giovedì 18 novembre 2004

sinistra, dopo l'appello di Pietro Ingrao
una petizione al Presidente Ciampi

Per firmare questo documento si può andare alla pagina:
http://www.liberazione.it/

Una petizione al Presidente della Repubblica promossa da Liberazione e da 28 personalità politiche e intellettuali

«O cambiate la Costituzione
o ritirate i soldati italiani»

I ministri del governo italiano hanno in varie occasioni dichiarato che in Iraq è in corso una guerra. Ora lo ha dichiarato formalmente anche il ministro della Difesa, definendola guerra preventiva e difendendone le ragioni e la giustezza. Tutti i giornali italiani, e del mondo intero, dicono che in Iraq è in corso una guerra. Del resto, basta guardare le immagini di Falluja. Alcuni reparti dell'esercito italiano sono impegnati in questa guerra al fianco delle truppe di occupazione americane. La Costituzione italiana, all'articolo 11, ripudia la guerra come mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali. L'attuale politica estera dell'Italia è dunque al di fuori e in contrasto con la Costituzione. E' illegale.

Lei, signor Presidente, è il garante della Costituzione. Le chiediamo di intervenire presso il governo italiano perché corregga questa situazione gravissima di illegalità. E' possibile farlo solo in due modi: o si cambia la Costituzione (cancellando l'articolo 11), e si sottopone questa modifica della Costituzione al Parlamento e eventualmente al referendum popolare, o si mette fine alla partecipazione italiana alla guerra.

Sicuri del suo interessamento e del suo impegno
La ringraziamo per l'attenzione


(primo firmatario: Pietro Ingrao)
_________________________

il prof. Cancrini
direttore delle comunità Saman

Repubblica 18.11.03

Lo psichiatra Luigi Cancrini: in tutta Europa si fanno nette distinzioni tra i diversi stupefacenti, il proibizionismo sui più giovani sarà devastante
"Un provvedimento antistorico che avrà l'effetto boomerang"

ROMA - «Quando mi chiedono di commentare il testo di questa nuova legge sulla droga mi torna in mese Sandro. Un amico, un ragazzo che non c´è più, e che avevo cercato di aiutare. A 18 anni Sandro che della droga sa poco o niente entra in un gruppo di consumatori abituali di hashish e la seconda sera che esce con loro viene arrestato, insieme agli altri, con l'accusa di detenzione e spaccio di stupefacenti. Sandro va in carcere, conosce l'eroina, esce dopo due anni, si infetta di Aids e muore... Noi sappiamo che qualche grammo di hashish non può cambiare il destino di una persona. Una punizione sbagliata sì. È stato il carcere, infatti, a segnare il destino di Sandro». È Luigi Cancrini, psichiatra, oggi direttore scientifico delle comunità terapeutiche Saman a fare questo racconto, per spiegare quali possono essere le conseguenze di una politica repressiva, i cui bersagli, dice "saranno i giovani e i giovanissimi".
Professor Cancrini, lei più volte ha parlato di un provvedimento "antistorico".
«La legge Fini fa cadere qualunque distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti, mentre in tutto il resto d'Europa le distinzioni vengono accentuate, sia a livello politico che a livello scientifico secondo le linee guida dell'Osservatorio europeo sulle tossicodipendenze. L'Inghilterra, l'Olanda, in parte anche la Spagna vanno verso la depenalizzazione della cannabis, noi invece vietiamo tutto. Ma nella psicologia giovanile questo messaggio funzionerà con un effetto boomerang».
Perché, che impatto sociale potrebbe avere la punizione generalizzata del consumo?
«Effetti devastanti se davvero scatteranno le sanzioni penali. Effetti "nulli" dal punto di vista della dissuasione perché è noto che il proibire tutto fa scattare, in particolare nei giovani, una gran voglia di violare le regole».
Torna anche il modello della comunità chiusa e residenziale.
«Sì, sul modello di San Patrignano. Invece la comunità deve essere un percorso terapeutico e non rieducativo, deve essere un posto dove si entra e si sceglie di restare volontariamente, un luogo in cui la persona accetta di mettersi in crisi. Invece si ripropone un modello di comunità vecchio, non più utile ai nuovi tossicodipendenti. Oggi l'emergenza è data dalla cocaina, ma il percorso di disintossicazione per chi abusa di questa sostanza è diverso, sono periodi brevi, due, tre mesi, il perno di tutto è la psicoterapia, in cui è necessario a volte coinvolgere l'intero nucleo familiare. Da una recente ricerca fatta a Milano tra i giovani da 18 a 25 anni che frequentano le autoscuole è emerso che il 15% ha riferito di aver fatto uso di cocaina nel corso dell'ultimo anno. Con legge Fini tutti questi giovani sarebbero stati già puniti, ma se proiettiamo quel dato a livello nazionale, che facciamo mettiamo in carcere il 15% dei giovani italiani?».
Ma allora, a suo parere, qual è l'unica forma di prevenzione?
«L'unico messaggio che arriva ai giovani è l'informazione. Non terroristica, non proibizionista ma precisa. Devono sapere che cosa sono quelle pasticche che si prendono, che cosa gli succede se mischiano alcol e cocaina, che danni fanno al loro cervello. Forse il depliant informativo dopo averlo letto lo butteranno via. Ma intanto l'hanno letto e forse hanno imparato a difendersi».
(m.n.d.l.)

mercoledì 17 novembre 2004

su
MAWIVIDEO

l'intervista all'on.le Fausto Bertinotti

a Radio Tre Mondo del 15 novembre 2004


oltre che dagli Archivi della trasmissione
(cioè QUI)

è adesso disponibile anche su

MAWIVIDEO

Negli Archivi di RADIO3MONDO si può ascoltare però l'intera trasmissione su BAD GODESBORG compresa l'intervista a Bertinotti (un po' più di un'ora in tutto: in questo caso occorre avere istallato sul proprio computer RealPlayer, disponibile in rete gratuitamente), su MAWIVIDEO invece sono disponibili solo i 6/7 minuti dell'intervista stessa (come si sa qui ci vuole Windows Media Player, anch'esso disponibile gratuitamente)

Altrimenti, per chi non possa collegarsi in rete, e grazie ad Annalina Ferrante, c'è anche un cd disponibile per l'ascolto in Libreria

________________________

ed ecco il manifesto...
«C'è un nuovo nemico a sinistra, si chiama Bertinotti»

il manifesto 17.11.04
la risposta
C'è un nuovo nemico a sinistra, si chiama Bertinotti

Nonostante i borbottii, i rimproveri e le esplicite condanne della sinistra più o meno moderata e "civile" (compreso, ovviamente, "Male Minore"-Barenghi), nonostante la faccia compunta del buon Veltroni, che si ricorda della non-violenza solo quando si sottrae qualche libro o prosciutto e non quando si sommergono di bombe i bambini serbi; nonostante gli schiamazzi di "Tolleranza zero"-Pisanu, gli "espropri proletari" si diffondono a macchia d'olio. Certo, si tratta di minoranze, di avanguardie politicamente scorrette, ma che proprio con la loro "mala educaciòn" pongono un problema e nello stesso tempo evidenziano un rischio. Il problema è naturalmente quello della precarietà, che corrode alle radici la nostra società e che Bertinotti pretende di affrontare accordandosi proprio con quel centro-sinistra che ha aperto le porte al lavoro precario; gli espropriatori hanno infatti compreso che, in un mondo in cui la merce è più sacra della vita umana, l'unico modo per portare la precarietà sotto i riflettori è quello di sferrare continui attacchi alla merce. Il rischio è quello del ritorno della violenza, anche nelle forme della violenza politica: il precariato è infatti una vera e propria violazione dell'ordine sociale, che, come diceva Rousseau, "non deriva assolutamente dalla natura, ma è fondato su accordi": con il venir meno di questi accordi, viene meno anche l'obbligo di obbedire a regole come pagare in un supermercato.
La svolta moderata di Bertinotti, che elude volutamente questi problemi e si impanca in discussioni "new-age" sulla non-violenza come valore escatologico, abbandona di fatto al proprio destino centinaia di migliaia di persone che, private di ogni sponda politica, potrebbero individuare proprio nella violenza l'unica soluzione ai loro problemi.
Marco Di Branco, Roma

Non c'è dubbio che più le azioni sono eclatanti, illegali, spettacolari, al limite violente e ovviamente provocatorie, più è evidente il problema che pongono. In questo caso quello della precarietà (che non è solo del lavoro ma della vita in generale), problema che sta assumendo una dimensione tale da non rappresentare più un'eccezione (per quanto diffusa) bensì la regola. Ci stiamo avviando a passi da gigante su una strada che ci porterà a una società basata sull'insicurezza. Non solo quella provocata da guerre e terrorismi, che già bastano, ma da una vita quotidiana in cui si sa forse quello che si sta facendo oggi ma non quello che si farà (se si farà) domani. Cosa meglio dell'attacco al cuore della merce, argomenta il nostro lettore, per mettere a fuoco il problema? Problema che se lasciato a se stesso, o magari venduto sul tavolo della politica come farebbe Bertinotti, esploderà anche in nuove forme di violenza politica.
Sull'esproprio cosiddetto proletario, credo di aver già spiegato sul manifesto di mercoledì scorso la mia posizione contraria, non per ragioni moralistiche o perbenistiche ma politiche. Quel che invece mi interessa discutere oggi è la percezione che si ha ormai di Bertinotti in alcuni settori della sinistra radicale e movimentista, praticamente il leader di Rifondazione è diventato il male maggiore. Ho la netta impressione che si stia riproducendo un meccanismo classico della nostra storia, classico ma sciagurato. Quello che individua il nemico principale non nell'avversario ma nel compagno di strada, compagno che avrebbe sbandato dalla retta via (giudicata retta in base a non si sa quali parametri). E allora giù con le accuse, moderato, traditore, venditore della propria anima, barattatore del movimento in cambio di poltrone. Fino ad arrivare a impedire fisicamente al responsabile esteri di Rifondazione, Gennaro Migliore, di salire sul palco della manifestazione per la Palestina di sabato scorso a Roma. Mentre un suo compagno di partito, Claudio Grassi, ammesso nell'empireo perché la sua corrente aveva aderito "anche alla piattaforma", non si è accorto di quel che stava accadendo sotto i suoi occhi.
A me pare che questa virulenza, questo cercare affannosamente il nemico a sinistra, sia talmente sopra le righe che non ha quasi più nulla a che vedere con il merito delle questioni. Ha invece un sapore artificiale, politicistico direi, si sta in piazza da palestinesi o in un supermercato da precari, ma in realtà si sta nei corridoi del tanto odiato Palazzo. Soprattutto se gli animatori di questo scontro stanno contemporaneamente trattando con altri partiti (per esempio i Verdi o lo stesso Prc) un posto al sole. Cioè nel Palazzo, che evidentemente non gli fa tanto schifo.
Riccardo Barenghi

