giovedì 3 giugno 2004

neuropsichiatria americana:
i segreti nel cervello degli adolescenti

un'intera pagina del Corriere della Sera di oggi 3.6.04, con tre articoli connessi uno dei quali registra il commento di Silvia Vegetti Finzi, riferisce dei temi proposti nell'ultimo numero di «Time»
Il settimanale americano ha dedicato la copertina dell'ultimo numero ai «ßegreti del cervello nel teenager». Una nuova ricerca dimostra che la nostra mente non raggiunge la maturità prima che sia conclusa l'adolescenza. Questi cambiamenti strutturali che avvengono nel cervello spiegherebbero perché i teenager sono così vitali, ma anche così esasperanti.


Adolescenza difficile: i segreti nel cervello
Studio su 1.800 ragazzi. Lo sviluppo cerebrale spinge a rischi e trasgressioni.
E la maturità c’è solo a 25 anni
La ricerca americana dimostra il perché degli atteggiamenti «impusivi» di molti teenager:
le emozioni prevalgono sul ragionamento
di Adriana Bazzi


Il cervello degli adolescenti? Immaturo. Soltanto a 25 anni si comincia a ragionare e a comportarsi veramente da adulti. Contrariamente a quanto tutti pensavano, e cioè che il sistema nervoso completasse la sua crescita attorno ai dodici anni e che l’adolescenza fosse soltanto un fenomeno artificiale inventato negli anni della rivoluzione post-industriale, nuove ricerche dimostrano che lo sviluppo del cervello non si arresta. E spiegano perché gli adolescenti amano il rischio, si sentono a volte perseguitati e sono attratti da droghe e alcol.
MATERIA GRIGIA - Il cervello umano cresce in due momenti ben precisi: nella vita intrauterina e durante l’infanzia. All’età di sei anni le sue dimensioni sono già il 90-95% di quelle dell’adulto, ma fino ai 12 anni i neuroni continuano a stabilire connessioni fra loro. Ora si sa che questo processo continua: ecco che cosa giustifica i fermenti e i turbamenti adolescenziali. Un gigantesco studio, condotto ai National Institutes of Health americani di Bethesda e coordinato da Jay Giedd, cui il settimanale Time dedica la copertina, ha sfruttato le tecniche di risonanza magnetica per analizzare il cervello di 1.800 ragazzi, dimostrando che cosa succede nella loro testa.
L’AMBIENTE - Durante l’adolescenza si formano nuove connessioni fra i neuroni e si rafforzano quelle che vengono usate maggiormente (per esempio quelle del linguaggio): questa selezione è guidata sia dai geni sia dall’ambiente. Così diventa importante sapere come gli adolescenti impiegano il loro tempo. I ricercatori, per esempio, hanno dimostrato che suonare il piano aumenta la densità dei neuroni che controllano il movimento delle dita. Il cervelletto, che controlla alcune funzioni come la vista, l’udito o il tatto è molto sensibile all’ambiente ed è anche la parte che per prima completa la sua maturazione. Poi tocca alle aree che coordinano queste funzioni: sono quelle che aiutano a trovare l’interruttore della luce del proprio bagno anche quando è buio pesto. Il processo di maturazione, che procede dal dietro in avanti, coinvolge, infine, la corteccia prefrontale, la sede delle cosiddette funzioni esecutive come la programmazione, la scelta delle priorità, l’organizzazione del pensiero, il controllo degli impulsi, la valutazione delle conseguenze di un’azione. In altre parole, la capacità di decidere si acquisisce alla fine.
COMPORTAMENTI - «Il mio insegnante mi odia» si sente dire da qualche ragazzo. Non è vero, ma gli adolescenti fanno fatica a distinguere certi segnali legati alle emozioni (a partire dall’espressione della faccia di un interlocutore) e percepiscono ostilità o rabbia anche quando non esistono. Questo succede perché nel loro cervello prevale l’amigdala, il centro che ha a che fare con l’emotività, piuttosto che la corteccia prefrontale dove risiede la capacità di giudizio. Gli adolescenti sono attratti dalle droghe e dall’alcol: tradizionalmente gli psicologi pensano che questo sia legato al desiderio di novità o al tentativo di ridurre l’inibizione sessuale, ora si chiama in causa l’abbondanza di dopamina, un mediatore cerebrale che rende i giovani più vulnerabili agli effetti stimolanti di alcune sostanze. Altro esempio: la valutazione del rischio, sotto il controllo della corteccia prefrontale. I teenager tendono a sottovalutare i pericoli quando sono in compagnia di amici, mentre chi ha più di vent’anni non modifica il suo comportamento in funzione degli altri. Non a caso la maggior parte dei crimini giovanili vengono commessi in branco.
IN FUTURO - Alla luce di queste nuove ricerche qualcuno, negli Stati Uniti, comincia a domandarsi se è giusto avere la patente a sedici anni, votare e prestare servizio militare a diciotto e comperare alcolici a ventuno, dal momento che si è davvero maturi soltanto a 25.

Dubbi e polemiche sui risultati della ricerca: effetti positivi in sette casi su 10
La Sanità Usa: il Prozac può aiutare i giovani
Lo psicoterapeuta Scaparro: si può usare solo in casi estremi e con grande cautela


MILANO - «Bye bye blues», addio tristezza, pillola della felicità, i soprannomi per la fluoxetina (nome commerciale Prozac ) l’antidepressivo di moda in America, si sprecano. A più di dieci anni dalla sua comparsa sul mercato, le prescrizioni della pillola negli Stati Uniti, alle stelle per gli adulti, riguardano anche diversi milioni di adolescenti. Nonostante le segnalazioni di effetti pericolosi indotti dal farmaco, primo fra tutti il rischio di suicidio, soprattutto nella fascia d’età giovanile. Segnalazioni riesaminate dagli esperti della Food and Drug Administration, l’ente di controllo statunitense, che nel febbraio scorso ha invitato i medici ad un uso estremamente accorto del preparato nei teenager.
Ora uno studio che ha coinvolto 439 ragazzi, dai dodici ai diciassette anni, che soffrivano di depressione, moderata o grave, sembra dimostrare che in tre mesi il Prozac , associato alla psicoterapia, riesca ad avere la meglio sull’umor nero nel 71% dei casi. Risultato che non si ottiene con il farmaco da solo, né con la psicoterapia da sola. L’importanza della ricerca, cui ha dato ampio risalto ieri il New Yor k Times , scaturisce dal fatto che è stata finanziata dal National Institute of Mental Health (con fondi pubblici, pertanto), e non dalla casa produttrice del Prozac, la Lilly.
Il possibile via libera alla pillola della felicità ha suscitato dubbi e polemiche. Anche perché una revisione pubblicata in aprile sulla rivista British Medical Journa l su fluoxetina e farmaci simili nei bambini e adolescenti depressi ha messo in risalto come l’efficacia e la sicurezza di tali preparati sia lungi dall’essere dimostrata. Ma anche che uno degli studi presi in considerazione, pubblicato nel ’97, pur vantando fondi governativi, aveva avuto la sponsorizzazione della Lilly.
«In Italia, a differenza degli Stati Uniti, c’è molta cautela quando il paziente è adolescente - commenta Fulvio Scaparro, psicoterapeuta a Milano -; farmaci come la fluoxetina vengono presi in considerazione in casi estremi, quando sono falliti tutti gli altri tentativi di cura. La strada farmacologica per eliminare la sofferenza che spesso accompagna un’età così complessa difficilmente si rivela adeguata».

IL COMMENTO
Bambini per i genitori ma adulti fuori casa
di SILVIA VEGETTI FINZI


L’adolescenza costituisce la stagione della vita che più di ogni altra rappresenta quest’epoca di tarda modernità. Gli adolescenti occupano il centro della scena sociale esibendo un male di vivere che va dalla noia all’insofferenza, dal disadattamento scolastico al comportamento asociale, dal digiuno all’abboffata, dall’isolamento all’immersione nel gruppo, dal desiderare tutto al non volere nulla. Un pendolo in cui, per fortuna, la maggior parte si situa a metà strada, alternando momenti positivi e negativi, felicità e infelicità, speranza e disperazione. Quanto basta per sconcertare gli adulti, metterli in crisi e per farsi, al tempo stesso, amare e detestare, compiangere e invidiare. Tutto con loro sembra possibile fuorché conoscerli, capirli, orientarli, educarli. Spesso genitori e insegnanti, dopo aver speso ogni risorsa per forzare la serratura della loro mente, concludono: i ragazzi noi non li conosciamo. Per fortuna ogni tanto ci giungono dalle roccaforti scientifiche delle neuroscienze risultati che sembrano portare nuova luce sui processi emotivi e cognitivi dell’età evolutiva. Un’età che tende a dilatarsi sino a rendere la maturità un orizzonte mobile e incerto. In particolare, secondo una ricerca statunitense, la corteccia prefrontale, cui spetta la funzione di riflettere, stabilire priorità e prendere decisioni, sarebbe l’area del cervello che, soprattutto nei maschi, matura più tardi, in media verso i 25 anni. Pertanto, mentre gli adulti agiscono prevalentemente in base a processi cognitivi che si svolgono in zona prefrontale, gli adolescenti si basano ancora sull’amigdala, la parte emozionale del cervello, sede di reazioni istintive quali la paura e l’ira. Un’immaturità che, se fosse confermata, spiegherebbe molte cose: certi casi di reazioni abnormi, che turbano l’opinione pubblica per la loro incomprensibile efferatezza, e soprattutto la difficoltà, che blocca più i maschi delle femmine, di uscire di casa e gestire autonomamente la propria vita. Si può obiettare che un tempo non era così e che, dopo i 21 anni, si era considerati adulti a tutti gli effetti. Ma forse, allora, le decisioni erano più familiari che individuali e l’esistenza si svolgeva per la maggior parte entro i calchi della tradizione. Ora invece i progetti si sono fatti personali e ciascuno è chiamato, entro certi limiti, ad essere l’autore della propria storia. Una libertà che ci confronta, per la prima volta, con i tempi delle dinamiche cognitive ed affettive individuali, non più scanditi dalle imposizioni sociali.
Le conseguenze sul piano delle relazioni intergenerazionali sono molteplici. Se da una parte queste conoscenze ci invitano ad attendere, dall’altra ci esortano ad aiutare i giovani a prendere in mano la gestione del proprio futuro perché il pensiero è in grado di accelerare e confermare la maturazione neurofisiologica del cervello. Non dimentichiamo che siamo corpo e mente e che le due componenti procedono in stretto e reciproco contatto. Non nel vuoto, poi, ma immerse in una società ad alto indice di complessità e di conflittualità per cui scegliere e decidere è sempre più difficile.
In proposito si è insistito molto sulla necessità di ascoltare i giovani, ma ora si pone anche la complementare esigenza di parlare con loro. Attraverso il dialogo si trasmettono moduli narrativi per organizzare i vissuti, forme di comprensione del mondo, stili di comportamento e anticipazioni di un futuro possibile e vivibile. Una dimensione, quella del domani, che spesso sconcerta e spaventa i giovani, comprimendoli nelle angustie del presente.

nel mondo tolemaico:
la Spi e il manifesto ancora al cospetto di Edipo

tre pezzi a pagina 14 del manifesto di oggi:

il manifesto 3.6.04
Derive del desiderio dopo Edipo

Avrà inizio domani il convegno della società psiconalitica italiana sulla rivisitazione del complesso edipico. Alcune domande per verificare se non ci siano alternative a una affermazione dell'identità individuale e collettiva che passi attraverso la distruzione dell'altro
Pubblichiamo, inoltre, un breve stralcio della relazione preparata per il convegno sull'Edipo dal filologo classico Guido Paduano in merito alla lunga tradizione che da Sofocle approda alle varianti novecentesche, più o meno influenzate dalla interpretazione che ne diede Freud
di ALFONSO M. IACONO


