«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
giovedì 2 dicembre 2004
un libro su Gramsci
Antonio Gramsci in salsa Le Carré
«Antonio Gramsci. Storia e mito» di Luigi Nieddu per Marsilio. Una rilettura di alcuni tratti della biografia dell'intelletuale sardo non di rado forzata da pregiudizi ideologici. All'ombra, vecchia e sempre utile, dell'«oro di Mosca» sui comunisti italiani dell'«Ordine Nuovo»
GUIDO LIGUORI
Molti aspetti della biografia gramsciana non sono oggettivamente facili da chiarire. Alcuni di essi sono stati e sono al centro di controversie storiografiche più o meno fondate. Negli ultimi anni ha preso corpo una corrente interpretativa che si è lanciata in letture che si vogliono innovative, ma che spesso non sono fondate su documenti nuovi e fatti accertati, quanto su congetture e ipotesi sostanzialmente arbitrarie. Riletture a volte ingenue, a volte malevoli, contraddistinte quasi sempre da intenzionalità aprioristicamente polemiche. Ovviamente è bene che il dibattito storiografico sia articolato, variegato, assolutamente libero dalle ipoteche di partito che in tempi ormai lontani condizionarono la ricerca. A volte però si passa il segno, e lavori che pure si presentano come dettati solo da spirito di studio, finiscono per approdare a risultati che ricordano da vicino le più discutibili operazioni di propaganda «storiografica» anticomunista, ancora nei ruggenti anni ottanta. È il caso di un volume di Luigi Nieddu da poco in libreria, Antonio Gramsci. Storia e mito (Marsilio, pp. 250, € 21): scritto in apparenza con taglio aideologico e non privo di qualche «scoperta» di archivio, sia pure non rilevante, il libro è in realtà una rilettura di alcuni tratti della vicenda biografica di Gramsci talmente forzata da denunciare un palese pregiudizio politico.
I tratti della biografia gramsciana più discussi - come è noto - sono quelli del rapporto col padre, degli esordi nella stampa e nel partito socialisti, degli anni della lotta contro Bordiga, i contrasti del 1926, la lettera di Grieco del `28, l'opposizione alla «svolta» e le reazioni da parte del partito e dell'Internazionale, il ruolo dei familiari russi, i sospetti del recluso, le circostanze della morte. C'è chi su questi punti ha già ricamato, forzando indizi e circostanze, pur in assenza di un qualunque riscontro oggettivo. Nieddu non solo riprende e ripete e rafforza tutte le ipotesi più malevoli, ma ne introduce di nuove. Ad esempio, avevate mai saputo che l'Ordine Nuovo del 1919-'20 era diretta emanazione del Comintern, che non solo il giornale era pagato dall'Internazionale, ma che i maggiori articoli gramsciani ivi comparsi sono stati in realtà scritti o dettati da emissari di Mosca in Italia? Il maggiore quotidiano italiano - forse per un residuo di pudicizia - evita di riprendere quest'ultima esilerante notizia, buttandosi però senza perplessità sull'ennesima riedizione della vecchia e sempre utile storia dell'«oro di Mosca».
A questo proposito, forse non è inutile ricordare che proprio sulla questione della situazione finanziaria dell'Ordine Nuovo si erano soffermati - in una conversazione con Gianni Bosio di fine anni sessanta - Pia Carena e Alfonso Leonetti, rievocando certo la penuria di risorse, il lavoro volontario o pochissimo retribuito, le sinergie (diremmo oggi) con la stampa socialista, che permettevano di non pagare la sede del settimanale e tante altre spese. Ma non facendo cenno a sostanziosi «interventi esterni». Che - se di omissione volontaria si trattasse - sarebbe fatto strano, sia perché i due erano spiriti liberi e non certo comunisti ortodossi e fedelissimi del Pci, come è chiaro a chiunque conosca un minimo le loro biografie, sia e soprattutto perché - nel contesto del movimento comunista internazionale post-rivoluzione russa - non poteva essere motivo di vergogna ricevere quell'aiuto «internazionalista» ipotizzato da Nieddu. Il problema oggi è però un altro, sul piano storiografico-politico: o si ritrovano e si esibiscono documenti nuovi che comprovano certe affermazioni, oppure ha poco senso avventurarsi in ipotesi e congetture che lasciano, o dovrebbero lasciare, il tempo che trovano. E che subito innescano invece - ma non sorprende - la malizia di certa stampa.
Ma torniamo al libro. Gramsci è dunque «uomo di Mosca» fin dal 1919, ma nella lotta contro Bordiga saranno poi le figure di Togliatti e Scoccimarro quelle che sembrano a Nieddu le più rilevanti. Il comunista sardo è manovrato ora dagli uni ora dagli altri, ora da Tasca, ora da Bordiga, ora dagli agenti di Lenin, ora da «Scocci» e Togliatti, ininterrottamente dal 1914 al '26: un vero e proprio «pupazzo», un uomo di paglia. Resta solo da scoprire - questo il vero scoop che chiediamo a Nieddu - chi sia il vero autore dei Quaderni: certo non può essere un imbelle come Gramsci... Non si capisce infatti, seguendo il libro, come in carcere il comunista sardo sia divenuto capace di lottare contro tutto e contro tutti: probabilmente - essendo con le lettere del '26 divenuto (per Nieddu) nei fatti antisovietico e forse anticomunista - questo solo evento è capace, come la cresima per i primi cristiani, di rifornirlo di tutte le virtù dello spirito che prima gli erano negate. Dopo essere stato per anni alquanto meschino e debole e ingenuo, gli viene ora riconosciuta come per incanto una inedita dirittura morale, oltre che indubbie doti intellettuali.
Tutti gli altri protagonisti, in compenso, sono cattivi fino in fondo. Le sorelle Schucht, va da sé, sono tutte agenti dei «servizi» sovietici. Il nostro autore, a cui evidentemente piacciono i romanzi spionistici alla Le Carrè o i film di 007, le chiama addirittura ripetutamente «allodole»: comuniste disposte a tutto, anche ad andare «a letto con il nemico» (e a sposarselo e a farci un paio di figli...), per obbedire a Lenin prima e a Stalin poi. Gramsci è costantemente spiato da tutti, più che «l'uomo di Mosca» ne sembra il nemico o il prigioniero. A Vienna è isolato, gli aprono la corrispondenza, vive circondato da bordighisti o da protostalinisti. Sono Togliatti & co. che ovviamente, con subdola manovra, lo fanno condannare, altrimenti il Tribunale fascista non avrebbe avuto prove... Tania resta in Italia per sorvegliarlo e ogni sua mossa dipende dagli ordini rigidi che le vengono dati dall'ambasciatore sovietico o da Piero Sraffa, che l'autore chiama ripetutamente, sempre usando un gergo alla Le Carrè, «il controllore». Addirittura la morte di Gramsci sarebbe stata procurata dai suoi compagni e amici, e in primis da Sraffa e da Tania, che ostacolandone il ritorno in Sardegna lo avrebbero fatto irritare e avrebbero procurato un fatale «sbalzo di pressione», probabile «concausa della rottura di un vaso sclerotizzato e intasato per giunta da un trombolo o da un embolo».
Ciliegia sulla torta, Nieddu avanza ripetutamente, e neanche tanto surrettiziamente, la tesi che quel buon uomo di Mussolini, ogni volta che poteva far qualcosa per aiutare il vecchio amico «di corrente», interventista come lui nel `14, la faceva in meno di ventiquattro ore, purché non si violassero leggi e regolamenti carcerari: il fascismo, è noto, è stata la massima espressione del legalitarismo, mentre da Nieddu gli Arditi del popolo vengono definiti «squadristi rossi».
Per sostenere tutte queste sciocchezze, l'autore deve volutamente ignorare i lavori di Spriano e Giuseppe Fiori, di Pistillo, di Vacca, di Giacomini, ecc. Deve ignorare soprattutto episodi e situazioni, fatti avvalorati da decine di testimonianze: dal ruolo di primo piano svolto da Gramsci a Torino nel «biennio rosso» a quello nel '23-'24 per la ricostruzione del «centro» antibordighista, dai tentativi per liberarlo dal carcere fascista che lo uccideva, dall'irrilevanza della nota lettera di Grieco del '28 ai fini processuali, alle problematiche condizioni di salute di Tania, che causarono alcuni periodi di lontananza dal recluso, all'indefessa opera di Sraffa, verso cui del resto Gramsci riponeva una fiducia senza limiti. Si tace delle persecuzioni carcerarie, dell'assistenza medica inesistente, dell'insonnia notturna indotta, prima che dai dubbi sugli amici, dalle ispezioni delle guardie in cella nel mezzo della notte. Insomma, per Nieddu carcerieri e assassini di Gramsci furono in primo luogo i suoi falsi amici, gli odiosi comunisti, russi o italiani che dir si voglia.
Un libro di fantasia, un romanzo di spionaggio da guerra fredda, anche se sicuramente meno avvincente dei capolavori di Le Carré? Più che altro - avrebbe detto Gramsci - un esempio di «lorianismo», di scempiaggine intellettuale, pur tanto utile alla creazione di un «senso comune» che deve essere portato a vedere in tutto ciò che sa di comunismo qualcosa di abietto, riprovevole e corrotto.
week end
Alberto Giacometti a Ravenna
Giacometti, la scultura come negazione della vita
di Enzo Dall’Ara
la mostra delle opere di Alberto Giacometti resterà aperta fino al 20 febbraio 2005
per infomazioni e per la prevendita dei biglietti ci si può collegare al seguente indirizzo:
http://www.museocitta.ra.it/mostre/giacometti.htm
Scorre un filo rosso fra Rodin, Bourdelle e Giacometti: essi formano una trilogia di transizione formativa che, nelle diverse personalità, si svolge su un simbolismo scultoreo dipanato nel segno della memoria. Se Rodin supera il tradizionale concetto di monumento per concentrare l’attenzione sul particolare della statua singola, Bourdelle riprende l’aspirazione monumentale, seguendo una stilizzazione formale evocante gli archetipi arcaici della scultura greca e romana. Giacometti torna a definire una netta avversione per il monumentale, volgendosi alla statuaria primitiva, in una semplificazione estrema, elementare e simbolica della forma. La tensione a ridurre l’opera d’arte alla scarna essenzialità di una lastra, modulata soltanto da accennata concavità e convessità, esprime l’anelato superamento della materia, per rivelare la pura componente intangibile dell’essenza. Per l’artista risulta fondamentale la percezione di uno spazio non astratto, non assoluto, ma determinato dalla presenza umana e quindi dischiuso ad ogni eventualità. Nella sua arte sembra affermarsi la convinzione di Medardo Rosso, secondo cui la statua è avvertita come “espressione della negazione della vita”. La splendida mostra, attualmente dedicata al grande artista svizzero dal Museo d’Arte della Città di Ravenna e puntualmente allestita alla Loggetta Lombardesca, percorre l’intero iter creativo di Giacometti scultore, pittore, disegnatore e incisore. Gli esordi più significativi avvengono secondo esperienze cubiste e astratte, permeate di suggestioni dell’arte africana, in particolare dell'etnia Dogon, o di fascinazioni della civiltà preellenica e, più precisamente, cicladica. Quando, nel 1930, lo scultore si volge all'avanguardia surrealista, le opere si caricano, invece, di visionarie evocazioni dell'inconscio e di sottese ma veementi indicazioni erotiche. La rottura col gruppo dei surrealisti, nel 1934, causa un lungo e critico periodo di isolamento, in cui l'artista realizza alcuni considerevoli dipinti e trova nel disegno, sempre considerato parametro fondamentale nell’opera d’arte, la potenzialità di assegnare forma concreta all’immagine. Alle opere pittoriche e disegnative, incentrate sui ritratti delle persone più care, sul luogo delle origini e sull'interno del suo studio, Giacometti affida valori di intimo colloquio, di confessione affettiva di sentimenti mai sopiti.Anche le opere litografiche di “Paris sans fin”, realizzate dal 1959 in poi, costituiscono una raccolta imperniata sulla narrazione evocativa di zone e ambienti parigini del ricordo, delineati, come di consueto, in un intreccio convulso di linee immediate che s’addensano o si dilatano nell’illusione di vincere con la presenza dell’immagine il senso della finitezza e della mancanza. In ambito scultoreo, già dal 1940 le opere iniziano a essere costrette in dimensioni sempre più ridotte, perfino di pochi centimetri, coagulate in autentiche miniature dell’introspezione e della sparizione iconica. L’artista, con tensione esistenzialista, s’interroga sul significato della vita, sulla condizione umana, che avverte come gabbia del vuoto e del nulla, in una verità scultorea ardua, tesa a coniugare realtà e rappresentazione. A metà del XX secolo, egli giunge, pertanto, a definire, in verticalità filiformi ancorate alla terra, figure ossificate, incorporee, solitarie o in gruppo, quasi scheletri ruvidi di entità morte, ormai immobilizzate in litica sofferenza interiore. Bloccata in uno ieratico e solenne dolore o rappresa in uno spasmodico movimento allucinato, l’entità umana si dibatte nel silenzio di una dimensione escatologica che accomuna tutta l’umanità. Torna il ricordo di un archetipo artistico etrusco, “L’ombra della sera”, insieme a quello di alcune sottili figure femminili di Picasso dei primi anni Trenta. Ma nelle opere di Giacometti la materia subisce continui processi costruttivi e distruttivi, di tortura e di rinascita, per esprimere le ansie, gli affanni e gli incubi dell’esistenza contemporanea. Il rovello del creare s’indirizza, ossessivamente, sull’ineludibile volontà di “scolpire la testa”, perché all’illustre scultore urge l’esclusiva modellazione dell’essenza, dell’entità individuale, speculare di quella collettiva. Ma al riguardo, l’artista afferma di essere “uno scultore mancato”, poiché incapace di raggiungere l’anelata oggettivazione iconica della sua realtà percepita. Non volendo confutare tale convinzione, va comunque rimarcato che egli è stato un artista insostituibile, unico nel riuscire a testimoniare l’opprimente, destabilizzante e macerante verità esistenziale dell'uomo d’oggi. Giacometti, quindi, come Bacon.
