martedì 19 aprile 2005

DALLA LIBRERIA AMORE E PSICHE

potrete trovare qui da noi

il dvd del film di Massimo Fagioli

‘La psichiatria esiste?’

il dvd è disponibile anche a Firenze
come sempre da STRATAGEMMA

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è uscito anche, ed è disponibile qui da noi


"Argomenti di psicopatologia dell’adolescenza"

a cura di Anna Maria Zulli

Libreria dell’Università Editrice, Pescara 2004

Il volume raccoglie una serie di seminari svoltisi presso la facoltà di psicologia dell’università "G.D’Annunzio" di Chieti nel 2004 sulla psicopatologia dell’adolescenza e contiene i contributi di Anna Maria Zulli, Annelore Homberg, Ester Stocco, Maria Pia Albrizio, Giovanni Del Missier
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Libreria Amore e Psiche
via s. caterina da siena, 61 roma
info:06/6783908 amorepsiche2003@libero.it
i nostri orari: lunedi 15-20
dal martedi alla domenica 10-20
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È disponibile su MAWIVIDEO

la registrazione della

della 5° lezione del Prof. Massimo Fagioli

e della 4° lezione del Prof. Andrea Masini
e della Prof.ssa Francesca Fagioli

(con interventi di Serena Pandolfi e del Prof. MASSIMO FAGIOLI)

le lezioni si sono tenute venerdì 15 e sabato 16 aprile
all'Università di Chieti

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DALLE NUOVE EDIZIONI ROMANE

Le Nuove Edizioni Romane
informano che il n. 2/2005 della rivista

"Il sogno della farfalla"

è disponibile presso la Casa Editrice
la libreria Amore e Psiche

e negli altri abituali punti vendita

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Eugenio Montale: si può ascoltare
"Forse un mattino andando in un'aria di vetro..."

una segnalazione di Paola Cinti

cliccando sull'indirizzo qui di seguito si verrà collegati ad un sito che comprende (scegliendo "audio", in alto a destra) anche la voce del poeta che recita alcune sue poesie tra le quali anche

"Forse un mattino andando in un'aria di vetro"


http://freeweb.supereva.com/eugeniomontale/index.html?p

Quella poesia
Dimitri Nicolau l'avevo musicata nel 1987 ed è stata eseguita in un concerto organizzato dalla libreria Amore e Psiche nel 1994 a Roma

il mezzo soprano Monica Carletti
era accompagnata al pianoforte da
Claudio Bonechi


Di questo brano
esiste anche una registrazione
disponibile sulla rete
e la si può ascoltare al seguente indirizzo:

http://www.dimitrinicolau.it/Forse.wma


e una segnalazione di Francesca
Il sito in questione contiene anche
un commento alla poesia di Italo Calvino.
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psichiatra o papa boy?
Luigi Cancrini su Il “grande mistero della religione”

una segnalazione di Livia Profeti

L’Unità – 18 aprile 2005

Il grande mistero della religione
LUIGI CANCRINI

«Tutta questa retorica sul ruolo e sulla qualità del Papa morto mi hanno spinto a reagire ed a riflettere sulla religione. Se uno non crede ma vuol capire gli eminentissimi principi della Chiesa devono chiarire i tanti troppi misteri. Chi non “gode” della fede non può accettarla a scatola chiusa. Professore, religione è ragione o accettazione acritica? Religione è superstizione?
Religione è astratta convinzione? O meglio e di più che cosa è questa religione che muove miliardi di persone, che li consola, gli dà speranza, li aiuta a sopportare fame, tristezza, dolore, li rende gioiosi oppure li fa piangere in adorazione davanti a icone o altri simboli?
La riproduzione di immagini di Santi e di Madonne sono dei talismani? Cos'è che attrae l'uomo verso la credenza di un essere sovrumano, e in nome del quale, si batte fino ad uccidere chi ha credenze diverse? Perché, in nome di un Dio dispensatore di pace e di concordia, il credente usa violenza e uccide come uno privo di fede?
Non credo di sviluppare retorica, né provocare astruse polemiche, chiedo a persone di studio la necessaria e utile conoscenza per rafforzare in me il convincimento della supremazia del pensiero laico, contro dogmatismo e verità rivelate.
Rispettosi e cordiali saluti.
Guerrino Bellinzani»

La prima cosa che mi è venuta da dire di fronte a questa tua lettera, caro Guerrino, è che il Papa che se n'è andato in questi giorni è stato, nei fatti, il più laico di tutti quelli che si sono succeduti sul trono di Pietro: il Papa capace di chiudere, dopo millenni, la tendenza degli uomini a giustificare le guerre con la necessità di difendere o di imporre delle idee religiose e la ferita dolorosa (e spaventosamente sanguinosa) aperta nel cuore del cristianesimo dal concilio di Trento e dalla controriforma. In un contesto, quello proposto da un'Europa che è ormai un'Europa unita, che ha preparato e favorito questo suo discorso. Ma con una capacità tutta sua di proporlo e di portarlo avanti. Vediamo perché.
L'eredità più importante di PapaWojtyla, la più difficile da gestire per i suoi successori e la più indigesta per chi crede, ancora oggi, d'avere in mano delle missioni da compiere nei confronti di chi la pensa in modo diverso da lui, mi sembra quella legata al metodo del suo Pontificato. Al messaggio complessivo, di cui qualcuno ha segnalato la contraddittorietà, e di cui io vorrei invece rivendicare e sottolineare la coerenza. Ragionando a grandi linee, come si farà un giorno, forse, nei libri di storia. Aperto al confronto con i rappresentanti di Stati, sistemi sociali e religioni diverse, Giovanni Paolo II è stato correttamente percepito e rappresentato come il Papa, appunto, del dialogo. Capace di aperture storiche nei confronti dell'Islam e dell'ebraismo oltre che di incontri costruttivi con la Cuba di Fidel Castro e con gli Stati Uniti di Clinton e di Bush. Capace di confrontarsi senza paura con il totalitarismo sovietico e di salvare la nobiltà delle aspirazioni alla base del bisogno di chi crede ancora nel comunismo inteso come sogno (o profezia) filosofica di liberazione dell'uomo dai limiti politici dell'alienazione. Capace di immergersi nella società dell'informazione e dei consumi mantenendo aperto un discorso duramente critico nei confronti del capitalismo che non ha rispetto per i diritti di chi lavora e di chi vive nei paesi poveri del mondo. Siglando, con il sigillo di chi rappresenta Gesù in terra, encicliche che rappresentano una espressione fra le più alte della dottrina sociale della Chiesa. Manifestando una fiducia profonda nelle possibilità, proprie dell'uomo, di affrontare il conflitto, qualsiasi conflitto, con le armi dell'intelligenza e dell'ascolto. Sapendo e insegnando, implicitamente, che nessuno ha mai del tutto ragione su questa terra e che tutti hanno, invece, le loro ragioni: le ragioni che possono essere ascoltate e comprese tutte prima di assumere una posizione di cui si voglia poter dire che è “giusta”.
È all'interno di questo contesto, credo, che debbono essere collocate le posizioni assunte dal Papa che non c'è più sui temi che tu riferisci al “mistero” religioso. Si dice, ed è vero, che Giovanni Paolo II sia stato un Papa conservatore in tema di aborto e di procreazione assistita, di limitazione delle nascite e di libertà sessuali. Quello che va detto con chiarezza, però, è che questo tipo di discorso assume un significato molto diverso, per chi lo ascolta da laico, se lo si inquadra in una cornice di tolleranza per il pensiero dell'altro che non ha precedenti nella storia del pensiero religioso e che propone un segno forte di discontinuità con l'insegnamento precedente della Chiesa. Intrinsecamente legata a quella dell'ascolto c'è infatti la dimensione nuova del rispetto per il pensiero dell'altro: una dimensione il cui corrispettivo etico sta nella necessità di basare le proprie scelte sulla convinzione personale. Considerando consiglio e frutto di un pensiero autorevole quello che in precedenza veniva considerato e proposto come un ordine da eseguire per non commettere dei peccati. Perché il peccato vero, alla fine, è proprio quello di chi rinuncia a pensare con la sua testa.
Questo giornale ha riportato con grande evidenza, nel giorno della sua morte, l'appello del Papa alla pace. Aggiungendo le sue parole a quella festa di bandiere arcobaleno portata avanti in tante città del mondo con il contributo decisivo dei bambini: l'innocenza di chi ha fiducia nel fatto che alla fine chi è buono vince usando le armi della lealtà o del coraggio ha trovato, nel suo discorso di metodo sulla pace, una manifestazione particolarmente alta perché quello del Papa non era il pacifismo incerto della persona che ha paura o quello opportunistico di chi parla quando non gli conviene fare la guerra ma l'affermazione di un principio che la stessa Chiesa aveva calpestato per secoli e di cui solo Gandhi, dopo Gesù, aveva avuto il coraggio di affermare il valore assoluto. Rispetto delle ragioni degli altri, consapevolezza profonda del fatto che nessuno sulla terra ha la possibilità di credere, senza diventare ridicolo, di possedere la verità significa, in effetti, trovarsi nella impossibilità di accettare l'idea che una guerra possa essere considerata giusta o inevitabile. Lo scontro viene deciso sempre sulla base di una fede fanatica e malata, nella superiorità delle proprie ragioni o di una convinzione, altrettanto fanatica e malata, sulla cattiveria irraggiungibile e irrimediabile dell'altro. Fare la guerra convinti di essere nel giusto è possibile, dal punto di vista psicopatologico, solo per una mente che funziona ad un livello border line. Che vede tutto bianco o tutto nero. Che non conosce le sfumature della complessità. Che non funziona ad un livello integrato e maturo.
Serviranno molti anni, forse, perché questo discorso diventi pratica operante e dottrina costante della Chiesa. Risale a più di mille anni fa l'incontro della Chiesa con il potere politico e l'inizio del prevalere di una temporalità destinata ad oscurare il valore rivoluzionario della parola di Cristo. Sta nel declino della sua autorità politica la ragione più importante della crescita immensa della autorità spirituale del Papa che oggi non c'è più. Un Papa che non ha basato la sua fama sulla capacità di fare miracoli ma su quella di aiutare la Chiesa a riprendere un contatto serio con le sue origini. È per questo, forse, che le foto più belle e il dolore più sincero erano, il giorno dopo la sua morte, quelli proposti da questo giornale: un giornale di cui altri Papi, quando io ero bambino, proibivano la lettura minacciando di scomunica chi trasgrediva al loro ordine. Costringendo chi scrive (avevo allora sette anni) a confessioni ripetute e penitenze varie il giorno in cui casualmente gli accadde di leggerne i titoli esposti nell'edicola vicino alla scuola.

