La Stampa 25 Giugno 2005
HA DETTATO LEGGE
di Riccardo Barenghi
IL Papa non si è presentato ieri al Quirinale «solo» come un Papa, ossia il capo della Chiesa cattolica nonché dello Stato pontificio in visita ufficiale in Italia. Ma ha voluto incarnare – e lo ha dimostrato con decisione nel suo discorso – i panni di un leader politico, anzi del leader di un grande partito che ha appena vinto l’ultima consultazione elettorale. Se Stalin potesse ripetere oggi la sua battuta su «quante armate ha il Papa», lui gli potrebbe rispondere che c’è poco da scherzare, ne ha parecchie. Più di 40 milioni di persone, il 75 per cento degli italiani maggiorenni. Quelli cioè che si sono astenuti nel referendum sulla fecondazione assistita e che lui arruola, militarizza e alla cui testa si mette, sfidando i laici («la laicità sana»).
Ovviamente non è così, non tutti questi (non) elettori sono fedeli o seguaci di Ratzinger e Ruini. Anzi, probabilmente la maggior parte di loro si è astenuta non perché così gli avevano raccomandato di fare in parrocchia, ma per mille altre ragioni. Però non possono parlare, al loro posto parla il risultato che hanno prodotto. Interpretabile, naturalmente, ma inequivocabile se visto con gli occhi, la mente, e le intenzioni dell’attuale Pontefice. Il quale sa benissimo che questi milioni di astenuti non la pensano tutti e in tutto come lui, ma sa altrettanto bene che il segnale va colto al volo. E immediatamente rilanciato, portato all’incasso. Così si comportano i dirigenti della politica, così si è comportato ieri il Papa che dirigente politico non dovrebbe essere per statuto.
Si può obiettare che Ratzinger si sia semplicemente limitato a sottolineare per l’ennesima volta quali sono i valori fondamentali della sua dottrina. L’obiezione però è respinta dallo stesso Benedetto XVI. Il quale, dopo aver elencato le tre questioni che preoccupano di più la Chiesa – la tutela della famiglia fondata sul matrimonio (cioè no alle unioni di fatto, tantomeno gay), la difesa della vita fin dal concepimento (cioè no all’aborto), la scuola privata libera (cioè senza oneri per i fedeli e viceversa per lo Stato) – si è rivolto direttamente ai «legislatori italiani». Confidando che «nella loro saggezza sappiano dare ai problemi ora ricordati soluzioni umane, rispettose cioè dei valori inviolabili che sono in essi implicati».
Qui il Papa non ha solo espresso la sua opinione, non ha nemmeno semplicemente rimarcato i fondamenti etici della sua religione, e neanche si è «normalmente» ingerito negli affari italiani come tante volte hanno fatto nella storia i suoi predecessori e collaboratori (e lui stesso). Ha fatto qualcosa di più, ha letteralmente dettato la legge.
La Stampa 25 Giugno 2005
IL NO A NOZZE GAY, ABORTO E RICERCA SUGLI EMBRIONI
Le parole di Ratzinger sorprendono il Colle
Davanti al Capo dello Stato ha tracciato una linea netta
ROMA. VI sono eventi preparati fin nei minimi dettagli, che pur svolgendosi, almeno in apparenza, esattamente come previsto, finiscono, come per mistero, per assumere un significato diverso da quello che ci si aspettava. Così è stato per la visita di Stato che ieri Benedetto XVI ha compiuto al Quirinale. Per esempio, il discorso che il Papa ha pronunciato a fine cerimonia nel salone dei Corazzieri era già noto fin dalla mattinata ai consiglieri del Quirinale, che lo avevano gentilmente ricevuto in lieve anticipo dalla segreteria del pontefice. Eppure, mentre Benedetto XVI scandiva con precisione le parole con il tono di voce calmo e gentile, con gli occhi sorridenti e senza scomporsi in un gesto, Carlo Azeglio Ciampi appariva sempre più in imbarazzo. Così come molti dei politici che erano di fronte a lui tradivano sempre più l'impressione di trovarsi di fronte non un mite, sia pur rigoroso, teologo, ma l'incarnazione del «papa victor», l'uomo che, a pochi giorni dall'ultimo voto referendario, aveva ordinato ai cattolici di «astenersi dal fare tutto ciò che non piace a Dio», travolgendo le scomposte schiere laico-illuministe. E adesso, dopo aver ricevuto da Ciampi un'annunciata e ovvia rivendicazione di laicità dello Stato italiano assieme, però, al riconoscimento dell'identità cattolica dell'Europa e a tante altre buone parole, il Papa, con quella che Erasmo da Rotterdam avrebbe chiamato «suavis clericorum malitia» (la soave malizia dei preti), stava tracciando una linea netta sul pavimento di marmo del salone. Tutti la potevano vedere. E la sorpresa era piuttosto palpabile.
Ciampi aveva dato tutte le disposizioni possibili perché la visita di Benedetto XVI, la sua prima all'estero, la prima al Quirinale, si svolgesse in modo perfetto. La regia dei saluti istituzionali al Papa, appena varcato il «confine», da parte del vicepresidente del consiglio e poi del sindaco di Roma sotto il Campidoglio. La scorta dei corazzieri in pompa magna fino a piazza Venezia e poi, di lì al Quirinale, di un plotone di trentadue uomini a cavallo. E poi gli staffieri in livrea cremisi e polpe blu scuro. Sui pennoni del torrino, in fondo al cortile delle cerimonie, il vessillo bianco-giallo garriva assieme al tricolore e alle stelle disegnate da Arsene Heitz per la bandiera dell'Unione europea.
Ciampi, mentre aspettava la Mercedes scoperta con targa SCV1 su un tappeto ai bordi del cortile, pregustava il lungo momento in cui avrebbe potuto guidare il suo nuovo amico attraverso il labirinto di corridoi del Quirinale, mostrandogli questa e quest'altra bellezza. E' quindi rimasto un po' sorpreso, quando, dopo aver gentilmente segnalato al Papa molte opere lasciate dai pontefici, si è sentito chiedere davanti a due arazzi: «Anche questi?». Il consigliere culturale Luigi Godart, con un sussulto quasi ghibellino, ha chiuso l'argomento: «No, sono arrivati dopo il 1870». Ciampi aveva anche pensato a dove buttare la conversazione privata: avrebbe parlato della guerra, cercando di stimolare ricordi comuni (come poi è stato: si ricordava il Papa quella domenica del giugno 1941...? Se la ricordava.) e poi dell'Europa, dei giovani e della pace.
Avrebbe dovuto essere l'ultima visita di Giovanni Paolo II, del Papa amico, ma Ciampi, cattolico, era contento di poter stringere subito i rapporti con un uomo che, appena eletto, lo aveva ricevuto molto cordialmente in Vaticano, pur facendogli fare sette minuti di anticamera. Ma poi papa Ratzinger era stato gentilissimo anche con donna Franca, confermando la sua fama di uomo dolce. Ciampi, come Humphrey Bogart in Casablanca, pensava «all'inizio di una grande amicizia». E così, per evitare malintesi o improvvisi incidenti, aveva informato il Vaticano che il suo discorso avrebbe contenuto una peraltro doverosa rivendicazione di laicità dello Stato italiano. L'«orgogliosa» rivendicazione era un atto dovuto per un presidente di fronte a un Papa, soprattutto dopo le recenti polemiche suscitate dalle prese di posizione del cardinale Camillo Ruini. Ma non avrebbe significato niente più di questo. In compenso il presidente avrebbe sottolineato l'eccellenza, l'esemplarità dei rapporti tra Repubblica italiana e Santa sede. E avrebbe offerto a Benedetto XVI, papa europeo che vuole incidere sull'Europa, quell'atteso riconoscimento: «Il patrimonio cristiano e umanistico della civiltà italiana è un elemento unificante della identità europea». Il Papa poteva essere certo che, se fosse dipeso da Ciampi, la costituzione europea avrebbe contenuto un riferimento alle radici cristiane.
Ciampi, insomma, aveva preparato per Joseph Ratzinger un'accoglienza in guanti bianchi e si aspettava, probabilmente, di essere ricambiato con un alato discorso sui massimi problemi dell'umanità. Invece il Papa si era preparato una risposta che, in termini calcistici, potrebbe essere quasi definita come un'entrata con i piedi a martello. Lui era venuto al Quirinale per annunciare che rivendicava la libertà di continuare a battersi contro le unioni tra omosessuali, contro la ricerca sugli embrioni, contro l'aborto e a favore di maggiori finanziamenti alle scuole cattoliche. Lo ha fatto parlando con la voce dolce di un maestro prealpino e indossando quelle scarpe rosse da fatina, senza rivendicare orgogli, ma duro come una spada. Tutto è andato bene, quindi. Ma non si può dire che sia proprio andata come nelle previsioni.
La Stampa 25 Giugno 2005
IL SEGRETARIO DI RIFONDAZIONE COMUNISTA: «E’ IN GIOCO LA LAICITÀ»
intervista
Bertinotti: la Chiesa torna all’integralismo
«Mi colpisce nell’intervento di Benedetto XVI l’insistenza su un punto:
l’influenza vaticana sulla costruzione e l’esercizio dei poteri statuali»
Fabio Martini
ROMA. ONOREVOLE Bertinotti, lei comunista e ateo ma sensibile a quel che si muove nella Chiesa, non pensa che sia oramai palpabile un cambio di approccio tra Ratzinger e Wojtyla?
«Difficile rispondere. Da un lato pesa la vicinanza e collaborazione che c’è stata tra i due ma anche la “divisione del lavoro” e gli stessi profili appaiono molto distinti. Ma siamo ai primi passi di un pontificato e mi sembrerebbe arbitrario rilevare differenze, giudizi che richiedono un passo lungo».
Sarà presto ma quel poco non è già eloquente?
«Di primissimo acchito si può notare come il pontificato di Giovanni Paolo II abbia guardato prevalentemente al mondo anche quando è intervenuto sui principii della fede, mentre ora c’è una ripresa di attenzione all’Italia».
Dal Quirinale, cuore dello Stato italiano, al presidente Ciampi che indicava le cose che si possono fare assieme, papa Ratzinger ha spiegato quel che sta a cuore alla Chiesa...
«E’ vero, ora la Chiesa chiede allo Stato. In questo senso vedo affievolirsi lo spirito conciliare che si esprimeva nella formula “camminare insieme” “uomini e donne di buona volontà”. Quel mettere l’accento su una categoria, il popolo, che fu uno scandalo fruttuoso».
Cosa vuole la “nuova” Chiesa di papa Ratzinger?
«Quello che mi colpisce nel discorso è la torsione attraverso la quale si insiste su un punto: l’influenza della Chiesa sulla costruzione e l’esercizio dei poteri statuali. Una martellante istanza di condizionamento da parte della religione cattolica sulla realtà temporale».
Una vocazione allo Stato etico?
«No. La mia critica al pontefice è molto forte ma io parlo di condizionamento, non del proporsi una dipendenza».
Durante il referendum i vescovi hanno fatto legittimamente sentire la propria voce...
«Dalla vicenda del referendum, il Papa ricava una lezione generale: riconosce che le realtà temporali si reggono con “norme loro proprie” ma senza escludere riferimenti etici che trovano il fondamento ultimo nella religione. Una formula raffinata che sembra mettere in discussione un principio per me fondamentale: Stato e la politica devono avere un fondamento autonomo che li rendono capaci di legiferare e di legittimare il potere temporale».
Una disquisizione sottile per dire che per lei è in gioco un valore essenziale dello Stato moderno?
«Io penso che questo approccio possa corrodere le fondamenta stesse dell’idea laica dello Stato».
Laico è diventato un termine così vago che lo utilizzano tutti, non le pare?
«E’ vero, ma in Italia la laicità si esprime in un corpo di norme, di riferimenti etici che formano la Costituzione, fondamento dell’autonomia laica dello Stato».
Nel testo del discorso pontificio si assegna all’Italia la missione di diffondere le radici cristiane in Europa e nel “sottotesto” è come se fosse scritto: l’Italia sia l’anti-Spagna...
«Quel che non c’è non glielo attribuirei ma quel che c’è sì. C’è una esortazione all’Italia come luogo privilegiato per l’estensione delle radici cristiane».
Quelle radici sono incontestabili, o no?
«Certo. Ma vorrei che fossero messe egualmente in valore le radici che vengono dal mondo classico, le radici giudaiche, le altre esperienze religiose che hanno attraversato il Mediterraneo come l’Islam. Le cento città. Il Rinascimento, l’illuminismo francese, il grande contributo del movimento operaio. Il letto su cui scorre la vita quotidiana italiana non si può ridurre tutto ad una sola fonte: questa è un’operazione intregralista che rischia di dividere, laddove c’è bisogno di unire nella costruzione di una cultura condivisa di un popolo».
In passato, nel “catalogo” di Wojtyla o dello stesso Ruini, c’erano tanti valori ai quali potevano appellarsi conservatori o progressisti - vita ma anche pace, scuola privata ma anche critica del mercato - mentre papa Ratzinger non le sembra che abbia “stretto”?
«Sulla scuola bisognerà aspettare se e quando il Papa vorrà sviluppare questo discorso, ma sembra un ragionamento che guarda alla scuola confessionale, ma quel che è già netto è una richiesta della tutela fondata sul matrimonio che, essendo già salvaguardata nella Costituzione italiana, sembra essere uno sbarramento verso il riconoscimento di altri unioni. E la preoccupazione sulla vita umana sembra rinviare ad una critica alla legge sull’aborto».
Il Messaggero Sabato 25 Giugno 2005
L’appello per gli istituti privati crea disagio
Ciampi ha sempre difeso l’istruzione pubblica.
ROMA - (...)
quando il Pontefice e il capo dello Stato si sono trasferiti nel Salone delle Feste del Quirinale per i discorsi ufficiali l’atmosfera era pacata, serena. Il suo intervento Ciampi l’aveva scritto personalmente. Le ultime correzioni le aveva apportate ieri mattina insieme al segretario generale del Quirinale, Gifuni. Carlo Azeglio Ciampi era concentrato. Sapeva che l’appuntamento era di quelli che segnano la storia di un settennato. Anche perché era la prima volta che il successore di papa Wojtyla si presentava al cospetto di un capo di Stato straniero.
Quindi le parole sono state accuratamente calibrate, i concetti passati al setaccio per evitare qualsiasi possibile malinteso sul significato che non da oggi lo stesso Ciampi attribuisce alla doverosa laicità certo non al laicismo, dello Stato italiano.
Non hanno destato eccessiva sorpresa ed erano perfettamente legittimi - nella risposta di papa Benedetto XVI - i meticolosi e precisi richiami alle preoccupazioni che accompagnano questo inizio di pontificato: a cominciare dal problema della famiglia fondata sul matrimonio e a quello della difesa della vita «dal suo concepimento fino al suo termine naturale».
Quel che, in qualche modo, ha creato un certo disagio è stato il riferimento papale alla scuola privata con l’appello perché i genitori possano decidere liberamente l’istruzione dei loro figli senza l’onere di ulteriori gravami. Su questo punto, Ciampi non ha detto alcunché.
Ma la posizione del Quirinale è chiara ed è stata espressa in più occasione, soprattutto in occasione dei discorsi al Vittoriano per l’apertura dell’anno scolastico.
La difesa del «sistema scolastico nazionale» è sempre stata decisa e netta perché «esso ha contribuito più di ogni altro alla costruzione di una patria unita, all’educazione di cittadini consapevoli». Dunque: resta un impegno prioritario e non si tocca.
P. Ca.
La Stampa 25 Giugno 2005
LE REAZIONI AL MESSAGGIO DEL PONTEFICE: APPLAUSI DEL CENTRODESTRA, MOLTI DISTINGUO NEL CENTROSINISTRA
Berlusconi: totale accordo con Benedetto XVI
Prodi: l’Unione ha posizioni diverse
Andrea di Robilant
ROMA. Il discorso «interventista» pronunciato al Quirinale da Benedetto XVI ha ricevuto il plauso convinto di tutto il centro destra, a cominciare da Silvio Berlusconi, mentre nel centro sinistra le reazioni sono state più modulate, con molti distinguo e qualche critica nemmeno tanto velata.
Il passaggio indubbiamente più controverso è stato quello in cui il Pontefice ha ribadito con vigore che la Chiesa rimane fortemente impegnata in difesa della vita «sin dal suo concepimento», della famiglia fondata sul matrimonio e della scuola privata cattolica.
Berlusconi, fermandosi a parlare con i giornalisti nel cortile d’onore del Quirinale dopo la partenza del Pontefice, nell’esaltare «la coerenza assoluta» di Benedetto XVI, ha dichiarato di essere «personalmente in totale accordo» con la posizione della Chiesa sulla difesa della vita sin dal suo concepimento.
Anche per Romano Prodi, «la difesa della vita» deve rimanere la nostra «stella polare» nel momento in cui ci troviamo di fronte a dilemmi nuovi che toccano la vita e la morte. Ma il leader del centro sinistra ha riconosciuto, in una sua intervista a Radio vaticana, di essere alla guida di una schieramento con posizioni diverse su questo delicatissimo argomento. E così, anche per non lasciare il campo interamente agli avversari, ha tenuto a ricordare che quando era al governo si adoperò «per mettere risorse a disposizione della scuola privata» - uno sforzo che va «indubbiamente portato avanti».
Ma è sull’argomento delle radici cristiane dell’Europa - annosa questione sulla quale il Papa è tornato anche ieri - che Prodi si è voluto soffermare, assicurando agli ascoltatori di aver partecipato «con tanta passione e tanto a lungo» al tentativo poi fallito di inserire un accenno alle radici cristiane nella travagliatissima Costituzione europea.
«Non è stato possibile solo per la tradizione passata di alcuni Stati - ha spiegato - ma io credo che una grande maggioranza di cittadini aderivano completamente a quel principio».
Nel centro destra il messaggio di Benedetto XVI ha ricevuto un’adesione univoca. «E’ possibile una laicità dello Stato agganciata a valori morali che hanno fondamento nella religione», ha detto Rocco Buttiglione, ministro per i Beni culturali. «E il Papa ha anche indicato le aree nelle quali sono in gioco valori essenziali per la persona umana, che sono oggetto della cura della Chiesa ma anche dello Stato».
Per il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini le parole del Papa non sono soltanto uno stimolo ma «un indirizzo concreto per quanti sono impegnati nella vita pubblica».
E Gianni Alemanno, ministro per le Politiche agricole e leader emergente di Alleanza nazionale, è stato ancora più esplicito, appoggiando il richiamo del Papa «alle risposte che tutte le istituzioni devono dare alla presenza dei valori cattolici nello Stato italiano».
Per non criticare apertamente il Pontefice, molti esponenti del centro sinistra, tra cui Vannino Chiti, coordinatore della segreteria dei Ds, hanno preferito elogiare le parole di Carlo Azeglio Ciampi sulla laicità dello Stato. La Voce repubblicana, organo del Pri, ha «particolarmente apprezzato le parole severe e rigorose del Capo dello Stato». E il presidente dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio ha elogiato «l’alto spessore» del discorso di Ciampi.
Ma Daniele Capezzone, segretario dei Radicali, ha messo in guardia: «Papa Ratzinger è già pronto con la Cei alla prossima campagna elettorale, e rivendica di esserne attore». E c’è chi, come Maura Cossutta dei Comunisti italiani e Fabio Mussi del Correntone diessino, ha trovato fuori luogo l’espressione «sana laicità» usata dal Papa. «La laicità è un concetto nitido che non ha bisogno di aggettivi», ha spiegato Mussi.
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
sabato 25 giugno 2005
Le Scienze
bella scoperta davvero...!
La Scienze 25.06.2005
Schizofrenia e agenti esterni
Molti pazienti faticano ad attribuire a se stessi la causa di un evento
Gli individui sani possiedono la capacità di distinguere fra gli eventi che avvengono come risultato delle proprie azioni e quelli causati dalle azioni altrui. Questa capacità sembra essere disturbata in coloro che sperimentano molti tipi di convinzioni errate o di allucinazioni, comprese quelle associate con la schizofrenia. In presenza di queste illusioni, l'informazione sensoriale autoprodotta viene erroneamente percepita come causata da un'influenza esterna.
In uno studio pubblicato sul numero del 21 giugno della rivista "Current Biology", un gruppo di ricercatori guidato da Axel Lindner dell'Hertie Institute for Clinical Brain Research e del California Institute of Technology ha studiato come gli individui sani e i pazienti schizofrenici interpretano il proprio mondo visivo. In particolare, gli scienziati fanno luce sull'associazione fra il disturbo della capacità di attribuire a se stessi le cause di un evento e i sintomi della schizofrenia.
I ricercatori hanno confrontato le capacità dei soggetti di distinguere un moto che avviene nel mondo esterno da quello causato dai movimenti dei propri occhi. In entrambi i casi le immagini passano sulla superficie della retina, ma normalmente il cervello le interpreta in maniera differente a seconda del fatto che la testa e gli occhi restino fermi o meno. Lirdner e colleghi hanno osservato una chiara correlazione fra la forza di alcune allucinazioni sperimentate dai pazienti schizofrenici e la quantità di "movimenti esterni" che questi pazienti percepiscono mentre muovono i propri occhi. Questa correlazione suggerisce che le illusioni della schizofrenia possano dipendere dal malfunzionamento di un meccanismo generale che consente agli individui sani di attribuire correttamente le cause delle esperienze sensoriali.
Schizofrenia e agenti esterni
Molti pazienti faticano ad attribuire a se stessi la causa di un evento
Gli individui sani possiedono la capacità di distinguere fra gli eventi che avvengono come risultato delle proprie azioni e quelli causati dalle azioni altrui. Questa capacità sembra essere disturbata in coloro che sperimentano molti tipi di convinzioni errate o di allucinazioni, comprese quelle associate con la schizofrenia. In presenza di queste illusioni, l'informazione sensoriale autoprodotta viene erroneamente percepita come causata da un'influenza esterna.