Pare che siamo ossessionati dal desiderio di uccidere il padre e di possedere la madre. È una notizia che gira da tempo e si accompagna all'idea che questo duplice desiderio debba rimanere inappagato e che dalla sofferenza generata dalla impossibilità di soddisfarlo, nonché dal senso di colpa a esso legato, sarebbero nate le cosiddette civiltà. Quasi come una distorsione, un errore. Quasi come il mondo che era stato raccontato dagli gnostici, un mondo che oggi chiameremmo trash, improvvido risultato di un demiurgo pazzo. Un mondo il cui delitto principale non è il parricidio, ma il desiderio di realizzarlo e la sua impossibilità. «Il parricidio - scrive Freud a proposito dei Fratelli Karamazov - è, secondo una nota concezione, il delitto principale e primordiale sia dell'umanità che dell'individuo. In ogni caso è la fonte principale del senso di colpa, ma non sappiamo se sia l'unica fonte: le ricerche non sono ancora riuscite a definire con sicurezza l'origine psichica della colpa e del bisogno di espiazione.» Il testo è del 1927. Qui Freud ci segnala l'ambivalenza, la duplicità del sentimento del figlio, aspirante parricida, nei confronti del padre: lo odia e lo ammira allo stesso tempo. Lo odia e lo ama. Nella storia della nostra cultura, la conquista dell'identità e dell'autonomia individuale è stata spesso, e in modo preponderante, raccontata come il risultato di un conflitto tra il figlio e il padre. Insomma, una sporca storia tra maschi adulti assatanati e impauriti nello stesso tempo, che Freud aveva colto in capolavori come l'Amleto e I fratelli Karamazov e che ritroviamo, per esempio, all'origine delle avventure di Robinson Crusoe: conseguenze non dell'uccisione del padre, ma della fuga dalla sua influenza e dal suo giudizio. Anche la fuga infatti è un modo di uscire da un conflitto. Robinson non deve lottare per la conquista della madre, non ne ha il desiderio, dunque va per mari e per terre. Il suo Io si espande e a un tempo si delimita nelle palizzate che erige a difesa di sé, dei suoi oggetti e del suo territorio.

il manifesto 3.6.04
Le giornate del convegno


Da domani, tre giornate multidisciplinari sull'Edipo, organizzate dal Centro Psicoanalitico di Roma a Palazzo Altemps. La domanda dalla quale muove la verifica di un mito resistente ai millenni è se sia ancora possibile identificare nella struttura edipica il fondamento dell'organizzazione psichica e della rete delle relazioni familiari e sociali. Per poi passare a indagare, sul versante più propriamente analitico, le trasformazioni che il complesso di Edipo ha subito dalla formulazione freudiana a oggi. Una rassegna delle interpretazioni che da Sofocle agli autori novecenteschi è stata data del mito, in ambito letterario e artistico, completerà il panorama, inaugurato domani sera dalla introduzione di Andrea Baldassarro, curatore del convegno. Tre le lezioni magistrali: quella di Guido Paduano, di cui diamo una sintesi qui sotto; quella di André Green, sabato, e nel pomeriggio di Jacques Galinier. Mentre la domenica sarà aperta dall'intervento di Mario Martone, autore di una bella messa in scena dell'Edipo a Colono. Concluderà Domenico Chianese, presidente della Spi.

il manifesto 3.6.04
LA TRADIZIONE TRA LETTERATURA E TEATRO
Dal testo di Sofocle ai nostri giorni
di GUIDO PADUANO


Freud attribuiva la sterminata e ininterrotta fortuna dell'Edipo Re di Sofocle al suo rappresentare un'invariante psichica, o meglio l'invariante per eccellenza: il triangolo originario che mette in relazione l'uomo con i due genitori secondo le basilari categorie affettive del desiderio e della rivalità. Una intuizione preziosa che deve essere, però, integrata con un'osservazione complementare, mirata a definire il fascino dell'Edipo come la risultante di una interazione fra la dimensione psico-familiare dell'individuo e la sua collocazione nell'insieme sociale: e poiché l'organizzazione e l'ideologia della vita associata sono funzioni storiche e storicamente variabili, altrettanto lo è il riproporsi della tematica tragica a illuminare civiltà diverse, rappresentando di ognuna un'immagine attendibile. In questione non è più, dunque, soltanto il successo sulla scena del capolavoro sofocleo ma di una ricchissima tradizione letteraria e teatrale che costituisce un corpus articolato in plurimi livelli di dipendenza intertestuale, giacché dopo quella di Sofocle almeno altre due versioni, quella di Seneca e l'altra di Voltaire, diventano a loro volta classici, cioè portatori di una tradizione specifica, imprecindibile per gli sviluppi futuri. Irripetibile si presenta, dal punto di vista storico, la situazione narrata da Sofocle, che predica l'innocenza di Edipo non solo in negativo - non solo cioè come assenza della libido parricida e incestuosa - ma come correlato delle più alte virtù sociali, tanto lontane da una trasgressione filiale che portano, al contrario, il marchio della paternità simbolica e politica: tali sono la volontà e la capacità di gestire il bene pubblico attraverso l'esercizio della ragione. Quando Seneca riprende il dramma di Sofocle, la valutazione opposta che egli dà del potere - in cui vede la summa dei mali, e che lo stesso Edipo avverte come un'imposizione funesta del destino - fa sì che la sua presenza sia fin dall'inizio marcata da una negatività cui si unisce l'ossessione dell'oracolo, suggerendo una colpevolezza oscura e immotivata.

da Bergamo:
«etnopsichiatria»

IL'Eco di Bergamo 3.6.04
mmigrati, il dramma del disagio mentale
Casi isolati fino a due anni fa, oggi nella Bergamasca circa 500 sono in cura In difficoltà i Servizi psichiatrici: i fondi sono gli stessi, ma i bisogni crescono
di Alberto Ceresoli


Si chiama «etnopsichiatria» e studia una nuova emergenza sociale, ovvero il disagio mentale che colpisce gli extracomunitari lontano dalle proprie radici e dai propri affetti. Un fenomeno in netta espansione in tutto l'Occidente (dove i flussi migratori sono massicci) e che sta mettendo in crisi i Servizi psichiatrici chiamati ad occuparsene. Bergamo - come spiega Massimo Biza, direttore del Dipartimento di Salute mentale degli Ospedali Riuniti, che ne ha discusso in un recente simposio internazionale tenutosi al Centro congressi - non fa eccezione, visto che nel giro di un paio d'anni gli extracomunitari in cura per problemi psichici sono passati da casi isolati ad alcune centinaia.
Qual è il problema?
«Le malattie mentali si presentano con caratteristiche correlate alle culture da cui derivano. Uno schizofrenico italiano, o comunque europeo, ha sostanzialmente le stesse caratteristiche di uno schizofrenico americano. Non così uno schizofrenico africano che può invece presentare una sintomatologia diversa, difficile da comprendere al di là degli evidenti problemi legati al linguaggio. In alcuni casi si tratta di caratterizzazioni anche abbastanza marcate, proprio perché l'atmosfera e il contesto culturale hanno il loro peso. Diverse sono anche le modalità con cui si supera l'ansia, la depressione, le angosce paranoiche».
(...)
«Si tratta di persone che incontrano i classici problemi dell'immigrazione, cioè la lontananza dalla propria cultura e dai propri affetti, l'enorme difficoltà ad adattarsi al nostro modo di vivere e a trovare un lavoro che effettivamente li sostenga, i grandissimi sacrifici che sopportano pur di mandare alle loro famiglie il più possibile di quanto guadagnano. Le difficoltà psichiche di queste persone sono di carattere quasi esclusivamente depressivo o di tipo dissociativo (delirio o stati confusionali). Bergamo resta ancora un'area abbastanza felice rispetto a Milano o ad altre aree di grande concentrazione...».
Un fenomeno in aumento?
«Nel giro di due-tre anni abbiamo avuto un netto incremento delle richieste di visita nei nostri ambulatori. In città, tra ospedale e centri psicosociali, stiamo seguendo circa 5.000 persone, di cui gli extracomunitari rappresentano il 10%: due anni fa erano soltanto casi occasionali. Ora c'è un problema in più, che riguarda l'aumento delle patologie psichiatriche negli extracomunitari che commettono reati, legati alla droga o ai furti, per sopravvivere, oppure commettono reati dovuti a uno stato confusionale. Si tratta in genere di persone senza nessun tipo di aiuto che, quando non "funzionano" più dal punto di vista psichiatrico, incappano in un isolamento terribile che spesso li porta a commettere un reato».
(...) L'etnopsichiatria è un fenomeno nuovo che va affrontato e che riguarda tutti..».
Tra gli extracomunitari presenti nella Bergamasca quale è la percentuale di quelli colpiti da problemi mentali?
«Impossibile rispondere. Noi vediamo soltanto i soggetti che arrivano in ospedale. Non bisogna però dimenticare che nelle comunità monoetniche particolarmente organizzate, scattano meccanismi di soccorso interno che in qualche modo funzionano, almeno secondo le loro metodologie».

ricerca danese:
gli schizofrenici non sono colpiti dal cancro?

Yahoo! Salute, Il Pensiero Scientifico Editore giovedì 3 giugno 2004
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
Schizofrenia e cancro
di Simona Lambertini


Sono numerose le ricerche che hanno rilevato come nei pazienti schizofrenici ci sia una bassa percentuale di casi di tumore: ora un ampio studio condotto dall’Institute of Cancer Epidemiology di Copenhagen (Danimarca) rivela che le famiglie di questi tipi di malati mentali non sono protette geneticamente dal cancro. Se ne parla sull’American Journal of Psychiatry.
Per cercare di verificare l’idea secondo la quale la schizofrenia potrebbe fornire una protezione genetica contro il cancro, il gruppo di ricerca danese ha preso in considerazione i dati del Danish Central Population Registry relativi ad un gruppo di 2 milioni di genitori di figli nati dopo il 1935 e del Danish Psychiatric Central Register riguardanti 20 mila genitori di figli con schizofrenia: “Se questa relazione fosse vera”, commenta Susanne Oksbjerg Dalton, coordinatrice della ricerca, “un più basso rischio di cancro dovrebbe verificarsi non solo nei pazienti schizofrenici ma anche nei loro familiari, soprattutto quelli di primo grado”. Dall’analisi dei dati è emerso che non ci sono differenze per quanto riguarda il rischio di cancro nelle famiglie dei soggetti schizofrenici e in quelle dei non-schizofrenici: gli unici dati statisticamente significativi riguardano un aumentato rischio per il cancro al polmone nelle madri di questi pazienti e un diminuito rischio per le leucemie in entrambi i genitori.
Gli autori dello studio non si sbilanciano troppo: “I risultati della nostra ricerca non offrono un supporto alla teoria secondo la quale la schizofrenia protegge dal cancro”, commenta la Dalton. D’altra parte servono ancora molti studi per fare chiarezza sull’ancora dibattuta origine genetica di questa particolare malattia mentale.

Bibliografia. Oksbjerg Dalton S, Laursen T, Mellemkjaer L et al. Risk for cancer in parents of patients with schizofrenia. Am J Psychiatry 2004;161:903-908.

mercoledì 2 giugno 2004

MARCO BELLOCCHIO
alla 12ª edizione di Arcipelago - Festival Internazionale di Cortometraggi di Roma

Il Cittadino 2.6.04
Il festival del cortometraggio a Roma nel segno di Winspeare e Bellocchio


Con la proiezione di “Ein Kurzer Film über ein Klo” (Un breve film su una toilette) (1989), prima e irresistibile prova di regia di Edoardo Winspeare, il 4 giugno, alla Multisala Intrastevere di Roma, si alzerà il sipario sulla 12a edizione di Arcipelago - Festival Internazionale di Cortometraggi e Nuove Immagini. L’annuale kermesse dedicata al “cinema breve”, che fino al 10 giugno proporrà 220 cortometraggi selezionati tra gli oltre 1.600 giunti da ogni angolo del mondo, ha riservato all’autore salentino - che nel 1996 è stato una delle più felici scoperte del Festival - una personale di tutte le sue opere brevi, intitolata “Winspeare in Love - Salento-Europa A/R”. Oltre all’inedito “Ein Kurzer Film über ein Klo”, breve docu-fiction realizzato durante il corso di regia alla Scuola di Cinema di Monaco, e interpretato dal regista stesso nei panni di un indiscreto intervistatore che si aggira nella toilette di una birreria bavarese a suo tempo frequentata da Lenin e Hitler, il pubblico di Arcipelago potrà rivedere, o in molti casi vedere per la prima volta, una decina di documentari, tra cui fa spicco il recentissimo e splendido “La Passione del Miracolo”, girato a Taranto durante la processione del Venerdì Santo. Quasi a fare da controcanto ad uno dei giovani registi più interessanti del panorama italiano, Arcipelago rende quest’anno un tributo anche ad una certezza del nostro cinema, Marco Bellocchio. (Agi)

il cinema di MARCO BELLOCCHIO
a Les Rencontres Du Cinéma Documentaires 2004 (France)

www.commeaucinema.com
Les Rencontres Du Cinéma Documentaires 2004 (France)
Festival du 04 Juin 2004 au 06 Juin 2004


Fiche complète
Les Rencontres du Cinéma Documentaire de Seine St Denis proposent de découvrir une dizaine d’œuvres de Marco Bellocchio, De l'utopie au présent, réalisées tout au long de sa carrière et pour la plupart inédites en France. Regroupant des films essais, militants, enquêtes, que l’on qualifie de documentaires ; son travail est dense. On y retrouve par ailleurs les mêmes thèmes de prédilection : la politique, la folie, la famille, le pouvoir, l’excès. Une part cachée de l’œuvre mise à nu lors de ce festival et recouvrant la conviction que documentaire et fiction sont extrêmement liés. Dès lors, ils s’enrichissent l’un et l’autre dans l’univers de Marcho Bellochio.

