Libertà 24.10.03
Grinzane Cinema: vince Bellocchio
Torino - Il regista Marco Bellocchio e lo scrittore cileno Antonio Skarmeta sono i vincitori della 1ª edizione del Festival Grinzane Cinema, con il critico cinematografico Tullio Kezich che ha ricevuto il premio speciale Martini. A Bellocchio è andato il premio per il miglior film italiano, “Buongiorno notte” tratto da un libro, “Il prigioniero” di Anna Laura Braghetti e Paola Tavella. Il premio per la migliore opera letteraria trasposta su pellicola è stato assegnato a Skarmeta con «Ardiente Paciencia».
(c) 1998-2002 - LIBERTA'
Liberazione 24.10.03
Bellocchio vince il Premio Grinzane Cinema
Annunciati ieri i vincitori della prima edizione del Festival Grinzane Cinema. Il Premio per il miglior film italiano tratto da un libro va a Marco Bellocchio per "Buongiorno, notte", tratto da "Il prigioniero" (Feltrinelli, 2003) di Anna Laura Braghetti e Paola Tavella. Il Premio per la migliore opera letteraria trasposta su pellicola va a Antonio Skármeta per "Ardiente Paciencia" (Garzanti, 1983), da cui è stato tratto il film omonimo (Cile, 1983) e "Il Postino" di Michael Radford (Italia, 1994). Il Festival si svolgerà a Stresa, dal 29 ottobre al 1° novembre.
ADNKRONOS notizia del 23/10/200317:36
CINEMA: A LO CASCIO, BELLOCCHIO E RAI CINEMA IL PREMIO ROSSELLINI@MAIORI
Salerno, 23 ott. - (Adnkronos/Mak) - Luigi Lo Cascio "Miglior attore dell'anno". Il Premio speciale rossellini@maiori 2003 va quest'anno all'attore siciliano protagonista de 'La meglio gioventu'' di Marco Tullio Giordana, di 'Buongiorno Notte' di Marco Bellocchio e piu' recentemente della commedia 'Mio cugino' di Alessandro Piva. Oltre a Lo Cascio riceveranno il premio anche Marco Bellocchio ''Per l'insieme della sua opera filmica e per la particolare sensibilita' alle problematiche sociali del nostro tempo" e a RaiCinema ''Per il suo sostegno al cinema italiano'', si legge nelle motivazioni del premio. La cerimonia fissata per il 25 ottobre a Maiori (Salerno) conclude la quarta edizione del concorso annuale diretto dal figlio di Roberto Rossellini, Renzo, interamente dedicato a giovani autori di cortometraggi. Durante la settimana che precede la serata finale si sono tenuti 'Seminari di cinema', diretti da Renzo Rossellini, seguiti ogni anno da giovani studenti di cinema e appassionati, che vogliono essere un'occasione di formazione, un percorso didattico volto a lasciare una traccia. Sicuramente di spicco sono le sessioni di 'Critica cinematografica' con Cristina Piccino; 'Regia' con i registi Moumen Smihi, Farida Benlyazid e Yesim Ustaoglu; 'Recitazione' con l'attrice indiana Sharmila Tagore; "Lezione ipermediale sul film 'L'Amore' di Alessandro Pamini. (Mak/Adnkronos)
«SEGNALAZIONI» è il titolo della testata indipendente di Fulvio Iannaco che - registrata già nel 2001 - ha ormai compiuto il diciottesimo anno della propria continua ricerca e resistenza.
Dal 2007 - poi - alla sua caratteristica originaria di libera espressione del proprio ideatore, «Segnalazioni» ha unito la propria adesione alla «Associazione Amore e Psiche» - della quale fu fra i primissimi fondatori - nella prospettiva storica della realizzazione della «Fondazione Massimo Fagioli»
L'ASSOCIAZIONE CULTURALE
sabato 25 ottobre 2003
un articolo di Peter Schneider su "L'espresso":
Bellocchio e la storia del terrorismo
(segnalato da Sergio Grom)
L'Espesso
UOMINI DI PIOMBO
Libri, mostre, film. Dall'Italia alla Germania si torna a discutere di terrorismo. E si riaprono antiche ferite. Un grande scrittore tedesco spiega perché. Con una tesi provocatoria
È la "banalità del terrorismo.
I sedicenti eroi della liberazione erano dei piccoli borghesi dilettanti non all'altezza delle loro vittime
In Germania alcuni ex sessantottini radicali sono diventati ministri e sottosegretari
di Peter Schneider
Ogni generazione scrive di nuovo la storia e se ne conquista gli orrori, così come i momenti magici; e a volte, gli uni e glì altri appartengono alla storia che quella stessa generazione ha inscenato e vissuto. Avendo assìstito alla nascita della contestazione del 1968, tanto in Germania (a Berlino) quanto in Italia (a Trento), ho avuto modo di conoscere i capi storici di quei gruppi, che in Italia presero il nome di Brigate rosse e in Germania quello di Raf, Rote Armee Fraktion, quand'erano ancora, per così dire, «semplicí compagni». Perciò ho seguito con partecipazione, e anche con una certa inquietudine, il rinnovato dibattito sugli anni del terrore. Non è la prima volta che nella mia generazione si rícompone daccapo, attraverso opere letterarie e cinematografiche, il puzzle degli anni di piombo. E non sarà certo neppure l'ultima volta che nel corso di un'operazione del genere emerge un nuovo aspetto. finora ignorato o rimosso dall'opinione pubblica, e che sembra poter spiegare l'inconcepibile.
Si potrà comprendere, credo, il fastidio profondo che uno come me prova nell'osservare come il movimento del '68 sia sempre più messo in ombra dalle sue escrescenze omicide, la Raf e le Brigate rosse, tanto che alcuni idioti estremìsti finiscono per rimanere incisi nella memoria collettiva come i soli rappresentanti di quel movimento di ribellione.
Diamo uno sguardo al modo in cui si stanno rivisitando oggi i sequestri di persona e gli omicidi commessi trent'anni fa: eventi che ci appaiono, a distanza di tempo, come un incubo incomprensíbile, quasi una favola dell'orrore giunta fino a noi da epoche immemorabili. Su questi eventi si è riacceso, quasi contemporaneamente in Germania e in Italia, un aspro dibattito. A scaldare gli animi sono state, in Italia, due opere cinematografiche: il film in due parti "La meglio gioventù" di Marco Tullio, Giordana e "Buongiorno notte" di Marco Bellocchio. In Germania, il progetto di una mostra intitolata "Mythos Raf" (Il mito Raf) ha suscitato reazioni violente, tanto da determinare la sospensione dell'iniziativa, che pure era stata promossa con un contributo pubblico di 100 mila euro. I responsabili del finanziamento hanno dichiarato che avrebbero continuato a sostenere il progetto soltanto a condizione che lo spirito della mostra «si contrapponga nel modo più rigoroso a qualsiasi glorificazione o creazione di leggende». Gli organizzatori della mostra sono stati indotti a modificarne l'impostazione soprattutto dalle proteste dei familiari delle vittime. Secondo le voci che circolano in proposito, a questo punto l'intento non sarà più quello di documentare la storia della Raf attraverso immagini e documenti dell'epoca, bensì di adottare un punto di vista artìstico, analizzando il modo in cui questi eventi sono stati circondati da un'aura estetica e mitica. A mio parere un'operazione assurda, che otterrà esattamente ciò che i critici dei progetto volevano evitare.
A gettare altro olio sul fuoco è uscito poche settimane fa un libro dell'ex sessantottino Gerd Koenen, dal titolo: " Vesper, Ensslin, Baader" (Bernward Vesper era il primo marito di Gudrun Ensslin, assieme ad Andreas Baader e Ulrike Meinhof, fondatrice dalla Raf). L'autore può rivendicare il merito di aver fatto luce per la prima volta, con il distacco di un contemporaneo che vuole comprendere ma non perdonare, sul mondo dì tre "disperati": mentre i due ultimi si conquistarono fama mondiale con una serie di omicidi politici, Vesper (padre del figlio della Ensslin) cercò la sua propria "liberazione" dapprima nella letteratura, e infine nel suicidio.
In che cosa consiste la persistente inquietudine e il fascino suscitato dai "disperati" (tedeschi e italiani) di quegli anni? Perché si continua a riscrivere sempre di nuovo la loro storia? Credo che la risposta sia di una semplicità sbalorditiva. Il fatto è che i vari Curcio, Moretti, Gallinari, Maccari, Baader, Meinhof, Ensslin non erano "delinquenti comuni" come i governi cercavano allora di far credere ai loro cittadini traumatizzati. La tendenza degli interpreti ufficiali, dettata dal panico, di accreditare una versione semplicistica di quei crimini a sfondo politico si è rivelata addirittura controproducente. I cittadini sapevano, o intuivano che se questi criminali si erano resi responsabili di rapine, sequestri di persona, torture e omicidi, non lo avevano fatto perché spinti da "bassi motivi", bensì in nome di un fine più elevato. Tutte le loro azioni, comprese le più infami e le più inaudite, erano intese come un servizio ai diseredati di tutto il mondo, e segnatamente di quello che allora si chiamava Terzo mondo. Con la protezione di questa specie di scudo morale fai-da-te, portato sul petto e sul cuore, all'improvviso tutto sembrava permesso. Anche far fuori la guardia dei corpo di un "obiettivo da centrare". E persino le bassezze perpetrate all'interno dei gruppo, fino all'esecuzione dei «traditori». Gli autori di questi sedicenti delitti "morali" o "altruistici" ne traevano un guadagno soggettivo, sotto forma di un'immane sbornia di potere: sui politici, sui media, sugli intellettuali che se li contendevano; potere sul sesso, potere sulla morte. Su quella dei nemici come sulla propria. Ogni giorno poteva essere l'ultimo.
La sorprendente analogia del revival italiano e tedesco dei dibattito sul trauma degli anni '70 consiste per l'appunto nello smontaggio dell'aureola morale degli autodesignati liberatori del mondo. Parafrasando un celebre titolo di Hanna Arendt, potremmo parlare di un esame ravvicinato della "Banalità dei terrorismo". Chi guarda a quanto accadeva all'interno di questi gruppi può constatare che i sedicenti eroi delia liberazione mondiale erano in realtà nient'altro che piccoli borghesi, tossicodipendenti e dilettanti, non all'altezza delle loro vittime. Ciò non significa affatto che le loro motivazioni morali fossero fittizie.
Di fatto, non erano i "Rebels without a cause" (ribelli senza una causa) messi in scena da Elia Kazan. I loro moventi si rivelano piuttosto come il risultato di un grottesco errore di valutazione e di una spietata automanipolazione. L'analisi della realtà sottesa al culto dell'azione liberatoria era sbagliata, il loro linguaggio schematico e privo di vita. La loro prassi era criminale, la vita interna dei gruppi repressiva e squallida.
Nel suo libro, Koenen descrive come Baader si era improvvisamente trasformato, dal momento della sua entrata nella clandestinità, da comunissimo tanghero da osteria in una specie di divo. Nel mondo alla rovescia della lotta metropolitana armata, le cui formule erano fornite dalle intelligentìssime Ensslin e Meinhof, il più brutale era re: vinceva chi si diimostrava più pronto a colpire o a puntare l'arma. I più sensibili, i più intelligenti passavano in sottordine. Baader era solito apostrofare con il termine "Fotze" (fregna) le donne dei gruppo, che a loro volta si chiamavano in questo modo a vicenda. L'aspetto più straordinario dell'opera di demitizzazione sia di Bellocchio sia di Koenen sta nella rinuncia a brandire discorsi moralistici di qualunque tipo. Entrambi osservano con distacco i loro personaggi, li fanno vedere all'opera e mettono così a nudo la loro banalità, lasciando che si condannino da sé.
I paralleli, certo interessanti, tra queste due operazioni, condotte rispettivamente a nord e a sud delle Alpi, rischiano però di portare a una conclusione errata. Le radici del terrorismo italiano e di quello tedesco non sono identiche, e i due fenomeni hanno avuto dimensioni diverse. In Germania, il terrorismo di sinistra non ha mai coinvolto più di 200 o 300 militanti attivi, più qualche decina di migliaia di simpatizzanti, mentre i militanti delle Brigate rosse e di altri gruppi apparentati erano parecchie migliaia, con centinaia di migliaia di simpatizzanti. In Germania, il trauma dei fascismo e di Auschwitz e le fantasie sulla reiterazione della storia hanno costituito i motivi determinanti della decisione di intraprendere la lotta armata. In Italia, almeno secondo le mie osservazioni, a fare da detonatore sono stati invece alcuni eventi di grande attualità in quel periodo: l'attentato di Piazza Fontana, quello di Brescia e di Bologna (riconducibili al terrorismo di estrema destra), le circostanze della morte di Pinelli, precipitato da una finestra della Questura di Milano, e il pericolo (immaginario o reale?) di un colpo di Stato di destra.
In entrambi i casi, pure del tutto diversi tra loro, si è visto come un certo numero di giovani intellettuali impegnati, e inizialmente anche intelligenti, siano stati capaci di fare, per una serie di buone e condivisibili ragioni, cose tremende e assolutamente deliranti.
Trovo peraltro sorprendente che nel rinnovato dibattito sul terrorismo degli anni '70 sia mancato un raffronto con l'attuale terrorismo islamista. Come se si fosse trattato di un fenomeno folcloristico specifico dell'Europa. Forse coloro che pure hanno demistificato il terrorismo europeo, non hanno compreso fino in fondo il problema. A un esame più ravvicinato si dimostrerà che i guru dei terrorismo isiamista non si distinguono più di tanto dai loro precursori europei (vedi box sotto). Nell'uno e nell'altro caso, non sono stati i poveri del mondo a credere nel terrorismo come via verso un mondo migliore, bensì i rampolli privilegiati dei ceti borghesi: intellettuali megalomani, manipolatori e avidi di potere fino al delirio, che si propongono come liberatori con slogan del tipo: "Qualunque contribuente americano è un legittimo obiettivo militare". E il fatto che nei rispettivi contesti abbiano suscitato di volta in volta un'eco diversa rientra in un altro capitolo.
Vorrei aggiungere ancora qualche parola in merito al dibattito interno europeo. A mio parere, l'aspetto più importante sta nel diverso atteggiamento della società tedesca e di quella italiana rispetto all'eredità della contestazione del '68. In Germania, quasi tutti i terroristi a suo tempo condannati per omicidi o per altri reati sono ormai liberi, e alcuni ex sessantottini radicali sono diventati nel frattempo ministri, sottosegretari, deputati. Trent'anni fa Joschka Fischer, non contento di riempirsi la bocca di slogan violenti, era passato alle vie di fatto - com'è stato dimostrato - in uno scontro con la polizia. Oggi è di gran lunga il più popolare dei politici tedeschi. L'Italia ha invece un premier che dopo la caduta del Muro di Berlino e il crollo dell'impero sovietico, continua a predicare la lotta contro il comunismo. Chi riuscirebbe a immaginare un Adriano Sofri, che trent'anni fa ha indubbiamente giocato con l'idea della violenza rivoluzionaria, ma secondo me (anche se i tribunali italiani lo hanno condannato), non l'ha mai messa in pratica uscire dal carcere e assumere la carica di ministro degli Esteri?
(traduzione di Elisabetta Horvat)
Sfogliando l'album di famiglia
In un libro una sorprendente antologia di testi sul terrorismo
«Il terrorismo moderno è pubblicità di morte per fine di potere. (...) si fa pubblicità alla morte come ai vestiti e alle sigarette». Parole di Alberto Moravia, scritte oltre trent'anni fa su "L'espresso" del 24 settembre 1972, in un'intervista realizzata da Dacia Maraini Si era allora, all'indomani della strage di Monaco: atleti israeliani sequestrati e massacrati durante i giochi olimpici dai terroristi venuti dal mondo arabo e islamico, dai palestinesi di Settebre nero. Oggi che lo, spettro dei terrorismo è tornato di nuovo a dominare il nostro immaginario (il terrorismo internazionale come cronaca, quello interno come dibattito e soggetto di libri e film) le parole dì Moravia sona citate nel volume "Terrorismo e terroristi" a cura di Marco Fossati che sta per essere pubblicato dall'editore Bruno Mondadori.
Quella di Fossati è un'antologia di testi sorprendente. E che aiuta a capire e a conoscere la storia e la genesi del terrorismo nonché la matrice comune dei terrorismo islamico e di quello europeo. Si va da Giuseppe Flavio passando per Robespierre e Lenin, fino ad Adriano Sofri che di Giuseppe Flavio è un cultore.
Gli accostamenti tra i vari autori citati sono sbalorditivi. Così la descrizione di Giuseppe Flavio dell'operato dei sicari - «briganti che portavano pugnali nascosti nel seno» - terroristi zeloti ebrei tra il 66 e il 70, è messa in parallelo con il racconto che Marco Polo fornisce 1200 anni dopo della setta degli Assassini (analizzata recentemente da Bernard Lewis) sulla montagna del Libano. Giuseppe Mazzini nella "Guerra per bande" anticipa sia la tattica della espropriazioni proletarie praticata dal giovane rivoluzionario Stalin (di cui precursore, una volta al potere é invece il francese Saint Just citato pure nel libro, sia, quando parla dell'"apostolato armato dell'insurrezione", la strategia del Che Guevara. Leggendo il frammento del "Catechismo del rivoluzionario" di Sergei Necaev, anarchico nihilista russo dell'800, sembra ascoltare Mario Moretti, versione "Buongiorno, notte" dì Marco Bellocchio.
E ancora, Emilio Lussu spiega che il tirannicidio, quindi il terrorismo individuale, è sbagliato politicamente ma giustificato moralmente, mentre Luigi Longo loda i "vendicatori spietati" dei Gap. Lelio Basso, sempre su "L'espresso" e sempre nel settembre 1972, parla dell'ipocrisia di chi intitola le piazze a Guglielmo Oberdan e Felice Orsini, per poi condannare i palestinesi di Monaco, che comunque sono meno feroci degli americani in Vietnam e delle dittature sud-americane. Non a caso Rossana Rossanda, nel marzo 1978, ricordava come il terrorismo facesse parte dell'album dì famiglia della sinistra: anche quel testo, più attuale che mai, lo troverete nel libro curato da Fossati.
W.G.
L'Espesso
UOMINI DI PIOMBO
Libri, mostre, film. Dall'Italia alla Germania si torna a discutere di terrorismo. E si riaprono antiche ferite. Un grande scrittore tedesco spiega perché. Con una tesi provocatoria
È la "banalità del terrorismo.
I sedicenti eroi della liberazione erano dei piccoli borghesi dilettanti non all'altezza delle loro vittime
In Germania alcuni ex sessantottini radicali sono diventati ministri e sottosegretari
di Peter Schneider
Ogni generazione scrive di nuovo la storia e se ne conquista gli orrori, così come i momenti magici; e a volte, gli uni e glì altri appartengono alla storia che quella stessa generazione ha inscenato e vissuto. Avendo assìstito alla nascita della contestazione del 1968, tanto in Germania (a Berlino) quanto in Italia (a Trento), ho avuto modo di conoscere i capi storici di quei gruppi, che in Italia presero il nome di Brigate rosse e in Germania quello di Raf, Rote Armee Fraktion, quand'erano ancora, per così dire, «semplicí compagni». Perciò ho seguito con partecipazione, e anche con una certa inquietudine, il rinnovato dibattito sugli anni del terrore. Non è la prima volta che nella mia generazione si rícompone daccapo, attraverso opere letterarie e cinematografiche, il puzzle degli anni di piombo. E non sarà certo neppure l'ultima volta che nel corso di un'operazione del genere emerge un nuovo aspetto. finora ignorato o rimosso dall'opinione pubblica, e che sembra poter spiegare l'inconcepibile.
Si potrà comprendere, credo, il fastidio profondo che uno come me prova nell'osservare come il movimento del '68 sia sempre più messo in ombra dalle sue escrescenze omicide, la Raf e le Brigate rosse, tanto che alcuni idioti estremìsti finiscono per rimanere incisi nella memoria collettiva come i soli rappresentanti di quel movimento di ribellione.
Diamo uno sguardo al modo in cui si stanno rivisitando oggi i sequestri di persona e gli omicidi commessi trent'anni fa: eventi che ci appaiono, a distanza di tempo, come un incubo incomprensíbile, quasi una favola dell'orrore giunta fino a noi da epoche immemorabili. Su questi eventi si è riacceso, quasi contemporaneamente in Germania e in Italia, un aspro dibattito. A scaldare gli animi sono state, in Italia, due opere cinematografiche: il film in due parti "La meglio gioventù" di Marco Tullio, Giordana e "Buongiorno notte" di Marco Bellocchio. In Germania, il progetto di una mostra intitolata "Mythos Raf" (Il mito Raf) ha suscitato reazioni violente, tanto da determinare la sospensione dell'iniziativa, che pure era stata promossa con un contributo pubblico di 100 mila euro. I responsabili del finanziamento hanno dichiarato che avrebbero continuato a sostenere il progetto soltanto a condizione che lo spirito della mostra «si contrapponga nel modo più rigoroso a qualsiasi glorificazione o creazione di leggende». Gli organizzatori della mostra sono stati indotti a modificarne l'impostazione soprattutto dalle proteste dei familiari delle vittime. Secondo le voci che circolano in proposito, a questo punto l'intento non sarà più quello di documentare la storia della Raf attraverso immagini e documenti dell'epoca, bensì di adottare un punto di vista artìstico, analizzando il modo in cui questi eventi sono stati circondati da un'aura estetica e mitica. A mio parere un'operazione assurda, che otterrà esattamente ciò che i critici dei progetto volevano evitare.
A gettare altro olio sul fuoco è uscito poche settimane fa un libro dell'ex sessantottino Gerd Koenen, dal titolo: " Vesper, Ensslin, Baader" (Bernward Vesper era il primo marito di Gudrun Ensslin, assieme ad Andreas Baader e Ulrike Meinhof, fondatrice dalla Raf). L'autore può rivendicare il merito di aver fatto luce per la prima volta, con il distacco di un contemporaneo che vuole comprendere ma non perdonare, sul mondo dì tre "disperati": mentre i due ultimi si conquistarono fama mondiale con una serie di omicidi politici, Vesper (padre del figlio della Ensslin) cercò la sua propria "liberazione" dapprima nella letteratura, e infine nel suicidio.
In che cosa consiste la persistente inquietudine e il fascino suscitato dai "disperati" (tedeschi e italiani) di quegli anni? Perché si continua a riscrivere sempre di nuovo la loro storia? Credo che la risposta sia di una semplicità sbalorditiva. Il fatto è che i vari Curcio, Moretti, Gallinari, Maccari, Baader, Meinhof, Ensslin non erano "delinquenti comuni" come i governi cercavano allora di far credere ai loro cittadini traumatizzati. La tendenza degli interpreti ufficiali, dettata dal panico, di accreditare una versione semplicistica di quei crimini a sfondo politico si è rivelata addirittura controproducente. I cittadini sapevano, o intuivano che se questi criminali si erano resi responsabili di rapine, sequestri di persona, torture e omicidi, non lo avevano fatto perché spinti da "bassi motivi", bensì in nome di un fine più elevato. Tutte le loro azioni, comprese le più infami e le più inaudite, erano intese come un servizio ai diseredati di tutto il mondo, e segnatamente di quello che allora si chiamava Terzo mondo. Con la protezione di questa specie di scudo morale fai-da-te, portato sul petto e sul cuore, all'improvviso tutto sembrava permesso. Anche far fuori la guardia dei corpo di un "obiettivo da centrare". E persino le bassezze perpetrate all'interno dei gruppo, fino all'esecuzione dei «traditori». Gli autori di questi sedicenti delitti "morali" o "altruistici" ne traevano un guadagno soggettivo, sotto forma di un'immane sbornia di potere: sui politici, sui media, sugli intellettuali che se li contendevano; potere sul sesso, potere sulla morte. Su quella dei nemici come sulla propria. Ogni giorno poteva essere l'ultimo.
La sorprendente analogia del revival italiano e tedesco dei dibattito sul trauma degli anni '70 consiste per l'appunto nello smontaggio dell'aureola morale degli autodesignati liberatori del mondo. Parafrasando un celebre titolo di Hanna Arendt, potremmo parlare di un esame ravvicinato della "Banalità dei terrorismo". Chi guarda a quanto accadeva all'interno di questi gruppi può constatare che i sedicenti eroi delia liberazione mondiale erano in realtà nient'altro che piccoli borghesi, tossicodipendenti e dilettanti, non all'altezza delle loro vittime. Ciò non significa affatto che le loro motivazioni morali fossero fittizie.
Di fatto, non erano i "Rebels without a cause" (ribelli senza una causa) messi in scena da Elia Kazan. I loro moventi si rivelano piuttosto come il risultato di un grottesco errore di valutazione e di una spietata automanipolazione. L'analisi della realtà sottesa al culto dell'azione liberatoria era sbagliata, il loro linguaggio schematico e privo di vita. La loro prassi era criminale, la vita interna dei gruppi repressiva e squallida.
Nel suo libro, Koenen descrive come Baader si era improvvisamente trasformato, dal momento della sua entrata nella clandestinità, da comunissimo tanghero da osteria in una specie di divo. Nel mondo alla rovescia della lotta metropolitana armata, le cui formule erano fornite dalle intelligentìssime Ensslin e Meinhof, il più brutale era re: vinceva chi si diimostrava più pronto a colpire o a puntare l'arma. I più sensibili, i più intelligenti passavano in sottordine. Baader era solito apostrofare con il termine "Fotze" (fregna) le donne dei gruppo, che a loro volta si chiamavano in questo modo a vicenda. L'aspetto più straordinario dell'opera di demitizzazione sia di Bellocchio sia di Koenen sta nella rinuncia a brandire discorsi moralistici di qualunque tipo. Entrambi osservano con distacco i loro personaggi, li fanno vedere all'opera e mettono così a nudo la loro banalità, lasciando che si condannino da sé.
