: solo il 40 per cento dei crimini sono compiuti da «delinquenti nati», gli altri sono perpetrati da «delinquenti occasionali» per ragioni ambientali (fame, educazione familiare). Ma il marchio della predestinazione resterà sul delinquente, e, a maggior ragione, sulla delinquente donna: se rispetto all'uomo civile il delinquente maschio è una regressione nella scala evolutiva, la donna delinquente è una doppia regressione poiché la donna civile è essa stessa un gradino più in basso nella scala gerarchica rispetto all'uomo: «la donna sente meno, pensa meno» e caratteristici del sesso femminile sono i seguenti tratti: «la impulsività, la mobilità, la vanità puerile, il bisogno della menzogna, l'amore per l'esteriorità e la futilità, tutte quelle note psicologiche - in una parola - che sono comuni al bimbo e al selvaggio» (Alfredo Niceforo, discepolo di Lombroso); «la donna è inferiore all'uomo: fisicamente, i fisiologi hanno trovato nei suoi tessuti, nei globuli del suo sangue, nel progresso evolutivo del suo cervello le stigmate dell'inferiorità; intellettualmente, e analizzando la sua intelligenza, si trova la mancanza assoluta della genialità, la forma automatica della ideazione, l'assimilazione quasi subcosciente delle idee, la grettezza, la povertà, la monotonia dei pensieri» (Niceforo).
Sono queste tesi che non ammettono contraddizioni. Se infatti sono contraddette dai fatti (così cari ai positivisti), è perché nascondono altre realtà. Non esistono donne geniali? Allora che dire, nel solo Ottocento, di Madame de Staël, di George Sand e di George Eliot? Semplice: non erano vere donne: per Lombroso infatti, la prima aveva «una faccia da uomo» (i tre figli e la passione ardente di Benjamin Constant non bastano a smentirlo); la seconda «aveva la voce di basso e vestiva volentieri da uomo»; la terza «aveva un viso da uomo, con un testone enorme, capelli disordinati, naso grosso, labbra spesse, baffi e mascelle voluminose, una faccia allungata da cavallo».
Né conta l'obiezione devastante a questa tesi, anch'essa scaturita da un fatto, e cioè che le donne delinquono molto meno degli uomini: se il delinquere è dovuto a un'arretratezza sulla scala evolutiva e se le donne sono inferiori agli uomini, come mai commettono molti meno crimini? All'inizio l'obiezione coglie impreparati i criminologi positivi, che poi trovano però la parata: il tasso di criminalità femminile è falsato e sottostimato perché non vi sono incluse le prostitute; se invece esse sono conteggiate, allora «i conti tornano»
È molto bello tutto il capitolo di Mary Gibson dedicato alla donna delinquente. Soprattutto quando osserva che «gli antropologi criminali videro nella psicologia della donna delinquente qualcosa di più che una mera esagerazione delle caratteristiche peggiori comuni a tutte le donne. Forse paradossalmente scorsero in essa anche `una tendenza fortissima a confondersi col tipo maschile'», perché in esse c'è «l'erotismo eccessivo, la debole maternità, il piacere della vita dissipata, l'intelligenza, l'audacia, il predominio sugli esseri deboli e suggestionabili, talora anche per forza muscolare, il gusto degli esercizi violenti, dei vizi»: che donne fascinose queste delinquenti, viene da dire! Ma dietro soggiaceva l'idea che per una donna fosse criminale volere emanciparsi.
Il libro di Mary Gibson è utilissimo anche perché ci restituisce il contesto fattuale in cui queste teorie presero vita. Ci mostra per esempio che la teoria dell'uomo delinquente fu alimentata dal panico del dilagare della criminalità: ma già allora, come oggi, questa psicosi era in gran parte suggestione: la criminalità diminuiva (o per lo meno non aumentava) nei fatti, mentre s'ingigantiva nella percezione collettiva. La seconda ragione è che Gibson ricostruisce l'influenza delle idee lombrosiane in un ambito solo di rado studiato, quello della loro attuazione pratica non nei grandi disegni legislativi o nei programmi di studio accademici, ma nelle circolari ministeriali, negli iter burocratici, nel loro influire gli atteggiamenti dei commissari, dei poliziotti.
Anche in questo campo, ci ricorda Gibson, la polizia era vista all'inizio del `900 con la stessa diffidenza di oggi (anche allora gli italiani si fidavano di più dei carabinieri, forse perché scaturiti da una tradizione militare e quindi con un corpo ufficiali di stampo nobiliare). L'ispettore di polizia Giuseppe Alongi ci fa notare nel 1887 che il popolo prova «un sentimento unanime di avversione pel personale di polizia, alto o basso che sia». Nel 1893 un avvocato romano, Giuseppe Leti, scrive che «non vi ha cittadino per bene che non si tenga, più che può, lontano da un funzionario di polizia; pochi ne abbracciano la carriera; e tutti arricciano il naso se hanno a trovarsi per caso in un ufficio di questura», mentre nel 1912 il deputato Pasqualino Vassallo afferma che il comportamento della polizia sembra «profondamente, quasi irrimediabilmente, guasto da una specie di malattia costituzionale». È per darsi un'allure di scientificità, per divenire una «polizia scientifica», che la polizia criminale abbraccia le teorie lombrosiane.
Il percorso e il diffondersi delle idee lombrosiane nelle micropratiche quotidiane degli apparati, negli ordini di servizio, nelle circolari e nei verbali si esercitò in tutta la sua potenza nei confronti della devianza giovanile e influì poi nel plasmare la polizia fascista.
Merito di Gibson è di esplicitarci tutta l'ambiguità dell'antropologia criminale positivista: formulata da teorici filosocialisti (come lo stesso Lombroso), fu fatta propria da vaste frange della borghesia liberale e fu infine usata dal fascismo. L'ebreo Lombroso e i suoi discepoli fecero largo uso della distinzione in razze (la pigrizia e delinquenza dei meridionali veniva spiegata con la loro ibridazione con «razze inferiori» come i neri o gli arabi). «Marchiando interi gruppi come biologicamente inferiori e retrocedendoli ai gradini più bassi della scala evolutiva, i criminologi positivi crearono inoltre un ambiente culturale propizio alla dittatura. Dopo il 1938 (anno delle leggi razziali), questa linea di pensiero finì per rivolgersi contro lo stesso Lombroso per opera del fanatico ideologo razzista Evola che (...) lo denunciò insieme con Freud come membro di un'accolita internazionale di pericolosi scienziati ebrei. Ritorcendo contro gli ebrei gli strumenti del positivismo, Evola elaborò tabelle pseudoscientifiche che ricostruivano la trasmissione di `malattie del sangue tra gli ebrei', alcolismo ereditario e alienazione mentale attraverso successive generazioni della `razza' ebraica».
Un grazie perciò a Mary Gibson perché ci aiuta a guardare con più circospezione al determinismo biologico che - con la subdola ovvietà del va-da-sé - oggi rifiorisce all'ombra della doppia elica. Ammantato dall'aura della sua infallibilità, è il ormai il Dna a guidarci, novello filo di Arianna, nel labirinto «dei penetrali dell'uomo».
infibulazione
Repubblica 31.3.04
Rush finale alla Camera. E per trovare finanziamenti stasera galà di Fendi
Infibulazione, giro di vite carcere per chi la pratica
di LAURA LAURENZI
ROMA - Rischia da sei fino a 12 anni di carcere e 10 anni di interdizione dall´esercizio della professione chi pratica mutilazioni genitali, anche se la vittima è consenziente. Questa è una delle principali novità della proposta di legge in via di approvazione alla Camera e che in tempi strettissimi tornerà a Palazzo Madama. Uno dei dieci articoli prevede anche che sia concesso lo status di rifugiate alle donne che vogliono sottrarsi all´infibulazione o evitarla alle figlie minorenni. Sarà istituito un numero verde, sia per raccogliere segnalazioni sia per fornire alle immigrate informazioni sulle strutture sanitarie.
Sono circa 140 milioni nel mondo le donne sottoposte a infibulazione secondo l´Oms. E l´Italia avrebbe il primato europeo, con 40 mila donne mutilate. A sostegno della campagna internazionale «Stop Fgm» (che sta per female genital mutilation), si sta muovendo una grande griffe della moda: Fendi. Poiché i contributi garantiti dalla Commissione europea alla campagna - che vede in Emma Bonino una delle sostenitrici più accese - sono esauriti e i prossimi non verranno erogati fino al 2005, Anna Fendi ha organizzato per stasera, a Roma, un galà-kolossal a fini benefici.
Attese, fra le altre, Sophia Loren e Virna Lisi, Marella e Susanna Agnelli, Gae Aulenti, Rita Levi Montalcini, Giulia Maria Crespi, Miriam Mafai, che fanno parte del comitato promotore della serata. La cena si svolgerà al Museo nazionale preistorico ed etnografico Pigorini. I 500 ospiti pagheranno ciascuno 150 euro. Durante la serata, Christie´s batterà all´asta oggetti d´arte e capi griffati. Agli ospiti, prima della cena, verrà mostrato il breve filmato-shock (due minuti, indimenticabili) sull´infibulazione girato in un paese africano da Oliviero Toscani, in cui si vede in ogni dettaglio la mano del carnefice arrotare e riscaldare la lametta su una pietra e mutilare una bambina di appena otto anni. «Sono vent´anni che combattiamo, forse possiamo ragionevolmente sperare che entro il 2015 questa pratica non esista più», ha annunciato Daniela Colombo, presidente di Aidos. «Comincia finalmente a incrinarsi il muro dell´omertà e dell´indifferenza. Ora è il momento del rush finale», ha commentato Emma Bonino. Miriam Mafai ha sottolineato come la mobilitazione dell´Occidente non debba essere giudicata «un atteggiamento paternalistico, bensì un modo per esportare pacificamente la democrazia». Un coro di no, «un no pieno e totale», è venuto contro l´infibulazione cosiddetta "dolce", una puntura simbolica, dunque meno efferata e cruenta, nei genitali femminili.
Rush finale alla Camera. E per trovare finanziamenti stasera galà di Fendi
Infibulazione, giro di vite carcere per chi la pratica
di LAURA LAURENZI
ROMA - Rischia da sei fino a 12 anni di carcere e 10 anni di interdizione dall´esercizio della professione chi pratica mutilazioni genitali, anche se la vittima è consenziente. Questa è una delle principali novità della proposta di legge in via di approvazione alla Camera e che in tempi strettissimi tornerà a Palazzo Madama. Uno dei dieci articoli prevede anche che sia concesso lo status di rifugiate alle donne che vogliono sottrarsi all´infibulazione o evitarla alle figlie minorenni. Sarà istituito un numero verde, sia per raccogliere segnalazioni sia per fornire alle immigrate informazioni sulle strutture sanitarie.
Sono circa 140 milioni nel mondo le donne sottoposte a infibulazione secondo l´Oms. E l´Italia avrebbe il primato europeo, con 40 mila donne mutilate. A sostegno della campagna internazionale «Stop Fgm» (che sta per female genital mutilation), si sta muovendo una grande griffe della moda: Fendi. Poiché i contributi garantiti dalla Commissione europea alla campagna - che vede in Emma Bonino una delle sostenitrici più accese - sono esauriti e i prossimi non verranno erogati fino al 2005, Anna Fendi ha organizzato per stasera, a Roma, un galà-kolossal a fini benefici.
Attese, fra le altre, Sophia Loren e Virna Lisi, Marella e Susanna Agnelli, Gae Aulenti, Rita Levi Montalcini, Giulia Maria Crespi, Miriam Mafai, che fanno parte del comitato promotore della serata. La cena si svolgerà al Museo nazionale preistorico ed etnografico Pigorini. I 500 ospiti pagheranno ciascuno 150 euro. Durante la serata, Christie´s batterà all´asta oggetti d´arte e capi griffati. Agli ospiti, prima della cena, verrà mostrato il breve filmato-shock (due minuti, indimenticabili) sull´infibulazione girato in un paese africano da Oliviero Toscani, in cui si vede in ogni dettaglio la mano del carnefice arrotare e riscaldare la lametta su una pietra e mutilare una bambina di appena otto anni. «Sono vent´anni che combattiamo, forse possiamo ragionevolmente sperare che entro il 2015 questa pratica non esista più», ha annunciato Daniela Colombo, presidente di Aidos. «Comincia finalmente a incrinarsi il muro dell´omertà e dell´indifferenza. Ora è il momento del rush finale», ha commentato Emma Bonino. Miriam Mafai ha sottolineato come la mobilitazione dell´Occidente non debba essere giudicata «un atteggiamento paternalistico, bensì un modo per esportare pacificamente la democrazia». Un coro di no, «un no pieno e totale», è venuto contro l´infibulazione cosiddetta "dolce", una puntura simbolica, dunque meno efferata e cruenta, nei genitali femminili.
Cina
Ansa.it Martedì 30 Marzo 2004, 19:38
CINA: A META' MAGGIO I PRIMI BAMBINI IN PROVETTA
(ANSA) - PECHINO, 30 MAR - Il primo bambino ''in provetta'' cinese nascera' a meta' maggio, secondo funzionari dell' Ospedale numero uno dell' Universita' di Pechino. Li Xiaohong, direttrice del Centro per la Riproduzione Genetica dell' ospedale, ha detto che si sta valutando la possibilita' di creare una ''banca'' di ovuli nella capitale. La dottoressa ha detto che finora sei donne hanno concepito con ovuli congelati.
Due di loro dovrebbero partorire in maggio. Una delle due future madri aspetta dei gemelli.