Mais qui est Marco Bellocio ?
Né en 1939 dans la ville de Piacenza en Italie, il entre en 1960 au centre expérimental d’études cinématographiques à Rome. S’il veut être au départ comédien, il tourne son premier long métrage « LES POINTS DANS LES POCHES », un premier film qui marquera le cinéma et la cinéphilie.

Voici la programmation de ce festival et des trésors retrouvés:
Sept films et documentaires:
- DISCUTIAMO DISCUTIAMO, 1968 (20 min.)
- MATTI DA SLEGARE, 1975 (35 min.)
- VACANZE IN VAL TREBIA, 1979 (16 min.)
- IMPRESSION D’UN ITALIEN SUR LA CORRIDA EN FrANCE, 1984 (60 min.)
- SOGNI INFRANTI : RAGIONAMENTI DELIRI, 1995 (52 min.)
- ELENA, 1997 (35 min.)
- ADDIO DEL PASSATO, 2003 (47 min.)

Deux fictions
-NEL NOME DEL PADRE (AU NOM DU PÈRE), 1971 (133 min.)
Avec Yves Beneyton, Renato, Scarpa, Laura Betti, Lou CASTEL
En 1958, Angelo entre dans un collège catholique où très vite il se montre différent des autres élèves et se révolte contre une institution aux pratiques et règles ancestrales…

-IL PRINCIPE DI HOMBORG DI HEINRICH VON KLEIST (LE PRINCE DE HOMBURG), 1997 (89 min.)
Avec Andrea di Stephano, Babora Bobulova, Toni Bertorelli…
En 1810, le prince de Homburg lance ses cavaliers dans la bataille contre les suédois sans attendre les ordres de ses supérieurs. L’armée sort victorieuse mais le prince est condamné à mort pour insubordination…

scontro di civiltà
il prof. Severino e l'eternità del tutto (sic!)

ricevuto da Tonino Scrimenti http://www.clochard.net

L’Espresso 27 maggio 2004
Figli di un dio nichilista
Lo scontro di civiltà è in atto. Non tra Cristianesimo e Islam. Ma tra passato e presente. A vincere sarà la tecnica
Colloquio con Emanuele Severino di  Vittorio Alberti


Tempo di scontro di civiltà tra Occidente e Islam, delle immagini di torture inflitte ai prigionieri dai soldati di un esercito che voleva esportare il Bene, la democrazia per sconfiggere il Male, il terrorismo. Tempi di immagini speculari: un ragazzo americano decapitato dai terroristi che mentre lo macellano invocano Allah. Tempi anche di incertezze, in cui il timore di una imminente catastrofe si mescola con la speranza che la tecnologia ci porti la salvezza individuale: l'immortalità. "L:espresso" è andato a Brescia, a casa di un grande filosofo, Emanuele Severino, per chiedergli che cosa è l'Occidente e qual è il rapporto tra il nostro mondo e quello musulmano. Ma anche: a che cosa serve la filosofia?
Professor Severino, perché è possibile che i soldati di un esercito di un paese democratico torturino prigionieri indifesi?
«Episodi di questo tipo sono possibili all'interno di strutture chiuse, come lo sono certe prigioni o come lo erano i lager nazisti. Strutture che permettono che la devianza psichica si trasformi in azione, perché chi vi opera ha l'impressione di non dover rendere conto a nessuno».
Forse c'è anche il fatto che proprio in nome di valori forti, la democrazia, le fede religiosa, la volontà di portare la libertà o la felicità al mondo, si compiono i peggiori crimini?
«Sì. Per affermare la felicità, si ammazza. Ma insisto sul fatto che solo la struttura rende possibile l'affermazione violenta di valori forti. Siano essi la democrazia o la fede religiosa».
Meglio allora il nichilismo? La svalutazione di ogni valore?
Troppo facile. Il problema è che là dove non ci sono più i valori, in ultima istanza prevale la forza».
Si parla di scontro di civiltà. L'Islam appartiene alla tradizione occidentale o no?
Alle sue radici, che essendo filosofiche sono pure sociali, l'Islam ha proprio quel pensiero greco che è alla base della cultura europea. Si tratta quindi non di uno scontro tra Oriente e Occidente, tra Islam e Cristianesimo, ma tra due forme della tradizione della cultura occidentale. Come il Cristianesimo, con il pensiero di San Tommaso d'Aquino, intende assimilare a sé la grecità, mostrando che la voce più profonda della ragione, cioè la voce greca, è conciliabile col messaggio cristiano, così l'Islam, con Avicenna, al quale San Tommaso si è ispirato, fa vedere come la voce greca sia assimilabile a quel messaggio religioso di Maometto che, a sua volta, si riconnette al Vecchio e al Nuovo Testamento. Si tratta di una vicenda interna all'Occidente. Il vero scontro in atto è un altro».
E qual è?
«Da una parte ci sono Islam e Cristianesimo (ed Ebraismo). Dall'altra, la voce della filosofia del nostro tempo che autorizza la tecnica a dominare il mondo. Lo scontro è dunque tra passato e presente dell'Occidente, laddove al passato appartengono e il Cristianesimo e l'Islam».
Non la pensano così i fondamentalisti islamici.
«Anche i fondamentalisti islamici, che vedono negli Usa l'incarnazione del Male, dimostrano l'incapacità di comprendere la situazione storica. Dal punto di vista dell'Islam, il Male dovrebbe essere innanzi tutto il pensiero filosofico contemporaneo e la sua capacità di sprigionare le forze della tecnica».
La tecnica assorbirà anche il mondo islamico?
«L'Islam, come ieri il marxismo, intende vincere gli avversari con lo strumento tecnologico. È inevitabile che lo strumento da mezzo diventi fine e, divenendo fine, domani subordini a sé, come prima ha subordinato il marxismo, l'Islam così come il Cristianesimo, il capitalismo e la democrazia».
Sta dicendo che il futuro è la tecnica. Le altre categorie: Cristianesimo, Islam, democrazia, scompariranno?
«Scomparirà la loro pretesa di essere i fini».
Perché, allora, la tecnologia si è sviluppata nel mondo cristiano e non in quello islamico?
«Islam e Cristianità sono due espressioni della stessa anima. Ma l'Islam, filosoficamente, si è fermato ai greci, mentre la Cristianità ha dovuto sopportare lo sviluppo del pensiero filosofico. Pensiero che ha portato al tramonto la tradizione e, quindi, ha creato la condizione perché la tecnica si sviluppasse presso la Cristianità».
Oggi che cos'è la tecnica?
«È l'insieme degli strumenti e delle procedure con i quali gli uomini perseguono i loro scopi e costruiscono il loro mondo. La tecnica, non tecnicisticamente intesa, è destinata a dominare il mondo, dando ascolto alla filosofia contemporanea. Filosofia che, a sua volta, le garantisce la mancanza di limiti. Il processo della tecnica è infatti illimitato. Ecco perché finirà per dominarci».
Fin qui ha spiegato che l'Islam è parte dell'Occidente. Ma cos'è l'Occidente? E perché l'Occidente cambia in continuazione?
«L'Occidente è il luogo in cui diventa esplicita e radicale la convinzione che le cose del mondo diventano altro. Ma questo "altro" è il nulla. Faccio un esempio: se diciamo che la legna diventa cenere, si crede che sia una verità evidente. E invece è la follia più radicale. È quella che domina l'Occidente. Ed è la fede che esista un momento in cui la legna è cenere».
Può spiegarsi?
«Quando il Cristianesimo dice che il vino diventa il sangue di Dio, non dice qualcosa di più folle di quello che diciamo noi ogni volta che affermiamo che un corpo diventa qualcos'altro. Quindi l'Occidente è il luogo in cui il divenire "altro" acquista quella forma estrema che è il divenire nulla. L'Occidente è, pertanto, il luogo del nichilismo».
Cosa intende per nichilismo? Oggi questa parola viene usata come sinonimo del terrorismo.
«L'essenza del nichilismo va al di là delle categorie politiche. Il nichilismo è il credere che qualcosa sia nulla. È pensare qualcosa che possa essere stata e possa tornare a essere nulla. Dal punto di vista del nichilismo, tutto è precario. li verbo del nostro tempo è, infatti, la caducità, la temporalità, il carattere effimero e la precarietà dell'essere. Tutta la filosofia contemporanea canta questo».
Ma sono decine d'anni che lei intende indicare l'autentico superamento del nichilismo.
«Sì. Solo che, a volte, non lo si capisce».
Dice di essere un incompreso. Però stiamo assistendo a un revival della filosofia. Si parla della filosofia come una via di salvezza...
«La mia, nonostante qualche incomprensione, gode buona salute. Ma attenti: quando si dice che la filosofia salva, si crede di poter dire della filosofia in generale ciò che, invece, è proprio della tradizione filosofica di quel passato portato al tramonto dalla filosofia contemporanea».
La filosofia è inutile?
«Chiediamoci come nasce la filosofia. Essa è salvezza perché, per sopportare il dolore della vita, occorrono dei rimedi che, però, non possono avere una forma mitica: a un certo momento si dubita della potenza salvifica del mito. Si vuole invece che il rimedio sia vero. Ma, perché il rimedio sia vero, occorre sapere cosa è la verità. La filosofia nasce, appunto, dalla riflessione sul senso della verità. All'origine della filosofia c'è la paura, l'angosciato terrore. La filosofia nasce come salvezza dalla paura, ma la filosofia che produce la salvezza è quella della tradizione, non quella contemporanea».
Perché?
«La filosofia del nostro tempo pensa che tutta vada nel nulla e che non ci sia salvezza. L'unica salvezza è differire all'infinito l'annientamento e la morte, con la tecnica».
Lei invoca il pensiero forte per salvare l'uomo?
«No! Siccome la filosofia contemporanea distrugge la tradizione, è venuta meno la possibilità del pensiero forte. Gli epigoni del passato sono foglie secche attaccate ai rami dell'albero. La filosofia oggi è il rigore del nichilismo. E aggiungo: la necessità oggi (l'oggi storico) è che il nichilismo giunga al proprio compimento».
Il futuro dell'Occidente è nichilista?
«Sì, la follia del nichilismo contiene le grandi forme della bellezza, del rigore, della concettualità, della razionalità così come i grandi criteri del giusto e dell'ingiusto che, però, appartengono a quella tradizione del pensiero filosofico alla quale il mondo sta dicendo addio. Ma la verità autentica sta al di sopra dell'opposizione tra passato e presente, nega la follia del divenir nulla e vede l'eternità di ogni cosa e di ogni stato del monda».

nonostante tutto...
«gli italiani sono i meno ansiosi e depressi d'Europa»