I paralleli, certo interessanti, tra queste due operazioni, condotte rispettivamente a nord e a sud delle Alpi, rischiano però di portare a una conclusione errata. Le radici del terrorismo italiano e di quello tedesco non sono identiche, e i due fenomeni hanno avuto dimensioni diverse. In Germania, il terrorismo di sinistra non ha mai coinvolto più di 200 o 300 militanti attivi, più qualche decina di migliaia di simpatizzanti, mentre i militanti delle Brigate rosse e di altri gruppi apparentati erano parecchie migliaia, con centinaia di migliaia di simpatizzanti. In Germania, il trauma dei fascismo e di Auschwitz e le fantasie sulla reiterazione della storia hanno costituito i motivi determinanti della decisione di intraprendere la lotta armata. In Italia, almeno secondo le mie osservazioni, a fare da detonatore sono stati invece alcuni eventi di grande attualità in quel periodo: l'attentato di Piazza Fontana, quello di Brescia e di Bologna (riconducibili al terrorismo di estrema destra), le circostanze della morte di Pinelli, precipitato da una finestra della Questura di Milano, e il pericolo (immaginario o reale?) di un colpo di Stato di destra.
In entrambi i casi, pure del tutto diversi tra loro, si è visto come un certo numero di giovani intellettuali impegnati, e inizialmente anche intelligenti, siano stati capaci di fare, per una serie di buone e condivisibili ragioni, cose tremende e assolutamente deliranti.
Trovo peraltro sorprendente che nel rinnovato dibattito sul terrorismo degli anni '70 sia mancato un raffronto con l'attuale terrorismo islamista. Come se si fosse trattato di un fenomeno folcloristico specifico dell'Europa. Forse coloro che pure hanno demistificato il terrorismo europeo, non hanno compreso fino in fondo il problema. A un esame più ravvicinato si dimostrerà che i guru dei terrorismo isiamista non si distinguono più di tanto dai loro precursori europei (vedi box sotto). Nell'uno e nell'altro caso, non sono stati i poveri del mondo a credere nel terrorismo come via verso un mondo migliore, bensì i rampolli privilegiati dei ceti borghesi: intellettuali megalomani, manipolatori e avidi di potere fino al delirio, che si propongono come liberatori con slogan del tipo: "Qualunque contribuente americano è un legittimo obiettivo militare". E il fatto che nei rispettivi contesti abbiano suscitato di volta in volta un'eco diversa rientra in un altro capitolo.
Vorrei aggiungere ancora qualche parola in merito al dibattito interno europeo. A mio parere, l'aspetto più importante sta nel diverso atteggiamento della società tedesca e di quella italiana rispetto all'eredità della contestazione del '68. In Germania, quasi tutti i terroristi a suo tempo condannati per omicidi o per altri reati sono ormai liberi, e alcuni ex sessantottini radicali sono diventati nel frattempo ministri, sottosegretari, deputati. Trent'anni fa Joschka Fischer, non contento di riempirsi la bocca di slogan violenti, era passato alle vie di fatto - com'è stato dimostrato - in uno scontro con la polizia. Oggi è di gran lunga il più popolare dei politici tedeschi. L'Italia ha invece un premier che dopo la caduta del Muro di Berlino e il crollo dell'impero sovietico, continua a predicare la lotta contro il comunismo. Chi riuscirebbe a immaginare un Adriano Sofri, che trent'anni fa ha indubbiamente giocato con l'idea della violenza rivoluzionaria, ma secondo me (anche se i tribunali italiani lo hanno condannato), non l'ha mai messa in pratica uscire dal carcere e assumere la carica di ministro degli Esteri?
(traduzione di Elisabetta Horvat)
Sfogliando l'album di famiglia
In un libro una sorprendente antologia di testi sul terrorismo
«Il terrorismo moderno è pubblicità di morte per fine di potere. (...) si fa pubblicità alla morte come ai vestiti e alle sigarette». Parole di Alberto Moravia, scritte oltre trent'anni fa su "L'espresso" del 24 settembre 1972, in un'intervista realizzata da Dacia Maraini Si era allora, all'indomani della strage di Monaco: atleti israeliani sequestrati e massacrati durante i giochi olimpici dai terroristi venuti dal mondo arabo e islamico, dai palestinesi di Settebre nero. Oggi che lo, spettro dei terrorismo è tornato di nuovo a dominare il nostro immaginario (il terrorismo internazionale come cronaca, quello interno come dibattito e soggetto di libri e film) le parole dì Moravia sona citate nel volume "Terrorismo e terroristi" a cura di Marco Fossati che sta per essere pubblicato dall'editore Bruno Mondadori.
Quella di Fossati è un'antologia di testi sorprendente. E che aiuta a capire e a conoscere la storia e la genesi del terrorismo nonché la matrice comune dei terrorismo islamico e di quello europeo. Si va da Giuseppe Flavio passando per Robespierre e Lenin, fino ad Adriano Sofri che di Giuseppe Flavio è un cultore.
Gli accostamenti tra i vari autori citati sono sbalorditivi. Così la descrizione di Giuseppe Flavio dell'operato dei sicari - «briganti che portavano pugnali nascosti nel seno» - terroristi zeloti ebrei tra il 66 e il 70, è messa in parallelo con il racconto che Marco Polo fornisce 1200 anni dopo della setta degli Assassini (analizzata recentemente da Bernard Lewis) sulla montagna del Libano. Giuseppe Mazzini nella "Guerra per bande" anticipa sia la tattica della espropriazioni proletarie praticata dal giovane rivoluzionario Stalin (di cui precursore, una volta al potere é invece il francese Saint Just citato pure nel libro, sia, quando parla dell'"apostolato armato dell'insurrezione", la strategia del Che Guevara. Leggendo il frammento del "Catechismo del rivoluzionario" di Sergei Necaev, anarchico nihilista russo dell'800, sembra ascoltare Mario Moretti, versione "Buongiorno, notte" dì Marco Bellocchio.
E ancora, Emilio Lussu spiega che il tirannicidio, quindi il terrorismo individuale, è sbagliato politicamente ma giustificato moralmente, mentre Luigi Longo loda i "vendicatori spietati" dei Gap. Lelio Basso, sempre su "L'espresso" e sempre nel settembre 1972, parla dell'ipocrisia di chi intitola le piazze a Guglielmo Oberdan e Felice Orsini, per poi condannare i palestinesi di Monaco, che comunque sono meno feroci degli americani in Vietnam e delle dittature sud-americane. Non a caso Rossana Rossanda, nel marzo 1978, ricordava come il terrorismo facesse parte dell'album dì famiglia della sinistra: anche quel testo, più attuale che mai, lo troverete nel libro curato da Fossati.
W.G.
venerdì 24 ottobre 2003
"disturbi alimentari"
L'Unità 24.10.2003
Bulimia, anoressia e le loro sorelle
di Luca Sciortino
C'è una guerra che non si vede e che si combatte in tutto l'Occidente. Con i suoi morti. È la guerra dei giovani contro il cibo. «Sono in netto aumento le persone che hanno un rapporto alterato o patologico con gli alimenti. In particolare, le persone bulimiche», ha affermato Gian Luigi Luxardi, psicoterapeuta e responsabile del Centro per i Disturbi Alimentari dell'Asl Friuli Occidentale, «Per le anoressiche, dopo un forte incremento, abbiamo avuto negli anni '90 una stabilizzazione di questo fenomeno, anche se compaiono nuove varianti».
Su una popolazione di 100 mila persone di sesso femminile e di età compresa tra i 12 e i 25 anni (cioè l'età a rischio), 100 sono anoressiche e 300 sono bulimiche. Le donne coprono da sole il 96 per cento dei soggetti che hanno rapporti patologici con il cibo. Complessivamente il 5-6 per cento della popolazione femminile in età a rischio ha un disturbo del comportamento alimentare di qualche tipo, percentuale che può salire al 10 per cento se si considerano tutte quelle situazioni che hanno forte probabilità di divenire patologiche. E purtroppo, in un anno, si ha una mortalità del 0,5 per cento tra i casi di soggetti che necessitano interventi di urgenza.
«Quando si parla di disturbi del comportamento alimentare ci si riferisce a tutte quelle situazioni nelle quali il modo in cui ci nutriamo è tale da compromettere la qualità della nostra vita - spiega Luxardi - l'anoressia e la bulimia nervosa sono soltanto i disturbi più noti. Ve ne sono molti altri che vengono raggruppati sotto la sigla EDNOS (Disturbi del Comportamento Alimentare non Altrimenti Specificati). Tra questi rientra la sindrome “mastica e sputa” : sono persone che masticano in continuazione il cibo ma non lo inghiottono. O il Disturbo da alimentazione incontrollata: i soggetti ingeriscono una grandissima quantità di cibo, anche in momenti in cui non hanno fame».
Ma ultimamente accanto a questi disturbi, altri se ne diffondono, come la «potomania», cioè un comportamento alimentare che consiste nel bere enormi quantità di acqua. «Si tratta per la verità di un disturbo diffuso da sempre tra le anoressiche, ma sta diventando sempre più frequente - fa notare Luxardi - ci sono ragazze che, pur di evitare di ingerire il cibo, arrivano a bere fino a 25 litri al giorno. Lo stomaco si dilata a dismisura, provocando fortissime coliche e c'è perfino un rischio elevato di coma e di morte».
C'è poi la bramosia di cibarsi di cibi sani o quella di avere un corpo muscoloso, tutti fenomeni che assumono talvolta aspetti patologici sino a divenire vere e proprie sindromi.
Negli stadi avanzati, alcuni sintomi di questi disturbi sono facilmente riconoscibili, ad esempio «i comportamenti ossessivi nei riguardi del cibo, le abbuffate seguite dal vomito nel caso della bulimia o la perdita di peso rilevante nel caso dell'anoressia» . Ma negli stadi iniziali è facile confondere i sintomi con i comportamenti «normali», tipici del nostro contesto sociale. Per questo Luxardi tiene a puntualizzare che segnali da cogliere sono: «l'aumento di autostima quando non si mangia, l'assunzione di regole alimentari rigide (nel caso dell'anoressia) e l'alternanza di periodi in cui si mangia poco con periodi in cui si mangia molto (nel caso della bulimia)».
Ma quali sono le cause dei disturbi del comportamento alimentare? Secondo Luxardi non si può parlare di una sola causa, semmai di molte concause: «Vi sono dei fattori predisponenti come la bassa autostima, il perfezionismo, ma senza dubbio gioca un ruolo fondamentale la cultura nella quale si vive, che esalta la magrezza, il culto del corpo e la valorizzazione dell'apparenza; i disturbi di comportamento alimentare sono di fatto diffusi soprattutto nel mondo occidentale». Non vi sono risposte chiare invece su quanto la famiglia contribuisca allo scatenarsi di un disturbo alimentare, ma, continua lo psicoterapeuta, «alcuni atteggiamenti dei genitori, come l'iperprotettività o l'ipercoinvolgimento nei confronti della figlia, possono contribuire al mantenimento del disturbo».
In questi ultimi anni, man mano che il rapporto alterato con il cibo assumeva sempre più le connotazioni di un vero e proprio problema sociale, sono aumentati i trattamenti specifici, calibrati sulla persona. «Di sicuro, occorre esperienza e conoscenza in più aree differenti fra loro», dice Luxardi, che spiega: «se vi sono le condizioni per una psicoterapia, è bene che questa sia coordinata all'interno di un équipe che sappia alternare interventi nutrizionali, pedagogici e psicologici; a volte comunque, a causa delle condizioni fisiche o psicologiche gravi è necessario un ricovero in una clinica. In ogni caso bisogna integrare la psicoterapia con una cura riabilitativa capace di restituire al soggetto il desiderio del cibo».
Ritornare a una vita normale è comunque possibile, e anzi molte delle pazienti reagiscono bene alle cure e guariscono in tempi relativamente brevi.
Uno studio compiuto in alcuni centri specialistici italiani rivela che entro sei anni guarisce il 70% dei soggetti ed entro tre anni il 50%. Purtroppo resta un 30% che, anche se migliora, continua ad alternare a periodi di «vita normale» periodi di ricaduta.
«Guarire» comunque, sottolinea Luxardi, «significa non soltanto recuperare peso, ma comprendere profondamente quanto è accaduto».
Bulimia, anoressia e le loro sorelle
di Luca Sciortino
C'è una guerra che non si vede e che si combatte in tutto l'Occidente. Con i suoi morti. È la guerra dei giovani contro il cibo. «Sono in netto aumento le persone che hanno un rapporto alterato o patologico con gli alimenti. In particolare, le persone bulimiche», ha affermato Gian Luigi Luxardi, psicoterapeuta e responsabile del Centro per i Disturbi Alimentari dell'Asl Friuli Occidentale, «Per le anoressiche, dopo un forte incremento, abbiamo avuto negli anni '90 una stabilizzazione di questo fenomeno, anche se compaiono nuove varianti».
Su una popolazione di 100 mila persone di sesso femminile e di età compresa tra i 12 e i 25 anni (cioè l'età a rischio), 100 sono anoressiche e 300 sono bulimiche. Le donne coprono da sole il 96 per cento dei soggetti che hanno rapporti patologici con il cibo. Complessivamente il 5-6 per cento della popolazione femminile in età a rischio ha un disturbo del comportamento alimentare di qualche tipo, percentuale che può salire al 10 per cento se si considerano tutte quelle situazioni che hanno forte probabilità di divenire patologiche. E purtroppo, in un anno, si ha una mortalità del 0,5 per cento tra i casi di soggetti che necessitano interventi di urgenza.
«Quando si parla di disturbi del comportamento alimentare ci si riferisce a tutte quelle situazioni nelle quali il modo in cui ci nutriamo è tale da compromettere la qualità della nostra vita - spiega Luxardi - l'anoressia e la bulimia nervosa sono soltanto i disturbi più noti. Ve ne sono molti altri che vengono raggruppati sotto la sigla EDNOS (Disturbi del Comportamento Alimentare non Altrimenti Specificati). Tra questi rientra la sindrome “mastica e sputa” : sono persone che masticano in continuazione il cibo ma non lo inghiottono. O il Disturbo da alimentazione incontrollata: i soggetti ingeriscono una grandissima quantità di cibo, anche in momenti in cui non hanno fame».
Ma ultimamente accanto a questi disturbi, altri se ne diffondono, come la «potomania», cioè un comportamento alimentare che consiste nel bere enormi quantità di acqua. «Si tratta per la verità di un disturbo diffuso da sempre tra le anoressiche, ma sta diventando sempre più frequente - fa notare Luxardi - ci sono ragazze che, pur di evitare di ingerire il cibo, arrivano a bere fino a 25 litri al giorno. Lo stomaco si dilata a dismisura, provocando fortissime coliche e c'è perfino un rischio elevato di coma e di morte».
C'è poi la bramosia di cibarsi di cibi sani o quella di avere un corpo muscoloso, tutti fenomeni che assumono talvolta aspetti patologici sino a divenire vere e proprie sindromi.
Negli stadi avanzati, alcuni sintomi di questi disturbi sono facilmente riconoscibili, ad esempio «i comportamenti ossessivi nei riguardi del cibo, le abbuffate seguite dal vomito nel caso della bulimia o la perdita di peso rilevante nel caso dell'anoressia» . Ma negli stadi iniziali è facile confondere i sintomi con i comportamenti «normali», tipici del nostro contesto sociale. Per questo Luxardi tiene a puntualizzare che segnali da cogliere sono: «l'aumento di autostima quando non si mangia, l'assunzione di regole alimentari rigide (nel caso dell'anoressia) e l'alternanza di periodi in cui si mangia poco con periodi in cui si mangia molto (nel caso della bulimia)».
Ma quali sono le cause dei disturbi del comportamento alimentare? Secondo Luxardi non si può parlare di una sola causa, semmai di molte concause: «Vi sono dei fattori predisponenti come la bassa autostima, il perfezionismo, ma senza dubbio gioca un ruolo fondamentale la cultura nella quale si vive, che esalta la magrezza, il culto del corpo e la valorizzazione dell'apparenza; i disturbi di comportamento alimentare sono di fatto diffusi soprattutto nel mondo occidentale». Non vi sono risposte chiare invece su quanto la famiglia contribuisca allo scatenarsi di un disturbo alimentare, ma, continua lo psicoterapeuta, «alcuni atteggiamenti dei genitori, come l'iperprotettività o l'ipercoinvolgimento nei confronti della figlia, possono contribuire al mantenimento del disturbo».
In questi ultimi anni, man mano che il rapporto alterato con il cibo assumeva sempre più le connotazioni di un vero e proprio problema sociale, sono aumentati i trattamenti specifici, calibrati sulla persona. «Di sicuro, occorre esperienza e conoscenza in più aree differenti fra loro», dice Luxardi, che spiega: «se vi sono le condizioni per una psicoterapia, è bene che questa sia coordinata all'interno di un équipe che sappia alternare interventi nutrizionali, pedagogici e psicologici; a volte comunque, a causa delle condizioni fisiche o psicologiche gravi è necessario un ricovero in una clinica. In ogni caso bisogna integrare la psicoterapia con una cura riabilitativa capace di restituire al soggetto il desiderio del cibo».
Ritornare a una vita normale è comunque possibile, e anzi molte delle pazienti reagiscono bene alle cure e guariscono in tempi relativamente brevi.
Uno studio compiuto in alcuni centri specialistici italiani rivela che entro sei anni guarisce il 70% dei soggetti ed entro tre anni il 50%. Purtroppo resta un 30% che, anche se migliora, continua ad alternare a periodi di «vita normale» periodi di ricaduta.
«Guarire» comunque, sottolinea Luxardi, «significa non soltanto recuperare peso, ma comprendere profondamente quanto è accaduto».
giovedì 23 ottobre 2003
mawivideo.it:
Marco Bellocchio al Centro Congressi di Ateneo
martedì 21 ottobre
Marco Bellocchio al Centro Congressi di Ateneo
martedì 21 ottobre
Roma. Il pomeriggio di martedì 21 ottobre - come era stato comunicato su questo blog - presso il Centro Congressi di Ateneo di via Salaria 113, a Roma, la facoltà di Sociologia ha inaugurato un ciclo di incontri dal titolo "Appuntamenti con la memoria".
Per l'occasione, sul tema "La memoria tra arte e il documento", Marco Bellocchio ha presentato "Buongiorno, notte" e Sergio Zavoli il suo documentario "Le tre Vie".
È seguito un dibattito, che si è rivelato molto interessante, tra i due autori e il prof. Alberto Abruzzese, ordinario di Sociologia delle comunicazioni di massa.
L'invito recitava così: «Tema di discussione: la differenza tra le modalità narrative utilizzate dal racconto cinematografico e dal documentario nella trasmissione della memoria storica e il valore dei documenti audiovisivi come testimonianza delle delicate connessioni che legano memoria sociale, individuale e collettiva»
Una troupe ha ripreso il dibattito, ed esso è ora disponibile per la visione e l'ascolto sul sito di Matteo Fago e di William Santero mawivideo.it (adesso anche con un bellissimo disegno!), per raggiungere il quale si può cliccare QUI
il Festival della Scienza a Genova
Corriere della Sera 23.10.03
IL FENOMENO
«Paura e grande attrazione Per noi italiani è un mondo ai confini con la magia»
La scienza corre, sforna scoperte i cui significati sono sempre più sofisticati e talvolta lontani dalla comprensione. Eppure c’è un’attrazione per questo mondo che è sotto gli occhi di tutti: i quotidiani se ne occupano, le riviste di settore crescono, i programmi tv si moltiplicano e, adesso, debutta addirittura un Festival della scienza. «Ma forse è proprio perché si sente il bisogno di capire di più che l’interesse aumenta» dice Emanuela Arata dell’Istituto nazionale di Fisica della materia e presidente del Festival genovese. «L’Italia è il Paese più antiscientifico d’Europa - dice - è c’è tanto bisogno di informazione per sciogliere quelle paure che la scienza in alcuni casi può far nascere proprio per la sua eccessiva sofisticatezza. Persino lo scienziato da noi è una figura anomala. Quei pochi che parlano spesso dissertano su tutto contribuendo più all’immagine del mago che del ricercatore. Invece attraverso il Festival vogliamo offrire un’idea corretta dove gli esperti raccontano ciò che sanno e compete loro». E’ sicuramente il modo giusto per rendere i messaggi più chiari e decifrabili, l’era dei tuttologi è da superare se si vuol capire davvero ciò che succede. «Lo scienziato - continua Arata - nei Paesi stranieri è visto come una persona che fa un mestiere normale anche se spesso più interessante. E’ una visione corretta perché solo così un giovane può giudicarla una prospettiva praticabile, un lavoro a cui ambire e prepararsi. Ed è un modo per combattere pure il calo nelle iscrizioni alle facoltà scientifiche».
Nonostante tutto nella scienza rimane però un po’ di magia, indispensabile per accendere il fascino di un mondo da conquistare. Un mondo che possiamo costruire noi, con le nostre scoperte e invenzioni diventando fabbricanti del futuro. «E’ vero, una certa magia esiste - continua Arata - anche perché spesso il confine del possibile nella ricerca non è chiaro e diventa labile. Qui deve scattare la responsabilità dello scienziato evitando di presentarla in una dimensione irreale».
Ma accade che sommersi da fiumi di scienza si fugga nell’irrazionale, nell’esoterico, nel magico più estremo. «Questa inclinazione è forse una componente antropologica dell’uomo - commenta Vittorio Bo, direttore del Festival - e solo una corretta informazione può sconfiggere atteggiamenti di rivolta, di rifiuto alla comprensione. L’iniziativa genovese vuol creare una sorta di abbecedario attraverso mostre, conferenze, giochi e spettacoli capaci di far capire come scienza e tecnologia siano parte della nostra vita quotidiana e non un mondo irraggiungibile. Dimostreremo che persino la magia di Harry Potter può essere più reale, più scientifica, di quanto immaginiamo».
Nulla è incomprensibile nella scienza, basta trovare il modo giusto per raccontarla. E’ questa la semplice verità che il festival genovese vuol diffondere. E per conquistare un risultato e sciogliere falsi miti, fa ricorso ad ogni mezzo: dal cinema al teatro, dal gioco alle mostre; ma soprattutto alla parola degli scienziati.
IL FENOMENO
«Paura e grande attrazione Per noi italiani è un mondo ai confini con la magia»
La scienza corre, sforna scoperte i cui significati sono sempre più sofisticati e talvolta lontani dalla comprensione. Eppure c’è un’attrazione per questo mondo che è sotto gli occhi di tutti: i quotidiani se ne occupano, le riviste di settore crescono, i programmi tv si moltiplicano e, adesso, debutta addirittura un Festival della scienza. «Ma forse è proprio perché si sente il bisogno di capire di più che l’interesse aumenta» dice Emanuela Arata dell’Istituto nazionale di Fisica della materia e presidente del Festival genovese. «L’Italia è il Paese più antiscientifico d’Europa - dice - è c’è tanto bisogno di informazione per sciogliere quelle paure che la scienza in alcuni casi può far nascere proprio per la sua eccessiva sofisticatezza. Persino lo scienziato da noi è una figura anomala. Quei pochi che parlano spesso dissertano su tutto contribuendo più all’immagine del mago che del ricercatore. Invece attraverso il Festival vogliamo offrire un’idea corretta dove gli esperti raccontano ciò che sanno e compete loro». E’ sicuramente il modo giusto per rendere i messaggi più chiari e decifrabili, l’era dei tuttologi è da superare se si vuol capire davvero ciò che succede. «Lo scienziato - continua Arata - nei Paesi stranieri è visto come una persona che fa un mestiere normale anche se spesso più interessante. E’ una visione corretta perché solo così un giovane può giudicarla una prospettiva praticabile, un lavoro a cui ambire e prepararsi. Ed è un modo per combattere pure il calo nelle iscrizioni alle facoltà scientifiche».
Nonostante tutto nella scienza rimane però un po’ di magia, indispensabile per accendere il fascino di un mondo da conquistare. Un mondo che possiamo costruire noi, con le nostre scoperte e invenzioni diventando fabbricanti del futuro. «E’ vero, una certa magia esiste - continua Arata - anche perché spesso il confine del possibile nella ricerca non è chiaro e diventa labile. Qui deve scattare la responsabilità dello scienziato evitando di presentarla in una dimensione irreale».
Ma accade che sommersi da fiumi di scienza si fugga nell’irrazionale, nell’esoterico, nel magico più estremo. «Questa inclinazione è forse una componente antropologica dell’uomo - commenta Vittorio Bo, direttore del Festival - e solo una corretta informazione può sconfiggere atteggiamenti di rivolta, di rifiuto alla comprensione. L’iniziativa genovese vuol creare una sorta di abbecedario attraverso mostre, conferenze, giochi e spettacoli capaci di far capire come scienza e tecnologia siano parte della nostra vita quotidiana e non un mondo irraggiungibile. Dimostreremo che persino la magia di Harry Potter può essere più reale, più scientifica, di quanto immaginiamo».