L'Unità
la crociata della chiesa cattolica contro il governo socialista

L'Unità 17.11.04
La crociata della Chiesa contro Zapatero
Aborto, divorzio, nozze gay, staminali, religione a scuola, eutanasia sono i temi per i quali le gerarchie accusano il premier socialista di voler decristianizzare la Spagna
Contro la riforma dell'insegnamento religioso appoggiano la raccolta di firme e un'eventuale manifestazione. Ma molte associazioni di credenti non ci stanno

di Franco Mimmi


MADRID - Conservatrice come se mai ci fosse stato un Concilio Vaticano II, pronta a rilanciare una crociata come quella in cui sostenne Francisco Franco contro il governo legale repubblicano, la Conferenza episcopale spagnola si dichiara martire di una persecuzione e vede in José Luìs Rodrìguez Zapatero il suo torturatore. Sette sono i dolori che il presidente del governo socialista le starebbe infliggendo, ovvero: la riforma dell'educazione religiosa nelle scuole, il matrimonio di coppie omosessuali, la riforma della legge sull'aborto, quella della legge sul divorzio, l'autorizzazione della ricerca con cellule staminali, il finanziamento della Chiesa e infine, sebbene il governo neppure vi abbia fatto cenno, l'eutanasia.
Questo atteggiamento della Chiesa in un paese in cui tradizionalmente, da Torquemada a Franco, è stata lei a mietere vittime, appare poco credibile, e infatti non poche organizzazioni religiose si guardano bene dal fiancheggiare le iniziative propugnate di Antonio Maria Rouco Varela, cardinale arcivescovo di Madrid e presidente della Conferenza episcopale, chiedendo invece dialogo e comprensione. «Non vogliamo - dice un comunicato delle 300 congregazioni religiose femminili e 100 maschili riunitesi pochi giorni fa in congresso - diluire il nostro impegno di credenti, come non desideriamo tollerare che la fede e la religione siano, una volta di più e per disgrazia, veicolo di intolleranza, rigetto o violenza».
Ma il vertice ecclesiastico parla addirittura di «decristianizzazione», e ha inviato una lettera ai direttori delle scuole cattoliche e ai professori di religione delle scuole pubbliche (scelti dalla Conferenza episcopale ma pagati dallo Stato) perché raccolgano firme contro la riforma dell'insegnamento religioso. Ne vogliono due milioni, e se il governo non cedesse alla pressione sono pronti ad appoggiare manifestazioni di piazza dei firmatari. È doveroso aggiungere che due associazioni di professori di religione non partecipano alla raccolta delle firme o sono decisamente contrari, anche perché la Conferenza episcopale viola continuamente lo Statuto dei lavoratori.
In realtà Zapatero ha solo fermato la riforma avviata, poco prima di perdere le elezioni, dal governo di José Maria Aznar, con la quale la religione tornava a essere materia obbligatoria d'insegnamento, faceva media con le altre materie e poteva perciò causare anche bocciature. Gli scolari disponevano, formalmente, di una scelta, ma l'unica alternativa possibile era il «Fatto religioso», strana locuzione per un paniere contenente le orazioni, i luoghi di culto, le feste religiose, fede e ragione, eccetera. La scelta, insomma, era tra religione e più religione, il che rendeva la legge ancor più retriva di quella in vigore durante il franchismo.
Rouco era riuscito, dopo duro lavoro, a strapparla ad Aznar facendo pagare al Papa l'ultima rata del conto. Infatti Giovanni Paolo II che si era espresso fermamente contro alla guerra all'Iraq di cui lo stesso Aznar era uno dei fautori, venne in Spagna nel maggio dell'anno scorso ma nel corso della sua visita non fece accenno alcuno al conflitto. Anzi: nel corso di una cerimonia definì per due volte «guerra civile» quello che fu un colpo di Stato, e usò la parola «martirio» per i sacerdoti uccisi dai repubblicani ma dimenticò completamente le vittime dei fascisti. Pochi giorni dopo il governo firmava la legge. Il blocco di quella riforma, così come il ritiro delle truppe spagnole dall'Iraq, erano punti del programma elettorale che nel marzo scorso ha portato alla vittoria i socialisti. Vi era pure il matrimonio di coppie omosessuali, già varato, e la già proposta possibilità di abortire, nelle prime 12 settimane di gravidanza, senza dover addurre un motivo. Vi era la facilitazione delle pratiche di divorzio, ora allo studio, e la ricerca sulle cellule madri a fine terapeutico, prossima al varo. Misure che il vertice episcopale definisce via via come «olocausto silenzioso», e «attentato», e «aggressione» agli «esseri umani» che sarebbero gli embrioni. Quanto all'eutanasia, problema che non verrà affrontato nella presente legislatura, va da sé che può essere solo «omicidio».
«Il governo - ha detto Zapatero - non vuole scontrarsi con la Chiesa cattolica, sono altri che vogliono scontrarsi con il governo, ma non sono disposto a sopportare interferenze esterne alla politica». È chiaro però, a questo punto, che tali interferenze ci saranno, e numerose. Tra le contese più aspre vi sarà certamente quella per il finanziamento della chiesa cattolica, che fin qui non solo è stato a carico dello Stato ma addirittura, dal 1988 a oggi, ha sforato di 450 milioni di euro il pattuito. Funziona così: ogni contribuente può scegliere tra varie opzioni, tra cui la chiesa cattolica, a chi destinare uno 0,52 per cento delle sue imposte, e lo Stato versa direttamente il denaro all'ente prescelto. Ogni anno questa somma viene anticipata, e ogni anno l'anticipo è stato assai superiore alle contribuzioni reali ma lo Stato non ne ha mai preteso la restituzione. Conseguenza: ogni anno tutti i contribuenti spagnoli, cattolici o no, volenti o nolenti, regalano soldi alla chiesa. Ecco perché il governo propone ora che le varie confessioni si finanzino con apporti volontari, mentre la Chiesa, che ha visto con stupore come a darle il suo contributo sia appena il 30 per cento degli spagnoli, vorrebbe che la percentuale attribuibile fosse alzata allo 0,80 per cento.
Così la Conferenza episcopale tenta di far rinascere, nella cattolicissima Spagna (dove tuttavia, dell'85 per cento che si dice cattolico, quasi la metà non va quasi mai a messa, solo il 18 per cento ci va tutte le domeniche, e assai meno si confessano e comunicano con assiduità), la Chiesa Militante che dovrebbe combattere un supposto «fondamentalismo laicista». E la stessa chiesa che ancora non ha condannato ufficialmente il franchismo, e trae forza dalla Chiesa Trionfante di cui il Papa ha gonfiato le milizie canonizzando come martiri centinaia di sacerdoti morti nel conflitto scatenato dai franchisti, che essi appoggiavano. «Il giorno è arrivato», ha affermato il cardinale Rouco. Lo ha detto con il tono soave che gli è proprio, ma era chiaro a tutti che in realtà stava tuonando: «Dio lo vuole!»

venerdì "Buongiorno, notte" esce nei cinema britannici
Marco Bellocchio, oggi sul "Guardian"

The Guardian (Gran Bretagna) 17.11.04
http://www.guardian.co.uk/arts/features/story/0,,1353014,00.html

I miei piccoli terroristi

In via Caetani, una tranquilla strada nel centro di Roma, una targa sul muro di una chiesa segna quella che è ancora una ferita aperta nella società italiana: ventisei anni fa qui fu ritrovato il corpo senza vita di Aldo Moro. Quando Marco Bellocchio, uno dei più noti e rispettati registi italiani, ha deciso di fare un film sul rapimento e la morte di Moro, ha cercato di entrare nella testa dei terroristi. Perciò 'Buongiorno notte' non è un documentario, ma la storia della brigatista Chiara. "Non sono uno storico. Non mi interessa la verità", spiega Bellocchio. "Quello che è vero è lo spirito del tempo, la fanatica convinzione che in nome di una causa si può uccidere". Il film esce venerdì in Gran Bretagna.

My 'little terrorists'

When Italy's most provocative film-maker decided to dramatise a political murder, he never expected to be attacked so ferociously - from left and right alike. He talks to Sophie Arie
The Guardian

In Via Caetani, a quiet street in central Rome, a modest stone plaque is embedded in the dark brick wall of a church. It marks what is still an open wound in Italian society. Twenty-six years ago, the bullet-riddled body of former prime minister Aldo Moro was dumped here, 55 days after he was kidnapped by left-wing terrorists.

When Marco Bellocchio, one of Italy's best-known anti-establishment film-makers, was asked to make a film about Moro's abduction and murder, he decided it was time to get inside the terrorists' heads, rather than simply set out the facts. So Good Morning, Night (Buongiorno Notte) is not a documentary but the story of the fictional character Chiara, the only woman in the Red Brigades cell that snatches Moro. Bellocchio calls her the "piccola terrorista" or "little terrorist".

Bellocchio explains that much of his film is made up. "I am not a historian. I'm not interested in the truth. What is true is the spirit of the time. That fanatical, religious kind of conviction that it is worth killing for a cause."

To get inside the mind of his "little terrorist", Bellocchio's film stays inside the dark, crowded Rome flat where the group held Moro in a cupboard behind a bookshelf. The gang sleeps in shifts and watches the news about the kidnapping while Moro eats soup, contemplates his fate and writes letters to his family and the Pope inside a cell draped with the Red Brigades' emblem, a five-point star. The grey-haired devout Catholic tries to talk sense to his hooded, revolutionary-minded young captors. And the world outside does little to save him.

Chiara cooks for her "comrades" and their prisoner, keeping up a pretence of normality to her mother and her boyfriend during her occasional forays into the world outside. While her hardline fellow kidnappers (one of them played by Bellocchio's son Gianni) dream of a working-class revolution in Italy, Chiara dreams of Moro slipping out of his prison cell and walking free down a car-lined street, back into his life. There are flashes of archive footage of triumphant Soviet workers to the sound of Pink Floyd's Wish You Were Here album.

Bellocchio's psychological fantasy about one of Italy's worst political crimes since the second world war has roused passions. "I have been accused of being too damning - saying that the terrorists were little religious fanatics," he says. "Or I was too benevolent when in fact they were criminals, assassins. The film revived a whole political debate - between those on the left for negotiating to save the prisoner and those who were absolutely intransigent, who said you should not negotiate and so effectively handed the prisoner to his death, to execution. I didn't expect ferocious polemics."

But against the background of today's "war on terror", Moro's fate acquires a whole new significance. The language of the terrorists who are willing to die for their cause is uncannily similar to that of today's Islamist terrorists. The enemy - the capitalist, imperialist, Christian establishment - is in many ways unchanged. In 1978 as in 2004, a small group of fervent idealists create an atmosphere of terror far larger than themselves. While the country holds its breath and police hunt down the terrorists, inside their flat the militant students are so nervous they cannot open the wooden box in which they have smuggled their prisoner past the neighbours.

"I remember those times," says Bellocchio, 65. "From the outside they appeared invincible. An invincible armada. But in fact that was an exaggeration. The real militants were only a few hundred people."

The 1970s leftwing militants were ready to die for their cause, as well as to kill. In its early years, even those joining the Communist party had to swear allegiance for life and willingness to die for communism. "They said they were atheists, but they believed religiously and absolutely in their cause. They were ready to die for it. Their behaviour was similar - though on a less massive destructive scale - to that of the fanatical terrorists of today.