Giovanni Sartori sui referendum

ricevuto da Lucrezia Fusco

Corriere della Sera sabato, 16 aprile, 2005
MA L'ANIMA NON HA CERTEZZE
Etica e referendum
Giovanni Sartori

Passate le elezioni regionali il prossimo tormentone (tra due mesi, il 12 13 giugno) sarà il referendum sulla legge 40. Ufficialmente questa legge è sulla procreazione assistita. In realtà la legge 40 e il referendum che ha provocato sono molto più importanti di qualsiasi elezione: investono un conflitto tra ragione e fede, tra scienza e religione, e ci viene chiesto di stabilire cosa sia la vita umana. Scusate se è poco. A mio sommesso parere era un conflitto da evitare, o comunque da gestire senza squilli di guerra e toni da crociata. «Quieta non movere», non stuzzicare le cose tranquille. È un adagio di antica saggezza. Le società occidentali sono religiosamente pacificate. Credenti e non credenti si rispettano reciprocamente, cattolici e protestanti convivono senza problemi, e la formula della libera Chiesa in libero Stato ha sinora retto alla prova. Ma questa formula invoca un delicato equilibrio che deve essere gestito con prudenza e misura. Dunque, «quieta non movere» . E invece la Chiesa di Roma in Italia è scesa in guerra. Il cardinal Ruini dichiara che nelle questioni etiche la Chiesa è sempre intervenuta e che ha il diritto di intervenire. Sì, ma «est modus in rebus», c' è modo e modo di farlo. Una Chiesa che ingiunge ai farmacisti cattolici di non vendere contraccettivi chiaramente invade il «libero Stato» e la sfera di libertà dei cittadini. E poi c' è il tono, l' eccesso di motivazione. Davvero il contraccettivo riflette una «cultura della morte»? Nel suo ultimo libro Papa Wojtyla si è scagliato contro «lo sterminio degli esseri umani concepiti e non ancora nati» . Sterminio? Come si fa a sterminare l'inesistente, e cioè esseri che ancora non esistono, visto che non sono mai nati? Secondo Giovanni Sartori, il referendum sulla legge 40 ha creato un conflitto tra ragione e fede. Il politologo, partendo dalla definizione religiosa dell'uomo, non condivide l'affermazione della Chiesa secondo cui l'embrione ha un'anima. Il motivo? San Tommaso e una dottrina millenaria in cui si stabilisce il confine dell'eresia Forse eccitato da tanta autorevole fonte, il professor Francesco D'Agostino, membro dell'Accademia pontificia Pro vita e presidente dei giuristi cattolici, si è spericolato nell'asserire che la diagnosi preimpianto non si poteva fare perché violava la privacy dell'embrione. Così prendendo in contropiede lo stesso Rodotà, il garante della materia, che ha dovuto precisare che «nessuno mai in Europa ha parlato di privacy dell' embrione». In consimile slancio il primate della Chiesa cattolica inglese, cardinale Cormac Murphy O' Connor, ha accostato l'interruzione della gravidanza agli «esperimenti di genetica dei nazisti». E se queste non sono esagerazioni, sono peggio. Riprendiamo il discorso dall' inizio: quale è la differenza tra vita in generale (anche di una rosa, anche di un moscerino) e vita umana. Io ho già risposto su queste colonne che l' uomo è caratterizzato da autocoscienza, dal sapere di sé. Questa risposta laica (o filosofica) ha molte varianti, sulle quali non mi voglio dilungare. Debbo però ribattere alla obiezione che in tal caso un ritardato mentale o anche un neonato non sarebbero mai, o ancora, un essere umano. Obiezione pretestuosa, perché le definizioni precisano categorie e sono contenitori concettuali. Non sono strumenti contabili e non occorre che acchiappino tutto e tutti; basta che identifichino e, appunto, caratterizzino. In ogni caso, la definizione religiosa è e deve essere diversa: è che l'uomo è tale perché caratterizzato dalla presenza dell'anima. Questa è una definizione che io rispetto. E mi fa specie che sia io a doverla ricordare e difendere mentre la Chiesa di papa Wojtyla scrivevo dà mostra di essersene dimenticata. Questa asserzione ha suscitato l'ira di molti lettori che ribattono: lei è proprio un ignorantone (o peggio), è ovvio che l' anima arriva con l' embrione. Ovvio? Ovvio proprio no. Questa non è mai stata la dottrina della Chiesa (né preciserò, di nessuna Chiesa). Sul punto ho già citato San Tommaso. Ma l'ha fatto ancor meglio e più estesamente di me Umberto Eco (su «L'Espresso» del 17 marzo) che è un profondo conoscitore dell'Aquinate, che ne cita ben sei passi, e che riassume così: Dio introduce l'anima razionale solo quando il feto è un corpo già formato; dal che consegue che dopo il Giudizio Universale, quando i corpi dei morti risorgeranno, «a quella resurrezione gli embrioni non partecipano: in loro non era stata ancora infusa l' anima razionale e pertanto non sono essere umani». Ignorantoni a parte, un filosofo cattolico che invece sa di queste cose mi risponde che San Tommaso «è vecchio» e che «non è necessario tornare indietro di sette secoli» . Se così, povera Chiesa. Se San Tommaso è vecchio, lo sono ancora più Sant' Agostino e la Patristica. E altrettanto vecchi sono gli straordinari dibattiti che hanno stabilito quale sia la vera fede e quale l'eresia. La Chiesa cattolica dura da duemila anni poggiando su questo imponente bagaglio teologico. Se lo si dichiara vecchio e lo si ritiene sorpassato, allora cosa le resta? Passo a precisare, come promesso, che la tesi dell'«embrione eguale persona» non è sottoscritta, che io sappia, da nessuna altra religione. Non è condivisa dalla Chiesa Anglicana e dalla maggior parte delle Chiese protestanti. Ancor più significativo, non è condivisa dalle altre religioni monoteistiche. In riferimento al Talmud, il libro sacro dell' ebraismo, la dottrina è che l'embrione diventa gradualmente persona nel secondo mese di gravidanza, e cioè quando il feto dà inizio alla formazione degli organi. Analogamente nella religione islamica l'anima entra nel corpo quaranta giorni dopo la procreazione, dal che discende che oggi viene ammessa senza problemi la sperimentazione sull'embrione. La crociata del cardinal Ruini è dunque una crociata solitaria. Può benissimo darsi che in Italia la vinca. Ma sarebbe una vittoria di Pirro votata, altrove e alla lunga, a una pesante sconfitta. Tanto più che se la vince dovrà poi ripartire in crociata contro l' aborto. Altrimenti avremmo un embrione (che fino a 18 giorni dall'ovulazione ha ancora una dimensione inferiore al millimetro e non contiene organi o tessuti differenziati) tutelato, e un feto non tutelato, comunque meno tutelato. Un evidente assurdo. A prescindere da questo assurdo, il fatto è che oramai la società cristiana dell'Occidente tiene alla vita, non accetta di morire soffrendo inutilmente, e quindi si affida alla medicina per le malattie che ci fanno soffrire e morire. La legge 40, scrive Veronesi, «è inumana e ingiusta». In Italia 30 mila bambini nascono ogni anno con gravi malformazioni. È giusto, è umano, farli nascere così? La gente teme di morire afflitta dal morbo di Parkinson o dall'Alzheimer, e la sperimentazione sull' embrione promette (forse a torto, ma questo non lo sa neanche la Chiesa) di curare malattie che ci terrorizzano. Il cardinal Ruini crede davvero che su queste questioni, su queste angosce, la gente voterà contro la medicina? Fermo restando anch' io ho fermissime convinzioni bioetiche che l'eugenetica deve essere soltanto curativa e che non deve mai imboccare la pericolosissima china di una umanità geneticamente manipolata. Allora, quando è che la vita diventa propriamente umana? La risposta che non crea problemi è la risposta ovvia, e cioè che la persona umana, l'individuo persona, è tale quando esce dall'utero della madre, quando comincia a esistere in indipendenza, da solo. Questa era l'ottica del diritto (fino alla legge 40) che stabiliva al momento della nascita l'acquisto della capacità giuridica. E questa potrebbe essere l' unica discontinuità riconosciuta dalla biologia, che deve altrimenti essere «continuista». Ma, attenzione, non è che la biologia possa sostenere la tesi dell'embrione persona. Anzi, la biologia ci mette di fronte al fatto (evoluzionista?) che la specie umana condivide con i primati, con gli animali superiori, più del 95 per cento del patrimonio genico; che il cuore (il primo organo che diventa funzionalmente attivo nella organogenesi) comincia a battere solo nella quarta settimana dopo la fecondazione; e che un altissimo numero di embrioni si perdono, e cioè che il più delle volte l'embrione non diventa un bambino. Oggi la Chiesa chiede ai giuristi cattolici e ai biologi cattolici di sottoscrivere la tesi che l'embrione è già un essere umano. Ma chi la sottoscrive lo fa come credente, non certo come giurista o uomo di scienza. Questa tesi è razionalmente insostenibile. E comunque non ci siamo lo stesso. La religione non esiste per far nascere quante più persone possibili (soffriamo già, globalmente, di sovrappopolazione), e ancor meno per prolungare artificialmente la vita (per decenni) di una vita puramente vegetale. La religione esiste per sconfiggere la morte, per promettere all' uomo la immortalità. E a questo fine occorre l'anima. Senza l'anima non c' è resurrezione dei corpi né vita eterna. E dunque la Chiesa ci deve saper dire quando arriva. Sennò rischia di non arrivare mai. La Chiesa di papa Wojtyla non ha osato smentire tutta la sua teologia (che ha sempre escluso che l'«anima razionale» arrivi all' istante del concepimento) e quindi tace, o comunque sorvola, su quando l'anima cominci ad «animare l' uomo». Ne sta risultando una religione che si appiattisce su una concezione biologica della vita, che accusa di omicidio chi lascia morire una «vita vegetativa» che mentalmente è già morta, e che fa prevalere la potenzialità di vita di un embrione sulla «vita spirituale» ( autocosciente) di chi è attualmente in vita e chiede ai progressi della medicina di essere curato. Il lascito di San Tommaso è di una ratio confortata fide. Ma oggi mi imbatto sempre più in una fede fanatizzata che emargina la ragione e la ragionevolezza. Sbaglierò, ma in tutto questo c' è qualcosa di profondamente sbagliato.