La tecnica consiste nel congelare l' ovulo, e nel fecondarlo dopo averlo scongelato. Infine, l' ovulo fecondato viene impiantato nell' utero della donna. Si tratta di una tecnologia molto sofisticata, che finora e' stata usata con successo da sole cento donne in tutto il mondo, ha spiegato la dottoressa intervistata dall' agenzia d' informazione Xinhua. Il Centro, ha proseguito Li, ha un tasso di sopravvivenza degli ovuli del 96 per cento, sorprendemente alto rispetto a quelli di altri ospedali. La dottoressa ha affermato che la tecnologia puo' essere usata proficuamente da donne che vogliono rinviare il momento della maternita' per ragioni di carriera - un caso molto frequente nella Cina urbana - o da quelle che per ragioni di salute devono sottoporsi a terapie che le possono rendere sterili. Li non ha precisato quanto costera' mantenere un' ovulo nella ''banca'', che in altri paesi del terzo mondo si aggira sugli 8-900 dollari all' anno.(ANSA).
Rai.it News 31.3.04
Culture
L'immagine dell'animale mitologico rinvenuta su una giara di 7.500 anni fa
Scoperta in Cina la Fenice più antica
Un tempo significava le forze primordiali, ovvero potere e prosperità. Attributo esclusivo dell'imperatore e dell'imperatrice, unici a poterne indossare il simbolo, rappresenta tra l'altro il punto cardinale del Sud. La scoperta indica chiaramente che il modello dal quale è nata l'iconologia è il pavone
La riproduzione di due fenici e' stata rinvenuta su un'antica giara in un sito archeologico in Cina. La scoperta non sembrerebbe nulla di eccezionale, considerato che il mitico animale e' parte integrante dell'immaginario e della cultura cinese. Ma a lasciare a bocca aperta gli archeologi e' l'antichita' del reperto: il vaso risale infatti al periodo neolitico, ben 7.500 anni fa. Si tratta quindi - rende noto l'agenzia Misna - della piu' antica immagine del leggendario animale esistente al mondo.
La giara e' emersa durante uno scavo in un sito nella valle del fiume Yangtze, nella provincia di Hunan (Cina sudoccidentale) nei pressi della citta' di Hongjiang. Si tratta di una zona dove sono stati rinvenuti numerosi e importanti testimonianze di un insediamento neolitico chiamato "cultura di gaomiao" a cui appartiene anche il vaso appena scoperto.
Secondo gli archeologi, la decorazione - molto piu' raffinata di un'analoga pittura trovata su un vaso di 4mila anni fa della cosiddetta "cultura hemudu", altra comunita' preistorica - rappresenta la prova delle radici ancestrali nel mito della fenice in Cina. La fenice, o feng, e' uno degli animali magici della mitologia cinese e rappresenta il punto cardinale del Sud; gli altri sono la tigre e l'unicorno, che indicano l'ovest, la tartaruga o il serpente, animali che stanno a segnalare il nord, e il drago, simbolo dell'est.
La fenice rappresentava le forze primordiali del cielo, ovvero il potere e la prosperita'; era un attributo esclusivo dell'imperatore e dell'imperatrice che erano gli unici a poterne indossare il simbolo. Secondo gli archeologi il modo con cui sono stati dipinti i due animali, dimostra che il modello dal quale e' nata l'iconologia della fenice e' chiaramente il pavone e non il fagiano, come altre volte e' stato ipotizzato.
CINA: A META' MAGGIO I PRIMI BAMBINI IN PROVETTA
(ANSA) - PECHINO, 30 MAR - Il primo bambino ''in provetta'' cinese nascera' a meta' maggio, secondo funzionari dell' Ospedale numero uno dell' Universita' di Pechino. Li Xiaohong, direttrice del Centro per la Riproduzione Genetica dell' ospedale, ha detto che si sta valutando la possibilita' di creare una ''banca'' di ovuli nella capitale. La dottoressa ha detto che finora sei donne hanno concepito con ovuli congelati.
Due di loro dovrebbero partorire in maggio. Una delle due future madri aspetta dei gemelli.
La tecnica consiste nel congelare l' ovulo, e nel fecondarlo dopo averlo scongelato. Infine, l' ovulo fecondato viene impiantato nell' utero della donna. Si tratta di una tecnologia molto sofisticata, che finora e' stata usata con successo da sole cento donne in tutto il mondo, ha spiegato la dottoressa intervistata dall' agenzia d' informazione Xinhua. Il Centro, ha proseguito Li, ha un tasso di sopravvivenza degli ovuli del 96 per cento, sorprendemente alto rispetto a quelli di altri ospedali. La dottoressa ha affermato che la tecnologia puo' essere usata proficuamente da donne che vogliono rinviare il momento della maternita' per ragioni di carriera - un caso molto frequente nella Cina urbana - o da quelle che per ragioni di salute devono sottoporsi a terapie che le possono rendere sterili. Li non ha precisato quanto costera' mantenere un' ovulo nella ''banca'', che in altri paesi del terzo mondo si aggira sugli 8-900 dollari all' anno.(ANSA).
Rai.it News 31.3.04
Culture
L'immagine dell'animale mitologico rinvenuta su una giara di 7.500 anni fa
Scoperta in Cina la Fenice più antica
Un tempo significava le forze primordiali, ovvero potere e prosperità. Attributo esclusivo dell'imperatore e dell'imperatrice, unici a poterne indossare il simbolo, rappresenta tra l'altro il punto cardinale del Sud. La scoperta indica chiaramente che il modello dal quale è nata l'iconologia è il pavone
La riproduzione di due fenici e' stata rinvenuta su un'antica giara in un sito archeologico in Cina. La scoperta non sembrerebbe nulla di eccezionale, considerato che il mitico animale e' parte integrante dell'immaginario e della cultura cinese. Ma a lasciare a bocca aperta gli archeologi e' l'antichita' del reperto: il vaso risale infatti al periodo neolitico, ben 7.500 anni fa. Si tratta quindi - rende noto l'agenzia Misna - della piu' antica immagine del leggendario animale esistente al mondo.
La giara e' emersa durante uno scavo in un sito nella valle del fiume Yangtze, nella provincia di Hunan (Cina sudoccidentale) nei pressi della citta' di Hongjiang. Si tratta di una zona dove sono stati rinvenuti numerosi e importanti testimonianze di un insediamento neolitico chiamato "cultura di gaomiao" a cui appartiene anche il vaso appena scoperto.
Secondo gli archeologi, la decorazione - molto piu' raffinata di un'analoga pittura trovata su un vaso di 4mila anni fa della cosiddetta "cultura hemudu", altra comunita' preistorica - rappresenta la prova delle radici ancestrali nel mito della fenice in Cina. La fenice, o feng, e' uno degli animali magici della mitologia cinese e rappresenta il punto cardinale del Sud; gli altri sono la tigre e l'unicorno, che indicano l'ovest, la tartaruga o il serpente, animali che stanno a segnalare il nord, e il drago, simbolo dell'est.
La fenice rappresentava le forze primordiali del cielo, ovvero il potere e la prosperita'; era un attributo esclusivo dell'imperatore e dell'imperatrice che erano gli unici a poterne indossare il simbolo. Secondo gli archeologi il modo con cui sono stati dipinti i due animali, dimostra che il modello dal quale e' nata l'iconologia della fenice e' chiaramente il pavone e non il fagiano, come altre volte e' stato ipotizzato.
Pietro Citati e il terrorismo islamico
Repubblica 31.3.04
LE IDEE
L'Occidente senza forza e l'esercito del terrore
I TERRORISTI E LA FINE DELL´EUROPA
il cattivo genio della politica
Non ricordano in nulla i potenti della grande tradizione araba, i califfi di Bagdad e di Córdoba Sono figli della cultura occidentale
Osama bin Laden e compagni non sono dei "folli criminali", come vorrebbero le nostre autorità. Hanno invece un disegno ben preciso
Non so dove abitino i nichilisti di oggi se in Afghanistan o in Pakistan, a Milano o a New York: ma so che ridono di noi
Leonard e Virginia Woolf avevano preparato il veleno per uccidersi nel caso i nazisti avessero invaso l'Inghilterra
di PIETRO CITATI
QUANDO pensiamo ai terroristi che da quasi tre anni insanguinano l´America, l´Islam e l´Europa, li chiamiamo fondamentalisti religiosi. Pensiamo che in un mondo minacciato dalla volgarità e dal danaro (dal danaro e dalla volgarità occidentali), Osama Bin Laden, Ayman Al Zawahiri e i loro compagni vogliano far rivivere l´Antico Islam. Gli anni in cui l´angelo Gabriele dettava a Maometto i versetti del Corano, sorsero le prime moschee di mattoni essiccati e di rami di palma, cominciarono i pellegrinaggi verso la Mecca, le truppe arabe conquistarono rapidissimamente la Persia, la Siria, l´Africa settentrionale, la Spagna, i primi asceti si raccolsero vicino al deserto, nacque una nuova teologia, vennero decorati meravigliosi Corani e costruite le grandi moschee di Damasco e di Gerusalemme. Era il fondamento: un tempo ardente, austero, guerriero, mobilissimo, genialissimo; un oceano di fuoco, che in pochi anni arse e trasformò il mondo. Milletrecento anni dopo, per recuperare questo fondamento, i terroristi (così pretendono) salgono sugli aerei, distruggono i grattacieli di New York, si uccidono, sconvolgono Costantinopoli, Casablanca e Madrid. È un sacrificio immane: un massacro illimitato di sé e degli altri; ma alla fine del massacro dovrebbe rinascere il profumo del settimo secolo ? Maometto che, in un attimo senza tempo, lascia il suolo di Gerusalemme e raggiunge il cielo con la sua cavalcatura volante.
Niente potrebbe essere meno vero. Il settimo secolo non ritorna. Maometto non sale verso il cielo. I terroristi del 2001, del 2002, del 2003, del 2004 e degli anni futuri hanno spezzato violentemente qualsiasi rapporto col Corano. La guerra che essi combattono contraddice in tutti i punti le parole della tradizione islamica.
Quelle parole avevano prescritto la tolleranza religiosa: raccomandato di proteggere le vedove e gli orfani: proibito l´assassinio, il suicidio, il terrore, la violazione dei patti: imposto una legge scrupolosa persino alla guerra santa; mentre tutto, intorno, era Bibbia, fantasia, tappeti magici, lettura dei filosofi greci, invenzione d´automi, lettere d´oro dei Corani. Quello che accade nel 2004 non ha precedenti nemmeno negli anni più tenebrosi della storia islamica, quando i berberi invasero il califfato di Córdoba. Negli ultimi trent´anni è nata nel Medio Oriente una nuova religione: una religione empia ed iconoclastica, che col Corano e Maometto ha lo stesso rapporto che il nazismo aveva col romanticismo tedesco.
Quanto oggi regna nel Medio Oriente è la perversa arte della politica, che l´Europa ha elaborato nei secoli fino ad Hitler e Stalin. Osama bin Laden e i suoi compagni non sono, come dicono le nostre ingenue autorità, dei «folli criminali» assetati di sangue. Posseggono un genio della politica come oggi nessuno al mondo. Hanno una grandiosa immaginazione, una ferrea volontà, un´estrema lucidità razionale, un´intuizione potentemente semplificatrice delle cose, una spaventosa audacia intellettuale, una perfetta scelta degli obiettivi, una meticolosa precisione nell´esecuzione, il dono di inscenare spettacoli teatrali, capaci di affascinare le folle - e mai, mai un attimo di dubbio o di incertezza o un semplice respiro umano.
Essi non ricordano in nulla i potenti della grande tradizione araba: i califfi di Bagdad e di Córdoba, il Saladino, i sovrani di Delhi, i sovrani savafidi della Persia, gli imperatori Moghol dell´India, i Sultani Ottomani, con quell´apparato di generosità e opulenza geniale. E nemmeno gli ultimi, mediocri capi di stato dell´ultimo dopoguerra, Nasser e Boumedienne. Essi sono figli dell´Occidente: figli dei nichilisti e di Hitler, di Lenin e di Stalin, e dell´immondezza ideologica che, nell´ultimo secolo, l´Europa ha rovesciato sull´universo.
Non so dove abitino: se in Afghanistan o in Pakistan, o in Iraq o a corso Venezia a Milano o a place de la Concorde, o all´Hotel Plaza, a Manhattan, nelle più eleganti abitazioni e nei più lussuosi alberghi europei, dove sono di casa. Ma so, cosa fanno. Ridono di noi. Quanto devono essersi divertiti l´11 settembre 2001. Pensavano: «Vedete, noi vi offriamo un film vero, come le vostre televisioni non hanno ancora saputo offrirvi. Tutto è spettacolo, come voi, nella vostra vita quotidiana, amate: tutto è effetto speciale, come nei film di Spielberg: ma gli aerei sono veri, i grattacieli veri, il fuoco vero, le rovine vere, le migliaia di morti sono veri morti. Speriamo che ci ammiriate. Confessatelo, non vi siete mai divertiti tanto. Non godrete mai più uno spettacolo così grandioso - fino a quando noi, forse molto presto, ve ne offriremo un altro». Quanto devono divertirsi in questi giorni, dopo l´attentato di Madrid - davanti ai cortei contro il terrorismo o per la pace, ai litigi fra i nostri uomini politici, ai nostri interminabili convegni televisivi - alla nube di chiacchiere e di stupidità che avvolge amorosamente l´Europa e l´America.
Un tempo, in Occidente, esisteva quella qualità atroce e incomunicabile, che Simone Weil chiamava la «forza». Amava incarnarsi nel volto di Giulio Cesare: nel viso, stranamente femmineo, di Augusto: nelle piccole membra adipose di Napoleone; e nella massiccia e fintamente bonaria figura di Stalin. La forza si proponeva dei fini; e li conseguiva con qualsiasi mezzo, a costo di costruire i propri altari sopra mucchi di cadaveri e fiumi di sangue. Quando giungeva in alto, dove nulla riusciva più a contrastarla, assumeva una maestà grandiosa e terribile; e lasciava cadere un sorriso mitissimo e benigno sopra gli uomini che, giù in basso, innalzavano a lei i loro pianti, i loro inni e le loro preghiere. Nessuna qualità esercitava sugli uomini più fascino della forza: nessuna suscitava una mescolanza così ripugnante di terrore e di attrazione; tanto desiderio di adorazione, di umiliazione e di sacrificio.