In uno studio pubblicato sul numero del 21 giugno della rivista "Current Biology", un gruppo di ricercatori guidato da Axel Lindner dell'Hertie Institute for Clinical Brain Research e del California Institute of Technology ha studiato come gli individui sani e i pazienti schizofrenici interpretano il proprio mondo visivo. In particolare, gli scienziati fanno luce sull'associazione fra il disturbo della capacità di attribuire a se stessi le cause di un evento e i sintomi della schizofrenia.
I ricercatori hanno confrontato le capacità dei soggetti di distinguere un moto che avviene nel mondo esterno da quello causato dai movimenti dei propri occhi. In entrambi i casi le immagini passano sulla superficie della retina, ma normalmente il cervello le interpreta in maniera differente a seconda del fatto che la testa e gli occhi restino fermi o meno. Lirdner e colleghi hanno osservato una chiara correlazione fra la forza di alcune allucinazioni sperimentate dai pazienti schizofrenici e la quantità di "movimenti esterni" che questi pazienti percepiscono mentre muovono i propri occhi. Questa correlazione suggerisce che le illusioni della schizofrenia possano dipendere dal malfunzionamento di un meccanismo generale che consente agli individui sani di attribuire correttamente le cause delle esperienze sensoriali.
A. Lindner, P. Thier, T. T. J. Kircher, T. Haarmeier, D. T. Leube, "Disorders of Agency in Schizophrenia Correlate with an Inability to Compensate for the Sensory Consequences of Actions". Current Biology, Vol. 15, 1119–1124 (21 giugno 2005). DOI 10.1016/j.cub.2005.05.049
© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.
© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.
insonnia, secondo la SIP
Il Mattino 25.6.05
Dodici milioni di italiani soffrono di insonnia, oltre la metà sono donne
Psichiatria, per le donne troppe notti in bianco
Roma. Si rigirano nel letto notte dopo notte. Contano le pecore. Prendono tranquillanti o buttano giù un bicchiere di vino sperando che faccia calare le palpebre nel sonno ristoratore tanto atteso. Sono le vittime di Madama «Insonnia». Almeno 12 milioni di italiani sono condannati a trascorrere notti in bianco e 6 volte su 10 si tratta di una donna. Non è che stiano meglio negli altri paesi europei, dove a non chiudere occhio è il 34% degli adulti. Un male comune e diffuso, insomma, da cui potrebbero non essere immuni nemmeno gli «angeli custodi» della psiche: scoprire come dormono gli psichiatri è l’obiettivo di una ricerca che, attraverso la somministrazione di un questionario a tutti gli psichiatri, vuole indagare sui misteri del sonno e illuminare gli angoli bui della mente. È ormai acquisito che il sonno è uno stato molto complesso della vita psichica, con tutte le caratteristiche e l’instabilità della veglia, teatro di complesse interazioni dinamiche tra diverse strutture del cervello. Dunque, tutt’altro che assenza, vuoto, puro abbandono poetico. Del resto, psicologi e psichiatri sono attrezzati da tempo a valutare le ricadute degli stati patologici del sonno sull’equilibrio mentale. È dunque in questa prospettiva che psicologi clinici, psichiatri, biochimici e farmacologi hanno deciso di affrontare il tema dei rapporti tra insonnia e depressione e ansia, in particolare, integrando le competenze sui diversi aspetti del problema. Chi dorme male e poco corre un rischio doppio di ammalarsi nel corpo. Gli insonni cronici soffrono sempre di disturbi mentali e, come controprova, è offerto il dato acquisito che nei pazienti psichiatrici c’è un’alta incidenza di disturbi del sonno. Guardate l’orologio stanotte: se vi capita di svegliarvi attorno alle quattro, e se ciò si ripete, forse vi state avvicinando a una fase di depressione. Proprio con il superamento degli antidepressivi di prima generazione, che inducevano pesante sonnolenza nei pazienti sottoposti a trattamento, e con l’adozione dei nuovi farmaci privi di questo sgradito effetto collaterale, è potentemente tornata di attualità la connessione tra insonnia e disturbo d’umore e ansia. La malattia - ammettono gli esperti - è ancora un mistero nelle sue origini, ed è attualmente virtualmente incurabile. Negli Usa, il National Institute of health (Nih) ha deciso di investire 200 milioni di dollari per lo studio della patologia e dei fenomeni neurobiologici che potrebbero esserne la causa. A Roma, clinici della Società Italiana di Neurofarmacologia (SINPF) e della Società Italiana di Psichiatria (SIP) hanno presentato il gruppo di studio costituito proprio per esplorare le interazioni tra sonno e equilibrio mentale. Ne fanno parte Mario Guazzelli, ordinario di psicologia generale dell’Università di Pisa, gli psichiatri Alberto Siracusano, ordinario di psichiatria dell’Università Tor Vergata di Roma, Marcello Cardini, ordinario a Bari e Enrico Smeraldi, ordinario dell’Università San Raffaele di Milano; Giovanni Biggio, ordinario di farmacologia Università di Cagliari, Angelo Gemignani, neurofisiologo Università di Pisa.
Dodici milioni di italiani soffrono di insonnia, oltre la metà sono donne
Psichiatria, per le donne troppe notti in bianco
Roma. Si rigirano nel letto notte dopo notte. Contano le pecore. Prendono tranquillanti o buttano giù un bicchiere di vino sperando che faccia calare le palpebre nel sonno ristoratore tanto atteso. Sono le vittime di Madama «Insonnia». Almeno 12 milioni di italiani sono condannati a trascorrere notti in bianco e 6 volte su 10 si tratta di una donna. Non è che stiano meglio negli altri paesi europei, dove a non chiudere occhio è il 34% degli adulti. Un male comune e diffuso, insomma, da cui potrebbero non essere immuni nemmeno gli «angeli custodi» della psiche: scoprire come dormono gli psichiatri è l’obiettivo di una ricerca che, attraverso la somministrazione di un questionario a tutti gli psichiatri, vuole indagare sui misteri del sonno e illuminare gli angoli bui della mente. È ormai acquisito che il sonno è uno stato molto complesso della vita psichica, con tutte le caratteristiche e l’instabilità della veglia, teatro di complesse interazioni dinamiche tra diverse strutture del cervello. Dunque, tutt’altro che assenza, vuoto, puro abbandono poetico. Del resto, psicologi e psichiatri sono attrezzati da tempo a valutare le ricadute degli stati patologici del sonno sull’equilibrio mentale. È dunque in questa prospettiva che psicologi clinici, psichiatri, biochimici e farmacologi hanno deciso di affrontare il tema dei rapporti tra insonnia e depressione e ansia, in particolare, integrando le competenze sui diversi aspetti del problema. Chi dorme male e poco corre un rischio doppio di ammalarsi nel corpo. Gli insonni cronici soffrono sempre di disturbi mentali e, come controprova, è offerto il dato acquisito che nei pazienti psichiatrici c’è un’alta incidenza di disturbi del sonno. Guardate l’orologio stanotte: se vi capita di svegliarvi attorno alle quattro, e se ciò si ripete, forse vi state avvicinando a una fase di depressione. Proprio con il superamento degli antidepressivi di prima generazione, che inducevano pesante sonnolenza nei pazienti sottoposti a trattamento, e con l’adozione dei nuovi farmaci privi di questo sgradito effetto collaterale, è potentemente tornata di attualità la connessione tra insonnia e disturbo d’umore e ansia. La malattia - ammettono gli esperti - è ancora un mistero nelle sue origini, ed è attualmente virtualmente incurabile. Negli Usa, il National Institute of health (Nih) ha deciso di investire 200 milioni di dollari per lo studio della patologia e dei fenomeni neurobiologici che potrebbero esserne la causa. A Roma, clinici della Società Italiana di Neurofarmacologia (SINPF) e della Società Italiana di Psichiatria (SIP) hanno presentato il gruppo di studio costituito proprio per esplorare le interazioni tra sonno e equilibrio mentale. Ne fanno parte Mario Guazzelli, ordinario di psicologia generale dell’Università di Pisa, gli psichiatri Alberto Siracusano, ordinario di psichiatria dell’Università Tor Vergata di Roma, Marcello Cardini, ordinario a Bari e Enrico Smeraldi, ordinario dell’Università San Raffaele di Milano; Giovanni Biggio, ordinario di farmacologia Università di Cagliari, Angelo Gemignani, neurofisiologo Università di Pisa.
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«Un inquieto batter d'ali»: il grande romantico che mise in imbarazzo Goethe, una biografia che sfiora il romanzo
Marta Morazzoni
IL duplice colpo di pistola che uccise prima Henriette Vogel, malata di cancro, e poi lo scrittore trentaseienne Heinrich Kleist produsse senza dubbio un'eco sconcertante a quel tempo, era il 21 novembre del 1811; ma suscita scalpore e annessa curiosità anche oggi, che di Kleist conosciamo la qualità letteraria, e ne ammiriamo la personalità eccezionale nel contesto del romanticismo di cui fu figlio e magari vittima. Ma chi era infine questo artista dall'aria adolescente, dallo sguardo mite e inquietante? Un uomo di grandi passioni, un insoddisfatto e un insicuro, o un provocatore nell'arte e nella vita? E la donna morta con lui e per mano di lui? Come definire il loro letale rapporto? Erano amici? innamorati? solidali? Ecco, forse a una lettura più ravvicinata, quest'ultimo termine, per altro pieno di ambiguità, sembra il più convincente. Solidali nella delusione e nell'esaltazione, inetti ad un amore tra comuni mortali e per questo determinati a spostare più in là, oltre il confine della vita, il compimento delle aspirazioni qui frustrate. Il lavoro che Anna Maria Carpi ha prodotto intorno alla vita dello scrittore tedesco che mise, forse, in imbarazzo Goethe per la prepotenza di uno stile assolutamente eterodosso, va a cercare nelle pieghe della vita, non felice e non fortunata, dell'artista, per portare alla luce certe ragioni che alla ragione sfuggono. La materia è interessante e il lavoro della Carpi si muove su un piano rispondente alle sollecitazioni che vengono da una così ardua personalità, sicché definire biografia la sua lunga inchiesta sul soggetto Kleist sarebbe riduttivo. Il personaggio (e uso un termine volutamente improprio, ma credo adatto all'operazione della Carpi) si presta a qualcosa di più che alla pura raccolta ed enucleazione e analisi dei dati inerenti alla vita e alle opere; in certo senso sollecita ad una elaborazione e ad una non dico invenzione, ma certo interpretazione chiara e coinvolgente, dentro cui riconosciamo la convinzione e la qualità di interprete della Carpi. Ci sono, in questa operazione che sfiora il romanzo, tutti i dati oggettivi di una biografia, c'è anche di più: nel primo capitolo, che si apre con l'annotazione dei commenti privati e di giornali sulla tragica morte dello scrittore, entriamo nel vivo del problema che Kleist ha rappresentato per i suoi amici e parenti, nel vivo del mistero che ha suscitato tra coloro che lo conoscevano, che lo stimavano o ne diffidavano, e quindi videro nella sua strana morte la conseguenza di una strana vita. Se ne rammaricarono come di una grave perdita, o la deprecarono, in ogni modo ci si interrogarono senza approdare ad una risposta ultima: una pazzia alla Werther, disse qualcuno, l'esaltazione della purezza di un'anima, secondo altri, mentre Federico Schlegel commentava: «Come nelle sue opere, così anche nella vita Kleist ha scambiato la pazzia per genialità». Lo riporto perché mi sembra il commento più consonante al controverso modo in cui la sua epoca considerò quello che per noi oggi, nonché essere un pazzo, è un vertice della letteratura tedesca. Forse per lui tutto cominciò dal tentativo di evadere dalla mediocre condizione di una famiglia di piccola nobiltà di Francoforte sull'Oder, da un esacerbato senso del disagio che gli veniva dal desiderio di essere uno scrittore senza scendere a compromessi con le mezze misure del mondo; e infatti puntualmente il mondo, che ha sempre i suoi metodi efficaci contro la diversità, lo aspettava al varco per disfare quello che lui credeva di aver fatto: relazioni, amicizie, lavoro, una rivista fondata su criteri innovativi e un giornale che offriva al pubblico prussiano il piacere della cronaca. Certo, non fu solo vittima, ebbe le sue impennate umorali, ma infine tutto, ribellioni e pentimenti, tutto parve a fondo perduto: tutto, tranne otto opere teatrali, dei magnifici racconti, i saggi. Il trucido mondo di Arminio, la ferocia amorosa di Pentesilea, l'ambiguità dell'Anfitrione, la perfida, esilarante figura del giudice Adamo, nome paradigmatico per il protagonista della Brocca rotta, raccontano nella mediazione della finzione comica o tragica i passi di un lungo tormento: niente nella vita di Kleist è andato per il verso giusto, niente, tranne la sua straordinaria forza di artista.
Kleist, un geniale colpo di pistola
«Un inquieto batter d'ali»: il grande romantico che mise in imbarazzo Goethe, una biografia che sfiora il romanzo
Marta Morazzoni
IL duplice colpo di pistola che uccise prima Henriette Vogel, malata di cancro, e poi lo scrittore trentaseienne Heinrich Kleist produsse senza dubbio un'eco sconcertante a quel tempo, era il 21 novembre del 1811; ma suscita scalpore e annessa curiosità anche oggi, che di Kleist conosciamo la qualità letteraria, e ne ammiriamo la personalità eccezionale nel contesto del romanticismo di cui fu figlio e magari vittima. Ma chi era infine questo artista dall'aria adolescente, dallo sguardo mite e inquietante? Un uomo di grandi passioni, un insoddisfatto e un insicuro, o un provocatore nell'arte e nella vita? E la donna morta con lui e per mano di lui? Come definire il loro letale rapporto? Erano amici? innamorati? solidali? Ecco, forse a una lettura più ravvicinata, quest'ultimo termine, per altro pieno di ambiguità, sembra il più convincente. Solidali nella delusione e nell'esaltazione, inetti ad un amore tra comuni mortali e per questo determinati a spostare più in là, oltre il confine della vita, il compimento delle aspirazioni qui frustrate. Il lavoro che Anna Maria Carpi ha prodotto intorno alla vita dello scrittore tedesco che mise, forse, in imbarazzo Goethe per la prepotenza di uno stile assolutamente eterodosso, va a cercare nelle pieghe della vita, non felice e non fortunata, dell'artista, per portare alla luce certe ragioni che alla ragione sfuggono. La materia è interessante e il lavoro della Carpi si muove su un piano rispondente alle sollecitazioni che vengono da una così ardua personalità, sicché definire biografia la sua lunga inchiesta sul soggetto Kleist sarebbe riduttivo. Il personaggio (e uso un termine volutamente improprio, ma credo adatto all'operazione della Carpi) si presta a qualcosa di più che alla pura raccolta ed enucleazione e analisi dei dati inerenti alla vita e alle opere; in certo senso sollecita ad una elaborazione e ad una non dico invenzione, ma certo interpretazione chiara e coinvolgente, dentro cui riconosciamo la convinzione e la qualità di interprete della Carpi. Ci sono, in questa operazione che sfiora il romanzo, tutti i dati oggettivi di una biografia, c'è anche di più: nel primo capitolo, che si apre con l'annotazione dei commenti privati e di giornali sulla tragica morte dello scrittore, entriamo nel vivo del problema che Kleist ha rappresentato per i suoi amici e parenti, nel vivo del mistero che ha suscitato tra coloro che lo conoscevano, che lo stimavano o ne diffidavano, e quindi videro nella sua strana morte la conseguenza di una strana vita. Se ne rammaricarono come di una grave perdita, o la deprecarono, in ogni modo ci si interrogarono senza approdare ad una risposta ultima: una pazzia alla Werther, disse qualcuno, l'esaltazione della purezza di un'anima, secondo altri, mentre Federico Schlegel commentava: «Come nelle sue opere, così anche nella vita Kleist ha scambiato la pazzia per genialità». Lo riporto perché mi sembra il commento più consonante al controverso modo in cui la sua epoca considerò quello che per noi oggi, nonché essere un pazzo, è un vertice della letteratura tedesca. Forse per lui tutto cominciò dal tentativo di evadere dalla mediocre condizione di una famiglia di piccola nobiltà di Francoforte sull'Oder, da un esacerbato senso del disagio che gli veniva dal desiderio di essere uno scrittore senza scendere a compromessi con le mezze misure del mondo; e infatti puntualmente il mondo, che ha sempre i suoi metodi efficaci contro la diversità, lo aspettava al varco per disfare quello che lui credeva di aver fatto: relazioni, amicizie, lavoro, una rivista fondata su criteri innovativi e un giornale che offriva al pubblico prussiano il piacere della cronaca. Certo, non fu solo vittima, ebbe le sue impennate umorali, ma infine tutto, ribellioni e pentimenti, tutto parve a fondo perduto: tutto, tranne otto opere teatrali, dei magnifici racconti, i saggi. Il trucido mondo di Arminio, la ferocia amorosa di Pentesilea, l'ambiguità dell'Anfitrione, la perfida, esilarante figura del giudice Adamo, nome paradigmatico per il protagonista della Brocca rotta, raccontano nella mediazione della finzione comica o tragica i passi di un lungo tormento: niente nella vita di Kleist è andato per il verso giusto, niente, tranne la sua straordinaria forza di artista.
Anna Maria Carpi
Un inquieto batter d'ali
Vita di Heinrich von Kleist
Mondadori, pp. 354, e22
BIOGRAFIA
Un inquieto batter d'ali
Vita di Heinrich von Kleist
Mondadori, pp. 354, e22
BIOGRAFIA
Guantanamo
deontologia medica Usa
Corriere della Sera 25.6.05
GUANTANAMO Detenuti impauriti Colpa dei medici
WASHINGTON - Interrogatori da brivido a Guantanamo, con i medici militari pronti a suggerire come aumentare il livello di stress dei detenuti, portarne al limite la paura, far leva sulla loro debolezza. La notizia è stata rivelata dal New York Times , secondo cui i sanitari di Guantanamo, attingendo informazioni preziose dalle cartelle sanitarie, consigliavano il personale addetto agli interrogatori su come «spremere» al limite i detenuti. Ma un portavoce del Pentagono ha respinto le accuse: i medici nelle carceri - ha spiegato - non rispondono a regole etiche, perché non sono chiamati in causa in veste di sanitari, ma come consulenti della psicologia del detenuto
il manifesto 25.6.05
I medici orwelliani di Guantanamo. Per torturare meglio
Scandalo nello scandalo: gli specialisti incaricati di trovare i punti deboli nella psiche dei detenuti e riferli poi agli addetti agli «interrogatori»
FRANCO PANTARELLI
NEW YORK. Qualcuno ha presente Winston Smith, il protagonista di 1984 di Orwell? Lui ha un segreto: una profonda fobìa per i topi. Quegli animali fanno schifo - e un po' paura - a tutti, naturalmente. Ma per lui quella paura è una condizione patologica, appunto una fobìa, che lo paralizza e lo priva di qualsiasi difesa. E infatti quando l'apparato poliziesco di Oceania, appreso quel suo segreto, lo sottopone a un «trattamento» a base di topi, la resistenza di Winston viene meno, confessa tutto ciò che loro vogliono e denuncia perfino la sua amata come la vera responsabile. Ebbene, qualcosa di simile sta accadendo a Guantanamo, la prigione nella base militare americana a Cuba che non finisce mai di fornire nuovi esempi di ignominia. Si è infatti scoperto, grazie al New England Journal of Medicine, una rivista scientifica di grande prestigio, che le cartelle cliniche dei detenuti di Guantanamo, come quelle dei prigionieri in Afghanistan e in Iraq, sono «a disposizione» degli addetti agli interrogatori, i quali possono così usarle come un'arma aggiuntiva da usare contro i detenuti. In sostanza, oltre alle pratiche già note - privarli del sonno, tenerli in isolamento prolungato, costringerli a restare in posizioni dolorose, soffocarli a lasciarli respirare un attimo prima che cedano, picchiarli, sottoporli a provocazioni sessuali, profanare il Corano di fronte a loro - c'è anche quella di sfruttare i loro punti deboli, fisici o psicologici, che i medici che in teoria dovrebbero occuparsi della loro salute provvedono a fornire agli addetti agli interrogatori.
La notizia si era già affacciata l'altro ieri, grazie a un'anticipazione dell'articolo del New England Journal of Medicine, ma dato l'enorme interesse che ha suscitato, ieri la rivista lo ha messo interamente nel suo sito Internet. Ecco così il caso del detenuto (rigorosamente anonimo) per il quale il buio ha lo stesso effetto che hanno i topi per Winston Smith; del medico (anche lui anonimo) che annota diligentemente la cosa sulla sua cartella clinica; di quella cartella che finisce nelle mani degli addetti agli interrogatori i quali la sfruttano a dovere; ed ecco anche un documento «ufficiale ma non pubblico», nel senso che è stato regolarmente approvato dall'autorità ma non reso di pubblico dominio, che serve a «sollevare» i medici da eventuali perplessità etiche. Datato 6 agosto 2002, il documento dice che le informazioni fornite dalle «persone nemiche sotto il controllo degli Stati Uniti ... non sono confidenziali e non sono soggette al privilegio» (del rapporto fra medico e paziente) e che anzi il personale medico ha l'ordine preciso di riferire «ogni informazione che può servire al successo di una operazione militare o di una missione di sicurezza nazionale». Vari medici (sempre anonimi) intervistati dalla rivista spiegano poi che questo «programa» di coinvolgerli nella «strategia degli interrogatori» era stato eloborato esplicitamente per «incrementare la paura e l'angoscia fra i detenuti come un mezzo di ottenere informazioni». Insomma, fra i regali che questa amministrazione ha fatto al livello di civiltà generale c'è anche il «rilassamento» dell'etica medica.