Nulla è incomprensibile nella scienza, basta trovare il modo giusto per raccontarla. E’ questa la semplice verità che il festival genovese vuol diffondere. E per conquistare un risultato e sciogliere falsi miti, fa ricorso ad ogni mezzo: dal cinema al teatro, dal gioco alle mostre; ma soprattutto alla parola degli scienziati.
un articolo da Le Scienze
(ricevuto da Eros Cococcetta)
Le Scienze 21.10.2003
L'espressione dei geni nei primati
La scoperta getta luce sull'evoluzione della cognizione umana
Un team di ricercatori del Salk Institute for Biological Studies", del Yerkes National Primate Research Center dell'Emory University, e dell'Università della California di Los Angeles, ha identificato i geni i cui livelli di attività nella corteccia cerebrale differiscono fra i primati umani e quelli non umani, come gli scimpanzé e i macachi resi. Le scoperte, pubblicate online sul sito della rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences", potrebbero fornire importanti indizi sulle insolite capacità cognitive degli esseri umani e aiutare gli scienziati a comprendere come mai gli uomini possiedono una arco di vita più lungo delle altre specie di primati ma sono così vulnerabili alle malattie neurodegenerative legate all'età.
Poiché le sequenze di DNA degli esseri umani sono così simili a quelle degli scimpanzé, gli scienziati hanno sempre ritenuto che le differenze fossero dovute ai livelli di attività di particolari geni, ovvero a quella che si chiama espressione dei geni, e di conseguenza alla quantità di particolari proteine prodotte dalle cellule. Il recente sequenziamento del genoma umano ha portato allo sviluppo di "chip genetici" che consentono di esaminare contemporaneamente i livelli di espressione di migliaia di geni e di confrontare i livelli di espressione di specie differenti.
Con questa tecnica, i ricercatori hanno identificato 91 geni che negli esseri umani vengono espressi in quantità differenti rispetto ad altre specie di primati. Dopo ulteriori studi, è stato scoperto che 83 di questi geni presentano livelli di attività superiori, regolando l'attività neurale.
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.
Le Scienze 21.10.2003
L'espressione dei geni nei primati
La scoperta getta luce sull'evoluzione della cognizione umana
Un team di ricercatori del Salk Institute for Biological Studies", del Yerkes National Primate Research Center dell'Emory University, e dell'Università della California di Los Angeles, ha identificato i geni i cui livelli di attività nella corteccia cerebrale differiscono fra i primati umani e quelli non umani, come gli scimpanzé e i macachi resi. Le scoperte, pubblicate online sul sito della rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences", potrebbero fornire importanti indizi sulle insolite capacità cognitive degli esseri umani e aiutare gli scienziati a comprendere come mai gli uomini possiedono una arco di vita più lungo delle altre specie di primati ma sono così vulnerabili alle malattie neurodegenerative legate all'età.
Poiché le sequenze di DNA degli esseri umani sono così simili a quelle degli scimpanzé, gli scienziati hanno sempre ritenuto che le differenze fossero dovute ai livelli di attività di particolari geni, ovvero a quella che si chiama espressione dei geni, e di conseguenza alla quantità di particolari proteine prodotte dalle cellule. Il recente sequenziamento del genoma umano ha portato allo sviluppo di "chip genetici" che consentono di esaminare contemporaneamente i livelli di espressione di migliaia di geni e di confrontare i livelli di espressione di specie differenti.
Con questa tecnica, i ricercatori hanno identificato 91 geni che negli esseri umani vengono espressi in quantità differenti rispetto ad altre specie di primati. Dopo ulteriori studi, è stato scoperto che 83 di questi geni presentano livelli di attività superiori, regolando l'attività neurale.
© 1999 - 2003 Le Scienze S.p.A.
mercoledì 22 ottobre 2003
un'altra recensione di "Buongiorno, notte" dagli USA
da filmstew.com, Tuesday, October 21, 2003
Festival Shrouded in Fog Of War
[...]
By A.G. Basoli
(per vedere l'originale integrale di questo articolo, con una bella foto di Maya Sansa a pag. 2, cliccare QUI)
[...]
Meanwhile, the sixties took center stage with Errol Morris’s Centerpiece documentary Fog of War, about the controversial former Secretary of Defense Robert S. McNamara. It acted as a starting point of sorts for Marco Tullion Giordana’s sweeping and award-winning journey through 40 years of Italian history, The Best of Youth.
Seamlessly working off his countryman’s flow, Marco Bellocchio’s Good Morning, Night seemed to glean the same kind of free flowing epic style as it recounted one of the most tragic episodes in the country’s history, conjuring up the kidnapping and assassination in 1978 of Italian Statesman Aldo Moro like some half-remembered detail from Italy’s subconscious realm.
“It’s probably indicative of what’s on filmmakers’ minds,” said festival director Richard Peña, also chair of the five-member selection committee. “Perhaps people are looking back to that decade – to notions of political commitment and engagement – and beginning to sort of reassess. We’re at a time when a kind of political consciousness has returned and we’re going back to the last moments when that happened.”
The Moro affair was the defining moment of a decade later known in Italy as “The Leaden Years,” referencing the lead bullets used by left-wing terror groups such as The Red Brigades in their seemingly daily attacks on public figures.
Bellocchio’s direction and script rejects the documentary-like techniques of traditional “cinema d’inchiesta,” honoring instead the conspiratorial political climate of the time. The filmmaker approaches the material with dreamy cautiousness, daring to imagine through the eyes of his female protagonist, who also happens to be the most disillusioned member of the terrorist cell, a different ending for their illustrious hostage.
“In real life, she wasn’t like that,” explains Bellocchio, who met original terrorist Annalaura Braghetti and loosely inspired the film on her book The Prisoner. “She continued to be a terrorist and participated in the assassination of Professor Bachelet, later on. She thought it was horrible but always obeyed. I took the liberty of creating a character who would have reacted and had a growing sense of what was happening.”
Italian actress Maya Sansa, who also appears in Marco Tullio Giordana’s The Best of Youth, plays the reluctant terrorist Anna with smoldering intensity. Despite a disappointing premiere at last year’s Venice Film Festival, the film was a hit in Italy, grossing more than a million Euros in its opening weeks.
[...]
Festival Shrouded in Fog Of War
[...]
By A.G. Basoli
(per vedere l'originale integrale di questo articolo, con una bella foto di Maya Sansa a pag. 2, cliccare QUI)
[...]
Meanwhile, the sixties took center stage with Errol Morris’s Centerpiece documentary Fog of War, about the controversial former Secretary of Defense Robert S. McNamara. It acted as a starting point of sorts for Marco Tullion Giordana’s sweeping and award-winning journey through 40 years of Italian history, The Best of Youth.
Seamlessly working off his countryman’s flow, Marco Bellocchio’s Good Morning, Night seemed to glean the same kind of free flowing epic style as it recounted one of the most tragic episodes in the country’s history, conjuring up the kidnapping and assassination in 1978 of Italian Statesman Aldo Moro like some half-remembered detail from Italy’s subconscious realm.
“It’s probably indicative of what’s on filmmakers’ minds,” said festival director Richard Peña, also chair of the five-member selection committee. “Perhaps people are looking back to that decade – to notions of political commitment and engagement – and beginning to sort of reassess. We’re at a time when a kind of political consciousness has returned and we’re going back to the last moments when that happened.”
The Moro affair was the defining moment of a decade later known in Italy as “The Leaden Years,” referencing the lead bullets used by left-wing terror groups such as The Red Brigades in their seemingly daily attacks on public figures.
Bellocchio’s direction and script rejects the documentary-like techniques of traditional “cinema d’inchiesta,” honoring instead the conspiratorial political climate of the time. The filmmaker approaches the material with dreamy cautiousness, daring to imagine through the eyes of his female protagonist, who also happens to be the most disillusioned member of the terrorist cell, a different ending for their illustrious hostage.
“In real life, she wasn’t like that,” explains Bellocchio, who met original terrorist Annalaura Braghetti and loosely inspired the film on her book The Prisoner. “She continued to be a terrorist and participated in the assassination of Professor Bachelet, later on. She thought it was horrible but always obeyed. I took the liberty of creating a character who would have reacted and had a growing sense of what was happening.”
Italian actress Maya Sansa, who also appears in Marco Tullio Giordana’s The Best of Youth, plays the reluctant terrorist Anna with smoldering intensity. Despite a disappointing premiere at last year’s Venice Film Festival, the film was a hit in Italy, grossing more than a million Euros in its opening weeks.
[...]
per la serie "panzane sesquipedali", ovvero:
vatti a fidare di TuttoScienze!
La Stampa TuttoScienze 22.10.03
Omosex o eterosex? Lo decide l’embrione
LA TENDENZA SESSUALE E’ IMPRESSA NEL CERVELLO NELL’AREA CHE REGOLA I RIFLESSI INVOLONTARI
di Paola Mariano
La scelta sessuale di ciascuno nella vita adulta è presa già prima di nascere, durante lo sviluppo embrionale, ed è impressa nel cervello in una tra le regioni più anticamente evolutasi, il sistema limbico, sede di funzioni subcoscienti come i riflessi involontari. Lo sostiene Qazi Rahman dell'Università East London con scienziati dell'Istituto di Psichiatria e Neuroscienze del Comportamento a conclusione di uno studio basato su un test neurologico che ha messo in luce la forte similitudine di risposte tra donne omosessuali e uomini etero e quella, anche se meno marcata, tra donne etero e gay. La ricerca, apparsa sulla rivista Behavioral Neuroscience, evidenzia che le preferenze sessuali sono innate e che l'ambiente ha un peso minimo sull’instaurarsi di tali scelte rispetto a fattori biologici che entrano in atto già nell'utero materno. Noi pensiamo, dichiara Rahman in un intervento, che nel corso dello sviluppo embrionale ci siano condizionamenti biologici dettati ad esempio da disuguali concentrazioni di certi ormoni cui è esposto il feto in crescita, primo tra tutti l'ormone maschile testosterone. Le donne omosessuali avrebbero "abitato" 9 mesi in uteri con testosterone più abbondante. Il test somministrato a donne e uomini, etero e non, si chiama tecnica dell'inibizione da prepulsazione (PPI) e consiste nell'esporre il campione a rumori sordi e improvvisi misurando la reazione involontaria dell'occhio, riflesso che tutti noi sperimentiamo sin da piccoli quando, in risposta a suoni bruschi, chiudiamo istintivamente gli occhi per un istante. Nel test si misura il tempo di reazione del soggetto valutando la rapidità del battito oculare al rumore e poi confrontandola con una seconda misura in cui il colpo sordo è fatto precedere da un suono più dolce - la prepulsazione. Questa, spiega lo scienziato prepara la mente al rumore sordo che arriverà di lì a poco, rallentando o inibendo il riflesso, da qui il nome del test. Il livello di inibizione del soggetto è misurato in una scala di valori che noi interpretiamo così, racconta Rahman: più è alto il numero più è forte l'inibizione dovuta al rumore di avvertimento. Ebbene, prosegue, noi abbiamo trovato che le donne omosessuali hanno un livello PPI praticamente uguale a quello degli uomini etero, 33% e 40% rispettivamente. Invece le donne etero hanno livello di inibizione molto più basso, solo 13%. I gay danno valori intermedi ma minori dei maschi e più vicini a quelli delle donne etero. Sappiamo che i riflessi involontari sono innati, dice l'autore, non appresi nel corso della vita e che risiedono nel sistema limbico, posto nella parte inferiore degli emisferi cerebrali e formato da un gruppo di strutture collegate tra loro, ipotalamo, amigdala e ippocampo. Poiché le proprietà del riflesso di ciascuno sono ben aderenti ai gusti sessuali, riteniamo che essi siano fissati proprio in questa regione del cervello. "Del resto già conosciamo differenze sessuali in essa, per esempio nell'ipotalamo, o anche nell'amigdala - dice Rahman - inoltre ci sono interconnessioni anche con altre zone più "alte" (con grado di complessità ed evoluzione maggiori) come i lobi frontali che controllano in parte gli aspetti emotivi dei desideri sessuali di una persona, ma il fulcro della direzione del gusto sessuale origina forse dal sistema limbico". Inoltre, continua, ci sono altre situazioni in cui donne omosessuali appaiono più vicine ai maschi che non alle donne etero, per esempio lo schema della lunghezza delle dita, cioè l'indice più corto dell'anulare, cosa che è misura dell'esposizione al testosterone prenatale e che pensiamo possa produrre le differenze sessuali del sistema limbico. Anni di studi hanno sempre più relegato il ruolo dell'ambiente sul gusto sessuale a posizioni marginali, per esempio sappiamo che figli di coppie omosessuali non lo diventano a loro volta con probabilità maggiore rispetto a figli di coppie etero. "Queste scoperte sono utili anche in psichiatria perché le donne omosessuali spesso hanno disturbi mentali più maschili e viceversa i gay malattie più femminili come disturbi alimentari e depressione - conclude - quindi capendo le differenze cerebrali alla base potremo pensare a terapie su misura a seconda del gusto sessuale del paziente".
Omosex o eterosex? Lo decide l’embrione
LA TENDENZA SESSUALE E’ IMPRESSA NEL CERVELLO NELL’AREA CHE REGOLA I RIFLESSI INVOLONTARI
di Paola Mariano
La scelta sessuale di ciascuno nella vita adulta è presa già prima di nascere, durante lo sviluppo embrionale, ed è impressa nel cervello in una tra le regioni più anticamente evolutasi, il sistema limbico, sede di funzioni subcoscienti come i riflessi involontari. Lo sostiene Qazi Rahman dell'Università East London con scienziati dell'Istituto di Psichiatria e Neuroscienze del Comportamento a conclusione di uno studio basato su un test neurologico che ha messo in luce la forte similitudine di risposte tra donne omosessuali e uomini etero e quella, anche se meno marcata, tra donne etero e gay. La ricerca, apparsa sulla rivista Behavioral Neuroscience, evidenzia che le preferenze sessuali sono innate e che l'ambiente ha un peso minimo sull’instaurarsi di tali scelte rispetto a fattori biologici che entrano in atto già nell'utero materno. Noi pensiamo, dichiara Rahman in un intervento, che nel corso dello sviluppo embrionale ci siano condizionamenti biologici dettati ad esempio da disuguali concentrazioni di certi ormoni cui è esposto il feto in crescita, primo tra tutti l'ormone maschile testosterone. Le donne omosessuali avrebbero "abitato" 9 mesi in uteri con testosterone più abbondante. Il test somministrato a donne e uomini, etero e non, si chiama tecnica dell'inibizione da prepulsazione (PPI) e consiste nell'esporre il campione a rumori sordi e improvvisi misurando la reazione involontaria dell'occhio, riflesso che tutti noi sperimentiamo sin da piccoli quando, in risposta a suoni bruschi, chiudiamo istintivamente gli occhi per un istante. Nel test si misura il tempo di reazione del soggetto valutando la rapidità del battito oculare al rumore e poi confrontandola con una seconda misura in cui il colpo sordo è fatto precedere da un suono più dolce - la prepulsazione. Questa, spiega lo scienziato prepara la mente al rumore sordo che arriverà di lì a poco, rallentando o inibendo il riflesso, da qui il nome del test. Il livello di inibizione del soggetto è misurato in una scala di valori che noi interpretiamo così, racconta Rahman: più è alto il numero più è forte l'inibizione dovuta al rumore di avvertimento. Ebbene, prosegue, noi abbiamo trovato che le donne omosessuali hanno un livello PPI praticamente uguale a quello degli uomini etero, 33% e 40% rispettivamente. Invece le donne etero hanno livello di inibizione molto più basso, solo 13%. I gay danno valori intermedi ma minori dei maschi e più vicini a quelli delle donne etero. Sappiamo che i riflessi involontari sono innati, dice l'autore, non appresi nel corso della vita e che risiedono nel sistema limbico, posto nella parte inferiore degli emisferi cerebrali e formato da un gruppo di strutture collegate tra loro, ipotalamo, amigdala e ippocampo. Poiché le proprietà del riflesso di ciascuno sono ben aderenti ai gusti sessuali, riteniamo che essi siano fissati proprio in questa regione del cervello. "Del resto già conosciamo differenze sessuali in essa, per esempio nell'ipotalamo, o anche nell'amigdala - dice Rahman - inoltre ci sono interconnessioni anche con altre zone più "alte" (con grado di complessità ed evoluzione maggiori) come i lobi frontali che controllano in parte gli aspetti emotivi dei desideri sessuali di una persona, ma il fulcro della direzione del gusto sessuale origina forse dal sistema limbico". Inoltre, continua, ci sono altre situazioni in cui donne omosessuali appaiono più vicine ai maschi che non alle donne etero, per esempio lo schema della lunghezza delle dita, cioè l'indice più corto dell'anulare, cosa che è misura dell'esposizione al testosterone prenatale e che pensiamo possa produrre le differenze sessuali del sistema limbico. Anni di studi hanno sempre più relegato il ruolo dell'ambiente sul gusto sessuale a posizioni marginali, per esempio sappiamo che figli di coppie omosessuali non lo diventano a loro volta con probabilità maggiore rispetto a figli di coppie etero. "Queste scoperte sono utili anche in psichiatria perché le donne omosessuali spesso hanno disturbi mentali più maschili e viceversa i gay malattie più femminili come disturbi alimentari e depressione - conclude - quindi capendo le differenze cerebrali alla base potremo pensare a terapie su misura a seconda del gusto sessuale del paziente".
martedì 21 ottobre 2003
Le trasmissioni con Marco Bellocchio
sono ora sulla rete
e alla libreria AMORE E PSICHE
sono ora sulla rete
e alla libreria AMORE E PSICHE
("Hollywood Party" di venerdì 17.10.03 e "I luoghi della vita" di domenica 19.10.03)
sono adesso disponibili - insieme a tutti i materiali audio e video precedenti -
sul sito di Matteo Fago e William Santero, mawivideo.it
(per andarci basta cliccare QUI).
nei locali della Libreria AMORE E PSICHE
- grazie ad Annalina Ferrante-
è disponibile un CD - non in vendita - per ascoltare queste stesse trasmissioni.
Libreria Amore e Psiche
via s. caterina da siena, 61- Roma
info: 06/6783908
amorepsiche2003@libero.it
gli orari della Libreria sono:
lunedi 15-20
dal venerdi al sabato 10-20
________________________________________________
LA VIDEOCASSETTA DELLE LEZIONI DI CHIETI (n.11/12)
DEL PROF. MASSIMO FAGIOLI
È DISPONIBILE A ROMA ALLA LIBRERIA AMORE E PSICHE E A FIRENZE DASTRATAGEMMA
come anche il numero 4/2003 della rivista
"IL SOGNO DELLA FARFALLA"
l'articolo di Roberto Escobar
citato al Lunedì
Il Sole 24ore, domenica 19.10.03
«The Dreamers» di Bertolucci perde la spinta dopo le sequenze iniziali e indulge a uno sterile estetismo
Fuga dal cinema quasi perfetta
di Roberto Escobar
È uno di noi, quel ragazzino magro che parla davanti alla Cinémateque, verso l'inizio di "The Dreamers" (Italia, Francia e Gran Bretagna, 2003, 120'). Come noi, nel 1968 aveva su per giù vent'anni. Per noi, appunto, il suo nome è Antoine Doinel - nato e vissuto in cinque film di Françoise Truffaut, da "Les 400 coups" (1959) a "L'amour en fuite" (1979) - anche se all'anagrafe è iscritto come Jean-Pierre Léaud. Bertolucci ce lo mostra ventenne, quel nostro ormai antico alter ego, in immagini di repertorio che riemergono dal passato, familiari e spaesanti. E ce lo mostra anche cinquantenne - non più Doinel, ma ormai solo Léaud -, in montaggio alternato con quel suo e nostro fantasma di trenta e più anni fa.
Non c'è dubbio, il film che Bertolucci trae da un romanzo di Gilbert Adair vuole essere "per noi", per noi che, seduti in platea, abbiamo imparato la vita. Ce lo ha detto e ridetto, L'autore di "Prima della rivoluzione"(1964) e "Strategia del ragno" (1970): quel che racconto è l'amore per il cinema, oltre che «lo spirito di quel momento... la certezza di un futuro di speranza». Noi lo abbiamo ben capito, e ora siamo - di nuovo e sempre - seduti in platea, nella certezza o almeno nella speranza, di "imparare" un po' di più la vita.
Ci riconosciamo in Doinel e in Léaud (più nel primo che nel secondo). Ci riconosciamo in quei folli che si siedono nelle prime file, forse per catturare le immagini uscite dallo schermo prima che tornino nel proiettore, come dice la voce narrante di Matthew (Michael Pitt), o forse per entrarci ben dentro, nella vita che vive in quello schermo.
Quelli folli siamo noi. E lo siamo anche quando discutono e litigano su chi sia più grande, se Buster Keaton o Charlie Chaplin. Così siamo stati e così siamo: convinti non che la vita al cinema sia una metafora della vita fuori dal cinema, ma proprio che questa sia una metafora di quella.
Così, come se fossimo anche noi, fra i giovani e i meno giovani parigini che difendono la Cinémateque di Henri Langlois dagli attacchi di André Malraux, ce ne andiamo lungo la Senna, discutendo di cinema e di vita con Mattew, Isabelle (Eva Green) e Theo (Louis Garrel). Poi, quando fa buio, ci facciamo portare da un gran bel "movimento di macchina" oltre un certo ponte e poi giù, lungo una scalinata che solo si intuisce. Ci fermiamo qualche passo indietro e li lasciamo andare, giusto in tempo per vedere le loro ombre che scendono e quasi affondano nel tempo, ingigantite su un muro illuminato al pari di uno schermo cinematografico.
E dopo? Che cosa succede dopo? Perché, pian piano, non ci sentiamo più dentro lo schermo? Perché ci alzeremmo volentieri dalle prime file, se il dovere del recensore - il contrario del piacere dello spettatore - non ci tenesse al nostro posto, insofferenti e con l'occhio all'orologio?
Succede,dunque, che Bertolucci non abbia più molto da dire, o che in ogni caso non riesca a dire più molto. S'è tutto speso nelle prime sequenze, e ora ha da raccontare una storia svuotata. Si trova tra le mani tre personaggi molto bellini, molto ben vestiti, molto "somiglianti" ai ventenni d'allora, soprattutto a quelli che Truffaut proprio non sopportava, e a cui alludeva nel 1973 in una lettera dura e sincera a Jean-Luc Godard. Tu, gli dice, hai intorno gente che ti applaude qualunque cosa tu faccia, gente che appartiene a «quella gauche elegante che va da Susan Sontag a Bertolucci»
Non abbiamo dubbi, noi, su chi sia davvero grande, fra Godard e Truffaut. Sarà forse anche per questo che, dopo le prime sequenze, non sentiamo più vita e non vediamo più cinema nello schermo di "The Dreamers". Ogni particolare è elegante. Ogni dettaglio degli interni è strepitoso. Ogni inquadratura è (quasi) perfetta, magari con tanto di riflessi negli specchi. Eppure non si sentono e non si vedono le anime di Matthew e di Isabelle e di Theo.
Ci sono invece i loro corpi, sui quali Bertolucci insiste e infierisce, come se al posto di una macchina da presa usasse gli strumenti di un perito settore. D'altra parte, e per restare in tema, le citazioni di vecchi classici in bianco e nero sono anch'esse meno espressive che tecniche, meno vissute che dissezionate, meno cinefile che cinecrofile.
C'è da dire poi della comicità involontaria di molte fra le inquadrature più "definitive" (piacciono a Bertlucci, queste inquadrature, come se con ciascuna di esse inseguisse una poeticità che sempre gli si sottrae). Ora, ci basta ricordare la penultima sequenza, con Isabelle che regge il tubo del gas fra i suoi due compagni, e con quel patetico sasso che rompe i vetri. Insomma, cacciata dalla porta, la vita ritorna dalla finestra.
Quanto al cinema, ci toccherà cercarlo altrove.
«The Dreamers» di Bertolucci perde la spinta dopo le sequenze iniziali e indulge a uno sterile estetismo
Fuga dal cinema quasi perfetta
di Roberto Escobar
È uno di noi, quel ragazzino magro che parla davanti alla Cinémateque, verso l'inizio di "The Dreamers" (Italia, Francia e Gran Bretagna, 2003, 120'). Come noi, nel 1968 aveva su per giù vent'anni. Per noi, appunto, il suo nome è Antoine Doinel - nato e vissuto in cinque film di Françoise Truffaut, da "Les 400 coups" (1959) a "L'amour en fuite" (1979) - anche se all'anagrafe è iscritto come Jean-Pierre Léaud. Bertolucci ce lo mostra ventenne, quel nostro ormai antico alter ego, in immagini di repertorio che riemergono dal passato, familiari e spaesanti. E ce lo mostra anche cinquantenne - non più Doinel, ma ormai solo Léaud -, in montaggio alternato con quel suo e nostro fantasma di trenta e più anni fa.
Non c'è dubbio, il film che Bertolucci trae da un romanzo di Gilbert Adair vuole essere "per noi", per noi che, seduti in platea, abbiamo imparato la vita. Ce lo ha detto e ridetto, L'autore di "Prima della rivoluzione"(1964) e "Strategia del ragno" (1970): quel che racconto è l'amore per il cinema, oltre che «lo spirito di quel momento... la certezza di un futuro di speranza». Noi lo abbiamo ben capito, e ora siamo - di nuovo e sempre - seduti in platea, nella certezza o almeno nella speranza, di "imparare" un po' di più la vita.
Ci riconosciamo in Doinel e in Léaud (più nel primo che nel secondo). Ci riconosciamo in quei folli che si siedono nelle prime file, forse per catturare le immagini uscite dallo schermo prima che tornino nel proiettore, come dice la voce narrante di Matthew (Michael Pitt), o forse per entrarci ben dentro, nella vita che vive in quello schermo.