ANSA.it 2.6.04
GLI ITALIANI SONO I MENO DEPRESSI IN EUROPA


ROMA - Gli italiani sono i meno ansiosi e depressi d'Europa. Le percentuali di coloro che soffrono di disturbi psichici comuni, come ansia e depressione, sono tra le piu' basse non solo a livello europeo, ma mondiale. E' quanto emerge dalla prima mappa mondiale dei disturbi psichici piu' comuni, coordinata per la parte europea dall'Istituto Superiore di Sanita' (ISS) e pubblicata sulla rivista dell'Associazione dei medici americani JAMA.
Si tratta del primo studio epidemiologico comparativo condotto a livello internazionale sulle malattie mentali, il World Mental Health (WMH) Survey Initiative, promosso da Organizzazione Mondiale della Sanita' e universita' di Harvard. la ricerca, che ha coinvolto oltre 60.000 persone tra America, Europa, Medio Oriente, Africa e Asia, ha disegnato un mappa dei disturbi psichici piu' comuni e di come ad essi reagiscono i pazienti in tutto il mondo.
Un europeo su tre e un americano su due soffrono di disturbi psichici comuni, ma le sorprese maggiori vengono dalla parte europea del progetto (European Study of Epidemiology of Mental Disorders), condotta in Italia da Piero Morosini, dell'ISS, e Giovanni De Girolamo, psichiatra presso il Dipartimento di Salute Mentale di Bologna e coordinatore, con Morosini, del Progetto Nazionale Salute Mentale dell'ISS.
Lo studio, ha osservato De Girolamo, e' il ''primo mai realizzato in Italia su un campione rappresentativo della popolazione per monitorare diffusione dei disturbi mentali, utilizzo dei servizi socio sanitari e di salute mentale, oltre che il consumo di psicofarmaci''.
Per ottenere la fotografia della salute mentale degli italiani sono stati considerati nello studio 5.000 adulti, selezionati dalle liste elettorali di 172 comuni. E' emerso che l'11% degli italiani in qualche momento della vita ha sofferto di un disturbo dell'umore, il 10% di un disturbo d'ansia e circa l'1% di un disturbo da abuso da alcol. Nel resto d'Europa il tasso di prevalenza degli stessi disturbi e' del 14% per la depressione e del 16% per l'ansia. Le donne, inoltre, hanno una probabilita' doppia di soffrire di depressione e tripla di ansia, mentre l'abuso di alcol e' piu' frequente negli uomini. Sono piu' a rischio i giovani e i single, disoccupati, casalinghe e chi vive in citta'.
Per De Girolamo ''resta da capire come mai, proprio nei Paesi mediterranei, come Italia e Spagna, la prevalenza di questi disturbi sia cosi' bassa e se la specificita' culturale e socio economica di questi Paesi svolga un effetto protettivo. E' infatti risaputo che i disturbi affettivi, d'ansia e d'abuso di alcol sono fortemente correlati a stili di vita, struttura sociale e familiare e ad altri fattori ambientali''.
Dallo studio emerge, inoltre, che in tutto il mondo si ricorre poco agli interventi socio-sanitari per la cura dei disturbi psichici. In Europa, per esempio, la percentuale di coloro che si sono rivolti a una struttura sanitaria per ansia o depressione sono il 26% e di questi due terzi hanno consultato un operatore dei servizi di salute mentale, mentre altri si sono rivolti al medico generico. Tra quelli che hanno consultato il Servizio sanitario, 1 su 5 non ha ricevuto alcun tipo di trattamento. ''Sia in Europa, ma anche in Italia, dove la percentuale del mancato trattamento e' ancora elevata, questo studio indica la necessita' di intervenire adeguatamente e tempestivamente'', ha concluso De Girolamo

questa Ansa è stata rilanciata anche sul Corriere della sera del 2.6.04 e su Repubblica del 3.6.04

Cina

ricevuto da Piergiuseppe Cancellieri

Gazzetta del Mezzogiorno mercoledi 2 giugno 2004
«Metamorph», rassegna internazionale di Architettura a Pechino e a Shangai
La Biennale di Venezia sbarca in Cina
di Marco Neri


Parte da «Metamorph», la mostra internazionale di Architettura, il nuovo corso della Biennale di Venezia, che per la prima volta porterà anche all'estero alcuni padiglioni della rassegna diretta da Kurt Forster. E, come ai tempi di Marco Polo, approderà in Cina, a Pechino e a Shangai, quale ambasciatore della cultura italiana ed europea. Presentata ieri alla stampa dal presidente della Biennale, Davide Croff e dal ministro dei Beni-attività culturali, la manifestazione si svolgerà all'Arsenale e ai Giardini della Biennale dal 12 settembre al 7 novembre e affronterà il tema dei cambiamenti che sono in atto nell'architettura contemporanea sia nel campo della teoria e della pratica progettuale sia nell'uso delle nuove tecnologie costruttive. In mostra, sotto la supervisione di Forster, tra i massimi studiosi del settore, ci saranno i lavori di 170 studi di architettura, più di 200 progetti, oltre 150 fotografie, numerosi video, installazioni speciali per raccontare le tendenze contemporanee, «i segni – ha detto Forster – che suggeriscono l'avvento di una nuova epoca e che si trovano sparsi dappertutto». Il cambiamento è dunque il protagonista di questa nona edizione della Biennale architettura, istituita, ha ricordato Croff, nel 1980 da Paolo Portoghesi e divenuta nel corso degli anni appuntamento immancabile della cultura internazionale. Cambiamento non solo in quanto tema prescelto, ma anche per la sostanza dal momento che «Metamorph» segna l'esordio del passaggio della Biennale «da Società di Cultura in Fondazione, segno evidente di voler improntare un soggetto fondamentale del settore culturale anche a criteri gestionali di efficienza, modernità e di economicità». Un rinnovamento che, ha aggiunto Urbani, consente alla Biennale di consolidare «la propria autonomia e il patrimonio, per mirare a potenziare anche le varie iniziative settoriali, dal cinema alla musica, dal teatro alle arti visive». Nel progetto di rilancio delle attività e del ruolo internazionale che la Biennale di Venezia ha sempre giocato nel panorama culturale mondiale, ha detto Croff, c'è l'interesse a sostenere ancor di più «la politica di promozione della cultura italiana all'estero, che la Farnesina e il ministero dei Beni e attività culturali perseguono con priorità». Dunque non più solo la Biennale quale «cannocchiale culturale che scruta e si allarga sul mondo», ma prevedendo anche «l'uscita da Venezia per il raggiungimento di mondi lontani». Primo approdo, la Cina, dove, a Pechino e Shangai, saranno allestiti alcuni dei padiglioni più significativi della mostra internazionale di architettura. Molte le altre novità dell'esposizione, ha detto Croff, sottolineando che saranno temporaneamente ampliati anche gli spazi grazie ad una struttura galleggiante sul bacino dell'Arsenale, in cui verranno presentati «i progetti di rinascita di alcune delle principali città del mondo che, come Venezia, sono cresciute sul mare, per realizzare quella che si annuncia una nuova architettura d'acqua» (mentre, grazie alla partnership con l'Anas sono stati riqualificati una parte dei percorsi destinati al pubblico). Inoltre, ha proseguito, l'architettura sarà presente alla 61. Mostra del Cinema mostrando i progetti selezionati per la costruzione del nuovo palazzo del cinema del Lido di Venezia, di cui è già stato avviato il concorso. «Metamorph» sarà sostanzialmente articolata in due ambienti diversi. Nelle Corderie dell'Arsenale saranno presentate le opere che hanno trasformato il panorama dell'architettura negli anni settanta, dagli automatismi terrestri di Peter Eisenman agli edifici di Frank O. Gary al collage costruttivista di James Stirling. Si proseguirà con «Transformations», la trasformazione di edifici esistenti e quindi con «Topography», la nuova topografia lasciando spazio anche a «Surfaces», «Atmosphere» e agli «Hyper-Project». Il Padiglione Italia ospiterà invece alcune installazioni e una serie di quaranta «Concert Hall», edifici dalle superfici piegate e incurvate,megastrutture di grande impatto che annunciano il futuro.

cultura tolemaica:
la depressione post-partum

www.solaris.it 2.6.04
Psicologia
Depressione post-partum: una guida per evitarla e per sconfiggerla
Compare a distanza di un paio di mesi dal parto ed aumenta in intensità nelle settimane che seguono


Il 15% delle neo-mamme in Italia vive l'esperienza della Depressione post-partum, isagio psichico che insorge a distanza di un paio di mesi dal parto. Una percentuale tra il 30 e l'80% delle neo-mamme passa la fase del Baby Blues, quest'ultimo disagio si presenta immediatamente dopo il parto e passa spontaneamente nell'arco di 7/10 giorni. Numerosi rapporti sostengono che nella maggior parte dei casi la presenza di una "depressione post-partum" non è riconosciuta né dalla persona colpita, né dai familiari. L'impossibilità del riconoscimento è dovuta soprattutto alla insufficiente informazione. In questo contesto nasce l'iniziativa dell'Associazione "Guida per Genitori", sostenuta dalla Fondazione Johnson&Johnson, di realizzare e distribuire al personale medico e alle neo-mamme la guida "Depressione post-partum: come evitarla, come sconfiggerla". "La depressione post-partum , oltre ad essere per la madre un periodo di estrema sofferenza psichica - spiega la dott.a Rosalba Trabalzini, psichiatra e psicologo dell'Associazione "Guida per Genitori - diventa un elemento di disturbo nella diade madre-bambino.
Per il bambino, un distacco affettivo precoce, può comportare delle conseguenze al suo sano sviluppo emotivo. La depressione post-partum crea oggi una mamma depressa e potrebbe essere domani, la causa di un adulto depresso. Alcuni segnali di insofferenza - prosegue la dott.a Trabalzini - aiutano a riconoscere e quindi a prevenire il disturbo conclamato: Irritabilità, disturbi del sonno, stanchezza, psicosomatizzazioni sono alcuni dei campanelli di allarme della 'depressione post-partum'". I primi sintomi di questa "malattia" compaiono a distanza di un paio di mesi dal parto ed aumentano in intensità nelle settimane che seguono. Senza trattamento la durata dell'episodio può variare da 4 a 8 mesi. Un aiuto medico difficilmente viene richiesto, in quanto i primi segnali vengono scambiati per stanchezza e questo può condizionare lo sviluppo di un ano attaccamento tra la madre ed il bambino. Oggi solo il 20-25% delle madri colpite dal disturbo ricevono un trattamento appropriato. Il volumetto contenente le informazioni sulla depressione post-partum verrà offerto alle neo-mamme nei centri nascita delle regioni Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio, Campania e Puglia.
Si ringraziano per la collaborazione la Società Italiana di Medicina Perinatale e la Federazione Nazionale delle Ostetriche. "Abbiamo sostenuto questo progetto - dice Gianfranco Belcaro, Direttore Generale della Fondazione Johnson&Johnson - perché ha come obiettivo la salvaguardia della salute delle neomamme e dei bambini. Inoltre, lo scopo della Fondazione Johnson&Johnson è sensibilizzare l'opinione pubblica in merito ad istanze sociali e questa tematica, malgrado il suo elevato impatto, è stata fino ad ora poco considerata".

martedì 1 giugno 2004

dal Lunedì
da vedere:

le pitture rupestri di Latmos
"La spettatrice" di Paolo Franchi

LE PITTURE RUPESTRI DI LATMOS


alcune immagini (abbastanza scadenti) di quelle pitture possono essere viste all'indirizzo seguente: www.naturundmensch.de e un'altra qui

UNA MOSTRA A NAPOLI:

Antiche immagini dell'uomo. Le pitture rupestri preistoriche del Latmos
Museo Archeologico Nazionale di Napoli
Fino al 31 luglio 2004
In mostra fotografie e reperti che documentano le pitture preistoriche rupestri del Latmos, uno dei monti sacri dell'Asia Minore.
Museo Archeologico Nazionale
Piazza Museo tel.081440166
orario :
feriali 9.00 - 19.30; festivi 9.00 - 19.30. La biglietteria chiude alle ore 18.00. Chiuso il martedì


UN ARTICOLO SUL TEMA:

"...Nelle caverne paleolitiche l’uomo dipingeva il mondo di cui aveva paura; questi ritratti del neolitico, invece, rappresentano l’uomo, perché è lui al centro del mondo..." Luigi Colarusso IA Venticano


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"LA SPETTATRICE"
di Paolo Franchi


a Roma nei cinema:
Intrastevere Vicolo Moroni 3/a Tel.06/5884230 - 16:15 18:20 20:30 22:40
Mignon Via Viterbo 11 Tel.06/8559493 - 16:30 18:30 20:30 22:30


Cast
Valeria Barbara Bobulova
Massimo Andrea Renzi
Flavia Brigitte Catillon

Trama
Valeria è una giovane donna timida e solitaria, vive a Torino e lavora come interprete simultanea. La monotonia della sua vita è interrotta solo dal suo interesse nei confronti di un ignaro vicino -Massimo - le finestre del cui appartamento si trovano proprio di fronte a quella della ragazza. Una serie di coincidenze porta le esistenze dei due personaggi a sfiorarsi, ma essi continuano a rimanere estranei.