Il New York Times, che ha ripreso la storia del New England Journal of Medicine aggiungendoci del suo, riporta i commenti di un portavoce del Pentagono, Bryan Whitman, il quale si produce in una spericolata arrampicata sugli specchi. Secondo lui i medici militari vanno divisi in due categorie: quelli con il compito di sovrintendere al «trattamento umano dei detenuti» e quelli che hanno «altri ruoli», per esempio quello di «scienziati del comportamento», cioè coloro che definiscono il «carattere» di un soggetto. Questi ultimi, dice Whitman, «siccome non sono medici curanti non sono neanche tenuti a seguire i dettami etici». ciniche e cretine, le parole del portavoce del Pentagono mostrano una cosa forse importante: che l'autorità ufficiale non nega l'esistenza di questa pratica. Una delle tante prove di strafottenza dell'amministrazione o il segno che sono finiti i tempi della smentita sistematica con il risultato di venire poi regolarmente sbugiardati? Potrebbe esserne la prova un episodio avvenuto ieri all'Onu, quando un rappresentante americano ha ammesso, per la prima volta formalmente, la pratica della tortura di fronte alla commissione che sta preparando il rapporto sulla situazione dei diritti umani nel mondo. Precisando peraltro che si è trattato di «casi isolati» e che i responsabili sono militari «di basso rango».
GUANTANAMO Detenuti impauriti Colpa dei medici
WASHINGTON - Interrogatori da brivido a Guantanamo, con i medici militari pronti a suggerire come aumentare il livello di stress dei detenuti, portarne al limite la paura, far leva sulla loro debolezza. La notizia è stata rivelata dal New York Times , secondo cui i sanitari di Guantanamo, attingendo informazioni preziose dalle cartelle sanitarie, consigliavano il personale addetto agli interrogatori su come «spremere» al limite i detenuti. Ma un portavoce del Pentagono ha respinto le accuse: i medici nelle carceri - ha spiegato - non rispondono a regole etiche, perché non sono chiamati in causa in veste di sanitari, ma come consulenti della psicologia del detenuto
il manifesto 25.6.05
I medici orwelliani di Guantanamo. Per torturare meglio
Scandalo nello scandalo: gli specialisti incaricati di trovare i punti deboli nella psiche dei detenuti e riferli poi agli addetti agli «interrogatori»
FRANCO PANTARELLI
NEW YORK. Qualcuno ha presente Winston Smith, il protagonista di 1984 di Orwell? Lui ha un segreto: una profonda fobìa per i topi. Quegli animali fanno schifo - e un po' paura - a tutti, naturalmente. Ma per lui quella paura è una condizione patologica, appunto una fobìa, che lo paralizza e lo priva di qualsiasi difesa. E infatti quando l'apparato poliziesco di Oceania, appreso quel suo segreto, lo sottopone a un «trattamento» a base di topi, la resistenza di Winston viene meno, confessa tutto ciò che loro vogliono e denuncia perfino la sua amata come la vera responsabile. Ebbene, qualcosa di simile sta accadendo a Guantanamo, la prigione nella base militare americana a Cuba che non finisce mai di fornire nuovi esempi di ignominia. Si è infatti scoperto, grazie al New England Journal of Medicine, una rivista scientifica di grande prestigio, che le cartelle cliniche dei detenuti di Guantanamo, come quelle dei prigionieri in Afghanistan e in Iraq, sono «a disposizione» degli addetti agli interrogatori, i quali possono così usarle come un'arma aggiuntiva da usare contro i detenuti. In sostanza, oltre alle pratiche già note - privarli del sonno, tenerli in isolamento prolungato, costringerli a restare in posizioni dolorose, soffocarli a lasciarli respirare un attimo prima che cedano, picchiarli, sottoporli a provocazioni sessuali, profanare il Corano di fronte a loro - c'è anche quella di sfruttare i loro punti deboli, fisici o psicologici, che i medici che in teoria dovrebbero occuparsi della loro salute provvedono a fornire agli addetti agli interrogatori.
La notizia si era già affacciata l'altro ieri, grazie a un'anticipazione dell'articolo del New England Journal of Medicine, ma dato l'enorme interesse che ha suscitato, ieri la rivista lo ha messo interamente nel suo sito Internet. Ecco così il caso del detenuto (rigorosamente anonimo) per il quale il buio ha lo stesso effetto che hanno i topi per Winston Smith; del medico (anche lui anonimo) che annota diligentemente la cosa sulla sua cartella clinica; di quella cartella che finisce nelle mani degli addetti agli interrogatori i quali la sfruttano a dovere; ed ecco anche un documento «ufficiale ma non pubblico», nel senso che è stato regolarmente approvato dall'autorità ma non reso di pubblico dominio, che serve a «sollevare» i medici da eventuali perplessità etiche. Datato 6 agosto 2002, il documento dice che le informazioni fornite dalle «persone nemiche sotto il controllo degli Stati Uniti ... non sono confidenziali e non sono soggette al privilegio» (del rapporto fra medico e paziente) e che anzi il personale medico ha l'ordine preciso di riferire «ogni informazione che può servire al successo di una operazione militare o di una missione di sicurezza nazionale». Vari medici (sempre anonimi) intervistati dalla rivista spiegano poi che questo «programa» di coinvolgerli nella «strategia degli interrogatori» era stato eloborato esplicitamente per «incrementare la paura e l'angoscia fra i detenuti come un mezzo di ottenere informazioni». Insomma, fra i regali che questa amministrazione ha fatto al livello di civiltà generale c'è anche il «rilassamento» dell'etica medica.
Il New York Times, che ha ripreso la storia del New England Journal of Medicine aggiungendoci del suo, riporta i commenti di un portavoce del Pentagono, Bryan Whitman, il quale si produce in una spericolata arrampicata sugli specchi. Secondo lui i medici militari vanno divisi in due categorie: quelli con il compito di sovrintendere al «trattamento umano dei detenuti» e quelli che hanno «altri ruoli», per esempio quello di «scienziati del comportamento», cioè coloro che definiscono il «carattere» di un soggetto. Questi ultimi, dice Whitman, «siccome non sono medici curanti non sono neanche tenuti a seguire i dettami etici». ciniche e cretine, le parole del portavoce del Pentagono mostrano una cosa forse importante: che l'autorità ufficiale non nega l'esistenza di questa pratica. Una delle tante prove di strafottenza dell'amministrazione o il segno che sono finiti i tempi della smentita sistematica con il risultato di venire poi regolarmente sbugiardati? Potrebbe esserne la prova un episodio avvenuto ieri all'Onu, quando un rappresentante americano ha ammesso, per la prima volta formalmente, la pratica della tortura di fronte alla commissione che sta preparando il rapporto sulla situazione dei diritti umani nel mondo. Precisando peraltro che si è trattato di «casi isolati» e che i responsabili sono militari «di basso rango».
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Corriere della Sera 25.6.05
La decisione del governo di centrodestra
Sì alle adozioni internazionali per le coppie gay in Olanda
Ma. G.
Le coppie gay in Olanda potranno adottare bambini stranieri. E’ il governo del premier Balkenende, di centrodestra, a rompere un altro tabù e a mettere i Paesi Bassi di nuovo in prima linea, nella ricerca dell’eguaglianza e pari diritti tra le coppie eterosessuali e quelle omosessuali. Il progetto (il cui testo è tuttora segreto) è stato adottato ieri dal Consiglio dei ministri dell’Aja. Per diventare legge dovrà ora ottenere l’approvazione (scontata) di una commissione di saggi e poi il via libero definitivo del Parlamento. Ma anche quest’ultimo pare ormai assicurato.
E’ stata proprio l’Olanda, primo Paese al mondo, a legalizzare i matrimoni omosessuali. Succedeva quattro anni fa. Poi vennero il Belgio, parte del Canada, il Massachusetts negli Stati Uniti (un tema che influenzò non poco la campagna elettorale, e che fu fortemente osteggiato dal presidente Bush). Infine, dal 30 settembre, si è aggiunta la Spagna di Zapatero.
La nuova legge sulle adozioni dall’estero nasce proprio per correggere ed emendare le norme create nel 2001. L’attuale legislazione olandese, infatti, consente il matrimonio ma prevede restrizioni per quanto riguarda i figli delle coppie omosessuali. Potevano essere adottati bambini olandesi, ma non all’estero; le lesbiche dovevano dimostrare di vivere insieme da tre anni prima di poter diventare «legittimi genitori» dei figli delle partner.
Proprio per questo, un bambino straniero veniva spesso adottato da uno solo dei partner (l’adozione ai single in Olanda è consentita) e andava poi a vivere con entrambi. Sotterfugi, che i fautori della nuova legge sostengono di aver voluto eliminare. Così come dicono d’aver voluto sciogliere tutte le intricate questioni legali (per esempio l’eredità) che la normativa ancora in vigore lasciava in una sorta di limbo.
La nuova legge, tuttavia, ha trovato forti resistenze all’interno del governo. Ostile, per esempio, il ministro della Giustizia, Piete Hein Donner. «Nessun Paese del mondo - ha detto - accetterà più di concederci il suo consenso alle adozioni di bambini. E non solo per le coppie omosessuali, ma neppure per quelle eterosessuali che non possono avere figli». Contrario anche il ministro delle Finanze, nonché presidente dei liberali francofoni, Didier Reynders. «Il dibattito non è ancora maturo», ha sostenuto, argomentando che occorre un confronto più ampio con la società civile. Non sono mancati tentativi di ritardare l’iniziativa. La commissione Giustizia della Camera, riunitasi all’inizio di giugno per dare il via libera al provvedimento, ha avviato consultazioni supplementari, allungando inevitabilmente i tempi.
Il premier Balkenende si è tuttavia deciso ad andare avanti, dopo aver riscontrato una chiara maggioranza parlamentare. A votare sì è il blocco dell’opposizione: socialisti, liberali fiamminghi, verdi. A favore anche i cristiano sociali fiamminghi, anch’essi all’opposizione, mentre i liberali francofoni hanno lasciato libertà di voto. I numeri per far passare la legge non dovrebbero mancare.
E sulla stessa strada dei Paesi Bassi sembra volersi avviare ancora una volta il confinante Belgio, che ha legalizzato nel 2003 il matrimonio tra omosessuali, ma ha escluso finora l’adozione.
La decisione del governo di centrodestra
Sì alle adozioni internazionali per le coppie gay in Olanda
Ma. G.
Le coppie gay in Olanda potranno adottare bambini stranieri. E’ il governo del premier Balkenende, di centrodestra, a rompere un altro tabù e a mettere i Paesi Bassi di nuovo in prima linea, nella ricerca dell’eguaglianza e pari diritti tra le coppie eterosessuali e quelle omosessuali. Il progetto (il cui testo è tuttora segreto) è stato adottato ieri dal Consiglio dei ministri dell’Aja. Per diventare legge dovrà ora ottenere l’approvazione (scontata) di una commissione di saggi e poi il via libero definitivo del Parlamento. Ma anche quest’ultimo pare ormai assicurato.
E’ stata proprio l’Olanda, primo Paese al mondo, a legalizzare i matrimoni omosessuali. Succedeva quattro anni fa. Poi vennero il Belgio, parte del Canada, il Massachusetts negli Stati Uniti (un tema che influenzò non poco la campagna elettorale, e che fu fortemente osteggiato dal presidente Bush). Infine, dal 30 settembre, si è aggiunta la Spagna di Zapatero.
La nuova legge sulle adozioni dall’estero nasce proprio per correggere ed emendare le norme create nel 2001. L’attuale legislazione olandese, infatti, consente il matrimonio ma prevede restrizioni per quanto riguarda i figli delle coppie omosessuali. Potevano essere adottati bambini olandesi, ma non all’estero; le lesbiche dovevano dimostrare di vivere insieme da tre anni prima di poter diventare «legittimi genitori» dei figli delle partner.
Proprio per questo, un bambino straniero veniva spesso adottato da uno solo dei partner (l’adozione ai single in Olanda è consentita) e andava poi a vivere con entrambi. Sotterfugi, che i fautori della nuova legge sostengono di aver voluto eliminare. Così come dicono d’aver voluto sciogliere tutte le intricate questioni legali (per esempio l’eredità) che la normativa ancora in vigore lasciava in una sorta di limbo.
La nuova legge, tuttavia, ha trovato forti resistenze all’interno del governo. Ostile, per esempio, il ministro della Giustizia, Piete Hein Donner. «Nessun Paese del mondo - ha detto - accetterà più di concederci il suo consenso alle adozioni di bambini. E non solo per le coppie omosessuali, ma neppure per quelle eterosessuali che non possono avere figli». Contrario anche il ministro delle Finanze, nonché presidente dei liberali francofoni, Didier Reynders. «Il dibattito non è ancora maturo», ha sostenuto, argomentando che occorre un confronto più ampio con la società civile. Non sono mancati tentativi di ritardare l’iniziativa. La commissione Giustizia della Camera, riunitasi all’inizio di giugno per dare il via libera al provvedimento, ha avviato consultazioni supplementari, allungando inevitabilmente i tempi.
Il premier Balkenende si è tuttavia deciso ad andare avanti, dopo aver riscontrato una chiara maggioranza parlamentare. A votare sì è il blocco dell’opposizione: socialisti, liberali fiamminghi, verdi. A favore anche i cristiano sociali fiamminghi, anch’essi all’opposizione, mentre i liberali francofoni hanno lasciato libertà di voto. I numeri per far passare la legge non dovrebbero mancare.
E sulla stessa strada dei Paesi Bassi sembra volersi avviare ancora una volta il confinante Belgio, che ha legalizzato nel 2003 il matrimonio tra omosessuali, ma ha escluso finora l’adozione.
quando "il manifesto" parla di psicologia...
il manifesto 25.6.05
VIOLENZA SUI MINORI
A che gioco giochiamo?
NATALIA GREGORINI*
Facciamo che tu prendi i cattivi ed io i buoni? Così il mucchio di soldatini viene diviso e schierato su due file contrapposte. Nell'ordinarli i due bambini si immergono completamente nel ruolo che hanno scelto e quando il combattimento ha inizio sanno perfettamente cosa fare. Il «cattivo» agita con furia distruttiva i suoi soldati e sorride: finalmente può dare sfogo alle sue fantasie più atroci, senza il timore di rimproveri o giudizi. Libero anche da quello sgradevole senso di colpa che tanto spesso lo affligge. Il «buono», dal canto suo, stringe con presa ferma e orgogliosa i suoi soldati che dentro di sé già chiama Eroi. Li vede come uomini valorosi e impavidi, paladini della giustizia e del bene comune, estranei a sentimenti di odio, rabbia, invidia e, men che meno, di egoismo. Questo vissuto di totale bontà lo fa sentire forte e intimamente migliore del suo avversario. Combattono. Finita la battaglia tutti i soldatini, buoni e cattivi, vengono raccolti e gettati alla rinfusa nel sacchetto. I bambini se ne vanno di corsa, soddisfatti del loro gioco e più tranquilli. Hanno preso un po' più di confidenza con le proprie parti, buone e cattive. E' più facile farlo conoscendole una alla volta. Arriva il giorno in cui il sacchetto dei soldatini viene lasciato da parte, riposto in soffitta. I bambini crescono ma l'uomo è per sua natura abitudinario e nostalgico. Ama tornare su terreni già conosciuti ed ha bisogno di farlo soprattutto quando si deve confrontare con eventi penosi che ne mettono in crisi l'equilibrio e che lo spaventano. E cosa c'è di più penoso e spaventoso di un bambino che invece di ricevere cure, amore e protezione dai propri genitori, viene da questi violato e maltrattato nel corpo e nella psiche? L'abuso all'infanzia, in tutte le sue forme (maltrattamento fisico e psicologico, abuso sessuale, violenza assistita e cure insufficienti o inadeguate) attiva in chi, direttamente o indirettamente, ne viene a conoscenza emozioni intense e per lo più penose: tristezza, disgusto, rabbia, impotenza, senso di colpa. Per molti può essere difficile accettare un tale stato di sofferenza e allora... corrono in soffitta, affannati tirano fuori i soldatini e senza esitazione scelgono: io prendo i buoni. Tornano a giocare come avevano fatto tanti anni prima, da bambini. La differenza è che ora si dimenticano che stanno giocando. Non fanno i buoni, sono i buoni e di conseguenza gli altri, gli abusanti, i cattivi. E li chiamano «mostri». Perchè rende meglio l'idea e aiuta a differenziare ancor più nettamente i due schieramenti. Fanno della loro convinzione di assoluta bontà la spada con cui dare la «caccia al mostro» e proteggere quelle fragilità proprie del loro «bambino interno». Ma il gioco non può durare a lungo.
Secondo la psicologia del profondo la mente umana si articola attraverso coppie di opposti (bene-male, amore-odio, potenza-impotenza) le cui polarità sono intimamente connesse anche se in genere solo una delle due prevale a livello manifesto, rimanendo l'altra nascosta in aree più buie e remote delle psiche, pronta però ad emergere qualora le circostanze lo permettano. Il prevalere di una polarità sull'altra dipende in larga misura dall'esperienze di cura e accudimento che si sono ricevute nel tempo, di quanto ci si è sentiti amati e protetti ovvero rifiutati e minacciati. Ci sono persone alle quali le esperienze di vita hanno impedito di scegliere. Le frustrazioni e le carenze subite, soprattutto dal punto di vista affettivo, hanno impedito loro di sviluppare adeguatamente le polarità dell'amore, della fiducia, della possibilità di potenza sul mondo, facendo prevalere l'odio per non essere stati amati, la sfiducia nella possibilità di essere capiti e protetti, l'impotenza rispetto alle violenze e ai soprusi subiti. E' come se queste persone avessero dovuto sempre prendere i cattivi, fino a identificarsi pienamente in questo ruolo, perdendo la consapevolezza dei propri aspetti buoni. E a fare il cattivo con il tempo ci si abitua: ci si costruisce sopra un'identità e una corazza che garantisce l'esistenza stessa, cancellando il ricordo dei dolori subiti. La bipolarità costitutiva dell'uomo in questi casi si sbilancia, polarizzandosi rigidamente su un aspetto e relegando nel buio della psiche quello opposto.
Questo meccanismo spesso impedisce di trasformare le esperienze di accudimento negative ricevute nell'infanzia, spingendo invece a perpetuarle, più o meno consapevolmente. La possibilità di bloccare la trasmissione da una generazione all'altra di modelli relazionali disfunzionali necessita dell'attivazione da parte di un elemento esterno della polarità rimasta inespressa. Se questo non accade, se viene a mancare l'opportunità di prendere i buoni, di vedere come ci si sente a fare i buoni, la scelta continua a essere obbligata. Tu fai il cattivo.
C'è un altro fatto. Chi nell'infanzia è stato «mal-trattato» rispetto ai bisogni fisici ed emotivi, crescendo può incontrare difficoltà nel prendersi cura del proprio corpo e delle proprie emozioni. La dimensione infantile sofferente, rimasta a lungo inascoltata dall'esterno continua ad esserlo anche dall'interno: può venire dimenticata, negata nei suoi aspetti di dolore, idealizzata o anche normalizzata al fine di garantire il proseguo dello sviluppo. Queste strategie difensive possono anche risultare funzionali a garantire un soddisfacente adattamento in ambito sociale e lavorativo ma penalizzano la piena realizzazione dell'individuo e, soprattutto, con facilità entrano in crisi con l'accesso alla genitorialità, quando cioè l'elemento dimenticato o negato dall'interno viene riattivato dall'esterno. Il «bambino reale», rappresentato dal figlio appena nato, va a risvegliare, con i suoi bisogni di cura, protezione e affetto, il «bambino interno» del genitore «cattivo», un bambino spesso sofferente e a lungo dimenticato. La difficoltà di contenere e gestire questa dimensione interna può interferire con la disponibilità del genitore a occuparsi in modo amorevole del proprio figlio. Un figlio che con i suoi bisogni e le sue richieste può acquisire valenze minacciose e persecutorie per l'equilibrio dell'adulto. La dimensione della genitorialità in questo caso viene attivata prevalentemente nella sua polarità negativa, con aspetti di aggressività e distruttività che prendono il sopravvento su quelli di cura e protezione. Così invece di alimentare e proteggere la vita il genitore che si trova in questa rigida polarizzazione interna può arrivare ad agire sul figlio fantasie aggressive o omicide.
In questo meccanismo, che all'inizio può sembrare un semplice gioco, sta la natura transgenerazionale dell'abuso, dove le vittime di oggi saranno i carnefici, gli abusanti, di domani se non si interviene curando, oltre che punendo e giudicando. In questo meccanismo risiede anche la responsabilità di quanti, nell'impossibilità di contattare il proprio dolore e le proprie parti «cattive», si barricano nel ruolo di buoni, rincorrendo i mostri esterni e rinunciando così a comprendere e a trasformare. Le radici della violenza sono da ricercarsi nella sofferenza, quelle del dogmatismo e del radicalismo di idee e valori nella scissione e nella paura che la alimenta. A che gioco giochiamo?
VIOLENZA SUI MINORI
A che gioco giochiamo?