lunedì 18 aprile 2005

gli americani e la depressione

Repubblica 15.4.05
Ai controlli di routine si affianca quello sulla salute mentale
Formulario a punti, poi eventualmente esami clinici completi
Il male oscuro di New York
arriva il test anti depressione

I critici: pazienti segnati a vita, boom di consumo di farmaci
di BENEDICT CAREY e MARC SANTORA
(questa è la traduzione dell'articolo sul New York Times, già pubblicato su questo blog in data 14 c.m. su segnalazione di Andrea Ventura)
NEW YORK - I medici di New York hanno cominciato a utilizzare un questionario a punti per determinare se un paziente sia a rischio di depressione, una pratica che gli operatori sanitari si augurano possa diventare un controllo di routine dell'assistenza sanitaria di base, tanto quanto il controllo della pressione o gli esami per il colesterolo. Si tratta del primo screening su vasta scala e ha scatenato un dibattito nazionale acceso tra psichiatri, politici e associazioni di difesa dei pazienti.
Nel 2003 un gruppo di esperti incaricato dal presidente Bush raccomandò di estendere le procedure di screening della salute mentale e il Congresso stanziò la cifra di 20 milioni di dollari in fondi di supporto per avviare quest'anno programmi pilota a livello statale.
A New York nessun fondo federale è impiegato per il programma in corso negli ospedali municipali. Il test, cui vengono per ora sottoposti soltanto gli adulti, valuta la depressione con un punteggio basandosi sulle risposte a nove domande. Non si tratta di una diagnosi formale, ma un punteggio molto alto dovrebbe indurre il medico curante a raccomandare al paziente di sottoporsi a uno screening clinico completo.
Dai sondaggi risulta che il 16 per cento degli americani - ovvero ben 46 milioni di persone - in alcune fasi della vita soffre di depressione e si calcola che la depressione costi al paese circa 44 miliardi di dollari l'anno in ore di lavoro perdute e disabilità, ovvero molto più di qualsiasi altra malattia, comprese quelle cardiache.
Chi è contrario allo screening di massa, invece, sottolinea che la depressione non è una malattia facile da diagnosticare per i medici di base e sostengono che un punteggio ottenuto per mezzo di formulari standard potrebbe far preoccupare inutilmente i pazienti. "Quando a un paziente si affibbia l'etichetta di soggetto affetto da problemi mentali, tale etichetta gli resta appiccicata addosso tutta la vita, sia o non sia la diagnosi accurata", ha spiegato Vera Hassner Sharav, presidente dell'Alliance for Human Research Protection.
Chi contesta la proposta come Sharav sostiene inoltre che i test farebbero aumentare il consumo di psicofarmaci, compresi gli antidepressivi come Zoloft e Prozac. Nell'autunno scorso il repubblicano Ron Paul del Texas, ginecologo, aveva presentato un emendamento per bloccare il finanziamento federale dei programmi di screening, perché preoccupato che i bambini a scuola ricevano troppe medicine, ma l'emendamento è stato respinto.
Finora sono soltanto una dozzina i medici di base che utilizzano il test, ma lo scopo è quello di far sì che ogni medico di base del sistema ospedaliero municipale usi il test nell'arco dei prossimi due-tre anni. Poiché un abitante di New York su quattro ricorre agli ospedali della città per l'assistenza sanitaria, questo significa che il programma potrebbe presto interessare direttamente milioni di pazienti. Le autorità di New York difendono la loro iniziativa. "La depressione è una malattia di primo piano a New York City, ma può essere curata efficacemente" dichiara Thomas R. Frieden, assessore alla Sanità della città, che così prosegue: "Dai nostri rilevamenti risulta che vi sono circa 400.000 newyorchesi affetti da depressione e molti di loro non hanno ricevuto una diagnosi accurata né una cura efficace".

(Copyright New York Times - la Repubblica. Traduzione di Anna Bissanti)

Libero Webnews 15.4.05
UNA TERAPIA "LIGHT" PER LA DEPRESSIONE DELL'UMORE

Ancora un passo avanti nel trattamento della depressione. L'American Journal of Psychiatry avverte che la Light Therapy, letteralmente "terapia della luce", è efficace quanto i farmaci per alleviarne i sintomi. Soprattutto nei mesi invernali e nei paesi scarsamente baciati dal sole, sarebbero sufficienti dai 20 ai 40 minuti al giorno per dare energia e carica ai nauseati e ai depressi. Si può parlare di lampade antidepressive? Pare di sì, ma più che altro è il sole naturale ad essere efficace. Lo studio, promosso dall'American Psychiatric Association, ha infatti presso le mosse dalla constatazione degli effetti deprimenti dell'inverno. L'assenza di raggi solari diretti causerebbe la perdita di energia e di concentrazione, la depressione dell'umore, il bisogno di consumare quantità superiori di carboidrati per compensare e di dormire di più, per via del ritiro degli investimenti libidici dal mondo esterno.

una soluzione definitiva nella lotta alla depressione...

