Corriere della Sera 24.6.04
«Giovani e sballo, medicine usate come droga»
Cresce l' abuso di psicofarmaci, oltre 100 morti in incidenti. Campagna contro gli stupefacenti ispirata al film di Tarantino
di Paolo Foschini
MILANO - Siamo lì ormai da anni e la tendenza è confermata sempre più: i più giovani lo fanno soprattutto alla ricerca dello sballo, gli adulti perché stressati dall’ansia di prestazione, efficienza, produttività, successo, insomma il mercato di ecstasy non sembra conosce crisi e quello di cocaina tira più che mai anche sui luoghi di lavoro.
La novità che si profila come sempre più allarmante invece è un’altra: ed è il consumo in crescita costante, specie fra i giovani ma non solo, di tutte quelle cose come sonniferi, antidepressivi, stimolanti, amfetaminici o al contrario tranquillanti, insomma tutto il repertorio di pastiglie che il parlar comune non definisce propriamente «droghe» ma che in caso di abuso possono diventare un pericolo assai simile.
Pericolo di cui - e questo è il punto - spesso manca un’esatta percezione. Sono queste alcune tra le conclusioni della ricerca annuale presentata ieri dal Comune a sostegno dalla sua campagna 2004 antidroga: che culminerà sabato, giornata mondiale della lotta agli stupefacenti, con una festa gratuita alla discoteca «Shocking» accompagnata da un manifesto destinato a tappezzare Milano e ispirato al Quentin Tarantino più recente. Anziché «Kill Bill» la scritta recita «Kill Drug», seguono droghe cancellate con un tratto di penna come nella locandina del film.
«Questa campagna rivolta ai ragazzi - spiega l’assessore ai Servizi sociali, Tiziana Maiolo - non vuole essere né paternalistica né terroristica. Vogliamo fare solo informazione, e quindi prevenzione, andando a cercare i giovani là dove sono». Cioè in discoteca, ma anche in una serie di iniziative e incontri organizzati in città al fino al 27 giugno, e naturalmente su Internet: dove il primo luglio sarà inaugurato il portale www.progettodipendenze.it, nato da una collaborazione fra il Comune e i privati, con un elenco di tutte le strutture accreditate per la disintossicazione e un forum per contattare esperti.
L’indagine di quest’anno, su un campione di duemila ragazzi tra 18 e 24 anni, mostra appunto che se i ragazzi conoscono i rischi della cocaina non si può dire altrettanto per gli psicofarmaci in genere: 28 su cento li hanno usati almeno una volta, e oltre la metà di questi 28 li riprova. Complesso il problema della mortalità. L’anno scorso i morti da overdose in senso stretto, a Milano, sono stati 18: ma gli incidenti mortali provocati da abuso di stupefacenti sono stati 126, e ad essi si potrebbero anche aggiungere i 122 suicidi compiuti con sonniferi e affini.
Il problema, conclude l’assessore Maiolo, è la percezione sempre più «normale» dell’uso delle sostanze: sempre più diffuse anche nei luoghi di lavoro. Ed è per raggiungere questo «target», fatto di manager e gente di spettacolo ma anche di funzionari di banca, impiegati e così via, che il Comune ha programmato per il prossimo settembre una serie di incontri e seminari direttamente negli uffici: diverse banche sono già state contattate e hanno risposto di sì.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
domenica 27 giugno 2004
lo stile americano
è ufficiale: l'uso della bomba su Hiroshima e Nagasaki non era necessario
nel centenario della nascita di Julius Oppenheimer
LA STAMPA TST 23 Giugno 2004
Hiroshima e Nagasaki
Di chi fu la vera colpa
I FISICI CHE CONSIGLIARONO IL RICORSO ALL’ATOMICA
ERANO TENUTI ALL’OSCURO DELLE ALTRE POSSIBILITA’
di Stefania Maurizi
OCCHI azzurri, sorriso nervoso, personalità complessa ed enigmatica. Nasceva cento anni fa, Robert Oppenheimer, il grande fisico americano che diresse la costruzione della prima bomba atomica. Costruita dagli angloamericani nel terrore che la potesse ottenere prima un dittatore contro il quale ogni avversario poté sentirsi tranquillamente dalla parte della ragione, la bomba tuttavia non fu usata contro Hitler.
Era la sera del 6 agosto 1945 quando la BBC annunciò che una bomba atomica era stata sganciata su una «base militare giapponese». La «base» in realtà era Hiroshima, una città in cui vivevano 290.000 civili e 43.000 soldati. Tre giorni dopo, anche la città Nagasaki fu distrutta da una bomba atomica, che utlizzava plutonio anziché uranio arricchito come quella di Hiroshima. Le due bombe complessivamente uccisero 300 mila persone e, quanto ai sopravvissuti, Oppenheimer arrivò a chiedersi se non fossero stati addirittura più disgraziati dei morti.
Si è detto che la decisione del presidente americano Truman di usare ordigni nucleari contro le popolazioni civili delle due città giapponesi fosse l'unico modo per chiudere con il minor numero di vittime possibile una guerra che altrimenti avrebbe richiesto una sanguinosa invasione del Giappone ma grazie alla desecretazione di documenti cruciali rilasciati nel corso degli ultimi cinquant'anni è emerso che l'uso della bomba non era necessario per chiudere la guerra in breve tempo e senza l'invasione: esistevano alternative, Truman e i suoi più stretti consiglieri le conoscevano.
Non le conoscevano, invece, i quattro scienziati chiamati a consigliare il governo americano sull'uso dell'atomica, cioè Oppenheimer, Fermi, Compton e Lawrence. «Non sapevamo assolutamente nulla della situazione militare in Giappone. Non sapevamo se fosse possibile convincerli ad arrendersi usando altri mezzi, oppure se l'invasione fosse un passo obbligato».
«Avevamo in testa l'idea che l'invasione fosse inevitabile, perché così ci era stato detto», avrebbe affermato in seguito Oppenheimer. Con il "cuore pesante" e con quel mucchio di dati, Oppenheimer e gli altri consigliarono l'uso delle due bombe che distrussero Hiroshima e Nagasaki.
LA STAMPA TST 23 Giugno 2004
Hiroshima e Nagasaki
Di chi fu la vera colpa
I FISICI CHE CONSIGLIARONO IL RICORSO ALL’ATOMICA
ERANO TENUTI ALL’OSCURO DELLE ALTRE POSSIBILITA’
di Stefania Maurizi
OCCHI azzurri, sorriso nervoso, personalità complessa ed enigmatica. Nasceva cento anni fa, Robert Oppenheimer, il grande fisico americano che diresse la costruzione della prima bomba atomica. Costruita dagli angloamericani nel terrore che la potesse ottenere prima un dittatore contro il quale ogni avversario poté sentirsi tranquillamente dalla parte della ragione, la bomba tuttavia non fu usata contro Hitler.
Era la sera del 6 agosto 1945 quando la BBC annunciò che una bomba atomica era stata sganciata su una «base militare giapponese». La «base» in realtà era Hiroshima, una città in cui vivevano 290.000 civili e 43.000 soldati. Tre giorni dopo, anche la città Nagasaki fu distrutta da una bomba atomica, che utlizzava plutonio anziché uranio arricchito come quella di Hiroshima. Le due bombe complessivamente uccisero 300 mila persone e, quanto ai sopravvissuti, Oppenheimer arrivò a chiedersi se non fossero stati addirittura più disgraziati dei morti.
Si è detto che la decisione del presidente americano Truman di usare ordigni nucleari contro le popolazioni civili delle due città giapponesi fosse l'unico modo per chiudere con il minor numero di vittime possibile una guerra che altrimenti avrebbe richiesto una sanguinosa invasione del Giappone ma grazie alla desecretazione di documenti cruciali rilasciati nel corso degli ultimi cinquant'anni è emerso che l'uso della bomba non era necessario per chiudere la guerra in breve tempo e senza l'invasione: esistevano alternative, Truman e i suoi più stretti consiglieri le conoscevano.
Non le conoscevano, invece, i quattro scienziati chiamati a consigliare il governo americano sull'uso dell'atomica, cioè Oppenheimer, Fermi, Compton e Lawrence. «Non sapevamo assolutamente nulla della situazione militare in Giappone. Non sapevamo se fosse possibile convincerli ad arrendersi usando altri mezzi, oppure se l'invasione fosse un passo obbligato».
«Avevamo in testa l'idea che l'invasione fosse inevitabile, perché così ci era stato detto», avrebbe affermato in seguito Oppenheimer. Con il "cuore pesante" e con quel mucchio di dati, Oppenheimer e gli altri consigliarono l'uso delle due bombe che distrussero Hiroshima e Nagasaki.
alcuni altri articoli disponibili
(specificando, per cortesia, quale/i vuole ricevere)
La Stampa 27.6.04
Neruda, I cent’anni della farfalla nera, di Mario Vargas Llosa
La Stampa 27.6.04
Dodici saggi per ricostruire la storia del PCI a Torino, dal '45 al '91. Comunisti, che fine hanno fatto? di Giuseppe Berta
La Stampa 27.6.04
Un'invenzione letteraria moderna: tra Settecento e Novecento il tema dell'«alter ego» ha dato una svolta alla narrativa. Un'antologia ne indica il percorso, E il buono gridò: quel cattivo sono io, Da Chamisso a Calvino gli scenari imprevisti del Doppio, di Guido Davico Bonino
Corriere della Sera 27.6.04
Le arti fra l'inizio e la fine del primo conflitto mondiale, si affermano nuovi stili e tramontano i valori ottocenteschi, Tamburi di guerra, il lampo dell’espressionismo, di Gillo Dorfles
La Stampa Tuttolibri, 26.6.04
Rimbaud in Africa, Bell'Abissinia così ti illumino, di Giuseppe Marcenaro
La Stampa TTS, 26.6.04
«Il mio Oppenheimer», controverso protagonista dell'era nucleare era un raffinato equilibrista della parola, un collezionista di quadri dal valore astronomico ed uno «snob» geniale, di Tullio Regge
sabato 26 giugno 2004
storia criminale del cristianesimo
Repubblica, ed di Napoli 26.6.04
QUANDO I CRISTIANI TAGLIAVANO LE TESTE
di Giovanni Romeo
Il taglio della testa, che dovrebbe riuscire con un colpo solo e quindi evitare troppe sofferenze, è un privilegio. Quando però si sale sul patibolo come colpevoli dei delitti ritenuti più efferati, le tecniche di esecuzione abituali non bastano.
Si deve educare il popolo, dissuaderlo col terrore dagli eccessi del condannato: ci sono uomini bruciati vivi, arrotati, squartati, si strappano pezzi di carne con tenaglie infuocate, o si tagliano arti, a persone vive. Talvolta le teste o i quarti dei giustiziati restano esposti, ben in vista, a futura memoria, finché agenti atmosferici e animali non ne fanno scempio. Solo verso la metà del Settecento l´intensità e la crudeltà delle condanne a morte cominciano ad affievolirsi e si apre il faticoso percorso che condurrà all´abolizione della pena capitale e all´abbandono degli orrori "ufficiali". Sono solo gli esiti di questo lento e recente processo storico che ci consentono oggi di sentirci estranei e inorriditi di fronte alle atrocità che ci sono esibite: in precedenza il cristianesimo non era servito a nulla.
Ha invece radici in un passato un po´ più lontano il senso di superiorità con cui le guardiamo. Già nel Cinquecento il rigore delle esecuzioni capitali si allentava, quando il reo era pronto a chiedere perdono a Dio per le sue malefatte, a riconoscere la legittimità della condanna subita e a piegarsi alla confessione e alla comunione. I più incalliti criminali potevano conquistare così ? e solo così ? il diritto a un´esecuzione "normale". Era un meccanismo tipico dei processi dell´Inquisizione, che i giudici di Stato inserivano di buon grado nel loro modello di condanna a morte, perché ne rafforzava la credibilità e l´efficacia. Per gli stessi motivi, i boia erano anche autorizzati, su segnalazione dei confratelli incaricati del conforto, a torturare chi alla vigilia dell´esecuzione era restio all´assunzione dei sacramenti. Sembra incredibile, ma è così, a Napoli, come nel resto d´Italia.
Lo schema era applicato con particolare zelo ai condannati di religione islamica. Se accettavano in extremis di convertirsi, ottenevano un´esecuzione "normale"; in caso contrario, andavano incontro alla pena che avevano meritato. Il tranello teso ai confortatori napoletani e al boia nel 1672 da uno schiavo musulmano, che prima accetta il battesimo per sfuggire a una crudele esecuzione e poi lo rinnega, è una delle testimonianze più ricche di questo scontro di civiltà. Nel nostro disorientamento di oggi, nella difficoltà di capire gli orrori iracheni, c´è anche questo, c´è una lunga storia di intolleranza e di disprezzo. Se ce ne rendiamo conto, anche gli echi di drammi così lontani nel tempo possono essere di stimolo e di aiuto: a non guardare le altre civiltà dall´alto in basso, a comprendere prima di giudicare, a riflettere più sugli elementi che ci uniscono che su quelli che ci dividono. Aveva fatto così, nel 1587, un vecchio schiavo musulmano, quando un sacerdote napoletano lo aveva invitato a farsi cristiano, per evitare che il suo cadavere fosse buttato in un immondezzaio: gli aveva semplicemente risposto che tutti siamo figli di Dio grande, che Dio aiuta tutti.
QUANDO I CRISTIANI TAGLIAVANO LE TESTE
di Giovanni Romeo
Il taglio della testa, che dovrebbe riuscire con un colpo solo e quindi evitare troppe sofferenze, è un privilegio. Quando però si sale sul patibolo come colpevoli dei delitti ritenuti più efferati, le tecniche di esecuzione abituali non bastano.
Si deve educare il popolo, dissuaderlo col terrore dagli eccessi del condannato: ci sono uomini bruciati vivi, arrotati, squartati, si strappano pezzi di carne con tenaglie infuocate, o si tagliano arti, a persone vive. Talvolta le teste o i quarti dei giustiziati restano esposti, ben in vista, a futura memoria, finché agenti atmosferici e animali non ne fanno scempio. Solo verso la metà del Settecento l´intensità e la crudeltà delle condanne a morte cominciano ad affievolirsi e si apre il faticoso percorso che condurrà all´abolizione della pena capitale e all´abbandono degli orrori "ufficiali". Sono solo gli esiti di questo lento e recente processo storico che ci consentono oggi di sentirci estranei e inorriditi di fronte alle atrocità che ci sono esibite: in precedenza il cristianesimo non era servito a nulla.
Ha invece radici in un passato un po´ più lontano il senso di superiorità con cui le guardiamo. Già nel Cinquecento il rigore delle esecuzioni capitali si allentava, quando il reo era pronto a chiedere perdono a Dio per le sue malefatte, a riconoscere la legittimità della condanna subita e a piegarsi alla confessione e alla comunione. I più incalliti criminali potevano conquistare così ? e solo così ? il diritto a un´esecuzione "normale". Era un meccanismo tipico dei processi dell´Inquisizione, che i giudici di Stato inserivano di buon grado nel loro modello di condanna a morte, perché ne rafforzava la credibilità e l´efficacia. Per gli stessi motivi, i boia erano anche autorizzati, su segnalazione dei confratelli incaricati del conforto, a torturare chi alla vigilia dell´esecuzione era restio all´assunzione dei sacramenti. Sembra incredibile, ma è così, a Napoli, come nel resto d´Italia.
Lo schema era applicato con particolare zelo ai condannati di religione islamica. Se accettavano in extremis di convertirsi, ottenevano un´esecuzione "normale"; in caso contrario, andavano incontro alla pena che avevano meritato. Il tranello teso ai confortatori napoletani e al boia nel 1672 da uno schiavo musulmano, che prima accetta il battesimo per sfuggire a una crudele esecuzione e poi lo rinnega, è una delle testimonianze più ricche di questo scontro di civiltà. Nel nostro disorientamento di oggi, nella difficoltà di capire gli orrori iracheni, c´è anche questo, c´è una lunga storia di intolleranza e di disprezzo. Se ce ne rendiamo conto, anche gli echi di drammi così lontani nel tempo possono essere di stimolo e di aiuto: a non guardare le altre civiltà dall´alto in basso, a comprendere prima di giudicare, a riflettere più sugli elementi che ci uniscono che su quelli che ci dividono. Aveva fatto così, nel 1587, un vecchio schiavo musulmano, quando un sacerdote napoletano lo aveva invitato a farsi cristiano, per evitare che il suo cadavere fosse buttato in un immondezzaio: gli aveva semplicemente risposto che tutti siamo figli di Dio grande, che Dio aiuta tutti.
«l’Asia è il continente più ostile al cristianesimo»
La Stampa 26.6.04
Ricerca di una associazione indipendente sulla libertà religiosa
«Non solo Islam, è allarme induismo»
L’Asia è il continente più ostile al cristianesimo
di Marco Tosatti
CITTÀ DEL VATICANO. E’ l’induismo aggressivo e xenofobo, dopo - ovviamente - l’Islam nelle sue forme più radicali (e non necessariamente terroristiche) il «cattivo» dell’anno nel rapporto sulla libertà religiosa stilato dall’associazione «Aiuto alla Chiesa che Soffre». Ed è sicuramente l’Asia il continente in cui è più difficile credere, vivere pubblicamente la propria fede ed eventualmente passare ad un’altra. Ma neanche l’Europa è esente da problemi. Se in Russia nel 2003 e nei primi mesi del 2004 - a detta di molti osservatori - si è potuto notare un discreto miglioramento del rispetto della libertà religiosa (sul quale tra l'opinione pubblica e tra le diverse confessioni è in corso un dibattito ampio), in Bielorussia il regime autoritario del presidente Alyaksandr Lukashenko rende l'attività religiosa praticamente impossibile per molte comunità religiose minoritarie. La Chiesa ortodossa gode di uno status privilegiato rispetto agli altri gruppi religiosi, mentre l'accesso ai vari settori statali è precluso alle altre religioni e la Chiesa cattolica è costretta a vivere ai margini della legalità.
Ma anche in Turchia, dove all'inizio del 2003 il governo ha approvato modifiche tese a rafforzare il rispetto dei diritti umani e delle libertà personali, nell’ottica di favorire l'adesione del Paese all'Ue, la situazione appare difficile. «La Chiesa cattolica subisce restrizioni all'attività di evangelizzazione - scrive il rapporto -. Un frate cappuccino italiano, il 60enne padre Roberto Ferrari, da 45 anni missionario in Turchia, è stato messo sotto inchiesta dalle autorità che gli hanno anche ritirato il passaporto e impedito il ritorno in patria per aver amministrato il battesimo a un giovane di 26 anni.
Il mondo islamico è però sicuramente quello dove si registrano i maggiori problemi. Camille Eid, specialista del mondo arabo e autore del libro «A morte in nome di Allah» sui martiri cristiani dalle origini dell’Islam a oggi, ha parlato di luci ed ombre, e di qualche voce, che in Arabia Saudita, chiede di riformare il curriculum scolastico, elimimando dai testi liceali citazioni del tipo: «Pur essendo esperti nelle scienze, gli infedeli rimangono ignoranti e non meritano di essere chiamati sapienti, perché la loro scienza non ha oltrepassato le cose della vita terrena e questa scienza è incompiuta». E nell’Arabia Saudita wahabita, che proibisce ai cristiani di pregare, costruire chiese o dire messa (pena l’arresto o peggio), 700 imam sono stati obbligati a corsi di «rieducazione», perché giudicati troppo radicali.
Diversa, sia pure con luci e ombre, la situazione altrove. Se il rettore dell’università cairota di Al Azhar, Al Tantawi, ha detto che «la religione islamica accetta solo la fede scaturita da una libera scelta e non dalla costrizione», accettando perciò che dall’Islam si possa passare ad un’altra fede, un imam altrettanto famoso (ha una rubrica su «Al Jazeera») sostiene che l’apostasia di un musulmano è un tradimento della patria e, quindi, è punibile con la morte. Cina, Vietnam e soprattutto Corea del Nord cercano di distruggere, o almeno controllare, le spinte religiose. Ma se questi Paesi hanno una lunga e affermata tradizione di violazione delle libertà, religiose e e non solo, un «outsider» sta emergendo in maniera preoccupante. «Il fondamentalismo induista in India calpesta - scrive “Aiuto alla Chiesa che Soffre” - ripetutamente i diritti delle minoranze etniche e religiose, nega loro i diritti costituzionali e ne minaccia l'esistenza. I valori di tolleranza e rispetto, che hanno permesso ai sikh del Punjab di dare vita a una religione nata dalla fusione tra induismo e islam e che hanno animato la spiritualità e la vita di Buddha e del Mahatma Gandhi, sono oggi gravemente violati».
Repubblica 26.6.04
FEDE E POLITICA
In molte zone il culto è vietato, in altre i seguaci di Cristo sono accusati di proselitismo: nel mirino dei fondamentalisti chiese e missionari
Cristiani sotto attacco in tutto il mondo
Persecuzioni e minacce soprattutto in Asia e nei paesi islamici
In Laos molte persone sono state imprigionate e spinte a rinunciare alla loro fede
In Birmania il governo offre favori e denaro a chi lascia la Chiesa e torna al buddhismo
di MARCO POLITI
ROMA - Cristiani nel mirino. Il Rapporto 2004 sulla libertà religiosa nel mondo, pubblicato dall´Acs («Aiuto alla Chiesa che soffre»), mostra un´ondata di astio, violenze, intolleranza, azioni minacciose fino all´omicidio che colpiscono cattolici e protestanti in varie parti del mondo: specie in Asia e in alcuni paesi islamici. E´ come se la ruota della storia avesse cominciato a girare all´incontrario. Gruppi e comunità cristiane, che tre secoli fa avevano iniziato fiduciosi la loro marcia di espansione attraverso il globo terraqueo al seguito di mercanti, soldati e funzionari, si ritrovano oggi sulla difensiva di fronte all´esplodere di fondamentalismi e ultra-nazionalismi. Si moltiplicano le situazioni in cui i seguaci di Cristo vengono considerati un elemento estraneo, se non una vera e propria infezione del corpo di un´etnia o di una compagine sociale e statale.
Il Laos lo afferma esplicitamente: il cristianesimo è una «religione straniera imperialista» e di stagione in stagione cristiani vengono picchiati, imprigionati, torturati perché non firmano il documento di «rinuncia volontaria» alla propria fede. Attilio Tamburrini, direttore della sezione italiana di Acs, mette in guardia dal contare solo morti e martiri. Di stragi ce ne sono state meno nel 2003 rispetto al 2002, ma è il quadro complessivo di intolleranza e rigetto che preoccupa. In Arabia saudita la repressione di ogni forma di culto non-islamica persiste. Nel Brunei è vietato - come nella grande maggioranza dei paesi arabi - il proselitismo tra i musulmani. Nel Buthan è proibito dal 2000 il culto pubblico dei cristiani. In Indonesia continuano le distruzioni di chiese da parte dei fondamentalisti musulmani. In Birmania il regime offre incentivi ai cristiani che ritornano al buddismo (ma perseguita con eguale impegno anche i musulmani). In Pakistan torture e arresti ai danni dei cristiani avvengono sotto pretesto di una presunta violazione del reato di «blasfemia». In India prosegue la campagna d´odio lanciata dai fanatici induisti contro le più diverse comunità cristiane accusate di forzare le conversioni. E´ simbolico l´attacco di un gruppo estremista contro la Pata Fellowship Church del villaggio di Patapaypangara, culminato con la distruzione della chiesa e il tentativo di mettere sull´altare una statua di divinità indù. In Somalia, dove il 5 ottobre scorso fu uccisa la missionaria laica Annalena Tonelli, è proibita qualsiasi forma di proselitismo, mentre in Algeria il fondamentalismo islamico colpisce soprattutto i musulmani moderati e laici.