NATALIA GREGORINI*
Facciamo che tu prendi i cattivi ed io i buoni? Così il mucchio di soldatini viene diviso e schierato su due file contrapposte. Nell'ordinarli i due bambini si immergono completamente nel ruolo che hanno scelto e quando il combattimento ha inizio sanno perfettamente cosa fare. Il «cattivo» agita con furia distruttiva i suoi soldati e sorride: finalmente può dare sfogo alle sue fantasie più atroci, senza il timore di rimproveri o giudizi. Libero anche da quello sgradevole senso di colpa che tanto spesso lo affligge. Il «buono», dal canto suo, stringe con presa ferma e orgogliosa i suoi soldati che dentro di sé già chiama Eroi. Li vede come uomini valorosi e impavidi, paladini della giustizia e del bene comune, estranei a sentimenti di odio, rabbia, invidia e, men che meno, di egoismo. Questo vissuto di totale bontà lo fa sentire forte e intimamente migliore del suo avversario. Combattono. Finita la battaglia tutti i soldatini, buoni e cattivi, vengono raccolti e gettati alla rinfusa nel sacchetto. I bambini se ne vanno di corsa, soddisfatti del loro gioco e più tranquilli. Hanno preso un po' più di confidenza con le proprie parti, buone e cattive. E' più facile farlo conoscendole una alla volta. Arriva il giorno in cui il sacchetto dei soldatini viene lasciato da parte, riposto in soffitta. I bambini crescono ma l'uomo è per sua natura abitudinario e nostalgico. Ama tornare su terreni già conosciuti ed ha bisogno di farlo soprattutto quando si deve confrontare con eventi penosi che ne mettono in crisi l'equilibrio e che lo spaventano. E cosa c'è di più penoso e spaventoso di un bambino che invece di ricevere cure, amore e protezione dai propri genitori, viene da questi violato e maltrattato nel corpo e nella psiche? L'abuso all'infanzia, in tutte le sue forme (maltrattamento fisico e psicologico, abuso sessuale, violenza assistita e cure insufficienti o inadeguate) attiva in chi, direttamente o indirettamente, ne viene a conoscenza emozioni intense e per lo più penose: tristezza, disgusto, rabbia, impotenza, senso di colpa. Per molti può essere difficile accettare un tale stato di sofferenza e allora... corrono in soffitta, affannati tirano fuori i soldatini e senza esitazione scelgono: io prendo i buoni. Tornano a giocare come avevano fatto tanti anni prima, da bambini. La differenza è che ora si dimenticano che stanno giocando. Non fanno i buoni, sono i buoni e di conseguenza gli altri, gli abusanti, i cattivi. E li chiamano «mostri». Perchè rende meglio l'idea e aiuta a differenziare ancor più nettamente i due schieramenti. Fanno della loro convinzione di assoluta bontà la spada con cui dare la «caccia al mostro» e proteggere quelle fragilità proprie del loro «bambino interno». Ma il gioco non può durare a lungo.
Secondo la psicologia del profondo la mente umana si articola attraverso coppie di opposti (bene-male, amore-odio, potenza-impotenza) le cui polarità sono intimamente connesse anche se in genere solo una delle due prevale a livello manifesto, rimanendo l'altra nascosta in aree più buie e remote delle psiche, pronta però ad emergere qualora le circostanze lo permettano. Il prevalere di una polarità sull'altra dipende in larga misura dall'esperienze di cura e accudimento che si sono ricevute nel tempo, di quanto ci si è sentiti amati e protetti ovvero rifiutati e minacciati. Ci sono persone alle quali le esperienze di vita hanno impedito di scegliere. Le frustrazioni e le carenze subite, soprattutto dal punto di vista affettivo, hanno impedito loro di sviluppare adeguatamente le polarità dell'amore, della fiducia, della possibilità di potenza sul mondo, facendo prevalere l'odio per non essere stati amati, la sfiducia nella possibilità di essere capiti e protetti, l'impotenza rispetto alle violenze e ai soprusi subiti. E' come se queste persone avessero dovuto sempre prendere i cattivi, fino a identificarsi pienamente in questo ruolo, perdendo la consapevolezza dei propri aspetti buoni. E a fare il cattivo con il tempo ci si abitua: ci si costruisce sopra un'identità e una corazza che garantisce l'esistenza stessa, cancellando il ricordo dei dolori subiti. La bipolarità costitutiva dell'uomo in questi casi si sbilancia, polarizzandosi rigidamente su un aspetto e relegando nel buio della psiche quello opposto.
Questo meccanismo spesso impedisce di trasformare le esperienze di accudimento negative ricevute nell'infanzia, spingendo invece a perpetuarle, più o meno consapevolmente. La possibilità di bloccare la trasmissione da una generazione all'altra di modelli relazionali disfunzionali necessita dell'attivazione da parte di un elemento esterno della polarità rimasta inespressa. Se questo non accade, se viene a mancare l'opportunità di prendere i buoni, di vedere come ci si sente a fare i buoni, la scelta continua a essere obbligata. Tu fai il cattivo.
C'è un altro fatto. Chi nell'infanzia è stato «mal-trattato» rispetto ai bisogni fisici ed emotivi, crescendo può incontrare difficoltà nel prendersi cura del proprio corpo e delle proprie emozioni. La dimensione infantile sofferente, rimasta a lungo inascoltata dall'esterno continua ad esserlo anche dall'interno: può venire dimenticata, negata nei suoi aspetti di dolore, idealizzata o anche normalizzata al fine di garantire il proseguo dello sviluppo. Queste strategie difensive possono anche risultare funzionali a garantire un soddisfacente adattamento in ambito sociale e lavorativo ma penalizzano la piena realizzazione dell'individuo e, soprattutto, con facilità entrano in crisi con l'accesso alla genitorialità, quando cioè l'elemento dimenticato o negato dall'interno viene riattivato dall'esterno. Il «bambino reale», rappresentato dal figlio appena nato, va a risvegliare, con i suoi bisogni di cura, protezione e affetto, il «bambino interno» del genitore «cattivo», un bambino spesso sofferente e a lungo dimenticato. La difficoltà di contenere e gestire questa dimensione interna può interferire con la disponibilità del genitore a occuparsi in modo amorevole del proprio figlio. Un figlio che con i suoi bisogni e le sue richieste può acquisire valenze minacciose e persecutorie per l'equilibrio dell'adulto. La dimensione della genitorialità in questo caso viene attivata prevalentemente nella sua polarità negativa, con aspetti di aggressività e distruttività che prendono il sopravvento su quelli di cura e protezione. Così invece di alimentare e proteggere la vita il genitore che si trova in questa rigida polarizzazione interna può arrivare ad agire sul figlio fantasie aggressive o omicide.
In questo meccanismo, che all'inizio può sembrare un semplice gioco, sta la natura transgenerazionale dell'abuso, dove le vittime di oggi saranno i carnefici, gli abusanti, di domani se non si interviene curando, oltre che punendo e giudicando. In questo meccanismo risiede anche la responsabilità di quanti, nell'impossibilità di contattare il proprio dolore e le proprie parti «cattive», si barricano nel ruolo di buoni, rincorrendo i mostri esterni e rinunciando così a comprendere e a trasformare. Le radici della violenza sono da ricercarsi nella sofferenza, quelle del dogmatismo e del radicalismo di idee e valori nella scissione e nella paura che la alimenta. A che gioco giochiamo?
*psicologa
venerdì 24 giugno 2005
il relativismo di Giulio Giorello
«Di nessuna chiesa»
Corriere della Sera 24.6.05
Nel pamphlet «Di nessuna chiesa» l’epistemologo critica le tesi di Benedetto XVI e di Marcello Pera
In nome dell’Illuminismo
Per il filosofo laico anche Dio è relativista
di PIERLUIGI PANZA
Il titolo, Di nessuna chiesa. La libertà del laico, richiama da subito il pasoliniano non sentirsi legato a «nessuna delle religioni che nella vita stanno... istituite a ingannare la luce, a dar luce all'inganno». Il testo è un pamphlet sul laicismo - inteso non come ateismo ma come esperienza di libertà - scritto da Giulio Giorello, filosofo che «senza se» e «senza ma» si è espresso a favore dei «sì» ai referendum, degli Ogm e contro le critiche di Benedetto XVI e del collega Marcello Pera al «relativismo». La «luce», naturalmente, è quella dell’Illuminismo o, meglio, del «fallibilismo» di Peirce e Popper. Giorello ha scritto un libro per chiamare i laici a una controcrociata: «Laici, basta difendersi, è tempo di attaccare», dice. Ma contro chi? «Contro l’assolutismo, che è l’opposto del relativismo. Il relativismo - spiega - non si oppone all’oggettività o alla verità scientifica, ma all’assolutismo. E nella storia umana, i disastri li hanno fatti sempre gli assolutismi e i fondamentalismi. Anche la chiesa, con l’apparato repressivo della Controriforma. Solo liberandosi dalla Controriforma è nata l’Europa moderna e democratica».
La sua tesi è di un «illuminismo estremo»: il vero peccato, anche per le religioni, non sarebbe il relativismo, bensì l’assolutismo. E per dimostrare che la religione «deve essere relativista» Giorello muove da un passo biblico: «Lo Spirito soffia dove vuole». Che cosa vuol dire questo? «Vuol dire che lo Spirito soffia al di sopra di qualsiasi fondamento. L’assolutismo è un peccato contro lo spirito: è ostile all’autentico pensiero cristiano, ebraico e islamico». Insomma, per Giorello, ogni Dio è relativista.
Il filosofo cerca di dimostrarlo dall’interno, partendo dalla storia della chiesa. «I primi esempi di società aperta si realizzarono in Inghilterra quando i rappresentanti delle varie chiese incominciarono a pensare che la loro forma di vita fosse una delle vie possibili da seguire, e non la via, la verità. Così si fondarono le società aperte» e, come conseguenza, la possibilità di una cultura fatta di congetture e confutazioni che la civiltà vaglia e seleziona.
Nel libro traspare poi un forte richiamo al darwinismo, come nocciolo duro del pensiero illuminista. Proprio il contrario di quanto l’allora cardinale Joseph Ratzinger scrisse in «Verità cattolica» su MicroMega nel 2002: «La teoria evoluzionistica si è andata cristallizzando come la strada per far sparire definitivamente la metafisica, per rendere superflua l’ipotesi di Dio (Laplace)... è diventata una specie di filosofia prima» che tende a non «consentire più nessun altro livello di pensiero». «Il darwinismo non è il fondamento - sostiene di contro Giorello -, ma la più plausibile chiave di lettura biologica e culturale».
Insomma, come scriveva John Locke, per Giorello siamo costretti a scegliere «non nel chiaro meriggio della certezza, ma nel crepuscolo delle probabilità», in quel crepuscolo dove le teorie, per essere scientifiche, devono essere falsificabili. A scegliere in pieno «relativismo».
Ma che sapere è un sapere senza fondamento? Tanto vale, allora, spendere l’aforisma prêt-à-porter di Wittgenstein: ciò di cui non si può parlare si deve tacere? «Sì, dovremmo tacere - afferma Giorello -, ma possiamo anche riconoscere che il senso della vita è un insieme di congetture ed esperienze, una verità velata». Non rivelata.
Ciò che appare carente, in questo discorso, è l’aspetto etico. Combattere la «dittatura del relativismo» va forse inteso solo come necessità di manifestare con coraggio ciò in cui si crede... «Se uno uccide o fa violenza è sempre in nome di un credo, di un fanatismo. Per me - afferma Giorello - si può essere morali se Dio non c’è; ma, mi chiedo: si può essere morali se Dio c’è? Se Dio vuole imporre qualcosa a chi non crede? Il relativismo ammette che qualsiasi concezione possa avere un difensore pubblico; anche gli assolutisti possono averlo? No».
Il libro sfiora anche temi di attualità, come l’origine della vita, l’embrione. «Per me l’embrione è un aggregato di cellule e la vita inizia con la nascita». Ovvero con l’esperienza. Ma viene in mente, a questo proposito, un interrogativo che arrovellò Sant’Agostino: se muore un feto, il giorno della resurrezione rinascerà come feto o come uomo formato? «Non coltivo l’idea di una rinascita personale - continua Giorello -. È un problema da porre ai cattolici. Bisogna chiedere a loro come rinasceranno l’80 per cento degli embrioni che non vengono portati a buon fine e che, per loro, sono vita. Bisogna chiedere se rinasceranno anche gli spermatozoi, che sono vita potenziale».
È un Illuminismo, questo, che ci porta dritti verso il postumanesimo. Nessuna incertezza signor filosofo? Eppure, era il 1947, Horkheimer e Adorno nella Dialettica dell’illuminismo già avevano messo in guardia su come la dea Ragione si trasformi, talvolta, in controprassi. «L’Illuminismo migliore è quello che sottolinea i rischi delle scelte. Basta leggere David Hume per capire che l’Illuminismo non è la luce accecante della Ragione. La Ragione assoluta è una caricatura dell’Illuminismo. Qualunque grande cambiamento che agisce sul vivere fa paura. Ma non voler servirsi della scienza per correggere la casualità della natura è stolto».
La storia dell’uomo, del resto, è storia della manipolazione della Natura: il giardino è una manipolazione del bosco, la città è una manipolazione della campagna. E lo sapeva bene l’illuminista Voltaire che, dopo aver letto il Contratto sociale di Jean-Jacques Rousseau gli scrisse: «Signore, vien voglia di camminare a quattro zampe quando si legge la vostra opera».
Il libro «Di nessuna chiesa. La libertà del laico» di Giulio Giorello
è pubblicato da Raffaello Cortina editore (pagine 79, 7,50)
L’autore Giulio Giorello è nato a Milano nel 1945. Insegna Filosofia della scienza all’università degli Studi di Milano
La frase «Troppo spesso si dimentica che il contrario di relativismo è assolutismo»
Nel pamphlet «Di nessuna chiesa» l’epistemologo critica le tesi di Benedetto XVI e di Marcello Pera
In nome dell’Illuminismo
Per il filosofo laico anche Dio è relativista
di PIERLUIGI PANZA
Il titolo, Di nessuna chiesa. La libertà del laico, richiama da subito il pasoliniano non sentirsi legato a «nessuna delle religioni che nella vita stanno... istituite a ingannare la luce, a dar luce all'inganno». Il testo è un pamphlet sul laicismo - inteso non come ateismo ma come esperienza di libertà - scritto da Giulio Giorello, filosofo che «senza se» e «senza ma» si è espresso a favore dei «sì» ai referendum, degli Ogm e contro le critiche di Benedetto XVI e del collega Marcello Pera al «relativismo». La «luce», naturalmente, è quella dell’Illuminismo o, meglio, del «fallibilismo» di Peirce e Popper. Giorello ha scritto un libro per chiamare i laici a una controcrociata: «Laici, basta difendersi, è tempo di attaccare», dice. Ma contro chi? «Contro l’assolutismo, che è l’opposto del relativismo. Il relativismo - spiega - non si oppone all’oggettività o alla verità scientifica, ma all’assolutismo. E nella storia umana, i disastri li hanno fatti sempre gli assolutismi e i fondamentalismi. Anche la chiesa, con l’apparato repressivo della Controriforma. Solo liberandosi dalla Controriforma è nata l’Europa moderna e democratica».
La sua tesi è di un «illuminismo estremo»: il vero peccato, anche per le religioni, non sarebbe il relativismo, bensì l’assolutismo. E per dimostrare che la religione «deve essere relativista» Giorello muove da un passo biblico: «Lo Spirito soffia dove vuole». Che cosa vuol dire questo? «Vuol dire che lo Spirito soffia al di sopra di qualsiasi fondamento. L’assolutismo è un peccato contro lo spirito: è ostile all’autentico pensiero cristiano, ebraico e islamico». Insomma, per Giorello, ogni Dio è relativista.
Il filosofo cerca di dimostrarlo dall’interno, partendo dalla storia della chiesa. «I primi esempi di società aperta si realizzarono in Inghilterra quando i rappresentanti delle varie chiese incominciarono a pensare che la loro forma di vita fosse una delle vie possibili da seguire, e non la via, la verità. Così si fondarono le società aperte» e, come conseguenza, la possibilità di una cultura fatta di congetture e confutazioni che la civiltà vaglia e seleziona.
Nel libro traspare poi un forte richiamo al darwinismo, come nocciolo duro del pensiero illuminista. Proprio il contrario di quanto l’allora cardinale Joseph Ratzinger scrisse in «Verità cattolica» su MicroMega nel 2002: «La teoria evoluzionistica si è andata cristallizzando come la strada per far sparire definitivamente la metafisica, per rendere superflua l’ipotesi di Dio (Laplace)... è diventata una specie di filosofia prima» che tende a non «consentire più nessun altro livello di pensiero». «Il darwinismo non è il fondamento - sostiene di contro Giorello -, ma la più plausibile chiave di lettura biologica e culturale».
Insomma, come scriveva John Locke, per Giorello siamo costretti a scegliere «non nel chiaro meriggio della certezza, ma nel crepuscolo delle probabilità», in quel crepuscolo dove le teorie, per essere scientifiche, devono essere falsificabili. A scegliere in pieno «relativismo».
Ma che sapere è un sapere senza fondamento? Tanto vale, allora, spendere l’aforisma prêt-à-porter di Wittgenstein: ciò di cui non si può parlare si deve tacere? «Sì, dovremmo tacere - afferma Giorello -, ma possiamo anche riconoscere che il senso della vita è un insieme di congetture ed esperienze, una verità velata». Non rivelata.
Ciò che appare carente, in questo discorso, è l’aspetto etico. Combattere la «dittatura del relativismo» va forse inteso solo come necessità di manifestare con coraggio ciò in cui si crede... «Se uno uccide o fa violenza è sempre in nome di un credo, di un fanatismo. Per me - afferma Giorello - si può essere morali se Dio non c’è; ma, mi chiedo: si può essere morali se Dio c’è? Se Dio vuole imporre qualcosa a chi non crede? Il relativismo ammette che qualsiasi concezione possa avere un difensore pubblico; anche gli assolutisti possono averlo? No».
Il libro sfiora anche temi di attualità, come l’origine della vita, l’embrione. «Per me l’embrione è un aggregato di cellule e la vita inizia con la nascita». Ovvero con l’esperienza. Ma viene in mente, a questo proposito, un interrogativo che arrovellò Sant’Agostino: se muore un feto, il giorno della resurrezione rinascerà come feto o come uomo formato? «Non coltivo l’idea di una rinascita personale - continua Giorello -. È un problema da porre ai cattolici. Bisogna chiedere a loro come rinasceranno l’80 per cento degli embrioni che non vengono portati a buon fine e che, per loro, sono vita. Bisogna chiedere se rinasceranno anche gli spermatozoi, che sono vita potenziale».
È un Illuminismo, questo, che ci porta dritti verso il postumanesimo. Nessuna incertezza signor filosofo? Eppure, era il 1947, Horkheimer e Adorno nella Dialettica dell’illuminismo già avevano messo in guardia su come la dea Ragione si trasformi, talvolta, in controprassi. «L’Illuminismo migliore è quello che sottolinea i rischi delle scelte. Basta leggere David Hume per capire che l’Illuminismo non è la luce accecante della Ragione. La Ragione assoluta è una caricatura dell’Illuminismo. Qualunque grande cambiamento che agisce sul vivere fa paura. Ma non voler servirsi della scienza per correggere la casualità della natura è stolto».
La storia dell’uomo, del resto, è storia della manipolazione della Natura: il giardino è una manipolazione del bosco, la città è una manipolazione della campagna. E lo sapeva bene l’illuminista Voltaire che, dopo aver letto il Contratto sociale di Jean-Jacques Rousseau gli scrisse: «Signore, vien voglia di camminare a quattro zampe quando si legge la vostra opera».
Il libro «Di nessuna chiesa. La libertà del laico» di Giulio Giorello
è pubblicato da Raffaello Cortina editore (pagine 79, 7,50)
L’autore Giulio Giorello è nato a Milano nel 1945. Insegna Filosofia della scienza all’università degli Studi di Milano
La frase «Troppo spesso si dimentica che il contrario di relativismo è assolutismo»
americani & Co.
liberazione.it 24 giugno 2005
Falluja
di Sabina Morandi
Gas, napalm, torture, bombe al fosforo in un film i crimini di guerra americani a Falluja Un cane lupo con la bocca contratta in un ultimo tentativo di respirare. Un bastardino bianco, buttato al margine della strada, che sembra addormentato. E poi gatti, colombe, conigli… Morti nelle loro gabbie, nei recinti, nel giardino di fronte a casa. Morti, tutti, senza un filo di sangue. Non si sa cosa può averli uccisi ma, di certo, non erano né bombe né pallottole. Forse gas?
Le immagini dei filmati girati a Falluja che scorrono davanti agli occhi dei pochi giornalisti presenti alla conferenza stampa organizzata dalle parlamentari Elettra Deiana (Prc) e Silvana Pisa (Ds) nelle sale della Fnsi sono tutte molto eloquenti, e molto, molto peggiori del piccolo esercito di animali addormentati che ti ritrovi davanti in apertura. Perché nei video ci sono donne, uomini, bambini. Ci sono esseri umani resi irriconoscibili da qualche oscuro rogo chimico, armi capaci di staccare la pelle dal corpo in un istante, visto che questi anonimi resti umani sono congelati nell'atto di alzarsi dal letto o di ripararsi il viso con il braccio. Una mano stringe ancora una catenina. Qualcosa che assomiglia a una donna tiene fra le braccia qualcosa che assomiglia a un bambino.
I filmati "amatoriali", riorganizzati con un faticoso quanto presumibilmente straziante lavoro da Barbara Romagnoli, sono stati realizzati il 18 novembre 2004 nella città ribelle di Falluja, a conclusione dell'operazione Al-Fajr (letteralmente, l'alba) che, secondo la Us Army, avrebbe dovuto distruggere definitivamente la resistenza irachena. A operazione conclusa, come di consueto gli americani hanno passato la mano agli iracheni: una squadra di medici volontari è stata autorizzata a entrare per "ripulire" la città e per cercare di dare un nome ai numerosi corpi sepolti in modo approssimativo durante il violentissimo attacco cominciato l'8 novembre. Del gruppo facevano parte anche gli autori delle riprese, Maher Rajab Abdullah (dell'ospedale Yarmouk di Baghdad), Mohammad Hadeed (del Falluja general hospital), che si sono dati da fare per riesumare i corpi e dare un nome alle migliaia di vittime civili che, fino a questo momento, nessuno s'è ancora degnato di contare. Secondo gli americani i dieci giorni di bombardamenti ininterrotti che hanno raso al suolo 36 mila case - praticamente una piccola città - avrebbero prodotto non più di 1.200 vittime, «quasi tutti insorti», rassicurano i generali, mentre secondo fonti non ufficiali i morti sarebbero fra i tre e i cinquemila, dei quali hanno ricevuto riconoscimento e sepoltura soltanto in 700.