Oggi, per nostra fortuna, nella civiltà occidentale la forza non esiste più. La forza è realistica: afferra oggetti, stritola corpi, conquista paesi; mentre il mondo europeo del ventunesimo secolo è irreale, teatrale, illusionistico, televisivo, spettacolare. Così nessun occidentale sa più usare la forza; e quando vi ricorre, l´usa con inesperienza, goffaggine, eccesso, oppure con un tale accompagnamento di cautele e di riguardi e di scuse e di precauzioni da renderla totalmente inefficace e dannosa. Così ci hanno insegnato gli ultimi trent´anni di storia politica degli Stati Uniti d´America.
Mentre è morta la forza, sono morti i potenti. I grandi della terra sono scomparsi da qualche decennio, come una famiglia di animali travolta da una glaciazione. L´ultimo degli antichi potenti fu Stalin, l´uomo che adorava Shakespeare e il balletto: quando Malenkov, Berja, Molotov, Kaganovic lo trasportarono a spalla verso la tomba - era un freddissimo e grigio giorno d´inverno del 1953 - non sapevano di seppellire l´ultimo rappresentante di una razza ormai estinta. L´epitaffio venne scritto qualche anno più tardi: lo pronunciò Kruscev: e fu grottesco, irriverente, blasfemo, come accade quando gli schiavi liberati - noi tutti - prendiamo il potere.
Così gli uomini politici di oggi sono completamente diversi. Per secoli, avevano amato essere irraggiungibili, invisibili, ignoti agli altri esseri umani - solitari come stelle nel cielo. Nessuno poteva giungere sino all´imperatore di Bisanzio seduto sul suo alto trono, al Figlio del Cielo che, a Pechino, ascoltava la musica dei suoi perfetti orologi, o all´imperatore di Persia nascosto dietro il suo velo. Tutte le loro parole ed azioni sapevano di segreto: finzioni, maschere, misteri, che nessuno poteva spiegare.
Ora, ogni sera, vediamo gli uomini politici tutti lì, sugli schermi televisivi, seduti su poltroncine rosé o celesti, mentre chiacchierano volubilmente di questo o di quello, con una sviscerata passione per le frasi banali e i luoghi comuni. Amano farsi fotografare in pubblico, seduti ai tavoli da pranzo ufficiali con le mani decorosamente disposte accanto alle forchette o ai coltelli: o mentre si baciano fervidamente sulle guance o sulla bocca, o mentre si danno pacche sulla schiena o in fondo alla schiena, in segno di solidarietà, complicità, amore, - queste pacche affettuose sono il loro modo preferito di parlare. In compenso, hanno perduto qualsiasi intuizione della realtà. Non vedono cosa accade. Non sanno immaginare cosa accadrà, sebbene Osama bin Laden lo sappia benissimo. Un tempo, possedevano quel dono supremo che è l´autorità: un dono che si ha insieme per natura ed esperienza, non si ostenta, e diffonde attorno a sé calma, quiete, reverenza, rispetto. Oggi, quasi nessuno di loro ha autorità: si prendono gioco l´uno dell´altro, tirano fuori la lingua, si insultano, si fanno sberleffi, si offendono, in modo da costringere noi, i sudditi, a provare pena ed umiliazione per loro.
Tra gli episodi della storia, ce n´è uno verso il quale sento un´immensa venerazione, come se appartenesse a una condizione superiore a quella storica. L´Inghilterra, negli anni tra il 1939 e il 1941. I nazisti conquistavano la Polonia, la Norvegia, la Danimarca, il Belgio, l´Olanda, la Francia: poi i Balcani e Creta: si alleavano con l´Unione Sovietica; per un anno l´Inghilterra fu quasi priva di esercito, con poche centinaia di aerei, poche truppe in Egitto, una flotta, una classe dirigente non compatta, - e Churchill. Le speranze non erano grandi. Le bombe tedesche distruggevano, anzi, «coventrizzavano», come diceva elegantemente Mussolini, le città inglesi: Leonard e Virginia Woolf avevano preparato il veleno per uccidersi, nel caso che i nazisti fossero sbarcati nel paese. Allora il popolo inglese ebbe un´immensa forza di pazienza e di sopportazione: tollerò la sconfitta e la morte, non perse coraggio, protese lo sguardo oltre un futuro oscurissimo. Pochi aerei inglesi abbatterono sulla Manica gli aerei tedeschi: navi inglesi affondarono nel Mediterraneo le navi italiane. Se noi, oggi, siamo qui, se parliamo, scriviamo, passeggiamo, andiamo in vacanza, diciamo sciocchezze - tutto questo è esclusivamente dovuto alla pazienza, al coraggio e alla sopportazione di quel popolo fedele.
Oggi sarà bene convincerci che la civiltà occidentale corre pericoli appena meno gravi di quelli corsi nel 1939 e nel 1940. I nemici sono intelligentissimi, senza scrupoli, senza incertezze, e posseggono una straordinaria forza di volontà. Difendersi dal terrorismo elevato a sistema è, per una democrazia, difficilissimo o quasi impossibile. Altri attentati scoppieranno in tutti i paesi dell´Europa e dell´Islam, perché la prima meta di Osama bin Laden e dei suoi compagni è distruggere l´Islam: l´Islam di Maometto, di Córdoba, del Saladino, di Rumi e delle Mille e una notte. Dovremo rinunciare a molti piaceri: piccole libertà, garanzie giuridiche, ricchezze, assistenza. Per molti anni, tutto sarà a rischio. A volte, si ha l´impressione che molti non desiderino compiere questi sacrifici, e che per loro la civiltà occidentale possa affondare senza rimpianti. Sembra che la pazienza, il coraggio e la forza di sopportazione - quelle che nel 1940 salvarono l´Inghilterra e il mondo - siano impalliditi. Meglio Hitler, meglio Stalin, meglio Mao, meglio Pol-Pot, meglio bin Laden: gli europei hanno già ripetuto moltissime volte, nelle università e nelle strade, queste frasi penose. Meglio restare in vita, a qualsiasi costo.
La civiltà occidentale ha grandissime colpe, come qualsiasi civiltà umana. Ha violato e distrutto continenti e religioni. Ma possiede un dono che nessuna altra civiltà conosce: quello di accogliere, da almeno duemilacinquecento anni, da quando gli orafi greci lavoravano per gli Sciti, tutte le tradizioni, tutti i miti, tutte le religioni, tutti o quasi tutti gli esseri umani. Li capisce o cerca di capirli, impara da loro, insegna loro, e poi, molto lentamente, modella una nuova creazione, che è tanto occidentale che orientale. Quante parole abbiamo assimilato! Quante immagini abbiamo ammirato! Quante persone sono diventate «romane»! Questo dono è così grande e incalcolabile, che forse vale la pena di sacrificarsi, pro aris et focis, per il diritto di passeggiare e fantasticare davanti alla cattedrale di Chartres, nel grande prato dell´Università di Cambridge, presso le colonne tortili della reggia di Granada.
LE IDEE
L'Occidente senza forza e l'esercito del terrore
I TERRORISTI E LA FINE DELL´EUROPA
il cattivo genio della politica
Non ricordano in nulla i potenti della grande tradizione araba, i califfi di Bagdad e di Córdoba Sono figli della cultura occidentale
Osama bin Laden e compagni non sono dei "folli criminali", come vorrebbero le nostre autorità. Hanno invece un disegno ben preciso
Non so dove abitino i nichilisti di oggi se in Afghanistan o in Pakistan, a Milano o a New York: ma so che ridono di noi
Leonard e Virginia Woolf avevano preparato il veleno per uccidersi nel caso i nazisti avessero invaso l'Inghilterra
di PIETRO CITATI
QUANDO pensiamo ai terroristi che da quasi tre anni insanguinano l´America, l´Islam e l´Europa, li chiamiamo fondamentalisti religiosi. Pensiamo che in un mondo minacciato dalla volgarità e dal danaro (dal danaro e dalla volgarità occidentali), Osama Bin Laden, Ayman Al Zawahiri e i loro compagni vogliano far rivivere l´Antico Islam. Gli anni in cui l´angelo Gabriele dettava a Maometto i versetti del Corano, sorsero le prime moschee di mattoni essiccati e di rami di palma, cominciarono i pellegrinaggi verso la Mecca, le truppe arabe conquistarono rapidissimamente la Persia, la Siria, l´Africa settentrionale, la Spagna, i primi asceti si raccolsero vicino al deserto, nacque una nuova teologia, vennero decorati meravigliosi Corani e costruite le grandi moschee di Damasco e di Gerusalemme. Era il fondamento: un tempo ardente, austero, guerriero, mobilissimo, genialissimo; un oceano di fuoco, che in pochi anni arse e trasformò il mondo. Milletrecento anni dopo, per recuperare questo fondamento, i terroristi (così pretendono) salgono sugli aerei, distruggono i grattacieli di New York, si uccidono, sconvolgono Costantinopoli, Casablanca e Madrid. È un sacrificio immane: un massacro illimitato di sé e degli altri; ma alla fine del massacro dovrebbe rinascere il profumo del settimo secolo ? Maometto che, in un attimo senza tempo, lascia il suolo di Gerusalemme e raggiunge il cielo con la sua cavalcatura volante.
Niente potrebbe essere meno vero. Il settimo secolo non ritorna. Maometto non sale verso il cielo. I terroristi del 2001, del 2002, del 2003, del 2004 e degli anni futuri hanno spezzato violentemente qualsiasi rapporto col Corano. La guerra che essi combattono contraddice in tutti i punti le parole della tradizione islamica.
Quelle parole avevano prescritto la tolleranza religiosa: raccomandato di proteggere le vedove e gli orfani: proibito l´assassinio, il suicidio, il terrore, la violazione dei patti: imposto una legge scrupolosa persino alla guerra santa; mentre tutto, intorno, era Bibbia, fantasia, tappeti magici, lettura dei filosofi greci, invenzione d´automi, lettere d´oro dei Corani. Quello che accade nel 2004 non ha precedenti nemmeno negli anni più tenebrosi della storia islamica, quando i berberi invasero il califfato di Córdoba. Negli ultimi trent´anni è nata nel Medio Oriente una nuova religione: una religione empia ed iconoclastica, che col Corano e Maometto ha lo stesso rapporto che il nazismo aveva col romanticismo tedesco.
Quanto oggi regna nel Medio Oriente è la perversa arte della politica, che l´Europa ha elaborato nei secoli fino ad Hitler e Stalin. Osama bin Laden e i suoi compagni non sono, come dicono le nostre ingenue autorità, dei «folli criminali» assetati di sangue. Posseggono un genio della politica come oggi nessuno al mondo. Hanno una grandiosa immaginazione, una ferrea volontà, un´estrema lucidità razionale, un´intuizione potentemente semplificatrice delle cose, una spaventosa audacia intellettuale, una perfetta scelta degli obiettivi, una meticolosa precisione nell´esecuzione, il dono di inscenare spettacoli teatrali, capaci di affascinare le folle - e mai, mai un attimo di dubbio o di incertezza o un semplice respiro umano.
Essi non ricordano in nulla i potenti della grande tradizione araba: i califfi di Bagdad e di Córdoba, il Saladino, i sovrani di Delhi, i sovrani savafidi della Persia, gli imperatori Moghol dell´India, i Sultani Ottomani, con quell´apparato di generosità e opulenza geniale. E nemmeno gli ultimi, mediocri capi di stato dell´ultimo dopoguerra, Nasser e Boumedienne. Essi sono figli dell´Occidente: figli dei nichilisti e di Hitler, di Lenin e di Stalin, e dell´immondezza ideologica che, nell´ultimo secolo, l´Europa ha rovesciato sull´universo.
Non so dove abitino: se in Afghanistan o in Pakistan, o in Iraq o a corso Venezia a Milano o a place de la Concorde, o all´Hotel Plaza, a Manhattan, nelle più eleganti abitazioni e nei più lussuosi alberghi europei, dove sono di casa. Ma so, cosa fanno. Ridono di noi. Quanto devono essersi divertiti l´11 settembre 2001. Pensavano: «Vedete, noi vi offriamo un film vero, come le vostre televisioni non hanno ancora saputo offrirvi. Tutto è spettacolo, come voi, nella vostra vita quotidiana, amate: tutto è effetto speciale, come nei film di Spielberg: ma gli aerei sono veri, i grattacieli veri, il fuoco vero, le rovine vere, le migliaia di morti sono veri morti. Speriamo che ci ammiriate. Confessatelo, non vi siete mai divertiti tanto. Non godrete mai più uno spettacolo così grandioso - fino a quando noi, forse molto presto, ve ne offriremo un altro». Quanto devono divertirsi in questi giorni, dopo l´attentato di Madrid - davanti ai cortei contro il terrorismo o per la pace, ai litigi fra i nostri uomini politici, ai nostri interminabili convegni televisivi - alla nube di chiacchiere e di stupidità che avvolge amorosamente l´Europa e l´America.
Un tempo, in Occidente, esisteva quella qualità atroce e incomunicabile, che Simone Weil chiamava la «forza». Amava incarnarsi nel volto di Giulio Cesare: nel viso, stranamente femmineo, di Augusto: nelle piccole membra adipose di Napoleone; e nella massiccia e fintamente bonaria figura di Stalin. La forza si proponeva dei fini; e li conseguiva con qualsiasi mezzo, a costo di costruire i propri altari sopra mucchi di cadaveri e fiumi di sangue. Quando giungeva in alto, dove nulla riusciva più a contrastarla, assumeva una maestà grandiosa e terribile; e lasciava cadere un sorriso mitissimo e benigno sopra gli uomini che, giù in basso, innalzavano a lei i loro pianti, i loro inni e le loro preghiere. Nessuna qualità esercitava sugli uomini più fascino della forza: nessuna suscitava una mescolanza così ripugnante di terrore e di attrazione; tanto desiderio di adorazione, di umiliazione e di sacrificio.