i maschi tedeschi...
Preservativi, occhio alla taglia
Germania: molti uomini sbagliano misura
Secondo un'inchiesta condotta recentemente in Germania, a cui non si può certo imputare scrupolosità e precisione, i maschi tedeschi tra i tanti problemi che li affliggono, dovranno d'ora in poi annoverare anche la spiccata inettitudine nella scelta dei preservativi. Sembra, infatti, che per manifesta "mania di grandezza", i giovani leoni tedeschi pecchino di superbia e acquistino immancabilmente profilattici troppo grandi di misura.
L'indagine è avvenuta in occasione della Giornata dell'Aids. E' stato chiesto a 2.500 uomini, in un asettico linguaggio burocratico-sanitario al limite della pedanteria, di verificare a tutti gli effetti la misura del proprio pene in posizione eretta, in base alla constatazione che "si conosce perfettamente la taglia delle proprie scarpe, ma molto meno la misura del proprio membro", ha spiegato Jan Vinzenz Krause della Vinico, la società demoscopica incaricata del sondaggio.
Del resto le aziende produttrici di condom avevano lamentato da tempo la carenza di una letteratura in proposito a cui ricorrere per la produzione in massa del prodotto che, dati alla mano, è secondo solo al fazzoletto come prodotto igienico di largo consumo.
Ebbene, se la matematica non è un'opinione e la lunghezza media del pene-tipo tedesco è di 14,7 cm, solo il 18% del campione sceglierebbe la taglia giusta a fronte di un "imbarazzato" 34% che opterebbe - sapendo di sbagliare - per il tipo magnum extra-large. Conclusione della ricerca: la maggior parte delle aziende di profilattici vendute in Germania devono quindi correre ai ripari, facendo corrispondere meglio la produzione alle esigenze reali dei consumatori
neuroscienze americane
scoperto il perché delle allucinazioni...?
Allucinazioni e ritmi nervosi
LE CELLULE nel cervello deputate al controllo dello scambio di informazioni con l'ambiente circostante, quindi alla formazione delle cosiddette "impressioni mentali" sono meno attive nei malati di schizofrenia. Questo almeno è quello che ha potuto osservare uno studio americano coordinato da Robert Mccarley dell'Harvard Medical School e pubblicato sull'ultimo numero di "Proceedings of the National Academy of Sciences", la rivista ufficiale dell'Accademia nazionale delle scienze Usa.
Secondo i ricercatori sarebbe questa diminuita attività neurofisiologica quello che spiega il formarsi delle allucinazioni e il pensiero sconnesso che affligge i soggetti sofferenti di schizofrenia.
L'esperimento è stato condotto su un campione di 20 pazienti (confrontato con 20 individui sani) sottoposti a un questionario basato sull'osservazione di alcune immagini mentre sul loro cervello veniva effettuato un elettroencefalogramma che registrava continuamente l'attività cerebrale. E' stata cosi rilevata una corrispondenza abbastanza significativa tra la frequenza con cui oscilla in modo sincrono l'attività dei neuroni del cervello e il tempo di reazione del soggetto.
Gli schizofrenici hanno una frequenza di oscillazione neuronica e tempi di reazioni più bassi rispetto agli individui sani.
Il team di ricercatori ha anche scoperto che i neuroni caratterizzati da una frequenza di oscillazione più bassa davano i sintomi clinici peggiori nel soggetto, incluso le allucinazioni appunto.
Ciò suggerisce che una scarsa sincronia neurale tra le diverse parti del cervello porta a percezioni disordinate tipiche degli schizofrenici. Le "oscillazioni" neurali sono localizzate nell'area visiva, zona occipitale del cervello ecco perché, spiegano i ricercatori, gli schizofrenici hanno le allucinazioni visive. Lo studio quindi collega le disfunzioni dei circuiti neurali alla schizofrenia e dimostrerebbe la possibilità di diagnosticarla attraverso un'esame encefalografico sulla frequenza di oscillazione dei neuroni nella zona dell'occipite. (s. j. s.)
teorie sulla depressione...
Lo psichiatra Crosignani: in questi casi si decide di scegliere la morte anche per chi si ama di più
"Il gesto di una depressione senza confini"
L´intervista
L'analisi. Questa è una malattia, grave però curabile. Nasconderla è pericoloso
di MARCO TRABUCCO
Annibale Crosignani è uno dei più noti psichiatri torinesi. Per anni primario alle Molinette, ha una lunga esperienza di casi di depressione.
Professore cosa spinge una madre a uccidere la propria figlia e poi a tentare il suicidio come è accaduto ieri a Volpiano?
«Sulla base dei dati finora noti, la tragedia di Volpiano sembra un caso classico di una donna che agisce in questo modo perché soffre di una grave forma di depressione. Che è, non bisogna stancarsi di ripeterlo, una malattia terribile che dà dolore e sofferenze indicibili, quel "dolore morale" che è molto più forte di qualsiasi sofferenza fisica».
Che tipo di dolore?
«La persona depressa vede davanti a sé solo buio. Non vede spiragli di luce ed è convinta che questa non sia una malattia, ma un modo di essere, una condizione esistenziale. In più vive questa situazione con forti sensi di colpa. Da qui l'idea del suicidio come unica possibile via di uscita. E nel suo delirio di annientamento il depresso coinvolge nel suo dolore anche le persone più care e ritiene quindi sia giusto togliere la vita anche a loro per sottrarle a questa situazione terribile. Per questo in genere prima uccide e poi si suicida. I casi di madri con bambini piccoli sono i più frequenti perché il legame simbiotico che si crea è fortissimo».
La depressione è una malattia gravissima. Ma si può intuirne l´insorgere, ha sintomi evidenti?
«La depressione endogena è una malattia gravissima che non dipende da fattori esterni, ma dal malfunzionamento di meccanismi cellulari. È una malattia genetica, tra le malattie psichiatriche è quella in cui più ci sono casi di ereditarietà. E dà sintomi, non sempre facili da captare, anche perché il soggetto se ne vergogna e tende a nasconderli. Ma che, per chi vive con il depresso sono visibili».
Quali?
«Sintomi precoci sono l'insorgere dell'insonnia, magari lieve: ma il soggetto non riesce più a dormire come prima. Poi insorge una disattenzione, disaffezione verso le attività che la persona fino a poco tempo prima svolgeva con entusiasmo, con amore. Viene a mancare lo slancio vitale, il soggetto non vede più le cose come prima, rallenta il suo ritmo di attività. È un processo lento che può andare avanti quindici giorni, un mese e che l'interessato cerca di nascondere. Ma se si osserva lentamente si capisce».
La depressione grave è curabile?
«Assolutamente sì. La si cura con psicofarmaci e con una opportuna terapia psicologica di sostegno. E si guarisce. È vero che ha un andamento ciclico, ma se il malato supera la crisi, ricomincia a vedere la vita con positività e riesce e riprendere la vita normale. Purtroppo in molti casi non viene riconosciuta, dai familiari, ma anche dai medici: perché la parola depressione è troppo comune, è vissuta come un fatto normale. Tutti siamo un po´ depressi. Ma qui si parla di un'altra cosa, lo ripeto, di una malattia. Vera, grave e curabile».
psichiatria...
1904-2004 Cento anni di legislazione psichiatrica in Italia
Il prossimo 3 dicembre è in programma a Gallarate una Giornata di Studio sul tema “1904-2004. Cento anni di Legislazione Psichiatrica in Italia”
Codice: 19644 Rubrica: Università
Università dell'Insubria
Il prossimo 3 dicembre è in programma a Gallarate una Giornata di Studio sul tema “1904-2004. Cento anni di Legislazione Psichiatrica in Italia”, organizzata dal Dipartimento di Medicina e Sanità Pubblica dell’Università degli Studi dell’Insubria e dall’Azienda Ospedaliera S. Antonio Abate di Gallarate, con l’intervento di esperti in campo storico, psichiatrico e medico-legale.
Il complesso cammino della psichiatria nell’ambito clinico, legislativo ed organizzativo, a cento anni dalla legge 36 del 14 febbraio 1904 “Disposizioni sui manicomi e sugli alienati” (che disciplinava, con norme generali ed omogenee i principi organizzativi relativi all’assistenza psichiatrica sul territorio nazionale), ha fatto evolvere significativamente la condizione dei sofferenti. Dalla custodia e cura dei soggetti nei manicomi, fondata sul concetto di pericolosità e di incompatibilità sociale, si è acquisito un progressivo riconoscimento dei diritti relazionali e sociali all’interno della cura della malattia mentale.
La nuova prospettiva ha inserito la Psichiatria nel Servizio Sanitario nazionale e negli Ospedali Generali e l’assistenza viene svolta nell’ambito territoriale di appartenenza mediante rapporti collaborativi con tutti i soggetti istituzionali e sociali prossimi.
Nel corso della giornata di studio gli esperti esamineranno le tematiche più rilevanti del percorso dalla legge 36/1904 alla legge 431/1968 (Legge Mariotti sulle provvidenze per l’assistenza psichiatrica), alla legge 238/1976 (sull’autonomia della psichiatria universitaria), alle leggi di riforma 180 e 833 del 1978, sino ai recenti progetti nazionali e regionali.
L’incontro si svolgerà a Villa Sironi – P.zza Giovine Italia 2 - Gallarate, a partire dalle ore 14.30.
La partecipazione è libera e gratuita.
una lettera a Repubblica
Gad, disturbo d'ansia
generalizzato
Riccardo Bentsik, Psichiatra, Roma
Caro direttore, le invio una piccola curiosità sul dibattito intorno al nome dell'alleanza del centrosinistra. Al di là di ogni altra considerazione sull'opportunità di una sigla pomposa ed autoreferenziale come G. A. D., aggiungo che in psichiatria tale sigla sta per generalized anxiety disorder, cioè "disturbo d'ansia generalizzato".
quelli del professor Cassano
con la complicità del Ministero
Giornata nazionale della Salute Mentale
La nostra Fondazione è stata incaricata dal Ministero della Salute di curare l’organizzazione della Prima Giornata Nazionale della Salute Mentale, che avrà luogo il 5 dicembre p.v.