Spiritual Search News
LA FEDE IN DIO SCONFIGGE LA DEPRESSIONE

Credere in Dio è un'ottima metodologia per eludere il rischio di cadere in depressione. Chi ha fede, infatti, pur vivendo in situazioni di pesante disagio sociale, riesce a controllare meglio i propri flussi emotivi, e la regola è valida soprattutto per le persone di colore. Ciò è quanto rivela un'indagine compiuta dai ricercatori della University of Chicago.
Lo studio ha preso in considerazione, oltre al livello di fede, anche alcuni parametri relazionali: ebbene, i neri risultavano molto più esposti al rischio di depressione, dal momento che per loro il rischio di emarginazione, di discriminazione ed esclusione era molto più elevato rispetto ai soggetti bianchi. Nonostante queste condizioni sfavorevoli, però, i neri risultavano avere un miglior controllo della propria emotività, e questo grazie alla fede.
Come si spiega? Jhon Cacioppo, responsabile dello studio, ipotizza che questo sia dovuto al fatto che credere nell'esistenza di una giustizia divina, riscatta questi soggetti discriminati e lenisce la loro frustrazione rendendo più remoto il rischio di cadere in depressione.
Fonte: Spiritual Search News

rischio demenza

Adnkronos Venerdì 15 Aprile 2005
Psichiatria:
Lo Studio - Pessimisti, ansiosi e depressi a rischio demenza


Roma, 15 apr. (Adnkronos Salute) - Pessimisti, ansiosi e depressi più a rischio di sviluppare demenza. E i pericoli, per chi soffre di una di queste patologie, aumentano, a distanza di 30-40 anni, fino al 30% rispetto a chi affronta la vita con un sorriso, e fino al 40% se il pessimismo si associa all'ansia. E' quanto rivela uno studio statunitense presentato al convegno all'American Academy of Neurology di Miami e condotto su 3.500 persone sottoposte a un test che ha analizzato la personalità e le esperienze di vita tra il '62 e il '65. Nel 2004, il gruppo di ricercatori guidati da Yonas Geda, neuropsichiatra della Mayo Clinical di Rochester, in Minnesota, ha intervistato le persone a cui era stato somministrato il test e i loro familiari. Il gruppo che era affetto da ansia e pessimismo quarant'anni prima era più incline a soffrire di forme di demenza, incluse patologie quali l'Alzheimer e la demenza vascolare. ''Tuttavia - sottolinea Geda - bisogna interpretare questo studio con estrema cautela, perché non è possibile trasferire i risultati del gruppo ad ogni singolo individuo. Se infatti i pessimisti finissero per pensare che tra 20-30 anni soffriranno di demenza, finirebbero per convincersene favorendo l'insorgere della malattia''. (Ile/Adnkronos Salute)

l'Unità si interessa ancora di Groddeck...

L'Unità 18 Aprile 2005
Tra l’Es e l’Io
m.s.p.

Georg Groddeck, l’inventore della psicoanalisi psicosomatica e autore di testi geniali come Il libro dell’Es e Lo scrutatore d’anime, moriva a Zurigo nel 1934. Sessant’anni dopo arriva una sua biografia esaustiva, dotata anche di una bibliografia completa, firmata da uno studioso dell’università di Bamberg, Wolfgang Martynkewicz . Groddeck , assertore della «benignità» della forza dell’inconscio (nel suo linguaggio «Es») e della necessità di non farla imbrigliare dall’Io, in vita riuscì a dividere la comunità degli studiosi, suscitando grande ammirazione e grande ostilità. Nella sua clinica di Marienhöhe, ribattezzata dai suoi pazienti «Satanarium», sottopose a cura psicoanalitica, accompagnata da diete e massaggi, ammalati di ogni genere, nevrotici come affetti da tumori. Il suo rapporto con l’ufficialità, rappresentata dalla Società freudiana, fu spesso burrascoso. La biografia esplora il suo rapporto con Freud e propone un capitolo inedito del Libro dell’Es.

"punitori altruistici"

Le Scienze 17.04.2005
L'origine della cooperazione umana
La punizione altruistica è essenziale per lo sviluppo di un comportamento cooperativo


Un modello evolutivo del comportamento umano, descritto in uno studio pubblicato sulla rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences", suggerisce che i "moralisti" che si sacrificano volontariamente per punire chi si comporta male possono arrivare a dominare una popolazione e ad assicurare la cooperazione fra i suoi membri.
L'origine del comportamento cooperativo ha sempre reso perplessi gli scienziati, giacché la selezione naturale favorisce gli individui egoisti rispetto a quelli che compiono sacrifici personali per andare d'accordo con gli altri. Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che la cooperazione abbia senso in una società con "punitori altruistici", ovvero individui "moralisti" decisi a pagare un costo personale pur di punire gli egoisti.
Per comprendere come la punizione altruistica possa mettere radici in una società, James Fowler dell'Università della California di Davis ha sviluppato un modello matematico che simula i comportamenti e le interazioni in una società col passare del tempo. Lo scienziato ha scoperto che l'ingresso di punitori altruistici in una popolazione di cooperatori e di non cooperatori può cambiare le dinamiche del gruppo. Sotto certe condizioni, la punizione altruistica è così benefica alla popolazione da giungere a dominare il comportamento del gruppo e tenere a bada coloro che non cooperano.
Questi risultati potrebbero contribuire a spiegare le origini della cooperazione e delle punizioni. Studi precedenti avevano mostrato che la punizione altruistica stimola il centro della ricompensa nel cervello, suggerendo che gli esseri umani possano aver evoluto fisicamente e biologicamente questo tipo di comportamento.

James H. Fowler, "Altruistic punishment and the origin of cooperation". Proceedings of the National Academy of Sciences (2005).

© 1999 - 2004 Le Scienze S.p.A.

Eli Lilly

Repubblica 14/04/2005
Farmaceutici: CSFB alza giudizio su settore europeo a "overweight"

(Teleborsa) - Roma, 15 apr - La Credit Suisse First Boston ha migliorato il suo giudizio sul settore farmaceutico europeo, portando la raccomandazione a "overweight" dal precedente "in line", dopo che lì'americana Eli Lilly & Co ha otenuto una sospirata vittoria in una causa legale che coinvolgeva il brevetto sullo Zyprexa, un farmaco contro la schizofrenia. nel dettaglio la banca d'affari ha rivisto al rialzo a "buy" il giudizio su AstraZeneca e Sanofi-Aventis ed a "neutral" il giudizio su Altana. Rivisto al ribasso solo il giudizio su Novartis che passa a "underperform" da "outperform".

Eli Lilly: sale del 5% a Francoforte su attesa decisione Corte Usa su Zyprexa

(Teleborsa) - Roma, 14 apr - Viaggiano in rialzo a francoforte le azioni della società farmaceutrica americana Eli Lilly, che evidenziano un rialzo del 5,08% a 44,03 euro per azione, anticipando una possibile partenza sprint anche al Nyse. La società, secondo gli operatori, potrebbe già ottenere questo pomeriggio l'attesissima decisione della Corte Federale Usa in merito ad un brevetto per il armaco Zyprexa, che cura la schizofrenia. L'azione legale era stata promossa da alcune società di farmaci generici che sostenevano che il brevetto era ormai scaduto. D'altro canto la Eli Lilly ne confermava la vaìlidità sino al 2011. Potrebbe così chiudersi oggi questa importante causa legale multimiliardaria.

come fu inventato l'elettroshock

nopsych.it
Elettroshock, la storia
Ugo Cerletti, inventore dell'elettroshock, descrisse nel modo seguente il metodo che portò allo sviluppo del suo lavoro:

"Vanni mi informò del fatto che al macello di Roma i maiali venivano ammazzati con la corrente elettrica. Questa informazione sembrava confermare i miei dubbi sulla pericolosità dell'applicazione di elettricità all'uomo. Mi recai al macello per osservare questa cosiddetta macellazione elettrica, e notai che ai maiali venivano applicate alle tempie delle tenaglie metalliche collegate alla corrente elettrica (125 volt). Non appena queste tenaglie venivano applicate, i maiali perdevano conoscenza, si irrigidivano, e poi, dopo qualche secondo, erano presi da convulsioni, proprio come i cani che noi usavamo per i nostri esperimenti. Durante il periodo di perdita della conoscenza (coma epilettico), il macellaio accoltellava e dissanguava gli animali senza difficoltà. Non era vero, pertanto che gli animali venissero ammazzati dalla corrente elettrica, che veniva invece usata, secondo il suggerimento della Società per la prevenzione del trattamento crudele agli animali, per poter uccidere i maiali senza farli soffrire.

schizofrenia

Schizofrenia: troppi annunci e pochi fatti
Sembra non abbia fine la costante e ripetitiva comparsa sui mezzi di informazione, di entusiastici annunci circa la scoperta delle cause della schizofrenia.

L’ultimo in ordine di tempo è la notizia che sarebbe stata “Localizzata nel cervello l’area della schizofrenia…” Lo studio, condotto tramite risonanza magnetica all’Istituto di Neuroscienze dell’università di Sydney, e comparso sulla rivista internazionale “Neuroimage”, riporta l’individuazione di un legame tra l’assottigliamento di alcune aree cerebrali (corteccia prefrontale) e processi di pensiero deteriorati, in soggetti schizofrenici.
Nulla da eccepire sui rilievi individuati dall’equipe di Vaughan Carr, direttore scientifico dell'Istituto stesso, ma è quanto meno opportuno fare alcune annotazioni:
1 – lo studio è stato condotto su soli 10 pazienti (campione troppo esiguo) e non è ancora stato ripetuto;
2 – è ben nota la correlazione tra funzioni cognitive superiori e corteccia prefrontale. Per più di 40 anni gli psichiatri si sono ostinati a distruggerla con le lobotomie e, cosa che può sembrare assurda, proprio per “curare”, dicevano, la schizofrenia. Non possiamo comunque sapere se l’assottigliamento riscontrato a Sydney sia la causa o l’effetto del deterioramento del pensiero;
3 – l’idea che la schizofrenia sia provocata da una alterazione cerebrale ha affascinato la psichiatria da più di 200 anni, senza che si approdasse a nulla.