Oggi, per nostra fortuna, nella civiltà occidentale la forza non esiste più. La forza è realistica: afferra oggetti, stritola corpi, conquista paesi; mentre il mondo europeo del ventunesimo secolo è irreale, teatrale, illusionistico, televisivo, spettacolare. Così nessun occidentale sa più usare la forza; e quando vi ricorre, l´usa con inesperienza, goffaggine, eccesso, oppure con un tale accompagnamento di cautele e di riguardi e di scuse e di precauzioni da renderla totalmente inefficace e dannosa. Così ci hanno insegnato gli ultimi trent´anni di storia politica degli Stati Uniti d´America.
Mentre è morta la forza, sono morti i potenti. I grandi della terra sono scomparsi da qualche decennio, come una famiglia di animali travolta da una glaciazione. L´ultimo degli antichi potenti fu Stalin, l´uomo che adorava Shakespeare e il balletto: quando Malenkov, Berja, Molotov, Kaganovic lo trasportarono a spalla verso la tomba - era un freddissimo e grigio giorno d´inverno del 1953 - non sapevano di seppellire l´ultimo rappresentante di una razza ormai estinta. L´epitaffio venne scritto qualche anno più tardi: lo pronunciò Kruscev: e fu grottesco, irriverente, blasfemo, come accade quando gli schiavi liberati - noi tutti - prendiamo il potere.
Così gli uomini politici di oggi sono completamente diversi. Per secoli, avevano amato essere irraggiungibili, invisibili, ignoti agli altri esseri umani - solitari come stelle nel cielo. Nessuno poteva giungere sino all´imperatore di Bisanzio seduto sul suo alto trono, al Figlio del Cielo che, a Pechino, ascoltava la musica dei suoi perfetti orologi, o all´imperatore di Persia nascosto dietro il suo velo. Tutte le loro parole ed azioni sapevano di segreto: finzioni, maschere, misteri, che nessuno poteva spiegare.
Ora, ogni sera, vediamo gli uomini politici tutti lì, sugli schermi televisivi, seduti su poltroncine rosé o celesti, mentre chiacchierano volubilmente di questo o di quello, con una sviscerata passione per le frasi banali e i luoghi comuni. Amano farsi fotografare in pubblico, seduti ai tavoli da pranzo ufficiali con le mani decorosamente disposte accanto alle forchette o ai coltelli: o mentre si baciano fervidamente sulle guance o sulla bocca, o mentre si danno pacche sulla schiena o in fondo alla schiena, in segno di solidarietà, complicità, amore, - queste pacche affettuose sono il loro modo preferito di parlare. In compenso, hanno perduto qualsiasi intuizione della realtà. Non vedono cosa accade. Non sanno immaginare cosa accadrà, sebbene Osama bin Laden lo sappia benissimo. Un tempo, possedevano quel dono supremo che è l´autorità: un dono che si ha insieme per natura ed esperienza, non si ostenta, e diffonde attorno a sé calma, quiete, reverenza, rispetto. Oggi, quasi nessuno di loro ha autorità: si prendono gioco l´uno dell´altro, tirano fuori la lingua, si insultano, si fanno sberleffi, si offendono, in modo da costringere noi, i sudditi, a provare pena ed umiliazione per loro.
Tra gli episodi della storia, ce n´è uno verso il quale sento un´immensa venerazione, come se appartenesse a una condizione superiore a quella storica. L´Inghilterra, negli anni tra il 1939 e il 1941. I nazisti conquistavano la Polonia, la Norvegia, la Danimarca, il Belgio, l´Olanda, la Francia: poi i Balcani e Creta: si alleavano con l´Unione Sovietica; per un anno l´Inghilterra fu quasi priva di esercito, con poche centinaia di aerei, poche truppe in Egitto, una flotta, una classe dirigente non compatta, - e Churchill. Le speranze non erano grandi. Le bombe tedesche distruggevano, anzi, «coventrizzavano», come diceva elegantemente Mussolini, le città inglesi: Leonard e Virginia Woolf avevano preparato il veleno per uccidersi, nel caso che i nazisti fossero sbarcati nel paese. Allora il popolo inglese ebbe un´immensa forza di pazienza e di sopportazione: tollerò la sconfitta e la morte, non perse coraggio, protese lo sguardo oltre un futuro oscurissimo. Pochi aerei inglesi abbatterono sulla Manica gli aerei tedeschi: navi inglesi affondarono nel Mediterraneo le navi italiane. Se noi, oggi, siamo qui, se parliamo, scriviamo, passeggiamo, andiamo in vacanza, diciamo sciocchezze - tutto questo è esclusivamente dovuto alla pazienza, al coraggio e alla sopportazione di quel popolo fedele.
Oggi sarà bene convincerci che la civiltà occidentale corre pericoli appena meno gravi di quelli corsi nel 1939 e nel 1940. I nemici sono intelligentissimi, senza scrupoli, senza incertezze, e posseggono una straordinaria forza di volontà. Difendersi dal terrorismo elevato a sistema è, per una democrazia, difficilissimo o quasi impossibile. Altri attentati scoppieranno in tutti i paesi dell´Europa e dell´Islam, perché la prima meta di Osama bin Laden e dei suoi compagni è distruggere l´Islam: l´Islam di Maometto, di Córdoba, del Saladino, di Rumi e delle Mille e una notte. Dovremo rinunciare a molti piaceri: piccole libertà, garanzie giuridiche, ricchezze, assistenza. Per molti anni, tutto sarà a rischio. A volte, si ha l´impressione che molti non desiderino compiere questi sacrifici, e che per loro la civiltà occidentale possa affondare senza rimpianti. Sembra che la pazienza, il coraggio e la forza di sopportazione - quelle che nel 1940 salvarono l´Inghilterra e il mondo - siano impalliditi. Meglio Hitler, meglio Stalin, meglio Mao, meglio Pol-Pot, meglio bin Laden: gli europei hanno già ripetuto moltissime volte, nelle università e nelle strade, queste frasi penose. Meglio restare in vita, a qualsiasi costo.
La civiltà occidentale ha grandissime colpe, come qualsiasi civiltà umana. Ha violato e distrutto continenti e religioni. Ma possiede un dono che nessuna altra civiltà conosce: quello di accogliere, da almeno duemilacinquecento anni, da quando gli orafi greci lavoravano per gli Sciti, tutte le tradizioni, tutti i miti, tutte le religioni, tutti o quasi tutti gli esseri umani. Li capisce o cerca di capirli, impara da loro, insegna loro, e poi, molto lentamente, modella una nuova creazione, che è tanto occidentale che orientale. Quante parole abbiamo assimilato! Quante immagini abbiamo ammirato! Quante persone sono diventate «romane»! Questo dono è così grande e incalcolabile, che forse vale la pena di sacrificarsi, pro aris et focis, per il diritto di passeggiare e fantasticare davanti alla cattedrale di Chartres, nel grande prato dell´Università di Cambridge, presso le colonne tortili della reggia di Granada.
la differenza uomo - donna, secondo le "neuroscienze"
La Stampa Tutto Scienze 31.3.04
Qualche libro per saperne di più
CENTO miliardi di neuroni, ognuno connesso agli altri da migliaia di sinapsi. A parte la lieve differenza di peso e i fattori culturali, sempre di grande importanza, il cervello maschile è biologicamente e psicologicamente diverso da quello femminile? Le ricerche più recenti dicono di sì. In questa pagina Ezio Giacobini riferisce di alcuni studi anatomici e ormonali di fresca pubblicazione. A riprova che il tema è molto attuale, alle differenze tra cervello maschile e femminile è dedicato anche l’ultimo fascicolo di «Mente & cervello» (marzo-aprile, ed. Le Scienze). E oggi arriva in libreria, di Simon Baron-Cohen, psichiatra della Università di Cambridge, «Questione di cervello. La differenza essenziale tra uomo e donna» (Mondadori, 256 pagine, 17,50 euro). Secondo Baron-Cohen, per motivi sia biologici sia culturali, il cervello femminile è essenzialmente empatico, cioè strutturato in modo da entrare in risonanza emotiva con quello delle altre persone, mentre quello maschile è soprattutto sistematico, cioè tende a progettare, studiare e costruire strutture culturali e materiali rigidamente organizzate. Di conseguenza le donne appaiono più adatte alla comunicazione e alle relazioni interpersonali, mentre gli uomini sono più portati alla costruzione di una visione scientifica del mondo. L’autismo - ne conclude Baron-Cohen - sarebbe una forma particolarmente sviluppata e aberrante del cervello maschile. Per questo chi ne è colpito ha di solito una fortissima capacità di analisi ma è incapace di avere una vita affettiva e di relazione.
[...]
Qualche libro per saperne di più
CENTO miliardi di neuroni, ognuno connesso agli altri da migliaia di sinapsi. A parte la lieve differenza di peso e i fattori culturali, sempre di grande importanza, il cervello maschile è biologicamente e psicologicamente diverso da quello femminile? Le ricerche più recenti dicono di sì. In questa pagina Ezio Giacobini riferisce di alcuni studi anatomici e ormonali di fresca pubblicazione. A riprova che il tema è molto attuale, alle differenze tra cervello maschile e femminile è dedicato anche l’ultimo fascicolo di «Mente & cervello» (marzo-aprile, ed. Le Scienze). E oggi arriva in libreria, di Simon Baron-Cohen, psichiatra della Università di Cambridge, «Questione di cervello. La differenza essenziale tra uomo e donna» (Mondadori, 256 pagine, 17,50 euro). Secondo Baron-Cohen, per motivi sia biologici sia culturali, il cervello femminile è essenzialmente empatico, cioè strutturato in modo da entrare in risonanza emotiva con quello delle altre persone, mentre quello maschile è soprattutto sistematico, cioè tende a progettare, studiare e costruire strutture culturali e materiali rigidamente organizzate. Di conseguenza le donne appaiono più adatte alla comunicazione e alle relazioni interpersonali, mentre gli uomini sono più portati alla costruzione di una visione scientifica del mondo. L’autismo - ne conclude Baron-Cohen - sarebbe una forma particolarmente sviluppata e aberrante del cervello maschile. Per questo chi ne è colpito ha di solito una fortissima capacità di analisi ma è incapace di avere una vita affettiva e di relazione.
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gulag
Corriere della Sera 31.3.04
ANTEPRIMA
Il saggio della Applebaum su origini e storia dei lager sovietici
Nuovi documenti e immagini sull’arcipelago del Terrore Stalin lo ereditò e ingrandì, portandolo al limite estremo
Quanti erano i gironi dell’inferno sovietico? Molti, e descritti da Solgenitsin. Dal primo all’ultimo cerchio, una discesa senza ritorno. Ma forse dovremo rivedere quel giudizio: secondo Anne Applebaum, gironi e cerchi erano molto più numerosi, e l’arcipelago dei gulag molto più esteso. Nel suo monumentale studio sui lager sovietici che oggi esce anche in Italia, la studiosa americana, commentatrice del Washington Post , espone una teoria davvero impressionante: l’intera Unione Sovietica si poteva considerare un solo, sterminato gulag che abbracciava due continenti. Chi stava dietro ai fili spinati e chi era formalmente in libertà condivideva in realtà l’appartenenza all’identico sistema carcerario, con una semplice differenza di gradazione. Il gulag vero e proprio, invece, era una «espressione quintessenziale» del sistema, non una sua «deviazione», né un’espressione degenerata.
L’imponente volume della Applebaum, che si può considerare il più documentato sull’argomento, non ha l’ambizione di modificare l’immagine ormai consolidata sui campi di sterminio comunisti, né di entrare nella discussione riguardo al numero complessivo delle vittime (ottanta o duecento milioni dal 1918 ad oggi nel mondo secondo Il libro nero : ma chi può contare le lapidi dalla Cina all’Etiopia?). Piuttosto, la Applebaum traduce la sua enorme ricerca documentaria in una serie di ritratti: descrive il clima che si respirava nei campi, le manifestazioni pratiche del terrore, le tecniche repressive, gli arresti e gli imprigionamenti, il lavoro quotidiano, le punizioni e le malattie, fino alla liquidazione finale.
Ma anche attardandosi a descrivere un panorama così vario, l’autrice si concede alcuni giudizi complessivi. Anzitutto attribuendo la paternità dei campi di lavoro e sterminio non a Stalin, ma allo stesso Lenin, e in fin dei conti alla rivoluzione bolscevica, dal momento che fu Gorbaciov a chiudere gli ultimi gulag. Stalin resta il peggiore, ma l’idea di concentrare i dissidenti in lager apparteneva già a Lenin: la conseguenza, secondo la Applebaum, fu una specie di mondo a parte. Il gulag, dunque, non fu solo il culmine del bolscevismo ma anche qualcosa di diverso: col tempo generò una specie di mondo a parte, una «civiltà separata» con le sue leggi, usanze, morale e persino gergo e letteratura differenti da quelli «normali». Lo scopo primario non era uccidere, ma far lavorare i prigionieri: i massacri furono, per così dire, un sottoprodotto involontario.
Questo rende i gulag meno terribili dei lager nazisti? «Diversi, ma non meno terribili», risponde l’autrice. Ma alcune delle sue domande rimangono senza risposte. Quando si avrà il coraggio, nei paesi post comunisti, di istituire commissioni d’inchiesta per punire i responsabili dei crimini? E quando arriverà un altro Spielberg, un regista capace di tradurre il genocidio sovietico in film memorabili?