Questa giornata darà il via ad un importante campagna nazionale di comunicazione che proseguirà per tutto il 2005 e che si articolerà in diverse iniziative volte a sensibilizzare l’opinione pubblica (quali la messa in onda di uno spot, la realizzazione di locandine e manifesti, la creazione di un sito, la produzione di materiale informativo rivolto alla popolazione e agli operatori sanitari, l’organizzazione di conferenze stampa e di eventi di piazza) alla cui realizzazione hanno contribuito alcune tra le Associazioni di settore più rappresentative sul territorio nazionale (ARAP, DIAPSIGRA, FONDAZIONE IDEA, UNASAM) e due tra le maggiori Società Scientifiche di Psichiatria (S.I.P. e S.I.N.P.F.)
Il 5 dicembre, in numerose piazze d’Italia, Volontari e Operatori Sanitari saranno a disposizione della popolazione per distribuire materiale e dare informazioni
L’obbiettivo è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi relativi alla salute mentale fornendo alla popolazione un’informazione chiara e corretta sui disturbi mentali, sulle cure oggi disponibili, sull’organizzazione dei servizi, sulle Associazioni che da anni sono impegnate in questo settore
Questa Giornata rappresenta un’opportunità unica per promuovere una nuova cultura della solidarietà, e per combattere i pregiudizi e la disinformazione che ancora oggi rappresentano i principali ostacoli alla prevenzione e alla cura di queste patologie e ci sentiamo onorati ed orgogliosi del fatto che il Ministero abbia pensato a noi.
da non perdere:
Evgenij Kissin a Roma
SALA SANTA CECILIA
L'integrale dei concerti da sabato 4 a mercoledì 8
Giovane talento al piano Kissin suona Beethoven
Trentatré anni di successi: a 17 il debutto a Londra Il feeling con Abbado
di LANDA KETOFF
L'Hotel de Russie non porta questo nome per caso. In tempi lontani fu l´albergo dei nobili russi che venivano a Roma in vacanza e di artisti quali Diaghilev, Rimskij, Stravinsky. Ora questo luogo mitico ospita di nuovo molti artisti russi. E questa volta vi abbiamo incontrato il pianista Evgenij Kissin, 33 anni (ma ne dimostra dieci di meno), moscovita, ora cittadino del mondo con casa anche a New York e a Londra, e con una passione istintiva per la musica e per il pianoforte che in famiglia più d´uno suona. Ci ha raccontato che cominciò a esibirsi in patria da bambino e appena adolescente uscì fuori dalla Russia, prima nell'Europa dell'Est, poi in Giappone e a 17 già debuttava a Londra con la London Symphony diretto da Gergiev e in dicembre a Berlino con i Berliner Philharmoniker diretti da Karajan in un mitico Concerto di Capodanno diffuso in tutto il mondo. Da allora si è esibito con le maggiori orchestre internazionali e con i più grandi direttori. Il suo debutto negli Stati Uniti avvenne a 19 anni con la New York Philharmonic diretta da Zubin Mehta. E nel 2001 Abbado (col quale Kissin dice di trovarsi in perfetta sintonia) lo portò a Roma per quel formidabile ciclo con i Berliner che presentava le Sinfonie e i Concerti per pianoforte di Beethoven. A lui toccò il Terzo. E sarà ancora Beethoven, questa volta diretto dall'inglese Jan Latham-Koenig, che interpreta all'Auditorium di Roma. Un impegno pesante anche per chi, come Kissin, è ben preparato: esegue tutti i cinque Concerti, di cui i primi tre sabato 4 dalle 18 in poi, il quarto e quinto il 6 alle 21 con replica l'8 alle 19.30. Il Quarto è considerato non solo una novità per l'epoca ma anche un capolavoro nel genere del pianoforte concertante. Magnifico anche il Quinto chiamato "L´Imperatore": una sorta di splendida realizzazione delle premesse del Quarto.
Auditorium, sala Santa Cecilia, viale Pietro del Coubertin, Info: 06.8082058. Biglietti da 46 a 16 euro.
mercoledì 1 dicembre 2004
donne e uomini
Donne e uomini
LA FORZA DI SOTTRARSI AI RAPPORTI DI FORZA DONNE E UOMINI
di Luisa Muraro
La cosa che più stupisce, nel recente confronto tra Ferrara e Cacciari all'Università Cattolica, sui rapporti tra la cultura europea e l'islam, è il ritorno al pensiero forte della modernità - l'asse Spinoza-Hegel, per intenderci - da parte di Cacciari. Il filosofo arriva a parlare della scienza come basata su leggi universali e necessarie. Siamo alla fine del postmoderno? Èquello che ho pensato. Che previsioni possiamo fare per la cultura filosofica e politica che ha caratterizzato il passaggio dalla fine del comunismo allo stato di guerra permanente? Non lo so. Mi ha colpito che Ferrara registri, a modo suo, che nel confronto con l'islam le donne c'entrano, mentre Cacciari, che pure si dilunga sulla relazione di alterità, nulla dice dell'altro che è donna. Ne ha mai detto qualcosa? Forse no, ma almeno, quando scriveva di angeli, aveva l'idea che c'è altro: altro dal pensiero della sua formazione filosofica, ma comune alla tradizione cristiana, ebraica, islamica. Con la guerra, ecco che cosa succede, che i confronti s'irrigidiscono e alle esperienze, ai linguaggi, ai saperi che non ci stanno al nuovo regime, arriva l'ordine tacito e perentorio di sparire.
La vicenda delle due Simone parla però di un'altra possibilità. Forse le due non torneranno più in Iraq, ma si sono salvate e, come fa vedere il loro racconto, a questo esito felice ha contribuito il fatto che erano due, che erano amiche e che, con l'energia che emanava dalla loro amicizia, dalla loro bontà, dal loro sesso, sono riuscite a significare ai loro sequestratori che c'è un altro ordine da quello dei rapporti di forza.
Secondo me, la cosa più importante in questo momento storico è che le donne non spariscano per effetto di un loro adattamento totale al sistema dei rapporti di forza, che si tratti della guerra o dell'economia. Corrono questo rischio, di sparire, anche le donne che si schierano all'opposizione, nei partiti o nei movimenti.
Passo così a parlare del significato che io e altre abbiamo colto nella Lettera di Ratzinger sulla collaborazione della donna e dell'uomo. Per noi, quel testo è importante e nuovo perché ha idea di un senso libero della differenza sessuale, e lo fa parlare. Cito una sola frase: «Si deve accogliere la testimonianza resa dalla vita delle donne come rivelazione di valori senza i quali l'umanità si chiuderebbe nell'autosufficienza, neisogni di potere e nel dramma della violenza». S'intende, lo fa parlare secondo la visione del mondo propria dello scrivente, nella quale molte e molti non si riconoscono. Ma non dobbiamo appiattire una cosa sull'altra: sarebbe come inchiodare l'altro ad una rappresentazione immodificabile, qualunque cosa dica.
In un recente dibattito sulla Lettera di Ratzinger, ClaudiaMancina mi ha opposto che la differenza sessuale è un tema largamente presente già nella filosofia romantica. È vero, pensiamo per esempio a Humboldt (sul quale Donatella Di Cesare ha scritto un bell'articolo proprio su questo giornale, segnalando anche gli scritti sul tema in questione). Ma il punto riguarda il senso della differenza sessuale: i romantici pensavano la differenza nell'orizzonte totalizzante dell'Uno. Arrivare a fare uno è la direzione dominante del pensiero filosofico e politico della modernità e in questa prospettiva la differenza sessuale viene interpretata nella forma della complementarità Il senso libero del nostro essere donne/uomini nasce quando si mantiene la differenza e si rinuncia alla risposta della complementarità (e questa è la novità della Lettera, io dico). Il fatto dell'asimmetria tra i sessi resta così non aggiustato e diventa causa di lavoro simbolico (e quindi fonte di umanità): il pensiero (maschile) rinuncia a ridurrel'altro (che è donna) nel proprio orizzonte e trova il suo incipit non più nella definizione di sé (nell'identità) ma nell'ascolto e nell'interlocuzione conl'altro.
Questo - detto nei termini più intuitivi in un contesto ancora dominato dal neutro-maschile - è pensiero della differenza. E corrisponde ad una rivoluzione simbolica che in molte, uomini non esclusi, abbiamo intravisto, senza però attingerla pienamente. Un criterio che suggerisco sarebbe questo, che, nella teoria come nella pratica di vita, arriviamo al punto in cui l'affermazione dell'uguaglianza cede il passo al significarsi della differenza. Se non ci arriviamo, non ci sarà libertà delle donne, temo, oppure sì ma.., non ci saranno più le donne. Userò le semplici parole con cui sì è espressa Mary Catherine Bateson, la figlia di Gregory e di Margaret Mead: «In misura diversa, ognuna di noi (parla dì sé e di alcune amiche) ha subito discriminazioni per il fatto di essere donna; tutte siamo state qualche volta trattate come meno che uguali. Ma tutte siamo sempre alla ricerca di rapportidi differenza, un po' disorientate dalla necessaria accettazione politica dell'uguaglianza».
Quel punto in cui l'uguaglianza, ossia il diritto, cede il passo al significarsi della differenza, è rischioso, poiché da lì può passare la sopraffazione, ma ne vale la pena poiché lì si gioca la libertà femminile - altrimenti messa fuori gioco dall'applicazione della legge.
Torno a Cacciari che tenta,nel confronto con Ferrara, di strapparsi alla necessità dei rapporti di forza, che il suo interlocutore gli ha prospettato: «con la guerra o senza la guerra, dobbiamo difendere il nostro sistema di vita». Cacciari non riesce nel suo intento ed il suo intervento termina con frasi intricate. Cosa di cui io non mi sento di fargli carico, il problema essendo terribilmente intricato esso stesso. Ma una cosa gli imputo, di non essersi servito della politica delle donne.
L'umanità di sesso femminile ha una lunga storia di tentativi e di pratiche per strapparsi ai rapporti dì forza e far valereun altro ordine di rapporti. 01tre alla libertà femminile chec'è, poca o tanta, anche buona parte della civiltà di cui ancora godiamo, poca o tanto, viene da questa lotta. Con il pensiero femminista si è cercato - non senza conflitti e contrasti, come era inevitabile che fosse - di tradurla in un sapere. Abbiamo capito che il punto di svincolo dalla logica del più forte è nel saper sottrarsi alle simmetrie e alle contrapposizioni. E che, quando c'è relazione, non c'e identità irrinunciabile. La nostra formula più recente parla di saper fare un passo indietro, l'abbiamo scoperta grazie ad una vicenda recente, raccontata sull'ultimo numero della rivista Via Dogana (che l'ha messa nel titolo), nella quale si tratta proprio di rapporti con una comunità islamica di Milano. Fare un passo indietro perché ci sia posto per l'altro e perché altro possa avvenire, grazie alla relazione di scambio. Perché dobbiamo difenderci, se siamo capaci di cambiare?
la Cina e la pena di morte
Tra docenti universitari e avvocati aperto il dibattito sulla riforma
LA CINA E LA PENA DI MORTE "FORSE E' L'ORA DI ABOLIRLA"
I giuristi di Pechino: «Ci vorrà tempo, ma la via è segnata»
di Fabio Cavalera
PECHINO - Un pezzetto dopo l'altro il vecchio castello viene giù. Per la Cina di una volta provare a discutere la pena di morte così come la separazione del potere della politica dal potere della giustizia era sacrilegio assoluto. Adesso il motore delle trasformazioni è arrivato fino a coinvolgere le fondamenta del diritto penale. Siamo all'inizio. Nessuno sa pronosticare fino a dove approderà il confronto. Ma il dato certo è che le autorità non stanno ponendo alcuna censura - anzi al dibattito sulla riforma delle leggi fondamentali dello Stato in materia per l'appunto penale.