A questo proposito è bene ricordare alcuni passaggi di questa “storia infinita”: con la scoperta dei batteri, la psichiatria si concentrò sulla ricerca del batterio che “doveva” esserne la causa; lo cercarono per più di cento anni, senza mai trovarlo. In compenso gli diedero un nome: lo schizococco.
Fu quindi la volta del virus, anche questo cercato inutilmente (e qualcuno lo cerca ancora), poi, man mano che l’evoluzione scientifica individuava nuovi varchi, subito si apriva il campo per un’altra esplorazione (genetica, squilibrio biochimico, alterazione funzionale, ecc.).

Nulla di male, se si fosse trattato semplicemente di esplorazione scientifica, ma qui ciò che viene fatto è il presentare al pubblico “ipotesi scientifiche” come “verità assodate”. Compaiono perciò costantemente articoli diretti al grande pubblico che reclamizzano con titoli altisonanti “scoperto il gene della schizofrenia”, “individuato lo squilibrio biochimico che causa la schizofrenia”, “individuata l’area cerebrale della schizofrenia…”, “esame con RMN, PET, ecc. permette di individuare il cervello schizofrenico…”, ecc.
Tutte e ripeto TUTTE queste ricerche meritano rispetto in quanto ipotesi, nessuna ha mai provato nulla.

Esami, geni o alterazioni organiche hanno senso in ambito medico solo qualora vi sia specificità e sensibilità. Quando e solo quando ciò avviene, siamo autorizzati a dare annunci entusiastici.
Qualora ciò avvenisse per la schizofrenia, avremmo un test che ci permetterebbe persino di individuare, come per ogni altra malattia, i malati asintomatici (e sino ad allora la prudenza sarebbe d’obbligo).
Ma poiché lo schizofrenico asintomatico è un ossimoro, forse sarebbe il caso di fare qualche ulteriore riflessione o almeno di avere qualche dubbio… A meno che non manchi proprio il livello culturale per affrontare l’argomento.
Ma i giornalisti scientifici non dovrebbero avere una formazione che permetta loro di “vedere”?

Tornando alla scoperta di Sydney, questa non ci dice nulla, se non che alcuni soggetti etichettati come schizofrenici avevano un’area del cervello che sembra essere meno attiva e di volume ridotto. Causa o effetto? (Senza contare che i farmaci usati per “curare” la schizofrenia possono provocare proprio l’assottigliamento della corteccia prefrontale…).

Per capirci meglio sarebbe come annunciare la scoperta che “i polli completamente spennati di solito sono morti, mentre quelli con le piume solitamente sono vivi; potremo ora concentrarci sulla genetica di un'area molto specifica: la pelle dei polli ed esplorare piu' a fondo le ragioni per cui quell'area si deteriora nei polli morti”. Restiamo in ansiosa attesa del prossimo “annuncio profetico”: i polli non mancano…

Fonte: CERVELLO: LOCALIZZATE AREE LEGATE A SCHIZOFRENIA - ANSA) SYDNEY

morte depressione e Prozac

Nuovi Mondi Media
Fonte: http://www.counterpunch.org/cockburn04022005.html
Morte, depressione e Prozac
di Alexander Cockburn
Quante volte dietro le follie omicide di giovani disperati c'è la prescrizione di un antidepressivo? Certamente troppe

Weise, il teenager che ha ucciso dieci ragazzi, compreso se stesso, a Red Lake, riserva indiana nel nord del Minnesota, si stava curando con il Prozac, che qualche dottore gli aveva prescritto. Come sarà stato il consulto? “Ecco Jeff, prendi queste, ti aiuteranno ad affrontare quei piccoli problemi della vita, tipo il fatto che tuo padre si è suicidato quando avevi 8 anni, o che quando ne avevi 10 tuo cugino è rimasto ucciso in uno scontro automobilistico, che ha lasciato tua madre con una paralisi parziale e danni al cervello. E diciamocelo, Jeff, molto probabilmente non riuscirai mai a usciredalla riserva. Resterai qui per il resto della tua vita”. L’inquadratura si ferma sul dottore, che tiene in mano una confezione di Prozac, come il simpatico amico in camice bianco e fascia con lo specchietto della pubblicità delle Lucky Strike negli anni ‘50, che diceva che una sigaretta era il modo migliore per curare la gola irritata.

Possiamo essere certi che nel momento in cui l’alto comando dell’Eli Lilly, produttore del Prozac, ha visto le notizie su Weise sia andato in crisi, ma che abbia iniziato a calmarsi quando si sono accorti che i titoli dei giornali davano più risalto ai siti web neo-nazisti frequentati dal ragazzo. Hitler batte sempre il Prozac, in particolare se si tratta di un giovane pellerossa che farnetica sulla purezza della razza.

Quante volte nel macello di queste follie omicide gli investigatori trovano una prescrizione di antidepressivi sulla scena del crimine? Luvox a Columbine, Prozac a Louisville, Kentucky, dove Joseph Wesbecker ha ucciso nove persone incluso se stesso. Si sono registrate moltissime storie come queste negli ultimi quindici anni.

Ma ora la linea di difesa della Lilly è abbastanza standardizzata: comunicati stampa di auto-giustificazione che parlano delle costose ricerche e dello screening rigoroso portati avanti dalla compagnia, coronati dall’imprimatur di quel difensore dell’interesse pubblico che è l’FDA. A questo, naturalmente, si aggiunge il conforto fasullo dei numeri; se la fabbrica di pillole della Lilly avesse un’insegna grande come McDonald’s potrebbe pubblicizzare il Prozac con lo slogan: “Billions Served”, “Serviamo milioni di persone”.

Ogni falla nel condotto di scolo rappresenta una nuova sfida per la forza vendita della Lilly, che nel corso degli anni ha avuto alcuni potenti sicari, come George Herbert Walker Bush (un tempo membro del consiglio di amministrazione); l’ex capo responsabile della Enron, Ken Lay (che era anche lui membro del consiglio); l’ex direttore dell’Ufficio di Gestione e Bilancio di Bush, Mitch Daniels (ex vice presidente anziano); un membro del Consiglio Consultivo per la Sicurezza Interna di Bush, Sidney Taurel (un capo responsabile della Lilly); l’Alleanza Nazionale per i Malati di Mente (uno dei beneficiari della fondazione della compagnia). All’inizio di quest’anno si è verificato un incidente che ha fatto scoppiare un allarme rosso, quando il British Medical Journal è tornato a far riferimento alla causa di Wesbecker contro la Lilly del 1994, ricordando al mondo che la compagnia era stata coinvolta in un furtivo gioco di gambe che comprendeva un pagamento sottobanco ai querelanti, nell’ambito di un accordo che è riuscito a non far arrivare alla corte del giudice John Potter la storia del caso regolatore dell’Oraflex, un prodotto della Lilly molto compromesso, che poteva mettere le supposte divulgazioni della compagnia in cattiva luce davanti all’FDA.

La Lilly ha accettato la sfida, riuscendo a convincere degli ingenui giornalisti che la storia in realtà riguardava solo un freelancer che scriveva per il British Mediacal Journal e non una compagnia farmaceutica potente con un grande budget pubblicitario. La stampa ha spostato diligentemente l’attenzione dai gravissimi tentativi da parte della Lilly di occultare le prove, sull’insipida questione se una prova fosse stata, negli anni, realmente presente negli archivi pubblici dal 1997, quando il giudice Potter cambiò il suo verdetto in “archiviato come composto con pregiudizio”, diversamente dalla vittoria che la Lilly aveva vantato.

Questo è il problema con il tempo, come Paul Krassner ha detto scherzando a proposito della sindrome di Waldheimer, quella che con l’età fa dimenticare di essere stati Nazisti. Ma non è mai troppo tardi per riesaminare le origini dell’Industria della Depressione alla fine degli anni ‘80 e la saga di tutto ciò che è successo da quando, a metà degli anni ‘70, tre ricercatori della Lilly hanno preparato una pozione da loro battezzata fluoxetine hydrochloride e più tardi conosciuta nel mondo come Prozac.

Lunghi anni di test rigorosi? Quando Fred Gardner e io abbiamo indagato sulla vendita di depressione e Prozac a metà degli anni ‘90, abbiamo scoperto che gli esperimenti clinici escludevano pazienti con manie suicide, bambini e anziani, ma che, una volta che l’FDA aveva garantito l’approvazione, il farmaco poteva essere prescritto a chiunque. Secondo il dottor Peter Breggin, il famoso psichiatra che ha analizzato l’approvazione del Porzac dell’FDA, questa si basava in definitiva su tre studi, che indicavano che il fluoxetine allevia alcuni sintomi della depressione in modo più efficace di un placebo, ma senza tener conto di altri nove che non riscontravano alcun effetto positivo.

Solo 63 pazienti avevano fatto uso di fluoxetine (che fu marcato come Prozac solo a metà degli anni ‘70) per un periodo superiore ai due anni. Nel 1988 l’Istituto Nazionale di Salute Mentale non solo aveva dato l’approvazione del governo alla ricerca sulla depressione finanziata da società per azioni, ma aveva anche creato un meccanismo all’interno del quale denaro e personale del governo potevano essere utilizzati per stimolare la domanda di prodotti industriali.