Il libro di Anne Applebaum, «Gulag», editore Mondadori, pagine 607, 25 euro
ANTEPRIMA
Il saggio della Applebaum su origini e storia dei lager sovietici
Nuovi documenti e immagini sull’arcipelago del Terrore Stalin lo ereditò e ingrandì, portandolo al limite estremo
Quanti erano i gironi dell’inferno sovietico? Molti, e descritti da Solgenitsin. Dal primo all’ultimo cerchio, una discesa senza ritorno. Ma forse dovremo rivedere quel giudizio: secondo Anne Applebaum, gironi e cerchi erano molto più numerosi, e l’arcipelago dei gulag molto più esteso. Nel suo monumentale studio sui lager sovietici che oggi esce anche in Italia, la studiosa americana, commentatrice del Washington Post , espone una teoria davvero impressionante: l’intera Unione Sovietica si poteva considerare un solo, sterminato gulag che abbracciava due continenti. Chi stava dietro ai fili spinati e chi era formalmente in libertà condivideva in realtà l’appartenenza all’identico sistema carcerario, con una semplice differenza di gradazione. Il gulag vero e proprio, invece, era una «espressione quintessenziale» del sistema, non una sua «deviazione», né un’espressione degenerata.
L’imponente volume della Applebaum, che si può considerare il più documentato sull’argomento, non ha l’ambizione di modificare l’immagine ormai consolidata sui campi di sterminio comunisti, né di entrare nella discussione riguardo al numero complessivo delle vittime (ottanta o duecento milioni dal 1918 ad oggi nel mondo secondo Il libro nero : ma chi può contare le lapidi dalla Cina all’Etiopia?). Piuttosto, la Applebaum traduce la sua enorme ricerca documentaria in una serie di ritratti: descrive il clima che si respirava nei campi, le manifestazioni pratiche del terrore, le tecniche repressive, gli arresti e gli imprigionamenti, il lavoro quotidiano, le punizioni e le malattie, fino alla liquidazione finale.
Ma anche attardandosi a descrivere un panorama così vario, l’autrice si concede alcuni giudizi complessivi. Anzitutto attribuendo la paternità dei campi di lavoro e sterminio non a Stalin, ma allo stesso Lenin, e in fin dei conti alla rivoluzione bolscevica, dal momento che fu Gorbaciov a chiudere gli ultimi gulag. Stalin resta il peggiore, ma l’idea di concentrare i dissidenti in lager apparteneva già a Lenin: la conseguenza, secondo la Applebaum, fu una specie di mondo a parte. Il gulag, dunque, non fu solo il culmine del bolscevismo ma anche qualcosa di diverso: col tempo generò una specie di mondo a parte, una «civiltà separata» con le sue leggi, usanze, morale e persino gergo e letteratura differenti da quelli «normali». Lo scopo primario non era uccidere, ma far lavorare i prigionieri: i massacri furono, per così dire, un sottoprodotto involontario.
Questo rende i gulag meno terribili dei lager nazisti? «Diversi, ma non meno terribili», risponde l’autrice. Ma alcune delle sue domande rimangono senza risposte. Quando si avrà il coraggio, nei paesi post comunisti, di istituire commissioni d’inchiesta per punire i responsabili dei crimini? E quando arriverà un altro Spielberg, un regista capace di tradurre il genocidio sovietico in film memorabili?
Il libro di Anne Applebaum, «Gulag», editore Mondadori, pagine 607, 25 euro
a Madrid
una poesia di Luis Sepùlveda
ricevuta da Maurizio Micheletti
Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid. Erano donne, uomini,
bambini, anziani, la semplice e pura umanità che cominciava un altro
giorno, un giorno di lavoro, di sogni, di speranze, senza sapere che la
volontà assassina di qualche miserabile aveva deciso che fosse l'ultimo.
Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, questa città amata in
cui tutti arrivano e tutti sono benvenuti. Venite a vedere gli appunti,
i libri, le cose sparse fra i resti del massacro.
Venite a vedere un giorno morto e il dolore di una società che ha gridato mille volte il
suo diritto di vivere in pace.
Scrivo queste righe mentre ascolto i notiziari e posso
solo pensare alla tristezza delle aule, delle tavole, delle
case a cui non ritorneranno più quelle centinaia di cittadini, di fratelli e sorelle le
cui vite sono state stroncate in un miserabile atto di odio, perché l'unico
obiettivo del terrorismo è l'odio contro l'umanità, perché non c'è causa
che possa giustificare l'assassinio collettivo, perché non esiste
idea che valga un genocidio, perché non esiste giustificazione alcuna di fronte alla
barbarie.
Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, assassini, e
verificate che sebbene è certo che ci avete sprofondato nel dolore, lo è
altrettanto che con questo crimine inqualificabile una volta di più non avete
conseguito nulla. Il valore dei madrileni che immediatamente si sono
riversati a soccorrere i feriti, a donare il sangue, a
facilitare il lavoro delle forze di sicurezza e di salvataggio, è stata l'immediata risposta
morale di una città fraterna, di una cittadinanza responsabile
e solidale.
Mentre scrivo queste righe so che gli assassini stanno nelle loro tane,
nei loro ultimi nauseabondi nascondigli perché non ci sarà luogo
sulla o dentro la terra dove possano nascondersi e sfuggire al castigo di una società
ferita. So che guardano la televisione, ascoltano la radio, leggono i
giornali per misurare i risultati della loro codardia, l'infame bilancio
di un atto che ripugna e che ha trovato solo la condanna
dell'umanità intera.
Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid,
venite a vedere il giorno inconcluso, venite a vedere il dolore che lascia allibiti, a
sentire come l'aria di un inverno che si ritira porta il "perché?" per i
parchi amorosi, le fabbriche, i musei, le università e le strade di una
città il cui unico modo di essere è e sarà sempre l'ospitalità.
Assassini;
la vostra zampata d'odio ci ha causato una ferita che non si chiuderà mai,
però siamo più forti di voi, siamo meglio di voi, e l'orrore non
interromperà né piegherà quella normalità civica, cittadina, democratica
che è il nostro bene più prezioso e il migliore dei nostri diritti.
Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid,
anche il cinismo di quelli che hanno provato a lucrare sul dolore di tutti, di quelli che
manipolano le lacrime e la disperazione, di quelli che non vedono orfani,
vedove, esseri mutilati ma solo voti.
Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, di
questa città che ha gridato "pace" con voce unanime, e il suo grido è stato ignorato
da un servo dell'imperialismo nordamericano, da un lacché del signore della
guerra che pretende di governare il mondo, ed è solo riuscito a portare
l'orrore in Europa.
Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, bagnateci le
vostre mani e scrivere "pace" su tutti i muri della terra.
Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid. Erano donne, uomini,
bambini, anziani, la semplice e pura umanità che cominciava un altro
giorno, un giorno di lavoro, di sogni, di speranze, senza sapere che la
volontà assassina di qualche miserabile aveva deciso che fosse l'ultimo.
Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, questa città amata in
cui tutti arrivano e tutti sono benvenuti. Venite a vedere gli appunti,
i libri, le cose sparse fra i resti del massacro.
Venite a vedere un giorno morto e il dolore di una società che ha gridato mille volte il
suo diritto di vivere in pace.
Scrivo queste righe mentre ascolto i notiziari e posso
solo pensare alla tristezza delle aule, delle tavole, delle
case a cui non ritorneranno più quelle centinaia di cittadini, di fratelli e sorelle le
cui vite sono state stroncate in un miserabile atto di odio, perché l'unico
obiettivo del terrorismo è l'odio contro l'umanità, perché non c'è causa
che possa giustificare l'assassinio collettivo, perché non esiste
idea che valga un genocidio, perché non esiste giustificazione alcuna di fronte alla
barbarie.
Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, assassini, e
verificate che sebbene è certo che ci avete sprofondato nel dolore, lo è
altrettanto che con questo crimine inqualificabile una volta di più non avete
conseguito nulla. Il valore dei madrileni che immediatamente si sono
riversati a soccorrere i feriti, a donare il sangue, a
facilitare il lavoro delle forze di sicurezza e di salvataggio, è stata l'immediata risposta
morale di una città fraterna, di una cittadinanza responsabile
e solidale.
Mentre scrivo queste righe so che gli assassini stanno nelle loro tane,
nei loro ultimi nauseabondi nascondigli perché non ci sarà luogo
sulla o dentro la terra dove possano nascondersi e sfuggire al castigo di una società
ferita. So che guardano la televisione, ascoltano la radio, leggono i
giornali per misurare i risultati della loro codardia, l'infame bilancio
di un atto che ripugna e che ha trovato solo la condanna
dell'umanità intera.
Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid,
venite a vedere il giorno inconcluso, venite a vedere il dolore che lascia allibiti, a
sentire come l'aria di un inverno che si ritira porta il "perché?" per i
parchi amorosi, le fabbriche, i musei, le università e le strade di una
città il cui unico modo di essere è e sarà sempre l'ospitalità.
Assassini;
la vostra zampata d'odio ci ha causato una ferita che non si chiuderà mai,
però siamo più forti di voi, siamo meglio di voi, e l'orrore non
interromperà né piegherà quella normalità civica, cittadina, democratica
che è il nostro bene più prezioso e il migliore dei nostri diritti.
Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid,
anche il cinismo di quelli che hanno provato a lucrare sul dolore di tutti, di quelli che
manipolano le lacrime e la disperazione, di quelli che non vedono orfani,
vedove, esseri mutilati ma solo voti.
Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, di
questa città che ha gridato "pace" con voce unanime, e il suo grido è stato ignorato
da un servo dell'imperialismo nordamericano, da un lacché del signore della
guerra che pretende di governare il mondo, ed è solo riuscito a portare
l'orrore in Europa.
Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, bagnateci le
vostre mani e scrivere "pace" su tutti i muri della terra.
martedì 30 marzo 2004
Marco Bellocchio di nuovo a Roma
Corriere della Sera 30.3.04
al POLITECNICO FANDANGO
I film della vita: Marco Bellocchio presenta «Hiroshima mon amour»
Per la rassegna «Ci siamo tanti amati», incontri nei quali i registi italiani presentano al pubblico i film della loro vita, il laboratorio Fandango ospita stasera Marco Bellocchio per «Hiroshima mon amour» (1959) di Alain Resnais. Al termine della proiezione il pubblico intervisterà Bellocchio. «Hiroshima mon amour», con Emmanuelle Riva e Eiji Okada, è tratto da un testo di Marguerite Duras. Su un letto, strettamente abbracciati, un uomo e una donna. Lei è francese, venuta a Hiroshima per girare un film sulla pace. Hanno passato la notte insieme...Un film affascinante, che ha segnato la Nouvelle Vague: il presente e il passato, la memoria e la fatalità dell'oblio.
POLITECNICO FANDANGO, via Tiepolo 13/a, alle 20.30, tel. 06.97745006
al POLITECNICO FANDANGO
I film della vita: Marco Bellocchio presenta «Hiroshima mon amour»
Per la rassegna «Ci siamo tanti amati», incontri nei quali i registi italiani presentano al pubblico i film della loro vita, il laboratorio Fandango ospita stasera Marco Bellocchio per «Hiroshima mon amour» (1959) di Alain Resnais. Al termine della proiezione il pubblico intervisterà Bellocchio. «Hiroshima mon amour», con Emmanuelle Riva e Eiji Okada, è tratto da un testo di Marguerite Duras. Su un letto, strettamente abbracciati, un uomo e una donna. Lei è francese, venuta a Hiroshima per girare un film sulla pace. Hanno passato la notte insieme...Un film affascinante, che ha segnato la Nouvelle Vague: il presente e il passato, la memoria e la fatalità dell'oblio.
POLITECNICO FANDANGO, via Tiepolo 13/a, alle 20.30, tel. 06.97745006
buddhismo
Repubblica 30.3.04
È L´UNICO CAPO RELIGIOSO CHE CERCA UN CONFRONTO
IL DALAI LAMA E LA PASSIONE PER LA SCIENZA
il desiderio di contatto con le altre popolazioni
un lavoro di aggiornament anche sui testi sacri
di LUIGI MALERBA
Secondo una leggenda registrata negli annali buddhisti il primo contatto del Tibet con la religione indiana avvenne nel 333 della nostra era quando il ventottesimo sovrano delle montagne ricevette dal cielo una cassetta preziosa contenente due sutra e altri testi indiani. Si dice che il sovrano non comprese il senso di quei testi ma li conservò devotamente per i suoi successori.
Non si sa che fine abbia fatto quella cassetta, ma il vero e proprio ingresso del buddhismo in Tibet avvenne nel VII secolo sotto il regno del trentatreesimo sovrano. Vengono fondati i primi monasteri e ordinati i primi monaci. Dopo lunghi secoli di tradizione monastica nel 1576 il sovrano mongolo Altan Khan si converte al buddhismo, invita a corte l´abate di Drepung Sönam Gyatso e gli conferisce la guida spirituale del Tibet con il titolo di Dalai Lama (Maestro Oceano di saggezza). Lo stesso titolo viene attribuito postumo a due maestri tibetani per cui Sönam Gyatso risulta essere il terzo Dalai Lama. Ma la grande figura storica fu il quinto Dalai Lama, che unificò il paese sotto la sua autorità politica e spirituale. Nel 1682 quando morì, il suo reggente non osò dare la notizia della sua morte che riuscì a tenere segreta per ben tredici anni mentre si portava a termine sotto la sua guida il Potala, il monastero-reggia-palazzo grande come una città, a somiglianza della reggia-città-proibita degli imperatori cinesi. Non geometrica come quella ma labirintica e misteriosa come il buddhismo tibetano, già produttore di oltre sessanta volumi di testi fra cui un profondo monumento esoterico come il Libro tibetano dei morti.
L´attuale Dalai Lama Tenzin Gyatso, il quattordicesimo della serie, ha dovuto compiere il gesto più doloroso della storia del Tibet, abbandonare il paese e rifugiarsi in esilio in India nel 1959 dopo l´invasione cinese. Tenzin Gyatso che unisce nella sua persona carismatica il potere politico e quello religioso è una presenza di grande rilievo mondiale, premio Nobel per la pace, riformatore del buddhismo secondo i principi moderni della scienza di cui è un attento osservatore, esperto soprattutto nelle neuroscienze.