Allo stesso modo - con dibattiti che hanno avuto la funzione di percepire gli umori della società - era cominciato pure il percorso del riconoscimento della proprietà privata. Se ne è parlato in maniera quasi clandestina, dopodiché, passo passo, il cerchio è diventato così largo da coinvolgere partito e Assemblea del popolo. Un meccanismo che sembra ripetersi. La Cina ha bisogno di rispettare i suoi ritmi, spesso lentissimi. Ma si muove. Che sia comunque il segnaledi qualcosa di più profondo e incisivo che sta scuotendo l'anima del Celeste Impero? Qu Xinjin,professore all'Università di Politica e Giurisprudenza nel distretto Haidian, a ovest della capitale, risponde che la strada è segnata.
Fra un anno, fra dieci, fra venti «non so sbilanciarmi sui tempi, però, sono sicuro che il sistema della giustizia si evolverà». La sua convinzione non è campata per aria. Nei circoli dei penalisti, nelle università, fra gli avvocati il problema è all'ordine del giorno: è davvero possibile abolire la pena di morte? «Io credo di sì».
Dal 1979 in avanti la Cina non ha mai messo mano ai quattrocento e oltre articoli (dei quali una sessantina sulla pena di morte) che disciplinano la definizione e le sanzioni dei reati. L'esecuzione, la fucilazione, e prevista tanto per i cosiddetti attentati di carattere politico quanto per la corruzione grave, la violenza sessuale, il rapimento. Ci sono state piccole modifiche ma nulla che intaccasse la spina dorsale del sistema. Ora, spiega il professor Qu, fra gli studiosi si è messo in moto un processo di valutazione e di analisi sulla prospettiva di riformare profondamente il diritto penale. «Non abbiamo ancora coinvolto i funzionari dello Stato, i quali però sanno che in alcune università ciò è avvenuto e sanno pure quali sono state le nostre conclusioni».
Quarantenne con l'aria di chi prima di rispondere a una domanda ci sta a pensare un po'. Un volto ben squadrato e un ciuffo di capelli che penzola sulla fronte. Occhialetti di metallo, un golfino blu e una giacchetta, nonostante il freddo intenso che è appena sceso, il computer in mano. A Qu Xinjin l'etichetta di intellettuale appassionato, dai modi pacati ma risoluti, gliela appiccichi subito. C'è una nuova classe di liberi pensatori che si sta imponendo nel mondo accademico e che conta sempre di più al di fuori del binari tradizionali dell'ideologia comunista. Sono i laureati degli anni Ottanta. QuXinjin è uno di questi. Diploma, poi master.
La materia è delicata. Una frase fuori posto e si rischia di incappare nella maglie dei controlli. Almeno questo è ciò che pensi. Ti ricredi nel giro di un minuto. Il professore che insegna diritto penale non sembra avere alcuna diffidenza.E tanto meno paura. E' andato persino in televisione e ha raccontato la sua. Ripete che su una cosa gli studiosi si stanno ritrovando d'accordo: la pena di morte va abolita. «E' sui tempi che fra di noi ci sono giudizi diversi. I più moderati dicono che si può cambiare, ma che l'attuazione della riforma va differita di venti o addirittura trent'anni. Altri parlano di cinque o dieci anni. I più estremisti, chiamiamoli così, spingono perché avvenga subito. Io sono per il cambiamento ma so anche che occorre capire il sentimento della nostra gente». I primi sondaggi che qua e là sono stati effettuati, sondaggi non scientifici, sondaggi empirici via web o via telefono, «ci inducono a procedere senza avere troppa fretta, sette cinesi su dieci sarebbero infatti favorevoli alla pena di morte, persino fra i giovani e fra gli studenti la percentuale resta alta». La proposta di abolirla ci sarà ma non a brevissimo termine. «Forse, questa volta, è più preparato il sistema politico che non il popolo a un cambiamento così radicale». Resta il fatto che parlarne in pubblico è ormai tollerato, persino sollecitato. «E' un buon segno».
La Cina, che per altro continua a respingere ogni suggestione democratica (lo stesso presidente Hu Jintao ha sottolineato che la democrazia occidentale non è un modello adattabile al suo Paese), si sta chiedendo comunque quale sia il sistema giudiziario e penale più adatto a sostenere la sfida del mercato e della società nel prossimo futuro. Oltre che sulla pena di morte l'università, le facoltà di scienze politiche stanno segnalando l'opportunità di ragionare sul principio della divisione dei poteri.
I magistrati dipendono dalla politica? I magistrati sono di nomina politica? Oggi in Cina avviene chel'Assemblea del popolo elegge i magistrati della Corte Suprema, mentre le Assemblee locali eleggono i magistrati ai livelli più bassi. Dunque vi è una stretta dipendenza del potere giudiziario dal potere della politica. Che il quadro sia destinato a modificarsi è molto probabile. Lo segnalano due circostanze. Il Comitato centrale del Partito comunista, attraverso una «conferenza» per gli studi giudiziari, ha avviato una raccolta di informazioni in ambito accademico e, pur senza scardinare l'impianto in vigore, ha dato il segnale che la questione è all'ordine del giorno. Nonc'è fretta. D'accordo. In ogni caso è stato un bel passo in avanti. Come pure - e questa seconda circostanza va letta assieme alla prima - lo è la proposta avanzata daglistudiosi di provare ad avviare la riforma dalla periferia. Fare in modo che a nominare i magistrati dei tribunali locali non siano più le Assemblee del popolo ma i tribunali di livello immediatamente più alto.
Il professor Qu Xinjin è convinto che la fase dell'immobilismo sia definitivamente superata. «C'è un clima di libertà maggiore che consoliderà la via delle riforme». E' certo, il giovane titolare della cattedra di diritto penale, che il domani sia molto più vicino di quanto nonsi pensi. La Cina è capace di stupire in ogni momento. Gli studenti lo aspettano. Poi, Qu Xinjin correrà a un'altra conferenza. A ripetere che la pena di morte va abolita.
situazionismo come hegelismo
La premonizione di Guy Debord
di Franco Berardi Bifo
Il 30 novembre di dieci anni fa, commentando a caldo la morte di Debord, scrissi un pezzo che iniziava con la frase: il suicidio di Debord non è altro che il suicidio di Debord e non è legittimo interpretarlo come un momento del suo pensiero. E' vero, non è giusto interpretare un gesto così complesso come il suicidio sulla base delle semplici complicazioni della politica o della filosofia. Oggi però dovremmo ragionare non solo sull'eredità teorica che il situazionismo ha lasciato, ma anche sulla premonizione che quel suicidio portava dentro di sé. D'altronde possiamo oggi rileggere l'intera esperienza del situazionismo come una premonizione, un presagio doloroso.
Il movimento situazionista si dissolse nel momento in cui sui muri di Parigi compariva la scritta "l'immaginazione al potere". Il '68 portava a compimento il sogno delle avanguardie storiche, del dadaismo, del surrealismo, il sogno dell'abolizione dell'arte e della vita quotidiana, e soprattutto della fusione di arte e vita quotidiana, il sogno di una vita in cui la differenza prevalesse sulla ripetizione. Ma, come abbiamo poi scoperto, l'immaginazione si è cristallizzata nell'Immaginario, e il predominio dell'immaginario ha paralizzato l'immaginazione. Macchine di produzione omologata dell'Immaginario hanno infiltrato la mente collettiva, e l'hanno cablata introducendovi automatismi psichici, linguistici, relazionali. Dobbiamo «riconoscerlo: la società reale non è più capace di immaginare nulla che non sia stato prodotto nei laboratori del Sistema Globale Omologato.
Questo effetto di omologazione dell'immagin/azione da parte dell'Immaginario Debord lo chiamò (nell'opera sua più celebrata) "spettacolo". Spettacolo è ciò che deve essere visto, ma non può essere in nessun caso vissuto.
La generazione del '68 lascia dietro di sé un'eredità tragica. L'attesa di felicità era costitutiva della cultura di quella generazione che, nata dopo la guerra più devastante della storia, si riprometteva di non subire mai più una violenza così disumana.
Ma quella attesa è stata delusa, e delusa due volte. Anzitutto la costruzione di comunità singolari di felicità extrastorica (situazioni) non è stata perseguita, non è stata organizzata scientificamente, perché ci si attendeva (dialetticamente) la felicità dalla storia, dall'inverarsi del Comunismo, dal sopravvenire di una totalità non alienata. In secondo luogo perché la storia non è il luogo della felicità, e ciò garantisce l'infelicità dei dialettici.
Sottrarsi alla storia, sottrarsi alla sua pretesa totalizzante, e così svuotare la totalità dello sfruttamento e della guerra. Questo è ciò che il situazionismo avrebbe potuto indicare, se non fosse stato hegeliano. Cosa altro vuol dire d'altronde "situazione" se non proprio questo: uno spazio esistenziale immaginato e costruito secondo regole che non obbediscono a nessun principio di totalità? Ma il '68 (e il situazionismo con lui) non ha saputo pensarsi come fuga, come sottrazione, come diserzione attiva. Ha voluto concepirsi come nuova totalità da instaurare.
Debord è stato l'ultimo degli hegeliani, l'ultimo grande dialettico, anche se ha saputo paradossalmente percepire il formarsi di un campo nel quale la dialettica non ha più alcuna efficacia, né interpretativa né pratica.
La realtà attuale del semio-capitalismo che si dispiega attraverso la trasformazione digitale della produzione comunicativa non assomiglia affatto a una negazione dialettica, e non procede a nessun processo di totalizzazione. Al contrario, è la frammentazione che prende il sopravvento nell'universo sociale della rete. E l'attesa dialettica è divenuta una trappola, ha impedito di volgere al positivo in forma di situazioni felicemente singolari, la potenza conoscitiva produttiva immaginaria esistenziale di cui la società post sessantottarda è divenuta capace.
E così la potenza produttiva del lavoro cognitivo si è rivolta contro l'esistenza e la felicità dei lavoratori cognitivi, la potenza spettacolare della comunicazione sociale si è rivolta contro la comunicazione sociale intesa come processo di condivisione vissuta.
Debord ha visto il limite della dialettica, ma non ha voluto superarlo, andare oltre, uscire dall'ossessione della totalità storica, e andarsene libero per la sua strada. Quando qui dico Debord voglio dire tutti noi, che non abbiamo saputo (né sappiamo né forse sapremo mai) liberarci da Hegel, liberarci dall'orizzonte storico. Il punk, che continuò consapevolmente il percorso del movimento situazionista, ha percepito il dissolversi di ogni possibile totalità futura. Il grido "no future" segnalò che nessuna totalità tollerabile sembra più essere possibile. E il suicidio è divenuto un comportamento socialmente diffuso, o addirittura un'arma contro gli altri e contro se stessi, l'unica via di fuga dalla intollerabile sofferenza di un esistere di cui è cancellato il senso.
Chi era Guy Debord
Il 30 novembre del 1994 muore suicida il filosofo francese Guy Debord. Nato il 28 dicembre del 1931 Debord è stato il cofondatore nel ’52 dell’Internazionale Lettrista e nel ’57 dell’Internazionale situazionista, il movimento che metteva in stretta relazione il pensiero e l’azione, l’arte e la vita. Il suo saggio più famoso, “La società dello spettacolo”, è stato un importante punto di riferimento per i movimenti del ’68 e degli anni Settanta, francesi e italiani
Emanuele Severino
embrioni e Aristotele
Da dove comincia la natura umana?