Nel quadro spiccano i sussulti sanguinosi che si verificano in Nigeria e in Sudan, dove odio religioso e odio etnico formano una miscela politicamente esplosiva. Non ideologica, ma motivata dalla preoccupazione nuda e cruda dell´establishment partitico di mantenere la propria supremazia, appare di converso la politica sistematicamente vessatoria delle autorità cinesi nei confronti delle comunità cattoliche che dichiarano esplicitamente il loro legame con la Santa Sede. Padre Cervellera, direttore di Asia News, riporta che il regime consente oggi scuole private straniere, «ma non religiose». Così come a Cuba i conflitti riguardano il governo e la dissidenza cattolica o l´episcopato per quanto riguarda la richiesta di una riforma politica generale, ma non investono la libertà di culto della popolazione.
D´altro lato, dopo l´attacco alle Torri Gemelle qualcosa è cambiato in peggio anche negli Usa, paese notoriamente tollerante. Il Consiglio delle relazioni americano-islamiche denuncia che nel corso del 2003 le aggressioni contro i musulmani sono aumentate del 70 per cento sino a raggiungere quota 1.019 tra incidenti e manifestazioni di violenza.
Eppure si fanno strada anche esperienze positive. In molti stati ex sovietici o dell´est europeo la libertà religiosa è stata più o meno restaurata. E qualcosa di importante sta avvenendo anche in alcuni paesi arabi. In Qatar si è tenuta il mese scorso un´importante conferenza islamo-cristiana. E persino nell´Arabia saudita, racconta Camille Eid, uno dei massimi esperti sulla situazione religiosa nei paesi musulmani, si manifestano segni di novità: «Alcuni intellettuali coraggiosi hanno chiesto la riforma dei testi scolastici che denigrano i miscredenti».
Chi è libero, tuttavia, a volte diventa prepotente. In Croazia i vescovi cattolici hanno bloccato l´introduzione nelle scuole dell´insegnamento di yoga.
Ricerca di una associazione indipendente sulla libertà religiosa
«Non solo Islam, è allarme induismo»
L’Asia è il continente più ostile al cristianesimo
di Marco Tosatti
CITTÀ DEL VATICANO. E’ l’induismo aggressivo e xenofobo, dopo - ovviamente - l’Islam nelle sue forme più radicali (e non necessariamente terroristiche) il «cattivo» dell’anno nel rapporto sulla libertà religiosa stilato dall’associazione «Aiuto alla Chiesa che Soffre». Ed è sicuramente l’Asia il continente in cui è più difficile credere, vivere pubblicamente la propria fede ed eventualmente passare ad un’altra. Ma neanche l’Europa è esente da problemi. Se in Russia nel 2003 e nei primi mesi del 2004 - a detta di molti osservatori - si è potuto notare un discreto miglioramento del rispetto della libertà religiosa (sul quale tra l'opinione pubblica e tra le diverse confessioni è in corso un dibattito ampio), in Bielorussia il regime autoritario del presidente Alyaksandr Lukashenko rende l'attività religiosa praticamente impossibile per molte comunità religiose minoritarie. La Chiesa ortodossa gode di uno status privilegiato rispetto agli altri gruppi religiosi, mentre l'accesso ai vari settori statali è precluso alle altre religioni e la Chiesa cattolica è costretta a vivere ai margini della legalità.
Ma anche in Turchia, dove all'inizio del 2003 il governo ha approvato modifiche tese a rafforzare il rispetto dei diritti umani e delle libertà personali, nell’ottica di favorire l'adesione del Paese all'Ue, la situazione appare difficile. «La Chiesa cattolica subisce restrizioni all'attività di evangelizzazione - scrive il rapporto -. Un frate cappuccino italiano, il 60enne padre Roberto Ferrari, da 45 anni missionario in Turchia, è stato messo sotto inchiesta dalle autorità che gli hanno anche ritirato il passaporto e impedito il ritorno in patria per aver amministrato il battesimo a un giovane di 26 anni.
Il mondo islamico è però sicuramente quello dove si registrano i maggiori problemi. Camille Eid, specialista del mondo arabo e autore del libro «A morte in nome di Allah» sui martiri cristiani dalle origini dell’Islam a oggi, ha parlato di luci ed ombre, e di qualche voce, che in Arabia Saudita, chiede di riformare il curriculum scolastico, elimimando dai testi liceali citazioni del tipo: «Pur essendo esperti nelle scienze, gli infedeli rimangono ignoranti e non meritano di essere chiamati sapienti, perché la loro scienza non ha oltrepassato le cose della vita terrena e questa scienza è incompiuta». E nell’Arabia Saudita wahabita, che proibisce ai cristiani di pregare, costruire chiese o dire messa (pena l’arresto o peggio), 700 imam sono stati obbligati a corsi di «rieducazione», perché giudicati troppo radicali.
Diversa, sia pure con luci e ombre, la situazione altrove. Se il rettore dell’università cairota di Al Azhar, Al Tantawi, ha detto che «la religione islamica accetta solo la fede scaturita da una libera scelta e non dalla costrizione», accettando perciò che dall’Islam si possa passare ad un’altra fede, un imam altrettanto famoso (ha una rubrica su «Al Jazeera») sostiene che l’apostasia di un musulmano è un tradimento della patria e, quindi, è punibile con la morte. Cina, Vietnam e soprattutto Corea del Nord cercano di distruggere, o almeno controllare, le spinte religiose. Ma se questi Paesi hanno una lunga e affermata tradizione di violazione delle libertà, religiose e e non solo, un «outsider» sta emergendo in maniera preoccupante. «Il fondamentalismo induista in India calpesta - scrive “Aiuto alla Chiesa che Soffre” - ripetutamente i diritti delle minoranze etniche e religiose, nega loro i diritti costituzionali e ne minaccia l'esistenza. I valori di tolleranza e rispetto, che hanno permesso ai sikh del Punjab di dare vita a una religione nata dalla fusione tra induismo e islam e che hanno animato la spiritualità e la vita di Buddha e del Mahatma Gandhi, sono oggi gravemente violati».
Repubblica 26.6.04
FEDE E POLITICA
In molte zone il culto è vietato, in altre i seguaci di Cristo sono accusati di proselitismo: nel mirino dei fondamentalisti chiese e missionari
Cristiani sotto attacco in tutto il mondo
Persecuzioni e minacce soprattutto in Asia e nei paesi islamici
In Laos molte persone sono state imprigionate e spinte a rinunciare alla loro fede
In Birmania il governo offre favori e denaro a chi lascia la Chiesa e torna al buddhismo
di MARCO POLITI
ROMA - Cristiani nel mirino. Il Rapporto 2004 sulla libertà religiosa nel mondo, pubblicato dall´Acs («Aiuto alla Chiesa che soffre»), mostra un´ondata di astio, violenze, intolleranza, azioni minacciose fino all´omicidio che colpiscono cattolici e protestanti in varie parti del mondo: specie in Asia e in alcuni paesi islamici. E´ come se la ruota della storia avesse cominciato a girare all´incontrario. Gruppi e comunità cristiane, che tre secoli fa avevano iniziato fiduciosi la loro marcia di espansione attraverso il globo terraqueo al seguito di mercanti, soldati e funzionari, si ritrovano oggi sulla difensiva di fronte all´esplodere di fondamentalismi e ultra-nazionalismi. Si moltiplicano le situazioni in cui i seguaci di Cristo vengono considerati un elemento estraneo, se non una vera e propria infezione del corpo di un´etnia o di una compagine sociale e statale.
Il Laos lo afferma esplicitamente: il cristianesimo è una «religione straniera imperialista» e di stagione in stagione cristiani vengono picchiati, imprigionati, torturati perché non firmano il documento di «rinuncia volontaria» alla propria fede. Attilio Tamburrini, direttore della sezione italiana di Acs, mette in guardia dal contare solo morti e martiri. Di stragi ce ne sono state meno nel 2003 rispetto al 2002, ma è il quadro complessivo di intolleranza e rigetto che preoccupa. In Arabia saudita la repressione di ogni forma di culto non-islamica persiste. Nel Brunei è vietato - come nella grande maggioranza dei paesi arabi - il proselitismo tra i musulmani. Nel Buthan è proibito dal 2000 il culto pubblico dei cristiani. In Indonesia continuano le distruzioni di chiese da parte dei fondamentalisti musulmani. In Birmania il regime offre incentivi ai cristiani che ritornano al buddismo (ma perseguita con eguale impegno anche i musulmani). In Pakistan torture e arresti ai danni dei cristiani avvengono sotto pretesto di una presunta violazione del reato di «blasfemia». In India prosegue la campagna d´odio lanciata dai fanatici induisti contro le più diverse comunità cristiane accusate di forzare le conversioni. E´ simbolico l´attacco di un gruppo estremista contro la Pata Fellowship Church del villaggio di Patapaypangara, culminato con la distruzione della chiesa e il tentativo di mettere sull´altare una statua di divinità indù. In Somalia, dove il 5 ottobre scorso fu uccisa la missionaria laica Annalena Tonelli, è proibita qualsiasi forma di proselitismo, mentre in Algeria il fondamentalismo islamico colpisce soprattutto i musulmani moderati e laici.
Nel quadro spiccano i sussulti sanguinosi che si verificano in Nigeria e in Sudan, dove odio religioso e odio etnico formano una miscela politicamente esplosiva. Non ideologica, ma motivata dalla preoccupazione nuda e cruda dell´establishment partitico di mantenere la propria supremazia, appare di converso la politica sistematicamente vessatoria delle autorità cinesi nei confronti delle comunità cattoliche che dichiarano esplicitamente il loro legame con la Santa Sede. Padre Cervellera, direttore di Asia News, riporta che il regime consente oggi scuole private straniere, «ma non religiose». Così come a Cuba i conflitti riguardano il governo e la dissidenza cattolica o l´episcopato per quanto riguarda la richiesta di una riforma politica generale, ma non investono la libertà di culto della popolazione.
D´altro lato, dopo l´attacco alle Torri Gemelle qualcosa è cambiato in peggio anche negli Usa, paese notoriamente tollerante. Il Consiglio delle relazioni americano-islamiche denuncia che nel corso del 2003 le aggressioni contro i musulmani sono aumentate del 70 per cento sino a raggiungere quota 1.019 tra incidenti e manifestazioni di violenza.
Eppure si fanno strada anche esperienze positive. In molti stati ex sovietici o dell´est europeo la libertà religiosa è stata più o meno restaurata. E qualcosa di importante sta avvenendo anche in alcuni paesi arabi. In Qatar si è tenuta il mese scorso un´importante conferenza islamo-cristiana. E persino nell´Arabia saudita, racconta Camille Eid, uno dei massimi esperti sulla situazione religiosa nei paesi musulmani, si manifestano segni di novità: «Alcuni intellettuali coraggiosi hanno chiesto la riforma dei testi scolastici che denigrano i miscredenti».
Chi è libero, tuttavia, a volte diventa prepotente. In Croazia i vescovi cattolici hanno bloccato l´introduzione nelle scuole dell´insegnamento di yoga.
storia:
Isabella "la Cattolica" (1451 - 1504), «santa o spietata»?
Corriere della Sera 26.5.04
Mentre i vescovi chiedono la canonizzazione della regina a 500 anni dalla scomparsa, gli storici accusano: crudele con ebrei ed eretici
Santa o spietata, Isabella divide ancora la Spagna
d Mino Vignolo
MADRID - Si festeggia con mostre, convegni, biografie, restauro di monumenti dell’epoca il quinto centenario della scomparsa di Isabella la Cattolica, la grande regina che, assieme al marito Ferdinando di Aragona, unificò la Spagna nella fede cristiana, riconquistando Granada, l’ultimo regno musulmano in terra iberica, e permise a Cristoforo Colombo di scoprire l’America, fornendogli le caravelle. Isabella, grazie all’aiuto fornito al navigatore genovese, ebbe un ruolo straordinario nella evangelizzazione del Nuovo Mondo, un ruolo riconosciuto dalla Chiesa che già nel 1494, due anni dopo la scoperta dell’America, concesse alla regina di Castiglia e al marito il titolo di «Re cattolici».
Autorevoli voci dell’episcopato spagnolo, come quella degli arcivescovi Antonio Rouco Varela e Braulio Rodriguez, si sono alzate per porre il sigillo finale alla riconoscenza della Chiesa accelerando la canonizzazione della sovrana. La conferenza episcopale ha seguito l’invito ed ha chiesto al Vaticano di riesumare la causa di beatificazione che si è aperta nel 1958 ma che sembra essersi impantanata nel timore, fondato, di ravvivare polemiche. Isabella la Cattolica non fu anche la regina che, assieme al marito, decise di espellere dalla Spagna la comunità ebraica e quella musulmana.
In occasione del quinto centenario della morte è stata organizzata la mostra «Isabella la Cattolica: la magnificenza di un regno», che ha carattere nomade, si è aperta a Valladolid prima di trasferirsi a Valencia, a Santiago e a Granada. Altre rassegne minori si sono tenute a Madrigal de las Altas Torres, luogo di nascita, e a Medina del Campo, località dove la regina morì nel 1504.
Ma in Spagna non si parla solo delle iniziative. Si discute sulla santità di Isabella. E la maggioranza degli storici, pur ammirando le doti della sovrana, non sono d’accordo con i vescovi spagnoli. Manuel Fernandez Alvarez, autore della biografia Isabel la Catolica (Espasa), sostiene che la regina fu una persona devota ma non santa. «È stata una grande regina - dichiara -. Era molto religiosa e tutti i santi sono stati molto religiosi. Ma lei non era una santa. La devozione e la estrema religiosità non assicurano la santità. Era una sovrana, una posizione che implicava a volte essere giustiziera implacabile. Secondo le testimonianze dell’epoca preferiva il rigore nelle pene alla clemenza». E sulla sua figura pesa l’espulsione dal regno di coloro che non erano di religione cristiana e l’impulso dato all’Inquisizione, la caccia agli eretici e ai falsi convertiti. «Non bisogna sottovalutare episodi come quello dell’espulsione degli ebrei dicendo che erano cose dell’epoca. Ci sembra una decisione terribile, oggi, ma era terribile anche allora. E ancora più orrendo è essere bruciati vivi in un falò durante l’Inquisizione. Era così terribile e diffusa la pratica che lo stesso Papa Sisto IV, che diede il via con una Bolla all’Inquisizione in Castiglia nel 1478, chiese di porre un freno. Bisogna tenere in conto le circostanze storiche però il cattivo comportamento rimane cattivo».
Uno dei maggiori esperti di Isabella la Cattolica e della sua epoca, Antonio Dominguez Ortiz, pensa che la regina sia stata una ottima sovrana ma che il Vaticano farebbe bene a trascinare nel tempo la richiesta di beatificazione per non creare polemiche non necessarie. I difensori della beatificazione ricordano, come è scritto nel comunicato ufficiale dei vescovi, che Isabella è stata «una figura eccezionale nella impresa della evangelizzazione dell’America» e pensano che la sua intransigenza religiosa vada inquadrata nello spirito dei tempi. Allora vigeva in Europa il principio «cuius regio, eius religio», in base al quale le persone dovevano professare la religione del re o del signore del luogo in cui vivevano.
Non è d’accordo con questa tesi il segretario della Federazione delle comunità ebraiche Carlos Schorr. Ritiene Isabella indegna di «essere elevata agli altari» perché fu «intransigente con coloro che non la pensavano come lei» e quindi non può diventare, in qualità di beata o santa, un modello da imitare per le schiere dei fedeli.
Mentre i vescovi chiedono la canonizzazione della regina a 500 anni dalla scomparsa, gli storici accusano: crudele con ebrei ed eretici
Santa o spietata, Isabella divide ancora la Spagna
d Mino Vignolo
MADRID - Si festeggia con mostre, convegni, biografie, restauro di monumenti dell’epoca il quinto centenario della scomparsa di Isabella la Cattolica, la grande regina che, assieme al marito Ferdinando di Aragona, unificò la Spagna nella fede cristiana, riconquistando Granada, l’ultimo regno musulmano in terra iberica, e permise a Cristoforo Colombo di scoprire l’America, fornendogli le caravelle. Isabella, grazie all’aiuto fornito al navigatore genovese, ebbe un ruolo straordinario nella evangelizzazione del Nuovo Mondo, un ruolo riconosciuto dalla Chiesa che già nel 1494, due anni dopo la scoperta dell’America, concesse alla regina di Castiglia e al marito il titolo di «Re cattolici».
Autorevoli voci dell’episcopato spagnolo, come quella degli arcivescovi Antonio Rouco Varela e Braulio Rodriguez, si sono alzate per porre il sigillo finale alla riconoscenza della Chiesa accelerando la canonizzazione della sovrana. La conferenza episcopale ha seguito l’invito ed ha chiesto al Vaticano di riesumare la causa di beatificazione che si è aperta nel 1958 ma che sembra essersi impantanata nel timore, fondato, di ravvivare polemiche. Isabella la Cattolica non fu anche la regina che, assieme al marito, decise di espellere dalla Spagna la comunità ebraica e quella musulmana.
In occasione del quinto centenario della morte è stata organizzata la mostra «Isabella la Cattolica: la magnificenza di un regno», che ha carattere nomade, si è aperta a Valladolid prima di trasferirsi a Valencia, a Santiago e a Granada. Altre rassegne minori si sono tenute a Madrigal de las Altas Torres, luogo di nascita, e a Medina del Campo, località dove la regina morì nel 1504.
Ma in Spagna non si parla solo delle iniziative. Si discute sulla santità di Isabella. E la maggioranza degli storici, pur ammirando le doti della sovrana, non sono d’accordo con i vescovi spagnoli. Manuel Fernandez Alvarez, autore della biografia Isabel la Catolica (Espasa), sostiene che la regina fu una persona devota ma non santa. «È stata una grande regina - dichiara -. Era molto religiosa e tutti i santi sono stati molto religiosi. Ma lei non era una santa. La devozione e la estrema religiosità non assicurano la santità. Era una sovrana, una posizione che implicava a volte essere giustiziera implacabile. Secondo le testimonianze dell’epoca preferiva il rigore nelle pene alla clemenza». E sulla sua figura pesa l’espulsione dal regno di coloro che non erano di religione cristiana e l’impulso dato all’Inquisizione, la caccia agli eretici e ai falsi convertiti. «Non bisogna sottovalutare episodi come quello dell’espulsione degli ebrei dicendo che erano cose dell’epoca. Ci sembra una decisione terribile, oggi, ma era terribile anche allora. E ancora più orrendo è essere bruciati vivi in un falò durante l’Inquisizione. Era così terribile e diffusa la pratica che lo stesso Papa Sisto IV, che diede il via con una Bolla all’Inquisizione in Castiglia nel 1478, chiese di porre un freno. Bisogna tenere in conto le circostanze storiche però il cattivo comportamento rimane cattivo».
Uno dei maggiori esperti di Isabella la Cattolica e della sua epoca, Antonio Dominguez Ortiz, pensa che la regina sia stata una ottima sovrana ma che il Vaticano farebbe bene a trascinare nel tempo la richiesta di beatificazione per non creare polemiche non necessarie. I difensori della beatificazione ricordano, come è scritto nel comunicato ufficiale dei vescovi, che Isabella è stata «una figura eccezionale nella impresa della evangelizzazione dell’America» e pensano che la sua intransigenza religiosa vada inquadrata nello spirito dei tempi. Allora vigeva in Europa il principio «cuius regio, eius religio», in base al quale le persone dovevano professare la religione del re o del signore del luogo in cui vivevano.
Non è d’accordo con questa tesi il segretario della Federazione delle comunità ebraiche Carlos Schorr. Ritiene Isabella indegna di «essere elevata agli altari» perché fu «intransigente con coloro che non la pensavano come lei» e quindi non può diventare, in qualità di beata o santa, un modello da imitare per le schiere dei fedeli.
«Ma che cosa sono le "radici cristiane"?»
L'Adige 26.6.04
Ma che cosa sono le radici cristiane?
di Franco Valduga
Il papa lamenta che non sia stato introdotto nella bozza di costituzione europea il riferimento alle "radici cristiane" dell´Europa, da lui lungamente e insistentemente richiesto. Ma in che cosa consisterebbero queste radici cristiane? Nel fatto che le religioni europee si richiamano al cristianesimo?
A che serve questo, se non ha impedito che da Cristo in poi gli europei siano state quasi costantemente in guerra fra di loro e con altri, abbiano sottomesso i popoli del resto del mondo, mentre uno degli aspetti fondamentali del cristianesimo è l´amore, anche verso chi ci offende, verso i "nemici"? Addirittura crociate sanguinose sono state fatte, perorate da papi. Non solo contro gli arabi infedeli, ma contro cristiani europei dichiarati eretici e nemici perché non la pensavano come voleva la gerarchia ecclesiastica. Centinaia di migliaia di morti. Che c´entra Cristo con tutto ciò?
Per secoli la Chiesa cattolica ha avuto addirittura un suo stato, lo Stato della Chiesa appunto, dove avrebbe potuto realizzare compiutamente una società fondata sui valori del cristianesimo. Si possono capire, laicamente, i motivi per cui quello Stato non fu affatto un modello di cristianesimo: ma perché lo si dovrebbe dimenticare? Se volete salvarvi, lasciate tutto e venite con me, diceva Cristo. Lui sarà stato un po´ estremista forse, ma questo è un altro aspetto fondamentale della sua predicazione. Non se ne vede traccia nella storia d´Europa, nemmeno nelle Chiese che a lui si richiamano. Figurarsi nella pratica normale dei laici. Ricerca continua di ricchezza e di potere, sfruttamento, oppressione, umiliazione dei deboli. Questi sono stati i "valori" affermati di fatto in Europa, ed esportati in tutto il mondo. Altro che radici cristiane. I pochi aspetti di solidarietà che si rifanno ai valori cristiani dell´amore e della fratellanza fra gli uomini, presenti nelle istituzioni statali europee (pari dignità di tutti, assistenza sanitaria pagata con contributi versati dalla generalità, pensione per gli anziani, retribuzione dignitosa, anche scuola pubblica gratuita e simili), sono stati conquistati con lotte lunghe e dure, e vengono sistematicamente picconati in questi ultimi tempi.
È molto meglio insistere perché nella costituzione europea siano inseriti questi principi. Nell´articolato, non nel preambolo. E sopra tutti sia inserito (ma poi rispettato anche) il ripudio della guerra come mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali. Questo realizza sicuramente punti fondamentali della predicazione di Cristo. Un semplice richiamo a non precisate "radici cristiane" è solo fonte di equivoco. Ognuno può vedervi ciò che vuole, compresa la supremazia delle chiese che si richiamano a Cristo: supremazia non solo nei confronti di altre religioni ma anche dei singoli stati. Non sarebbe cosa nuova.
Ma che cosa sono le radici cristiane?
di Franco Valduga
Il papa lamenta che non sia stato introdotto nella bozza di costituzione europea il riferimento alle "radici cristiane" dell´Europa, da lui lungamente e insistentemente richiesto. Ma in che cosa consisterebbero queste radici cristiane? Nel fatto che le religioni europee si richiamano al cristianesimo?
A che serve questo, se non ha impedito che da Cristo in poi gli europei siano state quasi costantemente in guerra fra di loro e con altri, abbiano sottomesso i popoli del resto del mondo, mentre uno degli aspetti fondamentali del cristianesimo è l´amore, anche verso chi ci offende, verso i "nemici"? Addirittura crociate sanguinose sono state fatte, perorate da papi. Non solo contro gli arabi infedeli, ma contro cristiani europei dichiarati eretici e nemici perché non la pensavano come voleva la gerarchia ecclesiastica. Centinaia di migliaia di morti. Che c´entra Cristo con tutto ciò?