Gli psichiatri - tra i quali c’è una “stirpe” che si toglie la vita con una percentuale doppia rispetto alla media nazionale, come dimostrato da uno studio pubblicato dal Journal of Clinical Psychiatry nel 1980 -hanno avuto un ruolo determinante nell’intera impresa. Il processo che lega la loro “stregoneria” all’utile delle aziende è di una vigorosa semplicità. Non appena il Prozac è uscito dai banchi di prova della Lilly e si è diretto verso la produzione di massa, gli psichiatri hanno iniziato a formulare una moltitudine di patologie immaginarie da sistemare nel Manuale Diagnostico e Statistico delle Malattie Mentali, il cui capo redattore nel 1980 era il dottor Robert Spitzer. Questi è un esperto pubblicitario specializzato nel coniare nuovi disturbi per l’America della fine del ventesimo secolo e nell’approvare trattamenti, cure, fondi statali per le pillole necessarie (nessuna dispendiosa terapia consultiva) e rimborsi da parte delle compagnie assicurative.

Quando indagini dettagliate hanno mostrato un possibile legame tra Prozac e atti di violenza, gli psichiatri stipendiati dalla Lilly si sono impegnati a spegnere le fiemme del dubbio. Nel 1991 il Comitato Consultivo sui Medicinali Psicofarmacologici dell’FDA si è riunito per decidere se il Prozac dovesse portare un’etichetta di avvertimento a proposito dei legami col suicidio. Cinque membri della giuria su dieci (di cui otto erano strizzacervelli) avevano interessi finanziari legati ai medicinali che la commissione stava esaminando, e tutti hanno votato contro la richiesta di un avvertimento, mentre i loro ovvi conflitti venivano debitamente epurati dall’inutile FDA. Altri psichiatri alle dipendenze di compagnie farmaceutiche hanno esortato in maniera sempre crescente l’applicazione del Prozac come rimedio all’angoscia sociale, arrivando fino a pianificare somministrazioni di prozac obbligatorie per i giovani.

Nel 2000, quando migliaia di contadini nello stato indiano dell’Andhra Pradesh si sono tolti la vita a causa delle politiche neoliberali che avevano distrutto i loro mezzi di sussistenza, il governo dello stato ha annunciato che avrebbe mandato una squadra di psichiatri per capire per quale motivo i contadini erano depressi. In conclusione queste persone sono state dichiarate mentalmente instabili.

Ma in India la credulità sulle cause della depressione non è a uno stadio così avanzato. Il piano ha provocato un’esplosione di ridicolo e nelle elezioni che sono seguite il governo dell’Andhra Pradesh, amato dai neoliberali occidentali, è stato debitamente battuto. Ma non si è avuta la stessa fortuna negli Stati Uniti, dove il governo è pagato dalle industrie farmaceutiche e le prescrizioni di antidepressivi da molto tempo hanno preso possesso dei programmi dei politici, che vorrebbero curare la depressione tramite azioni sociali collettive.

Come devono aver esultato alla Eli Lilly quando il Senato ha cancellato il Capitolo 7 delle leggi parlamentari sulla bancarotta, promuovendo la violenza familiare, e, con un tratto di penna, ha intensificato il crimine, aprendo un potenziale nuovo e vasto mercato per il Prozac e pozioni affini.

un libro

La Stampa 18 Aprile 2005
«QUANDO L’ORRORE È DONNA»:
LIBRO-RIFLESSIONE SUI NUOVI «MODELLI» FEMMINILI

Le storie di Lynndie England, torturatrice di Abu Ghraib, e dell'infermiera Wafa Idris, kamikaze palestinese
Le ragazze della strage accanto
Stefanella Campana Carla Reschia

CHE cos'hanno in comune «private» Lynndie England, la spensierata torturatrice del carcere di Abu Ghraib che amava farsi immortalare con un detenuto iracheno nudo al guinzaglio e l'infermiera Wafa Idris, salutata dai media il 27 gennaio 2002 come la prima donna palestinese «combattente» e shaid dell'Intifada? Apparentemente solo la traccia mediatica lasciata, il «quarto d'ora di celebrità» a cui, secondo Andy Warhol, tutti avrebbero diritto nella società dell'immagine. Ma non è casuale e nemmeno secondario che si tratti, di fatto, delle prime vere protagoniste «globali» dell'appena nato terzo millennio, balzate dal totale anonimato alla dignità di icona, e nemmeno che si tratti di donne, cioè di creature a cui la tradizione occidentale e quella orientale, per una volta concordi, attribuiscono una natura tanto pacifica quanto appartata, lontanissima dai campi di battaglia e dalle dure necessità della lotta.
Come recita la sura XXX ar-Rum del Corano: «Fa parte dei Suoi segni l'aver creato da voi, per voi, delle spose, affinché riposiate presso di loro, e ha stabilito tra voi amore e tenerezza. Ecco davvero dei segni per coloro che riflettono». Che se ne potrebbe fare la povera Wafa della compagnia delle 70 vergini che, secondo i detti attribuiti al Profeta, attendono il martire della fede nel paradiso di Allah? Nulla, nella sua cultura, sembra lasciar presagire che a una donna, a una madre e a una sposa destinata alle stanze nascoste della casa, possa toccare un destino simile. Ma anche nel laico Occidente, dalla donna angelicata del Dolce stil novo, all'angelo del focolare ottocentesco, fino alla procace Velina odierna, femminilità significa vita e non morte, sollievo e non tormento. Materna o libertina, velata o rivelata in tutti i suoi anfratti, in nessuno dei due mondi la donna è mai, per definizione sanguinaria. E, se lo è, è un caso, l'eccezione destinata a confermare e anzi a rendere piú salda, con il fantasma della trasgressione, la regola; la Messalina o la Lucrezia Borgia di turno, o la sciagurata Helga, «belva delle Ss» protagonista di un filmetto anni '70. Personaggi ben caratterizzati, fisicamente e psicologicamente, belle e dannate, vere donne-streghe. O forse, donne riuscite, in qualche modo, a insinuarsi nella logica del potere maschile assumendone tutte le caratteristiche.
A ben pensare la presenza femminile nella storia segue due, al massimo tre, copioni ben precisi, equamente distribuiti fra tutte le culture: c'è la donna cultrice del potere fine a se stesso, non necessariamente ma preferibilmente crudele, da Elisabetta I d'Inghilterra a Caterina di Russia fino alla semi leggendaria imperatrice cinese Wu, che, stanca di governare a nome dei figli incapaci un giorno saltò il fosso e comparve in pubblico indossando il mantello imperiale; c'è quella che il potere se lo conquista con la forza dell'azione, in nome di una causa, anche a costo di diventare assassina, pur non essendo per natura crudele, ed entra cosí a far parte della sparuta ma molto venerata categoria delle eroine. Ce ne sono di occidentali e non, dalla biblica Giuditta alla rivoluzionaria francese Carlotta Corday, fino alle per noi meno note icone orientali. La poetessa araba Al Khansa, assai amata dai fondamentalisti, vissuta nel VII secolo, che esortò i suoi quattro figli a prendere parte al jihad per diffondere l'Islam e, quando morirono, ne celebrò le gesta e rappresenta, nell'immaginario collettivo arabo, il modello di donna ideale: tenace e combattiva, tenera e affettuosa, sempre al servizio del marito o dei maschi del clan. Di lei, si racconta, persino il Profeta elogiò il coraggio e la sensibilità. O le sorelle Trung, due nobili vedove vietnamite che nel 39 d.C. guidarono una rivolta vittoriosa contro i governanti stranieri, additate ad esempio durante la guerra contro gli americani per convincere anche l'altra metà del cielo a prendere parte attiva alla lotta. La maggiore, Trung Trac, per quattro anni, prima che i cinesi si riprendessero tutto, fu a capo di uno Stato indipendente. E poi c'è lo spettro di ogni maschio, la femme fatale, la donna che usa spregiudicatamente la sessualità, da Cleopatra a Mata Hari, e non ha alcuno scrupolo a ingannare, tradire, manipolare, illudere, per ottenere un potere meno diretto ma ben piú efficace.
Sono, a ben guardare, i prototipi ancora oggi «in vigore» quando si discute di natura e ruolo della donna. E sono peraltro, modelli funzionali a una gestione del potere che tollera eccezioni ma non cambia le regole. La novità è che ora non si parla di regine, di eroine, di spie, di personaggi storici o leggendari. Lynndie e le sue colleghe Sabrina Harman e Meghan Ambuhl e perfino il loro capo-donna, generale Karpinsky, ma anche la kamikaze Wafa, e tutte le altre, tante, che l'hanno imitata o preceduta, in Cecenia, in India, in Iraq o in Libano, sono persone reali e ordinarie, per cosí dire «ragazze della porta accanto».
Normali, quasi banali nelle loro storie diverse ma speculari di scuola, vicini di casa, inevitabile amore per animali e bambini, sogni e aspirazioni. E carriere, realizzate o soltanto inseguite. Speculari anche nel loro rompere le regole sí, ma non verso i destini magnifici e progressivi della libertà e della coscienza di sé indicati dal femminismo. Non nel segno della consapevolezza e della «differenza». Piuttosto, ansiose di dimostrarsi «come gli uomini», pari nell'indifferenza e perfino nell'allegria dell'offrirsi all'obiettivo, nella determinazione ad annientare il nemico e nello zelo nell'obbedire agli ordini, da che mondo è mondo becera e triste giustificazione di tutti gli aguzzini in divisa.
Difficile, forse ingiusto, fare paragoni tra un caso e l'altro, ma impossibile anche ignorare una distanza che si accorcia nel comune denominatore della ferocia e dell'aggressività. Il dibattito è aperto, anche se ancora incerto e come stupito dalla portata degli interrogativi, che evocano e rimettono in discussione assetti forse ormai superati dai fatti ma convenzionalmente dati per buoni.
A Occidente come a Oriente ci si interroga su queste «nuove» donne. Delle kamikaze discutono i teologi e gli ideologi, ma anche le donne islamiche, i primi mettendo in discussione il «diritto al martirio» femminile alla luce della Sharia, le seconde interrogandosi sul senso di una tale sanguinosa emancipazione. E se Lynndie, in quest'ottica, è vista inevitabilmente come un esempio della perversione dell'Occidente, nella nostra parte del mondo non le mancano gli apologeti, sia che la compatiscano come capro espiatorio, sia che - succede pure questo - ne esaltino le grazie nel Lynndie England official fansite.