Una risposta alla questione che divide laici e cattolici, alla luce della filosofia
L’embrione e la vita, il paradosso di Aristotele
di Emanuele Severino
Che l’embrione prodotto dal seme dell’uomo e dall’ovulo della donna sia essere umano in potenza - ossia qualcosa che in condizioni «normali» ha la capacità di diventare un essere umano - è un principio accettato sia da coloro che sostengono, sia da coloro che negano che l’embrione sia già un essere umano. I due opposti schieramenti si scontrano infatti in relazione a un ulteriore carattere della «potenza». Gli uni (ad esempio i cattolici) intendono che l’embrione sia un esser-già-uomo , ma, appunto, un esserlo già «in potenza». Gli altri intendono che l’embrione, sebbene sia «in potenza» un essere umano, sia tuttavia un non-essere-ancora-uomo . In questo secondo caso la sua soppressione non è omicidio; nel primo caso sì, è omicidio - e questo primo caso esprime la compiuta concezione aristotelica della «potenza». Ma nel secondo caso ci si limita ad esprimere un dogma, o una tesi scientifica, che, appunto perché scientifica, non può essere più che un’ipotesi sia pure altamente confermata. Ciò nonostante la Chiesa fa dipendere dalle ipotesi della scienza quella che dovrebbe essere la verità assoluta, cioè non ipotetica, del proprio insegnamento. In favore del carattere umano dell’embrione suona invece il principio che il suo esser uomo «in potenza» è il suo esser-già-uomo , sebbene, appunto, «in potenza». E se già un modo di esser uomo, la sua soppressione è un omicidio.
Sennonché, quanti sostengono il carattere umano dell’embrione sostengono anche che il processo che conduce dall’embrione all’uomo compiutamente esistente (uomo «in atto», dice Aristotele) non è garantito, non è inevitabile, non ha un carattere deterministico , ossia tale da non ammettere deviazioni o alternative. Ancora una volta, è Aristotele a rilevare che «ciò che è in potenza è in potenza gli opposti». Questo vuol dire che, se l’embrione può diventare un uomo in atto , allora, proprio perché «lo può» (e non lo diventa ineluttabilmente), proprio per questo può anche diventare non-uomo , cioè qualcosa che uomo non è. E siamo al tratto decisivo del discorso (che andrebbe letto al rallentatore). L’embrione - si dice - è in potenza un-esser-già-uomo . Ma, si è visto, proprio perché è «in potenza» uomo, l’embrione è in potenza anche non-uomo. Pertanto è in potenza anche un esser-già-non-uomo . È già uomo e, anche, è già non uomo. Nell’embrione questi due opposti sono uniti necessariamente.
Proprio per questo, l’embrione non è un esser uomo . Infatti - anche per coloro che pensano alla luce dell’idea di «potenza» - l’uomo autentico è uomo, e non è insieme non-uomo. Se un colore è insieme un rosso e un non-rosso, tale (mostruoso) colore non è il color rosso. Analogamente, se l’embrione è, in potenza, quell’esser già uomo che è necessariamente unito all’esser già non-uomo, ne viene che l’embrione non è già un uomo - non è cioè quell’esser autenticamente uomo che rifiuta di unirsi all’esser non-uomo. Questo autentico esser uomo non è pertanto «contenuto» nell’unità potenziale dell’esser uomo e del non esser uomo: così come lo scapolo - l’uomo che non è unito a una donna - non è «contenuto» nell’ammogliato - cioè nell’uomo che invece è unito a una donna.
Non essendo, l’uomo, «contenuto» nell’embrione, non si può quindi dire che sopprimendo l’embrione si uccide l’uomo. Sia pure inconsapevolmente, ad affermare che l’embrione non è un essere umano, e che la sua soppressione a fini terapeutici o eugenetici non è omicidio, son dunque proprio coloro che dell’embrione, alla luce dell’idea di «potenza», intendono essere gli amici più fedeli.
i torturatori
Psichiatria, Psicologia e Neurologia
Torturatori in Iraq: uomini o mostri?
Il Pensiero Scientifico Editore
Gli atti di tortura perpetrati dai militari Usa nella prigione irachena di Abu Graib alcuni mesi fa che tante proteste e disgusto hanno suscitato nell’opinione pubblica mondiale sono un esempio del potere del contesto sociale secondo un team di psicologi dell’Università di Princeton nel New Jersey.
I ricercatori spiegano che le persone coinvolte non possono essere semplicisticamente liquidate come ‘mele marce’: si tratta di uomini e donne comuni influenzati da complesse forze sociali.
“La gente ama descrivere il comportamento altrui in termini di personalità unica, ma il contesto sociale conta più di quanto si creda”, spiega Susan T. Fiske, che insegna Psicologia a Princeton. “In breve, individui normali, sotto l’influenza di complesse forze sociali, possono commettere azioni malvagie”, spiega il team della Fiske sulla rivista Science.
Precedenti ricerche avevano dimostrato che praticamente tutti diventano molto aggressivi in certe condizioni, specialmente se sottoposti a grave stress: i soldati ad Abu Graib non fanno eccezione: impauriti dalla guerra, circondati dall’odio, inadatti al lavoro assegnato loro e mal supervisionati dai loro superiori.
Altra costante emersa da vari studi è che gli individui si uniformano ai loro pari e obbediscono alle figure autorevoli, anche in circostanze estreme. Nel famoso Stanford Prison Study, per esempio, un gruppo di studenti di college sono stati assegnati randomicamente al ruolo di guardie o prigionieri e diventarono in breve tempo torturatori e vittime. Le guardie tendevano a conformarsi al comportamento delle altre guardie. Negli studi Milgram, nell’ambito dei quali ad un gruppo di individui è stato assegnato il compito di ‘punire’ altri individui con degli shock elettrici, è stato dimostrato che uomini e donne sono capaci di indicibile crudeltà se credono di essere legittimati da un’autorità superiore.
Ciononostante la maggior parte delle persone rifiutano di credere che sarebbero mai capaci di commettere atti così estremi o di fare del male ad altri esseri umani: “Tutti dicono io non lo farei, ma non possono avere tutti ragione. Gli studi dimostrano che le persone sono capaci di fare tutto. Abbiamo tutti bisogno di vivere in gruppi sociali e questo può spingerci ai comportamenti più efferati e malvagi”, aggiunge la Fiske.
Le persone che ricoprono posizioni di potere devono sapere che hanno un controllo sul contesto sociale. Che creano l’atmosfera, la cultura, il background dei loro sottoposti e li influenzano. E da grandi poteri derivano grandi responsabilità, come tutti i lettori de “L’Uomo Ragno” ben sanno.
La prima volta che l'Icrc si esprime in termini così forti
«Torture sui detenuti a Guantanamo»
Nel rapporto la Croce Rossa denuncia «l’uso intenzionale da parte dei militari Usa della coercizione fisica e psicologica»
ROMA - Abusi a Guantanamo. Questa volta lo dice la Croce Rossa. New York Times e Financial Times aprono le loro edizioni on-line con il medesimo articolo a firma di Neil A. Lewis dal titolo «La croce rossa denuncia abusi a Guantanamo». Non si tratta di una notizia vecchia, sebbene ormai la frequenza delle denunce di abusi su detenuti può indurre a confusione, bensì di un rapporto confidenziale dell’Icrc (Comitato internazionale della Croce rossa) indirizzato al governo di Washington nel quale si denuncia l’uso intenzionale da parte dei militari americani della coercizione fisica e psicologica, «equivalente a tortura», sui detenuti di Guantanamo. Il rapporto, che si riferisce a una visita effettuata nel giugno 2004, è stato consegnato ai legali della Casa Bianca, al Pentagono e al Dipartimento di stato e ai comandi del centro di detenzioni di Guantanamo. Il Nyt è riuscito ad ottenere un memorandum, basato sul rapporto, che ne riporta ampi stralci.
E’ la prima volta che la Croce Rossa, che ha effettuato visite a Guantanamo fin dal gennaio 2002, si esprime in termini così forti sul trattamento dei prigionieri. Gli inviati dell’Icrc hanno verificato un sistema volto a fiaccare la volontà dei prigionieri di Guantanamo, ora circa 550, e di renderli completamente dipendenti dai loro «inquisitori» tramite «azioni umilianti, isolamento, temperature estreme, posizioni fisiche obbligate». I metodi utilizzati sono stati definiti via via più «repressivi e raffinati» che nelle visite precedenti. Interrogato sulle denunce contenute nel rapporto, un portavoce del Pentagono ha risposto: «Gli Stati uniti svolgono un’operazione di detenzione inoffensiva, umana e professionale, atta a procurare importanti informazioni nella lotta al terrorismo».
stress e invecchiamento
RICERCA:STRESS FA INVECCHIARE CELLULE DONNE DI 10 ANNI /ANSA
Data: 30.11.2004 - 13:51 - ROMA
(ANSA) - ROMA, 29 NOV - Le donne stressate sono in media 'piu' vecchie di 10 anni' rispetto alla loro eta' anagrafica, infatti sulle loro cellule sono molto piu' marcati i 'segni' del tempo rispetto a coetanee meno stressate. La notizia, giunta sulle pagine della rivista dell'Accademia Americana delle Scienze 'Pnas', e' merito delle ricerche dell'equipe di Elissa Epel, dell Universita' della California, a San Francisco. Per la prima volta, come supposto da molti esperti, si dimostra che lo stress, oltre ad angustiare la nostra quotidianita', ha effetti deleteri sul corpo tali da farlo invecchiare prima del tempo. Gli esperti hanno studiato lo 'stato di salute' del Dna di cellule immunitarie di 58 donne tra i 20 e i 50 anni, che lamentavano differenti livelli di stress psicologico nella loro vita quotidiana. Di tutto il campione, inoltre, 39 donne erano mamme di bimbi con malattie croniche quindi, ha spiegato la Epel, plausibilmente piu' stressate. I ricercatori hanno sottoposto l'intero campione a questionari di autovalutazione dello stress (per misurare la percezione soggettiva dello stress) ed hanno poi misurato oggettivamente lo stress considerando gli anni che ciascuna donna aveva speso fino a quel momento ad accudire i propri bimbi malati. Cosi' gli scienziati hanno visto che la percezione individuale dello stress e il livello di stress cronico per le mamme dei bimbi malati, sono entrambi correlati all'invecchiamento cellulare. In ambedue i casi nelle donne piu' colpite da stress le cellule esaminate apparivano in media dieci anni piu' vecchie dell'eta' anagrafica, ha riferito la Epel. Infatti le cellule mostravano tutti i segni tipici dell'invecchiamento: avevano le estremita' dei loro cromosomi, i 'telomeri', erano piu' corte e mancava un'adeguata quantita' dell'enzima protettivo dei telomeri stessi, la 'telomerasi'. Inoltre queste cellule manifestavano un forte stress ossidativo, anche questo un tratto tipico del peso degli anni. I telomeri sono come 'cappucci' protettivi che mantengono intatto il materiale genetico impedendo la perdita di Dna alle estremita' dei cromosomi. Sono quindi importantissimi per le cellule perche' la perdita di materiale ereditario sarebbe loro fatale. Via via che una cellula invecchia i telomeri si accorciano e diventano meno efficienti nell'assolvere al loro compito, cosi' alla lunga la cellula perde Dna fino a una condizione incompatibile con la sua vita. Numerosi studi, svolti in diversi laboratori del mondo con l'intento di svelare i segreti dell'invecchiamento, hanno dimostrato il nesso tra accorciamento dei telomeri, invecchiamento cellulare e invecchiamento anagrafico dell individuo. In questo caso i ricercatori si sono invece chiesti se fattori psicologici negativi come lo stress influenzassero a loro volta il benessere fisico e accelerassero il normale processo di invecchiamento e hanno mostrato per la prima volta il legame tra stress e invecchiamento, elucidando anche i meccanismi biochimici mediante i quali lo stress cospira contro di noi. Al momento la Epel e i suoi colleghi stanno conducendo uno studio a lungo termine per vedere se la velocita' di accorciamento telomerico e' proporzionale al grado di stress dell'individuo, ovvero se piu' e' alto il livello di stress sopportato, piu' e' rapido l'accorciamento dei telomeri. come ci si aspetterebbe dai risultati appena pubblicati. E poi, ha concluso la Epel, l'idea e' di ripetere questo stesso lavoro su tanti altri tipi cellulari, per esempio sulle cellule cardiache, per vedere se lo stress fa ammalare il cuore predisponendolo a un invecchiamento piu' accelerato. (ANSA).