Per secoli la Chiesa cattolica ha avuto addirittura un suo stato, lo Stato della Chiesa appunto, dove avrebbe potuto realizzare compiutamente una società fondata sui valori del cristianesimo. Si possono capire, laicamente, i motivi per cui quello Stato non fu affatto un modello di cristianesimo: ma perché lo si dovrebbe dimenticare? Se volete salvarvi, lasciate tutto e venite con me, diceva Cristo. Lui sarà stato un po´ estremista forse, ma questo è un altro aspetto fondamentale della sua predicazione. Non se ne vede traccia nella storia d´Europa, nemmeno nelle Chiese che a lui si richiamano. Figurarsi nella pratica normale dei laici. Ricerca continua di ricchezza e di potere, sfruttamento, oppressione, umiliazione dei deboli. Questi sono stati i "valori" affermati di fatto in Europa, ed esportati in tutto il mondo. Altro che radici cristiane. I pochi aspetti di solidarietà che si rifanno ai valori cristiani dell´amore e della fratellanza fra gli uomini, presenti nelle istituzioni statali europee (pari dignità di tutti, assistenza sanitaria pagata con contributi versati dalla generalità, pensione per gli anziani, retribuzione dignitosa, anche scuola pubblica gratuita e simili), sono stati conquistati con lotte lunghe e dure, e vengono sistematicamente picconati in questi ultimi tempi.
È molto meglio insistere perché nella costituzione europea siano inseriti questi principi. Nell´articolato, non nel preambolo. E sopra tutti sia inserito (ma poi rispettato anche) il ripudio della guerra come mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali. Questo realizza sicuramente punti fondamentali della predicazione di Cristo. Un semplice richiamo a non precisate "radici cristiane" è solo fonte di equivoco. Ognuno può vedervi ciò che vuole, compresa la supremazia delle chiese che si richiamano a Cristo: supremazia non solo nei confronti di altre religioni ma anche dei singoli stati. Non sarebbe cosa nuova.
venerdì 25 giugno 2004
«L'amore per la mamma è una droga»
Repubblica 25.6.04
Su "Science" il lavoro di due ricercatrici del Cnr: i topolini privi di "oppiacei endogeni" perdono l'attaccamento materno
L'amore per la mamma è una droga dalle cavie nuova scoperta shock
Lo studio potrà essere usato come indicazione sperimentale per capire meglio anche l'autismo
La sostanza che crea il legame con la madre viene prodotta pure per alleviare lo stress
di CLAUDIA DI GIORGIO
ROMA - L´amore per la mamma è un po´ come una droga? È quel che si potrebbe dedurre dall´esperimento effettuato da due ricercatrici italiane del Cnr e una del Cnrs francese, pubblicato sul numero di oggi della rivista americana "Science". Al centro dello studio c´è il legame di attaccamento tra madre e neonato, il cosiddetto "bonding", forse il più profondo dei vincoli biologici. Il meccanismo di formazione del bonding affascina gli scienziati da tempo (basti citare i famosi esperimenti di Konrad Lorentz con gli anatroccoli), ma da qualche anno alle classiche ricerche comportamentali si sono affiancati studi che vanno a caccia delle sostanze che determinano l´instaurarsi del legame.
Studiando un gruppo di topolini mutanti, Anna Moles e Francesca D´Amato, dell´Istituto di neuroscienze e psicobiologia del Cnr a Roma, in collaborazione con Brigitte Kieffer, hanno scoperto che tra queste sostanze giocano un ruolo di primissimo piano i cosiddetti oppiacei endogeni, molecole come le endorfine, che vengono prodotte naturalmente dal nostro organismo e che sono parenti strette di derivati dell´oppio come morfina o eroina. Il nostro corpo le produce come analgesici naturali e per alleviare lo stress, ma soprattutto per "premiare", associandoli a sensazioni di piacere, i comportamenti che hanno un valore adattativo, vale a dire che migliorano le capacità di sopravvivere e trasmettere i propri geni. E quale comportamento è più essenziale per un neonato dell´attaccamento alla madre, che nutre, protegge e rassicura?
Moles e D´Amato hanno messo alla prova l´importanza degli oppiacei nel bonding usando topi geneticamente modificati in modo tale da essere privi dei recettori "mu", le molecole con cui si legano sia le endorfine che la morfina. In pratica, sono topi che non reagiscono agli oppiacei. E, di conseguenza, nemmeno alla separazione dalla madre. Quando questa viene allontanata, normali topolini di 8 giorni squittiscono a lungo e disperatamente. I topolini mutanti della stessa età, al contrario, manifestano indifferenza, strillando poco o nulla. Inoltre, posti di fronte alla scelta tra un nido con l´odore della propria mamma e l´altro di un´estranea, ben due terzi dei topolini mutanti sono andati nel secondo.
La scoperta è un´importante indicazione sperimentale che «il cattivo funzionamento del sistema degli oppiacei naturali sia implicato nell´indifferenza sociale dei bambini autistici».
Su "Science" il lavoro di due ricercatrici del Cnr: i topolini privi di "oppiacei endogeni" perdono l'attaccamento materno
L'amore per la mamma è una droga dalle cavie nuova scoperta shock
Lo studio potrà essere usato come indicazione sperimentale per capire meglio anche l'autismo
La sostanza che crea il legame con la madre viene prodotta pure per alleviare lo stress
di CLAUDIA DI GIORGIO
ROMA - L´amore per la mamma è un po´ come una droga? È quel che si potrebbe dedurre dall´esperimento effettuato da due ricercatrici italiane del Cnr e una del Cnrs francese, pubblicato sul numero di oggi della rivista americana "Science". Al centro dello studio c´è il legame di attaccamento tra madre e neonato, il cosiddetto "bonding", forse il più profondo dei vincoli biologici. Il meccanismo di formazione del bonding affascina gli scienziati da tempo (basti citare i famosi esperimenti di Konrad Lorentz con gli anatroccoli), ma da qualche anno alle classiche ricerche comportamentali si sono affiancati studi che vanno a caccia delle sostanze che determinano l´instaurarsi del legame.
Studiando un gruppo di topolini mutanti, Anna Moles e Francesca D´Amato, dell´Istituto di neuroscienze e psicobiologia del Cnr a Roma, in collaborazione con Brigitte Kieffer, hanno scoperto che tra queste sostanze giocano un ruolo di primissimo piano i cosiddetti oppiacei endogeni, molecole come le endorfine, che vengono prodotte naturalmente dal nostro organismo e che sono parenti strette di derivati dell´oppio come morfina o eroina. Il nostro corpo le produce come analgesici naturali e per alleviare lo stress, ma soprattutto per "premiare", associandoli a sensazioni di piacere, i comportamenti che hanno un valore adattativo, vale a dire che migliorano le capacità di sopravvivere e trasmettere i propri geni. E quale comportamento è più essenziale per un neonato dell´attaccamento alla madre, che nutre, protegge e rassicura?
Moles e D´Amato hanno messo alla prova l´importanza degli oppiacei nel bonding usando topi geneticamente modificati in modo tale da essere privi dei recettori "mu", le molecole con cui si legano sia le endorfine che la morfina. In pratica, sono topi che non reagiscono agli oppiacei. E, di conseguenza, nemmeno alla separazione dalla madre. Quando questa viene allontanata, normali topolini di 8 giorni squittiscono a lungo e disperatamente. I topolini mutanti della stessa età, al contrario, manifestano indifferenza, strillando poco o nulla. Inoltre, posti di fronte alla scelta tra un nido con l´odore della propria mamma e l´altro di un´estranea, ben due terzi dei topolini mutanti sono andati nel secondo.
La scoperta è un´importante indicazione sperimentale che «il cattivo funzionamento del sistema degli oppiacei naturali sia implicato nell´indifferenza sociale dei bambini autistici».
«America the beautiful»
Repubblica 25.6.04
Sbarcano in Europa i missionari del Silver Ring: predicano l'astinenza ai teen-ager
Dall'America l'anello della castità
La compagnia del "Silver Ring" ha convinto all´astinenza ben 22 mila giovani americani. Oggi sbarcano a Londra, ma l'accoglienza sembra fredda
I missionari dell'anello di castità
Dopo i proseliti in Usa, ora sfidano gli esuberanti teen-ager inglesi
L'iniziativa è di un sacerdote protestante L´obiettivo, evitare gravidanze minorili
di ENRICO FRANCESCHINI
UNA fede d'argento al dito di un adolescente, negli Stati Uniti, equivale a una cintura di castità: è una dichiarazione di astinenza dai rapporti sessuali. La moda del "Silver Ring" è nata qualche anno fa in America per combattere il fenomeno della gravidanza minorile: convincere i giovani che il modo più sicuro per non cadere in tentazione è un orgoglioso atto di rinuncia, la promessa di arrivare vergini al matrimonio. Lanciata da un sacerdote protestante, l'iniziativa ha avuto un certo successo nel profondo sud degli Usa, la regione più animata dal fervore dell'integralismo cristiano.
Ora però il movimento sbarca in Europa: a partire da oggi, una ventina di zelanti "missionari della fede argentata" cominciano una tournèe a Londra per convincere gli adolescenti d´Inghilterra a imitarli. Sono in programma conferenze, dibattiti, volantinaggi. Ma le aspettative sono piuttosto basse: i media britannici hanno ignorato o ridicolizzato l´idea, psicologi e assistenti sociali la criticano, i sondaggi indicano che le ragazze e i ragazzi d´oggi, nel Regno Unito, non si lasceranno persuadere dalla crociata per l´astinenza sessuale.
Gli Usa sono il paese sviluppato con il più alto tasso di gravidanza tra le donne al di sotto dei vent´anni: il 22 per cento. In Europa, la media è molto più bassa, intorno al 4-5 per cento, con la vistosa eccezione della Gran Bretagna, dove è del 13 per cento. Era dunque logico che il movimento per la castità, dopo avere conquistato l´America, provasse a fare altrettanto con il Regno Unito. Lo scetticismo con cui viene accolto ha sorpreso il fondatore del "Silver Ring", il reverendo statunitense Denny Pattyn: «Non capisco come sia possibile che un paese con un problema così serio non sia interessato a un metodo nuovo e promettente per risolverlo». A Londra, tuttavia, giornali ed esperti citano varie ragioni per spiegare il disinteresse. La prima è che la Gran Bretagna, a differenza degli Stati Uniti, è diventata negli ultimi decenni una nazione largamente secolarista, dove la religiosità è caratteristica di un´esigua minoranza: senza una forte convinzione religiosa è difficile farsi prendere dal fascino della castità. Un´altra è che la rivoluzione sessuale degli anni '60 ha definitivamente spazzato via ogni residuo del puritanesimo che caratterizzava l´era Vittoriana. Una terza ragione è che altri metodi per combattere la gravidanza minorile e il pericolo di malattie contratte sessualmente stanno avendo miglior esito: come l´educazione sessuale nelle scuole, la contraccezione, i consultori pubblici. «Far cambiare atteggiamento ai giovani è possibile, come dimostrano i progressi che abbiamo ottenuto nella lotta al fumo e all´ubriachezza al volante», osserva John Tripp, sociologo della Exeter University, «ma occorrono motivazioni valide».
Del resto anche negli Usa il successo del "Silver Ring" è relativo: ventimila giovani con l´anello dell´astinenza al dito sono poca cosa rispetto a una promiscuità sessuale dilagante. Recentemente il New York Times ha segnalato addirittura che nelle scuole medie superiori americane sta cadendo in disuso l´abitudine a corteggiarsi per avere il "boyfriend" o la "girlfriend", considerati poco "cool", cioè sorpassati, mentre è più di moda avere rapporti sessuali casuali senza alcun legame affettivo.
Repubblica 25.6.04
GLI ESPERTI
La verginità è un valore "di nicchia", ma i ragazzi preferiscono comunque aspettare
"Italiani, prima volta senza fretta"
Qui i missionari non avrebbero successo, ma sarebbe utile più informazione: nel 2002 le baby mamme sono state diecimila
di VERA SCHIAVAZZI
ROMA - Invitare i giovani italiani alla castità? Non serve, grazie. In molti casi ci pensano da soli, rinviando il momento del primo rapporto sessuale (oggi, in media, collocato in Italia tra i 17 e i 18 anni per i maschi e tra i 18 e i 19 per le ragazze) e, comunque, affrontando il sesso in modo assai più rilassato delle generazioni che li hanno preceduti. Castità e verginità sono invece per i ventenni italiani un valore «di nicchia», collegato a particolari comunità o appartenenze, magari anche al desiderio di andare controcorrente. Un impulso rispettabile, ma non più così attuale visto che, sul fronte opposto, si è allentata in tutta Europa quella pressione sociale che fino a cinque, dieci anni fa faceva sentire profondamente a disagio soprattutto le giovani donne che a 18 o vent´anni non avevano ancora provato un rapporto sessuale completo.
Lo spiega Franco Garelli, il sociologo torinese che da sempre si occupa di adolescenti e di giovani, e lo confermano numerose ricerche, a cominciare da quella, condotta da lui stesso, «I giovani, il sesso e l´amore». «Dal nostro campione di interviste, realizzate soprattutto a Napoli, Bologna e Torino, è emerso che soltanto il 5 per cento non ha ancora avuto rapporti tra i 20 e i 24 anni - spiega il docente - circa la metà del gruppo ha perso la verginità tra i 17 e i 19 anni, con una differenza di un anno tra maschi e femmine: le ragazze in genere aspettano un po´ di più». Ma che cosa hanno detto gli intervistati giudicando dopo mesi o anni quel primo approccio col sesso? «Soprattutto le ragazze, pur non dichiarandosi "pentite" e non attribuendo un particolare valore alla verginità perduta hanno espresso sovente un po´ di rammarico perché l´esperienza non era stata poi così bella». Ed è proprio questo effetto-ripensamento che spinge molti giovani non tanto a restare vergini a lungo, quanto a lasciar passare un periodo non breve prima di ricominciare.
Più dei missionari di "Silver Ring Thing", comunque, ai ragazzi e soprattutto alle ragazze italiane gioverebbe maggiore informazione: nel 2002, i bambini nati da minorenni sono stati poco meno di diecimila, mentre le interruzioni di gravidanza prima dei 18 anni autorizzate dai Tribunali sono state 4 mila, cioè più del 7 per cento del totale secondo i dati diffusi da «Sos Donna». Commenta Tilde Gianni Gallino, docente di Psicologia dell´età evolutiva: «Non stupisce che un movimento in favore della castità si sviluppi in America, dove è molto forte l´influenza della collettività sui singoli e dove, d´altro canto, le quattordicenni diventano spesso drop out in seguito ad una gravidanza precoce e rappresentano un serio problema sociale. Ma in Italia è molto diverso: da un lato i rapporti non sono così precoci, dall´altro i ragazzi ci arrivano dopo esperienze sessuali mediate, in qualche modo "contrattate" dalle ragazze che oggi hanno più consapevolezza e più potere di un tempo».
Sbarcano in Europa i missionari del Silver Ring: predicano l'astinenza ai teen-ager
Dall'America l'anello della castità
La compagnia del "Silver Ring" ha convinto all´astinenza ben 22 mila giovani americani. Oggi sbarcano a Londra, ma l'accoglienza sembra fredda
I missionari dell'anello di castità
Dopo i proseliti in Usa, ora sfidano gli esuberanti teen-ager inglesi
L'iniziativa è di un sacerdote protestante L´obiettivo, evitare gravidanze minorili
di ENRICO FRANCESCHINI
UNA fede d'argento al dito di un adolescente, negli Stati Uniti, equivale a una cintura di castità: è una dichiarazione di astinenza dai rapporti sessuali. La moda del "Silver Ring" è nata qualche anno fa in America per combattere il fenomeno della gravidanza minorile: convincere i giovani che il modo più sicuro per non cadere in tentazione è un orgoglioso atto di rinuncia, la promessa di arrivare vergini al matrimonio. Lanciata da un sacerdote protestante, l'iniziativa ha avuto un certo successo nel profondo sud degli Usa, la regione più animata dal fervore dell'integralismo cristiano.
Ora però il movimento sbarca in Europa: a partire da oggi, una ventina di zelanti "missionari della fede argentata" cominciano una tournèe a Londra per convincere gli adolescenti d´Inghilterra a imitarli. Sono in programma conferenze, dibattiti, volantinaggi. Ma le aspettative sono piuttosto basse: i media britannici hanno ignorato o ridicolizzato l´idea, psicologi e assistenti sociali la criticano, i sondaggi indicano che le ragazze e i ragazzi d´oggi, nel Regno Unito, non si lasceranno persuadere dalla crociata per l´astinenza sessuale.
Gli Usa sono il paese sviluppato con il più alto tasso di gravidanza tra le donne al di sotto dei vent´anni: il 22 per cento. In Europa, la media è molto più bassa, intorno al 4-5 per cento, con la vistosa eccezione della Gran Bretagna, dove è del 13 per cento. Era dunque logico che il movimento per la castità, dopo avere conquistato l´America, provasse a fare altrettanto con il Regno Unito. Lo scetticismo con cui viene accolto ha sorpreso il fondatore del "Silver Ring", il reverendo statunitense Denny Pattyn: «Non capisco come sia possibile che un paese con un problema così serio non sia interessato a un metodo nuovo e promettente per risolverlo». A Londra, tuttavia, giornali ed esperti citano varie ragioni per spiegare il disinteresse. La prima è che la Gran Bretagna, a differenza degli Stati Uniti, è diventata negli ultimi decenni una nazione largamente secolarista, dove la religiosità è caratteristica di un´esigua minoranza: senza una forte convinzione religiosa è difficile farsi prendere dal fascino della castità. Un´altra è che la rivoluzione sessuale degli anni '60 ha definitivamente spazzato via ogni residuo del puritanesimo che caratterizzava l´era Vittoriana. Una terza ragione è che altri metodi per combattere la gravidanza minorile e il pericolo di malattie contratte sessualmente stanno avendo miglior esito: come l´educazione sessuale nelle scuole, la contraccezione, i consultori pubblici. «Far cambiare atteggiamento ai giovani è possibile, come dimostrano i progressi che abbiamo ottenuto nella lotta al fumo e all´ubriachezza al volante», osserva John Tripp, sociologo della Exeter University, «ma occorrono motivazioni valide».
Del resto anche negli Usa il successo del "Silver Ring" è relativo: ventimila giovani con l´anello dell´astinenza al dito sono poca cosa rispetto a una promiscuità sessuale dilagante. Recentemente il New York Times ha segnalato addirittura che nelle scuole medie superiori americane sta cadendo in disuso l´abitudine a corteggiarsi per avere il "boyfriend" o la "girlfriend", considerati poco "cool", cioè sorpassati, mentre è più di moda avere rapporti sessuali casuali senza alcun legame affettivo.
Repubblica 25.6.04
GLI ESPERTI
La verginità è un valore "di nicchia", ma i ragazzi preferiscono comunque aspettare
"Italiani, prima volta senza fretta"
Qui i missionari non avrebbero successo, ma sarebbe utile più informazione: nel 2002 le baby mamme sono state diecimila
di VERA SCHIAVAZZI
ROMA - Invitare i giovani italiani alla castità? Non serve, grazie. In molti casi ci pensano da soli, rinviando il momento del primo rapporto sessuale (oggi, in media, collocato in Italia tra i 17 e i 18 anni per i maschi e tra i 18 e i 19 per le ragazze) e, comunque, affrontando il sesso in modo assai più rilassato delle generazioni che li hanno preceduti. Castità e verginità sono invece per i ventenni italiani un valore «di nicchia», collegato a particolari comunità o appartenenze, magari anche al desiderio di andare controcorrente. Un impulso rispettabile, ma non più così attuale visto che, sul fronte opposto, si è allentata in tutta Europa quella pressione sociale che fino a cinque, dieci anni fa faceva sentire profondamente a disagio soprattutto le giovani donne che a 18 o vent´anni non avevano ancora provato un rapporto sessuale completo.
Lo spiega Franco Garelli, il sociologo torinese che da sempre si occupa di adolescenti e di giovani, e lo confermano numerose ricerche, a cominciare da quella, condotta da lui stesso, «I giovani, il sesso e l´amore». «Dal nostro campione di interviste, realizzate soprattutto a Napoli, Bologna e Torino, è emerso che soltanto il 5 per cento non ha ancora avuto rapporti tra i 20 e i 24 anni - spiega il docente - circa la metà del gruppo ha perso la verginità tra i 17 e i 19 anni, con una differenza di un anno tra maschi e femmine: le ragazze in genere aspettano un po´ di più». Ma che cosa hanno detto gli intervistati giudicando dopo mesi o anni quel primo approccio col sesso? «Soprattutto le ragazze, pur non dichiarandosi "pentite" e non attribuendo un particolare valore alla verginità perduta hanno espresso sovente un po´ di rammarico perché l´esperienza non era stata poi così bella». Ed è proprio questo effetto-ripensamento che spinge molti giovani non tanto a restare vergini a lungo, quanto a lasciar passare un periodo non breve prima di ricominciare.
Più dei missionari di "Silver Ring Thing", comunque, ai ragazzi e soprattutto alle ragazze italiane gioverebbe maggiore informazione: nel 2002, i bambini nati da minorenni sono stati poco meno di diecimila, mentre le interruzioni di gravidanza prima dei 18 anni autorizzate dai Tribunali sono state 4 mila, cioè più del 7 per cento del totale secondo i dati diffusi da «Sos Donna». Commenta Tilde Gianni Gallino, docente di Psicologia dell´età evolutiva: «Non stupisce che un movimento in favore della castità si sviluppi in America, dove è molto forte l´influenza della collettività sui singoli e dove, d´altro canto, le quattordicenni diventano spesso drop out in seguito ad una gravidanza precoce e rappresentano un serio problema sociale. Ma in Italia è molto diverso: da un lato i rapporti non sono così precoci, dall´altro i ragazzi ci arrivano dopo esperienze sessuali mediate, in qualche modo "contrattate" dalle ragazze che oggi hanno più consapevolezza e più potere di un tempo».
TRASTEVERE
E a piazza San Cosimato comincia il restyling
Tra due mesi, il via ai lavori per riqualificare lo slargo
Piazza San Cosimato, tra due mesi iniziano i lavori di riqualificazione. Il Comune ha infatti appena pubblicato l´avviso di gara d´appalto, che verrà aggiudicata il prossimo 21 luglio. Poi un mese per le verifiche dei requisiti, infine il cantiere, che rimarrà aperto per un anno. Durante gli interventi, i banchi verranno trasferiti in un´area vicina, probabilmente via dei Veneziani, che dunque sarà chiusa alle auto in orario di mercato dalle 8 alle 14.
«Si tratta di un intervento importante - ricorda l´assessore alle Attività produttive Daniela Valentini, che ha lavorato al progetto insieme all´assessore al Territorio Roberto Morassut - La riqualificazione mette insieme il rispetto per una zona storica di pregio e le esigenze della vita quotidiana».
A vincere il concorso per la progettazione definitiva ed esecutiva della piazza sono stati gli architetti Lorenzo Pignatti Morano e Federica Ottone, che l´hanno spuntata su 76 gruppi di partecipanti. Ora, gli interventi restituiranno a Trastevere una piazza rinnovata, in gran parte pedonale, libera e fruibile di pomeriggio grazie ai banchi mobili, 20 su 28 complessivi, tutti ripensati con un diverso design, in legno lamellare, montati su una pedana sempre di legno.