Quelli folli siamo noi. E lo siamo anche quando discutono e litigano su chi sia più grande, se Buster Keaton o Charlie Chaplin. Così siamo stati e così siamo: convinti non che la vita al cinema sia una metafora della vita fuori dal cinema, ma proprio che questa sia una metafora di quella.
Così, come se fossimo anche noi, fra i giovani e i meno giovani parigini che difendono la Cinémateque di Henri Langlois dagli attacchi di André Malraux, ce ne andiamo lungo la Senna, discutendo di cinema e di vita con Mattew, Isabelle (Eva Green) e Theo (Louis Garrel). Poi, quando fa buio, ci facciamo portare da un gran bel "movimento di macchina" oltre un certo ponte e poi giù, lungo una scalinata che solo si intuisce. Ci fermiamo qualche passo indietro e li lasciamo andare, giusto in tempo per vedere le loro ombre che scendono e quasi affondano nel tempo, ingigantite su un muro illuminato al pari di uno schermo cinematografico.
E dopo? Che cosa succede dopo? Perché, pian piano, non ci sentiamo più dentro lo schermo? Perché ci alzeremmo volentieri dalle prime file, se il dovere del recensore - il contrario del piacere dello spettatore - non ci tenesse al nostro posto, insofferenti e con l'occhio all'orologio?
Succede,dunque, che Bertolucci non abbia più molto da dire, o che in ogni caso non riesca a dire più molto. S'è tutto speso nelle prime sequenze, e ora ha da raccontare una storia svuotata. Si trova tra le mani tre personaggi molto bellini, molto ben vestiti, molto "somiglianti" ai ventenni d'allora, soprattutto a quelli che Truffaut proprio non sopportava, e a cui alludeva nel 1973 in una lettera dura e sincera a Jean-Luc Godard. Tu, gli dice, hai intorno gente che ti applaude qualunque cosa tu faccia, gente che appartiene a «quella gauche elegante che va da Susan Sontag a Bertolucci»
Non abbiamo dubbi, noi, su chi sia davvero grande, fra Godard e Truffaut. Sarà forse anche per questo che, dopo le prime sequenze, non sentiamo più vita e non vediamo più cinema nello schermo di "The Dreamers". Ogni particolare è elegante. Ogni dettaglio degli interni è strepitoso. Ogni inquadratura è (quasi) perfetta, magari con tanto di riflessi negli specchi. Eppure non si sentono e non si vedono le anime di Matthew e di Isabelle e di Theo.
Ci sono invece i loro corpi, sui quali Bertolucci insiste e infierisce, come se al posto di una macchina da presa usasse gli strumenti di un perito settore. D'altra parte, e per restare in tema, le citazioni di vecchi classici in bianco e nero sono anch'esse meno espressive che tecniche, meno vissute che dissezionate, meno cinefile che cinecrofile.
C'è da dire poi della comicità involontaria di molte fra le inquadrature più "definitive" (piacciono a Bertlucci, queste inquadrature, come se con ciascuna di esse inseguisse una poeticità che sempre gli si sottrae). Ora, ci basta ricordare la penultima sequenza, con Isabelle che regge il tubo del gas fra i suoi due compagni, e con quel patetico sasso che rompe i vetri. Insomma, cacciata dalla porta, la vita ritorna dalla finestra.
Quanto al cinema, ci toccherà cercarlo altrove.
su clorofilla.it
un articolo di Livia Profeti
(ricevuto da Tonino Scrimenti)
clorofilla.it 16.10.03
I sogni che non vogliamo più fare
di Livia Profeti
(l'originale, con immagini e collegamenti, può essere raggiunto cliccando QUI)
Roma - Parlando del suo ultimo film, The dreamers, Bernardo Bertolucci si è espresso in questi termini: «In comune (con il suo Ultimo tango a Parigi) c'è Parigi e l'inizio e la fine di un'epoca. Ma in Tango gli anni '60 portavano a un finale tragico, in questo film c'è una leggerezza diversa, che in Tango non c'era, che io non avevo». Questa “leggerezza”, a parere di molti critici cinematografici, sta soprattutto nella scoperta del sesso e dell’amore, della libertà senza freni inibitori, nella speranza di cambiare il mondo dei tre giovani protagonisti - due fratelli gemelli parigini e un ragazzo americano.
Se si va a vedere il film con queste premesse se ne esce attoniti, e le prime domande che spontaneamente emergono sono: ma che film hanno visto i critici che si sono espressi con quei toni? E Bertolucci come fa a parlare di “leggerezza”? Alla fine del primo tempo si resiste a stento alla fuga, tanto sono fredde e pesanti le immagini dei due annoiati figli di intellettuali borghesi, fratello e sorella legati da un rapporto incestuoso, solleticati dal “divertimento” di coinvolgere in questo menage malato un ragazzo americano apparentemente ingenuo.
La prima parte scorre così tra masturbazioni varie, corpi nudi da spot pubblicitario, urine nel lavandino, fantasticherie di vivere come in un film, ripetendo nella vita reale scene cinematografiche famose. Nel secondo tempo si chiarisce la positività della figura del ragazzo americano, il quale però non riuscirà a spezzare il circolo chiuso e vizioso del rapporto tra i due gemelli siamesi. Eroe positivo ma inutile, perché anche se farà perdere la verginità alla ragazza non la libererà con questo dal controllo del lucidissimo fratello. E così lei, anziché seguirlo in una ricerca non violenta di libertà, si farà trascinare dal gemello inseparabile a lanciare bottiglie molotov contro la polizia, in un prologo (negato dal regista), di quella lotta armata che anni dopo suiciderà definitivamente il movimento del ’68. Tendenza suicida tra l’altro annunciata solo qualche scena prima.
Cercasi speranza disperatamente, ma in questo film, dov’è? Forse nel ragazzo americano che, come sostiene Bertolucci, rappresenta la non violenza tipica del movimento statunitense? In tal caso non sembra una speranza sulla quale riporre troppa fiducia se è vero, come dichiara proprio un regista americano, Gus Van Sant in un’intervista l’Unità di ieri, che i ragazzi americani «degli anni ’60, quelli di “pace e amore”, sono diventati esattamente come i loro genitori, come la generazione che contestavano». Ovvero come i genitori borghesi dei due fratelli parigini, i quali, rientrando dopo un mese di assenza in una casa sporca e disastrata e sorprendendo i tre giovani nudi e ubriachi a dormire sotto una tenda da regressione infantile (alla faccia dell’”iniziazione” alla vita adulta …), non trovano meglio da fare che togliersi di mezzo (senza però dimenticare di lasciargli i soldi), rispettando così la loro ricerca di “libertà”. O meglio, direi io, lasciandogli la libertà di suicidarsi, il cui tentativo avverrà infatti subito dopo, in perfetta obbedienza al volere dei “padri” e delle “madri”: e se non muoiono che almeno si facciano molto male, perché è bene che imparino che ribellarsi non è possibile senza rischiare la morte.
Cosa ci vuol dire Bertolucci con le immagini di questo film, aldilà delle interviste che rilascia sui giornali? Che è stata questa realtà malata e perversa e francamente brutta ad essere all’origine del ’68? Sembra un po’ troppo, anche a chi il ’68 non lo idealizza come invece a parole fa il regista stesso. Stando alle sue dichiarazioni egli sostiene che il suo film è contro i “revisionismi” e per il presente, dedicato ai giovani di ora che non sognano più come quelli dell’epoca. Ed insieme a lui molti critici cinematografici esaltano la “libertà” espressa nel film e sperano che i giovani recuperino quella capacità di “sognare”. Il sospetto maligno è che siano simili ai genitori del film, a quegli adulti di cui parla Gus Van Sant.
Inoltre The dreamers viene spesso accostato a Buongiorno, notte di Marco Bellocchio, di cui viene persino definito il «fratello» (Paolo D’Agostini su La Repubblica dell’11 ottobre). D’altro canto lo stesso Bertolucci rivendica una “fratellanza” con il regista piacentino, dichiarando che hanno «percorso destini paralleli, anche se dagli anni '60 ciascuno è andato per la sua strada». Strade diverse, quindi, salvo essere entrambi oggi «due vecchi elefanti feriti», definizione sulla quale il presunto “fratello” ha ironizzato, accettandola solo nel senso della longevità.
Comunque anche Bellocchio ha rivendicato l’attualità del suo ultimo film. Opponendosi alle accuse di avere con esso sostenuto una tesi politica, ha sostenuto che la sua “infedeltà” alla vicenda storica del caso Moro è legata al presente e che quindi Chiara, la protagonista, non è la brigatista Braghetti. Questa suggestione mi suggerisce un possibile confronto tra i due film incentrato proprio sulle rispettive immagini femminili, partendo dai due diversi finali: la ragazza di Bertolucci segue il fratello ammaliato dal libretto rosso nel lancio delle molotov, mentre quella di Bellocchio libera Aldo Moro anziché ucciderlo. Una bella differenza. Se entrambi parlano del presente, in quale immagine femminile odierna converrebbe riporre la speranza?
Barbara Palombelli, in una recente intervista a Bellocchio, nel chiedergli quanto avesse influito nella sua ricerca artistica il rapporto con lo psichiatra Massimo Fagioli, gli ha ricordato che tanti registi della sua età, negli anni ’60 e ’70, si rivolsero alla psicanalisi. Il regista, sottolineando che il suo approccio iniziale non fu “estetico” ma molto concretamente dovuto alla necessità di curarsi, ha anche risposto che «c’è psichiatra e psichiatra». Bertolucci, sostenendo che «dietro ogni regista c’è un voyeur, il bambino che spiava i genitori nella camera da letto, ovvero quella scena tremenda da cui non riesci a distogliere lo sguardo, la scena primaria», rivendica la sua vicinanza all’analisi individuale di freudiana memoria, mentre di Bellocchio è ben conosciuta la frequentazione quasi trentennale dei seminari di analisi collettiva.
C’è psichiatra e psichiatra, ma c’è anche, e soprattutto, teoria e teoria. Nel 1971, con Istinto di morte e conoscenza, nasce una teoria della fisiologia e della patologia della mente umana basata sul non cosciente, la quale però non ha alcuna derivazione psicanalitica, bensì è prettamente psichiatrica. Sulla base di questa teoria Fagioli conduce dal 1975 un’originale forma di cura, formazione e ricerca che è nata proprio dalla spontanea affluenza di centinaia di “reduci” del ’68. Questo straordinario fenomeno - nel quale le stesse persone che avevano precedentemente invocato l’“immaginazione al potere” chiedevano ora ad uno psichiatra di interpretare pubblicamente i loro sogni - si è trasformato in un’ulteriore ricerca sulle dinamiche inconsce dalla quale è emersa la Scuola Romana di Psichiatria e Psicoterapia.
Nel corso di quasi trent’anni sono migliaia gli ex sessantottini che non sono finiti suicidi, drogati, terroristi o, in una rocambolesca inversione, militanti nelle file della destra politica, e nel rapporto con essi lo psichiatra Fagioli ha sviluppato una ricerca critica sul ’68 espressa in due saggi, rispettivamente del 1985 e del 1999*. È quindi lecito ipotizzare che partecipare a questa cura e a questa ricerca ha consentito a Marco Bellocchio di fare del passato un passato, e di proporre oggi un’immagine femminile nuova che può separarsi dal padre senza ucciderlo e senza uccidersi. Diversamente, il film di Bertolucci è un film sul passato, e non solo non è la rappresentazione di una speranza plausibile da proporre ai giovani d’oggi, ma è anche una bugia, nel senso di presentare una situazione storicamente determinata come “oggettiva”, eterna, quando invece non lo è.
Oggettiva è piuttosto la possibilità umana di “inventare” qualcosa di nuovo, come fisiologicamente è, o dovrebbe essere, nei giovani. Recuperare una possibilità sociale di “sognare”, come sostiene Bertolucci, sarebbe effettivamente importante, ma la ribellione giovanile degli anni ’60 e ’70 è fallita anche perché «alcuni gestivano la lucidità perversa di condurre deliberatamente gli altri alla distruzione»*, come poi è rappresentato dallo stesso regista nella figura del fratello gemello, il finto sognatore del suo film.
Alla luce di trenta anni di storia è legittimo oggi sostenere che i sogni rappresentati da Bertolucci sono ben diversi da quelli di Bellocchio, che i due film non sono affatto fratelli, che i due registi potevano anche esserlo un tempo, ma ora non lo sono più. E’ legittimo ma è soprattutto importante, perché se nella capacità giovanile di sognare risiede la speranza in un futuro migliore, è nella qualità dei loro sogni che risiede la possibilità concreta di non ripetere errori passati.
* Cfr. Il sogno della farfalla, Nuove Edizioni Romane, n.1/1999
clorofilla.it 16.10.03
I sogni che non vogliamo più fare
di Livia Profeti
(l'originale, con immagini e collegamenti, può essere raggiunto cliccando QUI)
Roma - Parlando del suo ultimo film, The dreamers, Bernardo Bertolucci si è espresso in questi termini: «In comune (con il suo Ultimo tango a Parigi) c'è Parigi e l'inizio e la fine di un'epoca. Ma in Tango gli anni '60 portavano a un finale tragico, in questo film c'è una leggerezza diversa, che in Tango non c'era, che io non avevo». Questa “leggerezza”, a parere di molti critici cinematografici, sta soprattutto nella scoperta del sesso e dell’amore, della libertà senza freni inibitori, nella speranza di cambiare il mondo dei tre giovani protagonisti - due fratelli gemelli parigini e un ragazzo americano.
Se si va a vedere il film con queste premesse se ne esce attoniti, e le prime domande che spontaneamente emergono sono: ma che film hanno visto i critici che si sono espressi con quei toni? E Bertolucci come fa a parlare di “leggerezza”? Alla fine del primo tempo si resiste a stento alla fuga, tanto sono fredde e pesanti le immagini dei due annoiati figli di intellettuali borghesi, fratello e sorella legati da un rapporto incestuoso, solleticati dal “divertimento” di coinvolgere in questo menage malato un ragazzo americano apparentemente ingenuo.
La prima parte scorre così tra masturbazioni varie, corpi nudi da spot pubblicitario, urine nel lavandino, fantasticherie di vivere come in un film, ripetendo nella vita reale scene cinematografiche famose. Nel secondo tempo si chiarisce la positività della figura del ragazzo americano, il quale però non riuscirà a spezzare il circolo chiuso e vizioso del rapporto tra i due gemelli siamesi. Eroe positivo ma inutile, perché anche se farà perdere la verginità alla ragazza non la libererà con questo dal controllo del lucidissimo fratello. E così lei, anziché seguirlo in una ricerca non violenta di libertà, si farà trascinare dal gemello inseparabile a lanciare bottiglie molotov contro la polizia, in un prologo (negato dal regista), di quella lotta armata che anni dopo suiciderà definitivamente il movimento del ’68. Tendenza suicida tra l’altro annunciata solo qualche scena prima.
Cercasi speranza disperatamente, ma in questo film, dov’è? Forse nel ragazzo americano che, come sostiene Bertolucci, rappresenta la non violenza tipica del movimento statunitense? In tal caso non sembra una speranza sulla quale riporre troppa fiducia se è vero, come dichiara proprio un regista americano, Gus Van Sant in un’intervista l’Unità di ieri, che i ragazzi americani «degli anni ’60, quelli di “pace e amore”, sono diventati esattamente come i loro genitori, come la generazione che contestavano». Ovvero come i genitori borghesi dei due fratelli parigini, i quali, rientrando dopo un mese di assenza in una casa sporca e disastrata e sorprendendo i tre giovani nudi e ubriachi a dormire sotto una tenda da regressione infantile (alla faccia dell’”iniziazione” alla vita adulta …), non trovano meglio da fare che togliersi di mezzo (senza però dimenticare di lasciargli i soldi), rispettando così la loro ricerca di “libertà”. O meglio, direi io, lasciandogli la libertà di suicidarsi, il cui tentativo avverrà infatti subito dopo, in perfetta obbedienza al volere dei “padri” e delle “madri”: e se non muoiono che almeno si facciano molto male, perché è bene che imparino che ribellarsi non è possibile senza rischiare la morte.
Cosa ci vuol dire Bertolucci con le immagini di questo film, aldilà delle interviste che rilascia sui giornali? Che è stata questa realtà malata e perversa e francamente brutta ad essere all’origine del ’68? Sembra un po’ troppo, anche a chi il ’68 non lo idealizza come invece a parole fa il regista stesso. Stando alle sue dichiarazioni egli sostiene che il suo film è contro i “revisionismi” e per il presente, dedicato ai giovani di ora che non sognano più come quelli dell’epoca. Ed insieme a lui molti critici cinematografici esaltano la “libertà” espressa nel film e sperano che i giovani recuperino quella capacità di “sognare”. Il sospetto maligno è che siano simili ai genitori del film, a quegli adulti di cui parla Gus Van Sant.
Inoltre The dreamers viene spesso accostato a Buongiorno, notte di Marco Bellocchio, di cui viene persino definito il «fratello» (Paolo D’Agostini su La Repubblica dell’11 ottobre). D’altro canto lo stesso Bertolucci rivendica una “fratellanza” con il regista piacentino, dichiarando che hanno «percorso destini paralleli, anche se dagli anni '60 ciascuno è andato per la sua strada». Strade diverse, quindi, salvo essere entrambi oggi «due vecchi elefanti feriti», definizione sulla quale il presunto “fratello” ha ironizzato, accettandola solo nel senso della longevità.
Comunque anche Bellocchio ha rivendicato l’attualità del suo ultimo film. Opponendosi alle accuse di avere con esso sostenuto una tesi politica, ha sostenuto che la sua “infedeltà” alla vicenda storica del caso Moro è legata al presente e che quindi Chiara, la protagonista, non è la brigatista Braghetti. Questa suggestione mi suggerisce un possibile confronto tra i due film incentrato proprio sulle rispettive immagini femminili, partendo dai due diversi finali: la ragazza di Bertolucci segue il fratello ammaliato dal libretto rosso nel lancio delle molotov, mentre quella di Bellocchio libera Aldo Moro anziché ucciderlo. Una bella differenza. Se entrambi parlano del presente, in quale immagine femminile odierna converrebbe riporre la speranza?
Barbara Palombelli, in una recente intervista a Bellocchio, nel chiedergli quanto avesse influito nella sua ricerca artistica il rapporto con lo psichiatra Massimo Fagioli, gli ha ricordato che tanti registi della sua età, negli anni ’60 e ’70, si rivolsero alla psicanalisi. Il regista, sottolineando che il suo approccio iniziale non fu “estetico” ma molto concretamente dovuto alla necessità di curarsi, ha anche risposto che «c’è psichiatra e psichiatra». Bertolucci, sostenendo che «dietro ogni regista c’è un voyeur, il bambino che spiava i genitori nella camera da letto, ovvero quella scena tremenda da cui non riesci a distogliere lo sguardo, la scena primaria», rivendica la sua vicinanza all’analisi individuale di freudiana memoria, mentre di Bellocchio è ben conosciuta la frequentazione quasi trentennale dei seminari di analisi collettiva.
C’è psichiatra e psichiatra, ma c’è anche, e soprattutto, teoria e teoria. Nel 1971, con Istinto di morte e conoscenza, nasce una teoria della fisiologia e della patologia della mente umana basata sul non cosciente, la quale però non ha alcuna derivazione psicanalitica, bensì è prettamente psichiatrica. Sulla base di questa teoria Fagioli conduce dal 1975 un’originale forma di cura, formazione e ricerca che è nata proprio dalla spontanea affluenza di centinaia di “reduci” del ’68. Questo straordinario fenomeno - nel quale le stesse persone che avevano precedentemente invocato l’“immaginazione al potere” chiedevano ora ad uno psichiatra di interpretare pubblicamente i loro sogni - si è trasformato in un’ulteriore ricerca sulle dinamiche inconsce dalla quale è emersa la Scuola Romana di Psichiatria e Psicoterapia.
Nel corso di quasi trent’anni sono migliaia gli ex sessantottini che non sono finiti suicidi, drogati, terroristi o, in una rocambolesca inversione, militanti nelle file della destra politica, e nel rapporto con essi lo psichiatra Fagioli ha sviluppato una ricerca critica sul ’68 espressa in due saggi, rispettivamente del 1985 e del 1999*. È quindi lecito ipotizzare che partecipare a questa cura e a questa ricerca ha consentito a Marco Bellocchio di fare del passato un passato, e di proporre oggi un’immagine femminile nuova che può separarsi dal padre senza ucciderlo e senza uccidersi. Diversamente, il film di Bertolucci è un film sul passato, e non solo non è la rappresentazione di una speranza plausibile da proporre ai giovani d’oggi, ma è anche una bugia, nel senso di presentare una situazione storicamente determinata come “oggettiva”, eterna, quando invece non lo è.
Oggettiva è piuttosto la possibilità umana di “inventare” qualcosa di nuovo, come fisiologicamente è, o dovrebbe essere, nei giovani. Recuperare una possibilità sociale di “sognare”, come sostiene Bertolucci, sarebbe effettivamente importante, ma la ribellione giovanile degli anni ’60 e ’70 è fallita anche perché «alcuni gestivano la lucidità perversa di condurre deliberatamente gli altri alla distruzione»*, come poi è rappresentato dallo stesso regista nella figura del fratello gemello, il finto sognatore del suo film.
Alla luce di trenta anni di storia è legittimo oggi sostenere che i sogni rappresentati da Bertolucci sono ben diversi da quelli di Bellocchio, che i due film non sono affatto fratelli, che i due registi potevano anche esserlo un tempo, ma ora non lo sono più. E’ legittimo ma è soprattutto importante, perché se nella capacità giovanile di sognare risiede la speranza in un futuro migliore, è nella qualità dei loro sogni che risiede la possibilità concreta di non ripetere errori passati.
* Cfr. Il sogno della farfalla, Nuove Edizioni Romane, n.1/1999
Umberto Curi su MICROMEGA
a proposito di "Buongiorno, notte"
(ricevuto da Francesca Caddeo)
MICROMEGA ottobre 2003, pp 187-192
LA SETTIMA ARTE
LA TRAGEDIA MORO, ALLA LETTERA
Buongiorno, notte di Bellocchio non è una ricostruzione storica (come ottusi interpreti hanno sostenuto) né ancor meno un'analisi ideologica-politica del terrorismo, ma una vera e propria meditatio mortis, erede di una tradizione che attraversa fin dalle origini la storia della cultura occidentale
di UMBERTO CURI
C'è un passaggio, nell'Antigone di Sofocle, che da sempre ha procurato seri grattacapi agli interpreti, in difficoltà nel chiarire il nesso logico fra lo svolgimento pregresso degli avvenimenti e quanto sta per verificarsi sulla scena. La sentinella posta a guardia della salma di Polinice, affinché nessuno osasse violare l'editto del re che ne impediva la sepoltura, ha appena finito di raccontare al sovrano che qualcuno è riuscito ad eludere la sorveglianza. ricoprendo di terra il cadavere. A questo punto, l'azione drammatica, l'agire (dran, appunto) degli attori si interrompe. Il coro, da fermo (si tratta. infatti, di uno stasimos, di una parte recitata in stasis, in quiete) prorompe in una orazione destinata a diventare celeberrima: «Molte sono le cose terribili, ma la cosa più terribile è l'uomo». All'uomo, prosegue il coro, nulla è precluso: la padronanza della conoscenza e del pensiero, il dominio delle tecniche, la capacità di solcare il mare e di estrarre nutrimento dai campi, la cattura delle fiere e il soggiogamento degli animali. la costruzione della società e la difesa dalle intemperie. In una parola, egli è panto-poros, in ogni situazione è capace di trovare una strada per venirne a capo. Ma insieme, egli resta irriducibilmente a-poros, privo di ogni via d'uscita, e quindi destinato a soccombere, di fronte alla morte.
"Buongiorno, notte" si presenta come ripresa diretta dello stasimo sofocleo, come una vera e propria meditatio mortis, erede di una lunga tradizione, che attraversa fin dalle origini la storia della cultura occidentale, da Platone fino a Heidegger. Nel misurarsi col tema del rapimento di Aldo Moro, la scelta compiuta da Bellocchio è evidente, già dalle primissime inquadrature. Non si tratterà affatto di una ricostruzione di carattere storico (come invece molti ottusi interpreti hanno sostenuto), né ancor meno di un'analisi in chiave ideologico-politica del terrorismo. Nulla a che vedere, dunque, con film come quelli di Giuseppe Ferrara ("Il caso Moro") o di Renzo Martinelli ("Via delle cinque Lune"), accodati alla lettura dietrologica della lotta armata, così a lungo sciaguratamente in voga in campo sociologico e politologíco. Bellocchio non concepisce il cinema - certamente non in questo film - come un luogo nel quale scimmiottare gli scienziati della politica o gli indagatori di fenomeni sociali. Non ritiene che un'opera cinematografica debba allinearsi, o sostituirsi, a una saggistica che, tra l'altro, già ha dato pessima prova di sé nell'analisi di una realtà così controversa, quale è stata l'esperienza delle formazioni combattenti lungo gli anni Settanta. Con buona pace di coloro che hanno osannato il film per averci «detto la verità» sul caso Moro, tutto ciò resta estraneo al progetto e alla concreta realizzazione di "Buongiorno, notte".