lunedì 29 novembre 2004
Buongiorno, notte
Marco Bellocchio sul Financial Times
Financial Times 28.11.04
Good Morning, Night **** - NEW
Superb political thriller, plucked from reality. As the Terror followed the Revolution in France, so the Red Brigades followed the upheavals of late-1960s European dissent. Veteran director Marco Bellocchio dramatises the 1978 kidnap and murder of Italian ex- premier Aldo Moro, presenting the student-terrorists in all their cold, sober, Robespierrian fanaticism. The world blares its headlines outside, but to the kidnappers it is just a cacophonous failure to understand.
storie criminali
chiesa cattolica: la persecuzione antisemita
QUEI BATTESIMI IMPOSTI
La Chiesa e le forzate conversioni degli ebrei
Una storica elenca e analizza i vari episodi di illibertà e di antisemitismo cattolico
Dagli archivi del Sant'Uffizio i documenti su una vicenda che è durata per alcuni secoli
Dal Seicento in poi si accentua la pratica di intimidazione psicologica e fisica
L'ossessione di strappare quante più anime possibili alla condanna dell´inferno
di MARCO POLITI
ROMA. Nell'Anno del Signore 1639 l'ebreo Prospero di Tullio accettò l´offerta di un frate che gli aveva promesso di «ben accomodare» uno dei suoi figli e di farlo battezzare personalmente da papa Urbano VIII se lo avesse offerto in conversione a Santa Romana Chiesa. Raccontano le cronache che l'ebreo si pentì subito, affermando che «haveva burlato», ma era troppo tardi. Per la Chiesa il patto era stato stretto e nel cuore della notte il rettore della Casa dei Catecumeni (l´istituto creato per le conversioni di ebrei e infedeli) fece irruzione nel ghetto di Roma in casa di Prospero, esigendo l'nfante. L'ebreo rispose di no. E qui lasciamo la parola direttamente al rettore Remedio Albani, che così replicò: «Io secondo gli ordini datimi (dissi) che in caso non mi ne desse uno de sua volontà, ne havesse presi tutti quelli che havesse giudicato infanti sotto sette anni, e così non volendo detto Prospero darne uno, ordinai alla corte (cioè agli sbirri, ndr) prendesse uno nella culla, dove viddi che era, e un altro putto che giudicai così nella notte non passar sei anni».
I due bambini, nonostante le proteste del padre e della comunità ebraica, finirono battezzati Urbano Urbani e Anna Urbani in onore del pontefice, «a confusione della maledetta e ostinata canaglia Ebraica. Il tutto a lode dell'Onnipotente Dio Trino e Uno».
Storie troppo lontane? Nel 1816 David Citone ebreo ottuagenario romano abbraccia la fede cattolica. «Per disperazione e miseria», cercando un ricovero nella Casa dei Catecumeni: così diranno i suoi correligionari. Perché «illuminato» da Dio, affermerà lui stesso. Non possiamo saperlo. Risulta però che nel novembre di quell'anno «offre» alla Chiesa cattolica la propria moglie e la nipote Giuditta. La moglie gli sottostà. Ma la nipote ha un padre, Graziadio Citone. Inutilmente. Con undici voti su dodici i consultori del Sant'Uffizio decidono che la potestà sulla piccola continua ad essere del nonno e quindi l'«offerta» è valida. Ma c'è un colpo di scena. A dicembre, mentre la causa è ancora in corso, il vecchio nonno viene preso da un colpo apoplettico.
Graziadio Citone assume dunque pienamente la patria potestà e avrebbe il diritto di rifiutare il battesimo forzato della figlioletta. E tuttavia saltano fuori nuovi cavilli giuridici.
Sostengono le autorità ecclesiastiche che nonno Citone è morto cresimato, baciando «con tenerezza» il crocifisso senza aver mai cambiato parere. E, soprattutto, nel momento stesso della sua offerta aveva trasferito di fatto la patria potestà a Santa Madre Chiesa, che ora poteva disporre della piccola Giuditta ben superando l'opposizione disperata del padre ebreo. Così fu. Nel luglio 1817 Giuditta fu battezzata con il placet dei cardinali del Sant'Uffizio.
L´episodio clamoroso, avvenuto dopo la breve emancipazione napoleonica quando ormai si era rafforzata tra gli ebrei la consapevolezza dei diritti naturali e civili, è uno dei tanti, tragici fatti di battesimo forzato emersi dagli archivi del Sant'Uffizio e del Vicariato di Roma grazie alle ricerche della studiosa Marina Caffiero. E Battesimi forzati (Editore Viella, pagg. 352, euro 22) si chiama la sua ultima opera sugli ebrei convertiti nella Roma dei papi.
Molti conoscono la storia di Edgardo Mortara, battezzato di nascosto, tolto ai genitori a Bologna nel 1858 e poi avviato alla carriera ecclesiastica: evento che suscitò uno scandalo internazionale in piena epoca risorgimentale. Ma è storia praticamente rimossa la «caccia alle conversioni» scatenata con crescente pressione dalla fine del Cinquecento sino all'Ottocento.
Una pratica condotta con l'alternarsi di allettamenti e intimidazioni psicologiche, rivolti specialmente su soggetti deboli come donne e bambini, e robustamente accompagnata dagli internamenti forzosi nella Casa dei Catecumeni: ufficialmente per «esplorare la volontà» dei chiamati in causa. Perché - pochissimi lo sanno - esistevano norme papali che prevedevano l'«offerta» alla Chiesa di ignari congiunti da parte di ebrei convertiti. E c'era ancora di più. La possibilità di «denunciare» la supposta volontà di ebrei, espressa in qualsiasi circostanza dinanzi a testimoni. Se ne servivano anche amanti respinti nei confronti di fidanzate riottose.
Marina Caffiero ha scovato negli archivi episodi incredibili, che si inquadrano nell'ossessione della gerarchia cattolica di strappare quante più anime possibili ai «perfidi Ebrei». C'è Ricca, promessa sposa dell'ebreo Giuseppe Limentani, rapita urlante la sera prima delle nozze perché - diceva una denuncia - avrebbe manifestato la volontà di farsi cristiana. C'è Ester Serena, nonna che chiede il battesimo e offre alla fede cristiana non solo le due nipotine di tre e sei anni, ma anche il feto nascituro della nuora incinta. Fidanzate «offerte» a forza dal promesso sposo catecumeno. Madri incinte sottoposte al lavaggio del cervello per convertirsi ed evitare di perdere il figlio subito battezzato appena nato. Nipoti minorenni sequestrate dallo zio e portate alla Case dei Catecumeni. Atti di violenza fisica o spirituale inseriti nel continuo, sottile e ossessivo argomentare sul valore contrattuale irreversibile di una parola detta o sui «poteri» di un parente rispetto ad un altro.
Risorgono dalla polvere degli archivi personalità fiere come la giovane Mazaldò, offerta alla religione cristiana dal coniuge catecumeno Angelo Francese, e che reclusa nella Casa dei Catecumeni si difende in tutti modi. Lanciando qualsiasi oggetto contro chi la vuole indottrinare. La reclusione riuscirà, però, a fiaccarla. «Di feroce leone è diventata mansueta pecora dell'ovile di Gesù Cristo», scrive soddisfatto nel 1770 il cardinale Albani.
Sullo sfondo si agita, tuttavia, una società complessa, documentata con cura ed equilibrio dalla Caffiero. Tra ebrei e cristiani vi sono molti più rapporti e interazioni di quanto la segregazione del ghetto lascerebbe supporre. Cristiani sono gli avvocati che difendono a nome della comunità ebraica le vittime sequestrate. I papi stessi chiamano talvolta a consulto giuridico dei rabbini. I capi della comunità ebraica sono molto meno passivi di quanto una certa pigra storiografia li dipinga. Con il passare degli anni diventano, anzi, sempre più battaglieri. Posizioni divergenti nel trattare gli ebrei si manifestano tra il Vicegerente della diocesi di Roma (responsabile della Casa dei Catecumeni) e il Sant´Uffizio, che a volte si dimostra garantista e dispone la restituzione dei minori sequestrati.
Emerge, comunque, il quadro di un insistente anti-giudaismo, che unisce popolino e alte personalità ecclesiastiche e che invece di diminuire con l´età moderna si acuisce dopo la Rivoluzione francese. Né va sottovalutato il riproporsi insistente e insidioso del mito antiebraico dell´omicidio rituale. Non è del Medioevo ma del 1761 il volume pubblicato a Venezia dal sacerdote Giovanni Pietro Vitti con l´eloquente titolo Memorie storico-cronologiche di vari bambini, ed altri fanciulli martirizzati in odio di nostra fede dagli ebrei, dove si parla di barbari lupi mannari israelitici che impastano il loro cibo di «sangue, ch´a colpi di ferite, e di trafitture, e di spille spremono da quei teneri corpiciuoli (di bimbi cristiani)».
Torrenti di odio e di veleno cattolico che andranno a ingrossare nel Novecento il fiume esiziale dell'antisemitismo propugnato dal nazi-fascismo e dalla destra reazionaria.
pillole...
Pillola della memoria, la grande corsa
Negli Usa è sfida tra scienziati. Tra due anni i primi risultati dei test
Decine di società al lavoro per mettere a punto un farmaco che aiuti a ricordare
I nuovi scenari aperti dagli studi su una piccola lumaca marina, l'aplysia californicus
Secondo alcuni ricercatori perfino la nicotina avrebbe un'influenza sulla memoria
Il neurologo Steven Siegelbaum: "Per chi indaga sulla mente è un periodo esaltante"
Il premio Nobel Eric Kandel: "Ormai la sperimentazione è vicina al traguardo"
di MARY CARMICHAEL
Affermare che l'Aplysia Californicus è una delle creature meno affascinanti della natura è un eufemismo: questa lumaca marina ermafrodita dalla pelle violacea e maculata quando viene disturbata reagisce emettendo un fluido scuro col quale intorbida le acque intorno a sé. Il suo "cervello", se così lo si può chiamare, è straordinariamente elementare, formato soltanto da qualche migliaio di neuroni di grosse proporzioni. Nonostante tutto, però, tra qualche anno molti potranno essere pesantemente in debito nei confronti di questa bruttissima e piccola creatura.
L'Aplysia in effetti appare alquanto insignificante, ma per gli scienziati che auspicano di trovare grazie a lei un farmaco in grado di potenziare la memoria, è un prodigio in miniatura. Grazie alle ricerche neurologiche del premio Nobel Eric Kandel e di altri suoi colleghi, l´elementare sistema nervoso dell'Aplysia sta aiutando gli scienziati a comprendere in che modo la memoria funziona a livello biochimico: è emerso infatti che le molecole della memoria dei lumaconi marini non sono poi così dissimili da quelle degli esseri umani, tanto che oggi queste creature sono al centro di studi volti a mettere a punto dei farmaci che possano un giorno scongiurare la perdita di memoria che moltissime persone si trovano a dover affrontare a mano a mano che invecchiano.
Se si escludono rimedi di dubbia efficacia, attualmente sul mercato non vi è alcuna pillola in grado di migliorare la memoria, ma sono molte le piccole società biotech al lavoro su sostanze messe a punto nel corso di recentissime ricerche. Alcune di esse si trovano già nelle prime fasi della sperimentazione clinica che potrebbero concludersi «entro due anni, se siamo fortunati» come spiega Kandel, attualmente impegnato al centro di medicina della Columbia University (Cumc) e all'Howard Hughes Medical Institute (Hhmi). Alcuni dei farmaci più promettenti hanno preso origine proprio dagli studi condotti sull'Aplysia, mentre altri sono partiti da fattori ancora più inverosimili, come le conseguenze molecolari del fumo, con una particolare attenzione ai recettori che la nicotina prende di mira. (Chi ha mai pensato che potessero esservi dei benefici nel fumo?). «È un periodo molto esaltante per le ricerche sul trattamento della perdita di memoria» commenta Steven Siegelbaum, neurologo presso il Cumc e l'Hhmi. E ora che le sperimentazioni stanno per concludersi, l'entusiasmo è quanto mai alle stelle.