"Ultimately, the film is an indictment of the religious fanaticism with which a small but destructive few are willing to take on the world," he says. "The death of Moro is not a triumph but a failure."

After the murder of Moro, the Red Brigades began to unravel and waves of disillusioned militants gave up the armed struggle. Many of the more moderate leftwing Italians - among them young Bellocchio, who had passively supported the Red Brigades' struggle - were disgusted and disillusioned. "Their ideals were so far from reality. And they could not see it," says Bellocchio.

Bellocchio has been one of Italy's better known and more provocative film directors ever since 1965's Fists in the Pocket, in which a young man decides to kill his closest relations as a rebellion against conformity and family. This is the first time in nearly 40 years of film-making that he has focused on a father figure such as the 61-year-old Moro.

The gentle, intellectual Bellocchio admits this was no accident. "Without doing cheap psychoanalysis, I lost my father when I was small, so obviously I wanted to ignore, deny this absence," he says. Bellocchio's father, to whom Good Morning, Night is dedicated, died of a tumour when Bellocchio was 17. "While I was writing the script, and also during the shooting, I had an image of my father in my mind, wandering around the house at night when he was not well."

· Good Morning, Night is out on Friday

Roma:
maltrattamenti sui minori

Redattore Sociale 16.11.04
MINORI MALTRATTATI
Bilancio dei primi 7 anni di attività del Centro di Aiuto al bambino maltrattato del Comune di Roma. Il 31% dei bambini che hanno subito abusi sessuali o maltrattamenti ha tra i 6 e i 10 anni. ''Nell’80% dei casi l'abuso si consuma in famiglia''

ROMA – Bilancio dei primi 7 anni di attività del Centro di Aiuto al bambino maltrattato del Comune di Roma: una ricerca effettuata sui primi 6 anni di attività (1998 –2003), su un campione di 292 casi seguiti (182 femmine e 110 maschi), evidenzia che nel 77%% dei casi a rivolgersi al Centro sono i servizi sociali dei Municipi, mentre per il 12% dei casi è la Procura o il Tribunale dei Minori ad effettuare la segnalazione. Raramente la richiesta di aiuto arriva direttamente dai genitori o da altri parenti (genitore maltrattante 1%, genitore non maltrattante 3%, altri parenti 2%). Il 31% dei bambini che hanno subito abuso sessuale e altre forme di maltrattamento infantile ha tra i 6 e i 10 anni, il 29% tra i 3 e i 5 anni.
I dati sono emersi durante il convegno "Maltrattamento e abuso sessuale: i danni a breve e a lungo termine", promosso oggi dal Centro Aiuto al bambino maltrattato e dall'Ipab Isma (Istituti di Santa Maria in Aquiro) presso la Sala della Protomoteca in Campidoglio.
Il “Centro aiuto al bambino maltrattato” è un progetto del Comune di Roma finanziato grazie alla Legge 285/97 per la promozione dei diritti e delle opportunità per l’infanzia e l’adolescenza. Attivo dal 1998, nasce per rispondere al bisogno di servizi di psicoterapia mirati per i minori vittime di abuso sessuale e per le loro famiglie. Il progetto, promosso dal V Dipartimento alle Politiche Sociali del Comune di Roma, è gestito dalla Associazione “Bambini nel tempo- onlus” sotto la supervisione scientifica del prof. Luigi Cancrini e ha un costo annuale di circa 250mila euro.
Nel corso dei sette anni di lavoro il Centro è entrato in contatto con centinaia di bambini che hanno subito abuso sessuale e altre forme di maltrattamento infantile e con le loro famiglie. Il 18% dei minori al momento del maltrattamento aveva tra 0 e 2 anni, il 14% tra 11 e 13 anni, l’8% tra 14 e 17 anni. Diversi i tipi di maltrattamento subiti dai minori: trascuratezza (26%), psicologico (24%), abuso sessuale (18%), rischio -violenza assistita (18%), fisico (13%), ipercura (1%). Dai risultati della ricerca nel 31% dei casi il minore vittima di maltrattamento o di abuso risulta essere il secondogenito, mentre nel 28% è il primogenito e nel 26% risulta essere figlio unico. In molti casi almeno un fratello/sorella è presente al momento del maltrattamento. Per quanto riguarda l’età dei genitori, nella maggioranza dei casi l’età è compresa tra i 30 e i 40 anni; ben l’84% dei minori maltrattati vive con il padre biologico.
“Nell’80% dei casi l’abuso si consuma in famiglia – ha osservato Cancrini – e il minore si trova spesso in un conflitto d’interessi: se ne parla si mette contro i suoi familiari o può mettere a rischio l’economia familiare, se l’abusante è il compagno della madre”. (lab)
© Copyright Redattore Sociale

...comprare Repubblica?
...o direttamente Avvenire?

OGGI SU REPUBBLICA: TRE PAGINE INTERE, e uno strillo in Prima...

...sul CROCIFISSO!

_______________

antidepressivi

Le Scienze 16.11.2004
Antidepressivi e sviluppo osseo
La fluoxetina potrebbe essere dannosa per bambini e adolescenti

Secondo uno studio pubblicato online sulla rivista “Endocrinology”, una diffusa classe di farmaci antidepressivi, prescritti anche ai bambini, potrebbe avere effetti negativi sulla crescita delle ossa. Lo sostengono alcuni ricercatori dell’Università dell'Indiana, che hanno studiato gli effetti degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) sulla maturazione ossea dei topi. Gli esperimenti mostrano una riduzione della massa e delle dimensioni delle ossa negli animali trattati con questi farmaci.
“I risultati - afferma Stuart J. Warden, il principale autore dello studio - indicano un potenziale impatto negativo dei SSRI sullo scheletro, e suggeriscono di effettuare ulteriori ricerche sulla prescrizione di questi farmaci a bambini e adolescenti”. Gli scienziati hanno esaminato gli effetti della fluoxetina (Prozac), in quanto si tratta dell’unico antidepressivo la cui prescrizione ai bambini è approvata dalla Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti.
Lo studio, finanziato dai National Institutes of Health (NIH), è stato avviato dopo che alcune ricerche cliniche preliminari avevano mostrato che l’uso di SSRI era associato all’incremento di perdita ossea nelle anche delle donne anziane, a un calo di densità ossea negli uomini, e a un calo di crescita scheletrica nei bambini.

© 1999 - 2004 Le Scienze S.p.A.

«la paura è contagiosa»

Yahoo Salute 18.11.04
Psichiatria, Psicologia e Neurologia. Il Pensiero Scientifico Editore
La paura è contagiosa
di Paola Mariano

La paura è contagiosa e il “contagio” è mediato dalla capacità umana di leggere il linguaggio del corpo. È quanto sostenuto da Beatrice de Gelder della Harvard Medical School che con la sua équipe ha compiuto studi sul cervello umano dimostrando che l’empatia che si crea tra le persone passa non solo attraverso le espressioni del volto ma anche attraverso la postura.
“Questa scoperta è importante”, ha riferito la ricercatrice sull’ultimo numero della rivista dell’Accademia Americana delle Scienze PNAS, “in quanto offre una prima spiegazione della tendenza umana a ‘seguire il gruppo’ in condizioni di panico, talvolta con esiti tutt’altro che positivi, come nelle fughe di massa all’impazzata in caso di incendi o altre calamità”.
Per verificare se i segnali offerti dalla postura del corpo venissero letti o meno dal nostro cervello i neurologi hanno usato il neuroimaging, una tecnica che “spia” il cervello in azione monitorando in tempo reale il flusso di sangue che affluisce nelle regioni cerebrali attive durante una data azione. L’équipe ha esaminato il cervello di un gruppo di persone nell’atto di osservare foto di corpi umani con postura naturale o che denotasse allegria o paura. Mentre le immagini che proponevano posture “felici” si limitavano ad accendere le zone della corteccia visiva, hanno spiegato gli esperti, quelle invece che trasmettevano l’idea di panico accendevano regioni nervose legate alle emozioni ed anche i centri motori, come se il cervello si preparasse istintivamente alla fuga.
Questo è un chiaro segno, hanno concluso gli esperti, che siamo in grado di captare messaggi che ci arrivano da tutto il corpo e che spesso proprio questa capacità ci spinge ad azioni irrazionali ed impulsive.

Bibliografia. De Gelder B, Snyder J, Greve D et al. Fear fosters flight: A mechanism for fear contagion when perceiving emotion expressed by a whole body. PNAS November 16, 2004; 101 (45)

Cogne

IL MESSAGGERO 16.11.04
IL PRIMO “RESPONSO”
«La mamma di Samuele è sana di mente»
La Franzoni fu sottoposta a esame psicologico nell’estate del 2002, ma su richiesta del gip

ROMA - Le conclusioni della perizia psichiatrica sono state illustrate in una udienza durata due ore e mezza il 7 ottobre del 2002. Gli esperti chiamati per stabilire lo stato mentale della mamma di Cogne conclusero che era assolutamente capace di intendere e di volere e che non presentava alcun elemento psicologico che la potesse associare a una «figlicida». Venne escluso che «potesse aver messo in atto il delitto per poi scotomizzare (cioè rimuovere dalla mente) gli avvenimenti». È stata definita «una ragazza dai percorsi mentali e affettivi piuttosto semplici e diretti, assai poco isterica, dalla forte coerenza interna». E anche in quel caso non mancarono le polemiche.
Il professor Ugo Fornari, consulente dell'accusa insieme con Picozzi e Viglino, contestò le metologie seguite dagli esperti del gip, chiudendo la sua relazione con questa frase: «Non si può rispondere ai quesiti avanzati dal giudice, perché non si può valutare uno stato di mente non sapendo se la donna ha commesso o meno un reato». Per Fornari: «La Franzoni è sempre in difesa, per celare la sua vera natura, come se volesse nascondere il vulcano che è in lei e che potrebbe tornare a esplodere». L’esperto espresse giudizi negativi anche sullo «show» della donna in televisione da Maurizio Costanzo quando disse che aspettava un bambino. Sebbene durante una seduta con i medici, Annamaria dichiarò: «Pensare di mettere al mondo altri figli in una società che ci ha tolto un bambino in quel modo, non è semplice. Non pensavo che la vita fosse così crudele».
Ma quali le ragioni dei dissensi tra esperti? Nella sua perizia, il consulente dei pm spiegava che «la signora Franzoni presenta disturbi patologici di personalità». Per lo psichiatra, la donna non è malata di mente, ma «una bimba non cresciuta». Quello su cui il professore non si è trovato in accordo è stata la lettura che i colleghi hanno fatto delle dieci tavole del test di Rorschach, che contiene delle macchie monocrome e policrome. «Per me - ha chiarito - ci sono tratti patologici molto evidenti non rilevati dalla psicologa dell'ufficio. Non dico che la signora possa esplodere in un gesto analogo a quello di cui viene accusata dai magistrati, ma potrebbe avere crisi isteriche, depressione».
C.Man.

martedì 16 novembre 2004

PIETRO INGRAO
su LIBERAZIONE

una segnalazione di Gabriella Cetroni:

Liberazione 16.11.04

Opposizione, muoviti: quella guerra è illegale

di Pietro Ingrao


Cari compagni,

Oggi, lunedì 15 novembre, apro i giornali del mattino. Leggo l'Unità, e a pagina 6 trovo un titolo su cui è scritto: "L'Italia è in guerra. Parola di Pera". Segue un sottotitolo (sempre su tutta la pagina) che dice: "Gli fa eco il ministro Martino: meglio la guerra preventiva che la guerra successiva".