Resta il fatto che i dottori Abdullah e Hadeed, una volta dentro la città proibita, hanno pensato bene di filmare l'orrore sia per facilitare i riconoscimenti che per spezzare la pesante censura che argina qualsiasi informazione proveniente dall'Iraq, in particolare le notizie provenienti dalle città rase al suolo nell'ambito di una strategia di punizioni collettive tanto barbara quanto inefficace. Ma, una volta dentro, i medici non si sono soltanto ritrovati di fronte alle immagini della carneficina che si aspettavano - del resto cos'altro può accadere in una città di 350 mila abitanti, chiusa dentro un cordone vietato perfino agli operatori sanitari e bombardata ininterrottamente per giorni? - ma sono stati costretti a porsi una domanda estremamente disturbante, soprattutto per un professionista dotato della formazione scientifica adeguata: di che cosa è morta tutta questa gente? Quali armi possono uccidere nel sonno senza ferire o, come testimoniano i resti carbonizzati, bruciare la pelle di un essere umano senza dargli nemmeno il tempo di contorcersi per il dolore? Gas come quelli che Saddam aveva impiegato contro i curdi? Bombe al fosforo o nuovi tipi di napalm, entrambi proibiti dalle convenzioni internazionali?
Nessuna spiegazione richiede invece il filmato girato a Baghdad che ritrae un altro morto, anch'esso mostrato ai parlamentari italiani da Mohi Al Din Al Obeidi, il rappresentante del consiglio degli Ulema che ha accompagnato i due medici all'incontro organizzato alla Camera da Silvana Pisa e Elettra Deiana, - a cui hanno aderito anche Francesco Martone (Prc), Gianfranco Pagliarulo (Pdci), Pietro Folena (Prc), Famiano Crucianelli (Ds), Roberto Sciacca (Pdci), Giovanni Russo Spena (Prc) e Alfiero Grandi (Ds). Il cadavere è ancora ammanettato, e anche un profano capisce subito cosa significa. Se alle manette si aggiungono le evidenti tracce di tortura, ovvero ferite da trapano sulle spalle e sulla nuca - uno strumento molto in uso, pare, durante gli interrogatori condotti dal nuovo esercito iracheno addestrato dagli americani - le conclusioni sono devastanti quanto inaccettabili. In più l'uomo era un imam - autorità religiosa sunnita - sparito nel nulla da qualche settimana e restituito ai familiari già cadavere. E non si tratta affatto di un caso isolato: altri ottanta imam sono stati prelevati nelle loro case e nelle moschee per sospetta complicità con gli insorti, e di loro non si sa più nulla. Proprio per ottenere la liberazione, o almeno qualche informazione sulla sorte dei desaparecidos, le autorità religiose sunnite hanno indetto un'iniziativa senza precedenti: tre giorni di sciopero di tutte e moschee.
La delegazione composta dai due medici e dal religioso, portata in Italia dall'Associazione Italia-Iraq, sta cercando di dare maggiore diffusione possibile alle raccapriccianti immagini di Falluja e di Baghdad. Tutto il materiale visionato dai parlamentari italiani - gli animali gasati, le persone carbonizzate nella città distrutta e le riprese della ricomposizione del corpo martoriato dell'imam - è stato consegnato a una rappresentante del governo inglese, che non ha rilasciato dichiarazioni. Tornando a Baghdad la delegazione cercherà di parlare con i pochi rappresentanti delle Nazioni Unite ancora presenti nel paese per sollecitare ancora una volta, filmati alla mano, un'indagine indipendente che faccia luce sul tipo di armi impiegate - sperimentate? - contro la popolazione di Falluja. Nel frattempo la ricostruzione della città tarda a partire e i risarcimenti, che secondo i prudentissimi calcoli di Washington, dovrebbero aggirarsi sui 493 milioni di dollari sono ancora soltanto virtuali. A sei mesi di distanza ne sono stati stanziati appena cento milioni, ma le 31 mila persone che aspettano cercando di sopravvivere fra le macerie, non hanno ancora visto niente.
E' questa la guerra di liberazione in cui sono impegnati i nostri soldati? E' questa la missione sul cui ri-finanziamento i parlamentari italiani sono chiamati a pronunciarsi? E su quali informazioni, su quali notizie, su quali rassicuranti immagini, dovrebbe basarsi la loro decisione? «Pensiamo che nell'attuale contesto caratterizzato dal più totale black out sulla vicenda irachena, dall'assenza di notizie da quei luoghi e mentre perdura una drammatica situazione di guerra» conclude Elettra Deiana «ogni occasione che consenta di raccogliere informazioni e materiale documentario sia da considerare positivamente, fermo restando che tutto debba essere vagliato e verificato quando la cortina di ferro che la coalizione anglo-americana ha imposto su quel paese si sarà alleggerita». Peccato che all'agghiacciante proiezione di queste immagini fossero presenti così pochi giornalisti, evidentemente troppo impegnati a partecipare attivamente alla caccia all'immigrato per occuparsi di simili quisquiglie. Peccato perché, anche se le immagini sono troppo agghiaccianti per essere pubblicate, la loro visione sarebbe davvero utile per capire a quale inesauribile sorgente d'odio possono attingere le cosiddette "centrali del terrore" per arruolare i propri martiri, oggi e per gli anni a venire.
Falluja
di Sabina Morandi
Gas, napalm, torture, bombe al fosforo in un film i crimini di guerra americani a Falluja Un cane lupo con la bocca contratta in un ultimo tentativo di respirare. Un bastardino bianco, buttato al margine della strada, che sembra addormentato. E poi gatti, colombe, conigli… Morti nelle loro gabbie, nei recinti, nel giardino di fronte a casa. Morti, tutti, senza un filo di sangue. Non si sa cosa può averli uccisi ma, di certo, non erano né bombe né pallottole. Forse gas?
Le immagini dei filmati girati a Falluja che scorrono davanti agli occhi dei pochi giornalisti presenti alla conferenza stampa organizzata dalle parlamentari Elettra Deiana (Prc) e Silvana Pisa (Ds) nelle sale della Fnsi sono tutte molto eloquenti, e molto, molto peggiori del piccolo esercito di animali addormentati che ti ritrovi davanti in apertura. Perché nei video ci sono donne, uomini, bambini. Ci sono esseri umani resi irriconoscibili da qualche oscuro rogo chimico, armi capaci di staccare la pelle dal corpo in un istante, visto che questi anonimi resti umani sono congelati nell'atto di alzarsi dal letto o di ripararsi il viso con il braccio. Una mano stringe ancora una catenina. Qualcosa che assomiglia a una donna tiene fra le braccia qualcosa che assomiglia a un bambino.
I filmati "amatoriali", riorganizzati con un faticoso quanto presumibilmente straziante lavoro da Barbara Romagnoli, sono stati realizzati il 18 novembre 2004 nella città ribelle di Falluja, a conclusione dell'operazione Al-Fajr (letteralmente, l'alba) che, secondo la Us Army, avrebbe dovuto distruggere definitivamente la resistenza irachena. A operazione conclusa, come di consueto gli americani hanno passato la mano agli iracheni: una squadra di medici volontari è stata autorizzata a entrare per "ripulire" la città e per cercare di dare un nome ai numerosi corpi sepolti in modo approssimativo durante il violentissimo attacco cominciato l'8 novembre. Del gruppo facevano parte anche gli autori delle riprese, Maher Rajab Abdullah (dell'ospedale Yarmouk di Baghdad), Mohammad Hadeed (del Falluja general hospital), che si sono dati da fare per riesumare i corpi e dare un nome alle migliaia di vittime civili che, fino a questo momento, nessuno s'è ancora degnato di contare. Secondo gli americani i dieci giorni di bombardamenti ininterrotti che hanno raso al suolo 36 mila case - praticamente una piccola città - avrebbero prodotto non più di 1.200 vittime, «quasi tutti insorti», rassicurano i generali, mentre secondo fonti non ufficiali i morti sarebbero fra i tre e i cinquemila, dei quali hanno ricevuto riconoscimento e sepoltura soltanto in 700.
Resta il fatto che i dottori Abdullah e Hadeed, una volta dentro la città proibita, hanno pensato bene di filmare l'orrore sia per facilitare i riconoscimenti che per spezzare la pesante censura che argina qualsiasi informazione proveniente dall'Iraq, in particolare le notizie provenienti dalle città rase al suolo nell'ambito di una strategia di punizioni collettive tanto barbara quanto inefficace. Ma, una volta dentro, i medici non si sono soltanto ritrovati di fronte alle immagini della carneficina che si aspettavano - del resto cos'altro può accadere in una città di 350 mila abitanti, chiusa dentro un cordone vietato perfino agli operatori sanitari e bombardata ininterrottamente per giorni? - ma sono stati costretti a porsi una domanda estremamente disturbante, soprattutto per un professionista dotato della formazione scientifica adeguata: di che cosa è morta tutta questa gente? Quali armi possono uccidere nel sonno senza ferire o, come testimoniano i resti carbonizzati, bruciare la pelle di un essere umano senza dargli nemmeno il tempo di contorcersi per il dolore? Gas come quelli che Saddam aveva impiegato contro i curdi? Bombe al fosforo o nuovi tipi di napalm, entrambi proibiti dalle convenzioni internazionali?
Nessuna spiegazione richiede invece il filmato girato a Baghdad che ritrae un altro morto, anch'esso mostrato ai parlamentari italiani da Mohi Al Din Al Obeidi, il rappresentante del consiglio degli Ulema che ha accompagnato i due medici all'incontro organizzato alla Camera da Silvana Pisa e Elettra Deiana, - a cui hanno aderito anche Francesco Martone (Prc), Gianfranco Pagliarulo (Pdci), Pietro Folena (Prc), Famiano Crucianelli (Ds), Roberto Sciacca (Pdci), Giovanni Russo Spena (Prc) e Alfiero Grandi (Ds). Il cadavere è ancora ammanettato, e anche un profano capisce subito cosa significa. Se alle manette si aggiungono le evidenti tracce di tortura, ovvero ferite da trapano sulle spalle e sulla nuca - uno strumento molto in uso, pare, durante gli interrogatori condotti dal nuovo esercito iracheno addestrato dagli americani - le conclusioni sono devastanti quanto inaccettabili. In più l'uomo era un imam - autorità religiosa sunnita - sparito nel nulla da qualche settimana e restituito ai familiari già cadavere. E non si tratta affatto di un caso isolato: altri ottanta imam sono stati prelevati nelle loro case e nelle moschee per sospetta complicità con gli insorti, e di loro non si sa più nulla. Proprio per ottenere la liberazione, o almeno qualche informazione sulla sorte dei desaparecidos, le autorità religiose sunnite hanno indetto un'iniziativa senza precedenti: tre giorni di sciopero di tutte e moschee.
La delegazione composta dai due medici e dal religioso, portata in Italia dall'Associazione Italia-Iraq, sta cercando di dare maggiore diffusione possibile alle raccapriccianti immagini di Falluja e di Baghdad. Tutto il materiale visionato dai parlamentari italiani - gli animali gasati, le persone carbonizzate nella città distrutta e le riprese della ricomposizione del corpo martoriato dell'imam - è stato consegnato a una rappresentante del governo inglese, che non ha rilasciato dichiarazioni. Tornando a Baghdad la delegazione cercherà di parlare con i pochi rappresentanti delle Nazioni Unite ancora presenti nel paese per sollecitare ancora una volta, filmati alla mano, un'indagine indipendente che faccia luce sul tipo di armi impiegate - sperimentate? - contro la popolazione di Falluja. Nel frattempo la ricostruzione della città tarda a partire e i risarcimenti, che secondo i prudentissimi calcoli di Washington, dovrebbero aggirarsi sui 493 milioni di dollari sono ancora soltanto virtuali. A sei mesi di distanza ne sono stati stanziati appena cento milioni, ma le 31 mila persone che aspettano cercando di sopravvivere fra le macerie, non hanno ancora visto niente.
E' questa la guerra di liberazione in cui sono impegnati i nostri soldati? E' questa la missione sul cui ri-finanziamento i parlamentari italiani sono chiamati a pronunciarsi? E su quali informazioni, su quali notizie, su quali rassicuranti immagini, dovrebbe basarsi la loro decisione? «Pensiamo che nell'attuale contesto caratterizzato dal più totale black out sulla vicenda irachena, dall'assenza di notizie da quei luoghi e mentre perdura una drammatica situazione di guerra» conclude Elettra Deiana «ogni occasione che consenta di raccogliere informazioni e materiale documentario sia da considerare positivamente, fermo restando che tutto debba essere vagliato e verificato quando la cortina di ferro che la coalizione anglo-americana ha imposto su quel paese si sarà alleggerita». Peccato che all'agghiacciante proiezione di queste immagini fossero presenti così pochi giornalisti, evidentemente troppo impegnati a partecipare attivamente alla caccia all'immigrato per occuparsi di simili quisquiglie. Peccato perché, anche se le immagini sono troppo agghiaccianti per essere pubblicate, la loro visione sarebbe davvero utile per capire a quale inesauribile sorgente d'odio possono attingere le cosiddette "centrali del terrore" per arruolare i propri martiri, oggi e per gli anni a venire.
insonnia
ANSA 24.6.05
Medicina: insonnia è donna, 12 milioni di italiani ne soffrono
(ANSA) - ROMA, 24 GIU - Gli italiani che soffrono di insonnia sono 12 milioni e 6 volte su 10 a non chiudere occhio è una donna. Anche nel resto d'Europa gli insonni sono il 34% degli adulti. Il sonno è uno stato complesso della vita psichica, con le caratteristiche della veglia. Chi dorme male rischia la depressione. Studi clinici della Società Italiana di Neurofarmacologia e della Società Italiana di Psichiatria esplorano le interazioni tra sonno e equilibrio mentale.
Medicina: insonnia è donna, 12 milioni di italiani ne soffrono
(ANSA) - ROMA, 24 GIU - Gli italiani che soffrono di insonnia sono 12 milioni e 6 volte su 10 a non chiudere occhio è una donna. Anche nel resto d'Europa gli insonni sono il 34% degli adulti. Il sonno è uno stato complesso della vita psichica, con le caratteristiche della veglia. Chi dorme male rischia la depressione. Studi clinici della Società Italiana di Neurofarmacologia e della Società Italiana di Psichiatria esplorano le interazioni tra sonno e equilibrio mentale.
depressione
Yahoo! Salute venerdì 24 giugno 2005
Pediatria
Figli appena nati, papà depressi
Il Pensiero Scientifico Editore
Martino Dell’Angelo
Secondo uno studio appena pubblicato da The Lancet, i bambini i cui padri hanno sofferto di depressione postnatale vanno incontro ad un rischio accresciuto di problemi comportamentali ed emotivi.
Una leggera forma depressiva è piuttosto frequente sia nelle madri, sia nei padri di bimbi appena nati. Compare entro i dodici mesi successivi al parto, anche se l’insorgenza è datata, più frequentemente, tra pochi giorni e le sei settimane dopo il parto. Tende a svilupparsi gradualmente, può persistere per diversi mesi ed essere causata anche da un aborto. In una piccola percentuale di casi può tradursi in depressione cronica o ripresentarsi nelle gravidanze successive. Spesso, a torto, questi sentimenti vengono sottovalutati e considerati normali reazioni allo stress associato al dover prendersi cura di un neonato.
Una percentuale, pari almeno al 10 per cento, di donne che hanno appena avuto un bambino, invece, riceve una diagnosi vera e propria di depressione post-partum; in queste persone la sensazione di tristezza che compare dopo il parto, invece di diminuire nel tempo, si acuisce. E’ noto che la depressione materna disturba la qualità delle cure materne e può causare problemi per lo sviluppo sociale, comportamentale, cognitivo e perfino fisico dei figli. Poco fin qui si sapeva invece dell’influenza della depressione paterna.
Una équipe dell’Università di Oxford ha studiato 13.500 mamme, di cui 12.800 avevano un partner, per le prime 8 settimane seguenti il parto, somministrando ai coniugi un questionario per scoprire episodi di depressione postatale. I padri sono stati poi ricontattati dopo 21 mesi dalla nascita. In seguito, gli stessi ricercatori hanno studiato i comportamenti dei bambini di quelle coppie a 3-5 anni, riscontrando che la depressione paterna era collegata a problemi emotivi e comportamentali nei figli, specialmente se maschi. Gli effetti permanevano anche valutando il peso dell’eventuale, concomitante depressione materna.
Secondo Paul Ramchandani, primo autore dello studio, “la ricerca prova che la depressione paterna ha un effetto negativo persistente sul comportamento e sullo sviluppo emotivo dei figli nella prima infanzia”.
Reuters 24.6.05
Gb, anche i papà possono soffrire di depressione post-natale
Fri June 24, 2005 7:27 AM GMT
LONDRA (Reuters) - Capita più spesso alla mamme, ma anche i papà possono soffrire di depressione post-natale e possono influenzare il comportamento dei propri figli.
Lo hanno riferito oggi alcuni ricercatori inglesi.
I bambini sembrano essere particolarmente colpiti dai padri depressi e hanno il doppio di problemi comportamentali nei loro primi anni di vita rispetto agli altri bambini.
"Le nostre scoperte indicano che la depressione paterna ha uno specifico effetto negativo sul comportamento dei bambini nei primi anni di vita e sul loro sviluppo emotivo", ha detto Paul Ramchandani dell'università di Oxford.
In una ricerca pubblicata sul giornale scientifico The Lancet, Ramchandani e i suoi collaboratori hanno studiato il comportamento e la salute mentale di 12.800 coppie nelle prime settimane dopo la nascita di un figlio e poco prima del secondo compleanno del bambino.
I ricercatori hanno anche analizzato lo sviluppo emotivo dei bambini e il loro comportamento a 3 anni con questionari compilati dalle mamme.
"La relazione tra lo sviluppo comportamentale dei bambini e la depressione dei padri è molto forte", ha detto Ramchandani.
"Potrebbe essere che i bambini sono particolarmente sensibili alle cure parentali paterne, forse per il diverso coinvolgimento dei padri nei confronti dei figli", ha aggiunto.
La depressione postnatale è un fenomeno ben conosciuto, che interessa il 13% di tutte le neo-mamme. I suoi sintomi vanno da moderato a grave.
Un recente studio ha mostrato che circa il 3% dei padri mostra segni di depressione dopo la nascita di un figlio.
Pediatria
Figli appena nati, papà depressi
Il Pensiero Scientifico Editore
Martino Dell’Angelo
Secondo uno studio appena pubblicato da The Lancet, i bambini i cui padri hanno sofferto di depressione postnatale vanno incontro ad un rischio accresciuto di problemi comportamentali ed emotivi.
Una leggera forma depressiva è piuttosto frequente sia nelle madri, sia nei padri di bimbi appena nati. Compare entro i dodici mesi successivi al parto, anche se l’insorgenza è datata, più frequentemente, tra pochi giorni e le sei settimane dopo il parto. Tende a svilupparsi gradualmente, può persistere per diversi mesi ed essere causata anche da un aborto. In una piccola percentuale di casi può tradursi in depressione cronica o ripresentarsi nelle gravidanze successive. Spesso, a torto, questi sentimenti vengono sottovalutati e considerati normali reazioni allo stress associato al dover prendersi cura di un neonato.
Una percentuale, pari almeno al 10 per cento, di donne che hanno appena avuto un bambino, invece, riceve una diagnosi vera e propria di depressione post-partum; in queste persone la sensazione di tristezza che compare dopo il parto, invece di diminuire nel tempo, si acuisce. E’ noto che la depressione materna disturba la qualità delle cure materne e può causare problemi per lo sviluppo sociale, comportamentale, cognitivo e perfino fisico dei figli. Poco fin qui si sapeva invece dell’influenza della depressione paterna.
Una équipe dell’Università di Oxford ha studiato 13.500 mamme, di cui 12.800 avevano un partner, per le prime 8 settimane seguenti il parto, somministrando ai coniugi un questionario per scoprire episodi di depressione postatale. I padri sono stati poi ricontattati dopo 21 mesi dalla nascita. In seguito, gli stessi ricercatori hanno studiato i comportamenti dei bambini di quelle coppie a 3-5 anni, riscontrando che la depressione paterna era collegata a problemi emotivi e comportamentali nei figli, specialmente se maschi. Gli effetti permanevano anche valutando il peso dell’eventuale, concomitante depressione materna.
Secondo Paul Ramchandani, primo autore dello studio, “la ricerca prova che la depressione paterna ha un effetto negativo persistente sul comportamento e sullo sviluppo emotivo dei figli nella prima infanzia”.
Fonte: Ramchandani P et al. Paternal depression in the postnatal period and child development. The Lancet, 365, 9478, 2005:2201-5.
Solantaus T, Salo S. Paternal postnatal depression: fathers emerge from the wings. Ivi, 2158-9.
Solantaus T, Salo S. Paternal postnatal depression: fathers emerge from the wings. Ivi, 2158-9.
Reuters 24.6.05
Gb, anche i papà possono soffrire di depressione post-natale
Fri June 24, 2005 7:27 AM GMT
LONDRA (Reuters) - Capita più spesso alla mamme, ma anche i papà possono soffrire di depressione post-natale e possono influenzare il comportamento dei propri figli.
Lo hanno riferito oggi alcuni ricercatori inglesi.