Il mercato resterà nella parte nord della piazza, mentre al centro, intorno al grande platano, verranno allestiti verde, panchine e zone d´ombra, per permettere la chiacchiera e il riposo. Un nuovo spazio giochi completerà l´opera, insieme ad una migliore illuminazione e al ripristino dell´accesso al cortile della chiesa di san Cosimato, dove si trovano il centro anziani e un giardino.
Il progetto di sistemazione della piazza è stato fortemente voluto dal presidente del primo municipio Giuseppe Lobefaro e dai residenti, che hanno espresso suggerimenti e segnalazioni attraverso le associazioni del rione.
(ce.ge)
un caso:
l’ultimo «matto» di Collegno
LA STAMPA 25 Giugno 2004
GENOVESE, LAUREATO IN FILOSOFIA, QUANDO LA LEGGE CANCELLÒ GLI OSPEDALI PSICHIATRICI RIFIUTÒ UNA CASA ALLOGGIO
Addio all’ultimo «matto» di Collegno
Morto a 69 anni: non ha mai voluto lasciare il manicomio
di Marco Neirotti
Io me ne andrò di qui soltanto quando mi avrete restituito i vent’anni di vita che mi avete preso». Insieme con la sofferenza c’è una cascata di dignità nella disfida di C.R. Viveva da vent’anni nel manicomio di Collegno quando - 1994 - si arrivò alle ultime dimissioni dei malati psichiatrici, verso casa, verso parenti, verso comunità e case famiglia. Lui li guardava partire, come si sconta un addio e si augura una speranza. E, intanto, si aggrappava al suo nido: «Non ho chiesto io di venirci, mi ci avete portato e adesso voglio rimanerci. Cambiare idea e metterci fuori è troppo comodo».
Se n’è andato tre giorni fa. Sdraiato in una bara, distrutto dalle 80 sigarette al giorno che gli hanno fatto compagnia di giorno e di notte. L’ultimo superstite di una stagione finita da tempo, da quando la legge 180 promossa da Franco Basaglia trovò applicazione definitiva: signori, si chiude. C.R. - forte e debole - quel «si chiude» non lo voleva sentire. Gli fecero vedere un minialloggio curato e pulito in Grugliasco. Rispose no. La soluzione trovata da uno psicologo che gli voleva bene fu un angolo dell’appartamento che un tempo occupava il prete dell’ospedale. Si rintanò lì con i suoi libri: da San Tommaso a Kant, da Shopenhauer agli utopisti (Campanella, Moro, Bacone), da Freud a Jung. E poi poesia, narrativa, storia.
Questo paladino - suo malgrado - della vecchia istituzione manicomiale nasce nel 1935 a Genova, ultimo di cinque figli. A sei anni assiste ai lamenti dell’agonia della madre. Affronta crisi di panico e poi, perso in sue nebbie, forse per esorcizzare quel dolore, decide che sua madre a tutti gli effetti è la sorella quindicenne. Frequenta il liceo classico, si laurea in filosofia, è un ottimo insegnante. Ha una cattedra in un liceo. Ma all’inizio degli anni ‘70 accade qualcosa.
Si parla di bombe atomiche, fine del mondo. Lui si rifugia in una casa di campagna, si nasconde tra il materasso e la rete per evitare le radiazioni. Rimane lì immobile per giorni, senza mangiare e bere, in attesa dell’Evento. Finché non lo trovano. E’ il primo ricovero coatto. In ospedale incontra il dottor Annibale Crosignani. Insieme discutono del concetto di tempo, che lui filtra attraverso Bergson, Claudel. E’ una bella sfida fra persone di cultura. Tanto da far sì che possa tornare a casa. Si circonda di libri. Un altro delirio lo assale: l’avvelenemanto. E’ il tormento che lo assilla giorno dopo giorno. «Arrivammo a nutrirlo per flebo, perché era ossessionato dal veleno».
A Collegno ci sono in quel periodo duemila malati e lui va e viene per i reparti, incontra i parenti dei ricoverati, dà consigli, scrive lettere a casa per conto terzi, «addirittura faceva i compiti per i figli degli infermieri», ricorda Crosignani. Quest’uomo gentile, in alternanza fra delirio e realtà, sfida l’istituzione: «Voglio vedere la mia cartella clinica, è mio diritto». Trent’anni prima del consenso informato. Perché? «Perché voi medici scrivete solo antitifo, quattro vaccini e via. La voglio completa per quando la troveranno, così come forse si troverà quella di Nietzsche». Controlla ed è rasserenato. Ha voglia di fare. Gli affidano la biblioteca dell’ospedale: «Fu straordinario - dice Crosignani - ci ritrovammo con tutto catalogato, ordinato. Ci telefonava a casa: lei, dottore, ha preso un dizionario di psicologia che appartiene all’istituzione». C.R. è uguale e opposto al Frank Drummer dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, che all’ingorgo di sentimenti che non riesce a esprimere reagisce studiando a memoria l’Enciclopedia Britannica. Per lui, invece, il libro viene prima, viene prima della schizofrenia paranoide.
«Di qui me ne vado quando mi restituite quegli anni». L’altro matto, più «matto» di lui, cioé il professor Crosignani, ha una bella pensata: deve tenere un corso agli infermieri sugli effetti collaterali degli psicofarmaci e presenta il professor C.R., gli lascia la parola. Ascoltano, prendono appunti, lui è preciso, dettagliato, quasi commosso. Nessuno specialista in neuropsicofarmacologia può dissertare con tanta dovizia di particolari. Tanto che quando il malato chiede un certificato per la pensione, lo psichiatra replica: «Scrivilo tu. Se è corretto lo firmo». Firma arrivata. «Mi obbligava a ragionare», dice oggi Crosignani.
Ci crederanno in pochi che era un paziente a parlare agli studenti. Ma quel paziente teme la solitudine, guarda l’enorme Certosa svuotarsi. Quando la legge 180 apre i cancelli, Crosignani va sul territorio, fino al primariato alle Molinette. Lui, il filosofo dolce e disponibile che ha paura di essere avvelenato, si sente tradito: «Lei se n’è andato, mi ha lasciato solo». E’ il lavoro, gli spiega, è la legge. «Non ho chiesto io di venire qui. Per vent’anni mi avete cercato i segreti, mi avete scavato le perle nel cuore e poi addio».
E rimane lì, con la sua tenacia, con lo sguardo cupo verso il cibo. Finché un male del corpo e non della mente se lo porta via, il tenente Drogo che vola dal Deserto dei tartari di Buzzati alle «antiche scale» di Tobino, guardiano paziente, memoria di una rivoluzione psichiatrica.
Al camposanto erano pochi: lo psichiatra Crosignasni e un altro specialista, uno psicologo, la sorella, due infermiere, un altro malato, forse lo stesso che gli teneva in ordine la stanza. Uscendo, Crosignani ha detto: «A volte gli domandavo: secondo te che dovrei fare? Ci aiutava a sfuggire alla logica dello specialista, del tapis roulant delle cure. Per noi lui è stato un paziente, un amico, un maestro».
GENOVESE, LAUREATO IN FILOSOFIA, QUANDO LA LEGGE CANCELLÒ GLI OSPEDALI PSICHIATRICI RIFIUTÒ UNA CASA ALLOGGIO
Addio all’ultimo «matto» di Collegno
Morto a 69 anni: non ha mai voluto lasciare il manicomio
di Marco Neirotti
Io me ne andrò di qui soltanto quando mi avrete restituito i vent’anni di vita che mi avete preso». Insieme con la sofferenza c’è una cascata di dignità nella disfida di C.R. Viveva da vent’anni nel manicomio di Collegno quando - 1994 - si arrivò alle ultime dimissioni dei malati psichiatrici, verso casa, verso parenti, verso comunità e case famiglia. Lui li guardava partire, come si sconta un addio e si augura una speranza. E, intanto, si aggrappava al suo nido: «Non ho chiesto io di venirci, mi ci avete portato e adesso voglio rimanerci. Cambiare idea e metterci fuori è troppo comodo».
Se n’è andato tre giorni fa. Sdraiato in una bara, distrutto dalle 80 sigarette al giorno che gli hanno fatto compagnia di giorno e di notte. L’ultimo superstite di una stagione finita da tempo, da quando la legge 180 promossa da Franco Basaglia trovò applicazione definitiva: signori, si chiude. C.R. - forte e debole - quel «si chiude» non lo voleva sentire. Gli fecero vedere un minialloggio curato e pulito in Grugliasco. Rispose no. La soluzione trovata da uno psicologo che gli voleva bene fu un angolo dell’appartamento che un tempo occupava il prete dell’ospedale. Si rintanò lì con i suoi libri: da San Tommaso a Kant, da Shopenhauer agli utopisti (Campanella, Moro, Bacone), da Freud a Jung. E poi poesia, narrativa, storia.
Questo paladino - suo malgrado - della vecchia istituzione manicomiale nasce nel 1935 a Genova, ultimo di cinque figli. A sei anni assiste ai lamenti dell’agonia della madre. Affronta crisi di panico e poi, perso in sue nebbie, forse per esorcizzare quel dolore, decide che sua madre a tutti gli effetti è la sorella quindicenne. Frequenta il liceo classico, si laurea in filosofia, è un ottimo insegnante. Ha una cattedra in un liceo. Ma all’inizio degli anni ‘70 accade qualcosa.
Si parla di bombe atomiche, fine del mondo. Lui si rifugia in una casa di campagna, si nasconde tra il materasso e la rete per evitare le radiazioni. Rimane lì immobile per giorni, senza mangiare e bere, in attesa dell’Evento. Finché non lo trovano. E’ il primo ricovero coatto. In ospedale incontra il dottor Annibale Crosignani. Insieme discutono del concetto di tempo, che lui filtra attraverso Bergson, Claudel. E’ una bella sfida fra persone di cultura. Tanto da far sì che possa tornare a casa. Si circonda di libri. Un altro delirio lo assale: l’avvelenemanto. E’ il tormento che lo assilla giorno dopo giorno. «Arrivammo a nutrirlo per flebo, perché era ossessionato dal veleno».
A Collegno ci sono in quel periodo duemila malati e lui va e viene per i reparti, incontra i parenti dei ricoverati, dà consigli, scrive lettere a casa per conto terzi, «addirittura faceva i compiti per i figli degli infermieri», ricorda Crosignani. Quest’uomo gentile, in alternanza fra delirio e realtà, sfida l’istituzione: «Voglio vedere la mia cartella clinica, è mio diritto». Trent’anni prima del consenso informato. Perché? «Perché voi medici scrivete solo antitifo, quattro vaccini e via. La voglio completa per quando la troveranno, così come forse si troverà quella di Nietzsche». Controlla ed è rasserenato. Ha voglia di fare. Gli affidano la biblioteca dell’ospedale: «Fu straordinario - dice Crosignani - ci ritrovammo con tutto catalogato, ordinato. Ci telefonava a casa: lei, dottore, ha preso un dizionario di psicologia che appartiene all’istituzione». C.R. è uguale e opposto al Frank Drummer dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, che all’ingorgo di sentimenti che non riesce a esprimere reagisce studiando a memoria l’Enciclopedia Britannica. Per lui, invece, il libro viene prima, viene prima della schizofrenia paranoide.
«Di qui me ne vado quando mi restituite quegli anni». L’altro matto, più «matto» di lui, cioé il professor Crosignani, ha una bella pensata: deve tenere un corso agli infermieri sugli effetti collaterali degli psicofarmaci e presenta il professor C.R., gli lascia la parola. Ascoltano, prendono appunti, lui è preciso, dettagliato, quasi commosso. Nessuno specialista in neuropsicofarmacologia può dissertare con tanta dovizia di particolari. Tanto che quando il malato chiede un certificato per la pensione, lo psichiatra replica: «Scrivilo tu. Se è corretto lo firmo». Firma arrivata. «Mi obbligava a ragionare», dice oggi Crosignani.
Ci crederanno in pochi che era un paziente a parlare agli studenti. Ma quel paziente teme la solitudine, guarda l’enorme Certosa svuotarsi. Quando la legge 180 apre i cancelli, Crosignani va sul territorio, fino al primariato alle Molinette. Lui, il filosofo dolce e disponibile che ha paura di essere avvelenato, si sente tradito: «Lei se n’è andato, mi ha lasciato solo». E’ il lavoro, gli spiega, è la legge. «Non ho chiesto io di venire qui. Per vent’anni mi avete cercato i segreti, mi avete scavato le perle nel cuore e poi addio».
E rimane lì, con la sua tenacia, con lo sguardo cupo verso il cibo. Finché un male del corpo e non della mente se lo porta via, il tenente Drogo che vola dal Deserto dei tartari di Buzzati alle «antiche scale» di Tobino, guardiano paziente, memoria di una rivoluzione psichiatrica.
Al camposanto erano pochi: lo psichiatra Crosignasni e un altro specialista, uno psicologo, la sorella, due infermiere, un altro malato, forse lo stesso che gli teneva in ordine la stanza. Uscendo, Crosignani ha detto: «A volte gli domandavo: secondo te che dovrei fare? Ci aiutava a sfuggire alla logica dello specialista, del tapis roulant delle cure. Per noi lui è stato un paziente, un amico, un maestro».
Vladimir Il'ic Ul'janov, detto Lenin (1870 - 1924)
Corriere della Sera 25.6.04
Per un medico israeliano il leader comunista avrebbe contratto la sifilide prima della rivoluzione
Il mal d’amore, ultima ipotesi su Lenin
di St. B.
Sifilide: sarebbe solo questa la diagnosi da scrivere sulla cartella clinica di Lenin. Diagnosi che continua a sembrare scomoda per il padre della rivoluzione bolscevica, ancora più scomoda se si pensa che (all’epoca) il governo sovietico si era impegnato in «un’intensa campagna» per rimuovere quella che nella Russia degli zar era stata a lungo considerata una vera e propria piaga. L’ipotesi formulata da un’équipe di medici israeliani (poi rimbalzata sull’European Journal of Medicine e sul New York Times) non è, comunque, nuova: ma quello realizzato da Vladimir Lerner, capo del dipartimento di psichiatria del Bèer Sheva Mental Health Center è con tutta probabilità «lo studio più completo e convincente» mai realizzato sull’argomento. A supporto della propria tesi, Lerner cita (tra l’altro) il fatto che Lenin (1870-1924) fosse stato curato con il salvarsan, farmaco che al tempo veniva utilizzato in pratica esclusivamente per combattere la sifilide. E a confermare la sua ipotesi arriva il commento di Deborah Hayden, storica della medicina (e della sifilide in particolare) che ricorda come «alcuni biografi di Lenin avessero riferito che i suoi medici curanti già sospettassero questa patologia, anche se nessuno aveva mai messo insieme tutte le informazioni sul caso».
Ma quando Lenin avrebbe contratto la sifilide? Secondo i medici israeliani, con tutta probabilità, il contagio sarebbe avvenuto nell’Europa degli anni precedenti alla Rivoluzione d’ottobre e tutto sarebbe nato da un rapporto sessuale. Lenin avrebbe combattuto a lungo con gli effetti di una malattia allora considerata incurabile e che con l’andar del tempo avrebbe manifestato sintomi sempre più «devastanti e dolorosi». Anche dal punto di vista politico visto che, secondo Lerner, sarebbe stata sempre colpa della sifilide (che presenta anche complicazione cerebrali) se Lenin sarebbe stato incapace di esprimere una posizione coerente e una guida forte proprio «nel periodo in cui Stalin complottava per prendere il controllo del Partito comunista».
Ma non tutti sono così sicuri come Lerner e la sua équipe. Innanzitutto sembra mancare proprio quella prova certa che potrebbe venire solamente nel caso in cui fosse concessa «la possibilità di accedere» al cervello di Lenin, attualmente tagliato a fettine e gelosamente conservato in un istituto scientifico di Mosca. Possibilità remotissima (se non da escludere in modo assoluto) visto che le autorità locali hanno già fatto sapere «di non avere alcuna intenzione di svolgere test ed esami del Dna sulla materia cerebrale di Lenin».
Eppure i medici israeliani restano sicurissimi: «Se si prende l’intero caso Lenin - arrivano a dire -, si cancella il suo nome dalla cartella clinica e la si mostra ad un neurologo, questo parlerà subito di sifilide». Caso mai, si potrà utilizzare uno dei tanti eufemismi (come «malattia del marinaio») che hanno da sempre mascherato un «male» tanto irrispettoso da colpire persino Lenin.
Per un medico israeliano il leader comunista avrebbe contratto la sifilide prima della rivoluzione
Il mal d’amore, ultima ipotesi su Lenin
di St. B.
Sifilide: sarebbe solo questa la diagnosi da scrivere sulla cartella clinica di Lenin. Diagnosi che continua a sembrare scomoda per il padre della rivoluzione bolscevica, ancora più scomoda se si pensa che (all’epoca) il governo sovietico si era impegnato in «un’intensa campagna» per rimuovere quella che nella Russia degli zar era stata a lungo considerata una vera e propria piaga. L’ipotesi formulata da un’équipe di medici israeliani (poi rimbalzata sull’European Journal of Medicine e sul New York Times) non è, comunque, nuova: ma quello realizzato da Vladimir Lerner, capo del dipartimento di psichiatria del Bèer Sheva Mental Health Center è con tutta probabilità «lo studio più completo e convincente» mai realizzato sull’argomento. A supporto della propria tesi, Lerner cita (tra l’altro) il fatto che Lenin (1870-1924) fosse stato curato con il salvarsan, farmaco che al tempo veniva utilizzato in pratica esclusivamente per combattere la sifilide. E a confermare la sua ipotesi arriva il commento di Deborah Hayden, storica della medicina (e della sifilide in particolare) che ricorda come «alcuni biografi di Lenin avessero riferito che i suoi medici curanti già sospettassero questa patologia, anche se nessuno aveva mai messo insieme tutte le informazioni sul caso».
Ma quando Lenin avrebbe contratto la sifilide? Secondo i medici israeliani, con tutta probabilità, il contagio sarebbe avvenuto nell’Europa degli anni precedenti alla Rivoluzione d’ottobre e tutto sarebbe nato da un rapporto sessuale. Lenin avrebbe combattuto a lungo con gli effetti di una malattia allora considerata incurabile e che con l’andar del tempo avrebbe manifestato sintomi sempre più «devastanti e dolorosi». Anche dal punto di vista politico visto che, secondo Lerner, sarebbe stata sempre colpa della sifilide (che presenta anche complicazione cerebrali) se Lenin sarebbe stato incapace di esprimere una posizione coerente e una guida forte proprio «nel periodo in cui Stalin complottava per prendere il controllo del Partito comunista».
Ma non tutti sono così sicuri come Lerner e la sua équipe. Innanzitutto sembra mancare proprio quella prova certa che potrebbe venire solamente nel caso in cui fosse concessa «la possibilità di accedere» al cervello di Lenin, attualmente tagliato a fettine e gelosamente conservato in un istituto scientifico di Mosca. Possibilità remotissima (se non da escludere in modo assoluto) visto che le autorità locali hanno già fatto sapere «di non avere alcuna intenzione di svolgere test ed esami del Dna sulla materia cerebrale di Lenin».
Eppure i medici israeliani restano sicurissimi: «Se si prende l’intero caso Lenin - arrivano a dire -, si cancella il suo nome dalla cartella clinica e la si mostra ad un neurologo, questo parlerà subito di sifilide». Caso mai, si potrà utilizzare uno dei tanti eufemismi (come «malattia del marinaio») che hanno da sempre mascherato un «male» tanto irrispettoso da colpire persino Lenin.
giovedì 24 giugno 2004
cultura tolemaica 2:
alcuni articoli dal Corsera
Corriere della Sera 24.6.04
GLI ITALIANI Ansioso 1 su 3
Un italiano su tre soffre di ansia o depressione e uno su due ne ha sofferto almeno una volta. Lo rivela un’indagine dello psichiatra Marcello Nardini dell’Università di Bari su un campione di oltre duemila persone
I MODI : Insonnia e fobie. L’ansia si presenta sotto forma di tensione, preoccupazioni, insonnia, difficoltà a concentrarsi, attacchi di panico, fobie
LE CURE: I farmaci. Sono efficaci varie forme di psicoterapia, in particolare la cognitivo comportamentale. I farmaci sono di aiuto, purché sotto stretto controllo
Corriere della Sera 24.6.04
Addio alla paura, il segreto nel cervelletto
Ricerca italiana scopre nei topi la proteina che fa ricordare i traumi. «Potrebbe servire contro l’ansia»
di Margherita De Bac
Un brutto incidente, una violenza sessuale, uno scippo. La reazione a esperienze sgradevoli è la paura. E la paura genera ansia. Quando ci ritroveremo in una situazione che richiama esperienze già vissute, o avremo il timore di riviverle, saremo colti da un senso di angoscia, con ricadute a livello psichico. Colpa della memoria. La «memoria della paura». Uno studio pubblicato sull’ultimo numero della rivista internazionale Neuron fa intravedere una cura (tutta da verificare e comunque lontana) per cancellarla. Per impedire che ricordi traumatici vengano immagazzinati, processo che richiede due o tre giorni a partire dall’evento. Scienziati italiani hanno infatti scoperto nel cervelletto del topo la funzione di una proteina la cui assenza determina la rimozione dei ricordi recenti. In parole semplici, gli animaletti geneticamente privi di questa sostanza non imparano la paura. «Sia chiaro, è molto prematuro immaginare una pillolina antiansia - evita ogni tipo di semplificazione Piergiorgio Strata, neurologo di Torino che ha coordinato la ricerca condotta presso la Fondazione ricerca Santa Lucia, a Roma -. Però è molto importante aver individuato il meccanismo che permette di dimenticare». La pasticca, se davvero venisse sintetizzata, funzionerebbe un po’ come la pillola del giorno dopo, che annulla il rischio di gravidanza dopo un rapporto sessuale. Esempio: torno a casa la notte, dall’ombra spunta un uomo che mi aggredisce. Il giorno successivo prendo il farmaco e prevengo l’ansia che mi catturerebbe scorgendo in un’altra occasione un’ombra nella notte, seppur innocua.
Strata si è sempre occupato del cervelletto, una regione cerebrale che, come hanno confermato una serie di studi recenti, non solo sovrintende ai movimenti, ma allo stesso tempo coordina alcune funzioni superiori, psichiche. E’ coinvolto anche nelle emozioni. In questo piccolo organo è stata individuata una sinapsi, cioè il punto di contatto tra due neuroni, che produce una proteina essenziale per la memoria. Di fronte a un evento che innesca paura questa proteina si trasforma e la sua trasformazione resta evidente almeno per le successive 24 ore. I topi che geneticamente non la possiedono hanno la fortuna di rimuovere i traumi, di non immagazzinarli. «In teoria riproducendo lo stesso meccanismo nell’uomo si potrebbe fargli dimenticare le esperienze spiacevoli che sono alla base di ansia, nevrosi, sindromi post traumatiche. In questo caso si cancellerebbe un ricordo molto recente, non le paure innate che costituiscono la nostra difesa contro i pericoli dell’ambiente», spiega Strata. La ricerca, fa notare Carlo Caltagirone, direttore scientifico della Fondazione Santa Lucia, è stata possibile anche dal fatto che «la Fondazione, attraverso l’Istituto europeo di ricerche sul cervello, l’Ebri, ha stabilito una rete di laboratori con progetti in comune per lo sviluppo di tematiche che difficilmente un unico gruppo potrebbe portare avanti».
Strata sta lavorando con un gruppo giapponese che ha messo a punto una molecola sintetica capace di inattivare la proteina che fa sedimentare la paura. Verrà provata su topi sani per verificare se davvero si riesce a prevenire l’ansia.