Dico a me stesso: forse sono titoli esagerati, saranno una forzatura di un giornalista che ha voluto fare un titolo eclatante. Ma non è così: perché sotto quel titolo di scatola c'è un'intervista, in cui Fabio Mussi sostiene che Pera - cioè il presidente del Senato! - «ha scavalcato persino Bush». E dichiara, Mussi, che la missione italiana «è del tutto priva di legittimità costituzionale», alludendo evidentemente all'articolo 11 della Costituzione.

Mi chiedo ancora se Mussi non si sia fatto trascinare dalla passione polemica dell'Unità, che non è certo un giornale gentile verso il governo. E allora vado a sfogliare La Repubblica. Il suo titolo in realtà è un po' ambiguo e attribuisce a Martino una frase non chiara. «Via (dall'Irak) appena possibile…. Che vuol dire? Chi e come stabilisce l'"appena possibile?» Mi butto allora a leggere il testo sulle dichiarazioni di Martino e trovo questo ragionamento che è bene riportare tale e quale da Repubblica: «Quale è l'alternativa - chiede Martino - alla guerra successiva? Aspettiamo di subire un altro attentato terroristico e poi reagiamo? In questi casi è meglio prevenire che curare».

E qui allibisco. Il ministro degli Esteri d'Italia fa sua e legittima quella nozione di guerra preventiva definita dal presidente degli Stati Uniti d'America: nozione che rovescia radicalmente quel povero articolo 11 della Costituzione italiana.

Mi prende uno scrupolo, visto che Repubblica è pur sempre un giornale d'opposizione (e forse malevolo verso il Martino). E vado a sfogliare il togato Corriere della sera. E qui ancora trovo una affermazione del Martino che mi lascia intontito. Dice il ministro (e cito tra virgolette): «Voglio solo ricordare che la missione in Irak non ha una scadenza». Come aggiungere: è una guerra preventiva e senza limiti.

A questo punto non si tratta più di Martino e del governo Berlusconi: si tratta di sapere quali sono le leggi che esistono in questo Paese.

Cari compagni, se io, cittadino qualunque, svaligio un appartamento, o rapino una banca, e la polizia mi becca, cosa fa? Mi schiaffa ai polsi un bel paio di manette. E se io protesto, mi risponde: è la legge. Domando allora. C'è in questo Paese una legge in cui si decide se e quando l'Italia può fare la guerra? E chi lo stabilisce? C'è scritto in Costituzione? E se non c'è scritto, che razza di Costituzione è? E se c'è scritto in Costituzione - come è di fatto - e il governo se ne infischia e fa in altro modo, è possibile che non succeda nulla?

Confesso che sono stanco di fare questa domanda alle Massime Istituzioni. Ora lo chiedo ai miei amici dell'Opposizione: e domando semplicemente se ho ragione o torto in questo mio sdegno per le parole di questo ministro di Berlusconi.

E se non ho torto come mai non succede niente - proprio niente! - e a chi debbo rivolgermi, io cittadino della Repubblica.

Grazie, compagni, se mi aiutate un po' a chiarirmi le idee sulle leggi in vigore nel mio Paese. Soprattutto in materia di guerre.

____________________________

citato al Lunedì

Lunedì mattina su Radio 3

RADIO3MONDO

nell'ambito della trasmissione dal titolo

"BAD GODESBERG, potrebbe essere, come ha detto Fausto Bertinotti, base culturale della sinistra europea"

ha messo in onda una intervista a

FAUSTO BERTINOTTI

che si è riferito anche all'

INCONTRO DI VILLA PICCOLOMINI

l'intera trasmissione può essere ascoltata adesso dagli ARCHIVI della trasmissione, cliccando sul seguente indirizzo:


Annalina Ferrante comunica
che ha lasciato un CD con la registrazione di questa trasmissione
presso la LIBRERIA AMORE E PSICHE
dove potranno ascoltarla anche le compagne e i compagni
che non siano riusciti a farlo su Internet
____________________________

citato al Lunedì
il terrorismo di Pansa e la risposta di Sansonetti

La Repubblica 13.11.04
Quegli espropri proletari che portarono alla P38
IL CASO
GIAMPAOLO PANSA

«NON parlarmi del Settantasette!», mi pregò un giorno Luciano Lama. La sua bella faccia da eterno ragazzo, impetuoso e sereno, era scheggiata da un smorfia di disgusto: «Fu un anno miserabile e sporco di sangue. E poi, per me, cominciò come sai~». Già, gli dissi, il tuo giovedì nero, il 17 febbraio 1977. Eri andato alla Città universitaria di Roma per una manifestazione sindacale sulla riforma degli atenei e la disoccupazione giovanile. Ma durante il comizio ti aggredì una banda di autonomi, che distrussero il palco e ti obbligarono a ritirarti. «Sì, c' ero andato di mia iniziativa», raccontò Lama. «Però nessuno dentro la Cgil e il Pci mi aveva sconsigliato. Anzi, Enrico Berlinguer mi aveva detto di farlo, perché era preoccupato quanto me del disordine e della violenza che stavano dilagando nelle aule della Sapienza. Poi, quando successe tutto, i miei compagni un po' mi mollarono. Qualcuno mi accusò di aver compiuto un passo falso. Giancarlo Pajetta mi spiegò che m' ero mostrato incauto e che la mia mossa era stata avventata. Insomma, non ho avuto la solidarietà schietta e affettuosa che mi aspettavo. Ho avvertito del gelo e mi ha fatto male». Berlinguer che cosa ti disse dopo? «Ci incontrammo alle Botteghe Oscure. Mi chiese come erano andate le cose e glielo raccontai. Ascoltò in silenzio, poi replicò "Va bene" e nient' altro. Enrico era un tipo schivo, qualche volta anche freddo». «Però quando ti dava una prova d' affetto si capiva che era sincera. Quel giorno non mi diede niente. Ecco tutto». Gli domandai ancora: che cosa pensi di quella giornata? Lama non ebbe esitazioni: «Che era stata utile. Aveva svelato che, dentro le bande di Autonomia operaia, stava covando qualcosa di molto pericoloso. E la mia presenza all' università era servita a far vedere questo pericolo con chiarezza a tanta gente, soprattutto ai lavoratori iscritti al sindacato. Troppi, nella Cgil e nel Pci, pensavano che il movimento del Settantasette fosse più o meno simile a quello del Sessantotto. Ma non era così. Stava emergendo un grumo di disperazione, d' impotenza, di violenza fine a se stesso». Non mi passò neppure per la mente di chiedere a Lama degli espropri proletari, evocati in questi giorni dopo l' assalto al supermercato Panorama e alla libreria Feltrinelli. In quel tempo, erano un fenomeno naturale, come la pioggia o la nebbia. Nel 1977 furono centinaia e centinaia, in tutta Italia. Al punto di non fare più notizia. E di non avere bisogno di slogan che li spiegassero. Anche se ne ricordo uno che i Disobbedienti di oggi potrebbero riciclare: "Su, su, su, i prezzi vanno su / prendiamoci la roba e non paghiamo più!". L' obiezione di Fausto Bertinotti, che allora non si arrestava nessuno per una spesa proletaria, non tiene conto di che cos' era l' Italia di quell' anno: un campo di battaglia, in un clima da guerra civile, con decine di migliaia di giovani arruolati dall' estremismo di sinistra e, in misura assai più ridotta, da quello di destra. Con il potere politico, le istituzioni e lo Stato sempre sul punto di essere sopraffatti dall' assalto contemporaneo del terrorismo selettivo delle Brigate rosse e da quello di piazza manovrato da Autonomia operaia. E con tanti morti ammazzati. Se ripensiamo al Settantasette, i cortei odierni di San Precario sono un gioco da bambini. Allo stesso modo i capi dei Disobbedienti, i Casarini, i Caruso, i D' Erme, i Lutrario appaiono le controfigure comiche dei leader eversivi di un trentennio fa. E tuttavia anche loro scherzano con il fuoco. Nelle "azioni dirette" che organizzano s' avverte un' eco che viene dal passato e che va respinta. Enfatizzarle è sbagliato. Ma osservarle alzando le spalle e con il sorriso sulle labbra è da sciagurati. Il saggio Lama seppe vedere prima di altri il pericolo che minacciava di travolgere l' Italia del 1977. Il giorno successivo all' assalto degli autonomi all' università di Roma, si rifecero vive le Brigate rosse. A Torino fu gambizzato Mario Scoffone, dirigente del personale alla Fiat di Rivalta. Ventiquattro ore dopo, la stessa sorte toccò a Bruno Diotti, caporeparto della Fiat Mirafiori. E lo stesso 19 febbraio, a Milano, sulla provinciale che conduce a Rho, un terrorista uccise un brigadiere della polizia stradale, Enzo Ghedini, che lo aveva fermato per un controllo. Non trascorse un mese e, di nuovo a Torino, il 12 marzo le Br assassinarono un brigadiere della polizia, Giuseppe Ciotta. Lo accopparono sotto casa, in via Gorizia, mentre andava al lavoro. La Torino del 1977 era una città straziata dagli agguati e dalle rivolte, ma non era l' unica ad esserlo in Italia. Il giorno prima dell' imboscata a Ciotta, la polizia di Bologna era stata costretta a intervenire all' università, dove gli autonomi avevano aggredito degli studenti di Comunione e liberazione. Negli scontri, venne ucciso un militante di Lotta Continua, Francesco Lorusso. Il 13 marzo ci furono cortei di protesta e incidenti pesanti. Nel centro di Roma migliaia di manifestanti, al seguito di Autonomia, la fecero da padroni. Con ore di guerriglia urbana, che videro il saccheggio di negozi, alberghi, bar e due armerie. Un esproprio, quest' ultimo, difficile da giustificare con i prezzi sempre più su. Chi ruba fucili e pistole poi le usa. Nove giorni dopo, sempre a Roma, fu ucciso l' agente Claudio Graziosi. Il 21 aprile, ancora nella capitale, nuovi scontri all' Università, capeggiati dagli autonomi. Poi la guerriglia dilagò per il quartiere di San Lorenzo. Molotov, barricate, sparatorie. Un agente, Settimio Passamonti, venne colpito a morte e un altro rimase ferito in modo grave. Sul posto fu lasciato un cartello che diceva: "Qui c' era un carruba, il compagno Lorusso è stato vendicato". Ricavo questo dettaglio da un libro ricco di notizie: "Una sparatoria tranquilla. Per una storia orale del '77", pubblicato nel 1997 da un editore romano di sinistra, Odradek. Soltanto la nuda cronologia degli eventi di quell' anno occupa cinquantacinque pagine. Leggerle ci rivela che abbiamo dimenticato tutto. A cominciare dai nomi dei morti. Di qualcuno, forse, conserviamo un ricordo vago. Come di Giorgiana Masi, una studentessa di 19 anni, uccisa da un poliziotto in borghese il 12 maggio, durante una manifestazione dei radicali per l' anniversario del referendum sul divorzio. Ma chi rammenta come morì, due giorni dopo, il sottufficiale di polizia Antonio Custrà? Eppure la fine di questo brigadiere di 25 anni è stata fissata in una foto famosa. è quella del guerrigliero urbano che in una strada del centro di Milano, credo via De Amicis, punta la rivoltella su un bersaglio. Era il 14 maggio, giorno del corteo per l' uccisione della Masi. Un gruppo di autonomi armati di molotov e di pistole cominciò a sparare sulla polizia, fra il panico dei passanti. Custrà fu assassinato in quel momento, nella capitale morale di un paese che non era più libero di vivere in pace. è vero: di questi tempi siamo sotto l' incubo del terrorismo islamico e di qualche grande attentato. Ma in quell' anno eravamo alle prese con un terrore autarchico, roba nostra, prodotta e distribuita quasi ogni giorno. Era meglio o peggio di oggi? C' è una sola risposta, ovvia e brutale: per chi ci rimetteva la pelle o le gambe, certamente peggio. Il 28 aprile, ancora una volta nel mattatoio di Torino, le Br assassinarono l' avvocato Fulvio Croce. Era un galantuomo di 76 anni, presidente dell' ordine degli avvocati. Doveva designare i difensori d' ufficio per i brigatisti da giudicare. Lo uccisero per impedire il processo. E riuscirono a bloccarlo. L' assassinio era stato annunciato da uno dei terroristi imputati, Maurizio Ferrari: «Gli avvocati che accettano il mandato d' ufficio sono dei collaborazionisti del tribunale di regime». Sono parole che ricordano quelle che avrebbe detto anni dopo un pistolero che nel 1977 si stava addestrando: Marco Barbone, l' assassino di Walter Tobagi. E disegnano una parabola terribile, percorsa da molti giovani di allora: «Nella speranza di sconfiggere il potere, lo abbiamo riprodotto sino ad arrogarci il potere di decidere la vita e la morte. Ma ci fu anche dell' altro. Era il consenso che il terrorismo brigatista suscitava in aree della società estranee al suo lavoro criminale. Qui dovremmo addentrarci nei bassifondi della faziosità italiana. Dove si muovono le pulsioni oscure che spesso accompagnano quelle più scoperte, e lecite, della passione politica. Lo si vide il 2 giugno quando le Brigate rosse ferirono, nel centro di Milano, Indro Montanelli. Al direttore del Giornale nuovo mancava ancora molto prima d' essere consacrato dalla sinistra come un alleato. Così, quando venne gambizzato, furono in tanti ad esultare: "Ben fatto, quel destrone se l' è cercata!". Non fu possibile dire lo stesso, di nuovo a Torino, per Roberto Crescenzio, vittima incolpevole di un corteo di Lotta Continua seguito alla morte di Walter Rossi, uno studente ucciso dai fascisti a Roma. La coda di quel corteo scagliò delle molotov contro un bar di via Po, l' Angelo Azzurro, ritenuto a torto un covo di neri. Roberto, uno studente lavoratore di 22 anni, era capitato per caso nel locale. Cominciò a bruciare tra le fiamme. Quando lo trascinarono fuori, era un pupazzo irriconoscibile. Un manichino posato sopra una sedia sotto i portici, il corpo devastato dal fuoco, la testa trasformata in una palla informe. Crescenzio spirò in ospedale. Era lucido e soffriva. Fece in tempo a chiedere al sindaco di Torino, Diego Novelli: «Perché mi obbligano a crepare in questo modo?». Chi non riuscì a dire nulla fu Carlo Casalegno, un altro dei nostri morti, straziato dalle rivoltellate brigatiste il 16 novembre. Il giorno successivo, a Genova, le Br spararono a Carlo Castellano, un dirigente dell' Ansaldo. Lui riuscì a salvarsi, attraverso una lunga via crucis. Con Castellano siamo diventati amici. Sono stato tentato di chiamarlo, per domandargli: «Che cosa pensi dell' Italia del 1977, l' anno che ti ferirono?». Poi ci ho rinunciato. Mi basta quel che penso io: un vero schifo. Eppure c' è ancora qualcuno che rimpiange quell' epoca. E immagina di riviverla perché, si dice, il conflitto è il sale della democrazia. Per tornare da dove sono partito, Lama non andava in orgasmo per i conflitti. Ripeteva: «Chi tratta vince». Aveva ragione lui. Ma quanti vorranno capirlo?