I bambini sembrano essere particolarmente colpiti dai padri depressi e hanno il doppio di problemi comportamentali nei loro primi anni di vita rispetto agli altri bambini.
"Le nostre scoperte indicano che la depressione paterna ha uno specifico effetto negativo sul comportamento dei bambini nei primi anni di vita e sul loro sviluppo emotivo", ha detto Paul Ramchandani dell'università di Oxford.
In una ricerca pubblicata sul giornale scientifico The Lancet, Ramchandani e i suoi collaboratori hanno studiato il comportamento e la salute mentale di 12.800 coppie nelle prime settimane dopo la nascita di un figlio e poco prima del secondo compleanno del bambino.
I ricercatori hanno anche analizzato lo sviluppo emotivo dei bambini e il loro comportamento a 3 anni con questionari compilati dalle mamme.
"La relazione tra lo sviluppo comportamentale dei bambini e la depressione dei padri è molto forte", ha detto Ramchandani.
"Potrebbe essere che i bambini sono particolarmente sensibili alle cure parentali paterne, forse per il diverso coinvolgimento dei padri nei confronti dei figli", ha aggiunto.
La depressione postnatale è un fenomeno ben conosciuto, che interessa il 13% di tutte le neo-mamme. I suoi sintomi vanno da moderato a grave.
Un recente studio ha mostrato che circa il 3% dei padri mostra segni di depressione dopo la nascita di un figlio.
farmacologi e stress
invece della cannabis
ANSA Venerdì 24 Giugno 2005, 17:30
MEDICINA: MOLECOLE ANTISTRESS SCOPERTE DALL'UNIVERSITÀ DI URBINO
(ANSA) - URBINO, 24 GIU - Due nuove molecole che potrebbero essere utilizzate nella preparazione di farmaci antistress non a base di cannabinoidi, e più selettivi, sono state sintetizzate nei laboratori dell'Istituto di chimica dell'Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo", nell'ambito di una ricerca internazionale pubblicata dall'ultimo numero della rivista scientifica Nature. La ricerca è stata condotta insieme all'Università di Parma e agli atenei statunitensi di Georgia, California e Brown University.
I risultati conseguiti sono stati illustrati questo pomeriggio a Urbino dal preside della facoltà di farmacia Giorgio Tarzia, dal prorettore Mauro Magnani, e da un gruppo di docenti e ricercatori (Andrea Duranti e Andrea Tontini quelli che hanno collaborato allo studio).
Lo stress è notoriamente una reazione di adattamento del corpo a un cambiamento fisico o psichico, una risposta biologica specifica ad una richiesta ambientale. La ricerca è scaturita da alcune evidenze sperimentali che facevano supporre che l'inibizione del dolore in condizioni di stress poteva dipendere anche dal rilascio di sostanze non oppioidi di natura non accertata. Lo studio pubblicato su Nature ha dimostrato che nell'analgesia da stress sono coinvolti due derivati dell'acido arachidonico - 2-arachidonilglicerolo (2-AG) e anandamide (AEA) - che, prodotti naturalmente dal nostro organismo, esercitano un' azione di tipo cannabinoidico per interazione con specifici recettori.
Nei laboratori dell'Istituto di chimica farmaceutica dell'ateneo feltresco sono state sintetizzate due nuove molecole (URB602 e URB597) che si sono dimostrate in grado di prevenire selettivamente la degradazione dei due derivati da parte di enzimi specifici. E quindi di prolungare l'assenza di dolore.
Una scoperta che potrà portare a produrre dei farmaci capaci di trattare il dolore e i disordini collegati allo stress senza dover ricorrere ai cannabinoidi. I risultati della ricerca sono stati inclusi in una nuova domanda di brevetto presentata negli Usa e in altri paesi, compresi Giappone, Cina e Corea, premessa di un accordo interistituzionale fra gli atenei che hanno preso parte alla ricerca.
''I cannabinoidi - ha spiegato il prof. Tarzia - imitano l'azione di sostanze già presenti nel nostro organismo e che agiscono come antidolorifici e antistress. Noi abbiamo scoperto la componente finora ignota che serve per sintetizzare gli analgesici, per poter arrivare a farmaci che possano contrastare il dolore e lo stress solo dove e quando si manifestano, senza effetti collaterali su altre parti del nostro organismo''.
''Un risultato molto importante - ha concluso il prorettore - che dimostra sia l'importanza del lavoro di squadra nella ricerca scientifica, sia che l'Università di Urbino continua a svolgere attività eccellenti e riconosciute in ambito internazionale''. (ANSA).
MEDICINA: MOLECOLE ANTISTRESS SCOPERTE DALL'UNIVERSITÀ DI URBINO
(ANSA) - URBINO, 24 GIU - Due nuove molecole che potrebbero essere utilizzate nella preparazione di farmaci antistress non a base di cannabinoidi, e più selettivi, sono state sintetizzate nei laboratori dell'Istituto di chimica dell'Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo", nell'ambito di una ricerca internazionale pubblicata dall'ultimo numero della rivista scientifica Nature. La ricerca è stata condotta insieme all'Università di Parma e agli atenei statunitensi di Georgia, California e Brown University.
I risultati conseguiti sono stati illustrati questo pomeriggio a Urbino dal preside della facoltà di farmacia Giorgio Tarzia, dal prorettore Mauro Magnani, e da un gruppo di docenti e ricercatori (Andrea Duranti e Andrea Tontini quelli che hanno collaborato allo studio).
Lo stress è notoriamente una reazione di adattamento del corpo a un cambiamento fisico o psichico, una risposta biologica specifica ad una richiesta ambientale. La ricerca è scaturita da alcune evidenze sperimentali che facevano supporre che l'inibizione del dolore in condizioni di stress poteva dipendere anche dal rilascio di sostanze non oppioidi di natura non accertata. Lo studio pubblicato su Nature ha dimostrato che nell'analgesia da stress sono coinvolti due derivati dell'acido arachidonico - 2-arachidonilglicerolo (2-AG) e anandamide (AEA) - che, prodotti naturalmente dal nostro organismo, esercitano un' azione di tipo cannabinoidico per interazione con specifici recettori.
Nei laboratori dell'Istituto di chimica farmaceutica dell'ateneo feltresco sono state sintetizzate due nuove molecole (URB602 e URB597) che si sono dimostrate in grado di prevenire selettivamente la degradazione dei due derivati da parte di enzimi specifici. E quindi di prolungare l'assenza di dolore.
Una scoperta che potrà portare a produrre dei farmaci capaci di trattare il dolore e i disordini collegati allo stress senza dover ricorrere ai cannabinoidi. I risultati della ricerca sono stati inclusi in una nuova domanda di brevetto presentata negli Usa e in altri paesi, compresi Giappone, Cina e Corea, premessa di un accordo interistituzionale fra gli atenei che hanno preso parte alla ricerca.
''I cannabinoidi - ha spiegato il prof. Tarzia - imitano l'azione di sostanze già presenti nel nostro organismo e che agiscono come antidolorifici e antistress. Noi abbiamo scoperto la componente finora ignota che serve per sintetizzare gli analgesici, per poter arrivare a farmaci che possano contrastare il dolore e lo stress solo dove e quando si manifestano, senza effetti collaterali su altre parti del nostro organismo''.
''Un risultato molto importante - ha concluso il prorettore - che dimostra sia l'importanza del lavoro di squadra nella ricerca scientifica, sia che l'Università di Urbino continua a svolgere attività eccellenti e riconosciute in ambito internazionale''. (ANSA).
giochi di ruolo
La Stampa 24.6.05
LE STORIE
QUELLE CHE SIMULANO
«Con mio marito fingo da una vita»
La simulazione di Meg Ryan nel film «Harry ti presento Sally» è impressa nella memoria di noi tutte. Ma non sempre le finzioni sono così allegre, anzi. Sprofondata in una vecchia poltrona del suo salotto, quasi alla ricerca di una protezione fisica, Annalisa - 43 anni, commercialista - accende una sigaretta dietro l’altra. «È una vita che recito a letto. Non so perché. Ho avuto una brutta delusione d’amore a 16 anni, tre anni fa ho iniziato una psicoterapia, spero mi aiuti». E intanto? «Cambio uomo in continuazione, alla ricerca di quel piacere che nessuno finora, a parte quella primissima esperienza da adolescente, mi ha regalato».
Slanciata, mani curate, sguardo bruno e appassionato, Annalisa non ha nulla in apparenza che tradisca la sua frustrazione. Difficile immaginarla in una condizione di costante insoddisfazione. Lo sguardo, la voce sono sensuali: «La mia carta vincente per ingannare gli uomini», sorride, solo con le labbra però. Perché è un inganno che la ferisce e l’annoia. «Vengono confusa con una mangiauomini. Invece mi chiedo: possibile che nessuno di loro si accorga che non provo piacere? La verità è che gli uomini sono noiosi. Io avrò pure il mio problemino, ma da parte loro mai un guizzo creativo».
Decisamente più ironica e spiritosa è Carla, 51 anni, insegnante. «Quella bellissima vignetta di Ellekappa, la ricorda? Recitava così: “Vedi cara, l’amore è una cosa, il sesso un’altra” “E la roba che facciamo noi come si chiama?”. Come vede, il piacere per noi donne non è ancora un diritto ma un optional». Carla ha una carica di simpatia che certo l’aiuta anche in un luogo così delicato come la zona notte. «Conosco mio marito da 36 anni - dice - ci vado a letto da 33, permetterà che non mi senta ancora assalita dal fuoco sacro della passione. Per lui è diverso, ancora mi desidera, anche se non è un grandissimo amante, e io non posso negarmi sempre». Quindi? «Quindi fingo. Non ho altra scelta, lui la finisce di stressarmi, in fondo non mi costa tantissimo. Mi tengo il marito al quale voglio bene e con cui ormai sono diventata un’attrice perfetta. E per convincerlo, prima dei rapporti uso un gel vaginale. Lui è contento, e io non patisco troppo».
All’amor proprio del suo fidanzato è destinata la simulazione di Sandra, 28 anni, cameriera in una pizzeria al taglio, aspirante architetto. «Lo so che non è bello fingere a letto, soprattutto alla mia età, ma non voglio ferire il mio ragazzo: credo si sentirebbe responsabile, invece lui non c’entra per niente». Come fa ad esserne così sicura? «Per due motivi. Uno di carattere fisico, nel senso che per un po’ ho sofferto di vaginismo. Sono stata seguita da un bravo sessuologo, che mi ha aiutata a superare i sensi di colpa che avevo a causa dell’educazione religiosa ricevuta in famiglia».
E l’altro motivo? «Negli ultimi due anni sono stata molto sotto stress perché ho deciso di finire l’università e intanto lavoravo, anzi ancora lavoro, come cameriera. Arrivo a letto stanca morta, per il lavoro e per lo studio. Per questo, quando il mio ragazzo mi cerca a letto faccio finta di stare bene anch’io. Ne ho parlato con alcune amiche e mi hanno detto di farmi furba, perché la stanchezza non c’entra, e che forse lui dovrebbe essere più attento ai preliminari. Ma io sinceramente non me la sento di perderlo, ho paura che se mi metto a fargli quei discorsi va a finire che mi molla. Chissà, forse davvero sono solo troppo stanca per concentrarmi sul mio corpo, sul mio piacere. Vedremo come andrà al mare».
La Stampa 24.6.05
Non lo fo per piacer mio
Elena Loewenthal
Quante parole per il dire il sesso delle donne: liberato, dichiarato. Mai più represso. Esigente. Insoddisfatto. Confuso. Sdoganato, insomma, nel suo ruolo dentro la vita, al di là della procreazione e dei doveri coniugali. Soprattutto e più che mai, argomento di chiacchiera e discussione: di sesso si parla.
Eppure c'è anche, e c'è ancora, un sesso delle donne sottaciuto. Quasi un tabù, in un'epoca come la nostra di strenua consumazione dei tabù. E' il sesso doloroso. Non - o non necessariamente - quello reduce dal trauma di una violenza subìta magari tanti anni addietro. E nemmeno il sesso rifiutato per gravi patologie dell'animo e del fisico. E' invece un sesso più banale, che in fondo non dovrebbe fare notizia: condito di disturbi piccoli ma tenaci, trasforma il desiderio in un fastidio, il piacere in una immancabile frustrazione.
Ne parla Alessandra Graziottin in un libro appena uscito, intitolato «Il dolore segreto. Le cause e le terapie del dolore femminile durante i rapporti sessuali» (Mondadori editore, pp. 295, euro 17,00). L'autrice, forte di una lunga esperienza nel campo della sessuologia, parte da una lunga serie di casi «clinici» per raccontarci questo dolore di fare l'amore. Vi sono donne giovani e altre mature, ragazze alle prime esperienze e madri reduci da parti difficoltosi: «Sei una piaga! Possibile che un rapporto che alle altre dà solo piacere a te faccia venire un male cane per tre giorni?». Racconta Marianna (26 anni) esasperata dal sentirsi dare dell'isterica. Invece è «espareunia», cioè «persistente o ricorrente dolore genitale associato al rapporto sessuale»: non un’inibizione né una forma di rifiuto inconscio. Un male fisico, da curare. Perché nella sofferenza sessuale, ci spiega Graziottin, succede una cosa davvero singolare. Il dolore non è (quasi) mai psicogeno: ha solide basi biologiche, di competenza medica. Però dalle donne viene spesso confuso e considerato «semplicemente» alla stregua di una sorta di risonanza fisica della psiche.
Lo si ritiene un fenomeno psicosomatico, insomma, mentre è esattamente il contrario: il dolore sessuale ha cause fisiche, ma nella coscienza delle donne - che ne parlano di rado e ancor più di rado decidono di rivolgersi agli specialisti - viene avvertito come un disagio psicologico. Una fisima. Diana, 33 anni: «Mi aspettavo che far l'amore fosse una cosa meravigliosa. Invece ho provato sempre dolore, fin dalla prima volta. Passerà, mi dicevo. Invece il dolore è peggiorato negli anni». Prima di pensare che c'è qualcosa che non funziona nel corpo, in casi come questi si chiamano in causa la testa, i sentimenti.
Disapreunia, vaginismo, cicatrici retraenti, anomalie anatomiche, sono invece alcuni fra i nomi di questo dolore, la cui componente fisica è stata per tanto tempo trascurata. Vi è un motivo ben chiaro, in tutto questo: la sessualità femminile è stata sempre vista come un'espressione psicologica e affettiva. Come qualcosa di assai meno fisico della sessualità maschile: le ragioni del corpo di lui sono riconosciute da sempre, mentre quello di lei ha appena acquisito la dignità di soggetto. E ha, a dire il vero, ancora tanta, tanta strada da fare.
Angelicato, vocato soltanto a quella specie di miracolo che è la procreazione, il corpo della donna non ha quasi mai avuto voce in capitolo; la sua sessualità è stata per millenni ignorata e poi, a emancipazione in corso, confinata alla sfera psicologica e agli impulsi della volontà. Il corpo, ridotto al silenzio.
Oggi, uno studio condotto dal Primary Care Sciences Research Centre della Keele University (Gran Bretagna), ci spiega che per una donna su tre l'orgasmo si configura come una specie di chimera pressoché irraggiungibile. Ben poco di nuovo, si dirà, in questa ricerca. Se non che, la responsabile di questo studio, Kate Dunn, rivela che il 34-45 per cento della variazione individuale nella capacità di raggiungere l'acme del piacere dipende dalla variabilità genetica individuale. Questa specie di determinismo tale per cui nasciamo condannate o no ad appagarci facendo l'amore, non deve però diventare il pretesto per gettare la spugna.
Perché tanto il dolore sessuale quanto questa presunta vocazione genetica al piacere sono il segno che il nostro corpo chiede rispetto. Anche soltanto un poco di attenzione prima di rivolgerci prontamente, con una specie di automatismo indotto, alla tanto coccolata psiche.
LE STORIE
QUELLE CHE SIMULANO
«Con mio marito fingo da una vita»
La simulazione di Meg Ryan nel film «Harry ti presento Sally» è impressa nella memoria di noi tutte. Ma non sempre le finzioni sono così allegre, anzi. Sprofondata in una vecchia poltrona del suo salotto, quasi alla ricerca di una protezione fisica, Annalisa - 43 anni, commercialista - accende una sigaretta dietro l’altra. «È una vita che recito a letto. Non so perché. Ho avuto una brutta delusione d’amore a 16 anni, tre anni fa ho iniziato una psicoterapia, spero mi aiuti». E intanto? «Cambio uomo in continuazione, alla ricerca di quel piacere che nessuno finora, a parte quella primissima esperienza da adolescente, mi ha regalato».
Slanciata, mani curate, sguardo bruno e appassionato, Annalisa non ha nulla in apparenza che tradisca la sua frustrazione. Difficile immaginarla in una condizione di costante insoddisfazione. Lo sguardo, la voce sono sensuali: «La mia carta vincente per ingannare gli uomini», sorride, solo con le labbra però. Perché è un inganno che la ferisce e l’annoia. «Vengono confusa con una mangiauomini. Invece mi chiedo: possibile che nessuno di loro si accorga che non provo piacere? La verità è che gli uomini sono noiosi. Io avrò pure il mio problemino, ma da parte loro mai un guizzo creativo».
Decisamente più ironica e spiritosa è Carla, 51 anni, insegnante. «Quella bellissima vignetta di Ellekappa, la ricorda? Recitava così: “Vedi cara, l’amore è una cosa, il sesso un’altra” “E la roba che facciamo noi come si chiama?”. Come vede, il piacere per noi donne non è ancora un diritto ma un optional». Carla ha una carica di simpatia che certo l’aiuta anche in un luogo così delicato come la zona notte. «Conosco mio marito da 36 anni - dice - ci vado a letto da 33, permetterà che non mi senta ancora assalita dal fuoco sacro della passione. Per lui è diverso, ancora mi desidera, anche se non è un grandissimo amante, e io non posso negarmi sempre». Quindi? «Quindi fingo. Non ho altra scelta, lui la finisce di stressarmi, in fondo non mi costa tantissimo. Mi tengo il marito al quale voglio bene e con cui ormai sono diventata un’attrice perfetta. E per convincerlo, prima dei rapporti uso un gel vaginale. Lui è contento, e io non patisco troppo».
All’amor proprio del suo fidanzato è destinata la simulazione di Sandra, 28 anni, cameriera in una pizzeria al taglio, aspirante architetto. «Lo so che non è bello fingere a letto, soprattutto alla mia età, ma non voglio ferire il mio ragazzo: credo si sentirebbe responsabile, invece lui non c’entra per niente». Come fa ad esserne così sicura? «Per due motivi. Uno di carattere fisico, nel senso che per un po’ ho sofferto di vaginismo. Sono stata seguita da un bravo sessuologo, che mi ha aiutata a superare i sensi di colpa che avevo a causa dell’educazione religiosa ricevuta in famiglia».
E l’altro motivo? «Negli ultimi due anni sono stata molto sotto stress perché ho deciso di finire l’università e intanto lavoravo, anzi ancora lavoro, come cameriera. Arrivo a letto stanca morta, per il lavoro e per lo studio. Per questo, quando il mio ragazzo mi cerca a letto faccio finta di stare bene anch’io. Ne ho parlato con alcune amiche e mi hanno detto di farmi furba, perché la stanchezza non c’entra, e che forse lui dovrebbe essere più attento ai preliminari. Ma io sinceramente non me la sento di perderlo, ho paura che se mi metto a fargli quei discorsi va a finire che mi molla. Chissà, forse davvero sono solo troppo stanca per concentrarmi sul mio corpo, sul mio piacere. Vedremo come andrà al mare».
La Stampa 24.6.05
Non lo fo per piacer mio
Elena Loewenthal
Quante parole per il dire il sesso delle donne: liberato, dichiarato. Mai più represso. Esigente. Insoddisfatto. Confuso. Sdoganato, insomma, nel suo ruolo dentro la vita, al di là della procreazione e dei doveri coniugali. Soprattutto e più che mai, argomento di chiacchiera e discussione: di sesso si parla.
Eppure c'è anche, e c'è ancora, un sesso delle donne sottaciuto. Quasi un tabù, in un'epoca come la nostra di strenua consumazione dei tabù. E' il sesso doloroso. Non - o non necessariamente - quello reduce dal trauma di una violenza subìta magari tanti anni addietro. E nemmeno il sesso rifiutato per gravi patologie dell'animo e del fisico. E' invece un sesso più banale, che in fondo non dovrebbe fare notizia: condito di disturbi piccoli ma tenaci, trasforma il desiderio in un fastidio, il piacere in una immancabile frustrazione.
Ne parla Alessandra Graziottin in un libro appena uscito, intitolato «Il dolore segreto. Le cause e le terapie del dolore femminile durante i rapporti sessuali» (Mondadori editore, pp. 295, euro 17,00). L'autrice, forte di una lunga esperienza nel campo della sessuologia, parte da una lunga serie di casi «clinici» per raccontarci questo dolore di fare l'amore. Vi sono donne giovani e altre mature, ragazze alle prime esperienze e madri reduci da parti difficoltosi: «Sei una piaga! Possibile che un rapporto che alle altre dà solo piacere a te faccia venire un male cane per tre giorni?». Racconta Marianna (26 anni) esasperata dal sentirsi dare dell'isterica. Invece è «espareunia», cioè «persistente o ricorrente dolore genitale associato al rapporto sessuale»: non un’inibizione né una forma di rifiuto inconscio. Un male fisico, da curare. Perché nella sofferenza sessuale, ci spiega Graziottin, succede una cosa davvero singolare. Il dolore non è (quasi) mai psicogeno: ha solide basi biologiche, di competenza medica. Però dalle donne viene spesso confuso e considerato «semplicemente» alla stregua di una sorta di risonanza fisica della psiche.