Piuttosto, rimanendo fedele al registro delle sue opere più recenti, dal "Principe di Homburg" fino a "L'ora di religione", l'autore si tiene alla larga dalla scomposta e spesso indecente mischia di coloro che, da trent'anni a questa parte, ci hanno «spiegato» non solo che cos'è stato, ma che cos'è nella sua «essenza», il fenomeno impropriamente chiamato terrorismo. Cercare nel film un'ennesima interpretazione degli «anni di piombo», sostenere, come viceversa ci si ostina a fare, perfino a dispetto di ogni evidenza, che il regista piacentino abbia inteso proporre una visione più o meno innovativa delle «ragioni» che sono state all'origine di quella stagione, e più specificamente del rapimento e dell'omicidio di Aldo Moro, vorrebbe dire precludersi la possibilità di comprendere su quale piano, con quali specifici strumenti, e soprattutto. assecondando quali interrogativi, Bellocchio si sia accostato alla vicenda del presidente della Democrazia cristiana.
Al contrario, questa intensa opera recente si propone davvero come uno stasimo, come una pausa nella frenetica consecuzione degli eventi, in cui si articola il drama, per sostare a riflettere non già su un evento certo importante, ma pur sempre circoscritto, della storia politica italiana, quanto piuttosto su tutto ciò che fa di quell'evento una fra le molte espressioni dell'autentico mistero rappresentato dalla morte, soprattutto quando essa intervenga come conseguenza di una decisione che alcuni uomini assumono a scapito di un loro simile. Di qui il fatto che, sotto il profilo tipologico, il film non si presenti affatto come un saggio o un'indagine storico-politica, ma abbia piuttosto il tono, l'austerità, il timbro inconfondibile della grande tragedia classica.
Tutto ciò risulta evidente sulla base di una molteplicità di aspetti, che resterebbero viceversa incomprensibili ove l'opera intendesse inserirsi nel filone dei numerosi prodotti di documentazione o di denuncia sociologica. Anzitutto, il riferimento speculare (con un uso molto sofisticato della tecnica di mise en abyme) alla sceneggiatura del film, unico documento fra quelli estratti dalle borse dello statista rapito, sul quale indugi la camera, proprio mentre tutti gli altri vengono ostentatamente gettati via dal capo dei brigatisti. Quasi a dire, con evidenza perfino didattica, che del «caso Moro» ciò che davvero interessa - o sul quale, in ogni caso, interessa al regista soffermarsi - non sono affatto le carte dalle quali le Br si attendevano di conoscere gli arcana del potere democristiano, quelle carte a lungo contese che daranno adito successivamente a torbide manovre e misteriose manomissioni, bensì semplicemente la sceneggiatura di un film. il cui titolo, tra l'altro, riproduce un enigmatico verso di Emily Dickinson. Sul piano della ricostruzione storica, tutto ciò non potrebbe che essere considerato un falso. Sul piano drammaturgico, questo dettaglio apparentemente insignificante ci offre la chiave per capire fin dall'inizio su quale piano intenda disporsi la ricerca che Bellocchio svolge, prendendo semplicemente spunto da quella dolorosa vicenda.
Ancora più importante, perché attinente al principio di individuazione dell'opera cinematografica in quanto tale, è poi un secondo ordine di considerazioni, riguardanti le opzioni compiute sul piano del linguaggio. Quanto di meno «realistico» si possa immaginare, quanto di più inadatto a funzionare come linguaggio adatto al saggio o alla ricostruzione documentaristica. Ciò a cui si assiste, al contrario, è il funzionamento di uno stile espressivo che procede sempre deliberatamente oltre la nuda «datità» degli eventi, che perfora i personaggi e li scopre come persone, che si addentra nei meandri oscuri delle loro intelligenze e della loro anima, senza minimamente attardarsi a descriverne semplicemente le gesta - le «cose fatte». Di qui la mancanza di qualsiasi intonazione anche solo vagamente eroica nella rappresentazione dei protagonisti della vicenda - non dei brigatisti, certo, ma neppure dello stesso Moro - tutti accomunati dal condividere una condizione umana fragile ed esposta, perennemente sospesa sull`abisso incombente della morte. Tutti, lo statista e i brigatisti, il prigioniero e i suoi carcerieri, nonostante i «ruoli» diversi, obbligati a collaudare su se stessi quell'impossibilità di «trovare strade» di fronte alla morte, a cui si riferisce il coro dell'Antigone.
Di qui il ricorso sistematico, non episodico, né incidentale, ma strutturale, ad una pluralità di inserti che intenzionalmente scompaginano la trama «ordinata» dell'opera, che agiscono come manomissione della linearità del tempo e dell'unità dello spazio, evocando eventi, luoghi, circostanze, volti, altri e lontani, rispetto al kosmos dell'Italia anni Settanta. Gli eccidi perpetrati dai nazifascisti ai danni dei partigiani, ma insieme anche i crimini compiuti all'ombra delle bandiere rosse dello stalinismo. Non già per sostenere una tesi, di per sé al tempo stesso banale e storicamente fuorviante, quale è quella dell'identità degli opposti totalitarismi, quanto piuttosto per far letteralmente lampeggiare, con l'uso di un bianco e nero funebre e insieme abbagliante, una molteplicità di altre tragedie, una miriade di altri «casi», dai quali far risaltare il tema davvero centrale, se non esclusivo, del film: l'insondabile e angosciante situazione che si crea quando alcuni uomini giungono a decretare la morte di un proprio simile.
A questa opzione linguistica, realizzata con una coerenza e un rigore davvero ammirevoli, per la quale nessuna concessione è fatta ad uno stile anche solo lontanamente assimilabile a quello della ricostruzione storica, corrispondono poi una serie di altre scelte di dettaglio, univocamente orientate a spostare totalmente il fuoco della ricerca dal piano della documentazione a quello della meditatío mortis. La meticolosa cancellazione di tutti i più importanti «fatti» che hanno accompagnato la prigionia dello statista: il lago della Duchessa, la scoperta del primo covo nel quale egli fu detenuto, le polemiche fra il fronte della fermezza e quello della trattativa, le discussioni sul rilascio unilaterale di alcuni prigionieri politici, i numerosi tentativi di stabilire contatti con i sequestratori, il contemporaneo svolgersi di altre imprese armate, il varo di alcune durissime misure di legislazione d'emergenza, le manovre di servizi stranieri interessati a interferire nella vicenda - tutto ciò, vale a dire proprio i «fatti», dai quali una ricostruzione. storica non potrebbe in alcun modo prescindere, e più in generale tutto ciò che accade al di fuori del luogo in cui si svolge il periodico faccia a faccia fra Moro e i suoi carcerieri, o nell'ufficio in cui lavora la «vivandiera» del covo, tutto ciò entra nel film solo ed esclusivamente attraverso la televisione.
In questa stessa prospettiva, obbedendo alla. stessa rigorosissima clausola di stile, vanno interpretati inoltre anche altri aspetti, concorrenti nella sistematica destoricizzazione della vicenda il ricorso alla figura di un attore, e ad una forma di recitazione, come quella di Roberto Herlitzka, raramente comparso sugli schernii, e invece più abitualmente a suo agio come protagonista teatrale, soprattutto nei panni di un personaggio come Edipo nell'omonima tragedia di Sofocle. La rinuncia a cercare la verosimiglianza, «truccando» gli attori, col rischio di scadere nella caricatura. La cancellazione (di per sé non necessaria, e anzi controindicata, in un film che volesse restare aderente alla realtà storica) dei nomi originali. E, infine, la stessa conclusione dell'opera, lasciata aperta, a dispetto di ogni «verità» storica, fra i preliminari dell'esecuzione e il conseguimento della libertà del prigioniero, al punto che, restando all'interno del film (come dovrebbe essere doveroso fare), è impossíbile stabilire quale sia stato il destino del leader democristiano. Unica eccezione, una sorta di innocuo divertissement, che tuttavia coincide con una fra le pochissime sbavature riscontrabili, lo sberleffo della seduta spiritica, la quale tuttavia, inserita in una trama così fortemente derealizzata, finisce per accrescere, col ricorso al sarcasmo, la distanza dell'opera da ogni intento di mera ricostruzione cronachistica, di cui invece riferisce pressoché ininterrottamente (sigle di inizio e di fine delle trasmissioni incluse) la televisione.
È, questo, uno degli aspetti più caratteristici, e complessivamente più riusciti, del film. La storia, intendendo per essa la descrizione degli avvenimenti che si sono effettivamente verificati in quei terribili giorni di marzo, è raccontata non dal film, ma dalla televisione. Nulla di ciò che allora accadde, dal sequestro fino alla cerimonia funebre per onorare lo statista assassinato, è «girato» da Bellocchio, il quale invece affida ad un altro medium, ad un altro Iinguaggio, quello della televisione appunto, il compito di riferirci «come sono andate le cose». Mentre l'occhio della camera. l'attenzione dell'autore, sono interamente concentrati su quanto accade al'interno deIl'appartamento, e più ancora nel cuore e nella testa di coloro che in esso trascorrono 55 giorni. I due piani - quello della vicenda cinematografica e quello della cronaca televisiva - scorrono in parallelo senza mai né coincidere né incontrarsi. Al contrario, ciò che peculiarmente ne caratterizza il rapporto è la radicale e irrimediabile alterità dell'uno rispetto all'altro, l'incommensurabilità fra la descrizione del sequestro Moro raccontata dalla televisione, e ciò a cui il film è rivolto, nel momento in cui cerca di penetrare nelle emozioni, nelle intelligenze, e nei sogni di quegli esseri umani che hanno vissuto davvero quella inquietante esperienza.
Da questo punto di vista, l'accostamento più appropriato per "Buongiorno, notte" non è affatto, come già si è detto, con film solo apparentemente omologhi, quali i tanti esempi di cinema di denuncia o di impegno civile (pochi apprezzabili, molti insopportabili), ma semmai con altre opere intensivamente tragiche, altre esplorazioni ai confini di quell'insondabile mistero che è rappresentato dall'animo umano. A parte l'ineguagliabile paradigma della tragedia greca, fra le opere cinematografiche degli ultimi decenni quella che, per molti aspetti, potrebbe essere avvicinata a questa matura prova di Beflocchio è certamente "Apocalypse now". Anche qui, non un generico film «sul Vietnam», né tanto meno un film «di guerra», o una condanna di atrocità commesse. Ma un viaggio alla scoperta del «cuore di tenebra» (come, notoriamente suona il titolo del romanzo di Conrad al quale il film si ispira), una amara e dolente meditazione sugli abissi imperscrutabili che si trovano in ciascuno di noi, una riflessione ai limiti del mistero, non già con l'intento di «spiegarlo», ma esattamente all'opposto per restituircene tutta l'inesplicabile e angosciosa persistenza.
La «notte» a cui, riprendendo la Dickinson, Bellocchio dà il benvenuto, è per l'appunto la notte nella quale ci imbattiamo ogni volta che, di fronte ad autentiche tragedie, come quella del cosiddetto «caso Moro», cerchiamo di capire, di ricondurre a razionalità, di spiegare compiutamente. È la notte della ragione, nella quale compaiono quegli stessi fantasmi che abitano in ciascuno di noi, e che nessun esorcismo potrà mai definitivamente far dileguare. È la notte senza luce, ma anche senza logos, senza parola e senza ragione, nella quale ci muoviamo quando ci sforziamo inutilmente di capire che cosa mai possa spingere un uomo, vale a dire colui il cui destino e la cui stessa essenza è quella di essere mortale, a decretare la morte di un altro uomo.
Su questa essenza intimamente tragica, sull'enigma lacerante che è rappresentato dall'assistere alla vicenda di uomini che si fanno artefici della morte altrui, anziché agire almeno per ritardare quell'evento fatale; sul paradosso di una prigionia di uno realizzata in nome della liberazione di tutti, di una pace costruita sulla generalizzazione della guerra, di una filantropia che si esprime attraverso l'odio, dì una democrazia annunciata dal dispotismo; su questo groviglio inestrìcabile, per il quale tante vite umane sono state immolate - su questa autentica tragedia, senza la luciferina pretesa di spíegare, senza l'ambizione di capire, si ferma, indugia, medita, con sobria compostezza, il film di Bellocchio.
Di fronte a queste tenebre, all'impossibilità di squarciarle con la luce di una razionalità che pretenda di tutto comprendere e tutto spiegare, le uniche parole possibili - da proferire sostando, consapevoli dell'enunciazione di una verità che non redime una volta per tutte, di una salvezza che cade - sono quelle di Sofocle: «Molte sono le cose terribili, ma la cosa più tremenda è l'uomo».
MICROMEGA ottobre 2003, pp 187-192
LA SETTIMA ARTE
LA TRAGEDIA MORO, ALLA LETTERA
Buongiorno, notte di Bellocchio non è una ricostruzione storica (come ottusi interpreti hanno sostenuto) né ancor meno un'analisi ideologica-politica del terrorismo, ma una vera e propria meditatio mortis, erede di una tradizione che attraversa fin dalle origini la storia della cultura occidentale
di UMBERTO CURI
C'è un passaggio, nell'Antigone di Sofocle, che da sempre ha procurato seri grattacapi agli interpreti, in difficoltà nel chiarire il nesso logico fra lo svolgimento pregresso degli avvenimenti e quanto sta per verificarsi sulla scena. La sentinella posta a guardia della salma di Polinice, affinché nessuno osasse violare l'editto del re che ne impediva la sepoltura, ha appena finito di raccontare al sovrano che qualcuno è riuscito ad eludere la sorveglianza. ricoprendo di terra il cadavere. A questo punto, l'azione drammatica, l'agire (dran, appunto) degli attori si interrompe. Il coro, da fermo (si tratta. infatti, di uno stasimos, di una parte recitata in stasis, in quiete) prorompe in una orazione destinata a diventare celeberrima: «Molte sono le cose terribili, ma la cosa più terribile è l'uomo». All'uomo, prosegue il coro, nulla è precluso: la padronanza della conoscenza e del pensiero, il dominio delle tecniche, la capacità di solcare il mare e di estrarre nutrimento dai campi, la cattura delle fiere e il soggiogamento degli animali. la costruzione della società e la difesa dalle intemperie. In una parola, egli è panto-poros, in ogni situazione è capace di trovare una strada per venirne a capo. Ma insieme, egli resta irriducibilmente a-poros, privo di ogni via d'uscita, e quindi destinato a soccombere, di fronte alla morte.
"Buongiorno, notte" si presenta come ripresa diretta dello stasimo sofocleo, come una vera e propria meditatio mortis, erede di una lunga tradizione, che attraversa fin dalle origini la storia della cultura occidentale, da Platone fino a Heidegger. Nel misurarsi col tema del rapimento di Aldo Moro, la scelta compiuta da Bellocchio è evidente, già dalle primissime inquadrature. Non si tratterà affatto di una ricostruzione di carattere storico (come invece molti ottusi interpreti hanno sostenuto), né ancor meno di un'analisi in chiave ideologico-politica del terrorismo. Nulla a che vedere, dunque, con film come quelli di Giuseppe Ferrara ("Il caso Moro") o di Renzo Martinelli ("Via delle cinque Lune"), accodati alla lettura dietrologica della lotta armata, così a lungo sciaguratamente in voga in campo sociologico e politologíco. Bellocchio non concepisce il cinema - certamente non in questo film - come un luogo nel quale scimmiottare gli scienziati della politica o gli indagatori di fenomeni sociali. Non ritiene che un'opera cinematografica debba allinearsi, o sostituirsi, a una saggistica che, tra l'altro, già ha dato pessima prova di sé nell'analisi di una realtà così controversa, quale è stata l'esperienza delle formazioni combattenti lungo gli anni Settanta. Con buona pace di coloro che hanno osannato il film per averci «detto la verità» sul caso Moro, tutto ciò resta estraneo al progetto e alla concreta realizzazione di "Buongiorno, notte".
Piuttosto, rimanendo fedele al registro delle sue opere più recenti, dal "Principe di Homburg" fino a "L'ora di religione", l'autore si tiene alla larga dalla scomposta e spesso indecente mischia di coloro che, da trent'anni a questa parte, ci hanno «spiegato» non solo che cos'è stato, ma che cos'è nella sua «essenza», il fenomeno impropriamente chiamato terrorismo. Cercare nel film un'ennesima interpretazione degli «anni di piombo», sostenere, come viceversa ci si ostina a fare, perfino a dispetto di ogni evidenza, che il regista piacentino abbia inteso proporre una visione più o meno innovativa delle «ragioni» che sono state all'origine di quella stagione, e più specificamente del rapimento e dell'omicidio di Aldo Moro, vorrebbe dire precludersi la possibilità di comprendere su quale piano, con quali specifici strumenti, e soprattutto. assecondando quali interrogativi, Bellocchio si sia accostato alla vicenda del presidente della Democrazia cristiana.
Al contrario, questa intensa opera recente si propone davvero come uno stasimo, come una pausa nella frenetica consecuzione degli eventi, in cui si articola il drama, per sostare a riflettere non già su un evento certo importante, ma pur sempre circoscritto, della storia politica italiana, quanto piuttosto su tutto ciò che fa di quell'evento una fra le molte espressioni dell'autentico mistero rappresentato dalla morte, soprattutto quando essa intervenga come conseguenza di una decisione che alcuni uomini assumono a scapito di un loro simile. Di qui il fatto che, sotto il profilo tipologico, il film non si presenti affatto come un saggio o un'indagine storico-politica, ma abbia piuttosto il tono, l'austerità, il timbro inconfondibile della grande tragedia classica.
Tutto ciò risulta evidente sulla base di una molteplicità di aspetti, che resterebbero viceversa incomprensibili ove l'opera intendesse inserirsi nel filone dei numerosi prodotti di documentazione o di denuncia sociologica. Anzitutto, il riferimento speculare (con un uso molto sofisticato della tecnica di mise en abyme) alla sceneggiatura del film, unico documento fra quelli estratti dalle borse dello statista rapito, sul quale indugi la camera, proprio mentre tutti gli altri vengono ostentatamente gettati via dal capo dei brigatisti. Quasi a dire, con evidenza perfino didattica, che del «caso Moro» ciò che davvero interessa - o sul quale, in ogni caso, interessa al regista soffermarsi - non sono affatto le carte dalle quali le Br si attendevano di conoscere gli arcana del potere democristiano, quelle carte a lungo contese che daranno adito successivamente a torbide manovre e misteriose manomissioni, bensì semplicemente la sceneggiatura di un film. il cui titolo, tra l'altro, riproduce un enigmatico verso di Emily Dickinson. Sul piano della ricostruzione storica, tutto ciò non potrebbe che essere considerato un falso. Sul piano drammaturgico, questo dettaglio apparentemente insignificante ci offre la chiave per capire fin dall'inizio su quale piano intenda disporsi la ricerca che Bellocchio svolge, prendendo semplicemente spunto da quella dolorosa vicenda.
Ancora più importante, perché attinente al principio di individuazione dell'opera cinematografica in quanto tale, è poi un secondo ordine di considerazioni, riguardanti le opzioni compiute sul piano del linguaggio. Quanto di meno «realistico» si possa immaginare, quanto di più inadatto a funzionare come linguaggio adatto al saggio o alla ricostruzione documentaristica. Ciò a cui si assiste, al contrario, è il funzionamento di uno stile espressivo che procede sempre deliberatamente oltre la nuda «datità» degli eventi, che perfora i personaggi e li scopre come persone, che si addentra nei meandri oscuri delle loro intelligenze e della loro anima, senza minimamente attardarsi a descriverne semplicemente le gesta - le «cose fatte». Di qui la mancanza di qualsiasi intonazione anche solo vagamente eroica nella rappresentazione dei protagonisti della vicenda - non dei brigatisti, certo, ma neppure dello stesso Moro - tutti accomunati dal condividere una condizione umana fragile ed esposta, perennemente sospesa sull`abisso incombente della morte. Tutti, lo statista e i brigatisti, il prigioniero e i suoi carcerieri, nonostante i «ruoli» diversi, obbligati a collaudare su se stessi quell'impossibilità di «trovare strade» di fronte alla morte, a cui si riferisce il coro dell'Antigone.
Di qui il ricorso sistematico, non episodico, né incidentale, ma strutturale, ad una pluralità di inserti che intenzionalmente scompaginano la trama «ordinata» dell'opera, che agiscono come manomissione della linearità del tempo e dell'unità dello spazio, evocando eventi, luoghi, circostanze, volti, altri e lontani, rispetto al kosmos dell'Italia anni Settanta. Gli eccidi perpetrati dai nazifascisti ai danni dei partigiani, ma insieme anche i crimini compiuti all'ombra delle bandiere rosse dello stalinismo. Non già per sostenere una tesi, di per sé al tempo stesso banale e storicamente fuorviante, quale è quella dell'identità degli opposti totalitarismi, quanto piuttosto per far letteralmente lampeggiare, con l'uso di un bianco e nero funebre e insieme abbagliante, una molteplicità di altre tragedie, una miriade di altri «casi», dai quali far risaltare il tema davvero centrale, se non esclusivo, del film: l'insondabile e angosciante situazione che si crea quando alcuni uomini giungono a decretare la morte di un proprio simile.
A questa opzione linguistica, realizzata con una coerenza e un rigore davvero ammirevoli, per la quale nessuna concessione è fatta ad uno stile anche solo lontanamente assimilabile a quello della ricostruzione storica, corrispondono poi una serie di altre scelte di dettaglio, univocamente orientate a spostare totalmente il fuoco della ricerca dal piano della documentazione a quello della meditatío mortis. La meticolosa cancellazione di tutti i più importanti «fatti» che hanno accompagnato la prigionia dello statista: il lago della Duchessa, la scoperta del primo covo nel quale egli fu detenuto, le polemiche fra il fronte della fermezza e quello della trattativa, le discussioni sul rilascio unilaterale di alcuni prigionieri politici, i numerosi tentativi di stabilire contatti con i sequestratori, il contemporaneo svolgersi di altre imprese armate, il varo di alcune durissime misure di legislazione d'emergenza, le manovre di servizi stranieri interessati a interferire nella vicenda - tutto ciò, vale a dire proprio i «fatti», dai quali una ricostruzione. storica non potrebbe in alcun modo prescindere, e più in generale tutto ciò che accade al di fuori del luogo in cui si svolge il periodico faccia a faccia fra Moro e i suoi carcerieri, o nell'ufficio in cui lavora la «vivandiera» del covo, tutto ciò entra nel film solo ed esclusivamente attraverso la televisione.
In questa stessa prospettiva, obbedendo alla. stessa rigorosissima clausola di stile, vanno interpretati inoltre anche altri aspetti, concorrenti nella sistematica destoricizzazione della vicenda il ricorso alla figura di un attore, e ad una forma di recitazione, come quella di Roberto Herlitzka, raramente comparso sugli schernii, e invece più abitualmente a suo agio come protagonista teatrale, soprattutto nei panni di un personaggio come Edipo nell'omonima tragedia di Sofocle. La rinuncia a cercare la verosimiglianza, «truccando» gli attori, col rischio di scadere nella caricatura. La cancellazione (di per sé non necessaria, e anzi controindicata, in un film che volesse restare aderente alla realtà storica) dei nomi originali. E, infine, la stessa conclusione dell'opera, lasciata aperta, a dispetto di ogni «verità» storica, fra i preliminari dell'esecuzione e il conseguimento della libertà del prigioniero, al punto che, restando all'interno del film (come dovrebbe essere doveroso fare), è impossíbile stabilire quale sia stato il destino del leader democristiano. Unica eccezione, una sorta di innocuo divertissement, che tuttavia coincide con una fra le pochissime sbavature riscontrabili, lo sberleffo della seduta spiritica, la quale tuttavia, inserita in una trama così fortemente derealizzata, finisce per accrescere, col ricorso al sarcasmo, la distanza dell'opera da ogni intento di mera ricostruzione cronachistica, di cui invece riferisce pressoché ininterrottamente (sigle di inizio e di fine delle trasmissioni incluse) la televisione.
È, questo, uno degli aspetti più caratteristici, e complessivamente più riusciti, del film. La storia, intendendo per essa la descrizione degli avvenimenti che si sono effettivamente verificati in quei terribili giorni di marzo, è raccontata non dal film, ma dalla televisione. Nulla di ciò che allora accadde, dal sequestro fino alla cerimonia funebre per onorare lo statista assassinato, è «girato» da Bellocchio, il quale invece affida ad un altro medium, ad un altro Iinguaggio, quello della televisione appunto, il compito di riferirci «come sono andate le cose». Mentre l'occhio della camera. l'attenzione dell'autore, sono interamente concentrati su quanto accade al'interno deIl'appartamento, e più ancora nel cuore e nella testa di coloro che in esso trascorrono 55 giorni. I due piani - quello della vicenda cinematografica e quello della cronaca televisiva - scorrono in parallelo senza mai né coincidere né incontrarsi. Al contrario, ciò che peculiarmente ne caratterizza il rapporto è la radicale e irrimediabile alterità dell'uno rispetto all'altro, l'incommensurabilità fra la descrizione del sequestro Moro raccontata dalla televisione, e ciò a cui il film è rivolto, nel momento in cui cerca di penetrare nelle emozioni, nelle intelligenze, e nei sogni di quegli esseri umani che hanno vissuto davvero quella inquietante esperienza.