Liberazione 14.11.04
Pansa
i conformisti e gli espropri
di Piero Sansonetti

Il primo libro di politica che ho letto, a 16 anni, me lo procurai alla Feltrinelli di via del Babbuino, a Roma. Costava 300 lire. Io però non avevo 300 lire e allora lo rubai. Era il "manifesto del partito comunista". Lo lessi, era bellissimo. E soprattutto era assolutamente convincente, ed io diventai comunista. Non credo che il mio piccolo furto sia stato un tremendo crimine. Negli anni seguenti rubai altri libri: Lenin, Marcuse, Che Guevara, forse anche Stendhal. Il vecchio direttore della libreria, del quale non ho mai scoperto il nome, era un uomo molto simpatico e faceva finta di non accorgesene. Bastava non esagerare. Un libro alla volta, sotto il cappotto, non di più. D'estate niente.
Sono sinceramente stupito di fronte al possente fiume di indignazione che da una settimana sta travolgendo le coscienze degli opinionisti italiani, terrorizzati dalla spesa a basso costo (loro dicono "esproprio proletario") dei disobbedienti che sabato scorso hanno portato via un po' di merce da un supermercato di Pietralata e poi dalla Feltrinelli di piazza Esedra. Pagandola pochissimo e successivamente distribuendola alla gente. I disobbedienti hanno spiegato che quella era una forma di lotta contro il carovita. Questo giornale ha già spiegato - in modo assai netto - perché giudica sbagliata quella forma di lotta. Però, santo cielo, una cosa è dire che è una lotta sbagliata e una cosa un po' diversa è stracciarsi le vesti e paragonarla alle azioni della malavita, della mafia, della camorra, del terrorismo internazionale e delle Brigate rosse. Il ministro Pisanu ha gridato ai quattro venti che era pronto alla repressione più severa: "tolleranza zero", ha giurato tra gli applausi dei giornali (c'è in giro un sacco di gente che si gloria di essere intollerante. Gli pare una virtù: povero Voltaire...). Giampaolo Pansa ieri su Repubblica ha scritto un lunghissimo articolo intitolato: "Quegli espropri proletari che portarono alla P38". (Per chi non lo sa, la P38 è una pistola). Poi c'è un sottotitolo: "Nei blitz dei disobbedienti lo spettro del '77". Nelle fotografie, d'epoca, che accompagnano l'articolo di Pansa (inizia in prima e poi riempie l'intera pagina 17) si vedono varie pistole in mano a giovani manifestanti e ad agenti di polizia.
L'articolo è composto da una ampia intervista postuma a Luciano Lama (mitico capo della Cgil negli anni settanta, morto otto anni fa), e poi da un dettagliato racconto di tutti gli episodi di violenza e di tutti gli omicidi politici del 1977, intervallato da alcuni riferimenti a Luca Casarini, Francesco Caruso, Guido Lutrario e Nunzio D'Erme, cioè i capi dei disobbedienti di oggi. Non c'è nessun sottinteso nell'articolo, nessun ammiccamento. E' un articolo assolutamente esplicito, che sostiene candidamente questa tesi: i disobbedienti sono quelli che avviano un ciclo vizioso, e questo ciclo finisce con la lotta armata e il terrorismo. In uno dei titoletti che corredano l'articolo di Pansa c'è scritto proprio così: "Inquietante parallelismo". Non starò a spiegare perché la tesi di Pansa è del tutto inconsistente e anche un po' buffa. Ogni lettore di Liberazione è in grado di capirlo di se. Anche Pansa è in grado.
Ho sempre stimato Gianpaolo Pansa, che per molti di noi - quelli che sono arrivati al giornalismo proprio durante i cosiddetti anni di piombo - è stato un po' un maestro. Facevamo a gara ad imitare la sua capacità di scrivere, di raccontare, di trovare il dettaglio più suggestivo, di coinvolgere il lettore nelle cose di cui lui parlava. Bravissimo. So che le sue recenti posizioni politiche - soprattutto dopo il breve periodo dell'anti-dalemismo - oggi sono di feroce ostilità verso la sinistra radicale, verso Rifondazione e specialmente verso Fausto Bertinotti: ma questo è un suo pieno diritto professionale e personale, e non c'è niente da ridire. Però di fronte ad una operazione giornalistica come quella di ieri non posso non farmi una domanda seria: cosa spinge una parte consistente del nostro giornalismo - e della intellettualità italiana - ad assumere posizioni sempre meno critiche verso il potere, sempre meno impegnate nella ricerca e nella analisi politica, e sempre più insofferenti, arroganti, aggressive, verso ogni forma di lotta che rompa gli schemi del conformismo e del pensiero uniforme? Perché i grandi giornalisti, e gli intellettuali pensanti, non si sono mai misurati, in questi anni, con problemi come - per esempio - le leggi europee sul lavoro che azzerano i diritti e dimezzano i salari, o come il protezionismo agricolo, o come le normative internazionali che privatizzano i servizi (l'acqua, la scuola, la sanità), o come i prezzi delle medicine che arricchiscono le case farmaceutiche e mietono milioni di vittime in Africa, o come la sciagurata riforma della scuola della Moratti, o la politica della Confindustria (e dei governi italiani) che in un decennio ha ridotto del 15 o del 20 per cento gli stipendi di quasi tutte le categorie più deboli? Perché la nostra intellettualità e i nostri giornalisti - come ha scritto giorni fa su queste pagine Marco Revelli - si sono arresi? Perché hanno abbandonato ogni aspirazione a mettere in discussione l'ordine costituito? Al massimo riescono a lamentarsi per un eccesso di potere di questo o quel pezzo di borghesia, riescono a prendersela col prevalere del potere politico su quello giudiziario o viceversa, riescono genericamente a protestare per il basso profilo culturale e umano del berlusconismo: niente di più. L'intellettuale-contro, il giornalista-contro sono figure praticamente scomparse. E se qualcuno ha ancora voglia di indignarsi trova come sfogo l'invettiva da scagliare sui disobbedienti. Fabrizio De Andrè diceva: "Signori benpensanti... ".
Il fronte degli intellettuali è uno dei punti più deboli della sinistra di oggi: la sinistra è scoperta su quel lato. Negli anni sessanta non era così. Dobbiamo capire che c'è questo problema e non possiamo sottovalutarlo, perché è difficile vincere le grandi battaglie, e imporre idee nuove, se la stragrande maggioranza della intellettualità non ne vuole sapere. Per fortuna c'è ancora qualcuno che ha voglia di pensare: leggete l'intervista a Marcello Cini che pubblichiamo a pagina due [cfr in questo blog in data 15.11.04. Ndr] e vi rincuorerete un po'.
Piero Sansonetti