Corriere della Sera 24.6.04
IL VALORE DELL’ESPERIENZA
di Massimo Piattelli Palmarini
Puntualmente, le notizie dal mondo della biologia ci ricordano che, grazie alle raffinate tecniche di ingegneria genetica, le specie viventi costituiscono ormai una biblioteca di testi complessi, che i ricercatori più smaliziati riescono non solo a leggere, ma anche a riscrivere, fino nei minuti dettagli. Nell’ultima ricerca pubblicata su Neuron si parla di topi geneticamente manipolati, i quali risultano incapaci di ricordare eventi spaventosi recentemente subìti. Già si sapeva che la memoria duratura di un evento si basa su modificazioni chimiche ed elettriche stabili di alcune connessioni nervose, cioè di alcune sinapsi. Il meccanismo principale di tale modifica consiste nella sintesi e nella fissazione, sulle membrane delle cellule nervose, di particolari proteine. Bersaglio della ricerca del gruppo torinese è la proteina codificata da un gene chiamato GRID2. Modificando questo gene, e quindi il suo prodotto, l’animale impara sul momento la reazione di paura acquisita, ma poi la dimentica. Continuano a funzionare le associazioni paurose innate, come quelle a un colpo di pistola o alla presenza di un serpente, ma gli abbinamenti nuovi, per esempio con uno shock elettrico o un elevato livello di rumore, si disciolgono abbastanza rapidamente nel tempo in questi topi mutanti. Il centro cerebrale specificamente coinvolto è il cervelletto, tradizionalmente ritenuto il direttore d’orchestra per la coordinazione dei movimenti, soprattutto nella marcia e nella corsa, ma recentemente accreditato anche per un controllo di connessioni per svariate altre funzioni, compresi alcuni compiti linguistici. Il suo coinvolgimento nella formazione e la stabilizzazione delle memorie a lungo termine è il risultato scientifico più notevole di questa nuova scoperta.
Il cervelletto dialoga con la cosiddetta amigdala, ben noto centro cerebrale molto profondo, molto antico, che i mammiferi hanno in comune con i rettili. L’amigdala è notoriamente connessa con la paura, l’ansietà, i segnali di pericolo, la reazione ad un animale che si avvicina troppo e, come recentemente mostrato, nell’uomo, anche al dispiacere di perdite economiche. Alcune patologie dell’amigdala inducono, negli esseri umani, autismo, depressione e particolare suscettibilità ad attacchi di ansia. Il gene adesso manipolato dagli studiosi italiani è coinvolto nelle connessioni tra cervelletto ed amigdala e si rivela indispensabile al processo di memorizzazione e apprendimento attraverso esperienze paurose. I film di fantascienza ci hanno abituato ad immaginare situazioni nelle quali memorie particolari vengono impiantate o rimosse chimicamente dall’esterno. Questa scoperta rimuove un po’ del prefisso «fanta» e avvicina tali possibilità almeno di un primo timido passo, verso la scienza vera e propria. Il gene in questione è presente, infatti, anche nell’uomo ed esso assomiglia a quello del topo per ben l’ottanta per cento, nella sua sequenza di Dna, e le sue sregolazioni sono legate a una patologia chiamata atassia cerebellare. Inevitabile domandarsi se si avrebbe il diritto, potendolo fare, di rimuovere selettivamente certe memorie spaventose dal nostro cervello e dalla nostra mente.
Le memorie fanno parte integrante di ciò che costituisce una persona come quella persona e sono parte della nostra privata sensazione di identità. Inoltre, ci serve imparare dalle memorie delle nostre esperienze molto negative. Manipolarle appare, quanto meno, di dubbia legittimità etica, perfino se lo facessimo con il pieno consenso dell’interessato. D’altro canto, i reduci dalle guerre, le prigionie, le torture, i sequestri e altre immense sciagure limitate nel tempo, spesso trovano arduo reinserirsi in un’esistenza normale. In tali casi estremi, si sarebbe tentati, se mai tale tecnologia divenisse veramente accessibile, di rimuovere selettivamente i ricordi spaventosi.
Il professor Strata si dichiara prudentemente favorevole, in linea di principio, a tali interventi, in casi estremi. Una volta di più, l’etica delle manipolazioni genetiche e farmacologiche stenta a seguire il passo delle ricerche. Dovremo procedere caso per caso, soppesando anche le possibili controindicazioni cliniche, per ora del tutto ignote. Chi beveva per dimenticare, forse, inconsapevolmente e goffamente, anticipava solo i tempi.
GLI ITALIANI Ansioso 1 su 3
Un italiano su tre soffre di ansia o depressione e uno su due ne ha sofferto almeno una volta. Lo rivela un’indagine dello psichiatra Marcello Nardini dell’Università di Bari su un campione di oltre duemila persone
I MODI : Insonnia e fobie. L’ansia si presenta sotto forma di tensione, preoccupazioni, insonnia, difficoltà a concentrarsi, attacchi di panico, fobie
LE CURE: I farmaci. Sono efficaci varie forme di psicoterapia, in particolare la cognitivo comportamentale. I farmaci sono di aiuto, purché sotto stretto controllo
Corriere della Sera 24.6.04
Addio alla paura, il segreto nel cervelletto
Ricerca italiana scopre nei topi la proteina che fa ricordare i traumi. «Potrebbe servire contro l’ansia»
di Margherita De Bac
Un brutto incidente, una violenza sessuale, uno scippo. La reazione a esperienze sgradevoli è la paura. E la paura genera ansia. Quando ci ritroveremo in una situazione che richiama esperienze già vissute, o avremo il timore di riviverle, saremo colti da un senso di angoscia, con ricadute a livello psichico. Colpa della memoria. La «memoria della paura». Uno studio pubblicato sull’ultimo numero della rivista internazionale Neuron fa intravedere una cura (tutta da verificare e comunque lontana) per cancellarla. Per impedire che ricordi traumatici vengano immagazzinati, processo che richiede due o tre giorni a partire dall’evento. Scienziati italiani hanno infatti scoperto nel cervelletto del topo la funzione di una proteina la cui assenza determina la rimozione dei ricordi recenti. In parole semplici, gli animaletti geneticamente privi di questa sostanza non imparano la paura. «Sia chiaro, è molto prematuro immaginare una pillolina antiansia - evita ogni tipo di semplificazione Piergiorgio Strata, neurologo di Torino che ha coordinato la ricerca condotta presso la Fondazione ricerca Santa Lucia, a Roma -. Però è molto importante aver individuato il meccanismo che permette di dimenticare». La pasticca, se davvero venisse sintetizzata, funzionerebbe un po’ come la pillola del giorno dopo, che annulla il rischio di gravidanza dopo un rapporto sessuale. Esempio: torno a casa la notte, dall’ombra spunta un uomo che mi aggredisce. Il giorno successivo prendo il farmaco e prevengo l’ansia che mi catturerebbe scorgendo in un’altra occasione un’ombra nella notte, seppur innocua.
Strata si è sempre occupato del cervelletto, una regione cerebrale che, come hanno confermato una serie di studi recenti, non solo sovrintende ai movimenti, ma allo stesso tempo coordina alcune funzioni superiori, psichiche. E’ coinvolto anche nelle emozioni. In questo piccolo organo è stata individuata una sinapsi, cioè il punto di contatto tra due neuroni, che produce una proteina essenziale per la memoria. Di fronte a un evento che innesca paura questa proteina si trasforma e la sua trasformazione resta evidente almeno per le successive 24 ore. I topi che geneticamente non la possiedono hanno la fortuna di rimuovere i traumi, di non immagazzinarli. «In teoria riproducendo lo stesso meccanismo nell’uomo si potrebbe fargli dimenticare le esperienze spiacevoli che sono alla base di ansia, nevrosi, sindromi post traumatiche. In questo caso si cancellerebbe un ricordo molto recente, non le paure innate che costituiscono la nostra difesa contro i pericoli dell’ambiente», spiega Strata. La ricerca, fa notare Carlo Caltagirone, direttore scientifico della Fondazione Santa Lucia, è stata possibile anche dal fatto che «la Fondazione, attraverso l’Istituto europeo di ricerche sul cervello, l’Ebri, ha stabilito una rete di laboratori con progetti in comune per lo sviluppo di tematiche che difficilmente un unico gruppo potrebbe portare avanti».
Strata sta lavorando con un gruppo giapponese che ha messo a punto una molecola sintetica capace di inattivare la proteina che fa sedimentare la paura. Verrà provata su topi sani per verificare se davvero si riesce a prevenire l’ansia.
Corriere della Sera 24.6.04
IL VALORE DELL’ESPERIENZA
di Massimo Piattelli Palmarini
Puntualmente, le notizie dal mondo della biologia ci ricordano che, grazie alle raffinate tecniche di ingegneria genetica, le specie viventi costituiscono ormai una biblioteca di testi complessi, che i ricercatori più smaliziati riescono non solo a leggere, ma anche a riscrivere, fino nei minuti dettagli. Nell’ultima ricerca pubblicata su Neuron si parla di topi geneticamente manipolati, i quali risultano incapaci di ricordare eventi spaventosi recentemente subìti. Già si sapeva che la memoria duratura di un evento si basa su modificazioni chimiche ed elettriche stabili di alcune connessioni nervose, cioè di alcune sinapsi. Il meccanismo principale di tale modifica consiste nella sintesi e nella fissazione, sulle membrane delle cellule nervose, di particolari proteine. Bersaglio della ricerca del gruppo torinese è la proteina codificata da un gene chiamato GRID2. Modificando questo gene, e quindi il suo prodotto, l’animale impara sul momento la reazione di paura acquisita, ma poi la dimentica. Continuano a funzionare le associazioni paurose innate, come quelle a un colpo di pistola o alla presenza di un serpente, ma gli abbinamenti nuovi, per esempio con uno shock elettrico o un elevato livello di rumore, si disciolgono abbastanza rapidamente nel tempo in questi topi mutanti. Il centro cerebrale specificamente coinvolto è il cervelletto, tradizionalmente ritenuto il direttore d’orchestra per la coordinazione dei movimenti, soprattutto nella marcia e nella corsa, ma recentemente accreditato anche per un controllo di connessioni per svariate altre funzioni, compresi alcuni compiti linguistici. Il suo coinvolgimento nella formazione e la stabilizzazione delle memorie a lungo termine è il risultato scientifico più notevole di questa nuova scoperta.
Il cervelletto dialoga con la cosiddetta amigdala, ben noto centro cerebrale molto profondo, molto antico, che i mammiferi hanno in comune con i rettili. L’amigdala è notoriamente connessa con la paura, l’ansietà, i segnali di pericolo, la reazione ad un animale che si avvicina troppo e, come recentemente mostrato, nell’uomo, anche al dispiacere di perdite economiche. Alcune patologie dell’amigdala inducono, negli esseri umani, autismo, depressione e particolare suscettibilità ad attacchi di ansia. Il gene adesso manipolato dagli studiosi italiani è coinvolto nelle connessioni tra cervelletto ed amigdala e si rivela indispensabile al processo di memorizzazione e apprendimento attraverso esperienze paurose. I film di fantascienza ci hanno abituato ad immaginare situazioni nelle quali memorie particolari vengono impiantate o rimosse chimicamente dall’esterno. Questa scoperta rimuove un po’ del prefisso «fanta» e avvicina tali possibilità almeno di un primo timido passo, verso la scienza vera e propria. Il gene in questione è presente, infatti, anche nell’uomo ed esso assomiglia a quello del topo per ben l’ottanta per cento, nella sua sequenza di Dna, e le sue sregolazioni sono legate a una patologia chiamata atassia cerebellare. Inevitabile domandarsi se si avrebbe il diritto, potendolo fare, di rimuovere selettivamente certe memorie spaventose dal nostro cervello e dalla nostra mente.
Le memorie fanno parte integrante di ciò che costituisce una persona come quella persona e sono parte della nostra privata sensazione di identità. Inoltre, ci serve imparare dalle memorie delle nostre esperienze molto negative. Manipolarle appare, quanto meno, di dubbia legittimità etica, perfino se lo facessimo con il pieno consenso dell’interessato. D’altro canto, i reduci dalle guerre, le prigionie, le torture, i sequestri e altre immense sciagure limitate nel tempo, spesso trovano arduo reinserirsi in un’esistenza normale. In tali casi estremi, si sarebbe tentati, se mai tale tecnologia divenisse veramente accessibile, di rimuovere selettivamente i ricordi spaventosi.
Il professor Strata si dichiara prudentemente favorevole, in linea di principio, a tali interventi, in casi estremi. Una volta di più, l’etica delle manipolazioni genetiche e farmacologiche stenta a seguire il passo delle ricerche. Dovremo procedere caso per caso, soppesando anche le possibili controindicazioni cliniche, per ora del tutto ignote. Chi beveva per dimenticare, forse, inconsapevolmente e goffamente, anticipava solo i tempi.
cultura tolemaica 1:
alcuni articoli da Repubblica
Repubblica Salute 24.6.04
Sua signoria la Serotonina
La molecola che decide il nostro umore La produzione stimolata dal movimento e dalla digestione. E dallo psicofarmaco più famoso
di Francesco Bottaccioli
LA SEROTONINA, 5-idrossitriptamina (5-HT in sigla), viene prodotta da alcune decine di migliaia di neuroni (pochi rispetto a un contesto fatto di miliardi di cellule) collocati nel tronco dell'encefalo, posto nella parte bassa del cervello (i cosiddetti Nuclei del Rafe), Da qui queste cellule distribuiscono una selva di prolungamenti (assoni ricchi di collaterali) in avanti verso tutte le aree fondamentali del cervello e in basso verso il midollo spinale, dove si connettono sia ai neuroni che comandano il movimento (motoneuroni) sia a quelli che ricevono le sensazioni (neuroni sensitivi) sia ai neuroni del simpatico.
La molecola viene catturata tramite diversi tipi e sottotipi di recettore. Nell'intestino, ad esempio, la stimolazione del recettore 5-HT3 produce una sensazione di pienezza che può arrivare fino alla nausea violenta.
Molto studiato è il recettore che trasporta la serotonina (sert o 5-HTT). Un cattivo funzionamento del trasportatore può non solo ridurre la disponibilità di serotonina nei neuroni, con rabbia e depressione, ma anche un incremento della molecola fuori dai neuroni, con possibile aumento dell'infiammazione e alterazione della coagulazione del sangue. Questa alterazione può dipendere da una variante genetica che sembra diffusa e rilevante soprattutto per le donne. (f. b.)
Repubblica Salute 24.6.04
I "brutti pensieri" causati dai farmaci
Allarme delle Sanità Usa, inglese e canadese
Nelle scorse settimane le autorità sanitarie americane, canadesi e inglesi hanno messo in guardia prescrittori e assuntori di farmaci antidepressivi serotonergici, in particolare per quanto riguarda il loro uso nei giovani con meno di 18 anni di età.
La decisione della Fda, l'ente governativo Usa di controllo sui farmaci, è la più cauta. Da un lato ha chiesto alla Columbia University di riesaminare i 25 studi su questi farmaci, al tempo stesso ha deciso di scrivere sul foglietto delle istruzioni "non è stato provato che causino un incremento del rischio di suicidio". La qual cosa ha suscitato critiche e ilarità di un movimento d'opinione che da anni segnala alle autorità statunitensi il rischio che, in alcuni soggetti, l'inizio della terapia con serotonergici possa aumentare pensieri suicidi.
L'Agenzia governativa inglese (Mhra) ha invece deciso che, al momento, solo un farmaco, la fluoxetina, ha prove tali da essere usato nei giovani sotto i 18 anni. Tutti gli altri, la paroxetina, la sertralina, il citalopram, la fluvoxamina non sono meglio del placebo, e in più potrebbe aumentare il rischio di suicidio o di idee suicide. Recentemente su Lancet un gruppo della Università di Londra ha dimostrato che le aziende non pubblicano tutti i dati a loro disposizione, dai quali emerge un quadro più preoccupante di quello noto.
Gli studiosi denunciano la scarsa o nulla efficacia dei farmaci sopradetti, almeno nei giovani, e gli effetti avversi: l'aumento delle idee e dei propositi suicidi e la possibile sindrome da astinenza nel caso di una loro brusca interruzione. E se non sorprende l'astinenza, comune a altri psicofarmaci, per l'incremento dei propositi suicidi è difficile avanzare spiegazioni. E' noto da tempo solo un meccanismo di desensibilizzazione dei recettori da eccesso extracellulare di serotonina e l'esistenza di una variante genetica che renderebbe meno efficiente il trasporto della molecola, esponendo le persone portatrici a una grave alterazione della trasmissione serotonergica. Ma per ora sono ipotesi.
Resta il fatto che "Lancet" denuncia l'assenza di una ricerca di Stato, indipendente, ed il monopolio di fatto degli studi clinici delle aziende. Cita il caso dell'inglese Biobank, che vuole reclutare mezzo milione di volontari per la sperimentazione dei farmaci. Presidente del comitato scientifico della Biobank è John Bell, che è anche il direttore di Roche, il colosso farmaceutico. È evidente, afferma "Lancet", che il coinvolgimento di interessi è tale da porre sospetti sulla trasparenza e correttezza degli studi da cui poi verranno autorizzati nuovi farmaci. (f. b.)
Repubblica 24.6.04
Ne soffrono 2 milioni d´italiani, colpite le donne
Estate, stagione a rischio per gli attacchi di panico
ROMA - Attacchi di panico per oltre due milioni di italiani, Ed è l´estate la stagione più a rischio. Molte volte la vittima predestinata è donna: due terzi delle persone che ne soffrono, soprattutto tra i 18 e i 40 anni, sono donne, quasi sempre in carriera, in competizione e stressate. Ma sono anche le grandi città, Roma e Milano in testa, a contare il maggior numero di casi. Questi i numeri diffusi dal neurologo Rosario Sorrentino, membro dell´Accademia americana di Neurologia e a capo dell´Uiap, unità italiana contro gli attacchi di panico, presso la clinica Paideia di Roma, Il neurologo ritiene che in estate gli attacchi s´intensifichino. «In questa stagione - dice - si rompe con la quotidianeità e quindi ci si sente meno protetti. Ma soprattutto cambia il clima che incide notevolmente sull´insorgenza del disagio mentale». Almeno un italiano su tre ha vissuto un episodio di attacco di panico, la paura di morire, di respirare e di volare. Il 10% di questi malati è candidato ad avere il disturbo da attacco di panico
Repubblica 24.6.04
L'animale, grazie a una proteina, dimentica i traumi
Si studia un "supertopo" per vincere ansia e paura
ROMA - Si nasconde nel cervelletto uno dei nodi di quella "rete della paura" di cui i neuroscienziati stanno ricostruendo il tracciato. La scoperta, che appare domani sulla prestigiosa rivista "Neuron", è opera di ricercatori dell´università di Torino e della Fondazione Santa Lucia di Roma, coordinati da Piergiorgio Strata. Lo studio riguarda un tipo di sinapsi (il collegamento in cui passano i segnali tra i neuroni) che ha sede nel cervelletto, e che ha una proteina prodotta da un gene detto GRID2. Studiando topi con una mutazione genetica naturale che provoca la mancanza della proteina, i ricercatori hanno scoperto che questi animali non ricordano gli eventi traumatici (ad esempio la scossa elettrica presa passando in un certo punto di una gabbia). Mentre i topi normali imparano a evitare le zone a rischio, i mutanti al momento hanno paura, ma dimenticano lo shock quasi subito. «Lo studio - commenta Strata - conferma che il cervelletto è coinvolto in funzioni superiori complesse. Ed è un importante passo avanti verso terapie per le sindromi fobiche e post-traumatiche». (c.d.g.)
Sua signoria la Serotonina
La molecola che decide il nostro umore La produzione stimolata dal movimento e dalla digestione. E dallo psicofarmaco più famoso
di Francesco Bottaccioli
LA SEROTONINA, 5-idrossitriptamina (5-HT in sigla), viene prodotta da alcune decine di migliaia di neuroni (pochi rispetto a un contesto fatto di miliardi di cellule) collocati nel tronco dell'encefalo, posto nella parte bassa del cervello (i cosiddetti Nuclei del Rafe), Da qui queste cellule distribuiscono una selva di prolungamenti (assoni ricchi di collaterali) in avanti verso tutte le aree fondamentali del cervello e in basso verso il midollo spinale, dove si connettono sia ai neuroni che comandano il movimento (motoneuroni) sia a quelli che ricevono le sensazioni (neuroni sensitivi) sia ai neuroni del simpatico.
La molecola viene catturata tramite diversi tipi e sottotipi di recettore. Nell'intestino, ad esempio, la stimolazione del recettore 5-HT3 produce una sensazione di pienezza che può arrivare fino alla nausea violenta.
Molto studiato è il recettore che trasporta la serotonina (sert o 5-HTT). Un cattivo funzionamento del trasportatore può non solo ridurre la disponibilità di serotonina nei neuroni, con rabbia e depressione, ma anche un incremento della molecola fuori dai neuroni, con possibile aumento dell'infiammazione e alterazione della coagulazione del sangue. Questa alterazione può dipendere da una variante genetica che sembra diffusa e rilevante soprattutto per le donne. (f. b.)
Repubblica Salute 24.6.04
I "brutti pensieri" causati dai farmaci
Allarme delle Sanità Usa, inglese e canadese
Nelle scorse settimane le autorità sanitarie americane, canadesi e inglesi hanno messo in guardia prescrittori e assuntori di farmaci antidepressivi serotonergici, in particolare per quanto riguarda il loro uso nei giovani con meno di 18 anni di età.
La decisione della Fda, l'ente governativo Usa di controllo sui farmaci, è la più cauta. Da un lato ha chiesto alla Columbia University di riesaminare i 25 studi su questi farmaci, al tempo stesso ha deciso di scrivere sul foglietto delle istruzioni "non è stato provato che causino un incremento del rischio di suicidio". La qual cosa ha suscitato critiche e ilarità di un movimento d'opinione che da anni segnala alle autorità statunitensi il rischio che, in alcuni soggetti, l'inizio della terapia con serotonergici possa aumentare pensieri suicidi.
L'Agenzia governativa inglese (Mhra) ha invece deciso che, al momento, solo un farmaco, la fluoxetina, ha prove tali da essere usato nei giovani sotto i 18 anni. Tutti gli altri, la paroxetina, la sertralina, il citalopram, la fluvoxamina non sono meglio del placebo, e in più potrebbe aumentare il rischio di suicidio o di idee suicide. Recentemente su Lancet un gruppo della Università di Londra ha dimostrato che le aziende non pubblicano tutti i dati a loro disposizione, dai quali emerge un quadro più preoccupante di quello noto.
Gli studiosi denunciano la scarsa o nulla efficacia dei farmaci sopradetti, almeno nei giovani, e gli effetti avversi: l'aumento delle idee e dei propositi suicidi e la possibile sindrome da astinenza nel caso di una loro brusca interruzione. E se non sorprende l'astinenza, comune a altri psicofarmaci, per l'incremento dei propositi suicidi è difficile avanzare spiegazioni. E' noto da tempo solo un meccanismo di desensibilizzazione dei recettori da eccesso extracellulare di serotonina e l'esistenza di una variante genetica che renderebbe meno efficiente il trasporto della molecola, esponendo le persone portatrici a una grave alterazione della trasmissione serotonergica. Ma per ora sono ipotesi.
Resta il fatto che "Lancet" denuncia l'assenza di una ricerca di Stato, indipendente, ed il monopolio di fatto degli studi clinici delle aziende. Cita il caso dell'inglese Biobank, che vuole reclutare mezzo milione di volontari per la sperimentazione dei farmaci. Presidente del comitato scientifico della Biobank è John Bell, che è anche il direttore di Roche, il colosso farmaceutico. È evidente, afferma "Lancet", che il coinvolgimento di interessi è tale da porre sospetti sulla trasparenza e correttezza degli studi da cui poi verranno autorizzati nuovi farmaci. (f. b.)