Dal suo esilio in India il Dalai Lama ha continuato il suo magistero e ha pubblicato vari libri, in gran parte frutto di riunioni internazionali alle quali partecipa con interventi in prima persona. L´ultimo uscito Le emozioni distruttive, firmato dal Dalai Lama e da Daniel Goleman, (Mondadori pagg. 462, euro 18,00), è un nuovo esempio del lavoro di aggiornamento del buddhismo tibetano messo in opera dall´attuale Dalai Lama da anni, con interventi anche sui testi sacri del buddhismo. Il desiderio di prendere contatto con altre popolazioni e di apprenderne le peculiarità, lo ha portato a viaggiare in ogni parte del mondo e a suscitare nuovi adepti al buddhismo rinnovato.
Già nell´infanzia l´attuale Dalai Lama manifestò grande interesse per la meccanica e in seguito per le scienze. Un giorno, per studiarne i principi del funzionamento, il giovane Tenzin Gyatso smontò pezzo a pezzo il suo orologio da polso e senza nessun aiuto riuscì a rimontarlo e a farlo funzionare. A sedici anni aveva completamente smontato e rimontato, mettendoli in condizione di funzionare, un generatore autonomo di corrente, un proiettore cinematografico e due automobili.
Un testo classico del buddhismo, portato in Tibet dall´India circa dodici secoli fa, articolava una cosmologia secondo la quale il mondo era piatto e la luna splendeva di luce propria come il sole. Il Dalai Lama con la sua autorità e la conoscenza dei principi essenziali della cosmologia è intervenuto secondo il principio, da lui manifestato più di una volta, che se qualche dogma del buddhismo è in contrasto con le conoscenze scientifiche, si dovranno apportare le opportune modifiche. Insomma Giordano Bruno in India non sarebbe stato bruciato sul rogo.
Il Dalai Lama promuove periodicamente riunioni a Dharamsala ai piedi dell´Himalaia con scienziati per confrontare le teorie buddhiste con quelle della scienza. Nel volume Emozioni distruttive lo psicologo Daniel Goleman si domanda come si può liberare la mente dalle emozioni distruttive come rabbia, desiderio e illusione. Alla stessa domanda risponde il Dalai Lama e si scopre che gli stessi risultati di liberazione si possono ottenere parallelamente con i mezzi della psicoterapia e con la meditazione buddhista. Nessun capo delle religioni attuali cerca, come sua Santità (è il titolo che compete al Dalai Lama), il confronto diretto con gli scienziati delle discipline laiche, dalla psicologia alla fisica nucleare. Altri volumi su queste riunioni sono stati pubblicati in Italia. Uno recente su Il sonno, il sogno, la morte, pubblicato da Neri Pozza, mette a confronto le zone d´ombra della neurobiologia con le collaudate tecniche della meditazione buddhista. Questi incontri costituiscono una delle rare occasioni di contatti profondi tra le civiltà d´Oriente e quelle d´Occidente, al di là dei commerci, del traffico della droga, del petrolio o delle guerre preventive.
È L´UNICO CAPO RELIGIOSO CHE CERCA UN CONFRONTO
IL DALAI LAMA E LA PASSIONE PER LA SCIENZA
il desiderio di contatto con le altre popolazioni
un lavoro di aggiornament anche sui testi sacri
di LUIGI MALERBA
Secondo una leggenda registrata negli annali buddhisti il primo contatto del Tibet con la religione indiana avvenne nel 333 della nostra era quando il ventottesimo sovrano delle montagne ricevette dal cielo una cassetta preziosa contenente due sutra e altri testi indiani. Si dice che il sovrano non comprese il senso di quei testi ma li conservò devotamente per i suoi successori.
Non si sa che fine abbia fatto quella cassetta, ma il vero e proprio ingresso del buddhismo in Tibet avvenne nel VII secolo sotto il regno del trentatreesimo sovrano. Vengono fondati i primi monasteri e ordinati i primi monaci. Dopo lunghi secoli di tradizione monastica nel 1576 il sovrano mongolo Altan Khan si converte al buddhismo, invita a corte l´abate di Drepung Sönam Gyatso e gli conferisce la guida spirituale del Tibet con il titolo di Dalai Lama (Maestro Oceano di saggezza). Lo stesso titolo viene attribuito postumo a due maestri tibetani per cui Sönam Gyatso risulta essere il terzo Dalai Lama. Ma la grande figura storica fu il quinto Dalai Lama, che unificò il paese sotto la sua autorità politica e spirituale. Nel 1682 quando morì, il suo reggente non osò dare la notizia della sua morte che riuscì a tenere segreta per ben tredici anni mentre si portava a termine sotto la sua guida il Potala, il monastero-reggia-palazzo grande come una città, a somiglianza della reggia-città-proibita degli imperatori cinesi. Non geometrica come quella ma labirintica e misteriosa come il buddhismo tibetano, già produttore di oltre sessanta volumi di testi fra cui un profondo monumento esoterico come il Libro tibetano dei morti.
L´attuale Dalai Lama Tenzin Gyatso, il quattordicesimo della serie, ha dovuto compiere il gesto più doloroso della storia del Tibet, abbandonare il paese e rifugiarsi in esilio in India nel 1959 dopo l´invasione cinese. Tenzin Gyatso che unisce nella sua persona carismatica il potere politico e quello religioso è una presenza di grande rilievo mondiale, premio Nobel per la pace, riformatore del buddhismo secondo i principi moderni della scienza di cui è un attento osservatore, esperto soprattutto nelle neuroscienze.
Dal suo esilio in India il Dalai Lama ha continuato il suo magistero e ha pubblicato vari libri, in gran parte frutto di riunioni internazionali alle quali partecipa con interventi in prima persona. L´ultimo uscito Le emozioni distruttive, firmato dal Dalai Lama e da Daniel Goleman, (Mondadori pagg. 462, euro 18,00), è un nuovo esempio del lavoro di aggiornamento del buddhismo tibetano messo in opera dall´attuale Dalai Lama da anni, con interventi anche sui testi sacri del buddhismo. Il desiderio di prendere contatto con altre popolazioni e di apprenderne le peculiarità, lo ha portato a viaggiare in ogni parte del mondo e a suscitare nuovi adepti al buddhismo rinnovato.
Già nell´infanzia l´attuale Dalai Lama manifestò grande interesse per la meccanica e in seguito per le scienze. Un giorno, per studiarne i principi del funzionamento, il giovane Tenzin Gyatso smontò pezzo a pezzo il suo orologio da polso e senza nessun aiuto riuscì a rimontarlo e a farlo funzionare. A sedici anni aveva completamente smontato e rimontato, mettendoli in condizione di funzionare, un generatore autonomo di corrente, un proiettore cinematografico e due automobili.
Un testo classico del buddhismo, portato in Tibet dall´India circa dodici secoli fa, articolava una cosmologia secondo la quale il mondo era piatto e la luna splendeva di luce propria come il sole. Il Dalai Lama con la sua autorità e la conoscenza dei principi essenziali della cosmologia è intervenuto secondo il principio, da lui manifestato più di una volta, che se qualche dogma del buddhismo è in contrasto con le conoscenze scientifiche, si dovranno apportare le opportune modifiche. Insomma Giordano Bruno in India non sarebbe stato bruciato sul rogo.
Il Dalai Lama promuove periodicamente riunioni a Dharamsala ai piedi dell´Himalaia con scienziati per confrontare le teorie buddhiste con quelle della scienza. Nel volume Emozioni distruttive lo psicologo Daniel Goleman si domanda come si può liberare la mente dalle emozioni distruttive come rabbia, desiderio e illusione. Alla stessa domanda risponde il Dalai Lama e si scopre che gli stessi risultati di liberazione si possono ottenere parallelamente con i mezzi della psicoterapia e con la meditazione buddhista. Nessun capo delle religioni attuali cerca, come sua Santità (è il titolo che compete al Dalai Lama), il confronto diretto con gli scienziati delle discipline laiche, dalla psicologia alla fisica nucleare. Altri volumi su queste riunioni sono stati pubblicati in Italia. Uno recente su Il sonno, il sogno, la morte, pubblicato da Neri Pozza, mette a confronto le zone d´ombra della neurobiologia con le collaudate tecniche della meditazione buddhista. Questi incontri costituiscono una delle rare occasioni di contatti profondi tra le civiltà d´Oriente e quelle d´Occidente, al di là dei commerci, del traffico della droga, del petrolio o delle guerre preventive.
ancora sulla religione americana
Corriere della Sera 30.3.04
VOTO USA E RELIGIONE
La sfida Bush-Kerry Quanto conta la fede?
di GIANNI RIOTTA
NEW YORK - Conta più la fede o contano più le opere? La questione, da San Paolo in avanti, ha diviso la Cristianità, ma non ci saremmo mai aspettati di trovarla al centro della profana, materialista, televisiva e aggressiva campagna elettorale americana del XXI Secolo. Il candidato democratico, senatore John Kerry, cattolico, accusa l'amministrazione del presidente repubblicano George W. Bush, metodista: «Le Sacre Scritture dicono, "a che ti serve, fratello, la fede senza le opere?" Guardo all'America di oggi e mi chiedo: dov'è la compassione?».
Pronta replica della Casa Bianca: «È triste vedere la Bibbia usata per la propaganda politica». La battaglia presidenziale 2004 non conoscerà quartiere e la fede, la religione, la morale saranno citate ogni giorno dal presidente Bush, un protestante che ripete «Senza Dio sarei finito in un bar, alcolizzato» e il suo sfidante, cattolico romano, che in Vietnam andava al fronte con il rosario al collo. Lo scontro non sarà tra protestanti e cattolici, come nel 1960, quando i repubblicani di Richard M. Nixon insinuavano «il papista Kennedy obbedirà al Vaticano e non al Congresso» e John Kennedy, finora unico presidente battezzato nella fede di Roma, pronunciò lo storico discorso del 12 settembre alla Congregazione dei pastori protestanti di Houston: «Non parlo per la mia Chiesa quando parlo di politica e la Chiesa non parla per me. Da presidente farò le mie scelte secondo quanto la mia coscienza mi prescri ve nell'interesse nazionale, senza preoccuparmi di pressioni religiose». Altri tempi: dominava la tradizionale discriminazione anticattolica negli Usa, che tanti dolori è costata a irlandesi, italiani e latinoamericani. Ora si parla di aborto, di cellule staminali, di nozze omosessuali, di pena di morte e parroci pedofili. Il referendum Bush-Kerry tra Casa Bianca e altare non oppone credenti a non credenti, e neppure protestanti a fedeli del papa Giovanni Paolo II. La frattura è tra il popolo che va in chiesa con regolarità, non importa se di confessione protestante o romana, e i cristiani «self service», che praticano la religione con passione, ma non accettano il verbo delle Chiese su omosessualità, aborto, divorzio, costumi sessuali. Un cattolico tradizionalista che detesta il Concilio Vaticano II e adora la versione dell a Passione di Cristo portata al cinema dal conservatore Mel Gibson voterà per il protestante Bush. Al contrario, un protestante che è favorevole alla nomina di vescovi gay e lesbiche voterà per il cattolico Kerry. La Torre di Babele delle fedi d'America arriva alle urne, con mille colori. Guardate ai numeri raccolti da John Green, statistico dell'Università di Akron: nel 2000 i cattolici si son separati al voto, 47% per Bush, 50% per il democratico Gore. Ma se analizziamo più da vicino i dati vediamo che i cattolici di origine europea hanno scelto Bush in massa, mentre quelli di origine latinoamericana o afroamericana hanno scelto i democratici. Deal Hudson, editore della rivista cattolica Crisis e consigliere della Casa Bianca, condensa bene la situazione: «I cattolici che vanno in chiesa tutte le feste comandate voteranno per il presidente Bush. I cattolici non praticanti per Kerry. Sarà una sfida colossale». Hudson calcola che il 62% dei cristiani praticanti, non importa se protestanti o cattolici, conta di votare Bush, mentre la maggioranza degli elettori non praticanti ha in animo di scegliere Kerry. Le mille Americhe delle fedi si affrontano e Kerry ha già avuto qualche scaramuccia con la gerarchia cattolica, che non vede di buon occhio un candidato credente «contrario all'aborto, ma favorevole alla legge sull'aborto». L'arcivescovo di St. Louis, Raymond Burke, ha pubblicamente ammonito Kerry a «non presentarsi all'altare per la comunione... perché in grave e manifesto peccato». Kerry ha ricevuto la comunione dall'arcivescovo della sua città. Boston e ha avuto il suo primo matrimonio annullato dalla Sacra Rota: la minaccia del vescovo Burke ha preoccupato il suo staff, mentre il candidato non s'è impressionato troppo, presentandosi con un quarto d'ora di ritardo alla messa. Kerry vuole apparire un credente di quelli che in America i tradizionalisti bollano come «cattolici self service», persuasi di accettare solo parte dall'insegnamento ecclesiastico, ignorando i precetti che non approvano, per esempio in materia sessuale. La Chiesa di Papa Wojtyla non apprezza affatto i «cattolici self service», ma al tempo stesso è ostile a vari punti del manifesto di Bush: la pena di morte, l'uso della forza, scarsa attenzione alle politiche sociali, la pena di morte (Kerry è contrario). Alla base però, nelle parrocchie e negli oratori, spesso le regole di Roma sono apertamente ignorate e si vedono donne concelebrare la messa e fedeli divorziati o gay accostarsi ai sacramenti senza condanna del sacerdote. La pressione che la gerarchia cattolica mette oggi su Kerry ricorda le analoghe attenzioni riservate al governatore dello Stato di New York Mario Cuomo e alla candidata alla vicepresidenza nel 1984, Geraldine Ferraro, criticati dal cardinale John O'Connor sull'aborto. Ci sarà dunque una grande battaglia, perché i cattolici, assidui in parrocchia o «self service», sono un pacchetto di voti decisivo negli stati decisivi per la Casa Bianca: New Hampshire, Missouri, Tennessee, Pennsylvania, Ohio e New Mexico. Ogni predica metodista di Bush, ogni rosario di Kerry parleranno certo a Dio, ma anche ai tanti Cesari americani indecisi nel voto di novembre.