Corriere della Sera:
Paolo Mieli a proposito di Bertinotti

una segnalazione di Sergio Grom

Corriere della Sera 16.11.04
Lettere al Corriere
risponde Paolo Mieli
Bertinotti tra chi espropria e chi inneggia a Nassiriya

La settimana scorsa gli espropri proletari. Adesso leggo in un articolo di Marisa Fumagalli che sabato scorso a Venezia i no global di Luca Casarini, per protestare contro l’assemblea parlamentare della Nato che si riuniva al Lido, hanno lanciato fumogeni e barattoli di vernice rossa contro il pubblico che affluiva alla Fenice per assistere alla prima della «Traviata» diretta da Lorin Maazel. Lo stesso giorno a Roma in un corteo a favore della causa palestinese si è inneggiato alla «resistenza di Falluja» ed è stato scandito lo slogan «Dieci, cento, mille Nassiriya». Al termine della manifestazione nella capitale, poi, è stato impedito di parlare persino a un rappresentante di Rifondazione comunista, Gennaro Migliore.
Riccardo Nuzzi, Milano

Caro signor Nuzzi, in una parte della lettera che ho dovuto tagliare per ragioni di spazio, lei sostiene che questi episodi (tra i quali cita come forma di esproprio dei no global il conto non pagato all’Harry’s Bar di Venezia che ha attirato l’attenzione anche del lettore Maurizio Tempesti) la inducono a prefigurare una nuova cupa stagione di violenza. Io - devo essere sincero - non vedo all’orizzonte un ritorno, neanche in scala ridotta, agli anni Settanta. Mi sembra di assistere piuttosto a un tentativo da parte della nuova sinistra extraparlamentare di mettere in difficoltà il segretario di Rifondazione comunista Fausto Bertinotti che da circa un anno è impegnato in una battaglia per imporre alla sua area politica il tema della non violenza (nel merito suggerisco la lettura del bel libro «Nonviolenza» dello stesso Bertinotti, Lidia Menapace e Marco Revelli, edito da Fazi).
Fu più o meno quando Bertinotti iniziò a far sua la lezione di Gandhi che nell’estrema sinistra echeggiò la prima volta quello slogan che dava valenza positiva al tragico accaduto di Nassiriya. A metà novembre di un anno fa, dopo la strage dei carabinieri in Iraq, a San Paolo d’Enza, nei pressi di Reggio Emilia, un gruppo di animalisti ha assediato un allevamento; intervennero i carabinieri e fu lì che i manifestanti scandirono per la prima volta quelle cupe parole: «Viva, viva Nassiriya», «Dieci, cento, mille Nassiriya». Dopodiché quel motto sinistro è echeggiato dieci, cento, mille volte. Compreso il giorno in cui cadeva il primo anniversario dell’eccidio.
Quanto ai cosiddetti espropri proletari, al Corriere non è sfuggito che nell’annunciare la manifestazione di Roma in cui sarebbero stati compiuti quei furti di non lieve entità all’ipermercato Panorama (hi-fi, videocamere e altri generi supervoluttuari) e alla libreria Feltrinelli, Liberazione li ha prospettati come «shopsurfing metropolitano» ovvero «azioni di riappropriazione di reddito» per ottenere «sconti massicci su un paniere di beni trasversali, dai saperi ai sapori». E nei giorni successivi - a fronte della condanna di tutta la sinistra o quasi - il deputato di Rifondazione Giovanni Russo Spena, dopo aver ammesso di aver compiuto anche lui in tempi passati quel genere di imprese, ha dichiarato a questo giornale che «naturalmente si tratta di gesti illegali, ma va riscritta la grammatica della legalità, perché alcuni atti illegali hanno come finalità la presa di coscienza di massa». Per poi aggiungere che «la ridistribuzione di beni a chi non ha mezzi è stata una cosa bellissima, un’azione diretta, moderna e innovativa, da ripetere anche; magari, però, organizzandola meglio».
Altrettanto in vena di nostalgia per la propria giovinezza, il direttore di Liberazione , Piero Sansonetti, ha cercato di minimizzare quella che ha definito «la spesa a basso costo dei disobbedienti» ricordando che anche lui a sedici anni iniziò a leggere libri di politica dopo aver infilato sotto un cappotto e non aver pagato alla cassa di una libreria Feltrinelli una copia del «Manifesto del Partito comunista» di Marx e Engels: «Non credo che il mio piccolo furto sia stato un tremendo crimine - ha scritto Sansonetti - negli anni seguenti rubai altri libri, Lenin, Marcuse, Che Guevara, forse anche Stendhal». Con la complicità del direttore della libreria il quale, a suo dire, «faceva finta di non accorgersene».
Ripeto: non penso che episodi del genere segnalino una qualche possibilità che si torni agli anni di piombo. Ma gli spunti di riflessione offerti da Russo Spena e Sansonetti dall’interno di un partito il cui segretario è impegnato a imporre il tema della non violenza mi appaiono assai curiosi. Tanto più che l’aggressione - da lei, caro Nuzzi, opportunamente menzionata - al responsabile esteri di Rifondazione, Gennaro Migliore, ben si inquadra in questo clima. Mi sorge il sospetto che qualcuno da quelle parti si sia distratto rispetto alle difficoltà cui va incontro Fausto Bertinotti.
Paolo Mieli

...ancora su Bad

un testo ricevuto

Dall'ultimo numero della rivista bimestrale "ItalianiEuropei" diretta da Giuliano Amato e Massimo D'Alema (disponibie anhe sul sito italianieuropei.it), viene rispolverato un vecchio libro di Helmut Schmidt per parlare di riformismo, di Popper e anche di Bad Godesberg


Socialismo e società aperta
A proposito di Helmut Schmidt e Karl Popper
di Paolo Borioni