Lo si ritiene un fenomeno psicosomatico, insomma, mentre è esattamente il contrario: il dolore sessuale ha cause fisiche, ma nella coscienza delle donne - che ne parlano di rado e ancor più di rado decidono di rivolgersi agli specialisti - viene avvertito come un disagio psicologico. Una fisima. Diana, 33 anni: «Mi aspettavo che far l'amore fosse una cosa meravigliosa. Invece ho provato sempre dolore, fin dalla prima volta. Passerà, mi dicevo. Invece il dolore è peggiorato negli anni». Prima di pensare che c'è qualcosa che non funziona nel corpo, in casi come questi si chiamano in causa la testa, i sentimenti.
Disapreunia, vaginismo, cicatrici retraenti, anomalie anatomiche, sono invece alcuni fra i nomi di questo dolore, la cui componente fisica è stata per tanto tempo trascurata. Vi è un motivo ben chiaro, in tutto questo: la sessualità femminile è stata sempre vista come un'espressione psicologica e affettiva. Come qualcosa di assai meno fisico della sessualità maschile: le ragioni del corpo di lui sono riconosciute da sempre, mentre quello di lei ha appena acquisito la dignità di soggetto. E ha, a dire il vero, ancora tanta, tanta strada da fare.
Angelicato, vocato soltanto a quella specie di miracolo che è la procreazione, il corpo della donna non ha quasi mai avuto voce in capitolo; la sua sessualità è stata per millenni ignorata e poi, a emancipazione in corso, confinata alla sfera psicologica e agli impulsi della volontà. Il corpo, ridotto al silenzio.
Oggi, uno studio condotto dal Primary Care Sciences Research Centre della Keele University (Gran Bretagna), ci spiega che per una donna su tre l'orgasmo si configura come una specie di chimera pressoché irraggiungibile. Ben poco di nuovo, si dirà, in questa ricerca. Se non che, la responsabile di questo studio, Kate Dunn, rivela che il 34-45 per cento della variazione individuale nella capacità di raggiungere l'acme del piacere dipende dalla variabilità genetica individuale. Questa specie di determinismo tale per cui nasciamo condannate o no ad appagarci facendo l'amore, non deve però diventare il pretesto per gettare la spugna.
Perché tanto il dolore sessuale quanto questa presunta vocazione genetica al piacere sono il segno che il nostro corpo chiede rispetto. Anche soltanto un poco di attenzione prima di rivolgerci prontamente, con una specie di automatismo indotto, alla tanto coccolata psiche.
streghe
il manifesto 24.6.05
Streghe allo specchio della modernità
Dal celebre classico di Jules Michelet, appena riproposto in una nuova traduzione da Stampa Alternativa, a una serie di romanzi per adulti e per ragazzi ambientati nella Salem dei processi o nel Salento della taranta, ritorna una delle più emblematiche figure della femminilità. Ma forse non era mai scomparsa
LAURA PUGNO
Le streghe son tornate. O meglio, erano già tornate negli anni Settanta, immagini di pensiero e pratiche femminili da sempre represse, ormai decise ad esprimersi, e a farlo alla luce del sole. Ma oggi non hanno più bisogno di andare e tornare, oggi, in un tempo storico che da una parte pensa il magico e il sovrannaturale come l'estrema provincia della ragione e della scienza ai confini del mondo conosciuto, come qualcosa che forse non immediatamente, ma di certo un giorno sarà spiegato, e che dall'altra alimenta di nutrimenti magici e sovrannaturali (proprio in quanto estranei alla logica del Logos con tutto quello che gli sta intorno e accanto) un'amplissima produzione di contenuti letterari, grafici e visivi per bambini, adolescenti e adulti. Oggi, in un tempo storico che non pensa tanto a cercarsi nella politica e nella protesta quanto a specchiarsi - come nello specchio della strega matrigna di Biancaneve? - nell'entertainment e nella fiction, le streghe e streghette sono dappertutto: dalla secchiona Hermione, fedele amica dell'Harry Potter seriale di J.K. Rowling, al successo nostrano del fumetto «Witch», dalla piccola alchimista Nina, la «bambina della Sesta Luna» di Moony Witcher alias Roberta Rizzo, fino a Serafina Pekkala comprimaria della trilogia Queste oscure materie di Philip Pullman, passando per la serie televisiva «Streghe» con Shannen Doherty e Alyssa Milano, di cui sono da poco usciti sul mercato italiano i primi due dvd. Ancora simbolo di libertà e potere femminile, le streghe si sono trasformate anche in prodotto. Per capire le mutazioni moderne della sorcière attraverso antiche radici, si può partire da un classico come La strega di Jules Michelet, edito per la prima volta a Parigi nel 1862 e successivamente ripubblicato, con varianti, sia nello stesso anno che l'anno successivo. A un quarto di secolo di distanza dall'edizione Einaudi negli Struzzi (1980), lo ristampa oggi, col sottotitolo «La rivolta delle donne nel romanzo-verità dell'Inquisizione», Stampa Alternativa, nella traduzione di Stefano Lanuzza, che mira dichiaratamente a una contemporanea leggibilità. Molti ricorderanno l'incipit di questo libro a suo tempo scandaloso, e considerato il più interessante tra le opere «minori» dell'impetuoso storico della Histoire de France e dell'Histoire de la Revolution Française: «Alcuni autori affermano che, poco prima della vittoria del cristianesimo, una voce misteriosa percorresse le rive del mare Egeo dicendo: "Il grande Pan è morto"... Del resto, non era una novità che gli dèi dovessero morire».
Se la strega - protagonista e vittima di una tragedia storica che dal Medioevo al Settecento avrebbe fatto, dicono gli studiosi, più di un milione di morti - è per i suoi persecutori la fidanzata del diavolo, il diavolo di Michelet, quel principio del male a cui la Chiesa cattolica ancora concretamente e non simbolicamente dichiara di credere, è l'erede degli dèi morti, di Pan, di Priapo e di Dioniso e al contempo, come ricorda Lanuzza nella prefazione, del Satana ragionatore e vitalistico di John Milton: «Il paganesimo, religione potente e vitale», per Michelet, «comincia con la sibilla e finisce con la strega».
La scoperta del Nuovo Mondo e la colonizzazione europea delle Americhe importò la fede nell'esistenza della stregoneria di là dell'Atlantico (intorno a questo tema fra l'altro ruotano due romanzi di Celia Rees usciti nel 2001 e nel 2003 per Salani, Il viaggio della strega bambina e Se fossi una strega), e così oggi chi dice strega dice Salem, la cittadina americana del Massachusetts dove nel 1692, a duecento anni di distanza dallo sbarco di Cristoforo Colombo, con i processi e la messa a morte di una ventina di persone, si consumò un vero e proprio episodio di isteria collettiva, di cui sopravvive una ricca documentazione. Proprio nei dintorni di Salem, a Windale, un piccolo centro che su quegli episodi di più di tre secoli fa ha costruito una certa fortuna turistica, è ambientato Wither di John G. Passarella, che ha vinto il Bram Stoker Award 2000 nella categoria opere prime ed è pubblicato in Italia dalla Gargoyle Books, casa editrice specializzata nell'horror, nella traduzione di Tiziana Lo Porto. Protagonista è Wendy Ward, studentessa di psicologia del locale Danfield College, figlia del preside e appassionata di Wicca e New Age varia, costretta a fronteggiare l'oscura presenza di Elisabeth Wither, strega di più di cinquemila anni. La vicenda di Wither è il primo atto di una trilogia - gli altri due titoli sono Wither's Rain e Wither's Legacy - che Gargoyle pubblicherà successivamente.
A una stregoneria mediterranea in cui si muovono «masciare» capaci di temibili fatture, turcinieddhri d'interiora d'agnello o carne umana, e legamenti d'amore, si ispira invece il romanzo d'esordio di Clara Nubile, Io ti attacco nel sangue, uscito a marzo per Fazi. La vicenda di Laura, studentessa a Bologna che al ritorno da un viaggio in India si ritrova afflitta da un mal di testa che sfida ogni diagnosi, è il pretesto per un viaggio nel Salento delle nonne e delle madri, «tarantate» che si liberano dal veleno e dalle passioni nel ballo furioso della pizzica. La «terra del rimorso» investigata alla fine degli anni Cinquanta da Ernesto de Martino si mescola nel libro di Nubile al Salento di oggi, portato sullo schermo da Edoardo Winspeare in Sangue vivo ed epicentro della voga del neotarantismo. Termine, quest'ultimo, diffuso dalla giornalista salentina Anna Nacci, autrice di vari saggi sull'argomento tra cui, di nuovo per Stampa Alternativa, Neotarantismo. Pizzica transe e riti dalle campagne alle metropoli. Dalle campagne alle metropoli è anche il percorso della «Notte della Taranta» di Ambrogio Sparagna e Giovanni Lindo Ferretti che nei prossimi giorni, il 29 giugno, torna per la seconda volta a Roma, all'Auditorium. Una data che forse non a caso cade a poca distanza dalla Midsummer Night, la festa di San Giovanni, che proprio oggi si celebra e che segna la Notte delle Streghe più famosa dell'anno.
Streghe allo specchio della modernità
Dal celebre classico di Jules Michelet, appena riproposto in una nuova traduzione da Stampa Alternativa, a una serie di romanzi per adulti e per ragazzi ambientati nella Salem dei processi o nel Salento della taranta, ritorna una delle più emblematiche figure della femminilità. Ma forse non era mai scomparsa
LAURA PUGNO
Le streghe son tornate. O meglio, erano già tornate negli anni Settanta, immagini di pensiero e pratiche femminili da sempre represse, ormai decise ad esprimersi, e a farlo alla luce del sole. Ma oggi non hanno più bisogno di andare e tornare, oggi, in un tempo storico che da una parte pensa il magico e il sovrannaturale come l'estrema provincia della ragione e della scienza ai confini del mondo conosciuto, come qualcosa che forse non immediatamente, ma di certo un giorno sarà spiegato, e che dall'altra alimenta di nutrimenti magici e sovrannaturali (proprio in quanto estranei alla logica del Logos con tutto quello che gli sta intorno e accanto) un'amplissima produzione di contenuti letterari, grafici e visivi per bambini, adolescenti e adulti. Oggi, in un tempo storico che non pensa tanto a cercarsi nella politica e nella protesta quanto a specchiarsi - come nello specchio della strega matrigna di Biancaneve? - nell'entertainment e nella fiction, le streghe e streghette sono dappertutto: dalla secchiona Hermione, fedele amica dell'Harry Potter seriale di J.K. Rowling, al successo nostrano del fumetto «Witch», dalla piccola alchimista Nina, la «bambina della Sesta Luna» di Moony Witcher alias Roberta Rizzo, fino a Serafina Pekkala comprimaria della trilogia Queste oscure materie di Philip Pullman, passando per la serie televisiva «Streghe» con Shannen Doherty e Alyssa Milano, di cui sono da poco usciti sul mercato italiano i primi due dvd. Ancora simbolo di libertà e potere femminile, le streghe si sono trasformate anche in prodotto. Per capire le mutazioni moderne della sorcière attraverso antiche radici, si può partire da un classico come La strega di Jules Michelet, edito per la prima volta a Parigi nel 1862 e successivamente ripubblicato, con varianti, sia nello stesso anno che l'anno successivo. A un quarto di secolo di distanza dall'edizione Einaudi negli Struzzi (1980), lo ristampa oggi, col sottotitolo «La rivolta delle donne nel romanzo-verità dell'Inquisizione», Stampa Alternativa, nella traduzione di Stefano Lanuzza, che mira dichiaratamente a una contemporanea leggibilità. Molti ricorderanno l'incipit di questo libro a suo tempo scandaloso, e considerato il più interessante tra le opere «minori» dell'impetuoso storico della Histoire de France e dell'Histoire de la Revolution Française: «Alcuni autori affermano che, poco prima della vittoria del cristianesimo, una voce misteriosa percorresse le rive del mare Egeo dicendo: "Il grande Pan è morto"... Del resto, non era una novità che gli dèi dovessero morire».
Se la strega - protagonista e vittima di una tragedia storica che dal Medioevo al Settecento avrebbe fatto, dicono gli studiosi, più di un milione di morti - è per i suoi persecutori la fidanzata del diavolo, il diavolo di Michelet, quel principio del male a cui la Chiesa cattolica ancora concretamente e non simbolicamente dichiara di credere, è l'erede degli dèi morti, di Pan, di Priapo e di Dioniso e al contempo, come ricorda Lanuzza nella prefazione, del Satana ragionatore e vitalistico di John Milton: «Il paganesimo, religione potente e vitale», per Michelet, «comincia con la sibilla e finisce con la strega».
La scoperta del Nuovo Mondo e la colonizzazione europea delle Americhe importò la fede nell'esistenza della stregoneria di là dell'Atlantico (intorno a questo tema fra l'altro ruotano due romanzi di Celia Rees usciti nel 2001 e nel 2003 per Salani, Il viaggio della strega bambina e Se fossi una strega), e così oggi chi dice strega dice Salem, la cittadina americana del Massachusetts dove nel 1692, a duecento anni di distanza dallo sbarco di Cristoforo Colombo, con i processi e la messa a morte di una ventina di persone, si consumò un vero e proprio episodio di isteria collettiva, di cui sopravvive una ricca documentazione. Proprio nei dintorni di Salem, a Windale, un piccolo centro che su quegli episodi di più di tre secoli fa ha costruito una certa fortuna turistica, è ambientato Wither di John G. Passarella, che ha vinto il Bram Stoker Award 2000 nella categoria opere prime ed è pubblicato in Italia dalla Gargoyle Books, casa editrice specializzata nell'horror, nella traduzione di Tiziana Lo Porto. Protagonista è Wendy Ward, studentessa di psicologia del locale Danfield College, figlia del preside e appassionata di Wicca e New Age varia, costretta a fronteggiare l'oscura presenza di Elisabeth Wither, strega di più di cinquemila anni. La vicenda di Wither è il primo atto di una trilogia - gli altri due titoli sono Wither's Rain e Wither's Legacy - che Gargoyle pubblicherà successivamente.
A una stregoneria mediterranea in cui si muovono «masciare» capaci di temibili fatture, turcinieddhri d'interiora d'agnello o carne umana, e legamenti d'amore, si ispira invece il romanzo d'esordio di Clara Nubile, Io ti attacco nel sangue, uscito a marzo per Fazi. La vicenda di Laura, studentessa a Bologna che al ritorno da un viaggio in India si ritrova afflitta da un mal di testa che sfida ogni diagnosi, è il pretesto per un viaggio nel Salento delle nonne e delle madri, «tarantate» che si liberano dal veleno e dalle passioni nel ballo furioso della pizzica. La «terra del rimorso» investigata alla fine degli anni Cinquanta da Ernesto de Martino si mescola nel libro di Nubile al Salento di oggi, portato sullo schermo da Edoardo Winspeare in Sangue vivo ed epicentro della voga del neotarantismo. Termine, quest'ultimo, diffuso dalla giornalista salentina Anna Nacci, autrice di vari saggi sull'argomento tra cui, di nuovo per Stampa Alternativa, Neotarantismo. Pizzica transe e riti dalle campagne alle metropoli. Dalle campagne alle metropoli è anche il percorso della «Notte della Taranta» di Ambrogio Sparagna e Giovanni Lindo Ferretti che nei prossimi giorni, il 29 giugno, torna per la seconda volta a Roma, all'Auditorium. Una data che forse non a caso cade a poca distanza dalla Midsummer Night, la festa di San Giovanni, che proprio oggi si celebra e che segna la Notte delle Streghe più famosa dell'anno.
giovedì 23 giugno 2005
il 15 giugno, Liberazione: ha pubblicato la rettifica chiesta da Paolo Izzo
Caro direttore, nel suo giornale di sabato 11 giugno è apparso un articolo riguardante la posizione di Massimo Fagioli sui referendum (pag.6) che riprende alcuni brani della mia intervista con lo psichiatra dal titolo "La legge 40 violenta il rapporto uomo - donna e nega ogni idea di trasformazione", pubblicata in esclusiva da Nuova Agenzia Radicale il 26 maggio scorso.
Sarebbe cosa gradita, per completezza di informazione e anche per restituire il pensiero di Fagioli interamente e correttamente (la frase «lo Stato deve togliersi di mezzo nei rapporti privati addirittura intimi e in particolare nel rapporto uomo - donna, per esempio, che Liberazione ha attribuito a Emanuele Severino, è in realtà dello stesso Fagioli) che lei trovasse il modo nei prossimi giorni di rettificare la notizia citando la fonte. La ringrazio per l'attenzione e la saluto caramente
Sarebbe cosa gradita, per completezza di informazione e anche per restituire il pensiero di Fagioli interamente e correttamente (la frase «lo Stato deve togliersi di mezzo nei rapporti privati addirittura intimi e in particolare nel rapporto uomo - donna, per esempio, che Liberazione ha attribuito a Emanuele Severino, è in realtà dello stesso Fagioli) che lei trovasse il modo nei prossimi giorni di rettificare la notizia citando la fonte. La ringrazio per l'attenzione e la saluto caramente
Paolo Izzo
L'articolo di sabato nella versione originale:
http://www.liberazione.it/giornale/050611/pdf/XX_6-PRP-2.pdf
...e il paginone delle lettere con la rettifica, pubblicato mercoledì:
http://www.liberazione.it/giornale/050615/pdf/XX_12-LET-1.pdf
http://www.liberazione.it/giornale/050611/pdf/XX_6-PRP-2.pdf
...e il paginone delle lettere con la rettifica, pubblicato mercoledì:
http://www.liberazione.it/giornale/050615/pdf/XX_12-LET-1.pdf
Radetsky all'attacco
ilmanifesto.it 22 giugno 2005
Dopo la procreazione, l'aborto
Presentato a Roma dal cardinal Ruini e dal presidente del senato Marcello Pera, il libro di Joseph Ratzinger «L'Europa di Benedetto». Una sfida ai laici e un attacco esplicito alla 194
IAIA VANTAGGIATO
ROMA . Non parte certo sottotono la campagna vaticana contro la legge 194. Passato agli atti - con onore - il trionfo del referendum sulla procreazione assistita, il cardinale Camillo Ruini raccoglie il tributo dovuto e lancia la sua prossima sfida chiamando a raccolta l'Europa intera, invitandola a serrare i ranghi contro la legge sull'aborto: «un piccolo omicidio che ci porta a smarrire l'identità umana e a far prevalere il diritto sulla forza sulla forza del diritto». Di fronte a lui, una platea d'eccezione: quella riunitasi ieri a Roma a palazzo Wedekind - storica sede del quotidiano Il Tempo - per la presentazione dell'ultimo libro del cardinale Joseph Ratzinger nonché prima fatica editoriale del nuovo papa Benedetto XVI.
La sala è accaldata e sin troppo gremita ma fa indubbiamente impressione vedere in prima fila - gomito a gomito e abili nel non rivolgersi la parola per circa due ore - un repubblicano storico come Giorgio La Malfa e un ex repubblichino come Mirko Tremaglia cui non manca di rendere omaggio più di un rappresentante dell'aristocrazia papalina. Per fortuna che a salvare l'estetica arriva Pierferdinando Casini, l'astensionista numero due, secondo solo al presidente del senato Marcello Pera - cui si deve peraltro l'introduzione al libro di Ratzinger - al quale è però destinato il posto d'onore: quello alla destra di Ruini.
Ed è a Pera che vengono riservati gli unici due applausi a scena aperta. Il primo quando, sornione, afferma - a proposito della differenza tra atei e agnostici - che «Dio non sopporta l'astensione. Lo sapevo da prima ma mi sono ben guardato dal dirlo». Il secondo quando recita l'ormai noto refrain della differenza tra laicità e laicismo e critica uno stato - quello per il quale riveste gli abiti di presidente del senato - incapace di accettare veli o crocefissi in nome di un non meglio identificato universalismo dei valori.
Ma il parterre è troppo ghiotto per non dargli un'occhiata anche perché è lì - tra politici navigati e nuovi arrivati, porporati e cappellani - che si sta giocando la prossima partita. Anzi le prossime: aborto, riaffermazione delle radici cristiane dell'Europa e salto di qualità di una religione che - visti anche gli ultimi risultati referendari - non si accontenta più di essere relegata nella sfera del privato ma si dichiara determinata ad affrontare l'agone pubblico e politico. Giovan Battista Re - sino a due mesi fa, tra i papabili - è fra i primi ad arrivare. Chiarificatore è illuminante del futuro clima politico è lo scambio di battute con l'ex presidente del Comitato di Bioetica: «Sui referendum avete fatto un ottimo lavoro». Eminenza, è la risposta, non è che l'inizio. Scendendo di grado - le gerarchie sono pur sempre gerarchie - la bionda Francesca Martini della Lega Nord sembra godersi tutti i complimenti del cappellano di Montecitorio: «Onorevole, ottimo lavoro. Può sedersi qui». Neanche il tempo di una risposta - «Non è che l'inizio» - e l'onorevole Martini è costretta a rinunciare all'ambita postazione in prima fila a causa di sopraggiunte complicazioni: quello è il posto di Andreotti e non sarà certo un'esponente della Lega a fare retrocedere di una fila il senatore a vita.
Presenti in platea anche una silenziosa Alessandra Mussolini, i ministri La Loggia e Stanca, i parlamentari Sanza, Gasparri e Volontè. Manca la sinistra che ai richiami del papa - nonostante la batosta elettorale - si rifiuta di rispondere.
Eppure è ai laici che il libro di Ratzinger si rivolge come una sfida: vivete come se dio esistesse. Quanto ai valori - sembra essere sottinteso - ci pensiamo noi. A sottolinearlo sono - da un unico pulpito - Camillo Ruini, Marcello Pera e Bruno Vespa, scelto non troppo a sorpresa come moderatore dell'incontro: «Abbiamo sbagliato - afferma Vespa, manco si trattasse di un membro del conclave - ad accettare l'articolo 52 della Carta europea (quello relativo ai concordati, ndr) e a non pretendere nel preambolo di quella stessa Carta la menzione delle radici cristiane dell'Europa».