Durata: 100'
Data uscita in Italia: 07 maggio 2004
Regia: Paolo Franchi
Sceneggiatura: Paolo Franchi
Fotografia: Beppe Lanci
Musiche: Carlo Crivelli
Montaggio: Alessio Doglione



Articoli:

Repubblica.it 28.04.2004
Amore spione
Barbara Bobulova in 'La spettatrice"
di Paolo Menzione


L'amore nasce spiando "la finestra di fronte". Accade anche in La spettatrice, proprio come nell'ultimo film di Ferzan Ozpetek con Giovanna Mezzogiorno e Raoul Bova. Ma nell'opera prima di Paolo Franchi - nei cinema dal 7 maggio con un inspiegabile divieto ai minori di quattrodici anni - lo sguardo va in una sola direzione: Barbora Bobulova, nel ruolo di Valeria, una giovane chiusa e solitaria, osserva di nascosto il dirimpettaio.
Quando Massimo (Andrea Renzi) abbandona l'appartamento di Torino per tornare a Roma, nell'esistenza di Valeria tutto sembra precipitare. La ragazza passa dalla contemplazione all'azione, prende il primo treno per Roma e senza che Massimo si accorga di nulla inizia ad insinuarsi nella sua vita. Per stargli vicino diventa amica quasi inseparabile della sua compagna (la francese Brigitte Catillon). Ma quando il rapporto di coppia fallisce e per la protagonista si schiude la possibilità di coronare il suo sogno, si tira indietro per tornare alla normalità.
"Non ho mai sofferto così tanto al cinema. E' stata un'esperienza dolorosissima e allo stesso tempo straordinaria". Barbora Bobulova commenta così l'interpretazione di questo personaggio autodistruttivo, una interpretazione fatta di tanti sguardi, di pause e lunghi silenzi. "Dietro molti personaggi - ha aggiunto l'attrice - riesco spesso a nascondermi e mascherare la mia personalità. In questo caso tutto il contrario: sono stata costretta a mettermi in gioco del tutto, anche attingendo a componenti complesse ed estremamente dolorose". Un lavoro che non esita a paragonare a "una lunga seduta psicanalitica". Il suo personaggio e gli altri due ("che sono poi tutte facce della stessa medaglia, dello stesso disagio di fronte ai sentimenti", spiega il regista") sembrano uscire da un cinema di "sensibilità francese". Ma il film è già stato apprezzato anche in Italia al Bergamo Film Meeting, dove ha vinto un premio. E prossimamente Franchi porterà La spettatrice in concorso al Tribeca Film Festival di Robert De Niro: "E' un grande onore - ha ammesso il regista -. Il film è piaciuto molto all'organizzazione del festival, e abbiamo ricevuto ottime recensioni anche da parte della stampa americana".
Per la Bobulova è un momento di grazia. Sugli schermi italiani con Il siero della vanità di Alex Infascelli, di recente è stata interprete accanto a Fabrizio Gifuni del film La radio, opera prima dell'esordiente Davide Sordella. E in autunno sarà di nuovo al cinema con Ovunque sei di Michele Placido, al fianco della figlia del regista Violante e di Stefano Accorsi.

Repubblica 7 maggio 2004
"La spettatrice", un esordio pensando a Ferzan Ozpetek
Piccole coincidenze vissute alla finestra
di PAOLO D'AGOSTINI


Una giovane donna senza legami spia l'uomo della finestra di fronte e s'infila nella sua vita. Lo segue nel cambio di città, con l'inganno diventa amica della sua compagna, continua a fare di tutto per stargli vicina ma quando finalmente lui s'interesserà a lei, si sottrarrà. Preferendo restare spettatrice delle vite altrui. Però l'analogia iniziale con il film di Ozpetek è solo tecnica, ne è una versione raggelata e prosciugata, "nordica".
Sempre all'inizio lui e lei capitano nello stesso negozio di cianfrusaglie e acquistano la stessa pietra che promette di "migliorare spirito e sentimenti". Al convegno dove lui relaziona e lei fa da interprete simultanea l'uomo, che è un affermato ricercatore farmacologo, s'interroga sulla differenza tra "depressione patologica e tristezza soggettiva".
Insomma incastri di coincidenze - un po' casuali, un po' volute - e piccole interferenze nei destini, note dolenti sospese in un vuoto di relazioni umane, ci dicono che siamo in quel clima che era caro al cinema di Kieslowski. Il disegno è ardito e la sfida interessante: si tratta dell'opera prima di un ex allievo della "factory" di Ermanno Olmi a Bassano del Grappa.
Tuttavia il film non scorre, "si sente" ad ogni passo la scrittura e del modello polacco non si sente invece la passione compressa. E gli attori (Barbora Bobulova a suo tempo scoperta da Bellocchio per "Il principe di Homburg", e Andrea Renzi il calciatore de "L'uomo in più" di Paolo Sorrentino) non sono convincenti.

un saggio su MARCO BELLOCCHIO
su una rivista di architettura

una segnalazione di Francesco Petri

Nel numero di maggio 2004 (anno L numero 583) di
"L' architettura cronache e storia"
mensile fondato da Bruno Zevi ed attualmente diretto da Furio Colombo, c' è un saggio a cura di Plinio Perilli intitolato:

"Marco Bellocchio, il movimento dell' anima "dentro" i personaggi"

6 pagine riccamente illustrate con testo in italiano e in inglese.

Solo per gli abbonati la rivista è consultabile sul sito:

http://www.mancosueditore.it/
(scegliere il link: "riviste")

Mancosu Editore S.r.l.
Via Alfredo Fusco, 71
00136 Roma
Tel. 06.351921
Fax. 06.35409791

gli arabi e la scrittura

Repubblica ed. di Palermo 1.6.04
LETTERA DALL´IRAN
Noi, gli arabi e la scrittura
di Marcella Croce


STRANI re furono gli Altavilla, normanni ma affascinati dai bizantini, cristiani ma stregati dai musulmani. La pietra, materiale principe dell´architettura islamica, era particolarmente adatta al lavoro dei calligrafi; molte moschee erano interamente rivestite anche da mattonelle, mattoni o intarsi con epigrafi sacre. A Palermo, durante le ristrutturazioni del XV secolo, con il consueto uso del materiale di risulta, un´iscrizione coranica andò a finire perfino su una delle colonne esterne della Cattedrale, e vi si trova tuttora, mentre un´altra che, sempre in caratteri arabi, esaltava le virtù dei re normanni, fu crudelmente spezzata a intermittenza per ritagliare i merli a coronamento del palazzo della Zisa e così trasformare l´edificio in "castello".
A completare il quadro cosmopolita della Palermo medievale, sulla parete estrena della chiesa che oggi popolarmente chiamiamo Martorana, Giorgio di Antiochia, il famoso Ammiraglio di Re Ruggero, volle invece caratteri greci per un´iscrizione che altrimenti richiama in tutto e per tutto quelle islamiche. Un´iscrizione trilingue (latino, greco e arabo) segnala ancora un ingegnoso orologio ad acqua a Palazzo dei Normanni, mentre al museo della Zisa è esposto un epitaffio quadrilingue (con l´aggiunta dell´ebraico).
In Iran si sono toccati i vertici dell´arte calligrafica, ci fu anche chi cercò di diffondere idee eretiche con la scrittura, come Mir Imad, grande calligrafo della moschea dell´Imam ad Isfahan, ma il sovrano safavide Shah Abbas, grande mecenate e protettore delle arti, ma anche fervente sciita, non esitò a fargliela pagare caramente, ed egli fu imprigionato e ucciso. L´insuperabile artista Abu Bakr Muhammad, chiamato Ravandi dal nome dell´omonima cittadina presso Kashan che nel 12? secolo era un famoso centro calligrafico, aveva studiato 10 anni con il grande maestro Taj Ad Din Ahmad, suo zio materno. Si dice che fosse in grado di usare ben 70 diversi stili, e che avesse elaborato una teoria secondo la quale le lettere arabe fossero evoluzioni del cerchio e della linea retta, identificati con il mondo e l´equatore. Dall´apparente durezza dello stile cufico alla fluidità del naskh ("sostituzione", giacché esso sostituì tutti i precedenti caratteri), dall´esagerata altezza del sols ("un terzo" forse a causa della misura del pennino), al decadente sentimentalismo dello shekaste ("rotto", cioè scivolato), che appunto per tale motivo risulta di difficilissima lettura: le sensuali forme dell´alfabeto arabo, derivato da quello aramaico, si prestano in modo particolare ad ogni possibile virtuosismo.
Il naskh fu il primo stile non più perfettamente verticale, le variazioni di inclinazione delle lettere e gli angoli che esse formano con le linee orizzontali, sono state paragonati alle posture del corpo umano nella danza. Il massimo della fantasia (e anche un unicum mondiale) è costituito da una teiera, oggi all´Ermitage di Leningrado, celebre per essere stata incisa con lettere arabe che finiscono in facce umane e animali.
Le iscrizioni più elaborate sono quelle su carta che possono combinare fino a sei o sette diversi stili e ciascuno di essi può variare per forma, movimento, peso, enfasi, colore e scala. Intrecciati a palmette ed ornamenti vegetali, circondati da splendide cornici di motivi floreali (tazhib cioè "abbellimento"), questi ineffabili capolavori sono vere sinfonie della penna, c'è chi li ha definiti "orchestrazioni di cori muti". Quando sono presenti i vari segni di punteggiatura (introdotti dal califfo Abdul-Malik per distinguere i diversi suoni di una stessa lettera, gli sciiti ritengono invece che siano dovuti all´intervento personale dell´Imam Alì), c'è meno spazio per gli elementi vegetali. Può inoltre variare sia lo spessore del tratto che il profilo della forma delle singole lettere, ciascuna delle quali è regolata da precise e complesse proporzioni matematiche. In numerosissimi casi, per esempio su alcune tombe arabe rinvenute in Sicilia, gli stessi caratteri sono ripetuti in scala più piccola sopra o sotto l´iscrizione principale.
"Leggi, il Signore misericordioso ha insegnato l´uso della penna, ha insegnato all´uomo ciò che non sapeva" (sura 96 versi 3-5): il Corano abbonda di incoraggiamenti all´uso della scrittura, e molti capitoli, ad esempio il 68, iniziano con l´invocazione: "Per la penna e ciò che essa scrive". In Iran erano stati i magi, sacerdoti zoroastriani, ad usare per primi l´inchiostro d´oro per le trascrizioni dell´Avesta. Secoli più tardi, i calligrafi fecero grande uso di materiali preziosi, e il Corano veniva spesso copiato con sottotitoli in persiano, così da permettere a tutti la conoscenza della parola divina. Come i padri cristiani, i teologi musulmani più tradizionalisti sollevavano obbiezioni alle vocali dorate e colorate, ma alla fine l´amore per il lusso e per la bellezza prevalse su queste riserve: lo possiamo dedurre dalla quantità di copie miniate che ci sono arrivate, al museo del santuario dell´Imam Reza a Mashhad ve ne sono esposti molti splendidi esemplari.
In Iran si riteneva che il Corano fosse fondamentale per propiziare la buona riuscita di ogni viaggio: se ne trascrivevano anche di piccolissimi in modo che non fossero di ingombro alle persone in cammino e si riteneva che ogni viaggiatore in partenza dovesse passare sotto una copia del sacro libro. A Shiraz fu costruita a tale scopo la Porta del Corano, che esiste tuttora anche se sotto non ci passa più nessuno, giacché proprio accanto è stata costruita una strada molto più ampia che si adatta maggiormente al traffico moderno.
Ma non fu solo il Corano ad ispirare i calligrafi persiani, molti di essi si sono dilettati anche con i versi dei loro amatissimi poeti, che, per lo più scritti in quartine (chiamate dobeiti o rubayat a secondo della diversa intonazione), venivano trascritti con una pronunciata e leziosa inclinatura. Le iscrizioni sulle stoviglie in ceramica, delle quali è sempre stato prodotto gran numero in Iran, sono invece non di rado illeggibili: molti ceramisti persiani non sapevano leggere e scrivere, e spesso copiavano malamente l´arabo, una lingua che non capivano.

l'arte di Dante
una mostra a Firenze

Repubblica, ed. di Firenze 1.6.04
Riuniti all´Accademia 64 capolavori del 1250-1300 alcuni ornavano piccole chiese del contado
L'ARTE DI DANTE
E Firenze inventò la cultura italiana
La fioritura di Giotto fu preparata "fiutando" fermenti dall´Europa e dall´Oriente


Sono tornate a Firenze opere di Coppo di Marcovaldo, Maestro della Sant´Agata, Maestro della Maddalena, Corso di Buono, Grifo di Tancredi, Maestro di Varlungo, Arnolfo di Cambio, Cimabue e Giotto. I maestri del tempo di Dante, quelli che magari con i loro capolavori ornavano gli altari di chiese e pievi della campagna toscana. E´ il racconto dell´arte italiana al tempo di Dante Alighieri attraverso una grande mostra, «L´arte a Firenze nell´età di Dante 1250-1300» che apre oggi e proseguirà fino al 29 agosto alla galleria dell´Accademia: l´ha organizzata la Soprintendenza al polo museale di Firenze, Angelo Tartuferi e Mario Scalini sono i curatori.
1250-1300: le due date segnano gli estremi di un cinquantennio epocale per la cultura italiana. Dante inventava la lingua letteraria degli italiani, mentre Giotto di Bondone gettava le basi di una nuovissima lingua figurativa, fondata sulla scoperta del vero naturalistico e psicologico, nella certezza dello spazio misurabile. L´esposizione mette in luce la continuità, l´omogeneità stilistica, la capacità di assimilare e rileggere pulsioni culturali artistiche da Inghilterra, Francia, Bisanzio preparando così il terreno per la grande arte trecentesca, una coerenza quasi progettuale e soprattutto la grande modernità di una «scuola pittorica» pienamente affermata sul territorio alcuni decenni prima della comparsa del genio di Giotto, e che sulla sua opera ebbe fortissimi influssi.
64 le opere esposte. Il genio innovatore di Arnolfo di Cambio nella scultura e nell´architettura sarà testimoniato dall´Annunciazione che lascia per la prima volta il Victoria & Albert Museum di Londra, da parti inedite dell´antico complesso di Santa Maria del Fiore e di Santa Croce, identificate nei fondi della neoacquisita raccolta Bardini. Il Dossale di Parigi del Maestro della Maddalena, il trittico del Metropolitan Museum di New York dello stesso artista, il trittico di Grifo di Tancredi conservato nei Musei di Berlino, tornano anch´essi per la prima volta a Firenze, così come sarà possibile scoprire personalità sinora non abbastanza evidenziate, come il Maestro della formella di Costa San Giorgio o l´autore della Maestà del Carmine, degne di stare al pari dei più grandi contemporanei, come Cimabue e Giotto. Tra i capolavori di fattura straniera sono esposti un crocifisso di produzione inglese dalla rara iconografia cristiana conservato in Santa Maria Novella, una spada vichinga arrivata in Toscana per tragitti complessi da Costantinopoli, la «Croce santa» donata da Luigi IX di Francia ai frati francescani di Castiglion Fiorentino.