Da questo punto di vista, l'accostamento più appropriato per "Buongiorno, notte" non è affatto, come già si è detto, con film solo apparentemente omologhi, quali i tanti esempi di cinema di denuncia o di impegno civile (pochi apprezzabili, molti insopportabili), ma semmai con altre opere intensivamente tragiche, altre esplorazioni ai confini di quell'insondabile mistero che è rappresentato dall'animo umano. A parte l'ineguagliabile paradigma della tragedia greca, fra le opere cinematografiche degli ultimi decenni quella che, per molti aspetti, potrebbe essere avvicinata a questa matura prova di Beflocchio è certamente "Apocalypse now". Anche qui, non un generico film «sul Vietnam», né tanto meno un film «di guerra», o una condanna di atrocità commesse. Ma un viaggio alla scoperta del «cuore di tenebra» (come, notoriamente suona il titolo del romanzo di Conrad al quale il film si ispira), una amara e dolente meditazione sugli abissi imperscrutabili che si trovano in ciascuno di noi, una riflessione ai limiti del mistero, non già con l'intento di «spiegarlo», ma esattamente all'opposto per restituircene tutta l'inesplicabile e angosciosa persistenza.
La «notte» a cui, riprendendo la Dickinson, Bellocchio dà il benvenuto, è per l'appunto la notte nella quale ci imbattiamo ogni volta che, di fronte ad autentiche tragedie, come quella del cosiddetto «caso Moro», cerchiamo di capire, di ricondurre a razionalità, di spiegare compiutamente. È la notte della ragione, nella quale compaiono quegli stessi fantasmi che abitano in ciascuno di noi, e che nessun esorcismo potrà mai definitivamente far dileguare. È la notte senza luce, ma anche senza logos, senza parola e senza ragione, nella quale ci muoviamo quando ci sforziamo inutilmente di capire che cosa mai possa spingere un uomo, vale a dire colui il cui destino e la cui stessa essenza è quella di essere mortale, a decretare la morte di un altro uomo.
Su questa essenza intimamente tragica, sull'enigma lacerante che è rappresentato dall'assistere alla vicenda di uomini che si fanno artefici della morte altrui, anziché agire almeno per ritardare quell'evento fatale; sul paradosso di una prigionia di uno realizzata in nome della liberazione di tutti, di una pace costruita sulla generalizzazione della guerra, di una filantropia che si esprime attraverso l'odio, dì una democrazia annunciata dal dispotismo; su questo groviglio inestrìcabile, per il quale tante vite umane sono state immolate - su questa autentica tragedia, senza la luciferina pretesa di spíegare, senza l'ambizione di capire, si ferma, indugia, medita, con sobria compostezza, il film di Bellocchio.
Di fronte a queste tenebre, all'impossibilità di squarciarle con la luce di una razionalità che pretenda di tutto comprendere e tutto spiegare, le uniche parole possibili - da proferire sostando, consapevoli dell'enunciazione di una verità che non redime una volta per tutte, di una salvezza che cade - sono quelle di Sofocle: «Molte sono le cose terribili, ma la cosa più tremenda è l'uomo».
la recensione di CIAK
(ricevuto da Roberta Mancini)
CIAK ottobre 2003
Partendo dalla cronaca del sequestro Moro, Bellocchio firma un film intimo che approda al sogno e all'inconscio
Italia, 2003
Regia Marco Ballocchio
Interpreti Maya Sansa, Luigi Lo Cascio
Sceneggiatura Marco Bellocchio
Produzione Filmalbatros e Raicinema
Distribuzione 01 Distribution
Durata 1 h 45'
Dopo "Il sorriso di mia madre" - era il titolo iniziale di "L'ora di religione" - ecco il sorriso del padre. Non solo per la dedica esplicita nei titoli di testa. «Le scene in cui Aldo Moro (uno straordinario Roberto Nerlitzka, ndr.) passeggia libero nell'appartamento», confessa infatti Marco Bellocchio «ricordano le passeggiate notturne di mio padre, quando non dormiva e ci veniva a guardare». E ancora: «È morto quando ero adolescente e per anni ho rimosso il suo ricordo, mi faceva stare troppo male». Parole che, forse non casualmente, somigliano molto a quelle che nel film dice Mariano (un asciutto Luigi Lo Cascio) rispetto alla figlia, cancellata dopo il divorzio per abbracciare totalmente l'insensatezza della lotta armata. Elementi, non ultimo il fatto che il padre dirige il figlio Pier Giorgio Bellocchio (più maturo ed efficace rispetto ai tempi di "La balia"), che servono a confermare come "Buongiorno, notte" sia qualcosa di assai più complesso e sottile di un film politico sulla morte di Aldo Moro. Anzi, curiosamente (ma non troppo), Bellocchio firma un film complementare a "The Dreamers" di Bertolucci, ugualmente tangenziale rispetto alla Storia, ugualmente chiuso in un appartamento, ugualmente contrassegnato da personali conti col tempo e dal rapporto fra generazioni. Diversi sono però il processo creativo, l'emozione e soprattutto l'animo del sognatore. Bellocchio parte dalla cronaca della prigionia di Moro (il libro Il prigioniero di Maria Laura Braghetti, Feltrinelli) e utilizza la televisione come finestra sempre aperta sul reale, ma gradualmente si concentra sulla storia intima di Chiara (un'intensa e bravissima Maya Sansa), vivandiera delle Br. È lei l'epicentro della complessa, ma limpida dialettica fra dentro e fuori che è l'anima del film. Chiara svolge infatti una doppia funzione: è il personaggio che vive maggiormente il contrasto fra il tragico claustrofobico dell'appartamento e il richiamo esterno della vita vera (a partire dalla presenza emblematica del lattante il giorno del rapimento), ma al contempo è l'elemento che, con la forza dei suoi sogni, porta il film fuori dal reale, verso una dimensione onirica, spiazzante e dolorosa, intensa e universale. Dove i sogni non cambiano il reale, così come il giudizio politico resta netto e preciso. Ma possono servire a riconciliarsi, a capire, a ritrovare fantasmi rimossi e perfino sorrisi. S.L.
CIAK ottobre 2003
Partendo dalla cronaca del sequestro Moro, Bellocchio firma un film intimo che approda al sogno e all'inconscio
Italia, 2003
Regia Marco Ballocchio
Interpreti Maya Sansa, Luigi Lo Cascio
Sceneggiatura Marco Bellocchio
Produzione Filmalbatros e Raicinema
Distribuzione 01 Distribution
Durata 1 h 45'
Dopo "Il sorriso di mia madre" - era il titolo iniziale di "L'ora di religione" - ecco il sorriso del padre. Non solo per la dedica esplicita nei titoli di testa. «Le scene in cui Aldo Moro (uno straordinario Roberto Nerlitzka, ndr.) passeggia libero nell'appartamento», confessa infatti Marco Bellocchio «ricordano le passeggiate notturne di mio padre, quando non dormiva e ci veniva a guardare». E ancora: «È morto quando ero adolescente e per anni ho rimosso il suo ricordo, mi faceva stare troppo male». Parole che, forse non casualmente, somigliano molto a quelle che nel film dice Mariano (un asciutto Luigi Lo Cascio) rispetto alla figlia, cancellata dopo il divorzio per abbracciare totalmente l'insensatezza della lotta armata. Elementi, non ultimo il fatto che il padre dirige il figlio Pier Giorgio Bellocchio (più maturo ed efficace rispetto ai tempi di "La balia"), che servono a confermare come "Buongiorno, notte" sia qualcosa di assai più complesso e sottile di un film politico sulla morte di Aldo Moro. Anzi, curiosamente (ma non troppo), Bellocchio firma un film complementare a "The Dreamers" di Bertolucci, ugualmente tangenziale rispetto alla Storia, ugualmente chiuso in un appartamento, ugualmente contrassegnato da personali conti col tempo e dal rapporto fra generazioni. Diversi sono però il processo creativo, l'emozione e soprattutto l'animo del sognatore. Bellocchio parte dalla cronaca della prigionia di Moro (il libro Il prigioniero di Maria Laura Braghetti, Feltrinelli) e utilizza la televisione come finestra sempre aperta sul reale, ma gradualmente si concentra sulla storia intima di Chiara (un'intensa e bravissima Maya Sansa), vivandiera delle Br. È lei l'epicentro della complessa, ma limpida dialettica fra dentro e fuori che è l'anima del film. Chiara svolge infatti una doppia funzione: è il personaggio che vive maggiormente il contrasto fra il tragico claustrofobico dell'appartamento e il richiamo esterno della vita vera (a partire dalla presenza emblematica del lattante il giorno del rapimento), ma al contempo è l'elemento che, con la forza dei suoi sogni, porta il film fuori dal reale, verso una dimensione onirica, spiazzante e dolorosa, intensa e universale. Dove i sogni non cambiano il reale, così come il giudizio politico resta netto e preciso. Ma possono servire a riconciliarsi, a capire, a ritrovare fantasmi rimossi e perfino sorrisi. S.L.
«Quei legami tra psiche ed immunità»
La Repubblica Salute
Quei legami tra psiche ed immunità
cosa leggere
PER SAPERNE DI PIÙ: Psiconeuroimmunologia, di F. Bottaccioli, Red; Il guaritore interno. La nuova medicina della mente e del corpo, di D. Culligan e S. Locke, Giunti; Il linguaggio degli organi, di A. Zanardi, Tecniche Nuove; Le malattie e le loro emozioni, di G. Charpentier, Ed. il Punto d’Incontro; Stress, emozioni e malattie di P. Pancheri, Mondadori; T. Dethlefsen e R. Dahlke, Malattia e destino: il valore e il messaggio della malattia, Ed. Mediterranee; La Psicosomatica del Quotidiano, supplemento Rivista Italiana di Psicoterapia e Psicosomatica; a cura di Antonino Minervino; Il malato Psicosomatico e la sua cura, di Boris LubanPlozza e altri, Ed. Astrolabio; Convivere con lo stress, di Boris LubanPozza, Centro Scientifico Ed.
Quei legami tra psiche ed immunità
cosa leggere
PER SAPERNE DI PIÙ: Psiconeuroimmunologia, di F. Bottaccioli, Red; Il guaritore interno. La nuova medicina della mente e del corpo, di D. Culligan e S. Locke, Giunti; Il linguaggio degli organi, di A. Zanardi, Tecniche Nuove; Le malattie e le loro emozioni, di G. Charpentier, Ed. il Punto d’Incontro; Stress, emozioni e malattie di P. Pancheri, Mondadori; T. Dethlefsen e R. Dahlke, Malattia e destino: il valore e il messaggio della malattia, Ed. Mediterranee; La Psicosomatica del Quotidiano, supplemento Rivista Italiana di Psicoterapia e Psicosomatica; a cura di Antonino Minervino; Il malato Psicosomatico e la sua cura, di Boris LubanPlozza e altri, Ed. Astrolabio; Convivere con lo stress, di Boris LubanPozza, Centro Scientifico Ed.
il manifesto: collegare filosofia e psicologia alle neuroscienze...
il manifesto 21.10.03
La mente esige un pool di esploratori
L'indagine su quel che la mente è non può essere distinta dalla domanda su come essa funzioni. Il problema emerge con evidenza da quanto sostiene Massimo Marraffa in "Filosofia della psicologia" uscito da Laterza. A prescindere dalle risposte, quel che è certo è che la filosofia non può pretendere di tenersi al riparo da contaminazioni esterne, evitando dunque di utilizzare i saperi delle scienze empiriche
di FRANCESCO FERRETTI
Ci sono filosofi che vanno fieri dell'autonomia del loro campo d'indagine. Quel che si verifica nella filosofia della mente è emblematico: chi se ne occupa ripete spesso che il tipo di questioni poste dal filosofo (che si interroga essenzialmente su «cosa sia» la mente) non è analizzabile nei termini delle indagini condotte da chi fa scienza empirica (lo psicologo si chiede piuttosto «come funziona» la mente). Anche gli psicologi, beninteso, difendono con forza l'indipendenza del proprio ambito tematico: a proprio favore, chiamano in causa l'avvento della scienza come una «emancipazione» dalla filosofia. Ora, che il costituirsi di alcune discipline scientifiche sia storicamente riferibile a una tale emancipazione è cosa nota e non discutibile. Il punto è stabilire se anche la nascita della psicologia possa essere interpretata in questi termini: a dispetto della credenza comune, Massimo Marraffa sostiene nel suo Filosofia della psicologia (uscito da poco presso Laterza) che la tesi dell'emancipazione di sicuro non vale per la psicologia cognitiva: la questione non è di poco conto. Storicamente, in effetti, la psicologia cognitiva sembra caratterizzata da una forte continuità con la tradizione filosofica. Uno dei suoi nodi teorici fondamentali, la teoria rappresentazionale della mente - ossia l'idea secondo cui il rapporto tra individui e mondo è mediato da entità mentali caratterizzate da ruolo causale e contenuto semantico - testimonia una linea di continuità diretta con l'empirismo classico. Chomsky, uno dei padri della scienza cognitiva, ha insistito su questo punto utilizzando l'argomento della «povertà dello stimolo»: quando, come nel caso dell'acquisizione del linguaggio, l'output contiene un sovrappiù di informazione rispetto all'input, l'unica spiegazione plausibile è che tale sovrappiù dipenda dalle caratteristiche intrinseche del parlante/ascoltatore (da ciò che ha nella testa). La scienza cognitiva contemporanea ha mostrato come la povertà dello stimolo sia un argomento che può essere utilizzato per la cognizione in genere, non solo per il linguaggio: Marraffa presenta con chiarezza gli argomenti e le prove empiriche che militano in favore dell'esistenza di specifiche competenze innate alla base della cognizione umana - la fisica ingenua, la biologia ingenua e la psicologia ingenua. Con buona pace dei neocomportamentisti e dei neoambientalisti l'essere umano non è una tabula rasa. Gli umani sono animali che interpretano il mondo attribuendogli un senso. Nella scienza cognitiva, animata da istanze naturalistiche, interrogarsi circa la natura del senso equivale a porsi la domanda: come è possibile che un sistema fisico quale noi siamo (uomini e donne in carne e ossa) sia capace di attribuire significato agli accadimenti del mondo? Ora, per rispondere a tale domanda non basta affermare che gli esseri umani sono sistemi intenzionali. Ciò che è richiesto, in più, è spiegare come sia possibile di fatto che un sistema fisico sia capace di produrre stati mentali dotati di contenuto - per questo la domanda circa cosa sia la mente non può essere distinta dalla domanda relativa a come essa funzioni. L'uso dell'intelligenza artificiale in filosofia nasce dall'esigenza di rispondere a problemi di questo tipo. Che l'intelligenza artificiale rappresenti effettivamente una soluzione al problema è questione aperta e controversa, ma il punto non è questo. Il punto è piuttosto che, a prescindere da quali siano le risposte al quesito, un fatto appare indubitabile: in casi di questo tipo la filosofia non può fare a meno del sostegno della ricerca empirica.
La questione dell'autonomia dell'ambito di indagine non riguarda soltanto il rapporto tra filosofia e psicologia. Fodor, ad esempio, sostiene che la psicologia coglie regolarità nomologiche (ovvero, descrivibili secondo leggi) a un livello diverso e irriducibile a quello della neuroscienza - motivo per cui la neuroscienza non può essere di alcuna utilità per lo studio della mente. Ci sono buoni motivi, tuttavia, per considerare superata questa posizione teorica. L'antibiologicismo di Fodor, infatti, come rileva giustamente Marraffa, dipende in primo luogo dal riferimento alle ricerche sul sistema nervoso tipiche degli anni Settanta - centrate su livelli di organizzazione molto bassi (i singoli neuroni). Poiché la neuroscienza attuale è in grado di lavorare su livelli di elaborazione più elevati (quelli che coinvolgono vaste popolazioni neurali), il suo convergere verso un livello di analisi congruente con quello della psicologia computazionale appare una strada praticabile. In favore di questa ipotesi, inoltre, la ricerca empirica ha oggi a disposizione un modello computazionale - le reti neurali artificiali - che «si caratterizza per il tentativo di vincolare sistematicamente la psicologia computazionale con i dati relativi all'organizzazione funzionale del sistema nervoso».
Vincolando in questo modo la ricerca psicologica, le reti neurali falsificano la tesi dell'autonomia della psicologia dalla neuroscienza e aprono la strada a due diverse ipotesi interpretative. Da una parte c'è chi utilizza le reti neurali per promuovere forme di riduzionismo e di eliminativismo: Patricia e Paul Churchland, ad esempio, ritengono che la psicologia computazionale debba essere abbandonata in favore di un modello connessionista in grado di coevolvere con la neuroscienza e, in un futuro ideale, capace di essere ad essa interamente riducibile. D'altra parte - ed è su questo punto che emerge con forza la tesi propositiva di Marraffa - c'è chi sostiene che è proprio il carattere unidirezionale della relazioni tra psicologia e neuroscienza (a netto vantaggio della seconda) a dover essere messo in discussione.
La relazione tra le due discipline è di fatto bidirezionale: la neuroscienza vincola la psicologia, ma le considerazioni funzionali a carattere psicologico esercitano una forte influenza sulla definizione dei tipi neurologici. Contro il riduzionismo, Marraffa propone una forma di «pluralismo esplicativo» - la tesi secondo cui la realizzazione simultanea delle ricerche a vari livelli di analisi promuove il progresso di ognuno di questi livelli - che considera nei termini di un equilibrio riflessivo il rapporto tra neuroscienza e psicologia. Tale proposta è tanto più convincente in quanto apre la strada a un'indagine sulla mente che vede coinvolte sullo stesso piano neuroscienza, psicologia e filosofia. Per studiare le questioni relative alla mente non è possibile pretendere di tenersi al riparo dalle contaminazioni esterne, ovvero evitare di utilizzare i saperi messi in campo dalle scienze empiriche. La bonaccia è finita: è probabile che i filosofi che sinora hanno navigato nelle acque tranquille della loro autonomia d'indagine debbano cercarsi un riparo più sicuro.
La mente esige un pool di esploratori
L'indagine su quel che la mente è non può essere distinta dalla domanda su come essa funzioni. Il problema emerge con evidenza da quanto sostiene Massimo Marraffa in "Filosofia della psicologia" uscito da Laterza. A prescindere dalle risposte, quel che è certo è che la filosofia non può pretendere di tenersi al riparo da contaminazioni esterne, evitando dunque di utilizzare i saperi delle scienze empiriche
di FRANCESCO FERRETTI
Ci sono filosofi che vanno fieri dell'autonomia del loro campo d'indagine. Quel che si verifica nella filosofia della mente è emblematico: chi se ne occupa ripete spesso che il tipo di questioni poste dal filosofo (che si interroga essenzialmente su «cosa sia» la mente) non è analizzabile nei termini delle indagini condotte da chi fa scienza empirica (lo psicologo si chiede piuttosto «come funziona» la mente). Anche gli psicologi, beninteso, difendono con forza l'indipendenza del proprio ambito tematico: a proprio favore, chiamano in causa l'avvento della scienza come una «emancipazione» dalla filosofia. Ora, che il costituirsi di alcune discipline scientifiche sia storicamente riferibile a una tale emancipazione è cosa nota e non discutibile. Il punto è stabilire se anche la nascita della psicologia possa essere interpretata in questi termini: a dispetto della credenza comune, Massimo Marraffa sostiene nel suo Filosofia della psicologia (uscito da poco presso Laterza) che la tesi dell'emancipazione di sicuro non vale per la psicologia cognitiva: la questione non è di poco conto. Storicamente, in effetti, la psicologia cognitiva sembra caratterizzata da una forte continuità con la tradizione filosofica. Uno dei suoi nodi teorici fondamentali, la teoria rappresentazionale della mente - ossia l'idea secondo cui il rapporto tra individui e mondo è mediato da entità mentali caratterizzate da ruolo causale e contenuto semantico - testimonia una linea di continuità diretta con l'empirismo classico. Chomsky, uno dei padri della scienza cognitiva, ha insistito su questo punto utilizzando l'argomento della «povertà dello stimolo»: quando, come nel caso dell'acquisizione del linguaggio, l'output contiene un sovrappiù di informazione rispetto all'input, l'unica spiegazione plausibile è che tale sovrappiù dipenda dalle caratteristiche intrinseche del parlante/ascoltatore (da ciò che ha nella testa). La scienza cognitiva contemporanea ha mostrato come la povertà dello stimolo sia un argomento che può essere utilizzato per la cognizione in genere, non solo per il linguaggio: Marraffa presenta con chiarezza gli argomenti e le prove empiriche che militano in favore dell'esistenza di specifiche competenze innate alla base della cognizione umana - la fisica ingenua, la biologia ingenua e la psicologia ingenua. Con buona pace dei neocomportamentisti e dei neoambientalisti l'essere umano non è una tabula rasa. Gli umani sono animali che interpretano il mondo attribuendogli un senso. Nella scienza cognitiva, animata da istanze naturalistiche, interrogarsi circa la natura del senso equivale a porsi la domanda: come è possibile che un sistema fisico quale noi siamo (uomini e donne in carne e ossa) sia capace di attribuire significato agli accadimenti del mondo? Ora, per rispondere a tale domanda non basta affermare che gli esseri umani sono sistemi intenzionali. Ciò che è richiesto, in più, è spiegare come sia possibile di fatto che un sistema fisico sia capace di produrre stati mentali dotati di contenuto - per questo la domanda circa cosa sia la mente non può essere distinta dalla domanda relativa a come essa funzioni. L'uso dell'intelligenza artificiale in filosofia nasce dall'esigenza di rispondere a problemi di questo tipo. Che l'intelligenza artificiale rappresenti effettivamente una soluzione al problema è questione aperta e controversa, ma il punto non è questo. Il punto è piuttosto che, a prescindere da quali siano le risposte al quesito, un fatto appare indubitabile: in casi di questo tipo la filosofia non può fare a meno del sostegno della ricerca empirica.
La questione dell'autonomia dell'ambito di indagine non riguarda soltanto il rapporto tra filosofia e psicologia. Fodor, ad esempio, sostiene che la psicologia coglie regolarità nomologiche (ovvero, descrivibili secondo leggi) a un livello diverso e irriducibile a quello della neuroscienza - motivo per cui la neuroscienza non può essere di alcuna utilità per lo studio della mente. Ci sono buoni motivi, tuttavia, per considerare superata questa posizione teorica. L'antibiologicismo di Fodor, infatti, come rileva giustamente Marraffa, dipende in primo luogo dal riferimento alle ricerche sul sistema nervoso tipiche degli anni Settanta - centrate su livelli di organizzazione molto bassi (i singoli neuroni). Poiché la neuroscienza attuale è in grado di lavorare su livelli di elaborazione più elevati (quelli che coinvolgono vaste popolazioni neurali), il suo convergere verso un livello di analisi congruente con quello della psicologia computazionale appare una strada praticabile. In favore di questa ipotesi, inoltre, la ricerca empirica ha oggi a disposizione un modello computazionale - le reti neurali artificiali - che «si caratterizza per il tentativo di vincolare sistematicamente la psicologia computazionale con i dati relativi all'organizzazione funzionale del sistema nervoso».
Vincolando in questo modo la ricerca psicologica, le reti neurali falsificano la tesi dell'autonomia della psicologia dalla neuroscienza e aprono la strada a due diverse ipotesi interpretative. Da una parte c'è chi utilizza le reti neurali per promuovere forme di riduzionismo e di eliminativismo: Patricia e Paul Churchland, ad esempio, ritengono che la psicologia computazionale debba essere abbandonata in favore di un modello connessionista in grado di coevolvere con la neuroscienza e, in un futuro ideale, capace di essere ad essa interamente riducibile. D'altra parte - ed è su questo punto che emerge con forza la tesi propositiva di Marraffa - c'è chi sostiene che è proprio il carattere unidirezionale della relazioni tra psicologia e neuroscienza (a netto vantaggio della seconda) a dover essere messo in discussione.
La relazione tra le due discipline è di fatto bidirezionale: la neuroscienza vincola la psicologia, ma le considerazioni funzionali a carattere psicologico esercitano una forte influenza sulla definizione dei tipi neurologici. Contro il riduzionismo, Marraffa propone una forma di «pluralismo esplicativo» - la tesi secondo cui la realizzazione simultanea delle ricerche a vari livelli di analisi promuove il progresso di ognuno di questi livelli - che considera nei termini di un equilibrio riflessivo il rapporto tra neuroscienza e psicologia. Tale proposta è tanto più convincente in quanto apre la strada a un'indagine sulla mente che vede coinvolte sullo stesso piano neuroscienza, psicologia e filosofia. Per studiare le questioni relative alla mente non è possibile pretendere di tenersi al riparo dalle contaminazioni esterne, ovvero evitare di utilizzare i saperi messi in campo dalle scienze empiriche. La bonaccia è finita: è probabile che i filosofi che sinora hanno navigato nelle acque tranquille della loro autonomia d'indagine debbano cercarsi un riparo più sicuro.
depressione
Il Messaggero Lunedì 20 Ottobre 2003
Il male di vivere
Depressione, guarire si può
Giovani e donne rischiano di più
MILANO -[...] I depressi sono un esercito [...]: il 17% della popolazione ha, infatti, la possibilità di avere una crisi nel corso della propria esistenza e nelle donne questo tende a verificarsi il doppio delle volte rispetto agli uomini. Solo nella depressione infantile il rapporto rimane uguale nei due sessi. Nell’infanzia e nell’adolescenza la risposta ai farmaci antidepressivi tende ad essere scarsa. Spesso sono i giovani studenti (fra i 13 e i 20 anni) ad avere delle «delusioni a sfondo depressivo». Vi è anche una depressione post parto o post menopausa, che tende a colpire il 60% delle donne e può durare da qualche giorno fino a diversi mesi.l 30% dei depressi è affetto anche da disturbi ansiosi di una certa gravità. Ad esempio, dal 15 al 30% di questi è colpito da “attacchi di panico” (rari dopo i 65 anni). E’ stato inoltre accertato che la predisposizione alla malattia accomune persone di sessi diversi, tanto che nel 65% dei casi tendono a sposarsi e a convivere tra loro. Ancora qualche dato: il divorzio o la fine di una relazione sentimentale scatena depressione nel 45% dei casi, specie se entrano in gioco l’affidamento dei figli o gli alimenti.[...] «ai primi campanelli di allarme, quali la voglia di isolarsi, l’avere sempre idee negative, la tendenza a non divertirsi mai, la presenza di problemi sessuali o di relazione, sarebbe opportuno ricorrere a un aiuto».Il fatto è che generalmente il soggetto depresso non viene percepito come un malato ma come una persona alla quale manca la volontà di uscire dallo stato in cui si trova. Invece [...], «è un individuo che ha bisogno di aiuto».