Repubblica 24.6.04
Ne soffrono 2 milioni d´italiani, colpite le donne
Estate, stagione a rischio per gli attacchi di panico
ROMA - Attacchi di panico per oltre due milioni di italiani, Ed è l´estate la stagione più a rischio. Molte volte la vittima predestinata è donna: due terzi delle persone che ne soffrono, soprattutto tra i 18 e i 40 anni, sono donne, quasi sempre in carriera, in competizione e stressate. Ma sono anche le grandi città, Roma e Milano in testa, a contare il maggior numero di casi. Questi i numeri diffusi dal neurologo Rosario Sorrentino, membro dell´Accademia americana di Neurologia e a capo dell´Uiap, unità italiana contro gli attacchi di panico, presso la clinica Paideia di Roma, Il neurologo ritiene che in estate gli attacchi s´intensifichino. «In questa stagione - dice - si rompe con la quotidianeità e quindi ci si sente meno protetti. Ma soprattutto cambia il clima che incide notevolmente sull´insorgenza del disagio mentale». Almeno un italiano su tre ha vissuto un episodio di attacco di panico, la paura di morire, di respirare e di volare. Il 10% di questi malati è candidato ad avere il disturbo da attacco di panico
Repubblica 24.6.04
L'animale, grazie a una proteina, dimentica i traumi
Si studia un "supertopo" per vincere ansia e paura
ROMA - Si nasconde nel cervelletto uno dei nodi di quella "rete della paura" di cui i neuroscienziati stanno ricostruendo il tracciato. La scoperta, che appare domani sulla prestigiosa rivista "Neuron", è opera di ricercatori dell´università di Torino e della Fondazione Santa Lucia di Roma, coordinati da Piergiorgio Strata. Lo studio riguarda un tipo di sinapsi (il collegamento in cui passano i segnali tra i neuroni) che ha sede nel cervelletto, e che ha una proteina prodotta da un gene detto GRID2. Studiando topi con una mutazione genetica naturale che provoca la mancanza della proteina, i ricercatori hanno scoperto che questi animali non ricordano gli eventi traumatici (ad esempio la scossa elettrica presa passando in un certo punto di una gabbia). Mentre i topi normali imparano a evitare le zone a rischio, i mutanti al momento hanno paura, ma dimenticano lo shock quasi subito. «Lo studio - commenta Strata - conferma che il cervelletto è coinvolto in funzioni superiori complesse. Ed è un importante passo avanti verso terapie per le sindromi fobiche e post-traumatiche». (c.d.g.)
a proposito di «radici cristiane»
sul manifesto
il manifesto 24.6.04
EUROPA
Le radici disperse e la sconfitta del Papa
FILIPPO GENTILONI
Le fonti ufficiali del Vaticano hanno parlato di «rammarico» per l'assenza delle «radici cristiane» nel testo della nuova costituzione europea. «Non si tagliano le radici dalle quali si è nati». Probabilmente rammarico è troppo poco: il Papa ha criticato la costituzione con una certa violenza, parlando in polacco al di là del testo ufficiale. Una irritazione, questa del Vaticano e personalmente del Papa, sulla quale vale la pena di riflettere. Almeno tre gli interrogativi ineludibili. Il primo è storico: sono veramente cristiane le radici dell'Europa? Il secondo è politico: non sarebbe meglio difenderle in altro modo le supposte radici? E ancora: come mai questa insistenza vaticana - insolita, a dir poco - su un tema che lo vede perdente?
La storia è ben nota. Ed è, a dir poco, complessa. Molte le radici della nostra Europa, e fra queste quelle cristiane non sono certamente dominanti. E sono anche «sporche»: i cristiani si sono violentemente combattuti fra di loro mentre cercavano a fatica di affermarsi sulle altre radici. Basti pensare a quelle della cultura greca. In quanto all'Europa moderna, poi, le sue radici si riconoscono molto più nei principi della rivoluzione francese che in quelli del vangelo. La lettura vaticana è, a dir poco, parziale e faziosa.
Ma qui si inserisce il secondo interrogativo. A che cosa gioverebbe la contestata menzione delle presunte radici cristiane? Non sarebbe meglio se il presunto spirito cristiano dell'Europa unita fosse letto nella vita degli europei più che nel testo di una costituzione? E' qui, nella vita, il vero testo. Ma qui si legge tutt'altro. Si legge di un'Europa che negli ultimi secoli si è voluta imporre sugli altri, che si è distinta per le guerre e il potere, non certo per lo spirito delle beatitudini. Lo si chieda, quale è il volto dell'Europa e quali sono le sue radici, a tutti i colonizzati schiacciati, dall'India all'Africa. La loro voce conta molto più di un testo redatto a tavolino dai diplomatici di turno. Per non parlare degli ebrei, ai quali sarebbe bene chiedere quale è la loro presenza e il loro ruolo in un'Europa che si vanta delle sue radici cristiane. Forse addirittura antisemite.
Anche oggi , mentre si parla di globalizzazione e di immigrazione, l'Europa non mostra certamente un volto «cristiano»: si provi a rivolgere il discorso non tanto ai deputati di Strasburgo ma agli immigrati sbattuti sulle coste del Mediterraneo e poi rinchiusi nei lager.
Come mai, allora, nonostante tutto ciò, il Vaticano insiste? Non sarebbe meglio chiedere perdono, come il papa ha fatto con coraggio a proposito dell'Inquisizione? La diplomazia vaticana, d'altronde, non cerca sempre di evitare le sconfitte? Si può cercare di rispondere ricordando quanto il discorso sull'Europa sia caro a Wojtyla. Fin dai primi tempi del pontificato il papa parlava di Europa «dall'Atlantico agli Urali»: unita e cristiana. Il crollo dei muri, però, non favorì quel sogno. Nasceva una Europa unita più dal capitalismo filoamericano che dalle sue presunte radici cristiane. Oggi, con la costituzione dell'Europa a 25 il sogno wojtyliano si è ripetuto, ma se ne sta ripetendo il fallimento. L'Europa a 25 nasce più laica che cristiana: le sue radici non sono certamente nella rivoluzione d'ottobre, come forse qualcuno aveva sperato, ma neppure nelle pagine del vangelo, come ha sperato il Vaticano. Caso mai, piuttosto nelle rivoluzioni borghesi del sette e ottocento. Con i loro vantaggi e i loro limiti.
EUROPA
Le radici disperse e la sconfitta del Papa
FILIPPO GENTILONI
Le fonti ufficiali del Vaticano hanno parlato di «rammarico» per l'assenza delle «radici cristiane» nel testo della nuova costituzione europea. «Non si tagliano le radici dalle quali si è nati». Probabilmente rammarico è troppo poco: il Papa ha criticato la costituzione con una certa violenza, parlando in polacco al di là del testo ufficiale. Una irritazione, questa del Vaticano e personalmente del Papa, sulla quale vale la pena di riflettere. Almeno tre gli interrogativi ineludibili. Il primo è storico: sono veramente cristiane le radici dell'Europa? Il secondo è politico: non sarebbe meglio difenderle in altro modo le supposte radici? E ancora: come mai questa insistenza vaticana - insolita, a dir poco - su un tema che lo vede perdente?
La storia è ben nota. Ed è, a dir poco, complessa. Molte le radici della nostra Europa, e fra queste quelle cristiane non sono certamente dominanti. E sono anche «sporche»: i cristiani si sono violentemente combattuti fra di loro mentre cercavano a fatica di affermarsi sulle altre radici. Basti pensare a quelle della cultura greca. In quanto all'Europa moderna, poi, le sue radici si riconoscono molto più nei principi della rivoluzione francese che in quelli del vangelo. La lettura vaticana è, a dir poco, parziale e faziosa.
Ma qui si inserisce il secondo interrogativo. A che cosa gioverebbe la contestata menzione delle presunte radici cristiane? Non sarebbe meglio se il presunto spirito cristiano dell'Europa unita fosse letto nella vita degli europei più che nel testo di una costituzione? E' qui, nella vita, il vero testo. Ma qui si legge tutt'altro. Si legge di un'Europa che negli ultimi secoli si è voluta imporre sugli altri, che si è distinta per le guerre e il potere, non certo per lo spirito delle beatitudini. Lo si chieda, quale è il volto dell'Europa e quali sono le sue radici, a tutti i colonizzati schiacciati, dall'India all'Africa. La loro voce conta molto più di un testo redatto a tavolino dai diplomatici di turno. Per non parlare degli ebrei, ai quali sarebbe bene chiedere quale è la loro presenza e il loro ruolo in un'Europa che si vanta delle sue radici cristiane. Forse addirittura antisemite.
Anche oggi , mentre si parla di globalizzazione e di immigrazione, l'Europa non mostra certamente un volto «cristiano»: si provi a rivolgere il discorso non tanto ai deputati di Strasburgo ma agli immigrati sbattuti sulle coste del Mediterraneo e poi rinchiusi nei lager.
Come mai, allora, nonostante tutto ciò, il Vaticano insiste? Non sarebbe meglio chiedere perdono, come il papa ha fatto con coraggio a proposito dell'Inquisizione? La diplomazia vaticana, d'altronde, non cerca sempre di evitare le sconfitte? Si può cercare di rispondere ricordando quanto il discorso sull'Europa sia caro a Wojtyla. Fin dai primi tempi del pontificato il papa parlava di Europa «dall'Atlantico agli Urali»: unita e cristiana. Il crollo dei muri, però, non favorì quel sogno. Nasceva una Europa unita più dal capitalismo filoamericano che dalle sue presunte radici cristiane. Oggi, con la costituzione dell'Europa a 25 il sogno wojtyliano si è ripetuto, ma se ne sta ripetendo il fallimento. L'Europa a 25 nasce più laica che cristiana: le sue radici non sono certamente nella rivoluzione d'ottobre, come forse qualcuno aveva sperato, ma neppure nelle pagine del vangelo, come ha sperato il Vaticano. Caso mai, piuttosto nelle rivoluzioni borghesi del sette e ottocento. Con i loro vantaggi e i loro limiti.
embrione
il prof. Vattimo sul manifesto
il maifesto 24.6.04
PROCREAZIONE
La nuda vita dell'embrione
di GIANNI VATTIMO
Ma i difensori dell'embrione e dei suoi diritti si rendono conto che la loro sacralità della vita è tutto il contrario della dedizione ai valori con cui cercano di giustificare ciò che, alla fine, è solo una vera e propria idolatria spermatico-cellulare? Che cosa hanno da fare i valori con la «nuda vita» (prendo liberamente l'espressione da Giorgio Agamben), che per loro si riduce al grumo di sostanze da cui, in futuro, può venire un essere umano titolare cosciente di diritti ? Un effetto collaterale delle recenti discussioni sulla legittimità della guerra e sugli ideali in nome dei quali può essere giusto morire in battaglia non dovrebbe essere anche la presa d'atto che la nuda vita, priva delle «vivendi causas», non ha alcun senso? I valori - la cultura, lo scambio intersoggettivo, la volontà di lasciare alle generazioni future un mondo più felice, per non parlare della speranza nell'al di là - hanno poco o nulla da fare con la pura e semplice sopravvivenza biologica? Certo, si risponderà che senza questa non ci possono neanche essere quelli. Ma quando i due valori confliggono, o comunque impongono scelte come quelle che si presentano nei casi di eutanasia, aborto, sperimentazione con gli embrioni, proprio lì è il caso di domandarsi che senso ha la difesa della nuda vita a tutti i costi. Si può ragionevolmente sospettare che la troppo spesso untuosa preoccupazione di non danneggiare questa vita non sia un modo di opporsi alla «crisi dei valori», ma ne sia invece la più completa espressione. Come dire che non crediamo più a niente, e allora salviamo almeno la pelle. Se no dovremmo approvare i tanti che rubano «perché tengono famiglia»; e stigmatizzare come fanatici i partigiani ventenni della canzone di Calvino, che si «conquistavano le armi in battaglia» - non certo per farne una collezione da museo.
Già, ma allora il pacifismo? E anche molte giuste e condivisibili ragioni di un minimalismo etico che ci vuole salvare dai fanatismi del passato? Tutto bene, ma meglio sarebbe giustificare queste posizioni con ragioni storiche concrete. Per esempio: oggi non si può più fare una guerra mondiale senza correre il rischio di distruggere il mondo, dunque si può e deve essere pacifisti senza riserve. Ma un ragionamento simile può facilmente volgersi in una accettazione della pax americana, che identifica ogni movimento di liberazione con il terrorismo. Eccetera.
E' chiaro che non ha senso opporre i diritti dell'embrione alle opportunità che, sul piano dei valori - salvezza di esseri viventi in pienezza, amici che stanno morendo o sono bloccati su una carrozzella - derivano dalla ricerca sulle cellule staminali. E si potrebbe essere anche più chiari e radicali: la storia dell'umanità e dei suoi «valori» (ci sono anche le medaglie al valore, ce lo siamo dimenticato?) è passata attraverso il sacrificio di molte vite, ben più che embrionali. Certo preferiamo un mondo in cui non ci sia bisogno di eroi; ma anche sopravvivere in una realtà umbratile dove la nostra sola funzione sia di garantire la nuda sopravvivenza della specie sembra assai peggio.
Qualche biologo molto realista ha suggerito che le galline sono macchine biologiche inventate dalla uova per perpetuarsi. E noi?
PROCREAZIONE
La nuda vita dell'embrione
di GIANNI VATTIMO
Ma i difensori dell'embrione e dei suoi diritti si rendono conto che la loro sacralità della vita è tutto il contrario della dedizione ai valori con cui cercano di giustificare ciò che, alla fine, è solo una vera e propria idolatria spermatico-cellulare? Che cosa hanno da fare i valori con la «nuda vita» (prendo liberamente l'espressione da Giorgio Agamben), che per loro si riduce al grumo di sostanze da cui, in futuro, può venire un essere umano titolare cosciente di diritti ? Un effetto collaterale delle recenti discussioni sulla legittimità della guerra e sugli ideali in nome dei quali può essere giusto morire in battaglia non dovrebbe essere anche la presa d'atto che la nuda vita, priva delle «vivendi causas», non ha alcun senso? I valori - la cultura, lo scambio intersoggettivo, la volontà di lasciare alle generazioni future un mondo più felice, per non parlare della speranza nell'al di là - hanno poco o nulla da fare con la pura e semplice sopravvivenza biologica? Certo, si risponderà che senza questa non ci possono neanche essere quelli. Ma quando i due valori confliggono, o comunque impongono scelte come quelle che si presentano nei casi di eutanasia, aborto, sperimentazione con gli embrioni, proprio lì è il caso di domandarsi che senso ha la difesa della nuda vita a tutti i costi. Si può ragionevolmente sospettare che la troppo spesso untuosa preoccupazione di non danneggiare questa vita non sia un modo di opporsi alla «crisi dei valori», ma ne sia invece la più completa espressione. Come dire che non crediamo più a niente, e allora salviamo almeno la pelle. Se no dovremmo approvare i tanti che rubano «perché tengono famiglia»; e stigmatizzare come fanatici i partigiani ventenni della canzone di Calvino, che si «conquistavano le armi in battaglia» - non certo per farne una collezione da museo.
Già, ma allora il pacifismo? E anche molte giuste e condivisibili ragioni di un minimalismo etico che ci vuole salvare dai fanatismi del passato? Tutto bene, ma meglio sarebbe giustificare queste posizioni con ragioni storiche concrete. Per esempio: oggi non si può più fare una guerra mondiale senza correre il rischio di distruggere il mondo, dunque si può e deve essere pacifisti senza riserve. Ma un ragionamento simile può facilmente volgersi in una accettazione della pax americana, che identifica ogni movimento di liberazione con il terrorismo. Eccetera.
E' chiaro che non ha senso opporre i diritti dell'embrione alle opportunità che, sul piano dei valori - salvezza di esseri viventi in pienezza, amici che stanno morendo o sono bloccati su una carrozzella - derivano dalla ricerca sulle cellule staminali. E si potrebbe essere anche più chiari e radicali: la storia dell'umanità e dei suoi «valori» (ci sono anche le medaglie al valore, ce lo siamo dimenticato?) è passata attraverso il sacrificio di molte vite, ben più che embrionali. Certo preferiamo un mondo in cui non ci sia bisogno di eroi; ma anche sopravvivere in una realtà umbratile dove la nostra sola funzione sia di garantire la nuda sopravvivenza della specie sembra assai peggio.
Qualche biologo molto realista ha suggerito che le galline sono macchine biologiche inventate dalla uova per perpetuarsi. E noi?
mercoledì 23 giugno 2004
sui casi di suicidi di bambini e adolescenti trattati con farmaci antidepressivi
una segnalazione di Andrea Ventura
la "Food and Drug Administration" si servirà dei risultati di una ricerca che è stata commissionata alla Columbia University sui casi di suicidi di bambini e adolescenti che venivano trattati con una terapia antidepressiva per decidere se sconsigliare i medici dal prescrivere tali farmaci. Ma ci sono proteste.
New York Times, Published: June 20, 2004
Antidepressants Restudied for Relation to Child Suicide
By GARDINER HARRIS
A child stabs himself in the neck with a pencil. Another slaps herself in the face. Is either suicidal? It is a question that has divided psychiatrists and drug regulators the world over and goes to the heart of a fierce controversy over whether antidepressants lead some children to become suicidal.
Now four researchers at Columbia University hope to provide an answer. By reclassifying reports of suspect or self-destructive behavior that occurred during tests of antidepressants in youngsters, the research team hopes to clarify whether antidepressants lead children and teenagers to become suicidal. Officials at the Food and Drug Administration say they will use results of the study to help them decide, later this summer, whether the agency should discourage doctors from prescribing the pills to youngsters.
The study was commissioned by top F.D.A. officials after they rejected an analysis by one of the agency's top experts that concluded that antidepressants could be dangerous when given to teenagers and younger children. With such a controversial beginning, the study is being met by fierce criticism.
Senator Charles E. Grassley, Republican of Iowa, issued a statement questioning whether the study was part of an effort by the Food and Drug Administration to suppress the truth about the risks of antidepressants. Mr. Grassley said he was investigating the study as part of a larger inquiry into the agency's handling of the controversy involving antidepressants and suicide.
Some prominent mental-health research has questioned the study's methodology.
"You've asked the Columbia group to take data that's suboptimal and try to come up with a conclusion, and I really doubt that they will be able to do that,'' said Dr. Thomas R. Insel, director of the National Institute for Mental Health.
The Columbia team plans to apply a consistent definition of ''suicidal'' to a disparate collection of more than 400 reports of adverse behavior that occurred in 25 clinical tests of nine antidepressants. The tests, undertaken by drug companies, involved Prozac, Zoloft, Paxil, Luvox, Celexa, Wellbutrin, Remeron, Serzone and Effexor.
One of the problems with the drug-company trials is that they tend to confuse self-destructiveness with suicidal attempts, team members said in an interview.
"Suicide research has come up with a specific definition of suicide attempts: a self-injurious behavior where there is some intent to die,'' said Barbara Stanley, one of the researchers.
The team will give nine independent reviewers the descriptions that drug-company researchers used in reporting the cases involving adverse behavior. . The reviewers will label each event as suicidal, nonsuicidal or indeterminate, and then give the data to federal drug regulators for statistical analysis.
Discovering intent from the brief notes provided by the drug companies could be difficult. In a speech before an advisory panel in February, Dr. Thomas Laughren, leader of the F.D.A.'s psychiatric drug products group, noted that the drug companies' descriptions were often poor. "We did not have the level of detail in these cases that one would have liked to do a rational classification,'' Dr. Laughren said.
Julie Magno Zito, an associate professor of pharmacy and psychiatry at University of Maryland, Baltimore, predicted the Columbia team would not be able to overcome this problem. "If a kid pierces his neck with a pencil, that could be a violent act of self-destruction or it could have been nothing,'' Dr. Zito said. "If the notes don't make the intent clear, how do you interpret that?''
Dr. Zito called the Columbia study "a fundamentally bad idea.''
Dr. Alan Gelenberg, head of the department of psychiatry at the University of Arizona, said the study would provide a needed perspective. But even those who support the study agree that it is unlikely to change many minds on the question of whether antidepressants should be prescribed to children.
"This question will never be settled,'' said Dr. James McGough, a professor of clinical psychiatry at the University of California, Los Angeles. "Still, I'm eager to see what their answer is.''
In tackling the issue, the researchers say they understand that they are being thrust into a maelstrom rarely seen in psychiatry.
"For all of us, our anxiety levels are higher because we know that there are people invested in this one way or the other,'' said Dr. Madelyn Gould, professor of clinical public health in psychiatry. "Anything that has to do with drug treatment in kids is so emotionally charged.''
The study had its beginnings early last year when GlaxoSmithKline submitted to federal drug regulators the results of three trials of its Paxil antidepressant in teenagers and other children. The company had undertaken the studies to take advantage of a federal law that delays by six months the introduction of cheaper, generic versions of drugs when branded makers test medicines in children.
In GlaxoSmithKline's trials, depressed young people given Paxil fared no better than those given placebos. It was a disappointing result for GlaxoSmithKline but had no effect on its application for the six-month extension. Still, a reviewer at the Food and Drug Administration noticed something strange about the trials: teenagers given Paxil suffered more problems of ''emotional lability,'' or instability, than those given a placebo.
The reviewer, Dr. Andrew Mosholder, thought ''emotional lability'' was overly broad. He asked the company to resubmit its data, this time using a separate category for suicide.
That report, given in May to both American and British health authorities, was alarming. Teenagers and younger children given Paxil were much more likely to become suicidal than those given placebos. In June, both the British and American authorities warned doctors against prescribing Paxil to youngsters. Worried that the problem could extend far beyond Paxil, the F.D.A. in July asked the makers of eight other antidepressants to submit data from their studies in youngsters.
In August, Wyeth issued a warning that doctors should avoid prescribing Effexor to youngsters because it, too, seemed to cause them to become more suicidal.
By September, the agency had received the other companies' studies. Looking at them all, Dr. Mosholder concluded that children given antidepressants were almost twice as likely as those given placebos to become suicidal. He suggested the agency discourage the drugs' use in children.
It would have been a monumental step. Antidepressants are among the biggest-selling drugs in the world and have long been viewed by doctors as relatively safe. Their use in children has been soaring.
Dr. Mosholder's bosses at the Food and Drug Administration, however, said the drug company data was inconsistent and that some events termed ''possibly suicidal'' seemed innocent. Top agency officials hired the Columbia researchers to review the data, and they forbade Dr. Mosholder to speak about his conclusions to an advisory panel reviewing the matter.
The silencing of Dr. Mosholder prompted outrage among critics of antidepressants and the ongoing investigation by Senator Grassley. It also has fostered skepticism about the Columbia study. Already, Internet postings are questioning the backgrounds of the Columbia researchers. One asks whether Kelly Posner, the lead investigator, has participated in trials financed by the drug industry.
In a group interview in a conference room in the New York State Psychiatric Institute, the researchers said they were unbiased.
Dr. Posner said that she had participated in some trials sponsored by drug makers but never as a principal investigator. All of the trials involved attention deficit disorder, not depression or suicide, she said.
Her three colleagues said that they had never taken part in a drug-company trial. And they said that their study, while hugely controversial, was relatively simple: figuring out the appropriate labels to place on the behaviors in the individual cases.
"We're just dealing with a lot of pieces of paper,'' Dr. Gould said. "We're not dealing with people at all. And all the interesting questions happen once we give the data over to the F.D.A.,'' where the statistical analysis will occur.
la "Food and Drug Administration" si servirà dei risultati di una ricerca che è stata commissionata alla Columbia University sui casi di suicidi di bambini e adolescenti che venivano trattati con una terapia antidepressiva per decidere se sconsigliare i medici dal prescrivere tali farmaci. Ma ci sono proteste.