La mostra sarà aperta dal martedì alla domenica con orario 8.15-18.50, chiusa il lunedì, il catalogo è pubblicato da Giunti. Info e prenotazioni 055. 2654321.

tre brevi dal web

ricevute da P. Cancellieri

Adnkronos Salute Lunedì 31 Maggio 2004, 18:56
Psichiatria: 'Cinema-Terapia', In Un Libro Esperienze e Analisi


Roma, 31 mag. (Adnkronos Salute) - Il cinema per 'curare' le persone che soffrono di un disturbo mentale, portandole a guardare dentro se stesse, a confrontarsi con emozioni e affetti spesso inconfessati. E' la 'sfida' lanciata negli ultimi trent'anni da un'area della psichiatria che ha aperto le porte alle esperienze artistiche, impiegate nel processo di cura, al di la' dei trattamenti tradizionali come psicofarmaci e psicoterapie. A proporre esperienze e analisi sull'argomento Luciana De Franco e Mariella Cortese nel libro 'Ciak, si vive. Grande schermo e piccoli gruppi', appena pubblicato dalle edizioni Magi nella collana 'Immagini dall'inconscio'. Nel testo le esperte illustrano il Progetto Immagine, avviato a partire dal 1995 da Luciana De Franco, analista didatta Aipa (Associazione Italiana di Psicologia Analitica) all'interno del Centro di salute mentale Cassia 5 (Asl Rm/E). Come spiega nel libro la psicologa Mariella Cortese che collabora da anni al Progetto, ''la relazione a livelli profondi con l'immagine artistica, partecipata e animata dalla presenza del gruppo, permette di cominciare, timidamente e discretamente, a risvegliare il mondo emozionale dei pazienti''. Ciak si vive prende in esame, grazie anche agli interventi di psicologi, psicoanalisti, registi, critici cinematografici, giornalisti e docenti, il percorso della mente che si confronta con le immagini cinematografiche. E spiega come vedere un film e discutere insieme ad altre persone aiuta ad attivare le parti sane di chi soffre di un disturbo psichico, favorendo l'uscita dall'isolamento dei pazienti psichiatrici. Si disegna cosi' un percorso nuovo rispetto a quello seguito tradizionalmente nelle psicoterapie di gruppo: il 'grande schermo', secondo le autrici, diventa dispensatore di emozioni e sentimenti, strumento di conoscenza e di incontro con gli altri e si mette a servizio della relazione terapeutica. (Com-Ram/Adnkronos Salute)

SaluteEuropa.it 31/05/2004
Emergenza depressione: appello di STRADE al Ministro della Salute


"La mancanza di ipotesi di intervento per affrontare il problema della depressione è una grave lacuna del nuovo Piano Sanitario Nazionale, una lacuna che è necessario colmare e sulla quale l'Associazione Strade ha preparato una proposta concreta e un piano triennale dettagliato" . Questo il messaggio preciso lanciato da Antonio Picano, Presidente di Strade (la Onlus sullo Studio e il Trattamento della Depressione), un messaggio che si trasforma in una vera e propria richiesta rivolta direttamente al Ministro della Salute, Girolamo Sirchia: "chiediamo una posizione politica precisa sul problema della depressione - continua Picano - con l'istituzione di una Commissione Ministeriale ad hoc e la valutazione e definizione di un programma di intervento. A questo scopo, Strade mette a disposizione la propria competenza ed i propri mezzi".
La proposta è stata presentata nei giorni scorsi a Roma dal dott. Antonio Picano nel corso di un incontro dedicato al tema della depressione, durante il quale il sen. Francesco Cossiga ha tenuto una Lezione Magistrale sul tema "Emergenza depressione: il ruolo del medico di famiglia".
Proprio ai medici di famiglia è dedicato un progetto specifico del "Piano strategico 2005-2007 sulla depressione" messo a punto dall'Associazione Strade: "si tratta di argomento importantissimo - ha precisato Picano - in quanto spesso i medici di famiglia vengono lasciati da soli ad affrontare il problema. Diventa fondamentale, dunque, la creazione di un sistema efficiente di consulenza da parte del servizio pubblico e di gestione condivisa del paziente".
Quello del servizio pubblico è un altro passaggio importante che accende il campanello di allarme di Strade: il problema della depressione, infatti, viene trattato marginalmente dalla psichiatria pubblica, che focalizza la sua attenzione e le sue risorse principalmente sui pazienti psicotici gravi. A tutto ciò si aggiunge l'esistenza di una grave ingiustizia sociale: le risorse destinate al trattamento della depressione nei servizi pubblici sono assolutamente marginali e non offrono alcuna garanzia ai 5 milioni di pazienti depressi che si vedono costretti a rivolgersi all'assistenza psichiatrica privata, a patto che possano permetterselo economicamente.
Il piano strategico di Strade affronta il problema della depressione nella sua complessità, proponendo una riflessione sull'importanza e la necessità dei centri di eccellenza, dell'approccio integrato, dei costi e delle risorse come forma di investimento sul futuro del paese, e presentando piani di intervento specifici per ogni forma di depressione: perinatale, giovanile, del mondo dello sport, del lavoro, delle carceri, dell'immigrazione, sottolineandone anche la correlazione con la malattia coronarica che provoca attualmente in Italia 60 mila morti ogni anno.
Rilevanti le esperienze internazionali: Strade ha attivato diverse collaborazioni con alcune organizzazioni di eccellenza operanti nei Paesi occidentali, in modo particolare negli USA, in Australia, in Belgio. Non ultimo un esplicito invito alle Regioni ad attivare singole commissioni specifiche che si occupino del problema della depressione, in linea con gli accordi sulla devolution.

SaluteEuropa.it 31/05/2004
Società Italiana Di Neuropsicofarmacologia: XIV Congresso Nazionale


Si aprirà domani al Palazzo dei Congressi di Bologna Il XIV Congresso Nazionale della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia (SINFP). Duemila medici psichiatri italiani, fino al 4 giugno, si confronteranno sulle frontiere della ricerca genetica, farmacologica, psicoterapeutica per contrastare le malattie mentali, purtroppo in aumento.
Presenti tutti i grandi nomi della medicina psichiatrica, il congresso sarà l'occasione per una messa a punto dello stato di salute psichica e mentale degli italiani. E contemporaneamente sarà una vetrina scientifica degli studi più recenti sul cervello - molti dei quali a firma italiana - della evoluzione delle tecniche adottate per l'impiego dei nuovi mezzi diagnostici (specie la diagnostica per immagini, RMN e PET), delle nuove risorse terapeutiche e farmacologiche.
In primo piano tra i temi del congresso:
•La paura del terrorismo: una nuova psicosi che prima non c'era
•La depressione è donna, specie in gravidanza
•Già a 13/14 anni si fanno i conti con anoressia e bulimia
•Quel piccolo "pestifero" in realtà è malato
•Schizofrenia: solo uno su tre può uscirne. Tra 250 e 650 mila gli schizofrenici in Italia
•Aumentano i disturbi psichici indotti da cause ambientali: dalla minaccia della violenza urbana all'inquinamento, alle droghe da competitività o da sballo, si osservano disturbi e patologie che sono veri e propri campanelli d'allarme sullo stato di salute psichica della popolazione italiana.

Cina

ricevuto da P. Cancellieri

Il Mattino 1 giugno 2004
Dall’Archeologico al Museo di Pechino
L’impero romano a piazza Tien An Men
Carlo Avvisati


La grandeur di Roma imperiale testimoniata in Cina attraverso cento settanta reperti archeologici provenienti in ampia maggioranza dagli scavi di Pompei ed Ercolano.
I pezzi, una selezione tra quelli più belli e significativi conservati nei depositi della Soprintendenza Archeologica di Napoli, dal 9 giugno andranno a far bella mostra nelle sale del Muso Nazionale Archeologico di Pechino, in piazza Tien An Men.
L’esposizione, titolata «Antica Civiltà» resterà vistabile sino al 1° novembre di quest’anno per poi spostarsi nelle sale del Museo Henan, a Zhenghzou, dal primo dicembre al 31 marzo. Quindi, dal 20 aprile al 20 luglio del 2005 sarà allo «Shanxi History Museu» di Xian.
La rassegna, che per la prima volta in assoluto vedrà reperti antichi italiani esposti al Museo Nazionale di Pechino - è l’equivalente dell’Archeologico di Napoli, per importanza e fama - è stata allestita nell’ambito degli scambi culturali attivati dalle diplomazie delle due nazioni.
L’esposizione, che sarà in futuro ricambiata a Napoli e con reperti dei periodi cinesi più interessanti, si sarebbe dovuta tenere già tempo addietro, però i contatti, a causa dell’epidemia di Sars, furono interrotti in attesa di tempi migliori.
«La mostra - spiega Maria Rosaria Borriello, direttore del Museo Archeologico di Napoli - dovrà dare l’idea concreta di come si sia sviluppata la civiltà romana a partire dal periodo arcaico della città sino alla potenza di Roma imperiale».
Per questo motivo, alcuni dei reperti arriveranno direttamente dai depositi dei musei romani e dalle Soprintendenze capitoline.
In particolare si tratta di vasi corinzi, trovati in corredi tombali risalenti all’era arcaica, e diversi plastici (visibili, in genere, al Museo della Civiltà romana) che ripropongono le ricostruzioni del Tempio dedicato a Giove Capitolino o gli edifici termali.
Le costruzioni, curate sin nei minimi particolari, dovranno illustrare lo sviluppo delle architetture e le funzioni pubbliche e religiose a cui erano destinati i diversi edifici. Sette saranno le sezioni in cui si articolerà l’esposizione per la quale è prevista la stampa di un catalogo bilingue: inglese e cinese. I diversi settori illustreranno, rispettivamente, «Le origini», con un’anfora attica, a figure nere, che mostra la scena della fuga da Troia di Enea con il padre Anchise e il figlio Ascanio. Quindi, i plastici per l’età arcaica. Poi, l’ampliamento del potere su tutto il Mediterraneo con, tra gli altri, un busto in marmo di Pirro.
A seguire, «L’impero romano e il segno del potere» attraverso i reperti pompeiano - ercolanesi: i busti di Tiberio, Claudio, Galba, il ”rilievo di Telefo”, da Ercolano, i sesterzi d’oro con i volti di Nerone e Poppea, Tito e Domiziano. Ancora, per la «Vita pubblica», serviranno gli affreschi che mostrano il Foro, pitture di maschere e templi, statue di attori e attrici, elmi da combattimento di gladiatori e servizi da bagno con strigili, aryballos e coppette.
«Insomma - riprende l’archeologa - mostreremo tutto quanto possa essere utile a dare a un popolo così lontano geograficamente e culturalmente l’esatta dimensione di quel grande fenomeno storico, culturale, civile e sociale che fu Roma».
Numerosi saranno anche gli oggetti d’oro: collane, bracciali, orecchini, che testimonieranno il livello nella lavorazione del metallo da parte degli orafi campani.

fallimento del trattamento farmaceutico delle depressioni

Yahoo! Notizie Martedì 1 Giugno 2004, 17:09
Quasi la metà delle terapie anti-depressione fallisce
Di Italiasalute.it