Razionalismo critico e socialdemocrazia è un caso particolarmente fertile di convergenza fra intellettuali definibili della «sinistra popperiana» (come un tempo vi fu quella hegeliana) e un grande leader della socialdemocrazia. Il testo benedicente scritto da Helmut Schmidt come introduzione al volume è a sua volta un caso piuttosto straordinario di chiaroveggenza esercitata in quella regione della cultura in cui storia, prassi politica e teoria si congiungono con fruttuosità estrema. A questa regione accedono personalità rarefatte e selezionate, e vi accede con il presente testo anche Schmidt, sebbene, appunto, non tanto con elaborazioni proprie, quanto invece sancendo quasi «pontificalmente» l’entrata di una grande filosofia del Novecento – il razionalismo critico popperiano – tra gli strumenti principi del riformismo socialista. Vista da un lato l’ampia varietà di contributi del volume, e dall’altro la semplicità e secchezza del testo che invece li introduce e che qui presentiamo, sarà utile spiegare perché in quest’ultimo si debba individuare tanto valore strategico. A leggere i saggi del volume si scorge subito l’intento di rispondere ad una triplice esigenza storico-teorica: la prima, quella di replicare alle critiche del campo marxista di provenienza DDR alla cultura socialdemocratica/occidentale. La seconda, quella di confutare il revival massimalista post-sessantottino popolare in certi settori della SPD, fra cui gli JUSOS, soprattutto sulla scorta dell’Habermas del tempo. La terza, quella di modernizzare la cultura socialdemocratica allorché il keynesismo nazionale andava esaurendosi. Si avvertiva la necessità di far seguire a Bad Godesberg una nuova fase, e ciò proprio in un paese-simbolo del riformismo europeo, quello cioè in cui «la cattedra» e «il partito» avevano da sempre più fittamente e autorevolmente cooperato. Quanto alla prima esigenza possiamo tagliare corto, e constatare semplicemente come sia assai strano che oggi, ricostruendo il Novecento – lo ricordava Silvio Pons sull’ultimo numero di questa rivista – in materia di lotta fra società aperta e totalitarismi ci si dimentichi dell’eminente ruolo socialdemocratico, e si riduca tutto ad una competizione fra liberalismo/liberismo e comunismo. Quali interessi e quali culture politiche sorreggano oggi questo tipo di «memoria selettiva» è evidente. La realtà però è irriducibilmente un’altra. Ma l’osservazione oltrepassa la mera partecipazione dei migliori intellettuali socialdemocratici alla tenzone scientifica contro il marxismo ossificato dei regimi a partito unico: Schmidt e il volume da lui voluto dimostrano come rinnovando se stesso il socialismo europeo abbia a più riprese potenziato le capacità di riforma, e dunque autocorrezione, delle democrazie. Ad un certo punto del volume 2 si critica ad esempio apertamente il programma e la cultura riformista di Bad Godesberg. Non si ritiene più, popperianamente, che la socialdemocrazia possa fondare le proprie basi etico-politiche sulla dimostrabilità «scientifica» del fatto che «…gli ideali di giustizia e di libertà sono moralmente e giuridicamente vincolanti per la società umana.» Immoralismo? Rinuncia alla riforma socialista del capitalismo? No: l’abbandono di fissità storicistiche e normativistiche (implici-tamente, anche classiste) nel lavoro di critica e riforma della società aperta. Da cui la constatazione che il socialismo europeo, con la sua lotta per l’allargamento delle basi della democrazia, per il bilanciamento fra la sfera degli interessi del capitale e quella degli interessi del lavoro (Mitbestimmung), introduceva nuove classi e culture scientifiche (con il keynesismo, la concertazione, il Welfare ecc.) nell’arena della società aperta. E qui, in termini popperiani, l’aumento dei «cercatori di verità», dei loro titoli ad interagire e a confutare, potenziava l’evoluzione delle democrazie avanzate. Da ciò almeno tre conseguenze. La prima: che la dimensione etica del socialismo europeo, e i diritti sociali e politici in essa contenuti, non erano un’aggiunta esterna (antagonista o riformista che fosse) ma invece discendeva-no dalla medesima fonte della società aperta, e anzi rivendicavano di poterne diventare l’applicazione più coerente. Non si verificava più una contrapposizione liberalismosocialismo che produceva dialetticamente la democrazia sociale, ma una gara fra tendenze liberiste e tendenze socialiste a interpretare al meglio le necessità autocorrettive ed evolutive delle società aperte. Quanto ciò ci porti all’oggi occorre appena ricordarlo. La seconda: che ogni fissità andava abbandonata proprio perché il socialismo in primis, riquali-ficandosi come massimo contributore alla spinta evolutiva della società aperta, doveva trovare sempre nuovi cercatori di verità fino ad allora (o per il prodursi di sempre mutevoli condizioni) negletti. Ogni storicismo ed ogni fissità andava abbandonata proprio in quanto l’introduzione di sempre più potenzialità e variabili confutative/evolutive nell’arena della società aperta rendeva non prevedibile coi classici strumenti la prossima necessità di riforma. Paradossalmente, quindi, volendo mantenere e anzi rinnovare il proprio ruolo e funzione di critica del capitalismo, il socialismo doveva farsi «popperiano» necessariamente. La terza conseguenza discende in buona parte dalla seconda. Il razionalismo critico permetteva in modo nuovo di risolvere una vecchia e giustificata angoscia socialista, un problema di cui, come si vedrà, Schmidt si occupa nel testo: evitare la scissione teoriaprassi. Come? Se garantiva l’afflusso di nuovi soggetti dotati di diritti e di reali possibilità di esercitarli, anche la minima riforma, potenziando la società aperta qui e ora, era «socialista», in quanto l’azione socialista era pensata entro questo orizzonte. Logicamente si perdeva la distinzione fra «momenti alti» (cioè per esempio così definiti in base alla «rottura col capitalismo» o alla «centralità della classe») e «momenti bassi» della funzione di critica socialista. Venivano con ciò eliminate le premesse di quegli atteggiamenti ambivalenti e quietistici, come il cosiddetto molletismo francese, diffuso in forme diverse anche da noi, in cui ogni compromesso era giustificabile a patto che si mantenesse intatta la fede negli esiti finali e oggettivi. E conseguentemente la fine di questa fede, forma di immoralismo da noi diffusa fino a produrre la scomparsa di interi partiti socialisti e lo sbandamento di interi partiti ex comunisti, non poteva giustificare l’estinzione della tensione verso una politica della trasformazione. Ultime due notazioni. L’opera di contaminazione fra razionalismo critico e socialdemocrazia risolveva anche gli equivoci dovuti al permanere di certi massimalismi sopravvissuti nelle pieghe della pratica socialdemocratica, per esempio nel nesso fra statalismo ed estinzione graduale «a fette» del capitalismo. O nella concezione delle riforme di struttura come avvicinamento «lombardiano» alla rottura del sistema. O in quella del Welfare inteso come eccitazione di un conflitto distributivo, non come mera estensione della cittadinanza a nuovi soggetti. In quanto funzione della società aperta la socialdemocrazia ripudiava anche queste sopravvivenze finalistiche, poiché per essa ormai il riformismo, così come per Popper la ricerca, non aveva fine. Ma il testo di Schmidt pare anche voler mantenere delle continuità forti con l’eredità socialista, cioè con Bernstein e perfino in parte con Marx. Perché ancora socialismo? Verosimilmente perché rimane valido il fatto che, anche senza più classi fondamentali, anche senza più esiti finali e senza più riformismi keynesiani nazionali, si può ancora legittimamente scorgere nel mercato il massimo produttore di ricchezze e nell’ideologia liberista la principale produttrice di «strozzature» nella società aperta (nel frattempo peraltro mondializzatasi fortemente). Insomma, è ancora in questo la contraddizione da ricomporre affinché la società aperta funzioni al meglio: nel fatto che il capitalismo tende in essa a prendere troppo spazio, deprimendone le possibilità autocritiche ed evolutive. Può quindi essere ancora questa la ragione di esistere di una cultura socialista, coi suoi movimenti e le sue forme organizzative, per quanto aggiornate. E può ancora essere questa la funzione protagonista del socialismo liberale all’interno di una «sinistra plurale», in cui, sebbene spesso fecondamente elaborate, le altre culture progressiste non possono occupare per intero l’orizzonte.
HELMUT SCHMIDT
La razionalità in politica muove da questo giudizio di valore: che costruire il mondo sociale e politico secondo la propria volontà sia meglio che adattarsi alla situazione esistente o abbandonarsi al caso. È per questo che Razionalismo critico e socialdemocrazia è un tema di tutto interesse. Nella mia introduzione alla prima stesura di un progetto di orientamento di politica economica per gli anni 1973-1985, scrissi, riferendomi alla struttura e alla salvaguardia dell’ambiente: «Il testo di questo progetto potrà apparire a qualcuno molto tecnocratico; ma sia chiaro che non esiste la riforma perfetta, il progetto risolutore. Anche in altri sistemi sociali del tutto diversi, i problemi di strutturazione delle città e delle zone rurali, da commisurarsi alla qualità della vita, sono estremamente complessi. Lavorare a questo significa perciò: cambiare sistematicamente e gradualmente leggi e norme, aggredire i singoli problemi e risolverli, promuovere il cambiamento «passo dopo passo» con concreti interventi di riforma (piece-meal social engineering, come dice Karl Popper). Con ciò era anche implicitamente respinta la distinzione che a volte si è amato fare tra riforme «che stabilizzano il sistema» e riforme «che trasformano il sistema». Una società aperta, democratica, degenera troppo facilmente in uno stato chiuso, totalitario, quando, in nome di un astratto ideale, si rinunci alla pluralità degli obbiettivi politici. Se vogliamo salvaguardare da questo rischio le nostre istituzioni, noi politici dobbiamo rimanere fedeli all’idea di un mutamento graduale, che presupponga per ogni singolo passo un largo consenso (e questo significa: compromesso!). Il politico democratico deve tenere in massimo conto la mancanza inevitabile di un completo processo democratico di scelta elettorale: perciò deve anche sentirsi moralmente impegnato ad aiutare il cittadino di uno Stato democratico a riconoscere pienamente l’oggetto di una propria scelta. Anche per questo motivo una riforma graduale della società è il tipo di riforma adatto alla democrazia. Bernstein non era soltanto intellettualmente più onesto di Kautsky, (e – a questo riguardo – anche di Bebel) ma anche più democratico di Marx. Non è soltanto la tendenza fatale di alcuni marxisti (di ogni provenienza) alla categorizzazione amico-nemico, all’alternativa totale, che li induce al rigetto del «peacemeal social engineering», è, oltre a questo, il disprezzo per un’azione politica che non si orienti ad un’idea finale, ad un fine globale per un’unica società. Si arriva allora a denunciare come «pragmatismo» quella riforma graduale che misura i propri passi secondo ciò che è via via possibile («fattibile»). (…) Certo, per Kant il politico che agisce in modo pragmatico non deve ledere la legge morale, l’imperativo cate-gorico. Il politico «morale» è solo colui che si serve dei principi pragmatici del benessere universale in piena conformità con gli imperativi della morale. Egli ha dunque bisogno della legittimazione morale (di cui per i democratici la legittimazione costituzionale è solo una parte piccola anche se importante). Ho riassunto queste ed altre idee di Kant in questo modo: politica è l’uso di immutabili principi morali per situazioni mutabili. (…) Anche quando la politica concreta ha a che fare con la soluzione pratica di problemi concreti, teoria e prassi non sono disgiunte tra loro; esiste un legame di interdipendenza tra storia, esperienza, idea, programma e azione. L’unità tra teoria e prassi deve essere voluta per due ragioni: innanzitutto per amore della verità e in secondo luogo per il principio della razionalità dell’agire. Vorrei a questo punto controbattere la tesi secondo cui una teoria debba essere maggioritaria. Questa tesi significherebbe allora l’introduzione nella scienza del principio di un sostanziale opportunismo: una teoria non deve essere maggioritaria, bensì giusta. E quando le mie azioni, dedotte da riflessioni teoriche, o le mie teorie falliscono nella realtà, devo verificare se e fino a che punto le mie riflessioni teoriche erano corrette o errate. In questo consiste il criterio per stabilire una differenza tra dogmatismo e posizione critica. Con tutto il rispetto per la storia del nostro partito, non ci si deve stancare di sottolineare che per la socialdemocrazia tedesca e per le sue realizzazioni a favore della prima democrazia tedesca del tempo di Weimar, è stata fatalità «aver teorizzato con Kautsky e aver agito con Bernstein» per due decenni. Ciò che mi disturba di alcuni teorici, spesso autonominatisi tali, è il loro tentativo di imporre ad altri le proprie teorie invece di verificarle in modo critico alla luce della realtà.
Una teoria sociale, soprattutto economica, ha bisogno di una continua verifica empirica. Non abbiamo, nella politica sociale, delle situazioni sperimentali sufficientemente chiare e delimitate, come invece è stato il caso della diffrazione della luce da parte della massa del sole per la dimostrazione della teoria di Einstein. Ciò che rimane è dunque lo scontro degli argomenti e la supposizione che le soluzioni migliori vengano trovate ove gli argomenti possono circolare il più liberamente possibile. (…) Chi è seriamente animato dall’esigenza di avere dedotto in modo plausibile ciò che dovrebbe essere dalla sua interpretazione teorica di ciò che è, avrà vita difficile; anzi troverà forse impossibile, perché gli sarà proibito, di rivedere i suoi principi fonda-mentali. In questo consiste uno dei pericoli maggiori del marxismo. Con la consapevolezza di dover prevedere «scientificamente» il corso inevitabile dello sviluppo delle società in vista del socialismo e spinte dall’impegno di dover servire a questo sviluppo, sempre nuove generazioni di marxisti, in molti paesi, si assumono il compito, sempre più difficile, di mantenere in vita (con sempre nuove strutture ausiliarie) le profezie di Marx che non si sono avverate o che sono state smentite dalla storia compiutasi a partire dal loro annuncio. Mi domando se con questo essi siano veramente d’aiuto al grande Marx; perché, così facendo, viene al tempo stesso sminuita la credibilità di quelle importanti acquisizioni di cui Marx ha arricchito il nostro sapere filosofico, sociologico ed economico. (…)
Non sono marxista, tantomeno seguace del razionalismo critico. Però raccomando di leggere Marx, come Popper (senza lasciarsi troppo trascinare dalla sua polemica: anche lo spirito polemico di Marx era altrettanto pregnante) ed altri ancora – senza dimenticare Kant (e nem-meno il suo scritto Per la pace perpetua!). Poiché «una causa fondamentale di malattie filosofiche è una dieta unilaterale» (Wittgenstein). Tutto ciò che leggiamo sulla conoscenza teorica di altri, dobbiamo verificarlo; per un verso verificarlo sulla realtà (e sulla possibilità in essa esistenti per la realizzazione di programmi fondati teorica-mente) e per l’altro sul proprio giudizio di valore fondato moralmente, sempre nuovamente affinato. Le convinzioni del socialismo democratico non provengono da un’unica teoria; esse discendono dalla propria esperienza con la realtà, dalla loro interpretazione, in ultima analisi anche dal giudizio morale su ciò che deve essere all’interno del possibile. (…) Perciò a chi vuol fare politica è necessaria una fondamentale posizione critica. Atteggiamento critico e il desiderio di convincere gli altri sono due impulsi contrastanti. Ma gli uomini critici – e su questa si fonda la mia fiducia nella democrazia – troveranno, a lungo andare, convincente anche lo spirito critico. È per questo che uno spirito teoretico, cioè critico, è il presupposto necessario per una politica fruttuosa di trasformazione, cioè di progresso. Non dobbiamo mai dimenticare che la nostra responsabilità nei confronti dell’esistenza e del benessere dei nostri cittadini, per l’abolizione definitiva dei privilegi, in favore di una società aperta, libera, ove ognuno possa cogliere liberamente la propria occasione nella vita, ci proibisce di estraniarci per una reazione di delusione dal mondo della realtà, per rifugiarci nel mondo dell’astratto.