Ratzinger è un papa d'eccezione, non ama le conversioni forzate e non crede che ci sia in atto una battaglia di civiltà tra religioni monoteistiche. Il vero scontro - chiosano all'unisono Pera e Ruini commentando il suo libro - è tra una razionalità scientista e positivista che pretende di essere universale e autosufficiente da un lato e le grandi culture storiche dall'altro, cristianesimo compreso. Tra un'idea di uomo ridotto a prodotto della natura e come tale trattato (l'embrione?) e quella di una fede che ora come non mai pretende di esprimersi anche pubblicamente.
Il giochino è tutto qua: lasciate che i laici vengano a me e lasciate che rimangano laici. La Chiesa non ha bisogno di nuove conversioni ma solo di altri voti. In vista, chissà, di una revisione della 194 o di una ripassata della legge 40.
I piccoli omicidi di Ratzinger
«Il dramma morale, la decisione per il bene o per il male,comincia dallo sguardo, dalla scelta di guardare il volto dell'altro o meno. Perché oggi si rifiuta quasi unanimamente l'infanticidio, mentre si è diventati quasi insensibili all'aborto? Forse solo perché nell'aborto non si vede il volto di chi verrà condannato a non vedere mai la luce». (Tratto da: Joseph Ratzinger, L'Europa di Benedetto nella crisi delle culture, introduzione di Marcello Pera, Cantagalli editore)
Dopo la procreazione, l'aborto
Presentato a Roma dal cardinal Ruini e dal presidente del senato Marcello Pera, il libro di Joseph Ratzinger «L'Europa di Benedetto». Una sfida ai laici e un attacco esplicito alla 194
IAIA VANTAGGIATO
ROMA . Non parte certo sottotono la campagna vaticana contro la legge 194. Passato agli atti - con onore - il trionfo del referendum sulla procreazione assistita, il cardinale Camillo Ruini raccoglie il tributo dovuto e lancia la sua prossima sfida chiamando a raccolta l'Europa intera, invitandola a serrare i ranghi contro la legge sull'aborto: «un piccolo omicidio che ci porta a smarrire l'identità umana e a far prevalere il diritto sulla forza sulla forza del diritto». Di fronte a lui, una platea d'eccezione: quella riunitasi ieri a Roma a palazzo Wedekind - storica sede del quotidiano Il Tempo - per la presentazione dell'ultimo libro del cardinale Joseph Ratzinger nonché prima fatica editoriale del nuovo papa Benedetto XVI.
La sala è accaldata e sin troppo gremita ma fa indubbiamente impressione vedere in prima fila - gomito a gomito e abili nel non rivolgersi la parola per circa due ore - un repubblicano storico come Giorgio La Malfa e un ex repubblichino come Mirko Tremaglia cui non manca di rendere omaggio più di un rappresentante dell'aristocrazia papalina. Per fortuna che a salvare l'estetica arriva Pierferdinando Casini, l'astensionista numero due, secondo solo al presidente del senato Marcello Pera - cui si deve peraltro l'introduzione al libro di Ratzinger - al quale è però destinato il posto d'onore: quello alla destra di Ruini.
Ed è a Pera che vengono riservati gli unici due applausi a scena aperta. Il primo quando, sornione, afferma - a proposito della differenza tra atei e agnostici - che «Dio non sopporta l'astensione. Lo sapevo da prima ma mi sono ben guardato dal dirlo». Il secondo quando recita l'ormai noto refrain della differenza tra laicità e laicismo e critica uno stato - quello per il quale riveste gli abiti di presidente del senato - incapace di accettare veli o crocefissi in nome di un non meglio identificato universalismo dei valori.
Ma il parterre è troppo ghiotto per non dargli un'occhiata anche perché è lì - tra politici navigati e nuovi arrivati, porporati e cappellani - che si sta giocando la prossima partita. Anzi le prossime: aborto, riaffermazione delle radici cristiane dell'Europa e salto di qualità di una religione che - visti anche gli ultimi risultati referendari - non si accontenta più di essere relegata nella sfera del privato ma si dichiara determinata ad affrontare l'agone pubblico e politico. Giovan Battista Re - sino a due mesi fa, tra i papabili - è fra i primi ad arrivare. Chiarificatore è illuminante del futuro clima politico è lo scambio di battute con l'ex presidente del Comitato di Bioetica: «Sui referendum avete fatto un ottimo lavoro». Eminenza, è la risposta, non è che l'inizio. Scendendo di grado - le gerarchie sono pur sempre gerarchie - la bionda Francesca Martini della Lega Nord sembra godersi tutti i complimenti del cappellano di Montecitorio: «Onorevole, ottimo lavoro. Può sedersi qui». Neanche il tempo di una risposta - «Non è che l'inizio» - e l'onorevole Martini è costretta a rinunciare all'ambita postazione in prima fila a causa di sopraggiunte complicazioni: quello è il posto di Andreotti e non sarà certo un'esponente della Lega a fare retrocedere di una fila il senatore a vita.
Presenti in platea anche una silenziosa Alessandra Mussolini, i ministri La Loggia e Stanca, i parlamentari Sanza, Gasparri e Volontè. Manca la sinistra che ai richiami del papa - nonostante la batosta elettorale - si rifiuta di rispondere.
Eppure è ai laici che il libro di Ratzinger si rivolge come una sfida: vivete come se dio esistesse. Quanto ai valori - sembra essere sottinteso - ci pensiamo noi. A sottolinearlo sono - da un unico pulpito - Camillo Ruini, Marcello Pera e Bruno Vespa, scelto non troppo a sorpresa come moderatore dell'incontro: «Abbiamo sbagliato - afferma Vespa, manco si trattasse di un membro del conclave - ad accettare l'articolo 52 della Carta europea (quello relativo ai concordati, ndr) e a non pretendere nel preambolo di quella stessa Carta la menzione delle radici cristiane dell'Europa».
Ratzinger è un papa d'eccezione, non ama le conversioni forzate e non crede che ci sia in atto una battaglia di civiltà tra religioni monoteistiche. Il vero scontro - chiosano all'unisono Pera e Ruini commentando il suo libro - è tra una razionalità scientista e positivista che pretende di essere universale e autosufficiente da un lato e le grandi culture storiche dall'altro, cristianesimo compreso. Tra un'idea di uomo ridotto a prodotto della natura e come tale trattato (l'embrione?) e quella di una fede che ora come non mai pretende di esprimersi anche pubblicamente.
Il giochino è tutto qua: lasciate che i laici vengano a me e lasciate che rimangano laici. La Chiesa non ha bisogno di nuove conversioni ma solo di altri voti. In vista, chissà, di una revisione della 194 o di una ripassata della legge 40.
I piccoli omicidi di Ratzinger
«Il dramma morale, la decisione per il bene o per il male,comincia dallo sguardo, dalla scelta di guardare il volto dell'altro o meno. Perché oggi si rifiuta quasi unanimamente l'infanticidio, mentre si è diventati quasi insensibili all'aborto? Forse solo perché nell'aborto non si vede il volto di chi verrà condannato a non vedere mai la luce». (Tratto da: Joseph Ratzinger, L'Europa di Benedetto nella crisi delle culture, introduzione di Marcello Pera, Cantagalli editore)
una segnalazione di Paolo Izzo
anche Liberazione, martedì 21, ha pubblicato un articolo sul festival di Pesaro
per vedere la pagina in pdf cliccare qui: http://www.liberazione.it/giornale/050621/pdf/XX_11-CUL-02.pdf
obiezione di coscienza
Yahoo! Sanità mercoledì 22 giugno 2005,
Obiezione di coscienza: fin dove spingersi
Il Pensiero Scientifico Editore
L’obiezione di coscienza in medicina apre nuove questioni non ancora esplorate. Non esiste solo il diritto al rifiuto di fornire una pratica medica ma anche il diritto di non facilitare il paziente che intende fare qualcosa in contrasto con la coscienza del medico?
Questo la spinosa questione che viene dagli Stati Uniti: una riflessione in corso tra medici, infermieri ed operatori sanitari su cosa voglia dire veramente svolgere il lavoro secondo la propria coscienza. In alcuni stati della federazione la riflessione si è già trasformata in legge: è il diritto all’astensione. In Italia questo diritto di non-decidere che ha valore di decisione è stato di recente evocato e applicato in occasione del referendum sulla fecondazione medicalmente assistita.
L’ultimo numero del New England Journal of Medicine affronta il problema in un interessante editoriale. Cosa vuol dire “agire secondo coscienza” di fronte a richieste di aborto, eutanasia, suicidio assistito, riproduzione medicalmente assistita, ricerche su cellule staminali? Può voler dire oltre che rifiutarsi di praticare l’aborto, per esempio, anche rifiutarsi di prescrivere la pillola del giorno dopo, astenersi dal fornire tutte le informazioni ad un paziente che si pensa voglia fare una scelta in contrasto con la coscienza dell’operatore. Un pediatra, per esempio, si potrebbe rifiutare di dire al paziente che sono disponibili dei vaccini contro la varicella perché per produrli sono stati usati tessuti proveniente da feti abortiti.
“Le questioni di coscienza sono insidiose. Alcune interpretazioni personali finiscono per diventare leggi universali” avverte l’editoriale del NEJM. Gli operatori rivendicano il loro diritto di agire secondo coscienza ma questo potrebbe essere lesivo nei confronti dei pazienti. In Wisconsin un farmacista che personalmente riteneva la contraccezione una forma di aborto si è rifiutato di dare ad una donna la pillola anticoncezionale e anche di restituirle la ricetta in modo che potesse andare a comprare il farmaco da un’altra parte. In Wisconsin questo farmacista non è punibile per legge perché ha esericitato il suo diritto, pervisto dalla legge, di astenersi dalla partecipazione alla problematica del malato.
Questo è un esempio e potrebbe essere anche un’estremizzazione; tuttavia il problema della espressione delle libertà singole rimane, compatibilmente con il rispetto delle libertà altrui, come si diceva un tempo.
Obiezione di coscienza: fin dove spingersi
Il Pensiero Scientifico Editore
L’obiezione di coscienza in medicina apre nuove questioni non ancora esplorate. Non esiste solo il diritto al rifiuto di fornire una pratica medica ma anche il diritto di non facilitare il paziente che intende fare qualcosa in contrasto con la coscienza del medico?
Questo la spinosa questione che viene dagli Stati Uniti: una riflessione in corso tra medici, infermieri ed operatori sanitari su cosa voglia dire veramente svolgere il lavoro secondo la propria coscienza. In alcuni stati della federazione la riflessione si è già trasformata in legge: è il diritto all’astensione. In Italia questo diritto di non-decidere che ha valore di decisione è stato di recente evocato e applicato in occasione del referendum sulla fecondazione medicalmente assistita.
L’ultimo numero del New England Journal of Medicine affronta il problema in un interessante editoriale. Cosa vuol dire “agire secondo coscienza” di fronte a richieste di aborto, eutanasia, suicidio assistito, riproduzione medicalmente assistita, ricerche su cellule staminali? Può voler dire oltre che rifiutarsi di praticare l’aborto, per esempio, anche rifiutarsi di prescrivere la pillola del giorno dopo, astenersi dal fornire tutte le informazioni ad un paziente che si pensa voglia fare una scelta in contrasto con la coscienza dell’operatore. Un pediatra, per esempio, si potrebbe rifiutare di dire al paziente che sono disponibili dei vaccini contro la varicella perché per produrli sono stati usati tessuti proveniente da feti abortiti.
“Le questioni di coscienza sono insidiose. Alcune interpretazioni personali finiscono per diventare leggi universali” avverte l’editoriale del NEJM. Gli operatori rivendicano il loro diritto di agire secondo coscienza ma questo potrebbe essere lesivo nei confronti dei pazienti. In Wisconsin un farmacista che personalmente riteneva la contraccezione una forma di aborto si è rifiutato di dare ad una donna la pillola anticoncezionale e anche di restituirle la ricetta in modo che potesse andare a comprare il farmaco da un’altra parte. In Wisconsin questo farmacista non è punibile per legge perché ha esericitato il suo diritto, pervisto dalla legge, di astenersi dalla partecipazione alla problematica del malato.
Questo è un esempio e potrebbe essere anche un’estremizzazione; tuttavia il problema della espressione delle libertà singole rimane, compatibilmente con il rispetto delle libertà altrui, come si diceva un tempo.
Fonte: Charo AR. The celestial fire of coscience. Refusing to deliver medical care. NEJM 2005;24:2471-3.
Usa, ricerca sulle staminali
braccio di ferro tra la presidenza e i singoli Stati
Tempomediconline - Tempo Medico n. 797 23 giugno 2005
USA: gli Stati scendono in campo
Sulla scia della California altri Stati finanziano programmi di ricerca sulle staminali
di Donatella Poretti
Gli Stati Uniti sono in pieno fermento. La notizia della prima clonazione terapeutica riuscita in Corea del Sud e i primi passi dei ricercatori di Newcastle in Gran Bretagna sembrano aver prodotto una ulteriore accelerazione, per evitare di restare a guardare i progressi fatti all'estero. Il paese pioniere per eccellenza non se lo può permettere.
Il 24 maggio il Congresso, con 238 voti a favore e 194 contrari, ha approvato lo Stem Cell Research Enhancement Act, la proposta di legge del deputato repubblicano del Delaware Mike Castle e della democratica del Colorado Diane DeGette che prevede di estendere i finanziamenti federali anche alle linee embrionali ottenute dopo il 2001, data limite fissata dalla Casa Bianca, e derivate da embrioni in eccedenza delle cliniche di fecondazione assistita. E mentre il provvedimento è passato al Senato, il presidente George W. Bush ha preannunciato che opporrà il suo primo veto dopo 5 anni alla Casa Bianca: "Sono contrario all'uso del denaro dei contribuenti per sostenere studi e promuovere un tipo di scienza che distrugge la vita per "salvare la vita"".
Ma il denaro dei contribuenti ha già iniziato a confluire in alcuni programmi per la ricerca con le staminali embrionali voluti, e votati, dai singoli Stati. La California ha fatto da apripista: dopo il voto dello scorso novembre su Proposition 71, ha iniziato a muovere i primi passi l'Istituto per la medicina rigenerativa, in attesa dell'arrivo della prima tranche di quei finanziamenti che nel giro di 10 anni toccheranno la cifra record di 3 miliardi di dollari. La gara è aperta e altri Stati, per non restare indietro e subire l'esodo dei propri ricercatori, delle aziende del biotech e dell'indotto, sono scesi in pista: New Jersey, Washington, Connecticut, Michigan, Massachusetts.
Il governatore democratico del New Jersey, Richard Codey, seguendo il modello californiano vorrebbe vendere 230 milioni di dollari in obbligazioni per la ricerca sulle cellule staminali. Con la più grande concentrazione di aziende farmaceutiche, che hanno contribuito nel 2003 all'economia dello stato con circa 24 miliardi di dollari, il New Jersey si organizza per non perderle.
La Camera dello stato di Washington ha approvato il progetto per lo sviluppo economico della scienza chiamato Life Science Discovery Fund. L'idea, sostenuta anche dalla governatrice Christine Gregoire, è quella di creare un fondo di 350 milioni di dollari che lo stato preleverà dall'industria del tabacco e che elargirà in bonus annuali da 35 milioni a partire dal 2008.
Nel Connecticut Camera e Senato hanno approvato alla fine di maggio un provvedimento che stanzia 100 milioni di dollari in 10 anni per la ricerca con le staminali embrionali. Il governatore Jodi Rell ha già dichiarato il suo accordo.
La governatrice del Michigan Jennifer Granholm ha proposto di destinare 2 miliardi di dollari alla ricerca con le staminali embrionali, ma per far questo c'è bisogno di modificare l'attuale legislazione che vieta i finanziamenti statali. Il voto è atteso per novembre.
In Massachusetts il parlamento ha approvato una legge che ancora non stanzia direttamente fondi, ma elimina le norme che vietavano finanziamenti alla ricerca con le staminali embrionali e alla clonazione terapeutica. A nulla è valso il veto apposto dal governatore Mitt Romney che, pur dichiarandosi a favore della ricerca con le staminali embrionali, voleva limitare la ricerca a quelle derivate da embrioni sovrannumerari. Il prossimo passo, preannuncia il presidente del Senato Robert Travaglini, sarà una legge per stabilire fondi ad hoc.
USA: gli Stati scendono in campo
Sulla scia della California altri Stati finanziano programmi di ricerca sulle staminali
di Donatella Poretti
Gli Stati Uniti sono in pieno fermento. La notizia della prima clonazione terapeutica riuscita in Corea del Sud e i primi passi dei ricercatori di Newcastle in Gran Bretagna sembrano aver prodotto una ulteriore accelerazione, per evitare di restare a guardare i progressi fatti all'estero. Il paese pioniere per eccellenza non se lo può permettere.
Il 24 maggio il Congresso, con 238 voti a favore e 194 contrari, ha approvato lo Stem Cell Research Enhancement Act, la proposta di legge del deputato repubblicano del Delaware Mike Castle e della democratica del Colorado Diane DeGette che prevede di estendere i finanziamenti federali anche alle linee embrionali ottenute dopo il 2001, data limite fissata dalla Casa Bianca, e derivate da embrioni in eccedenza delle cliniche di fecondazione assistita. E mentre il provvedimento è passato al Senato, il presidente George W. Bush ha preannunciato che opporrà il suo primo veto dopo 5 anni alla Casa Bianca: "Sono contrario all'uso del denaro dei contribuenti per sostenere studi e promuovere un tipo di scienza che distrugge la vita per "salvare la vita"".
Ma il denaro dei contribuenti ha già iniziato a confluire in alcuni programmi per la ricerca con le staminali embrionali voluti, e votati, dai singoli Stati. La California ha fatto da apripista: dopo il voto dello scorso novembre su Proposition 71, ha iniziato a muovere i primi passi l'Istituto per la medicina rigenerativa, in attesa dell'arrivo della prima tranche di quei finanziamenti che nel giro di 10 anni toccheranno la cifra record di 3 miliardi di dollari. La gara è aperta e altri Stati, per non restare indietro e subire l'esodo dei propri ricercatori, delle aziende del biotech e dell'indotto, sono scesi in pista: New Jersey, Washington, Connecticut, Michigan, Massachusetts.
Il governatore democratico del New Jersey, Richard Codey, seguendo il modello californiano vorrebbe vendere 230 milioni di dollari in obbligazioni per la ricerca sulle cellule staminali. Con la più grande concentrazione di aziende farmaceutiche, che hanno contribuito nel 2003 all'economia dello stato con circa 24 miliardi di dollari, il New Jersey si organizza per non perderle.
La Camera dello stato di Washington ha approvato il progetto per lo sviluppo economico della scienza chiamato Life Science Discovery Fund. L'idea, sostenuta anche dalla governatrice Christine Gregoire, è quella di creare un fondo di 350 milioni di dollari che lo stato preleverà dall'industria del tabacco e che elargirà in bonus annuali da 35 milioni a partire dal 2008.
Nel Connecticut Camera e Senato hanno approvato alla fine di maggio un provvedimento che stanzia 100 milioni di dollari in 10 anni per la ricerca con le staminali embrionali. Il governatore Jodi Rell ha già dichiarato il suo accordo.
La governatrice del Michigan Jennifer Granholm ha proposto di destinare 2 miliardi di dollari alla ricerca con le staminali embrionali, ma per far questo c'è bisogno di modificare l'attuale legislazione che vieta i finanziamenti statali. Il voto è atteso per novembre.
In Massachusetts il parlamento ha approvato una legge che ancora non stanzia direttamente fondi, ma elimina le norme che vietavano finanziamenti alla ricerca con le staminali embrionali e alla clonazione terapeutica. A nulla è valso il veto apposto dal governatore Mitt Romney che, pur dichiarandosi a favore della ricerca con le staminali embrionali, voleva limitare la ricerca a quelle derivate da embrioni sovrannumerari. Il prossimo passo, preannuncia il presidente del Senato Robert Travaglini, sarà una legge per stabilire fondi ad hoc.
di tutt'erbe un fascio
Adnkronos 23.6.05
DISABILI: 700 MILA GLI ITALIANI CON MALATTIE PSICHICHE
Roma, 23 giu. (Adnkronos) - Sono 700 mila gli italiani affetti da disabilità psichiche. Il dato è emerso stamani nel corso del seminario organizzato dalle onlus ad un anno dalla istituzione della figura dell'amministratore di sostegno. Il nuovo strumento non riguarda soltanto questo campione di italiani ma, come è stato rilevato nel corso del convegno, tutti coloro che si trovano in difficoltà nell'esercizio dei propri diritti, quindi anche anziani, persone che possono essere indotte a compromettere il proprio patrimonio, ma anche alcolisti, tossicodipendenti, soggetti colpiti da ictus, malati terminali e più in generale persone non autosufficienti.
DISABILI: 700 MILA GLI ITALIANI CON MALATTIE PSICHICHE
Roma, 23 giu. (Adnkronos) - Sono 700 mila gli italiani affetti da disabilità psichiche. Il dato è emerso stamani nel corso del seminario organizzato dalle onlus ad un anno dalla istituzione della figura dell'amministratore di sostegno. Il nuovo strumento non riguarda soltanto questo campione di italiani ma, come è stato rilevato nel corso del convegno, tutti coloro che si trovano in difficoltà nell'esercizio dei propri diritti, quindi anche anziani, persone che possono essere indotte a compromettere il proprio patrimonio, ma anche alcolisti, tossicodipendenti, soggetti colpiti da ictus, malati terminali e più in generale persone non autosufficienti.
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