È stato faticoso, lungo e impegnativo arrivare fino a questo punto: i ricercatori ormai sanno per certo che il cervello - che funziona grazie a una sequenza chimica innescata dai neurotrasmettitori - in un primo tempo immagazzina le informazioni a breve termine nella corteccia prefrontale, e in seguito ne trasforma le parti prescelte in ricordi a lungo termine per mezzo dell´ippocampo, una regione vagamente somigliante a un cavalluccio marino che si trova in profondità nelle pieghe del lobo temporale sovrastanti l'orecchio.
Conoscenze di questo tipo erano del tutto impensabili anche soltanto una trentina di anni fa. «La biologia dell´immagazzinamento dei ricordi era davvero una sorta di buco nero per noi», conferma Kandel la cui idea di risolvere un problema complesso studiando un organismo fin troppo elementare fu accolta con enorme scetticismo. Ma con i suoi studi su una lumaca marina, Kandel scoprì effettivamente qualcosa. Poiché i neuroni dell'Aplysia erano così pochi e di così rilevanti dimensioni, egli fu in grado di identificare le singole cellule nervose responsabili dei singoli comportamenti. Le cellule nervose del lumacone risultarono funzionare grazie ad alcuni degli stessi processi biochimici che fanno funzionare i cervelli di animali molto più evoluti. L'Aplysia californicus, insomma, si rivelò essere un ottimo modello per comprendere i processi molecolari della memoria degli esseri umani. Entrambe le specie, infatti, funzionano grazie all'Amp, adenosin-monofosfato ciclico (ciclyc Adenosine Monophosphate) che modula una proteina detta Creb (Cyclic adenosine monophosphate Response-Element Binding protein): quest'ultima sarebbe una sorta di scultore che nel cervello forma i ricordi rimodellandone le sinapsi, i collegamenti tra i neuroni. Trasformazioni nei livelli dell'Amp ciclico - e conseguenti trasformazioni nei livelli di Creb - influenzano la capacità del cervello di rimodellare e riconfigurare le proprie sinapsi. Meno Creb equivale a meno capacità di formare i ricordi. Il risultato pratico di questa ricerca, così come degli impegnativi test sui topi e sulle cavie, è sfociato nella messa a punto di numerosi nuovi farmaci in corso di perfezionamento presso la Memory Pharmaceuticals, una società fondata tra gli altri da Kandel nel 1998. La sostanza creata in seguito alle scoperte effettuate sull´Aplysia si chiama "Mem1414": poiché l'Amp ciclico, il neurotrasmettitore che determina i livelli di Creb, è solitamente messo fuori uso nel cervello da enzimi detti fosfodiesterasi, l'"Mem1414" inibendo l'attività di questi ultimi incrementa i livelli di Creb, migliorando la memoria a lungo termine nei pazienti che soffrono di disturbi di memoria correlabili all'età avanzata, e allontana altresì le prime fasi dell´Alzheimer, anche se i due disturbi non sono collegati tra loro. Vi sono poi la "Mem1917", una sostanza simile alla 1414, la "MemM1003", che protegge i neuroni dai dannosi accumuli di calcio, e la "Mem3454", una sostanza contro la schizofrenia che prende di mira il recettore che ormai si sa che reagisce anche alla nicotina. I ricercatori ipotizzano che alcuni schizofrenici di fatto allevino i sintomi della loro condizione, compresa la perdita di memoria, autocurandosi con le sigarette.
Le aziende farmaceutiche coinvolte in questi studi sono moltissime. L'Helicon ha un inibitore della fosfodiesterasi tutto suo; la Sention, co-fondata da Mark Bear del Picower Center per l'apprendimento e la memoria del Mit (Massachusetts Institute of Technology), ha messo a punto una sostanza chimica che influisce sull'Amp ciclico e sul Creb. La Cortex Pharmaceuticals, una delle prime società a studiare delle sostanze per il miglioramento della memoria, si sta concentrando altrove, su alcune molecole dette "ampakine" che modulano i "recettori Ampa" nel cervello e che possono rafforzare le sinapsi. Per il momento, i ricercatori sono riluttanti a tessere le lodi di queste sostanze. Ma la corsa alla pillola della memoria, forse, è solo all'inizio.
Svizzera
ricerca sulle staminali
Il referendum
A favore due votanti su tre, nessun Cantone contrario
Svizzera, sì alla ricerca sulle cellule staminali
di RORY CAPPELLI
ROMA - L´esito non era scontatissimo, nonostante governo e maggioranza avessero raccomandato agli elettori di rispondere sì a tutti e tre i quesiti del referendum: ricerca sulle cellule staminali, nuova perequazione finanziaria tra i cantoni; e nuovo regime finanziario. E per la ricerca sulle cellule staminali non lo era anche perché, come del resto in altre regioni d´Europa e negli Stati Uniti, ancora fortissime sono le resistenze all´uso di embrioni umani nella ricerca. In Svizzera le proteste erano guidate da movimenti come l´Appel de Bale, che l´ha lanciato; da antiabortisti; da alcuni ecologisti; e dalla Conferenza svizzera dei vescovi. Ma il risultato è stato un secco 66,4% di voti favorevoli, con nessun Cantone contrario, con le votazioni in relativo bilico in un solo cantone, Valais, che ha dato parere positivo con il 53,7% dei voti, mentre a Ginevra il "sì" è stato pronunciato dall´84,6% dei votanti.
Soddisfatti ricercatori e scienziati che paventavano il rischio di rimanere esclusi in un ambito fondamentale per la ricerca che sta avendo, e ancor più avrà in futuro, importanti sviluppi: potenzialmente, infatti, queste cellule sono in grado di dare origine a qualsiasi tessuto o organo e, forse, apriranno nuovi orizzonti per la cura di malattie gravi come l´Alzheimer, le patologie del miocardio, il Parkinson. Anche per l´economia della Svizzera è un traguardo, visto l´alto numero di importanti industrie farmaceutiche nazionali.
Nei cantoni elvetici era in vigore una legge che vietava l´utilizzo a scopo di ricerca di embrioni fecondati che non servivano più per la procreazione: nel 2003, però, era stata approvata dal Parlamento una norma che apriva la possibilità alla ricerca sulle cellule staminali umane a partire proprio dagli embrioni soprannumerari, che in Svizzera, secondo alcune fonti, arrivano a circa 200 l´anno. Norma subito contestata da associazioni di difesa per la vita, ma anche da buona parte della sinistra che temeva, e, come tutti i promotori del referendum, teme ancora, che da tali ricerche si passasse poi alla ricerca sulle tecnologie della clonazione. Secondo la vecchia legge gli embrioni soprannumerari dovevano essere distrutti: oggi queste cellule estratte da un embrione umano e ancora senza una funzione precisa, potranno essere sviluppate in, per esempio, cellule del cuore, del cervello oppure del fegato.
Tra le condizioni della legge, quella che prevede il consenso scritto dei genitori donatori degli embrioni; quella che stabilisce l´esistenza di uno specifico progetto di ricerca che dovrà essere certificato per la sua validità scientifica ma anche per il suo rispetto dell´etica; quella secondo la quale non ci dovranno essere alternative al progetto di ricerca presentato; e quella che obbliga ad utilizzare cellule embrionali non hanno più di sette giorni di sviluppo. Un´importante restrizione è quella che stabilisce che non potranno essere prodotti embrioni per la ricerca; che gli embrioni soprannumerari dovranno essere utilizzati per la ricerca; mentre resterà illegale la commercializzazione delle cellule staminali. Pascal Couchepin, capo del Dipartmento Fédéral Intérieur, ha dichiarato che "questa dimostrazione di fiducia nella ricerca è una risposta di speranza: la speranza di poter, un giorno, guarire malattie fino a oggi incurabili".
lo stress...
STRESS
di Stefania Miretti
SOTTO Natale (punti 12) il bambino di prima elementare (punti 26) viene strattonato dal corso d'inglese alla lezione di tennis (punti 25) da una mamma appena promossa in ufficio (punti 29) e fresca separata (punti 63) perciò a dieta (punti 15). Al ritorno dalle vacanze (punti 13) la giovane coppia appena sposata (punti 53) scopre di essere in attesa di un figlio (punti 40) e progetta l'acquisto di una casa nuova (punti 20) con conseguente accensione di mutuo ipotecario (punti 31). Un qualunque martedì mattina la nonna da poco rimasta vedova (punti 100) e perciò costretta a modificare alcune abitudini personali (punti 24) si accorge di essersi scordata di pagare in tempo i contributi della badante (punti 11): il fatto che proprio in quei giorni sia cambiato il sacerdote della sua parrocchia parrebbe l'ultimo dei problemi e invece... punti 19.
Non sono numeri da giocare al lotto (e chi volesse farlo, tenga comunque presente che un notevole cambiamento nelle proprie finanze, in peggio o in meglio non c’è differenza, vale un importante: punti 38), ma indicatori del nostro malessere quotidiano. Si chiama Scala di Holmes e Rabe, confidenzialmente «la tabella dello stress», stilata nel 1967 e tutt'ora in auge, nonostante, c'è da supporre, nuove ragioni di malessere e più inquitetanti cambiamenti abbiano fatto irruzione nella vita di quasi tutti noi. Volendo comunque fare un rapido conteggio di quanto siate stressati voi e quanto le persone che vi circondano, compreso il collega di lavoro al quale avete sempre invidiato il proverbiale self control, si tratterà dunque di un calcolo approssimativo per difetto. Perché sappiamo che chi si ammala acquisisce punti 53, chi torna con la moglie 45, che sono da sommarsi e non da sottrarre ai 73 totalizzati quando aveva deciso di divorziare, e che acquistare un'automobile a rate può valere 17 punti stress. Ma quanti ne potrà mai totalizzare il passaggio dalla lira all’euro? La visione degli sgozzamenti in tv? Il crollo delle Torri? Il crac della Parmalat, soprattutto per i piccoli azionisti? In generale, ogni cambiamento che ci veda non attori, ma impotenti e spaventati spettatori?
Fatte le debite supposizioni, in molti di noi s’insinuerà il dubbio che per stare bene convenga non fare assolutamente nulla, o il meno possibile: non innamorarsi e non separarsi, non fare figli e non cambiare casa, non fare carriera, Dio ce ne scampi, e neppure cambiare posto di lavoro; non esagerare con le vacanze, che meno se ne fanno e meno ci si stressa, si sa; e dove possibile passare alla clandestinità onde evitare la questione «pratiche burocratiche», come noto stressantissima. Limitandosi, insomma, a incassare il punteggio base che la vita assegna d'ufficio a ciascuno di noi: i lutti, le perdite, la fine del ciclo riproduttivo e di quello lavorativo, l'alternarsi delle stagioni.
Pare un paradosso, e non lo è. O perlomeno è un paradosso col quale i massimi studiosi di stress vengono quotidianamente a patti: «Complete freedom from stress is death», la libertà totale dallo stress è la morte ha chiarito una volta per tutte Hans Selye, lo scopritore, negli anni Trenta, della Sindrome Generale da Adattamento. E tuttavia tali e tante sono le ricadute sociali ed economiche di questa «non malattia» (ogni anno nei paesi dell'Unione Europea si perdono, per causa dello stress, quasi seicento milioni di giornate di lavoro), che trovare un modo per prevenire e curare lo stress, sia pure parzialmente, è diventato uno degli assilli della società sotto stress.