Il male di vivere
Depressione, guarire si può
Giovani e donne rischiano di più
MILANO -[...] I depressi sono un esercito [...]: il 17% della popolazione ha, infatti, la possibilità di avere una crisi nel corso della propria esistenza e nelle donne questo tende a verificarsi il doppio delle volte rispetto agli uomini. Solo nella depressione infantile il rapporto rimane uguale nei due sessi. Nell’infanzia e nell’adolescenza la risposta ai farmaci antidepressivi tende ad essere scarsa. Spesso sono i giovani studenti (fra i 13 e i 20 anni) ad avere delle «delusioni a sfondo depressivo». Vi è anche una depressione post parto o post menopausa, che tende a colpire il 60% delle donne e può durare da qualche giorno fino a diversi mesi.l 30% dei depressi è affetto anche da disturbi ansiosi di una certa gravità. Ad esempio, dal 15 al 30% di questi è colpito da “attacchi di panico” (rari dopo i 65 anni). E’ stato inoltre accertato che la predisposizione alla malattia accomune persone di sessi diversi, tanto che nel 65% dei casi tendono a sposarsi e a convivere tra loro. Ancora qualche dato: il divorzio o la fine di una relazione sentimentale scatena depressione nel 45% dei casi, specie se entrano in gioco l’affidamento dei figli o gli alimenti.[...] «ai primi campanelli di allarme, quali la voglia di isolarsi, l’avere sempre idee negative, la tendenza a non divertirsi mai, la presenza di problemi sessuali o di relazione, sarebbe opportuno ricorrere a un aiuto».Il fatto è che generalmente il soggetto depresso non viene percepito come un malato ma come una persona alla quale manca la volontà di uscire dallo stato in cui si trova. Invece [...], «è un individuo che ha bisogno di aiuto».
domenica 19 ottobre 2003
Marco Bellocchio su Radio3 RAI
(informazione ricevuta da Arianna Rossini e da Tonino Scrimenti)
- DOMENICA 19 OTTOBRE DALLE 14:30 ALLE 16:00 È ANDATA IN ONDA SU RADIOTRE RAI UNA PUNTATA DELLA TRASMISSIONE "I LUOGHI DELLA VITA" INTERAMENTE DEDICATA A MARCO BELLOCCHIO.
- VENERDÌ 17 OTTOBRE È ANDATA IN ONDA SEMPRE SU RADIOTRE E NEL CORSO DELLA TRASMISSIONE "HOLLYWOOD PARTY", UNA BREVE INTERVISTA A MARCO BELLOCCHIO.
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- DOMENICA 19 OTTOBRE DALLE 14:30 ALLE 16:00 È ANDATA IN ONDA SU RADIOTRE RAI UNA PUNTATA DELLA TRASMISSIONE "I LUOGHI DELLA VITA" INTERAMENTE DEDICATA A MARCO BELLOCCHIO.
- VENERDÌ 17 OTTOBRE È ANDATA IN ONDA SEMPRE SU RADIOTRE E NEL CORSO DELLA TRASMISSIONE "HOLLYWOOD PARTY", UNA BREVE INTERVISTA A MARCO BELLOCCHIO.
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sabato 18 ottobre 2003
Simona Maggiorelli ha intervistato Tahar Ben Jelloun
(articolo ricevuto da Annalina Ferrante)
IL GIORNO- IL RESTO DEL CARLINO-LA NAZIONE 17 ottobre 2003
L'INTERVISTA/ Tahar Ben Jelloun
"LE DONNE DELL'ISLAM, STREGHE IN CERCA DI LIBERTA'"
di Simona Maggiorelli
Le trame dell'eros, la ricerca del rapporto fra uomo e donna, in cui insieme agli abiti si abbandonano per un po' le gerarchie dei ruoli, delle identità sociali. Dopo romanzi e saggi di taglio più strettamente sociale sul razzismo, sullo sradicamento, sulla lontananza, lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun propone ora un doppio intrigante viaggio letterario alla scoperta del nostro universo meno razionale, più intimo e profondo. Bompiani ha appena pubblicato il suo "Amori stregati" e, oggi Fabbri manda in libreria , una sua riscrittura della "Bella addormentata" , per i più piccoli, in chiave da "Mille e una notte". Al fondo dei due diversi lavori un'interessante indagine sul femminile, in un confronto tra Oriente e Occidente giocato a livello di "imagerie". Per presentare i due volumi il 16 ottobre Ben Jelloun sarà alla Casa delle letterature di Roma e il 17 all'Istituto di Francese di Firenze, il 18 nella bolognese Chiesa di san Giorgio a Poggiale e il 20 ottobre al centro culturale italo arabo di Torino.
Signor Ben Jelloun, il re del Marocco Mohammed VI ha annunciato un nuovo codice di diritto matrimoniale. Una possibilità di svolta che genera molte aspettative e speranze.
"E' una riforma che deve ancora passare per il parlamento, con ogni probabilità troverà l'opposizione degli islamisti del PJD, il partito della giustizia e dello sviluppo. Ma anche dei partiti tradizionalisti come l' Istiqlal. Comunque resta importante che il re abbia avuto il coraggio di proporre un nuovo codice della famiglia, dopo averlo messo a punto con una commissione per ben due anni".
Se passasse cosa potremmo aspettarci?
" Non possiamo sperare che le mentalità più oltranziste evolvano allo stesso ritmo. Ci saranno delle resistenze, ma il Marocco non sarà più fra i paesi Arabi ad avere il codice della famiglia più retrogrado. Si avvicinerà alla Tunisia, lasciandosi alle spalle l'Algeria".
Cosa porterà per le donne sul piano giuridico e sociale?
" La liberazione delle donne non si decreta. Riguarda tutti i cittadini.
Ci vorrà una grossa campagna d'informazione progressista, moderna. Tante donne lottano da tempo. Ora, l'aspetto giuridico sta dalla loro parte. Prima, non era così".
Qual è stato il contribuito dei movimenti delle donne morocchine a questa svolta?
"In Marocco esistono numerose associazioni di donne, associazioni coraggiose, solide e determinate. La loro voce è stata ascoltata. Senza la loro presenza sul terreno, questa riforma avrebbe aspettato ancora diversi anni".
E il Nobel per la pace a Shirin Ebadi inciderà?
"E' un fantastico colpo da maestro. L'Accademia Nobel ha dato un notevole aiuto alle donne musulmane che lottano per la propria libertà. Mi pare una scelta inaspettata e felicissima".
Colpisce la recente notizia di due sorelle espulse dal liceo perché portavano il velo. Cosa sta accadendo fra le generazioni di giovani donne nate in Francia da famiglie arabe?
"Il velo è un simbolo politico ed ideologico. E' un segno di appartenenza ad una comunità. Il problema sta nel fatto che siamo una società laica. La libertà degli individui è reale, ma lo è anche il dovere di rispettare la scuola pubblica. La separazione fra chiesa è stato sancita dalla legge francese fin dal 1905, è stata ottenuta dopo lunghe lotte. Bisogna rispettare questa vittoria. Le giovani donne in Francia hanno bisogno di sentirsi accettate, integrate. Indossano il velo perché sentono di essere rigettate; affermano così una loro identità. Si tratta, in ogni caso di una minoranza, anche se è molto rumorosa".
Lei ha scritto due volumi, sul razzismo e sull'islam spiegato ai giovani. Cosa ha detto loro? Quali sono le vere radici del fondamentalismo?
"Il fondamentalismo ha una base comune: il fanatismo e l'ignoranza. Che sia islamico o cristiano, si tratta di un anacronismo pericoloso perché giustifica la guerra".
Nel suo nuovo libro "Amori stregati", lei ha scritto pagine bellissime sull'eros, sulla libertà interiore che le donne arabe hanno nel rapporto d'amore. E' possibile che nella cultura islamica alle donne venga riconosciuta sul piano della vita intima e sessuale più dignità e libertà di quanto non faccia l'Occidente?
"In "Amori stregati", racconto delle finzioni; sono la testimonianza indiretta dell'immaginario delle donne la cui condizione giuridica è infelice. L'islam, come le altre due religioni monoteiste, diffida delle donne. Un versetto dice più o meno questo delle donne: "la loro capacità di furbizia è immensa !". Furbizia è inteso qui nel senso negativo. Allora, le donne costruiscono la loro vita secondo la loro capacità di immaginare, di arrangiarsi, di scansare la legge. Strappano la loro libertà dalle mani dei loro dominatori. Hanno dei poteri insospettabili. E meno male. Ma è anche vero che"Amori stregati" rispecchia una realtà abbastanza presente nel Marocco di oggi: il ricorso alla magia e alla stregoneria è un modo per reagire contro una realtà opprimente. Anche gli uomini ci credono".
Nell'Islam comunque non sembra esserci una condanna del femminile e del corpo come storicamente è avvenuto in Occidente, con tanto di caccia alle streghe...
"Nel islam, le sessualità non è tabù. Insegnare l'educazione sessuale nelle scuole viene addirittura consigliato. Il profeta Muhammad è stato sposato nove volte. Amava le donne. La sua prima moglie fu la sua padrona, la donna per la quale lavorava; era più vecchia di lui e non indossava il velo. Sono gli islamici che hanno fatto di tutto per snaturare l'islam e per farne una religione oscura e fanatica".
IL GIORNO- IL RESTO DEL CARLINO-LA NAZIONE 17 ottobre 2003
L'INTERVISTA/ Tahar Ben Jelloun
"LE DONNE DELL'ISLAM, STREGHE IN CERCA DI LIBERTA'"
di Simona Maggiorelli
Le trame dell'eros, la ricerca del rapporto fra uomo e donna, in cui insieme agli abiti si abbandonano per un po' le gerarchie dei ruoli, delle identità sociali. Dopo romanzi e saggi di taglio più strettamente sociale sul razzismo, sullo sradicamento, sulla lontananza, lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun propone ora un doppio intrigante viaggio letterario alla scoperta del nostro universo meno razionale, più intimo e profondo. Bompiani ha appena pubblicato il suo "Amori stregati" e, oggi Fabbri manda in libreria , una sua riscrittura della "Bella addormentata" , per i più piccoli, in chiave da "Mille e una notte". Al fondo dei due diversi lavori un'interessante indagine sul femminile, in un confronto tra Oriente e Occidente giocato a livello di "imagerie". Per presentare i due volumi il 16 ottobre Ben Jelloun sarà alla Casa delle letterature di Roma e il 17 all'Istituto di Francese di Firenze, il 18 nella bolognese Chiesa di san Giorgio a Poggiale e il 20 ottobre al centro culturale italo arabo di Torino.
Signor Ben Jelloun, il re del Marocco Mohammed VI ha annunciato un nuovo codice di diritto matrimoniale. Una possibilità di svolta che genera molte aspettative e speranze.
"E' una riforma che deve ancora passare per il parlamento, con ogni probabilità troverà l'opposizione degli islamisti del PJD, il partito della giustizia e dello sviluppo. Ma anche dei partiti tradizionalisti come l' Istiqlal. Comunque resta importante che il re abbia avuto il coraggio di proporre un nuovo codice della famiglia, dopo averlo messo a punto con una commissione per ben due anni".
Se passasse cosa potremmo aspettarci?
" Non possiamo sperare che le mentalità più oltranziste evolvano allo stesso ritmo. Ci saranno delle resistenze, ma il Marocco non sarà più fra i paesi Arabi ad avere il codice della famiglia più retrogrado. Si avvicinerà alla Tunisia, lasciandosi alle spalle l'Algeria".
Cosa porterà per le donne sul piano giuridico e sociale?
" La liberazione delle donne non si decreta. Riguarda tutti i cittadini.
Ci vorrà una grossa campagna d'informazione progressista, moderna. Tante donne lottano da tempo. Ora, l'aspetto giuridico sta dalla loro parte. Prima, non era così".
Qual è stato il contribuito dei movimenti delle donne morocchine a questa svolta?
"In Marocco esistono numerose associazioni di donne, associazioni coraggiose, solide e determinate. La loro voce è stata ascoltata. Senza la loro presenza sul terreno, questa riforma avrebbe aspettato ancora diversi anni".
E il Nobel per la pace a Shirin Ebadi inciderà?
"E' un fantastico colpo da maestro. L'Accademia Nobel ha dato un notevole aiuto alle donne musulmane che lottano per la propria libertà. Mi pare una scelta inaspettata e felicissima".
Colpisce la recente notizia di due sorelle espulse dal liceo perché portavano il velo. Cosa sta accadendo fra le generazioni di giovani donne nate in Francia da famiglie arabe?
"Il velo è un simbolo politico ed ideologico. E' un segno di appartenenza ad una comunità. Il problema sta nel fatto che siamo una società laica. La libertà degli individui è reale, ma lo è anche il dovere di rispettare la scuola pubblica. La separazione fra chiesa è stato sancita dalla legge francese fin dal 1905, è stata ottenuta dopo lunghe lotte. Bisogna rispettare questa vittoria. Le giovani donne in Francia hanno bisogno di sentirsi accettate, integrate. Indossano il velo perché sentono di essere rigettate; affermano così una loro identità. Si tratta, in ogni caso di una minoranza, anche se è molto rumorosa".
Lei ha scritto due volumi, sul razzismo e sull'islam spiegato ai giovani. Cosa ha detto loro? Quali sono le vere radici del fondamentalismo?
"Il fondamentalismo ha una base comune: il fanatismo e l'ignoranza. Che sia islamico o cristiano, si tratta di un anacronismo pericoloso perché giustifica la guerra".
Nel suo nuovo libro "Amori stregati", lei ha scritto pagine bellissime sull'eros, sulla libertà interiore che le donne arabe hanno nel rapporto d'amore. E' possibile che nella cultura islamica alle donne venga riconosciuta sul piano della vita intima e sessuale più dignità e libertà di quanto non faccia l'Occidente?
"In "Amori stregati", racconto delle finzioni; sono la testimonianza indiretta dell'immaginario delle donne la cui condizione giuridica è infelice. L'islam, come le altre due religioni monoteiste, diffida delle donne. Un versetto dice più o meno questo delle donne: "la loro capacità di furbizia è immensa !". Furbizia è inteso qui nel senso negativo. Allora, le donne costruiscono la loro vita secondo la loro capacità di immaginare, di arrangiarsi, di scansare la legge. Strappano la loro libertà dalle mani dei loro dominatori. Hanno dei poteri insospettabili. E meno male. Ma è anche vero che"Amori stregati" rispecchia una realtà abbastanza presente nel Marocco di oggi: il ricorso alla magia e alla stregoneria è un modo per reagire contro una realtà opprimente. Anche gli uomini ci credono".
Nell'Islam comunque non sembra esserci una condanna del femminile e del corpo come storicamente è avvenuto in Occidente, con tanto di caccia alle streghe...
"Nel islam, le sessualità non è tabù. Insegnare l'educazione sessuale nelle scuole viene addirittura consigliato. Il profeta Muhammad è stato sposato nove volte. Amava le donne. La sua prima moglie fu la sua padrona, la donna per la quale lavorava; era più vecchia di lui e non indossava il velo. Sono gli islamici che hanno fatto di tutto per snaturare l'islam e per farne una religione oscura e fanatica".
venerdì 17 ottobre 2003
da clorofilla.it, un articolo di Andrea Ventura
(segnalato da Tonino Scrimenti; nella pagina di clorofilla.it dove appare, questo articolo è corredato da immagini e link: lo si può trovare QUI)
www.clorofilla.it
Giovedì 16 ottobre 2003
Buongiorno, inconscio
di Andrea Ventura
“Io sono vecchio, mi sono fermato al problema delle donne. Non so cosa c’entrano con la conoscenza”. Così si esprime Roberto Herlizka nella parte del padre di Massimo, il protagonista di un film di Marco Bellocchio del 1994, Il sogno della farfalla.
La sceneggiatura del film, scritta da Massimo Fagioli, comparve nel primo numero della rivista “Il Sogno della Farfalla” nel lontano 1992, e oggi, mentre lo stesso attore è nel film Buongiorno, notte con cui Bellocchio ha raggiunto il suo massimo successo, l’ultimo numero della rivista offre la straordinaria opportunità di comprendere il senso più profondo di quelle parole.
“Donne e ricerca scientifica” è infatti il titolo della terza sessione del Meeting internazionale “La libertà delle donne in Europa e nel Mediterraneo” organizzato dall’Università degli Studi di Foggia, i cui Atti “Il Sogno della Farfalla” ripropone.
Commentare l’affascinante percorso di ricerca che Carla Severini, organizzatrice della sessione, e i relatori Ilaria Bonaccorsi, David Armando, Paolo Fiori Nastro e Annelore Homberg hanno proposto non è cosa semplice. Solo qualche breve cenno quindi, solo un invito alla lettura.
I lavori presentati, tra storia, filosofia, medicina e psichiatria si intrecciano attorno ad una domanda: quale è stato il ruolo delle donne nella ricerca scientifica e medica in particolare? O meglio, come si compone questo ruolo con l’identità umana, e più specificatamente maschile, da sempre identificata con la ragione? Vediamo così, nelle prime due relazioni, guaritrici, levatrici, raccoglitrici di erbe, donne che fin dai primi secoli cristiani esercitavano una capillare e in molti casi avanzatissima attività medico - pratica, essere trasformate, orientativamente nel corso del XIII secolo, in streghe e fattucchiere che possono sì guarire, ma anche far ammalare.
L’istituzionalizzazione della professione medica e la formazione delle università, con la regolamentazione che questo ha comportato e l’accesso agli studi consentito ai soli uomini, le vede quindi emarginate. Poi la cacciata delle donne dal sapere medico si trasforma nell’accusa di magia e stregoneria e nei roghi dell’Inquisizione, dove vengono inglobati nello schema del sabba tutti quegli aspetti della cultura popolare che deviano dall’ortodossia religiosa.
Infine, nel passaggio dall’Inquisizione alla fondazione della scienza moderna, vediamo ben delineato quell’elemento di continuità costituito dalla scissione tra ragione e non ragione, e come l’esclusione delle donne abbia coinciso con l’esclusione dal “pensiero”, dalla scienza e dalla conoscenza, di tutto un intero mondo non solo di esperienza medica, ma anche di passioni, immagini, sensazioni, sogni, di tutto ciò che non è ragione.
La rivoluzione scientifica quindi ha cancellato l’irrazionale e le donne, anche se, viene ricordato, dall’Ariosto a Giordano Bruno il Rinascimento aveva tentato una via diversa alla modernità, una via che non passasse attraverso l’esclusione del mondo delle passioni. Perché tutto questo? Forse, risponde il prof. Fiori Nastro, per il terrore che l’antica prassi medica delle donne potesse diventare teoria, “pensiero”, e dato che la parola “pensiero” era, ed è anche oggi, legata all’altra parola che è “ragione”, è chiaro che non era pensabile associare la ragione alle donne. Infatti, fin dalla fondazione del pensiero occidentale, ma anche orientale, l’identità umana legata alla ragione ha escluso le donne.
Così l’illuminismo e la Rivoluzione Francese, e, possiamo aggiungere, tutto il ciclo rivoluzionario che dalla Rivoluzione Francese e dal marxismo ha preso le mosse, pur proponendo la sostanziale uguaglianza tra tutti gli esseri umani, si è scontrato, è fallito, o comunque ha trovato il proprio limite nel fatto di aver definito quest’uguaglianza sull’identità umana come ragione: tutti gli uomini sono uguali e si possono comprendere tra di loro perché dotati di ragione, e questo li distingue dagli animali. Una definizione che esclude dalla realtà umana il bambino dei primi mesi o anni di vita e ogni dimensione non razionale, come quella dei sogni e del rapporto dialettico uomo - donna.
E qui, nella relazione della dottoressa Homberg, vediamo illustrato con chiarezza il cambiamento di prospettiva proposto dalla Scuola Romana di Psichiatria e Psicoterapia: “Nel rapporto uomo – donna si deve fondare una diversità assoluta tra corpo umano maschile e femminile con un’uguaglianza altrettanto assoluta, per cui entrambi sono esseri umani pur essendo diversi”. E’ un’operazione psichica poco “razionale”, che si scontra col principio di non contraddizione perché deve mettere insieme diversità e uguaglianza, tanto più difficile se si approfondisce la ricerca e si ipotizza che alla diversità fisica possa corrispondere una diversità mentale, per cui la ragione sarebbe associata all’identità maschile, mentre l’identità femminile sarebbe rimasta più legata all’irrazionale.
Qui, appunto, si viene a proporre l’idea che la psichiatria, cioè la possibilità di conoscere il mondo dell’irrazionale e di curare la malattia mentale, debba passare necessariamente per il rapporto uomo – donna e per il recupero dell’immagine e dell’identità femminile, in sé e per tutto quello che essa rappresenta. Donna e ricerca scientifica quindi. Recupero e sviluppo dell’identità umana non razionale, non scissa tra ragione e non ragione, grazie a una “teoria della nascita” identica per gli uomini e le donne che fonde l’inizio della vita fisiologica del neonato con l’inizio del pensiero, e quindi supera la scissione tra anima e corpo.
L’ampio dibattito che ha seguito le relazioni ha visto la partecipazione di Massimo Fagioli. Numerosissimi i temi toccati: le radici storiche del pensiero sulla presunta inferiorità della donna, la favola di Amore e Psiche e la sua trasformazioni in quella della Bella e la Bestia, il rapporto tra religione e mondo dell’irrazionale, le differenze tra Islam e mondo cristiano, la noxa esterna nelle malattie organiche e in quelle mentali etc. Insomma, il numero 4/2003 de “Il Sogno della Farfalla” è un’occasione da non perdere per tutti coloro che vogliono avvicinarsi ai temi della ricerca della Scuola Romana di Psichiatria e Psicoterapia.
“Io sono vecchio…” Vecchia è un’identità umana che è riuscita a svelare i segreti del cosmo e delle particelle e a far raggiungere ad una parte dell’umanità livelli di benessere economico e di salute fisica mai raggiunti prima, ma non si propone nessuna ricerca su ciò che è al di là della ragione e della coscienza, su ciò che è sano e malato nella mente dell’uomo, sui suoi rapporti più intimi, e che quindi ha pagato tutto questo col vuoto e l’anaffettività. Il singolare intreccio che ha visto nascere una rivista di psichiatria con lo stesso titolo della sceneggiatura di un film trova la sua giustificazione nel fatto che la nuova psichiatria muove dalla ricerca sulle immagini, anzitutto quelle che compaiono nei sogni, poi quelle artistiche. I sogni sono pensiero, non dissociazione, possono essere interpretati ed ogni uomo è artista quando compone il suo sogno. Alcuni lo sono anche nella veglia, così, oggi, al di là della cura medica, non solo gli psichiatri ma anche molti artisti contribuiscono allo sviluppo di questa nuova identità umana inconscia e irrazionale, e la raccontano, e come nei sogni ogni immagine nasconde un pensiero e racconta una storia, nel film di Bellocchio Buongiorno, notte, io, con un po’ di fantasia, posso leggere un’altra storia: dietro i quattro brigatisti scorgo quattro seminari a cui, da quasi trent’anni, partecipano centinaia e centinaia di persone, eredi della tradizione marxista e del sessantotto. Lo scontro con lo psichiatra dell’analisi collettiva è mortale, ma poi, superata quella tradizione e realizzata l’immagine femminile, lo lasciano libero, nel suo cappotto scuro.
www.clorofilla.it
Giovedì 16 ottobre 2003
Buongiorno, inconscio
di Andrea Ventura
“Io sono vecchio, mi sono fermato al problema delle donne. Non so cosa c’entrano con la conoscenza”. Così si esprime Roberto Herlizka nella parte del padre di Massimo, il protagonista di un film di Marco Bellocchio del 1994, Il sogno della farfalla.
La sceneggiatura del film, scritta da Massimo Fagioli, comparve nel primo numero della rivista “Il Sogno della Farfalla” nel lontano 1992, e oggi, mentre lo stesso attore è nel film Buongiorno, notte con cui Bellocchio ha raggiunto il suo massimo successo, l’ultimo numero della rivista offre la straordinaria opportunità di comprendere il senso più profondo di quelle parole.
“Donne e ricerca scientifica” è infatti il titolo della terza sessione del Meeting internazionale “La libertà delle donne in Europa e nel Mediterraneo” organizzato dall’Università degli Studi di Foggia, i cui Atti “Il Sogno della Farfalla” ripropone.
Commentare l’affascinante percorso di ricerca che Carla Severini, organizzatrice della sessione, e i relatori Ilaria Bonaccorsi, David Armando, Paolo Fiori Nastro e Annelore Homberg hanno proposto non è cosa semplice. Solo qualche breve cenno quindi, solo un invito alla lettura.