VOTO USA E RELIGIONE
La sfida Bush-Kerry Quanto conta la fede?
di GIANNI RIOTTA
NEW YORK - Conta più la fede o contano più le opere? La questione, da San Paolo in avanti, ha diviso la Cristianità, ma non ci saremmo mai aspettati di trovarla al centro della profana, materialista, televisiva e aggressiva campagna elettorale americana del XXI Secolo. Il candidato democratico, senatore John Kerry, cattolico, accusa l'amministrazione del presidente repubblicano George W. Bush, metodista: «Le Sacre Scritture dicono, "a che ti serve, fratello, la fede senza le opere?" Guardo all'America di oggi e mi chiedo: dov'è la compassione?».
Pronta replica della Casa Bianca: «È triste vedere la Bibbia usata per la propaganda politica». La battaglia presidenziale 2004 non conoscerà quartiere e la fede, la religione, la morale saranno citate ogni giorno dal presidente Bush, un protestante che ripete «Senza Dio sarei finito in un bar, alcolizzato» e il suo sfidante, cattolico romano, che in Vietnam andava al fronte con il rosario al collo. Lo scontro non sarà tra protestanti e cattolici, come nel 1960, quando i repubblicani di Richard M. Nixon insinuavano «il papista Kennedy obbedirà al Vaticano e non al Congresso» e John Kennedy, finora unico presidente battezzato nella fede di Roma, pronunciò lo storico discorso del 12 settembre alla Congregazione dei pastori protestanti di Houston: «Non parlo per la mia Chiesa quando parlo di politica e la Chiesa non parla per me. Da presidente farò le mie scelte secondo quanto la mia coscienza mi prescri ve nell'interesse nazionale, senza preoccuparmi di pressioni religiose». Altri tempi: dominava la tradizionale discriminazione anticattolica negli Usa, che tanti dolori è costata a irlandesi, italiani e latinoamericani. Ora si parla di aborto, di cellule staminali, di nozze omosessuali, di pena di morte e parroci pedofili. Il referendum Bush-Kerry tra Casa Bianca e altare non oppone credenti a non credenti, e neppure protestanti a fedeli del papa Giovanni Paolo II. La frattura è tra il popolo che va in chiesa con regolarità, non importa se di confessione protestante o romana, e i cristiani «self service», che praticano la religione con passione, ma non accettano il verbo delle Chiese su omosessualità, aborto, divorzio, costumi sessuali. Un cattolico tradizionalista che detesta il Concilio Vaticano II e adora la versione dell a Passione di Cristo portata al cinema dal conservatore Mel Gibson voterà per il protestante Bush. Al contrario, un protestante che è favorevole alla nomina di vescovi gay e lesbiche voterà per il cattolico Kerry. La Torre di Babele delle fedi d'America arriva alle urne, con mille colori. Guardate ai numeri raccolti da John Green, statistico dell'Università di Akron: nel 2000 i cattolici si son separati al voto, 47% per Bush, 50% per il democratico Gore. Ma se analizziamo più da vicino i dati vediamo che i cattolici di origine europea hanno scelto Bush in massa, mentre quelli di origine latinoamericana o afroamericana hanno scelto i democratici. Deal Hudson, editore della rivista cattolica Crisis e consigliere della Casa Bianca, condensa bene la situazione: «I cattolici che vanno in chiesa tutte le feste comandate voteranno per il presidente Bush. I cattolici non praticanti per Kerry. Sarà una sfida colossale». Hudson calcola che il 62% dei cristiani praticanti, non importa se protestanti o cattolici, conta di votare Bush, mentre la maggioranza degli elettori non praticanti ha in animo di scegliere Kerry. Le mille Americhe delle fedi si affrontano e Kerry ha già avuto qualche scaramuccia con la gerarchia cattolica, che non vede di buon occhio un candidato credente «contrario all'aborto, ma favorevole alla legge sull'aborto». L'arcivescovo di St. Louis, Raymond Burke, ha pubblicamente ammonito Kerry a «non presentarsi all'altare per la comunione... perché in grave e manifesto peccato». Kerry ha ricevuto la comunione dall'arcivescovo della sua città. Boston e ha avuto il suo primo matrimonio annullato dalla Sacra Rota: la minaccia del vescovo Burke ha preoccupato il suo staff, mentre il candidato non s'è impressionato troppo, presentandosi con un quarto d'ora di ritardo alla messa. Kerry vuole apparire un credente di quelli che in America i tradizionalisti bollano come «cattolici self service», persuasi di accettare solo parte dall'insegnamento ecclesiastico, ignorando i precetti che non approvano, per esempio in materia sessuale. La Chiesa di Papa Wojtyla non apprezza affatto i «cattolici self service», ma al tempo stesso è ostile a vari punti del manifesto di Bush: la pena di morte, l'uso della forza, scarsa attenzione alle politiche sociali, la pena di morte (Kerry è contrario). Alla base però, nelle parrocchie e negli oratori, spesso le regole di Roma sono apertamente ignorate e si vedono donne concelebrare la messa e fedeli divorziati o gay accostarsi ai sacramenti senza condanna del sacerdote. La pressione che la gerarchia cattolica mette oggi su Kerry ricorda le analoghe attenzioni riservate al governatore dello Stato di New York Mario Cuomo e alla candidata alla vicepresidenza nel 1984, Geraldine Ferraro, criticati dal cardinale John O'Connor sull'aborto. Ci sarà dunque una grande battaglia, perché i cattolici, assidui in parrocchia o «self service», sono un pacchetto di voti decisivo negli stati decisivi per la Casa Bianca: New Hampshire, Missouri, Tennessee, Pennsylvania, Ohio e New Mexico. Ogni predica metodista di Bush, ogni rosario di Kerry parleranno certo a Dio, ma anche ai tanti Cesari americani indecisi nel voto di novembre.
"medicina mentis"?
Il Mattino 30.3.04 Lunedì 29 Marzo 2004
Pillole di Aristotele e Platone al posto del Prozac: la filosofia guarisce
(f. ung.)
Socrate, Platone e gli altri maestri del pensiero occidentale, così come Confucio e Buddha per quello orientale, possono aiutarci a migliorare la nostra vita. Soprattutto, se discutiamo dei nostri problemi con qualcuno che di filosofia ne conosce a sufficienza. È questo il concetto alla base del «philosophical counseling», una nuova terapia nata in Germania all'inizio degli anni Ottanta e oggi diffusa soprattutto nel Regno Unito e negli Stati Uniti d'America, dove una controversa proposta di legge vorrebbe istituire un albo professionale nello Stato di New York.
Secondo Lou Marinoff, uno dei «terapisti filosofi» più in vista e più chiacchierati (autore di due bestseller sul tema pubblicati in Italia dalla Piemme), la maggior parte dei problemi che la gente si trova ad affrontare non sono né psicologici, né psichiatrici. Sono in realtà filosofici. Insomma non serve a molto cercare di capire che cosa ci è capitato da bambini o se avevamo o meno il complesso di Edipo. Ed è altrettanto inutile imbottirsi di pillole dell'ultimo ritrovato farmaceutico per diventare più felici. Quello che ci serve è qualcuno che possa alleviare le nostre sensazioni negative e ci permetta di capire meglio noi stessi.
Insomma, psicologi e psichiatri lasciamoli a chi è veramente ammalato. Agli altri possono bastare i filosofi, che hanno il compito di stimolare chiunque abbia un problema, in modo che lo affronti correttamente e lo veda nell'ottica migliore.
Come spiega Peter Raabe, esperto canadese, un consulto di questo tipo si muove soprattutto sul piano concettuale, lasciando agli psicologi il campo delle emozioni e dei sentimenti. Nello stesso tempo però non è solo un modo per risolvere un problema immediato. Come Socrate stimolava i suoi discepoli con continue domande, così il terapista filosofo cerca di insegnare al suo paziente la via migliore per affrontare la vita in modo logico ed efficace. Se il problema si ripresenta, il paziente è così pronto a risolverlo in maniera del tutto indipendente.
Come tutte le nuove discipline il «philosophical counseling» sta avendo però una vita dura. Chi è a favore, sostiene di essere boicottato da psicologi e psichiatri perché rischia di accaparrarsi una fetta importante di pazienti (e di parcelle). Chi è contrario, sostiene che è impossibile pensare di risolvere problemi esistenziali da un punto di vista puramente logico, senza entrare nel complicato mondo dei desideri irrisolti e delle emozioni nascoste o dei meccanismi chimici di funzionamento del cervello. E anche tra i «terapisti filosofi» c'è chi considera prematuro cercare delle affermazioni professionali. Il campo è ancora ad uno stadio infantile» commenta David O'Donaghue, uno psicologo con tanto di dottorato in filosofia.
Pillole di Aristotele e Platone al posto del Prozac: la filosofia guarisce
(f. ung.)
Socrate, Platone e gli altri maestri del pensiero occidentale, così come Confucio e Buddha per quello orientale, possono aiutarci a migliorare la nostra vita. Soprattutto, se discutiamo dei nostri problemi con qualcuno che di filosofia ne conosce a sufficienza. È questo il concetto alla base del «philosophical counseling», una nuova terapia nata in Germania all'inizio degli anni Ottanta e oggi diffusa soprattutto nel Regno Unito e negli Stati Uniti d'America, dove una controversa proposta di legge vorrebbe istituire un albo professionale nello Stato di New York.
Secondo Lou Marinoff, uno dei «terapisti filosofi» più in vista e più chiacchierati (autore di due bestseller sul tema pubblicati in Italia dalla Piemme), la maggior parte dei problemi che la gente si trova ad affrontare non sono né psicologici, né psichiatrici. Sono in realtà filosofici. Insomma non serve a molto cercare di capire che cosa ci è capitato da bambini o se avevamo o meno il complesso di Edipo. Ed è altrettanto inutile imbottirsi di pillole dell'ultimo ritrovato farmaceutico per diventare più felici. Quello che ci serve è qualcuno che possa alleviare le nostre sensazioni negative e ci permetta di capire meglio noi stessi.
Insomma, psicologi e psichiatri lasciamoli a chi è veramente ammalato. Agli altri possono bastare i filosofi, che hanno il compito di stimolare chiunque abbia un problema, in modo che lo affronti correttamente e lo veda nell'ottica migliore.
Come spiega Peter Raabe, esperto canadese, un consulto di questo tipo si muove soprattutto sul piano concettuale, lasciando agli psicologi il campo delle emozioni e dei sentimenti. Nello stesso tempo però non è solo un modo per risolvere un problema immediato. Come Socrate stimolava i suoi discepoli con continue domande, così il terapista filosofo cerca di insegnare al suo paziente la via migliore per affrontare la vita in modo logico ed efficace. Se il problema si ripresenta, il paziente è così pronto a risolverlo in maniera del tutto indipendente.
Come tutte le nuove discipline il «philosophical counseling» sta avendo però una vita dura. Chi è a favore, sostiene di essere boicottato da psicologi e psichiatri perché rischia di accaparrarsi una fetta importante di pazienti (e di parcelle). Chi è contrario, sostiene che è impossibile pensare di risolvere problemi esistenziali da un punto di vista puramente logico, senza entrare nel complicato mondo dei desideri irrisolti e delle emozioni nascoste o dei meccanismi chimici di funzionamento del cervello. E anche tra i «terapisti filosofi» c'è chi considera prematuro cercare delle affermazioni professionali. Il campo è ancora ad uno stadio infantile» commenta David O'Donaghue, uno psicologo con tanto di dottorato in filosofia.
lunedì 29 marzo 2004
sul Messaggero di Domenica 28.3.04, in Cronaca a pag. 43, è pubblicata la foto di un dettaglio
della fontana di Piazza Rolli, disegnata da Massimo Fagioli
Chi volesse vedere quella pagina può cliccare QUI
Escobar: il film di Castellitto e il «prendersi cura»
una segnalazione di Paolo Izzo
Il Sole 24ore 28.3.04
«Non ti muovere» d Sergio Castellitto, tratto dall'omonimo libro di Margaret Mazzantini
La borgata del desiderio
di ROBERTO ESCOBAR
Perché Timoteo (Sergio Castellitto) ama Italia (Penélope Cruz, imbruttita e brava)? Ancor prima, perché desidera una donna così goffa e patetica? Qui, nella sua capacità di rispondere davvero a queste domande, si gioca in gran parte il giudizio su Non ti muovere (Italia, Spagna e Gran Bretagna, 2004, 125').
Il senso, del rapporto fra il chirurgo e, la borgatara non può ridursi al loro incontro casuale, all'alcool e al caldo che inducono lui allo stupro. L'intensità erotica del loro amore implica. che Italia non sia per Timoteo solo una. via di fuga dalla normalitá familiare, ma proprio l'oggetto del suo desiderio, un oggetto finalmente scoperto e raggiunto. E dunque è la. sua "autonomia" erotica e, sentimentale rispetto a un'ipotetica crisi fra Timoteo ed Elsa (Claudia Gerini). che devono motivare e illuminare Castellitto, e la cosceneggiatrice Margaret Mazzantini, autrice del romanzo da cui il film è tratto.
La storia di Non ti muovere è densa di fatti e sentimenti, e forse lo è anche troppo. L'incidente della figlia Angela (Elena Perino) è l'occasione che induce Timoteo a ricordare, a valutare le scelte fatte, quelle non fatte e quelle subite. Subita, certo, è stata la scelta del padre d'andarsene di casa e da una vita di miseria. Su di essa, e sull'abbandono in cui l'adolescente Timoteo (Pietro Castellitto) viene precipitato, la sceneggiatura si sofferma nella prima parte del racconto. Ed è così che, alle spalle del chirurgo, nella sua preistorle e squallida.