Molte persone sottoposte a terapie standard contro la depressione ancora soffre dal disturbo fino a due anni dopo il trattamento.
A scoprirlo è un nuovo studio, condotto in 46 centri sanitari negli Stati Uniti, che ha coinvolto più di 1.200 pazienti cui era stata diagnosticata la depressione. Lo studio ha osservato che quasi metà di coloro che hanno ricevuto terapie minime ritenute appropriate contro la depressione non è migliorato.
I tipi di cura presi in considerazione in 542 casi sono stati quelli con durata superiore a sei mesi, con almeno quattro sessioni di terapia oppure due mesi o più di trattamenti con antidepressivi. Dopo due cicli di tale terapia 261 non sono riusciti a recuperare.
I risultati indicano che, malgrado la disponibilità di terapie che sono state efficace testate, rimane un gruppo di pazienti per i quali la depressione è molto difficile da curare. A sostenerlo è Catherine Sherbourne dell'organizzazione di ricerca RAND Corporation di Santa Monica, in California.
Secondo la Sherbourne, la cui ricerca è stata pubblicata su General Hospital Psychiatry, ciò di cui c'è bisogno è maggiore sforzo nel condurre la ricerca su questo gruppo di pazienti.
Secondo i ricercatori, non è l'insufficiente attenzione nel portare avanti le terapie a poter decretare il fallimento della metà dei tentativi di trattamento.
Si tratta, invece, di pazienti con una depressione persistente che non rispondono neanche alle terapie più aggressive.
In tali casi, il paziente, e il medico che li cura, sembrano essere alla ricerca di soluzioni diverse rispetto a quelle convenzionali, e secondo gli autori dello studio, potrebbero avere bisogno di una combinazione di farmaci e di terapie, di continue valutazioni della risposta del paziente da parte del medico o, meglio, dello specialista.
I ricercatori hanno potuto osservare che ci sono tre caratteristiche ricorrenti nei pazienti e che potrebbero avere un ruolo nel fallimento della terapia: tendenza al suicidio, disoccupazione e mancata aderenza dei pazienti alla cura prescritta.
La presenza di pensieri tendenti al suicidio denotano una forma di depressione più grave e lo stato di disoccupazione potrebbe essere un segnale di difficoltà nell'affrontare la vita quotidiana. Infine, interrompere la cura prima del dovuto, notano i ricercatori, può dare luogo ad effetti secondari deleteri sul decorso dello stato depressivo.
Tutti questi fattori possono rendere la depressione difficile da trattare.
Secondo i ricercatori autori dello studio, i medici dovrebbero tenere bene d'occhio la vasta gamma di fattori relativi alla salute fisica, mentale e allo stress della vita quotidiana che possono compromettere l'efficacia la terapia antidepressiva.

lunedì 31 maggio 2004

contestazione del linguaggio razionale nel mondo vittoriano
Alice, di Lewis Carroll

La Stampa 31.5.04 - 31 Maggio 2004
IL CAPOLAVORO DI LEWIS CARROLL
In viaggio con Alice nel paese del nonsense

Esperto di matematica e di scienze occulte, lo scrittore racconta una favola per mettere in discussione il linguaggio
di Claudio Gorlier


UN viaggio nel nonsense, è stato definito Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll, apparso nel 1855. Nonsense è una parola intraducibile, a indicare il controsenso, l’assurdità, l’illogico. Nella letteratura inglese costituisce un vero e proprio genere, un filone soprattutto in versi, di cui è autore proverbiale e celebrato Edward Lear. Con Alice, Carroll seppe portarlo ai vertici, creando un libro assolutamente unico, una riuscita e un modello senza pari.
Carroll era lo pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson, un signore timido, afflitto da balbuzie, modesto diacono e professore a Oxford, amico del poeta Alfred Tennyson. Aspetto non trascurabile della sua personalità, Carroll eccelleva nella matematica, ma si interessava pure alle scienze occulte. Ci racconta egli stesso che, nel 1832, raccontò a una fanciullina, figlia di amici, «una storia fantastica» da lui scritta. La ragazzina ne fu entusiasta, e lo incoraggiò a pubblicarla.
Ora, il passaggio tra la realtà quotidiana e il fantastico scatta, all’inizio, proprio mentre la protagonista «moriva di noia» sbirciando il libro che stava leggendo la sorella, senza «figure né dialoghi», e pensando che non serve a nulla un libro senza figure né dialoghi. Proprio allora sbuca un coniglio davvero singolare, visto che estrae un orologio dal taschino del panciotto. Il coniglio «bianco dagli occhi rosa» mormora «Ohimè! Ohimè! Farò tardi, troppo tardi!».
Su questo primo, sbalorditivo episodio, i critici si sono sbizzarriti: non stupitevi, Alice è stata sottoposta a una valanga di interpretazioni. Dunque: il coniglio simboleggerebbe l’urgenza del tempo per così dire industriale. In piena età vittoriana, non esiste più tempo libero: bisogna investirlo per lavorare, per produrre. Ma quello che conta riguarda l’iniziativa di Alice, che segue il coniglio nella sua tana, letteralmente sprofondando in un mondo altro, del tutto surreale, il paese delle meraviglie, del fantastico, ove l’incredibile si trasforma in concreta realtà. Intanto, ad Alice si allunga innaturalmente il collo, mentre la caduta non sembra mai avere fine, magari fino al centro del mondo, riflette Alice, diligente studentessa.
Il nonsense acquista la dimensione della favola, in una cultura come quella inglese, curiosamente scarsa di tradizione favolistica in senso stretto, anche se annovera, per fare un caso lampante, gli swiftiani Viaggi di Gulliver. Il libro si popola di animali parlanti, ciascuno con caratteristiche assai peculiari. Ad esempio il Topo, di considerevoli dimensioni, si rivela una sorta di professore, e impartisce agli altri una pedante lezione di storia inglese; il Gatto del Cheshire, regione nota per i suoi felini, ovviamente detestato dal Topo, si distingue per la sua capacità di fare ampi sorrisi. Ognuno dei numerosi animali possiede una definita, spesso imprevedibile, personalità.
Si afferra qui un altro degli aspetti fondamentali del nonsense di Carroll, vale a dire il perenne gioco sul linguaggio in prosa e in versi, messo continuamente in discussione, non meno del modo di ragionare. Ad esempio il Gatto spiega, che, al contrario di un cane, lui ringhia quando è contento e dimena la coda quando è arrabbiato. «Perciò», aggiunge, «io sono matto». Come si vede, Carroll introduce la categoria della follia per spezzare la concezione del mondo come razionalità. Il Cappellaio, una delle poche apparizioni di tipo umano che compaiono in Alice è, per definizione, Matto. E si trova perfettamente a suo agio con il Leprotto Marzolino e il Ghiro, tanto da prendere il tè con loro. Se rimanessero dei dubbi, è stato proprio il Gatto a scioglierli: «Siamo tutti matti qui. Io sono matto. Tu sei matta... Devi esserlo, altrimenti non saresti venuta qui».
La razionalità si esprime in un suo linguaggio, e allora Carroll scompagina il linguaggio, smonta i meccanismi verbali. In una simile prospettiva, acquista una particolare importanza la reversione, alimentata spesso dagli indovinelli. Ecco, ad esempio, il Cappellaio domandare ad Alice perché un corvo assomiglia a una scrivania. Lei pensa di saper rispondere, ma Cappellaio e Leprotto la mettono in guardia, chiarendo che non si dice necessariamente ciò che si intende dire, e viceversa. Altrimenti, dire «Vedo ciò che mangio» è la stessa cosa che dire «Mangio quello che vedo». Il gioco linguistico, lo stravolgimento del banale significato, non si arresta più.
Per chiudere il cerchio, si arriva alla suprema autorità, la Regina e il Re. La Regina è autoritaria e crudele: vorrebbe far tagliare la testa a tutti quelli che le stanno antipatici. Il Re, bonario e legalitario, si appella al verdetto. Qui l’ironia di Carroll tocca il vertice, poiché il suo rifiuto dell’autorità, oltre che il suo noto antifemminismo, che privilegia le adolescenti, opera l’ultimo colpo di scena. I due monarchi sono Regina di Cuori e Re di Cuori. «Un mazzo di carte!» esclama sollevata Alice. Il mazzo di carte vola via, e Alice si risveglia da quello che le è sembrato un sogno, come spiega alla sorella. Qui sopravviene l’interpretazione che ha preso corpo nel Novecento, quella freudiana. Ma si tratta di una semplificazione, e lo dicevo a proposito della fretta del Coniglio. Che Alice abbia viaggiato nel subconscio, si può lecitamente accettare, ma è riduttivo a fronte della complessità del libro. La favola, intanto, resiste in quanto tale. In secondo luogo, più di un critico ha giustamente sottolineato che Carroll, nel montare il suo nonsense, si attiene a una logica interna, una logica matematica, anticipando postulazioni novecentesche.
Ancora: che cosa intende Carroll quando, negli ultimi capoversi, scrive che la sorellina, a sua volta, ha imparato a sognare e sa che, se riaprisse gli occhi, si ritroverebbe nell’«opaca realtà di sempre»? Più di un commentatore ha affermato che Carroll, a somiglianza del radicale Thomas Carlyle, esprimeva la sua inquietudine di fronte alla crisi del rapporto tra individuo e società. La sua Alice che qualcuno esagerando ha paragonato alla Lolita di Nabokov, cerca di superare quella inquietudine. Ma il timido Carroll-Dodgson, morto nel 1898, non era un rivoluzionario, e riporta Alice nell’«opaca realtà». Salvo concederle una nuova fuga con Attraverso lo specchio, l’altro suo capolavoro, con almeno tre personaggi divenuti proverbiali, si tratta di Humpty Dumpty, mezzo umano e mezzo uovo simbolo dell’equilibrio instabile a livello esistenziale e espressivo e della coppia Tuidoldàm Tuidoldii, gli ometti che incarnano la fraterna contraddizione. Si può ancora sognare.

due articoli:
la cultura italiana a New YorK
e la "irriducibilità" del manifesto

due articoli ricevuti da P. Cancellieri

Gazzetta del Sud - lunedì 31 maggio 2004
La cultura italiana conquista New York
di Lester People


«La cultura italiana sta vivendo un momento affascinante negli Stati Uniti, non solo a New York, ma anche a Boston, a Filadelfia e in particolare a Miami», dove s'è già svolto un festival cinematografico con il film di Giuseppe Tornatore «Nuovo cinema Paradiso». Lo dice Claudio Angelini, volto della Rai, da sei mesi direttore dell'Istituto italiano di Cultura di New York. «Stiamo lavorando con grande passione – racconta Angelini – e quest'estate il nostro impegnò non potrà che aumentare. Per tutta la stagione, sarà aperta al Jewish Museum la mostra di Amedeo Modigliani. Terremo manifestazioni di contorno, con la rappresentazione teatrale alla Fondazione Primo Levi intitolata "Lettere a Modì", una performance in cui attori leggeranno lettere scritte a Modigliani ad altri personaggi». Spazio anche ai libri su Modigliani, con il giornalista e scrittore Corrado Augias, autore de «L'ultimo romantico», una biografia del grande pittore livornese. A giugno, sarà la volta di Cristina Mondadori e del suo «Le mie famiglie», saga di una delle più importanti dinastie del mondo della letteratura italiana. «Tra i nostri ospiti – aggiunge Angelini – anche Federico Rampini, corrispondente della "Repubblica" da San Francisco, che presenterà "La paura dell'America", scorrevolissimo e affascinante saggio sugli Stati Uniti del dopo l'11 settembre. Sarà un'anticipazione della settimana della lingua italiana che si svolgerà a ottobre e che in buona parte sarà dedicata alla letteratura, e in particolare a Mario Luzi». Con il grande poeta fiorentino, sono stati invitati a New York Magrelli, la LaMarque, Zeichen, Weiss e Calabrò ed alcuni poeti italiani che vivono in America come Ballerini e Tusiani. Tornando alle attività di quest'estate, ai primi di luglio scatterà la settimana della televisione italiana, con adesioni di due noti solisti tv come Bruno Vespa e Maurizio Costanzo e di Giovanni Floris, conduttore di una delle più importanti trasmissioni di Raitre. «Ci saranno, inoltre – prosegue Angelini – Fabrizio Del Noce, direttore di Raiuno, Mauro Mazza, direttore del Tg2, Massimo Magliaro, direttore di Rai International, Giovanni Minoli, direttore di Rai Educational, Roberto di Russo direttore di Rai Trade, Roberto Morrione, direttore di Rai News 24, e Gianfranco Comanducci, direttore delle Risorse umane della Rai. Siamo anche in contatto con Rupert Murdoch, che rappresenta il polo di Sky News. Ci sarà, infine, come controparte, Paolo Occhipinti, direttore di "Oggi", una delle riviste che ha dedicato maggiore spazio alla tv in questi ultimi anni». Ai primi di settembre ci sarà la presentazione di un evento molto importante per la cultura italiana. «Firmeremo il contratto con la casa editrice Random House per la versione in inglese de "I promessi sposi" di Alessandro Manzoni – dice Angelini –. Il compito di tradurre questa opera colossale, un po' trascurata negli Usa, toccherà a Michael Moore, un intellettuale di New York che ha già tradotto Ceronetti e De Luca. La scoperta del Manzoni in America potrebbe aprire le porte a tanti altri nostri classici e contemporanei. Per questo, siamo in contatto con altri editori che si stanno impegnando per fare conoscere meglio la nostra narrativa». Per il direttore dell'Istituto, promuovere nei suoi primi sei mesi, la cultura italiana a New York è stata un'attività affascinante, anche se faticosa. «Abbiamo puntato soprattutto sull'arte, sul cinema e sulla musica – afferma Angelini –. Con il Guggenheim Museum abbiamo organizzato una mostra di disegni di Federico Fellini e una retrospettiva dei suoi film. Con lo stesso museo, abbiamo proposto al pubblico americano quel genio del futurismo che fu Boccioni. Abbiamo aperto ad Umbria Jazz, che ci ha portato, grazie anche alla presenza di Renzo Arbore, un pubblico nuovo e giovane. Siamo stati i padrini di "The Dreamers", l'ultimo film di Bernardo Bertolucci, di cui abbiamo riproposto l'intera opera, così come per Gassman, la Archibugi e Bellocchio». Angelini sottolinea il ruolo dell'Istituto all'interno delle attività culturali della Grande Mela. «Abbiamo lavorato duramente per costruire un legame solido con i centri culturali istituzionali di New York – conclude – come il Guggenheim Museum, il Metropolitan Museum, il Lincoln Center, il Jewish Museum, la Columbia e la New York University, attraverso i quali siamo riusciti a dare maggior respiro e rilievo alla grande varietà dell'offerta culturale proveniente dal nostro Paese».