New York Times, Published: June 20, 2004
Antidepressants Restudied for Relation to Child Suicide
By GARDINER HARRIS
A child stabs himself in the neck with a pencil. Another slaps herself in the face. Is either suicidal? It is a question that has divided psychiatrists and drug regulators the world over and goes to the heart of a fierce controversy over whether antidepressants lead some children to become suicidal.
Now four researchers at Columbia University hope to provide an answer. By reclassifying reports of suspect or self-destructive behavior that occurred during tests of antidepressants in youngsters, the research team hopes to clarify whether antidepressants lead children and teenagers to become suicidal. Officials at the Food and Drug Administration say they will use results of the study to help them decide, later this summer, whether the agency should discourage doctors from prescribing the pills to youngsters.
The study was commissioned by top F.D.A. officials after they rejected an analysis by one of the agency's top experts that concluded that antidepressants could be dangerous when given to teenagers and younger children. With such a controversial beginning, the study is being met by fierce criticism.
Senator Charles E. Grassley, Republican of Iowa, issued a statement questioning whether the study was part of an effort by the Food and Drug Administration to suppress the truth about the risks of antidepressants. Mr. Grassley said he was investigating the study as part of a larger inquiry into the agency's handling of the controversy involving antidepressants and suicide.
Some prominent mental-health research has questioned the study's methodology.
"You've asked the Columbia group to take data that's suboptimal and try to come up with a conclusion, and I really doubt that they will be able to do that,'' said Dr. Thomas R. Insel, director of the National Institute for Mental Health.
The Columbia team plans to apply a consistent definition of ''suicidal'' to a disparate collection of more than 400 reports of adverse behavior that occurred in 25 clinical tests of nine antidepressants. The tests, undertaken by drug companies, involved Prozac, Zoloft, Paxil, Luvox, Celexa, Wellbutrin, Remeron, Serzone and Effexor.
One of the problems with the drug-company trials is that they tend to confuse self-destructiveness with suicidal attempts, team members said in an interview.
"Suicide research has come up with a specific definition of suicide attempts: a self-injurious behavior where there is some intent to die,'' said Barbara Stanley, one of the researchers.
The team will give nine independent reviewers the descriptions that drug-company researchers used in reporting the cases involving adverse behavior. . The reviewers will label each event as suicidal, nonsuicidal or indeterminate, and then give the data to federal drug regulators for statistical analysis.
Discovering intent from the brief notes provided by the drug companies could be difficult. In a speech before an advisory panel in February, Dr. Thomas Laughren, leader of the F.D.A.'s psychiatric drug products group, noted that the drug companies' descriptions were often poor. "We did not have the level of detail in these cases that one would have liked to do a rational classification,'' Dr. Laughren said.
Julie Magno Zito, an associate professor of pharmacy and psychiatry at University of Maryland, Baltimore, predicted the Columbia team would not be able to overcome this problem. "If a kid pierces his neck with a pencil, that could be a violent act of self-destruction or it could have been nothing,'' Dr. Zito said. "If the notes don't make the intent clear, how do you interpret that?''
Dr. Zito called the Columbia study "a fundamentally bad idea.''
Dr. Alan Gelenberg, head of the department of psychiatry at the University of Arizona, said the study would provide a needed perspective. But even those who support the study agree that it is unlikely to change many minds on the question of whether antidepressants should be prescribed to children.
"This question will never be settled,'' said Dr. James McGough, a professor of clinical psychiatry at the University of California, Los Angeles. "Still, I'm eager to see what their answer is.''
In tackling the issue, the researchers say they understand that they are being thrust into a maelstrom rarely seen in psychiatry.
"For all of us, our anxiety levels are higher because we know that there are people invested in this one way or the other,'' said Dr. Madelyn Gould, professor of clinical public health in psychiatry. "Anything that has to do with drug treatment in kids is so emotionally charged.''
The study had its beginnings early last year when GlaxoSmithKline submitted to federal drug regulators the results of three trials of its Paxil antidepressant in teenagers and other children. The company had undertaken the studies to take advantage of a federal law that delays by six months the introduction of cheaper, generic versions of drugs when branded makers test medicines in children.
In GlaxoSmithKline's trials, depressed young people given Paxil fared no better than those given placebos. It was a disappointing result for GlaxoSmithKline but had no effect on its application for the six-month extension. Still, a reviewer at the Food and Drug Administration noticed something strange about the trials: teenagers given Paxil suffered more problems of ''emotional lability,'' or instability, than those given a placebo.
The reviewer, Dr. Andrew Mosholder, thought ''emotional lability'' was overly broad. He asked the company to resubmit its data, this time using a separate category for suicide.
That report, given in May to both American and British health authorities, was alarming. Teenagers and younger children given Paxil were much more likely to become suicidal than those given placebos. In June, both the British and American authorities warned doctors against prescribing Paxil to youngsters. Worried that the problem could extend far beyond Paxil, the F.D.A. in July asked the makers of eight other antidepressants to submit data from their studies in youngsters.
In August, Wyeth issued a warning that doctors should avoid prescribing Effexor to youngsters because it, too, seemed to cause them to become more suicidal.
By September, the agency had received the other companies' studies. Looking at them all, Dr. Mosholder concluded that children given antidepressants were almost twice as likely as those given placebos to become suicidal. He suggested the agency discourage the drugs' use in children.
It would have been a monumental step. Antidepressants are among the biggest-selling drugs in the world and have long been viewed by doctors as relatively safe. Their use in children has been soaring.
Dr. Mosholder's bosses at the Food and Drug Administration, however, said the drug company data was inconsistent and that some events termed ''possibly suicidal'' seemed innocent. Top agency officials hired the Columbia researchers to review the data, and they forbade Dr. Mosholder to speak about his conclusions to an advisory panel reviewing the matter.
The silencing of Dr. Mosholder prompted outrage among critics of antidepressants and the ongoing investigation by Senator Grassley. It also has fostered skepticism about the Columbia study. Already, Internet postings are questioning the backgrounds of the Columbia researchers. One asks whether Kelly Posner, the lead investigator, has participated in trials financed by the drug industry.
In a group interview in a conference room in the New York State Psychiatric Institute, the researchers said they were unbiased.
Dr. Posner said that she had participated in some trials sponsored by drug makers but never as a principal investigator. All of the trials involved attention deficit disorder, not depression or suicide, she said.
Her three colleagues said that they had never taken part in a drug-company trial. And they said that their study, while hugely controversial, was relatively simple: figuring out the appropriate labels to place on the behaviors in the individual cases.
"We're just dealing with a lot of pieces of paper,'' Dr. Gould said. "We're not dealing with people at all. And all the interesting questions happen once we give the data over to the F.D.A.,'' where the statistical analysis will occur.
storie del dominio:
lo stile americano
ovvero: Patton e i suoi eroi
Corriere della Sera 23.6.04
Sicilia 1943: la pagina nera di storia militare Usa studiata nelle università americane
L’ordine di Patton «Uccidete i prigionieri italiani»
I massacri dimenticati compiuti dai fanti americani tra il 12 e il 14 luglio. «Decine di morti»
Storici e giuristi rileggono quei fatti per analizzare i casi di Guantanamo e Abu Ghraib
di Gianluca Di Feo (1-continua)
Tra il 12 e il 14 luglio del 1943, appena sbarcati in Sicilia, i soldati americani della 45ª Divisione del generale Patton uccisero a sangue freddo decine di prigionieri italiani e tedeschi disarmati. Gli eccidi furono compiuti a Biscari, a Comiso, a Canicattì. Una pagina nera della storia militare statunitense, pressoché sconosciuta nel nostro Paese che invece in America è tema di corsi universitari. Proprio in queste settimane, gli esperti Usa di diritto militare valutano le responsabilità dei carcerieri di Abu Ghraib anche sulla base delle corti marziali che giudicarono i «fucilatori di italiani». Allora i soldati americani si difesero dicendo di aver eseguito gli ordini di Patton.
«Il capitano Compton radunò gli italiani che si erano arresi. Saranno stati più di quaranta. Poi domandò: "Chi vuole partecipare all’esecuzione?". Raccolse due dozzine di uomini e fecero fuoco tutti insieme sugli italiani». «Il sergente West portò la colonna di prigionieri italiani fuori dalla strada. Chiese un mitra e disse ai suoi: "E’ meglio che non guardiate, così la responsabilità sarà soltanto mia". Poi li ammazzò tutti». E’ una piccola Cefalonia: le vittime sono soldati italiani che avevano combattuto con determinazione. I carnefici non sono né delle SS né della Wehrmacht: sono fanti americani. Quella avvenuta in Sicilia tra il 12 e il 14 luglio 1943 è la pagina più nera della storia militare statunitense. Una pagina sulla quale gli storici negli Stati Uniti discutono da un lustro, mentre nel nostro Paese la vicenda è pressoché sconosciuta. Nelle università del Nord America ci sono corsi dedicati a questi eccidi, come quello tenuto a Montreal sul tema «Dal massacro di Biscari a Guantanamo». E negli Usa in queste settimane gli esperti di diritto militare valutano le responsabilità dei carcerieri di Abu Ghraib anche sulla base delle corti marziali che giudicarono i «fucilatori di italiani». Perché - come risulta dagli atti di quei processi - i soldati americani si difesero sostenendo di avere soltanto eseguito gli ordini di George Patton. «Ci era stato detto - dichiararono - che il generale non voleva prigionieri».
I FATTI - Nessuno conosce il numero esatto di uomini dell’Asse uccisi dopo la resa. Almeno cinque gli episodi principali, con circa duecento morti. Di due, quelli avvenuti nell’aeroporto di Biscari, nel Ragusano, si conosce ogni dettaglio. Nel massimo segreto, nell’autunno ’43 la corte marziale Usa celebrò due processi: il sergente Horace T. West ammazzò 37 italiani, il plotone d’esecuzione del capitano John C. Compton almeno 36. Gli atti del tribunale recitano: «Tutti i prigionieri erano disarmati e collaborativi». Altri due eccidi sono stati descritti da un testimone oculare, il giornalista britannico Alexander Clifford, in colloqui e lettere ora divulgate. Avvennero nell’aeroporto di Comiso, quello diventato famoso mezzo secolo dopo per gli euromissili della Nato. All’epoca era una base della Luftwaffe, contesa in una sanguinosa battaglia. Clifford disse che sessanta italiani, catturati in prima linea, vennero fatti scendere da un camion e massacrati con una mitragliatrice. Dopo pochi minuti, la stessa scena sarebbe stata ripetuta con un gruppo di tedeschi: sarebbero stati crivellati in cinquanta. Quando un colonnello, chiamato di corsa dal reporter, fermò il massacro, solo tre respiravano ancora. Clifford denunciò tutto a Patton, che gli promise di punire i colpevoli. Ma non ci fu mai un processo e il cronista si è rifiutato fino alla morte di deporre contro il generale. Infine l’ultima strage nella Saponeria Narbone-Garilli a Canicattì contro la popolazione che la stava saccheggiando. Secondo i resoconti stilati in quei giorni confusi del ’43, la polizia militare Usa dopo avere intimato l’alt ed esploso dei colpi in aria, sparò una raffica sulla folla uccidendo sei persone. Ma i verbali scoperti nel 2002 dal professore Joseph Salemi della New York University - il cui padre fu testimone oculare dell’eccidio - riportano il racconto di alcuni dei soldati americani presenti: «Appena arrivati, il colonnello urlò di sparare sulla folla che era entrata nello stabilimento. Noi rimanemmo fermi, era un ordine agghiacciante. Allora lui impugnò la pistola ed esplose 21 colpi, cambiando caricatore tre volte. Morirono molti civili: vidi un bambino con lo stomaco sfondato dalle pallottole».
L’ORDINE - Ma gli atti dei processi per «i fatti di Biscari» accreditano la possibilità che le vittime siano state molte di più. Tutti i crimini sono stati opera della 45ma divisione di Patton, i «Thunderbirds»: reparti provenienti dalla Guardia nazionale di Oklahoma, New Mexico e Arizona. Vengono descritti come cow boy, con elementi d’origine pellerossa. Ma presero parte con coraggio ad alcune delle battaglie più dure del conflitto. Quello sulle coste siciliane fu il loro battesimo del fuoco: avevano l’ordine di conquistare entro 24 ore i tre aeroporti più vicini alla costa, strategici per trasferire dal Nord Africa gli stormi alleati. Invece la disperata resistenza di due divisioni italiane e di poche unità tedesche li fermò per quattro giorni. Molti G.I. persero il controllo dei nervi. Ed erano tutti convinti che il generale Patton avesse ordinato di non fare prigionieri. Decine di soldati, graduati ed ufficiali testimoniarono al processo: «Ci era stato detto che Patton non voleva prenderli vivi. Sulle navi che ci trasportavano in Sicilia, dagli altoparlanti ci è stato letto il discorso del generale. "Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! E’ finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali!».
L’ORRORE - Il primo a scoprire e denunciare gli eccidi fu il cappellano della divisione, il colonnello William King. Alcuni soldati americani, sconvolti, lo chiamarono e gli indicarono la catasta dei corpi crivellati dal sergente West: «E’ una follia - gli dissero -, stanno ammazzando tutti i prigionieri. Siamo venuti in guerra per combattere queste brutalità non per fare queste porcherie. Ci vergogniamo di quello che sta accadendo». King corre a cercare il comando del reggimento. Ma lungo la strada per l’aeroporto vede un recinto di pietra, probabilmente un ovile, pieno di italiani catturati. Recita il verbale del cappellano: «Quando mi sono avvicinato, il caporale di guardia mi ha salutato: "Padre, sei venuto per seppellirli?". "Cosa stai dicendo?", replicai io. Il caporale rispose: "Loro sono lì, io sono qui con il mio mitra Thompson, tu sei lì. E ci hanno detto di non fare prigionieri"». A quel punto King sale su un masso, chiama tutti gli americani presenti e improvvisa una predica per convincerli a risparmiare quegli uomini: «Non potete ucciderli, i prigionieri sono una fonte preziosa di notizie sul nemico. E poi i loro camerati potrebbero vendicarsi sui nostri che hanno preso. Non fatelo!». Altrettanto drammatica la testimonianza del capitano Robert Dean: «Venni fermato da due barellieri disarmati. Mi dissero: "Abbiamo due italiani feriti, mandate qualcuno ad ammazzarli". Io gli urlai di curare quei soldati, altrimenti gliela avrei fatta pagare"».
LA CONDANNA - Fu proprio la volontà del cappellano King a far nascere i due processi sui massacri di Biscari. King raccontò tutto all’ispettore dell’armata - figura simile ai nostri pubblici ministeri -, che fece rapporto a Omar Bradley. La corte marziale contro il sergente West si aprì a settembre. L’accusa: «Omicidio volontario premeditato, per avere ucciso con il suo mitra 37 prigionieri, deliberatamente e in piena coscienza, con un comportamento disdicevole». I fanti italiani - poco meno di 50 - erano stati catturati dopo un lungo combattimento in una caverna intorno all’aeroporto di Biscari. Il comandante li consegnò al sergente con un ordine ritenuto «vago» dai giudici: allontanarli dalla pista dove si sparava ancora. Nove testimoni hanno ricostruito l’eccidio. West mette gli italiani in colonna, dopo alcuni chilometri di marcia ne separa cinque o sei dal resto del gruppo. Poi si fa dare un mitra e conduce gli altri fuori dalla strada. Lì li ammazza, inseguendo quelli che tentano di scappare mentre cambia caricatore: uno dei corpi è stato trovato a 50 metri.
Davanti alla corte, il sergente si difese invocando lo stress: «Sono stato quattro giorni in prima linea, senza mai dormire». Dichiarò di avere assistito all’uccisione di due americani catturati dai tedeschi, cosa che lo «aveva reso furioso in modo incontrollato». Il suo avvocato parlò di «infermità mentale temporanea». Infine, West disse ai giudici: «Avevamo l’ordine di prendere prigionieri solo in casi estremi». Ma la sua difesa non convinse la corte, che lo condannò all’ergastolo. La pena però non venne mai eseguita. Washington infatti era terrorizzata dalle possibili ripercussioni di quei massacri. Temeva il danno d’immagine sugli italiani - con cui era stato appena concluso l’armistizio - e il rischio di ritorsioni sugli alleati reclusi in Germania. Si decise di non mandare West in una prigione negli Usa ma di tenerlo agli arresti in una base del Nord Africa. Poi la sorella cominciò a scrivere al ministero e a sollecitare l’intervento del parlamentare della sua contea. Il vertice dell’esercito teme che la vicenda possa finire sui giornali. Il 1° febbraio 1944 il capo delle pubbliche relazioni del ministero della Guerra sollecita al comando alleato di Caserta un «atto di clemenza» per West: «Non possiamo - è il testo della lettera pubblicata da Stanley Hirshson nel 2002 - permettere che questa storia venga pubblicizzata: fornirebbe aiuto e sostegno al nemico. Non verrebbe capita dai cittadini che sono così lontani dalla violenza degli scontri». Così dopo solo sei mesi, West viene rilasciato e mandato al fronte. Secondo alcune fonti, morì a fine agosto in Bretagna. Secondo altre, ha concluso la guerra indenne.
L’ASSOLUZIONE - Invece il 23 ottobre ’43 il capitano John C. Compton non cercò scuse: davanti alla corte marziale disse solo di avere obbedito agli ordini. Nel processo fu ricostruita la battaglia per la base di Biscari, combattuta per tutta la notte. C’era una postazione nascosta su una collina che continuava a bersagliare la pista. E’ una mischia feroce, con tiri di mitragliatrici e mortai, senza una linea del fronte. L’unità di Compton aveva avuto dodici caduti in poche ore. A un certo punto, un soldato statunitense vede un italiano in divisa e un altro in abiti «borghesi» che escono da una ridotta: sventolano una bandiera bianca. L’americano si avvicina e dalla trincea alzano le mani circa quaranta uomini. Cinque hanno giacche e maglie civili sopra i pantaloni e gli stivali militari. Il soldato li consegna al sergente ma arriva il capitano. Compton non perde tempo: dice di ucciderli. Molti dei suoi si offrono volontari: sparano in 24, esplodendo centinaia di pallottole sul mucchio degli italiani. Il numero esatto delle vittime resta incerto ma l’inchiesta si conclude con l’incriminazione del solo ufficiale per 36 omicidi, scagionando i suoi subordinati. E Compton in aula dichiara che l’ordine era quello, che doveva uccidere i nemici che continuavano a resistere a distanza ravvicinata. Inoltre precisa che quegli italiani erano «sniper», termine traducibile come «cecchini» o «franchi tiratori», e quindi andavano fucilati: una linea difensiva che sarebbe stata suggerita dallo stesso Patton. «Li ho fatti uccidere perché questo era l’ordine di Patton - concluse il capitano -. Giusto o sbagliato, l’ordine di un generale a tre stelle, con un’esperienza di combattimento, mi basta. E io l’ho eseguito alla lettera». Tutti i testimoni - tra cui diversi colonnelli - confermarono le frasi di Patton, quel terribile «se si arrendono solo quando gli sei addosso, ammazzali». Alcuni riferirono anche che Patton aveva detto: «Più ne prendiamo, più cibo ci serve. Meglio farne a meno». Compton fu assolto. Il responsabile dell’inchiesta William R. Cook fu tentato di presentare appello: «Quell’assoluzione era così lontana dal senso americano della giustizia - scrisse - che un ordine del genere doveva apparire illegale in modo lampante». Ma nel frattempo Cook era caduto al fronte. Ironia della sorte, si crede che sia stato colpito da un cecchino mentre cercava di avvicinarsi a dei tedeschi con la bandiera bianca.
La sua assoluzione è però diventato un caso giuridico, che ha cominciato a circolare tra il personale della giustizia militare statunitense dopo la fine della guerra. Un precedente «riservato» anche per evitare che influisca sui processi ai criminali di guerra nazisti. Poi nel ’73 una traccia nei diari di Patton pubblicati da Martin Blumenson e nell’83 la prima descrizione completa nell’autobiografia del generale Omar Bradley. Oggi alcuni storici americani - assolutamente non sospettabili di revisionismo - ritengono che sulla base della sentenza Compton andavano assolte le SS fucilate per gli omicidi di prigionieri americani. E mentre negli Stati Uniti da 25 anni si pubblicano studi sul «massacro di Biscari» e le sue ripercussioni - il primo nel 1988 fu di James J. Weingartner, l’ultimo nel 2002 è stato di Hirshson - nel nostro Paese la vicenda è stata sostanzialmente ignorata. Vent’anni fa nel volume dello statunitense Carlo d’Este sullo sbarco in Sicilia, tradotto da Mondadori, la questione era relegata in un capoverso. Poi, ultimamente due introvabili scritti di storici siciliani e una pagina nel documentato volume di Alfio Caruso. Mai però un’iniziativa per ricordare quei soldati, rimasti senza nome. Mentre persino Biscari non esiste più: oggi il paese si chiama Acate.
Sicilia 1943: la pagina nera di storia militare Usa studiata nelle università americane
L’ordine di Patton «Uccidete i prigionieri italiani»
I massacri dimenticati compiuti dai fanti americani tra il 12 e il 14 luglio. «Decine di morti»
Storici e giuristi rileggono quei fatti per analizzare i casi di Guantanamo e Abu Ghraib
di Gianluca Di Feo (1-continua)
Tra il 12 e il 14 luglio del 1943, appena sbarcati in Sicilia, i soldati americani della 45ª Divisione del generale Patton uccisero a sangue freddo decine di prigionieri italiani e tedeschi disarmati. Gli eccidi furono compiuti a Biscari, a Comiso, a Canicattì. Una pagina nera della storia militare statunitense, pressoché sconosciuta nel nostro Paese che invece in America è tema di corsi universitari. Proprio in queste settimane, gli esperti Usa di diritto militare valutano le responsabilità dei carcerieri di Abu Ghraib anche sulla base delle corti marziali che giudicarono i «fucilatori di italiani». Allora i soldati americani si difesero dicendo di aver eseguito gli ordini di Patton.
«Il capitano Compton radunò gli italiani che si erano arresi. Saranno stati più di quaranta. Poi domandò: "Chi vuole partecipare all’esecuzione?". Raccolse due dozzine di uomini e fecero fuoco tutti insieme sugli italiani». «Il sergente West portò la colonna di prigionieri italiani fuori dalla strada. Chiese un mitra e disse ai suoi: "E’ meglio che non guardiate, così la responsabilità sarà soltanto mia". Poi li ammazzò tutti». E’ una piccola Cefalonia: le vittime sono soldati italiani che avevano combattuto con determinazione. I carnefici non sono né delle SS né della Wehrmacht: sono fanti americani. Quella avvenuta in Sicilia tra il 12 e il 14 luglio 1943 è la pagina più nera della storia militare statunitense. Una pagina sulla quale gli storici negli Stati Uniti discutono da un lustro, mentre nel nostro Paese la vicenda è pressoché sconosciuta. Nelle università del Nord America ci sono corsi dedicati a questi eccidi, come quello tenuto a Montreal sul tema «Dal massacro di Biscari a Guantanamo». E negli Usa in queste settimane gli esperti di diritto militare valutano le responsabilità dei carcerieri di Abu Ghraib anche sulla base delle corti marziali che giudicarono i «fucilatori di italiani». Perché - come risulta dagli atti di quei processi - i soldati americani si difesero sostenendo di avere soltanto eseguito gli ordini di George Patton. «Ci era stato detto - dichiararono - che il generale non voleva prigionieri».