domenica 17 aprile 2005

il libro di Chiara Ingrao

L'Unità 17 Aprile 2005
Laura e Pietro, della politica e dell’amore
La storia della moglie di Ingrao raccontata dalla figlia Chiara nel libro “Soltanto una vita”

Renzo Cassigoli
La storia d’Italia vista dagli Ingrao
FIRENZE “Soltanto una vita” è il titolo del libro in cui Chiara Ingrao ha raccontato la lunga esistenza di sua madre, Laura Lombardo radice, moglie di Pietro Ingrao. Il libro sarà presentato domani pomeriggio a Firenze nel ciclo “leggere per non dimenticare” dalla stessa autrice e dal giornalista, scrittore e critico letterario Bruno Schacherl che arrivò alla clandestinità e alla Resistenza attraverso Romano Bilenchi.
FIRENZE Chissà perché, leggendo “Soltanto una vita” (Ballini Castoldi 2005) - il libro in cui Chiara Ingrao ha raccolto la lunga e bellissima esistenza di sua madre, Laura Lombardo Radice - viene in mente l’ultimo verso di “Differenze”, la poesia che Pietro Ingrao ha pubblicato in “Variazioni serali”": «Nessun cielo sarà uno». Credo di averlo capito leggendo l’orgogliosa risposta di Laura alla giornalista che chiedeva se avesse fatto qualche passo “fuori dall’ombra” del marito: «Io passi fuori dall’ombra li ho sempre fatti in prima persona - replicò - non mediata da mio marito, ma dalla mia stessa vita nel Partito Comunista, nel movimento femminile, dalla clandestinità alla lotta antifascista, alla Liberazione».
La lettura di un libro è sempre soggettiva, ma quella risposta fa capire meglio come quelle di Laura e di Pietro siano esistenze unite dall’amore e dalla passione politica, eppure, proprio per questo, distinte. In questo libro, quasi un dialogo postumo fra due generazioni di donne che hanno tentato un percorso di libertà per sé stesse e per gli altri, Chiara Ingrao racconta la madre, attraverso le lettere, gli articoli, le interviste, gli appunti che segnano i capitoli, tutti aperti da un “prologo”, fatto di ricordi e di riflessioni, che colloca la testimonianza nel momento storico, politico, o semplicemente di vita, in cui si avevano gli eventi di cui Laura parla.
“Soltanto una vita” sarà presentato domani a “Leggere per non dimenticare” da Rita Guerricchio e da Bruno Schacherl, giornalista, scrittore (ha tradotto Stenghal, Balzac, Proust) critico letterario, che arrivò alla clandestinità e alla resistenza fiorentina, attraverso Romano Bilenchi.
Nel libro Chiara Ingrao ricorda l’incontro avvenuto all'inizio degli anni ‘40 a casa Lombardo Radice, tra il “fiumano” Bruno e Laura la “bellissima cugina” (lo testimonia la foto di copertina) per parte della madre Gemma Harasim.
«Fu Laura - ricorda Bruno - a farmi capire che amare i poeti nuovi, il Novecento di Saba, di Montale, di Ungaretti, sui quali preparavo allora la mia tesi , ma anche di Vittorini e di Bilenchi, piuttosto che la retorica del dannunzianesimo e della falsa romanità, era già ormai un atto politico».
Nel libro, pagina dopo pagina, percorriamo un secolo di storia italiana, europea, dal fascismo all'antifascismo, alla resistenza, alla liberazione e, attraverso un dopoguerra faticoso e difficile, ai giorni vicini a noi quando Laura, che proviene da una grande famiglia di pedagogisti, ormai in pensione non abbandona l’insegnamento, (l’altra grande passione della sua vita) ma entra nelle carceri per portarlo, assieme al teatro, fra i detenuti. Affiorano in queste pagine volti, nomi, conosciuti e sconosciuti, ricordato o dimenticati: Vittorini, Aldo Natoli, Lucio Lombardo Radice, Gianfranco Mattei, Gioacchino Gesmundo (fucilato alle Ardeatine) e Giaime, l'indimenticato amico saltato giovanissimo su una mina, e ancora, Alicata, Jemolo, Visconti.
Ma non sono solo i volti noti o ricordati a riaffiorare. Chiara Ingrao, attraverso la madre riporta a noi figure straordinarie di donne sepolte nella memoria. Irma Bandiera fucilata nel suo vestitino bianco a pallini rossi, Giuditta Levato la contadina calabrese, comunista, uccisa da un massaro mentre rivendicava un lavoro più equo e Teresa Gullace. Ricordate la scena finale di “Roma città aperta” con Anna Magnani uccisa mentre insegue il camion che le porta via il marito? Ebbene quella donna, madre di cinque figli, è esistita davvero si chiamava Teresa Gullace uccisa mentre tentava di passare uno sfilatino al marito arrestato dai fascisti. Nomi e volti di una folla anonima di donne che hanno lottato per il pane e per i loro diritti. Non solo la resistenza armata, ma la resistenza diffusa, l'humus da cui fiorirà la Liberazione, e con essa la Costituzione. Un esercito infinito che Chiara Ingrao disegna con le parole della madre. Non la solita rappresentazione tra il mito e l’oleografia, ma la testimonianza del dolore e della sofferenza di migliaia di madri che fa della Costituzione - spiega Mario Luzi - «non un patto qualsiasi, ma il risultato di un percorso di lotte, di sommosse, delle sofferenze di un intero Paese».
Poi venne il dopoguerra. «Tra il ‘45 e il ‘52, ho avuto quattro figlie. Ho lavorato sempre, ho insegnato. Ho abitato un paio di stanze con tutta la famiglia nella non grande casa materna. Per dieci anni mio marito ha lavorato all’Unità, dormiva dalle 3-4 di notte alle 11 di mattina, se tutto andava bene».
È stata “soltanto una vita” quella di Laura Lombardo Radice, ma così bella e intensa da riempirne un decina.