I lavori presentati, tra storia, filosofia, medicina e psichiatria si intrecciano attorno ad una domanda: quale è stato il ruolo delle donne nella ricerca scientifica e medica in particolare? O meglio, come si compone questo ruolo con l’identità umana, e più specificatamente maschile, da sempre identificata con la ragione? Vediamo così, nelle prime due relazioni, guaritrici, levatrici, raccoglitrici di erbe, donne che fin dai primi secoli cristiani esercitavano una capillare e in molti casi avanzatissima attività medico - pratica, essere trasformate, orientativamente nel corso del XIII secolo, in streghe e fattucchiere che possono sì guarire, ma anche far ammalare.
L’istituzionalizzazione della professione medica e la formazione delle università, con la regolamentazione che questo ha comportato e l’accesso agli studi consentito ai soli uomini, le vede quindi emarginate. Poi la cacciata delle donne dal sapere medico si trasforma nell’accusa di magia e stregoneria e nei roghi dell’Inquisizione, dove vengono inglobati nello schema del sabba tutti quegli aspetti della cultura popolare che deviano dall’ortodossia religiosa.
Infine, nel passaggio dall’Inquisizione alla fondazione della scienza moderna, vediamo ben delineato quell’elemento di continuità costituito dalla scissione tra ragione e non ragione, e come l’esclusione delle donne abbia coinciso con l’esclusione dal “pensiero”, dalla scienza e dalla conoscenza, di tutto un intero mondo non solo di esperienza medica, ma anche di passioni, immagini, sensazioni, sogni, di tutto ciò che non è ragione.
La rivoluzione scientifica quindi ha cancellato l’irrazionale e le donne, anche se, viene ricordato, dall’Ariosto a Giordano Bruno il Rinascimento aveva tentato una via diversa alla modernità, una via che non passasse attraverso l’esclusione del mondo delle passioni. Perché tutto questo? Forse, risponde il prof. Fiori Nastro, per il terrore che l’antica prassi medica delle donne potesse diventare teoria, “pensiero”, e dato che la parola “pensiero” era, ed è anche oggi, legata all’altra parola che è “ragione”, è chiaro che non era pensabile associare la ragione alle donne. Infatti, fin dalla fondazione del pensiero occidentale, ma anche orientale, l’identità umana legata alla ragione ha escluso le donne.
Così l’illuminismo e la Rivoluzione Francese, e, possiamo aggiungere, tutto il ciclo rivoluzionario che dalla Rivoluzione Francese e dal marxismo ha preso le mosse, pur proponendo la sostanziale uguaglianza tra tutti gli esseri umani, si è scontrato, è fallito, o comunque ha trovato il proprio limite nel fatto di aver definito quest’uguaglianza sull’identità umana come ragione: tutti gli uomini sono uguali e si possono comprendere tra di loro perché dotati di ragione, e questo li distingue dagli animali. Una definizione che esclude dalla realtà umana il bambino dei primi mesi o anni di vita e ogni dimensione non razionale, come quella dei sogni e del rapporto dialettico uomo - donna.
E qui, nella relazione della dottoressa Homberg, vediamo illustrato con chiarezza il cambiamento di prospettiva proposto dalla Scuola Romana di Psichiatria e Psicoterapia: “Nel rapporto uomo – donna si deve fondare una diversità assoluta tra corpo umano maschile e femminile con un’uguaglianza altrettanto assoluta, per cui entrambi sono esseri umani pur essendo diversi”. E’ un’operazione psichica poco “razionale”, che si scontra col principio di non contraddizione perché deve mettere insieme diversità e uguaglianza, tanto più difficile se si approfondisce la ricerca e si ipotizza che alla diversità fisica possa corrispondere una diversità mentale, per cui la ragione sarebbe associata all’identità maschile, mentre l’identità femminile sarebbe rimasta più legata all’irrazionale.
Qui, appunto, si viene a proporre l’idea che la psichiatria, cioè la possibilità di conoscere il mondo dell’irrazionale e di curare la malattia mentale, debba passare necessariamente per il rapporto uomo – donna e per il recupero dell’immagine e dell’identità femminile, in sé e per tutto quello che essa rappresenta. Donna e ricerca scientifica quindi. Recupero e sviluppo dell’identità umana non razionale, non scissa tra ragione e non ragione, grazie a una “teoria della nascita” identica per gli uomini e le donne che fonde l’inizio della vita fisiologica del neonato con l’inizio del pensiero, e quindi supera la scissione tra anima e corpo.
L’ampio dibattito che ha seguito le relazioni ha visto la partecipazione di Massimo Fagioli. Numerosissimi i temi toccati: le radici storiche del pensiero sulla presunta inferiorità della donna, la favola di Amore e Psiche e la sua trasformazioni in quella della Bella e la Bestia, il rapporto tra religione e mondo dell’irrazionale, le differenze tra Islam e mondo cristiano, la noxa esterna nelle malattie organiche e in quelle mentali etc. Insomma, il numero 4/2003 de “Il Sogno della Farfalla” è un’occasione da non perdere per tutti coloro che vogliono avvicinarsi ai temi della ricerca della Scuola Romana di Psichiatria e Psicoterapia.
“Io sono vecchio…” Vecchia è un’identità umana che è riuscita a svelare i segreti del cosmo e delle particelle e a far raggiungere ad una parte dell’umanità livelli di benessere economico e di salute fisica mai raggiunti prima, ma non si propone nessuna ricerca su ciò che è al di là della ragione e della coscienza, su ciò che è sano e malato nella mente dell’uomo, sui suoi rapporti più intimi, e che quindi ha pagato tutto questo col vuoto e l’anaffettività. Il singolare intreccio che ha visto nascere una rivista di psichiatria con lo stesso titolo della sceneggiatura di un film trova la sua giustificazione nel fatto che la nuova psichiatria muove dalla ricerca sulle immagini, anzitutto quelle che compaiono nei sogni, poi quelle artistiche. I sogni sono pensiero, non dissociazione, possono essere interpretati ed ogni uomo è artista quando compone il suo sogno. Alcuni lo sono anche nella veglia, così, oggi, al di là della cura medica, non solo gli psichiatri ma anche molti artisti contribuiscono allo sviluppo di questa nuova identità umana inconscia e irrazionale, e la raccontano, e come nei sogni ogni immagine nasconde un pensiero e racconta una storia, nel film di Bellocchio Buongiorno, notte, io, con un po’ di fantasia, posso leggere un’altra storia: dietro i quattro brigatisti scorgo quattro seminari a cui, da quasi trent’anni, partecipano centinaia e centinaia di persone, eredi della tradizione marxista e del sessantotto. Lo scontro con lo psichiatra dell’analisi collettiva è mortale, ma poi, superata quella tradizione e realizzata l’immagine femminile, lo lasciano libero, nel suo cappotto scuro.
su www.railibro.rai.it:
UNA INTERVISTA A MARCO BELLOCCHIO
(Arianna Rossini segnala l'intervista che segue, disponibile sul sito della RAI, ma fin qui sfuggita
L'intervista è disponibile, dalla data del 25 settembre 2003, in originale QUI)
25 settembre 2003
Un'intervista a Marco Bellocchio
La feconda infedeltà del cinema verso la letteratura
di Andrea Monda
Marco Bellocchio è il regista del momento: non è usuale che un film italiano superi al botteghino i grandi spettacoli che arrivano da Hollywood eppure è quello che sta facendo in questi giorni l’ultimo suo lavoro, Buongiorno, notte ispirato al caso Moro. Eppure l’uomo che incontro nel suo studio romano non ha nulla del “trionfatore”: gentilissimo, mi parla con grande affabilità della “fatica” dell’essere regista e mi confida di essere già al lavoro per un nuovo film, con Sergio Castellitto, che ha, come titolo provvisorio Il regista di matrimoni: “una storia in partenza autobiografica, su un regista in fuga dal suo mondo, ma che poi ha come una “svolta” quando incontra il personaggio che dà il titolo il film”.
D. A Urbino si è svolto un convegno sulla traduzione all’insegna del “bella e infedele”, come a dire che la traduzione anche se infedele deve essere innanzitutto bella. Anche la trasposizione cinematografica di un romanzo è una forma di traduzione e quindi può essere una forma di tradimento. Lei ha spesso esercitato questa forma di infedeltà, rivendicandone il diritto, in quanto artista, e questo vale anche per Buongiorno, notte ispirato al libro di Laura Braghetti. Ma l’infedeltà è una virtù?
R. A me non piace molto generalizzare. Credo che in arte sia quasi un obbligo. E’ questo vale anche per i film cosiddetti storici, in cui il regista prende lo spunto dalla storia e la interpreta ma sempre, inevitabilmente, partendo dal presente, dal suo presente. Così è successo per Buongiorno, notte che mi è stato proposto, nel 2001, e che io ho accettato solo a certe condizioni, a condizione, appunto, di poter essere infedele. Ho usato molto di quel vastissimo materiale, filmato e scritto, che si è accumulato in questi 25 anni sul caso Moro, ma poi ho privilegiato il libro della Braghetti proprio per quel carattere di cronaca che aveva di quei 55 giorni. Quel libro è stato una formidabile “piattaforma”. Al tempo stesso però quella fatalità della tragedia, questa accettazione dei personaggi di un destino ineluttabile in senso quasi religioso, era un elemento di difficoltà per me in quanto regista. Ho sentito quindi la necessità di innestare su quello sfondo qualche elemento di infedeltà.
D. Come è stata recepita dall’autrice del libro questa sua libertà?
R. La Braghetti ha apprezzato proprio quelle infedeltà (e così hanno fatto anche altri brigatisti come la Faranda o Morucci). Cioè nel film una serie di dettagli della cronaca sono stati sviluppati in modo tale da restituire una verità più profonda della cronaca stessa. La Braghetti ha aggiunto che anche la “falsificazione” del suo personaggio si è rivelata come un qualcosa di “vitale”. Tutto quel conflitto interiore che lei ha vissuto ma che nella cronaca di quei giorni non era uscito fuori, ora nel film è emerso, anche se in modo visionario (o forse proprio grazie a questo linguaggio infedele).
D.. Lei, nella sua carriera, ha “tradotto” molte opere letterarie, da La Balia e Enrico IV di Pirandello a Il Diavolo in corpo di Raymond Radiguet, da Il Gabbiano di Cecov, Il Principe di Hornburg di Heinrich von Kleist: tutti tradimenti?
R. Sì, ma sempre con diverse gradualità e intensità: ne Il Gabbiano c’è stata una grande fedeltà, quasi letterale. In Hornburg c’è un’infedeltà maggiore dovuta anche a dei tagli del testo di von Kleist in alcuni casi radicali; ne Il Diavolo in corpo l’infedeltà è totale, per cui dell’opera di Radiguet non è rimasto quasi nulla. Pure ne La Balia c’è una grande dose di infedeltà anche se lo spunto, la situazione, la vita familiare sono riconducibili a Pirandello. Direi quindi che c’è una vasta gamma qualitativa e quantitativa di infedeltà.
D. Queste infedeltà nascono dal diverso linguaggio artistico dovuto al mezzo usato oppure c’è stata, di volta in volta, una sua precisa scelta?
R. Tutte e due le cose. Senz’altro il linguaggio incide anche per quella dimensione del cinema di non volersi “arrendere” alla parola. Però c’è in ognuno di questi casi molto di me, una mia cifra. Per esempio ne La Balia c’è un procedimento simile a Buongiorno, Notte. Il testo di Pirandello era improntato al realismo e al naturalismo per cui la protagonista finiva nel degrado più totale e, in un finale alla Zola, diventava prostituta anche a causa della grettezza della sua famiglia borghese meschina e vigliacca che la rifiuta e la scaccia. Questo cupo fatalismo naturalista mi sembrava intollerabile per cui l’infedeltà è stata una necessità e nel finale mi sono discostato dal testo di Pirandello. La stessa cosa è avvenuta per Buongiorno, notte.
D. Però qui l’infedeltà è duplice: nei confronti del libro della Braghetti e nei confronti della storia. Lei più volte di recente ha affermato di non aver fatto una mera ricostruzione storica e tantomeno un ragionamento politico ma di aver voluto mettere al centro del suo film il tema del rapporto con il padre. Ma allora c’era proprio bisogno della figura di Moro?
R. La figura di Moro senza dubbio mi ha intrigato. Confesso che, nel corso del lavoro sulla sceneggiatura, la sua figura, progressivamente e quasi inconsapevolmente, mi ha ricordato quella di mio padre. Quando Moro passeggia per ben due volte di notte nell’appartamento (non importa se sia sogno o realtà) lì è proprio mio padre che passeggia di notte nel mio ricordo da adolescente, perché lo faceva, soprattutto negli ultimi tempi prima di morire, per cui passava intere notti insonne e veniva malinconicamente a vedere i suoi figli stanza per stanza. Quella morte di mio padre fu in qualche modo cancellata, fatta scomparire un po’ proprio come in Italia la tragedia di Moro che in questi lunghi anni ha sempre suscitato un po’ di ritrosia, una voglia più o meno celata di non volerne ridiscutere. Tutte le reazioni che in questi giorni ci sono state all’uscita del mio film mi confermano quella sensazione, come se oggi i tempi siano maturi per una ulteriore riflessione che, sia ben chiaro, io non intendevo programmaticamente riaccendere.
D. Tra le varie reazioni, quasi tutte positive, c’è anche chi l’ha accusata di revisionismo buonista. Cosa risponde a questa osservazione?
R. In effetti per qualcuno sono stato troppo buono con i brigatisti ma in realtà ho cercato di capire chi fossero e anche di rappresentare nella normalità quotidiana quella disumanità fanatica. Mi è sembrato più efficace rappresentare la “banalità del male” (secondo l’espressione della Harendt) piuttosto che far vedere i brigatisti come dei mostri assetati di sangue. Dall’altra parte sono stato accusato (magari da quegli stessi critici) di essere stato troppo buono anche con Moro che avrei in qualche modo idealizzato. Io posso dire soltanto che, in assoluta sincerità, nella dialettica dei personaggi la pacatezza e la moderazione di Moro mi sono apparse più umane che non la freddezza e la cecità dei terroristi e che quel conflitto mi sembrava degno di essere rappresentato in tutta la sua forza. Il punto è che alcune volte i critici schematizzano, per cui o c’è il realismo o c’è il sogno e il sogno è spesso visto in maniera negativa, come una “psicanalisi deteriore”. Dimenticano che nell’arte come nella vita, le cose sono molto più complesse per cui accanto al realismo e al sogno c’è anche la visionarietà. Invece spesso ci si fossilizza su alcuni termini o concetti che vengono affermati in modo astratto e assoluto e che quindi rimangono generici, apodittici, insoluti.
D. Che influenza ha avuto nel suo lavoro di regista la sua frequentazione con lo psichiatra Massimo Fagioli?
R. Ho conosciuto Fagioli proprio nel 1978. E’ stato un rapporto lungo e complesso nel quale però io ho sempre mantenuto una mia identità personale pur partecipando a un’esperienza di analisi collettiva che ovviamente mi ha trasmesso una serie di spunti e suggestioni feconde. In questo contesto c’è stato il cosiddetto periodo dello scandalo e dell’incomprensione, relativo soprattutto a tre film: Il diavolo in corpo, in cui ho chiamato Fagioli ad accompagnarmi nella regia (scelta di cui non mi pento minimamente), La condanna, la cui sceneggiatura abbiamo scritto a quattro mani e Il sogno della farfalla, in cui ho messo in scena una sua sceneggiatura. Dopodiché io ho preso una strada del tutto autonoma professionalmente in cui però non ho rinnegato la precedente ricerca che si potrebbe ritrovare persino in Buongiorno, notte, anche perché quando uno realizza un approfondimento, una ricerca, tutto questo rimane e riemerge continuamente. Nel complesso si è trattato di un’esperienza che ha avuto e ancora ha per me un’importanza notevole.
La chiacchierata è finita e Bellocchio mi accompagna alla porta. Parliamo ancora del faticoso “lavoro del regista”: “Un lavoro che può apparire inutile”, mi dice, “soprattutto in Italia. Un po’ come il direttore d’orchestra. A che serve se i musicisti da soli sanno già suonare? Ed è un lavoro pesante. Se non hai la fortuna di fare un film di successo devi sempre ricominciare da capo, convincere mezzo mondo dell’importanza del tuo progetto… tutto questo per trovare i soldi, quei tanti soldi che servono a fare i film.”. Mi sorprende però la calma con cui ne parla, cercando gli aspetti positivi di questa condizione che potrebbe apparire frustrante: “C’è però un lato positivo in tutto questo” afferma, “il regista fa un lavoro sempre attivo, sempre portato al confronto con gli altri, con il mondo. Questa brutale concretezza del cinema fa solo del bene all’artista. In qualche modo è un fattore terapeutico”. Parola di regista.
L'intervista è disponibile, dalla data del 25 settembre 2003, in originale QUI)
25 settembre 2003
Un'intervista a Marco Bellocchio
La feconda infedeltà del cinema verso la letteratura
di Andrea Monda
D. A Urbino si è svolto un convegno sulla traduzione all’insegna del “bella e infedele”, come a dire che la traduzione anche se infedele deve essere innanzitutto bella. Anche la trasposizione cinematografica di un romanzo è una forma di traduzione e quindi può essere una forma di tradimento. Lei ha spesso esercitato questa forma di infedeltà, rivendicandone il diritto, in quanto artista, e questo vale anche per Buongiorno, notte ispirato al libro di Laura Braghetti. Ma l’infedeltà è una virtù?
R. A me non piace molto generalizzare. Credo che in arte sia quasi un obbligo. E’ questo vale anche per i film cosiddetti storici, in cui il regista prende lo spunto dalla storia e la interpreta ma sempre, inevitabilmente, partendo dal presente, dal suo presente. Così è successo per Buongiorno, notte che mi è stato proposto, nel 2001, e che io ho accettato solo a certe condizioni, a condizione, appunto, di poter essere infedele. Ho usato molto di quel vastissimo materiale, filmato e scritto, che si è accumulato in questi 25 anni sul caso Moro, ma poi ho privilegiato il libro della Braghetti proprio per quel carattere di cronaca che aveva di quei 55 giorni. Quel libro è stato una formidabile “piattaforma”. Al tempo stesso però quella fatalità della tragedia, questa accettazione dei personaggi di un destino ineluttabile in senso quasi religioso, era un elemento di difficoltà per me in quanto regista. Ho sentito quindi la necessità di innestare su quello sfondo qualche elemento di infedeltà.
D. Come è stata recepita dall’autrice del libro questa sua libertà?
R. La Braghetti ha apprezzato proprio quelle infedeltà (e così hanno fatto anche altri brigatisti come la Faranda o Morucci). Cioè nel film una serie di dettagli della cronaca sono stati sviluppati in modo tale da restituire una verità più profonda della cronaca stessa. La Braghetti ha aggiunto che anche la “falsificazione” del suo personaggio si è rivelata come un qualcosa di “vitale”. Tutto quel conflitto interiore che lei ha vissuto ma che nella cronaca di quei giorni non era uscito fuori, ora nel film è emerso, anche se in modo visionario (o forse proprio grazie a questo linguaggio infedele).
D.. Lei, nella sua carriera, ha “tradotto” molte opere letterarie, da La Balia e Enrico IV di Pirandello a Il Diavolo in corpo di Raymond Radiguet, da Il Gabbiano di Cecov, Il Principe di Hornburg di Heinrich von Kleist: tutti tradimenti?
R. Sì, ma sempre con diverse gradualità e intensità: ne Il Gabbiano c’è stata una grande fedeltà, quasi letterale. In Hornburg c’è un’infedeltà maggiore dovuta anche a dei tagli del testo di von Kleist in alcuni casi radicali; ne Il Diavolo in corpo l’infedeltà è totale, per cui dell’opera di Radiguet non è rimasto quasi nulla. Pure ne La Balia c’è una grande dose di infedeltà anche se lo spunto, la situazione, la vita familiare sono riconducibili a Pirandello. Direi quindi che c’è una vasta gamma qualitativa e quantitativa di infedeltà.
D. Queste infedeltà nascono dal diverso linguaggio artistico dovuto al mezzo usato oppure c’è stata, di volta in volta, una sua precisa scelta?
R. Tutte e due le cose. Senz’altro il linguaggio incide anche per quella dimensione del cinema di non volersi “arrendere” alla parola. Però c’è in ognuno di questi casi molto di me, una mia cifra. Per esempio ne La Balia c’è un procedimento simile a Buongiorno, Notte. Il testo di Pirandello era improntato al realismo e al naturalismo per cui la protagonista finiva nel degrado più totale e, in un finale alla Zola, diventava prostituta anche a causa della grettezza della sua famiglia borghese meschina e vigliacca che la rifiuta e la scaccia. Questo cupo fatalismo naturalista mi sembrava intollerabile per cui l’infedeltà è stata una necessità e nel finale mi sono discostato dal testo di Pirandello. La stessa cosa è avvenuta per Buongiorno, notte.
D. Però qui l’infedeltà è duplice: nei confronti del libro della Braghetti e nei confronti della storia. Lei più volte di recente ha affermato di non aver fatto una mera ricostruzione storica e tantomeno un ragionamento politico ma di aver voluto mettere al centro del suo film il tema del rapporto con il padre. Ma allora c’era proprio bisogno della figura di Moro?
R. La figura di Moro senza dubbio mi ha intrigato. Confesso che, nel corso del lavoro sulla sceneggiatura, la sua figura, progressivamente e quasi inconsapevolmente, mi ha ricordato quella di mio padre. Quando Moro passeggia per ben due volte di notte nell’appartamento (non importa se sia sogno o realtà) lì è proprio mio padre che passeggia di notte nel mio ricordo da adolescente, perché lo faceva, soprattutto negli ultimi tempi prima di morire, per cui passava intere notti insonne e veniva malinconicamente a vedere i suoi figli stanza per stanza. Quella morte di mio padre fu in qualche modo cancellata, fatta scomparire un po’ proprio come in Italia la tragedia di Moro che in questi lunghi anni ha sempre suscitato un po’ di ritrosia, una voglia più o meno celata di non volerne ridiscutere. Tutte le reazioni che in questi giorni ci sono state all’uscita del mio film mi confermano quella sensazione, come se oggi i tempi siano maturi per una ulteriore riflessione che, sia ben chiaro, io non intendevo programmaticamente riaccendere.
D. Tra le varie reazioni, quasi tutte positive, c’è anche chi l’ha accusata di revisionismo buonista. Cosa risponde a questa osservazione?
R. In effetti per qualcuno sono stato troppo buono con i brigatisti ma in realtà ho cercato di capire chi fossero e anche di rappresentare nella normalità quotidiana quella disumanità fanatica. Mi è sembrato più efficace rappresentare la “banalità del male” (secondo l’espressione della Harendt) piuttosto che far vedere i brigatisti come dei mostri assetati di sangue. Dall’altra parte sono stato accusato (magari da quegli stessi critici) di essere stato troppo buono anche con Moro che avrei in qualche modo idealizzato. Io posso dire soltanto che, in assoluta sincerità, nella dialettica dei personaggi la pacatezza e la moderazione di Moro mi sono apparse più umane che non la freddezza e la cecità dei terroristi e che quel conflitto mi sembrava degno di essere rappresentato in tutta la sua forza. Il punto è che alcune volte i critici schematizzano, per cui o c’è il realismo o c’è il sogno e il sogno è spesso visto in maniera negativa, come una “psicanalisi deteriore”. Dimenticano che nell’arte come nella vita, le cose sono molto più complesse per cui accanto al realismo e al sogno c’è anche la visionarietà. Invece spesso ci si fossilizza su alcuni termini o concetti che vengono affermati in modo astratto e assoluto e che quindi rimangono generici, apodittici, insoluti.
D. Che influenza ha avuto nel suo lavoro di regista la sua frequentazione con lo psichiatra Massimo Fagioli?
R. Ho conosciuto Fagioli proprio nel 1978. E’ stato un rapporto lungo e complesso nel quale però io ho sempre mantenuto una mia identità personale pur partecipando a un’esperienza di analisi collettiva che ovviamente mi ha trasmesso una serie di spunti e suggestioni feconde. In questo contesto c’è stato il cosiddetto periodo dello scandalo e dell’incomprensione, relativo soprattutto a tre film: Il diavolo in corpo, in cui ho chiamato Fagioli ad accompagnarmi nella regia (scelta di cui non mi pento minimamente), La condanna, la cui sceneggiatura abbiamo scritto a quattro mani e Il sogno della farfalla, in cui ho messo in scena una sua sceneggiatura. Dopodiché io ho preso una strada del tutto autonoma professionalmente in cui però non ho rinnegato la precedente ricerca che si potrebbe ritrovare persino in Buongiorno, notte, anche perché quando uno realizza un approfondimento, una ricerca, tutto questo rimane e riemerge continuamente. Nel complesso si è trattato di un’esperienza che ha avuto e ancora ha per me un’importanza notevole.
La chiacchierata è finita e Bellocchio mi accompagna alla porta. Parliamo ancora del faticoso “lavoro del regista”: “Un lavoro che può apparire inutile”, mi dice, “soprattutto in Italia. Un po’ come il direttore d’orchestra. A che serve se i musicisti da soli sanno già suonare? Ed è un lavoro pesante. Se non hai la fortuna di fare un film di successo devi sempre ricominciare da capo, convincere mezzo mondo dell’importanza del tuo progetto… tutto questo per trovare i soldi, quei tanti soldi che servono a fare i film.”. Mi sorprende però la calma con cui ne parla, cercando gli aspetti positivi di questa condizione che potrebbe apparire frustrante: “C’è però un lato positivo in tutto questo” afferma, “il regista fa un lavoro sempre attivo, sempre portato al confronto con gli altri, con il mondo. Questa brutale concretezza del cinema fa solo del bene all’artista. In qualche modo è un fattore terapeutico”. Parola di regista.
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