Da AA. VV., Razionalismo critico e socialdemocrazia, Vita e Pensiero, Milano 1981.
Chi è Helmut Schmidt? Nato il 23 dicembre 1918 ad Hamburg-Barmbek, dopo essere stato ministro dell ’Economia nel governo di Brandt, diviene cancelliere federale, carica che ricopre dal 1974 al 1982, a capo di una coalizione social-liberale. Partecipa attivamente al dibattito teorico con varie pubblicazioni, e si caratterizza per il suo europeismo e per una posizione fortemente innovatrice della cultura socialdemocratica. Raffinato musicologo, è oggi editore di «Die Zeit »e uno dei padri nobili della socialdemocrzia europea.

laicità
Mario Pirani

Repubblica 16.11.04
dibattito sulla laicità
Stato, Chiesa e la lezione di Giolitti
MARIO PIRANI

"PERCHÉ non possiamo non dirci laici", ha affermato sulle nostre colonne Eugenio Scalfari, cogliendo nel segno. L´irrompere di tematiche religiose di diverso orizzonte nello scontro politico, sia su scala internazionale che all´interno dei singoli Stati, è un sintomo pericolosissimo che chiunque abbia dimestichezza con la Storia può avvertire. Le guerre di religione hanno insanguinato e devastato attraverso i secoli l´Europa e il mondo. Le loro radici risiedono nelle latebre della società e il conflitto, sovente, divampa all´improvviso. A differenza delle guerre tradizionali, quelle in cui domina l´elemento religioso sono difficilissime da concludersi e si trascinano senza soluzione: i combattenti sono, infatti, dominati da idee assolute, non suscettibili, di per sé, di mediazioni di compromesso. Sono, per gli stessi motivi, crudelissime nello svolgersi, ogni parte in causa sentendosi portatrice del Bene in lotta con il Male. Infine non conoscono alcuna separazione tra civili e militari. Soltanto nel 1648 le paci (quella religiosa e quella politica) di Westfalia concludevano quella guerra dei Trent´anni che nella sola Germania, lacerata tra il Nord protestante e il Sud cattolico, aveva causato otto milioni di morti, carestie e pestilenze. Il conflitto era scoppiato quando due funzionari dell´imperatore cattolico, giunti a Praga per impedire la costruzione di alcune chiese protestanti, vennero gettati da un gruppo di nobili protestanti dalla finestra del palazzo reale. Al centro del contendere vi era il dilemma se i sudditi dei vari Stati dovessero o no conformarsi alla religione del loro principe (cuius regio eius religio) oppure emigrare.
Questo destino incombeva sul nostro continente fino a quando non si affermò la separazione tra Chiesa e Stato. Del resto l´interminabile e sanguinosissimo contenzioso nord irlandese spiega come il veleno del dissidio religioso sia difficilissimo da debellare. Oggi quel veleno ha ricominciato a spargersi ovunque a guisa di pandemìa globalizzata. Solo uno scaramantico rifiuto, privo di senso, impedisce ai tanti "politicamente corretti" di riconoscere quanto pesi la pulsione del fanatismo religioso nella jihad islamica. Quel che suona come ancor più catastrofico è che alla sua logica militare e missionaria, che dilata sino al limite estremo il dualismo amico/nemico, corrisponde ormai «una logica altrettanto militare e missionaria, fondata sulle categorie del Bene e del Male invocate dall´America» (Renzo Guolo, "L´Islam è compatibile con la democrazia?" ed. Laterza). Con la conseguenza che la guerra terroristica tende sempre più, malgrado gli scongiuri d´uso, ad assumere i caratteri di una guerra di religione che contagia anche il pensiero occidentale. Cosa altro significa d´altronde l´ansia neo-con di imporre con le armi la democrazia all´Islam, giudicato altrimenti incapace di controllare la sua deriva fondamentalista e aggressiva, se non la pretesa di "riformare" quella religione per renderla compatibile col bisogno di sicurezza americano? La ostilità di gran parte dell´Europa verso lo spirito di crociata impresso da Bush alla guerra del Bene contro il Male, con epicentro l´Iraq, si spiega, assieme a motivazioni più volte analizzate, anche per il permanere nel Vecchio Continente di uno spirito laico che ha profondamente caratterizzato la società e le istituzioni (con una parziale eccezione per l´Italia), qualificato dalla netta separazione tra Chiesa e Stato, tra piena libertà religiosa e altrettanto piena indipendenza dei poteri democratici nel legiferare e nell´operare politico. Sottostà alla partizione fra Trono e Altare una filosofia di vita che influenza comportamenti, scelte e modi di sentire: laicismo è problematicità contrapposta ad assoluto, dubbio sistematico contrapposto a certezza aprioristica, storicismo agnostico contrapposto a finalismo etico. È immaginabile - per fare un esempio in chiave politica - che un eventuale, influentissimo sostenitore di Chirac, Schroeder o Blair possa rivolgersi in tv a Dio, il giorno dopo le elezioni, ringraziandolo per «la vittoria del suo messaggero», come ha fatto, inneggiando alla vittoria di Bush, il reverendo Falwell, capo della «Maggioranza morale» in nome di 80 milioni di evangelici americani? Scendendo però dalla scala mondiale a quella italiana lo scontro perde i connotati del dramma per assumere quelli della commedia dell´arte con attori, reduci da copioni assai diversi, che s´improvvisano oggi crociati di Cristo, vogliosi di menar fendenti contro gli infedeli casalinghi e foresti.
Neo credenti illuminati dal verbo neo-con intuiscono il vantaggio di una vestizione religiosa che addobbi l´operazione politico-culturale da loro condotta per affermare una egemonia di destra nel nostro Paese. Tutto serve alla bisogna: dal caso Buttiglione alle cellule staminali. Il disegno non è però cervellotico: tende a fornire una cornice ideologica e un contenuto unificante al legame di Berlusconi con Bush, con in sottofondo l´idiosincrasia per l´europeismo. Tutto questo non fiorisce sul nulla. Già da qualche tempo è riemersa preoccupantemente la questione dei rapporti Stato-Chiesa che nello scorrere del XX secolo era venuta perdendo le sue asperità, tanto da sopportare senza eccessive lacerazioni le difficili tappe del divorzio e dell´aborto. Per converso lo stesso laicismo si era stemperato nel cinquantennio della prima Repubblica, assumendo, per un verso, un sentore residuale, segnato da simboli e ricorrenze ormai desuete, a partire dal XX settembre, mentre, dall´altro, veniva riassorbito nella dialettica dei complessi rapporti fra Dc e Pci che, dal togliattiano art. 7 al berlingueriano compromesso storico, incanalò la compresenza dei cattolici e delle sinistre nella ricostruzione dello Stato post-fascista.
Un equilibrio che nella lunga e incompiuta transizione alla seconda Repubblica perde i suoi pilastri fondamentali, mentre nuovi soggetti politici compaiono sulla scena in un clima di delegittimazione reciproca. Oltre Tevere, intanto, si afferma un pontificato di straordinario impatto e carisma. In questo contesto acquista una forza propulsiva la aspirazione della Chiesa di riplasmare in senso cristiano aspetti fondamentali della società italiana, imponendo, grazie al deterioramento del tessuto politico, criteri di scelta, norme di vita, principi legislativi e di governo corrispondenti a valori etici di cui la Cattedra di Pietro si proclama infallibile interprete. L´ossessione prescrittiva di Giovanni Paolo - come l´ha definita Vittorio Foa - cui vanno aggiunte le ripetute prese di posizione della Conferenza episcopale, si è manifestata in un crescendo di esternazioni, specificamente mirate a questo o a quell´obbiettivo: dalla ricerca scientifica all´ordinamento scolastico, dalla morale sessuale alla procreazione controllata, dalla utilizzazione degli ormoni ai diritti delle coppie di fatto, fino alla stesura della Costituzione europea. È lecito obiettare che tutto ciò rientra nei compiti naturali del Magistero per cui non dovrebbe suscitare eccessive doglianze, il che sarebbe logico se l´azione della Chiesa fosse rivolta ad ispirare il comportamento dei soli credenti nella loro sfera individuale e non si proponesse di uniformare alla sua Verità quello della generalità dei cittadini e, soprattutto, delle pubbliche istituzioni. Questa è, invece, la realtà, che non sarebbe così foriera di preoccupazioni se ad essa non facesse riscontro uno Stato indebolito nelle sue capacità di autonoma determinazione. Diversi fattori vi hanno contribuito. In primo luogo le sinistre frammentate e svigorite si sono dimostrate incapaci di elaborare un proprio disegno culturale o anche di raccogliere e rilanciare i valori dell´Italia unita, dal Risorgimento alla Resistenza e alla Costituzione. In secondo luogo la scomparsa della Dc ha fatto venir meno un potente fattore di coagulazione, mediazione e garanzia sia nei confronti dello Stato che della Chiesa, lasciando sul campo una serie di formazioni residuali sia nel campo del centrodestra che del centrosinistra, nessuna delle quali in dimensioni sufficienti per una rappresentanza univoca dell´universo cattolico. Di qui la rincorsa di tutti e di ognuno per strappare la palma di più fedele esecutore dei desideri ecclesiastici, così da ricevere un accreditamento da spendere sul piano politico. Dilapidata anche su questo versante l´eredità dei capi storici i quali, pur tra molteplici aggiustamenti nel bene e nel male, seppero mantenere quel "Tevere più largo" che consentiva loro non solo la collaborazione con gli alleati laici e socialisti, ma un ambito di propria autonomia politica nei confronti del Vaticano. Lo si vide, tanto per richiamare un esempio illuminante, quando negli anni Cinquanta De Gasperi rifiutò il pressante invito di Pio XII, il Papa della scomunica contro i comunisti, a sdoganare l´estrema destra e blindare così a Roma una maggioranza clerico-postfascista. In terzo luogo la maggioranza di centrodestra ha progressivamente smussato e quasi cancellato il liberalismo, inizialmente conclamato, per abbracciare l´accattivante possibilità di subentrare alla Dc. Con la differenza che Berlusconi ha un Dna assolutamente antitetico a quello di un De Gasperi, di un Moro e di un Andreotti. Non ha una idealità propria da difendere e affermare ma una disponibilità a definirla, interpretarla e "venderla" sulla base delle esigenze del mercato politico.
Questa la chiave dei suoi successi ai meeting di Comunione e Liberazione dove si è sempre presentato non certo come un cristiano democratico, intriso di certezze di fede e dubbi esistenziali, ma quale fiero propugnatore di un cattolicesimo battagliero in un´Italia perennemente minacciata da quanti, in primis i comunisti, vorrebbero addirittura «togliere l´ora di religione dalle scuole». Nella sua veste di cavaliere della Fede mira ad identificarsi con le posizioni ecclesiastiche, non certo a salvaguardare i principi cavourriani di «libera Chiesa in libero Stato» che al giorno d´oggi appaiono come bestemmie comuniste. Così come impronunciabile per l´attuale presidente del Consiglio sarebbe il discorso di un suo grande predecessore su quello stesso scanno, Giovanni Giolitti che parlando a Montecitorio affermava: «Sulle questioni religiose il governo è precisamente e semplicemente incompetente... il principio nostro è questo, che lo Stato e la Chiesa sono due parallele che non si debbono incontrare mai. Guai alla Chiesa il giorno che volesse invadere i poteri dello Stato!» Era il maggio 1906 e i liberali erano autentici e non fasulli.