intuizione

Corriere della Sera 17.4.05
Quando c’è l’intuizione
L’intuizione ha qualcosa di magico, ma è un dono che tutti possiedono. Chi più, chi meno. Questa straordinaria abilità - che forse deriva dall'ancestrale istinto destinato a salvarci la vita di fronte alla necessità di prendere una rapida decisione - è diventata oggetto di studio da parte degli psicologi, desiderosi di comprenderne i meccanismi, soprattutto quelli connessi alla valutazione "immediata" delle altre persone. Tanto che la rivista Monitor, dell'American Psychological Association, le ha recentemente dedicato un intero numero. Chiarendo qualche dubbio.
Secondo Seymour Epstein, psicologo dell'University of Massachusetts, l'intuizione potrebbe essere definita come «La cosa che abbiamo imparato senza renderci conto di averla imparata. E che alle volte risulta utile, alle volte è invece disadattiva». Cioè inutile. L'utilizzo dell'intuizione per valutare gli altri a prima vista è diventato oggi di moda con il fenomeno, di importazione americana, degli "speed-dating", incontri organizzati da apposite agenzie, nei quali single aspiranti a incontrare l'anima gemella parlano per due-tre minuti con una sfilza di persone, indicando quelle che intuitivamente valutano più compatibili con se stessi. Alla base del fenomeno c'è la reale esistenza di strumenti di valutazione impressionistici e non verbali. Diverse ricerche sperimentali hanno infatti dimostrato che è abbastanza facile rilevare alcune caratteristiche psicologiche degli altri, come il livello di estroversione e l'abilità nel socializzare. Secondo Nalini Ambady, psicologo sociale della Tuft University, la personalità è fatta a strati, un po' come una cipolla, e non c'è da meravigliarsi se l'estroversione e la capacità di socializzare risultano essere qualità facilmente rilevabili. «Gli strati vicino alla superficie - dice lo psicologo - sono i più facili da cogliere».
Aspetti nascosti
Altri aspetti di un individuo, anche decisivi per la possibilità di instaurare un rapporto duraturo, possono invece essere quasi impossibili da rilevare e c'è per forza bisogno di tempo perché possano emergere. Senza contare che caratteristiche personali, come un aspetto fisico gradevole o il carisma personale (in gran parte fatto proprio di estroversione) possono rendere ancora più difficile andare in profondità utilizzando solo lo strumento dell'intuizione.
Infine, bisogna considerare le variabili collegate a chi valuta. Alcune persone sono più dotate della cosiddetta "intelligenza sociale" e hanno antenne affinate che consentono loro di cogliere aspetti della personalità altrui. Altre sono meno dotate. Poi conta anche lo stato d'animo in cui ci si trova. Secondo i risultati delle ricerche di Nalini Ambady, più una persona si trova in uno stato d’animo allegro, maggiore è la sua capacità di intuire le caratteristiche degli altri; più il suo umore è depresso, maggiore sono le indecisioni e i tentennamenti.
Un'altra difficoltà può sorgere in chi è decisamente entusiasta della propria capacità di giudicare "a prima vista" : quando si vuole utilizzare l'intuizione bisogna infatti essere pronti a farla funzionare, ma, nello stesso tempo, a sottoporla a valutazione critica.

Corriere della Sera 17.4.05
Percezioni extrasensoriali
La seconda vista
NOI E GLI ALTRI
Più si è allegri, maggiore è la capacità di intuire le caratteristiche altrui

È stata chiamata "mindsight": la vista della mente. E’ un'abilità straordinaria, sulla cui esistenza giura lo psicologo e scienziato informatico Ronald Rensink, dell'University of British Columbia, che l'ha scoperta, individuandola come l'abilità che avrebbe la mente di percepire anche senza vedere con gli occhi. Alla scoperta Rensink è giunto dopo essersi reso conto che alcuni soggetti da lui studiati mostravano di non riuscire a cogliere che cosa fosse cambiato in una scena che veniva posta sotto i loro occhi per la seconda volta, anche quando i cambiamenti erano stati significativi. I soggetti affermavano che qualcosa era cambiato, ma non sapevano dire cosa. Rensink ha ulteriormente esplorato il fenomeno, arrivando alla conclusione che in circa il 30% degli individui potrebbe esistere una specifica abilità nel cogliere l'esistenza di un cambiamento anche quando non hanno "visto" cosa è cambiato. Questa sarebbe la mindsight, una sorta di sistema visivo secondario utilizzato in parallelo a quello usuale.
Secondo altri, il fenomeno esiste, ma in realtà la rilevazione del "qualcosa è cambiato, ma non so cosa" sarebbe solo il primo gradino, precedente di pochi millisecondi l’acquisizione visiva del cambiamento d’immagine.

il Nobel Dulbecco non sa distinguere, sembra, tra "vita" e "vita umana"...

L'Unità 17 Aprile 2005
Dulbecco: «Vita 10 giorni dopo fecondazione»

ROMA «La vita di una persona, secondo me, comincia dal momento in cui l'ovulo si impianta nell'utero, ovvero a una decina di giorni dalla fecondazione». Lo
ha affermato il Nobel Renato Dulbecco, intervenuto alla trasmissione di Raitre «Che tempo fa».
La vita di un individuo, ha affermato Dulbecco, «per me inizia dunque nel momento in cui l'ovulo fecondato si impianta nell'utero». Il premio Nobel ha quindi affrontato il tema della ricerca sulle cellule staminali e a proposito del dibattito tra i ricercatori circa l'opportunità di incentivare la ricerca sulle cellule staminali embrionali piuttosto che quella sulle staminali adulte, il Nobel ha sottolineato come la ricerca vada sviluppata su entrambi

l'Unità di oggi
su Islam e religioni

L'Unità 17 Aprile 2005

Molti si stupiscono della vitalità, anche negativa, che l’Islam sta dimostrando in questi anni: aggressività, radicalismo, violenza. Sembrava che tale religione, non diversamente del resto un po’ da tutte la altre, fosse stata messa alle corde dall’avanzare della cosiddetta Modernità, intesa soprattutto come progresso scientifico, sociale, intellettuale e politico.
Tali quattro aggettivi sembravano sufficienti a circoscrivere il campo della fine del “Bisogno di Dio”. Figlia della paura, del bisogno, dell’intolleranza, della violenza, dell’ignoranza, la religione sarebbe stata cancellata dalla marcia del progresso. Evidentemente non era così: un po’ tutte le religioni sembrano invece esser tornate in auge, accompagnate da fenomeni “irrazionali”, nuove religioni come quelle delineate all’interno del New Age.
Altri osservano però che l’Islam, in apparenza addormentato, si è limitato a riprendere un antico cammino di aggressioni: i musulmani hanno assalito l’Occidente fra VII e X secolo, poi di nuovo tra XIV e XVIII. Siamo ora alla terza ondata.
Tutte visioni astratte e antistoriche. L’Islam è una realtà complessa e policentrica, caratterizzata da culture che, pur conoscendo la rivelazione del profeta Mohammed come centro dell’esperienza religiosa, sono diversissime fra loro.
C’è un Islam tradizionale, ma che non può non tenere conto della modernità con cui si confronta; un Islam radicale di tipo atavico e minoritario (per esempio in Arabia Saudita); uno fatto di una straordinaria carica di politicità rivoluzionaria (il modello iraniano); un Islam occidentalizzato (il caso turco, quel che resta del “socialismo arabo”, il regime monarchico giordano ecc.). Infine molti ed eterogenei tipi di cosiddetto fondamentalismo, che a volte si sposano con le tecniche della guerriglia terroristica.
In altri termini, l’Islam non si sta solo confrontando con la globalizzazione, ma ne è parte attiva. I popoli islamici sono stati finora, eccettuate le oligarchie produttrici di petrolio e detentrici di tecnologia, oggetto piuttosto che soggetto del processo di produzione tipico della globalizzazione stessa.
Oggi il mondo musulmano vuole compartecipare come soggetto a tale processo. E da un punto di vista democratico, al di là delle infami menzogne sulla “esportazione di democrazia”, noialtri occidentali, consci del nostro ruolo, non possiamo dargli torto.

L'Unità 17 Aprile 2005

Anche sulla libertà religiosa questa legislatura - la XIV - si avvia alla conclusione con un vuoto. Lo registro in quanto primo firmatario della legge sulla libertà religiosa, appunto, firmata dai deputati di tutti i gruppi dell’Ulivo (la proposta di legge n. 1576 ): sembrava un obiettivo a portata di mano eppure…
Eppure nemmeno una Camera, quella dei deputati nella fattispecie, ha finora approvato un testo in materia. Insabbiato dall’opposizione della Lega, nonché di deputati dissenzienti in Forza Italia e in Alleanza Nazionale…
Sapete cosa si è gridato? “L’imam potrà sposare!”. Ebbene: oggi una ragazza cristiana che sposa un musulmano lo fa in luoghi di culto annessi alle ambasciate di paesi musulmani, assumendo poi le regole del codice civile di quel paese. Se passa la nuova legge sarà invece il codice civile italiano a regolarne il matrimonio e la situazione dei figli. Ancora: si è gridato che, defiscalizzando (modello Onlus) piccoli contributi di fedeli alle organizzazioni religiose musulmane, si sarebbe finanziato il terrorismo! E questo perché si dimentica che la nuova legge obbligherebbe tali organizzazioni a passare per ministero dell’Interno e Consiglio di Stato.
Ma tant’è. Nonostante il sì della conferenza episcopale italiana, dell’unione delle comunità ebraiche, della federazione delle chiese evangeliche, non si è ancora proceduto. Ora la mano passa alla nuova legislatura, a un nuovo governo e a una nuova maggioranza.
Il dialogo e la convivenza fra le tre grandi religioni del libro - cristiana, ebraica, musulmana - non è più rinviabile nell’èra della globalizzazione dove il flusso di rapporti sociali, economici e culturali ci mette a contatto reciproco.
Il modello giusto è quello delle trattative fra Ue e Turchia sull’adesione di quest’ultima. La richiesta della laicità dello Stato e l’affermazione dei diritti della donna, che ha portato la Ue a porre come condizione, ad esempio, la cancellazione del reato di adulterio.
Dunque non si capisce come all’“invasione dell’Islam” si debba opporre un recinto confessionalistico, all’insegna di un presunto assedio cui sarebbe sottoposto la chiesa cattolica da un risorgente laicismo. Laicità dobbiamo chiedere all’Islam: e laicità delle istituzioni dobbiamo assicurare a tutte le religioni in Europa.