L’editore Carocci ha appena mandato in libreria un saggio piuttosto esaustivo di Jean-Benjamin Stora, psicanalista, psicosomatista e professore di gestione d’impresa parigino (Lo stress, pp. 130, e11,60). Convinto che lo stress sia la caratteristica delle società industriali evolute, Stora concentra la propria attenzione soprattutto sull’organizzazione del lavoro, sorvegliandone i più recenti cambiamenti: dunque, non solo la sofferenza legata alla carriera o alla frustrazione, ai cambiamenti in generale, ma anche quella causato dal mobbing, dal conflitto tra vita professionale e vita familiare (con particolare attenzione al malessere femminile, dal momento che risulta all’autore del saggio, e non solo a lui, che «le donne, qualunque sia la posizione gerarchica che occupano, siano più stressate dei colleghi maschi e soffrano di maggiori disturbi psicosomatici); sugli effetti delle grandi immigrazioni (la mobilità geografica è considerata fattore di stress che causa malattie mentali e disordini somatici), della crescita della flessibilità (meno ore di lavoro producono aumento dello stress, tra l’altro), della globalizzazione dell’economia che impone alle aziende nuovi metodi di gestione del personale.
I rimedi fino ad ora escogitati dalla società sotto stress per curare se stessa sono noti. Quello farmacologico, soprattutto: il frequente ricorso a vitamine e integratori (accolta la lezione della psicosomatica, pare fondamentale «rafforzare» le difese immunitarie dell’individuo sottoposso a stress), nei casi più blandi; gli psicofarmaci, quando i sintomi diventano più evidenti. Stora annota che nella sola Francia si vendono ogni anno più di 25 milioni di scatole di antidepressivi e 75 milioni di scatole di tranquillanti, un primato europeo che i francesi condividono con i cittadini della Repubblica federale tedesca. Sempre più persone ricorrono poi alle tecniche di rilassamento, mentale e del corpo, molto in voga tra i ceti medio-alti: dallo yoga alla meditazione, dallo stretching al pilates. Altri provano a sopravvivere ai cambiamenti andando alla ricerca «di un senso»: ricerca che, quando non sfocia nella «medicina fai da te», vira verso la frequentazione di astrologi, massaggiatori, erboristi, guru. Cresce infine, in tutto il mondo occidentale, il ricorso alle psicoterapie, nella loro accezione più ampia. Un approccio, quest’ultimo, caldeggiato dall’autore del saggio, che lo consiglia in tutti i casi in cui la situazione di stress si aggrava, e cioè: «la volontà viene meno, l’individuo è colpito dalla percezione della sua impotenza, ferito nel suo amor proprio».
E qui si arriva, o si ritorna, al nodo: è curabile, lo stress? Stora ammette il limite: le armi che abbiamo a disposizione parrebbero perlopiù sintomatiche. «Noi siamo in grado trattare lo stress», afferma, «ma il compito di prevenirlo spetta alla società».
Nell’attesa che venga quel giorno, molti, dopo aver sperimentato i possibili «trattamenti», e aver constatato che inserire anche solo un’ora di nuoto e due di psicoterapia nella propria settimana di cittadino mediamente stressato può far schizzare il punteggio personale a livelli intollerabili, rinunciano a qualunque trattamento. Scelgono di non fare nulla, o comunque il meno possibile, e provano a convivere con la propria «non-malattia», confidando nel fatto che sia cronicizzabile come il diabete. E’ lì, a quel punto, dopo aver perso tre lezioni di yoga per sopraggiunti impegni familiari o lavorativi, dopo aver cercato invano parcheggio nei dintorni dello studio dello psicoanalista, che l’individuo viene «colpito dalla percezione della sua impotenza». Appunto.
i suicidi dei giovani in Giappone
Intervista alla professoressa Flavia Monceri :"Atti simili non fanno parte della cultura orientale"
Il 'pensiero occidentale' dei suicidi collettivi in Giappone
Dal 2003 decine di giovani si danno appuntamento su Internet per suicidarsi. L'esperta: "Non hanno nulla dei kamikaze della seconda guerra mondiale. Penso al mal di vivere occidentale"
Togliersi la vita addormentandosi sotto l'effetto letale del monossido di carbonio. Una pratica che si trasforma in rito collettivo in Giappone.
A grappolo, giovani vite si danno appuntamento via web per incontrarsi in luoghi del tutto anonimi e insieme consumare l'atto estremo del suicidio. Internet diventa il luogo dove ritrovarsi, dentro gli angoli oscuri di forum ristretti a pochi eletti si consuma la tragedia per certi versi inspiegabile di decine di adolescenti che decidono di seguire i propri amici in un gioco che non ammette repliche o ripensamenti.
L'11 febbraio 2003 tre giovani, due ragazzi di 24 anni e una ragazza di 22, si lasciarono asfissiare in auto nella prefettura di Saitama, una serie interminabile di citta' satelliti-dormitorio della metropoli di Tokyo, dove piu' di altre si avverte acutamente l'assenza di relazioni sociali.
Da allora proliferano i siti per aspiranti suicidi, dove ci si scambia liberamente informazioni sui posti e sulle tecniche migliori per morire assieme. '' Cerco ragazzi che vogliono morire con me nel tal giorno, nel tal posto e a questo modo'' e' il tema ricorrente delle decine di avvisi che compaiono giornalmente su questi siti.
Uno di questi siti avrebbe ben 8.500 iscritti. Impossibile prevedere dove e quando si consumera' il prossimo rito. Avvolto nel mistero della impenetrabilita' della psiche degli adepti, apparentemente ragazzi normali, si nasconde la ragione (sempre che ci sia) dei suicidi collettivi.
Flavia Monceri, professoressa di Comunicazione Interculturale a Perugia, esperta di cultura orientale non concede spazi a ipotesi che riconducano a un atteggiamento culturale i suicidi di questi giorni: "Non fa parte della cultura giapponese uccidersi senza un motivo. Anzi, la morte volontaria deve nascere da un profondo senso del dovere verso qualcosa o qualcuno. Penso ai piloti che durante la seconda guerra mondiale si lanciavano contro le portaaerei americane".
Insomma tra le piste che andrebbero escluse c'e' quella che vorrebbe ricondurre queste morti a qualche misterioso risvolto della millenaria cultura orientale. "Mi viene da pensare che dietro questi gesti ci sia un gioco, folle o stupido non importa, e dietro questo gioco vedo la presenza invadente di un pensiero ossessivo 'occidentale' piuttosto che orientale. Il disagio della vita, il desiderio di sentirsi per un attimo protagonisti. Sono cose piu' occidentali che orientali."
Il mal di vivere di questi ragazzi potrebbe avere origine lungo la faglia di contatto tra le due culture, quella della loro tradizionale e l'invasione dell'occidente che ha finito per corrompere modelli di vita, ideali, obiettivi.
La professoressa Monceri sottolinea: "E' vero che il concetto della morte per un giapponese e' molto diversa dalla nostra. Per noi la morte e' vissuta in modo drammatico, a Est invece e' vista come un qualcosa di piu' naturale. E' anche vero che e' tipico della cultura giapponese condividere insieme le esperienze e forse in questo senso potrei leggere la volonta' di uccidersi in compagnia, ma l'atto in se' non ha niente a che fare con il comportamento culturale di un popolo".
Suicidarsi collettivamente non e' una cosa nuova. L'atto piu' clamoroso risale al 19 novembre 1978: il suicidio di massa più impressionante di tutta la storia. In Guyana si tolgono la vita col cianuro i 911 membri della setta "Tempio del popolo", guidati dal fondatore, il reverendo Jim Jones. Le vittime sono 293 donne, 398 uomini e 219 bambini. Il giorno precedente alcuni adepti avevano ucciso cinque persone, tra le quali il senatore statunitense Leo Ryan, che guidava una commissione d'inchiesta sulle condizioni di vita dei discepoli di Jones.
Francia
la religione: nuovo alibi del liberalismo
La religion : nouvel alibi du libéralisme
Sarkozy veut faire de la religion et du communautarisme la réponse aux ravages de la politique ultralibérale.
D’abord militer comme un beau diable pour décomplexer la droite d’être foncièrement de droite, au sein de l’ex-RPR où subsistaient encore des « compagnons » sociaux-libéraux. C’était dans les années quatre-vingt-dix. Ensuite appliquer à grands pas la politique vouée au fric. C’était en tant que ministre de l’Économie et des Finances. L’étape de la conversion de son camp au libéralisme gagnée, il restait à Nicolas Sarkozy de trouver le remède le plus approprié pour soigner les milliers de victimes de sa politique. Sa pilule miraculeuse se nomme religion. Une logique qui va bien au-delà d’une simple volonté électoraliste dans la perspective des échéances de 2007.
Parfois insidieusement, à d’autres moments sans détours, Nicolas Sarkozy s’en explique longuement dans son livre (1) : « Maintenant que les lieux de culte officiels et publics sont si absents de nos banlieues, on mesure combien cet apport spirituel a pu être un facteur d’apaisement et quel vide il crée quand il disparaît. » Construire des synagogues, des églises et des mosquées devient le nec plus ultra pour réduire la fracture sociale, celle qui sévit particulièrement dans les cités populaires, où les politiques de la ville ont parqué les familles d’origine étrangère, les plus pauvres des plus pauvres. « Je suis convaincu que l’esprit religieux et la pratique religieuse peuvent contribuer à apaiser et à réguler une société de liberté », estime l’homme de Bercy, qui va au bout de sa démarche en proposant aux jeunes comme seule solution de croire en Dieu. Car, écrit-il, « il est préférable que des jeunes puissent espérer spirituellement plutôt que d’avoir dans la tête, comme seule "religion", celle de la violence, de la drogue ou de l’argent ».
Dans son livre, Nicolas Sarkozy s’épanche longuement sur l’islam, insiste lourdement sur « les cinq millions de musulmans », entretenant ainsi sciemment l’amalgame entre l’identité d’une personne et sa religion. Cultivant l’image d’un homme ouvert à l’islam, il peaufine sa stratégie d’implication des musulmans dans son projet d’adaptation politique. Parmi eux, essentiellement les jeunes, de plus en plus séduits par des prédicateurs aux discours intégristes. La seule question qui vaille est de se demander pourquoi en sont-ils arrivés là ? Réduire les problèmes à la seule création de mosquées ou de formation des imams revient à s’abstenir de faire l’analyse des facteurs extra-religieux, telles que les conditions sociales, économiques et aussi historiques. « Ainsi, explique Dounia Bouzar, membre du Conseil français du culte musulman, on islamise le diagnostic social pour éviter de remettre en cause la politique de ghettoïsation des banlieues. » L’anthropologue ajoute : « On peut ériger autant de mosquées que l’on veut, cela ne rétablira jamais l’égalité entre les individus. »
Mais Nicolas Sarkozy sait que son ultralibéralisme engendre, et engendrera de plus belle, de grandes inégalités, que seule la spiritualité pourra soigner. Il appelle les autres politiques à ne pas se contenter de parler « d’économie, de social, d’environnement, de sécurité. Nous devons aussi aborder les questions spirituelles ». Pour Nicolas Sarkozy, « la dimension morale est plus solide, plus enracinée, lorsqu’elle procède d’une démarche spirituelle, religieuse, plutôt que lorsqu’elle cherche sa source dans le débat politique ou dans le modèle républicain ». Au final, il feint de s’interroger si la loi de 1905 sur la séparation de l’Église et de l’État n’est pas « obsolète ». Allant plus loin dans sa stratégie de transformation de la société française, il brise le tabou sur le communautarisme en tentant d’y greffer le modèle américain d’organisation des communautés religieuses.
(1) La République, les religions, l’espérance. Éditions du Cerf.
ricevuto da Pino Di Maula
ecco un modo per passare 5 minuti - spero - senza annoiarsi troppo...
il pdf pesa un po'....
http://www.clorofilla.it/pdf/vorreimanonposso.pdf
(scorri fino a pagina 3)
http://www.eidenai.it/