In questo nucleo antico ma centrale della memoria di Timoteo - supponendo che lo sia, centrale, anche per Castellitto e Mazzantini -, c'è il senso di una costante affettiva del protagonista: il suo voler essere padre (per Angela), e insieme il suo temere di diventarlo (per il figlio che Italia abortisce proprio a causa del suo abbandono). D'altra parte, sulla paternità e sul rischio di perdere la figlia si costruisce la struttura narrativa di Non ti muovere. Il suo momento più critico, e il più decisivo, sarà quello in cui, urlandole appunto «non ti muovere», Timoteo si «prenderà cura» di Angela in camera operatoria, la salverà e le ridarà la vita. Si incontrano qui altri fili narrativi, tra i molti e anzi i troppi del film: quelli del suo rapporto con la a figlia, della sua pretesa di farla uguale a un modello ideale (maschile), così finendo per allontanarla da sé.
In ogni caso, ritrovata la propria paternità, ora Timoteo fa i conti con se stesso e con la propria codardia che lo ha portato a perdere Italia, e con lei un altro figlio. In fondo, è come se egli. stesso avesse finito per imitare quei tali adolescenti che, tanti anni prima, si erano accaniti contro una vita che appariva loro senza valore, non degna di vivere. Così, certo, fa Timoteo al momento dello stupro. E continua a fare poi, nella casa di lei, una costruzione anacronistica e patetica (oltre che metaforica, troppo metaforica), assediata dal cemento di terribili palazzì (eternamente in costruzione, per quanto passino i mesi e gli anni).
Questo è il suo rimorso che lo segue da sedici anni: d'aver avuto «tra le, mani» una vita, e d'averla calpestata e umiliata, fino a ucciderla. E dunque d'essersi adattato a un'altra vita, meno indifesa e più rassicurante, insieme con Elsa. Non c'è da stupirsi, allora, che Timoteo abbia finito per seppellire anche Italia, come il rospo di tanti anni prima, ripetendo l'antico gesto del prendersi cura, nel tentativo senza speranza di risarcirla, e di risarcirsi, della crudeltà e dello squallore.
Tanto altro accade nel film di Castellitto e Mazzantini. Quello che manca però è una vera risposta alla domanda: perché Timoteo ama Italia, perché la desidera? Pare quasi, che il suo amore e il suo desiderio siano "pregiudiziali", escogitati dalla sceneggiatura, e ancor prima dal soggetto, per spiegare il suo rapporto con Italia, invece che esserne spiegati. E tutto in un racconto che tende a sommare fatti a fatti e sentimenti a sentimenti, preferendo l'accumulo all'approfondimento.
Il Sole 24ore 28.3.04
«Non ti muovere» d Sergio Castellitto, tratto dall'omonimo libro di Margaret Mazzantini
La borgata del desiderio
di ROBERTO ESCOBAR
Perché Timoteo (Sergio Castellitto) ama Italia (Penélope Cruz, imbruttita e brava)? Ancor prima, perché desidera una donna così goffa e patetica? Qui, nella sua capacità di rispondere davvero a queste domande, si gioca in gran parte il giudizio su Non ti muovere (Italia, Spagna e Gran Bretagna, 2004, 125').
Il senso, del rapporto fra il chirurgo e, la borgatara non può ridursi al loro incontro casuale, all'alcool e al caldo che inducono lui allo stupro. L'intensità erotica del loro amore implica. che Italia non sia per Timoteo solo una. via di fuga dalla normalitá familiare, ma proprio l'oggetto del suo desiderio, un oggetto finalmente scoperto e raggiunto. E dunque è la. sua "autonomia" erotica e, sentimentale rispetto a un'ipotetica crisi fra Timoteo ed Elsa (Claudia Gerini). che devono motivare e illuminare Castellitto, e la cosceneggiatrice Margaret Mazzantini, autrice del romanzo da cui il film è tratto.
La storia di Non ti muovere è densa di fatti e sentimenti, e forse lo è anche troppo. L'incidente della figlia Angela (Elena Perino) è l'occasione che induce Timoteo a ricordare, a valutare le scelte fatte, quelle non fatte e quelle subite. Subita, certo, è stata la scelta del padre d'andarsene di casa e da una vita di miseria. Su di essa, e sull'abbandono in cui l'adolescente Timoteo (Pietro Castellitto) viene precipitato, la sceneggiatura si sofferma nella prima parte del racconto. Ed è così che, alle spalle del chirurgo, nella sua preistorle e squallida.
In questo nucleo antico ma centrale della memoria di Timoteo - supponendo che lo sia, centrale, anche per Castellitto e Mazzantini -, c'è il senso di una costante affettiva del protagonista: il suo voler essere padre (per Angela), e insieme il suo temere di diventarlo (per il figlio che Italia abortisce proprio a causa del suo abbandono). D'altra parte, sulla paternità e sul rischio di perdere la figlia si costruisce la struttura narrativa di Non ti muovere. Il suo momento più critico, e il più decisivo, sarà quello in cui, urlandole appunto «non ti muovere», Timoteo si «prenderà cura» di Angela in camera operatoria, la salverà e le ridarà la vita. Si incontrano qui altri fili narrativi, tra i molti e anzi i troppi del film: quelli del suo rapporto con la a figlia, della sua pretesa di farla uguale a un modello ideale (maschile), così finendo per allontanarla da sé.
In ogni caso, ritrovata la propria paternità, ora Timoteo fa i conti con se stesso e con la propria codardia che lo ha portato a perdere Italia, e con lei un altro figlio. In fondo, è come se egli. stesso avesse finito per imitare quei tali adolescenti che, tanti anni prima, si erano accaniti contro una vita che appariva loro senza valore, non degna di vivere. Così, certo, fa Timoteo al momento dello stupro. E continua a fare poi, nella casa di lei, una costruzione anacronistica e patetica (oltre che metaforica, troppo metaforica), assediata dal cemento di terribili palazzì (eternamente in costruzione, per quanto passino i mesi e gli anni).
Questo è il suo rimorso che lo segue da sedici anni: d'aver avuto «tra le, mani» una vita, e d'averla calpestata e umiliata, fino a ucciderla. E dunque d'essersi adattato a un'altra vita, meno indifesa e più rassicurante, insieme con Elsa. Non c'è da stupirsi, allora, che Timoteo abbia finito per seppellire anche Italia, come il rospo di tanti anni prima, ripetendo l'antico gesto del prendersi cura, nel tentativo senza speranza di risarcirla, e di risarcirsi, della crudeltà e dello squallore.
Tanto altro accade nel film di Castellitto e Mazzantini. Quello che manca però è una vera risposta alla domanda: perché Timoteo ama Italia, perché la desidera? Pare quasi, che il suo amore e il suo desiderio siano "pregiudiziali", escogitati dalla sceneggiatura, e ancor prima dal soggetto, per spiegare il suo rapporto con Italia, invece che esserne spiegati. E tutto in un racconto che tende a sommare fatti a fatti e sentimenti a sentimenti, preferendo l'accumulo all'approfondimento.
depressione bipolare
una segnalazione di P.Cancellieri
Yahoo Notizie Lunedì 29 Marzo 2004, 9:59
Depressione bipolare: un farmaco e un gene
Di Italiasalute.it
La depressione bipolare è una forma depressiva caratterizzata dall'alternarsi di euforia a momenti di profonda prostrazione.
Isolamento, disperazione, alternarsi di fasi maniacali a fasi depressive, idee suicide, che nel 50% dei casi sfociano in un tentativo, purtroppo con un 15-20 casi di ''successo'' su 100. E' un disturbo che arriva a colpire fino al 5% della popolazione generale, secondo le ultime stime.
Chi è colpito da questa particolare forma depressiva attraversa variazioni profonde dell'umore. Nella fase di euforia il depresso bipolare si sente pieno di energia, tanto che spesso gli risulta difficile il controllo degli impulsi, è preda di agitazione, è immerso nel veloce e poco realistico vagare delle sue idee, è sempre in movimento frenetico, dorme poco, ha comportamenti provocatori, ed è aggressivo sessualmente. Nella fase depressiva perde energia è ansioso triste e vuoto; si sente affaticato, perde l'appetito ed arriva perfino a pensare alla morte; perde speranza e interesse per le cose divertenti o che anche gli recano dei vantaggi.
Come si intuisce il disturbo bipolare e' una forma depressiva non solo complessa ma anche invalidante. E' del giugno del 2003 la notizia dell'individuazione in Usa di un gene coinvolto nel disturbo. Secondo gli esperti dell'Universita' di San Diego, in California, la malattia sarebbe scatenata da una mutazione nel gene Grk3, che aiuta il cervello a 'rispondere' ad alcune sostanze chimiche coinvolte nel controllo dell'umore, come ad esempio la dopamina. Il difetto, spiegano i ricercatori californiani che hanno pubblicato le loro osservazioni sulla rivista 'Journal of Molecular Psychiatry', e' stato individuato nell''interruttore' del gene. La malattia, quindi, sarebbe scatenata da un'attivazione o da una disattivazione 'sbagliata' del Grk3. Le terapie attualmente disponibili, spiegano gli esperti, si sono dimostrate efficaci solo nella meta' dei pazienti. Lo studio californiano ha esaminato campioni di Dna di piu' di 400 nuclei familari nei quali si erano registrati casi di questa particolare forma depressiva. ''Secondo quanto abbiamo osservato - spiega John Kelsoe, uno dei ricercatori californiani - il difetto genetico rende super-sensibili alla dopamina. Grazie a questa scoperta sara' possibile sviluppare farmaci 'mirati' contro il Grk3, in grado di corregere il malfunzionamento''.
La depressione bipolare e' al centro di un convegno, che riunisce 300 esperti, provenienti da tutto il mondo in questi giorni presso il Centro ricerche in Psichiatria di GlaxoSmithKline, a Verona. ''Si tratta di un problema medico sottodiagnosticato'', secondo il professor Giovanni Battista Cassano dell'Universita' di Pisa. ''I problemi iniziano con l'effettiva diagnosi, quando si riscontra che la richiesta di trattamenti efficaci, soprattutto per la fase depressiva, rimane ancora largamente insoddisfatta'', commenta il professor Joseph Calabrese di Cleveland. E sul fronte delle cure, una efficace risposta potra' arrivare da lamotrigina, un farmaco ritenuto da esperti uno 'stabilizzatore dell'umore', caratterizzato da una maggiore tollerabilita' rispetto ai trattamenti finora disponibili, e capace di agire sulla componente depressiva, quella di solito piu' invalidante e pericolosa per il paziente.
Yahoo Notizie Lunedì 29 Marzo 2004, 9:59
Depressione bipolare: un farmaco e un gene
Di Italiasalute.it
La depressione bipolare è una forma depressiva caratterizzata dall'alternarsi di euforia a momenti di profonda prostrazione.
Isolamento, disperazione, alternarsi di fasi maniacali a fasi depressive, idee suicide, che nel 50% dei casi sfociano in un tentativo, purtroppo con un 15-20 casi di ''successo'' su 100. E' un disturbo che arriva a colpire fino al 5% della popolazione generale, secondo le ultime stime.
Chi è colpito da questa particolare forma depressiva attraversa variazioni profonde dell'umore. Nella fase di euforia il depresso bipolare si sente pieno di energia, tanto che spesso gli risulta difficile il controllo degli impulsi, è preda di agitazione, è immerso nel veloce e poco realistico vagare delle sue idee, è sempre in movimento frenetico, dorme poco, ha comportamenti provocatori, ed è aggressivo sessualmente. Nella fase depressiva perde energia è ansioso triste e vuoto; si sente affaticato, perde l'appetito ed arriva perfino a pensare alla morte; perde speranza e interesse per le cose divertenti o che anche gli recano dei vantaggi.
Come si intuisce il disturbo bipolare e' una forma depressiva non solo complessa ma anche invalidante. E' del giugno del 2003 la notizia dell'individuazione in Usa di un gene coinvolto nel disturbo. Secondo gli esperti dell'Universita' di San Diego, in California, la malattia sarebbe scatenata da una mutazione nel gene Grk3, che aiuta il cervello a 'rispondere' ad alcune sostanze chimiche coinvolte nel controllo dell'umore, come ad esempio la dopamina. Il difetto, spiegano i ricercatori californiani che hanno pubblicato le loro osservazioni sulla rivista 'Journal of Molecular Psychiatry', e' stato individuato nell''interruttore' del gene. La malattia, quindi, sarebbe scatenata da un'attivazione o da una disattivazione 'sbagliata' del Grk3. Le terapie attualmente disponibili, spiegano gli esperti, si sono dimostrate efficaci solo nella meta' dei pazienti. Lo studio californiano ha esaminato campioni di Dna di piu' di 400 nuclei familari nei quali si erano registrati casi di questa particolare forma depressiva. ''Secondo quanto abbiamo osservato - spiega John Kelsoe, uno dei ricercatori californiani - il difetto genetico rende super-sensibili alla dopamina. Grazie a questa scoperta sara' possibile sviluppare farmaci 'mirati' contro il Grk3, in grado di corregere il malfunzionamento''.
La depressione bipolare e' al centro di un convegno, che riunisce 300 esperti, provenienti da tutto il mondo in questi giorni presso il Centro ricerche in Psichiatria di GlaxoSmithKline, a Verona. ''Si tratta di un problema medico sottodiagnosticato'', secondo il professor Giovanni Battista Cassano dell'Universita' di Pisa. ''I problemi iniziano con l'effettiva diagnosi, quando si riscontra che la richiesta di trattamenti efficaci, soprattutto per la fase depressiva, rimane ancora largamente insoddisfatta'', commenta il professor Joseph Calabrese di Cleveland. E sul fronte delle cure, una efficace risposta potra' arrivare da lamotrigina, un farmaco ritenuto da esperti uno 'stabilizzatore dell'umore', caratterizzato da una maggiore tollerabilita' rispetto ai trattamenti finora disponibili, e capace di agire sulla componente depressiva, quella di solito piu' invalidante e pericolosa per il paziente.
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