I FATTI - Nessuno conosce il numero esatto di uomini dell’Asse uccisi dopo la resa. Almeno cinque gli episodi principali, con circa duecento morti. Di due, quelli avvenuti nell’aeroporto di Biscari, nel Ragusano, si conosce ogni dettaglio. Nel massimo segreto, nell’autunno ’43 la corte marziale Usa celebrò due processi: il sergente Horace T. West ammazzò 37 italiani, il plotone d’esecuzione del capitano John C. Compton almeno 36. Gli atti del tribunale recitano: «Tutti i prigionieri erano disarmati e collaborativi». Altri due eccidi sono stati descritti da un testimone oculare, il giornalista britannico Alexander Clifford, in colloqui e lettere ora divulgate. Avvennero nell’aeroporto di Comiso, quello diventato famoso mezzo secolo dopo per gli euromissili della Nato. All’epoca era una base della Luftwaffe, contesa in una sanguinosa battaglia. Clifford disse che sessanta italiani, catturati in prima linea, vennero fatti scendere da un camion e massacrati con una mitragliatrice. Dopo pochi minuti, la stessa scena sarebbe stata ripetuta con un gruppo di tedeschi: sarebbero stati crivellati in cinquanta. Quando un colonnello, chiamato di corsa dal reporter, fermò il massacro, solo tre respiravano ancora. Clifford denunciò tutto a Patton, che gli promise di punire i colpevoli. Ma non ci fu mai un processo e il cronista si è rifiutato fino alla morte di deporre contro il generale. Infine l’ultima strage nella Saponeria Narbone-Garilli a Canicattì contro la popolazione che la stava saccheggiando. Secondo i resoconti stilati in quei giorni confusi del ’43, la polizia militare Usa dopo avere intimato l’alt ed esploso dei colpi in aria, sparò una raffica sulla folla uccidendo sei persone. Ma i verbali scoperti nel 2002 dal professore Joseph Salemi della New York University - il cui padre fu testimone oculare dell’eccidio - riportano il racconto di alcuni dei soldati americani presenti: «Appena arrivati, il colonnello urlò di sparare sulla folla che era entrata nello stabilimento. Noi rimanemmo fermi, era un ordine agghiacciante. Allora lui impugnò la pistola ed esplose 21 colpi, cambiando caricatore tre volte. Morirono molti civili: vidi un bambino con lo stomaco sfondato dalle pallottole».
L’ORDINE - Ma gli atti dei processi per «i fatti di Biscari» accreditano la possibilità che le vittime siano state molte di più. Tutti i crimini sono stati opera della 45ma divisione di Patton, i «Thunderbirds»: reparti provenienti dalla Guardia nazionale di Oklahoma, New Mexico e Arizona. Vengono descritti come cow boy, con elementi d’origine pellerossa. Ma presero parte con coraggio ad alcune delle battaglie più dure del conflitto. Quello sulle coste siciliane fu il loro battesimo del fuoco: avevano l’ordine di conquistare entro 24 ore i tre aeroporti più vicini alla costa, strategici per trasferire dal Nord Africa gli stormi alleati. Invece la disperata resistenza di due divisioni italiane e di poche unità tedesche li fermò per quattro giorni. Molti G.I. persero il controllo dei nervi. Ed erano tutti convinti che il generale Patton avesse ordinato di non fare prigionieri. Decine di soldati, graduati ed ufficiali testimoniarono al processo: «Ci era stato detto che Patton non voleva prenderli vivi. Sulle navi che ci trasportavano in Sicilia, dagli altoparlanti ci è stato letto il discorso del generale. "Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! E’ finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali!».
L’ORRORE - Il primo a scoprire e denunciare gli eccidi fu il cappellano della divisione, il colonnello William King. Alcuni soldati americani, sconvolti, lo chiamarono e gli indicarono la catasta dei corpi crivellati dal sergente West: «E’ una follia - gli dissero -, stanno ammazzando tutti i prigionieri. Siamo venuti in guerra per combattere queste brutalità non per fare queste porcherie. Ci vergogniamo di quello che sta accadendo». King corre a cercare il comando del reggimento. Ma lungo la strada per l’aeroporto vede un recinto di pietra, probabilmente un ovile, pieno di italiani catturati. Recita il verbale del cappellano: «Quando mi sono avvicinato, il caporale di guardia mi ha salutato: "Padre, sei venuto per seppellirli?". "Cosa stai dicendo?", replicai io. Il caporale rispose: "Loro sono lì, io sono qui con il mio mitra Thompson, tu sei lì. E ci hanno detto di non fare prigionieri"». A quel punto King sale su un masso, chiama tutti gli americani presenti e improvvisa una predica per convincerli a risparmiare quegli uomini: «Non potete ucciderli, i prigionieri sono una fonte preziosa di notizie sul nemico. E poi i loro camerati potrebbero vendicarsi sui nostri che hanno preso. Non fatelo!». Altrettanto drammatica la testimonianza del capitano Robert Dean: «Venni fermato da due barellieri disarmati. Mi dissero: "Abbiamo due italiani feriti, mandate qualcuno ad ammazzarli". Io gli urlai di curare quei soldati, altrimenti gliela avrei fatta pagare"».
LA CONDANNA - Fu proprio la volontà del cappellano King a far nascere i due processi sui massacri di Biscari. King raccontò tutto all’ispettore dell’armata - figura simile ai nostri pubblici ministeri -, che fece rapporto a Omar Bradley. La corte marziale contro il sergente West si aprì a settembre. L’accusa: «Omicidio volontario premeditato, per avere ucciso con il suo mitra 37 prigionieri, deliberatamente e in piena coscienza, con un comportamento disdicevole». I fanti italiani - poco meno di 50 - erano stati catturati dopo un lungo combattimento in una caverna intorno all’aeroporto di Biscari. Il comandante li consegnò al sergente con un ordine ritenuto «vago» dai giudici: allontanarli dalla pista dove si sparava ancora. Nove testimoni hanno ricostruito l’eccidio. West mette gli italiani in colonna, dopo alcuni chilometri di marcia ne separa cinque o sei dal resto del gruppo. Poi si fa dare un mitra e conduce gli altri fuori dalla strada. Lì li ammazza, inseguendo quelli che tentano di scappare mentre cambia caricatore: uno dei corpi è stato trovato a 50 metri.
Davanti alla corte, il sergente si difese invocando lo stress: «Sono stato quattro giorni in prima linea, senza mai dormire». Dichiarò di avere assistito all’uccisione di due americani catturati dai tedeschi, cosa che lo «aveva reso furioso in modo incontrollato». Il suo avvocato parlò di «infermità mentale temporanea». Infine, West disse ai giudici: «Avevamo l’ordine di prendere prigionieri solo in casi estremi». Ma la sua difesa non convinse la corte, che lo condannò all’ergastolo. La pena però non venne mai eseguita. Washington infatti era terrorizzata dalle possibili ripercussioni di quei massacri. Temeva il danno d’immagine sugli italiani - con cui era stato appena concluso l’armistizio - e il rischio di ritorsioni sugli alleati reclusi in Germania. Si decise di non mandare West in una prigione negli Usa ma di tenerlo agli arresti in una base del Nord Africa. Poi la sorella cominciò a scrivere al ministero e a sollecitare l’intervento del parlamentare della sua contea. Il vertice dell’esercito teme che la vicenda possa finire sui giornali. Il 1° febbraio 1944 il capo delle pubbliche relazioni del ministero della Guerra sollecita al comando alleato di Caserta un «atto di clemenza» per West: «Non possiamo - è il testo della lettera pubblicata da Stanley Hirshson nel 2002 - permettere che questa storia venga pubblicizzata: fornirebbe aiuto e sostegno al nemico. Non verrebbe capita dai cittadini che sono così lontani dalla violenza degli scontri». Così dopo solo sei mesi, West viene rilasciato e mandato al fronte. Secondo alcune fonti, morì a fine agosto in Bretagna. Secondo altre, ha concluso la guerra indenne.
L’ASSOLUZIONE - Invece il 23 ottobre ’43 il capitano John C. Compton non cercò scuse: davanti alla corte marziale disse solo di avere obbedito agli ordini. Nel processo fu ricostruita la battaglia per la base di Biscari, combattuta per tutta la notte. C’era una postazione nascosta su una collina che continuava a bersagliare la pista. E’ una mischia feroce, con tiri di mitragliatrici e mortai, senza una linea del fronte. L’unità di Compton aveva avuto dodici caduti in poche ore. A un certo punto, un soldato statunitense vede un italiano in divisa e un altro in abiti «borghesi» che escono da una ridotta: sventolano una bandiera bianca. L’americano si avvicina e dalla trincea alzano le mani circa quaranta uomini. Cinque hanno giacche e maglie civili sopra i pantaloni e gli stivali militari. Il soldato li consegna al sergente ma arriva il capitano. Compton non perde tempo: dice di ucciderli. Molti dei suoi si offrono volontari: sparano in 24, esplodendo centinaia di pallottole sul mucchio degli italiani. Il numero esatto delle vittime resta incerto ma l’inchiesta si conclude con l’incriminazione del solo ufficiale per 36 omicidi, scagionando i suoi subordinati. E Compton in aula dichiara che l’ordine era quello, che doveva uccidere i nemici che continuavano a resistere a distanza ravvicinata. Inoltre precisa che quegli italiani erano «sniper», termine traducibile come «cecchini» o «franchi tiratori», e quindi andavano fucilati: una linea difensiva che sarebbe stata suggerita dallo stesso Patton. «Li ho fatti uccidere perché questo era l’ordine di Patton - concluse il capitano -. Giusto o sbagliato, l’ordine di un generale a tre stelle, con un’esperienza di combattimento, mi basta. E io l’ho eseguito alla lettera». Tutti i testimoni - tra cui diversi colonnelli - confermarono le frasi di Patton, quel terribile «se si arrendono solo quando gli sei addosso, ammazzali». Alcuni riferirono anche che Patton aveva detto: «Più ne prendiamo, più cibo ci serve. Meglio farne a meno». Compton fu assolto. Il responsabile dell’inchiesta William R. Cook fu tentato di presentare appello: «Quell’assoluzione era così lontana dal senso americano della giustizia - scrisse - che un ordine del genere doveva apparire illegale in modo lampante». Ma nel frattempo Cook era caduto al fronte. Ironia della sorte, si crede che sia stato colpito da un cecchino mentre cercava di avvicinarsi a dei tedeschi con la bandiera bianca.
La sua assoluzione è però diventato un caso giuridico, che ha cominciato a circolare tra il personale della giustizia militare statunitense dopo la fine della guerra. Un precedente «riservato» anche per evitare che influisca sui processi ai criminali di guerra nazisti. Poi nel ’73 una traccia nei diari di Patton pubblicati da Martin Blumenson e nell’83 la prima descrizione completa nell’autobiografia del generale Omar Bradley. Oggi alcuni storici americani - assolutamente non sospettabili di revisionismo - ritengono che sulla base della sentenza Compton andavano assolte le SS fucilate per gli omicidi di prigionieri americani. E mentre negli Stati Uniti da 25 anni si pubblicano studi sul «massacro di Biscari» e le sue ripercussioni - il primo nel 1988 fu di James J. Weingartner, l’ultimo nel 2002 è stato di Hirshson - nel nostro Paese la vicenda è stata sostanzialmente ignorata. Vent’anni fa nel volume dello statunitense Carlo d’Este sullo sbarco in Sicilia, tradotto da Mondadori, la questione era relegata in un capoverso. Poi, ultimamente due introvabili scritti di storici siciliani e una pagina nel documentato volume di Alfio Caruso. Mai però un’iniziativa per ricordare quei soldati, rimasti senza nome. Mentre persino Biscari non esiste più: oggi il paese si chiama Acate.
storia delle donne:
le «Streghe della notte»
Corriere della Sera 23.6.04
DOCUMENTI L’epopea delle aviatrici sovietiche che combatterono nel cielo di Stalingrado durante la Seconda guerra mondiale
E le streghe tornarono, sulle macchine volanti
di Silvio Bertoldi
«Streghe della notte»: così, con una definizione forse più ammirativa che denigratoria, i tedeschi ribattezzarono le aviatrici russe del 588° reggimento da bombardamento, che nel 1943 imperversavano nei cieli di Stalingrado, durante le notti fiammeggianti che incombevano sull’assedio della Werhmacht. Nessun esercito in guerra, dal 1939 al 1945, ha avuto reparti aerei da combattimento composti esclusivamente da donne. Tranne i russi e credo che, a tutt’oggi, non fossero in tanti a saperlo. I russi arruolarono nell’Aeronautica militare le volontarie provenienti dagli aeroclub del tempo di pace, le equipararono agli uomini, formarono con esse tre reggimenti (bombardamento notturno, caccia, bombardamento in picchiata) e le impiegarono «alla pari» su tutti i fronti, dal 1941 al 1945, l’anno che vide i reparti delle squadriglie femminili superstiti atterrare vittoriosi a Berlino.
Non vi fu nulla di simile nell’aviazione americana né in quella inglese. E, tranne il caso notissimo dì Hanna Reitsch, la donna che collaudò la V2 e infranse il blocco aereo di Berlino per raggiungere Hitler nel bunker, nemmeno in quello tedesco. Soprattutto colpisce l’assoluta uguaglianza di impiego, di doveri e di perdite delle aviatrici russe: i sacrifici «maschili» che affrontarono, il prezzo di sangue che pagarono, la loro consapevolezza di battersi per difendere la patria invasa.
Di questa straordinaria e unica avventura dell’eroismo femminile probabilmente avremmo continuato a non sapere nulla se Marina Rossi, titolare della cattedra di storia della Russia all’Università di Trieste, con anni di ricerche e con la raccolta delle testimonianze di quelle veterane ancora in vita, non ne avesse ricostruito la storia, con un libro affascinante.
Così sappiamo che tutto cominciò grazie all’entusiasmo d’una giovane donna molto bella, molto intelligente, che studiava musica e canto e che all’età di 19 anni, nel 1931, decise che solo il cielo sarebbe stato il suo destino. Si chiamava Marina Raskova, era figlia di musicisti, dunque niente la portava all’ambiente che sarebbe stato il suo. Ma quelli della sua giovinezza erano in Russia anni di grande fervore per il volo, fiorivano gli aeroclub, frequentati anche da ragazze affascinate dalle imprese degli assi che volavano con i Tupolev, gli Ilyuscin, i Jakovlev. Marina Raskova si iscrisse, ebbe il brevetto di navigatrice e riuscì a farsi ammettere all’Accademia aeronautica, prima donna nella storia del suo Paese. Divenne ufficiale, allo scoppio della guerra era maggiore e aveva alle spalle un lungo palmarès di trasvolate e di voli Mosca-Estremo Oriente, che ricordano quelli dei nostri Ferrarin e De Pinedo.
Ottenne dalle autorità militari di poter dar vita al primo reparto femminile d’aviazione, successivamente cresciuto fino a tre reggimenti, addestrati a Engels, in una base segreta sul Volga. Il loro primo impiego fu nei cieli del Donec e del Donbass, quindi su Voroscilovgrad, su Stalingrado e nel Caucaso. Si alzavano in volo di notte, su allarme, i riflettori della contraerea tedesca le inseguivano nel buio, quando le centravano venivano abbattute. Con i loro apparecchi da caccia scortavano le colleghe dei bombardieri, sfidando in duelli aerei i Messerschmidt tedeschi, talvolta vincendo, talvolta precipitando in fiamme. Toccò anche a Marina Raskova, caduta il 4 gennaio 1943 sul fronte di Stalingrado, in una tremenda bufera di neve: ma già nel marzo successivo due appartenenti alla sua squadriglia la vendicavano, attaccando 42 bombardieri germanici e abbattendone due.
Le superstiti hanno raccontato la loro vita: «Di sera arrivavano la benzina e le bombe e tutta la notte eravamo impiegate a bombardare». Era una esistenza durissima, sempre con l’alea della morte, ma restavano donne: «Le nostre mani e le nostre gambe gelavano, le giacche di pelliccia non riuscivano a scaldarci. Eppure, durante le soste in aeroporto si scherzava, si rideva... chi suonava il piano, molte scrivevano diari. Le mie compagne erano ragazze belle, intelligenti, che amavano sognare».
Quei diari parlano anche di prove fisicamente al limite: «Dieci volte andata e ritorno, dieci volte! Dieci volte ti sparano, ti illuminano con i riflettori, vedi come ti ammazzano gli amici, rientri, riparti... Lo sfinimento era tale che anche i piloti e gli ufficiali di rotta si addormentavano in volo oppure non riuscivano a dormire per qualche giorno... Per farci rimanere sveglie ci concedevano a volte 100 grammi di vodka o di qualche altra bevanda alcolica».
Il crollo del comunismo ha contribuito a cancellare molte memorie di una guerra che, iniziata patriotticamente, era stata mitizzata dalla deformante ideologia staliniana. Delle «streghe della notte» sono rimasti forse solo i loro ricordi e quel patetico raduno che ogni anno il 2 maggio, nell’anniversario della fine della guerra, le riunisce nel giardino del teatro Bolscioi a Mosca. In patria ebbero allora riconoscimenti, medaglie, alcune di esse la decorazione di «eroe dell’Unione Sovietica». Fuori della Russia, il silenzio.
Di donne aviatrici di guerra, solo Hanna Reitsch era destinata a conservare la sua fama anche dopo il crollo tedesco. Delle «streghe della notte» l’unico a sapere pare fosse stato il re d’Inghilterra, il padre di Elisabetta II. In segno di ammirazione, mandò al governo russo un certo numero di orologi d’oro perché fossero consegnati in suo ricordo alle aviatrici. Non li videro mai.
Il libro: Marina Rossi, «Le streghe della notte», ed. Unicopli, pagine 191, 16 euro
DOCUMENTI L’epopea delle aviatrici sovietiche che combatterono nel cielo di Stalingrado durante la Seconda guerra mondiale
E le streghe tornarono, sulle macchine volanti
di Silvio Bertoldi
«Streghe della notte»: così, con una definizione forse più ammirativa che denigratoria, i tedeschi ribattezzarono le aviatrici russe del 588° reggimento da bombardamento, che nel 1943 imperversavano nei cieli di Stalingrado, durante le notti fiammeggianti che incombevano sull’assedio della Werhmacht. Nessun esercito in guerra, dal 1939 al 1945, ha avuto reparti aerei da combattimento composti esclusivamente da donne. Tranne i russi e credo che, a tutt’oggi, non fossero in tanti a saperlo. I russi arruolarono nell’Aeronautica militare le volontarie provenienti dagli aeroclub del tempo di pace, le equipararono agli uomini, formarono con esse tre reggimenti (bombardamento notturno, caccia, bombardamento in picchiata) e le impiegarono «alla pari» su tutti i fronti, dal 1941 al 1945, l’anno che vide i reparti delle squadriglie femminili superstiti atterrare vittoriosi a Berlino.
Non vi fu nulla di simile nell’aviazione americana né in quella inglese. E, tranne il caso notissimo dì Hanna Reitsch, la donna che collaudò la V2 e infranse il blocco aereo di Berlino per raggiungere Hitler nel bunker, nemmeno in quello tedesco. Soprattutto colpisce l’assoluta uguaglianza di impiego, di doveri e di perdite delle aviatrici russe: i sacrifici «maschili» che affrontarono, il prezzo di sangue che pagarono, la loro consapevolezza di battersi per difendere la patria invasa.
Di questa straordinaria e unica avventura dell’eroismo femminile probabilmente avremmo continuato a non sapere nulla se Marina Rossi, titolare della cattedra di storia della Russia all’Università di Trieste, con anni di ricerche e con la raccolta delle testimonianze di quelle veterane ancora in vita, non ne avesse ricostruito la storia, con un libro affascinante.
Così sappiamo che tutto cominciò grazie all’entusiasmo d’una giovane donna molto bella, molto intelligente, che studiava musica e canto e che all’età di 19 anni, nel 1931, decise che solo il cielo sarebbe stato il suo destino. Si chiamava Marina Raskova, era figlia di musicisti, dunque niente la portava all’ambiente che sarebbe stato il suo. Ma quelli della sua giovinezza erano in Russia anni di grande fervore per il volo, fiorivano gli aeroclub, frequentati anche da ragazze affascinate dalle imprese degli assi che volavano con i Tupolev, gli Ilyuscin, i Jakovlev. Marina Raskova si iscrisse, ebbe il brevetto di navigatrice e riuscì a farsi ammettere all’Accademia aeronautica, prima donna nella storia del suo Paese. Divenne ufficiale, allo scoppio della guerra era maggiore e aveva alle spalle un lungo palmarès di trasvolate e di voli Mosca-Estremo Oriente, che ricordano quelli dei nostri Ferrarin e De Pinedo.
Ottenne dalle autorità militari di poter dar vita al primo reparto femminile d’aviazione, successivamente cresciuto fino a tre reggimenti, addestrati a Engels, in una base segreta sul Volga. Il loro primo impiego fu nei cieli del Donec e del Donbass, quindi su Voroscilovgrad, su Stalingrado e nel Caucaso. Si alzavano in volo di notte, su allarme, i riflettori della contraerea tedesca le inseguivano nel buio, quando le centravano venivano abbattute. Con i loro apparecchi da caccia scortavano le colleghe dei bombardieri, sfidando in duelli aerei i Messerschmidt tedeschi, talvolta vincendo, talvolta precipitando in fiamme. Toccò anche a Marina Raskova, caduta il 4 gennaio 1943 sul fronte di Stalingrado, in una tremenda bufera di neve: ma già nel marzo successivo due appartenenti alla sua squadriglia la vendicavano, attaccando 42 bombardieri germanici e abbattendone due.
Le superstiti hanno raccontato la loro vita: «Di sera arrivavano la benzina e le bombe e tutta la notte eravamo impiegate a bombardare». Era una esistenza durissima, sempre con l’alea della morte, ma restavano donne: «Le nostre mani e le nostre gambe gelavano, le giacche di pelliccia non riuscivano a scaldarci. Eppure, durante le soste in aeroporto si scherzava, si rideva... chi suonava il piano, molte scrivevano diari. Le mie compagne erano ragazze belle, intelligenti, che amavano sognare».
Quei diari parlano anche di prove fisicamente al limite: «Dieci volte andata e ritorno, dieci volte! Dieci volte ti sparano, ti illuminano con i riflettori, vedi come ti ammazzano gli amici, rientri, riparti... Lo sfinimento era tale che anche i piloti e gli ufficiali di rotta si addormentavano in volo oppure non riuscivano a dormire per qualche giorno... Per farci rimanere sveglie ci concedevano a volte 100 grammi di vodka o di qualche altra bevanda alcolica».
Il crollo del comunismo ha contribuito a cancellare molte memorie di una guerra che, iniziata patriotticamente, era stata mitizzata dalla deformante ideologia staliniana. Delle «streghe della notte» sono rimasti forse solo i loro ricordi e quel patetico raduno che ogni anno il 2 maggio, nell’anniversario della fine della guerra, le riunisce nel giardino del teatro Bolscioi a Mosca. In patria ebbero allora riconoscimenti, medaglie, alcune di esse la decorazione di «eroe dell’Unione Sovietica». Fuori della Russia, il silenzio.
Di donne aviatrici di guerra, solo Hanna Reitsch era destinata a conservare la sua fama anche dopo il crollo tedesco. Delle «streghe della notte» l’unico a sapere pare fosse stato il re d’Inghilterra, il padre di Elisabetta II. In segno di ammirazione, mandò al governo russo un certo numero di orologi d’oro perché fossero consegnati in suo ricordo alle aviatrici. Non li videro mai.
Il libro: Marina Rossi, «Le streghe della notte», ed. Unicopli, pagine 191, 16 euro
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