il manifesto - 30 maggio 2004
La morale del controllo sociale

Presentato a Milano il volume di Michel Foucalut «Il potere psichiatrico»
Al Paolo Pini Le politiche «amorali» di repressione del disagio psichico e sociale a trentanni dal seminario del filosofo francese
di GIANNI ROSSI BARILLI


Il Paolo Pini, ex manicomio di Milano, è un posto giusto per parlare di buone e cattive pratiche della psichiatria contemporanea. Lo spunto, venerdì pomeriggio, l'ha fornito la pubblicazione del volume Il potere psichiatrico, traduzione in italiano del corso su questo argomento tenuto da Michel Foucault al Collège de France nell'anno 1973-74 (Feltrinelli pp.408, € 40). Su invito del laboratorio di sociologia dell'azione pubblica «Sui generis» (università di Milano-Bicocca), si sono ritrovati a discutere studiosi, psichiatri ed esponenti di associazioni appartenenti al «Forum per la salute mentale». La riflessione di Foucault nelle lezioni ora tradotte, ha osservato Giovanna Procacci, docente all'università di Milano, si presta bene a stimolare un'analisi «in concreto» perché è incentrata sull'aspetto pratico-politico della critica della psichiatria tradizionale. Il tema qui non è tanto la follia come concetto quanto il rapporto tra i medici e i loro pazienti, il dispositivo di potere che crea e plasma i modelli teorici nel vivo dei corpi dei folli allo scopo di ricondurli alla norma. È qui che nasce il trattamento morale per ricondurre le passioni nei loro «giusti limiti». Ed è qui che si qualifica come uno scontro, che dati i metodi di coercizione utilizzati dagli psichiatri ricorda da vicino la guerra, e per inciso anche quella ultramoderna.
Foucault ha contribuito come pochi altri a smascherare la truffa politica incorporata nel binomio follia/norma e a rendere «ovvia» la condanna morale della psichiatria basata sull'uso della forza fisica e ideologica. Ma gli psichiatri di cui parlava lui, come ha puntualizzato la coordinatrice del dibattito Ota De Leonardis, fornivano almeno delle (per quanto ridicole) giustificazioni scientifiche di quel che facevano. Oggi le pratiche coercitive ancora utilizzate nelle strutture psichiatriche (e anche ben oltre) «non hanno alcuna pretesa di giustificazione scientifica, tanto meno terapeutica: sono, semplicemente, una reazione punitiva a un disturbo dell'ordine costituito». Dal trattamento morale insomma siamo passati a quello «amorale» che «nemmeno pretende giustificazioni, discorsi di verità, legami tra il vero e il giusto, per quanto discutibili, per quanto disciplinari e disciplinanti. Si giustifica solo per stato di necessità e si realizza semplicemente come prova di forza». Una rozzezza di intenti del tutto in linea con lo spirito dei tempi.
La beata falsa coscienza di una volta, comunque, non è del tutto scomparsa. Alcune recenti proposte legislative della destra al governo, citate come esempi dallo psichiatra Luigi Benevelli, usano un linguaggio arcaico e rispondono «a una domanda di terapia morale che è ancora forte nella società». Basti pensare alla legge sulle tossicodipendenze (che tratta per l'appunto «la droga» come un pericolo morale minacciando trattamenti coatti in comunità per tutti i consumatori di qualunque sostanza illegale) o, per passare all'ambito più strettamente psichiatrico, a proposte che in nome della «cura» escogitano tutta una serie di percorsi obbligatori e giustificano forme di controllo forzoso. Magari con l'aiuto della tecnologia, come nel caso di un proposto monitoraggio elettronico in tempo reale dei «pazienti rischio». Il potere psichiatrico, nei progetti della destra, è restaurato in tutto il suo antico splendore. Secondo una proposta della Lega Nord (2001), ci sono persone che necessitano di un trattamento sanitario obbligatorio costante. Anche fuori dall'ospedale, mediante un affidamento a terzi a discrezione dei medici e subordinato all'osservanza delle terapie prescritte. Un progetto di «riforma» della legge 180 firmato da Maria Burani Procaccini (Fi) nello stesso anno descrive percorsi terapeutici con lavoro o perfino fitness obbligatori. E il Burani-Procaccini-bis, dell'anno successivo, ipotizza un circolo virtuoso in cui l'eventuale salario corrisposto ai pazienti-lavoratori vada a coprire le spese delle strutture psico-alberghiere che li ospitano.
La moralità dell'uso della forza, anche in questo caso, è però una foglia di fico molto trasparente di processi di espansione «amorale» della filosofia del controllo sociale basata sul concetto di «sicurezza». Qui, appunto, bando alle chiacchiere: si tratta, ha spiegato il criminologo Adolfo Ceretti, di individuare il potenziale rischio e di scatenare la lotta contro i gruppi di popolazione che lo rappresentano. Va da sé che in queste circostanze perennemente eccezionali ogni deroga è valida, icentri di permanenza temporanea per gli immigrati sono un esempio abbastanza chiaro in proposito. Il discorso si allarga al circuito penale, che ha peraltro parecchi punti di contatto con quello psichiatrico perché il carcere e l'ospedale non sono esperienze incompatibili nella realtà. In entrambi i casi si è assistito negli ultimi decenni a un aumento del numero delle persone da controllare, leggibile nel modo più semplice, in Italia, con la costante tendenza alla crescita della popolazione carceraria (il ministro Castelli, per mantenere il trend , ha annunciato la costruzione di 24 nuove carceri). La domanda di terapia o punizione va al rialzo secondo la strategia di eliminazione del rischio, in cui le persone diventano oggetti da neutralizzare. Questo potrebbe far rimpiangere le relazioni di potere ancora «tra esseri umani» dei manicomi narrati da Foucault.

culture tolemaiche:
i farmaci antidepressivi e la fecondazione

Yahoo! Notizie Lunedì 31 Maggio 2004, 10:02
Cicli di fecondazione in donne che assumono e non assumono farmaci antidepressivi
Di FecondazioneOnline.net (Chiara Poggi)


(Xagena) - La depressione affligge le donne con un’incidenza quasi doppia rispetto agli uomini, e gli antidepressivi vengono prescritti frequentemente a donne in età fertile.
Benché molte donne interrompano il trattamento antidepressivo al momento di intraprenderne uno per la cura della sterilità, molte altre continuano ad assumere antidepressivi per mantenere un equilibrio emotivo.
Alcuni medici di Chicago hanno condotto uno studio su questo argomento, con lo scopo di determinare se vi siano differenze significative negli esiti della fecondazione in vitro (IVF) tra le donne che assumono antidepressivi durante i cicli di IVF, rispetto a quelle che non ne fanno uso.
Lo studio abbraccia un periodo che va dal 1999 al 2002 inclusi, e mette a confronto in modo retrospettivo due gruppi di donne sovrapponibili per caratteristiche cliniche ed età, per un totale di 698 cicli di IVF.
Il primo gruppo (i casi) comprende 25 donne , che assumono come terapia antidepressiva un inibitore del reuptake della serotonina (SSRI), paragonabili per età, tipo di diagnosi, presenza di fattore maschile di sterilità e storia riproduttiva, con altre 50 donne che non fanno uso di antidepressivi, appartenenti quindi al secondo gruppo (i controlli).
I dati sono stati raccolti per ogni donna a partire dal primo ciclo di IVF.
Gli esiti dei cicli di IVF sono poi stati paragonati tra i due gruppi in base a diverse variabili: il picco dell’estradiolo, il numero degli ovociti prelevati, il numero di quelli fecondati, la percentuale degli zigoti sviluppatisi da uno stadio embrionale di 8 cellule il terzo giorno a quello di blastocisti il quinto giorno, il numero di embrioni trasferiti, il giorno del trasferimento (3° o 5°), il tipo di embrioni trasferiti (< 8 cellule, 8 cellule, blastocisti), il valore sierico di beta-HCG l’11° e il 13° giorno, il numero di embrioni congelati e gli esiti in termini di gravidanza.
L’età media è risultata sovrapponibile tra i due gruppi: 36.8 nel gruppo “casi”, 35.7 nel gruppo “controlli”. Tra le donne del primo gruppo, il 52% assumeva Sertralina, il 40% Fluoxetina e il restante 8 % il Citalopram.
In merito alla diagnosi di sterilità, il 26% delle donne aveva ricevuto diagnosi di disfunzione ovulatoria, per il 36% non era stato possibile individuare una causa, il 10% presentava un fattore tubarico di sterilità, al 16% era stata diagnosticata un’endometriosi, al 4% una sindrome dell’ovaio policistico e all’8% altre cause.
Le storie riproduttive individuali sono risultate simili in entrambi i gruppi: il 52% delle donne del primo gruppo ed il 70% di quelle del secondo erano nullipare; l’80% e l’88% rispettivamente, non avevano in precedenza raggiunto un’epoca vitale per il feto.
La concentrazione di spermatozoi e la loro motilità nell’eiaculato del partner non presentavano differenze significative tra i due gruppi.
I risultati registrati in base alle variabili stabilite in precedenza sono stati i seguenti: nessuna differenza significativa nei picchi di estradiolo, né nel numero di ovociti prelevati e fecondati il 1° giorno del ciclo.
Non si sono riscontrate differenze neppure nella percentuale degli zigoti che hanno raggiunto lo stadio di 8 cellule il 3° giorno e quello di blastocisti il 5° giorno, nel giorno del trasferimento dell’embrione, né nei livelli di beta-HCG l’11° e il 13° giorno: entrambi i gruppi di donne, infatti, hanno ricevuto in media 2,6 trasferimenti embrionali, mentre sono stati congelati mediamente 2,8 embrioni.
Infine, in merito ai tassi di gravidanza: nel 56% delle donne in terapia antidepressiva il ciclo di IVF non è esitato in una gravidanza; il 28% delle donne ha presentato una gravidanza con feto singolo, il 12% gemellare e il 4% un aborto spontaneo.
Nel gruppo dei controlli, il 37% delle donne non ha ottenuto una gravidanza, il 41% invece ha presentato una gravidanza con feto singolo, il 10% gemellare, mentre si è registrato un 12% di aborti.
Tali differenze nei tassi di gravidanza, benché non statisticamente significative (p<0.34), potrebbero essere di interesse clinico.
In conclusione, questi dati preliminari suggeriscono, secondo gli Autori, che non esistono differenze statisticamente significative nei cicli di IVF tra donne sottoposte a terapia antidepressiva e donne che non ne fanno uso, benché un minor numero di pazienti che assume questi farmaci riesca ad ottenere una gravidanza. (Xagena 2004)